Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Partigiani di una nuova Resistenza. Di responsabilità individuale e collettiva.

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«Il senso dell’utopia, un giorno, verrà riconosciuto tra i sensi umani alla pari con la vista, l’udito, l’odorato. Nell’attesa di quel giorno tocca alle favole mantenerlo vivo».

Gianni Rodari


Parliamo di responsabilità individuale, di responsabilità collettiva, sociale, di corpo sociale. Ma occorre fare un passo indietro per focalizzarci su cosa siano gli individui, ieri, oggi in pandemia e in prospettiva cosa deve cambiare, perché occorre che tutti noi capiamo una semplice, dura realtà, nulla sarà più come prima, nel bene e nel male. Come individui siamo immersi in un contesto che molto spesso ha privilegiato più l’io che il noi. Quindi si è pompato e gonfiato l’ego a discapito di un senso di solidarietà sociale, di empatia sociale, di sentirsi parte e partecipare a qualcosa che andasse al di là di noi stessi. Con effetti negativi anche sui diritti tanto faticosamente raggiunti e successivamente, via via intaccati, in molti casi spesso senza che ce ne rendessimo conto. Al massimo ci si è spinti a pre-occuparsi dell’ambito familiare (la famiglia nucleare), ma questo ha semplicemente portato acqua al mulino del familismo amorale, con tutte le conseguenze che ne derivano.
Quindi siffatti individui, plasmati e costruiti così, assai adatti a una contemporaneità che brucia tutto istante dopo istante, per poter alimentare il ciclo produci-consuma-crepa, si sono trovati di fronte alla pandemia con strumenti inadeguati, come se si pensasse di andare al mare con un paio di sci ai piedi.
Tutta questa abbondante introduzione a che pro? Mi serviva per raccontare cosa sta accadendo in Italia, a Milano. Un’esperienza dal personale al generale, ma senza generalizzare.
In gran parte, per contenere la diffusione del Covid19, si è fatto affidamento o forse si è scaricato tutto, troppo, sul singolo individuo, come se fosse ovvio aspettarsi un comportamento collaborativo, sensato, pro-attivo, responsabile. Forse senza troppo considerare quanto doveva essere messo a punto da parte dei governi centrale e regionali. Insomma, c’era tanto da fare, dall’ambito diagnostico, sanitario, a quello di tracing, infrastrutturale ecc, per rendere il sistema Paese pronto, abbiamo sprecato l’occasione. Ma è stato un susseguirsi di: rispetta le regole, i DPCM settimanali, le disposizioni che cambiano da un giorno all’altro. In tutto questo si è retto abbastanza bene in una prima fase, quando c’è stato un lockdown chiaro, certo, dai contorni e dalle regole abbastanza intellegibili. In gran parte c’è stata adesione, forse perché motivati a uscirne al più presto. Settembre, dopo una estate rassicurante, che ciascuno ha vissuto con più o meno senso di liberazione, ha portato un certo ottimismo governativo nell’essere pronti a qualsiasi scenario. Siamo in poche settimane giunti allo scenario più preoccupante e l’autunno forse ci ha colti più stanchi e refrattari a nuovi, necessari sacrifici. Rimanda e nega, tra un ammonimento blando, un consiglio, una raccomandazione, nuove restrizioni spesso poco comprensibili e frazionate: tutto è stato reso più complicato. “Questo sì, quello no, quell’altra cosa va bene, ma solo se”, colori e pennarelli per le varie regioni, rimpalli tra territorio e Governo centrale, subordinazione o pronazione ai poteri economici e alle associazioni imprenditoriali hanno di fatto creato una frittata. Per la scuola l’ottimismo con cui si è affrontata la riapertura, probabilmente non ha permesso di vederne i limiti reali. I protocolli hanno da subito iniziato a cozzare con l’organizzazione sanitaria, la capacità di fare tamponi e di farli in tempi rapidi. Di fronte alle difficoltà si è scelto semplicemente di cambiare le regole in corsa, tagliando per esempio l’obbligo di tamponi per i contatti con positivi per il rientro a scuola, si è scelto che in assenza di sintomi, bastavano 14 giorni di quarantena fiduciaria. Si è scelto di non indagare su possibili asintomatici (assai numerosi nelle fasce più giovani), si è scelto di lasciare ai singoli la scelta tra l’essere prudenti (o meglio potersi permettere di pagare un tampone) o semplicemente seguire un protocollo dall’ampio margine di rischio potenziale. Si moltiplicano le quarantene fiduciarie degli studenti, naturalmente i genitori e i fratelli possono continuare a lavorare e ad andare a scuola.
Ma questo metodo è valso in generale, non solo per quanto riguarda la vita scolastica. Le maglie larghe dei protocolli e il buon senso, il senso civico, il rispetto degli altri: un mix che non è stato proprio un successo. Io stessa ci ho un po’ creduto e mi sono affidata alle capacità intrinseche della comunità scolastica, degli altri genitori, pensando erroneamente che per il bene della scuola, per il bene di studenti e insegnanti, si potessero adoperare comportamenti responsabili. Così non è stato alla prova dei fatti. I genitori hanno continuato a mandare i figli malaticci e ridotti uno straccio a scuola, loro stessi hanno continuato a lavorare e ad andare in giro anche con problemi di salute e tutte le raccomandazioni sono state infrante di fatto. Ci hanno detto in tutte le salse da marzo di stare a casa in caso di sintomi compatibili, ma sembrano parole cadute nel vuoto. L’indagine epidemiologica è saltata da settimane. Anche a scuola si prende ormai semplicemente nota, quando qualcuno chiama avvisando di una quarantena, ma siccome ci si allarma solo se il positivo è il bambino frequentante, si va avanti senza problemi. Visto l’elevato numero di positivi sintomatici o asintomatici a Milano, con il tracciamento non più praticato, un faidaté ormai consolidato, un affidarsi totalmente ai cittadini per contenere i contagi, non si può continuare a fidarsi del sistema messo in piedi per poter riprendere le lezioni in presenza. Tutto franato. Game over. Qui siamo al “si salvi chi può”, ciascuno scelga cosa è meglio, si tuteli come meglio crede.

Non è più questione di Dad, non Dad, didattica, qualità, dispersione. La pandemia in questa fase è qualcosa che terremota tutti i piani e lascia emergere tutto il disastro che viene da decenni di abbandono. Non solo infrastrutturale, di risorse, di organizzazione, di presidi territoriali, di scuola, di investimenti. Il disastro è soprattutto culturale, di come cresci gli individui, di come diventano adulti, di come li educhi ad essere cittadini, di come riempi di senso la parola “cittadini”, o semplicemente membri di una comunità umana. La pandemia non si può affrontare solo con piani e regole, strutture, strumenti, richiede un coinvolgimento e una partecipazione consapevole e solidale di tutti.

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Questa sfida epocale riguarda noi, richiama gli adulti che siamo, la nostra adesione a un sistema valoriale e ideale, di società, di corpo sociale, in cui ciascuno è tassello fondamentale, parte di un sistema complesso e interconnesso. Da questa crisi se ne esce se si aderisce con convinzione all’idea che solo insieme, rispettandoci a vicenda e avendo cura di noi stessi anche attraverso la cura degli altri, ce la possiamo fare. Che dovremo costruire altro, a partire da come abitiamo questo mondo, da cosa vogliamo lasciare agli adulti di domani, di quali sono le priorità su cui investire, sui cambiamenti che dobbiamo pretendere dalla politica e dai nostri amministratori, da quali messaggi e valori vogliamo che siano fondanti per il futuro. A partire dall’esempio. Noi adulti un po’ dispersi e un po’ confusi: è il momento di cambiare. Le nuove generazioni sono pronte, non ammorbiamoli con le nostre vecchie idee.

Sarebbe stato indubbiamente auspicabile e maturo, adeguato ai tempi, che gli adulti, i genitori spiegassero ai ragazzi che il momento, la fase necessitano di sacrifici e sensibilità, impegno e rinunce collettive, insegnando a fare la propria parte, come partigiani in una nuova Resistenza, schierarsi a difesa del diritto alla salute, senza il quale vengono meno tante e tante altre cose e diritti. Non c’è futuro senza salute. Non c’è nemmeno l’istruzione.

Ragazzi che andrebbero aiutati a calarsi nella realtà contingente, sofferente. Gli esempi familiari sono fondamentali: non si va lontano se gli stessi adulti appaiono fragili, disorientati, abbarbicati al passato, cinici, negazionisti, indifferenti.

Attorno c’è una situazione catastrofica e dolorosa. Difficile ma necessario accettare che così è e non si scappa. C’è una pandemia che ha evidenziato le disuguaglianze presenti nelle nostre società, disparità di cure e di accesso all’assistenza sanitaria, pur in presenza di un formale servizio sanitario pubblico e universale. C’è un inaccettabile numero di decessi, di persone che non trovano un efficiente servizio diagnostico e terapeutico.

La Dad non è vuoto di formazione, è l’unico modo per resistere e continuare a realizzare e praticare il diritto allo studio in tempi di pandemia. Ci sarà tempo per recuperare socialità e interazione dal vivo. Ma occorre che ci arriviamo con meno traumi, sofferenze e morti possibile. Non vedo granché futuro migliore con queste premesse. Facciamo fatica a mettere da parte l’individualismo, a guardare un po’ più in là di noi stessi. Forse la dimensione collettiva, politica per questi ragazzi si ferma al loro piccolo mondo antico, quello tanto caro ai genitori, quello pre-covid, composto da modelli tossici. Non fate paragoni con il movimento scaturito da Greta Thunberg, che ha davvero messo in discussione modelli di sviluppo, sfruttamento, consumo, produzione, stili di vita. Greta, ha parlato di una priorità collettiva: ha posto la difesa dell’Ambiente alla base di tutto, che vuol dire salute, vuol dire non cancellare la possibilità di avere un futuro diverso, che non sia fondato sulla depredazione, sullo sfruttamento selvaggio delle risorse, sul consumo compulsivo. Greta, e chi si è unito a lei, hanno chiesto questo ai Governi, un cambiamento radicale. Lo ha fatto rinunciando alla scuola, scioperando a oltranza, poi ogni venerdì, per esprimere questa necessità di invertire la rotta. Respiro collettivo non autoreferenziale, bensì trasversale tra generazioni diverse. Perché senza tutela dell’ambiente, della salute non ha nemmeno senso parlare di altro. Il cambiamento climatico, la riduzione degli habitat naturali, uno sviluppo non rispettoso dell’ambiente e degli animali, impattano su tutto, anche sulla diffusione di virus e sul nostro benessere. Quindi, come vedete, Greta ha scelto e compreso le priorità. In Italia non mi sembra che sia avvenuta una piena e sincera riflessione in questo senso.

E non vanno bene quegli adulti che non capiscono che prima di chiedere scuole aperte si dovrebbe ottenere altro. E non vanno bene quegli adulti che non sono capaci di immedesimarsi in un bambino che deve frequentare in questo periodo, con le mille regole della scuola in presenza. La realtà è diversa da come ci si immagina, la scuola è irrigidita e quasi irriconoscibile: questo il benessere, questa l’attenzione all’infanzia? Lezioni ormai esclusivamente frontali, note disciplinari a go go non appena i bambini mostrano un desiderio di staccare dal flusso incessante di lezioni.

C’è però la recente indagine dell’Università Bicocca, che ci aiuta a comprendere meglio alcuni genitori: sembra infatti che una parte di essi abbiano mal tollerato/gestito la presenza dei figli durante il lockdown. I figli si educano e si crescono, non è una passeggiata. L’abitudine a delegare in toto questo compito dalle 8 alle 10 ore a scuola o ad altri enti, ha permesso di conciliare lavoro-vita privata, ma non sempre ha avuto brillanti risultati: non ci si può improvvisare genitori, normale sentirsi un po’ tra sconosciuti. Quell’alibi sulla qualità del tempo, a cui anche io per un po’ mi sono appoggiata, regge poco. Quando richiamiamo le questioni di genere, noi donne dobbiamo piuttosto lottare affinché anche i padri si assumano la loro fetta di genitorialità, molti già lo fanno e lo fanno egregiamente e con soddisfazione. Perché non sono i bambini ad aver vissuto male il lockdown ma una quota di adulti incapaci di gestire una situazione inaspettata, di fare gli adulti, di adeguarsi, incapaci di quella resilienza che tanti bambini e ragazzi hanno dimostrato. Alcuni adulti si sono rivelati incapaci di fare la propria parte e che quindi non hanno saputo cogliere l’urgenza di una rimodulazione di tempi, modi, relazioni e stili di vita.

Inconsapevolmente molte persone hanno assorbito una cultura fondata su sfruttamento e profitto, senza più strumenti per comprendere i fenomeni, con un analfabetismo diffuso che non permette una lettura politica della realtà e del lavoro, si finisce con l’assecondare e sostenere le ragioni economiche e certi modelli di vita e lavoro, di fatto rinunciando ai diritti, a lottare per essi e quindi a pretendere servizi di welfare pubblico che però non dovrebbero essere coperti dalla scuola, perché la scuola ha altri compiti, formazione e educazione, non baby sitting. C’è una generazione, la mia specialmente, disabituata ad assumersi le responsabilità. Incapaci di lottare, assuefatti e rassegnati. La scuola è diventata funzionale a una resa e a una subordinazione a un ben preciso modello economico neoliberista, che si traduce poi in “io faccio quel che mi pare”. La scuola è stata un ennesimo vagone agganciato alla propaganda di Confindustria e dell’economia malandata italiana, tuttoaperto, nessunsifermi. La scuola, l’involucro doveva restare aperto, soprattutto quello dei piccoli, infanzia e primaria, necessario baby sitting pubblico per permettere al lavoratore prono di continuare a subire sfruttamento e nessuna tutela della sua salute. Quindi, sacrificabili anche gli insegnanti, alla mercé di una priorità economica. Quindi nulla di rivoluzionario, lo slogan aperturista sembra andare sotto braccio al potere più cinico, quello che non guarda in faccia alla vita e alla salute delle persone. Che i ragazzi non siano stati in grado di comprendere questa banale ed evidente strumentalizzazione è il risultato di un sistema culturale e valoriale nel quale sono cresciuti. Ci vorrebbe un bel caffé per risvegliare la loro coscienza.

L’idea di scuola che in molti stanno difendendo è esattamente quella classista, elitaria (e anche sessista, perché tende a segregare ancora per genere) gentiliana, perché nei fatti questo era prima del Covid, e quella “presenza”, quell’esserci in classe non colmava le altre forme di distanza, non era realmente inclusiva. Eppure, prima della pandemia tutto scorreva come se niente fosse, come se fosse naturale “escludere” e perdere studenti, compagni nel percorso di studio. La routine quotidiana non si soffermava certo ad aspettare i compagni, anzi. C’è sin dalle elementari una sorta di iper competizione, che non è tanto concentrata su ciò che ho appreso o quanto sono migliorato, quanto proprio sul dato, sul voto numerico raggiunto. I genitori impegnati a pubblicare sui social la pagella ne sono un esempio lampante. Assenti tutto l’anno dalla vita scolastica dei figli, salvo poi esibire il trofeo a fine quadrimestre. La corsa alla scuola più esclusiva, l’atteggiamento snob riguardo ad alcune scuole di quartiere, strategie per andare nel corso migliore sin dalle elementari. Insomma, altro che lotta per un equo diritto allo studio, basta con la farsa. La scuola questo era già ben prima del Covid. Altrimenti non avremmo dimenticato in tutta fretta che indipendentemente dal Covid, avevamo alti tassi di abbandono scolastico e percentuali di laureati ancora molto inferiori alla media europea. L’idea di scuola, quella che tutti abbiamo in mente, l’immagine nella caverna di Platone, è fatta di aule, lavagne più o meno multimediali, cattedre, banchi, libri. Ma questa è la forma, l’immagine. Poi c’è il dato variabile: le relazioni, le capacità didattiche, le formule e i modelli di apprendimento, il mix umano che fa la differenza, oppure non riesce a farlo, perché nessun intervento pedagogico ha la sicurezza assoluta di avere successo o di riuscire a farlo uniformemente e per tutti i soggetti a cui si rivolge.

Ma perché non riusciamo a vedere che la realtà fuori è già assai diversa, cambiata, necessita altre formule e altre tecniche, altri strumenti, altri luoghi che non sono necessariamente fisici, in cui sviluppare parte di quella didattica e relazioni? Magari finalmente riusciremo a guardare in faccia la realtà, di quanto tuttora la scuola abbia conservato quei tratti di inizio ‘900, quei meccanismi di selezione, assai ben gestiti dalla classe dirigente, che non ha mai ben digerito coloro che negli anni sono riusciti a rompere il proprio destino di nascita. Non c’è miglior rivoluzione del non farsi stendardo di chi ci ha portati a non avere futuro. Non c’è miglior rivoluzione del resistere per un beneficio collettivo, per la salute, bene comune, di cui prenderci cura l’un l’altro. Non c’è miglior rivoluzione del senso dell’utopia per portarci là dove potremo costruire un Paese realmente diverso. Consentiamo ai bambini e ai ragazzi di immaginare un “altro” stile, modello, forma di vita, di studio, di affrontare imprevisti e difficoltà, conoscere la realtà per quella che è, non la bolla in cui tanti adulti vivono e pensano di crescere i propri figli. Senza aggrapparsi a una nostalgia di un passato marcio e da riformare, senza perdersi in una sorta di buco nero senza capacità progettuali e incapace di resilienza. Per una volta imparando ad assumersi le proprie responsabilità, senza sentirsi vittime, ma un po’ compartecipi dell’oggi e di ciò che vorremo costruire per domani, dopodomani e così via. Ma per tutto questo occorre in primis accettare la fase che stiamo vivendo, comprenderla e rimboccarsi le maniche, nulla dovrà essere più come prima.

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Sanità: la necessità di una visione strategica, programmatica e analitica dei fabbisogni territoriali


Lo scorso 8 Marzo, il Forum per il diritto alla salute in Lombardia ed il Movimento Culturale per la difesa ed il miglioramento del Servizio Sanitario Nazionale hanno organizzato un Primo convegno di studio sugli “Ospedali della Città Metropolitana: Presente e Futuro”.

Dopo una analisi della situazione milanese e lombarda si è affrontata la situazione assai dibattuta della soppressione degli Ospedali San Carlo e San Paolo e la costruzione di un nuovo ospedale a Ronchetto sul Naviglio a Milano. Qui trovate il comunicato stampa a margine dell’incontro e un allegato.

Le tre ipotesi emerse al tavolo


La salute, insieme all’istruzione, è un ambito fondamentale e cruciale, che necessita di un approccio attento e una programmazione adeguata.

Abbiamo voluto approfondire in particolar modo la questione della chiusura dei due poli ospedalieri, porgendo qualche domanda a uno dei relatori, Edgardo Valerio, medico ed ex dirigente sanitario milanese.

 

Un bilancio sintetico sulla riforma sanitaria Maroni e sulle condizioni dei servizi socio-sanitari dell’area metropolitana milanese.

In linea generale non mi piace chiamare “riforma” la normativa, sostanzialmente anticostituzionale, varata da Maroni per modificare la Sanità lombarda. È vero che riforma ha un significato letterale neutro, per cui anche i cambiamenti della natura dello stato di Hitler possono essere chiamati così. Io rimango più legato al termine di riforma applicato a cambiamenti di natura progressista che aumentano i diritti dei cittadini e vanno verso un loro miglioramento. Quindi in genere parlo di controriforma Maroni. Questa manovra ha profondamente destrutturato la Sanità Lombarda, salvaguardando in primis, anzi aumentandoli, i posti di Direzione di nomina politica. Per dare un esempio le ASL avevano 4 direttori (Generale, Sanitario, Sociale e amministrativo) ma gli ospedali avevano solo 3 direttori: mancava quello “sociale”; ora sia le Agenzie di Tutela della Salute (ATS), un po’ meno numerose delle vecchie ASL, che le Aziende Socio Sanitarie Territoriali (ASST), un po’ più numerose delle Aziende ospedaliere, hanno quattro direttori. Quindi nel totale i posti che la politica può dividersi sono complessivamente aumentati! Ma questa è la parte meno grave! Ci sarebbe molto da dire, ma forse qui ritengo opportuno citare alcuni fatti: i distretti di fatto, come previsti dalla normativa nazionale, non esistono più. Esistono solo nella ATS e corrispondono alle ASST. Ma hanno natura completamente diversa. Non gestiscono alcun Servizio. Le ASST, come quella nostra dei Santi Carlo e Paolo, gestiscono gli ospedali e tutte le attività di prevenzione, diagnosi e cura dirette alle persone singole (dalle vaccinazioni alla riabilitazione) nel territorio, ma in realtà la Regione Lombardia non ha dato alcuna organizzazione se non la previsione di presidi ospedalieri territoriali a altre strutture, ancora in gran parte sulla carta. La Sanità territoriale è rimasta ancella dell’ospedale e non parte fondamentale di una rete sanitaria di cui l’ospedale è una parte importante per specializzazione, intensità di cura e formazione.

Inoltre, non vi è alcuna formale previsione di un programmazione territoriale e ospedaliera. La proposta di cui si parla ultimamente, il nuovo ospedale previsto in Ronchetto dei Navigli al posto del San Carlo e del San Paolo, non è all’interno di una valutazione epidemiologica delle priorità e delle necessità di un territorio, ma solo frutto di valutazione prettamente economiche, scevre di veri riferimenti alla situazione locale e dell’intera area della città metropolitana.

I disservizi dell’assistenza socio sanitaria, i cittadini di Milano e del nostro municipio (7 ndr) li sentono già ora con i due ospedali ancora esistenti: tempi d’attesa, riduzioni delle sedi, impossibilità di interagire tramite le istituzioni comunali con la ASST Santi Carlo e Paolo. Peraltro la controriforma Maroni ha spostato l’interlocuzione con le istituzioni a livello della ATS di Milano e città metropolitana, con il potere decisionale sanitario ben ancorato in giunta regionale. Alla faccia del Sindaco che è e rimane Autorità Sanitaria Locale.

Il bacino di utenti (quantificazione?) come verrebbe investito dalla chiusura dei due ospedali e l’apertura di una nuova struttura? La razionalizzazione in che direzione va (posti letto, prestazioni, picchi di affluenza, categorie fragili bambini e anziani)?

Il bacino d’utenza dei due ospedali è enorme. Dobbiamo pensare che per quanto riguarda la sola Milano esso comprende sicuramente la zona 6, 7 e gran parte della 8 (il gallaratese tutto). A questo bisogna aggiungerei i Comuni limitrofi a partire da Settimo, Corsico, Buccinasco, Rozzano e altri. E qui parliamo di alcune centinaia di migliaia di abitanti.

Il problema non riguarda, se non marginalmente, il numero dei posti letto, che verrebbero ricreati a pochi km dal San Paolo, ma tutta la rete dei servizi per i cittadini che persistono attualmente, o nel tempo sono stati accorpati nella sede dei due ospedali in dismissione.

I cittadini hanno perso sedi di erogazione dei servizi territoriali (pensiamo al poliambulatorio di via Novara, ad esempio), accorpati all’interno delle sedi degli ospedali. Tutti questi servizi poliambulatoriali e sociosanitari finiranno in blocco a Ronchetto dei Navigli? Per i posti letto per acuti non sarebbe un grave problema, ma per tutta l’attività territoriale già in difficoltà questa è una ipotesi da scongiurare. Ma se la Regione pensa, come dichiarato dall’assessore Gallera della Regione (FI), di cedere le due strutture come compensazione per gli investimenti, al momento non è dato sapere cosa succederà di loro.

L’opposizione, di centrodestra, in consiglio comunale di Milano, aveva presentato una proposta di cambiare la destinazione d’uso non solo dell’area di Ronchetto dei Navigli ai fini della costruzione di presidi sanitari ma anche di variare anche in commerciale le aree dei presidi in essere. Tale proposta è stata bocciata dal Comune, che la ha subordinata ad una valutazione epidemiologica delle necessità sociosanitarie del territorio ed ad una contestuale realizzazione di quanto previsto dalla stessa valutazione. Meno male! Al momento infatti né Regione Lombardia, né ATS Milano né ASST hanno presentato alcuna valutazione in tal senso, che peraltro a tuttora non risulta neanche presente.

La realizzazione del progetto al momento ha una sua giustificazione sostanziale legata alla necessità di costruire un ospedale a Milano avanzato dal punto di vista tecnologico, che tenta di tenere testa alle previsioni di creazione da parte del privato di nuovi ospedali tecnologicamente allo stato dell’arte.

A ciò si aggiunga che oramai la letteratura ritiene che la vita media di un ospedale non raggiunga i 30 anni e che i due ospedali da dismettere sono difficilmente e con costi enormi adattabili alle necessità di una moderna Sanità pubblica. Peraltro i due ospedali dovranno comunque essere sottoposti a rilevanti interventi manutentivi nelle more della costruzione del nuovo. Quindi è chiaro che non si può essere a priori contrari alla costruzione di Ospedali idonei al trattamento corretto della popolazione. Rimane però altrettanto stringente il problema legato al che fare dei vecchi (a Legnano e Garbagnate gli ospedali dismessi hanno di fatto rappresentato situazioni di abbandono), ma soprattutto del mantenimento di una efficiente organizzazione territoriale atta a garantire i bisogni della popolazione. Ad oggi, anche “grazie” alla già citata controriforma Maroniana, la situazione è già deficitaria ed in peggioramento a prescindere del progetto di cui si sta discutendo.

Si è fatta una ricognizione sull’attuale situazione dei servizi, grado di benessere e soddisfazione dell’utenza? Quali esigenze sono state rilevate?

No , come già detto. Il Consigliere Comunale Rosario Pantaleo è l’unico che ha fatto, nella mozione che lo stesso ha presentato su questo progetto, una ricognizione dei Servizi sanitari e sociosanitari esistenti (senza però entrare nel merito del loro funzionamento, ndr) chiedendo che fossero almeno mantenuti. Dalla Regione Lombardia nulla ancora.

Si prevede una consultazione con la popolazione?

Al momento non è prevista dalla Regione, ma ritengo utile che tale consultazione venga fatta e che passi attraverso le associazioni dei cittadini, le organizzazioni sanitarie ma soprattutto nei Municipi milanesi interessati e nei Comuni coinvolti. Ma questa è una nostra richiesta. La consultazione dovrà essere conquistata dai cittadini e passare da forme condivise formali. Non ci si può fermare a raccolta di firme. Bisogna fare in modo che venga istituita una commissione con poteri decisionali degli Enti interessati (Regione Comuni, municipi e associazioni).

Il San Carlo è un presidio ospedaliero fondamentale per la salute delle donne, in particolar modo per l’applicazione della 194, che prevede anche uno dei pochi percorsi post-IVG proposti alle donne. Con un’unica struttura quali prospettive ci sarebbero?

La risposta a questa domanda segue il problema generale. Formalmente non si sa se e cosa dovrebbe cambiare e come. Questo è inaccettabile.

Stesso discorso vale per i consultori territoriali di pertinenza dei due ospedali che dovrebbero chiudere, per i quali al momento non sono previste ipotesi di rilancio e di riqualificazione sostanziale in termini di personale e dotazione tecnica.

Servizi di assistenza sanitaria di base (medico di base e guardia medica, ambulatori) inesistenti o di qualità bassa, tale da vedere spesso i P.S. come unico presidio funzionante (soprattutto per rispondere alle peculiari esigenze di bambini e anziani). Come si può gestire il flusso in un unico ospedale, considerando che in aree altrettanto vaste e popolate non è prevista una gestione di questo tipo. Si prevede un incremento delle convenzioni con il privato?

Anche questa problematica non è stata approfondita e merita una attenta discussione con la Regione secondo le modalità già dette. L’assistenza di base, con la cosiddetta guardia medica, è uno dei campi in cui il SSN è più in difficoltà e questo si ripercuote sul funzionamento degli ospedali. Ovviamente anche questo fa parte dell’analisi dei bisogni delle popolazioni interessate. Ma indica anche come sia assurdo progettare interventi quali quelli di cui parliamo, al di fuori di una seria valutazione dei bisogni delle popolazioni di tutta la Lombardia. Basti pensare che l’ultimo piano regionale di riorganizzazione degli ospedali è del secolo scorso (approvato con L.R. 3 settembre 1974 n.55 ). Appare ovvio che se il progetto va avanti così com’è previsto da Regione Lombardia, il rischio di un aumento di convenzioni con il privato è reale.

Assistenza sanitaria di base, servizi ambulatoriali e consultoriali. Criticità e punti di intervento. Carenze, disservizi, tempi di attesa: quali priorità e su quali leve puntare per risolvere questi problemi?

Questa domanda è cruciale, meriterebbe una approfondita valutazione, necessita di uno spazio ad hoc, con il coinvolgimento di più competenze. Ma indubbiamente vuol dire affrontare il punto in cui siamo arrivati, in uno dei Servizi Sanitari Nazionali più efficaci del mondo e di cui sono fiero, ma che proprio su questi punti ha le sue peggiori criticità.

A fronte della chiusura dei due ospedali, occorre in parallelo assicurare al territorio dei servizi di qualità e realmente in grado di gestire le più basilari esigenze. Quindi, evitare il pellegrinaggio tra una struttura e l’altra per avere diagnosi e terapia. Pensiamo per esempio in periodi di picco dell’influenza (critici per alcune categorie). Quindi qualità significa avere personale e strumenti adeguati. Significa prevedere a livello territoriale posti letto che vanno oltre il day hospital. Che margine c’è per assicurare tutto ciò? Stiamo andando verso un sistema sanitario pubblico universale in via di dismissione?

Come dicevo prima il nostro è ancora un Sistema Sanitario molto buono. In Regione Lombardia è sopravvissuto malgrado Formigoni, grazie alle pregresse capacità degli operatori ed alle tradizioni della Sanità lombarda. Con la controriforma Maroni, inopinatamente avvallata dal Ministro Lorenzin, e con i sempre più ridotti finanziamenti (da anni il SSN è sottofinanziato) e con il conseguente aumento della spesa dei privati, il suo universalismo è messo seriamente in discussione. Il mio timore è che se permettiamo ad una Sanità privata di avere eccellenze che il pubblico non ha o apriamo ad altre forme di finanziamento di tipo assicurativo, come prospettato anche da alcune parti sindacali e politiche, la dismissione del sistema sanitario pubblico sia alle porte.

Nel frattempo è arrivato un comunicato dell’assessore al Welfare della Regione Lombardia Giulio Gallera, che, a margine del sopralluogo all’ASST dei Santi Paolo e Carlo con la direzione strategica coordinata dal direttore generale, Matteo Stocco, ha precisato che:

“Il San Carlo non corre nessun rischio di chiusura”, spiegando che l’ospedale “è e rimarrà un polo di riferimento per il territorio, anche dopo la realizzazione dell’ospedale unico, con la riqualificazione di alcuni edifici esistenti e ulteriori servizi specifici che saranno definiti nel dettaglio. Gli allarmismi sono infondati e fuorvianti”.

“A breve – ha aggiunto Gallera – formuleremo una proposta operativa al Comune e al Municipio 7 per la declinazione dei servizi e degli spazi che dovranno essere specificati sulla base dei nuovi bisogni e delle nuove esigenze di carattere socio sanitario. Siamo inoltre in fase di definizione dell’Accordo di programma per la realizzazione del nuovo ospedale unico e presto trasmetteremo al Comune di Milano il piano dettagliato dell’operazione. Non possiamo permetterci di interrompere la corsa all’innovazione che si concretizza con la realizzazione di un nuovo presidio moderno e funzionale, strutturato sulle eccellenze dei due poli esistenti. Ma non saranno smantellati i servizi ad esempio legati alla cronicità, a beneficio dei cittadini che animano questo popolato quartiere di Milano accanto al San Carlo”.

L’assessore ha inoltre confermato gli impegni finanziari che prevedono investimenti pari a 29 milioni di euro complessivi per dotazioni tecnologiche moderne e adeguamenti strutturali degli ospedali dell’Azienda dei Santi Paolo e Carlo.

Sarà tutto da verificare, perché simili affermazioni trovino concretezza e non restino parole sospese per aria, anche perché è chiaro che senza garanzie di una continuità assistenziale territoriale di qualità, potrebbe essere in salita anche la concessione comunale dell’area nel PGT. È proprio in vista di un lavoro di riprogettazione dell’assistenza che occorre cogliere questo momento, soprattutto per quanto concerne anche i poliambulatori e consultori nelle aree periferiche: specialità e servizi di base realmente di buon livello.

La brillante Sanità Lombarda ci dà ulteriormente prova di una mancanza di visione non solo strategica, programmatica, ma anche analitica dei fabbisogni del territorio, interessata più che altro a “razionalizzare” e a risparmiare.

Come cittadina, auspico che si colga questo momento, in chiave di opportunità per avviare un iter di ascolto dei cittadini, degli utenti, un dovere per ogni amministratore pubblico. Ciò che sinora è mancato, si deve tornare a rivendicarlo, come unica strada per non trovarci in pochi anni con in mano le briciole di un sistema sanitario pubblico e universale.

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