Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Prima che si chiuda la legislatura, si revisioni il rito abbreviato


La legislatura si sta per chiudere. Insieme ad altri provvedimenti che rischiano di non vedere l’approvazione, c’è questa riforma del rito abbreviato che potrebbe non essere più applicabile ad alcuni reati particolarmente gravi e che prevedono l’ergastolo. Per questo abbiamo pensato a questa lettera al Presidente del Senato Pietro Grasso. Pensiamo che questa correzione vada nell’interesse trasversale, generale: non va assolutamente rinviata.

***

Alla cortese attenzione del Presidente del Senato Pietro Grasso

Oggetto: richiesta di accelerazione iter per revisione rito abbreviato

Egregio Presidente,

Le scriviamo questa lettera, consapevoli che siamo alle battute finali della XVII Legislatura e che vi sono diversi provvedimenti di cui viene richiesta l’approvazione. Tra questi non possiamo non sottoporre alla Sua attenzione, quello che potrebbe rispondere alle istanze e alle sollecitazioni di diversi soggetti, nonché ad interessi trasversali e diffusi tra la popolazione italiana. Il progetto di legge 4376, contenente “Modifiche all’articolo 438 del codice di procedura penale, in materia di inapplicabilità e di svolgimento del giudizio abbreviato”, presentato il 21 marzo 2017, è passato in prima lettura alla Camera il 28 novembre scorso ed è stato trasmesso al Senato. Con questa norma si prescrive di escludere il giudizio abbreviato, che in caso di condanna, consente di ottenere l’abbattimento di un terzo della pena, nei procedimenti connessi ad alcuni gravi delitti, quali i crimini per i quali è prevista la pena dell’ergastolo. Qualora si superasse lo scoglio del Senato, il rito abbreviato non potrà più essere applicato a reati come strage, omicidio premeditato, violenze sessuali, tratta di persone e sequestro di minori o a scopo estorsivo con morte dell’ostaggio. Questo salvo che l’imputato non subordini la richiesta “a una diversa qualificazione dei fatti o all’individuazione di un reato diverso”.

Appare evidente che la scelta del Legislatore di introdurre il rito abbreviato per snellire e velocizzare i processi, ha causato non poche distorsioni in termini di giustizia, perché si sono moltiplicati i casi in cui, proprio grazie agli sconti previsti, si sono ridotte all’osso le pene anche per reati gravi e con ricadute pesantissime. Una conseguenza del genere ha conseguentemente indebolito, agli occhi dei più, la funzione di prevenzione, di dissuasione e di difesa sociale della pena.

Qualsiasi tipo di pena chiaramente non riuscirà a riportare in vita una persona, non cancellerà una violenza subita, ma dovrebbe dare la misura di come il sistema giudiziario italiano consideri determinati crimini e reati. L’entità della pena prevista per un reato contribuisce ad attribuire il giusto peso e gravità a determinati comportamenti lesivi. Se viene meno questa caratteristica in molti potrebbero sentirsi legittimati o protetti dal sistema giudiziario, come anche dal Legislatore che consente assottigliamenti anche consistenti delle pene. La certezza della pena e il rispetto delle vittime non possono essere lesi al prezzo di snellire la macchina della giustizia.

Il suindicato progetto di legge era stato già presentato nel 2013 ma, dopo essere passato alla Camera nel luglio 2015, non ebbe accoglienza favorevole al Senato. Oggi i tempi, prima della fine della legislatura, sono assai ridotti e rischiano di interrompere l’iter di una norma che potrebbe aiutare a correggere quelle suindicate distorsioni. Per questo chiediamo che si acceleri l’iter delDDL 2989 – giunto al Senato il 30 novembre scorso ed in attesa di assegnazione alla competente Commissione – e che si trovi la soluzione più idonea e rapida per non far decadere questa proposta come già in passato. Una di queste strade potrebbe essere la valutazione dell’applicazione del regolamento del Senato relativamente all’assegnazione dei disegni di legge in commissione deliberante. Sarebbe un vero peccato chiudere i lavori del Parlamento rinviando alla nuova legislatura il riavvio dell’iter di una norma siffatta, per l’ennesima volta.

Occorre che si trovi un equilibrio che salvaguardi da un lato i diritti delle vittime e dei loro familiari e dall’altro quelli dell’imputato. Occorre che la verità sia accertata e che sia fatta giustizia piena, cosa che senza un dibattimento rischia di non accadere del tutto, come necessita oltremodo per i crimini più efferati, soprattutto nella loro considerazione sociale. Pensiamo ai femminicidi ed alle violenza sessuali, reati verso i quali è particolarmente alta la nostra attenzione. L’occupazione simbolica del Parlamento da parte delle donne lo scorso 25 novembre dovrebbe avere delle ricadute concrete, volte a sollecitare una più precisa considerazione delle loro istanze, che necessitano di un ascolto e soluzioni capaci di sanare quanto ancora non funziona adeguatamente. Nella coscienza che una conseguenza del genere spesso va a ledere profondamente le vite delle sopravvissute e il loro desiderio di giustizia, come anche incide indelebilmente le sorti dei familiari delle donne uccise di femminicidio.

Ci auguriamo che si trovi la volontà politica di concludere la legislatura con un provvedimento che possa andare in questa direzione, affinché non decada ancora una volta un tentativo di riportare un equilibrio nel sistema e non si rinvii qualcosa che potrebbe cambiare la sostanza di tanti processi e giudizi. Alla Camera si è riusciti a trovare la convergenza di più parti politiche, evidenziando in siffatto modo come il tema sia condiviso e percepito come urgente da molti. Manca il passo successivo al Senato ed è nostro più vivo auspicio che esso avvenga repentinamente, nella più sentita consapevolezza della sua impellente necessità.

Il gruppo Chi Colpisce Una Donna, Colpisce Tutte Noi

 

 

Lettera pubblicata su Dol’s Magazine e su Noi Donne.

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Potere e violenza. La difficoltà di cambiare prassi.

Artemisia Gentileschi – La ninfa Corisca e il satiro – coll. privata – © Luciano Pedicini, Napoli


Quando si parla di diseguaglianza di potere a volte si rischia di smarrire ciò di cui stiamo parlando. Il consenso e la scelta vengono deformati, subiscono una sorta di pressione forzata in un contesto disequilibrato: non sono più così chiari e subiscono un condizionamento. Il potere non è solo uno status di superiorità in termini di controllo, di status, gerarchico, di età, di posizione, di genere.

Il potere se lo guardiamo a livello base è la differenza tra una persona che è in uno stato di bisogno, di sopravvivenza, di assenza di alternative percorribili e chi dall’altra possiede la forza “coercitiva” di varia entità, di vario tipo.
Il denaro è una di queste leve.

Strano verificare che per alcune il consenso sia inficiato solo quando si parla di potere maschile a ridosso del caso Weinstein e dintorni. Strano che la stortura la si noti solo ora e non quando si propagandava la magnificenza della “scelta” autodeterminata in prostituzione. Eppure da tempo si parlava di un grave ed evidente affievolimento della libertà di scelta in alcuni contesti, chiaramente ad alto livello di violenza. Strano che oggi si parli di potere e di condizioni di diseguaglianza che rendono consenso e scelte individuali meno libere, anzi vere e proprie lesioni dei diritti fondamentali di un essere umano.

Direi eureka! Ci siamo svegliate dal torpore.
Avevamo bisogno del caso Weinstein per smascherare questa realtà, indicibile e inammissibile anche per tante di noi?

Esattamente come i clienti si sentono in diritto di abusare di una donna, come ogni volta che si tenta un’azione di normalizzazione della violenza sulle donne prostituite, esattamente come ogni qualvolta ogni forma di potere viene esercitata per piegare una donna, per avere accesso al suo corpo, per controllarla e sottometterla.
I modi sono molteplici, ma a monte la mentalità, la subcultura dello stupro e della violenzaè la medesima, restano cristallizzati i rapporti stereotipati, i cliché sui ruoli, con i medesimi risultati devastanti per le donne.

Esattamente questa verità abbiamo smascherato: che non può esserci libera scelta, piena scelta se non si hanno alternative di vita, se ci sono diseguaglianze di potere, se l’unica strada a disposizione è vincolata da una situazione di svantaggio, di bisogno, di ricatto, di un potere che tutto può.
Certo ci si può sottrarre, ma nulla è automatico e scontato, nulla è così semplice come appare, dobbiamo pensare che non tutte potranno o avranno la forza di farlo. Sappiamo quanto sia complicato denunciare, affrontare tutto ciò che ne consegue. Troppe sono le variabili e forse occorrerebbe concentrarsi su quel “a monte”, su prassi e consuetudini diffusissimi, piuttosto che puntare il dito sulle sopravvissute.

 

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Farsa e realtà

Paul Townsend via flickr (CC BY-ND 2.0) https://creativecommons.org/licenses/by-nd/2.0/

Paul Townsend via flickr (CC BY-ND 2.0) https://creativecommons.org/licenses/by-nd/2.0/

 

Qui di seguito la mia traduzione* di un pezzo di Mira Sigel (QUI l’originale The farce of #Cologne).

 

Un numero imprecisato di donne sono state violentate e derubate la notte di Capodanno a Colonia. Circa 150 vittime [7 gennaio 2015] hanno fatto denuncia alla polizia, alcune parlano di stupro. Secondo quanto riferito, gli autori erano di origine nord africana e araba. La gente sui social network si divide tra coloro che parlano di accuse razziste, e chi ancora si interroga sul senso del declino dell’Occidente. I politici parlano di “polso duro della giustizia”. Le vittime sembrano scomparire in questo fermento.

Capodanno, una notte diversa dalla norma. Ognuno è in festa, tutti restano in piedi fino a tardi, molti si lasciano andare. A causa della paura di attacchi terroristici, polizia e polizia federale erano in presidio alla stazione ferroviaria di Colonia centrale. Grandi folle si trovano sulla piazza, alcuni gruppi lanciano petardi e fuochi d’artificio tra la folla. Le donne sono state palpate, circondate, minacciate, rapinate e anche violentate. Gli astanti che cercavano di dare una mano sono stati minacciati. Descrizioni concordanti raccontano che gli autori avevano tra i 15 e 35 anni, del Nord Africa e di origine araba. La polizia non si è accorta di nulla. Nella loro relazione sulla situazione hanno detto che il Capodanno è stato pacifico. Le prime notizie di attacchi sono apparse sui social network, in cui le vittime e i testimoni hanno segnalato quello che era successo a loro o ciò che avevano visto. Alcuni quotidiani locali hanno diffuso l’argomento. I mass media hanno cercato di ignorarlo, temendo di suscitare risentimenti razzisti o per non diffondere bufale. Si è scatenato un putiferio, ci sono accuse, assegnazioni di colpa, allarmi. Ma l’intera agitazione è una farsa totale, che prende in giro le vittime.

L’ex ministro della Famiglia, Kristina Schröder, non ci ha messo molto a postare su Twitter a proposito della violenza misogina insita nell’Islam. Gli attacchi di Colonia sono un chiaro risultato dell’immigrazione e della cosiddetta crisi dei rifugiati? È facile dare la colpa agli altri, ai non-nativi. Perché la società musulmana dovrebbe essere la ragione per cui degli uomini stranieri hanno aggredito le donne qui? È ipocrita e ridicolo affermare che noi mostriamo agli uomini migranti come trattare correttamente le donne. Al contrario: arrivano in un paese dove trovano pubblicità pornificata su ogni cartellone e su ogni video. Le donne sono offerte apertamente come un prodotto. L’acquisto di sesso è diventato mainstream da molto tempo e lo stupro è un reato non sempre punito. Tariffe flat e i facial abuse sono alcuni delle individuali e occidentali libertà di cui gode un uomo tedesco in una cosiddetta società civile, e anche i media supportano queste libertà in ogni modo; nessuno vuole riconoscere la violenza sessuale, quando l’uomo medio tedesco eiacula per una donna che viene picchiata e perde i sensi in un film porno. Se qualcuno è ancora in dubbio sulla questione se la prostituzione è violenza sessuale, lui o lei dovrebbe guardarsi intorno un po’ nei forum degli acquirenti di sesso. “Onlyintheass” o “whore destroyer” sono alcuni comuni nickname degli utenti. Si dovrebbe evitare di leggere i messaggi che scrivono, il rischio di reazioni a catena è enorme.

Il più grande tabloid tedesco, il BILD, titola “The sexmob in our cities”, e Alice Schwarzer, sulla rivista femminista EMMA, parlano di stupri di gruppo alla stazione ferroviaria, e chiamano gli autori terroristi. Può sembrare astruso, ma entrambi hanno ragione. Ma non sono i non-nativi, gli altri, i profughi, che producono quel clima, ma la nostra, la società disonesta, che accetta una cultura dello stupro, che la riflette in testi di canzoni, nella pubblicità e in innumerevoli film e articoli, e di una società dove le vittime di stupro sono denigrate e i colpevoli la fanno franca nonostante quello che hanno fatto. La “sexmob nelle nostre città” esiste – giorno dopo giorno – in tutte le grandi città tedesche – in particolare lungo i marciapiedi, nei bordelli, nelle saune-club e negli appartamenti.

Gli uomini stranieri, che provengono da paesi musulmani, di solito non sono abituati a forme di aperto sfruttamento sessuale delle donne. Prostituzione e pornografia esistono anche nei loro paesi, ma sono nascoste e fuorilegge dalla società. C’è una rigida separazione dei sessi, che di solito prevede che la donna, che deve mettersi il velo, rimanga in aree private e si autolimiti. Gli uomini nei paesi musulmani hanno più libertà e anche un concetto di sé diverso. È possibile argomentare se questo sia il risultato della religione o della cultura, ma una cosa è certa: non è nei loro geni. Questi uomini vengono in un paese dove tutto è porno, e questo “tutto è porno” di nuovo riguarda esclusivamente le donne. Sono gli oggetti sui cartelloni pubblicitari, le carni fresche nei bordelli, distese seminude, ornamenti femminili – sono pubblicizzate accessibili e appariscenti. Le donne nella nostra cultura sono una merce, ostentata, disumanizzata, umiliata. Con queste premesse, come possiamo essere sorpresi, che gli uomini provenienti da un contesto culturale diverso, non capiscano fin da subito, che va bene solo per il buon tedesco abusare e assalire le donne in vicoli bui, in metropolitana, al carnevale , nella propria casa o sullo schermo del televisore, ma non in gruppo o in spazi pubblici? Andiamo. Dovremmo garantire un po’ di integrazione. Poi i migranti violenti sicuramente impareranno come possono usare le donne e i loro corpi senza affrontare il tribunale. Milioni di uomini tedeschi mostrano loro ogni giorno come farlo – totalmente legale e senza punizioni.

L’acquisto di sesso è ufficialmente legale in Germania dal 2002 ed è anche accettato. Le donne che si prostituiscono non hanno alcun diritto, nessuna protezione, non ci sono limiti. Anche con la nuova legge a protezione della prostituzione non sembra cambiato nulla. Gli uomini possono fare ciò che vogliono con le donne, purché paghino dieci dollari per questo. Le organizzazioni che gestiscono il commercio di sesso suggeriscono alle prostitute di evitare di indossare sciarpe e orecchini, in modo da non essere ferite facilmente. Le donne come merce sono pubblicizzate alla portata di tutti, gli acquirenti celebrano le loro visite ai bordelli con video dedicati.

Coloro che non vogliono andare in un bordello e pagare per il sesso, possono utilizzare altri modi ed essere abbastanza sicuri che non gli succeda niente, se decidono di commettere violenze sessuali sulle donne. Lo stupro è quasi escluso dalla punizione giudiziaria in Germania, solo una piccola quantità di vittime continua a sporgere denuncia e di quei delinquenti solo un ridicolo 8,4 % viene condannato a pene sempre più ridicole. Prima di andare in tribunale le vittime devono passare attraverso mortificanti verifiche della loro credibilità e nel caso abbiano più di un partner sessuale, l’avvocato della difesa sarà lieto di chiamarle troie. Questo è legale in Germania e questa è la realtà del nostro sistema legale!

Quelli con la voce più forte su Twitter e sugli altri social media che chiedono di punire i colpevoli, sono quelli che di solito prendono in giro le femministe che lottano contro il sessismo e le vittime di violenza sessuale. Sono coloro che di solito sono i primi a pensare che le vittime di violenza sessuale mentano e utilizzino questa menzogna come atto di vendetta. Le vittime di Colonia sono usate da loro per propaganda razzista, non gliene frega niente delle donne, della loro sicurezza o dei loro diritti. Se gli aggressori di Colonia fossero stati i tifosi di calcio tedeschi, le vittime sarebbero state chiamate nazi isteriche e nessuno avrebbe neppure osato credere loro. Non abbiamo bisogno della figura dello straniero, dell’immigrato per far sentire le donne insicure in Germania. Durante il carnevale a Colonia ogni anno accadono numerosi attacchi, ma, in questa occasione, le vittime sono “avvertite” dei rischi del carnevale, che pertanto devono bere di meno e indossare gonne più lunghe. Non riescono a capire quanto queste dichiarazioni siano vicine alla tradizione islamica in cui le donne indossano il velo, entrambe sono forme di #victimblaming.

La sindaca Reker di Colonia ha proseguito sullo stesso versante, quando ha iniziato a dare consigli di comportamento per le donne dopo gli incidenti e di mantenere la distanza di un braccio dagli sconosciuti. Lei stessa è stata attaccata da un delinquente di destra con un coltello solo qualche settimana fa. Invece di prendersi cura della sicurezza delle donne negli spazi pubblici, le donne vengono dichiarate la parte-colpevole per essere state molestate sessualmente. Gli uomini sono scusati, come al solito. Son ragazzi! Molto prima degli incidenti accaduti a Colonia, in Germania, le donne sapevano di non essere sicure di notte, sui trasporti pubblici e negli spazi pubblici. Un terzo delle donne in Europa ha subito violenza sessuale.

La vera beffa per le vittime è, che non esiste una garanzia legale per quello che è successo loro. “Governare con fermezza”, su cui i politici vogliono esercitarsi ora, non ha nemmeno una base giuridica in Germania. Il Ministro della Giustizia Maas dovrebbe saperlo. Secondo la legge tedesca è stupro, solo se una vita è stata minacciata o è stata commessa una violenza di massa. Un semplice “no” o un “distanza di un braccio” non conta nelle aule dei tribunali tedeschi, l’autore del reato potrebbe aver interpretato questo come parte del flirt. A partire da “Cinquanta sfumature di grigio” un “No” significa “Sì” e la violenza è tollerata con gioia e volontariamente. L’elemento criminale definito come molestie sessuali non esiste nemmeno nel diritto tedesco. Le 150 vittime di Colonia sono lasciate sole con la speranza di un segnale politico, perché Berlino teme per la pace sociale in Germania, legalmente non avranno mai giustizia, proprio come le centinaia di migliaia di altre vittime di stupro in Germania ogni anno.

Le vittime di Colonia non appaiono neppure in questo dibattito per le parti maggioritarie. Alcuni le usano per la propaganda xenofoba, altri temono il razzismo così tanto, che preferirebbero che le vittime tacessero. Entrambi gli atteggiamenti sono atti di codardia, entrambi sono sbagliati. La cosa giusta da fare è quella di riconoscere la violenza sessuale come parte della nostra società. Quindi se vogliamo evitare che gli immigranti la pratichino, dobbiamo prima assicurarci di sanzionarla nel modo giusto. Abbiamo bisogno di ascoltare le vittime, rispettarle e proteggerle. Chi si deve vergognare e chi è fuori legge sono gli aggressori. In tutta questa discussione le vittime vengono trascurate, tutte queste donne traumatizzate, che sono lasciate sole, sono dichiarate colpevoli per quello che gli è successo o sono adoperate per scopi politici. Sono loro che dovremmo ascoltare e a loro dovremmo mostrare la nostra profonda solidarietà. A tutte loro.

* This is a not authorized translation. I decided to translate it in order to give the possibility to read this excellent post in italian. I apologize if it could be a problem, but from my point of view it’s necessary to diffuse this text to clarify the situation about Cologne facts.

 

 

Se tu parli di una guerra nel cuore dell’Europa, di una jihad sessuale e generalizzi, esporti/estendi gli attributi di questi uomini violenti a tutti gli stranieri, ai musulmani, chiaramente non potrai perseguire più la politica dell’accoglienza e forse questo ai governi fa comodo. Il fatto che il fenomeno da Colonia sembra estendersi ad altre città europee, indica che questi fatti stanno diventando qualcosa di più, qualcosa su cui giustificare politiche di restrizione in materia di immigrazione. Si parla sempre più di revisione delle procedure di asilo, di limiti al numero di immigrati, di sospensioni di Schengen.

Inoltre, a mio avviso c’è in atto la costruzione di un ingroup e di un outgroup. Se vengono da noi, sostiene Dacia Maraini, devono adattarsi alla nostra civiltà, quindi fatemi capire: se restano da loro possono continuare a fare i violenti, tanto non ce ne frega niente? Allora c’è una differenza ontologica tra le donne occidentali e le altre? Si stanno definendo le caratteristiche dell’ingroup e dell’outgroup, cosa va preservato e cosa va allontanato e ostracizzato, dentro e fuori, civiltà e natura, Noi/Loro.

Spacchiamo il capello cercando di capire il grado e il tipo di misoginia, di sessismo, di violenza, degli atti di molestie, quando sarebbe più utile condannare la violenza contro le donne in toto, senza se e senza ma, senza orpelli e declinazioni di altro tipo. Per me la violenza è tale, punto e basta, gli uomini si comportano così indipendentemente dalla nazionalità, dal livello socio-economico, dalla religione. Se invece si punta a sottolineare un aspetto “etnico”, io sento puzza di “distrazione” dal punto centrale. La violenza contro noi donne è universale, di matrice patriarcale e machista, nessun uomo in teoria ne è immune, si tratta di una questione culturale, ma non cultura occidentale contro le altre culture. Possiamo per favore iniziare a parlare di violenza punto e basta? Dobbiamo per forza rincorrere ciò che ci viene imbeccato da persone che non sanno nemmeno cosa significa discriminazione e le conseguenze di essa? Come donne conosciamo bene cosa sia la discriminazione e la deumanizzazione, quindi mi chiedo se siamo consapevoli dell’operazione in atto, in cui noi donne siamo adoperate e la violenza rischia di passare in secondo piano. Stiamo creando un nuovo ghetto, un Nemico interno, uno straniero che porta inciviltà nelle nostre candide città. Come se violenza, sessismo e misoginia fossero fenomeni alieni a cui i nostri uomini europei/occidentali sono immuni, grazie alle nostre leggi che colpiscono questi reati. Come abbiamo visto, queste sono solo favole. Questa cultura dello stupro e della violenza è dappertutto e va sradicata comprendendone (e nominando) la matrice patriarcale. Mi chiedo davvero tutto questo sostegno all’odio cosa di buono ci può portare. La (non)cultura dello stupro è diffusa ovunque, non mi sembra che sia necessario importarla. Questo dovremmo ripetere e non continuare il racconto xenofobo che si sta facendo. Sì xenofobo, perché quando si arriva a generalizzare e a creare il Mostro, si stanno ponendo le basi per una lotta razzista ed etnica. Io ripeto che non ci sto, ripeto che per me la violenza non ha colore, etnia, religione, ha le radici che ho evidenziato prima.

In Germania ci sono tantissimi bordelli, però delle violenze che gli uomini commettono su queste donne nessuno si preoccupa, siamo ancora alla divisione tra donneperbene e donnepermale, come se dovessimo preoccuparci a compartimenti stagni. La violenza non dovrebbe avere territori in cui è tollerata, le vittime sono tutte uguali e la violenza serve a sottomettere le donne, tutte, a umiliarle, considerandole oggetti di proprietà maschile. Forse si tratta veramente di un backlash del patriarcato che è in crisi e cerca di resistere riproponendo la violenza per ricondurre le donne alla sottomissione.

Dice Ida Dominijanni: “Se cominciassimo a leggere il disordine mondiale nei termini di una crisi planetaria del patriarcato, e non nei termini autorassicuranti di un Eden occidentale della libertà femminile in guerra contro l’inferno patriarcale islamico, probabilmente cominceremmo finalmente a fare un po’ d’ordine, a capodanno e tutti i giorni.”

Una lettura consigliata sulle minoranze e la deumanizzazione di gruppi estranei, Chiara VolpatoDeumanizzazione. Come si legittima la violenza:

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Violenza contro le donne. Come vivere nel “braccio della morte”

Jeune Femme Le Visage Enfoui Dans Les Bras by Henri Matisse

Jeune Femme Le Visage Enfoui Dans Les Bras by Henri Matisse

 

25 novembre, la giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Secondo gli ultimi dati Istat 2015 (sul 2014 – doc 1 e doc 2 )  “sono 6 milioni 788 mila donne hanno subìto nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale, il 31,5% delle donne tra i 16 e i 70 anni: il 20,2% ha subìto violenza fisica, il 21% violenza sessuale, il 5,4% forme più gravi di violenza sessuale come stupri e tentati stupri. Sono 652 mila le donne che hanno subìto stupri e 746 mila le vittime di tentati stupri.

I partner attuali o ex commettono le violenze più gravi. Il 62,7% degli stupri è commesso da un partner attuale o precedente. Gli autori di molestie sessuali sono invece degli sconosciuti nella maggior parte dei casi (76,8%).

Emergono importanti segnali di miglioramento rispetto all’indagine precedente: negli ultimi 5 anni le violenze fisiche o sessuali sono passate dal 13,3% all’11,3%, rispetto ai 5 anni precedenti il 2006. Ciò è frutto di una maggiore informazione, del lavoro sul campo ma soprattutto di una migliore capacità delle donne di prevenire e combattere il fenomeno e di un clima sociale di maggiore condanna della violenza. Vedremo come questo può innescare “reazioni di resistenza” da parte di alcuni uomini.

È in calo sia la violenza fisica sia la sessuale, dai partner e ex partner (dal 5,1% al 4% la fisica, dal 2,8% al 2% la sessuale) come dai non partner (dal 9% al 7,7%).”

I numeri ufficiali non testimoniano adeguatamente cosa accade, perché ancora tante violenze restano sommerse, mai denunciate. Quel miglioramento non significa che stiamo meglio, visto il numero di femminicidi, di violenze indirette sui figli, di donne che non vengono aiutate sino in fondo, nonostante le denunce. Eppure denunciare è l’unico modo per iniziare a uscire dal silenzio e dal tunnel della violenza. Dobbiamo aiutarle a liberarsi dalle catene di partner che le controllano ed esercitano ogni tipo di violenza su di loro.

Il 25 giugno 2012, Rashida Manjoo, relatrice speciale dell’ONU, nella sua presentazione del rapporto sugli omicidi di genere ha affermato: “Culturalmente e socialmente radicati, (questi fenomeni) continuano ad essere accettati, tollerati e giustificati, e l’impunità costituisce la norma (impunità anche da parte delle isituzioni, attraverso azioni o omissioni dello Stato, ndr). (…) Le donne che sono soggette a continue violenze, che sono costantemente discriminate, è come se vivessero sempre nel “braccio della morte”, con la paura di essere giustiziate.” Una condizione che è trasversale, per cultura, nazionalità, religione e status. Il termine femminicidio lo dobbiamo alla parlamentare femminista messicana Marcela Lagarde: una forma estrema di violenza di genere, come violazione dei suoi diritti umani in ambito pubblico e privato, attraverso varie condotte misogine. Perché c’è ancora un problema di fondo: per molti le donne non sono esseri umani a tutti gli effetti. Deumanizzarci è una delle vie attraverso la quale si legittima la violenza nei nostri confronti. L’oggettivazione è una forma particolare di deumanizzazione, attraverso cui possiamo essere trattate come oggetti, strumenti e merci. Chiara Volpato, nel suo “Deumanizzazione – come si legittima la violenza“: “l’oggettivazione delle donne contribuisce al mantenimento dell’ineguaglianza tra i generi e alla diffusione di atteggiamenti e comportamenti sessisti. L’esposizione a immagini mediatiche che oggettivano le donne influenza i giudizi sulle donne in generale e causa una più accentuata tolleranza degli stereotipi di genere, del mito dello stupro (le donne provocherebbero lo stupro con il loro comportamento), delle molestie sessuali (…).” Pensiamo al bombardamento di immagini e messaggi oggettivanti, al porno ecc.

Questa mentalità è all’origine dello sfruttamento sessuale delle donne in prostituzione.

 

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http://www.mammeonline.net/content/violenza-contro-le-donne-come-vivere-nel-braccio-morte

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Private del diritto al rispetto

 

Con questa ennesima sentenza colma di moralismo, a mio avviso è come se dicessero a tutte noi che non solo è inutile denunciare, che lo stupro alla fine è una cosa da poco, ma anche che dobbiamo stare al nostro posto, non dobbiamo alzare la testa, chiedendo pari diritti. L’obiettivo è ricacciarci in un luogo storico in cui eravamo senza diritti e senza voce. È come se ci stessero consigliando: “Se state al vostro posto nulla di così terribile vi potrà capitare”. Stare al nostro posto, seguire una infinità di regole e di consigli di “sano comportamento donnesco”, essere in linea con un modello che è stato creato per noi e tramandato al maschio nei secoli per far di noi quello che meglio crede, per soddisfare il suo desiderio di dominio, da esprimere anche attraverso un atto di violenza. Siamo donne e come tali vogliono farci credere che dobbiamo avere un margine ridotto di scelte, di movimento, di azione e di modi di essere e dividere. Come se ancora, sulla base di una Natura diversa, noi dovessimo auto-ridurci a qualcosa di minuscolo, adeguato a qualcosa che gli uomini si aspettano da noi.
Aggiungo un altro elemento di analisi. Questa sentenza è il risultato di una giustizia che agevola di fatto chi meglio può difendersi, chi ha gli avvocati migliori e non chi in tutto questo orrore è la vera vittima, l’unica che andrebbe difesa, ascoltata e creduta. Perché è un problema di giustizia equa, che metta difesa e accusa ad armi pari, senza che il risultato finale sia fortemente influenzato in base alle disponibilità economiche e di potere delle parti in causa. Perché è soprattutto, ancora, una questione di potere, di differenziale di potere, di vario tipo. E questo il punto più importante su cui riflettere.
Questo continuare a emettere sentenze semplicemente sulla base di uno scavare nella vita di una persona, senza ascoltare i fatti in questione. La sentenza di fatto è come se cancellasse il diritto della donna a non essere abusata e a vedersi riconosciuta dalla giustizia come parte lesa. I suoi diritti esistono solo se il suo comportamento viene ritenuto moralmente conforme. Come se i diritti umani potessero essere sospesi per una o più ragioni. Puoi violentare liberamente se una donna ha uno o più elementi “non conformi”.
Un no è un no, un abuso è tale, da sobria o meno. Se non si sancisce questo una volta per tutte, ci ritroveremo ancora di fronte a questi orrori.
Siamo un Paese che ancora marchia a fuoco le donne che pensano e scelgono con la propria testa, che parlano, che si esprimono, che si dichiarano femministe, che si battono per i diritti, che vanno a studiare fuori casa, che si cercano un lavoro e cercano di essere autonome. Perché ancora oggi, noi dobbiamo rinunciare a queste cose, altrimenti siamo strane, pericolose, pazze, fuori-norma e in quanto tali, tutti sono legittimati a fare di noi ciò che vogliono e a privarci dei nostri diritti fondamentali. Non voglio credere che questo stato di cose sia immutabile, perciò da qualche parte credo che esista un modo per cambiare questo contesto e questa mentalità che poi porta a creare l’humus ideale per questo tipo di sentenze.
Abbiamo ancora un forte ritardo culturale se ancora oggi sentiamo dire che se una ragazza, una donna è indipendente, cerca di esserlo, compie le sue scelte autonomamente, vive cercando di essere felice, libera, senza catene, fuori dalle gabbie è da considerare non normale. Ce ne fossero tante di donne così! Se pensiamo che una ragazza possa fare in potenza meno cose di un ragazzo, se nemmeno la nostra famiglia ci rispetta se chiediamo di essere considerate allo stesso modo, dobbiamo rimboccarci le maniche per invertire la nostra storia. Oggi, dopo tanti anni, rispondo a una battuta di mio cugino che quando mi trasferii a Milano nel 2003, mi disse: “Ah ti stai divertendo.. bella vita”. In pratica, essendo donna sarei dovuta rimanere nella mia città natale, perché l’unica prospettiva idonea a una donna era quella di sposarsi. Il fatto che avessi trovato lavoro a Milano era un dettaglio, ai suoi occhi ero andata a Milano per fare la bella vita, per divertirmi e per essere finalmente marchiata “secondo il libro sacro della tradizione maschile” come una “con i grilli per la testa” in tutti i sensi. Nessun pensiero lo ha mai sfiorato (a lui come a tanti altri) che io stessi facendo enormi sacrifici per darmi un futuro, una prospettiva di vita e di lavoro. Ero la pecora nera della famiglia, lo sono, oggi forse più di ieri, con lo stesso orgoglio di avere una nuvola da “irriducibile” che mi segue. Vi ho raccontato questo aneddoto, per farvi capire come il pregiudizio culturale sia più forte di anni di conoscenza. Il pregiudizio dovuto a un tipo di cultura e di mentalità direi di tipo patriarcale, è come se azzerasse la percezione reale della persona e portasse a giudicarla e a etichettarla secondo parametri immaginari, gli stessi che portano a giustificare dei modelli di comportamento differenziati per genere e che portano a partorire sentenze come quella che ha scagionato quei sei “bravi ragazzi”.
Così si rovina per sempre la vita di una ragazza, di una donna, convincendola che comportandosi bene, assecondando un certo modello di vita e di comportamento, avrà una vita esente da “guai”. Niente della vita di una donna deve poter diventare un alibi, un via libera al fatto che i suoi diritti umani fondamentali possano essere violati. Lo ripeto, non è tollerabile che si emettano sentenze sulla base di giudizi morali e richiamando dettagli della vita della vittima. Aver convissuto, aver avuto qualche rapporto occasionale vuol dire automaticamente “autorizzare” tutti gli uomini a violentarti? Ciascuna donna dovrà sentirsi in pericolo di stupro semplicemente perché non ha il pedigree di una vita immacolata, lineare? Chi ha stabilito poi cosa sia una vita lineare? Nulla può giustificare mai uno stupro. NULLA MAI! Che facciamo, autorizziamo tutti gli uomini violenti a commettere stupri e violenze se qualche dettaglio del mosaico della vita di una donna non è al suo posto?
Se essere “bisessuale dichiarata, femminista e attivista lgbt” deve essere considerato dalla giustizia italiana un lasciapassare, che esenta gli uomini da un rispetto dei diritti di un altro individuo, io non ci sto. E nessuna di noi ci deve stare. Non voglio sentire più da nessuno, né tantomeno da una donna, che in qualche modo “se l’è cercata”. Perché questa, come altre sentenze similari, colpisce tutte noi: un giorno potremmo trovarci al posto della “ragazza dello stupro della Fortezza”, e non essere credute, non avere giustizia vera.

Nessuna giustificazione alla violenza deve avere cittadinanza. Facciamo sentire la nostra voce, URLIAMO IL NOSTRO NO! Mi unisco all’idea di Lea Fiorentini Pietrogrande, facciamo una manifestazione tutte insieme, per abbracciare e sostenere questa ragazza e tutte le donne vittime di violenza!

 

 

P.S.

– La sera del 28 luglio le compagne Unite in rete – Firenze stanno organizzando una manifestazione per ribadire che vogliamo vivere le strade liberamente, nonostante qualcuno voglia farci stare a casa e in silenzio.

http://www.controradio.it/sentenza-sullo-stupro-alla-fortezza-unite-in-rete-lancia-lidea-manifestazione-notturna/

AGGIORNAMENTO:

La manifestazione di Firenze alle 21 del 28 luglio: La libertà è la nostra “fortezza”.  https://uniteinrete.wordpress.com/2015/07/24/la-liberta-e-la-nostra-fortezza/

Qui l’evento su FB: https://www.facebook.com/events/1013313712014907/

 

– Vi invito a firmare questa petizione online:

https://www.change.org/p/giudici-di-firenze-vergognatevi-della-vostra-sentenza?recruiter=43612969&utm_source=share_petition&utm_medium=copylink

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#PerchéNonHoDenunciato

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Oggi è il Denim Day, la giornata istituita 15 anni fa dall’associazione Peace Over Violence in risposta alla sentenza della Cassazione che in Italia assolse un uomo dallo stupro di una ragazza perché indossava un paio di jeans. E in questa giornata lanciamo la sfida di pubblicare articoli con lo stesso titolo: Perché non ho denunciato.
E cominciamo facendolo in prima persona sui blog
Nadia Somma(Fatto)
Bettirossa (il Manifesto)
Lipperatura (Repubblica)
La27ora (Corriere della Sera)
Il corpo delle donne 

L’iniziativa è promossa da un gruppo di giornaliste che invitano tutte le altre, giornaliste e blogger, a fare proprio il titolo e l’immagine. E invita tutte le altre donne a raccontarsi rispondendo a: Perché non ho denunciato

Hanno già aderito Gender, genere, genre … ma non solo , Anarkikka.

 

Ci insegnano a tenerci tutto dentro, a misurare ogni parola, ogni gesto. Cresciamo in una società che ancora fatica a lasciarsi alle spalle un retaggio culturale fatto di violenza e di mille sue giustificazioni. Cresciamo con la suddivisione delle donne, tra sante e puttane, tra mogli e corpi da abusare sessualmente. Ci convincono che se saremo “perfette”, ci comporteremo nel modo giusto, seguendo i decaloghi antistupro, e rispetteremo il ruolo che ci viene assegnato, tutto ci andrà bene. E quando la violenza entra nelle nostre vite, ci ritroviamo a dover raccontare e a dover dimostrare cosa ci è accaduto, a subire domande quasi come se fossimo in qualche modo direttamente responsabili e colpevoli. Non poterci mai sentire sicure, in nessuna situazione, in nessun luogo e in nessuna compagnia. Perché sappiamo che la violenza può raggiungerci sempre e ovunque. Questo è quello che sperimentano ragazze e donne nella propria vita. Un sottile filo che unisce tutte noi e che a vari gradi e differenti manifestazioni interessa noi tutte. Molte di noi non riescono nemmeno a prendere coscienza di aver subito o di continuare a subire una qualche forma di violenza. Molte di noi provano mille sensi di colpa, che le portano al silenzio. Per tutto questo e per contrastare ogni tentativo di normalizzazione della violenza, dobbiamo combattere, perché le donne vengano ascoltate e aiutate, e non vengano mai lasciate sole. Affinché le parole e i racconti trovino accoglienza e comprensione piene.

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La violenza della cecità

Caravaggio: Marta e Maria Maddalena

Caravaggio: Marta e Maria Maddalena

Ho dovuto sbollire lo sconcerto, ci ho messo qualche giorno. Ci sono delle dichiarazioni che trasmettono solo violenza. Le parole del cardinal Sgreccia grondano di questa violenza e calpestano irrimediabilmente la donna. C’è sempre un bene supremo quando si parla di donne. Tutti gli altri peccati possono essere lavati con un buon smacchiatore e un colpo di confessione. La donna non è degna di tutela, protezione, comprensione e accoglienza. Eppure, non mi sembra esattamente la posizione di Cristo.
Oggi, venerdì santo di passione, vorrei ricordare tutte le donne vittime di violenza e di stupro. Ognuna con la sua storia, attraverso guerre, genocidi e difficoltà familiari e personali. Ognuna con la sua sofferenza che dura per la vita. Perché nessuno si deve permettere di violentare nuovamente la loro anima, la loro persona, le loro scelte, che devono poter essere e restare libere.

Vi consiglio questo post sul blog Comunicazione di genere.

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Contro la violenza maschile sulle donne e tutte le forme di violenza di genere

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