Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Politica delle donne e satelliti


Riflessioni personali, molto personali, a partire da me, che hanno avuto bisogno di restare in decantazione per settimane.

Come il mosto che ribolle nei tini.

Riprendo il tema della partecipazione e del contributo delle donne in un partito e in politica. Mi propongo di riflettere su un fenomeno che si sta palesando, non da oggi certo, ma su cui sembra non esserci nessun interesse o tentativo di interrogarsi. Attorno ai partiti, in modo trasversale da destra a sinistra, si sono creati e si creano soggetti, strutture, associazioni, corpi paralleli di carattere “femminile”, che a mio avviso assumono un senso diverso rispetto a soggetti “vicini ai partiti”, che pur esistono, ma non nascono come espressione di un unico sesso. Abbiamo una questione di genere? A cosa sono finalizzate queste compagini che sorgono tra donne in un percorso parallelo al partito, in modo più o meno esplicito legate ad esso, che conseguenze ci sono? Ecco, tenendo presente che ogni esperienza è un caso a sé, si tratta di un sintomo, di una risposta a qualcosa o di un escamotage studiato a tavolino?

A differenza di quanto avviene in Possibile, dove all’interno e alla luce del sole si sono organizzati gli stati generali delle donne, ed è stata avviata una campagna di ascolto delle donne, per costruire un progetto di paese in cui le donne possano sentirsi parte, altrove assistiamo a qualcosa che non riesce a decollare da dentro, ma sembra che abbia bisogno di soggetti appunto “affiancati”, generati all’occorrenza, spesso non esattamente, facilmente ed esplicitamente riconducibili al partito (scelta non certamente involontaria). Senza avere la presunzione di trovare risposte univoche a questo fiorire di soggetti al femminile, pongo alcune possibili strade interpretative.

Si potrebbe trattare di:

  • scarsa agibilità interna ai partiti per le donne; ma spesso le stesse fautrici di questo tipo di soggetti paralleli hanno ruoli e potere nel partito, per cui in teoria dovrebbero trovare voce.

  • costruzione di un futuro politico per garantirsi nuove prospettive;

  • specchietti per le allodole;

  • disaffezione e sfiducia nel partito come corpo intermedio;

  • restyling e rigenerazione di credibilità;

  • bacino elettorale;

  • trovata gattopardesca;

  • strategia di aggiramento delle resistenze interne

  • operazione di pinkwashing

In ogni caso, torno a domandarmi, che senso acquista oggi la militanza in un partito se poi chi ha ruoli di rilievo e potere, sostegni e agibilità, sente il bisogno di generare mondi paralleli? Non è cambiando nome, con un po’ di belletto rosa, con una prospettiva giovanilistica, con una operazione di restyling che si segna necessariamente il cambiamento o quell’ascolto tanto sbandierato, agognato e poi sempre poco praticato. Non è che se cambiamo vestito saremo necessariamente più in sintonia con chi da tempo magari ci ha voltato le spalle, ha perso speranza nella partecipazione diretta, non riuscendo a porre fiducia in qualcosa che si è dimostrato poco affidabile e sincero. Non è che tutto il “non fatto” si risolve in un cambiamo pelle e logo, statuto e ragione sociale. Non siamo una pizzeria o un pizzicagnolo. Siamo donne che si impegnano e fanno politica. Assume senso cambiare insegna all’occorrenza solo se si desidera lavorare a qualcosa che abbia solo finalità elitarie e oligarchiche, personalistiche e non è certamente ciò che auspico. Sto facendo questo ragionamento tenendo sempre presente che sia imprescindibile fare la differenza per davvero, generando qualcosa di “nuovo”. Altrimenti, forse è meglio restare a casa a fare la maglia.

Perché appare tanto arduo costruire e valorizzare “dentro”, e al contempo mostrare la volontà di ascolto di ciò che le donne “fuori” si aspettano. E non si tratta di mettere in piedi operazioni solo di facciata, perché anche riuscire a dare un segnale di attenzione significa fare la differenza. Se si moltiplicassero certe pratiche di ascolto non vivremmo una disaffezione conclamata e cronica alla partecipazione in prima persona. Penso che avremmo più fiducia. Cambiare dipende da noi. Cambiare senza necessariamente andare a mostrare solidarietà chissà dove, ma dimostrando attenzione qui ed ora, alle donne che chiedono aiuto, accanto a noi. Cercando di invertire prassi altamente lesive e dannose. Le donne rompono il silenzio, scelgono di lottare con tutte le loro forze, hanno bisogno di tutto il nostro ascolto e supporto. Ci sono delle priorità e la differenza sta nel percepirle. C’è chi sceglie solo “cose comode”, battaglie da passerella, luci e cotillon e chi al contrario invece sceglie di fare sempre il proprio meglio, anche in situazioni difficili. Donne fatte di una pasta diversa. Auspicando che ci sia meno indifferenza, meno strumentalizzazione, più solidarietà sincera tra donne. Non dico sorellanza, ma schiettamente non prendiamoci per i fondelli quantomeno e non costruiamo barricate ogni volta che una donna “scomoda” ci propone qualcosa. Immagino che per alcune di voi potrebbe costituire un sollievo perdere questo tipo di donna per strada, ma occorre essere consapevoli che si rischia di perdere non solo risorse, ma anche chi con un briciolo di senso critico ci pone degli interrogativi e stimola un dibattito da encefalogramma comatoso.

Personalmente i mondi paralleli, che fintamente fanno le battaglie e poi si infrangono e si ripiegano altrove, non mi lasciano ben sperare. Si può fare politica in vari luoghi, ma occorre interrogarsi sul perché alcune di noi non riescono ad abitare i vari mondi già esistenti e creano satelliti sempre ben legati alla casa base. Ecco i satelliti potrebbero evocare altro, e non necessariamente qualcosa di positivo.

Al contempo occorre fare un bilancio, un’analisi di quanto si riesce a fare “da dentro” e quanto si riesce a parlare fuori.

Le battaglie hanno dei terreni specifici in cui vanno praticate, spostare o far finta si spostare il teatro non segna alcun punto a favore, semplicemente può sembrare e fungere da tentativo di creare una cortina fumogena che rinvii di giorno in giorno il cambiamento e un punto di arrivo. Segnare il cambiamento, rispondere alle istanze delle donne di questo Paese, non necessita di questo. Quando poi non si è capaci nemmeno di ascoltare dentro, di accogliere le proposte interne, sostenere autenticamente all’interno le donne nelle loro battaglie e le si imbavaglia, le si azzoppa sempre. Le regole valgono solo per alcune donne, l’agibilità pure. Quindi la sfida è allargare le maglie di questa agibilità, mantenendo la rotta e la testa alta. Io guardo dentro e altrove, perché di buoni esempi e buone pratiche tra donne ve ne sono. Io vorrei che si avesse il coraggio e la perseveranza di lavorare in questo senso, senza fare un uso strumentale degli organismi del partito, nati proprio per rendere possibile la proposta e la generazione di contenuti politici delle donne e non come comitati o bacini elettorali, da spostare, usare e collocare a piacimento.

Anche quei recinti e quelle giornate ad hoc che vengono concesse, rischiano di diventare passerelle, in cui ci occupiamo di tutto fuorché delle reali priorità. Siamo capacissime di parlare di clima e poi però non conosciamo minimamente le esigenze e le problematiche di vita delle donne reali.

E forse occorrerebbe incominciare a cercare di porre le basi per una strategia politica che sia veramente nostra, non subordinata o ammansita da partiti tradizionalmente a trazione maschile. Ma per questo occorre costruire, tempo, pazienza e lavoro di tessitura. Se si vuole creare un soggetto politico femminista, realmente differente, indipendente e autonomo, con dinamiche interne ed esterne nuove e rivoluzionarie, che vada dritto ai diritti delle donne, sempre ai margini dei progetti e delle proposte politiche, quanto meno non spacchiamoci come sempre in mille rivoli, pensando ciascuna di avere in mano la verità assoluta. In generale c’è bisogno di differenza, ma restando in ascolto e in dialogo. Invece, siamo sempre ad atteggiamenti maschili, molto maschili, su cosa e chi rappresenta meglio e più autenticamente le donne.

Ripenso a quanto rilevava Simone De Beauvoir:

“Ho notato che le donne nelle istituzioni si risentono se tu dici che molte donne nelle istituzioni sono patriarche in gonnella.

Non capisco se si offendono perché sanno che è vero e si sentono chiamate in causa – a mo’ di coda di paglia – oppure perché sanno benissimo che essere patriarche in gonnella, in fondo significa essere schiavette del sistema e affatto donne di potere. Perché il potere è di fatto tutta un’altra cosa nelle mani di una donna che non lo utilizza con lo schema del patriarcato”.

Ecco, non risentiamoci, ma cerchiamo di comprendere il senso di queste parole, che valgono anche per le militanti e per tutte coloro che in qualche modo fanno politica dentro e fuori i partiti. Mi piacerebbe che si evitasse di occuparsi dei temi semplicemente rincorrendo un trend topic, ma che si raggiungesse una certa specifica e autentica “vicinanza” costante nel tempo. Questo continuo appiccicarsi etichette e intestarsi battaglie in cui non si crede fino in fondo, genera gravi ricadute e perdite di tempo e di speranza.

Consapevole che si tratta solo di un pezzo del problema, ma occorre non sottovalutare nessun segnale, perché abbiamo già numerosi fattori che hanno portato disaffezione e allontanamento.

Accettando la grande e onerosa sfida e la grande avventura di essere e restare se stesse fino in fondo.

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Capitalismo e oppressione delle donne

Girl-working-in-Manchester-cotton-mill

 

Ho già tradotto e pubblicato su questo blog altri pezzi di Simon Copland (qui), di cui consiglio una lettura, sono tutti strettamente collegati. Oggi si parlerà del nesso tra capitalismo e oppressione delle donne (qui l’originale). Buona lettura! Al termine qualche mia considerazione.

 

Vorrei affrontare le critiche femministe alla teoria di Engels sull’oppressione delle donne. Questa critica è stata condotta da Simone de Beauvoir, che nel suo Il secondo sesso (qui) con argomentazioni complesse, con un approccio che io definisco “naturalistico” all’oppressione di genere, riconosce che l’economia ha avuto un ruolo nell’oppressione delle donne, ma sostiene che questo si è verificato solo perché gli uomini hanno usato la loro superiore forza fisica per approfittare dei cambiamenti nella situazione economica. Lei sostiene:

 

“Senza strumenti adeguati, non era in grado di sentire di esercitare alcun potere sul mondo, si sentiva perso nella natura e nel gruppo, passivo, minacciato, giocattolo nelle mani di forze oscure; riusciva a pensare a se stesso solo identificandosi con il suo clan: il totem, il mana, la terra erano realtà del gruppo. La scoperta del bronzo ha consentito all’uomo, nell’esperienza di duro lavoro di produzione, di scoprire se stesso come creatore; che domina la natura, non aveva più paura di essa, e di fronte a ostacoli da superare trovò il coraggio di vedere se stesso come una forza attiva autonoma, per raggiungere l’auto-realizzazione come individuo.”

 

In altre parole, lo sviluppo degli strumenti e l’agricoltura hanno dato l’opportunità all’uomo di realizzare quanto avevano cercato di fare da sempre, opprimere le donne – principalmente attraverso il dominio della natura. Alcune voci primarie del femminismo, come Sherry Ortner (che si basa sul lavoro di de Beauvoir qui ) sostengono che le donne – soprattutto per la loro capacità di fare figli – erano considerate più legate alla natura rispetto agli uomini. Perciò gli uomini hanno espresso il loro dominio non solo sulla natura, ma anche sulle donne (ne avevo parlato anche qui, ndr).
Queste teorie fanno parte del patriarcato. Ci sono molte definizioni di patriarcato, ma in sostanza si basa sulla tesi per cui gli uomini hanno oppresso le donne per tutta l’eternità, con una oppressione che ha operato piuttosto autonomamente rispetto alle condizioni economiche. Le femministe danno diverse motivazioni per questo (collegamento donna-natura), ma ciò che è fondamentale è che l’oppressione delle donne opera attraverso i periodi storici, con gli uomini che sfruttano le circostanze economiche per lavorare insieme per continuare a opprimerle. Le circostanze economiche quindi non sono la causa, ma uno strumento per opprimere le donne.
Lascerò queste teorie da parte, per il momento.

Se vogliamo esplorare la connessione tra il capitalismo e l’oppressione delle donne non possiamo trascendere la forma tradizionale corrente di espressione familiare – il matrimonio. Il matrimonio oggi è in gran parte visto attraverso la lente dell'”amore”. Tuttavia, questo non è sempre stato così.

Torniamo al livello di analisi della sessualità umana. Questo racconto si basa su ciò che Helen Fisher chiama “The Sex Contract“; l’idea, basata sulla teoria della selezione sessuale di Charles Darwin, secondo cui le donne richiedono agli uomini di essere in grado di fornire per loro e per la loro prole, mentre gli uomini non forniranno tali risorse a meno che le donne non gli sappiano garantire la fedeltà. Uomini e donne si impegnano in un contratto – le risorse per la fedeltà. Questo è il ‘nucleo familiare‘ di cui avevo cominciato a scrivere nel mio ultimo post.

Come ho sostenuto l’ultima volta, il determinismo biologico di questo racconto non è corretto. Eppure le basi economiche del matrimonio moderno sono sorprendentemente solide. La domanda è, però, come ha fatto questa struttura a permanere con la nascita del capitalismo industrializzato?
Il capitalismo industrializzato ha la capacità di cambiare radicalmente i rapporti di genere all’interno della società (qui). Con la crescita del numero di operai che raggiungevano le città per lavorare, perdevano a loro volta quelle piccole quantità di proprietà privata. Il capitalismo industrializzato divenne una sorta di equalizzatore – tutti, uomini, donne, erano ora lavoratori. Le donne erano diventate forza lavoro, ora la loro oppressione avviene attraverso lo sfruttamento capitalistico. Ecco perché Engels (qui) aveva previsto che il capitalismo avrebbe visto la fine della famiglia proletaria.
Perciò come mai nonostante ci fosse tutto questo disperato bisogno di forza lavoro nelle fabbriche, le donne sono tornate a casa? Molti sostengono che i lavoratori cercarono di tenerle lontane dalle fabbriche. Heidi Hartmann (qui) per esempio sostiene che i sindacati dominati dagli uomini si sono organizzati per tenere alti i salari per gli uomini, soprattutto attraverso l’esclusione delle donne dal posto di lavoro. Eppure, molti altri non sono d’accordo con questo (qui). Nel loro saggio “Ripensare l’oppressione delle donne“, Johanna Brennero e Maria Ramas sostengono che i sindacati erano troppo deboli per vincere battaglie contro l’inclusione delle donne, e in molti casi hanno effettivamente lavorato pesantemente per portare benefici per i diritti economici delle donne. Allora, qual è la loro risposta? Brennero e Ramas tornano indietro a argomentazioni di tipo biologico, sostenendo che mentre un approccio deterministico biologico (che domina la narrazione standard) è falso, gli:

 

“Eventi biologici connessi con la riproduzione – la gravidanza, il parto, l’allattamento – non sono facilmente compatibili con la produzione capitalistica, e renderli tali richiederebbe spese in conto capitale in congedi di maternità, strutture di cura, assistenza all’infanzia, e così via. I capitalisti non sono disposti a fare tali spese, in quanto aumentano i costi del capitale variabile senza incrementi analoghi della produttività del lavoro e quindi riduzioni nei tassi di profitto. In assenza di tali spese, tuttavia, la riproduzione della forza lavoro diventa problematica per la classe operaia nel suo complesso e soprattutto per le donne.”
Questo era il problema. Nelle prime fasi del capitalismo industriale uomini, donne e bambini finirono tutti in fabbrica. Tuttavia, man mano che le persone affluivano nelle città, si registravano picchi di mortalità infantile. A Manchester (qui) per esempio sono stati registrati 26.125 decessi per 100.000 mila bambini di età inferiore a un anno. Questo era tre volte il tasso di mortalità che si registrava nelle aree non industriali.
Con il sorgere del capitalismo industriale i lavoratori sono stati derubati del controllo del processo di produzione, e, inoltre derubati della loro capacità di incorporare la riproduzione nelle esigenze della produzione. In termini più semplici, essere costretti a lavorare per lunghe ore nelle fabbriche malsane ha reso molto più difficile per i lavoratori occuparsi adeguatamente dei loro figli. E, come sostiene Tad Tietze (qui), “questo ha creato gravi problemi per la capacità del sistema di garantire la riproduzione della classe operaia.” I capitalisti hanno assistito alla morte della generazione successiva di lavoratori.

Brennero e Ramas sostengono che la creazione del “sistema famiglia-nucleo familiare è emerso come la risoluzione a questa crisi.” L’idea del “sistema famiglia-nucleo familiare” è stato introdotto da Michèle Barrett nel suo libro L’oppressione delle donne oggi (qui), descritto come una struttura (qui):

 

“in cui un certo numero di persone, di solito biologicamente correlate, dipendono dai salari di alcuni membri adulti, soprattutto quelli del marito / padre, e in cui tutti dipendono principalmente dal lavoro non retribuito della moglie / madre per la pulizia, la preparazione del cibo, la cura dei figli, e così via. L’ideologia della “famiglia” è quella che definisce la vita di famiglia come “‘naturalmente’ basata su una stretta parentela, come correttamente organizzata attraverso un soggetto di sesso maschile che mantiene la famiglia con la consorte e i bambini a carico, e come un rifugio privato al di là della sfera pubblica del commercio e dell’industria”.

 

Siccome i capitalisti non erano disposti, né in grado, di fornire servizi per i genitori che gli permettessero di allevare i loro figli (congedo di maternità retribuito, asili, etc.) e servizi per la casa (cameriere, servizi di pulizia, etc.) essendo tutto troppo costoso per la classe operaia, le donne sono state costrette a tornare in casa per occuparsi dei figli e dei doveri domestici in senso lato. Come sostiene Tietze (qui): “La famiglia capitalista doveva quindi essere consapevolmente costruita, con tutti gli elementi coercitivi e consensuali di quel processo – un processo che coinvolge vari elementi, in termini di ideologie, di leggi, di politiche, di normative, di riorganizzazione del lavoro, e di strategie di relazioni industriali, tra cui gli tutto ciò che concerne il salario familiare, etc. “La struttura della famiglia-nucleo familiare ha dovuto essere sviluppata in modo da garantire la sopravvivenza del sistema capitalista.

Questo non significa che le donne hanno smesso di lavorare, ma quando l’hanno fatto hanno affrontato particolari svantaggi. Brennero e Ramas sostengono che c’erano particolari classi di donne che lavoravano in questo momento; quelle con bambini, che erano rimaste vedove e quelle sposate con uomini con redditi instabili. “Queste donne hanno costituito un pool di manodopera particolarmente indifesa e disperata,” scrivono. Con responsabilità domestiche che rendevano difficile l’organizzazione sindacale e una possibilità di mobilità ridotta che rendeva difficile trovare posti di lavoro migliori, le donne sono state costrette in salari bassi, spesso con lavori part-time. Da qui si vede lo sviluppo del salario-divario di genere – un divario che continua fino ad oggi.

Qui sta la radice dell’oppressione femminile sotto il capitalismo – radice che vediamo ancora oggi. Mentre alcune donne hanno sfondato il “soffitto di cristallo” (qui) la maggioranza continua a soffrire, sia a causa di una situazione di svantaggio storico (qui) che hanno affrontato nel mercato del lavoro, ma anche a causa di una classe capitalista che non è disposta a fornire le risorse necessarie per allevare i bambini (che è ancora in gran parte visto come un lavoro da donna). Il congedo di maternità retribuito è stato oggetto di una lotta enorme, mentre i servizi di assistenza all’infanzia sono costosi e difficili da trovare. Questo lascia le donne ancora in svantaggio.

Mentre queste radici sono economiche, non possono spiegare il sessismo nel suo complesso. Queste radici economiche hanno creato anche realtà culturali. Ci sono molti esempi di questo, ma prendiamone in esame uno: la percezione della sessualità femminile. La repressione della sessualità (attraverso idee secondo cui le donne avrebbero una bassa libido (qui), alla medicalizzazione della sessualità femminile attraverso la “malattia” della ninfomania) è forse la più grande forma di oppressione ideologica delle donne. Ci (gli uomini in particolare) hanno convinti sin dai primi anni della nostra vita, che la sessualità femminile è irregolare, inaffidabile, incostante e, pertanto, nasce il diritto degli uomini di controllarla. Ciò è stato radicato culturalmente, ed è evidente attraverso gli alti livelli di violenza sessuale e fisica che hanno come bersaglio le donne (qui). Eppure, se ci pensiamo bene, questo ha una base concreta. Quando le donne sono tenute ad essere monogame l’oppressione collettiva della loro sessualità è “logica” (anche se non morale). Questo è solo un altro modo per assicurarsi che le donne adempiano ai loro ruoli economici.
Qui si annidano il sessismo e la misoginia della nostra società – un sistema con radici concrete che si esprime culturalmente ed economicamente. Qualsiasi tentativo di sconfiggere l’oppressione delle donne non può mancare di affrontare sia la cultura sessista, che la sua base economica. Non possiamo fare una cosa senza l’altra.

 

lavoro-femminile

 

Il capitalismo e il neoliberismo sono incompatibili con l’affermazione di una società egualitaria, in cui le donne abbiano pari tutele e diritti, pari accesso a ogni ambito della vita economica e sociale di un paese. Ogni qualvolta ci si orienta verso la folle idea che alla fine questo sistema tende a riequilibrarsi da sé, si ottiene semplicemente un allargamento della forbice tra chi può, ha potere, detta le regole e chi deve semplicemente sottostare, in forme e modalità molto simili allo schiavismo. Come donne dovremmo capire che questo sistema è altamente nocivo, dovremmo capire che ci sono tanti segnali di un patriarcato che sfrutta questo modello per poter continuare a mantenere il controllo su di noi. Più siamo divise, spaccate e parcellizzate in tante micro realtà, più è probabile che il controllo su di noi risulti efficace, paralizzando ogni istanza di cambiamento reale e diffuso.

Se i servizi pubblici mancano o sono carenti, non sempre potremo sperare nell’azione taumaturgica di un imprenditore lungimirante e benefattore, perché questo potrebbe non avvenire mai. Sarebbe auspicabile che si giungesse a integrare più fattori e servizi che vadano a rendere possibile e concreto un equilibrio tra vita privata e lavorativa, con sostegni ai genitori, entrambi equamente responsabili dell’educazione e accudimento dei figli. Per questo penso e torno a ribadire quanto sia fondamentale un’azione organica statale.
I nostri servizi territoriali pubblici sono in profonda sofferenza, e avrebbero bisogno di tornare al centro delle nostre battaglie, chiedendo allo stato investimenti e progetti organici, ma soprattutto attenzione e cura di quanto già esiste. Penso a quanto sarebbe utile assicurare una educazione alla contraccezione, rendendo a tutte accessibili i vari metodi contraccettivi (possibilmente gratuiti). Sto parlando soprattutto di consultori che potrebbero e dovrebbero tornare ad essere il primo presidio per le donne, non solo per prestazioni socio-sanitarie, si potrebbe pensare a un punto di incontro per poter avere uno spazio di confronto tra donne, su vari temi, perché anche se non sono mai stati in un numero congruo, come previsto dalla normativa, sono un presidio territoriale fondamentale. Si potrebbe pensare di sviluppare all’interno dei consultori dei team in grado di fornire l’assistenza alle donne che vivono una situazione di violenza, con sportelli di facile accesso (al momento ci sono delle figure per un supporto psicologico, ma non sono specifiche). Lo so, l’orientamento generale sembra andare in tutt’altra direzione, i consultori tendono a perdere le loro caratteristiche e peculiarità, per divenire punti generalisti, centri polifunzionali per la famiglia, in senso ampio, amplissimo. Nei consultori pubblici mancano gli ecografi (come se il tempo e la tecnologia si fossero fermati) e a nessuno sembra interessare; in quelli privati accreditati non è così. La ratio di una scelta così suicida non è comprensibile, se non richiamando l’obiettivo sottaciuto, arrivare a una lenta dismissione degli stessi, una volta resi inefficienti e inutili. Negli anni li abbiamo abbandonati, e non accetto che si continui a non vedere questo grave errore. Il decentramento nella gestione politica-amministrativa della materia sanitaria ha creato non poche differenze nei servizi della penisola. Abbiamo permesso che spuntassero altri attori privati a fornire servizi che in uno stato sano, consapevole e interessato alle problematiche delle donne non dovrebbero prosperare. Uno stato che tende a ritirare il suo impegno dal sistema di welfare, poi vede l’avanzata di soggetti privati, spesso legati a logiche tutt’altro che laiche e spesso con interessi non propriamente puri e lontani da logiche di lucro, laddove invece sarebbe meglio avere una presenza pubblica forte, in grado di fare programmi lungimiranti e capillari, l’unica in grado di garantire un servizio quanto più universalistico e equo possibile. Non vogliamo servizi a macchia di leopardo. Inoltre, torno a ribadire la necessità di un monitoraggio (valutativo) imparziale e oggettivo di tutte le attività che si svolgono sui nostri territori, a cura di enti privati accreditati o indipendenti (consultori, centri antiviolenza ecc.), che forniscono servizi per noi donne, sarebbe una garanzia per noi tutte, onde evitare di incappare in strutture che non applicano interamente le normative nazionali (vedi la legge 194) o non offrono servizi di buona qualità.

Guardiamoci attorno, e cerchiamo di capire di cosa avremmo veramente bisogno. Allarghiamo il nostro sguardo e impegniamoci per ottenere servizi migliori e accessibili a tutte. Dobbiamo tornare a chiedere che lo stato investa sulle politiche che fanno bene alle donne, semplificando e alleggerendo i carichi che oggi pesano quasi unicamente sulle nostre spalle, in termini di welfare e cura, spingendo verso servizi universalistici, che coinvolgano anche gli uomini nel carico di responsabilità quotidiane. Lavoriamo per colmare il gender pay gap pretendendo la trasparenza delle retribuzioni, permettiamo alle donne di mantenere il lavoro (secondo una recente indagine Istat il 30% delle donne occupate ha lasciato l’impiego dopo la gravidanza) e di rientrarvi a tutte le età (i contributi dimezzati previsti dal Jobs Act per chi assume lavoratrici disoccupate da oltre dodici mesi o donne di qualsiasi età senza lavoro da almeno 24 mesi o il ddl collegato alla legge di Stabilità 2016 con cui si introduce lo smart working devono diventare realmente adottabili da tutte le aziende, per poter offrire benefici reali a tutte le donne, il tessuto imprenditoriale italiano non è tutto “virtuoso” e attento a questi problemi). Abbiamo anche l’Unione Europea, che può svolgere un importante ruolo propulsore di diritti e di linee guida per migliorare il nostro paese. Un benessere diffuso parte da un sistema riequilibrato, che va studiato e praticato, a partire dagli attori statali. Nessun* esclus*. Non possiamo pensare di vivere bene in un sistema senza regole che siano garanzia per tutt*, dobbiamo impegnarci in un lavoro certosino volto a riequilibrare le storture di un sistema economico e culturale che genera diseguaglianze, sopraffazione e la riproposizione di modelli affini allo schiavismo. Non lasciamoci affascinare da una libertà che pone al centro i desideri e i bisogni dell’individuo, che non prevede limiti e senza diritti certi per chi è più debole e non ha mezzi per difendersi. Non siamo monadi, siamo parte di un tessuto sociale, non possiamo ignorare i buchi, intesi come gap di genere e di censo, che lo caratterizzano. Non possiamo permetterci ulteriori tentennamenti e divisioni sterili, così non andiamo da nessuna parte. Un segnale di una deriva individualista che mi inquieta? Parlare di libertà e di autodeterminazione della donna associandole alla prostituzione e alla maternità surrogata (qui e qui). Andiamo alle radici di questi temi, senza omissioni o senza perdere la bussola.

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Preistorica parità

Photograph: Everett Collection -  Rex Features

Photograph: Everett Collection – Rex Features

 

Secondo uno studio di alcuni scienziati di cui parla il Guardian (QUI), sembra che nella preistoria, i nostri antenati avessero una forma relazionale uomo-donna più paritaria della nostra. L’osservazione delle moderne tribù di cacciatori-raccoglitori ha mostrato che operano su base egualitaria, suggerendo che la disuguaglianza sia un’aberrazione che si è creata con l’avvento dell’agricoltura.

In questo post traccerò un parallelo tra le tesi illustrate a proposito da Simone de Beauvoir ne Il secondo sesso, e quelle contenute nello studio scientifico da poco pubblicato.

Iniziamo con la mia traduzione dell’articolo pubblicato sul Guardian.

 

I nostri antenati preistorici sono spesso dipinti come selvaggi che brandiscono lance, ma le prime società umane è probabile che fossero fondate su principi egualitari illuminati, secondo gli scienziati.
Uno studio ha dimostrato che in tribù di cacciatori-raccoglitori contemporanee, gli uomini e le donne tendono ad avere pari influenza su dove vive il loro gruppo, e con chi vivono. I risultati mettono in discussione l’idea che l’uguaglianza sessuale sia un’invenzione recente, suggerendo che è stata la norma per gli esseri umani per la maggior parte della nostra storia evolutiva.
Mark Dyble, un antropologo che ha condotto lo studio presso l’University College di Londra, sostiene: ”C’è ancora questa percezione diffusa che i cacciatori-raccoglitori fossero più machi o maschilisti. Riteniamo che questa sia stata solo una conseguenza dell’agricoltura, quando la gente ha potuto iniziare ad accumulare risorse, ed è emersa la disuguaglianza.
Dyble sostiene che recenti risultati suggeriscono che la parità tra i sessi potrebbe essere stata un vantaggio per la sopravvivenza e ha giocato un ruolo fondamentale nel plasmare la società umana e l’evoluzione. “L’uguaglianza tra i sessi è una dei più importanti cambiamenti all’organizzazione sociale, insieme ad aspetti quali il legame di coppia, i nostri grandi cervelli sociali, il linguaggio, che distinguono gli esseri umani”, egli dice. “E’ un fatto importante, che non è mai stato ben evidenziato in passato.”
Lo studio, pubblicato sulla rivista Science, parte a indagare l’apparente paradosso per cui mentre le persone all’interno di società di cacciatori-raccoglitori mostrano forti preferenze per una vita insieme ai membri della propria famiglia, nella pratica i gruppi in cui vivono tendono a comprendere alcuni individui strettamente collegati.
Gli scienziati hanno raccolto i dati genealogici da due popolazioni di cacciatori-raccoglitori (si dovrebbe comprendere se queste società analizzate ai nostri giorni possano essere confrontate o fungere da esempio con quelle dei nostri antenati, sia per numero di individui, per tempi/abitudini di stanzialità e per altre caratteristiche peculiari, ndr), uno in Congo e uno nelle Filippine, comprendendo le relazioni di parentela, il movimento tra i campi e i modelli di residenza, attraverso centinaia di interviste. In entrambi i casi, le persone tendono a vivere in gruppi di circa 20 persone, in movimento ogni circa 10 giorni, nutrendosi di selvaggina, pesce, frutta raccolta, verdura e miele.
Gli scienziati hanno costruito un modello al computer per simulare il processo di selezione di un campo, partendo dal presupposto che la gente ha scelto di popolare un campo vuoto con i loro parenti stretti: fratelli, genitori e figli.
Quando un solo sesso aveva influenza sul processo, com’è tipico delle società basate sulla pastorizia o agricole a prevalenza maschile, si sviluppa un ristretto centro di individui. Tuttavia, il numero medio di individui imparentati diviene minore quando gli uomini e le donne hanno pari influenza – trovando una stretta corrispondenza con le popolazioni oggetto dello studio.
“Quando solo gli uomini hanno influenza su coloro con cui vivono, il nucleo della comunità è una fitta rete di uomini strettamente legati con i coniugi della periferia”, ha detto Dyble. “Se uomini e donne decidono, non si ottengono gruppi in cui vivono 4 o 5 fratelli.”
Gli autori sostengono che l’uguaglianza tra i sessi possa aver dimostrato un vantaggio evolutivo per le prime società umane, in quanto avrebbe favorito una rete sociale più ampia di relazioni e una più stretta cooperazione tra individui non imparentati. “Ti consente di avere una rete sociale più ampia con una scelta più vasta di amici, in modo che la consanguneità non sia un problema”, ha detto Dyble. “E si entra in contatto con più persone e si possono condividere le innovazioni, che è qualcosa che distingue gli esseri umani.”
Il dottor Tamas David-Barrett, uno scienziato che studia i comportamenti presso l’Università di Oxford, concorda: “Questo è un risultato molto chiaro”, ha detto. “Se si è in grado di seguire il parente più lontano, si può disporre di una rete molto più ampia. Tutto quello che dovresti fare è organizzare di tanto in tanto una sorta di festa.”
Lo studio suggerisce che solo con l’avvento dell’agricoltura, quando le persone per la prima volta sono state in grado di accumulare risorse, sia emerso uno squilibrio. “Gli uomini hanno potuto iniziare ad avere più mogli, e possono avere più figli rispetto alle donne”, ha detto Dyble. “Diventa vantaggioso per gli uomini accumulare risorse e per questo diventano più favorevoli a formare alleanze con i parenti di sesso maschile”.
Dyble sostiene che l’egualitarismo potrebbe anche essere un fattore importante per distinguere i nostri antenati dai nostri cugini primati. “Gli scimpanzé vivono in società dominate dagli uomini piuttosto aggressive e fortemente gerarchizzate”, dice. “Come risultato, non conoscono molti adulti nella loro esistenza, in modo tale che le conquiste “tecniche” possano essere durature”.
I risultati sembrano essere supportati da osservazioni qualitative dei gruppi di cacciatori-raccoglitori nello studio. Nella popolazione delle Filippine, le donne sono coinvolte nella caccia e nella raccolta del miele, benché ci sia una divisione del lavoro, uomini e donne contribuiscono complessivamente ad apportare la stessa quantità di calorie al campo. In entrambi i gruppi, la monogamia è la norma e gli uomini sono attivi nella cura dei bambini.
Andrea Migliano, University College di Londra, co-autrice dello studio, ha detto: “l’uguaglianza tra i sessi suggerisce uno scenario in cui tratti umani tipici, come la cooperazione con individui non imparentati, potrebbero essere emersi nel corso del nostro passato evolutivo”.

 

Simone de Beauvoir (siamo nel 1949) tenta di identificare la condizione della donna nel periodo pre-agricolo. Gli strumenti di cui si avvale sono ben diversi rispetto a quelli dello studio sopra citato. Si pone la domanda se la donna a quei tempi avesse la stessa conformazione fisica e muscolare di quella odierna. “Le erano affidati duri lavori; era lei a portare i carichi durante gli spostamenti (probabilmente perché gli uomini dovevano avere le mani libere per poter far fronte ad eventuali attacchi di uomini o animali). “Secondo i racconti di Erodoto, le tradizioni attorno alle Amazzoni di Dahomey e molte altre testimonianze antiche e moderne, pare che le donne prendessero parte a guerre o a vendette sanguinose; esse vi facevano mostra di coraggio e di crudeltà quanto gli uomini”. È verosimile che gli uomini avessero comunque maggiore forza fisica, contro la natura spietata dell’epoca. Chiaramente parto, gravidanza e mestruazioni ne riducevano la capacità lavorativa e di vita attiva. Ma la lotta contro un mondo ostile implicava l’impiego di tutte le forze della comunità.
Un elemento che viene introdotto è quello per cui l’uomo, attraverso il suo essere faber, si attrezza, inventa strumenti per poter dominare la natura che lo circonda: “già la clava, la mazza di cui arma il braccio per abbattere i frutti, per uccidere le bestie, sono strumenti attraverso i quali egli aumenta la sua presa sul mondo; non si limita a portare al focolare i pesci tratti dal mare: deve prima di tutto conquistare il dominio delle acque fabbricando piroghe; per far sue le ricchezze del mondo si impadronisce del mondo stesso. In questa azione sperimenta il proprio potere; si pone degli scopi, traccia le vie per raggiungerli: si realizza come esistente. Per conservare crea; oltrepassa il presente, apre l’avvenire”. Il lavoro come fondamenta per un nuovo avvenire.
L’agricoltura, porterà alla nascita di società più complesse, delle stratificazioni sociali, della definizione di ruoli sociali separati tra uomini e donne (da cui le discriminazioni e segregazioni del genere femminile), del diritto e delle istituzioni, con un rapporto con la terra diverso, un valore dei figli più importante in funzione della trasmissione della proprietà terriera. Al contempo de Beauvoir annota il fatto che la maternità, che permette nuova prole da destinare all’agricoltura, acquista un ruolo spesso sacro (aspetto via via superato nel corso della storia umana). Da questi aspetti deriva secondo de Beauvoir tutto il processo che ancora oggi identifica il clan-la gente-la famiglia e la proprietà.

Vi allego questo frammento, in cui emergono tutti i punti centrali che de Beauvoir cerca di analizzare, sempre partendo da una chiara differenza tra uomo e donna, nel modo di intendere il rapporto con la vita, il tempo e la Natura.

DONNE UOMINI PREISTORIA

 

Non abbiamo la certezza sui meccanismi in atto nel nostro passato remoto, ma quel che è certo è che oggi una maggiore parità tra i sessi assicurerebbe una maggiore uguaglianza e un equilibrio nella redistribuzione delle risorse e una migliore e più ottimale compartecipazione al benessere collettivo.

 

Su questi temi, un articolo interessante di Gabriella Giudici:
http://gabriellagiudici.it/lambiente-e-le-forme-di-societa/

 

TO BE CONTINUED… 

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The highest of values

Simone de Beauvoir

 

Oggi, nel 1908 nasceva Simone De Beauvoir.
Ritengo che lo studio e la lettura di testi, di articoli e di saggi siano dei passaggi imprescindibili per una maturazione personale e una presa di coscienza di sé, come donna. Questo discorso vale per tutti gli esseri umani, ma a maggior ragione per le donne, per secoli escluse o scoraggiate. Appunto la cultura. Vale per tutte le età della vita. Per evitare il pressappochismo, l’affastellamento di pregiudizi e di preconcetti, per crescere, l’unico modo è cercare risposte, attraverso anche le riflessioni di altre donne, di altre persone che prima di noi hanno fatto un percorso del pensiero e ci possono fornire gli strumenti per poter portare avanti un ragionamento autonomo. Questo preambolo perché? Di recente, parlando con una donna che sostiene di aver partecipato alle lotte storiche del femminismo (mi chiedo a cosa, visto che è una convinta antiabortista e sostenitrice dei valori tradizionali) sono rimasta basita dal suo rifiuto categorico dello studio, delle letture, lei buttava alle ortiche filosofe e storiche, pensatrici ecc. Perché? Perché secondo lei l’esperienza personale, il racconto di sé, ha maggior valore. Mi ha detto che lei “non ha voglia di perder tempo a studiare, tanto meno leggere, perché non le interessa leggere le altre, ma vale il vissuto, la parabola personale, il sentito dire, l’illusione di sapere perché si ha una vita alle spalle e non si accettano proposte, interpretazioni, idee diverse da quelle che da sempre abitano la propria testa”. Mi è stato velatamente fatto capire che “le mie” Simone de Beavouir & Co. mi conviene metterle nel cassetto o da qualche altra parte, perché, “chi se ne frega, avranno anche scritto tanto, ma a me non importa una beata fava di queste robe, ci sono le esperienze di vita vissuta che valgono e sono più che sufficienti per illuminarci la strada”. Vuoi mettere le esperienze del vissuto di questa donna con secoli di pensiero filosofico? “Non ho tempo per leggere nemmeno un articolo di giornale”, o “meglio non ne ho voglia e non trovo il tempo”, “non mi appassiona leggere”. Ecco che il pensiero individuale, il frullato di pregiudizi e di un’ottica egocentrica, ci portano unicamente verso un muro, un muro composto da noi, solo noi. In questo modo si è disposti solo teoricamente a mettersi in relazione e a confronto con l’altro o l’altra, restando saldamente ancorati al nostro io. Si sostiene che: “Bisogna mettersi dalla parte delle altre, ma senza dimenticare la propria”, che viene prima di tutto e tutti. Si comprende che la spinta verso l’altr* è solo di facciata, perché al centro di tutto c’è la propria persona, per la serie “se sostenere l’altra parte mi conviene, ok, lo faccio, se non ho un tornaconto personale, incrocio le braccia”. Un afflato altruista di una ipocrisia corrosiva. Io con questo tipo di persone smetto di investire le mie energie. Non ha senso parlare con una persona che crede di essere il verbo e che basta a se stessa. Sapete cosa sarebbe stato il femminismo senza lo studio della storia, della filosofia e dei classici del pensiero? Nulla, un pulviscolo fatto di opinioni personali come tante chiacchiere da bar. Se oggi è una galassia di movimenti culturali, lo si deve allo studio che per anni chi più chi meno ha dedicato. Oggi, sentirmi dire che l’azione politica e la prassi politica possa essere scevra da un lavoro teorico, mi fa venire voglia di dedicarmi allo studio delle riviste di gossip che si troviamo dal parrucchiere. Meglio parlare della nostalgia dell’Argentina di Tévez. Inizio a pensare che forse la banalizzazione e la liquefazione di una riflessione seria siano molto più diffuse di quanto pensassi. Continuerò il mio cammino altrove, possibilmente tra persone che non guardano inorridite un libro. Ecco perché così tante donne oggi non hanno bisogno di femminismo. Perché gli basta la vulgata che gli passano gli uomini e che da secoli il patriarcato diffonde a piene mani. Siamo immerse in questa non cultura, in questo parlare senza niente dietro. Io non ci sto. Perché poi mi sento anche dire che tutto sommato, un po’ di prostituzione non guasta, c’è sempre stata e sempre sarà così, che le posizioni abolizioniste non hanno poi tanto ragione, pensiamo agli uomini, poverini. Meglio, magari riaprire le sane case chiuse e lasciare che sia. Chi ha la sfortuna di incappare nel mondo della prostituzione, fatti suoi. Qualcuna si dovrà sacrificare, “si sa come sono fatti gli uomini”. Che non è poi tanto giusto punire i clienti. Mi torna in mente Mandeville a proposito della prostituzione: “E’ chiaro che v’è necessità di sacrificare una parte delle donne per salvare l’altra e prevenire sconcezze di natura più disgustosa”. Son passati secoli, ma c’è chi ancora parla in questi termini. Il problema è in primis una questione maschile, ma ci siamo dentro anche noi donne, sempre pronte a difendere il vecchio marciume patriarcale, a scusare l’uomo e le sue mille forme di violenza.

Leggere ti apre la mente e ti fa uscire dal tuo mono-pensiero che vuole assurgere a regola e ad assunto universale, valido a priori perché è uscito dalla tua testa. Non tutto ciò che la nostra testa e il nostro vissuto ci forniscono è valido e lo è universalmente. Leggere ci consente di riflettere e di far lavorare il nostro senso critico. La lettura ci consente di non essere passive. Leggere ci rende libere e non schiave di qualcosa o di qualcuno.

Buon viaggio, io vado avanti con le mie letture, con il piacere che provo condividendole con altr*.

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Trascendenza e Esistenza

Esistenza

Proseguo nel mio cammino attraverso le pagine di Simone de Beauvoir, perché credo che siano passi importanti per ricostruire il percorso della donna e andare a scandagliare aspetti che raramente compaiono nelle analisi recenti.
Oggi riprendo alcuni passaggi tratti da pagg. 84-85 da Il secondo sesso, Il saggiatore 2012.

“Al puro livello biologico una specie si conserva solo rinnovandosi; ma questo rinnovarsi non è che un ripetere la stessa Vita sotto forme diverse. Solo trascendendo la Vita mediante l’Esistenza l’uomo assicura il ricrearsi della Vita: con questo superamento crea valori che negano ogni senso alla pura ripetizione. Nell’animale la gratuità, la varietà delle attività maschili restano vane perché non sono concepite in vista di uno scopo; quando non serve la specie, la sua attività è inutile; mentre il maschio umano servendo la specie modifica la faccia del mondo, crea strumenti nuovi, inventa, foggia l’avvenire. Nel farsi sovrano, trova la complicità della donna: poiché è lei pure un esistente, è abitata dalla trascendenza e i suoi fini non consistono nella ripetizione dell’avvenuto ma nel superamento verso un avvenire nuovo; il cuore stesso del suo essere è abitato dalla conferma delle pretese maschili. Ella si associa agli uomini nelle feste che celebrano i successi e le vittorie dei maschi. La sua disgrazia è di essere biologicamente votata a ripetere la vita, mentre, anche per lei, la vita non porta in sé le sue ragioni sostanziali di essere, e tali ragioni sono più importanti della vita stessa. Certi passaggi della dialettica con cui Hegel definisce il rapporto tra padrone e schiavo si applicherebbero assai meglio alla relazione tra uomo e donna. Il privilegio del padrone – dice Hegel – nasce dal fatto che, rischiando la sua vita, egli afferma lo Spirito contro la Vita: ma in realtà lo schiavo vinto ha conosciuto il medesimo rischio; mentre la donna è originariamente un’esistente che dà la vita e non rischia la propria vita; tra il maschio e lei non c’è mai stata lotta; la definizione di Hegel si applica singolarmente a lei. “L’altra (coscienza) è la coscienza subordinata, la quale la realtà essenziale è la vita animale, cioè l’essere dato da un’entità estranea.”

In pratica, l’assenza di quel conflitto che permetteva l’esperienza e la piena coscienza di sé (di cui parlavo nei miei post precedenti), la donna non stata storicamente messa in grado di affermare se stessa. Per questo ella vive una coscienza subordinata, non consapevole di sé. Il suo ruolo resta confinato e subordinato, incapace di quel salto che le permetta di superare il dato biologico. Ma questo rientra in un disegno maschile, come spiega bene de Beauvoir:

“Ma questo rapporto si distingue dal rapporto di oppressione, in quanto la donna riconosce e ambisce i medesimi valori che sono concretamente raggiunti dai maschi; è l’uomo che apre l’avvenire verso il quale anche la donna si trascende; in realtà le donne non hanno mai opposto ai valori maschili dei valori femminili: sono stati gli uomini desiderosi di mantenere le prerogative maschili a inventare questa divisione; hanno voluto creare un regno femminile – regno della vita, dell’immanenza – solo per rinchiudervi la donna; ma l’esistente cerca la giustificazione nel moto della sua trascendenza, al di là di ogni specificazione sessuale: la sottomissione stessa delle donne ne è la prova. Oggi esse vogliono venire considerate come “esistenti” alla medesima stregua degli uomini e non sottomettere l’esistenza alla vita, l’uomo alla sua animalità”.

Siamo ancora ferme a questo punto, alla ricerca di affermare la sua esistenza al pari dell’uomo, senza essere schiava di una discriminazione che l’ha confinata a un destino specifico. Superare il destino è l’obiettivo. Conoscere a che punto siamo oggi è il primo passo.

“Una prospettiva esistenziale ci ha dunque permesso di capire perché la situazione biologica ed economica delle orde primitive dovesse condurre alla supremazia dei maschi. La femmina è più del maschio in preda alla specie; l’umanità ha sempre cercato di evadere al suo destino specifico; con l’invenzione dello strumento la conservazione della vita è divenuta per l’uomo attività e fine, mentre la donna nella maternità restava incatenata al suo corpo, come l’animale. L’uomo è diventato un “padrone” rispetto alla donna perché l’umanità mette in causa tutto il proprio essere, cioè preferisce alla vita le ragioni di vivere; il fine dell’uomo non è di ripetersi nel tempo: è di regnare sull’istante e di formare l’avvenire. È l’attività maschile che, creando valori, ha costituito l’esistenza stessa come valore; essa ha prevalso sulle forze oscure della vita; ha asservito la Natura e la Donna”.

Da questo occorre partire. Come è stata definita la donna, l’Altra, che posto e che diritti le sono stati riservati? L’Altra esistente misconosciuta, mai riconosciuta come pari.
Occorre riconoscere il ruolo delle donne come creatrici di un’esistenza che riesce a superare la mera ripetitività e che consente all’umanità tutta di trascendere se stessa. Questo il nostro compito: portare alla luce questi aspetti e crescere le future generazioni in questa consapevolezza nuova e mai affermata veramente.
Questo è un compito per tutte le donne del mondo.

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Discendenza e vita economica

discendenza

Riflettevo nel mio post su quale potesse essere l’origine del comportamento dell’uomo che cerca di sottomettere e controllare il corpo della donna, la sua vita, le sue capacità riproduttive. Sempre facendo riferimento al tentativo dell’uomo di superarsi e di trascendere se stesso, l’uomo cerca di dominare in primis la Natura, creando strumenti sempre più sofisticati per l’agricoltura, poi gli altri uomini e infine la donna (psicanaliticamente dipinta come il soggetto alienato per eccellenza). Riprendo Engels. C’è un momento in cui, in una divisione primitiva del lavoro, agricoltura e lavoro domestico si equivalevano e concorrevano in egual misura al benessere del gruppo. A un certo punto, il passaggio a forme di produzione e di economia più complesse, che esigevano una forza maggiore, ha creato di fatto l’esigenza di avvalersi dei servigi di altri uomini. L’uomo diventa padrone di terre e di altri uomini, generando di fatto la proprietà privata. In questo possesso rientra naturalmente anche la donna. Il lavoro domestico diventa un di più di scarso valore, in una società in cui il lavoro dell’uomo invece assume un ruolo primario. Il diritto paterno sostituisce quello materno: si tramanda il potere (e le proprietà) di padre in figlio, non più dalla donna al suo clan. Si chiama modello patriarcale. Il materialismo storico non spiega a sufficienza come avvengono i passaggi che abbiamo citato, dandoli quasi come dati di fatto, come ad esempio il legame d’interesse che lega l’uomo alla proprietà privata. Così come non si comprende come mai nel pensiero socialista, grazie all’integrazione delle donne nella produzione, si avrà un superamento della sottomissione del genere femminile, che verrà assimilato nella categoria “lavoratori”. Sul fallimento (ne avevo già parlato qui a proposito di alcune argomentazioni di Simone de Beauvoir) della strategia femminista che identifica il lavoro retribuito come la via per la liberazione delle donne tornerò in un altro post.

Per colmare il vuoto sulle cause originarie, occorre utilizzare quel ragionamento che avevo introdotto nel post La Natura, l’Altro e l’Altra. Per comprendere è necessario ripescare l’idea di un soggetto che voglia imporsi come individualità autonoma, cercando se stesso in una forma estranea che fa sua, alienandosi in essa. Il territorio che egli conquista e fa proprio attraverso i suoi strumenti diventa di una importanza immensa, perché in esso ritrova se stesso. Ma per spiegare la sottomissione della donna dobbiamo aggiungere un altro tassello. Se i rapporti umani fossero da sempre stati contraddistinti da un tipo di associazione amichevole, non ci sarebbe stato nessun asservimento. Simone de Beauvoir, parla di “imperialismo insito nella coscienza umana, che cerca di realizzare nell’oggetto la propria sovranità”. Era il discorso sul predominio sull’Altro che facevo nel mio post. Quindi non è lo sviluppo tecnologico a spiegare da solo il processo di sfruttamento. Engels non approfondisce il carattere speciale dell’oppressione delle donne, riducendo le disparità tra i sessi a un mero conflitto di classe. Nella scissione tra le classi non ci sono questioni biologiche, l’operaio oppresso prende coscienza di sé contro il padrone, sperimentando da sempre il conflitto che può portare a invertire la situazione: “il proletariato mira a sparire come classe”. “La donna non vuole abolirsi come sesso”, ma cercare di eliminare le conseguenze negative di una differenza sessuale che ha invaso ogni ambito della sua vita, impedendone uno sviluppo pieno e pregiudicandone il libero godimento.

 

to be continued

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La “causa” è di tutte le donne o di nessuna

 

Silvia Federici qui (in pdf) afferma che:

“non possiamo ottenere nessun cambiamento sociale significativo a meno che non combattiamo contro la totalità dello sfruttamento femminile e sino a che ci diamo da fare per politiche di cui beneficia solo un gruppo limitato di donne”.

L’impostazione sul lavoro retribuito come fonte “certa” di liberazione delle donne nasce come risultato delle teorie marxiste, una conseguenza “naturale” che sarebbe stata raggiunta con l’abolizione delle classi e con il superamento del modello capitalistico. Il capitalismo è vivo e vegeto, le discriminazioni delle donne pure. Ne parlavo qui, commentando le tesi di Simone de Beauvoir:

“siamo stritolate e l’emancipazione sembra passare solo attraverso esistenze funamboliche, subappaltate magari a qualche altra donna che faccia le nostre veci di angelo del focolare. Si susseguono e si affermano miti di donne tuttofare, in grado di sostenere ogni cosa da sole, ci raccontiamo tante frottole per soddisfare il modello che oggi è considerato vincente e irrinunciabile. Ci facciamo strizzare, comprimere per essere quelle donne perfette come ci chiedono gli altri, il sistema sociale ed economico. Ci dibattiamo su quale sia la scelta giusta, quando non esiste. È palese che la crocifissione in virtù di una scelta perfetta non va bene. Non esiste, una e una sola ricetta. Saranno tutte ugualmente fallimentari, finché non cambierà il sistema produttivo, i rapporti sociali e culturali. La mancata piena emancipazione femminile è fondata sul mantenimento di donne perennemente traballanti, qualunque sia la loro scelta. Ci vogliono così, perché disunite, fragili, piene di sensi di colpa, affannate, tremanti, angosciate, siamo più controllabili e ci possono tenere sotto dominio, palese o celato. Incelofanate e pronte al multiuso. Dobbiamo imparare a sbarazzarci di sistemi di vita preconfezionati e marchiati come vincenti e socialmente approvati. Costruiamone di nostri, autentici. Sicuramente sbaglieremo, ma almeno saremo in grado di esserne consapevoli”.

Queste riflessioni ci portano a comprendere, forse per la prima volta nella storia, dopo l’euforia a partire dal secondo dopoguerra e del boom economico, che l’emancipazione non passa unicamente per una compartecipazione alla produzione capitalistica, non può derivarci nulla di buono dall’essere inserite in un meccanismo che ci sfrutta e che ci usa. Evidentemente ci vuole qualcosa di più “permanente” e meno aleatorio di un lavoro. Evidentemente si tratta di un’emancipazione illusoria, funzionale al nostro essere utili a un sistema di produzione ineguale e fonte di discriminazioni. Il mito dell’ascensore sociale è crollato. Come abbiamo visto, possiamo ampiamente sostenere che siamo ricadute in una nuova forma di “controllo” e sfruttamento, per certi aspetti più subdola. Forse è il caso di affrontare queste questioni e aprire le nostre riflessioni.

Notevoli i passaggi che si riferiscono al lavoro domestico e alla violenza domestica:

Domestic work and domestic life are built on women’s unpaid labour and the male supervision of it. As I have often pointed out throughout my work: by means of the wage, capital and the state delegate to men the power to command women’s work, which is why domestic violence has been socially accepted and is so widespread even today.

L’attuale assetto socio-economico specula su una competizione accesa tra individui, divisi e sempre più spiccatamente dotati di un approccio individualistico alla vita. Silvia Federici spiega molto bene come un meccanismo di cooperazione potrebbe costare molto caro al capitalismo. Per questo noi femministe siamo da sempre bersaglio del modello capitalista. Ma per orientarsi verso un modello di cooperazione occorre sviluppare una consapevolezza propria, che in un momento di fragilità esistenziale e materiale come quello che stiamo vivendo, appare difficilmente raggiungibile.
Nella lunga intervista, la filosofa femminista tocca anche il tema della famiglia nucleare, funzionale all’ordine e alla disciplina capitalista. Così come la sottomissione delle donne è stato uno strumento per la costruzione capitalista, in Europa, nelle Americhe e in Asia (dove la dominazione coloniale ha cancellato i modelli di società matrilineari e la trasmissione delle proprietà collettive per linea materna).

“L’approccio è di insistere che qualsiasi richiesta e strategia che non interessi tutte le donne e, prima di tutto, quelle che sono state più sfruttate e discriminate, qualsiasi approccio che non mini le gerarchie che sono state costruite tra noi, è fallimentare, e mette a rischio qualsiasi vantaggio abbiamo potuto momentaneamente ottenere”.

La causa è di tutte le donne o di nessuna. Il femminismo deve essere rivoluzionario, scardinare le regole secolari costruite dagli uomini per il benessere e il successo del proprio genere, a discapito dell’Altra.
La crisi, lo “slittamento dal welfare al workfare” ha segnato l’avvento di tutele previdenziali subordinate allo svolgimento di un lavoro retribuito. In un contesto di precarietà diffusa, questo meccanismo è molto pericoloso, segna una discriminazione che dovrebbe portarci a riflettere. Non si tratta semplicemente di un modello che disincentiva chi non lavora, ma lo penalizza nel momento in cui la sua condizione di bisogno e di impossibilità permanente o temporanea non gli permette di essere parte attiva del sistema produttivo. Sappiamo benissimo quali sono le componenti della società maggiormente colpite dal workfare. Soprattutto laddove mancano i servizi e i sostegni dello stato all’assistenza dei figli e dei familiari anziani o malati.

Questa intervista è preziosa per l’approccio analitico, a 360°. Ciò che alcune volte manca alle riflessioni femministe. Occorre capire che tutti gli ambiti qui toccati sono strettamente interconnessi e non dobbiamo assumere un’ottica parziale e monotematica. Infine, penso che sia giunto il momento di tornare a fare fronte compatto tra donne e dismettere la prassi che spesso ci coglie “ognuna per sé”, divise in schieramenti e appartenenze che non aiutano.

Fonte originale dell’intervista qui.

 

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Biologia, percezioni e decisioni

utero47

 

Vi ricordate lo “Sputiamo su Hegel” di Carla Lonzi?

Per Hegel l’uomo è principio attivo e la donna principio passivo (mobilità dello spermatozoo e inerzia dell’ovulo).

Per Simone De Beauvoir “ci troviamo di fronte a un fatto al quale non si può dare né fondamento ontologico, né giustificazione empirica e la cui portata non sembra possibile cogliere a priori” (pag. 38, Il secondo sesso, Il Saggiatore, 1997). Sono immagini che restano alla base della nostra cultura e che inconsciamente restano lì, anche se scientificamente sono state superate, ed è stato dimostrato che il compito di spermatozoi e ovuli è fondamentalmente identico. Essi creano insieme un essere vivente “nel quale ambedue si perdono e si superano”. Le rappresentazioni di Hegel sono alla base di secoli di pensiero in cui il patriarcato ha costruito le sue mura difensive ideologiche e biologiche, tutto a spese delle donne.
Oggi tutti noi conosciamo i meccanismi biologici e fisiologici (almeno approssimativamente, visti i risultati non proprio brillanti di alcune recenti indagini tra i giovani sulla conoscenza del proprio corpo), ma poco ci interroghiamo sugli aspetti più profondi, non ci soffermiamo sulle implicazioni che hanno questi dati sul nostro modo di leggere la vita, nelle relazioni uomo-donna, sulla nostra psiche, sul nostro inconscio.

Premetto che il dato biologico non è e non può essere l’unica chiave di lettura, ma è una componente che va analizzata, come fece a suo tempo Simone de Beauvoir.
Prendiamo in considerazione la mestruazione o meglio il ciclo mestruale. Anzi partiamo dal fatto che dalla pubertà alla menopausa, la donna è “luogo” di una storia che si svolge in lei ma non la riguarda in quanto individuo. The curse (la maledizione), la mestruazione infatti non ha finalità individuali, indirizzate alla donna in quanto individuo, ma a un’ipotesi di vita “altra” rispetto a lei. Ai tempi di Aristotele, si pensava che il sangue mestruale costituisse il bambino in carne e sangue in caso di fecondazione. Come scrive Simone De Beauvoir “la donna abbozza senza tregua il travaglio della gestazione”. Ogni mese, e non solo stagionalmente, creiamo e disfiamo la nostra tela di Penelope. Dentro di noi si compie un ciclo continuo. Nella donna ogni mese si prepara la “culla” destinata a ricevere l’uovo fecondato, le pareti dell’utero si modificano e siccome queste trasformazioni cellulari sono irreversibili, se non c’è fecondazione tutta la struttura non verrà riassorbita, ma ci sarà una “distruzione” della mucosa, una sorta di sfaldamento dell’opera architettonica appena creata. Gli impatti sono di varia natura. Questo ogni 28 giorni. La donna “sperimenta il suo corpo come una cosa opaca, alienata, in preda a una vita ostinata ed estranea che in esso ogni mese fa e disfa una culla”. Si tratta di alienazione allo stato puro, cui non facciamo più caso perché percepiamo il ciclo come un evento naturale e ineluttabile. Se ci pensiamo bene, “la donna, come l’uomo, è il suo corpo, ma il suo corpo è altro da lei”. Come se ci fosse una sorta di dicotomia interna al corpo, che riusciamo a superare solo prendendone atto e lasciando che la natura faccia il suo corso.
L’alienazione da mestruazione se vogliamo si amplifica durante la gravidanza, dove la finalità “altra” raggiunge il suo apice.
Un po’ di sollievo a questo tipo di alienazione da ciclo e a questo essere alla mercé di un dato biologico, ci è arrivato dagli anticoncezionali, che danno regole nuove alle “regole”.

Sicuramente c’è stata una trasformazione dei significati del nostro “fare e disfare dentro”. Comprendete la portata di un anticoncezionale nella vita di una donna? Ci siamo sganciate dal nostro ruolo di incubatrici e di generatrici potenziali a oltranza. Abbiamo affermato il nostro io sul nostro corpo. Gli ormoni continuano a circolare, ma è come se per un tempo, che noi decidiamo, concedessimo al nostro corpo di dare un significato altro di quel fare ormonale.
Un discorso analogo ha il riconoscimento del diritto a un aborto sicuro e legale.
Sono tutti passi che affermano il nostro ruolo attivo.
Purtroppo non per tutte le donne è così, non in tutto il mondo è così: di questo dobbiamo esserne consapevoli.
Qui una storia che vi consiglio di leggere.
Mi viene in mente una cosa. Soggetti come Adinolfi e Ferrara (vista la loro posizione ideologica) potrebbero a breve ideare una raccolta firme per una legge volta a “salvare” tutti gli ovuli che noi donne non trasformiamo uno ad uno in bambini. All’assurdo e alla follia non ci sono limiti.
Di intrusione violenta nella vita delle donne e di obiezione di coscienza parla Furio Colombo (qui), con parole chiare e lucide.

Prossimamente vorrei soffermarmi ad analizzare i motivi per cui l’uomo si concentra sulle questioni riproduttive della donna, volendo impadronirsene e desiderando controllarle quasi come se il corpo della donna, la sua carne gli appartnessero di diritto. Come se il nostro “fare e disfare continuo” fossero suoi.
Mi torna in mente una battuta di padre Pizarro (personaggio creato da Corrado Guzzanti, qui al minuto 4 circa) che dice: “a noi ci interessa la vita dal concepimento alla nascita, già dopo un quarto d’ora non gliene frega più niente a nessuno. Per noi conta solo il feto, dal primo giorno, il parto e prima de morì. In mezzo c’è un grandissimo “chissenefrega”.

Anti-choice hypocrisy

Ecco, al di là delle battute, spesso avviene proprio questo. Noi vorremmo che quel “in mezzo” fosse maggiormente soppesato e considerato come fondamentale (i risultati di una scarsa attenzione all’infanzia si vedono come descrive qui Chiara Saraceno). Perché non considerarlo nei giusti termini può sottintendere che nessuno se ne occupi adeguatamente o che a farlo sia solo e soltanto una donna.

Vi consiglio la lettura di questo inserto pubblicato da Internazionale sul tema dell’aborto, contenente due articoli di Katha Pollitt.

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La Natura, l’Altro e l’Altra

Adamo ed Eva, Marc Chagall, 1912

Adamo ed Eva, Marc Chagall, 1912

 

Oggi esplorerò il versante filosofico puro di Simone de Beauvoir. Un po’ ostico? No, vedrete che sarà un viaggio piacevole. Parto da questo estratto de Il secondo sesso, per fare qualche considerazione filosofica, che è necessaria per il punto a cui desidero arrivare. Vi allego qui pagg. 187-188 de Il secondo sesso.
Si parte dal presupposto che “il soggetto cerca di affermarsi, l’altro lo limita e lo nega se gli è necessario; il soggetto non si realizza che attraverso questa realtà estranea“. In parole povere, l’individuo ha bisogno di una dimensione duale per esplicare e dare misura della sua esistenza. Condizione di scontro, lotta, confronto, contrapposizione. L’altro, su cui il soggetto cerca di affermarsi, gli è necessario: non si tratta di un rapporto monodirezionale, perché in realtà è reciproco, la necessità del soggetto passivo è speculare a quella del dominante. In prima istanza esiste il rapporto uomo-natura, che l’uomo può cercare di dominare, controllare, sottomettere, può impadronirsene. Ma la natura non è in grado di soddisfarlo appieno, perché o si realizza come opposizione astratta, pura, restando un ostacolo estraneo, oppure, si lascia dominare, ma in questo caso l’uomo la consumerà e la distruggerà. In questo rapporto con la natura, l’uomo resta comunque solo. Anche la scoperta di avere un ruolo nella procreazione (ne avevo parlato qui) per l’uomo ha rappresentato una vittoria sulla natura, un altro esempio di come l’uomo può controllare la natura, interagire con le sue regole e impadronirsene.
Perché ci deve essere una coscienza altra (da me) ed è necessario che questa sia cosciente di sé, e che in qualche modo io possa riconoscermi in essa. Riporto fedelmente: “Non v’è presenza dell’altro che se l’altro è presente a sé; in altre parole, la reale alterità consiste in una coscienza separata dalla mia e identica a sé”.

Quindi avviene un ulteriore passaggio: l’uomo in rapporto all’altro uomo. Nel rapporto con gli altri uomini, l’uomo sperimenta e realizza la sua trascendenza (in senso esistenzialista): l’uomo alla perenne ricerca di superare se stesso, di elevarsi rispetto alla natura e agli altri (cosa preclusa per secoli alla donna, confinata in ruoli predeterminati, fissi, statici, immutabili che non le permettevano di sperimentare e di mettersi alla prova e superarsi). Questa relazione implica però dei rapporti di forza che mettono a dura prova la libertà del singolo uomo, perché “ogni coscienza pretende di porsi come soggetto unico e sovrano. Cerca di realizzarsi precipitando l’altra in schiavitù“. In pratica, c’è una eterna lotta di affermazione sull’altro, logica impressa nelle relazioni e ineludibile, perché necessaria ad esse e alla loro piena sperimentazione e realizzazione. C’è un passaggio successivo: lo schiavo, “nella fatica e nel terrore, sperimenta se stesso come essenziale, e per un rivolgimento dialettico, è il padrone che appare ora l’inessenziale”. È il rapporto di reciprocità e di specularità di cui parlavo all’inizio. I rapporti sono sempre intrecciati e ribaltabili, si possono osservare da angolature diverse e si troverà sempre il rapporto dialettico signore-servo di Hegel. Alla base della filosofia di Simone De Beauvoir c’è proprio questo.
Il conflitto padrone-schiavo potrebbe risolversi con “un libero riconoscersi di ciascun individuo nell’altro, ciascuno ponendo insieme sé e l’altro come oggetto e come soggetto di un movimento reciproco”. Questo riconoscersi reciprocamente delle libertà non è un tratto comune, si tratta di una virtù rara. Si tratta di un processo che non ha mai fine, a cui si tende continuamente, ma che non si completa mai veramente. È come se fosse una tensione all’infinito tra soggetto e oggetto e viceversa.
Quindi, l’incapacità dell’uomo di compiersi in solitudine, mettendolo per forza di cose in relazione con gli altri, contemporaneamente lo mette in pericolo. In questa continua tensione a dominare e a controllare l’altro, altro che gli resiste e gli si contrappone a sua volta, la vita degli uomini è un’impresa ardua, mai compiuta e sempre in fieri e insicura. Ma l’uomo non ama le difficoltà e il pericolo, aspira alla quiete, e dall’altro canto è attirato dalla vita. L'”inquietudine dello spirito”è la prova del suo essere vivo, in pieno sviluppo e raffigura il superamento di sé; la lotta con l’altro è garanzia e testimonianza della sua stessa esistenza. L’uomo vive contraddittoriamente in bilico tra esistenza ed essere, tra la vita e il riposo. È la coscienza infelice del borghese di Hegel.

Apro una piccola parentesi, per cercare di comprendere quando avviene la scoperta di questa realtà difficile, fatta di un continuo tendere a qualcosa, senza mai riuscire a trovare quiete. Ho riflettuto e penso che si possa far rientrare nella fase di passaggio dall’adolescenza all’età adulta, quando si sperimenta un nuovo rapporto con sé, una conoscenza di sé, al di là delle esperienze quotidiane. Nel passaggio tra infanzia e età adulta si realizzano delle scoperte cruciali. Non potrà essere semplice e privo di sofferenza lo scoprire che quella essenza (che è l’essere in potenza), quella percezione di te stesso è in realtà un’entità astratta, un’idea, nel senso platonico, un’immagine di noi stessi che rimarrà nell’iperuranio e probabilmente non vedrà mai una realizzazione concreta, perché sarà inafferrabile e in eterno mutamento/adattamento, frutto del rapporto dialettico con gli altri.

Fin qui il rapporto tra uomo-natura e tra uomo e uomo. Simone De Beauvoir compie un ulteriore salto e arriva al nocciolo della questione che più le interessa.
“La donna è precisamente quel sogno incarnato; lei è il desiderato intermediario tra la natura straniera all’uomo e il suo simile che gli è troppo identico”. E l’uomo esclamò: BINGOO! L’uomo ha trovato un simile a sé, cosciente di sé, ma non troppo pericoloso, che non gli oppone il silenzio ostile della natura, né necessita di un riconoscimento reciproco. Cosa non da poco, sembra semplice “impadronirsi della sua carne”. Grazie alla donna, l’uomo può sfuggire dall’imperitura e “implacabile dialettica del padrone e dello schiavo, che ha origine nella reciprocità delle libertà”. In pratica, con la donna, l’uomo ha trovato una sorta di soluzione alla sua tensione continua.
Insomma la sua isola ideale, il suo sicuro approdo. La donna rappresenta “l’Altro in assoluto, senza reciprocità, l’inessenziale che non ritorna mai all’essenziale”. Comprendete che attraverso questo presupposto gli uomini hanno trovato la soluzione alla loro esistenza, a scapito della donna, che per garantire la quiete all’uomo deve restare in una posizione di subordinazione.

“La donna non è un inutile doppione dell’uomo; è il luogo incantato ove si compie la vivente alleanza dell’uomo e della natura. Se la donna sparisse, gli uomini si troverebbero soli, forestieri, senza passaporto in un deserto glaciale. Lei è la terra stessa innalzata al culmine della vita, la terra diventata sensibile e gioiosa; e senza di lei, per l’uomo la terra è muta e morta”. (M. Carrouges, I poteri della donna, Cahiers du Sud CCXCII)

Nel caso ci fossero problemi e la donna si permettesse di lamentarsi, basta non cedere e non darsi per vinti.
Balzac (citato da Simone De Beauvoir in nota) sintetizza bene i diritti che l’uomo può accampare sulla donna in questo passaggio tratto dal suo Physiologie du marriage:

“Non datevi pena alcuna per i suoi mormorii, delle sue grida, dei suoi dolori; la natura l’ha fatta a nostro uso, e per sopportare tutto: figli, sventure, colpi e pene degli uomini. Non accusatevi di durezza. In tutti i codici delle nazioni sedicenti civili l’uomo ha scritto le leggi che regolano il destino delle donne sotto questa epigrafe sanguinosa: “Vae Victis! Guai ai vinti!”.

Allontaniamoci per un istante dalle dissertazioni teoriche per scendere nel nostro quotidiano. Prendiamo in considerazione il rapporto imprenditore/capo e dipendente/operaio/lavoratore subordinato. Possiamo adoperare il meccanismo illustrato poc’anzi: c’è una relazione necessaria e conflittuale per natura in questi rapporti. Proprio da quella posizione dello schiavo, che si sente “essenziale”, può nascere quel tentativo e l’istanza socialista per cambiare lo status quo e per consentire una rivoluzione del proletariato. Insomma gli equilibri sono perennemente instabili e ribaltabili ed è forse un bene che lo siano, perché altrimenti ci sarebbe stagnazione, una società e un’economia immobili. Invece, lo scontro dialettico è necessario per la stessa vitalità e sopravvivenza di ciascuna delle due parti. Il cambiamento è possibile grazie al conflitto, se si dovesse mettere a tacere il contraddittorio e il dissenso ci troveremmo tutti imbrigliati e sicuramente non liberi. Il pensiero unico è la morte di ogni cosa. Il cambiamento non può avvenire senza un rapporto dialettico tra le parti. Non occorre aggiungere o specificare a cosa mi riferisco. Non venite a dirmi che sono cose e modelli vecchi!
Quando qualcuno (come avviene sempre più spesso di questi tempi, soprattutto a causa della crisi) afferma che il dipendente deve mettersi nei panni dell’imprenditore, deve compartecipare al destino dell’azienda, che è in qualche modo “socio” dell’impresa, nel bene e nel male (soprattutto e forse unicamente di fatto nel male), avviene un livellamento, una negazione di quel rapporto dialettico di cui parlavo prima. Significa voler forzatamente e innaturalmente mettere tutti sullo stesso piano teorico, per mantenere nella pratica una subordinazione e tutti gli effetti negativi di essa. Si tratta di un tentativo subdolo di disinnescare la reazione dell’altro (dipendente, proletario), di anestetizzare l’altra parte, in modo tale che questa non abbia più la forza e la consapevolezza di sé per reagire e opporsi. Trovo pericoloso negare e annullare questo rapporto duale, conflittuale, necessario affinché sia assicurato un movimento, un cambiamento costante, una mutevolezza della condizione umana. Insomma, se non ci fosse la possibilità di resistere e di contrapporsi, probabilmente saremmo in un regime schiavista.

Specularmente questo modello lo si può applicare anche nel rapporto uomo-donna, alle forme di sessismo benevolo e ai tentativi di backlash da parte degli uomini, di cui ho parlato in alcuni miei post precedenti.
Il cambiamento passa per un rapporto vivo e dialettico tra i sessi.
Se siete giunti a leggere fino in fondo, vi ringrazio 🙂

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La broda culturale che alimenta la violenza

Liza Donnelly

Liza Donnelly

E la legittima, aggiungerei. Proseguo il mio lavoro di ricostruzione delle fondamenta della violenza. Sapete perché non si risolve mai nulla? Perché siamo pigri, indolenti, indifferenti, non leggiamo, non cerchiamo di farci un’idea personale di ciò che accade, non ci poniamo domande, né cerchiamo risposte che non siano qualcosa di rimasticato già da altri. Si aspetta passivamente che gli eventi facciano il loro corso, che le nostre idee si formino nell’ombra di una lezione impartitaci da altri. Siamo incapaci o disabituati a leggere il nostro contesto e ciò che ci viene inculcato. Questo vale a maggior ragione per il capitolo della violenza. Non sto parlando solo di violenza sulle donne. Spesso i messaggi dei media sono fuorvianti, creano un clima irreale e inquietante che deforma la realtà. Questa indagine lo dimostra. La percezione può essere manipolata. Per cui, tornando al tema della violenza di genere, dobbiamo accendere la nostra lampadina interiore e cercare di analizzare la cultura che la crea e la sostiene nelle relazioni interpersonali, al lavoro, nelle istituzioni, in ambito legislativo, nella morale, nelle riflessioni ad opera dei media. Il corpo femminile viene adoperato sempre più spesso come strumento di marketing, per vendere qualcosa, oppure per essere reso esso stesso merce in vendita. Ce ne siamo accorti, ci sono molte donne e preziosi blog in materia, ma quel che manca, a mio avviso, è una riflessione collettiva, allargata a tutta la società civile. I messaggi proposti da una pubblicità o da un programma televisivo possono forgiare la percezione individuale e diventano modelli adoperati nel nostro agire all’interno della società. Le donne vengono sessualizzate in modo quantitativamente e qualitativamente diverso da quanto viene fatto per gli uomini. Questo accade sin dalle fasi più precoci della vita (qui un post interessante). Le storie e le individualità delle donne scompaiono per lasciare spazio a simulacri umani (o sarebbe meglio deumanizzati), oggetti tra gli altri oggetti di consumo, consumabili, scambiabili, sostituibili. Tutto ciò comporta gravi ripercussioni nel sentire personale e sociale. In primis, la stessa donna si sente oggetto, interiorizza un messaggio, valuta se stessa solo in riferimento al suo aspetto fisico, unico strumento storicamente concesso alle donne per esercitare potere in un contesto patriarcale (ne parlava anche Simone De Beauvoir). Oggi è ancor più grave, perché pur essendoci alternative (il femminismo ci ha aiutate a scoprire le altre strade percorribili), si corre il rischio di seguire il mono-pensiero, di investire energie in un’unica direzione, la cura del corpo, come involucro. Questo a sua volta può portare ad altri disturbi: depressione, senso di inadeguatezza, riduzione della fiducia in sé, mancanza di aspirazioni personali, non ci permette di concentrarci su altro, può dare origine a disordini alimentari e a problemi sessuali. In pratica ci porta su una strada che ci fa perdere delle occasioni preziose. Ci fa vivere in una irrealtà amorfa, poco vitale, poco creativa, ingabbiata in ruoli stabiliti da altri per noi. Non ci permette di pensare che possiamo contribuire allo sviluppo della società, delle istituzioni. Ci rende soggetti passivi. Questo meccanismo di oggettivazione della donna è chiaramente funzionale alla legittimazione di una figura femminile con poche doti intellettive, di competenza, di empatia, di moralità, fino ad arrivare alla donna opportunista, arrivista, che sfrutta l’uomo (attraverso l’uso dell’avvenenza fisica, come molti uomini lamentano) per raggiungere i suoi fini. In questo turbinio, non si fa che riproporre gli stereotipi di genere, alla base di una mentalità maschile che legittima la violenza su questi corpi privi di anima. I media solitamente appiattiscono la rappresentazione, sovraesponendo alcuni fenomeni e costumi e tralasciandone altri: in questo modo si avrà un quadro semplificato delle forme in cui si può esplicitare un individuo. Coloro che non sono in grado di verificare e di accorgersi di questa riduzione scenica, assorbono come realtà assoluta questi modelli, pregiudizi compresi. Le donne, quando compaiono, lo fanno in ruoli stereotipati, circoscritti e subordinati, salvo rari casi, che vengono letti e incasellati come “donne più simili all’uomo”, maschio che diventa il sommo grado e parametro di perfezione umana a cui aspirare. Mi vengono in mente Filippa Lagerback e Lilli Gruber. La prima è un chiaro esempio, suo malgrado, di elemento decorativo, docile e sorridente, opaca nelle emozioni e nelle capacità, mansueta e addomesticata. Mi dispiace e a volte le vorrei urlare di ribellarsi. A volte, specie nei talk, si invita una donna per dare un simulacro illusorio di ascesa sociale, per dire “guardate come siamo magnanimi”. Possibilmente questa donna non deve creare problemi, ma essere fedele. Questo accade da un bel po’. Il PD ha introdotto la moda delle vestali, mutuate e clonate da un prototipo femminile di era berlusconiana. E mi fermo qui che è meglio. Spesso queste donne fedeli replicano modelli maschili e strumenti maschili per infangare avversari e interlocutori scomodi. Non emergono, salvo rari casi, figure degne di nota, se emergessero sarebbe un pericolo per lo stato di cose esistenti, nelle mani degli uomini. Far eleggere una donna significa voler comunicare di essere magnanimi, aperti mentalmente, paternalisticamente disponibili all’apertura a quelle bestioline mansuete. Ma guai a mutare i veri equilibri di forze. Vi propongo un pezzo tratto dal libro di Chiara Volpato (pag. 125), che cita Lorella Zanardo (2012):

“Quando i media parlano di una donna, raramente prescindono da descrizioni fisiche, anche se superflue rispetto al tema trattato. Bellezza ed età diventano le dimensioni centrali del giudizio, in una sorta di condensazione della vita in pochi anni: le bambine sono rese adulte prima del tempo, mentre le donne hanno l’obbligo di restare giovani in eterno, bloccate in un’impossibile fissità, come se non fosse loro accettabile mostrare lo scorrere dell’esistenza, in una traduzione del giudizio estetico in giudizio morale”.

Punti toccati anche da Loredana Lipperini nel suo Non è un paese per vecchie. Chiara Volpato (Psicosociologia del maschilismo, pag. 125) si sofferma ad analizzare come le inquadrature nei programmi televisivi tendono a discriminare, soffermandosi sui volti maschili e sui corpi femminili, operando quello che è stato denominato face-ism (Archer et al. 1983; Copeland 1989). Soffermarsi sul volto maschile, significa sottolineare le sue qualità intellettuali (confermando lo stereotipo uomo-cultura), mentre il corpo della donna viene in questo modo “ricondotto” alle qualità fisiche ed emotive (riaffermando il rapporto donna-natura). Si comprende che questo modo di rappresentare e di auto-rappresentarsi (perché spesso è un qualcosa che viene inconsapevolmente interiorizzato) è foriero di un permanere in situazioni di oggettivazione della donna. Guardiamo all’immagine della donna come viene rappresentata nei videogame, nelle App per Android o Apple: abiti succinti e corpi sproporzionati, anche nella raffigurazione in stile “manga” nei giochi per bambini. Lo stesso avviene nei video di alcuni generi musicali. C’è veramente di tutto, ma quando queste immagini arrivano ai ragazzini che si stanno facendo un’idea di cosa significa essere donna o uomo, capite che ci potrebbero essere delle distorsioni delle percezioni di grave entità. Un po’ come fece mesi or sono B. B. (Beatrice Borromeo) nella sua pseudo inchiesta sulle teens, che intervistando una manciata di ragazze pretendeva di includere un’intera generazione.

A proposito della giornata del 25 novembre e delle iniziative che vengono organizzate in tale occasione, una politica leghista ha affermato che con questo tipo di eventi “ci violentiamo da sole”, in pratica facciamo le vittime e ci facciamo del male da sole. Il suo consiglio suona più o meno così: meglio non parlare di violenza di genere. Il nuovo motto? TACI E STAI BUONA!

Vi segnalo questo convegno: “E’ possibile informare sulla realtà della violenza contro le donne con parole differenti da quelle che solitamente leggiamo sulla stampa, ascoltiamo nei telegiornali o nei programmi dedicati al problema?”

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Doing gender

doing gender

 

Simone De Beauvoir sosteneva che “donna non si nasce, si diventa”.
Ho trovato molto interessanti le argomentazioni di Chiara Volpato sul tema (in “Psicosociologia del maschilismo”) e vorrei condividerle. Secondo la storica francese Michelle Perrot questo processo si può applicare specularmente all’uomo: “la virilità non è più naturale della femminilità”. Diventare donna o uomo significa cercare di assomigliare ai modelli che la propria cultura attribuisce all’uno o all’altro genere. Candace West e Don Zimmerman, due sociologi statunitensi, nel 1987 coniarono l’espressione doing gender, per indicare che la formazione di un’identità di genere è un percorso, un processo che attraversa l’intera esistenza. La mascolinizzazione è un processo che inizia da piccoli e si compone nel rapporto con i pari e poi lo si completa da adulti. Ma a quanto pare i maschi sono chiamati ad affrontare molti più ostacoli delle femmine. Devono eliminare da sé, fisicamente e mentalmente, l’influenza “effeminante” della madre e delle donne, devono acquisire modi bruschi, atteggiamenti che certifichino il loro essere maschi DOC. I bambini devono affrontare il distacco dalla figura materna per costruire la propria identità maschile, mentre per le bambine la femminilità è rafforzata dall’identificazione con la madre. Margaret Mead, nel 1949, sottolineava come nei ragazzi sia più forte la preoccupazione di non diventare mai “veri uomini”. Sin da piccoli i maschi sono chiamati a compiere un processo di autodifferenziazione, mentre alle femmine viene richiesta una semplice accettazione di sé (non semplice, ma che di solito è raggiungibile). Viene poi richiamata una sorta di ricerca da parte dell’uomo di raggiungere il medesimo “trionfo”, la sensazione di successo che prova la donna con il parto (su cui nutro qualche dubbio, ma evidentemente gli uomini la vedono così). Ecco che i vari riti di iniziazione, le prove e la solidarietà maschile servono proprio alla certificazione di essere veri uomini. Secondo l’antropologo David Gilmore (Manhood in the Making: Cultural Concepts of Masculinity, 1990) la femminilità si presenta come “condizione biologica che può essere culturalmente perfezionata”. Per Gilmore esiste una “tendenza, presente nella maggior parte delle culture, a polarizzare i ruoli sessuali, enfatizzando le potenzialità biologiche e definendo la correttezza dei comportamenti maschili e femminili in modi opposti e complementari”. “La virilità, è una nozione eminentemente relazionale, costruita di fronte e per gli altri uomini e contro la femminilità, in una sorta di paura del femminile e innanzitutto di se stessi” (Pierre Bourdieu La domination masculine, 1998). L’ipotesi che la dominanza maschile nasconda un complesso di inferiorità rispetto alla potenza generatrice della donna, la ritroviamo in Luciano Ballabio (Virilità. Essere maschi tra le certezze di ieri e gli interrogativi di oggi, 1991): “la paura di somigliare a una donna, che è alla base della tradizionale socializzazione maschile, sarebbe espressione di una inconfessata e inconfessabile invidia del potere femminile”. Per cui il maschilismo sarebbe un’autodifesa virile dalla paura della femminilità (da qui anche il mito della creazione della donna da una costola di Adamo). Per questo si ricorre alla competizione tra maschi, all’adozione di comportamenti iper-mascolini, si codifica l’eterosessualità come “normalità” sessuale (visione che sfocia nell’omofobia). Secoli di cultura che hanno codificato il maschio perfetto, il cui ritratto è mutato ben poco, difeso e sostenuto dagli uomini, come vessillo della superiorità maschile. Chiara Volpato nel suo “Psicosociologia del maschilismo” la chiama “stagnazione nelle prescrizioni di mascolinità”. L’adesione al modello e al principio di solidarietà omosociale (relazioni non sessuali tra membri dello stesso sesso) maschile sono necessari, indispensabili per far parte del gruppo egemone.

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La donna è una bestia, né salda, né costante

Lilith nel manierismo fin de siècle del pittore inglese preraffaellita John Collier, 1892

Lilith nel manierismo fin de siècle del pittore inglese preraffaellita John Collier, 1892

Il post de Il Ricciocorno mi ha stuzzicata e allora ho cercato di approfondire un po’ la questione dei parallelismi con il mondo animale, ma nel versante femminile. Tra le strategie delegittimanti delle donne, la deumanizzazione è largamente diffusa, adoperata da tempo immemore per giustificare l’inferiorità naturale e biologica della donna. Facendo un passo in epoca greco-romana, Euripide definiva la donna “un ambiguo malanno”, che affligge l’umanità. Il poeta greco Semonide, nel suo Biasimo delle donne (un articolo qui), giambo di 118 versi, riproduce un vero e proprio bestiario per classificare le donne e la loro provenienza: scrofa, volpe, cagna, gatta, cavalla, scimmia; naturalmente tutte ugualmente perniciose per l’uomo. Si salvava unicamente il tipo di donna-ape, “industriosa e disposta a farsi rubare il miele”. Con il Cristianesimo le cose non migliorano. Il titolo di questo post è una citazione di sant’Agostino. Per Tertulliano era la “porta del diavolo”. Tanti bei modi per contenere la donna, la sua autonomia e “addomesticarla” al matrimonio. Negare la sua dignità umana e assimilarla al regno animale o a quello degli Inferi, avevano l’obiettivo di giustificare qualsiasi tipo di sottomissione della “bestiola donna”. Gli epiteti tutti di ambito animale hanno continuato a scorrere come un fiume in piena: civette, capinere, cagne, galline, gatte, falene, libellule, farfalle, tope, gazzelle, balene, tigri, oche, conigliette, mantidi, vampire, vacche ecc. C’è un interessante lavoro a cura di Bram Dijkstra, Idols of Perversity: Fantasies of Feminine Evil in Fin-de-Siecle Culture (Oxford University Press, 1986), che ci offre una lettura della produzione artistica della fine dell’Ottocento, evidenziando una misoginia che imperniava la rappresentazione della donna (qui un post sul lavoro di Dijkstra). Nello stesso periodo, c’erano antropologi che sostenevano l’infantilismo femminile derivava da un arresto dell’evoluzione a uno stadio primitivo. La “naturalità” della donna era correlata alla sua vicinanza più al mondo animale che a quello umano, il cui apice evolutivo era l’uomo. Questa animalità della donna veniva letta anche nelle sue emozioni, che erano solo di tipo primario (paura, sorpresa), mentre l’uomo era capace anche di altre emozioni, secondarie e prettamente umane, quali odio e orgoglio. Cesare Lombroso e Guglielmo Ferrero, per i quali le donne erano pari a cagne e iene, proposero di utilizzarle come cavie da laboratorio, in quanto “ottuse” al dolore. Non si spiegavano come mai le donne potessero continuare a fare figli e a partorire, nonostante i dolori patiti. Evidentemente, abbiamo un altro rapporto con il dolore, ma questo è un fattore soggettivo e soprattutto non deve essere strumentalizzato da nessuno. Gli appellativi animali non ci hanno mai davvero abbandonate. Nel 2009, Irene Lopez Rodriguez ha analizzato le metafore inglesi e spagnole per definire le donne, suddividendole tra animali da compagnia, domestici e selvaggi. Ad ognuna di queste categorie corrisponde un determinato ruolo della donna, tutti naturalmente contraddistinti dalla subordinazione. Per maggiori dettagli qui e qui. In quanto animali, diventa per gli uomini legittimo andare “a caccia”, senza regole. D’altronde, nel nostro paese i pedofili pagano solo una multa o poco più, abbiamo un ex premier che è stato largamente “assolto” per il suo “circo” di escort, lui “utilizzatore finale” dell’oggetto prostituta, come Ghedini lo definì. Tutto molto aberrante. La donna oggettivizzata, diviene mero strumento o merce. E a quanto pare, a molti, va bene così. Vi lascio con l’incipit de Il secondo sesso, di Simone de Beauvoir. incipit il secondo sesso

p.s. 20 ottobre 2014
Vi segnalo questo post pubblicato su Resistenza Femminista, che riporta l’intervento di Lydia Cacho presso la Casa Internazionale delle Donne di Roma. Un momento importante per riflettere sul tema della prostituzione, inquadrandolo nel contesto socio-economico-culturale.

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Cambiare è possibile (e urgente)!

Liz Huston, 2010

Liz Huston, 2010

Ringrazio Il Ricciocorno per la segnalazione di questo articolo.
Varchiamo un territorio delicato, che ho toccato già in passato, diventare madri o non diventarlo.
Le lotte per la diffusione di metodi contraccettivi sicuri, per una sessualità consapevole, per liberare la donna e renderla in grado di scegliere la maternità o meno, sembra che non abbiano intaccato un elemento marcio e tipico di una mentalità patriarcale. Oggi torniamo a essere giudicate e valutate per il nostro essere portatrici potenziali di vita. Siccome siamo leggermente più consapevoli di una gatta o di altri animali, siamo state in grado di elaborare delle alternative a una maternità per destino. Il destino, ammesso che esista, vogliamo comunque che sia grosso modo orientato da noi, per quanto possibile. Ho già spiegato in altri post cosa comporta a mio avviso una maternità, quindi non assimiliamola a una medaglietta, perché poi quella medaglietta non brilla su di noi, ma sull’uomo, perché se analizziamo bene le caratteristiche di questa mentalità oscurantista, è ancora l’uomo il proprietario della prole e della “sua” discendenza. Noi donne siamo solo lo strumento, il contenitore, sino a quando riusciamo biologicamente ad esserlo, poi il nostro valore subisce un semi-azzeramento. Se noi donne siamo “a scadenza”, alla fine questo implica che possano venir posti mille piccoli ostacoli sul nostro cammino di vita. Da giovani non ce ne accorgiamo, ma non appena si avvicina la scadenza, diventiamo “pericolose” per il lavoro, “strane” per il resto del mondo. Questo invade ogni aspetto della vita e venir giudicati per il nostro figliare o meno ci porta a rendere vano qualsiasi nostro tentativo di voler affermare noi stesse, come soggetto autonomo, pensante e portatore di valori e qualità peculiari e uniche. Davvero, desideriamo che delle donne ci si ricordi unicamente per questi aspetti, legati alla riproduzione della specie? Quel che forse abbiamo smarrito, nel corso delle nostre battaglie, è comprendere che la maternità doveva essere lasciata tra quelle libertà personali di scelta. Che la maternità o la famiglia non avrebbero potuto intaccare la nostra convinta partecipazione alle lotte delle donne, così come pensava la de Beauvoir. Azzardo un’ipotesi: in qualche modo ha prevalso una mentalità patriarcale che ha diviso le donne e non ha permesso di dipanare bene questa matassa, questo tema della maternità. Questo nostro contrapporci tra di noi, senza capire il nocciolo della questione non ha prodotto passi in avanti. Siamo noi tutte a essere sotto la lente, questa lente va infranta e per farlo dobbiamo spogliarci di stereotipi, pregiudizi ed etichette. Dobbiamo parlare francamente di questo tema, senza creare fazioni, perché sono queste cose che poi portano alla vittoria di un certo tipo di mentalità maschile. Nessuna ha da insegnare qualcosa a nessuna, dobbiamo scambiarci le idee e diffondere a tutte le altre donne la nostra energia che chiede un mutamento dello status quo, che ci fa dire che CAMBIARE E’ POSSIBILE!

“We are not simply the childbearing and the child-free; our stories extend beyond the production or non-production of others. We are complete in our own right and deserve to be viewed as such”.

A volte mi sembra che il marchio di qualità DOC che ci viene assegnato come “sforna-bambini” sia di grado differente a seconda di quanti figli mettiamo al mondo. Sì, perché il numero conta, non quante attenzioni, cure ecc. sei in grado di offrire ai figli. La mentalità corrente guarda ancora alla quantità e non alla qualità. Dopo il primo figlio inizia il valzer di coloro che ti chiedono quando farai il secondo o perché no il terzo. In pratica, il martellamento non passa, cambia solo il tema e qualche nota qua e là. Quel che è certo è che tu vieni percepita come un utero con i piedi e non si capisce perché tu possa essere impegnata in qualcos’altro, che forse tu abbia scelto consapevolmente per una serie di ottime ragioni, che devono essere rispettate in quanto personalissime e privatissime.
Dobbiamo far sì che quello che ci si aspetta da noi donne sia un valore prezioso per la società, che prescinda dal nostro stato di famiglia o dalle nostre scelte personali. Perché il giudizio su noi stesse non dev’essere sul “come siamo state brave a far tutto, senza dimenticare gli obblighi di riproduzione della specie”, ma sul nostro contributo, sulle nostre capacità, punto e basta. Perché sino a quando a essere biasimata sarà solo la donna senza figli, mentre per un uomo è un dato irrilevante, avremo ancora tanta strada da fare. Perché solo noi donne diventiamo “avariate” stando alla mentalità corrente, che ci portiamo dietro da secoli? Questo è il punto su cui riflettere e da scardinare. Dobbiamo sganciare il nostro “essere donna” dagli aspetti biologici, altrimenti verranno sempre tirati in ballo argomenti come la maternità, l’isteria, la sindrome premestruale ecc. Per nessun uomo è così. Solo per noi donne essere single o in coppia, madri o non, insomma qualunque sia la nostra condizione, diventa un fattore che fa la differenza. Per ognuna di noi il rischio di essere discriminata è molto alto. La nostra società non riesce ancora a vederci come persone e basta, senza etichette di genere o di “contorno” affettivo o familiare..

Noi donne riusciamo a “vincere” ogni qualvolta scegliamo liberamente di fare o meno, di essere o meno qualcosa. La vera vittoria sta nel seguire la nostra strada, nonostante quel che si bisbiglia attorno a noi.
Ma poi, cosa c’è da “vincere”?
Alimentare, tenere in vita e rigenerare questa mentalità patriarcale della riproduzione forzata risulta una consuetudine ancora più indigesta allorquando viene sostenuta dalle donne stesse, che si fanno portatrici di una stigmatizzazione di altre donne sulla base di questioni come la maternità. In pratica, ogni volta che anche noi donne “giudichiamo” altre donne sulla questione “maternità” o su altro, ci rendiamo “complici” di una mentalità che ci rende oggetti, involucri, merce in vendita o da usare.
Se vogliamo poi soffermarci sulle modalità con cui una certa “mentalità” viene tramandata di generazione in generazione, possiamo considerare anche le fiabe, una in particolare tocca il tema. La bella addormentata nel bosco, in cui i due sovrani erano felici, ma non avevano un erede: la procreazione diviene un complemento necessario alla felicità. Quando una coppia si sposa tutti i parenti e conoscenti si aspettano un erede, al più presto. Ad esempio, ogni volta che parenti e amici vedevano mia madre, le toccavano la pancia e si informavano sul suo stato.
L’esibizione di un figlio come attestazione del proprio successo, l’enfatizzazione della maternità, come sfoggio al femminile di un potere esclusivo, legato a logiche meramente riproduttive e non di scelta consapevole. La maternità come sigillo di qualità alla propria esistenza di donna, un elemento che ci viene sempre ricordato e ritorna ossessivamente. Pensiamo alle donne dello spettacolo che ostentano i figli e fanno di tutto per averne. Pensiamo alle copertine dei settimanali di gossip dove schiere di donne sono pronte a presentare al mondo la propria prole, il trofeo della mamma. Pensiamo alle interviste che non mancano mai della domanda: hai mai pensato/desiderato diventare mamma? Mi chiedo, che diritto ha certa stampa di trattare un tema così intimo e delicato in modo così superficiale. Soprattutto, quando certi pseudo giornalisti scandagliano i desideri intimi con una sorta di coltello. Il che accade non solo per le donne di spettacolo giovani, ma soprattutto per le più âgée. Trovo spregevole questo accanimento. Un modo becero e retrogrado di fare bilanci. Peccato che siano solo atteggiamenti verso le donne. Difficilmente certe domande si rivolgono ai maschietti. Chissà perché. . Così si tramandano cliché vecchi e sottoculture difficili da scardinare.
Per chi volesse partecipare, vi segnalo che il 26 settembre, alle 18:00, (nell’ambito degli incontri presso le Biblioteche di Milano, per l’iniziativa Il Tempo delle Donne) Eleonora Cirant, autrice di Una su cinque non lo fa. Maternità e altre scelte, incontra i lettori alla biblioteca Parco Sempione.

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Uno spazio ontologico nuovo, tutto per noi

SOGNI - VITTORIO CORCOS

SOGNI – VITTORIO CORCOS

 

La maternità, la nascita, l’essere donna, figlia e poi madre, il rapporto tra corpo materiale e pensiero. I percorsi e le analisi di Daniela Pellegrini toccano tutti i livelli di queste staffette. Sono tornata sul testo di Daniela Pellegrini, perché vorrei tentare un primo esercizio per mettere a fuoco questi passaggi. Sarà un flusso libero di pensieri.
Non penso che ci sia un istinto materno, quel quid che ti porta a desiderare di essere madre, anche se una mia amica me ne attribuiva i sintomi e le caratteristiche già prima che diventassi madre. Penso che il desiderio sia un processo naturale che avviene (come può anche non avvenire) quando ci sono più concause favorevoli, tra cui il compagno “giusto” e una certa stabilità emotiva ed economica. Ma non bisogna dare nulla per scontato, non è detto che l’istinto materno alberghi in ognuna di noi e nelle medesime forme. Per questo penso che la decisione debba essere ponderata bene, essere madri può essere a volte faticoso, estenuante, se poi diventa un’imposizione, la strada è in salita non solo per sé, ma anche per il figlio. Si tratta di un impegno a lungo termine e che implica un cambiamento radicale in noi stesse. Dobbiamo essere pronte ad accettare un numero enorme di piccoli grandi cambiamenti. Si tratta di un cammino che si intraprende affidandoci al futuro, alla nostra capacità di adattamento e di trovare le risorse giuste dentro di noi per superare ogni cosa. Ogni giorno sarà da inventare e ci sarà qualcosa che ci stupirà. Non dovremo costruire nulla, perché ogni cosa si costruirà da sé. Non serve fare le “provviste” emotive e pratiche per essere genitori. Non serviranno. L’improvvisazione sarà l’unica regola e bussola di vita. Ti capiterà di accorgerti che tuo figlio ha un suo carattere e una sua “indipendenza” caratteriale sin dal primo giorno. Ti scontrerai e sarà giusto che sia così. Ti sveglierai in una nuova dimensione, plurale, caotica e costellata di errori. Avrai una quantità enorme di dubbi, debolezze, umori diversi, sarai una nessuna e centomila donne. Sarai felice quando tua figlia a due anni ti darà torto, dicendoti “hai sbagliato mamma”, mentre magari cambierai parere quando sarà adolescente e sarà in perenne conflitto con te. Avrai modo di capire che punti di riferimento non ce ne saranno mai.
Ho vissuto la mia maternità in punta di piedi, giorno dopo giorno, lentamente, guardando i piccoli momenti quotidiani, quasi come se non volessi vedere evaporare quel percorso unico. Non ero proiettata al momento del parto, se non con l’approssimarsi della fine delle 40 settimane. Ero concentrata sui singoli istanti, quasi a volermi proteggere da qualsiasi evento. Caratterialmente sono sempre stata così, avanzo quasi cieca, non mi piace programmare, per la paura di compromettere tutto e di vedere svanire ogni progetto. Non sono donna da progetti (quelli vanno bene solo al lavoro), amo godermi il susseguirsi degli eventi. So che non fa bene mettersi di traverso. Combatto con fragile realismo. Diciamo che la frase della mia ginecologa, “sa benissimo che i primi tre mesi sono i più delicati e che tutto può succedere”, mi è rimasta appiccicata ben oltre il primo trimestre e ha trovato terreno fertile nel mio istinto e nel mio approccio con le cose. L’ineluttabilità degli eventi. Ho proseguito la mia vita normalmente, finché il mio corpo non mi ha dato i primi segnali di warning e sono stata costretta a rallentare. Il mio corpo stava facendo, mentre stranamente il mio pensiero ha avuto un periodo di rallentamento. Solitamente mentalmente iperattiva, le mie attività di pensiero si sono ridotte, sono stata assorbita dai colori e dagli schemi del punto croce, attività che stranamente mi tornava piacevole. Non ho mai riflettuto veramente sui pericoli a cui andava incontro il mio corpo. Come se la maternità non fosse pericolosa per la mia salute. Sicuramente ero incosciente. È stata la prima volta in cui il mio corpo si è fatto estraneo alle mie attenzioni e ho messo al primo posto quella che sarebbe diventata mia figlia. Questo non mi ha impedito di cercare di alleviare le conseguenze della gastrite che mi ha accompagnata negli ultimi 30 giorni. Ho iniziato il percorso di allontanamento da me stessa, dalla centralità del mio corpo. La gravidanza può rappresentare non solo la nascita di una nuova vita, ma una rinascita per chi quella vita ha generato. Nella gravidanza si sperimenta concretamente il dualismo conflittuale tra i due istinti di Freud, di vita e di morte. Solo la donna ha il privilegio e può sperimentarne biologicamente e non solo, i termini e le implicazioni di questi due istinti. Sono processi che avvengono automaticamente e nella maggior parte dei casi restano sommersi, all’interno di una gestione e una costruzione tutta patriarcale del divenire genitrici. Perché in qualche modo, la maternità per secoli è stata una delega del maschio alle femmine, come se il conflitto tra i due istinti dovesse essere risolto dalla donna, ma sempre in funzione della supremazia della vita. In qualche modo penso che sia come dice Daniela Pellegrini a pag. 59: “la mia ri-produzione avrebbe cancellato il mio corpo, il mio significato, una volta per tutte”. Io aggiungo che questo processo di cancellazione si riferiva al “prima”, alla Simona che ero stata prima di generare. Daniela ha cercato un riscatto della mente, del prodotto intellettuale su un corpo negato, ma nel mio caso, penso che il processo di trasformazione e di passaggio abbia segnato ogni pezzetto del mio essere originario. Ho sempre avuto la netta percezione di quali fossero i momenti di passaggio nella mia vita e di quanto fosse possibile suddividerla in fasi. Le fasi non sono quasi mai soggette a una nostra scelta, bensì sono il frutto di un cambiamento, di un bivio naturale, spesso involontario. La scelta sta solo nel nostro assecondare o metterci di traverso agli eventi, cercando di plasmarli a nostro piacimento. Ciò che desideriamo è un’aspettativa a priori su qualcosa di sconosciuto, che avverrà o meno. Il nostro progetto di vita è un affidamento su basi che solide non sono, ma fermarsi non si può. Bisogna spingere più in là lo sguardo e cercare di guardare cosa c’è nella fase successiva. Lo facevamo continuamente quando eravamo piccoli, le prime fasi della vita sono molto più frenetiche e più ricche di “passaggi”. Siamo stati tanto “coraggiosi” da bambini e poi rischiamo di irrigidirci con l’età. La mia maternità si può paragonare a un ennesimo salto con l’asta nella mia vita, questa volta in “doppio”, anzi in “triplo” includendo il papà. È stato come aprire un cammino parallelo al mio.
Ho più volte constatato che per molti ero preziosa nel mio essere portatrice di vita, diventando un po’ meno preziosa dopo la nascita di mia figlia. Come se si trattasse di un rispetto condizionato, subordinato e finalizzato. Questo si è palesato nel mio ambiente di lavoro, in cui all’improvviso ero diventata un problema delicato, difficile da “gestire”, quanto meno fino ai tre anni di mia figlia, a causa di una legislazione che per i datori di lavoro è come la peste. Ho iniziato a capire il concetto di involucro con rilevanza secondaria, quasi nulla, che alcuni antiabortisti prediligono. Per alcune persone valiamo solo in funzione della nostra capacità di procreare, ‘alienazione sacrificale del corpo di donna’. L’aborto segna la negazione di questa idea, perché la donna decide al posto di un diritto, potere, possesso maschile sul suo corpo e sul nascituro. Ho compreso attraverso le trasformazioni di corpo e mente quanto sia complessa questa fase del diventare madre. In prima battuta c’è da attraversare la fase che ci vede madri di noi stesse, tramite il processo di identificazione semplice con la madre, di madre in figlia (Kereny, pag 229 Una donna di troppo). Occorre rielaborare questa identificazione e in qualche modo superarla, diventando noi stesse, un unicum diverso e irripetibile. Successivamente, occorre essere disposte a una ulteriore trasformazione. Come se si dovesse passare attraverso la negazione di sé per creare. Il giudizio su me stessa ha subito uno slittamento. Se prima era su me stessa, ora diventava su di me in quanto madre. Forse il “prendersi cura”, l’essere madre è in primo luogo verso noi stesse, ma non sempre si sviluppa come un “tendere” verso l’esterno, con desiderio di procreare una vita. Il progetto, la propensione al diventare madri non sono scontati e appartengono unicamente alla nostra storia personale, irripetibile e da rispettare. Dobbiamo chiedere che ogni scelta sia libera e rispettata. Anche perché il desiderio di maternità è un sentiero emozionale confuso, dai contorni incerti in quanto si tratta di un’esperienza eccezionale, unica, soggettiva, con esiti molto imprevedibili. Tra il desiderio, il progetto e il diventare madre c’è un percorso pieno di punti interrogativi e di sfide. Ciò che vale per me non è detto che valga per un’altra donna, anzi quasi mai. Ad esempio, riflettevo su una cosa che mi ha detto mia madre. Sostiene che non essendo sufficientemente paziente, su quale scala poi si misuri la pazienza materna me lo deve spiegare, non sono adatta ad essere madre. Eppure lo sono e cerco di fare del mio meglio. Non esiste un “essere adatta a” qualcosa come l’esser madre, ognuna lo è a suo modo e basta. Liberiamoci del vademecum della maternità doc. Liberiamoci del modello di donna doc, scegliamo di vivere fuori dai marchi di qualità, scegliamo di essere solo ciò che vogliamo essere. Liberiamoci anche del carico di aspettative che possono piovere su di noi. Io e mio marito abbiamo fatto e faremo i salti mortali per far crescere nostra figlia e nessuno può venirci a criticare. Nessuno può ergersi a giudice, se non vive le situazioni in prima persona, quotidianamente. Essere paziente per mia madre è lasciar fare a mia figlia tutto, concederle ogni cosa, per evitare di rovinarle il carattere con i miei rimproveri. Salvo poi criticarmi perché non la so educare. Rovino mia figlia se cerco di farle capire i limiti, una mia ‘colpa’ tipica. Ecco che i punti di vista cambiano e si rivelano inefficaci.
Forse si è inceppato qualcosa nel mio meccanismo di passaggio da figlia a madre. Forse ciò di cui bisogna liberarsi è il giudizio sul proprio valore che proviene dalla propria famiglia di origine. Non c’è nulla da perdonare o da accettare, solo da superare. Sono tante le persone dispensatrici di consigli anche non richiesti, spesso parlano senza sapere nemmeno i contorni, ma emettono giudizi e sentenze. Sono da sorpassare. Io non rivedo me stessa in mia madre, siamo troppo diverse, come mentalità, carattere, opinioni, modelli, ogni cosa. Non riesco a intraprendere una riconciliazione simbolica entro il rapporto madre/figlia. Oggi sono una persona diversa per fortuna dal modello che i miei genitori avevano scelto per me. Il parto pone una cesura, una distanza e una separazione tra madre e figlio, difficile da immaginare, comprendere ed accettare, ma questi passi vanno compiuti. So che io non sono immune da quel naturale istinto protettivo-migliorativo a sostegno del figlio. Mi auguro che nonostante i mille errori inevitabili, io riesca a fare anche qualcosa di buono.

In questi giorni sto leggendo alcune interviste a Simone de Beauvoir (Quando tutte le donne del mondo.. – Giulio Einaudi editore, 2006). Le sue parole pronunciate negli anni 60-70 sono in buona parte adattabili alla situazione odierna, un ritratto della situazione femminile che potrebbe essere ripreso in modo identico, quasi senza eccezioni. Spietate ma vere le sue parole sulla donna che passa da uno stato di lavoratrice a uno di casalinga. Ma devo precisare che la crisi e la sofferenza di cui spesso soffre, dipende da un’oppressione esterna, che la vuole schiava di un ruolo non scelto. Non è il ruolo reale di moglie e madre che la opprime, bensì quegli sguardi dispiaciuti di chi dall’esterno la giudica come fallita e non realizzata. Ti portano a sentirti male e frustrata, perché non è concepibile altro. Forse si è generata una ulteriore frattura, il lavoro come unico modello di vita per la donna per affermarne l’esistenza e il valore. La scelta ancora una volta non è appannaggio delle donne. Ancora una volta la strada è prestabilita da qualcun altro. Ti devi subire le etichette, gli sguardi che deplorano la tua condizione. Vai in paranoia perché non sai più chi sei, se alla fine quella donna ricostruita a tavolino è o meno quella reale. Le paure di aver compiuto la scelta sbagliata hanno il sopravvento, perché ci tengono che tu avverta la colpa o l’errore. Ancora una volta siamo stritolate e l’emancipazione sembra passare solo attraverso esistenze funamboliche, subappaltate magari a qualche altra donna che faccia le tue veci di angelo del focolare. Si susseguono miti di donne tuttofare, in grado di sostenere ogni cosa da sole, ci raccontiamo tante frottole per soddisfare il modello che oggi è considerato vincente e irrinunciabile. Ci facciamo strizzare, comprimere per essere quelle donne perfette come ci chiedono gli altri, il sistema sociale ed economico. Ci dibattiamo su quale sia la scelta giusta, quando non esiste. È palese che la crocifissione in virtù di una scelta perfetta non va bene. Non esiste, una e una sola ricetta. Saranno tutte ugualmente fallimentari, finché non cambierà il sistema produttivo, i rapporti sociali e culturali. La mancata piena emancipazione femminile è fondata sul mantenimento di donne perennemente traballanti, qualunque sia la loro scelta. Ci vogliono così, perché disunite, fragili, piene di sensi di colpa, affannate, tremanti, angosciate, siamo più controllabili e ci possono tenere sotto dominio, palese o celato. Incelofanate e pronte al multiuso. Dobbiamo imparare a sbarazzarci di sistemi di vita preconfezionati e marchiati come vincenti e socialmente approvati. Costruiamone di nostri, autentici. Sicuramente sbaglieremo, ma almeno saremo in grado di esserne consapevoli.
È un po’ lo stesso discorso che compie Simone de Beauvoir nella sua prefazione a Un caso di aborto, del 1973 ( qui ). Dobbiamo riuscire a interrompere i meccanismi che rendono la donna asservita alla maternità, rendendola un evento scevro da elementi negativi, lontano dai progetti di oppressione a cui la donna è sottoposta fin dalla nascita. La maternità, frutto di una libera scelta, non dev’essere più il mezzo per sottomettere la donna, ma un processo da scegliere e da costruire consapevolmente. Dobbiamo liberare la maternità e le donne da un carico di pregiudizi e di costrizioni o gabbie psicologiche, perpetrate nei secoli. Siamo donne ed è questo l’unico legittimo punto di partenza, da vivere poi ognuna a proprio modo, secondo i propri desideri e inclinazioni.
Cito ancora Daniela Pellegrini: “non è nel definirsi madri o figlie, ma nel nominare il desiderio di sé, la libertà di essere donne” (pag 123, Una donna di troppo).
Dobbiamo partire dalla conoscenza, dalla consapevolezza, dalla coscienza del nostro io e lottare affinché non venga schiacciato, ma sia sempre rispettato e libero di esprimere il suo potenziale. La testimonianza della de Beauvoir è un valido strumento per capire cosa accadrebbe se tornassimo a rendere illegale abortire. Questo è uno dei tanti segnali che ci devono far preoccupare e dire con forza #maipiùclandestine.
Simone parlava in un contesto diverso da quello attuale. Lei auspicava una rivoluzione socialista (che la de Beauvoir poi comprese meglio, capendo che la lotta di classe non necessariamente avrebbe portato un miglioramento per la condizione della donna, lotta di classe non necessariamente risanante della lotta tra i sessi), un superamento del sistema produttivo capitalista, un cambiamento culturale, che portasse a smontare le strutture familiari, coniugali ecc. L’emancipazione passava per un netto rifiuto del matrimonio (era un elemento centrale anche del Manifesto di rivolta femminile di Carla Lonzi del 1970, qui), della famiglia e della maternità, con la creazione di strutture nuove (collettive/izzate, in stile platonico?) che sostituissero la donna nei suoi ruoli di cura. L’emancipazione passava attraverso l’indipendenza economica e il lavoro, che in un contesto di piena occupazione sarebbe stato più facilmente accessibile anche per le donne. Le parole di Simone, appaiono fragili sotto il peso dei decenni trascorsi. In questo caso vacillano, perché non ha potuto assistere a tutte le distorsioni che sono accadute nel frattempo. Il lavoro non ha prodotto una liberazione reale per la donna, che avendone accettato meccanismi e regole create dagli uomini, ha visto nascere nuove forme di schiavitù e nuove fatiche, a cui non sono stati posti rimedi, eccetto il solito faidate. Il mancato sviluppo di modelli e soluzioni autonome, non ha consentito alle donne di intraprendere percorsi migliorativi. Siamo diventate delle lavoratrici, con diritti inferiori, difficoltà maggiori, impelagate nel nostro affanno quotidiano per conciliare famiglia e lavoro. Ibridi sempre vincolate a soluzioni estreme. Non è cambiato molto e tuttora la discriminazione è pane quotidiano per tante, troppe donne. Non ci siamo nemmeno svincolate dalle forme più sgradevoli per far carriera, bruciando le tappe e senza possedere né talento, né preparazione adeguata. Assistiamo a stuoli di donne che per affermarsi scelgono di essere le compagne di uomini di potere, di successo, mercificando se stesse per raggiungere velocemente posizioni altrimenti precluse. Siamo ancora una volta subordinate a un uomo, oggetti e soggetti di un consumo ignobile. Se questi sono i meccanismi che hanno ancora spazio per poter emergere mi dispiace, ma siamo molto lontani da quella rivoluzione culturale e reale che doveva scardinare patriarcato, consuetudini che prevedono sempre il Pigmalione di turno per garantire un ruolo che altrimenti la donna non avrebbe. Mi dispiace, ma se accettiamo di essere mogli, compagne, figlie di un Tizio solo per avere la strada spianata ci condanniamo da sole alla fossa dell’inutilità. Non può valere il motto che il fine giustifica i mezzi, non per noi, che dobbiamo aspirare ad affrancarci da certi meccanismi che vanificano ogni tentativo di affermare il vero valore della donna. Dobbiamo scardinare queste pratiche e avere il coraggio di investire solo su noi stesse. Dobbiamo insegnare alle nostre figlie che quel tipo di donna in carriera non è un modello positivo, da seguire, ma che la strada deve essere autonoma, frutto di un faticoso e operoso lavoro di costruzione del nostro edificio intellettuale e di saper fare. E se le nostre madri hanno ancora promosso la scelta del partner giusto, solo in funzione del suo denaro o del suo status, dobbiamo avere il coraggio di gettare alle ortiche questi cattivi consigli. Il coraggio sta nell’interrompere queste catene e scegliere senza queste pseudo strutture di idee marce. Finché ci appoggeremo a un uomo per la legittimazione del nostro valore e misura del nostro essere, saremo sempre le sconfitte e le perdenti di un gioco che noi stesse avremo alimentato. Altrimenti avranno ragione i Berlusconi e gente simile.
Vi consiglio questi passaggi di Daniela Pellegrini ( qui ). Condivido il suo sconcerto nelle modalità che molte donne hanno scelto per il loro stare nel mondo, quando si permette uno sfruttamento e inglobamento di ogni voce di donna. Il desiderio di visibilità, di potere, di vincere, di affermarsi ci asservisce agli orizzonti creati dagli uomini, barattiamo la nostra autonomia nel nome di un esserci effimero, che non ha alcun spessore o anelito ampio. Resta un percorso individuale, spesso fine a se stesso. Ecco che i nostri orizzonti di donne si rimpiccioliscono e si avviliscono. “è facile riconoscere che ognuna di noi è attraversata, costruita e sedotta dall’Unico mondo Parlante e Funzionante, quello dell’uomo, ma esso è Unico perché ha neutralizzato perfino la nostra capacità di prospettare altro, perfino in presenza reale nel mondo di altre culture, altri valori, altre strutture materiali e psichiche. Forse perché la potenza dell’Uno, quello occidentale in primis, sta stravolgendo anche quelle”. Cosa ci induce a metterci in relazione con questo mondo, nel tentativo di modificarlo? La scelta dello stare nel mondo, nel mondo creato dagli uomini, sottintende l’esistenza delle differenze di genere e in questo prevede una struttura dialettica duale, uomo-donna, che sarebbe da superare, in quanto è stata la causa principale della nostra subalternità storica al maschio. Due non è abbastanza, citando Daniela. Da qui nasce l’esigenza di una terza posizione, “un relativo plurale di ogni differenza, e perciò di ogni parzialità di soggetti e di soggettività”. Quello che Daniela chiama libertà: “lo spostamento dei rapporti binari dal fuori di sé al dentro di noi, tra noi, segnerà la nascita di un altro luogo, quello del relativo plurale, complesso, mobile, relativizzante che darà conto della nostra differenza e di tutte le parzialità del mondo”. Un mondo alternativo rispetto a quello che conosciamo, in cui ci saranno tutti e potremo esserci noi donne e sarà giocato sulla reciprocità, i rapporti non si baseranno più su relazioni di dipendenza. Spero di non avere distorto il pensiero di Daniela e di averne dato una lettura corretta. Si tratta di un processo complesso che a mio avviso potrebbe aiutare a superare molti conflitti e impasse.
Tornando alla de Beauvoir, non condivido il passaggio, secondo cui la maternità sarebbe un impedimento per le donne. Non è perdendo i pezzi che possiamo pensare di ottenere un miglioramento reale e automatico. I passi in avanti devono esserci e devono consentire alle donne di scegliere se e quando sposarsi, creare una famiglia, avere dei figli e tutte le altre scelte che si possono fare nella vita. Sarebbe troppo semplice annientare questa o quella pratica, per dire di aver risolto il problema. Non tutte vogliamo necessariamente la stessa vita, con le stesse tappe o con le stesse caratteristiche. In Simone manca la capacità di guardare oltre la propria lente, di percepire come possibili altre scelte. Così come non comprendo la sua visione elitaria e per categorie del movimento delle donne, come se ci fossero gruppi o soggetti più o meno degni di portare buone energie alla causa delle donne. Come se essere madre e moglie automaticamente non consentisse di apportare vantaggi per le donne, non consentisse di essere una sincera e capace attivista. Nessuna donna può essere lasciata fuori dalla causa femminista, considerata come persa. Nessuna generazione deve essere considerata perduta (pag 106, Quando tutte le donne del mondo..) questo continuo guardare alle generazioni future come le uniche degne depositarie di un successo ci porta a perdere importanti occasioni. Come se la coscienza e la propensione al cambiamento non potessero germogliare e crescere rigogliose in tutte le donne, solo perché Simone le vede schiave di un matrimonio e dei figli. Simone cerca di mettere una toppa con le sue scuse e il suo ripensamento, ma il suo errore di fondo resta in tutta la sua alterigia, miopia e superficialità ( qui ). Per fortuna, nessuno oggi si sognerebbe più di scrivere certe cose con una tale leggerezza. Il movimento delle donne ha perso pezzi e occasioni importanti forse proprio a causa di questi allontanamenti. La causa è di tutte le donne o di nessuna, il cambiamento a cui dobbiamo anelare deve essere per tutte e tutte devono essere libere di partecipare e di concorrervi. Ognuna con le sue forze, risorse, idee, progetti, contesti familiari e sociali diversi: in ognuna di noi può scattare la scintilla che sarà importante per il cambiamento comune. La visione elitaria di una Simone, chiusa nella sua torre d’avorio, gelosa del suo progetto intellettuale, non contempla le donne reali, quelle molteplici sfaccettature dell’essere donna. Per lei il quotidiano non è faticoso perché ha tagliato ciò che le avrebbe impedito di compiere il suo percorso, e lo ha potuto fare grazie alle ampie possibilità economiche e di status sociale di cui godeva. Se fosse stata impegnata e affannata nelle faccende del quotidiano non si sarebbe mai permessa di criticare le scelte altrui. Nessuna deve farlo con nessuna. Simone ha inciampato nel suo essere di fatto una privilegiata, incapace di contemplare le molteplici forme che può assumere il variegato universo femminile. Dai suoi discorsi traspare un certo biasimo per tutte quelle donne che, troppo deboli ai suoi occhi, hanno ceduto e non si sono sapute affermare ed emancipare. stesso discorso per tutte coloro che non lavorano fuori casa. Salvo poi quantificare e chiedere un riconoscimento per tutte le ore di lavoro compiuto dalle donne tra lavori domestici e di cura. La de Beauvoir oscilla e non riesce a trovare la quadra, poiché ella stessa avverte la debolezza e l’inconsistenza delle sue tesi. Nonostante dichiari che la scrittura del Secondo sesso abbia modificato la sua percezione della questione femminile, a mio parere resta una convinta e inguaribile collaborazionista della classe privilegiata degli uomini, come si autodefiniva lei stessa descrivendo gli inizi della sua carriera ed esistenza ( qui ). Resta sempre incredula di fronte alle concrete difficoltà della stragrande maggioranza delle donne. Purtroppo sembra sempre ragionare da un piedistallo. Le battaglie con la puzza sotto il naso non mi sono mai piaciute e alla fine nonostante tutto, Simone de Beauvoir difetta in questo. La nostra gabbia non sono necessariamente i meccanismi coniugali o i figli, ma sovrastrutture più elevate, complesse, anche e soprattutto culturali, istituzionali, produttive. Sento di poter condividere con Simone la questione della trasformazione delle strutture economiche ( qui). Ma non penso che la liberazione della donna passi unicamente attraverso il lavoro, il denaro e il potere. Questo rappresenta l’adesione a un sistema di valori maschili, come se fossero gli unici valori possibili, esistenti e praticabili. Lo abbiamo visto con i nostri occhi che questi miti e valori maschili ci hanno portato fuori strada, illudendoci di poter esistere attraverso meccanismi che ci erano estranei (vedi qui pag 197, di Daniela Pellegrini). La liberazione dev’essere culturale, mentale, ideologica, prima di tutto. Possibilmente di pari passo con una maturazione maschile. Altrimenti i cambiamenti pratici non saranno duraturi e diffusi. Ci dev’essere una rinascita che metta in discussione e sappia rifondare i pilastri sociali e culturali dei rapporti tra i sessi. Ma lo dobbiamo volere e dobbiamo crederci e lottare fino in fondo. Concordo con quella che Daniela Pellegrini chiama rivoluzione ontologica, che può partire dalla nostra differenza, cercando però di superare dicotomie, contrapposizioni fondate sulle differenze di genere. Non dobbiamo perseguire il primato di nessuno dei due sessi. Dobbiamo ridimensionare ma non eliminare la differenza di genere. “La nostra differenza deve emergere con estrema forza e autorevolezza. Da essa può riemergere la complessità del tutto e la parzialità di ogni differenza. In essa ognuna troverà accoglimento etico nella reciprocità e rispetto. E non solo tra donna e uomo, ma tra donna e donna, tra uomo e uomo, materia spirito, singolarità e trascendenza” (pag 134-137, qui, Daniela Pellegrini). Questo è il nuovo spazio ontologico a cui dobbiamo lavorare, quello delle donne.

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Due parole sulle “scie” antifemministe

Magritte, Tentativo impossibile (1928)

Magritte, Tentativo impossibile (1928)

Interrompo la mia pausa estiva, per scrivere questo post. Concordo con la ricostruzione fatta qui da Eleonora Cirant e mi preme spendere due parole su alcuni punti. L’oppressione non è mai passata, la condizione della donna è tuttora ingabbiata in ruoli umani fissi, inferiori, subalterni, culturalmente e socialmente visti come perdenti. La differenza biologica è propagandata sulla base di una scontata inferiorità della femmina rispetto al maschio, e questa manipolazione avviene lentamente, per tutto l’arco educativo che porta i bambini a diventare adulti. Così appare ancora viva e vegeta una certa suddivisione dei valori vincenti “maschili” (potere, aggressività, autorità, forza) rispetto a quelli perdenti (seppur necessari e strumentalizzati dall’uomo, subordinazione, dedizione, dolcezza, altruismo, spirito di sacrificio) tradizionalmente etichettati come appannaggio dell’universo femminile. Questa suddivisione in ruoli di genere è tuttora viva e vegeta e adoperata per organizzare la nostra vita sociale e adattare, incasellandoci, le nostre esistenze a un sistema socio-economico ben preciso. Pertanto, non mi sembra che culturalmente siamo così progrediti dal poter fare a meno di un dibattito collettivo sul tema oppressione. Basterebbe questo punto per giustificare la necessità di un movimento delle donne, oltre ai chiari e precisi richiami storici e alle lucide argomentazioni della Cirant. Ma ne voglio aggiungere un altro: lo sfruttamento. Mi direte che non ha confini di genere, ma per la condizione femminile, esso acquista dei significati e delle caratteristiche peculiari: che vanno da quelle legate agli aspetti biologici – sfruttamento sessuale, emotivo-psicologico (connessi al ruolo di cura, di madre, moglie, altri, che portano sempre a mettere al secondo posto i propri desideri), procreativi (piacere, contraccezione, aborto, maternità) a quelli tipici dello sfruttamento economico e classista dei lavori fuori dalle mura di casa. In tutto questo magma che tende a mantenere il ruolo delle donne subordinato, schiacciato verso il basso (lo si può notare anche nelle differenze salariali), oppresso e utilizzato all’occorrenza, sempre in funzione dei bisogni e delle finalità maschili, c’è ancora molta strada da compiere. Perciò, ritengo che questo sguardo falsamente orientato all’umanità tutta, sia pericoloso. Perché se al movimento delle donne sostituiamo un confuso movimento con velleità generaliste o generiche, rischieremo di affidare la soluzione di tutte queste questioni che ancora affliggono le donne a un indistinto genere umano, che guarda caso potrebbe essere maschile, con risultati ovvi. Non abbiamo bisogno di fare squadra noi donne? Meglio abbandonarsi ai progetti paternalistici che gli uomini potrebbero essere in grado di forgiare per noi? Vogliamo essere docili ancelle pronte all’uso? Preferiamo emulare gli uomini per avere anche noi una fetta di torta? No grazie, per quanto mi riguarda. Così come non mi affido a presunte sacerdotesse o presunte paladine femministe, ma preferisco essere parte attiva e non passiva del cambiamento necessario. La storica pratica dell’affidamento mi va stretta e per favore non riproponeteci una brodaglia indigeribile già alle origini (anni ’80). C’è troppa gente che lucra sopra al femminismo, ma il movimento è nostro, di tutte noi, all’unisono e siamo ancora qui, nonostante qualcuno cavalchi altre onde e ci dia per vecchie streghe e carcasse ideologiche di un tempo passato. Il movimento è più vivo che mai, con le nostre anime piene di nuove idee e di energie! La politica delle donne deve partire da sé, in un percorso di scoperta personale senza dover subire imboccate altrui. Ognuna deve attraversare il tortuoso percorso che porta a una vera conoscenza/coscienza di sé, scevra da sovrastrutture che non sono scelte, ma interpretazioni coatte. La presa di coscienza non è data per sempre, ma è un percorso che va tenuto vivo, di generazione in generazione. Il dibattito va mantenuto vivo. Il movimento è plurale, pulsante di mille diverse modalità per cercare di trasformare la nostra realtà. Negare i conflitti tuttora in atto significa voler mettere la polvere sotto il tappeto, pacificare artificialmente contraddizioni che non sono affatto risolte. Mi sembra che sia stata cancellata dalla nostra memoria la teoria della differenza, che ha fatto parte dei principali fattori di innesco di tutto il movimento delle donne. Mi sembra che si debba sempre ripartire da zero, spiegando l’abc, come se si fossero archiviati decenni di riflessioni e di passaggi fondamentali. Vi consiglio questo articolo di Žižek, che anche se parla dello stato delle nostre democrazie occidentali malandate, tocca da vicino un tema che riguarda questo mio post. Il bombardamento di ‘libere scelte’ imposte da altri, molto spesso si rivela portatore di bavagli pericolosi. Spesso le scelte che ci sembrano frutto di una nostra libertà sono solo il risultato di una manipolazione esterna, che frena il vero cambiamento e ci rende schiavi inconsapevoli di un sistema decisionale al di sopra delle nostre teste. Ci fanno pensare che siamo libere e che il peggio è passato, per inscatolarci meglio nei ruoli che più rendono agevole il controllo e lo sfruttamento economico, sociale ed emotivo. Ci vendono delle libertà preconfezionate e predigerite, studiate apposta per renderci mansuete e soddisfatte. Molte di noi ci cascano e prendono al volo l’esca. A proposito di libertà femminile, vi consiglio alcune considerazioni che Simone de Beauvoir faceva nel corso di un’intervista del 1976, qui un estratto (Quando tutte le donne del mondo.., Einaudi, pag 159-160, 166-167).
Ho come la sensazione che dietro queste trovate di comunicazione, come le antifemministe, ci sia solo la volontà di strumentalizzare le donne, di mettere le donne contro altre donne. Come ho già detto in passato, ci preferiscono disunite, spaccate, per non perdere il controllo su di noi. Chiamateci come volete, non sono le etichette a qualificarci, a dare spessore alle nostre battaglie, a dare forma alle idee del nuovo mondo che vogliamo, non solo per noi, ma per tutt*. Sia chiaro: nuovi equilibri, nuove dinamiche nei rapporti tra i generi, tra i sessi porterebbero giovamento a tutt*. Se il movimento fa ancora paura o ci considerano pericolose è un buon segno. Come dice la Cirant, non sono riusciti a normalizzarci. Evidentemente il nostro percorso storico, ci ha rese particolarmente sensibili, all’erta contro ogni tentativo di omologazione all’esistente e di strumentalizzazione. Sarà un caso che adoro i gatti neri? 🙂

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