Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

La pratica del rispetto dal reale al virtuale


A una manciata di giorni dalle elezioni europee, può tornare utile proseguire nell’approfondimento che avevo avviato in due precedenti articoli (qui e qui).

Quanto siamo al corrente di aspetti che ci riguardano direttamente e sui quali l’Unione europea sta lavorando?

Il 16 aprile scorso, la commissaria responsabile per l’Economia e la società digitali Mariya Gabriel e la commissaria per la Giustizia, i consumatori e la parità di genere Věra Jourová hanno lanciato la campagna #DigitalRespect4Her al Parlamento europeo.

“I valori europei, come la dignità, il rispetto e la solidarietà, valgono anche online. Le donne dovrebbero sentirsi libere e tranquille di esprimere il loro punto di vista online e partecipare attivamente alla vita pubblica. Facciamo appello a tutti: cittadini, industria, società civile e responsabili politici dell’UE affinché collaborino per garantire il rispetto delle donne in Internet.”

La campagna è volta a sensibilizzare a proposito della violenza online e delle difficoltà affrontate dalle donne in particolare (minacce, stalking, intimidazioni, oggettivazione e quanto mina la loro professione, il loro lavoro o qualsiasi forma di presenza pubblica). Quante volte ci siamo autocensurate e siamo state scoraggiate dal partecipare a scambi online e dall’impegnarci in politica? Qualcosa che dovrebbe essere aperto a tutti/e, per le donne spesso diventano territori ostili e difficili da frequentare e da vivere.

Conosciamo quanto diffuso sia l’hate speech online, quanti comportamenti nocivi siano agiti sul web. I dati parlano chiaro:

  • le statistiche internazionali mostrano che le donne hanno 27 volte più probabilità di essere molestate online;
  • il 46,9% delle donne politiche di 45 paesi europei ha ricevuto minacce di morte, stupri e violenze durante la loro legislatura;
  • quasi un terzo delle donne ha ridotto la propria presenza online dopo aver subito violenza online.


Nella realtà e nell’ambiente virtuale, in ogni spazio pubblico o privato, occorre lavorare per creare una cultura di rispetto e dignità per tutti e tutte. Questo vale per ogni tipo di discriminazione, sulla base del genere, etnia, credenze religiose o qualsiasi altra caratteristica personale.

Di recente in ambito europeo è stata riveduta la direttiva sui servizi di media audiovisivi (Direttiva 2018/1808), in chiave di protezione della cittadinanza da contenuti, che incitano all’odio o alla violenza per motivi di genere. La comunicazione e la raccomandazione della Commissione sulla lotta ai contenuti illegali online, invitano le piattaforme a trattare i contenuti illegali in modo più rapido ed efficiente.

La tecnologia può migliorare e semplificare tanto le nostre vite, ma non deve essere strumento e veicolo di odio e paura. Le parole possono essere pietre, indipendentemente dal luogo/modalità in cui vengono pronunciate.


Le molestie online generano materiale digitale permanente che può essere ulteriormente diffuso e che è difficile da cancellare. L’Italia a riguardo, ha di recente colmato la lacuna legislativa in merito al revenge porn.

La violenza, il sessismo online possono causare danni psicologici, fisici, sessuali ed economici. Mettere a tacere, silenziare le donne e ridurre la loro presenza online sono sintomi di quanto ancora sia squilibrata e discriminante la nostra società in termini di genere.

L’autocensura può limitare la partecipazione delle donne ai dibattiti sociali, la loro influenza in politica e mettere a repentaglio i processi della democrazia rappresentativa. Naturalmente, questo vale sia per il reale che per il virtuale.

Non si tratta solo di personaggi pubblici o rappresentanti istituzionali, ma riguarda tutte le donne.

Al di là delle iniziative a livello europeo, occorre che in ciascun paese si comprenda l’esigenza di avviare percorsi educativi, nelle scuole di ogni ordine e grado, che permettano un uso più consapevole del web, dei social, che consentano di diffondere strumenti interpretativi e di analisi di ciò che i media veicolano, per sviluppare un pensiero critico e non passivo di fronte a tanti contenuti in cui veniamo frullati. Per costruire relazioni e identità di genere paritarie, inclusive e positive.

Naturalmente, si tratta di avviare laboratori e progetti strutturati, che implicano una interazione elevata e soprattutto occorre che tutti i soggetti coinvolti (dalla dirigenza, alla classe insegnanti e studenti) siano consapevoli del fatto che si devono mettere in discussione molte abitudini, pregiudizi e stereotipi culturali tossici, sedimentati negli anni. Non è una passeggiata e implica uno sforzo, in primis a partire da sé.

Ne ho già parlato qui e qui.

Parliamo anche di questi aspetti, perché l’operazione marginalizzazione delle questioni di genere che riguardano le donne non è più accettabile. Questi aspetti che dovrebbero essere al centro del dibattito sono considerati secondari, scarsamente portatori di consensi. Ecco, che invece, per quanto mi riguarda, pretendo che si cambi rotta e che si dia spazio alle donne nelle agende politiche nazionali ed europee. Ci siamo stancate di essere considerate buone solo come portatrici di voti e preferenze, quando non ci ascoltate mai e non ci considerate delle interlocutrici di valore.

 

Per approfondire su “Il potere delle donne in politica”, un dossier del 7 marzo a cura della Camera.

 

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E basta con Sfera Ebbasta


LETTERA APERTA
Alla spett.le attenzione del Ministro dell’Istruzione Marco Bussetti e del Sottosegretario con delega alle Pari Opportunità e Giovani Vincenzo Spadafora
Vi scriviamo in un momento in cui assistiamo al riemergere di nuove polemiche in merito a brani musicali contenenti messaggi e linguaggio sessisti, dove le donne sono rappresentate in modo degradante e i contenuti fanno da substrato a comportamenti violenti e misogini, giustificando abusi e oggettivazioni delle donne e una sorta di modello maschile dominante e prevaricatore. Sfera Ebbasta giunge dopo altri artisti che si erano distinti sempre per questo tipo di prodotto musicale, tra i quali i rapper Skioffi e Emis Killa, ragione per cui oggi torniamo a sollecitare un intervento del Ministero dell’Istruzione e del Dipartimento P.O, come d’altronde avevamo già fatto l’anno scorso.
Non crediamo assolutamente nei benefici di una censura, che non ha mai funzionato. Piuttosto è ormai indifferibile e urgente lavorare affinché i fruitori, spesso giovanissimi, di questi prodotti e contenuti provenienti dalla musica e da più media siano in grado di decodificarne il senso, analizzarlo, coglierne ogni aspetto, anche quelli nocivi, per capirne il significato ed elaborare un’opinione al riguardo.
Mettere gli adolescenti nelle condizioni di sviluppare il proprio pensiero critico su testi musicali di tal genere diventerebbe una sorta di cassetta per gli attrezzi utile non solo in caso di sessismo.
Per questo motivo torniamo a chiedere una progettazione sistematica nelle scuole di ogni ordine e grado, volta a proporre un’educazione alla parità tra i sessi, a tentare di prevenire la violenza di genere e tutte le discriminazioni, a consentire relazioni tra uomini e donne fondate sul rispetto e la parità e a contrastare gli stereotipi ed il linguaggio sessista.
Una siffatta progettazione ci appare l’unico, vero, strumento che abbiamo per intraprendere un percorso, o quanto meno una riflessione, idonea a coinvolgere anche genitori e insegnanti. Non possiamo crogiolarci nel senso di ineluttabilità, di immutabilità, per cui certi modelli culturali ci sono sempre stati e ci saranno sempre.
Non dobbiamo rassegnarci a considerare normali certi comportamenti, perché la Storia ci insegna che i passi in avanti possono farsi. Come è successo, per esempio, abolendo il delitto d’onore, nonché il matrimonio riparatore, e riconoscendo la violenza sessuale come reato contro la persona. Non possiamo sempre sviare dalle sollecitazioni che la nostra realtà ci pone, condannandoci ad un’impotenza senza via d’uscita.
Prendere posizione contro espressioni a carattere profondamente sessista non è una questione di cui si debbano occupare solo le femministe e le associazioni femminili. Non è questa la chiave univoca, perché non è esclusivamente materia da donne, ma riguarda sia uomini che donne perché intacca il pensiero, il linguaggio e la prassi di entrambi i sessi. Quindi si tratta di prendere le distanze da un meccanismo che sembra innocuo, ma non lo è, soprattutto per le giovani generazioni prive di strumenti idonei al proposito.
C’è un effettivo bisogno di intraprendere un percorso di rinnovamento nella cultura che sappia diffondere una specifica consapevolezza, composta da tutti gli anticorpi necessari per costruire una società più equa e paritaria, in cui non vi sia più alcuno spazio per discriminazioni e violenza di genere.
Abbiamo più di qualcosa che non va e non riguarda solo la musica. Riguarda il nostro modo di rappresentare le donne, le relazioni, la costruzione di una maschilità nuova, di modelli fluidi che siano meno gabbie stereotipate, ma luoghi capaci di accogliere le molteplicità dell’essere uomo e donna, di raccontare un’altra storia in grado di contemplare rispetto e valorizzare le differenze. Sugli adulti il lavoro è indubbiamente più arduo e complesso, ma sulle nuove generazioni è tutto possibile, siamo in tempo per evitare che sessismo, misoginia e cultura patriarcale si cristallizzino e si fissino nel loro sentire e agire.
È urgente lavorare oggi in modo capillare, per non ritrovarsi domani con la stessa situazione attuale, in cui gli stereotipi insistono gravemente nelle relazioni e nei ruoli, nelle aspettative su uomini e donne, rischiando conseguentemente di alimentare gabbie e comportamenti violenti. Non si può reagire se non si viene dotati di strumenti di consapevolezza sul valore di sé, dei propri diritti, sulla parità di genere, per costruire e vivere relazioni paritarie. Diversamente la violenza si radica sin da adolescenti perché viene a mancare una cultura del rispetto.
Fondamentale diventa allora il ruolo delle istituzioni scolastiche, che dovrebbero riconoscere l’importanza di comprendere cosa ci sia alla base dei fenomeni culturali che coinvolgono i più giovani. Per mirare bene gli interventi educativi, per far maturare in loro uno sguardo nuovo, per non lasciarsi travolgere e manipolare da certi messaggi, da certi prodotti, su cui difficilmente nel prosieguo potrebbero porsi degli argini.
Simona Sforza
Maddalena Robustelli
Carla Rizzi
Donatella Caione
Robyn Lilith Kintsugi
Paola Gualano
Francesca Cau
Ketty Salaris
Roberta Schiralli
Paola Paladini
Silvia Rossini
Chiara Moradei
Chiara Zanotto
Helga Sirchia
Luisa Vicinelli
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Quando ci troviamo senza gli strumenti per avviare un confronto e un’analisi nel merito


Il sessismo

Il sessismo permea ogni aspetto, luogo, contesto, ambito, dalla vita privata al lavoro, non è mai giustificato, ma qualcosa di adoperato quotidianamente in modo più o meno evidente, ostile, esplicito, per ripristinare l’ordine patriarcale, costruendo e alimentando una inferiorità della donna, la sua sottomissione, facendo da sponda a violenza e abusi, sfruttamento e oggettivazione. In pratica, conservare dominio e controllo sulle donne, tramandando e confermando la cultura patriarcale. Il sessismo, parte del bagaglio misogino, non è qualcosa di innocuo, ma è altamente dannoso per la sua capacità di penetrare nella mentalità e nel pensiero di chi lo assorbe, costruisce stereotipi che impediscono un ragionamento scevro da condizionamenti e pregiudizi, in questo caso maschilisti.

In questi giorni ho riflettuto molto sull’ultimo caso di Sfera Ebbasta, sui testi trap, rap, la musica. Mi sono data il tempo per ascoltare e per elaborare. E mi sono posta molte domande, a cui devo dire non ho trovato risposte certe. Posso solo tentare un ragionamento, un’analisi e proporle perché dal confronto possa nascere un dibattito, compiendo un passo in avanti, scorgendo sfumature che nelle contrapposizioni del bianco/nero non sono facili da trovare.

E le femministe?

Immancabile, direi. Questo articolo richiama le femministe, e già su questo dovrebbe accendersi una lampadina. Gli uomini ci spiegano le cose e ci suggeriscono anche su cosa, perché, quando e come mobilitarci, indignarci e prendere posizione. Si chiama mansplaining, che va a braccetto con il paternalismo. E no, troppo facile, soprattutto perché non è roba da donne, ma è una questione che riguarda sia uomini che donne, intacca il pensiero, il linguaggio e la prassi di entrambi i sessi, quindi si tratta di prendere le distanze da un meccanismo che sembra innocuo ma non lo è. Per un approfondimento rimando all’ottimo articolo di Donatella Caione che su questi temi è attiva da anni.

Detto questo, il sessismo è pane quotidiano essenzialmente perché è il modo di agire più semplice e immediato per ristabilire una gerarchia, un gradino, per svilire ogni tentativo civile di dialogo e confronto, silenziare e per annichilire, anche per poter riaffermare l’inferiorità delle donne, all’occorrenza, qualora mai si pensasse di aver raggiunto parità e uguaglianza. Una questione insanata, tuttora aperta, se pensiamo ai fiumi di riflessioni femministe a partire da Simone de Beauvoir, per giungere al prezioso lavoro di Chiara Volpato in Deumanizzazione. Come si legittima la violenza e Psicosociologia del maschilismo. Pensare che sia solo un problema di rap/trap o di un genere musicale sarebbe assai riduttivo, semplicistico, quando in effetti è solo un pezzo del puzzle, basta leggere i giornali e guardare nel nostro quotidiano, le pubblicità, per accorgersi quanto diffuso sia questo mal-vezzo. Politici e rappresentanti istituzionali partecipano numerosi a questa affermata consuetudine. Tassello dopo tassello, goccia a goccia lo stillicidio scava e crea voragini grandi come grand canyon culturali. Una sorta di erosione mentale, da cui è complicato uscire.

Censura? Quali interventi?

Il primo vero enorme problema non è pensare di censurare, che sappiamo non ha mai funzionato, ma come lavorare affinché i fruitori di questi prodotti e contenuti, che provengono da più parti, siano in grado di decodificarne il senso, sezionarlo, analizzarlo, coglierne ogni aspetto, anche quelli nocivi, elaborare un’opinione e capirne il significato, ovvero tutto ciò che compone il pensiero critico. Una cassetta per gli attrezzi che torna utile non solo in caso di sessismo. Per questo un’educazione di genere, alle differenze, a relazioni tra uomini e donne fondate sul rispetto e la parità, al contrasto degli stereotipi e linguaggio sessisti, ci appare l’unico vero strumento che abbiamo per intraprendere un percorso, quanto meno una riflessione. Non possiamo crogiolarci nel senso di ineluttabilità, di immutabilità, per cui certi modelli culturali ci sono sempre stati e ci saranno sempre. Altrimenti saremmo sempre fermi a considerare normali certi comportamenti. Invece le cose cambiano e in tanti aspetti si sono fatti passi in avanti, per esempio abolendo il delitto d’onore, il matrimonio riparatore e riconoscendo la violenza sessuale come reato contro la persona. Evitiamo di applicare il solito metodo di di mettere sotto il tappeto le questioni, liquidandole come roba da bacchettone femministe che non comprendono l’arte. Non si tratta di questo e ancora una volta si tratta di un invito a non sottovalutare e ragionarci almeno un po’. Non possiamo sempre sviare dalle sollecitazioni che la nostra realtà ci pone. Come dire, chiudiamo qui la faccenda perché sull’arte non si discute, nulla di più sbagliato, perché l’arte e i fenomeni stessi ci spingono a far emergere elementi, generando una dialettica che possa produrre anche cambiamento.

Purtroppo sempre vero e attuale ciò che dicevamo l’anno scorso a proposito del brano Yolandi di Skioffi:

“Non è una novità, non è il primo caso, né sarà l’ultimo. A livello musicale abbiamo una lunga tradizione, una sorta di visione mitizzata dell’uomo che abusa, agisce il proprio potere di vita e di morte su una donna. Così come non sono nuovi epiteti e gergo. Sembra che ci si compiaccia in questa sequenza orrorifica. Anche questo fa parte di un certo merchandasing della violenza, una esibizione ostentatamente machista. Si ricalca un modello, lo si cosparge di un po’ di glitter, di una parvenza artistica e lo si dà in pasto al pubblico. Si vende questo prodotto e il relativo corollario di subcultura maschilista, sessista e violenta.

Qualcuno potrebbe sostenere che è una “istantanea” del punto di vista distorto del femminicida. Eppure il rischio emulazione, di immedesimazione è altissimo e ci dobbiamo chiedere se vale la pena lasciar correre. Soprattutto se quel pubblico è composto di giovanissimi, digiuni di chiavi di lettura e di mezzi per guardare oltre la superficie. Ci chiediamo che impatto possano avere simili contenuti su un individuo in formazione, che sta costruendo una propria idea e percezione delle relazioni affettive.

Non è sufficiente segnalare un contenuto, una foto, un video, un testo sul web, sui social, perché ve ne saranno altri mille similari e comunque il brano e quello che diffonde continueranno a girare altrove. Occorre allargare lo sguardo di azione facendo riferimento all’urgenza di un intervento educativo massivo che doti i ragazzi degli strumenti per decodificare certi messaggi e valutarne senso e conseguenze.”

Al momento questo tipo di interventi restano a macchia di leopardo, non sono sistematici, anzi c’è chi li ostacola con forza, ed è proprio questo il punto. So bene, per esperienza diretta, quanto bisogno c’è di diffondere questo tipo di esperienze, quanto bisogno di confronto e di approfondimento c’è tra i ragazzi e le ragazze e quanto arricchimento reciproco si sprigiona quando si propongono certi percorsi.

Il sessismo, la violenza, la trasgressione

La trasgressione è qualcosa di naturale e alimento irrinunciabile dalla pre-adolescenza in poi. Una fase per misurare i propri limiti, conoscersi, esplorare, formarsi. Ci siamo passati/e tutti/e, con varie declinazioni e zig zag. Conosciamo e ricordiamo tutto quello che rappresenta quel senso del “proibito”, sconosciuto limite da superare ad ogni costo. Quindi non è possibile farne una questione di scontro generazionale, di adulti che non comprendono le nuove generazioni. Non possiamo nemmeno farne un elemento distintivo legato al nostro tempo attuale. Perché sappiamo che così non è. Dobbiamo però tener conto del rischio normalizzazione, emulazione della violenza e dei comportamenti veicolati, in totale assenza di mezzi e strumenti di decodifica e contestualizzazione.

Il disagio. La presa di coscienza

Esistono brani della storia del rock che raccontano disagio, rabbia, depressione, dolore e riescono a esprimerlo attraverso figure, metafore, non solo attraverso un linguaggio esplicito. Narrare una storia non è mai semplice, è una dote, un talento, qualcosa di speciale. Ecco ci sono modalità differenti che riescono a parlare del medesimo tema ma a proporlo in termini tali da attivare la riflessione. Non si intende fare una valutazione del livello artistico, semplicemente sarebbe bello educare all’ascolto e a scavare nei testi, proponendo un lavoro critico a riguardo. Un po’ come entrare in un romanzo, fare letteratura. Ricordo il metodo di insegnamento della mia insegnante di inglese delle superiori, per cui i brani musicali erano parte del percorso, al pari di una poesia, di un testo teatrale o del romanzo. Si può fare, anzi è un modo per avvicinarsi ai ragazzi e alle ragazze, entrare in un mondo a loro più in sintonia. Ma occorre saperlo fare, senza alcuna presunzione e restando “in ascolto”. L’autore dell’articolo sopra citato sul Il Fatto Quotidiano, Fabrizio Basciano, musicologo, musicista, docente potrebbe iniziare ad occuparsi di questo, anziché chiedersi in modo retorico cosa fanno le femministe a riguardo.

Responsabilità. Mercato, produttori, industria discografica, domanda e offerta

Per Federica Sciarelli, Sfera Ebbasta non ha responsabilità per quanto accaduto a Corinaldo, però, a suo parere andrebbe fatta una seria riflessione sui messaggi che veicola con le proprie canzoni. Ma a questo punto occorre allargare lo sguardo. Riprendo le argomentazioni del rapper Kento: “la fruizione della musica è cambiata più negli ultimi 15 anni che nei precedenti 150 e ovviamente l’industria non può non tenerne conto. Un esempio per tutti: sono sempre più rari i contratti discografici che comprendano solo l’elemento discografico e i concerti e non anche il merchandising e i diritti d’immagine in generale. Il prodotto è l’artista, non più la musica. Ecco la gara all’estremizzazione del look, dell’attitudine, in un certo senso anche dei testi.”

In questo c’è chiaramente un richiamo a una responsabilità più vasta, che tira in ballo direttamente un elemento che traina tutto: il mercato e ciò che crea business. Un moloch al quale tutto diventa sacrificabile, subordinabile.

E Kento suggerisce: “Un altro filo conduttore abbastanza discutibile tra la trap e una parte del rap classico è certo machismo e sessismo ostentato del quale, a 45 anni dalla nascita del movimento Hip-Hop, potremmo forse cominciare a fare serenamente a meno.” Non è un’impresa semplice, deve partire dai soggetti interessati questo farne a meno. Ma chiaramente domanda e offerta si influenzano a vicenda, i gusti stessi sono qualcosa di raramente spontaneo. E il potere degli artisti per poter prendere le distanze da una industria discografica che continua a investire in questo senso non è poi così forte.

Tra l’altro NUDM alcuni mesi fa aveva redatto un manifesto antisessista, proprio mettendo in connessione sessismo e hip hop/rap: “non un’imposizione o uno strumento di censura/autocensura ma un punto di partenza per una discussione seria e approfondita. A tutti gli artisti e le artiste che si riconoscono nei suoi valori chiediamo di sottoscriverlo e farlo girare.”


Insomma, la strada non ha soluzioni semplici e immediate. Né possiamo cucirci la bocca perché si tratta di arte o invocando la libertà di espressione.

Abbiamo più di qualcosa che non va e non riguarda solo la musica. Riguarda il nostro modo di rappresentare le donne, le relazioni, la costruzione di una maschilità nuova, di modelli fluidi che siano meno gabbie stereotipate, ma che sappiano accogliere le molteplicità dell’essere uomo e donna, di raccontare un’altra storia, che contempli rispetto e valorizzi le differenze. Sugli adulti il lavoro è indubbiamente più arduo e complesso, ma sulle nuove generazioni è tutto possibile, siamo in tempo per evitare che sessismo, misoginia e cultura patriarcale si cristallizzino e si fissino nel loro sentire e agire.

Concludo, ragionando su quanto accade sempre più frequentemente negli ultimi tempi: attacchi verbali e fisici nei confronti di donne con ruoli istituzionali. Un effetto del clima d’odio che purtroppo viene alimentato anziché arginato. Dimostra quanto vasta e diffusa sia l’abitudine alla prevaricazione e a colpire le donne, una violenza che non deve trovare più sponde e che va stigmatizzata sempre. Siamo immersi in un clima pesante, difficile, ostile, e ad essere uno dei bersagli privilegiati sono ancora una volta le donne, soprattutto se libere e portatrici di valori e contenuti positivi e progressisti. Si deve andare avanti con coraggio e perseveranza nella costruzione di una società priva di violenza e intolleranza, ma è una cosa che riguarda tutti/e noi nel quotidiano, nessun ambito può essere escluso.

Per approfondimento:

http://www.lascuoladellemamme.net/node/5052

https://francescoprisco.blog.ilsole24ore.com/2018/05/18/sciroppo-babbuini-e-sessismo-la-trap-fatta-a-pezzi-dal-rapper-vecchia-scuola/

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Lettera aperta di solidarietà alla senatrice Maiorino


Da quando ho appreso la notizia del senatore PD Mauro Laus che per silenziare o “argomentare” a modo suo, si è rivolto alla senatrice del M5S Alessandra Maiorino con la frase: “Vai in cucina”, mi risuona nella testa la frase “Houston abbiamo un problema”, e non è la prima volta. Sessismo, becero maschilismo, espressioni di una politica che hal’orticaria al rispetto, una malabitudine dettata da una misoginia culturalmente iniettata, mai scalfita, mai messa in discussione. Anzi, magari punto di orgoglio di un maschile che al posto di argomentazioni significative, nel merito, come si addice a chi fa politica, indipendentemente dallo schieramento, si limita a sparare ciò che automaticamente associa alla figura femminile. Un “torna a casa, sei nel posto sbagliato, al massimo puoi pulire casa e cucinare, cambiare i pannolini, il tuo luogo naturale non è un’aula parlamentare”: questo il senso. Ma questo è un quadretto che poteva sembrare storicamente “normale” in una società come quella del contesto della fase Costituente, ma oggi appare come qualcosa di fortemente nocivo, testimonianza di come una certa mentalità è ancora tutta lì, radicata. È quella lucina del “io valgo più di te” di cui parlava la femminista e poeta romana Edda Billi, nell’intervista andata in onda domenica. Certe espressioni vanno a sedimentarsi e fuoriescono incontenibili e normali. Segna un “sappi stare al tuo posto”, non oltrepassare la linea che per il tuo genere è stata secolarmente definita dal patriarcato. Significa che anche se i tempi sono cambiati, o così sembra, anche se oggi godiamo dell’elettorato attivo e passivo, dobbiamo ricordarci che chi detiene il potere sono sempre gli uomini, che ci “consentono” di fare politica, di partecipare alla vita economica, sociale, solo nella loro ombra. Il segnale di un sistema che strizza l’occhio al paternalismo, dove per poter avere peso devi poter contare su una “protezione”, devi essere mansueta, l’angelo del focolare a cui rimanda Laus. Allora sarai premiata e forse se ti comporterai bene avrai la poltroncina. E ci fa ancora più paura un certo silenzio, come se quella frase potesse essere lasciata scorrere via, senza indignarci. Non cambierà nei fatti molto, se continueremo a predicare parità di genere, valorizzazione delle competenze e del contributo delle donne, maggiore partecipazione delle donne in ogni ambito, senza praticare nemmeno un briciolo di rispetto. Sarà un puro esercizio retorico per rubare la buona fede, per illuderci. E questo vale anche per le donne, perché dal maschilismo introiettato non siamo immuni. In questo essere femministe può segnare una differenza, perché hai fatto un percorso che ha smascherato questi aspetti e li ha portati alla luce, hai toccato con mano le implicazioni e le ricadute negative della cultura patriarcale, sai riconoscerne le caratteristiche. Il segnale va dato, perché altrimenti tutto il lavoro che si compie con le nuove generazioni sarà vano, se i modelli resteranno questi. Coerenza vuole che l’indignazione nei confronti di simili atteggiamenti sia sempre esplicitata, agita, ogni qualvolta qualcuno cerca di rimandare la donna al “suo posto”, meglio se anche muta. La mia solidarietà alla senatrice Maiorino. Non lasceremo passare questo tipo di comportamenti, mai stare zitte. Per coerenza io parlo. Il linguaggio denota i limiti del mondo di chi lo adopera, non dimentichiamolo.

Simona Sforza
Coordinatrice Democratiche Municipio 7

Milano, 7 novembre 2018

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Lettera aperta alla Direttrice generale di Confindustria Marcella Panucci

Siamo rimaste esterrefatte da quanto andato in onda lo scorso 28 settembre nel corso della trasmissione radiofonica La Zanzara condotta da Giuseppe Cruciani, su Radio24 del Gruppo 24 ORE, le cui quote di maggioranza sono detenute da Confindustria. Fa specie che nel 2017 si debbano ascoltare certe esternazioni in libertà, visto che dal minuto 72:43 ci viene somministrata una conversazione che è un vero e proprio vilipendio della dignità delle donne. Tra Cruciani e Sgarbi si svolge uno scambio di battute davvero inascoltabile, condito dai più triti stereotipi sessisti, volgari, di un comune becerume maschilista.

Le donne ridotte ad oggetti sessuali, come se facessero parte di un servizio dovuto all’uomo. Si parla di “figa”, si badi bene sempre un pezzo di donna, ma non l’intero essere umano, non sia mai considerare le donne in quanto esseri umani al 100%. Cruciani chiede a un tratto: “Com’è la figa siciliana?”. Sgarbi risponde, naturalmente non facendosi scrupoli di sorta e non tirandosi indietro: “Nessuna figa è migliore di quella siciliana…”, via via dilungandosi sulla differenza tra napoletane e siciliane, con chiusa su depilazione sì/depilazione no.
Questo pezzo di donna per i due sodali diviene un ottimo passatempo tra un impegno politico e l’altro in Sicilia. Non si fermano nemmeno di fronte al tentativo di David Parenzo di stoppare nel prosieguo questo turpiloquio, facendo notare che “non è proprio tema da campagna elettorale”. La donna, mai persona, ma parte anatomica, oggetto di piacere val bene una maggiore audience.
Ad aggravare lo scempio verbale è la circostanza che la trasmissione vada in onda dalle 18:30, quindi in una fascia accessibile a tutti, anche ai minori. Radio 24 intende forse educare in questo modo anche i futuri uomini a come “trattare” la materia? Se sì vuol dire che dai tempi dell’avanspettacolo non abbiamo fatto molta strada, certi immaginari, un certo pensiero, una certa subcultura vengono tuttora tramandati, con le medesime forme e il medesimo svilimento delle donne. Non ci stiamo ad assistere a questo libero sfogo di machismo e di sessismo.
Non ci stiamo a veder ridotte le donne a parti sessuali da usare all’occorrenza. Chiediamo che si prendano provvedimenti e si rispettino i diritti delle donne. Questo schiacciare il pedale dell’acceleratore sull’oggettivazione delle donne è un atto indegno che ci auguriamo la direzione della radio e della testata e, soprattutto, la proprietà vorranno sanzionare, richiamando autori e conduttore al riguardo. E pretendendo che sia applicato un pieno ed incondizionato rispetto della dignità delle donne, sempre.
Pubblicato anche su Noi Donne
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Altro che satira, questa è una ossessione

Non facciamo in tempo ad archiviarne uno, che subito se ne ripresenta un altro. Per quella insana e non richiesta dose di sessismo quotidiano. Altro che satira, questa è una ossessione. I corpi delle donne bersagli di una mentalità gretta e che considera le donne oggetti, involucri, da dileggiare come si vuole. La questione del rispetto sui media è da affrontare in modo serio. Un morbo pernicioso, dalle conseguenze enormi. Questa è la cultura, ripeto, che alimenta la violenza, che porta a considerare le donne come cittadine di serie B, come se in ogni ambito fossimo un gradino sotto. Considerate corpi da (vivi)sezionare, da coprire o da scoprire a seconda dell’input machista. Questo continuo sminuire le nostre competenze, in ogni ambito, è un tentativo di cancellarci, di silenziarci, di spostare l’attenzione su altro, di annientare il nostro contributo. Non c’è niente di più violento di questo scrutare voyeuristico e denigratorio. Siamo libere, siamo competenti, siamo esseri umani, esigiamo rispetto! Ciascuno, nella battaglia per contrastare tutto questo, si deve assumere le sue responsabilità. Iniziando dai media, che non possono continuare a ritenersi esenti da questo morbo. Siamo solidali con la Ministra Boschi, così come ad ogni donna che viene dileggiata e offesa. Siamo indignate che non si parli mai di contenuti e di ciò che riusciamo a realizzare concretamente. La critica è lecita, ma si fa sui contenuti, se vogliamo confrontarci civilmente e rispettosamente. Siamo allibite che parte di questo Paese e parte del suo giornalismo, vignette comprese, siano ancora fermi a guardare dal buco della serratura e limitarsi a un livello da chiacchiericcio squallido. Ancora una volta si pensa ad aumentare le vendite sui corpi delle donne, a pezzi e sottorappresentate. Ricordiamo a tutti che siamo nel 2016 e questo avanspettacolo va archiviato per rispetto dei diritti umani, perché nel caso non lo sappiate, anche noi donne lo siamo.Chi deve intervenire intervenga celermente, perché non tollereremo più neanche un briciolo di questa violenza.
Il post originale sul gruppo Chi colpisce una donna, colpisce tutte noi 

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In Edicola e sul web scegliamo i quotidiani che scrivono con rispetto. Gli altri, lasciamoli tra l’invenduto.

Accogliamo positivamente le scuse e la decisione del Dott. Andrea Riffeser Monti editore de Il Resto del Carlino per aver rimosso dal suo incarico il direttore Giuseppe Tassi per quanto accaduto.

Qualcosa inizia a cambiare. Sessismo e fat shaming non devono trovare spazio se vogliamo combattere la violenza e il bullismo. 

Resta il rammarico per il fatto che la rimozione non sia avvenuta prima per tutti i femminicidi raccontati colpevolizzando la vittima, come avevamo già evidenziato in questo post. A conferma del fatto che se le donne continuano a morire è per molti un problema di minore entità. Si sa che se veniamo uccise o picchiate la colpa è sempre nostra.

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Il gruppo  “Chi colpisce una donna, colpisce tutte noi” esprime solidarietà alle Atlete azzurre, e allo stesso tempo indignazione per il trattamento riservato alle stesse, ancora una volta discriminate e colpite da attacchi sessisti e misogini, da parte di un giornalismo che non riesce a comprendere che le parole sono importanti e devono essere scelte con cura per non veicolare messaggi pericolosi e sbagliati, affinché si lavori a costruire una cultura del rispetto. Si discrimina perché per gli uomini e per degli atleti non si sarebbero adoperati simili parole. Il voler sminuire queste atlete, cancellando i meriti e le ottime prestazioni, frutto di duri sacrifici e allenamenti, denota il livello a cui siamo. 

Dalla cronaca giornalistica resta solo una valutazione sui loro corpi.

Auspichiamo che il Coni intervenga con forza in merito a queste vicende. 

Ricordiamo inoltre che le atlete italiane sono di fatto classificate come dilettanti. Della legge 91 del 1981 sul professionismo sportivo, al momento possono usufruire solo gli atleti uomini di alcune discipline sportive, ma nessuna donna. Le donne sono continuamente soggette a queste rappresentazioni deformate, lo sport naturalmente non ne è esente. Ritorna il vecchio sport del giornalismo italiano: non avere rispetto. Le donne non possono essere rappresentate in questo modo, con pezzi di corpo misurati, esibiti, giudicati. Questo tiro al bersaglio deve finire. 

Il Resto del Carlino e tutte le testate giornalistiche che continuano a usare certi titoli e contenuti stanno sostenendo il bullismo e la violenza. Gli attacchi alle atlete rientrano pienamente nel fat shaming.
Aggiornare e adeguare la scrittura, i media alla cultura del rispetto è il primo passo per sbarazzarci di un immaginario stereotipato e violento. 
Vogliamo condannare sul serio il bullismo, la violenza? Cambiamo stile e parole: un gesto importante. Sui corpi delle donne non si fa business e se l’obiettivo era vendere copie e accendere i riflettori sulle testate, non ci stiamo e chiediamo agli organismi preposti a vigilare sull’informazione di intervenire. Consigliamo di mettere in pratica ciò che Giulia Giornaliste suggeriscono da tempo. Chiediamo un giornalismo differente che non discrimini e fornisca una eguale rappresentazione tra uomini e donne. Iniziamo dal comprendere che certe frasi sono discriminanti e una vera gogna mediatica. Se non si comprende ciò, ci dispiace ma nessuna scusa sarà sufficiente e accettabile. 

Parimenti, quando si parla di femminicidi, stiamo parlando di donne uccise da uomini, queste donne meritano rispetto e non accettiamo che la colpa della loro morte ricada su di loro. 
Ieri un altro caso di pessimo giornalismo, sempre su Il Resto del Carlino. 

Barbara è stata uccisa due volte, da un uomo e dai giornali che nel 2016 parlano di escort, anziché dire DONNA. Una donna è stata uccisa per mano di un uomo. Una donna. Nessuno può uccidere un essere umano ed essere in qualche modo giustificato. Nessun alibi. Nessuna donna vittima di femminicidio se lo è cercato. Nessuna giustificazione per un femminicidio. La vita di una donna vale al pari di quella di un uomo SEMPRE. 

Basta!!

La violenza machista, come il pessimo giornalismo non vanno purtroppo in vacanza.

#senonmirispettinonticompro #liberediscegliere #chicolpisceunadonnacolpiscetuttenoi 

Il gruppo  “Chi colpisce una donna, colpisce tutte noi

Qui il post originale sulla nostra pagina. 

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Quando il sessismo è il sintomo di qualcos’altro

sessismo
Il “bambolina imbambolata” è solo l’ultimo episodio in ordine di tempo del sessismo e del maschilismo che permea stabilmente il linguaggio e gli atteggiamenti degli uomini nostrani, che facciano politica e siano dei rappresentanti istituzionali poi getta una luce fosca sul loro background valoriale e sulla palese incompatibilità con le loro funzioni.
Perché sappiamo che il sessismo non si compone di eventi eccezionali, ma quotidiani, tante pillole di becera in-saggezza che vengono gentilmente elargite da maschi che non riescono a porsi neanche per sogno in un atteggiamento paritario e rispettoso nei confronti delle donne, che non sono oggetti, suppellettili, vuoti soprammobili, ma persone, cittadine al 100%. Non tenere conto di questo, apostrofarle continuamente in questo modo, attaccarle per silenziarle con frasi sessiste, considerarle solo in funzione sessuale o come docili ancelle che obbediscono mansuete a ogni input maschile, sono cattive abitudini che devono essere sradicate.
Perché sessismo, maschilismo, misoginia sono sintomi di un ben più ampio morbo, si tratta di una egemonia dell’inciviltà, dello sberleffo dei valori della convivenza civile e rispettosa di tutt*, delle regole, delle norme. Questi sono sintomi di un modo malato di fare politica, che non si pone limiti di alcun tipo, capaci di passare sopra ogni cosa o persona si frapponga, che mette in campo metodi para-mafiosi, in cui la Politica diventa evanescente e restano solo i bacini elettorali, le clientele, gli scambi, gli accordi extra-politici, destra e sinistra si confondono e si mescolano in una medesima gestione del potere.
Finché le competenze e l’esperienza, il rispetto delle/degli altre/i, l’osservanza dei valori di civiltà e democratici e di convivenza paritaria, non torneranno al centro della Politica, questo avrà ripercussioni negative sull’intera comunità. E’ una questione di esempi e di modelli culturali. Ci sono personaggi che si credono superiori e onnipotenti, tanto da dimenticarsi delle regole alla base dell’appartenenza a una comunità composta da uomini e donne, con regole uguali per tutt*. Costoro pensano che la componente femminile sia una costola di quella maschile, da manipolare e da oggettivizzare all’occorrenza.
A questo e a tutte le altre prassi che ne derivano dobbiamo dire nettamente NO, BASTA! E’ ora di applicare una nuova etica, perché non basta parlare di pari opportunità e di valori come la trasparenza, l’antimafia, l’anticorruzione, si devono tradurre in realtà quotidiana, devono essere parte di noi stessi. Ripensiamo alla questione morale di cui parlava Berlinguer. I fenomeni sono strettamente interconnessi.
Ci sono sintomi da non sottovalutare. Non voglio più sentire da nessuno che gli attacchi sessisti e misogini sono problemi secondari, risolvibili conciliando in via privata. Sono questioni pubbliche, politiche, sintomi di un morbo molto più esteso, sono prassi perniciose e vigliacche, sintomi di una gestione del potere malata e dannosa. Noi non staremo zitte!
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Rimozione collettiva

toglimi le mani di dosso

 

Oggi PRIMO MAGGIO, festa del lavoro, dei lavoratori e delle lavoratrici, mi sembra il giorno ideale per parlare di un tema su cui ci si sofferma troppo poco, forse, anzi certamente perché scomodo.

Rimozione collettiva delle molestie sul lavoro. In Italia tra tutti i numerosi tentativi (spesso riusciti) di rimozione c’è anche il tema delle molestie sul lavoro, “un sopruso che contribuisce a mantenere le donne in una posizione subalterna”, come sottolinea Olga Ricci, l’autrice di “Toglimi le mani di dosso“, 2015 Chiarelettere. E’ da un po’ che cerco di scriverci su, ma non è un libro, una storia che può stare racchiusa in un post di un blog.

Questa è la storia di una donna in carne ed ossa, che ci scuote per riportarci con i piedi per terra, per ricordare a coloro che sostengono che nel mondo del lavoro le donne abbiano raggiunto la parità, che così non è, che il sistema non si è ancora liberato di questi mostri che si sentono padroni delle donne, come se fossero soprammobili e oggetti a loro completa disposizione. Questo racconto vivo arriva come un pugno, perché parla a noi donne e riesce a portare a galla il senso di impotenza, di confusione, di frastornamento, di solitudine e di isolamento e anche di incredulità che ci travolge quando ci troviamo ad affrontare simili abusi.

Uno schiaffo a tutte le nostre competenze, aspirazioni legittime, a fare semplicemente bene il nostro lavoro, quello per cui siamo disposte a lavorare per pochi euro, senza orario, senza prospettive, senza contratto, solo per passione, perché non ci si riesce a immaginare in un altra occupazione. Perché le nostre competenze dovranno pur valere? Oppure è una chimera, un mito?

La precarietà ci avvolge in una nube permanente, ma quel sogno non va messo nel cassetto, bisogna resistere. Le molestie arrivano a rendere ancora più infernale e invivibile una realtà lavorativa già terremotata per altri motivi.

Ciò che è accaduto a Olga secondo una indagine Istat tra il 2008 e il 2009 si stima che coinvolga 1.308.000 donne che nell’arco della propria vita lavorativa hanno subito molestie o ricatti. Poche le denunce, non per mancanza di normativa adeguata, ma per i tempi lenti dei processi, che pesano sulla vittima e sui testimoni, la difficoltà di riuscire a dimostrare la violenza e per la paura delle ricadute sul proprio lavoro. Gli strumenti per difendersi, come accade anche per i casi di discriminazioni sul luogo di lavoro, ci sono, ma il fatto di non avere la certezza di uscire dal tunnel schiaccia in partenza molti tentativi di far valere i propri diritti. Lo so, l’ho raccontato più volte. Ma il senso di paralisi che ti avvolge è vero e la necessità di buttarsi alle spalle tutto questo “brutto” spesso è prioritaria, a volte serve a salvare se stesse.

Ma per quanto ancora dovremo continuare a urlare che queste continue violenze di ogni genere sulle donne non le accettiamo più, non devono vivere al nostro fianco, distruggere le nostre esistenze e le nostre speranze. Perché dobbiamo continuare a ignorare ciò che è un problema non privato, personale ma che riguarda l’intera collettività? Ci tenete fuori dal mondo del lavoro, ci rendete infernale la permanenza, ci discriminate in ogni modo, ci chiudete gli orizzonti, andiamo bene solo come oggetti sessuali e strumenti riproduttivi (quando però decidiamo di fare figli diventiamo un peso aziendale). Questa è la realtà delle donne, non sono e non sarò mai disposta a smettere di essere scomoda e pesante, sì, me lo sento ripetere spesso, perché quando parlo di questi problemi ad alcuni sembro “ossessionata”, dovrei prendere le cose in modo più easy. Le nostre vite le prendiamo come crediamo sia meglio, il peso o la leggerezza con cui affrontiamo le cose spetta a noi deciderlo, non ad altri e se nessuno ne vuole parlare, io me ne prendo un pezzo di onere e lotterò per dare spazio a queste storie e a questi macigni che pesano sulle nostre vite. Ho la percezione che questo tema non piaccia, sia scomodo, bene, non deve piacere, deve essere ripugnante perché la violenza questo è. Solo riconoscendola come nociva e inaccettabile si possono porre le basi per combatterla seriamente. Certamente combattendo da sola le cose sono più difficili e complicate, ma non si può far finta che non esista o sia marginale. Deve interessare tutti, uomini e donne, è necessaria una presa di coscienza collettiva.

Parlarne, diffondendo consapevolezza, è il primo imprescindibile passo per iniziare a fare terra bruciata attorno a coloro che compiono molestie e violenze sul lavoro.

Questo resta il mio impegno e nonostante mille ostacoli lo onorerò. Perché ci faremo sentire, eccome!

 

Questo articolo è pubblicato anche su Dol’s Magazine:

http://www.dols.it/2016/05/01/toglimi-le-mani-di-dosso/

 

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Molestatori

COLOGNE-articleLarge

 

Le analisi e le considerazioni di Laurie Penny sui fatti di Colonia mi sembrano molto interessanti (e vicine alle considerazioni che avevo fatto qui) e per questo pubblico il pezzo che compare su Internazionale numero 1136 di questa settimana. Buona lettura.

In un certo senso è un passo avanti. Dopo mesi di malcelata xenofobia, in Europa le autorità hanno cominciato a trattare gli immigrati come normali cittadini: quando a Colonia decine di donne sono state aggredite durante la notte di capodanno da gruppi di “arabi”, la polizia è stata lenta a intervenire e il comune ha risposto consigliando alle donne di tenersi lontane dagli estranei. L’unica differenza è che stavolta la stampa di destra non ha dato la colpa delle aggressioni alle donne, ma ai progressisti che difendono i migranti.
Sarebbe fantastico se gli stupri, le molestie sessuali e la misoginia fossero sempre presi sul serio come quando i colpevoli sono musulmani o migranti. Le aggressioni di Colonia sono un episodio gravissimo, ma lo stesso vale per la reazione delle autorità e degli islamofobi che ne hanno approfittato per definire “selvaggi” tutti i musulmani e gli immigrati. A Colonia ci sono state manifestazioni di protesta organizzate da Pegida, un’organizzazione xenofoba di estrema destra non certo famosa per la sua dedizione alla causa del femminismo.
La cancelliera Angela Merkel ha risposto con norme più rigide sul diritto d’asilo, ma per molti commentatori questo non è sufficiente. È un miracolo: finalmente la destra si occupa della cultura dello stupro! È bastato che avesse una scusa per attaccare i migranti e i musulmani e dire alle femministe che non hanno idea di come risolvere i problemi delle donne. Quest’appropriazione della retorica femminista in nome dell’imperialismo e del razzismo va avanti da secoli e in occidente fa parte del dibattito politico dal 2001. Alcuni uomini hanno deciso che avevano il dovere di spiegare alle femministe che solo i musulmani sono sessisti, e lo hanno fatto insultando tutte le donne che non erano d’accordo con loro. Queste persone mi hanno chiesto ripetutamente di “condannare” gli attacchi di Colonia.
Quindi mettiamolo bene in chiaro: la violenza sessuale non è mai accettabile. Né per motivi culturali né per motivi religiosi né perché commessa da individui emarginati e arrabbiati. La misoginia non dev’essere tollerata. Se partiamo da questo presupposto, non c’è paese o cultura al mondo che non debba farsi un profondo esame di coscienza. Io sto dalla parte dei molti migranti arabi, musulmani e asiatici che combattono il sessismo nelle loro comunità. Nessuno ha pensato di chiedergli qual è il modo migliore per combattere la violenza sessuale, eppure gli attacchi contro le donne musulmane sono aumentati dopo gli attentati di Parigi.

La cosa più ragionevole da fare per rispondere ai fatti di Colonia sarebbe chiedere (come stanno facendo molte  femministe tedesche) più intransigenza nei confronti degli stupri e delle molestie sessuali in tutta Europa.
Invece la soluzione che si sente proporre più spesso è limitare l’immigrazione.
Tutto questo risponde all’idea secondo cui solo gli stranieri selvaggi e i criminali stuprano e molestano le donne, anche se in Germania e altrove la maggior parte degli stupri sono commessi da persone conosciute dalle vittime e non ci sono dati a sostegno della tesi che i migranti sono più inclini a molestare rispetto agli altri gruppi sociali. Come sempre, il patriarcato bianco si preoccupa della sicurezza e della dignità delle donne solo quando gli abusi possono essere attribuiti agli emarginati.
L’oppressione delle donne è un fenomeno globale perché il patriarcato è un fenomeno globale. È radicato nelle strutture economiche e sociali in quasi tutte le comunità del mondo. Il sessismo e la misoginia, però, hanno risvolti diversi a seconda degli ambienti culturali o religiosi e dell’appartenenza etnica, di classe e generazionale.
Il fatto è che la misoginia non ha né etnia né religione. Viviamo in una società abituata a tollerare un certo livello di sessismo e violenza sessuale quotidiana. Ma allora, se pensiamo che questo tipo di violenza non sia diverso da tutti gli altri e che i migranti debbano essere trattati come gli altri cittadini europei, forse dovremmo accettare che tutti siano liberi di trattare le donne come pezzi di carne ambulanti, giusto?
Sbagliato. È ora di prendere sul serio la violenza sessuale e la misoginia ogni giorno, non solo quando i colpevoli sono musulmani o migranti. Questo significa che i rifugiati devono imparare a rispettare la dignità delle donne, che gli uomini di tutte le religioni devono imparare che non si può stuprare, aggredire e attaccare le donne, neanche se la loro ideologia lo permette.
Vogliamo rendere l’Europa un faro dei diritti delle donne? Fantastico. Facciamolo.

Se improvvisamente viviamo in un continente con una politica di tolleranza zero sulla violenza sessuale e la misoginia, ottimo, approfittiamo del momento. Vediamo se lo stato e i cittadini cominceranno a impegnarsi realmente per punire i colpevoli e aiutare le vittime. È più facile accusare gli emarginati di essere responsabili della misoginia piuttosto che ammettere che a qualunque altitudine gli uomini devono comportarsi meglio. Tutto il resto è ipocrisia.

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Sottili messaggi di genere

ASCOLTARE PARLARE

 

Desidero tornare sul tema del linguaggio, perché è un fattore cruciale di costruzione dei ruoli e delle relazioni interpersonali, troppo spesso dimenticato, banalizzato e considerato ininfluente. Alcune teorie “che si richiamano al postmodernismo, come il costruzionismo sociale e la teoria del discorso individuano nel linguaggio e in altre forme simboliche le fonti dei concetti alla base del pensiero” (Vivien Burr, Psicologia delle differenze di genere, Il Mulino 2000). Quindi il pensiero e il linguaggio risulterebbero inseparabili e tutte le forme di rappresentazione più comuni, come il linguaggio scritto e parlato, non sarebbero altro che l’incarnazione plastica e la “riproduzione delle relazioni di potere vigenti (incluse quelle tra i sessi)”. Da qui l’importanza centrale del linguaggio, cosa dovremmo dire, come e a chi, nei tentativi di modificare prassi discriminatorie e disuguaglianze. Il linguaggio non è un formalismo sterile e asettico, ma con il suo utilizzo quotidiano ciascuno di noi sperimenta, produce e riproduce le caratteristiche cardine di una società, le relazioni, le disparità, i conflitti, i costumi, le pratiche sociali. È una struttura spesso strumentale alla replica all’infinito delle medesime regole nelle relazioni interpersonali, veicolo anche di differenze e disparità tra i sessi, funzionale al mantenimento di una rappresentazione sclerotizzata dei sessi. Da questo nasce la necessità di un uso diverso di questo mezzo così potente e che permea le nostre relazioni interpersonali. I “sottili messaggi di genere” veicolati dal linguaggio deformano l’ottica attraverso la quale i sessi sono considerati. Così l’uomo è un signore, sia che sia celibe, sia che sia coniugato. La donna ha la variante signora e signorina. Le attività di una donna vengono filtrate attraverso la lente del suo stato civile. Così come, in sede di colloquio lo stato civile diviene metro di valutazione delle capacità e delle competenze professionali. Tutto assume una rilevanza secondaria, e l’aspetto primario è assunto dallo stato civile, ovunque, soprattutto nei media.

Dale Spender ha cercato di esplorare le tracce sessiste implicite nel linguaggio. Nel suo Man Made Language del 1980, sostiene che l’esperienza e la presenza femminile siano occultate e rese invisibili dall’azione di una vasta gamma di prassi linguistiche. Spender è convinta che “lo sviluppo del linguaggio sia stato dominato dagli uomini e dagli interessi maschili e che la cultura e le prassi sociali abbiano seguito gli assunti enunciati dal linguaggio. Esso non consentirebbe di dar voce all’esperienza femminile per tutta una serie di ragioni, tra le quali la propensione a porre l’esperienza maschile come standard”. Da qui deriva anche la repulsione verso tutto ciò che non è standard. Ci sono ambiti lessicali, come quello sessualità, in cui c’è una predominanza di termini con una prospettiva maschile, per i quali mancano degli equivalenti femminili. Per non parlare poi della differente “percezione” delle parole scapolo-zitella, con un chiaro accento denigratorio implicito nella seconda. Lo stesso avviene per la lunga lista di termini adoperati per descrivere delle abitudini sessuali promiscue delle donne, di carattere dispregiativo (puttana, troia, cagna ecc.), mentre per gli uomini tali epiteti sono meno numerosi e solitamente dotati di una sfumatura positiva (esempio: stallone). Spender si schiera contro l’uso di termini generici, come uomo, per riferirsi all’insieme dei due sessi. Non è vero che tutti sono consci di questa inclusione dei due sessi, spesso questi termini evocano un’immagine maschile. Per sfuggire a questo meccanismo, occorre generare un nuovo linguaggio, che sia nostro, che generi nuova consapevolezza. Un esempio è la campagna donne con la A, lanciata lo scorso 8 marzo da SNOQ. Si tratta di conferire nuova sostanza al terreno del linguaggio, in modo che sia in grado di trasmettere un cambiamento, per dar voce alla presenza delle donne ed esserne testimonianza viva. Rinominare, per ridefinire e pensare in modo diverso. Occorre adoperare un linguaggio adeguato, che permetta di identificare e riconoscere anche le sfumature rivelatrici di un sistema oppressivo e discriminatorio. Ci sono dei termini che infuocano il dibattito, perché sono rivelatori e sparigliano le carte. Recentemente mi è capitato di rilevare un atteggiamento sessista e di esplicitare tale percezione. Alla parola “sessista” è come se si fosse accesa la miccia. Le reazioni che si sono sollevate mi hanno dato l’evidenza di aver colto nel segno e che la mia definizione fosse calzante. Una donna presente mi ha detto che forse avevo esagerato, ma io resto convinta dell’importanza di definire le cose per quello che sono, senza edulcorazioni o mediazioni di sorta. Non ammetto complicità.
Concludo con un frammento tratto da pag. 134 del testo di Vivien Burr, Psicologia delle differenze di genere, Il Mulino 2000:

“Il patriarcato si fonda sulla diffusa accettazione della veridicità di certi discorsi (che “costruiscono” la femminilità, la mascolinità e la sessualità secondo modalità proprie) e sulla capacità espressa nel corso della storia (nella chiesa, nella legge e nel governo) da alcuni uomini potenti di definire “verità” sempre diverse sulle abilità e le disposizioni dei due sessi, facendo leva soprattutto sul controllo del discorso pubblico (per esempio, delle pubblicazioni scientifiche). È importante riconoscere qui che questo tipo di discorsi non sono soltanto modi di dire, scollegati da ciò che le persone realmente fanno, ma importanti elementi di stretto collegamento con le prassi sociali vigenti. Per esempio i discorsi prevalenti in tema di sessualità permettono di considerare empaticamente gli uomini che perpetrano violenza sessuale ai danni di una donna come “persone mosse da un impulso naturale” e le loro vittime, persone che hanno agito “provocatoriamente”.

Attraverso il linguaggio possiamo forgiare persone e relazioni diverse. Basta rompere gli schemi che vengono costruiti su presunte verità sui due sessi. Il linguaggio incide sul nostro modo di pensare, di relazionarci, di strutturare il nostro ambiente e la nostra società. Possiamo essere attori consapevoli del contenuto dei nostri discorsi, sia quando parliamo, che quando scriviamo.

 

“I limiti del mio linguaggio determinano il limite del mio mondo”.

Ludwig Josef Johann Wittgenstein

 

Vi segnalo un bel testo fresco di stampa (QUI) La grammatica la fa… la differenza, AA. VV.
Illustrazioni di Gabriella Carofiglio, Casa Editrice Mammeonline. Ringrazio per la segnalazione Donatella Caione, responsabile della piccola Casa Editrice di Foggia. Un progetto della mia terra!

Per ripristinare correttezza lessicale ed equità tra i sessi, è bene proprio partire dal rispetto della grammatica!
Un libro di racconti, filastrocche e fiabe che in maniera spontanea e non forzata mostra a bambini e bambine la naturalezza dell’uso del linguaggio di genere.
Che le donne, nei secoli, siano state poco considerate è un dato di fatto inconfutabile, ma che anche la nostra lingua le abbia ignorate e continui a ignorarle rifiutando il genere femminile, non è più accettabile.
Bisogna ripartire dalla lingua ed è necessario cominciare a parlarne a chi con la lingua ha il primo approccio: i bambini e le bambine.
Questo libro si propone di suscitare la curiosità verso argomenti apparentemente immutabili, facendo comprendere che gli strumenti per cambiare il nostro modo di parlare e pensare, rispetto al genere femminile, la lingua li possiede già, basta solo cominciare a usarli correttamente.
Un inserto rivolto agli insegnanti, ma non solo, contiene delle schede didattiche che spiegano i punti fondamentali dell’uso del linguaggio di genere, in modo da fornire gli strumenti per approfondire l’argomento con i/le bambini/e, accompagnando così la lettura delle filastrocche e delle fiabe/racconti.
Fiabe e filastrocche sono state scritte da note autrici di letteratura per l’infanzia.
Il progetto è sostenuto dall’Associazione Donne in Rete e patrocinato dalla Regione Puglia, dalle Consigliere di Parità della Regione Puglia e della Provinvia di Foggia, dall’Università di Foggia, dal Concorso Lingua Madre.
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La Natura, l’Altro e l’Altra

Adamo ed Eva, Marc Chagall, 1912

Adamo ed Eva, Marc Chagall, 1912

 

Oggi esplorerò il versante filosofico puro di Simone de Beauvoir. Un po’ ostico? No, vedrete che sarà un viaggio piacevole. Parto da questo estratto de Il secondo sesso, per fare qualche considerazione filosofica, che è necessaria per il punto a cui desidero arrivare. Vi allego qui pagg. 187-188 de Il secondo sesso.
Si parte dal presupposto che “il soggetto cerca di affermarsi, l’altro lo limita e lo nega se gli è necessario; il soggetto non si realizza che attraverso questa realtà estranea“. In parole povere, l’individuo ha bisogno di una dimensione duale per esplicare e dare misura della sua esistenza. Condizione di scontro, lotta, confronto, contrapposizione. L’altro, su cui il soggetto cerca di affermarsi, gli è necessario: non si tratta di un rapporto monodirezionale, perché in realtà è reciproco, la necessità del soggetto passivo è speculare a quella del dominante. In prima istanza esiste il rapporto uomo-natura, che l’uomo può cercare di dominare, controllare, sottomettere, può impadronirsene. Ma la natura non è in grado di soddisfarlo appieno, perché o si realizza come opposizione astratta, pura, restando un ostacolo estraneo, oppure, si lascia dominare, ma in questo caso l’uomo la consumerà e la distruggerà. In questo rapporto con la natura, l’uomo resta comunque solo. Anche la scoperta di avere un ruolo nella procreazione (ne avevo parlato qui) per l’uomo ha rappresentato una vittoria sulla natura, un altro esempio di come l’uomo può controllare la natura, interagire con le sue regole e impadronirsene.
Perché ci deve essere una coscienza altra (da me) ed è necessario che questa sia cosciente di sé, e che in qualche modo io possa riconoscermi in essa. Riporto fedelmente: “Non v’è presenza dell’altro che se l’altro è presente a sé; in altre parole, la reale alterità consiste in una coscienza separata dalla mia e identica a sé”.

Quindi avviene un ulteriore passaggio: l’uomo in rapporto all’altro uomo. Nel rapporto con gli altri uomini, l’uomo sperimenta e realizza la sua trascendenza (in senso esistenzialista): l’uomo alla perenne ricerca di superare se stesso, di elevarsi rispetto alla natura e agli altri (cosa preclusa per secoli alla donna, confinata in ruoli predeterminati, fissi, statici, immutabili che non le permettevano di sperimentare e di mettersi alla prova e superarsi). Questa relazione implica però dei rapporti di forza che mettono a dura prova la libertà del singolo uomo, perché “ogni coscienza pretende di porsi come soggetto unico e sovrano. Cerca di realizzarsi precipitando l’altra in schiavitù“. In pratica, c’è una eterna lotta di affermazione sull’altro, logica impressa nelle relazioni e ineludibile, perché necessaria ad esse e alla loro piena sperimentazione e realizzazione. C’è un passaggio successivo: lo schiavo, “nella fatica e nel terrore, sperimenta se stesso come essenziale, e per un rivolgimento dialettico, è il padrone che appare ora l’inessenziale”. È il rapporto di reciprocità e di specularità di cui parlavo all’inizio. I rapporti sono sempre intrecciati e ribaltabili, si possono osservare da angolature diverse e si troverà sempre il rapporto dialettico signore-servo di Hegel. Alla base della filosofia di Simone De Beauvoir c’è proprio questo.
Il conflitto padrone-schiavo potrebbe risolversi con “un libero riconoscersi di ciascun individuo nell’altro, ciascuno ponendo insieme sé e l’altro come oggetto e come soggetto di un movimento reciproco”. Questo riconoscersi reciprocamente delle libertà non è un tratto comune, si tratta di una virtù rara. Si tratta di un processo che non ha mai fine, a cui si tende continuamente, ma che non si completa mai veramente. È come se fosse una tensione all’infinito tra soggetto e oggetto e viceversa.
Quindi, l’incapacità dell’uomo di compiersi in solitudine, mettendolo per forza di cose in relazione con gli altri, contemporaneamente lo mette in pericolo. In questa continua tensione a dominare e a controllare l’altro, altro che gli resiste e gli si contrappone a sua volta, la vita degli uomini è un’impresa ardua, mai compiuta e sempre in fieri e insicura. Ma l’uomo non ama le difficoltà e il pericolo, aspira alla quiete, e dall’altro canto è attirato dalla vita. L'”inquietudine dello spirito”è la prova del suo essere vivo, in pieno sviluppo e raffigura il superamento di sé; la lotta con l’altro è garanzia e testimonianza della sua stessa esistenza. L’uomo vive contraddittoriamente in bilico tra esistenza ed essere, tra la vita e il riposo. È la coscienza infelice del borghese di Hegel.

Apro una piccola parentesi, per cercare di comprendere quando avviene la scoperta di questa realtà difficile, fatta di un continuo tendere a qualcosa, senza mai riuscire a trovare quiete. Ho riflettuto e penso che si possa far rientrare nella fase di passaggio dall’adolescenza all’età adulta, quando si sperimenta un nuovo rapporto con sé, una conoscenza di sé, al di là delle esperienze quotidiane. Nel passaggio tra infanzia e età adulta si realizzano delle scoperte cruciali. Non potrà essere semplice e privo di sofferenza lo scoprire che quella essenza (che è l’essere in potenza), quella percezione di te stesso è in realtà un’entità astratta, un’idea, nel senso platonico, un’immagine di noi stessi che rimarrà nell’iperuranio e probabilmente non vedrà mai una realizzazione concreta, perché sarà inafferrabile e in eterno mutamento/adattamento, frutto del rapporto dialettico con gli altri.

Fin qui il rapporto tra uomo-natura e tra uomo e uomo. Simone De Beauvoir compie un ulteriore salto e arriva al nocciolo della questione che più le interessa.
“La donna è precisamente quel sogno incarnato; lei è il desiderato intermediario tra la natura straniera all’uomo e il suo simile che gli è troppo identico”. E l’uomo esclamò: BINGOO! L’uomo ha trovato un simile a sé, cosciente di sé, ma non troppo pericoloso, che non gli oppone il silenzio ostile della natura, né necessita di un riconoscimento reciproco. Cosa non da poco, sembra semplice “impadronirsi della sua carne”. Grazie alla donna, l’uomo può sfuggire dall’imperitura e “implacabile dialettica del padrone e dello schiavo, che ha origine nella reciprocità delle libertà”. In pratica, con la donna, l’uomo ha trovato una sorta di soluzione alla sua tensione continua.
Insomma la sua isola ideale, il suo sicuro approdo. La donna rappresenta “l’Altro in assoluto, senza reciprocità, l’inessenziale che non ritorna mai all’essenziale”. Comprendete che attraverso questo presupposto gli uomini hanno trovato la soluzione alla loro esistenza, a scapito della donna, che per garantire la quiete all’uomo deve restare in una posizione di subordinazione.

“La donna non è un inutile doppione dell’uomo; è il luogo incantato ove si compie la vivente alleanza dell’uomo e della natura. Se la donna sparisse, gli uomini si troverebbero soli, forestieri, senza passaporto in un deserto glaciale. Lei è la terra stessa innalzata al culmine della vita, la terra diventata sensibile e gioiosa; e senza di lei, per l’uomo la terra è muta e morta”. (M. Carrouges, I poteri della donna, Cahiers du Sud CCXCII)

Nel caso ci fossero problemi e la donna si permettesse di lamentarsi, basta non cedere e non darsi per vinti.
Balzac (citato da Simone De Beauvoir in nota) sintetizza bene i diritti che l’uomo può accampare sulla donna in questo passaggio tratto dal suo Physiologie du marriage:

“Non datevi pena alcuna per i suoi mormorii, delle sue grida, dei suoi dolori; la natura l’ha fatta a nostro uso, e per sopportare tutto: figli, sventure, colpi e pene degli uomini. Non accusatevi di durezza. In tutti i codici delle nazioni sedicenti civili l’uomo ha scritto le leggi che regolano il destino delle donne sotto questa epigrafe sanguinosa: “Vae Victis! Guai ai vinti!”.

Allontaniamoci per un istante dalle dissertazioni teoriche per scendere nel nostro quotidiano. Prendiamo in considerazione il rapporto imprenditore/capo e dipendente/operaio/lavoratore subordinato. Possiamo adoperare il meccanismo illustrato poc’anzi: c’è una relazione necessaria e conflittuale per natura in questi rapporti. Proprio da quella posizione dello schiavo, che si sente “essenziale”, può nascere quel tentativo e l’istanza socialista per cambiare lo status quo e per consentire una rivoluzione del proletariato. Insomma gli equilibri sono perennemente instabili e ribaltabili ed è forse un bene che lo siano, perché altrimenti ci sarebbe stagnazione, una società e un’economia immobili. Invece, lo scontro dialettico è necessario per la stessa vitalità e sopravvivenza di ciascuna delle due parti. Il cambiamento è possibile grazie al conflitto, se si dovesse mettere a tacere il contraddittorio e il dissenso ci troveremmo tutti imbrigliati e sicuramente non liberi. Il pensiero unico è la morte di ogni cosa. Il cambiamento non può avvenire senza un rapporto dialettico tra le parti. Non occorre aggiungere o specificare a cosa mi riferisco. Non venite a dirmi che sono cose e modelli vecchi!
Quando qualcuno (come avviene sempre più spesso di questi tempi, soprattutto a causa della crisi) afferma che il dipendente deve mettersi nei panni dell’imprenditore, deve compartecipare al destino dell’azienda, che è in qualche modo “socio” dell’impresa, nel bene e nel male (soprattutto e forse unicamente di fatto nel male), avviene un livellamento, una negazione di quel rapporto dialettico di cui parlavo prima. Significa voler forzatamente e innaturalmente mettere tutti sullo stesso piano teorico, per mantenere nella pratica una subordinazione e tutti gli effetti negativi di essa. Si tratta di un tentativo subdolo di disinnescare la reazione dell’altro (dipendente, proletario), di anestetizzare l’altra parte, in modo tale che questa non abbia più la forza e la consapevolezza di sé per reagire e opporsi. Trovo pericoloso negare e annullare questo rapporto duale, conflittuale, necessario affinché sia assicurato un movimento, un cambiamento costante, una mutevolezza della condizione umana. Insomma, se non ci fosse la possibilità di resistere e di contrapporsi, probabilmente saremmo in un regime schiavista.

Specularmente questo modello lo si può applicare anche nel rapporto uomo-donna, alle forme di sessismo benevolo e ai tentativi di backlash da parte degli uomini, di cui ho parlato in alcuni miei post precedenti.
Il cambiamento passa per un rapporto vivo e dialettico tra i sessi.
Se siete giunti a leggere fino in fondo, vi ringrazio 🙂

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Le parole contano

virginia_woolf-le-parole

 

Anche le parole sono importanti, influenzano la percezione che uomini e donne hanno dei generi, all’interno della società. Così come elidere il titolo accademico o istituzionale per le donne, chiamandole solo signora o con il nome proprio, significa stabilire un confine di disparità. Appellare una persona con il solo nome di battesimo non significa annullare le distanze (questo è quello che ci vogliono far credere), ma spesso è un utile escamotage per rimuovere qualsiasi barriera protettiva e aprire la porta a qualsiasi atteggiamento, violenza verbale, sopruso e abuso. La stampa e i media nostrani sono particolarmente inclini a riproporre i più beceri epiteti sulle donne, come se non ci fosse limite e rispetto. Si va dal sessismo benevolo a qualcosa di peggiore. Questo non accade solo sulla stampa, ma ci tocca quotidianamente, sia nella vita reale che sui social. Capita che quando un uomo non ha argomentazioni per sostenere le sue tesi, trovandosi di fronte a un’interlocutrice, per zittirla e colpirla con violenza, la apostrofi con parole come: tesoruccio, micetta, miciona, patatina, fegatosa erinni (come qualcuno mi ha di recente apostrofata), ciccina ecc.: insomma ci siamo capiti. È come se ti volessero schiacciare con le parole, intendendo svilire ogni tentativo civile di dialogo e confronto. Questo accade su ogni tipo di argomento, la politica in primis. Tutto ciò è il risultato di venti anni nel corso dei quali le espressioni di sessismo, omofobia e razzismo hanno avuto pieno sostegno da buona parte delle forze politiche. Poche le voci che si sono esposte per diffondere e chiedere un linguaggio e dei comportamenti corretti. Questo perché in realtà si doveva difendere e diffondere l’idea di un soggetto maschile forte, arcaico, superiore, in grado solo di propagandare una visione triste, sbagliata e sconfortante dell’idea di maschio. Un atteggiamento trasversale, che parte da destra e arriva anche in area cosiddetta progressista.

Anche l’uso del maschile generico (per rappresentare uomini e donne indistintamente) e il fatto che in alcune lingue i sostantivi hanno un proprio genere grammaticale, maschile e femminile (l’italiano, il francese e il tedesco), possono avere (secondo alcuni studi) un riflesso nelle differenze di status uomo-donna. L’inglese e le lingue scandinave hanno nella maggior parte dei casi sostantivi neutri e il genere viene definito attraverso l’uso dei pronomi. Qui se si desidera approfondire.
Sembrerebbe che il gap tra i generi sia influenzato anche dalla lingua e dalla dotazione (o meno) di un genere preciso per i sostantivi.

Proporre cambiamenti in ambito grammaticale può forse servire a migliorare le cose. Al di là dell’uso dell’articolo “la” al posto di “il” (per esempio per la parola “cantante”), una “-a” al posto della “-o” è meglio del suffisso “-essa”: avvocatessa sembra trasmettere implicitamente un prestigio inferiore, mentre avvocata (forma simmetrica) aiuterebbe a equiparare i due status (vedi Alma Sabatini, 1987 qui; pag. 129, Chiara Volpato, Psicosociologia del maschilismo).

A volte le sfumature sono importanti.

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Una “tutela” come anestetico? No, grazie!

Marta Orlowska

Marta Orlowska

Riassumo qualche passaggio del testo di Lea Melandri Amore e violenza, che sarà il punto di partenza per alcune considerazioni che volevo condividere con voi.
Nel disagio della civiltà, Freud inizia a cogliere l’aspetto violento che si annida nell’amore, per quel retaggio primordiale che si porta dentro: la nostalgia dell’originaria unità a due. Violenta è l’appropriazione del maschio sul corpo femminile, da cui ha ricevuto cure e stimoli sessuali (il dominio patriarcale); violento è anche il sogno d’amore, inteso come fusione di due esseri in uno, una ricomposizione del maschile e del femminile. La pulsione di morte è la tentazione di risolvere definitivamente la questione. L’aggressività è necessaria per conservare quell’unità ideale, trovando una minaccia all’esterno (questo vale anche per i gruppi, le nazioni e le etnie). L’Eros ha in sé una logica di conflitto (amore e guerra, in un rapporto di dipendenza circolare), che si può esprimere attraverso un’appropriazione del corpo femminile, la chiusura della donna in un ruolo di madre, di cura, la sua esclusione dalla comunità e dagli ambiti decisionali (salvo poi, nelle società che si ritengono più “avanzate”, destinarle le briciole della torta del potere).
“Lo stupro e l’omicidio sono le forme estreme del sessismo e sarebbe un errore considerarle isolatamente, come se non fossero situate in una linea di continuità con rapporti di potere e culture patriarcali che, nonostante la costituzione, le leggi, i valori sbandierati della democrazia, stentano a riconoscere la donna come persona”.
Relegare la donna a un ruolo puramente sessuale e legato alla procreazione, la cancellazione della donna come persona, individualità, soggetto politico produce inevitabilmente uno svilimento del suo corpo, che diventa vile, come quello di uno schiavo, di un prigioniero, su cui l’uomo ha esercitato da sempre, fino alle soglie della modernità, un potere di vita e di morte. Questa mentalità (di cui parla anche Zaron Burnett qui) è arrivata nel nostro contemporaneo (società, istituzioni, rapporti umani) e lo ha contaminato, rendendo latente (ma non meno pericolosa) questa pulsione, ma non l’ha cancellata. La violabilità del corpo femminile è un fattore culturale che ha permeato la comunità occidentale, dalle sue origini greche, romane e cristiane. La violenza non è un corpo estraneo, passeggero, frutto di un raptus: è un ingrediente delle nostre radici, con cui ci si deve confrontare. Fin quando non si affronterà questo problema in questi termini, nulla verrà risolto.
Per quanto riguarda gli aspetti emancipatori delle donne: se queste vengono messe sotto “tutela”, “protezione” attraverso nomine, concessioni di incarichi da parte dell’uomo, che le “includono” nel circolo del potere maschile e gli concedono uno spazio, si sarà compiuto un ennesimo atto di quel gioco sottile che è sempre stretto nelle redini maschili. Il cerchio del controllo dell’uomo sulle donne non si aprirà finché non saremo in grado di affrancarci da questi meccanismi, finché non ci rifiuteremo di essere la longa manus di qualcun altro che ci concede di esibire il nostro sorriso e nulla più. Vogliamo veramente che venga riconosciuto il nostro giusto valore? Evitiamo di essere l’ombra di noi stesse e la trasfigurazione di un corpo che non ci appartiene e che viene ancora una volta adoperato per essere merce e complemento d’arredo, in uno spettacolo in cui le decisioni e le scelte sono sempre dell’uomo. Diciamo pure no a questo spettacolo mutilatorio delle nostre aspirazioni legittime. Perché anche questa è violenza, quando il corpo, la materialità, l’involucro, sostituisce la donna come persona, soggetto di diritti, di saper fare e di contenuti. E se non ci accorgiamo di essere diventate ancora una volta merce, prodotto manipolabile, allora è giunto il momento di svegliarci. E faccio un appello alle donne: cerchiamo di riempire di senso le nostre azioni, dai sorrisi ad ogni cosa, educhiamo le più giovani a non separare corpo, anima, sentimenti e mondo interiore. Educhiamole a una giusta percezione di sé, del mondo in cui vivono, dei rapporti umani, delle relazioni, del denaro e di quel che è il vero successo (la trasmissione Presa Diretta di ieri sera testimonia un buco nero nella nostra comunità sociale). Quando i media esibiscono un corpo di una donna, svuotato della sua essenza, stanno proponendo un messaggio pericoloso: il successo, la carriera, i soldi e il potere per una donna vanno conquistati unicamente ammiccando e facendo la gattina. E purtroppo a noi donne, a quel corpo che portiamo in giro, viene sempre chiesto di dimostrare mille volte in più il nostro valore e il nostro merito rispetto a quanto viene preteso da un uomo. Concentriamo le nostre energie su un cambiamento culturale, che deve partire da noi stesse. Pretendiamo dagli uomini un reale cambio di rotta e di mentalità e non accettiamo regalini, carriere facilitate, insomma le briciole. A partire anche dal linguaggio, perché le parole contano tanto, forse più delle immagini. Il mutamento dev’essere profondo, noi donne dobbiamo esserne il motore propulsivo, altrimenti ci saremo rese complici di un mancato cambiamento. Non possiamo attendere che l’uomo, da solo, porti avanti quella rivoluzione culturale necessaria. Non dobbiamo mollare.

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La deriva della questione maschile

La bagarre in aula, in seguito alla ghigliottina della Boldrini sul decreto Imu-Bankitalia, hanno entrambi degli aspetti inquietanti e spiacevoli. Le parole e i gesti esplosi in questo frangente dimostrano come ormai urge un capovolgimento culturale, un’inversione a U sul tema rapporto uomo-donna. Il questore di SC Stefano Dambruoso ricorre alla forza fisica contro la 5stelle Loredana Lupo (schiaffo o spintone non contano, come non contano i motivi addotti dall’autore). Vi allego la scena, indegna. La Sarti, compagna di partito della Lupo, aggiunge benzina sul fuoco, rivelando di aver sentito la seguente frase: “Nella mia vita ho picchiato tante donne, non sei la prima”. Nel contempo, un altro 5stelle Massimo Felice De Rosa irrompeva nella Commissione Giustizia, aggredendo le deputate del PD, accusandole di essere lì solo per aver elargito prestazioni particolari. La tensione maschile, le frustrazioni di questi ominicchi vengono scaricate sulle donne, specie se nemiche politiche. Molto più semplice e, per alcuni uomini delle caverna, anche scusabile. Non esiste nulla di difendibile e su questo dovremmo essere tutti concordi. Le donne, in Parlamento e non, dovrebbero essere compatte nel condannare questo tipo di prassi. Il machismo non deve avere spazio, l’idolatria del maschio forte, dominante e violento deve essere archiviata. E questo è compito innanzitutto dei genitori, insieme e all’unisono. Ogni tanto dovremmo ricordarci che occorre costruire un tessuto comune (ancora una volta insieme) in grado di prendere decisioni responsabili e utili per la nostra Italia disastrata. Le donne non se la passano bene nella bozza dell’Italicum, che prevede un 50/50 nelle liste ma senza alternanza tra sessi. In Parlamento si dovrebbe dare l’esempio e non assistere alla riproposizione di schemi già visti, vecchi di secoli di barbarie culturale. Non dobbiamo farci accuse reciproche, invettive sessiste perché non portano da nessuna parte e sviliscono qualsiasi tentativo di cambiamento o soluzione. Il rischio è che si inneschino pericolosi precedenti e che comportamenti illeciti e meschini divengano consuetudine. Vi suggerisco in merito l’ottimo pezzo di Giulia Siviero sul Manifesto.

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