Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Guardarsi attorno può servire. Buone pratiche a contrasto della violenza di genere.


Guardarsi attorno può servire per comprendere quali margini di miglioramento possiamo implementare anche nel nostro Paese. Mi è capitata sotto mano questa analisi sulle pratiche messe in atto dalla Svezia in materia di violenza di genere. Il documento, datato aprile 2018, è a cura del Policy Department on Citizens’ Rights and Constitutional Affairs, su richiesta dalla Commissione del Parlamento UE per i diritti della donna e l’uguaglianza di genere (FEMM).


 

Il Consiglio svedese per la prevenzione della criminalità ha presentato una nuova relazione il 27 marzo 2018, che evidenzia le tendenze fino al 2015 (non include i dati del 2016, che sono ancora preliminari).

Nel corso della loro vita, il 25% delle donne è stato vittima di un crimine all’interno di una relazione, nel circa il 24% dei casi si è trattato di violenza psicologica e nel 15% di violenza fisica. Il Consiglio ha affermato che vi è una violazione dell’integrità di una donna che riguarda la violenza contro le donne che subiscono ripetute violenze all’interno di relazioni strette. Nel 2015, sono stati segnalati 1.844 casi, ma è stato evidenziato che molti reati sfuggono alle stime per mancanza di denuncia. Secondo il National Crime Survey 2015 solo il 26% dei reati è stato effettivamente denunciato, con un indice più alto per le aggressioni (64%) e più basso per reati sessuali (8%).

Quindi cosa prevede la Svezia per affrontare il fenomeno?

Qui di seguito il quadro legislativo in Svezia per combattere la violenza contro le donne.

In Svezia, la violenza contro le donne è regolata principalmente in diversi capitoli del codice penale. Il codice penale si applica, in particolare, a quanto segue:

  • violenza domestica,
  • violenza sessuale (compreso lo stupro, violenza sessuale, molestie o stalking),
  • tratta di esseri umani,
  • cyber-violenza e molestie con l’uso di nuove tecnologie,
  • pratiche lesive (come i matrimoni forzati).

Non esiste una legislazione speciale, tutti i reati sono contemplati nel Codice penale. Fa eccezione la legge speciale sulle mutilazioni genitali femminili, un reato punibile anche se l’atto è stato commesso in un paese in cui non è illegale. Esiste anche una legge ad hoc sulle molestie e lo stalking.

Quale strategia viene messa in atto per prevenire e combattere la violenza degli uomini contro le donne?

La traversale ottica di genere che attraversa tutta l’attività politica e di governo, porta a considerare il contrasto della violenza contro le donne come una priorità. La strategia nazionale per prevenire e combattere la violenza degli uomini contro le donne è entrata in vigore il 1 gennaio 2017, con una copertura di 10 anni. Ha quattro obiettivi:

  • incrementare l’efficacia di un lavoro di prevenzione per combattere la violenza;
  • migliorare la capacità di individuazione della violenza e una maggiore protezione e sostegno a donne e bambini vittime di violenza;
  • più efficace lotta al crimine;
  • migliorare la conoscenza del fenomeno e dello sviluppo metodologico. La strategia ha una vasta portata e tiene conto di diversi aspetti della violenza contro le donne (anche in relazioni omosessuali, donne trans, migranti e musulmane, ma anche su un’idea di mascolinità nociva e distruttiva). La partecipazione degli uomini è considerata essenziale per questa strategia di prevenzione. Oltre al coinvolgimeno coordinato di tutti gli attori interessati, il governo ha affrontato riforme in aree chiave: eliminazione di norme che giustificano la violenza, l’acquisto di servizi sessuali e altre restrizioni alla libertà di azione e alle scelte di vita di donne e ragazze.

Per poter realizzare questo piano d’azione, il governo svedese ha stanziato 600 milioni di corone svedesi, volte a finanziare nuove misure per il periodo 2017-2020, oltre ai 300 milioni di corone svedesi destinati a comuni e consigli provinciali.

Attualmente, in Svezia sono disponibili tre tipi di organizzazioni a sostegno delle donne vittime di abusi:

  1. rifugi per le donne e centri di supporto per giovani donne,
  2. gruppi di sostegno alle vittime di reati
  3. centri di crisi municipali.

Storicamente, le organizzazioni costituite su base volontaria hanno assunto la principale responsabilità di proteggere le donne. Queste organizzazioni hanno alcuni dipendenti ufficiali, ma si affidano principalmente ai volontari, sono supportate da sovvenzioni governative / rimborsi municipali.

I rifugi sono offerti dalla National Organization for Women’s Shelters and Young Women’s Shelters (Roks) e dalla Swedish Association of Women’s Shelters e Young Women’s Empowerment Centres (SKR). La missione di entrambe le organizzazioni è duplice, pur proteggendo direttamente le donne che soffrono di violenza domestica, hanno anche una posizione in politica, tentando di influire le politiche pubbliche.

La Crime Victim Support Association (BOJ) si concentra esclusivamente sul supporto individuale e non si rivolge solo alle donne, e ha circa 100 gruppi di supporto locali.

In seguito a molteplici emendamenti alla legge sui servizi, c’è stato un crescente coinvolgimento con i servizi municipali. Una sorta di responsabilizzazione condivisa ed allargata, con un approccio allargato, che abbraccia molteplici ambiti e mette in campo una strategia strutturata e interconnessa.

 

Sempre a livello di UE, il parlamento non smette di sollecitare i Paesi membri.

Lo scorso 19 aprile il parlamento europeo ha approvato una risoluzione che invita la Commissione a “includere la protezione di tutti i cittadini, in particolare di quelli che si trovano nelle situazioni più vulnerabili, nell’Agenda europea sulla sicurezza, con particolare riguardo per le vittime di reati, quali la tratta di esseri umani o la violenza di genere, comprese le vittime del terrorismo, che necessitano di particolare attenzione, sostegno e riconoscimento sociale.”

Si invita:

“a mettere a punto campagne volte a incoraggiare le donne a denunciare qualsiasi forma di violenza sulla base del genere, in modo da proteggerle e poter migliorare l’accuratezza dei dati sulla violenza fondata sul genere;”

“a presentare un atto legislativo per sostenere gli Stati membri nella prevenzione e nella soppressione di tutte le forme di violenza nei confronti delle donne e delle ragazze e di violenza di genere;”

Altresì si invita il Consiglio ad “attivare la “clausola passerella” mediante l’adozione di una decisione unanime che configuri la violenza contro le donne e le ragazze (e altre forme di violenza di genere) come reato, ai sensi dell’articolo 83, paragrafo 1, TFUE;”

Si auspica che dopo la firma, il 13 giugno 2017, di adesione dell’UE alla Convenzione di Istanbul, la Commissione (in linea con la sua risoluzione del 12 settembre 2017 sull’adesione dell’UE alla convenzione di Istanbul), designi “un coordinatore dell’UE sulla violenza nei confronti delle donne che sia responsabile del coordinamento, dell’attuazione, del monitoraggio e della valutazione delle politiche, degli strumenti e delle misure dell’Unione per prevenire e combattere tutte le forme di violenza nei confronti delle donne e delle ragazze e per fungere da rappresentante dell’UE presso il Comitato delle parti della convenzione;”

Gli Stati membri sono invitati “a garantire formazione, procedure e orientamenti adeguati a tutti i professionisti che si occupano delle vittime di tutti gli atti di violenza che rientrano nel campo di applicazione della convenzione di Istanbul, al fine di evitare discriminazioni o una seconda vittimizzazione durante i procedimenti giudiziari, medici e di polizia.”

Un interessante incontro all’interno delle Giornate Romane per le P.O.


Sul miglioramento in termini di “preparazione” c’è molto da lavorare anche in Italia (ben venga il recente varo delle linee guida per i P.S.). Sappiamo quanto la situazione nostrana non sia molto rosea, conosciamo quanto siano ancora presenti pratiche volte a colpevolizzare le sopravvissute e a minimizzare la violenza, insinuando una corresponsabilità delle donne. Tutto questo deve finire.

A più di un anno dalla sentenza di condanna dell’Italia da parte del CEDU, il CSM ha iniziato a lavorare su una sorta di vademecum dedicato ai giudici e alla polizia giudiziaria e secondo cui chiunque è chiamato a trattare i reati contro le donne deve avere una comprovata esperienza nell’ambito. Sempre secondo le nuove regole tutte le procure e i tribunali d’Italia sono chiamati a implementare una sezione specializzata in reati di violenza domestica, di genere e ai femminicidi, al fine di velocizzare i processi e per gestire queste tipologie di reati come a “trattazione prioritaria”, sia in fase di indagine che di dibattimento, per avere una protezione efficace delle vittime. Un’altra importante novità in tema di violenza è data dal fatto che le vittime non dovranno più testimoniare in presenza del proprio aggressore, al fine di preservare la loro integrità psicofisica.

Un adempimento che tra l’altro andrebbe ad attuare una raccomandazione già presente nella Convenzione Cedaw: “Gli Stati Parti assicurino che le leggi contro la violenza e gli abusi familiari, lo stupro, la violenza sessuale e le altre forme di violenze di genere diano adeguata protezione a tutte le donne e rispettino la loro integrità e dignità. Dovrebbero essere forniti alle vittime appropriati servizi di protezione e di sostegno. Una formazione attenta alle specificità di genere rivolta ai funzionari giudiziari, agli agenti delle forze di polizia e ad altri funzionari pubblici è essenziale per l’efficace attuazione della Convenzione”.

Ma credo che il punto centrale su cui lavorare parta da questo assunto:

“Perché le donne esercitino pienamente i loro diritti, in quanto donne, occorre infatti che le bambine che sono state abbiano imparato quali sono i loro diritti in quanto bambine, e a tutelarli e rivendicarli (Bosisio, Leonini, Ronfani 2003)”

L’ho ripreso dal documento dettagliato del We World Index 2018 presentato il 18 aprile a Roma.

 

Fonte: We World Index 2018


Mi sembra fondamentale per comprendere da dove occorre iniziare a investire tempo ed energie. Non possiamo certamente immaginare un cambiamento significativo senza lavorare sulle generazioni future di donne, includendole in un percorso di autoconsapevolezza e valorizzazione di sé, a 360°.

Senza prevenzione, declinata in informazione, formazione e sensibilizzazione, non potremo rompere e sgretolare i modelli stereotipati culturali che sono alla base di una discriminazione e subordinazione delle donne.

Dobbiamo renderci parte attiva di questo cambiamento, di questo immenso lavoro di diffusione di consapevolezza. Ne abbiamo di strada da fare, tanto da non poterci permettere di disperdere energie.

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Decostruiamo la domanda

 

Lo scorso 16 aprile, le Donne Democratiche hanno promosso l’incontro “Prostituzione e tratta. Quali visioni e quali politiche“, svoltosi nelle sede nazionale del Pd.

Nel frattempo è arrivata una nuova proposta legislativa sul tema, come vi raccontavo qui. Ma ciò che mi preme sottolineare è il fatto che in definitiva nemmeno all’interno dello stesso partito esistono posizioni unitarie e condivise su come affrontare i problemi connessi al mondo della prostituzione. Questo se da un lato è naturale, dall’altro evidenzia una pericolosa oscillazione che può portare a soluzioni inadeguate e volte solo a salvaguardare questioni di decoro urbano. Occorre invece riflettere e ragionare sul tema tenendo conto dei vari aspetti, scandagliando cultura e mentalità dei clienti e dell’universo maschile intero. Perché pretendere un servizio di questo tipo, pretendere di avere diritto a comprare un corpo, come un qualsiasi altro bene, significa negare i diritti umani di chi stai acquistando. Non ha senso lottare per l’eguaglianza tra i generi, se poi difendiamo questi territori franchi in cui i diritti umani vengono sistematicamente negati.

Pubblico l’intervento molto interessante che Oria Gargano, presidente di Be Free (qui), ha fatto nel corso di questo incontro romano.

 

Via via più nominato, il cliente è attualmente sempre più al centro dei ragionamenti intorno alla prostituzione, e intorno a questo argomento esiste una vastissima gamma di atteggiamenti e giudizi, che si raggruppano intorno ad un tema ancora più vasto: la liceità del ricorso maschile all’acquisto di servizi di sottomissione sessuale, al di là che quella prostituzione sia forzata o meno, e la legittimità dell’esercizio della prostituzione stessa, laddove non esistono coercizioni ad esercitarla, fino alla richiesta di salvaguardia dei diritti dei sex-workers.
Indubbiamente, la molteplicità dei pareri si allarga a macchia d’olio a partire da questi due atteggiamenti-tipo, e non a caso le opinioni non si aggregano intorno a specifici orientamenti politici ed elettorali.
Indubbiamente, la percezione personale di questi temi ed il parere con il quale ci si schiera non prescindono dal vissuto, dalla scala di valori, dalle convinzioni, dai percorsi attraverso il sociale e dallo “stile di vita” di ciascuno.
Ma è curioso constatare come non esistano orientamenti condivisi che possano definire un approccio, a grandi linee, di “destra” o di “sinistra”.
Questo non significa tuttavia che poli specifici ed opposti raggruppino, come magnetizzandole, posizioni nette ed altrettanto contrastanti.
Al contrario, linee di pensiero diverse possono confluire in una stessa direzione.
Le multe ai clienti, ad esempio, attuate all’interno di una logica repressiva del fenomeno della prostituzione su strada a fini unicamente di pubblico decoro, possono essere giudicate favorevolmente anche da chi considera la prostituzione un paradigma del’inferiorità femminile.
La conseguenza di questa azione – il rafforzamento della prostituzione al chiuso – non trova il medesimo accoglimento “bipartisan”.
La prostituzione al chiuso viene considerata risolutoria da chi ritiene lo spettacolo “disdicevole” dei corpi in offerta nel pubblico spazio il problema principale del fenomeno, e anche da ritiene che la prostituzione sia un mestiere qualsiasi, da poter esercitare in forma adeguata a qualsiasi attività di pubblica vendita. Di parere opposto sono invece coloro che vorrebbero analizzare la prostituzione come strumento normativo dei comportamenti sessuati delle donne e come cristallizzazione di dispari poteri ed opportunità tra i due generi, e anche da coloro che conoscono la realtà della prostituzione su strada, e che temono che la situazione “indoor” finisca con il penalizzare ulteriormente le vittime di traffico di esseri umani a scopo di sfruttamento sessuale, che rappresentano la grande parte delle persone immigrate prostituite su strada.

Proibire, tollerare o legalizzare la prostituzione significa sostenere modelli specifici sul piano della convivenza tra uomini e donne.
Separare il discorso sul traffico di esseri umani da quello sulla prostituzione (atteggiamento molto in voga nei dibattiti nostrani) significa ignorare la connessione inevitabile tra le due cose.

Prendiamo Amsterdam, il più grande mercato delle donne in Europa.
Un articolo del 2006 (S. Castle TRAFFICKING FORCES CLAMPDOWN IN AMSTERDAM’S RED-LIGHT AREA, The Indipendent, Londono, 2-12-2006) ci racconta perché le autorità cittadine abbiano deciso la chiusura di quasi un terzo delle “vetrine”.
“ Le autorità cittadine e la polizia stanno incrementando le indagini sui reati interconnessi con il sex business, ed in particolare riciclaggio di danaro sporco e traffico di esseri umani a scopo di sfruttamento sessuale.
Secondo alcune stime, circa 3.500 donne sono trafficate in Olanda ogni anno dall’Europa dell’Est e dall’Asia e costrette ad esercitare in condizioni di degrado sconvolgenti.”

In Svezia, al contrario, fin dal 1999 il governo ha deciso di combattere il traffico e la prostituzione attraverso una combinazione di misure punitive per gli acquirenti di servizi sessuali, di sistemi di sostegno e supporto per le donne prostituite, e di campagne comunicative sul danno della prostituzione. In cinque anni, secondo il governo svedese, la prostituzione in strada è diminuita del 30-50%, e l’introduzione di straniere da prostituire si è sostanziamente bloccata. Il numero dei clienti sarebbe diminuito del 75-80 per cento. Negli stessi anni, però, la prostituzione su strada nella vicina Danimarca è aumentata tra il 250 ed il 400%.

Gunilla Ekberg, già Ministro Svedese dell’Industria, del Lavoro e della comunicazione, definì la legge: “Una pietra miliare nella creazione di una società democratica e moderna, nella quale la piana eguaglianza di genere sia una norma, e sia riconosciuto il diritto all’uguale partecipazione della donne e degli uomini, delle ragazze e dei ragazzi in tutte le aree della società”.
E Boriana Jönnson, dell’associazione femminista di Stoccolma Kvinna til Kvinna Foundation, dice “ La legge dimostra l’attitudine etica e politica dello Stato verso la prostituzione e l’eguaglianza di genere in generale. Dal punto di vista dei diritti umani, non può esistere una parodia di relazione in cui un uomo può comprare e possedere un corpo di donna come un qualsiasi bene di consumo. Dunque, la prostituzione è considerata in Svezia come un crimine di violenza e sfruttamento sessuale del quale le donne sono vittime.” (By Brenda Zurita, Prostitution is Not a Profession, 12/14/2005 http://www.cwfa.org/articles/9691/BLI/family/index.htm)

Le misure repressive funzionano dunque?
Molto probabilmente sì, ma soprattutto nel loro intervenire sull’immaginario collettivo, cercando di correggere gli squilibri esistenti tra uomini e donne nella società.
Una consapevolezza, questa, che si sta affermando anche in Stati che noi consideriamo erroneamente più lontani di noi dal riconoscimento dei diritti.
In Corea, ad esempio, dove già da alcuni anni iniziative, campagne e leggi stanno cercando di intervenire sull’immenso fenomeno della prostituzione, esiste un dibattito di alto spessore.
Come dice la coreana Hilary Sunghee Seo, counsellor di Coalition Against Trafficking in Women (CATW) a New York City, “ La prostituzione è dannosa non solo per gli individui che sono prostituiti, ma per la società che la ammette e che vi prende parte. La prostituzione non può essere legittimata come lavoro. Non dà empowerment alle donne. (…) Anche gli uomini sono poveri, ma non sono prostituiti in così grande numero. Altre cose influiscono, e sono l’ineguaglianza di genere e la discriminazione che sottomette le donne le ragazze e le bambine, e le rende una classe, e la domanda di prostituzione che fa da carburante al traffico di corpi di donne (Hilary Sunghee Seo, Prostitution: Reality Versus Myth, The Korea Times November 17, 2004).

La soluzione più adeguata sarebbe dunque quella di “decostruire la domanda di servizi sessuali”.

Al di là delle varie impostazioni culturali ed ideologiche, che hanno del cliente visioni talvolta agli antipodi, è indubitabile che nel mercato creato dal traffico di esseri umani l’acquirente abbia un ruolo decisivo, e che quasi mai venga preso in considerazione nei ragionamenti che si fanno sulla prostituzione e sulla tratta. In realtà, il cliente è “faceless and nameless”, secondo la felice definizione della docente e saggista Donna Hughes: senza faccia e senza nome.

Molte centinaia di colloqui con le ragazze ex vittime di tratta che ho seguito e seguo mi hanno fatto capire che il rapporto sessuale con il cliente, per modalità di contratto, tempo, tipo di richiesta, è quasi sempre estremamente spersonalizzato, brutale, frettoloso, non di rado violento, e che molto raramente il cliente può definirsi una “risorsa”.

Il fatto che milioni di uomini acquistino queste prestazioni indica, a mio parere, l’esistenza di un problema grave nella relazione tra uomini e donne in questo Paese, ed un malessere molto forte circa l’identità sessuale maschile, l’autorappresentazione, la percezione della relazione tra i sessi, oltre ad una impostazione culturale che nega nella sostanza la parità tra i sessi.
Secondo una ricerca sui clienti di Danimarca, Italia, Thailandia e India realizzata per l’OIM (Bridget Anderson and Julia O’Connell Davidson, “Is Trafficking in Human Beings Demand Driven? A Multi-Country Pilot Study,” International Organization for Migration, Dicembre 2003) gli uomini sanno perfettamente che molte prostitute sono in realtà vittime di tratta, e le preferiscono perché le trovano più arrendevoli e sottomesse.
Personalmente sono sempre stata contraria alle multe, perché creano un clima proibizionistico, ed il proibizionismo ha sempre creato più problemi di quanti intendesse risolvere.
Mi piace invece molto l’idea dei seminari formativi obbligatori, che vengono realizzati in diversi Paesi, e che, sembra, diano risultati eccellenti.
Negli Stati Uniti e in Canada esistono molte “John Schools”, scuole di educazione per i compratori di servizi sessuali (“John” è il nomignolo che comunemente si dà al cliente, perché fa riferimento al nome maschile americano più diffuso, a significare che tutti gli uomini sono o possono esserlo). Poichè la prostituzione è illegale in quasi tutti gli stati, i corsi sono comminati dal tribunale. Questo fa sì che siano disponibili dati certi circa il recidivismo. Basandosi sulle cifre, pare che gli uomini che frequentano i corsi acquistino effettivamente consapevolezza del meccanismo della prostituzione forzata, e consapevolezza di sè, ottenendone concreti benefici.
I programmi psicoeducazionali differiscono parecchio tra di loro, ma sono sempre realizzati con il sostegno di strutture pubbliche (Governo, Enti locali, Ospedali…) in collaborazione con l’associazionismo specializzato.
Alcuni sono realizzati da associazioni di donne ed hanno una forte impostazione di genere, altri sono più focalizzati sui temi sanitari, ed altri sono gestiti da religiosi.
Oltre ad essere obbligatori, vengono pagati dai clienti stessi, ed i proventi sono devoluti ai progetti di assistenza alle vittime della tratta.
Quello che qui vorrei brevemente ricordare è ciò che si evince dalla sterminata raccolta di documentazione il cui corpus è rappresentato dai questionari e dai colloqui con gli uomini-clienti, e che gettano luce su una costruzione delle identità sessuali maschili e femminili davvero impressionanti.
In estrema sintesi, i clienti raccontano di un ricorso all’acquisto di sesso motivato dal rifiuto di ogni possibile coinvolgimento emotivo o sentimentale, dichiarano di preferire donne che sembrano essere “sole al mondo”, perché più “vulnerabili”.
Comprare sesso è visto come un fattore normativo del comportamento maschile.
Gli intervistati spesso comparano le donne nella prostituzione a degli oggetti, le donne cessano di essere individui e diventano prodotti che possono essere acquistati ed usati. Molti usano metafore che hanno a che vedere con il cibo, rinforzando la concezione delle prostitute come bene di consumo, e facendo trapelare la percezione che le donne siano disponibili per tutti, come l’acqua e gli altri prodotti della natura
Meno della metà (40%) pensano che le donne prostituite siano diverse da quelle che non lo sono, la maggioranza ritiene che tutte le donne sono prostitute e possono essere comprate. Quindi, non è dannoso comprare una prostituta perché tutte le donne in realtà sono in vendita. L’unica differenza percepita è che con una non-prostituta il pagamento per ottenere sesso avviene offrendo cene o facendo regali.
Alcuni intervistati sono profondamente convinti che l’essere nati maschi dà il diritto di comprare sesso. Alla domanda “Perché compri sesso?”, spesso rispondono: “Perchè posso!”.
Secondo il ricercatore Sven – Axel Mansson (I comportamenti degli uomini clienti della prostituzione: indicazioni e orientamenti per il lavoro sociale) alcuni uomini che pagano per il sesso non hanno di loro stessi un’immagine sessuale positiva. Riconoscere a se stesso e agli altri che si sente il bisogno di andare alla ricerca di prostitute può essere percepito come un disvalore rispetto alle norme sessuali. Ma è ugualmente vero l’inverso. Ogni sentimento di vergogna può essere superato dall’altro principio della dominazione maschile che richiede molteplici esperienze sessuali.

Tutto questo, assieme a moltissimi altri dati ed evidenze che non è possibile elencare per non “sforare” il tempo concesso ad ogni intervento, ci pongono problemi di chiara decodifica e difficile risoluzione, ci rendono chiara la necessità di affrontare la costruzione delle identità maschili (e femminili) fin dalla prima infanzia, ci invitano a creare moduli formativi specifici ed adeguati a segnare un cambiamento, e comunque a predisporlo, agendo laddove una sciatta educazione costruisce e diffonde una cultura di negazione dei diritti e del rispetto, e, parallelamente, produce disagio.

Giacciono in parlamento due proposte di legge che mettono a tema proprio questo problema, e propongono soluzioni: quella della vice presidente del Senato sen. Valeria Fedeli e quella della deputata Celeste Costantino.
Il nostro invito è di lavorarci su, subito e con convinzione.

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