Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Il corpo delle donne e le loro scelte

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I no-choice in ogni loro manifestazione sono lì presenti a ricordarci che i nostri diritti sono fragili e che non è possibile liquidare certe marce e presidi come qualcosa di anacronistico, senza ripercussioni su nessuno. Ogni qualvolta uno di questi gruppi, più o meno numeroso, si intromette nella vita di una donna, noi dovremmo sentirci tutte toccate in prima persona, perché dobbiamo dire basta a queste periodiche violenze dei no-choice. Le loro marce, le loro veglie, i loro manifesti e i loro gadget, le loro battaglie oggi anche sui social, sono tutti palesi tentativi di sostituirsi alle donne, ridotte a mero ruolo di incubatrice, i cui diritti sono ridotti a briciole, come irrilevanti inezie rispetto al destino superiore del feto. Madri a ogni costo, anche contro la propria volontà, perché in quanto donne noi non dovremmo poter decidere su noi stesse e su quanto avviene dentro di noi. Si comprende quanto si intenda svuotare le donne di una piena capacità decisionale e di potestà su se stesse. I diritti riproduttivi hanno una valenza molto ampia, investono la donna in quanto essere umano, eguale e pienamente titolare di diritti inviolabili. Inviolabile e inalienabile come il diritto a interrompere la gravidanza se non si desidera portarla a termine. Lo ha sancito anche la relazione Panzeri di marzo scorso. Ogni volta che questo viene messo in dubbio e si chiede di limitare la donna nell’esercizio di un suo diritto, si sta compiendo di fatto una discriminazione sulla base del genere e su un destino biologico che per alcuni viene prima di tutto. Questi manifestanti no-choice di fatto compiono una violazione dei confini del diritto a manifestare, perché con le loro azioni arrecano grave danno alle donne, che così vedono svilire la tutela della 194 che le rende libere di scegliere. Si permettono di fare questo tipo di violenze perché tuttora nel nostro Paese si pensa che le donne debbano e possano essere rieducate, riportate a un ordine maschiocentrico, sacrificabili, con diritti di secondo livello. I no-choice trovano spazio dappertutto, hanno sostegni enormi e hanno il coraggio di dire che loro sostengono la vita accompagnandosi ai neofascisti. Naturalmente della vita della donna loro non sanno che farsene, quella è solo l’incubatrice. Il 13 saranno a Bologna. Per fortuna la Favolosa Coalizione (qui) si sta preparando a rispondergli. Chiediamo che questi soggetti non trovino più sostegni, spazi negli ospedali e nei consultori che beneficiano di contributi pubblici. Chiediamo investimenti e potenziamenti dei consultori, per attività di contraccezione e servizi per tutelare la salute delle donne. Chiedere l’abrogazione della 194 significa riportare tutto alla clandestinità. Per tutte le donne italiane che non si rendono conto o hanno la memoria corta, ho tradotto questo pezzo di Sarah Ditum (QUI l’originale). Teniamoci stretta la 194, lavoriamo sull’abuso di obiezione di coscienza e lottiamo perché anche le donne irlandesi possano avere pieni diritti sul proprio corpo. Qui la petizione organizzata da Amnesty (qui). I diritti se non sono uguali per tutte le donne, saranno più fragili e attaccabili. Un accesso pieno e una informazione efficace in tema di contraccezione sono fondamentali. Guardiamo avanti, cerchiamo di migliorare, di progredire e di garantire servizi adeguati. Abbassiamo i costi della contraccezione, facciamo educazione a una sessualità consapevole e avviciniamo precocemente le donne ai servizi per la loro salute sessuale e riproduttiva. Non sottraiamo diritti, ma sosteniamoli e aiutiamo le donne a essere pienamente libere e consapevoli.

autodeterminazione

 

Ci sono due particolari che emergono dall’ultima serie di statistiche sull’aborto diffuse dal Dipartimento della Salute (qui). La prima è che, per le donne in Inghilterra e Galles, l’aborto continua a diventare più sicuro e più accessibile. Sempre più aborti si svolgono nelle prime dieci settimane di gestazione. Questo è un bene, perché implica che le donne sono sempre più in grado di ottenere le cure mediche di cui hanno bisogno il più presto possibile. Per la prima volta, gli aborti medici rappresentano il maggior numero dei casi – questo è un bene perché significa che un minor numero di donne hanno dovuto subire procedure invasive per interrompere le loro gravidanze.

Il tasso di aborto continua a scendere. Questo è generalmente inteso come desiderabile, anche se il numero “giusto” di aborti verso cui una società dovrebbe tendere non è necessariamente “meno” ma piuttosto dovrebbe coincidere con “lo stesso numero di aborti che le donne vogliono”. La legge sull’aborto del 1967 – elusa, imperfetta e difettosa, come è (qui) – sta lavorando per le donne, per quello che basta. Le donne hanno bisogno di una migliore legislazione, ma mentre aspettiamo, questa norma farà, se non pensiamo troppo ai casi in cui fallisce, se non restiamo sgomenti davanti al fatto che l’aborto in Inghilterra e Galles rimane criminalizzato secondo la legge del 1861 sui reati contro la persona ed è legale solo se viene rispettata rigorosamente la condizione che due medici concordino su quanto la donna ha già compreso.

Subject to the provisions of this section, a person shall not be guilty of an offence under the law relating to abortion when a pregnancy is terminated by a registered medical practitioner if two registered medical practitioners are of the opinion, formed in good faith –

(a) that the pregnancy has not exceeded its twenty-fourth week and that the continuance of the pregnancy would involve risk, greater than if the pregnancy were terminated, of injury to the physical or mental health of the pregnant woman or any existing children of her family; or
(b) that the termination of the pregnancy is necessary to prevent grave permanent injury to the physical or mental health of the pregnant woman; or
(c) that the continuance of the pregnancy would involve risk to the life of the pregnant woman, greater than if the pregnancy were terminated
(d) that there is a substantial risk that if the child were born it would suffer from such physical or mental abnormalities as to be seriously handicapped.

(fonte: http://en.wikipedia.org/wiki/Abortion_in_the_United_Kingdom)

 

E poi c’è l’altro dato, contenuto nel tasso di aborto per le donne non residenti, che è aumentato leggermente nel 2014. Molte di queste donne sono arrivate da Irlanda e Irlanda del Nord – con un breve viaggio aereo, e nel caso dell’Irlanda del Nord non si tratta di un altro paese, ma di un regno completamente diverso quando si tratta di diritti delle donne e dei corpi delle donne. In Gran Bretagna, le opzioni delle donne sono limitate e condizionate, ma almeno ci sono opzioni. In Irlanda, non ce ne sono: in Irlanda una donna incinta che vuole decidere su ciò che accade all’interno dei confini della propria persona, deve come prima cosa lasciare il suo paese.

Come emerge nel rapporto pubblicato da Amnesty (qui), le donne in Irlanda sono trattate come “contenitori porta-bambini”. Questa non è una iperbole: un’ossessione teocratica che implica lo sfruttamento della carne femminile e che ha portato le donne irlandesi a vivere sotto uno dei regimi più restrittivi al mondo in materia di aborto. In Irlanda del Nord, la legge sull’aborto del 1967 non è mai stata applicata, e nella Repubblica d’Irlanda, l’aborto è coperto dall’ottavo emendamento della Costituzione (qui), in cui si afferma che “il diritto alla vita del nascituro” è “uguale [al] diritto alla vita della madre “- e si noti che secondo l’ottavo emendamento una donna è legalmente considerata una “madre ” solo per il fatto di essere incinta, che lei lo voglia o no. Lei è istantaneamente inclusa all’interno della sua relazione con il feto.

Il risultato di tutto ciò è che l’aborto è illegale in quasi tutte le circostanze tranne nel caso di rischio diretto per la vita della donna incinta. Ciò significa che non è previsto l’aborto per le vittime di stupro e incesto. Vuol dire negare l’aborto nei casi di anomalie fetali incompatibili con la vita (qui). Nessuna possibilità di abortire per le donne la cui salute viene compromessa dalla gravidanza, fino a quando non sarà effettivamente a rischio della vita. Nessun aborto per le donne vittime di relazioni violente o con uomini abusanti. Nessun aborto per le donne che non possono permettersi di prendersi cura di un bambino. Nessun aborto per una donna che possa essere mantenuta in vita per adempiere fino all’ultimo il suo compito di diventare una “madre”.

L’atmosfera è quella di paura. Conosciamo i nomi di alcune delle donne che hanno subito le peggiori conseguenze di questo sistema di brutalizzazione: Savita Halappanavar (qui), morta di setticemia e di E.coli dopo un aborto spontaneo, a causa del fatto che i medici si sono rifiutati di interrompere la gravidanza; La signorina Y (qui), immigrata che è stata costretta a continuare una gravidanza derivante da stupro, alimentata a forza, nel corso di uno sciopero della fame e poi sottoposta ad un cesareo giudiziario. Ma ci sono anche tutte le altre, le donne senza nome: le donne che si recano in Inghilterra per gli aborti, con l’aiuto di una rete di sostegno all’aborto (Abortion Support Network), e quelle che non compaiono tra coloro che sono aiutate da ASN perché si pagano il viaggio e si organizzano da sole, rendendo solitario il percorso per un ottenere un trattamento che dovrebbe essere un loro diritto.

E poi ci sono quelle che non fanno nemmeno il viaggio. Non solo l’aborto è limitato in Irlanda, ma anche le informazioni sull’aborto sono strettamente vincolate grazie al Regulation of Information Act (qui), che considera un reato per i medici e i consulenti fornire informazioni complete su come accedere all’aborto. Mara Clarke, fondatrice di ASN, spiega che questo crea un clima di paranoia attorno alla gravidanza sia per le donne che per i professionisti: “Nella nostra esperienza, molte donne hanno troppa paura di dire a un professionista che essere incinta, e molte altre hanno avuto l’esperienza di essere ostacolate dai medici … Non sappiamo se la mancanza di cure informate sia causata dal fatto che i medici hanno paura di subire ripercussioni o perché siano contrari all’aborto – ma in entrambi i casi non si tratta di un modo corretto di comportarsi da parte di medici professionisti nei confronti dei pazienti in difficoltà”.

Un mare sottile si trova tra la vita e la possibilità per le donne e l’impotenza e la paura; tra l’essere approssimativamente considerata una persona agli occhi della legge, e l’essere considerata una incubatrice. L’abuso di cui sono vittime le donne irlandesi non può più andare avanti. L’ottavo emendamento deve essere abrogato, e alle donne in Irlanda del Nord devono essere dati gli stessi diritti di ogni altra donna nel Regno Unito. Il diritto all’aborto è un diritto umano, e fino a quando le donne in Irlanda del Nord e nella Repubblica d’Irlanda non potranno esercitare tale diritto e non avranno i mezzi per esercitarlo, è chiaro che i loro governi continueranno a considerarle come qualcosa di meno che umano.

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Cosa accade quando il femminismo diventa fashion?

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Meagan Tyler, coautrice di Freedom Fallacy: The limits of liberal feminism, ci parla delle conseguenze che possono nascere da un femminismo che diventa una moda del momento. La mia traduzione per voi (QUI l’originale).

 

Il femminismo è tornato di moda. Per quanto la spinta a rivendicare la “F-word” si sia intensificata, personaggi pubblici, enti e gran parte dei media mainstream hanno instillato una versione annacquata del femminismo nella coscienza popolare. Si tratta di un femminismo che non cita mai la liberazione delle donne, bensì opta per la celebrazione della Scelta.
Se si legge un qualsiasi articolo sul femminismo, i commenti presto finiranno per convogliare su un dibattito sulla scelta. Non importa quale sia l’argomento, le persone sono pronte a riformulare la questione come se concernesse l’empowerment e il diritto di scegliere delle donne. Ciò fornisce un efficace diversivo al parlare delle strutture di potere più ampie e delle norme sociali che limitano le donne, in molti modi diversi, in tutto il mondo.

È stato un grande mese per il “femminismo della scelta”. Lo scorso marzo, il fashion magazine Vogue ha lanciato il video “My Choice” in India, come parte della sua campagna, che praticamente ha ridotto l’emancipazione delle donne a tutta una serie di scelte.

 

 

Il video è subito diventato virale, e come fa notare il giornalista Gunjeet Sra (qui), l’ipocrisia di “un’industria che si basa sul feticismo, oggettiva e rafforza gli stereotipi sessisti sulla bellezza delle donne”, la presupposta promozione del femminismo, è passata in gran parte inosservata.

Questo marchio liberale del “femminismo della scelta” è stato poi seguito nella sua logica, benché assurda, conclusione quando un democratico liberale candidato alle prossime elezioni in Gran Bretagna ha cercato di spiegare i filmati che lo ritraevano in uno strip club (qui). A quanto pare, rientrava tutto nella sua missione femminista per aiutare “le donne a compiere scelte legali, senza giudicarle” (qui).
Anche Playboy ha recentemente (qui) deciso di puntare sui principi migliori della teoria femminista, e sono usciti con il diritto della donna ad essere sottoposta allo sguardo pornografico. Che chiarmente rientra pienamente nel business plan dell’azienda.
Sono accadimenti simili, argomenti banali come parlare di Beyoncé femminista, o se i politici uomini debbano indossare This is What a Feminist Looks Like T-shirts, che hanno ispirato la nuova raccolta di scritti femministi: Freedom Fallacy: The limits of liberal feminism.
Nel libro, di cui sono co-autrice, sono raccolte le riflessioni su 20 differenti temi che sono diventati oggetto del “femminismo della scelta”: dalla pornografia, alla prostituzione, dalle mutilazioni genitali femminili, dalle riviste femminili al matrimonio, alla violenza sessuale. Partendo da una serie di punti di vista diversi, ciascuna di noi analizza criticamente la “scelta”, come se fosse l’arbitro ultimo della libertà delle donne.
Molti di noi sostengono che l’avvento di questo pop-feminism sia in realtà più insidioso di ciò che vuole suggerire la presa in giro della sciocca frase “I choose my choice” (ho scelto la mia scelta).

Prima di tutto, le argomentazioni della scelta sono fondamentalmente errate perché presuppongono un livello di libertà per le donne che semplicemente non esiste. Sì, noi facciamo delle scelte, ma queste sono costantemente vincolate e plasmate dalle condizioni diseguali in cui viviamo. Avrebbe senso solo celebrare acriticamente la scelta in un mondo post-patriarcale.

In secondo luogo, l’idea che più scelte automaticamente corrispondano a una maggiore libertà è una falsità. Nei fatti si tratta di contrabbandare il neo-liberismo con un tocco di femminismo. Sì, le donne oggi possono lavorare o stare a casa se hanno figli, per esempio, ma questa “scelta” resta abbastanza priva di sostanza, se alla fine l’educazione dei figli resta un “lavoro da donne”, non vi è un supporto statale sufficiente per i servizi all’infanzia, e le donne senza figli continuano ad essere considerate egoiste.

In terzo luogo, l’attenzione sulle scelte delle donne, come essenza e fine ultimo del femminismo, ha portato a una sorta di perversa vittimizzazione e distrazione dai problemi reali che le donne devono affrontare. Se non sei soddisfatta di come stanno andando le cose, non incolpare la misoginia e il sessismo, il pay-gap, i ruoli di genere radicati, la mancanza di rappresentanza delle donne nelle istituzioni o nei consigli di amministrazione, o l’epidemia di violenza contro le donne. La colpa è solo vostra. Evidentemente avete compiuto la scelta sbagliata.

Come sottolinea nel suo capitolo (QUI) Freedom Fallacy, la sociologa Natalie Jovanovski, non sorprende che questo tipo di femminismo liberale sia salito alla ribalta. Privilegiando la scelta individuale più di ogni altra cosa, non permette di contestare lo status quo.
Non richiede significativi cambiamenti sociali, e mina efficacemente la necessità di azioni collettive. In sostanza, non vi si chiede nulla e non vi offre nulla in cambio.

Al posto della resistenza, oggi abbiamo attività che una volta venivano annoverate sotto l’archetipo della subordinazione delle donne, oggi figurano come scelte personali liberatorie. Le molestie sessuali possono essere rilette come battute innocue che le donne possono trovare gradevoli. Il matrimonio è ricostruito come innamoramento pro-femminista. La plastica vaginale è vista come una utile valorizzazione estetica. La pornografia è rimarchiata come emancipazione sessuale. L’oggettivazione è il nuovo empowerment.

Invece di parlare di una visione per un futuro più equo, ci ritroviamo con una visione ripiegata su se stessa, discussioni futili se singole donne sono o meno delle “cattive femministe”. O come lo ha definito la giornalista Sarah Ditum, il gioco “puoi essere una femminista e…”. Come se il vero problema del progresso delle donne consista nell’essere più o meno conforme a un leggendario ideale femminista.
Attraverso l’individualismo del “femminismo della scelta”, quando le donne criticano alcune industrie, istituzioni o strutture sociali, si scontrano spesso con l’accusa di attaccare le donne che vi partecipano. L’importanza di un’analisi a livello strutturale si è quasi completamente persa nel pensiero femminista “pop” (popular).
A titolo di confronto, sembrerebbe abbastanza ridicolo suggerire che per criticare il capitalismo un marxista attaccasse i lavoratori. Allo stesso modo sembra molto strano suggerire che criticando le grandi case farmaceutiche si odi chi vi lavora dentro. O che coloro che mettono in discussione la nostra dipendenza culturale dai fast-food lo fanno per i bambini seduti dietro i banconi del McDonalds.

Ultimamente, la promozione della “scelta” – e il mito di parità già raggiunto (qui) – ha ostacolato la nostra capacità di sfidare le istituzioni che vogliono riportare le donne indietro. Ma la lotta non è finita.
Molte donne stanno ribadendo che il femminismo è un movimento sociale necessario per l’uguaglianza e la liberazione di tutte le donne, non solamente una serie di luoghi comuni sulle scelte di alcune.

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Non esiste luogo

Gabriella Giandelli

© Gabriella Giandelli

 

Ormai si parla con approssimazione, lo fanno tutti anche coloro che si autodefiniscono “esperti”. Lo si fa perché la profondità a molti stanca, perché le argomentazioni sostenute da fonti, dati e letture specifiche sono troppo complesse da masticare e digerire. Lo vedo quotidianamente, anche tra coloro che si definiscono “impegnate”. Mi chiedo come diavolaccio possiamo andare avanti così. Argomento su cui si disserta del più e del meno è la prostituzione, dimenticandosi che non si può essere superficiali quando si parla delle vite di donne, che non sono solo corpi, come qualche maschietto e qualche donna ritengono. Quando ti senti dire che tutto sommato è normale che qualche donna si sacrifichi.. che rispondi a una così? Per la serie, ci si volta dall’altra parte e si va a messa la domenica. Questa è la prassi diffusa. La facciata va salvaguardata. Tutto il resto non conta. Per non parlare del fatto che quei clienti non sono dei fantasmi, ma possono essere i nostri parenti, amici, vicini, figli, mariti ecc.

Se le opinioni della maggior parte delle persone si formano unicamente sulla tv, sui talk che ti forniscono la pappa pronta per riempirti il cervello, è chiaro che i risultati siano pessimi. La vulgata sul provvedimento sulla red zone a Roma (per fortuna rientrato, anche se c’è chi chiede a gran voce una legge nazionale che spazzi via la legge Merlin) è che tale provvedimento nasce con “premurosi” intenti. Controllare e proteggere meglio le ragazze. La SICUREZZA. Poi scopri che un mucchio di gente è soddisfatta perché non vede più le prostitute sotto casa. Sono stata attaccata perché trovavo questa soluzione inaccettabile, frutto di una colpevole ipocrisia e non solo. Mi è stato detto che è più decoroso così, lontano dagli occhi: “Chi vuole aiutare queste donne, lo faccia, ma sinceramente non me ne frega niente, almeno così non si vedono certe scene”, “meglio così, poveri bambini che vivevano con questa roba sotto gli occhi”, “poi sai, gli uomini sono fatti così”, “non puoi combattere una cosa che c’è sempre stata e sempre ci sarà”. E poi, se riaprono i bordelli meglio così, lo Stato incassa. Così la gente sembra più contenta, ma io non lo sono perché spostare il problema fisicamente, non significa risolverlo. Nessuno, né tanto meno una istituzione, può procedere così. Non puoi dire, ti sposto e continua pure a stuprare, a usare le donne. C’è chi mi ha detto che si tratta di una soluzione tampone, poi si vedrà. Ma allora dico: “vai tu per strada a prostituirti e attendi provvedimenti che ti possano tirar fuori da questo inferno”. Questa è connivenza, questo significa dire ai maschietti, “guarda come siamo stati bravi, ora hai una zona in cui sei libero di usare le donne a tuo piacimento, con la nostra protezione e supervisione, sai l’importante è che non lo fai in un luogo frequentato, tra i palazzi”. Poi mi dovete spiegare se le organizzazioni criminali che gestiscono queste ragazze (anche minorenni) accetteranno mai di entrare nella red zone o preferiranno spostare la loro merce altrove, per non avere controlli.

Un paese in cui non si riesce a spiegare che occorre intervenire su una cultura che vede le donne come oggetti di cui servirsi. Un paese che sa ma preferisce non vedere. Un mucchio di cittadini che non legge, non è capace di ascoltare, di capire cosa significhi veramente prostituirsi. Leggete le testimonianze delle sopravvissute, di coloro che lavorano ancora per strada o nei bordelli. Lo so, fa molto male, ma solo così si costruisce rifiuto e repulsione per questi uomini che sono liberi di violentare le donne. Lo stigma deve essere sui clienti e sugli sfruttatori. Solo da questo si costruisce un’opinione pubblica che non si aspetta più free sex zone, ma uno stato che persegue e combatte il fenomeno, perché viola i principali diritti di una persona. Finora si è preferito ignorare e buttare la polvere sotto il tappeto. Per strada, in appartamento, o in mega bordelli, la sostanza non cambia. Questo donne subiscono violenze quotidiane per anni. Spesso pagano con la propria vita. Per cosa? Per un uomo che ha un’idea malata della sessualità? La mia indignazione massima deriva dal fatto che buona parte di queste argomentazioni le ho sentite fare da donne. Allora, mettiamoci in testa che forse sarebbe giunto il momento di dare un bel calcio ai non-uomini che vanno a prostitute, finiamola col difenderli. Non hanno bisogno di essere compresi! Va combattuta la domanda, punto e basta. Rendiamo questa schifezza di abitudine impossibile da praticare. Essere abolizionista non significa essere una utopista. Semplicemente non voltiamo la testa dall’altra parte. Nessun corpo può essere mercificato. Son cose che si insegnano, sin da piccoli. E poi, soprattutto, diamo delle alternative di vita a queste donne. Questo dovrebbe essere uno dei nostri principali obiettivi. Diciamo basta a questa vera e propria schiavitù. Questo mi aspetto, non soluzioni ipocrite e populiste. Non venite a parlarmi di autodeterminazione delle donne, che serve solo a mascherare tutto il resto.

Quando cerchi di portare la conversazione su clienti e papponi, ti rispondono così:

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Non avete idea di quante volte ho dovuto ripetere che in Italia prostituirsi non è reato, lo è invece lo sfruttamento. Per cui, nessuno può affermare che si voglia colpire chi si prostituisce. Girare la frittata è meschino, oltre che indice di ignoranza.

In questo blog ho da sempre privilegiato la scelta accurata e la citazione delle fonti. Un motivo c’è. Le mie opinioni non nascono come dei funghi nella mia testa, ma sono il risultato di letture e approfondimenti. Altrimenti non avrei mai il coraggio di scrivere. Non pretendo di sapere tutto, non mi posso definire una specialista. Non lo sono, ma quanto meno cerco di capire, di trovare risposte, meglio se numerose e diverse. Mi pongo domande e cerco di capire cosa c’è dietro i fenomeni. Per questo spesso propongo articoli che trovo in giro per il mondo, per avere uno sguardo diverso, perché spesso l’ottica nostrana è viziata e piena di lacune volute. Ecco, allora, quando qualcuno sosterrà che leggere non è necessario, sappiate che questa persona non vi ascolterà nemmeno durante la conversazione, perché le basteranno le sue idee e le sue torri mentali.
Documentarsi è fatica, ascoltare idem. Ma qui la si pensa diversamente.
Per cui, oggi vi propongo questa mia traduzione. Per chi ancora pensasse che i bordelli possano essere dei paradisi del sesso per le donne che vi lavorano.

Se ritieni che la depenalizzazione possa rendere la prostituzione sicura, dai un’occhiata ai mega-bordelli in Germania. È il titolo di un articolo pubblicato su New Statesman (qui), firmato Sarah Ditum. Mi piacerebbe che anche da noi ci fossero giornaliste come Sarah. Da noi invece si è sempre troppo preoccupate di bruciarsi la carriera. Dopo i fatti di Roma e della giunta Marino, che aveva proposto una red zone per ghettizzare la prostituzione, e chi spinge per una celere approvazione del Ddl Spilabotte, occorre davvero una mobilitazione collettiva. Non possiamo rimanere indifferenti e lasciar passare questi provvedimenti, che ammettono lo sfruttamento e lo stupro delle donne.

Qui di seguito la mia traduzione dell’articolo di Sarah Ditum.

 

I democratici liberali e i verdi supportano la depenalizzazione della prostituzione – nella speranza di renderli “sicuri”. Ma la Germania ha legalizzato la prostituzione nel 2002 e tuttora non si tratta di un lavoro come un altro.
C’è un luogo giusto per la prostituzione? Nel 2006, Steve Wright ha ucciso 5 donne a Ipswich. Tutte erano tossicodipendenti, e tutte si prostituivano per finanziare la loro dipendenza. Wright era un cliente, come tanti, ovviamente non più violento di tanti uomini che abbordano le prostitute sulle strade di Ipswich. Le donne che temevano per la propria vita, non avevano paura di Wright. “Era sempre una persona tranquilla con cui uscire, girava un paio di volte e poi sceglieva la donna che voleva”, ha detto Tracey Russell al Guardian (la sua amica Annette Nicholls era la quarta vittima di Wright). “Noi li chiamiamo solitamente “ritardati mentali”. Lui era uno di loro. Noi non avremmo mai sospettato di lui”.
A quei tempi, l’opinione pubblica sosteneva che quelle cinque donne erano morte perché si trovavano nel posto sbagliato – e che la penalizzazione della prostituzione le aveva messe lì. In un pezzo pubblicato sul New Statesman (qui), the English Collective of Prostitutes (ECP) ha accusato la legge sulla prostituzione, affermando che “le donne sono sono costrette sulle strade, piuttosto che prostituirsi nei locali, dove è più sicuro lavorare”. Ai tempi ero convinta che con un altro tipo di legislazione quelle cinque donne sarebbero state ancora vive. Tornando indietro ad analizzare quei casi, però, i fatti non si adattano alle tesi dell’ECP. Anche se una delle vittime, Tania Nicol, era stata costretta ad abbandonare il salone di massaggi, finendo per strada, non era stata spinta dai controlli di polizia: secondo uno dei gestori di un salone, era stata allontanata a causa della sua tossicodipendenza.
Le donne assassinate da Wright non erano “sex workers” spinte verso il pericolo da misure illiberali in merito alla loro “professione”; erano donne con vite fragili, caotiche, spinte verso la frontiera della violenza maschile a causa della loro dipendenza. Questa non è stata una scelta. (Russel descrisse al Guardian la prostituzione come qualcosa di “orribile”: “Si impara a cancellare tutto con il passare del tempo, solo perché sei sotto l’effetto di droghe, riesci a pensare ad altro. So che sembra strano, ma si fa. Ci si abitua a ciò, ed è finita in pochi secondi. Speriamo”.) Anche se ci fosse stato un bordello legale a Ipswich, mi sembra improbabile che queste cinque donne sarebbero state lì dentro.
Eppure la tesi secondo cui la depenalizzazione renderà sicura la prostituzione permane – nel Regno Unito è la politica perseguita dai Liberali Democratici e dai Verdi. In cosa consista questa maggiore sicurezza per le donne nella pratica è poco discusso, ma abbiamo un esempio a poche centinaia di chilometri da noi dal quale possiamo imparare. La Germania ha legalizzato la prostituzione nel 2002, seguendo il ragionamento (come Nisha Lilia Diu riporta al Telegraph qui) che questo sia un “lavoro come un altro”. Sex work come lavoro, con contratti, benefits, tutele sul posto di lavoro e nessuno stigma, che i sostenitori della legalizzazione spesso rilevano come il danno peggiore per coloro che si prostituiscono.

L’esperimento tedesco non è andato come previsto: le donne (spesso migranti alla ricerca di veloci guadagni per poi andar via dal paese di nuovo) non hanno registrato benefici, e i bordelli sorti non volevano garantire i contratti o prendersi il rischio delle altre responsabilità. Invece i proprietari dei bordelli sembrano più dei padroni di casa, riscuotono una sorta di tassa/caparra per poter far accedere gli uomini e per far lavorare le donne, ciò significa che una donna inizierà a guadagnare per sé solo dopo il secondo o terzo cliente. E cosa deve fare per ottenere quel denaro? Questa settimana, il documentario The Mega Brothel trasmesso da Channel 4 (qui), è andato a visitare la filiale di Stoccarda della catena Paradise (sì, in Germania ci sono catene di bordelli, come i fast food o i negozi di abbigliamento) e ha intervistato le donne, i clienti e il proprietario del bordello.

Se voi coltivate qualche aspettativa che il Paradise possa rappresentare una scena da Eden della sessualità liberata, sarebbe meglio che vi arrendeste subito. All’inizio, uno dei clienti ha spiegato la sua filosofia agli intervistatori. “Il sesso è un servizio,” ha detto, “Se tu vuoi ottenere del buon sesso, devi pagare abbastanza per esso.” (L’idea che il “buon sesso” possa includere il rispetto, l’intimità o il mutuo consenso non gli passa per la testa: è semplicemente un servizio, una prestazione tra uomo e donna, come se si trattasse della lavanderia o delle pulizie domestiche)  L’intervistatore domanda: “Che effetto ha questo sulle ragazze?” e il cliente sembra sinceramente perplesso. Dopo un attimo di silenzio, ammette: “Non so, non ci ho mai pensato”.
Sembra che un sacco di uomini non pensino a ciò che stanno facendo alle donne che pagano per fare sesso. Quando Josie, che lavora come prostituta al Paradise, mostra il contenuto della sua borsa alle telecamere, offre un inventario triste di dolore – vissuto, previsto ed evitato. “Ho un vibratore.. uno piccolo perché a volte i clienti sono un po’ aggressivi, un po’ rudi”, spiega. Una confezione di medicinali, anestetici genitali: “è come una piccola assicurazione se il dolore diventa troppo forte”, spiega.
Che tipo di “lavoro” può essere questo, per cui le donne devono assumere anestetici per sopportare la penetrazione da parte di uomini che nemmeno pensano che la persona che hanno davanti sia capace di sentimenti? Certo non si tratta del tipo di lavoro per cui le donne sono rispettate per farlo. Michael Beretin, il responsabile del marketing del Paradise, parla delle donne con il massimo disprezzo: “Queste persone sono totalmente fottute, un gruppo di persone senza funzione. Poche di loro hanno ancora un briciolo di anima… è molto triste ma è quello che sono.” (Questa strana contabilità dell’essenza umana mi ricorda una risposta di una tenutaria di un bordello in Nevada a Louis Theroux, nel 2003, contenuta nel documentario Louis and the Brothel: “Una ragazza è brava in ciò che fa se ogni volta lascia un pezzettino della sua anima.”) La teoria secondo cui la stigmatizzazione scomparirebbe con la legittimazione (del lavoro di prostituta, ndr) si rivela pura fantasia, scompare quando si scontra con la realtà dei fatti.
In Germania ci sono ancora magnaccia (i “loverboys” che manipolano le donne nei bordelli e gli rubano i guadagni). Ci sono ancora i trafficanti, che cercano di piazzare i loro prodotti umani nei Paradise. C’è ancora odio nei confronti delle donne. E fondamentalmente, c’è ancora la prassi brutale che le donne vengono scopate per soldi, scopate che fanno male, come se non si sentissero a casa nel proprio corpo. La prostituzione è violenza contro le donne, inflitta dagli uomini. La violenza di essere malmenata con un vibratore, è inferiore alla violenza di essere soffocata, ma anche il fatto di dover fare un confronto è nauseante. Non esiste nessuna “sicurezza” qui – quando i corpi delle donne sono aperti per l’uso maschile, stiamo semplicemente discutendo il confine tra “terrorizzata” e “morta”. La prostituzione non è semplicemente un lavoro con qualche sfortunato, ma inevitabile (maschio, violento) pericolo, che può essere migliorato: è un’istituzione che insiste sulla disumanizzazione delle donne, lo strappar via l’anima per renderle più facili da scopare, da usare, da uccidere. Sotto il cielo o sotto un soffitto, le cose non cambiano. Nessuno sospettava di Steve Wright. Era un cliente abituale. Sono gli “abituali” il problema.

 

Appuntamenti sul tema:

Mercoledì 18 febbraio 2015 – Dalle ore 17,30 alle ore 20,00
Presso la sede della Caritas Ambrosiana in via S. Bernardino 4, Milano

si svolgerà il seminario: “Tratta e prostituzione. Corpi in vendita: il denaro, il grande mediatore” (qui i dettagli).

 

Approfondimenti:

http://blog.iodonna.it/marina-terragni/2015/02/13/gli-intoccabili-diritti-del-c-o-la-consigliera-di-parita-del-governo-difende-i-quartieri-a-luci-rosse/

http://infosullaprostituzione.blogspot.it/2014/05/lesperimento-fallito-della-prostituzione.html

http://femminismoinstrada.altervista.org/autodeterminazione-e-forse-il-sogno-vecchio-e-moderno-dellautonomia-del-se-conversando-partire-da-altre-partire-da-noi/

http://infosullaprostituzione.blogspot.it/2015/02/cosa-accade-nei-paesi-dove-esistono-le.html

http://roma.repubblica.it/cronaca/2015/02/09/news/prostituzione-106916632/?ref=HREC1-4

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Sex work non è un termine neutro

Las senoritas de Avignon - Picasso

Las senoritas de Avignon – Picasso

 

Oggi desidero condividere con voi questa mia traduzione (perdonatemi se non è perfetta!) di un articolo molto interessante (dal titolo Why we shouldn’t rebrand prostitution as “sex work”, qui l’originale) di Sarah Ditum, pubblicato lo scorso 1 dicembre su New Statesman.

La prostituzione va raccontata per come è nella realtà. Le parole sono cariche di senso e vanno adoperate con oculatezza.

 

Daisy aveva 15 anni quando fu segnalata per la prima volta alle autorità di polizia per prostituzione. Lei ha raccontato a pochissime persone questa parte della sua vita, perché non desidera che questa possa avere ripercussioni in quella attuale (in questo articolo ogni dettaglio che possa identificarla è stato rimosso). Questo fa di lei una delle tante voci di donne che non ascolterete mai nei dibattiti attorno all’industria del sesso.

I responsabili politici e le femministe continuano a ripetere di “ascoltare le sex workers”, ma vale la pena sottolineare come si possano ascoltare solo le voci di coloro che volontariamente desiderano condividere la loro esperienza, maggiori saranno state le pene sofferte e minore sarà la probabilità che desideri renderle pubbliche. Figure come Brooke Magnanti “Belle de Jour” e Melissa Gira Grant (autrice di Playing the Whore), possono diventare rappresentative del mondo della prostituzione probabilmente proprio perché le loro esperienze positive sono inusuali. Sul fronte opposto troviamo donne che si definiscono “sopravvissute”, come Rachel Moran e Rebecca Mott. Per queste donne, il commercio sessuale non è altro che un trauma, e ripercorrere quel trauma è parte integrante della loro campagna pubblica di sensibilizzazione sul tema. Questo è il duro scotto da pagare ed è ciò che Daisy, incontrata in un centro di sostegno alle donne vittime di violenza, rifiuta di fare: “Mi rifiuto di costruire una mia “carriera” fondata sul fatto di essere una “ex” di qualcosa, non è un’etichetta che desidero accettare”. La questione delle etichette è fondamentale quando affrontiamo il tema della prostituzione. Al momento è in atto una campagna a cura della Associated Press per rimuovere la parola “prostituta” dal suo Stylebook del 2015. Certamente il suo uso distruttivo e dispregiativo come sinonimo di “donna” è da bandire. Nel 1979, i poliziotti che indagavano sul killer dello Yorkshire discriminarono tra donne “vittime innocenti” e le prostitute (quasi a voler sottolineare la linea di demarcazione, come se in qualche modo si volesse defraudare le donne morte di un uguale diritto alla vita, ndr). In un appello straordinario diretto all’assassino, la polizia del West Yorkshire promise di continuare a contrastare la prostituzione, arrestando le prostitute, quasi a voler sottintendere che fossero in qualche modo concordi nell’azione di “pulizia” attuata dal killer, seppur con metodologie meno violente (naturalmente questo appello non sortì alcun effetto, perché Sutcliffe, the Ripper, uccise altre due donne, prima di essere catturato). Nel 2006, la polizia di Ipswich indagò su un altro serial killer che prendeva di mira le donne che vendevano sesso, ma questa volta il linguaggio usato fu differente: in questo caso le vittime non furono definite “prostitute”, ma semplicemente donne. Si tratta di un piccolo ma significativo slittamento di senso. Le circostanze in cui le donne vengono uccise sono rilevanti per le indagini, ma non devono essere presentate come una giustificazione delle loro morti.

Coloro che si definiscono sostenitori delle sex workers vorrebbero introdurre il termine sex worker all’interno dello Stylebook; io sono una dei firmatari di una lettera rivolta all’AP affinché rigetti tale richiesta. Cosa c’è che non va nel termine sex worker? Per prima cosa, si tratta di un termine molto generico. Esso può includere sia le prostitute di strada, sia le escort, sia le spogliarelliste, che le operatrici delle hot-line, le tenutarie dei bordelli, i venditori di sex toys, così come i loro “manager”. Chiaramente non stiamo parlando di categorie assimilabili, per cui qualsiasi teoria o legge che tenti di trattarli con un approccio unitario rischia di soccombere sul fatto che non tutte le fattispecie sono riconducibili al sex work. “Sex work” è utilizzato anche da coloro che affrontano le tematiche di genere in maniera zelante: il termine prostituta sarebbe così imbevuto di una connotazione “femminile”, da essere necessario specificare quando si tratta di prostituzione maschile, mentre “sex worker” potrebbe essere valido per entrambi i generi. L’intenzione potrebbe essere anche buona, ma può essere fuorviante: perché la maggioranza di chi si prostituisce è donna, e coloro che usufruiscono dei servizi sessuali sono prevalentemente uomini. Quando si tratta di prostituzione, il genere neutro è una mistificazione. Se da un certo punto di vista il termine “sex worker” è troppo ampio, da un altro è troppo riduttivo: arriva a comprendere molte più cose della vendita di sesso, ma esclude coloro che hanno venduto o vendono sesso ma non si riconoscono come “sex worker”. Daisy è una di loro. Quando le ho chiesto se definirebbe mai se stessa come sex worker, la sua risposta è stata accesa: “Non vorrei adoperare quell’espressione. Nessuna donna è una “sex worker”. Non è un lavoro, si tratta di violenza”. La storia di Daisy dimostra che è impossibile concordare con il liberalismo più ottimista, che sostiene che le donne siano in grado di compiere una scelta razionale quando entrano in questo mondo o scelgono di scambiare sesso con il denaro. Quando una giovane adolescente scappa dalle violenze familiari, ha una vita fatta di espedienti, piccoli crimini, senza una fissa dimora. Un giorno la persona con cui sta le propone di fare sesso con un suo amico. “Era un magnaccia (ponce)”, mi dice. Io le chiedo quale sia la differenza tra magnaccia (ponce) e mezzano/procacciatore (pimp). La risposta sta tutta nei metodi con cui questi uomini controllano le donne: un pimp si serve di minacce, mentre un ponce sfrutta la vulnerabilità emotiva. “Un mezzano ti dice subito – sei lì solo per fare soldi,” dice Daisy. “Un ponce (magnaccia) ti dice che ti ama e che ci tiene a te, ma alla fine il risultato non cambia.”

Naturalmente non vi è certezza che il racconto che una donna fa della sua esperienza di vita sia effettivamente rispettato da coloro che sostengono di ascoltarla. Quando Maya Angelou è morta a maggio di questo anno, le rappresentanti delle sex workers l’hanno annoverata tra le loro fila, nonostante Maya non si fosse mai definita una “sex worker”. Un articolo apparso sul sito Vice l’ha arruolata per la causa dell’International Whores’ Day, mentre in un articolo su Mic, Angelou diviene uno strumento utile per una reprimenda contro il femminismo in generale: “Quando il femminismo si fissa su quello che le donne dovrebbero e non dovrebbero fare – sia che si tratti di sex work, che di matrimonio, di percorsi di carriera che di scelte di stili di vita – perde la sua missione principale per l’uguaglianza, la diversità, l’accettazione. Falliscono le sue donne e le sue leader, come Maya Angelou.” Certo è vero che Angelou non indulge mai in una condanna di se stessa quando racconta la sua esperienza di prostituzione nel suo Gather Together in my Name. Ma allo stesso tempo, nessuno può leggere la sua autobiografia, traendo la conclusione che lei auspichi che altre donne seguano la sua esperienza. Più avanti ha raccontato la sua esperienza come “pimp” e di essere successivamente diventata la mezzana di se stessa.

Tuttavia esistono donne che sono considerate totalmente riabilitate. La reputazione di Andrea Dworkin come SWERF (acronimo di “sex worker exclusionary feminist“) ha avuto la meglio sulla sua esperienza personale nel mondo della prostituzione, fondamentale per il suo lavoro. “I presupposti delle prostitute sono anche i miei presupposti”, disse in un suo discorso nel 1992. “Sono i miei punti di partenza… La prostituzione non è un’idea astratta. È la bocca, la vagina, il retto, penetrato solitamente da un pene, talvolta mani, talvolta oggetti, da un uomo e poi da un altro, e poi un altro e un altro ancora.” Questi aspetti sono difficili da affrontare, senza scivolare nella scabrosità, e Daisy devia sempre il discorso quando ci avviciniamo a parlare di sesso reale. Mi chiedo se questi tentativi di cambiare argomento siano intenzionali o meno.
“Non mi va di parlare dell’atto in sé”, mi dice. “Non voglio che sia squallido. Mi interessa far capire i danni emotivi che quell’atto provoca.” Per Daisy questo danno interiore è stato molto profondo: mentre nella prostituzione, mi dice, che era incapace di creare relazioni intime. “Come ti comporti con una persona che fa sesso con altri?” mi chiede. “Come puoi condividere qualcuno che ami con altri? Sono degli elementi che ha compreso a distanza di tempo. “Quando ero coinvolta in prima persona, ero la più grande sostenitrice di quello che facevo. Dovevo giustificare in qualche modo quello che facevo. Come avrei potuto sopravvivere altrimenti?” Quell’imperativo di sopravvivenza non ha portato Daisy a drogarsi o a bere, ma ha sviluppato un’altra mania compulsiva: “Compravo. Era la mia cura.” Verso la fine della sua esperienza, Daisy guadagnava £200 a serata e 500 da venerdì a sabato. Se li spendeva tutti, perché non sopportava l’idea di tenerli. Esistono anche danni fisici. Domandandole se avesse mai subito aggressioni da parte di clienti, Daisy mi ha indicato una cicatrice sul suo volto: la violenza è qualcosa di inevitabile quando ci si prostituisce.

Perciò se definiamo il sesso un lavoro, che diamine di lavoro è? L’elemento del danno fisico potrebbe avvicinarlo a un tipo di lavoro ad alto rischio, tipico degli uomini, come coloro che lavorano sulle piattaforme petrolifere; ma questo tipo di impieghi solitamente comportano una serie di vantaggi compensativi del pericolo che si corre. Nella prostituzione, l’unica cosa prodotta è l’orgasmo maschile, e più una donna è in uno stato di pericolo, meno può dettare le proprie condizioni. Forse allora il sex work appartiene ai generi di lavoro femminili più umili, come le pulizie e la cura dei figli (una connessione tra English Collective of Prostitutes e la campagna per il riconoscimento di un salario per le casalinghe); ma noi riconosciamo che il lavoro domestico è un lavoro anche se non retribuito, mentre il sesso dovrebbe essere un piacere e non un noioso obbligo. Per questo l’analogia non regge. Potrebbe essere qualcosa di simile a fare l’attrice o la ballerina – arti che presuppongono un pieno uso del corpo? (In questo caso ci sono dei precedenti storici, che vedono attrici e ballerine spesso associate all’immagine di prostitute o quanto meno ne avevano la fama). Ma gli attori e i ballerini sono personaggi pubblici celebri: la prostituzione avviene nel privato, e come la maggior parte delle cose che avvengono nel privato, essa non conferisce prestigio a coloro che la praticano, per quanto bravo/a possa essere.

Attori e ballerini non forniscono l’accesso ai loro organi intimi, e si applicano in una formazione personale onerosa, che non è richiesta a chi si prostituisce. Infatti, l’unico requisito per prostituirti è che tu abbia un corpo da penetrare e che un uomo sia disposto a pagare per farlo. I sostenitori del sex work, amano ricordarci che nessuna donna vende letteralmente il suo corpo, dal momento che mantiene la piena proprietà sulla propria persona. Ma chiaramente, ciò che viene pagato dai clienti è effettivamente il corpo – il bene che viene acquistato è il diritto di accedere al corpo della donna per un certo periodo di tempo e/o il compimento di atti specifici. Ciò che gli uomini comprano dalle donne non è il loro lavoro, ma una licenza monouso per penetrare il loro corpo. I critici della prostituzione sono spesso accusati di voler controllare la sessualità femminile, ma vale la pena ricordare che se la prostituzione dipendesse dai desideri delle donne, non dovrebbero essere pagate per partecipare: nessuno ha più potere sulla sessualità di una donna di un uomo che la paga per facilitare il suo orgasmo.

“Sex work” non è un termine neutro: esso veicola i suoi presupposti politici tacitamente nascosti, così come qualsiasi altra scelta. Quando parliamo di “sex work” noi avalliamo l’idea che il sesso possa essere una professione per le donne e un piacere per gli uomini – uomini che hanno il potere economico e sociale di agire come una classe di “padroni” in materia di prestazioni sessuali. Noi accettiamo che i corpi delle donne esistano in quanto risorsa “utilizzabile” dalle altre persone – persone di sesso maschile con i mezzi per pagare per scopare. La prostituzione è un’istituzione economica costituita non solo da donne che vendono sesso, ma significativamente, da uomini che creano la domanda, commettono la violenza ed estorcono un tributo emotivo alle donne con cui fanno sesso. Alcuni di questi uomini riconoscono che ciò che fanno può essere potenzialmente dannoso: un uomo intervistato (qui) ha ammesso che egli avverte quanto sia “emotivamente dannoso per le donne”, prima di auto-assolversi sostenendo di essere “solo uno in più dei tanti”. Daisy ha lasciato la prostituzione a 30 anni, e ora lei sostiene di essere di nuovo “un tutt’uno, mente e corpo”. Possiamo ascoltare solo lei e le donne come lei, se si desidera adoperare argomentazioni oneste in merito a ciò che comporta la vendita di sesso.

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