Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Coronavirus. La lotta per i diritti in tempi di emergenza

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Hana Shafi’s ‘Tireless Mural’ @womensart1

In questi giorni di ordinanze da Coronavirus abbiamo avuto modo di pensare e di ripensare a modelli, stili e abitudini di vita, conoscendo un po’ di più anche gli anfratti invisibilizzati e negati dei nostri equilibri precari e delle nostre fragili certezze.

Chi ha voluto e potuto lasciarsi andare a una riflessione sul proprio quotidiano avrà sicuramente avuto modo di guardare in faccia le tante storture e adattamenti obbligati in cui siamo costretti da un’organizzazione del lavoro che non sempre fa bene alla nostra vita privata e al nostro benessere.

Approcci comunicativi non sempre coerenti e spesso contraddittori non ci hanno permesso di avere uno sguardo razionale a questa emergenza. Insomma, il solito cortocircuito a cui la politica e non solo ci hanno abituato, polarizzando ogni tema, fenomeno e dibattito, senza mai ottenere dei buoni risultati in termini di corretta percezione. Nemmeno le voci del mondo scientifico hanno fatto breccia con efficacia, riuscendo a farci ragionare sulla necessità di determinate misure di contenimento della diffusione del virus.

Che poi tra un “non fermiamoci” e un interesse prioritario alla tutela della salute collettiva ci siamo un po’ persi e scontrati, senza riuscire a mettere in atto una regola fondamentale, ovvero che non esiste alcun diritto se prima non viene garantito e tutelato il diritto alla salute.

Quindi con qualche temporanea rinuncia a livello personale dovremmo aver compreso e accettato di buon grado quanto positive potrebbero essere le ricadute per una dimensione, quella collettiva, spesso trascurata, snobbata, negata.

Abbiamo ampiamente dimostrato che non siamo in grado di abbracciare questa importante e basilare linea di comportamento.
Al posto del lamento dei profitti e del lavoro perso, avrei preferito leggere più pensieri legati a una presa di consapevolezza delle cose realmente importanti.

Per questo parto dalla mia dimensione personale e desidero condividere con voi un pezzo di queste giornate da pseudo “quarantena”, con un post che ho scritto il 24 febbraio sul mio profilo Facebook:

“Mia figlia che si sveglia canticchiando… rallentiamo, prendiamoci questi momenti di “pausa” per ricaricarci e recuperare un po’ di buon umore, che non esistono solo i dané (li terrése) e gli aperitivi, che se non andate al ristorante o al cinema o non fate il weekend fuori porta vi sentite male, ma esistono le coccole, le letture a quattrocchi, gli abbracci, i tempi lenti, tornare a parlare in famiglia, che quando sono a scuola 40 ore la settimana (come se fossero lavoratori full time) e tornano tramortiti, non c’è la serenità né il tempo per farlo. (…) Che magari iniziamo a capire come meglio riorganizzare anche il lavoro e capiamo che lo smart working forse migliora la qualità della vita. Che tanto la produttività non va di pari passo con il tempo impiegato a scaldare la sedia. Che pensare che più tempo a scuola non sempre corrisponde a una formazione di qualità.”

Cosa sono per me questi giorni di pausa, in cui gran parte delle cose che avevo pianificato e programmato sono saltate?
Sono essenzialmente tempo per riflettere su tanti piccoli grandi aspetti della mia vita, che già di suo ha subito negli anni numerosi cambiamenti, stravolgimenti, riadattamenti continui, tanto che forse mi sono abituata all’idea del non poter controllare tutto e che nulla è immutabile.

Sin dai tempi dell’università ho adottato una sorta di flessibilità, di adattamento continuo a seconda delle materie da studiare. Cosa che mi è servita poi nel mondo del lavoro e nella mia multiforme capacità di adattamento. Sono un po’ camaleontica per necessità e ogni passaggio è stato frutto di una scelta tortuosa, complessa, a volte obbligata, ma alla fine ho sempre cercato di ripristinare un equilibrio, consapevole di quanto fosse comunque precario. I momenti in cui sbuffi, ti lamenti, ti opponi ci sono, ma poi in qualche modo occorre trovare una soluzione che riusciamo più o meno a indossare senza troppi fastidi. Che se ci strizziamo per farci rientrare in un vestito “troppo stretto” di vita e lavorativo non va affatto bene.

In questi tempi è emerso ancora una volta come il carico di cura sia tuttora assai sbilanciato e a carico delle donne. La chiusura delle scuole, necessaria e ineludibile, ha creato non pochi problemi di gestione e di conciliazione, come d’altronde accade in caso di malattia dei figli o di scuola chiusa per vacanze. Chi non ha i nonni o entrate sufficienti per una tata si è trovata di fronte ai consueti problemi, eppure se ci pensiamo, sono gli stessi di prima, allorquando la scuola non può essere la soluzione ad ogni problema di conciliazione. Qualcuno, come il Moige, ha provato a proporre qualche richiesta (che va bene, a patto che i permessi non siano ad esclusivo carico delle madri).

Il non poterci permettere interruzioni, che non fa rima solo con il precariato o con contratti strambi o col lavoro autonomo: questo è il nocciolo del problema. Pensare che noi coincidiamo e siamo il nostro lavoro, un altro pezzo del problema.

Pensare che il nostro valore e la nostra priorità sia il nostro lavoro e quanto ci rende. Quando c’è un valore negato a tante attività “gratuite”, di cura, di solidarietà, di sostegno sociale, che sono invisibili ma vanno a creare valore, colmare i vuoti, permettere che l’economia visibile possa mantenersi in piedi.

Il richiamo e l’invito allo smartworking in questi giorni si è fatto necessità, per cause di forza maggiore oggi si scoprono modalità di organizzazione del lavoro alternative, spesso mal digerite da tanti vertici aziendali che preferiscono vedere il gregge a sformare le sedie piuttosto che riorganizzare il lavoro.

 

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QUI UNA VERSIONE LUNGA DELLE MIE RIFLESSIONI

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Di cosa abbiamo veramente bisogno

time work life

 

“Le donne che restano intrappolate nella famiglia sono 2,3 milioni. Il 40 per cento possiede un diploma superiore o una laurea: uno spreco enorme di abilità e talenti.” Così leggiamo in questo recente articolo.
Spreco che non interessa a nessuno di coloro che riducono la conciliazione/condivisione all’arte di arrangiarsi. Manca la cultura d’impresa, manca il coraggio di scelte radicali, non si tratta di tethering, di adoperare strumenti tecnologici innovativi o di giornate aziendali “solidali”. Parliamo di cose serie, di quante chiedono flessibilità (che non significa schiavismo) e ricevono come risposta un invito alle dimissioni. Grandi, medie e piccole aziende, la situazione non cambia se non c’è la giusta sensibilità. Parliamo di quante si vedono sbattere la porta in faccia quando chiedono un part-time per un familiare malato. Sì, nemmeno se chiedi di lavorare 6 ore per un periodo circoscritto ti viene consentito. La porta è aperta e non si ha scelta.

Perché al contrario di quanto si pensi o si teorizzi, il part-time in alcune situazioni è l’unica soluzione per poter restare nel mondo del lavoro. Pensiamo sia preferibile essere costrette a lasciare il lavoro oppure preferiamo agevolare le donne che desiderano lavorare part-time? Al di là del fatto che i servizi (sui quali bisognerebbe lavorare con maggior convinzione e realismo) non si adattano affatto ai tempi del full-time e di percorrenza delle distanze casa-lavoro-scuola. Al di là del fatto che solo chi ha un familiare da accudire conosce l’impegno necessario. Facile parlare quando si ha qualcuno che se ne occupa al tuo posto e si hanno le disponibilità economiche perché qualcuno si occupi della gestione del quotidiano e della casa.
Basta regolare il tempo parziale e renderlo conveniente, non sarà preferibile per tutt*, ma a qualcun* servirà e sarà l’ancora di salvezza. Se poi ragioniamo in termini di produttività reale e lo diffondiamo nella nostra cultura aziendale ferma all’800, forse il tempo parziale non verrà più considerato il ghetto delle donne, e sarà scelto anche dagli uomini. Anche perché non tutti possiamo permetterci di esternalizzare i servizi di cura. Ammesso che esternalizzare poi sia il desiderio di tutt*, soprattutto quando si vorrebbe fare i genitori non soltanto la sera alle 21 o nel weekend.

Ogni tanto un po’ di sincerità non guasta e occorrerebbe chiedersi perché la nostra cultura insegue il mantra del lavoro come metro del senso della nostra vita. Forse bisognerebbe emanciparsi dall’idea che lavorare tanto paga in modo proporzionale. Spesso non è così, basta un dettaglio e ti ritrovi con stipendio e carriera bloccate.
Perché potersi dedicare anche alla propria vita privata non sia un lusso, una strada impraticabile se non a costo della rinuncia al lavoro. Un giusto equilibrio non deve essere lo stigma, ma un cambiamento culturale necessario, che produce benefici sul dipendente e ricadute positive sul lavoro. Perché occuparsi anche di un familiare non può essere considerato una fonte di peso aziendale. Deve cambiare l’organizzazione aziendale oppure perderemo terreno e risorse umane. Quindi lasciateci scegliere e progettare i nostri tempi di vita-lavoro.
Per questo guardo con attenzione a questa proposta di legge: “Politiche regionali di sostegno obbligatorie, con aiuti quali sollievo programmato e d’emergenza, sostegno psicologico, informazione, formazione ai caregiver; accordi con i datori di lavoro per favorire orari flessibili e con compagnie assicurative per offrire polizze mirate e scontate. Sono alcuni punti della proposta di legge-quadro sui caregiver, cioè quanti devono assistere un familiare non autosufficiente.”

Le pressioni che le donne subiscono non sono eccezioni rare, ma sono molto diffuse, anche se si continua a ridimensionare queste storie. Raccontiamo e non stiamo zitte! “negli ultimi 2 anni sono aumentati del 30% i casi di donne licenziate o costrette a dimettersi; almeno 350 mila sono state discriminate per via della maternità”: che fate? Continuate a sostenere che ci lamentiamo troppo????

Dobbiamo scegliere formule che siano realmente innovative.

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Sapete che non sono molto d’accordo sull’uso dei bonus una tantum, che aiutano a tamponare, ma non rappresentano una soluzione reale dei problemi per cui si sceglie di non fare figli. Se durante le primarie milanesi si parlava di reddito di cittadinanza, quindi si aveva un approccio redistributivo della ricchezza, che permettesse di vivere in condizioni dignitose attraverso l’erogazione di un reddito minimo indipendente dal tempo di lavoro prestato o da prestare, oggi, a distanza di qualche mese ce lo siamo già dimenticato. Il bonus per le mamme è antitetico a una politica strutturata di fuoriuscita dal bisogno.

Mi piacerebbe che si parlasse maggiormente di servizi di conciliazione, magari a prezzi calmierati, come per esempio incentivare la creazione di una rete di sostegno di mutuoaiuto tra cittadini (volontaria e gratuita) per rendere più agevoli tanti piccoli aspetti della vita dei genitori. E’ questione di prospettive favorevoli non solo di breve/brevissimo periodo.
Stessa perplessità su soluzioni tampone per famiglie in difficoltà, che se diventano l’unico “sistema” producono effetti non propriamente volti a disinnescare il vortice della difficoltà. Non è scaricando in modo permanente sulla beneficenza e sulla solidarietà dei singoli cittadini che si risolvono i problemi. Dobbiamo spiegare e insegnare alle persone che mettere al mondo figli è una responsabilità personale, implica una capacità di comprensione di cosa significa crescere dei figli, crescere che non significa nutrire solo con un piatto di pasta, ma nutrirli culturalmente, trasmettergli un sistema di valori, seguirli, sostenerli, educarli, dargli opportunità per un futuro dignitoso, per essere dei cittadini non passivi. Dobbiamo uscire da meccanismi che rischiano di alimentare le situazioni di disagio. Che senso ha continuare a fare figli se si è senza lavoro, si è precari in tutti i sensi? Ne vedo troppe di queste situazioni e in gran parte non sono affatto temporanee, ma finiscono col durare decenni, coinvolgere più di una generazione.

In alcuni contesti c’è un’assoluta mancanza di una cultura di pianificazione familiare. Ricordo che dal 2010 c’è stato un aumento del 31% delle gravidanze precoci in Lombardia. Ci affidiamo ancora al caso? Essere genitori è un compito di responsabilità, ed è il motivo per cui in molti decidono di non potersi permettere questo impegno, perché tante condizioni non lo permettono. Quindi anziché stigmatizzare chi sceglie consapevolmente di non fare figli perché si rende conto del contesto ostile, dovremmo occuparci di una parte consistente di persone che non si pongono nemmeno questo problema e vivono nell’emergenza permanente, insieme ai loro figli. Non basta l’obolo una tantum o il pacco di beni alimentari, che sono ottime soluzioni tampone (senza le quali la situazione sarebbe ancor più drammatica) ma che non risolvono una questione così enorme, difficile, che ha una matrice anche culturale e di mancanza di opportunità reali. Non siamo in grado o non vogliamo guardare alle radici dei problemi. Offriamo piuttosto un sistema efficiente di collocamento lavorativo, condizioni di conciliazione reali e alla portata di tutt*, supporti educativi e di sostegno per far maturare una consapevolezza alla genitorialità. Vogliamo sostenere una genitorialità in modo finalmente organico e non emergenziale, come se poi dovesse arrivare una mano divina a risolvere tutto? Certo che se non applicheremo delle misure radicali che vadano a monte delle difficoltà, la natalità continuerà a crollare e chi farà figli sarà alla mercé della buona o cattiva sorte. Esattamente come nell’800.

Io non penso che dobbiamo creare nuove dipendenze, dobbiamo crescere cittadini/e attivi/e e genitori che capiscano pienamente che cosa significa l’impegno di un figlio. Dobbiamo spiegare che dei figli che continuano gli studi saranno dei cittadini migliori, dobbiamo spiegare che la vita di una donna non coincide solo col mettere al mondo figli. C’è altro e ci deve essere altro nella vita delle ragazze e delle donne. Dobbiamo evitare che questo disagio, questo contesto di difficoltà, degrado, a volte accompagnato da violenze familiari, porti queste persone in situazioni di emarginazione permanenti.

Auspico un futuro diverso, in cui tutti siano resi autosufficienti e consapevoli. Questo è il compito di uno Stato efficiente e lungimirante, questo è il compito di chi si ritiene progressista. Così come dovrebbe essere prioritario osare e spingere verso un reddito di base (articolabile con varie modalità) con programmi di (re)inserimento nel tessuto produttivo e sociale. Con questi numeri è urgente iniziare a progettare un reddito di base di cittadinanza, anche in funzione delle prossime generazioni che (se andrà bene) andranno in pensione a 75 anni. Per contrastare il fenomeno del lavoro in nero senza garanzie e senza diritti, dello sfruttamento e dell’arruolamento tra le fila delle organizzazioni criminali. La libertà dal bisogno è il primo passo per l’affrancamento pieno di una persona e per l’emancipazione materiale e del pensiero.

bambine-a-scuola
Allo stesso tempo dobbiamo cercare di sondare le cause che portano le bambine e le ragazze a crescere nella convinzione che l’unica forma di emancipazione è quella dalla famiglia di origine, per crearne una propria, non importa con chi o come, non importano le conseguenze. Purtroppo lo vedo anche sul mio territorio. Il contesto familiare e sociale spesso influisce ben più della scuola, è come se non si riuscisse a interrompere cicli generazionali in cui il genere femminile ha un destino segnato e predestinato. Il lavoro culturale da fare è enorme. Anche perché quando si è ragazze sfuggono molti dettagli e non proseguire gli studi ha un impatto devastante e irreversibile in molti casi.

Troppe ragazze ancora oggi non vengono aiutate a percepire l’importanza di un investimento nello studio o anche nell’apprendimento di un lavoro, di capacità e abilità che possano essere reinvestite e portare a una reale autonomia. Se vogliamo oggi è peggio degli anni ’60, in cui la percezione dell’istruzione aveva un valore enorme in termini di riscatto personale. Questa regressione coinvolge italiane e ragazze di origine straniera di seconda generazione. Una regressione che ha degli impatti negativi enormi. Vogliamo strappare le ragazze da questi cicli di destini predestinati? Vogliamo fargli capire che forse conviene investire meglio sul proprio futuro, lavorando su prospettive e obiettivi diversi? Vi consiglio questo articolo.

Le risorse per realizzare programmi ad hoc, forme per uscire da situazioni difficili, educare le giovani donne e dargli opportunità diverse di emancipazione ci sarebbero, ma finché la sottrazione di risorse attraverso l’evasione fiscale non sarà percepita come un crimine verso l’intera comunità, le cose non cambieranno. Hanno pienamente ragione Chiara Capraro e Francesca Rhodes nella loro analisi, che vi consiglio di leggere, di diffondere e di tenere sempre presente. È una questione di maturazione culturale e di presa di coscienza.

Azioni di redistribuzione della ricchezza sono necessarie, non accessorie, altrimenti il sistema collassa e non serviranno le collette che i singoli si impegneranno a sostenere. Mi rendo conto che è più facile e più immediato ragionare fornendo aiuti immediati, ma poi? Non possiamo fermarci a soluzioni semplicistiche. Se non si risveglia la coscienza civile e non si investirà su altri fronti e leve, non usciremo mai da un pantano che sarà sempre più soffocante. Interroghiamoci, riflettiamo. Non è utopia, è giustizia sociale, quella di cui si parla anche nella nostra Costituzione.

Sempre sul tema della conciliazione, vedremo che risultati porterà il Ddl per il lavoro agile o smart working “Misure per la tutela del lavoro autonomo non imprenditoriale e misure volte a favorire l’articolazione flessibile nei tempi e nei luoghi del lavoro subordinato” attualmente in sede di esame al Senato. Non è il telelavoro introdotto dalla legge Bassanini ter mai decollato. Il lavoro agile deve essere flessibile e produttivo, e si fonda su un patto tra datore di lavoro e dipendente proprio per raggiungere questi obiettivi. Flessibilità che fa rima con possibilità di conciliare vita privata e lavoro. Flessibilità del luogo di lavoro che deve tradursi in un aumento della produttività. Agile non significa che non siano previsti periodi in cui lavorare in azienda, per non perdere gli aspetti positivi del lavoro di squadra e dell’affiatamento derivante dall’appartenenza al medesimo progetto aziendale. Restano in piedi le regole su sicurezza e sul controllo che non può eccedere rispetto a quanto previsto dall’art. 4 della legge 300 del 20 maggio 1970 (QUI). Si tratta di un segnale importante di come sia maturato un diverso approccio alle modalità del lavoro e di quanto poco c’entri la produttività con le ore di permanenza nel luogo di lavoro e alla scrivania. Certo lo smart working non è adatto a tutti i tipi di lavoro, non piace a tutti, ma può essere preferito in alcuni periodi della propria vita perché consente di mantenere insieme vari “pezzi” degli impegni quotidiani.

lavoro agile

 

Chiaramente lo smart working non risolverà tutti i problemi del nostro contesto post-industriale, delle nostre economie, della gig economy che avevo affrontato qui, ma se ben regolato, con i giusti incentivi per le imprese e i correttivi per non slegare il dipendente dalla realtà aziendale, può servire a supportare alcuni lavoratori dipendenti.
Speriamo che il Ddl venga approvato presto e che soprattutto venga adottato dalle aziende. Il lavoro agile come strumento e non come tipologia contrattuale.

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Flessibilità lavorativa: quale?

flessibilità

 

Il mio ultimo articolo per Mammeonline.net su conciliazione vita privata e lavoro, su flessibilità, su smartwork e il benessere delle donne.

Qui un breve estratto:

Oggi parliamo di flessibilità lavorativa. Nonostante le giornate del lavoro agile (qui e qui) e i disegni di legge (qui), per promuovere e diffondere nuove pratiche di conciliazione tra lavoro e vita privata, la resistenze al cambiamento sono notevoli. Resistenze culturali da parte dei manager, ma anche le difficoltà connesse a una copertura assicurativa e alle norme sulla sicurezza.
Una certa cultura aziendale, tuttora viva e vegeta, misura la produttività e il valore del lavoro sulla base del numero di ore che un dipendente passa seduto alla propria scrivania. Questa visione distorta che misura l’impegno in base a questa permanenza premia le persone per la loro disponibilità a sacrificare tempo ed energie dalle loro vite personali nel perseguimento della “causa aziendale”. Vengono premiati atteggiamenti che non prevedono un raziocinio personale del dipendente e nemmeno la razionalità di una politica del personale.

 

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http://www.mammeonline.net/content/flessibilit-lavorativa-quale

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Parliamo di un altro pianeta

Ma come fai a far tutto 18 marzo 2014

Spesso quando si partecipa a un’iniziativa sulla conciliazione, si esce con la consapevolezza di non essere state brave abbastanza, di non aver saputo fare rete, di non aver saputo resistere alle pressioni del lavoro e di non essere riuscite a proseguire nella professione, senza troppe rinunce. Per fortuna ci sono delle voci che ti fanno sentire meno monade.

Ho partecipato a un incontro (vedi locandina in alto) molto interessante, che mi ha dato l’opportunità di vedere la questione della condivisione della cura (rubo la definizione all’energica e combattiva Carolina Pellegrini, consigliera parità della Regione Lombardia) in modo multisfaccettato.
Chiara Bisconti, assessora Comune Lombardia, che ha sottolineato come tutta la fatica della donna che cerca di far tutto sia in qualche modo finalizzata a un tentativo di incidere sulla società, anche attraverso il lavoro. Occorre parlare di conciliazione in modo strutturato, coinvolgendo tutto il territorio e i vari attori. Ha ricordato la Giornata del Lavoro Agile del 6 febbraio a Milano, che ha fatto risparmiare in media 56 km di tragitto casa-lavoro e 2 ore per gli spostamenti. Ad aprile è previsto un convegno in materia. Il Comune è riuscito a mettere in piedi un progetto di flessibilità oraria per i dipendenti della P.A. e Bimbi in Comune per trovare una soluzione per i bambini nei periodi di vacanza nel corso dell’anno scolastico (per ora solo dipendenti comunali e ATM, in previsione l’estensione al privato). In alcune scuole comunali è stato sperimentato il colloqui genitori e insegnanti via web. Per tutte le iniziative si rimanda al portale del Comune di Milano e alla pagina FB .
Alessia Mosca, deputato del PD, ha sottolineato come le leggi non sono sufficienti a cambiare quello che è un vero problema culturale. Le leggi possono essere dei facilitatori, degli acceleratori di cambiamento, ma ci deve essere un passo in più. La battaglia per le donne nelle istituzioni serve ad incidere con maggior forza nelle sedi decisionali, portando ai primi posti dell’agenda politica i problemi che sono più vicini alle donne e alla loro sensibilità. La legge Golfo-Mosca ha dato avvio alle quote rosa nei CdA. L’On. Mosca ora sta lavorando a una legge sullo smartworking, da attuarsi grazie alle nuove tecnologie, che passa per un cambiamento del modo di lavorare e di concepire il lavoro, le mansioni, le responsabilità, la fiducia e i metodi di valutazione del lavoro svolto. Inoltre sul tema dei nidi: in un periodo di scarse risorse, si dovrebbero utilizzare appieno tutti i fondi strutturali inutilizzati provenienti dal contratto di partenariato con l’UE (3 miliardi spettano all’Italia) potrebbero essere convogliati in un fondo per finanziare nuovi asili nido.

Vi raccomando le iniziative con una marcia in più, portate avanti da Radio mamma, illustrate dalla brillante Carlotta Jesi nel corso della serata.

Ognuna porta con sé il proprio bagaglio di esperienze e le proprie soluzioni. Fino a quando accadrà che il fai-da-te, le ricette personali, la rete a cui sei legata o che ti sei costruita, faranno la differenza nella tua vita, avremo, a mio avviso, sbagliato approccio e saremo fuori strada. Io fortunatamente non sono rimasta schiacciata dalla decisione di sospendere la mia attività lavorativa, dal sottile annientamento psicologico in azienda che preclude ogni futuro. C’è chi da questo tunnel fa fatica ad uscirne e se ne esce lo fa con danni molto seri per la sua salute, come sottolinea la consigliera di parità regionale Carolina Pellegrini. I numeri delle donne che si dimettono dopo la maternità è impressionante. Ma non sembra suscitare nessun sussulto, se non in chi lo vive o lo ha vissuto personalmente. Non etichettateci come le solite donne inclini al vittimismo, perché noi siamo le vittime.

Il tema è ancora una volta di nicchia, ancora una volta declinato al singolare femminile. Noi dobbiamo tendere al plurale, punto e basta. Il plurale include uomini e donne, perché il benessere non è dei singoli, ma del nucleo familiare e dell’intera collettività. Il tema della cura non dev’essere un macigno, ma dev’essere un’occasione per ristrutturare il nostro modello sociale ed economico. Non ci sono risorse e questo funge da scusa per non fare niente. Siccome ogni donna ha da sempre trovato la toppa ai problemi, si pensa che ancora una volta lo debba fare. A discapito di tutto, famiglia e figli, anziani e bisognosi di cura in generale. Perché, la Pellegrini ha sottolineato come la questione della cura abbia una ricaduta più estesa e coinvolga non solo le mamme, ma tutte le donne che si prendono cura di genitori anziani o parenti malati. Inoltre, si deve parlare di conciliazione estesa, perché il tema coinvolge tutta una serie di aree esterne all’azienda, quali trasporti, welfare e servizi. La pappetta degli asili nido, lo ripeterò all’infinito, è una boiata: viene venduta come soluzione, quando in realtà copre molto poco e male. Perché il problema non è dove “sistemo” mio figlio, ma che qualità della vita gli offro, che rapporto riesco ad avere con lui e lui con me. Ci sono tipologie di lavoro che non garantiscono qualità, ma solo stress. Per non parlare poi del fatto che ogni bambino è diverso e ha differenti esigenze. Noi dobbiamo chiedere un sistema che ci consenta non il deposito del figlio, ma la flessibilità necessaria per esserci nella sua vita quotidiana. Quando si parla di smartworking, dobbiamo anche precisare che può essere uno strumento valido anche solo per brevi periodi della vita lavorativa di un dipendente. Mi rendo conto che questo, come altri strumenti di flessibilità, implica un cambio di gestione, di risistemazione delle mansioni e di cultura aziendale, ma penso che ne gioverebbe la produttività del singolo dipendente e dell’intero sistema. La stessa cosa vale per gli uomini e per i papà. Se non scavalchiamo questo muro, avremo solo minestrine inefficaci e propagandistiche. Non esiste solo il pubblico impiego, non esiste solo il dipendente di una grande azienda, o il libero professionista. Esistono una miriade di persone, lavori, realtà aziendali, ognuna con la propria peculiarità. Anche a parità di lavoro, spesso la situazione cambia a seconda dell’azienda, che sia piccola o grande conta poco. Il fatto di rimanere soli con il proprio problema è devastante. In un mercato del lavoro che è sempre più in crisi, dove i sindacati fanno fatica ad esserci (in alcuni settori sono assenti del tutto) e dove il contratto è poco più che carta straccia, siamo schiacciati tra l’incudine e il martello. Per questo è cruciale integrare la conciliazione all’interno dei contratti di lavoro, in sede di contrattazione territoriale secondaria o addirittura individuale, affinché non sia una questione lasciata alla bontà del datore di lavoro. Anche il sindacato deve essere maggiormente consapevole e coinvolto in queste azioni, sottolinea la Pellegrini. Inoltre, sottolinea due punti nevralgici, congedo parentale e rientro dalla maternità, perché non sia solo un problema esclusivo delle donne. Sta crescendo il numero dei congedi parentali dei padri, forse perché le donne sono maggiormente precarie e assentarsi dal lavoro potrebbe portare a perderlo del tutto, per cui se l’uomo ha una situazione più stabile, sempre più spesso richiede il congedo, a rischio reale di mobbing e di discriminazioni.

L’errore che spesso si compie è una tardiva (e non è detto che accada) maturazione di una sensibilità su certi temi, magari solo quando lo vivi sulla tua pelle. Occorre agire prima, creare un sostegno reale che permetta di progettare una famiglia e dei figli. Altrimenti saremo precari sine die, senza figli, senza sogni e senza ambizioni. Pronti per l’inscatolamento finale.

Se non ci battiamo su questi temi, cosa andremo a raccontare ai nostri figli, domani? Che idea avranno di noi genitori che non abbiamo provato a cambiare le cose? A volte quando racconto la mia storia ho l’impressione di essere una marziana, che magari qualcuno mi giudicherà come una che ha gettato la spugna e si è dimessa. Non mi stancherò mai di parlare della mia storia, perché spero che si cancellino quelle insinuazioni e quei pregiudizi e resti solo la voglia di lottare per cambiare le cose. Non siamo marziane, siamo reali e purtroppo spesso isolate. Ecco il senso di un impegno politico, perché i problemi del singolo non rimangano tali, ma siano fatti propri , affrontati e sostenuti dalla collettività. Usciamo dalle nostre nicchie.

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Un 2014 in rosa

senzafuturo

Oggi sono stata sollecitata da due articoli che ho letto. Il primo di Valeria Fedeli su Donneuropa e il secondo, apparso sulla 27esimaora del Corriere della sera. Il filo rosso che li unisce e che mi tocca personalmente consiste nella conciliazione lavoro-tempo dedicato alla famiglia. Si parla di come sarebbe meglio se tutti lavorassimo (ne parlava anche Aldo Cazzullo su Sette del Corriere: qui). Sembra un mondo dove tutto è possibile, basta chiedere e volerlo. Purtroppo, molte di noi sanno benissimo che il telelavoro è un’utopia per la maggior parte delle persone e che anche in aziende medio-grandi è considerata una richiesta assurda, anti-aziendale e improduttiva. Ci chiedono di partecipare, ma poi ci lasciano con le nostre scelte difficili. Ci fanno dimettere e poi ci chiedono pure se siamo libere in questa decisione. Certo, pur se nessuno ci costringe (e non è vero per tutte), da qui a parlare di scelta felice ce ne passa. Se ne parla, se ne parla, ma siamo sempre al punto di partenza. Niente di fatto. Datevi al faidate. Mentre in Germania le proposte sono anni luce avanti..

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