Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Femminismo e spazio politico. Dalla Spagna all’Italia

@La Nación


Articolo personale, articolo politico, un articolo che contiene e si sviluppa su vari strati. Scrivo perché il fiume dentro ha bisogno di uscire e per trovare un corso ai pensieri.

“Per favore, compagne, sorelle, andate a votare il 28 aprile. Mai i risultati di una elezione hanno minacciato i nostri diritti e le nostre libertà in questa maniera. Non restiamo in casa. Andiamo a bloccare l’ultra destra”. Le femministe spagnole scrivono un manifesto, prendono parola come elettrici, in occasione delle elezioni politiche, tenutesi in Spagna lo scorso 28 aprile. Un treno di mobilitazione non solo nazionale ma transnazionale, un treno che in Spagna ha preso corpo sin dal 2013, per la libertà e per difendere i diritti sessuali e riproduttivi, un movimento che ha saputo crescere a ingrandirsi in questi anni. Un movimento femminista che sa rivendicare e occupare lo spazio politico e che torna a porre al centro i diritti sempre e in particolar modo prima delle elezioni generali, appena concluse, a un mese di distanza da quelle europee e da quelle municipali e delle regioni autonome.

“Dopo le mobilitazioni nel 2013 per il diritto all’aborto, il treno della libertà nel 2014, la Marcia dello Stato del 7N del 2015 contro la violenza sessista e gli scioperi femministi dell’8 marzo 2018 e 2019, siamo un movimento di protesta contro la discriminazione e la violenza contro le donne”, ma anche capace di portare proposte concrete in materia di occupazione, assistenza, pensioni, salute, istruzione, sessualità, consumo, frontiere e laicità dello Stato. “Unite, rafforzando le nostre alleanze con altri movimenti sociali.”

Nel manifesto, si fa riferimento ai timidi progressi istituzionali in relazione all’uguaglianza tra donne e uomini (dopo le elezioni del 2016): un patto di stato è stato raggiunto contro la violenza di genere e sono stati incrementati i fondi ad esso destinati, c’è stato un miglioramento nell’uguaglianza all’interno dei consigli comunali. “Tuttavia, ci sono ancora molte lacune da chiudere per raggiungere un’uguaglianza reale ed effettiva. Allo stesso tempo, il contesto in cui si svolgeranno queste elezioni è cruciale per gli interessi delle donne: la tensione politica, il progresso dei fondamentalismi, il rischio di regressione nei diritti acquisiti.”

Questo manifesto è stato firmato da oltre 150 organizzazioni e collettivi femministi e presentato ai principali partiti politici. All’incontro a Madrid c’erano il Psoe, Podemos e Ciudadanos; il partito popolare non pervenuto.

I punti: lotta contro la violenza di genere, contrasto alle discriminazioni e disuguaglianze nei luoghi di lavoro, misure di conciliazione e di condivisione dei compiti di cura, meccanismi istituzionali per garantire uguaglianza di genere, approvazione di una legge contro lo sfruttamento sessuale delle donne in prostituzione e tratta, sanità pubblica e universale, ecofemminismo nel sistema produttivo e di consumo, housing sociale, frontiere/migrazioni/rifugiati e cittadinanza, educare all’uguaglianza.

L’obiettivo: che si ascoltino e si tengano presenti le richieste del movimento femminista.

C’è una forza, una volontà che prendono forma ed esigono una rappresentazione piena, che renda efficaci le proposte, le istanze delle donne. Oltre la mobilitazione, c’è l’impegno, la partecipazione e la pressione nei luoghi istituzionali e della rappresentanza, imprescindibile e ineludibile passo per inaugurare una nuova stagione, un modello nuovo di politica delle donne, che c’è sempre stato ma che oggi si è rafforzato ed è cresciuto. Un manifesto non significa scendere a compromessi, come qualcuno da noi potrebbe pensare, ma è l’evidente urgenza di entrare nei meccanismi e pretendere ascolto e politiche differenti.

Non è semplice contestazione, ma un corpo politico delle donne che si allarga giorno dopo giorno, capaci di declinare punto dopo punto le priorità e soprattutto c’è l’esortazione alle donne di partecipare attraverso l’espressione del voto, scegliendo e non astenendosi. La politica non è delega in bianco, ma è tracciare la direzione, un indirizzo, integrare, sollecitare qualcosa che spesso nei programmi dei partiti politici tradizionali manca o è debole.

Risultati? Con 164 deputate su 350, è il parlamento spagnolo che ha il maggior numero di donne della sua storia (il 46,8% degli eletti).Con i primi due partiti, socialisti e popolari, che vedono eleggere più deputate che deputati. Speriamo che Sanchez sappia confermare il trend dell’esecutivo del 2018 (11 su 17 ministri erano donne). In Italia alle elezioni politiche del 2018 solo un terzo degli eletti sono state donne, per non parlare dei ruoli e dei dicasteri ricoperti. Frutto anche delle conseguenze nefaste delle pluricandidature nei collegi.

Per questo penso che l’invito energico delle compagne spagnole debba essere colto e arrivare anche da noi. Soprattutto, superando schieramenti e barricate che non portano a nulla. Accogliendo e non respingendo chi ci vuole provare e chi ci mette energie e faccia. Non invisibilizziamo e non atterriamo il volo delle compagne che hanno deciso di impegnarsi in una campagna elettorale, perché è già difficile di per sé, perché non è mai semplice, ma diventa ancora più dura se il fuoco arriva da versanti che dovrebbero includere e sostenere.

E se non sapremo sostenere coloro che tra le candidate possono davvero rappresentare gli interessi e le istanze femministe, avremo perso una occasione cruciale e preziosa. Ci dovremo tenere soggetti che pur di sesso femminile, in Europa sono state e continueranno ad essere da ostacolo a tutte quelle battaglie ben declinate dalle spagnole. E cito, tanto per fare un esempio, la bocciatura nel 2013 della risoluzione Estrela su “salute e diritti sessuali e riproduttivi” (che chiedeva che l’aborto sicuro fosse un diritto garantito). Astensioni e un clima altrettanto pilatesco, in cui si è preferito lasciare liberi gli stati di seguire la propria strada. Peccato che l’attacco all’aborto sicuro ed alle pratiche di contraccezione e prevenzione sono in atto e sotto gli occhi di tutti.

I nostri diritti, in primis quelli sessuali e riproduttivi, sono sotto attacco in tutta Europa, per questo occorre scegliere, schierarci e non permettere che soggetti apertamente contro l’autodeterminazione delle donne possano condizionare il nostro futuro, nazionale o europeo. Occorre essere partigiane, scegliere da che parte stare, solo una manciata di giorni fa era 25 aprile.

Andiamo a leggere i programmi per le europee, iniziamo a chiederci perché (oltre a +Europa) sul versante “centro/sinistra” solo La Sinistra ed Europa Verde parlino esplicitamente di garantire “la reale autodeterminazione sulle proprie vite e i propri corpi: il pieno diritto alla salute sessuale e riproduttiva, all’interruzione volontaria di gravidanza, l’accesso alla fecondazione assistita, anche eterologa, la promozione della contraccezione” e “assistenza e servizi per la salute sessuale e riproduttiva compreso l’aborto, gratuiti e accessibili, di buona qualità e sicuri per tutti.”

Per me questo fa già la differenza, le liste e i nomi poi sono il precipitato di queste scelte programmatiche, niente affatto casuali.

In questo periodo in cui ci sono stati gravi e profondi attacchi ai diritti acquisiti, in cui le donne, insieme ai migranti, sono stati i soggetti più colpiti, in cui non solo la 194, ma il diritto di famiglia, la parità e le lotte per le discriminazioni di genere sono stati oggetto di progetti di riforma e di indebolimento, non si può pensare di “mancare” o “snobbare” le donne, le femministe e le loro rivendicazioni. Non siamo soprammobili, portaborse, manovalanza, ma portatrici di proposte e contenuti politici che non lasceremo liquidare in un paragrafetto o in una comparsata. Occorre riconoscere che su politiche di ogni ambito possiamo fare la differenza, che quando si parla di Europa abbiamo nostre originali soluzioni, che possono garantire un benessere diffuso e tornare a far guardare con positività alle politiche europee. Non chiamateci solo a fare pinkwashing, non siamo disposte a questo tipo di strumentalizzazioni. Non siamo disposte a sentirci parlare addosso sui temi che più ci stanno a cuore. Non accettiamo più che i temi si declinino in modo neutro, al maschile neutro e onnicomprensivo. Non siamo più disposte a vedere ignorate le nostre istanze e competenze specifiche. Siamo corpo, idee, parole, azioni. Molte di noi hanno un background di cui tenere conto e da valorizzare. Lasciamo entrare con gioia e orgoglio la parola femminismo nei progetti politici, accogliamo con intelligenza il suo bagaglio per una rivoluzione di fatto, che porti a non sottovalutare un’ottica e una prospettiva autenticamente di genere nelle politiche istituzionali. Desidero non avvertire più risatine ogni volta che mi presento come femminista e agisco di conseguenza. Chiamiamo le cose con il loro nome e non facciamo finta che certe “lacune” programmatiche e di prassi siano semplicemente frutto di una dimenticanza involontaria. Come donne diamo consistenza preziosa, materia viva alla nostra presenza, alla nostra azione nelle istituzioni e nella politica quotidiana e pretendiamo rispetto.

Non posso che augurarvi buona riflessione e buona scelta. Buon voto!

E permettetemi di inviare un fortissimo e speciale abbraccio alla compagna femminista Eleonora Cirant, capolista nel Nord Ovest per La Sinistra, e a tutte coloro che da anni si battono per i diritti delle donne e che in questi giorni saranno impegnate nella campagna elettorale a livello locale o europeo. Naturalmente non è assolutamente sufficiente essere donna, quindi oltre ai programmi, informiamoci bene sulla storia che ciascuna candidata porta con sé.

Alcuni programmi:

http://europa.partitodemocratico.it/wp-content/uploads/2019/04/programma_corto_PD_Europa_2019-1.pdf

https://www.europaverde.it/sostenere-la-parita-di-genere-combattere-la-violenza-sulle-donne/

http://www.sinistraeuropea.eu/index.php/manifesto/

 

Per approfondire:

https://www.ladynomics.it/elezioni-in-spagna-vittoria-femminista/

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Un ponte tra sorelle in Marcha

 

Un mese fa ho scritto questo appello, un moto emozionale per proporre un tavolo di lavoro comune, per riuscire a materializzare anche da noi qualcosa di simile a ciò che sono riuscite a realizzare le donne in Spagna. Un esperimento di politica partecipata delle donne, per tornare a rendersi visibili, incidere in modo adeguato alle circostanze, fare pressione sui luoghi decisionali, sul Governo in primis come evidenziato dalla richiesta ad esso avanzata di rendere la violenza contro le donne Questione di Stato. In tante abbiamo voluto credere che potesse nascere qualcosa di indipendente, spontaneo, autonomo. Abbiamo tentato di coinvolgere le varie componenti dei gruppi/associazioni femminili e femministe italiane, su un progetto che ci portasse a collaborare a un testo, a una piattaforma che ragionasse sulla situazione italiana e rivendicasse gli interventi più urgenti. Fare scendere nuovamente in piazza le donne italiane sarebbe stato solo il punto finale di un lavoro condiviso e di una modalità operativa utile anche per il futuro. Non siamo riuscite a coagulare il desiderio di manifestare esplicitamente, tutte insieme, la nostra insofferenza per una situazione che per noi donne ha gravissimi punti di sofferenza, una violenza che si esprime in molteplici modi.

Ringraziamo chi ha condiviso questo sogno, ma la realtà italiana non è quella spagnola. Non si può tentare qualcosa in maniera diffusa, se non la si vuole fare, né conseguentemente si può sviluppare una volontà di indignazione collettiva laddove manchi anche solo il sentirsi parte di un tutto, laddove la solidarietà e l’empatia siano solo concetti astratti, da nominare per infarcire un discorso. Di solidarietà e di empatia ne abbiamo trovate, ma non a sufficienza per costruire qualcosa di diffuso. Chissà se ciò è avvenuto perché non si sono comprese la spontaneità e la sincerità della proposta, da portare avanti e da costruire in modo collettivo, oppure perché le cose nuove non appartengono a questo paese vecchio. Le cose nuove, e ce ne sono, sono marginalizzate da un racconto lamentoso e sempre uguale a se stesso e così succede che, mentre la Spagna è sveglia, noi siamo in un coma profondo. Nel 2012 molte realtà avevano aderito alla convenzione NO MORE, c’erano stati tentativi di interloquire direttamente con le istituzioni. C’erano richieste e proposte concrete al Governo e alle Regioni, progetti e incontri. Qualcosa quindi è stata già tentata in Italia, ma qual’è il bilancio, oggi, a fine 2015? Cosa è successo nel frattempo alle numerose componenti che si erano impegnate allora? Mancava e manca un tassello, le donne che non sono scese in piazza in maniera significativa a testimoniare la condivisione di quelle richieste e di quelle iniziative. Oltre al One billion rising e superate le iniziative correlate alla data del 25 novembre la loro presenza torna a farsi sentire solo sporadicamente, nella migliore delle ipotesi. Provate a chiedere a una ragazza o donna comuni, non impegnate attivamente, cosa ne sanno di tutte queste iniziative. Oppure quale ricaduta abbiano? Cosa resta? Che impatto hanno nelle coscienze e nei comportamenti? Che risonanza hanno sul medio-lungo periodo? Perché ogni tentativo di innescare un movimento permanente va perduto o si consuma in poco tempo? Dovremmo un minimo interrogarci su questi aspetti.

Non ci siamo e non vogliamo capire che dobbiamo raggiungere le giovani donne che, ancora oggi nel 2015, sembrano delle copie perfette delle nostre antenate ottocentesche, perché non conoscono i propri diritti e non sanno che l’amore non ha nulla a che vedere con la violenza o il controllo. Mentre la tv trasmette ancora messaggi come “amore criminale”, con accostamenti piuttosto pericolosi, noi cosa facciamo oltre che a scriverne? Dovremmo intervenire ben prima che le donne approdino nei centri antiviolenza. Sì, si scrivono libri, romanzi, si fanno degli interventi nelle scuole, ma cosa succede ai ragazzi dopo? Li conosciamo, li osserviamo? Vi invito a un bel giro a Baggio (quartiere di Milano) o al quartiere San Paolo di Bari. Intersecare i diritti con il contesto socio-economico delle persone è fondamentale. Il femminismo non può trascurare le differenze di questo tipo, le discriminazioni fondate sul censo, sui bisogni primari che impattano fortemente sulle nostre vite. Purtroppo spesso non le vogliamo vedere e non ce ne occupiamo adeguatamente. Per le nostre pari opportunità ci è rimasto solo il dipartimento, ma senza guida e una ministra che abbia potere decisionale e sieda con pari dignità in consiglio dei ministri. Abbiamo una miriade di associazioni/gruppi, ma come incidono nella realtà? Perché questi numeri non si traducono in capacità di pressione sulle istituzioni? Sono autoreferenziali? Il capitale umano femminista che potrebbe sostenere il cambiamento dentro e fuori le istituzioni c’è, ma a volte è bloccato anche lì da gerarchie e dal fatto che non tutte hanno uguale peso e diritto di parola. E quando si riceve un incarico istituzionale si dovrebbe continuare a “rompere”, anche 10 volte di più di quanto si facesse prima. La paura e la precarietà contano molto, per essere sottovalutate o non prese in considerazione per nulla.

Prendiamo atto che siamo più salottiere che da movimento pubblico, modalità di compartecipazione a cui conseguono rischi che in molte non vogliono correre. Ve ne racconto alcuni. In piazza c’è il rischio dell’imprevisto, del dover dire anche cose scomode che mettono a repentaglio i propri affari personali, in piazza c’è il rischio di incontrare altre donne, non quelle elitarie, ma donne vere con cui confrontarsi, a cui dare risposte, a cui non raccontare l’ennesima balla incomprensibile. In piazza si è un corpo unico, e tutti i personalismi non contano, tutte le amicizie buone non contano più. In piazza ti devi confrontare con tante persone, cosa che non riesci a fare da nessun’altra parte, né fra le quattro mura, né con le campagne di impegno. Se vogliamo incontrare altre donne, è nelle vie, nelle piazze e non altrove che dobbiamo andare, in ogni luogo ove le donne non sono nemmeno consapevoli dei loro diritti e ove raramente vengono ascoltate. La politica delle donne è questa, considerarle le prime nostre interlocutrici, tutte, nessuna esclusa. Eh sì, dobbiamo lavorare altrove. Un “altrove” che molte non hanno mai bazzicato, che non frequentano perché non sanno nemmeno che esista, mentre nella realtà quello spazio ideale è pieno dei bisogni e delle aspettative delle donne italiane. Dovremmo lavorare non per fare carriera, non per interessi personali, non per avere spazi di visibilità personali, ma per cambiare noi stesse, superare i nostri egoismi, le nostre rendite di posizione a favore di quante diritti e garanzie se li vedono costantemente negati.

Qui di seguito il documento/lettera di solidarietà che abbiamo pensato di inviare alle nostre sorelle spagnole, tramite Dale Zaccaria che sarà in Spagna e ci racconterà come andrà la manifestazione del 7 novembre. La sua presenza lì, a marciare insieme alle donne iberiche con la stessa parola d’ordine No alla violenza machista, ci farà sentire meno sole e chissà che non serva a smuovere qualcosa anche qui. Le nostre forze sono poche, ma non potevamo non lanciare dall’Italia un grazie alle nostre sorelle spagnole.

Vi aspettiamo al presidio a Milano, il 7 novembre, per creare un ponte con le nostre sorelle spagnole: https://www.facebook.com/events/761159740678508/

 

Care sorelle,
vi siamo grate per il vostro lavoro, per i messaggi di coraggio e di forza che state lanciando con il movimento del 7 novembre. L’invito a manifestare è giunto forte anche in Italia, dove la situazione, circa le molteplici forme di violenza a cui le donne sono soggette, è molto grave.
Abbiamo lanciato anche noi un appello, un moto emozionale per proporre un tavolo di lavoro comune, per riuscire a materializzare anche da noi qualcosa di simile a ciò che siete riuscite proficuamente a realizzare in Spagna. Un esperimento di politica delle donne, per tornare a rendersi visibili, incidere in modo adeguato alle circostanze, fare pressione sui luoghi decisionali, sul Governo in primis. In tante abbiamo voluto credere che potesse nascere qualcosa di indipendente, spontaneo, autonomo. Abbiamo tentato di coinvolgere le varie componenti dei gruppi/associazioni femminili e femministe italiane, su un progetto che portasse le donne italiane a collaborare a un testo, a una piattaforma che ragionasse sulla situazione italiana e rivendicasse gli interventi più urgenti. Portare le donne italiane nuovamente in piazza, sarebbe stato solo il punto finale di un lavoro condiviso e di una modalità operativa utile anche per il futuro. Non siamo riuscite a coagulare il desiderio di manifestare esplicitamente, tutte insieme, la nostra insofferenza per una situazione che per noi donne italiane ha gravissimi punti di sofferenza, visto che la violenza machista si esprime in molteplici modi. Ringraziamo quante hanno condiviso questo sogno, ma la realtà italiana non è quella spagnola. Nonostante questo, abbiamo deciso di portare comunque in Spagna un messaggio dall’Italia, non rappresentiamo certamente tutte le italiane, ma non ce la sentiamo di restare indifferenti a tutti gli episodi di violenza che colpiscono le donne. Desideriamo tornare a “manifestarci” nelle piazze per rendere visibili i problemi. Siamo consapevoli che il nostro spazio di azione, di pensiero e di confronto non può coincidere più soltanto con i luoghi fisici e ideali del nostro paese, ma dobbiamo imparare a rapportarci anche all’esterno, soprattutto all’Europa, come popolo e come progetto di comunità europea.
In Italia manca un corpo intermedio che sappia dare voce alle donne, monitorare l’azione di governo e delle istituzioni, suggerire un cambio di rotta. Ci vorrà tempo, lavoro, condivisione, ma non dobbiamo lasciarci scoraggiare dalla lunghezza della strada che abbiamo davanti. Questo tentativo di uscire da una situazione cristallizzata lo dobbiamo a tutte le donne, soprattutto a quelle che non riescono a far sentire la loro voce. La realtà ci dice che una donna su tre, tra i 16 e i 70 anni, ha subito nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale, i fatti ci illustrano che oggi si denuncia di più, ma resta comunque ancora forte lo stigma su queste donne, spesso oggetto di linciaggio mediatico, specie sui social network. Si tenta di contrastare questo fenomeno, ma non sembra bastare, se non si va alle sue radici, ossia alle origini di questa cultura dello stupro e della violenza. E lì che troviamo il patriarcato, che con un’azione reiterata di “restaurazione” riporta le donne sotto il totale controllo degli uomini, attraverso l’uso sistematico della violenza.
L’Italia ha aderito alla Convenzione di Istanbul, ma una firma non è un sufficiente segnale di comprensione del fenomeno e di una volontà chiara di contrastarlo. I mezzi messi a disposizione sono sempre troppo pochi, come conferma l’ultimo Piano antiviolenza, con il quale è stato erogato qualche milione di euro alle Regioni, senza che sia organizzato un controllo su come questi fondi vengono poi distribuiti e utilizzati. Non sempre si comprende la necessità di lavorare sulle nuove generazioni, contrastando le discriminazioni, aiutandole a comprendere la ricchezza e l’importanza delle differenze, impostando un lavoro fondato sulla cultura del rispetto, superando le barriere di genere, costruendo relazioni sane e non imperniate di cultura machista, facendo comprendere che la mascolinità non coincide con l’uso della forza e della sopraffazione. Altra grave mancanza di questo Piano antiviolenza è un efficace Piano anti-tratta, che tenti di mettere in campo le migliori strategie per arginarne il fenomeno. Manca finanche una cabina di regia che sappia programmare e monitorare le azioni per contrastare le violenze di genere. Ma come approntare misure del genere ove manchi un Ministero delle Pari Opportunità e maggiori investimenti nel relativo Dipartimento?

Il machismo permea le nostre vite, tanto che per molte donne questa è “normalità”. Una normalità pericolosissima perché apre la porta a ogni tipo di violenza, le donne sono facilmente oggettificate, de-umanizzate, tanto che i loro diritti appaiono più deboli e facilmente bypassabili. Lo vediamo chiaramente con le nostre sorelle vittime di tratta, trattate alla di esseri sub-umani che possono essere uccise, cancellate, deportate perché non rientrano nello schema di donna costruito dagli uomini in secoli di storia.
LA VIOLENZA NON HA MAI SENSO O GIUSTIFICAZIONE! LA VIOLENZA NON DEVE AVERE SPAZIO NELLE NOSTRE VITE!
BASTA VIOLENZE, BASTA FEMMINICIDI, NON DOBBIAMO ASSUEFARCI ALLA VIOLENZA. LA VIOLENZA DEVE DIVENTARE UNA QUESTIONE DI STATO AI PRIMI POSTI DELL’AGENDA POLITICA.

Chiediamo, quindi, che si attui pienamente in Italia la Convenzione di Istanbul e che si seguano puntualmente le raccomandazioni CEDAW, monitorandone periodicamente l’applicazione.

Auspichiamo misure cautelari più stringenti per gli uomini che sono stati denunciati per aver commesso atti di violenza, perché la donna che denuncia deve sentirsi tutelata e protetta veramente. Esigiamo che tutti i livelli istituzionali si impegnino a contrastare la violenza contro le donne, in ogni sua forma e in ogni ambito della nostra vita.

Qualsiasi politica si decida di mettere in campo, ci auguriamo che ci si ricordi che si tratta di difendere delle vite umane, di donne in carne e ossa, con le loro storie reali, che hanno diritto a vivere serenamente senza che qualcuno decida di rovinare e distruggere le loro esistenze.

Il vostro lavoro, care compagne spagnole, deve essere di sprone a chi sente forte in sé il senso di un impegno in tal senso. Con la Marcha Estatal contra las violencias machistas del 7 novembre siete riuscite nell’obiettivo di portare in pubblico donne che a viva voce reclameranno i propri diritti e chi, come noi ha deciso di tentare infruttuosamente il vostro percorso, non solo marcerà idealmente con voi a Madrid, ma proverà nel prossimo futuro a rendere fattivamente concrete le ragioni delle rivendicazioni delle donne italiane. Ognuna con le proprie capacità e competenze, per raggiungere quanto più sia auspicabile l’obiettivo non di rappresentarle, ma di renderle consapevoli che possono rivendicarle da sé in prima persona quelle stesse ragioni.
E, soprattutto, impariamo a credere alle donne e sosteniamole davvero tutte/i.
Per cercare di donare al nostro paese un clima di verità e giustizia.

 

La lettera tradotta in spagnolo da un’amica di Madrid Silvia Wallace che ringrazio particolarmente. Si manda la lettera alle compagne femministe spagnole della #Marcha7N.

Queridas hermanas,

Os estamos muy agradecidas por vuestro trabajo, por los mensajes de ánimo y fuerza que estáis promoviendo con el movimiento del 7 de noviembre. La invitación a manifestarse ha llegado con fuerza a Italia, donde la situación toma múltiples formas de violencia de las cuáles las mujeres son objeto, lo cual es muy grave.
Hemos lanzado también nosotras una llamada, un leit-motiv emocional para proponer una mesa de discusión en común, para lograr una materialización como la que soléis lograr en España. Un experimento de política de las mujeres, para devolverles la visibilidad, incidir de un modo adecuado en las circunstancias actuales, hacer presión sobre los puntos de decisión, y sobre el Gobierno en primer lugar. Hemos querido creer que pudiera nacer algo independiente, espontáneo, autónomo. Hemos tratado de involucrar a las componentes de grupos y asociaciones femeninos y feministas italianos en un proyecto que llevase a las mujeres italianas a colaborar en un texto, una plataforma que repensase la situación italiana y reivindicase las intervenciones más urgentes. Llevar a las mujeres italianas de nuevo a las plazas, éste sería solo el punto último de un trabajo compartido y de una modalidad operativa útil de cara al futuro. No hemos logrado coagular el deseo de manifestar explictamente, todas juntas, nuestro sufrimiento por una situación que para nosotras como mujeres italianas tiene muchos lugares de intenso dolor, viendo que la violencia machista se manifiesta de múltiples formas. Agradecemos a todas aquellas que han compartido nuestro sueño, pero la realidad española no es la misma que la italiana. A pesar de ello, hemos decidido llevar a España un mensaje desde Italia, no representamos obviamente a todas las mujeres italianas, pero nos negamos a permanecer indiferentes a los episodios de violencia que golpean a las mujeres cada día. Deseamos volver a manifestarnos en las plazas para hacer visible los problemas actuales. Somos conscientes de que nuestro campo de acción, de pensamiento y de confrontación no pueden coincidir sólo con los lugares físicos e ideales de nuestro país, pero debemos aprender a relacionarnos con el exterior, sobre todo con Europa, como pueblo y como proyecto de Comunidad Europea.
En Italia falta un cuerpo intermedio que sepa dar voz a las mujeres, monitorizar las acciones del gobierno y de las instituciones, sugerir un cambio de ruta. Hará falta tiempo, trabajo, compartir, pero no debemos dejar nos vencer por lo largo del camino que hemos emprendido. Este deseo de salir de una situación cristalizada es algo de todas las mujeres, sobre todo de aquellas que no lograr hacer escuchar su voz. La realidad nos dice que una de cada tres mujeres, entre 16 y 70 años, sufre durante su vida alguna forma de violencia física o sexual, los hechos nos muestran que a día de hoy se denuncia más, pero aún permanece el estigma sobre estas mujeres, a manudo objeto de linchamiento mediático, también en las redes sociales. Se trata de contrarrestar este fenómeno, pero no siempre se logra, si no se llega hasta el fondo del problema, es decir a los orígenes de la cultura de la violencia, no se habrá conseguido nada. Es aquí donde encontramos las raíces del patriarcado, que con una acción reiterada de “restauración” coloca a las mujeres bajo el control de los hombres, a través del uso sistemático de la violencia.
Italia se ha adherido a la Convención de Estambul, pero una firma no basta para comprender un fenómeno ni para establecer una voluntad firme de cambiarlo. Los medios puestos a disposición son insuficientes, como confirma el último Plan anti violencia, con el cual se ha distribuido dinero a las distintas regiones, pero sin que este sea gestionado debidamente. Nos siempre se comprende la necesidad de colaborar, sobre todo con las nuevas generaciones, contrastando las discriminaciones, ayudándolas a comprender la riqueza y la importancia de la diferencia, fomentando un trabajo basado en la cultura del respeto, superando las barreras del género, construyendo relaciones sanas y no impregnadas de cultura machista, haciendo comprender que la masculinidad no coincide con el uso de la fuerza. Otro grave déficit de este Plan anti violencia es un Plan eficaz anti- trata, que logre llevar a la práctica mejores estrategias para abordar dicho fenómeno. Falta la coordinación y monitorización de las múltiples acciones para contrarrestar la violencia de género. Pero cómo implantar este tipo de medidas en un sitio donde no existe un Ministerio de Igualdad?
El machismo es permeable en nuestra vida, tanto que para muchas mujeres esta es la normalidad. Una normalidad absolutamente peligrosa. ya que abre la puerta a todo tipo de violencia, las mujeres son fácilmente reificables, deshumanizantes, tanto que sus derechos se muestran más débiles. Lo vemos claramente en nuestra hermanas víctimas de la trata, como seres sub-humanos que pueden ser asesinados, cancelados, deportados porque no entran en el esquema de mujer construido por los hombre a los largo de siglo de historia.
¡La violencia no tiene sentido ni justificación!
¡La violencia no puede tener espacio en nuestras vidas
¡Basta de violencia! ¡Basta de feminicidios! ¡No debemos subyugarnos a la violencia!
¡La violencia debe convertirse en una cuestión de Estado de primer orden dentro de la agenda política!
Pedimos que se actúe plenamente en Italia según lo firmado en el Convenio de Estambul y que se sigan literalmente las recomendaciones CEDAW, monitorizando periódicamente la aplicaciones.
Pedimos medidas cautelares más duras para los hombres que han sido denunciados por haber cometido actos violentos, porque las mujeres que denuncian deben sentirse custodiadas y protegidas de un modo real. Exigimos que a todos los niveles institucionales se impliquen a terminar con la violencia contra las mujeres en todas su formas
Cualquier política destinada a aplicarse debe tener en cuenta que de lo que se trata es de defender vidas humanas, de mujeres de carne y hueso, son sus historias reales, que tienen derecho a vivir tranquilamente sin que nadie se permita arruinar sus vidas.
Vuestro trabajo, queridas compañeras españolas, debe servir de aliento a quien se siente seguro de si mismo, de llevar a cabo esta empresa. Con la Marcha Estatal contra las violencias machistas del 7 de noviembre habéis logrado poner en el punto de mira del público a esas mujeres que reclamarán sus derechos, y a quien, como nosotras ha decidido seguir vuestro ejemplo, no sólo marcharán con vosotras en Madrid, sino que probarán en el futuro más inmediato concretar esas mismas reivindicaciones para las mujeres italianas. Cada una con sus propias capacidades y competencias, para mostrar cuanto es deseable este objetivo, de hacerlas conscientes de que pueden reivindicar todo esto en primera persona. Y sobre todo, aprendemos a creer que en las mujeres.
Para tratar de dar a nuestro pais un clima de verdad y justicia.

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Buone nuove!

28 settembre

Il governo spagnolo procede verso il ritiro della proposta di legge sull’aborto. La mancanza di consensi e l’opposizione di alcuni ministri e leader chiave del PP portano Rajoy a desistere nel portare avanti la riforma messa in atto da Ruiz-Gallardón (qui).
Sembra quindi che il progetto di legge non vedrà mai la luce!!!
Benissimo! Ma non dobbiamo abbassare la guardia. Il prossimo 28 Settembre 2014 sarà la Giornata Mondiale per il Diritto all’Aborto sicuro e legale.
Durante questo giorno le donne di tutto il mondo manifesteranno per rivendicare un diritto, che spesso i governi, le istituzioni religiose, i medici o anche semplici cittadini che la pensano diversamente in materia di aborto, ostacolano in ogni modo, rendendolo di fatto un percorso ad ostacoli, quando non è addirittura punito penalmente.
Dobbiamo manifestare affinché a nessuna donna venga negata la possibilità di scegliere liberamente.
Nessuno deve decidere al nostro posto!
Non possiamo tutti pensare nel medesimo modo. Nessuno può sostituirsi all’altro in una decisione così complessa e personale.
Qui, qui e qui maggiori informazioni sull’iniziativa.
Il 28 settembre pensiamo ai danni che ha fatto e continua a fare la clausola di obiezione di coscienza contenuta nella Legge 194.
Pensiamo alle conseguenze degli aborti clandestini.
Pensiamo che l’obiezione non può essere esercitata a discapito della salute della donna e delle sue legittime scelte, tutelate da una legge dello stato.
Agli attivisti anti-abortisti: rispetto le vostre posizioni e vorrei che fossero rispettate tutte le altre. Noi non imponiamo niente a nessuno, vorremmo solo che ogni donna sia realmente e pienamente libera di scegliere di esercitare un diritto. La prima e l’ultima parola alle donne..

Il 28 settembre ci troviamo qui!

Aggiornamento del 23 settembre 2014
“El presidente del Gobierno, Mariano Rajoy, ha confirmado este martes la retirada del anteproyecto de Ley Orgánica de Protección del Concebido y los Derechos de la Embarazada redactado por el Ministerio de Justicia, por no haber encontrado el consenso suficiente para sacarlo adelante” (qui).

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Pericolose accelerazioni estive

tren de la libertad

In Spagna i Popolari non abbandonano l’idea del progetto di legge Gallardòn, che vorrebbe ridurre considerevolmente le fattispecie per poter abortire. Anzi, i sostenitori della proposta di legge sembra che vogliano approfittare della calura e della sonnolenza estive, per convertire l’ante-proyecto in un vero e proprio progetto di legge, da presentare in Parlamento a luglio. L’obiettivo è giungere a un’approvazione entro la fine dell’anno.
Ma nessuna di coloro che si mobilitò in occasione della manifestazione dello scorso 1 febbraio a Madrid ha intenzione di lasciar passare sotto silenzio questa improvvisa accelerata dei sostenitori della legge che potrebbe riportare la Spagna indietro di decenni. Quel tren de la libertad che portò nella capitale oltre centomila persone è pronto alla lucha e con esso tutte le reti (tra cui Women are Europe) che si sono formate in tutta Europa per dire no a questa legge che sarebbe una mannaia per i diritti all’autodeterminazione delle donne. L’aborto non può tornare a essere clandestino, le donne devono poter scegliere liberamente e veder garantito il loro diritto alla salute.
Il tren de la libertad è diventato un docu-film, frutto del collage del materiale girato da più di 80 registe, che hanno documentato la mobilitazione e la marcia che riempì le strade di Madrid il 1 febbraio. La “prima” è prevista nelle Asturie il prossimo 10 luglio. Qui il trailer. Qui l’elenco delle città spagnole in cui avverranno le proiezioni, gratuite.

Speriamo che questa importante testimonianza di mobilitazione giunga anche in Italia, dove la situazione non è rosea. Basti pensare al numero stratosferico di medici obiettori di coscienza e a come lentamente stiano (e non da oggi) cercando di tagliare le attività dei consultori familiari pubblici, favorendo quelli confessionali accreditati.
Se ci addormentiamo, pensando che da noi non si possa tornare indietro, è finita. Svegliamoci tutt* e difendiamo la Legge 194, chiediamo una sua piena applicazione in ogni parte d’Italia. Ricordiamoci inoltre l’importanza della legge 405 del 1975 che istituì i consultori familiari. Forse non tutti siete a conoscenza di ciò che sta accadendo in Lombardia, dove non solo si paga il ticket per le prestazioni del consultorio, ma sta per entrare in vigore la trasformazione dei consultori familiari in centri per la famiglia. La Regione Lombardia sta procedendo con la “ristrutturazione” dei consultori, che potrebbe snaturare le funzioni attribuite ai consultori dalla normativa nazionale, con il rischio di non assicurare più i servizi sanitari, sociali e psicologici per la salute della donna. Ne parliamo mercoledì 25 giugno a Milano, con Pierfrancesco Majorino, Diana De Marchi e Sara Valmaggi: qui l’evento su FB.

“La maternidad es una vocación como cualquier otra. Debería ser libremente elegida, y no impuesta sobre la mujer.”

Anaïs Nin.

 

Ringrazio Silvia Vaccaro per il suo articolo.

 

Aggiornamenti

Le donne spagnole non si fermano e scrivono una lettera aperta alla vicepresidente del governo spagnolo Soraya Sáenz de Santamaría per chiedere il ritiro dell’ante-proyecto di legge di cui parlavo. Speriamo!

Intanto si organizzano Falò di S. Giovanni per bruciare la proposta Gallardòn.

Si preannuncia un verano calentito 🙂

Say no to the new abortion law in Spain! In tante lingue diverse esprimiamo il nostro dissenso!

In molte città europee si tornerà in piazza per manifestare la nostra solidarietà alle donne spagnole. Qui alcune info sul sito WAE.

verano Caliente

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Bikini niña con foam? No, gracias!!!

Farfalla

Vivendo sotto la dolce “dittatura” di mia figlia, ormai guardo solo Rai YoYo e simili. Sono diventata una notevole esperta in cartoni e in pubblicità per bambini. La cosa che mi crea più sconcerto sono le bimbe ammiccanti di alcuni spot (vedi le scarpe per bambine che ti regalano gli occhiali da sole con gli strass). Una vera e propria distorsione dell’infanzia, bimbe che sembrano in piena adolescenza già a 6-7 anni.

Oggi poi mi capita di leggere questa notizia in cui Carrefour propone nel suo catalogo mare una serie di costumi da bagno per bambine di 9 anni, imbottiti (Bikini niña con foam si legge cliccando sull’immagine del catalogo online). Accade in Spagna, costumi con taglie 9-14 anni. La piccola modella è ritratta mentre sorseggia un cocktail, come se fosse pronta per la “vendita”.
Lo stesso modello di bikini fu proposto nel 2010 in Inghilterra, addirittura per bimbe di 7 anni, dalla Primark, che fu poi costretta a ritirarlo in seguito alle proteste. L’associazione FACUA ha già denunciato Carrefour.
Trovo questi messaggi eccessivi, stiamo andando nella direzione sbagliata, stiamo accorciando e deturpando l’infanzia e plagiando delle bambine. Quale può essere il target?
Se lo scopo è solo vendere, siamo veramente al capolinea. Diamoci una regolata e per favore invertiamo la rotta. DICIAMO NO!

Proteggiamo l’infanzia, delicata e importantissima fase della nostra vita. Diamo il giusto tempo al bruchino per diventare farfalla.

 

Fonti:

http://hartodecarrefour.blogspot.com.es/2014/05/carrefour-vende-bikinis-para-ninas.html
http://www.elbalcondemateo.es/2014/05/bikinis-con-relleno-para-ninas-de-9-anos/

Ringrazio La rete delle reti femminili per la segnalazione.

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La nociva semplificazione analitica

La vicenda della Crimea viene vissuta in Spagna come un precedente per la questione dell’indipendenza della Catalogna, dove il 9 novembre si svolgerà un referendum a riguardo. Ne parla José Ignacio Torreblanca in un suo post.

La Spagna viene relegata ai margini del dibattito europeo, che ora si è spostato verso est. La questione catalana è un problema delicato, che non ammette soluzioni facili, ma richiede un approccio solido e serio dal punto di vista politico, intellettuale e umano. Ora però i riflettori sono puntati sulla Crimea e su come affrontare il tentativo della Russia di annettere la regione ucraina, anche qui attraverso un referendum. L’elemento centrale è che questa consultazione popolare avviene sotto l’egida russa ed è stata indotta tramite l’occupazione militare. I pericoli sono la spaccatura, la guerra civile, la destabilizzazione dell’area. Per scongiurare il peggio, oltre agli aiuti economici sarebbe auspicabile un grande accordo politico tra gli attori ucraini coinvolti, di cui si dovrebbero rendere garanti gli USA, UE e Russia; assieme all’invio degli osservatori OCSE.

Questi eventi hanno avuto una vasta eco in Spagna e come al solito, nella semplificazione imperante, nelle analisi frettolose e confezionate con l’accetta, l’idea della secessione catalana non è più così remota. In Ucraina siamo di fronte all’ennesima violazione del principio di sovranità nazionale, con ingerenze forti dall’esterno. Catalogna e Crimea sono due episodi che devono essere presi in considerazione separatamente, in quanto è impossibile assimilarli. Altre analisi sull’argomento non sarebbero d’aiuto: l’obiettivo deve essere aiutare l’Ucraina a trovare la propria strada per una convivenza pacifica e unitaria. Per il bene della pace e della sicurezza europee.

 

Aggiornamento del 20 aprile 2014:

A quanto pare il percorso del referendum catalano si è bloccato. Qui la notizia su El País.

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Una colletta per Londra

Le donne spagnole non si fermano e mettono in atto un’altra dimostrazione per dire no alla proposta del governo spagnolo di cancellare l’aborto legale. Hanno ideato un’elemosina collettiva simbolica, per raccogliere i soldi necessari per comprare un biglietto per andare ad abortire a Londra. Circa 150 donne si sono incontrate nel centro della città basca di Vitoria e si sono sedute sul marciapiedi a chiedere l’elemosina ai passanti per raccogliere i soldi per un aborto legale e sicuro, ma all’estero. E dopo la “raccolta” le donne sono andate a manifestare davanti alla sede del Partito Popolare. La notizia su Twitter: #AbortoLibre via @mybellyismine.

 

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La chiave di lettura del voto europeo

UE

 

Dalle prossime elezioni europee riceveremo delle risposte sulla salute del progetto dell’Unione oppure si scoprirà il calderone delle questioni di respiro nazionale? I destini sono incrociati e per quanto riguarda la situazione italiana, sarà forte la componente critica, in chiave antieuropeista. Al di là della scarsa propensione dell’elettore medio alla partecipazione consapevole al voto europeo, si svolgeranno i soliti balletti populisti, un po’ lontani dalla realtà, imperniati su un ritorno al sicuro e caro orticello nazionale. Il voto europeo potrebbe essere usato come uno strumento di critica (dubito che possa essere premiante), se non punitivo dell’approccio nazionale al discorso europeo. In Italia, non potrà essere usato per fustigare o lodare il governo nazionale: siamo al secondo governo in un anno. Da noi, la situazione è molto ingarbugliata e non sappiamo se il neogoverno Renzi potrà pacificare un clima interno da pugnali volanti. Ci sarà sicuramente il solito terrorismo sempliciotto di coloro che auspicano meno Europa (anche se non si sa in che termini).

Ringrazio José Ignacio Torreblanca per la sua ottima analisi, che cerco di riassumervi.

Dagli ultimi sondaggi, sembra che il PSE sia destinato a vincere. I socialisti dovrebbero ottenere 217 seggi, contro i 200 del PPE (alle elezioni del 2004, i Socialisti ebbero 194 seggi, mentre i Popolari 275). Questo significa un allentamento delle misure di austerità e un cambiamento di rotta dell’UE? Non proprio, perché occorre leggere questa notizia in termini europei: il Parlamento UE non funziona come quelli nazionali. Il Parlamento europeo è composto da 736 membri, per il presidente della Commissione saranno necessari 376 voti, il che significa che i socialisti potrebbero aver bisogno di altri 159 membri per comporre una maggioranza. Vista la frammentazione del Parlamento europeo, si tratta di un numero considerevole e difficile da raggiungere. I liberali (ALDE) dovrebbero avere 70 seggi, i Verdi (Verdi-ALE) 44, la Sinistra Unita (GUE-NGL) 56. Perciò, la coalizione più semplice e meno onerosa potrebbe essere quella con i popolari. Ve lo immaginate il risultato? Più o meno quello che stiamo cercando di fare in Italia. Al dato generale dobbiamo aggiungere il fatto che i Socialisti potrebbero essere il primo partito solo in Gran Bretagna, Romania, Croazia e Lituania. Nei quattro grandi Paesi dell’Euro, la situazione non brilla per i Socialisti: in Italia sarebbero la prima forza, ma solo al 26%, in Spagna ci potrebbe essere un pareggio o potrebbero essere leggermente dietro i Popolari, in Germania sarebbero la seconda forza politica, in Francia sarebbe al terzo posto (18%). Perciò non sembra che ci siano i presupposti per avere un blocco di sinistra pronto a dominare nel Consiglio Europeo (vero luogo decisionale e di potere), in grado di controllare la Commissione e sostenuto da una forte maggioranza parlamentare.

Quello che si desume con certezza dal sondaggio è il gran numero di euroscettici: in Francia saranno la prima forza politica (23% FN), Olanda (16% PVV), Grecia (Syriza 30%), nel Regno Unito saranno la seconda forza (UKIP 26%), la seconda in Italia (M5S 23%), Austria (FPO 23%). Per non parlare delle destre radicali che difficilmente potranno coalizzarsi con i partiti maggiori. La vera sfida non si giocherà tanto tra Socialisti e Popolari, ma sarà importante capire i valori che avranno gli euroscettici alle urne.

 

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La chiamano sussidiarietà, ma il suo nome è Pilato

Non si tratta certamente di una semplice coincidenza se ultimamente il tema del diritto alla salute della donna viene messo costantemente in discussione un po’ ovunque. Perché quando si parla di garantire la possibilità di un aborto sicuro stiamo parlando di salute. Non è impedendolo o rendendolo un percorso ad ostacoli che si tutela la donna. L’aborto non è stato, non è e non sarà mai un evento ‘banale’ nella vita di una donna, perché è un qualcosa con cui dovrà convivere ogni giorno e solo chi non ha a cuore la salute della donna può varare leggi come in Spagna o scatenare ciò che sta accadendo in Francia. C’è chi cavalca questa ondata reazionaria sulla pelle delle donne. Abbiamo vigilato poco e male se oggi ci troviamo sotto questo pesante attacco e vengono rimessi in discussione diritti faticosamente raggiunti. E poi c’è il fallimento a livello di Unione europea, che non è stata in grado di fornire una cornice legislativa unitaria per queste tematiche. Questo vuoto a livello comunitario apre le porte a una legislazione nazionale in balia di venti disparati e pericolosi. Una legislazione eterogenea e ballerina: 28 leggi diverse in materia di Ivg, Malta e Cipro dove è illegale, Irlanda e Polonia in cui è fortemente limitata. Dopo la bocciatura della mozione Estrela, l’Europa si è tirata fuori lasciando la questione agli stati membri. E la chiamano sussidiarietà.

Il 1° febbraio le donne spagnole hanno organizzato il Treno della Libertà e verrà consegnato (al Capo del Governo, al Presidente del Parlamento, alla Ministra Ana Mato, al Ministro Alberto Ruiz Gallardón (autore della proposta di legge) e ai vari gruppi parlamentari) questo documento per protestare contro il progetto di legge del governo Rajoy.

Sempre il 1 febbraio a Milano è previsto un presidio di donne sotto il consolato spagnolo, per solidarietà alle donne spagnole.

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In difesa della 194

A quanto pare c’è qualcuno che si sta muovendo, non solo in Spagna, per spazzare via il diritto all’aborto, con quel che ne consegue. Il ritmo con cui si procede è preoccupante. Segnalo questo bel pezzo di Simona Maggiorelli, uscito su Left. Ringrazio la splendida rassegna stampa a cura del sito www.zeroviolenzadonne.it

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