Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Prostituzione, oggettivazione e violenza su donne e bambine: quali i denominatori comuni?


Ho letto la notizia questa estate, un bordello con bambole in silicone apre a Torino. Ho sospeso ogni riflessione esplicita perché qualcosa maturasse, senza inseguire tempi e urgenze.

Il patriarcato è tutto qua, più evidente di così! In questo ricercare sempre nuovi modi di agire qualsiasi tipo di espressione dei suoi fondamentali, ovvero sperimentare violenza e dominio assoluto. Perché l’abuso e lo stupro a pagamento di donne prostituite e tutto quello che gli uomini intendono fare su bambole in silicone appartengono al medesimo universo culturale: ciò che ancora in molti/e continuano a non voler vedere e a non voler ammettere quando si parla di prostituzione e della violenza a cui sono costrette donne e bambine.

Ovvero, la più antica forma di oppressione. La pratica dell’uso di corpi umani come mercato è stata normalizzata dal sistema economico neoliberista, tanto da non riconoscerne più i tratti schiavistici e di sfruttamento. La tratta di esseri umani per molti è una questione da tenere separata dal resto, eppure sappiamo che così non è, serve a tenere in piedi il mercato del sesso, al pari dello sfruttamento delle difficoltà di chi vive situazioni marginali, di difficoltà e non ha alcuna alternativa di sopravvivenza.
Riconoscere questo è il primo passo per comprendere l’operazione in corso nella sua interezza.

Non è assolutamente rassicurante l’idea di aprire bordelli con simulacri umani da adoperare come banco di esercizio di pratiche che vengono esercitate purtroppo su donne reali, che non termineranno di certo con l’apertura di simili strutture.
Perché non vi è separazione, perché è tutto parte di una medesima mentalità, prassi, di un agire violento, che troviamo anche nel consumo di pornografia, nella ricerca di un consumo compulsivo di sesso avulso da tutto.

Un ennesimo elemento che illustra esattamente a che punto è l’espressione maschile, l’immaginario, le abitudini, le pretese, la capacità di emanciparsi degli uomini da catene secolari. Perché se le donne hanno affrontato un percorso di consapevolezza, più o meno intrapreso e riuscito, molti uomini vivono una sorta di schizofrenia, scegliendo di incarnare sempre il medesimo modello, forza, assenza di sentimenti, rapporti basati sul dominio e la sopraffazione, nessun coinvolgimento emotivo, perché le emozioni non appartengono al loro genere…

E questo tipo di bordelli non possono essere letti come antidoto alla solitudine, non può esserlo, non può trovare banalizzazioni, letture bonarie e consolatorie. Perché dietro a questa domanda c’è un mondo da leggere e di cui occuparsi e preoccuparsi. Perché è alla base di quella mostruosa escalation di violenza a cui assistiamo giorno per giorno, alla base di tutto questo appropriarsi dei corpi e delle vite delle donne, c’è questo pensiero unico.

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L’ascesa della famiglia nucleare

ca. 1306-1290 B.C. --- Ancient Egyptian Fresco of Husband and Wife Plowing Fields --- Image by © The Art Archive/Corbis

ca. 1306-1290 B.C. — Ancient Egyptian Fresco of Husband and Wife Plowing Fields — Image by © The Art Archive/Corbis

 

Qui di seguito la mia traduzione di un secondo post di Simon Copland, sulla scia del precedente (che vi consiglio di leggere prima questo post), continua il viaggio attraverso la sessualità, la famiglia, i ruoli di genere, i rapporti economici e di potere. Riflessioni interessanti e che ci aiutano a sfatare qualche falso mito sulla nostra società e sui nostri rapporti sociali. Sappiamo quanto sia complicata la ricostruzione di sistemi sociali appartenenti alla preistoria, non ci sono fonti o documenti da cui attingere per supportare tale lavoro. Molti studi sulle società matriarcali per esempio si sono concentrati su comunità tuttora esistenti. Difficile però individuare quanto di originale e quanto di “influenzato” da una contemporaneità sempre più omologante sia presente in queste comunità. Tuttavia, studiosi di diverse discipline non hanno mai abbandonato questo sforzo, per comprendere le nostre radici ancestrali, come siamo giunti sin qui, nel bene e nel male. Soprattutto, l’analisi di Copland tocca da vicino il ruolo della donna, il cui destino è strettamente connesso alla nascita della proprietà privata e di modelli di società fondati su classi diverse. Buona lettura e grazie Simon!

 

In questo post (vedi qui) mi ero soffermato sulla nostra visione dominante della storia moderna su sessualità e famiglia. Questo modello ci insegna che la monogamia e il patriarcato siano parte della nostra natura. Ci dicono che sono vecchi come la società stessa. Tuttavia, come ho mostrato, molti antropologi e biologi sostengono prove che dimostrano che le cose stanno diversamente. Infatti, in epoca preistorica, gran parte delle famiglie erano poligame e in un sacco di società le donne avevano un alto grado di autorità e controllo. Perciò, come siamo arrivati al punto in cui ci troviamo? Questo è l’argomento del post di questa settimana.

Le società poligame ed egualitarie preistoriche di cui abbiamo discusso sono state incrinate in primo luogo da una invenzione: l’agricoltura.
L’agricoltura probabilmente ha avuto l’impatto più significativo di qualsiasi altra invenzione della società umana. È cambiato radicalmente il modo in cui vivevamo. Le società di cacciatori-raccoglitori vivevano in gran parte o completamente di sussistenza. Diverse società hanno vissuto in modi diversi, ma la gente viveva principalmente in piccoli clan nomadi, raramente si stabilivano in un unico luogo per un tempo lungo. Costantemente in movimento, noi esseri umani non avevamo i mezzi, né il bisogno di accumulare risorse. Raccoglievamo bacche, radici e altri vegetali spontanei, oppure cacciavamo o pescavamo; lavoravamo solo poche ore al giorno, quanto bastava per raccogliere ciò che ci serviva per sopravvivere.

L’agricoltura ha cambiato tutto questo. Con il suo sviluppo, in particolare con i processi sempre più intensivi (con l’aratro e l’irrigazione), improvvisamente gli esseri umani sono stati in grado di estrarre significativamente più risorse. Abbiamo iniziato ad accumulare il surplus, o quello che oggi chiamiamo ricchezza. Come Sharon Smith afferma (QUI):

“Questo è stato un punto di svolta per la società umana, perché nel tempo, questo avrebbe portato alla sostituzione della produzione per uso con quella per lo scambio e infine per il profitto – che porta alla nascita delle prime società classiste circa 6.000 anni fa (le prime in Mesopotamia, seguite poche centinaia di anni dopo da Egitto, Iran, Valle dell’Indo e Cina)”.

A differenza dei piccoli clan nomadi, ci siamo stabiliti in città e nelle fattorie per accumulare ricchezza. Non abbiamo più vissuto di sussistenza, al contrario, abbiamo iniziato a commerciare le risorse che ci circondavano per sopravvivere. Abbiamo dovuto produrre sempre di più in modo da avere maggiori risorse da commerciare.

Gli impatti di tutto ciò sono stati ovviamente enormi, ma non necessariamente positivi. Lo scienziato Jared Diamond (QUI) ha definito questo cambiamento: “il peggiore errore nella storia della razza umana”. L’agricoltura ha portato con sé, egli sostiene: “”la disuguaglianza sociale e sessuale, la malattia e il dispotismo, che affliggono la nostra esistenza”. L’evidenza (QUI) suggerisce che l’agricoltura ha comportato una intensificazione del lavoro, che ha portato a una dieta meno varia. A sua volta la salute e la vita media delle comunità sono scese drammaticamente.

Anche l’egualitarismo del passato scompare (QUI). L’agricoltura ha portato ad una maggiore specializzazione del lavoro, la creazione di nuovi ruoli sociali. Questa divisione ha creato le prime gerarchie sociali – le classi proprietarie che gestivano le risorse e le classi lavoratrici che lavorano nelle aziende agricole (QUI). Grazie al potenziale guadagno economico individuale, alcune famiglie sono diventate più ricche di altre, creando le prime basi del nostro sistema di classe moderno.

Questi cambiamenti sociali si sono fatti sentire maggiormente all’interno della famiglia. Engels affermava che con lo sviluppo dell’agricoltura i compiti maschili si allontanarono dalla caccia per dedicarsi a quelli della cura della fattoria. Dal momento che gli uomini erano stati in gran parte responsabili dell’approvvigionamento di fonti di proteine nelle società di cacciatori-raccoglitori, ha fatto sì che continuassero a svolgere questo ruolo, occupandosi degli animali addomesticati della fattoria. Inoltre, essendo complicato per le donne occuparsi dei lavori agricoli pesanti e contemporaneamente dovendo curare la prole, questo tipo di lavori sono finiti nell’ambito esclusivamente maschile (QUI). Questo è un cambiamento molto importante. La fattoria, o più precisamente come sostiene Engels, il bestiame addomesticato, è stata la prima vera proprietà privata. Aziende agricole e animali addomesticati erano di proprietà di individui, piuttosto che appartenenti all’intera comunità.

Prendendo il controllo sull’agricoltura, di conseguenza, gli uomini hanno ottenuto anche il controllo della proprietà privata. Gli uomini hanno acquisito il controllo della maggior parte delle ricchezze in una società.
Questo impatto è stato aggravato dal fatto che l’agricoltura richiede una maggiore attenzione alla riproduzione. Nelle società di cacciatori-raccoglitori le comunità sono state mantenute piccole (QUI), con il solo obiettivo di rimpiazzare i membri esistenti della comunità. Infatti, Christopher Ryan e Cacilda Jethá, gli autori di “Il sesso all’alba” (QUI), sostengono che ci sono prove che le società di cacciatori-raccoglitori praticavano un elevato numero di infanticidi – uccidevano i bambini che venivano considerati in eccesso rispetto alle esigenze della comunità. Questo è stato del tutto capovolto. L’agricoltura richiedeva molto più lavoro della caccia e della raccolta, perciò anche maggiori risorse umane (QUI). Le famiglie avevano bisogno di figli per occuparsi della fattoria. Per questo notiamo un notevole incremento della popolazione dopo l’avvento dell’agricoltura (QUI). Mentre gli uomini giocavano un ruolo crescente nell’ambito della produzione, di conseguenza, il ruolo delle donne era destinato sempre più alla riproduzione. La riproduzione era diventata compito delle donne, per fornire lavoratori destinati ai campi.

E questo, come Engels sosteneva, ha una ricaduta sui rapporti di forza all’interno della famiglia. Con gli uomini che prendono il controllo della produzione delle risorse, nasce l’esigenza di avere qualcuno a cui passare queste risorse. Avevano bisogno di qualcuno che potesse ereditare le ricchezze che avevano costruito. Ma nelle famiglie poligame del passato, gli uomini non avevano un modo per poter fare questo – non sapevano chi erano i loro figli e a chi tramandare la loro ricchezza. Da questo deriva la nuova necessità di monogamia. Gli uomini ora pretendono la monogamia in cambio di cura (ad esempio fornendo le risorse a donne e bambini). In questo modo si garantivano la sicurezza che coloro a cui tramandavano le ricchezze fossero figli propri. Questo lentamente ha portato alla sconfitta della società matrilineare. Così come gli uomini hanno preso il controllo della produzione, hanno assunto il controllo della famiglia, da cui è derivata l’introduzione della discendenza patrilineare. Engels la descriveva così:

“Il rovesciamento del diritto matrilineare è stato la sconfitta storica mondiale del genere femminile. L’uomo ha assunto il comando anche in casa; la donna è stata degradata e ridotta in schiavitù; è diventata schiava del suo desiderio e un mero strumento per la produzione di bambini.. Inoltre, per assicurarsi la fedeltà della moglie e quindi la paternità dei suoi figli, lei finisce incondizionatamente sotto il controllo del marito; se dovesse decidere di ucciderla, sta semplicemente esercitando un suo diritto.”

Ciò che è rilevante è che la divisione sessuale del lavoro non cambia in modo significativo dalla società di cacciatori-raccoglitori a quella agricola. Gli uomini restano in gran parte “responsabili” del “mondo esterno”, mentre le donne continuano a prendersi cura della riproduzione e della famiglia. È con lo sviluppo delle società classiste che il potere si allontana significativamente dall’ambiente domestico, cambiando altresì la relativa influenza dei generi. Nel libro Toward an Anthropology of Women (QUI), Karen Sacks sostiene:

“La proprietà privata trasforma le relazioni tra gli uomini e le donne all’interno della famiglia, proprio perché erano cambiate radicalmente le relazioni politiche ed economiche nella società più ampia. Per Engels la nuova ricchezza consistente in animali addomesticati, significava che esisteva un surplus di merci disponibili per lo scambio tra le unità produttive. Con il tempo, la produzione degli uomini con specifica finalità di scambio crebbe, si espanse e ha messo in secondo piano la produzione per l’uso domestico. Poiché la produzione a fini di scambio ha eclissato quella per l’utilizzo immediato, la natura della famiglia è cambiata, così l’importanza del lavoro delle donne al suo interno, e di conseguenza, la posizione delle donne nella società.”

 

Questa è la storia. Monogamia e patriarcato non sono naturali, fanno parte di un particolare sviluppo economico – la crescita dell’agricoltura, la proprietà privata e di un sistema basato sulle classi.
Nel prossimo post analizzeremo meglio questi aspetti, scandagliando capitalismo e patriarcato moderni. Ci sono state molte critiche a Engels, di cui parleremo. Ma cercheremo anche le prove che supportano queste teorie, domandandoci come i ruoli di genere hanno resistito sino ai nostri giorni?

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Altro che i Flintstones

Photograph: Everett Collection/Rex Features

Photograph: Everett Collection/Rex Features

 

In un post di qualche tempo fa ero tornata indietro nel tempo, alla preistoria, cercando di comprenderne il modello di società e di relazioni, seguendo anche un recente studio pubblicato su Science. Come promesso, continuo il mio viaggio. Oggi vi propongo un articolo pubblicato a maggio su The Guardian, a firma di Simon Copland. La situazione è molto complessa e si evidenziano varie teorie e interpretazioni. Buona lettura 🙂

 

Nello studio condotto dagli scienziati della University College di Londra, si dimostrava che uomini e donne nelle prime comunità umane vivessero in una relativa eguaglianza. Lo studio sfata gran parte delle nostre convinzioni sulla storia umana. Mark Dyble, l’autore principale dello studio, ha dichiarato: “l’uguaglianza tra i sessi è uno degli importanti cambiamenti che distingue gli esseri umani. Non è stato mai messo a fuoco realmente in passato.”
Nonostante le dichiarazioni di Dyble, tuttavia, questo non è il primo studio che si avventura su questo terreno. In realtà fa parte di un ennesimo colpo sparato all’interno di un dibattito tra le comunità scientifiche e antropologiche lungo vari secoli. È un dibattito che pone alcune domande fondamentali: chi siamo, come siamo diventati la società che siamo oggi?
La nostra idea moderna delle società preistoriche, o quella che potremmo definire la “narrazione standard della preistoria”, assomiglia un po’ ai Flintstones. La narrazione racconta che siano sempre vissuti in famiglie nucleari. Gli uomini impegnati sempre nella caccia o in altri lavori, mentre le donne restavano a casa a badare ai figli e alla casa. La famiglia nucleare e il patriarcato sono vecchi come la società stessa.
La narrazione è multisfaccettata, ma ha forti radici nella scienza biologica, le cui tracce si possono far risalire alla teoria della selezione sessuale di Darwin. La premessa di Darwin era che a causa della loro necessità di trasportare e nutrire un bambino, le donne abbiano dovuto investire maggiori energie sulla prole rispetto agli uomini. Le donne quindi sarebbero molto più restie a partecipare all’attività sessuale, dando origine a conflitti tra i due sessi in tema di “agende sessuali”. Questo crea una situazione piuttosto imbarazzante. Con le donne che producono questa “ insolitamente impotente e dipendente prole”, hanno bisogno di un compagno che non solo abbia dei buoni geni, ma sia in grado di fornire beni e servizi (cioè riparo, carne e protezione) per la donna e il bambino. Tuttavia, gli uomini sono disposti a fornire alle donne tale sostegno solo avendo la certezza che quei bambini siano i loro – altrimenti starebbero fornendo supporto ai geni di un altro uomo. A loro volta gli uomini esigono fedeltà; una garanzia che la loro linea genetica venga mantenuta.
Helen Fisher lo chiama “il contratto del sesso”, ma gli autori di “Sesso all’alba”, Christopher Ryan e Cacilda Jethá, sono un po’ più taglienti nella loro analisi: “la narrazione standard delle relazioni eterosessuali si riducono alla prostituzione: una donna scambia i suoi servizi sessuali per avere accesso alle risorse… Darwin sostiene che la tua madre fosse una puttana. Semplicemente questo.”
Qui, come sostengono alcuni scienziati, si trovano le radici della nostra famiglia nucleare e il patriarcato. La nostra gerarchia di genere si basa su un bisogno biologico innato per le donne di essere sostenute dagli uomini. La stessa capacità delle donne di dare alla luce i bambini, le pone in una posizione più bassa all’interno della società.

Insomma, siamo nel bel mezzo di una diatriba senza fine, ndr.

Gli scienziati usano tutta una serie di altri strumenti per provare e sostenere questa narrazione. Molti adoperano gli esempi dei nostri parenti più stretti. Gli scienziati hanno studiato la monogamia dei gibboni e le gerarchie sessuali degli scimpanzé per evidenziare una naturale espressione dei nostri desideri innati.
Altri scienziati usano la biologia umana. Un esempio comune è la libido apparentemente debole delle donne. Parlando del suo libro “Why Can’t a Woman be More Like a Man?”, uscito l’anno scorso, Lewis Wolpert afferma: “Circa la metà degli uomini pensano al sesso ogni giorno e più volte al giorno, che rappresenta la mia esperienza personale, mentre solo il 20% delle donne pensano al sesso con la stessa frequenza. Gli uomini hanno un maggior numero di probabilità di essere sessualmente promiscui, un richiamo atavico, in cui la procreazione è stata importantissima”.
Se segui la teoria del “contratto del sesso” questo è logico. Un desiderio sessuale basso garantisce che le donne siano più selettive nelle loro decisioni sessuali, assicurandosi di accoppiarsi solo con uomini di alta qualità. Le donne, secondo alcuni scienziati, sono evolutivamente progettate per essere selettive nella scelta dei loro compagni.
Eppure per secoli, in molti hanno messo in dubbio la logica, la biologia della narrazione tradizionale.
Il primo tentativo in questo senso è venuto dall’antropologa Lewis Morgan, con il suo libro Ancient Society. In esso presentò i risultati dei suoi studi sugli Irochesi, una società americana di cacciatori-raccoglitori, nativi americani che vivevano nello stato di New York. Gli Irochesi, osservava Morgan, vivevano in grandi nuclei familiari, sulla base di relazioni poligame, in cui uomini e donne vivevano in uguaglianza generale.
Il lavoro di Morgan ha avuto una visibilità più ampia quando è stato ripreso da Friedrich Engels (famoso co-autore de Il Manifesto comunista) nel suo libro The Origin of Family, Private Property and the State. Engels ha recuperato i dati di Morgan, per sostenere che le società preistoriche vivessero in quello che lui definiva “comunismo primitivo”. Altri antropologi oggi lo chiamano “feroce egualitarismo”: società in cui le famiglie erano basate sul poliamore e in cui le persone vivevano in una uguaglianza attiva (in pratica l’uguaglianza forzata/imposta).
Morgan e Engels non stavano dipingendo l’immagine del “buon selvaggio”. Gli esseri umani non sono stati né egualitari, né poligami a causa della loro coscienza sociale, ma a causa del bisogno. Le società di raccoglitori/cacciatori si son basate in gran parte su piccoli clan non stanziali con gli uomini impegnati nella caccia, mentre il ruolo delle donne era quello di raccogliere radici, bacche, frutta, oltre ad occuparsi della casa. Le persone sono sopravvissute attraverso il supporto del clan, quindi la condivisione del lavoro all’interno del clan era essenziale. Questo ha avuto delle influenze anche sulla sessualità.
Il poliamore ha consentito di creare forti reti di figli adottivi, per cui divenne responsabilità di tutti occuparsi dei figli. Come afferma Christopher Ryan: “Queste relazioni sessuali intrecciate rafforzano la coesione del gruppo e potrebbe offrire una forma di sicurezza in un mondo incerto”. Lo stesso di può dire per le altre gerarchie sociali. Come spiega Jared Diamond, con nessuna possibilità di accumulare o conservare risorse, “non ci possono essere re, nessuna classe di parassiti sociali che ingrassano con il cibo sottratto agli altri”. Caccia e raccolta impongono l’uguaglianza sociale. Era l’unico modo in cui le persone potevano sopravvivere.
Inizialmente sviluppate nell’800, queste teorie sono morte con il XX secolo. Con Engels legato a Marx, molte di queste idee si son perse nei meandri della Guerra Fredda. Molte femministe della seconda ondata, guidate principalmente da Simone de Beauvoir con il suo libro Il secondo sesso, hanno messo in discussione le idee di Engels.
Recentemente tuttavia, queste teorie hanno conosciuto una sorta di rinascita. A monte dello studio di Dyble, nuove prove antropologiche e scientifiche sostengono questa sfida alla narrazione classica. Nel 2012 Katherine Starkweather e Raymond Hames hanno condotto un’indagine su esempi di “poliandria (avere più mariti) non classica”, scoprendo che il fenomeno esisteva in molte più società di quanto si pensasse in precedenza.
In un altro esempio, Stephen Beckman e Paul Valentine hanno esaminato il fenomeno della “paternità divisibile” nelle tribù del Sud America: la convinzione che i bambini siano concepiti dall’unione di spermatozoi di più maschi. Questa convinzione che è comune tra varie tribù amazzoniche, richede un’attività sessuale poligama da parte delle donne, e che gli uomini condividono il carico di cura dei bambini.
Poi c’è l’esempio dei Mosua in Cina, una società in cui le persone sono molto promiscue e non esiste alcuna vergogna associata a queste abitudini. Le donne Mosua hanno un alto grado di autorità, i bambini sono accuditi dalla madre e dai suoi parenti. I padri non hanno alcun ruolo nell’educazione del bambino – in effetti nella lingua Mosua non possiede alcuna parola per esprimere il concetto di padre.
In Sesso all’alba, uscito nel 2010, Ryan e Jethá forniscono una serie di prove biologiche per confermare questi dati antropologici. Diamo un’occhiata alle loro controreazioni ai due esempi fatti in precedenza: il comportamento dei nostri parenti più stretti e l’apparentemente bassa libido femminile.
Ryan e Jethá sostengono che, mentre sì, gibboni e scimpanzé sono parenti stretti, i nostri parenti più stretti sono in realtà i bonobo. I bonobo vivono in società femmino-centriche, dove la guerra è rara e il sesso ha un’importante funzione sociale. Sono poligami, con maschi e femmine che hanno entrambi partner multipli. Questo sembra più simile alle società che descrivevano Morgan e Engels.
Quando si parla di “bassa libido” delle donne, Ryan e Jethá semplicemente non sono d’accordo, sostenendo di fatto che le donne si siano evolute per fare sesso con partner multipli. Osservano, per esempio la capacità delle donne di avere orgasmi multipli durante lo stesso rapporto sessuale, fare sesso in ogni fase del ciclo mestruale e la propensione a fare molto rumore mentre fanno sesso – che secondo loro è un richiamo preistorico di accoppiamento, per richiamare altri uomini a partecipare. Questi tratti evolutivi, sostengono, assicurano che la riproduzione abbia successo.
In breve, lo studio di Dyble difficilmente metterà la parola fine a una battaglia che dura da almeno due secoli.
Il documento tuttavia incrina ulteriormente la narrazione standard della nostra preistoria. Una cosa appare chiara: la storia è molto più complessa di quanto di pensasse. Tanto complessa che forse non sapremo mai come fosse veramente. Senza una macchina del tempo è impossibile avere conferme. Ma oggi possiamo essere certi che le cose erano diverse da come ci venivano raccontate dalla narrazione classica. Noi non siamo solo versioni di una moderna famiglia dell’età della pietra.

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Porno & Femminismo

Tre donne, Fernand Léger

Tre donne, Fernand Léger

 

Riprendo il tema del Porno, dopo le sollecitazioni che mi sono giunte in merito al mio post Porno & Violenza.

In quel pezzo cercavo di indagare sul porno che potremmo definire mainstream, quello maggiormente diffuso e le sue ricadute sulla violenza di genere. Mi hanno fatto notare che esiste un filone porno cosiddetto “femminista”, un porno “dalla parte delle donne”. Che cosa sia ce lo spiega bene Giovanna Maina qui.
Nasce all’estero, ma approda in Italia grazie al progetto Le ragazze del porno (qui).
Vorrei comprendere in cosa questo tipo di porno è femminista e non di genere, ossia come portatore di un’ottica di genere/di generi fluidi.
Riporto questa frase di Slavina (qui), videomaker, performer, antropologa, ragazza del porno:

«La censura non funziona più come apparato repressivo che vieta esplicitamente, piuttosto rende invisibili le forme dissidenti (o le ridicolizza: in questo la televisione è maestra) ed esalta quelle forme di “trasgressione” che sono funzionali al mantenimento del sistema, come la sottomissione femminile al maschio ricco e potente. Voglio dire che non esiste una censura che vieta, esistono le regole di mercato che impongono ciò che è vendibile e ciò che non lo è, perché minimamente dissidente».

Slavina evidenzia come la censura porti in effetti a favorire la diffusione e il mantenimento di quel modello di porno che avevo ritratto nel mio post.
Fin qui le cose mi tornano e il ragionamento di Slavina è molto acuto.
Ma poi leggo in un altro articolo: «Il mio cortometraggio si intitolerà “Alicia in the supermarket”, somiglierà a un musical, avrà sequenze di animazione. L’idea è di un piacere in vendita: che si compra, a pezzi, al supermercato».
Chiediamoci se possiamo accettare una frase così.

C’è veramente molta confusione e sono un po’ sconcertata che la parola “vendita” non faccia sobbalzare più nessuno. Tutto è vendita, la parola magica che sottende ogni rapporto, ogni cosa, ogni faccenda. Tutto è monetizzabile altrimenti non esiste, tutto è sul mercato: la mia idea di piacere come anche i miei diritti.
Personalmente ritengo che quando ci sono di mezzo i soldi e c’è qualcosa da vendere, c’è ben poco spazio per le libertà e i diritti.
Questo bisogno di porno è un bisogno reale o indotto? Per vendermi un prodotto, mi induci un bisogno, di porno come di qualsiasi altro prodotto sul mercato. La conoscenza del mio corpo, la maturazione del mio desiderio, la liberazione del mio corpo passa veramente per un video porno da acquistare? Ne siamo così sicure? Alla fine mi stai somministrando uno o più modelli preconfezionati di sessualità.
Forse non si tratta né di emancipazione, né di liberazione, c’è solo l’anima del commercio. L’espressione il “corpo è mio e me lo gestisco io” è qui del tutto subordinata e asservita a una logica di vendita di un prodotto. Quando una donna, mente e corpo, diventano oggetto sul mercato non c’è liberazione, ma asservimento. In questi tempi in cui mancano le idee, tutto può acquistare un valore che di fatto non possiede.

Trovo irricevibile, l’auspicio di Valentina Nappi (che rappresenta il porno mainstream) secondo cui ‘tutte le donne dovrebbero essere troie’ e che ‘tutte le ragazze dovrebbero essere ragazze ultra-facili’. Le donne devono essere ciò che desiderano, questo è il punto, senza sovrastrutture o modelli maschili/femminili di riferimento. Dove finisce la scoperta? Il rischio è che io torni ad essere soggetto passivo di modelli descritti e narrati da altri, seppur donne. La sessualità è anche un’avventura personale, fatta di tasselli di scoperte.
Una sessualità che separa corpo dalla psiche, come se il piacere fosse solo un dato materiale e meccanico, non rischia di deformare la realtà e di comunicare messaggi deformanti? Non si creano aspettative pericolose? Non si generano frustrazioni? Non è comunque un fake?
Ritornando al modello economico sottinteso, ci sono tutti i termini tipici dell’ultraliberismo: io ho diritto di arricchirmi in tutti i modi, senza limiti di sorta. Ogni ambito mi è concesso. Nulla cambia nella sostanza, perché anche il porno femminista è un prodotto commerciale e come tale non è un’azione politica di liberazione e di sovvertimento delle regole di un sistema, post-capitalista avanzato. Per essere rivoluzionari occorre andare contro il sistema, per cui se il porno femminista fosse su base volontaria, nessuno ci guadagnasse su, venisse distribuito e prodotto gratuitamente, io stessa urlerei al miracolo. Ma finché accettiamo le regole del mercato, non ci può essere un’azione politica delle donne, sincera e di rottura. Perché potremo anche non soggiacere alle regole del mercato mainstream, ma non ci potremo tirare fuori dai processi del mercato, perché comunque mi si sta commercializzando qualcosa. In cosa è anti-capitalista? Solo perché non sfrutta e non c’è coercizione, né violenza? Ma siamo sicuri che alla fine non sia soggetto alle stesse regole del mercato capitalista?
Ok il manifesto de Le ragazze del porno: non capisco in che modo sia anticapitalista una cosa che tu mi vendi. Come si intende combattere il sistema capitalista? Serve solo a togliere spazi al porno mainstream? Sarei interessata a comprendere la diffusione del cosiddetto “porno femminista”, rispetto al porno mainstream e a ciò che gira in rete. È in grado di polverizzare sul lungo periodo il cosiddetto “porno cattivo”, correggendone gli errori?
Siamo davanti a una sorta di mercato equo-solidale del porno? Tutto qui? Oppure è una trovata per risollevare l’industria del porno e produrre una specie di porno a km0 (che tra l’altro esiste già e viaggia in rete), condito da un discorso più “etico”?
Concludo con un ultimo quesito. Esiste una pornodipendenza anche per le donne? Con tutte le conseguenze del caso?

In questo post ho voluto inserire una serie di domande, di dubbi che spero qualcuno vorrà aiutarmi a dipanare.

Sto studiando un po’ il fenomeno, con letture specifiche. Non saltatemi al collo, a brevissimo proverò a rispondere ad alcuni degli interrogativi che ho espresso in questo post. Se poi vorrete chiamarmi bacchettona, moralista, reazionaria ecc. va bene lo stesso 🙂

 

 

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Una “tutela” come anestetico? No, grazie!

Marta Orlowska

Marta Orlowska

Riassumo qualche passaggio del testo di Lea Melandri Amore e violenza, che sarà il punto di partenza per alcune considerazioni che volevo condividere con voi.
Nel disagio della civiltà, Freud inizia a cogliere l’aspetto violento che si annida nell’amore, per quel retaggio primordiale che si porta dentro: la nostalgia dell’originaria unità a due. Violenta è l’appropriazione del maschio sul corpo femminile, da cui ha ricevuto cure e stimoli sessuali (il dominio patriarcale); violento è anche il sogno d’amore, inteso come fusione di due esseri in uno, una ricomposizione del maschile e del femminile. La pulsione di morte è la tentazione di risolvere definitivamente la questione. L’aggressività è necessaria per conservare quell’unità ideale, trovando una minaccia all’esterno (questo vale anche per i gruppi, le nazioni e le etnie). L’Eros ha in sé una logica di conflitto (amore e guerra, in un rapporto di dipendenza circolare), che si può esprimere attraverso un’appropriazione del corpo femminile, la chiusura della donna in un ruolo di madre, di cura, la sua esclusione dalla comunità e dagli ambiti decisionali (salvo poi, nelle società che si ritengono più “avanzate”, destinarle le briciole della torta del potere).
“Lo stupro e l’omicidio sono le forme estreme del sessismo e sarebbe un errore considerarle isolatamente, come se non fossero situate in una linea di continuità con rapporti di potere e culture patriarcali che, nonostante la costituzione, le leggi, i valori sbandierati della democrazia, stentano a riconoscere la donna come persona”.
Relegare la donna a un ruolo puramente sessuale e legato alla procreazione, la cancellazione della donna come persona, individualità, soggetto politico produce inevitabilmente uno svilimento del suo corpo, che diventa vile, come quello di uno schiavo, di un prigioniero, su cui l’uomo ha esercitato da sempre, fino alle soglie della modernità, un potere di vita e di morte. Questa mentalità (di cui parla anche Zaron Burnett qui) è arrivata nel nostro contemporaneo (società, istituzioni, rapporti umani) e lo ha contaminato, rendendo latente (ma non meno pericolosa) questa pulsione, ma non l’ha cancellata. La violabilità del corpo femminile è un fattore culturale che ha permeato la comunità occidentale, dalle sue origini greche, romane e cristiane. La violenza non è un corpo estraneo, passeggero, frutto di un raptus: è un ingrediente delle nostre radici, con cui ci si deve confrontare. Fin quando non si affronterà questo problema in questi termini, nulla verrà risolto.
Per quanto riguarda gli aspetti emancipatori delle donne: se queste vengono messe sotto “tutela”, “protezione” attraverso nomine, concessioni di incarichi da parte dell’uomo, che le “includono” nel circolo del potere maschile e gli concedono uno spazio, si sarà compiuto un ennesimo atto di quel gioco sottile che è sempre stretto nelle redini maschili. Il cerchio del controllo dell’uomo sulle donne non si aprirà finché non saremo in grado di affrancarci da questi meccanismi, finché non ci rifiuteremo di essere la longa manus di qualcun altro che ci concede di esibire il nostro sorriso e nulla più. Vogliamo veramente che venga riconosciuto il nostro giusto valore? Evitiamo di essere l’ombra di noi stesse e la trasfigurazione di un corpo che non ci appartiene e che viene ancora una volta adoperato per essere merce e complemento d’arredo, in uno spettacolo in cui le decisioni e le scelte sono sempre dell’uomo. Diciamo pure no a questo spettacolo mutilatorio delle nostre aspirazioni legittime. Perché anche questa è violenza, quando il corpo, la materialità, l’involucro, sostituisce la donna come persona, soggetto di diritti, di saper fare e di contenuti. E se non ci accorgiamo di essere diventate ancora una volta merce, prodotto manipolabile, allora è giunto il momento di svegliarci. E faccio un appello alle donne: cerchiamo di riempire di senso le nostre azioni, dai sorrisi ad ogni cosa, educhiamo le più giovani a non separare corpo, anima, sentimenti e mondo interiore. Educhiamole a una giusta percezione di sé, del mondo in cui vivono, dei rapporti umani, delle relazioni, del denaro e di quel che è il vero successo (la trasmissione Presa Diretta di ieri sera testimonia un buco nero nella nostra comunità sociale). Quando i media esibiscono un corpo di una donna, svuotato della sua essenza, stanno proponendo un messaggio pericoloso: il successo, la carriera, i soldi e il potere per una donna vanno conquistati unicamente ammiccando e facendo la gattina. E purtroppo a noi donne, a quel corpo che portiamo in giro, viene sempre chiesto di dimostrare mille volte in più il nostro valore e il nostro merito rispetto a quanto viene preteso da un uomo. Concentriamo le nostre energie su un cambiamento culturale, che deve partire da noi stesse. Pretendiamo dagli uomini un reale cambio di rotta e di mentalità e non accettiamo regalini, carriere facilitate, insomma le briciole. A partire anche dal linguaggio, perché le parole contano tanto, forse più delle immagini. Il mutamento dev’essere profondo, noi donne dobbiamo esserne il motore propulsivo, altrimenti ci saremo rese complici di un mancato cambiamento. Non possiamo attendere che l’uomo, da solo, porti avanti quella rivoluzione culturale necessaria. Non dobbiamo mollare.

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WAE, ecco il nostro manifesto

wae

Vi avevo già parlato qui dell’assemblea nazionale tenutasi a Milano lo scorso 6 aprile, dal titolo: “Autodeterminazione, sessualità, aborto e salute riproduttiva”.

Nel corso di quell’incontro, promosso dalla rete Women are Europe (WAE), le donne provenienti da varie associazioni e movimenti provenienti da tutta Italia, si sono scambiate idee e proposte sul tema della giornata.

Al termine abbiamo tutte concordato sull’idea di produrre un manifesto, che parlasse alle donne, che di fatto rendesse più esplicito a tutte su quali temi e perché vogliamo fare rete. Ci è parso un buon modo per iniziare a far rete e per unire le forze nel nome dell’‪‎autodeterminazione‬ e della libertà di scelta per tutte le donne. Occorre rilanciare un dibattito pubblico su questi temi, per diffondere consapevolezza e difendere i risultati raggiunti in anni di lotta (tra cui la legge 194 e i consultori familiari pubblici). C’è veramente tanto da fare, se non vogliamo permettere che si torni indietro di decenni (basta vedere i dati sulla contraccezione in Italia).

Ci eravamo date pochi punti sui quali basare il manifesto e focalizzare le nostre prossime attività.

Oggi quel manifesto è pronto.

Se ne condividete obiettivi e contenuto vi prego di aderire e di diffondere il manifesto.

GRAZIE GRAZIE GRAZIE a tutte coloro che ci hanno lavorato!!!

Ora tocca a tutt* noi operare sul nostro territorio per organizzare iniziative e sensibilizzare tutt* su questi temi, per noi e per le prossime generazioni.

#iodecido, non dimentichiamolo!

Per maggiori informazioni:

Blog WAE

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Adesioni

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I diversi volti del femminismo

anarkikka1

Ritorno sul tema, su cosa vuol dire oggi essere una femminista. Mi interrogo perché oggi mi sento più coinvolta di un tempo e mi chiedo quali possano essere le cause e gli errori da evitare per non tornare ad addormentarci.
La mia è una generazione strana, non propriamente fortunata come i baby boomers, ma pur sempre cullata dalle premure dei nostri genitori, che tuttora, per molti, sono il paracadute sociale ed economico in questi anni di precariato. Questa sorta di rete protettiva, per chi ce l’ha, ci ha portati ad occuparci poco dei temi etici, delle battaglie tipiche degli anni ’60, ’70. Gli anni ’80 della nostra infanzia sono stati leggeri e sofferenti, ma non hanno lasciato traccia in noi di quel nero punk. Cristina D’Avena era il nostro mito e la caduta del muro venne vissuto come un segnale di un meraviglioso avvenire di pace. Lo stesso grunge ci ha portati a una adolescenza alquanto solitaria, poco comunitaria, raggomitolati su noi stessi e sul nostro spleen, che non capivamo bene da dove scaturisse. Non sono mancati gli inciampi, ma evidentemente non sono stati tali da spingerci a una mobilitazione. Ognuno ha seguito la strada del “si salvi chi può”.

Oggi, da madre, sono tornata ad interrogarmi su certi temi e su quello che desidero sia il mondo che mia figlia troverà ad accoglierla quando sarà adolescente. Magari sarà più forte di me, ma vorrei che non si tornasse indietro e che si accompagnassero le future donne in un percorso di crescita e di autoconsapevolezza a 360°. Ma come agire e come orientarsi per non fallire nuovamente?
Vi consiglio questo post, sui femminismi che oscillano tra coloro che ci credono e coloro che giocano a fare le donne alternative e le paladine dei diritti. Analisi chiara, sincera e che offre un’occasione per riflettere sul futuro delle reti e dei movimenti femministi. Come quando andavo al liceo, il mondo era costellato da ragazze che giocavano a fare le donne emancipate e invece erano forse più confuse e fragili di me. Oggi molti diritti e tutele sono sotto attacco e di personaggi tiepidi e opportunisti non ce n’è bisogno, dobbiamo arrivare al nocciolo, espandere le informazioni su sessualità e autodeterminazione. Partendo dalle persone. Tutte le altre scorie e gli obiettivi strettamente di carriera personale (le femministe di convenienza) devono essere lasciati indietro. Dobbiamo divulgare, parlare, raggiungere quante più persone possiamo, fare rete ma senza formalismi e soluzioni elitarie. Dobbiamo essere convinte e imbastire una mobilitazione costante, pura, schietta, spontanea, leggera ma profonda, che scandagli i punti essenziali.

Vi consiglio il libro di Barbara Bonomi RomagnoliIrriverenti e libere – femminismi nel nuovo millennio“, controcorrente.

Ringrazio Anarkikka per l’immagine del post.

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Impressioni di WAE!

Riporterò qui la mia esperienza dell’incontro che si è tenuto domenica 6 aprile a Milano, della rete Womenareurope.

Incontrarsi di persona, condividere idee, progetti, pensieri per me ha rappresentato un’occasione per uscire dal mio guscio quotidiano e fare squadra. Al termine della giornata, la mia sensazione era di aver ricevuto da ognuna delle donne presenti una sferzata incredibile di energia, di voglia di fare. Ne sono uscita arricchita e piena di nuovi spunti di riflessione. La condivisione aiuta a cambiare i propri orizzonti e punti di vista personali. Questo è successo e ne sono molto contenta.
Ho notato che è mancata la partecipazione della componente dei movimenti femminili più legati alla realtà dei centri sociali. Questo probabilmente spiega in parte l’esigua partecipazione della fascia 20-30. Mi è sembrata totalmente assente la fascia under 20, che evidentemente non siamo riuscite ad intercettare o a coinvolgere. La mia fascia 30-40 anni, ahimè, latita e partecipa poco: per fortuna ci sono delle mie coetanee eccezionali, che domenica scorsa mi hanno resa fiera della mia generazione. Non siamo poi messi così male.
Non seguirò l’iter preciso della giornata, ma vorrei annotare qui i punti che secondo me aiutano a dare un’idea di quanto ricco e variegato sia stato il dibattito.
L’incontro nazionale di domenica arriva dopo le giornate del 1 febbraio e dell’8 marzo, dopo i fatti di Spagna e la legge Gallardón, la bocciatura della mozione Estrela in UE. Il clima attorno ai diritti di autodeterminazione delle donne e i ripetuti tentativi, da più fronti, di smantellarli ci richiamano e ci spingono a tornare a mobilitarci e a farci sentire, in prima persona e come gruppi. I diritti acquisiti non lo sono mai per sempre, vanno alimentati e curati. L’idea della rete serve proprio a riunire le nostre forze, per non disperdere le nostre energie e l’efficacia delle nostre azioni. Occorre rompere la frammentarietà dei singoli movimenti e associazioni, cercando di condividere ciò che realizziamo sul territorio.
È emerso quanto sia difficile il rapporto con le istituzioni, che sono fondamentali se si desidera ottenere cambiamenti reali, effettivi, miglioramenti e tutele certe. Probabilmente dovremmo cercare di trovare i nostri interlocutori politici e istituzionali a livello europeo.
Troppo spesso si cerca la vittima, quando si parla di IVG: la donna, l’embrione. Questo è strumentale a creare dei sensi di colpa che gravano unicamente sulla donna, laddove si dovrebbe richiamare anche un ruolo/responsabilità maschile nell’ambito riproduttivo.
Sul tema dell’aborto, l’assenza di una riflessione pubblica ha rimosso questo tema, per cui manca una informazione adeguata anche in contesti centrali come le scuole mediche e professionali di specializzazione. Andando in pensione la generazione di medici che ha sostenuto la 194, rischiamo che aumentino le difficoltà di applicazione della legge. Occorre prevedere una formazione scientifica in merito, in grado di rispettare le singole posizioni del personale medico e paramedico, senza mettere a repentaglio la tutela della salute della donna, che va comunque garantita. Non dimentichiamoci il giuramento di Ippocrate e ciò che accade quando l’obiezione raggiunge i livelli di alcune regioni italiane.
Si è fatta strada una certa visione ideologica sul tema dell’aborto, quando invece si dovrebbe tornare alle origini, come sottrazione della sessualità dall’obbligo riproduttivo: la libertà di essere madri o di non esserlo.
Il tema della precarietà lavorativa e del reddito estende le sue ricadute in tutte le scelte, diventando precarietà sentimentale, affettiva, nei rapporti con l’altro. Il diritto a un’esistenza libera da pressioni, dalle angosce di sopravvivenza, può avere importanti riflessi sulla vita, di uomini e donne.
Si è accennato anche a una sorta di diritto universale alla maternità, con un tentativo di stabilire un reddito garantito.
Si è ricordato che, accogliendo il ricorso della LAIGA e dell’Ippf (International Planned Parenthood Federation), il Consiglio d’Europa ha riconosciuto che l’Italia non garantisce l’effettiva applicazione della Legge 194. La professoressa Marilisa D’amico ci ha illustrato il lavoro che è stato fatto per giungere a questo verdetto. Vedi qui.
Anna Pompili, ginecologa LAIGA, ha sottolineato la centralità della formazione per gli operatori del settore, che gli permetta di acquisire metodiche nuove. L’aborto è una scelta libera, e deve essere garantita la libertà di scegliere. Dobbiamo uscire dai sensi di colpa.
Anna Picciolini di Libere Tutte e Il Giardino dei ciliegi (Firenze), ha sostenuto che l’aborto è un problema di potere. La dichiarazione di scelta della donna rompe gli equilibri di un contesto che è sempre stato viziato da una mentalità patriarcale. Se la prima parola e l’ultima spettano alla donna, viene meno il potere di decisione esclusivo dell’uomo. La donna diviene consapevole del suo potere e della sua responsabilità, su cui si poggia la sua libertà.
Carla Ceccarelli, in rappresentanza delle donne democratiche PD, ha presentato la mozione per la salvaguardia e la valorizzazione dei consultori, che sta girando per il territorio milanese nei consigli di Zona, dopo un primo passaggio in Regione.
Nadia De Mond di Donne nella crisi, ha parlato delle iniziative (di cui anche una ad Atene) a sostegno delle donne in questo periodo di crisi economica. Non dimentichiamo gli effetti devastanti dei tagli alla Sanità greca di cui avevo scritto.
Monica Lanfranco di Genova, rivista Marea, ha lamentato la mancanza di conoscenza della radice storica del movimento femminista/femminile. Forse sarebbe opportuno far conoscere il contesto culturale e storico che portò al varo della 194, che ricordiamo è a tutela della maternità e per una procreazione autodeterminata e consapevole. Per non tornare all’aborto clandestino dobbiamo essere presenti, farci sentire, perché la memoria che fugge via è il cancro del nostro tempo. Dobbiamo riprendere il tema dell’autodeterminazione sui corpi, della sessualità, coinvolgendo maggiormente gli uomini.
Durante un intervento è stato ribadito che nessuna di noi è contro la vita, ma appunto perché siamo per la vita, nessuna di noi vuole imporre la nostra scelta a un’altra donna. Io riconosco all’altra donna la capacità di scegliere liberamente, perché alla base c’è un rispetto reciproco. La 194 è una legge per la vita, che protegge la salute delle donne. Nessuno può decidere al posto di una donna.
Esiste un diritto a vivere e non un diritto a nascere.
Ci siamo interrogate sul divario generazionale in merito a sessualità, autodeterminazione, aborto: cosa ha rappresentato per le generazioni degli anni ’70 e cosa rappresenta per le ultime generazioni. È cambiato il ruolo della donna, la società, il mondo del lavoro, le istituzioni, la rappresentanza femminile. Per questo Lea Melandri ci invita a tornare sulla nostra storia e su cosa possiamo ancora utilizzare del materiale del passato e cosa va rinnovato. La generazione che produsse la 194 si appassionava ai temi della sessualità e della maternità. Oggi dovremmo riuscire a spostare la questione femminile al rapporto uomo-donna, con una responsabilizzazione degli uomini sul tema della sessualità.
Luciana Bova da Reggio Calabria ci ha parlato delle iniziative che stanno portando avanti, attraverso ad esempio l’idea dei “consultori in piazza”, soluzione itinerante che rappresenta un importante passo per riappropriarsi degli spazi pubblici e parlare alle persone in modo diretto di sessualità consapevole. Questo significa creare spazi di democrazia partecipata, all’esterno, per farne una discussione pubblica e politica. Si parla in modo diretto con tutti, soprattutto con i più giovani, per avvicinarli a temi importanti come quello della contraccezione. Le donne del sud hanno una carica trascinante, coinvolgente. Le iniziative di Reggio ci insegnano che una nuova forma di mobilitazione è non solo possibile, ma è indispensabile. Gustatevi il loro flash mob alla Lorenzin.
A tal proposito è necessario riaffermare che la donna è un soggetto di scelta, di decisione, non deve essere vista come il contenitore di un altro oggetto che servirà poi al mondo della produzione.
Giulia del Collettivo Altereva di Torino ci ha parlato di cosa sta accadendo nei consultori piemontesi e di come stanno cercando di resistere al tentativo di Cota di far entrare il Movimento per la vita. Guardate cosa si inventano queste ragazze in gamba a Casale Monferrato e al Convegno di Federvita in Piemonte. A mio avviso sono una vera bomba! Concordo con Giulia quando afferma che molte donne strumentalizzano le tematiche femministe, utilizzandole come “taxi per la rappresentanza” e aggiungerei per la propria carriera politica o di potere. Questo offusca e vanifica l’attività di coloro che credono veramente nelle battaglie femministe. Quindi condivido l’auspicio che la nostra rete sia trasparente, aperta e sappia andare oltre le parole. Dobbiamo essere concrete al massimo.

“Dobbiamo incanalare le energie, tornare in piazza a parlare con le persone, lavorare su piccoli progetti/azioni” come si augura Eleonora Cirant. La posizione di Eleonora e la sua chiave di lettura mi è sembrata molto lucida: credo che sia la strada giusta da percorrere. Vi suggerisco il suo post sull’incontro del 6 aprile, che ho trovato perfetto. Anche quando ci interroghiamo sulla rappresentanza femminile nelle istituzioni, dobbiamo accertare di che qualità sono le donne che vengono scelte, altrimenti rischiamo che non vengano portate avanti le istanze per le donne.
Diana De Marchi del PD e di Usciamo dal silenzio ha proposto l’idea di stilare una carta di impegno sui temi femminili, da far sottoscrivere alle candidate politiche, in modo da esplicitare una loro posizione su questi fronti.
Essere donna non significa automaticamente essere brave, per questo forse le quote di genere non sono sufficienti da sole a garantire un buon risultato e una rappresentanza efficace. Se oggi la 194 è in pericolo, forse abbiamo sbagliato strategia. I temi della 194 sono rimasti in un alveo unicamente femminile, senza farlo diventare un problema di civiltà. Non si tratta di problemi di donne, non dobbiamo restare in un contesto di genere o di generazione: è una battaglia di civiltà, che avvantaggia uomini e donne, di età trasversali.
Il corpo della donna occupa spazio, la volontà di normarlo e di stringerlo in vincoli e catene è un modo di controllare la società, rientra in un ritorno di un pericoloso autoritarismo.
Libere di scegliere, concepire e abortire, legando insieme i temi della contraccezione, della maternità consapevole e dell’IVG. La libertà di disporre di sé e di trattare con l’altro sesso rispetto al proprio corpo.
Dalla giornata del 6 aprile siamo uscite con l’idea di formare una rete per condividere le esperienze di operatori/operatrici e movimenti e le informazioni in tema di contraccezione, sessualità consapevole, educazione sessuale, IVG legale e sicura per tutte. In pratica sarà un hub, un inizio di relazione per condividere successi e non, idee, progetti e pratiche.
La rete che vorremmo creare deve essere inclusiva, non gerarchica, aperta alle differenti posizioni e strategie per portare avanti le questioni femminili, per una sessualità libera e consapevole, per la tutela della salute riproduttiva delle donne.
Ci siamo date come impegno la redazione di un manifesto che tenga insieme i temi principali, le cose da fare, su cui possiamo facilmente convergere e sui quali concentrare i nostri sforzi futuri.

Alcuni contributi video e audio della giornata:

http://womenareurope.wordpress.com/2014/04/09/due-contributi-dalla-riunione-di-wae-raccolti-da-lanfranco-luciana-bova-e-assunta-sarlo/

http://womenareurope.wordpress.com/2014/04/09/registrazione-audio-assemblea-wae-del-6-aprile-a-milano/

 

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Le storie

Penso sia un passo cruciale, essenziale, raccontare, raccontare e condividere le storie che sta raccogliendo questo blog. Perché il silenzio e le nude statistiche possono uccidere la realtà. Dietro ogni numero e ogni facile considerazione di coloro che appartengono a questa nuova ondata di oscurantismo ci sono delle persone, donne che hanno scelto e che vanno sostenute e protette nella loro scelta. Non dobbiamo permettere che qualcun altro si intrometta e decida al nostro posto. La piena applicazione della 194 serve a tutelare la sessualità e a consentire una maternità consapevole. Noi donne dobbiamo sostenerci a vicenda, dobbiamo essere unite per non essere schiacciate. Dobbiamo promuovere i consultori e chiedere che svolgano appieno il loro compito, dobbiamo chiedere una educazione sessuale, alla contraccezione e all’affettività. Dobbiamo promuovere la conoscenza, perché c’è chi ci vorrebbe ignoranti e sottomesse, ma dobbiamo dimostrare che quel tempo è passato e non potrà più tornare.

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"Alle giovani dico sempre di non abbassare la guardia, non si sa mai". Miriam Mafai

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