Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

A bordo di un Titanic culturale e politico. Tra personale e politico.


C’era una volta e c’è ancora una attivista che credeva e crede di potersi impegnare e cambiare di un mm il mondo. Poi le cose col tempo certo cambiano, prendono la piega della realtà, fatta di muri e il solito sistema amicale, ricattatorio, connivente, padronale e volgare della politica. Dove un mare di gente naviga alla ricerca di benefici.

Quindi, visto che tuttora ci credo, adopero l’unica dote che ho: raccontare, denunciare, divulgare, solo perché forse rimanga agli atti nero su bianco il perché c’è sempre più sfiducia nella politica ed è sempre più probabile che nella vita reale delle persone non cambi mai nulla. Altrimenti questo Paese non sarebbe ridotto così, a mancette e provvedimenti hic et nunc senza respiro futuro. Non spetta a me dire se sono una persona onesta e dignitosa. Parla il mio percorso e sfido chiunque a dimostrare il contrario, oggi come ieri, quando mi si disse che sputavo nel piatto in cui mangiavo, peccato che già allora ero precaria e disoccupata e lo sono ancora oggi. Però la mia libertà di parlare nessuno me la può togliere e quindi parlo e denuncio cosa mi accade personalmente e cosa non va. Sono precaria e disoccupata per quella cosa lì che si chiamava e si chiama impossibilità di conciliazione, a cui in tante e tanti hanno sempre risposto, arrangiati, sei tu che non riesci. Ma come si può notare, non ho mai cercato e avuto benefici dal mio impegno politico, l’ho sempre fatto come servizio volontario, ho sempre e solo contato sulle mie forze, continuando a studiare, sì, come sto facendo anche in questo periodo. Non ho mai cercato affiliazioni e protezioni, corsie preferenziali. Continuo perché so che è l’unico modo per mantenere la mia mente oliata al punto giusto e per restare coerente con me stessa. Il mio “personale” è un racconto dalla realtà, quella che in tanti ormai non bazzicano da tempo, troppo presi dalle loro vite dorate a 300 all’ora, magari con l’aiuto di qualche sostanza. Perché esattamente come Genovese, li vedi come trottole h24, con il loro bagaglio di linguaggio prepotente e violento, pronti a cannibalizzare ogni essere umano, soprattutto se dissente. Io sono abituata a vivere osservando, lo faccio da quando sono nata, da quando a 3 anni si domandavano perché parlassi poco e fossi timida. Io non avevo bisogno di parlare, osservavo e registravo, crescevo. Ci ho messo almeno un paio di decenni perché quel bisogno di parlare non si potesse più contenere, ho iniziato a scrivere, per me, per gli altri e anche se non ho il patentino, eccomi qua che scrivo ancora, perché io sono ancora dotata di passioni e lotto. Non smetterò di lottare. Sia chiaro. In questo articolo ho fatto una mini rassegna delle problematiche che ho denunciato e per cui ho lottato per anni.

In queste ultime settimane ho parlato molto spesso della scuola, ma anche delle problematiche sanitarie collegate in tempo di pandemia. Ho scelto di non rimanere in silenzio e di non partecipare alla narrazione del “va tutto bene, scuole aperte ad ogni costo”, tanto poi a essere rimaste aperte sono state solo le scuole dell’infanzia ed elementari, prima media, composte evidentemente da soggetti sacrificabili. O peggio, le si è lasciate aperte come stampelle del mondo produttivo, come servizio di parcheggio pubblico per figli da custodire, che non potevano essere lasciati a casa da soli. I problemi non sono uguali dappertutto, lungi da me voler generalizzare, dipende dalla grandezza della scuola, la sua ubicazione in una città piccola o metropolitana, l’organizzazione interna, gli spazi, il numero di alunni, la situazione della medicina territoriale e l’organizzazione sanitaria in cui è inserita, la presenza di genitori di buon senso o meno, che si interessano o meno della salute dei figli, di un sufficiente senso di responsabilità e civico, dalla capacità o meno di mantenere in piedi le 3 T. Non potendo generalizzare, ho sempre chiesto interventi capillari, laddove la situazione era sfuggita di mano da settimane, laddove i numeri dei contagi erano evidentemente sottostimati e fuori controllo, laddove le classi e gli spazi scolastici erano rimasti identici al pre-Covid. Ma anche qui la mia esperienza personale era a detta di molti carta straccia, me la dovevo ingoiare, oppure mi si diceva che avevo ragione, ma che se la maggioranza dei genitori voleva il tempo pieno pienissimo e la scuola in presenza anche sotto le granate del virus, io dovevo rassegnarmi. Se ne è sempre fatta una questione di consenso, di assecondare una sorta di maggioranza, o meglio di compiacere chi faceva più baccano e chi adoperava ricatti elettorali per poter avere quello spazio parcheggio pubblico aperto, nonostante contagi a go go stessero travolgendo personale e studenti. Ma ancora una volta si doveva mettere tutto sotto il tappeto. Il dogma del luogo, involucro scuola aperta come l’unica possibilità di istruzione efficace, eppure è indubbio che già prima della pandemia quel medium, quel luogo, quelle relazioni non sempre erano vive, utili, funzionanti, efficaci, con risultati misurabili e ottimali. Semplicemente non interessava ai più occuparsi di questioni pedagogiche, modelli scolastici, strumenti educativi, efficacia dell’azione della scuola per promuovere una reale crescita e preparazione. Si tirava avanti e in tanti chiedevano anzi di tagliare fondi alle scuole. In piena pandemia, per poter meglio propagandare il “va tutto bene”, a un certo punto sono stati sospesi i questionari di rilevazione sulla situazione epidemiologica nelle scuole e già ai primi di ottobre si procede con una revisione al ribasso delle regole per il rientro in comunità/scuola dopo un caso positivo.

Vi faccio una piccola cronistoria per farvi capire che di tutela della salute c’è ben poco, le ragioni che avevano giustamente spinto a misure stringenti a inizio anno scolastico, si sono sciolte come neve al sole di fronte alla frana organizzativa del sistema delle 3T.

Visto che abbiamo la memoria corta, ricostruiamo cosa è accaduto.

Circolare del Ministero della Salute n. 17167 del 21.8.2020

Norme per il rientro a scuola del 24 settembre

Certo, anche allora si contava sulla collaborazione del genitore, che doveva segnalare i sintomi al pediatra, ma per qualche giorno questo ha retto. I genitori per la prima/seconda settimana hanno cercato di attenersi. Poi vedendo che altri non rispettavano le raccomandazioni e mandavano ugualmente i figli malati a scuola, si è diffusa la sensazione che tanto controlli non si facevano e che ognuno era libero di fare come meglio credeva.

Ai primi di ottobre il sistema di tracing, test, monitoraggio era già in affanno. Allora esce questa nuova regola il 12 ottobre.

In pratica si allentano gli obblighi di tampone, bastano 14 giorni di quarantena e via liberi tutti di tornare in comunità.

Capite che abbiamo iniziato in un modo e dopo nemmeno un mese eravamo già ko con il sistema dei tamponi, per cui tagli nei protocolli.

Abbiamo iniziato con nessun obbligo di mascherine al banco, bastava il metro tra le rime buccali, poi vista l’impennata di casi, si è resa obbligatoria la mascherina, peccato che nella realtà non sempre si rispetti la regola.

Quindi, la gestione è a maglie assai larghe.

Ciò che si chiede è il ripristino dell’obbligatorietà del tampone per chiunque sia contatto stretto di positivo, per il rientro in comunità. Una semplice e razionale azione di contenimento dei contagi, perché se consentiamo che positivi asintomatici o sintomatici che si sentono “furbi” vadano in giro, non ne usciremo mai. QUESTO E’ POLITICAMENTE RILEVANTE. QUESTA E’ UNA BATTAGLIA POLITICA E DI SALUTE PUBBLICA.

Eppure, mi si torna a dire che se reclamo un intervento celere su questo punto e se chiedo il ripristino urgente dell’obbligo di tamponi per i contatti stretti di positivi asintomatici o sintomatici, mi si dice che faccio battaglie individuali. Quindi dalla regia borghesotta e tronfia mi arriva un verace suggerimento dall’alto: io, denunciando e chiedendo risposte a problemi che riscontro nella mia esperienza quotidiana starei facendo solo il mio tornaconto personale e mi si informa che invece la politica serve a migliorare le condizioni della collettività, questa fa il paio con lo “sputi nel piatto in cui mangi”. Che poi se nessuno parla mai delle cose concrete che non funzionano, lassù, nei meandri dei decisori amministrativi e politici, si finisce col credere veramente che si sta facendo un ottimo lavoro e che le scuole “tutte” siano davvero il posto più sicuro del mondo, perché il virus si spaventa di fronte ai protocolli stilati. Ma come ho sempre detto, finora si è scaricato tutto e si è contato sulla collaborazione piena e leale dei genitori. Che non sempre c’è stata o è stata sufficiente. Ci sono maglie larghe nelle regole fissate, che permettono a chiunque di aggirare raccomandazioni utili al contenimento dei contagi. Non raccontiamo che durante le quarantene preventive abbiamo tutti ma proprio tutti ligi al dovere. C’è chi esce, c’è chi porta i bambini in quarantena dai nonni, c’è chi non legge tempestivamente le circolari scolastiche o fa finta di non vederle o comprenderle, pure essendo di madrelingua italiana. C’è chi non riesce a capire nemmeno l’importanza di chiamare il pediatra in presenza di raffreddore, in concomitanza con un caso positivo in classe. C’è chi sostiene con menefreghismo puro che tanto il Covid19 crea problemi solo agli anziani e ai malati, quindi non rientrando nella categoria, ce ne si può bellamente fregare. Attorno abbiamo sofferenza e dolore, morti a centinaia al giorno, che svelano quanto crudele e falsa sia questa narrazione minimizzatrice e negazionista.

Ebbene, il mio racconto di più di un episodio e di un problema che si stanno verificando nella vita reale delle scuole mai chiuse, sarebbe solo un punto di vista, di cui non frega niente a nessuno. Ma, non è che mi offende questo derubricare i problemi a priori, mi offende questo etichettarli come insignificanti, quando basterebbe farsi un giro per le scuole e parlare con chi ci lavora, fuori dai riflettori, per capire il clima che c’è. Ufficialmente è tutto sotto controllo, ma se si andassero ad applicare screening di massa nelle classi con positivi o nell’intera scuola in cui si sono succedute numerose quarantene, si scoprirebbero situazioni non proprio semplici, un po’ come è accaduto a Bolzano. Perché il problema reale non è scovare i positivi con sintomi, quelli se un genitore è attento e collabora si trovano subito e si circoscrivono, bensì trovare chi è asintomatico e inconsapevolmente è veicolo di contagio. Si tratta di aiutarci l’uno con l’altro e trovare soluzioni forse complicate da mettere in atto, ma necessarie. Adesso abbiamo anche gli hub drive through con i tamponi rapidi per il mondo della scuola, usiamoli e obblighiamo i genitori ad adoperarli, sono gratuiti e se c’è stato un positivo in classe è interesse di tutti sapere come stiamo.

Quindi invito tutti coloro che sostengono che gli episodi che denuncio non sono meritevoli di ascolto e di tutela (perché evidentemente quello che sta accadendo nella mia cerchia ristretta di quartiere è solo un granello nell’oceano e non ha senso né registrarlo, né ascoltarlo), a dirlo pubblicamente. Ciò che quotidianamente sperimentano maestre e studenti in questi mesi è un interesse individuale, particolare, mica collettivo di carattere di salute pubblica, di tutela del benessere e di condizioni minime di sicurezza. Insomma, avete capito bene, insegnanti e genitori che vi state battendo per avere condizioni realmente sicure a scuola, non siete degni di essere ascoltati, io perché denuncio cose da sola, voi perché non avete le giuste entrature e un forte potere contrattuale, ovvero di scambio politico elettorale. Quindi di fronte al totem delle scuole aperte ad ogni costo non abbiamo nemmeno diritto di parola, né quanto meno la speranza di poter tutelare la salute collettiva, né la possibilità che si approntino soluzioni adeguate a una fase di pandemia.

Se io ho cura della mia salute, mi faccio il tampone, mi assicuro di non essere contagioso, se non sto bene resto a casa e tengo a casa i miei figli finché non mi accerto della causa, sto tutelando la salute collettiva. Ed anche se il reato di epidemia colposa non è per voi un deterrente, poi non dovrebbe sconcertarvi il fatto che gli ospedali sono pieni e che non vi possono accogliere. Questo disastro è anche responsabilità di chi ha negato e se ne è fregato delle regole. Sì certo, c’è stato tempo per organizzarsi rispetto a marzo, ma tra di noi c’è un sacco di gente che ha sostenuto e votato chi ha permesso tagli continui alla sanità e l’espansione esponenziale del privato ai danni del pubblico. Abbiamo per anni tagliato anche investimenti in personale e strutture scolastiche. Ed anche questo è parte di una mia vecchia battaglia. Perché son cose assai vetuste, ma proprio tanto, che si ripetono da anni. Quale consenso è stato inseguito e cavalcato? Ma che volete, sono questioni personali, mi si dice, la politica si occupa di altro. Sì, come quando da anni decine di medici di base e pediatri vanno in pensione e non vengono sostituiti e si dice “trovatevi la soluzione da soli”, anche a km da casa. Migliaia e migliaia di assistiti ogni anno vagano alla ricerca di una ricollocazione, ma i medici sono sempre meno e non possono certo offrire un’assistenza di qualità se hanno un portafoglio utenti strabordante. Che risposte si danno? Ma voi che da anni avete il medico privato all’occorrenza che ne sapete? D’altronde il dibattito fino a poco tempo fa era “ma chi ci va più dal medico di famiglia?”

Nemmeno vi vergognate più, nemmeno vi sembra possibile che uno non venga curato nemmeno per un mal d’orecchie. Questo è un problema personale, collettivo, politico. Me lo ha insegnato il femminismo.

“Una delle prime cose che scopriamo in questi gruppi è che i problemi personali sono problemi politici. Non ci sono soluzioni personali in questo momento. C’è solo un’azione collettiva per una soluzione collettiva.”

Carol Hanisch

Che significa? In origine fu l’autocoscienza, parlare nei gruppi per comprendere che ciò che le donne sperimentavano quotidianamente nel privato poteva avere una lettura, una dimensione politica, comprendere come la propria esperienza di oppressione o privilegio potesse essere analizzata e inscritta in una dimensione più allargata, collettiva, pubblica e che per risolverla occorreva appunto lavorare in senso collettivo. Tutto partiva dalla consapevolezza, dalla dissoluzione del confine tra privato e pubblico, per far emergere i problemi, dare voce e spazio a coloro che fino ad allora non avevano potere e ascolto. Se le norme e le prassi sociali e istituzionali comprimono e influenzano la dimensione privata occorre un’azione sociale e politica per correggerne gli effetti. Pensiamo alla violenza domestica: è allo stesso tempo una questione personale, ma che ne evidenzia una sociale, ovvero, un attacco politico alle donne che si sostanzia in una società che tuttora è incapace di educare al rispetto, alle differenze e alla parità di genere. È un problema culturale e politico, che necessita interventi politici diffusi e strutturali, capaci di scardinare le radici della cultura dello stupro e della violenza maschile.

Per scardinare indifferenza, rassegnazione e senso di impotenza, occorre che le persone possano riconoscere e comprendere le origini politiche, sociali ed economiche dei loro problemi quotidiani, privati, ed organizzarsi per cambiare lo status quo. Mettere in connessione esperienze individuali e il contesto sociostorico: questo permette di passare dai problemi personali a una dimensione allargata, pubblica. Rompere l’illusione che vada tutto bene, nel privato, per poter svelare quanto di politico c’è in queste difficoltà, sofferenze quotidiane. La condivisione delle esperienze, si pensi al #metoo, sono la chiave di questo percorso e di questo passaggio osmotico necessario.

Ma voi che ne sapete di percorsi di consapevolezza, vi basta che il popolo si beva un mucchio di promesse e qualche elemosina a pioggia, per sentirvi a posto con la coscienza. Meglio un popolo di analfabeti funzionali e cognitivi che non si pongano mai domande e si rendano agevolmente schiavi del sistema neoliberista del produci-consuma-crepa. Avete annientato la dimensione collettiva, sbriciolando di senso tutte le lotte, annegandole e negandole, precarizzando ogni aspetto della vita, inondando ogni angolo di familismo, affarismo, corruzione, connivenza, lasciafare, mazzette, nepotismo e corruttele varie. Se ripenso agli anni dell’università, vedo quanto sono sempre stata poco realista. Mi ha fregato la speranza e la fiducia incrollabile tuttora in un progresso e in un miglioramento. A volte penso che mia madre abbia ragione a dirmi che perdo tempo. Ma se rinuncio e mi ripiego nella mia dimensione privata, muoio. Quindi, continuo a cercare incessantemente il politico nel personale: partire dal personale, per giungere a un ascolto più allargato, sollecitare un’azione collettiva per una soluzione collettiva, per uscire dalla rassegnazione o peggio dalla negazione dei problemi.

Ma si sa che il dibattito politico istituzionale è poco avvezzo a un approccio da autocoscienza di questo tipo.

Se ci guardiamo con uno sguardo prospettico, se osserviamo la politica italiana e le decisioni messe in campo in questa era pandemica, abbiamo già perso attraverso le lenti della storia, abbiamo già vilmente subordinato la salute ad altro. C’è una debolezza, che si para dietro l’idea democratica, ma in fondo è semplicemente ciò che esplicita Merkel, che tratta i suoi cittadini come adulti e dice pane al pane vino al vino, si prendono decisioni drastiche solo quando si vede il sistema collassare, gli ospedali saturi. Da noi i decessi che viaggiano tra i 700 e gli 800 giornalieri non fanno nemmeno più cronaca, nemmeno un brivido. Il sottofondo quotidiano è fatto di sirene di ambulanze, perfino durante la DAD, qualcosa che attraversa ed entra da una casa all’altra e dovrebbe renderci più consci. Invece ci troviamo a parlare di vacanze sulla neve e cenoni, di riaprire le scuole senza aver pensato a mettere in sicurezza niente e continuando a tenere altri a scuola senza alcuna reale tutela. Il consenso è ciò che spinge taluni a negare ciò che da settimane racconto, salvo poi in sede privata dirmi che ho ragione, ma poi vale la legge di chi porta voti maggiori o fa la voce grossa, dei genitori che chiedono scuole aperte ad ogni costo, che sono maggioranza e pretendono, così come a seconda del momento, albergatori, ristoratori, autonomi ecc. Così diventa un inseguimento senza fine, un po’ irrazionale, compulsivo, col fiato corto di chi non sa programmare e indirizzare, nonché una dispersione di energie e risorse che andrebbero incanalate in una direzione unica, garantire cure tempestive e di qualità, diagnosi e interventi celeri, non abbandono e faidate. Se fossimo un popolo sano e solidale questo dovremmo chiedere, non che ci venga consentito di fare quello che ci passa per la mente o che individualisticamente ed egoisticamente perseguiamo. Ed allora, si va tutti verso il macello, contenti di aver dato il miglio a tanti gallinacei nell’aia italiana.

Vale la legge del consenso hic et nunc. Altro che futuro, altro che diritto all’istruzione, altro che attenzione a costruire qualcosa di diverso, qui stiamo più terra terra, assecondando la pancia di quell’Italietta falsamente produttiva e operosa, ben nota per evasione e sfruttamento. Tanto che nemmeno gli sfruttati si accorgono più di quanto sono stati fregati. Tra un black friday e lo shopping natalizio, tra un ristoro e un bonus, tra chi ormai vive solo l’oggi o al massimo la prossima scadenza elettorale e non è capace di essere interprete di una politica del domani e del dopodomani. In una riedizione della ballata dell’uomo ragno, a bordo di un Titanic culturale e politico.

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Senza salute non c’è didattica di qualità né apprendimento! Priorità a insegnanti e studenti

LETTERA APERTA A TUTTI COLORO CHE HANNO A CUORE LA SCUOLA E CHE HANNO POTERE DI CAMBIARE.

Sono una attivista politica, una femminista, una donna impegnata nella comunità. E sono anche una mamma. Sono figlia di insegnanti e da qualche anno sono tornata a frequentare le scuole come formatrice su tematiche come il contrasto agli stereotipi, alla violenza e alle discriminazioni di genere. Per mia figlia e per i suoi compagni ho scelto di impegnarmi anche negli organi collegiali di istituto.

Vi scrivo perché sento il bisogno di confrontarmi, ma anche di segnalare alcuni aspetti che riguardano il complesso universo della scuola che a mio avviso non sono stati evidenziati sufficientemente. La scuola ha riaperto in presenza, anche se superiori e ora parte delle medie sono già passate alla didattica a distanza. Come genitori abbiamo tutti sperato che le condizioni pandemiche non arrivassero ai numeri e alla situazione attuale, specialmente a Milano, città in cui vivo. Abbiamo sperato che si potesse ricominciare ad avere un minimo di regolarità, anche se con comportamenti diversi e adeguati alla fase. Qualcosa non è andata nel verso sperato, i protocolli si sono dimostrati abbastanza fragili e inadeguati, la scuola avrebbe dovuto avere un sistema esterno di protezione multidisciplinare e multidimensionale, una sorta di paracadute, che avrebbe dovuto evitare di veder crollare subito il tracciamento, l’assistenza, la diagnostica, con ritardi e difficoltà crescenti. Il fatto di aver poi definito delle regole dalle maglie larghe non ha aiutato: aver stabilito che per rientrare in comunità erano sufficienti 14 giorni di quarantena senza tampone o certificazione medica, purché asintomatici, oppure 10 giorni con tampone, eseguito il decimo giorno, ha probabilmente generato dei problemi, perché sappiamo che nelle fasce più giovani della popolazione il Covid19 ha spesso una forma asintomatica. Così rischiamo di non vedere la parte dell’iceberg sommersa. Si è scelto di alleggerire il sistema diagnostico a scapito di una reale verifica della diffusione dell’infezione. Addirittura, apprendiamo che a Milano non si faranno più tamponi ai contatti stretti di positivi. Non avviando azioni di test massivi periodici sulla popolazione scolastica ci si è fermati a registrare il visibile, il sintomatico. Si è preferito altresì non effettuare nessun controllo stringente sui familiari degli studenti sottoposti a quarantena per contatto con positivo. I risultati? Tutti si sono sentiti liberi di uscire e fare una vita normale, anche coloro che erano in quarantena. Tanto è vero che la dirigente della scuola di mia figlia ha dovuto fare una circolare ad hoc per spiegare per l’ennesima volta che chi è in quarantena non deve uscire di casa. L’idea dell’autocertificazione adottata in molte scuole per giustificare le assenze pari o superiori ai tre giorni ha poi generato ulteriori sottovalutazioni. Da tutta Italia apprendiamo giorno dopo giorno come affidarci al senso di responsabilità e del rispetto delle regole del cittadino non sempre è una buona idea, perché alcuni, in piena pandemia come in tempi normali, non sono dotati di senso civico. Ma il motivo della mia lettera è soprattutto un altro, riguarda la mia esperienza con le elementari, il grado che sto vivendo più da vicino (anche se alcuni aspetti possono essere utili per tutti).

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Cosa abbiamo imparato (o forse no)


L’emergenza Covid ha fatto emergere numerose voragini e questioni irrisolte, abbandonate da decenni. Sulla Sanità molti più compententi di me si sono espressi e l’innamoramento (o meglio un favoreggiamento) pro privato, la sanità aziendalizzata hanno mostrato i loro limiti, per usare un eufemismo.

Ma c’è qualcosa che è sempre stato di nicchia e che con il lockdown e la pandemia è emerso. Fino a quando i problemi di conciliazione erano quei numeri lì, che ogni anno venivano redatti in un report che tutt’al più restava tra i trafiletti dei giornali per un giorno, tutto andava bene, o meglio era una roba di quelle povere (e poveri) sfigate/i che si dimettevano a migliaia per problemi legati alla nascita di figli e dell’incompatibilità tra ritmi di lavoro e compiti di cura. Sì, povere donne incapaci di tenere tutto in equilibrio, poverette che non potevano avvalersi dei nonni, né di flessibilità lavorativa, né di orari part-time, che guadagnavano una miseria tale da non potersi permettere tate, baby sitter, ausili a pagamento, per cui la retta di un nido, le distanze da percorrere, le necessità di accudimento tipiche di bambini piccoli mal si conciliavano con un mondo del lavoro per cui se non sei tutelata e non navighi in acque amichevoli ti butta semplicemente fuori, senza tanti complimenti. “Ci si rivede quando avrai risolto e sistemato i tuoi problemi”, che poi non sono nostri problemi ma spesso un mondo del lavoro recalcitrante a qualsiasi cambiamento e riorganizzazione. La legge dello sfruttamento più spinto, i segnali di un capitalismo boccheggiante ma ancora molto nocivo, che radicalizza quanto di peggio ha generato. E noi? Col tempo ci siamo adeguati, fondamentalmente abbiamo dimenticato ogni diritto e conquista, persino lo Statuto dei lavoratori oggi sembra uno strambo scherzo di un’epoca di lotte che fu. Sembra tutto concluso nel passato ed oggi nonostante la pandemia c’è chi corre verso un riasservimento al disastro che si è consumato negli ultimi decenni. Di cui anche noi siamo complici. Perché nulla o quasi si è fatto per interrompere la discesa agli inferi di un sistema ultraliberista che ci ha rubato tempo, sogni, oltre che diritti.

Così, dicevo, i problemi di conciliazione sono stati “roba da femmine” o ancora in senso più dispregiativo “da femministe”. Eppure, lo abbiamo scritto in tutti i modi, riguarda tutti e tutte, perché si è genitori, uomini e donne, e perché anche se non si hanno figli, prima o poi si avranno compiti di cura. Quindi, stride molto il fatto che ora il fronte dei genitori si sia accorto dell’abisso che si apre quando non hai più niente e nessuno su cui contare. D’altronde in molti hanno delegato ad altri soggetti compiti di educazione e accudimento. La scuola pubblica, cenerentola per decenni, per finanziamenti ed attenzione, d’improvviso torna alla ribalta, ma non per la sua funzione primaria, l’educazione, l’istruzione, l’emancipazione, la formazione per diventare cittadini e adulti consapevoli, ma come forma di collocamento dei figli, perché fosse il più possibile contenitore, parcheggio nelle ore in cui si lavorava. Per una volta, dite la verità, almeno a voi stessi. Visto poi il tempo trascorso a scuola, le si dava anche la “colpa” quando i pargoli si scoprivano bulli, maleducati, difficili. Il tempo scuola si è dilatato e lasciatemelo dire, appiattito sul modello di produzione e sfruttamento capitalista, tanto da arrivare ad avere una durata pari a un contratto full-time. Appiccicandoci altre mille attività, si può tirare a sera. Così del tempo familiare resta davvero qualche minuto, che anche volendo non si può chiamare di qualità. Prima del Covid sentivo genitori recalcitranti, sorpresi e anche un po’ irritati davanti a un figlio che voleva ripassare la lezione con i genitori in vista dell’interrogazione del giorno dopo. C’è chi ha definito la scuola un “ammortizzatore sociale”. Qui sta tutto il cortocircuito. Una sorta di stato confusionale totale sui minimi significati che hanno assunto le parole e gli strumenti. All’improvviso ci si è accorti del diritto allo studio, delle attività scolastiche, della necessità di avere scuole diverse, di insegnanti e di scuole ridotte ai minimi termini, di precariato, di spazi inadeguati, di classi pollaio. Addirittura si è riaffacciato il problema della dispersione, per anni insabbiato. Si è urlato che la DAD (didattica a distanza) allargava le differenze e il problema della dispersione. Ma va là, che ce l’avevamo davanti agli occhi da anni e anziché migliorare, peggiorava, nemmeno il tempo pieno tanto amato da tanti genitori aveva risolto un bel niente. Anzi. Diciamocelo schiettamente, se la scuola in passato era ascensore sociale, oggi si è di gran lunga trasformato in una sorta di mero servizio di cui avvalersi, come un box per conservare mobili, un qualsiasi consumabile, i cui contenuti e la cui qualità poco ci importava. Ci si sollevava solo per ribellarsi al figlio che andava male e veniva bocciato, per la bufala della teoria gender (mai sia parlare di parità di genere), per trovare sin dai primi anni di scuola la raccomandazione, il corso migliore, la scuola più cool, quella con meno situazioni problematiche, con meno stranieri. Tutto questo è realtà, non si può negare. Altro che laboratorio di inclusione, multiculturalismo, alla fine le discriminazioni e le segregazioni restavano e la società non ha perso i germi del razzismo e della xenofobia, perché poi il banco di prova è la società fuori che poco è cambiata e non ha tradotto in una nuova cultura quanto con grandi sforzi si è cercato di seminare in alcune realtà scolastiche. Non si spiegherebbe la febbre pro Salvini.

La scuola come rimessa di una genitorialità in fuga, forse mai uscita del tutto dall’adolescenza, tanto da cercare sempre un nuovo soggetto su cui scaricare responsabilità, che spianasse la strada e permettesse di saltare gli ostacoli senza troppi sacrifici personali. Ci è voluto un virus per interrompere questo flusso. Ma non so bene se ci permetterà di maturare. Per decenni abbiamo dipinto gli insegnanti come parassiti, privilegiati, “con tre mesi di vacanza”, senza mettere veramente il naso nel lavoro reale degli insegnanti. Da figlia di insegnanti ho vissuto quasi tutta la vita immersa in questi pregiudizi, nelle varie fasi, riforme, problemi, fino all’esasperazione di ogni cosa. I mega complessi scolastici, il personale ridotto all’osso, regole di ingaggio che cambiavano ogni anno, tanti validi insegnanti persi per strada perché non si può essere precari oltre una certa età, perché nessuno ti mantiene. Finora ve ne siete bellamente fregati di questa realtà. Ed oggi si chiede un ritorno in presenza a scuola, ma siamo e dobbiamo essere ben consapevoli che tutto questo richiede tanto altro. Lo ha spiegato bene Mila Spicola, in un suo articolo su Huffington Post. 

Per chi sogna formule nuove di scuola. Solo chi non bazzica per le scuole può ignorare quanto lavoro ci sia da fare. La sporcizia sedimentata negli anni e mai rimossa si appiccica sui grembiuli che non tornano più bianchi. Bagni e mense inclusi. Sapone e asciugamani di carta li portano i genitori. Girano indisturbate patologie serie, che nessuno monitora e che diventano normalità. Quindi urge un piano di sanificazione periodico e serio, più volte al giorno, altrimenti è inutile sognare modelli nordici. Gli alberi in giardino vengono giù a ogni temporale un po’ più forte. L’ultimo si è nuovamente abbattuto sulla ex scuola dell’infanzia di mia figlia. L’albero era dentro il giardino della scuola elementare di mia figlia. Non è la prima volta, finora per fortuna è accaduto sempre a scuole chiuse. Non si tratta di miracoli, ma di puro caso che ha fatto la differenza. Molti edifici hanno strutture poco stabili, muri e soffitti precari, servizi igienici e impianti fermi a decenni or sono. Ora si propone di fare l’ultimo giorno insieme per gli ultimi anni del ciclo: mancano le linee di sicurezza, non si sa nemmeno quando potremo rientrare a scuola a recuperare libri e materiale didattico dei nostri figli, con grandi difficoltà si faranno gli esami… giustamente abbiamo chiuso tempestivamente le scuole (altrimenti chissà che risultati avremmo avuto) per ragioni sanitarie e di tutela della salute pubblica. Non si poteva davvero fare altrimenti. Questa non è una fase storica normale, chiaro? Non si può bypassare come se niente fosse e fregarsene come siamo soliti fare. Necessita di un’azione di inversione di mentalità, quella dimensione collettiva tanto sbandierata e poco praticata, tanto che siamo pronti a negare l’utilità di determinate misure. Adattarsi, sacrificarsi, rinunciare a qualcosa per l’unica cosa veramente importante, la salute, senza la quale null’altro è possibile. Questo dobbiamo insegnarlo anche ai più piccoli, ai più giovani, è una sorta di occasione di fare educazione civica ed esperienza di vita unica, da protagonisti, magari iniziando a buttare al macero tutto ciò che di marcio e nocivo ammorbava le nostre vite. Sì anche tutto ciò che era stato costruito per un sedicente bene dei bambini e che invece era a misura degli adulti, della corsa ai soldi e all’assecondare un capitalismo neoliberista, stili di vita adultocentrici altro che “al centro i bambini”. Svegliamoci e cogliamo questa opportunità.

Ritornando ai malanni della scuola: la continuità didattica non esiste più, il precariato e l’incertezza sono la regola. Gli organici compressi e ridotti ai minimi termini. La scuola pubblica è stata considerata l’ultima ruota del carro per anni, tanto andava avanti per la buona volontà dei singoli lavoratori, poco importava se la qualità diminuiva di anno in anno. Sì, ora si è investito qualcosa, avete promesso assunzioni, ma per risolvere anni di abbandono ci vuole molto di più. Ogni euro sottratto al pubblico è uno schiaffo, sintomo di come questa pandemia non ha cambiato una virgola.

Vedi arrivare una cascata di milioni per le paritarie: altri 40 milioni, oltre ai 65 già stanziati. Sì, certo, sono giunti anche soldi per la scuola pubblica, ma in tempi di penuria occorre fare scelte e individuare le priorità. La scuola pubblica deve essere l’unica priorità, martoriata e abbandonata per anni. Il privato si assuma i rischi di impresa e soprattutto inizi a rispettare i propri insegnanti, non sempre trattati bene. Non possiamo permetterci di distrarre ancora denaro pubblico per sostenere il privato. Di questo dobbiamo essere capaci, soprattutto se ci definiamo di sinistra. Invece, ho l’impressione che tutto sommato “il prima” ci andasse assai bene e che oggi ci lamentiamo solo per sport, solo perché ora molte più persone hanno toccato con mano le cose che in tante abbiamo raccontato per anni, di scelte obbligate, di zero possibilità di continuare a lavorare. Sì eravamo le “deboli incapaci”, quelle che non sapevano organizzarsi, oggi forse capite maggiormente la situazione che abbiamo vissuto. Io non chiedevo parcheggi, ma che potessi conciliare lavoro e cura, che mi si desse l’opportunità di svolgere il mio ruolo di madre, di essere presente per mia figlia, di continuare a lavorare, certo con ritmi, orari e modalità riadattate, ripensate. Non pretendevo che la scuola o altri mi sostituissero. Non pretendevo di delegare in toto ad altri il tempo di mia figlia. Non avrei mai desiderato per lei uno stile di vita tarato per il modello produci-consuma-crepa. E non dobbiamo tornare indietro, non ora. L’opportunità che oggi abbiamo è pari a una rivoluzione, da cogliere oggi. Non parlate di socialità, di crescita della personalità in ambito comunitario, per nascondere altri obiettivi e necessità. Com’è che siamo diventati una società individualista ed egoista, che in lockdown saccheggiava i supermercati, gli slot della spesa online, che negli anni se ne è fregata di un SSN sempre più depotenziato, dove alla fine se la cavava solo chi poteva pagarsi analisi e cure nel privato, dove la regola era trovarsi un pediatra privato, dove si è detto che tanto la medicina territoriale non serviva? Diciamocelo senza troppa ipocrisia, non è che abbiamo educato generazioni all’altruismo e alla legalità, piuttosto a chi è più furbo e a chi evade meglio. E di questo i responsabili siamo noi, non la scuola, che ha cercato nonostante tutto di trasmettere valori diversi. Abbiamo costruito un sistema composto di mille rivoli composti di familismo, nepotismo, sistemi para mafiosi, clientelismo, protezione delle rendite di posizione.

Adoperiamo questo tempo per ringraziare tutti i meravigliosi e straordinari insegnanti che hanno ripensato e ridisegnato la didattica, che hanno fatto di tutto per mantenere il legame con i propri alunni, che hanno esercitato le loro doti di umanità, comprensione, voglia di fare, di sperimentare, che non si sono mai fermati, che hanno adoperato tutti gli strumenti per non permettere che il filo con la classe si spezzasse. La DAD è stata l’unico modo per non fermare tutto e consentire di proseguire, ovviamente in modo diverso, ma di mantenere tutto il possibile, in una situazione di emergenza. E se nemmeno noi adulti siamo in grado di comprendere che in una situazione eccezionale le cose non possono proseguire come se nulla fosse, come pretendiamo che i nostri figli collaborino, siano sereni e crescano anche da questa esperienza? I nostri figli respirano ciò che noi pensiamo e siamo.

Per coloro che sono già lì pronti a rimuovere e a dimenticarsi di tutto. Non possiamo e non dobbiamo dimenticare, rimuovere, correre ancora verso un ritorno cieco al prima, pensando unicamente a ciò che conviene a noi e che ci piacerebbe.

Ora capisco meglio i racconti di mia nonna e comprendo meglio il suo vissuto. Mia nonna perse la mamma a 9 anni, la Spagnola la strappò via. Ne parlava raramente, non era una donna di molte parole o dalle grandi dimostrazioni di affetto o sentimenti. Qualcosa si era inevitabilmente spento e lo aveva chiuso in un cassetto della memoria. Credo che il suo carattere distaccato, dai modi un po’ freddi e poco empatici fossero anche il risultato di quella mancanza. C’era una sorta di blocco. Sono esperienze che possiamo elaborare, ma che si sedimentano dentro. Non possiamo pretendere nemmeno di rimuoverle da noi facilmente. La ripartenza deve avere memoria, anche per non permettere più che il diritto alla salute sia stretto e sacrificato tra ragioni economiche e interessi politici di corto respiro, che la scuola, l’istruzione pubblica, la ricerca e l’università siano le Cenerentole italiane. La ripartenza della scuola necessita di una organizzazione oggi, per ripensare spazi, tempi, modalità, e sì, probabilmente le 40 ore settimanali tanto care a molti genitori forse non potranno essere mantenute. Rinunciare ciascuno a qualcosa nell’interesse di tutti, salvaguardando la salute di tutti, pretendendo che si garantiscano diagnosi, cure e assistenza per tutti, potenziando proprio quel sistema di medicina territoriale smantellato negli anni. La prevenzione e il monitoraggio riguarda anche la scuola: perché non chiedere che venga ripristinata la figura di un medico scolastico, che possa sorvegliare da vicino, in collaborazione anche con i pediatri di base? Tornare ad avere una rete efficiente e capillare vicina ai cittadini. Non bastano mascherine e distanza. Concentriamoci anche su questi aspetti e programmiamo oggi per il futuro, tenendo presente non ciò che ci piacerebbe, ma ciò che si può realmente fare in sicurezza, perché, soprattutto in Lombardia, la situazione non permette colpi di testa o “liberi tutti” superficiali. Dovremmo saperlo, lo abbiamo vissuto e lo stiamo vivendo. Oppure, neghiamo l’evidenza della complessità della situazione?

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Never surrender. Never give up the fight.

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Le ondate del femminismo, numerate, incastonate in varie epoche, temporalmente divise ma interconnesse, si susseguono e contengono ciascuna sempre il medesimo seme, nucleo fondativo che è quello da secoli, pur differenziando man mano gli obiettivi e i meccanismi nei vari periodi. Non si tratta solo la parità o del diritto di voto, c’è essenzialmente qualcosa di più basilare: la vita può, deve poter seguire un corso diverso, migliore, non essere per destino un percorso accidentato e infernale solo perché si è nate donne.

“L’idea che c’è un altro modo di viverla questa vita”.

Le donne sono la metà della popolazione e le loro istanze non possono essere cancellate, neutralizzate, strumentalizzate, invisibilizzate, ignorate.

Prendere coscienza, ciascuna a suo modo, di questa verità che ci accomuna, è la miccia che innesca tutto il resto e che rompe col passato.



Poter camminare senza mannaie, giudizi e sensi di colpa elargiti a grandi mani da una società maschio centrica. Si può vivere diversamente, uomini e donne, insieme. Guardando il film Suffragette, si scorgono molte delle questioni cruciali scoperchiate dal femminismo, tessendo un intreccio tra istanze sociali e di genere, alcune delle quali tuttora irrisolte: il lavoro minorile, l’assenza di tutele per la salute, la necessità di servizi per l’infanzia e di sostegni per permettere alle donne madri di lavorare, le violenze sul lavoro, le discriminazioni negli studi, le conseguenze di un ruolo e “posto” sociale esclusivamente “di madre e moglie”, non di cittadina e di lavoratrice portatrice di pari diritti, la durezza e la fatica dell’esistenza e della lotta, il giudizio sociale, le disparità salariali, la violenza domestica, le difficoltà dell’attivismo e le sue conseguenze, la patria potestà e un diritto di famiglia discriminante per le donne (solo nel 1925 vennero riconosciuti i diritti delle madri sui propri figli, in precedenza assegnati in esclusiva al padre), soprattutto in caso di divorzio e di questioni legate ai figli.

Ridicolizzate, svilite, vilipese, schernite, offese, silenziate, oscurate, imprigionate e colpite con ogni mezzo: questo ha accompagnato da sempre il lungo cammino delle donne per i diritti, per essere artefici della propria vita, per non essere più considerate proprietà, oggetti, appendici maschili. Un percorso difficile, per nulla privo di conseguenze dolorose sulle singole esistenze, perché nulla può essere come prima.

“Credo che, al di là delle vicende esistenziali di ognuna, l’eredità più grande che il femminismo ha lasciato alle donne, anche alle più giovani, sia quella di non accettare la vita come qualcosa di inevitabile e scontato, ma iniziare a chiedersi perché, ascoltare i propri desideri, chiedersi di cosa si ha bisogno, che cosa manca.”

Da “Come il mercurio” di Carla Marcellini

Un cambiamento che doveva passare attraverso il riconoscimento del diritto di voto attivo e passivo, perché solo l’elezione di donne in parlamento poteva permettere alle donne di “fare” le leggi, partecipando a un processo che per anni è stato appannaggio esclusivo maschile. Certo, il raggiungimento della rappresentanza non è mai stata e non è la garanzia di un lavoro dalla parte delle donne, questo credo che lo abbiamo già ampiamente sperimentato. Non è roba da pallottoliere. Così come sappiamo che può esistere un lavoro trasversale tra donne di diversi colori politici per il raggiungimento di obiettivi importanti. In ogni caso, una rappresentanza consapevole del poter compiere la differenza è fondamentale. Purtroppo, possiamo ampliamente sostenere che finché la selezione sarà grandemente in mano maschile, non potremo aspettarci molto. Ma lo stesso vale per le collezioniste di poltrone, di ruoli, di candidature e di incarichi, esattamente come da secoli fanno gli uomini. La strada è tutta in salita finché non cambierà a fondo la cultura e l’atteggiamento/rapporto con il potere.



Avere piena gestione della propria vita, avere un posto pienamente riconosciuto e agibile nella società, poter partecipare per mutare l’assetto imposto da leggi che hanno tuttora un sapore maschile, sono questioni tuttora aperte. Sapere da dove vengono tutti i diritti che oggi il nostro ordinamento sancisce e tutela potrebbe aiutarci.

C’è qualcosa che ci accomuna alle lotte delle varie ondate: il coinvolgimento e la diffusione delle lotte, l’essere libere, senza catene, perché solo così si ha la forza e il coraggio per portare avanti le battaglie. Non avere nulla da perdere, questa è la chiave. Ciò che ci azzoppa: essere imbrigliate principalmente in convenienze personali, in rapporti che “possono servirci”, in subordinazioni a “poteri” che ci possono aiutare, in “non belligeranze” utilitaristiche, in un fare politica per se stesse, in un esserci esattamente come ci starebbe un uomo, in una brodaglia di attivismo che si perde in piccole e innocue insenature. Ecco perché c’è sempre un compromesso, un germe che mina da dentro le conquiste. Basti pensare alla legge 194. Ed anche laddove si pensava di aver compiuto passi in avanti, dobbiamo constatare che briciola dopo briciola, si son mangiati o si vogliono rimangiare l’intera torta.

A completare il quadro, ci sono le divisioni, le puntualizzazioni che spesso fanno riferimento solo alla propria persona e opera, autorità che sembrano voler sostituire in toto il vecchio padrone, il vecchio potere. Sinceramente, l’arte e l’esercizio di collocazione, catalogazione e di etichettatura mi è sempre stata stretta. Perché mai stare sempre in trincea tra noi, o bianco o nero, senza riuscire a sbarazzarsi di posizioni monolitiche o di giudizi? L’assurda regola della fedeltà, “o stai con me su tutto, o sei contro di me”. Il permesso da chiedere prima di ogni passo. Non sarebbe “differentemente rivoluzionaria” la possibilità di dissentire e di avviare un dibattito rispettoso pur nelle diversità di opinioni? Il sindacare continuo sulla “purezza” e sul pedigree femminista. L’entrare a gamba tesa in ogni dove per affermare una supremazia dal sapore assurdamente machista. Quante catene, che se vengono sommate alle delusioni, rischiano di avere l’effetto di movimenti tettonici! Una restaurazione anche se femminista è pur sempre una restaurazione, il gattopardismo resta sempre tale. Per questo ci perdiamo i pezzi e andiamo in pezzi. E ci sono fughe da tutto questo metodo che crea disagio, sfiducia, sensazione di non accoglienza, non poter avere voce, non poter esistere se non “affiliata”, incardinata in una categoria, in una fazione. In fondo sembra davvero che non ci sia differenza, “madri” al posto di “padri” dalle quali dovremmo passivamente prendere “ordini” e alle quali subordinarci. Di protezione in protezione, secondo schemi sempiterni. Altro che sullo stesso piano, altro che uguaglianza di genere, quando abbiamo difficoltà anche tra noi. E nel calderone delle polemiche smarriamo gli obiettivi e questo anche se a malincuore lo devo dire. Spesso lasciamo macerie e per questo dovremmo fermarci. Capire che è il momento del “sospendere” certe prassi. Stiamo facendo il gioco del patriarcato, e il femminismo per me non è un luogo di produzione in stile capitalistico o di autosostentamento. Non siamo raccoglitrici, non siamo alla ricerca di benefici, non siamo elemosinatrici di briciole di diritti. Non siamo alla ricerca di un posto per noi, non è da idealista folle iniziare a pensare, tornare a pensare in senso collettivo, come se non ci fosse un domani o un dopodomani a cui rimandare. Abbiamo da perdere solo le occasioni per migliorare la vita delle donne, non solo quelle che che hanno voce e riescono a trarre vantaggi da un sistema tuttora fortemente a guida machile, nel pensiero e nella pratica.

E se il 25 settembre si svolgerà l’udienza nella quale il giudice deciderà se archiviare o proseguire l’iter giudiziale in seguito a quanto denunciato da Elisabetta Cortani, continuo a chiedere cosa pensiamo di fare. Sento un po’ di vuoto.

Lo dico chiaramente cosa stiamo smarrendo: l’opportunità di dimostrare solidarietà a una donna e al contempo a tutte le donne che hanno sperimentato e sperimentano molestie e violenze sul lavoro. Soprattutto non si deve lasciar passare tutto il corollario espresso dalla pm che ha chiesto l’archiviazione. Si tratta di noi. Il #metoo, sbeffeggiato e infangato da più parti, non è roba da social, se vogliamo che abbia una qualche ricaduta nella realtà. Le molestie e le violenze non possono diventare poltiglia nel tritatutto di un potere maschile che discredita e nega la realtà.

Abbiamo da perdere qualcosa? Questo lo chiedo, perché ho come la sensazione che sia questo il problema. Ci avvitiamo attorno a un limite, un grosso e grande muro, che noi stesse ci siamo costruite, per poterci riservare un “posto unico”, bastante a sufficienza per noi stesse, disposte a svendere tutto. Eppure il femminismo dovrebbe avere una dimensione e un respiro collettivo per poter giungere a qualcosa. La facciata e la prassi. L’effetto? Un pericoloso e comprensibile ripiegamento nel proprio privato, stanchezza, rinuncia, rassegnazione, senso di vuoto e di smarrimento. Nel chiacchiericcio sterile, nella debolezza di non riuscire a mostrare l’urgenza di certe rivendicazioni, di fissare determinare argini, di prendere posizione passano fiumi e tempeste.

Con lo sguardo del distacco estivo, vedo meglio tutto questo. Metto a fuoco prima di ripartire, distante dal modello “qui, oggi, ora, domani chissà”. Ho lasciato decantare e sedimentare il flusso di accadimenti estivi. Ho compreso quanto arduo sia riuscire a far chiarezza, a superare il taglio superficiale e fugace che ci impone il veloce processo di produzione-consumo. Ci siamo dentro. Vorrei che ci prendessimo però il tempo necessario per concentrarci, perché a furia di perdere i pezzi, di sottovalutare, di pensare che siano questioni secondarie, di non accorgerci delle cose, di frammentarci, di non riconoscerci tra di noi e di non sentirci parte di una storia comune che va al di là delle nostre esistenze, di non occuparci di noi in senso collettivo, rischiano di far passare i più pericolosi arretramenti. Un po’ come accadde sulla questione dello stalking. “L’ognuna per sè”, la difficoltà a creare e a fare rete per davvero tra i vari livelli (politica istituzionale, attivismo, associazionismo, base) crea questi cortocircuiti.

Prendiamoci il tempo per mettere in fila le priorità, le questioni che potrebbero essere per noi delle spade di Damocle, qualcosa che in breve tempo potrebbe annullare molte delle conquiste e dei principi tanto faticosamente raggiunti. Pensiamo al DDL ad iniziativa del senatore Simone Pillon, sul quale mi soffermerò prossimamente, alla catena interminabile di violenze e di femminicidi che sempre più passano in sordina, al lavoro femminile. In poche parole, come pensiamo di costruire le basi oggi per un futuro differente, che sia più dalla parte delle donne? Quanto ci accorgiamo che anche i diritti “acquisiti” possono essere messi in discussione e cancellati? Dobbiamo pensarci noi, chi sennò?

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Aborto, obiezione e salute

@Anarkikka

@Anarkikka

 

Lo svuotamento progressivo della Legge 194 (NORME PER LA TUTELA SOCIALE DELLA MATERNITA’ E SULL’INTERRUZIONE VOLONTARIA DELLA GRAVIDANZA) a causa del numero abnorme di personale obiettore, ha portato a mettere in serio pericolo le vite delle donne. Tra clandestinità e interventi non sempre tempestivi in caso di pericolo di vita della gestante. Torniamo a interrogarci sulle priorità di uno stato laico e che dovrebbe sempre tutelare la vita della donna.

Un mio approfondimento sul tema.

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Omissione di coscienza

OMISSIONE DI COSCIENZA

 

#ObiettiamoLaSanzione esprime la sua vicinanza alla famiglia di Valentina Milluzzo, deceduta al quinto mese di gravidanza, all’ospedale Cannizzaro di Catania.
Una tragedia su cui è stata aperta una inchiesta.
Non sappiamo cosa sia successo. Adesso è tutto nelle mani della magistratura.

La famiglia di Valentina ha riferito che il medico si è rifiutato di intervenire in quanto obiettore, fino a quando ci fosse stato battito cardiaco del feto.
Paolo Scollo, primario del reparto di ginecologia ed ostetricia, che pure aveva bollato come “una madornale falsità” questa interpretazione della tragica vicenda, afferma che si sia trattato di «sepsi, per una coagulazione intravasale disseminata, per una complicanza dell’infezione», con cause ancora da stabilire. Precisando che: «Si potrà capire dai dati biochimici dell’autopsia. È quello che dovranno esaminare i periti del tribunale, se riusciranno a scoprirlo».

Mercoledì prossimo verrà effettuata l’autopsia di Valentina, che speriamo trovi esperti in grado di dare risposte a quel preoccupante “se”, fugando i dubbi evidenziatisi da questo drammatico caso.

Occorre indagare sui tempi d’inizio dell’infezione nonché sulle sue cause, per arrivare a capire il momento in cui la situazione ha imboccato un punto di non ritorno, sapendo che bisognava intervenire prima di quel momento. Sarà necessario indagare sui protocolli applicati, sugli eventuali ritardi, sottovalutazioni, negligenze e lacune nei monitoraggi svoltisi sin da quando la donna è stata ricoverata. Diciassette giorni sui quali puntare la lente di ingrandimento, perché non dovrebbe focalizzarsi l’attenzione sulla sola fase dell’emergenza sanitaria che è stata immediatamente preliminare alla morte della giovane donna.

Ci auguriamo che emerga la verità, l’unica in grado di potere successivamente fare individuare gli eventuali responsabili, al fine di fare ottenere giustizia a questa donna che ha perso la vita. Auspichiamo che la magistratura sia libera da pressioni di ogni tipo e che sia scevra nelle indagini da ogni pregiudizio, per potere obiettivamente valutare i fatti accaduti, alla luce dell’esame della cartella clinica di Valentina e sulla base degli esami autoptici sul suo corpo e su quello dei gemelli. Nel contempo gli inquirenti dovrebbero anche interrogarsi sulla realtà di un reparto totalmente composto da obiettori di coscienza, una violazione della legge 194 che invece non consente l’obiezione di struttura.
Difatti occorrerebbe investigare se l’obiezione, che arriva in questo caso al 100%, abbia davvero influito sulle scelte mediche e sui loro tempi di intervento come sostengono i parenti di Valentina. Per arrivare a sapere se, con la condotta tenuta si sia voluto proteggere la propria “morale” non estraendo i feticon battito a scapito della vita della gestante.

Vogliamo che la vita della donna abbia sempre un valore prioritario e non sia subordinato a scelte religiose o ideologiche.
Lo dobbiamo a Valentina, ma anche alle altre che in futuro potrebbero trovarsi nelle sue stesse condizioni.

Auspichiamo che venga fatta piena luce sui risvolti poco chiari di questa tragedia per capire se con un intervento più tempestivo si sarebbe potuta salvare la vita di Valentina, anche a costo di non salvaguardare i due feti che portava in grembo. Come sancito dalla pronuncia della Corte Costituzionale n.27/1975, precedente addirittura alla legge 194, “non esiste equivalenza fra il diritto alla vita ma anche alla salute proprio di chi è già persona, come la madre, e la salvaguardia dell’embrione che persona deve ancora divenire”.
La Cassazione ha ribadito che il diritto di obiezione di coscienza «non esonera il medico dall’intervenire durante l’intero procedimento» in quanto «il diritto dell’obiettore affievolisce, fino a scomparire, di fronte al diritto della donna in imminente pericolo a ricevere le cure per tutelare la propria vita» (sentenza n.14979/2013).
Tutto dipende da quando il medico ravvisi il pericolo per la vita della donna, confine difficile da tracciare quando si ha un approccio ideologico. Se, in conseguenza di ciò, ci si riduce ad indurre il parto, ad esempio, quando ormai la sepsi e le sue complicanze sono a uno stadio avanzato, vuol dire che il medico è intervenuto nel momento in cui ormai la vita della donna era compromessa irreparabilmente.

“Di fronte al pericolo di morte della madre, invece, deve scattare l’obbligo grave e irrinunciabile per il medico – ha dichiarato Filippo Maria Boscia, presidente nazionale dei medici cattolici – di fare tutto il possibile per salvarla”.
Tutto dipende dal fatto che, una volta accertata la gravità della paziente, il medico ne scelga come priorità la salvezza e non quella della propria “coscienza”.
Questa è la regola ed ogni altra non è legittima.
Pena essere indagati, qualora ne ricorrano i presupposti, perché dolosamente colpevoli agli occhi della legge di omissione di soccorso o nella peggiore delle ipotesi, quali la morte di una donna, perché colposamente responsabili di omicidio. E, semmai, essere anche condannati, sempre che si sia sentenziato al riguardo.

Il gruppo ObiettiamolaSanzione

 

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Aborto. Più educazione sessuale e informazione alla contraccezione e meno terrorismo patriarcale.

 

Attenzione! Questo non è uno strumento chirurgico. Rendi l'aborto sicuro e legale

Attenzione! Questo non è uno strumento chirurgico. Rendi l’aborto sicuro e legale

 

A guardare il panorama generale e al contesto attuale per quanto riguarda la salute riproduttiva delle donne e la possibilità di ricorrere a una interruzione di gravidanza in sicurezza e in piena libertà, non c’è da stare tranquille. In tutto il mondo sembra che il patriarcato stia attuando una vera e propria politica di backlash, che con un colpo di coda, una trincea reazionaria intende riportarci indietro di decenni, per tornare ad avere il controllo pieno sulle vite delle donne e sulle loro scelte riproduttive. Trump sbandiera fieramente il suo antiabortismo, arrivando a prospettare anche punizioni per le donne che decidono di abortire e per i medici abortisti.

A Varsavia (e in contemporanea in altre 15 città polacche), lo scorso 3 aprile migliaia di persone hanno manifestato davanti alla sede del Parlamento Polacco contro il progetto di legge (presentato dalle associazioni pro-life con il sostegno della Conferenza Episcopale polacca e del nuovo governo guidato dal partito nazional-conservatore) che vorrebbe vietare totalmente l’aborto, tranne nel caso di pericolo di vita della donna. Il testo di riforma prevede che le persone che partecipano ad un aborto illegale siano punite con cinque anni di carcere, anziché gli attuali due. Oggi l’aborto in Polonia è illegale tranne che nei seguenti casi: quando la gravidanza è il risultato di stupro o incesto, quando la vita della donna è in pericolo, quando il feto è gravemente malformato.

A questo punto occorre chiarire alcune cose.
Essere favorevoli a una legge che assicuri la salute della donna e la sua libertà di scelta in tema di maternità, significa essere aperti a una possibilità che non deve mai essere negata e che va garantita per evitare che la donna torni a pratiche clandestine e pericolose.
Il prezzemolo, i ferri da calza, i farmaci antiulcera non devono più essere la soluzione, pretendiamo che ci sia una prestazione sicura e adeguata, legale e gratuita, che sia chirurgica o farmacologica, ma tuteli la salute e la vita delle donne.

 

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Occhio non vede…

miro

 

Ho come l’impressione che in questo strano Paese si preferisca non vedere, non capire, non sapere. Per non farsi troppo male oppure per non guastare il clima di sospensione e di ottimismo artefatto in cui siamo immersi. La mitologia ci piace più della realtà.

Non ci piace avere qualcuno che ci dica che le cose non vanno proprio nel verso favoleggiante che da tempo ci viene somministrato.

Me ne accorgo quando pubblico articoli come questo in cui parlo del Rapporto sul benessere equo e sostenibile (Bes) a cura dell’Istat, a quanti interessa questo tipo di approfondimento? Quanti si pongono domande e desiderano capire come vanno le cose? Quanto le nostre politiche riescono ad adoperare adeguatamente le analisi che periodicamente vengono pubblicate?

La mia impressione quando parlo di adoperare un’ottica di genere nell’azione politica, di programmazione, di progettazione, di visione sul futuro, di pianificazione degli interventi locali o nazionali, è di profondo smarrimento. “Ah, ma tu sei sempre quella in trincea per i diritti delle donne, ma non puoi occuparti d’altro?”

Forse darò un dispiacere a qualcuno, ma continuerò ad occuparmene, perché penso che lavorando in questo senso ne possa beneficiare l’intero sistema socio-economico.

Diamo fastidio se ci preoccupiamo di occupazione, flessibilità, condivisione, work-life balance cercando di applicare le differenze di genere e di evidenziare le problematiche peculiari di certi temi?

Cosa c’è di normale per esempio nel fatto che nella fascia d’età tra i 25 e i 34 anni, secondo i dati Istat, nel 2015, il tasso di occupazione è del 73,9% per le single, mentre per le donne in coppi con figli scivola al 44%, e crolla al 20,1% quando il numero dei figli è pari o superiore a tre?

Dal 16 aprile Linda Laura Sabbadini non sarà più la direttrice del Dipartimento per le statistiche sociali e ambientali di Istat, che cessa di esistere per grandi lavori di ristrutturazione dell’Istituto.

Davvero pensiamo che cancellando un dipartimento, che interrompendo il prezioso lavoro nel campo delle statistiche sociali e di genere svolto da Sabbadini, si riuscirà a silenziare le voci di coloro che quotidianamente sottolineano che questo non è ancora un Paese per donne, per lavoratrici, paritario? Le discriminazioni ci sono ancora, gli sforzi fatti sinora evidentemente non hanno risolto un granché, perché la realtà è più complessa e delicata delle rappresentazioni iconografiche da twitter. La realtà è quella che emerge dalle statistiche e dai lavori che il dipartimento di Sabbadini ha sinora elaborato. E non ci stiamo alla vulgata secondo cui le donne italiane se la passerebbero meglio rispetto al passato.

Non è evitando di leggere che le discriminazioni, i problemi del lavoro delle donne sono tuttora vivi e laceranti che potremo superarli. La fotografia periodicamente scattata dall’Istat non deve venire a mancare, le buone pratiche non devono andare perdute. Le indagini su salute, sicurezza, benessere, violenza, lavoro, abusi ambientali e povertà non devono smarrire la loro forza, la loro capacità di mettere in luce le distorsioni della realtà. C’è da lavorare per sanare la ferita dell’occupazione femminile, gravata dai compiti di cura che ancora pesano maggiormente sulle donne, dalla mancanza di sostegni reali per un benessere diffuso, a misura anche di donna. Non abbiamo bisogno di una mano di tinteggiatura rosa, ma di vedere i fenomeni delle differenze di genere, delle discriminazioni, delle spaccature della società per come sono realmente.

Non possiamo di punto in bianco arrivare a sotterrare tutto perché non ci piace ciò che si rileva. Non sbuffate ogni volta che vedete un grafico che evidenzia come per noi donne è ancora una vita tutta in salita, in trincea. Non sbuffate dicendo che ormai donne e uomini hanno gli stessi problemi in campo lavorativo. Non sbuffate e reagite quando si vuole mandare in fumo anni di ricerche e di un approccio finalmente corretto e innovativo, di genere agli studi statistici. Dobbiamo preoccuparci se qualcuno vuole sottrarci gli strumenti per capire come stanno andando veramente le cose per noi donne e per l’intera società, per quelle fasce invisibili e poco considerate della popolazione.

Abbiamo cancellato la figura della Ministra delle Pari Opportunità o di una qualche delegata, le politiche di genere sono alla mercé della buona volontà dei/delle singoli/e, si azzerano i fondi alle Consigliere di parità, i diritti delle donne sono sempre più incerti e sotto attacco, arriva la notizia della Sabbadini, mi sembra un quadro tutt’altro che rassicurante. Ci vogliono cancellare? Vogliono passare la gommapane sulle voci delle donne? Lasceremo che questo accada? Mi auguro proprio di no, e auspico che ci sia un moto di azione collettivo, siamo stanche di aspettare e di vederci messe nell’angolo, all’ultima pagina dell’agenda politica. In un Paese civile e che vuole progredire non si sottrae informazione indipendente e critica, ma la si incrementa.

Quanto la situazione deve ancora peggiorare per mobilitarci seriamente tutte insieme?

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Il tortuoso cammino dalle parole ai fatti

 

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L’indice sull’uguaglianza di genere 2015, presentato il 25 giugno a Bruxelles dall’Istituto europeo per l’uguaglianza di genere (EIGE) QUI ci informa che negli ultimi 10 anni, i progressi per il raggiungimento della parità tra donne e uomini sono stati nel complesso poco significativi in tutta Europa e in alcuni Paesi addirittura si è tornati indietro. Il punteggio complessivo dell’indice per l’UE è salito da 51,3 su 100 nel 2005 a 52,9 nel 2012. L’indice viene aggiornato biennalmente.

L’indice sull’uguaglianza di genere si articola su sei domini principali (lavoro, denaro, conoscenza, tempo, potere e salute) e due satellite (violenza contro le donne e disuguaglianze intersezionali). Si basa sulle priorità politiche dell’UE e valuta l’impatto delle politiche in materia di uguaglianza di genere nell’Unione europea e da parte degli Stati membri nel tempo.

Qualche passo in più si è registrato in termini di “potere” e di accesso ai vertici aziendali e istituzionali: si passa da un valore 31,4 su 100 nel 2005 a 39,7 nel 2012. Sostanzialmente lo squilibrio permane. L’Italia quota 21,8 su 100.

Permane un elevato livello di segregazione di genere nel mercato del lavoro, in pratica siamo schiacciate in mansioni e lavori tipicamente femminili, sanità, servizi sociali istruzione.

Siamo più istruite degli uomini, ma anche più “segregate”, facciamo fatica a espanderci in tutti i settori di studio e di specializzazione. La situazione è aggravata da una decrescita per quanto riguarda la possibilità di accedere a una istruzione/formazione permanente.

Se guardiamo il dominio della salute, l’indice medio europeo è elevato, 90 su 100, l’Italia giunge a quota 89,5. Un dato da tenere sotto controllo, perché in tempi di crisi, alcuni Paesi hanno optato per un rafforzamento dei servizi sanitari pubblici, mentre altri hanno tagliato o posto a carico dei cittadini i costi sanitari, in precedenza gratuiti. Si comprende come per le donne questo aggravamento dei costi di assistenza sanitaria possa incidere negativamente a lungo andare sulla loro salute, sia in termini di prevenzione che di cura. Tutti noi conosciamo gli effetti disastrosi di anni di austerity sulla sanità greca e sulla salute della popolazione. Il tavolo della salute non può essere il tavolo da gioco della finanza e degli esperimenti di un’economia attenta solo alle ragioni del denaro.

Ma se osserviamo l’ambito “tempo” che dovrebbe misurare la distribuzione dei tempi di cura e di lavoro tra uomini e donne, comprendiamo il vero stato della situazione: il punteggio è di 37,6 su 100 per la media europea, 32,4 su 100 per l’Italia (suddiviso nei sotto-domini: care 40,4, social 26, segnale del fatto che possiamo contare poco sui servizi sociali). Niente a che vedere con il 61,3 della Finlandia. Se sembra migliorare la condivisione della cura dei figli, sul versante delle altre incombenze quotidiane domestiche il divario non sembra restringersi.  Questo dato risulta ulteriormente pesante, se lo associamo alla decisione annunciata lo scorso 1 luglio da parte della vicepresidente della Commissione Europea Timmermans di ritirare la direttiva sul congedo di maternità. Ne avevo già parlato qui. Un pessimo segnale dall’Unione Europea e dalla sua leadership. Indice di una scarsa attenzione e capacità di incidere in politiche di pari opportunità. Perché oltre le relazioni e le statistiche, occorre saper avviare azioni concrete, investendo misure concrete per sostenere e salvaguardare i diritti delle donne. Che senso ha misurare dei dati, se poi la politica e le istituzioni europee non sono in grado di varare iniziative mirate, vincolanti per gli Stati membri, al fine di garantire un humus più agevole per le donne?

Abbiamo un gap salariale medio del 16%, con significativi peggioramenti in caso di maternità. Questo espone le donne a un maggior rischio povertà, soprattutto in vecchiaia, quando le pensioni risulteranno proporzionalmente più basse rispetto a quelle degli uomini. Abbiamo di fatto una incapacità di incidere sulle politiche degli Stati membri, che spesso varano provvedimenti in materia di equità di genere che restano lettera morta, un puro esercizio di letteratura giurisprudenziale.

Non si comprende come si possa pensare di migliorare queste percentuali, se di fatto non ci sono interventi efficaci a sostegno della partecipazione e permanenza delle donne nel mercato del lavoro (l’indice EIGE medio è 72,3, l’Italia è a quota 57,1). Nel nostro Paese poi siamo ben lontani dagli obiettivi Europa 2020, che prevedeva di raggiungere il 75% delle donne occupate. Da questo deriva anche il valore dell’indice denaro, che rappresenta l’indipendenza economica delle donne. Un lavoro sicuro e tutelato ha benefici su molti aspetti e decisioni nella vita di una donna e non solo.

Guardiamo al nostro Paese. A livello nazionale nel 2012 siamo al 41,1 su 100 (indice EIGE). Qualche passo in avanti è stato compiuto: nel 2005 eravamo a 34,6, nel 2010 a 39,6. Se guardiamo i vari diagrammi per ciascun ambito, si nota una certa stagnazione, oltre a essere al di sotto della media europea. Eppure leggendo i riferimenti normativi nazionali, non siamo proprio rimasti fermi, evidentemente i risultati concreti non si sono visti.

Nell’analisi di dettaglio dell’Italia viene fatto un bilancio degli interventi legislativi posti in essere.

Si richiama il codice nazionale per le pari opportunità tra uomini e donne, il decreto 198 del 2006, 59 articoli che cercano di armonizzare e razionalizzare le leggi vigenti (11) in materia di gender equality. Si promuovono le pari opportunità in differenti settori: etico, sociale, relazioni economiche, diritti civili e politici. L’obiettivo dichiarato è di promuovere l’empowerment delle donne, assicurare la loro libertà di scelta e migliorare la qualità della vita per uomini e donne. È stato introdotto il principio del genere per il varo dei diversi provvedimenti legislativi, di ogni grado.

Nel 2010, il governo ha adottato un decreto per adeguarsi alla Direttiva europea 2006/54/EC in materia di pari opportunità nell’occupazione e nel mondo del lavoro.

Nel 2007, la Direttiva 2004/113/EC ‘Implementing the principle of equal treatment between men and women in the access to and supply of goods and services’ è stata recepita dalla legge 196/2007.

Il governo ha adottato numerose norme per incrementare la partecipazione delle donne alle attività politiche, alcuni esempi: la legge 90 del 2004, sulle elezioni dei parlamentari europei; la 120 del 12 luglio 2011, sull’accesso ai vertici delle società quotate e dal 2012 ha stabilito un 20% minimo di donne (la famosa Golfo-Mosca); la legge 215/2012 su previsioni volte a garantire la parità nei governi locali e regionali; e la direttiva sulle pari opportunità per le donne della P.A. del 23 maggio 2007. Si menziona anche la legge del 28 ottobre 2010, che ha approvato il primo piano nazionale contro la violenza di genere e lo stalking.  

A livello regionale, la Sicilia ha prodotto nel 2007 un documento programmatico per l’arco temporale 2007-2013 che aspirava a promuovere l’implementazione del “principio delle pari opportunità per tutti” all’interno del piano strategico delle Municipalità siciliane; previsioni per l’imprenditoria femminile.
In Puglia nel 2008, la legge regionale dell’ordine marzo 2007 è stata rafforzata. È stato istituito l‘Ufficio Garante di Genere’, per monitorare l’implementazione della legge 7/2007, creando un database di donne che desiderino aspirare a incarichi manageriali, fissare un budget regionale dedicato alle donne, un reportage annuale sulla condizione femminile nell’area. È anche responsabile per dettare le linee guida in materia di politiche di genere pugliesi attraverso il Centro regionale per le donne.

In Liguria nel 2008, il governo regionale ha varato la legge 26 del 1 agosto, integrando le politiche per le pari opportunità esistenti in regione.

Nel 2012 l’Abruzzo ha sottoscritto un Accordo sulle Pari opportunità con province e municipalità per la promozione della work-life balance, la diffusione della cultura delle eguali opportunità, la promozione di forme di flessibilità e ridisegno degli orari di lavoro, il coinvolgimento delle donne in politica, il supporto e il coordinamento regionale dei centri antiviolenza.

Insomma virtuosi, ma se guardiamo la pratica, ci rendiamo conto che la favola non è come può sembrare. Purtroppo le norme non sono sufficienti a garantire un sensibile miglioramento.

Poi ci troviamo Salvatore Negro, come neo assessore regionale pugliese alle Pari opportunità, uno dei principali detrattori dell’emendamento sulla parità di genere, culminato poi nella bocciatura del medesimo emendamento 50&50 nella legge elettorale regionale. Insomma non tira una buona aria per le donne.
Qualche giorno fa avevo scritto un post lettera a Michele Emiliano. Mi aveva risposto così su Twitter:

Il 25 giugno
@sforzasimona ho tutelato i diritti delle donne da sindaco e lo faró anche da Presidente della Puglia nella direzione che indichi.🎀
https://mobile.twitter.com/micheleemiliano/status/614133622950490113?s=04

Diciamo che aveva in serbo una amara sorpresa.
Si comprende che i fatti dimostrano quanto spesso le parole siano vuote, adoperate esclusivamente per avere solo una apparente infarinatura di equità e parità. Forse anziché continuare a varare nuove norme, basterebbe semplicemente applicare l’art 3 della nostra Carta Costituzionale, rimuovendo quegli ostacoli che ci rendono cittadine ancora un passo indietro ai cittadini.

Il report EIGE poi si sofferma sull’importanza del contesto culturale, sociale e istituzionale nel combattere la violenza contro le donne. Alti livelli di eguaglianza di genere rendono le donne più propense a denunciare, anche grazie a una maggiore fiducia nella giustizia istituzionale e nelle forze di polizia.

Stesso discorso quindi vale per l’inaccettabile superficialità con cui si affronta il problema della violenza contro le donne a livello nazionale. Siamo chiaramente fermi a una marginalizzazione della questione, le donne continuano ad essere uccise e a subire violenze, ma gli interlocutori istituzionali e le loro proposte risultano inadeguati. Se ne parla sempre meno e sentir dire che “la colpa è delle donne”, è come se si commettesse violenza due volte. Quando crederete alle parole di una donna che chiede aiuto? Quando smetterete di giudicare le donne sotto un metro diverso, quando verremo difese in tempo, prima  che sia troppo tardi?

Non abbiamo ritenuto necessario e urgente avere un dicastero dedicato alle pari opportunità e questo a dice lunga. Nonostante le varie pressioni e richieste nulla ancora si muove. Non ci basta qualcuno che ci sciorini dati, ci vuole competenza, attenzione e conoscenza delle problematiche delle donne, a livello nazionale e locale. Saremo sempre indietro se non riusciremo a invertire la rotta. Non ci bastavano ieri e non ci bastano oggi le rassicurazioni che si prenderanno cura delle questioni delle donne. Che da bravi uomini ci porteranno su un palmo di mano verso la piena uguaglianza. Non siamo inadeguate, come qualcuno paternalisticamente vorrebbe indurci a pensare, e non abbiamo bisogno di essere educate e indottrinate. I nostri temi resteranno marginali se non riusciremo ad avere delle rappresentanti degne e combattive. Non sediamoci ai tavoli per raccontare quanto siamo state brave a giungere a ruoli di rilievo, ma lavoriamo affinché altre, tantissime donne possano partecipare e far sentire la propria voce. Facciamo valere il nostro saper fare e pensare differente. Noi stesse dobbiamo renderci attive e cercare di cambiare le cose. Siamo considerate una forma di welfare gratuito, che viene dato per certo. Iniziamo a praticare una condivisione dei compiti di sostegno familiare e chiediamo che venga riconosciuto questo lavoro invisibile. Coltiviamo quel cambiamento culturale necessario.

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Di donne grasse e donne magre, di età e di colori

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Cosa ci viene richiesto per essere in linea con ciò che viene considerato “normale”? Stereotipi e modelli che ci impediscono di vivere serenamente e liberamente.

“In questi giorni riflettevo su come cambiano i giudizi a seconda delle età e di come questi incidono nella nostra vita”.

(…)

“Un rincorrere pericoloso di ideali che costruiscono per noi un senso del normale, del tutto malato e slegato dalla realtà. Per molti è un perenne tentativo di adeguamento, senza che si riesca a capire che non è possibile vivere in questo modo. Gli altri disegnano per noi un modello che ci ingabbia e ci preclude una comprensione di noi stessi piena e matura.”

CONTINUA A LEGGERE QUI su Mammeonline.net

Buona lettura!

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I danni della tratta

 

Questo post è per tutti coloro che sostengono che la prostituzione non causa gravi conseguenze e che sia un servizio sociale, un diritto inalienabile per qualsiasi uomo. Questo post è per tutti coloro che ignorano cosa sia la tratta di esseri umani. Questo post è per tutti coloro che in un modo o nell’altro tendono a giustificare il sistema prostituente.

Vi segnalo questa ricerca sul traffico di esseri umani in Cambogia, Thailandia e Vietnam, pubblicata sul Lancet (QUI).
Questo studio ha analizzato i danni a lungo termine per la salute delle persone che sono vittime di tratta. Il lavoro di ricerca, condotto dall’équipe di Ligia Kiss, ha coinvolto 1.102 persone, tra uomini, donne e bambini, che sono stati sfruttati sessualmente (32%), costretti al lavoro forzato nel settore della pesca (27%) e in fabbrica (13%). Lo studio prende in esame persone che sono  sopravvissute alla tratta. I risultati hanno l’obiettivo di evidenziare in via preliminare alcuni indicatori di stress e disordine psicologico. Queste persone soffrivano di depressione, stati ansiosi e disturbi post-traumatici da stress. Non sono favole, sono violazioni dei principali diritti umani, a cui noi non prestiamo la giusta attenzione e non combattiamo abbastanza. Lontano geograficamente non significa che non ci coinvolge e non ci deve interessare. Molti di loro sono vittime anche dei nostri turisti sessuali, delle nostre abitudini di consumatori compulsivi, siamo responsabili tutti se non facciamo qualcosa per smascherare questo sistema di schiavismo avanzato. I risultati di questo studio ci devono portare a riflettere sulle ricadute che hanno le violenze sulle vittime di tratta. Il nostro è uno dei Paesi di destinazione di questo business, riflettiamo bene quando parliamo di prostituzione. Parliamo in primis di salute delle vittime, e cerchiamo di mettere in atto qualcosa che combatta questi crimini, che colpisca chi sfrutta e chi ne usufruisce.
Riporto alcuni passaggi fondamentali della ricerca:

“Trafficking is a crime of global proportions involving extreme forms of exploitation and abuse. Yet little research has been done of the health risks and morbidity patterns for men, women, and children trafficked for various forms of forced labour”.
481 (48%) of 1015 experienced physical violence, sexual violence, or both, with 198 (35%) of 566 women and girls reporting sexual violence.

More than half of children were trafficked for sex work, with 201 of 281 (72%) of girls forced into sex work.

Almost half of participants experienced physical violence, sexual violence, or both, including the majority of adults (eg, slapped, shoved, or had something thrown that could hurt; pushed or shoved; hit with a fist or with something else that could hurt; kicked, dragged, or beaten up; see table 2). Almost half of men reported physical violence and some reported sexual abuse. Among women, sexual abuse was much more common and physical violence was slightly less common than in men. More than a third of children reported physical violence, sexual violence, or both; just over a fifth reported sexual violence and almost a quarter reported physical violence.

 

55 (20%) of 281 girls reported physical violence and 73 (26%) of 281 reported sexual violence, whereas 27 (43%) of 63 boys reported physical violence and one (2%) of 63 reported sexual violence. Overall, 198 (35%) of 566 women and girls experienced sexual violence. Threats were reported by almost half of all participants (table 2).

 

This is the first health study of a large and diverse sample of men, women, and child survivors of trafficking for various forms of exploitation. Violence and unsafe working conditions were common and psychological morbidity was associated with severity of abuse. Survivors of trafficking need access to health care, especially mental health care.

 

Men, women, and children trafficked for various forms of forced labour and sexual exploitation were highly exposed to physical and psychological abuse, lived and work in extremely hazardous conditions, and reported serious health problems. This study builds on a small body of evidence, primarily on the health of girls and women trafficked for sex work, by adding findings about the health needs of men, women, and children trafficked into various labour sectors and offers unique data from the Mekong region.

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Table 1 – Fonte: The Lancet

 

table2

Table 2 – Fonte: The Lancet

 

table3

Table 3 – Fonte: The Lancet

 

table4

Table 4 – Fonte: The Lancet

 

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Se non possiamo più raccontare

Anarkikka per Europa Donna Italia - #breastunit

Anarkikka per Europa Donna Italia – #breastunit

Non riesco a capire perché ci deve essere un unico modo di agire, di parlare, di raccontare un tema. Se ogni cosa dev’essere considerata strumentalizzazione. Non può esistere un unico verbo o persone che possono parlare, attivarsi, commentare e altre no. Parlo della questione posta qui sulla #breastunit. Così, come questa reprimenda (fuori luogo e che personalmente non condivido, nemmeno se sulla scorta di un libro) delle donne che subiscono violenza che ho letto qui, alle quali si chiede di stare possibilmente in silenzio, di non fare le vittime, senza però dare risposte concrete su come superare o come rielaborare questa esperienza dolorosa. Spesso raccontare e condividere può aiutare, può essere terapeutico. Come se tutt* fossimo uguali e dovessimo reagire allo stesso modo. Assolutismo dei sentimenti, del dolore, della sofferenza, delle reazioni. Come se qualcuno ci dovesse impartire come è giusto comportarsi in ogni occasione. Come quando ti chiedono di definire il tuo dolore su una scala da 1 a 10: il dolore è soggettivo e nessuno può permettersi di affermare che il mio livello di sopportazione del dolore non è adeguato e non va bene.
Se non ne parliamo, se non cerchiamo di sensibilizzare sul tumore al seno, usando anche, perché no, il richiamo del colore rosa di una maglietta o di una parrucca, se le donne con un’esperienza di violenza non possono raccontare a proprio modo e nessuno può cercare di organizzare iniziative e dibattiti per sensibilizzare la cittadinanza, cosa ci resta?
Un conto è il capitalismo che cerca di venderci un braccialetto antiviolenza, un conto è organizzare manifestazioni, convegni per informare, discutere, aprire un dibattito. Per quanto possano essere utilizzate strumentalmente da qualcuno, non possiamo buttare via il bambino con l’acqua sporca. In tanti portano avanti tali battaglie in buona fede e credendoci appieno. Grazie a queste persone la vita di tutt* può migliorare. Non dobbiamo confondere le cose e fare di tutta l’erba un fascio.
Se non teniamo accesa l’attenzione su certi temi, si resta fermi e non si compiono progressi. Invece, occorre diffondere informazioni, consapevolezza, dal cancro alla violenza, fino ai diritti di ciascuna donna. Non dobbiamo aspettare che il problema ci riguardi e ci coinvolga direttamente per agire. Dobbiamo metterci a disposizione sempre e dare il nostro piccolo contributo.
Non dobbiamo più obbligare i pazienti a compiere chilometri di viaggio per poter usufruire di terapie e di strumentazioni adeguate e innovative. In famiglia ho vissuto questi drammi e non è ammissibile che non si ponga rimedio. In certe condizioni di salute, farsi Bari-Milano non è il massimo.
Ci sono tanti problemi da affrontare, ma non è restando in silenzio e pretendendo che lo facciano tutti, che si risolvono i problemi. Occorre battersi ognuna con i propri mezzi e metodi, nel proprio piccolo, affinché qualcosa cambi, migliori realmente. Perciò penso che quello delle breast unit sia un buon progetto, con obiettivi chiari e essenziali, importanti. Non dobbiamo aspettare fermi, in attesa che accada quel cambiamento politico e culturale necessario, ma batterci affinché certi dibattiti non siano mai trascurati, perché l’informazione non cessi mai di girare, perché siamo noi in prima persona ad essere chiamati a compiere piccoli, ma significativi passi in avanti, su più fronti e a più livelli. I tagli alla Sanità, al welfare non si contrastano restando immobili. Mai!
Se ne volete sapere di più sulle breast unit, vi consiglio questo post di Luigia Tauro: qui. Ci vediamo a Milano il 17 giugno.

 

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Sul naturale e sul parto

baby

Lascio perdere la questione del programma televisivo in sé, perché rientra in un perfetto piano per attirare telespettatori e per produrre qualcosa di nuovo da vendere. Di cattivo gusto ormai ce n’è talmente tanto, che diventa difficile esprimere un parere su questo ennesimo reality. Sarebbe uno spreco di energie.
Sulla questione del parto mi sono già soffermata svariate volte. Questa ennesima notizia che promuove l’idea che “naturale è bello”, con annessa nascita nella natura selvaggia, è solo una ulteriore conferma di una involuzione reazionaria del genere umano. A mio avviso, è un vero delitto, una vera piaga che annulla decenni di ricerche, di studi per migliorare la vita, la salute, per aumentare le garanzie di vita di mamma e bambino. È come se in questo modo si compisse un’opera enorme di disinformazione e di indottrinamento fuorviante molto pericoloso. Ogni anno 300mila donne e più di sei milioni di bambini muoiono al momento del parto e questo soprattutto nei paesi più poveri. Di questo dobbiamo parlare, di queste persone, di come si dovrebbero diffondere pratiche di parto sicure. Perché se non si parla di questo, siamo proprio fuori di testa e complici di una disinformazione diffusa. Da Semmelweis in poi, molti passi in avanti sono stati compiuti, purtroppo non è così dappertutto. Vi consiglio vivamente questo illuminante articolo del chirurgo Atul Gawande, in cui si parla della difficoltà di diffondere le buone pratiche e scoperte mediche sul campo.
Non c’è niente di peggio che trattare certi temi in modo superficiale.
Siccome non siamo tutti stanchi, ricchi e annoiati occidentali, alla ricerca del mito del ritorno alle caverne e alla natura, ma ci teniamo a sopravvivere al parto e a dare maggiori chance ai nostri figli, non è consigliabile diffondere certi messaggi. Certamente, ognuna è libera di scegliere come partorire e come curarsi, ma evitiamo false soluzioni che possono mettere a rischio la salute delle persone.
Sapete quante balle e falsi miti si diffondono? Stiamo attent* a non tornare ai tempi della Tavola rotonda, con elfi, maghi e fate.
P.S. Non venite a parlarmi di orgasmic birth! Con le doglie?? Ci vuole proprio una buona dose di immaginazione..

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Questione di volontà

tulips

Questo articolo riassume molto bene tutta la storia della #Legge40 sulla PMA.

Nel corso della lunga analisi mi è apparso molto chiaro che questa normativa ha deliberatamente creato un tappo, incostituzionale, ma che ha necessitato un intervento demolitorio a suon di sentenze, prima di essere reso inefficace. Nel frattempo sono trascorsi 10 anni. Se ci pensate è un tempo enorme, disumano, perché a pagare sono state le coppie, le donne, le persone, noi. Inoltre, le battaglie legali non sono a costo zero e ancora una volta una legge dello stato viola il diritto all’uguaglianza in modo plateale. Viola il diritto a vedersi garantita una normale prassi che tuteli la salute. Per questioni ideologiche e confessionali tutto questo è stato negato e congelato per 10 anni. L’Italia da stato laico solo in teoria, si è trovata a fronteggiare questa ondata mai sopita di una politica che ha consapevolmente preso le parti, ma non delle persone. Siamo un paese in cui ci si deve arrangiare sempre. La Legge 40 non ha colpito tutti, ma solo coloro che non potevano permettersi di andare all’estero e chi non poteva permettersi una causa in tribunale. 10 anni sono tanti per chi desidera un figlio. 10 anni sono un macigno troppo grosso da rimuovere. Le nostre coscienze devono risvegliarsi e organizzarsi per evitare il ripetersi di un nuovo disastro legislativo in materia. Dobbiamo mobilitarci e difendere i diritti di tutti, chiedere l’applicazione di leggi che tutelino le persone e che sia garantita la piena realizzazione di quanto prescritto da leggi come la #Legge194. Abbiamo visto che quando c’è una volontà politica forte, le leggi nascono e vengono approvate velocemente. Nel caso della Legge 40 è stato plateale, purtroppo. Bene, ora cerchiamo di procedere con la stessa celerità a fare una norma seria e utile per aiutare le persone. Una norma non deve aprire un calvario, ma aiutare le persone e garantire che i diritti fondamentali non vengano schiacciati.

“Sappiamo bene che non basta una sentenza – per quanto, una volta tanto, positiva – a garantire le donne, ma servono percorsi di autorganizzazione e di lotta capaci di rivendicare diritti e di mostrare i reali bisogni di chi li attraversa”.

Mobilitiamoci e vigiliamo, perché i diritti sono fragili, hanno bisogno di essere difesi e una volta persi ci vuole molto tempo prima di sanare la situazione.

Per la cronaca, esiste una proposta di legge (qui un articolo di Chiara Lalli, che ne spiega bene i termini e le contraddizioni) presentata da Gian Luigi Gigli e Paola Binetti sulla PMA. Si chiama “Norme sulla attuazione del principio del contraddittorio nei procedimenti civili in materia di PMA”, prevede la figura di un curatore speciale, il curatore dei nascituri. Insomma, tra poco avremo un tutore anche del nostro desiderio o della nostra idea di diventare genitori. Una sorta di “lega di protezione” a priori.

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