Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

L’ascesa della famiglia nucleare

ca. 1306-1290 B.C. --- Ancient Egyptian Fresco of Husband and Wife Plowing Fields --- Image by © The Art Archive/Corbis

ca. 1306-1290 B.C. — Ancient Egyptian Fresco of Husband and Wife Plowing Fields — Image by © The Art Archive/Corbis

 

Qui di seguito la mia traduzione di un secondo post di Simon Copland, sulla scia del precedente (che vi consiglio di leggere prima questo post), continua il viaggio attraverso la sessualità, la famiglia, i ruoli di genere, i rapporti economici e di potere. Riflessioni interessanti e che ci aiutano a sfatare qualche falso mito sulla nostra società e sui nostri rapporti sociali. Sappiamo quanto sia complicata la ricostruzione di sistemi sociali appartenenti alla preistoria, non ci sono fonti o documenti da cui attingere per supportare tale lavoro. Molti studi sulle società matriarcali per esempio si sono concentrati su comunità tuttora esistenti. Difficile però individuare quanto di originale e quanto di “influenzato” da una contemporaneità sempre più omologante sia presente in queste comunità. Tuttavia, studiosi di diverse discipline non hanno mai abbandonato questo sforzo, per comprendere le nostre radici ancestrali, come siamo giunti sin qui, nel bene e nel male. Soprattutto, l’analisi di Copland tocca da vicino il ruolo della donna, il cui destino è strettamente connesso alla nascita della proprietà privata e di modelli di società fondati su classi diverse. Buona lettura e grazie Simon!

 

In questo post (vedi qui) mi ero soffermato sulla nostra visione dominante della storia moderna su sessualità e famiglia. Questo modello ci insegna che la monogamia e il patriarcato siano parte della nostra natura. Ci dicono che sono vecchi come la società stessa. Tuttavia, come ho mostrato, molti antropologi e biologi sostengono prove che dimostrano che le cose stanno diversamente. Infatti, in epoca preistorica, gran parte delle famiglie erano poligame e in un sacco di società le donne avevano un alto grado di autorità e controllo. Perciò, come siamo arrivati al punto in cui ci troviamo? Questo è l’argomento del post di questa settimana.

Le società poligame ed egualitarie preistoriche di cui abbiamo discusso sono state incrinate in primo luogo da una invenzione: l’agricoltura.
L’agricoltura probabilmente ha avuto l’impatto più significativo di qualsiasi altra invenzione della società umana. È cambiato radicalmente il modo in cui vivevamo. Le società di cacciatori-raccoglitori vivevano in gran parte o completamente di sussistenza. Diverse società hanno vissuto in modi diversi, ma la gente viveva principalmente in piccoli clan nomadi, raramente si stabilivano in un unico luogo per un tempo lungo. Costantemente in movimento, noi esseri umani non avevamo i mezzi, né il bisogno di accumulare risorse. Raccoglievamo bacche, radici e altri vegetali spontanei, oppure cacciavamo o pescavamo; lavoravamo solo poche ore al giorno, quanto bastava per raccogliere ciò che ci serviva per sopravvivere.

L’agricoltura ha cambiato tutto questo. Con il suo sviluppo, in particolare con i processi sempre più intensivi (con l’aratro e l’irrigazione), improvvisamente gli esseri umani sono stati in grado di estrarre significativamente più risorse. Abbiamo iniziato ad accumulare il surplus, o quello che oggi chiamiamo ricchezza. Come Sharon Smith afferma (QUI):

“Questo è stato un punto di svolta per la società umana, perché nel tempo, questo avrebbe portato alla sostituzione della produzione per uso con quella per lo scambio e infine per il profitto – che porta alla nascita delle prime società classiste circa 6.000 anni fa (le prime in Mesopotamia, seguite poche centinaia di anni dopo da Egitto, Iran, Valle dell’Indo e Cina)”.

A differenza dei piccoli clan nomadi, ci siamo stabiliti in città e nelle fattorie per accumulare ricchezza. Non abbiamo più vissuto di sussistenza, al contrario, abbiamo iniziato a commerciare le risorse che ci circondavano per sopravvivere. Abbiamo dovuto produrre sempre di più in modo da avere maggiori risorse da commerciare.

Gli impatti di tutto ciò sono stati ovviamente enormi, ma non necessariamente positivi. Lo scienziato Jared Diamond (QUI) ha definito questo cambiamento: “il peggiore errore nella storia della razza umana”. L’agricoltura ha portato con sé, egli sostiene: “”la disuguaglianza sociale e sessuale, la malattia e il dispotismo, che affliggono la nostra esistenza”. L’evidenza (QUI) suggerisce che l’agricoltura ha comportato una intensificazione del lavoro, che ha portato a una dieta meno varia. A sua volta la salute e la vita media delle comunità sono scese drammaticamente.

Anche l’egualitarismo del passato scompare (QUI). L’agricoltura ha portato ad una maggiore specializzazione del lavoro, la creazione di nuovi ruoli sociali. Questa divisione ha creato le prime gerarchie sociali – le classi proprietarie che gestivano le risorse e le classi lavoratrici che lavorano nelle aziende agricole (QUI). Grazie al potenziale guadagno economico individuale, alcune famiglie sono diventate più ricche di altre, creando le prime basi del nostro sistema di classe moderno.

Questi cambiamenti sociali si sono fatti sentire maggiormente all’interno della famiglia. Engels affermava che con lo sviluppo dell’agricoltura i compiti maschili si allontanarono dalla caccia per dedicarsi a quelli della cura della fattoria. Dal momento che gli uomini erano stati in gran parte responsabili dell’approvvigionamento di fonti di proteine nelle società di cacciatori-raccoglitori, ha fatto sì che continuassero a svolgere questo ruolo, occupandosi degli animali addomesticati della fattoria. Inoltre, essendo complicato per le donne occuparsi dei lavori agricoli pesanti e contemporaneamente dovendo curare la prole, questo tipo di lavori sono finiti nell’ambito esclusivamente maschile (QUI). Questo è un cambiamento molto importante. La fattoria, o più precisamente come sostiene Engels, il bestiame addomesticato, è stata la prima vera proprietà privata. Aziende agricole e animali addomesticati erano di proprietà di individui, piuttosto che appartenenti all’intera comunità.

Prendendo il controllo sull’agricoltura, di conseguenza, gli uomini hanno ottenuto anche il controllo della proprietà privata. Gli uomini hanno acquisito il controllo della maggior parte delle ricchezze in una società.
Questo impatto è stato aggravato dal fatto che l’agricoltura richiede una maggiore attenzione alla riproduzione. Nelle società di cacciatori-raccoglitori le comunità sono state mantenute piccole (QUI), con il solo obiettivo di rimpiazzare i membri esistenti della comunità. Infatti, Christopher Ryan e Cacilda Jethá, gli autori di “Il sesso all’alba” (QUI), sostengono che ci sono prove che le società di cacciatori-raccoglitori praticavano un elevato numero di infanticidi – uccidevano i bambini che venivano considerati in eccesso rispetto alle esigenze della comunità. Questo è stato del tutto capovolto. L’agricoltura richiedeva molto più lavoro della caccia e della raccolta, perciò anche maggiori risorse umane (QUI). Le famiglie avevano bisogno di figli per occuparsi della fattoria. Per questo notiamo un notevole incremento della popolazione dopo l’avvento dell’agricoltura (QUI). Mentre gli uomini giocavano un ruolo crescente nell’ambito della produzione, di conseguenza, il ruolo delle donne era destinato sempre più alla riproduzione. La riproduzione era diventata compito delle donne, per fornire lavoratori destinati ai campi.

E questo, come Engels sosteneva, ha una ricaduta sui rapporti di forza all’interno della famiglia. Con gli uomini che prendono il controllo della produzione delle risorse, nasce l’esigenza di avere qualcuno a cui passare queste risorse. Avevano bisogno di qualcuno che potesse ereditare le ricchezze che avevano costruito. Ma nelle famiglie poligame del passato, gli uomini non avevano un modo per poter fare questo – non sapevano chi erano i loro figli e a chi tramandare la loro ricchezza. Da questo deriva la nuova necessità di monogamia. Gli uomini ora pretendono la monogamia in cambio di cura (ad esempio fornendo le risorse a donne e bambini). In questo modo si garantivano la sicurezza che coloro a cui tramandavano le ricchezze fossero figli propri. Questo lentamente ha portato alla sconfitta della società matrilineare. Così come gli uomini hanno preso il controllo della produzione, hanno assunto il controllo della famiglia, da cui è derivata l’introduzione della discendenza patrilineare. Engels la descriveva così:

“Il rovesciamento del diritto matrilineare è stato la sconfitta storica mondiale del genere femminile. L’uomo ha assunto il comando anche in casa; la donna è stata degradata e ridotta in schiavitù; è diventata schiava del suo desiderio e un mero strumento per la produzione di bambini.. Inoltre, per assicurarsi la fedeltà della moglie e quindi la paternità dei suoi figli, lei finisce incondizionatamente sotto il controllo del marito; se dovesse decidere di ucciderla, sta semplicemente esercitando un suo diritto.”

Ciò che è rilevante è che la divisione sessuale del lavoro non cambia in modo significativo dalla società di cacciatori-raccoglitori a quella agricola. Gli uomini restano in gran parte “responsabili” del “mondo esterno”, mentre le donne continuano a prendersi cura della riproduzione e della famiglia. È con lo sviluppo delle società classiste che il potere si allontana significativamente dall’ambiente domestico, cambiando altresì la relativa influenza dei generi. Nel libro Toward an Anthropology of Women (QUI), Karen Sacks sostiene:

“La proprietà privata trasforma le relazioni tra gli uomini e le donne all’interno della famiglia, proprio perché erano cambiate radicalmente le relazioni politiche ed economiche nella società più ampia. Per Engels la nuova ricchezza consistente in animali addomesticati, significava che esisteva un surplus di merci disponibili per lo scambio tra le unità produttive. Con il tempo, la produzione degli uomini con specifica finalità di scambio crebbe, si espanse e ha messo in secondo piano la produzione per l’uso domestico. Poiché la produzione a fini di scambio ha eclissato quella per l’utilizzo immediato, la natura della famiglia è cambiata, così l’importanza del lavoro delle donne al suo interno, e di conseguenza, la posizione delle donne nella società.”

 

Questa è la storia. Monogamia e patriarcato non sono naturali, fanno parte di un particolare sviluppo economico – la crescita dell’agricoltura, la proprietà privata e di un sistema basato sulle classi.
Nel prossimo post analizzeremo meglio questi aspetti, scandagliando capitalismo e patriarcato moderni. Ci sono state molte critiche a Engels, di cui parleremo. Ma cercheremo anche le prove che supportano queste teorie, domandandoci come i ruoli di genere hanno resistito sino ai nostri giorni?

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Il Complesso

Pieter Bruegel il Vecchio, The Triumph of Death, 1562. Madrid, Museo del Prado

Pieter Bruegel il Vecchio, The Triumph of Death, 1562. Madrid, Museo del Prado

Vi consiglio innanzitutto di leggere per intero l’intervista alla sociologa Andrée Michel, perché si tratta di un condensato di suggerimenti e chiavi di lettura di primaria importanza, soprattutto per gli stretti legami tra società patriarcale e gli aspetti militari/economici di uno stato.
Mi vorrei soffermare sul Complesso Militare Industriale, una sorta di patto di fratellanza tra i grandi industriali dell’armamento e gli alti dirigenti dell’esercito. Una combinazione vincente che presuppone da sempre la definizione, la creazione di un nemico, che possa fungere da motivazione e garantisca il successo del rapporto simbiotico di poteri. Una corsa agli armamenti sfrenata, ingiustificata se non per il CMI. Oggi ogni intervento militare viene giustificato con fattori umanitari e per garantire la democrazia, sempre di stampo occidentale. Tutte queste spese militari sottraggono risorse pubbliche importanti ai servizi rivolti alla popolazione civile. Siamo qui a considerare necessario ciò che è solo il frutto di una sovrastruttura più in alto di noi. Non stiamo parlando di fantapolitica. La Michel ha studiato a lungo il sistema CMI francese, che oltre ai militari e agli industriali, include le banche, i laboratori scientifici che elaborano nuovi sistemi d’arma, i partiti politici e i mass-media. Un meccanismo capillare per la creazione di consenso a un assetto militarizzato della società e per il controllo del dissenso. Per questo il femminismo con il suo antimilitarismo storico è pericoloso: mette a repentaglio un lavorio incessante volto ad anestetizzare il giudizio critico sull’operato dei governi. La Michel suggerisce che “Per cambiare la società bisogna partire da sé, comportarsi con coerenza, e cercare soluzioni davvero umane e democratiche”. Sarebbe pertanto auspicabile mobilitarsi non appena si verificano dei tentativi di intervento militare strumentale, chiedendo e pretendendo che i negoziati e il dialogo abbiano sempre la precedenza rispetto alle armi e alla violenza. Basta con le deleghe a scatola chiusa. Dobbiamo pretendere che le donne che ricoprono ruoli istituzionali importanti e rilevanti, soprattutto nell’ambito della difesa e della politica estera, non siano dei burattini nelle mani degli uomini, ma abbiano l’esperienza, la forza, le capacità per avviare un’altra politica, con il coraggio di sovvertire certi meccanismi per la soluzione dei conflitti. Le donne devono guardare in questa direzione. Ogni riferimento a fatti o a nomine recenti non è casuale.
Si legge nell’intervista che il CMI è una «una formazione sociale aggravata del patriarcato»:

“La militarizzazione rafforza e consolida a tutti i livelli il dominio patriarcale. Per funzionare il sistema militare necessita della sottomissione degli uomini, che devono obbedienza assoluta alla gerarchia. Perché questi accettino la loro strumentalizzazione, si permette loro di strumentalizzare le donne. Nei paesi dove da decenni vengono «esportate» le guerre, le basi e gli interventi militari dei Cmi occidentali, si concretizza nella prostituzione forzata, negli stupri e nei femminicidi, pratiche tollerate quando non autorizzate ufficialmente. Nella Repubblica Democratica del Congo, da anni le donne vengono sistematicamente violentate, torturate, uccise. L’obiettivo è traumatizzare la popolazione locale e forzarla all’esodo per sgomberare il loro territorio e permettere a certi capi di stato africani, e alle potenze occidentali che li sostengono, di impadronirsi delle ricchezze del sottosuolo. È per mettere fine all’impunità di questi crimini che chiediamo all’Onu l’istituzione di un tribunale penale internazionale per la Rdc che succeda a quello del Ruanda in chiusura alla fine di quest’anno”.

L’assetto militarizzato dei nostri rapporti sociali che si ripercuote nel rapporto tra i sessi può generare una escalation di violenza, e a farne le spese è proprio la donna. Per alcuni uomini diventa la giustificazione e l’unico modello da seguire. Facciamo caso, senza spostarci in zone di guerra ma restando in un contesto di “pace”, a quanti ambienti e situazioni sono intrisi di una mentalità militaresca e fortemente gerarchizzata. Da un lato c’è la coercizione e la forza e dall’altro un’obbedienza assoluta, che non ammette eccezioni. Le eccezioni vanno punite, sanzionate. Per alcuni uomini non è concepibile che vi sia ribellione alla gerarchia. Devo ammettere, anche per esperienza personale, che talvolta questo modello militaresco viene utilizzato anche dalle donne, specialmente in ambiente lavorativo e ha come bersaglio preferito proprio altre donne. Purtroppo queste sono le conseguenze di un’adesione nuda e cruda a un modello maschile: una falsa emancipazione e una triste riscossa.
La violenza che si impara ad esercitare sui campi di battaglia viene poi reimportata in patria, in occidente, attraverso i soldati che tornano dal fronte di guerra.
Naturalmente il CMI è vivo e vegeto anche in Italia. È impossibile non accorgersi dei sintomi e delle sue ramificazioni.
Vi ricordo che in base alle nuove formule di conteggio del PIL, i costi per gli armamenti sono stati “riallocati” nel capitolo investimenti, non sono più costi.
Noi non ci stiamo ad essere stritolate in questi ingranaggi. Diamoci una mossa!
Vi lascio con questa bella canzoncina, in tema:

P.S. a proposito di violenza, vi segnalo che il prossimo 25 novembre, in occasione della Giornata contro la violenza maschile sulle donne, torna lo #ScioperoDelleDonne. Di cosa si tratta? Leggete bene qui:

Facebook

Sito

“Scioperiamo per fermare la cultura della violenza, per protestare contro tutte le ingiustizie che subiamo ogni giorno”.

Facciamoci sentire!

“Con proposte, idee da mettere in campo per la giornata del 25 novembre prossimo, con iniziative e manifestazioni in tutta la penisola da rilanciare sui social network e su tutti i media e fare di nuovo rete per una grande e partecipata Giornata contro la violenza maschile sulle donne. Che dia uno scossone – fortissimo – a tutte le teste di questo paese”.

Anarkikka per #scioperodelledonne

Anarkikka per #scioperodelledonne

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L’egocentrismo nascosto in un mantra

Mafalda work

 

Gli aforismi spesso rappresentano un mondo ideale, un’utopia, un sogno di equilibrio assoluto. Ultimamente si sente ripetere spesso la frase: “Fa’ quello che ami. Ama quello che fai”. Il tema mi ha solleticato dopo la lettura di un articolo di Miya Tokumitsu su Jacobin, intitolato In the name of love.

La frase che ho citato viene sempre più spesso applicata al lavoro, con risultati non sempre innocui. Spesso questa mitica aspirazione a seguire ciò che si ama, può portare alla svalutazione di ciò che si fa, insieme a una pericolosa disumanizzazione del lavoratore. In pratica si spinge a cercare di trarre reddito da una cosa che piace, ma in questo modo la si lega al profitto, che non è proprio un modo sano di ragionare.

A chi si rivolge allora questo slogan di vita? Incoraggiandoci a restare concentrati sulla nostra dimensione individuale, fatta di una felicità egoistica, perdiamo di vista gli altri, il loro lavoro, le loro condizioni di vita, in altre parole la collettività. Alla fine di questo processo, ci autoassolviamo da qualsiasi responsabilità nei confronti di coloro che lavorano senza amare ciò che fanno, in pratica di coloro che hanno bisogno di uno stipendio per sopravvivere.

Questa è una visione privilegiata del lavoro, che maschera la sua natura elitaria attraverso l’esortazione a migliorare se stessi e a seguire le proprie inclinazioni. Il lavoro diventa un qualcosa che si fa per se stessi, e se il profitto manca è solo per mancanza di una sufficiente passione. Questo vale per molti lavori intellettuali, creativi: in pratica, se sei un precario e stenti ad arrivare a fine mese, la colpa è solo tua.

Questo tipo di messaggio, che anche Steve Jobs amava trasmettere (vedi il discorso del 2005 ai laureati della Stanford University), è altamente pericoloso e distorsivo per la società, per le scelte di studio, per le giovani generazioni. Come se al mondo non esistessero lavori poco attraenti, ma che mandano avanti la società. Se si applica questo modello, il mondo del lavoro si divide in due categorie, in perfetta scissione classista: quello piacevole (creativo,intellettuale, socialmente rilevante) e quello che non lo è (ripetitivo, non intellettuale, a bassa specializzazione). Colui che fa un lavoro piacevole è di fatto un privilegiato in termini di ricchezza, status, istruzione, peso politico, nonostante sia una minoranza dell’intera forza lavoro.

Il resto del mondo del lavoro assume un valore minore agli occhi dei fautori di questo inno al fa’ ciò che ami e fallo con amore. Vengono cancellati tutti gli apporti indispensabili per consentire ai privilegiati di svolgere il loro lavoro d’oro: chi coltiva i campi, chi assembla per un salario da fame i supporti tecnologici di Jobs, chi trasporta le merci, chi pulisce gli uffici, chi si occupa dei magazzini e delle spedizioni ecc.

Questo è un mondo di sfigati che non sono stati in grado di applicare il mantra di Jobs e dei suoi simili? Questo mascherare il lavoro da amore, impedisce di rivendicare anche i propri diritti per un contratto serio e a una giusta retribuzione, tanto si gode del privilegio di fare un lavoro che si ama e che ti gratifica. Ci sono interi settori nei quali è normale venir ripagati solo in “moneta sociale”, in prestigio. Da questi meccanismi restano naturalmente esclusi tutti coloro che devono lavorare per sopravivere, in pratica la stragrande maggioranza.

Questo meccanismo porta a una società immobile, economicamente e professionalmente, che si autoriproduce sempre uguale a se stessa, perché esclude sempre le medesime voci offerte da coloro che restano esclusi dai circoli dei privilegiati. In questo processo le donne sono fortemente coinvolte, essendo di fatto le peggio remunerate ed essendo numerose in attività quali moda, media e arte e nelle professioni di cura e di insegnamento. In pratica, le donne dovrebbero fare questi lavori, non spinte dalla paga, ma perché naturalmente portate ad essi, come accade da secoli. Inoltre, una signora non dovrebbe mai parlare di soldi. Il mito del fa’ quel che ami è democratico solo in superficie.

Questa filosofia rientra anche nel sogno americano, protestante, dove chiunque si ingegni adeguatamente può raggiungere il successo. Perché sostituire il concetto di lavoro e di fatica con quello dell’amore? Lo storico Mario Liverani ci ricorda che “l’ideologia ha la funzione di presentare allo sfruttato, lo sfruttamento in una luce favorevole, come qualcosa di vantaggioso per gli svantaggiati”. Uno strumento perfetto per il sistema capitalista: distogliendo l’attenzione dal lavoro degli altri e mascherando il nostro con qualcos’altro, non potremo accorgerci della truffa ai nostri danni e per questo non rivendicheremo nulla, non lotteremo per i nostri diritti, non chiederemo di fissare dei limiti allo sfruttamento, non chiederemo che ci venga riconosciuto un giusto corrispettivo, non chiederemo orari compatibili con la nostra vita e la nostra famiglia. Naturalmente, ci saranno anche gravi ripercussioni sulla nostra propensione alla partecipazione politica attiva. Ci vogliono possibilmente inconsapevoli e tutti immersi in questa ideologia per tenerci occupati e separati, segregati nella nostra dimensione individuale.

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A proposito della salute del welfare europeo

Significativo questo articolo di Torreblanca:

Dal welfare olandese al modello europeo

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