Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Dall’Italia all’Irlanda per rispettare la volontà e la scelta delle donne


I primi 40 anni della Legge 194, Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza. A che punto siamo?

Al principio fu la battaglia contro una delle più evidenti espressioni dell’assetto patriarcale della società. Un movimento che si batté per garantire alle donne l’accesso all’aborto, libero, assistito e gratuito. Una pratica che era clandestina, esisteva, veniva gestita in modo diverso a seconda delle condizioni e delle disponibilità economiche della donna, tra ginecologi, ostetriche e mammane. Differenze di classe e di censo che decidevano della salute della donna. Ci si scontrava contro leggi che bollavano la contraccezione come “attentato all’integrità della stirpe”, come da Codice penale Rocco, e l’aborto era considerato un crimine per lo Stato italiano e un omicidio per la Chiesa.

Decidere sul proprio corpo, quando questo corpo per secoli era stato considerato appendice, proprietà, oggetto in possesso dell’uomo.

Nonostante questo contesto medievale, le donne abortivano clandestinamente con ogni mezzo, tra sonde, chinino, prezzemolo e altre pratiche più o meno rischiose.

Il primo tentativo di avviare la discussione in Parlamento avvenne con il ddl Fortuna nel 1971.

Occorreva trovare nuove strategie per diffondere la discussione anche oltre gli ambiti istituzionali, tra le donne, ma anche per iniziare a rompere il silenzio delle pratiche clandestine e aprire una nuova stagione. A partire dal 1973 il CISA (Centro Informazione Sterilizzazione Aborto) avviò l’apertura di strutture in cui praticare in sicurezza le IVG. Alcune donne e gruppi di donne iniziarono ad autodenunciarsi, avviando processi politici (ricordiamo Gigliola Pierobon nel 1973 e 263 donne di Trento nel 1974). Nel 1974 il Movimento di Liberazione della Donna raccolse in una settimana 13.000 firme perché in Parlamento si discutesse urgentemente sull’aborto. Arrivò la proposta di legge del PCI, mentre la Corte Costituzionale dichiarò illegittimo l’art. 546 del c.p. che non consentiva alcun tipo di scelta alla donna, nemmeno in caso di pericolo per la sua vita. Nel 1975 furono raccolte 750.000 firme per un referendum abrogativo sulle leggi fasciste sull’aborto. Il Parlamento si svegliò e iniziò l’esame di un disegno che unificava varie proposte, era marzo 1976. Il 2 aprile DC e MSI votarono contro l’art. 2, perché ritenevano l’aborto un reato. Il giorno dopo 50.000 donne manifestarono e non si fermarono più fino all’approvazione della 194, il 22 maggio 1978.

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AGGIORNAMENTO 26 maggio 2018:

Di gravidanza non si dovrà più morire, l’Irlanda ha votato sì al referendum per l’abrogazione dell’ottavo emendamento, il 66,4% dei voti ha permesso finalmente di sbloccare una situazione grave che dal 1983 consentiva l’interruzione solo nei casi in cui fosse «reale e sostanziale» il rischio per la vita della partoriente. Il premier irlandese ha promesso una norma entro l’anno per consentire alle donne irlandesi di scegliere, per un aborto sicuro, legale e senza dover andare all’estero.

Non riesco ad esprimere la gioia per questa conquista delle sorelle irlandesi… hanno davvero scritto la storia. Una storia che riguarda tutte noi!

Prendiamo esempio dalla perseveranza delle irlandesi e lavoriamo sodo per mutare la situazione disastrosa in cui versano i nostri diritti sessuali e riproduttivi.

 

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Un pomeriggio femminista

pomeriggio femminista

 

Milano, ancora una volta invasa da fascisti e preganti no-choice. Una sfilata che in un Paese laico e antifascista non si dovrebbe vedere. Invece, torna periodicamente. Non potevamo certo stare a casa.
Allora abbiamo deciso di scendere anche noi per le strade, con teli e cartelloni, prezzemolo e ferri da calza, un megafono e tanta voglia di urlare basta con queste azioni che ci vogliono portare indietro di decenni, con la protezione di un gruppo che rimpiange il Duce. Nulla di organizzato, nessuna autorizzazione, una mobilitazione spontanea, un evento fatto girare su Facebook, ci siamo ritrovate in piazza Cadorna e tutto il resto è avvenuto naturalmente. All’angolo di via Orefici la polizia ci ha circondate, volevamo prendere la metro, ma in un certo punto ci hanno bloccate, non ci siamo fatte fermare e hanno dovuto desistere. A un certo punto sembrava che le cose si mettessero male per noi, abbiamo resistito agli strattonamenti dei poliziotti che invece di occuparsi dei fascisti che sfilavano si dedicavano ad arginare noi pericolose streghe femministe che volevano solo far conoscere ai passanti cosa stava succedendo, mostrando le conseguenze della mancata applicazione della 194, una violenza che si sta consumando ancora una volta sui nostri corpi. Abbiamo ricordato che la salute sessuale e riproduttiva delle donne non è negoziabile o subordinabile a nessun discorso confessionale, che deve essere sempre tutelata e garantita, che non vogliamo ingerenze di nessun tipo sulle nostre scelte di donne. Madri solo per scelta, quindi. La 194 – per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione di gravidanza – nel corso degli anni ha subito uno svuotamento a causa dell’art. 9 che disciplina l’obiezione di coscienza. Abbiamo raccontato tutto questo, chiedendo che l’obiezione non costringa le donne a viaggi anche intraregionali per trovare un ospedale che pratichi IVG, ambulatori e medici che siano disposti a fornire le pillole del giorno e dei 5 giorni dopo, farmacisti che le vendano.
Abbiamo chiesto che servizi come i consultori vengano rafforzati e diffusi sul territorio.
Insieme per difendere il nostro diritto a scegliere liberamente se essere o non essere madri. Abbiamo ribadito che non ci dovrebbero essere obiettori nel servizio pubblico. Sì a una educazione alla contraccezione e a una sessualità consapevole. Vogliamo servizi e contraccettivi gratuiti e accessibili x tutte noi! Se una donna sceglie di interrompere la gravidanza deve essere assistita nel migliore dei modi, non dobbiamo tornare alla clandestinità, al faidate, alle pillole ordinate via internet, a rischiare di morire o di avere gravi conseguenze sulla nostra salute. Dobbiamo tornare in piazza x difendere i nostri diritti e chiedere di rafforzare tutele e servizi pubblici. Non permettiamo a nessuno di sottrarci tutte le conquiste che ci hanno permesso di scegliere e di non morire più. Ci siamo fatte sentire! GRAZIE A TUTTE E A TUTTI COLORO CHE ERANO A MANIFESTARE CON NOI! Non ci vogliono grandi mezzi o grandi organizzazioni, proviamo a immaginare cosa accadrebbe se periodicamente scendessimo in piazza, in varie città, contemporaneamente, concordando dei punti semplici e chiari di rivendicazione. A mio avviso, prima di tutto riprendere l’abitudine a stare insieme, a fare cose libere di esprimerci, sentirci parte di un gruppo ampio, senza gerarchie o cabine di regia, ci renderebbe naturalmente un corpo più compatto, entusiaste e meno impegnate in calcoli di astrofisica femminista. Ci vuole un metodo che sappia coniugare riflessione teorica e prassi politica delle donne. Senza la pratica tutto diventa più debole, artefatto e meno incisivo, a volte si rischia l’invisibilità. Ieri c’era un’atmosfera diversa, quella che si respira solo quando noi donne prendiamo in mano il nostro destino e diventiamo parte attiva e promotrice di un cambiamento. Ieri ci siamo incontrate, eravamo arrivate lì tutte fortemente motivate, non possiamo più restare in silenzio, nei nostri salotti, aspettando che qualcosa di maestoso si muova per noi. Lustrini e paillettes non hanno mai fatto per noi femministe. Noi siamo il fattore che fa la differenza, non attendiamo oltre. Ieri abbiamo dimostrato che un drappello di femministe può fare e dire tanto!

 

Per foto e video:
https://www.facebook.com/events/1650153871924041/

http://milano.corriere.it/notizie/cronaca/15_ottobre_10/tensione-pro-contro-aborto-verdure-lanciate-manifestanti-03189260-6f64-11e5-98e3-5a49a4f4dd41.shtml

http://milano.repubblica.it/cronaca/2015/10/10/news/aborto-124796453/

 

p.s.

Un solo commento: ci dividiamo sempre su tutto, ma quello che crea problemi è sempre l’indipendenza e l’autonomia quando un gruppo di donne prendono in mano i propri diritti e manifestano per difenderli, quando si sceglie di non restare in silenzio, indipendentemente da quello che pensano le massime autorità dei movimenti vari. Una precisazione, le scritte sui muri lungo il percorso erano lì dalla notte precedente. Abbiamo usato il prezzemolo per ricordare a tutt* cosa accadeva prima della 194. Abbiamo usato le nostre voci per far sapere a tutti per cosa manifestavamo. Queste erano le nostre uniche armi pacifiche e libere. Per dimostrare che non siamo scomparse, che siamo ancora qui per difendere i nostri diritti oggi e sempre. Ieri ho ricevuto un dono prezioso: le voci di altre donne, che come me erano lì per ribadire che indietro non si torna. E non ci fermeremo di fronte agli attacchi patriarcali e normalizzatori, di chi ci vuole controllare, di chi ci vuole togliere tante conquiste di civiltà. Ieri eravamo unite nel dire no ai fascisti e al patriarcato, a chi ci toglie i servizi a tutela della nostra salute, a chi ci vorrebbe madri a ogni costo.

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Cosa manca?

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Ricevo questa missiva via email. No, non si parla della relazione Tarabella (QUI il testo), che andrà in Aula (Parlamento Europeo) per l’approvazione il prossimo 10 marzo (il 9 ci sarà il dibattito), bensì della Relazione annuale sulla parità tra donne e uomini (qui), che viene realizzata dalla Commissione Europea (organo esecutivo e promotore del processo legislativo). Utile per i dati e i temi trattati, infatti ve lo allego. Innocua sotto il profilo che più sta a cuore ai no-choice o pro-life. Infatti, non tratta il tema dell’aborto, che in Europa è ancora un tabù per certi schieramenti.

Ma devo fare una considerazione di altro genere. Perché in una comunicazione in occasione dell’8 marzo, non appare alcun cenno all’appuntamento (importantissimo e che sta suscitando non poche preoccupazioni qui e qui) a cui sono chiamati gli europarlamentari proprio in merito alle tematiche relative alla parità? Mi direte che faccio domande retoriche o ingenue. Ma tant’è, non c’è alcun riferimento al testo Tarabella. Forse in molti pensano che sia meglio che non se ne parli troppo. Quanto meno non alla luce del sole. Non staranno mica preparando degli emendamenti “ablativi”? C’è fiducia che il testo Tarabella passi così com’è. Dobbiamo sperare e aver fiducia che i numeri siano a nostro favore. Vedremo..

Mi chiedo come sia accettabile che l’Europa consenta che ci siano differenti posizioni e trattamenti in merito alla salute sessuale e riproduttiva delle donne? Stiamo parlando di questioni che impattano direttamente e pesantemente le vite delle donne. Per un’Europa laica, non dovrebbe essere problematico pronunciarsi su questo tema, ma evidentemente la laicità è di là da venire. Trovo assurdo che non si prenda posizione e si consenta che livelli elevati di obiezione di coscienza o leggi fortemente limitanti in materia di aborto (ricordiamo che a Malta è tuttora illegale) costringano ancora oggi le donne a scegliere la clandestinità o a procurarsi i farmaci sul web, con tutti i rischi che queste pratiche comportano per la loro salute e la loro vita. La qualità della vita di una donna passa anche attraverso questi nodi, tuttora irrisolti. Non si tratta di ingerenza europea sulla politica e sulla sovranità dei singoli stati, altrimenti molti provvedimenti non sarebbero mai passati. Un documento che contiene i seguenti auspici, se accolto, potrebbe segnare un passaggio epocale di civiltà, per un’UE che va  a velocità diverse anche sui diritti, purtroppo. Nessuno stato sarebbe vincolato a seguire questi consigli, ma quanto meno sarebbe un segnale di attenzione verso le donne. 

 44. osserva che vari studi dimostrano che i tassi di aborto sono simili nei paesi in cui la procedura è legale e in quelli in cui è vietata, dove i tassi sono persino più alti
(Organizzazione mondiale per la sanità, 2014);
45. insiste sul fatto che le donne debbano avere il controllo della loro salute e dei loro diritti sessuali e riproduttivi, segnatamente attraverso un accesso agevole alla contraccezione e all’aborto; sostiene pertanto le misure e le azioni volte a migliorare l’accesso delle donne ai servizi di salute sessuale e riproduttiva e a meglio informarle sui loro diritti e sui servizi disponibili; invita gli Stati membri e la Commissione a porre in atto misure e azioni per sensibilizzare gli uomini sulle loro responsabilità in materia sessuale e riproduttiva;
46. sottolinea l’importanza delle politiche attive di prevenzione, educazione e informazione dirette ad adolescenti, giovani e adulti affinché i cittadini possano godere di una buona salute sessuale e riproduttiva, evitando in tal modo malattie trasmesse sessualmente e gravidanze indesiderate;

 

Intanto cerchiamo di capire come funziona il processo di approvazione in plenaria, le forche caudine attraverso le quali dovrà passare il testo Tarabella.

Il processo legislativo del Parlamento Europeo prevede che, dopo la votazione finale da parte della Commissione (parlamentare) competente, la FEMM nel caso Tarabella, la relazione venga sottoposta all’approvazione del Parlamento riunito in seduta plenaria a Strasburgo. Il testo della Commissione FEMM è emendabile in Aula, per singoli articoli o parti di essi, e sono ammesse richieste di voto separato su alcune parti. La lista di voto sarà a disposizione dei parlamentari lunedì 9, giorno dedicato al dibattito, prima del voto previsto per la mattina del 10 verso le 11.

Solitamente, l’accordo politico che ha portato all’adozione della relazione in Commissione parlamentare, si ritrova anche in Aula, poiché si tende a portare avanti e a seguire il punto di vista del gruppo di lavoro della Commissione competente in materia.

Questa la prassi, ma si possono verificare casi eccezionali in cui il testo viene respinto dall’Aula. In tal caso, si ripartirebbe da zero.

 Stiamo all’erta!

 

Questo il testo della lettera di Patrizia Toia

Care tutte,
nell’avvicinarsi della Giornata internazionale della donna, la Commissione europea ha pubblicato la relazione annuale sulla parità tra donne e uomini che dimostra che il lavoro da fare per arrivare alla piena parità è ancora molto.
Il Rapporto 2014 sulla parità tra donne e uomini dimostra che, sebbene divari tra uomini e donne si sono ridotte negli ultimi decenni, le disuguaglianze all’interno e fra gli Stati membri sono cresciute nel complesso e le sfide rimangono ancora alcune aree critiche.

Qualche dato che salta subito all’occhio:
– Per ogni ora lavorata le donne guadagnano in media il 16,4% in meno degli uomini. Questa cifra è superiore al 20% in Repubblica Ceca, Austria, Estonia e Germania. Il percorso per colmare il divario di genere retributivo e delle pensioni procede con estrema lentezza. Quest’ultimo ha raggiunto il 39%. Le donne tendono ancora a concentrarsi in settori meno retribuiti.
– La violenza di genere è ancora allarmante. Un terzo delle donne in UE ha subito violenza fisica e sessuale.
– I divari di genere in materia di occupazione e di donne nel processo decisionale si sono ridotti negli ultimi anni, ma le donne continuano a rappresentare meno di un quarto dei membri nei CdA, pur rappresentando quasi la metà della forza lavoro impiegata (46%).
– Sono carenti le politiche di conciliazione e questa mancanza ostacola l’occupazione femminile e quindi il potenziale di crescita economica.
– Le donne hanno maggiori probabilità di avere un grado di istruzione superiore (oltre il 60% dei nuovi laureati sono donne), ma sono nettamente sottorappresentate nella ricerca e nei posti di responsabilità a tutti i livelli di istruzione superiore, tra cui l’educazione.

Vediamo alcuni di questi temi nello specifico.

Qual è la situazione attuale, in Europa, delle donne nel mondo del lavoro?
La quota di donne nel mondo del lavoro è passata dal 55% del 1997 al 63% di oggi. Anche se questo rappresenta un buon progresso, la partecipazione al mercato del lavoro delle donne nell’Unione europea è ancora notevolmente inferiore a quella degli uomini, che attualmente si attesta al 75%.
Ci sono anche notevoli differenze tra gli Stati membri: il tasso di occupazione femminile è inferiore al 60% in Grecia, Italia, Malta, Croazia, Spagna, Ungheria, Romania, Slovacchia e Polonia, mentre è superiore al 70% in Svezia, Danimarca, Germania, Finlandia, Paesi Bassi, Austria e Estonia.
Il 32% delle donne europee lavora a tempo parziale, rispetto a solo l’8% degli uomini. Gli Stati membri un’ occupazione femminile a tempo parziale superiore alla media sono i Paesi Bassi, la Germania, l’Austria, il Belgio, il Regno Unito, la Svezia, il Lussemburgo, la Danimarca e l’Irlanda.
Lo squilibrio nella condizione lavorativa delle donne e degli uomini nel lavoro si riflette anche nel divario di retribuzione di genere e, successivamente, in pensioni più basse alle donne e crea un maggiore rischio di povertà per le donne.

Cosa sta facendo l’UE sul congedo di maternità?
Ai sensi della direttiva UE sulle lavoratrici gestanti, tutte le donne dell’Unione europea hanno il diritto ad almeno 14 settimane di congedo di maternità e alla tutela contro il licenziamento per essere incinta. Nel 2008, la Commissione ha proposto di migliorare ulteriormente la situazione con un congedo di maternità più lungo. La proposta della Commissione – che aumenterebbe il diritto minimo a 18 settimane pagate – è ancora in discussione presso il Consiglio dell’Unione europea. Come Socialisti & Democratici siamo riusciti a non far togliere questa direttiva dal programma di lavoro della Commissione 2015 che ha alla fine concesso un periodo di sei mesi per chiudere il dossier. Se nessuno risultato sarà raggiunto, sarà sostituita da una nuova iniziativa.
Per quanto riguarda i lavoratori autonomi e i loro partner la nuova normativa UE in materia di lavoratori autonomi prevede che possano godere di una migliore protezione sociale – tra cui il diritto al congedo di maternità . Gli Stati membri avevano tempo fino al 5 agosto 2012 per recepire la direttiva sui lavoratori autonomi e i coniugi coadiuvanti, ma purtroppo non tutti lo hanno ancora fatto.

Cosa sta facendo l’UE sul congedo parentale?
La direttiva sul congedo parentale dell’UE stabilisce requisiti minimi in materia di congedo parentale, sulla base di un accordo quadro concluso con le parti sociali europee. Ai sensi della direttiva, i lavoratori di sesso maschile e femminile hanno diritto individuale al congedo parentale per motivi di nascita o adozione di un figlio, che consenta loro di prendersi cura del bambino per almeno quattro mesi. L’obiettivo è quello di aiutare le persone a lavorare mantenendo l’equilibrio e la vita familiare. Per incoraggiare i padri a prendere un congedo parentale, ai sensi della direttiva modificata, uno dei quattro mesi non è trasferibile, il che significa che se il padre non ne usufruisce viene perso.

Qual è la situazione delle strutture per l’infanzia in tutta l’UE?
Un fattore importante per il divario retributivo è l’onere della cura di cui le donne devono farsi carico.
Le cifre mostrano che gli uomini, nel momento in cui diventano padri, iniziano a lavorare più ore. Lo stesso non vale per le donne: quando diventano madri, spesso smettono di lavorare per periodi lunghi o lavorano part-time (una scelta spesso involontaria).
Garantire servizi per l’infanzia adatti è un passo essenziale verso le pari opportunità nel lavoro tra uomini e donne. Nel 2002, in occasione del vertice di Barcellona, ​​il Consiglio europeo ha fissato obiettivi per la fornitura di assistenza all’infanzia a: almeno il 90% dei bambini tra i 3 anni e l’età dell’obbligo scolastico e per almeno il 33% dei bambini sotto i 3 anni di età.
Dal 2007, la percentuale di bambini curati in regime di custodia formale è leggermente aumentata (dal 26% al 28% per i bambini fino a tre anni di età, e dal 81% al 83% per i bambini dai tre anni di età fino all’età dell’obbligo scolastico ). L’obiettivo è ancora lontano.

Qual è la situazione in seno alla Commissione europea e degli Stati membri in materia di parità nel processo decisionale?
Mentre alcuni paesi sono sulla buona strada per il raggiungere della parità nei Parlamenti nazionali e nei Governi, le donne rappresentano ancora meno di un terzo dei ministri e membri dei parlamenti nella stragrande maggioranza degli Stati membri.
In sei Stati membri le donne rappresentano meno del 20% dei membri dei parlamenti: Ungheria (10%), Malta, Romania, Cipro (14%), Irlanda (16%) e Lituania (18%) .
A livello europeo, le donne rappresentano il 37% dei deputati al Parlamento europeo, percentuale in costante miglioramento (era 35% nel 2009 e 31% nel 2004).
Per quanto riguarda la Commissione, il 31% dei commissari della Commissione Juncker sono di sesso femminile, allo stesso livello della II Commissione Barroso.

Cosa ha fatto l’Unione europea per affrontare la violenza contro le donne e le ragazze?
La dichiarazione 19 allegata al trattato di Lisbona stabilisce che gli Stati membri dovrebbero adottare tutte le misure necessarie per contrastare la violenza domestica e proteggere le vittime.
Le donne e le ragazze che sono vittime di violenza hanno bisogno di sostegno e di protezione adeguati, che va rinforzato da leggi efficaci e dissuasive.
L’UE ha lavorato per raccogliere i dati europei precisi e comparabili sulla violenza di genere. Il primo studio a livello europeo sulle esperienze di varie forme di violenza, condotto dall’Agenzia dell’Unione europea per i diritti fondamentali, mostra che la violenza avviene ovunque, in ogni società, sia a casa, al lavoro, a scuola, in strada o on line.
In media, ogni minuto di ogni giorno in Europa, 7 donne sono vittime di stupro o di altre aggressioni sessuali, 25 sono vittime di violenza fisica e 74 sono vittime di molestie sessuali.
Anche la violenza on line ​​è una preoccupazione crescente: il 10% delle donne sono state vittime di molestie sessuali on-line.

La Commissione ha messo in atto queste “leggi”:
Le vittime di violenza, in particolare la violenza domestica, potranno presto contare sulla protezione a livello europeo. L’UE ha messo in atto un pacchetto di misure per garantire che i diritti delle vittime non vengano dimenticati e le vittime siano trattate con giustizia. La direttiva sui diritti delle vittime di violenza è stata adottata il 25 ottobre 2012 e rafforza considerevolmente i diritti delle vittime e dei loro familiari in termini di informazioni, sostegno e protezione, nonché i loro diritti procedurali quando partecipano a un procedimento penale. Gli Stati membri dell’UE devono attuare le disposizioni della presente direttiva nella legislazione nazionale entro il 16 novembre di quest’anno.

La maggior parte delle vittime della tratta nell’UE sono donne e ragazze (80%). L’UE ha riconosciuto la tratta di donne e ragazze come una forma di violenza contro le donne e ha adottato un quadro giuridico e politico globale per sradicarla. La direttiva anti-traffico 2011/36 / UE è centrata sulle vittime di genere e basata sul rispetto dei diritti umani, stabilisce disposizioni rigorose per le vittime, in termini di protezione e prevenzione, così come sostiene il principio di non-punibilità e assistenza incondizionata per le vittime.
Inoltre ci sono due strumenti che si applicano a partire dall’11 gennaio di quest’anno, in modo che le vittime che beneficiano di una misura di protezione in un paese dell’UE siano forniti con lo stesso livello di protezione in altri paesi dell’UE nel caso si spostino o viaggino. In questo modo, la protezione viaggerà con l’individuo.
La Commissione europea finanzia anche numerose campagne di sensibilizzazione nei paesi dell’UE e sostiene le organizzazioni come le ONG e le reti che lavorano per prevenire la violenza contro le donne.
I principali programmi di finanziamento sono DAPHNE III, PROGRESS. Il programma “diritti, uguaglianza e cittadinanza”, il Programma per la giustizia.

Cosa sta facendo l’UE a promuovere l’uguaglianza di genere in tutto il mondo?
L’Unione europea è e rimane in prima linea per la promozione dell’uguaglianza di genere non solo all’interno dell’Unione europea. Ma anche relazioni con i paesi terzi.
Essendo il più grande donatore mondiale, l’Unione europea ha un ruolo cruciale da svolgere nell’emancipazione delle donne e delle ragazze e nella promozione della parità di genere.
Gli Obiettivi del Millennio hanno svolto un ruolo importante nella crescente attenzione alla parità di genere e all’empowerment delle donne.
L’uguaglianza di genere, i diritti umani e l’empowerment delle donne e delle ragazze sono condizioni essenziali per lo sviluppo equo e sostenibile e inclusivo, così come importanti valori e obiettivi in ​​se stessi. L’UE è attualmente impegnata nelle discussione degli obiettivi post 2015 e siamo convinti che sia necessario un obiettivo a sé stante per raggiungere la parità di genere e l’empowerment delle donne e delle ragazze.
La seguente scheda spiega ciò che l’UE sta facendo il giro del mondo sulla parità di genere:

Fai clic per accedere a factsheet-gender-equality-wordwide-2015_en.pdf

 

Per ulteriori informazioni

 

Eurostat comunicato stampa sugli ultimi dati gap retributivo di genere: http://ec.europa.eu/eurostat

Factsheet – Eurobarometro sulla parità di genere: http://ec.europa.eu/public_opinion/archives/eb_special_439_420_en.htm#428
2014 Relazione sulla parità tra donne e uomini: http://ec.europa.eu/justice/gender-equality/document/index_en.htm#h2-2

Commissione Europea – Differenziale retributivo di genere: http://ec.europa.eu/justice/gender-equality/gender-pay-gap/index_en.htm

 

Resto a disposizione per ulteriori approfondimenti e vi saluto caramente,

Patrizia Toia

 

APPELLO DI #APPLY194

http://apply194.tumblr.com/post/113150711525/mozione-tarabella-tweet-mailbombing-a-6

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Dopo Estrela, Tarabella

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Ci riproviamo. Ricordate tutti la relazione Estrela e come andò a finire. Ne ho scritto anche su questo blog (qui). Oggi, si cerca di superare nuovamente le barriere confessionali e si tenta di ottenere una dichiarazione/posizione unitaria e precisa da parte dell’UE, in materia di interruzione volontaria di gravidanza. Finora ha prevalso la sussidiarietà e ogni paese ha fatto quel che voleva, sulla pelle delle donne. Oggi, più che mai, occorre ribadire il diritto alla scelta di ciascuna donna. Conoscete bene com’è la situazione in Italia, tra maree di obiettori e una legge, la 194, sotto un quotidiano attacco, la cui applicazione è sempre più incerta e difficile.
Nel silenzio generale dei media “laici” nostrani, salvo questo bel pezzo di Maddalena Robustelli uscito su Noi Donne che vi invito a leggere, e la nutrita stampa dei prolife che se ne è occupata (vedi anche la raccolta delle 50.000 firme), lo scorso 20 gennaio la relazione dell’eurodeputato socialista belga Marc Tarabella è stata approvata dalla Commissione Diritti della Donna e Uguaglianza di Gender della Unione Europea con 24 voti a favore, 9 contro e 2 astenuti. Ora, entro il mese, la relazione verrà portata alla discussione dell’Assemblea plenaria del Parlamento Europeo.

Il testo era incentrato principalmente sulle proposte per l’introduzione di un congedo di paternità retribuito di un minimo di dieci giorni lavorativi e il riconoscimento dei diritti delle donne sull’aborto e la contraccezione.
A tal proposito il prossimo 5 febbraio il gruppo S&D terrà una conferenza congiunta presso il Parlamento Europeo di Bruxelles con i Liberali (ALDE), i Verdi e il Gruppo della Sinistra Unitaria Europea (GUE-NGL) sul diritto all’aborto: #ALLofUS (Qui maggiori informazioni).

Il diritto all’aborto potrebbe entrare tra le risoluzioni dell’Unione Europea. Ce lo auguriamo!

Si legge, al punto 14 del report dello stesso Tarabella del 12 novembre 2014, “on equality between women and men in the European Union – 2013”:

“Maintains that women must have control over their sexual and reproductive rights, not least by having ready access to contraception and abortion; accordingly supports measures and actions to improve women’s access to sexual and reproductive health services and inform them more fully about their rights and the services available; calls on the Member States and the Commission to implement measures and actions to make men aware of their responsibilities for sexual and reproductive matters”.

 

A margine dell’approvazione Marc Tarabella ha detto:

“Nella società moderna, ritengo che sia cruciale permettere a tutti i padri di esercitare il proprio diritto a conciliare la vita professionale con quella privata, garantendo loro il congedo di paternità. Per questi padri significa passare più tempo con il figlio appena nato. Un quarto dei paesi dell’Unione europea non prevede alcuna misura in tal senso. Eppure è un prerequisito per la garanzia dell’uguaglianza di genere.
“Allo stesso modo, ogni donna ha piena libertà sul proprio corpo. Pertanto, le donne devono avere accesso facile alla contraccezione e all’aborto. Sarebbe inaccettabile regredire su questo diritto che le donne hanno conquistato battendosi con veemenza”.
L’eurodeputato ha concluso:
“La riluttanza rimane. Sono fiero di avere ottenuto la maggioranza oggi su queste due questioni fondamentali all’interno della commissione sulle donne. Spero che saremo in grado di confermare i risultati al voto finale in sessione plenaria a marzo; faccio appello a tutti i progressisti di questa assemblea. Ce ne sono molti. La settimana scorsa, la maggioranza degli eurodeputati ha chiesto alla Commissione di non ritirare la direttiva sul congedo di maternità durante il voto sulla risoluzione dei Socialisti e democratici sul programma di lavoro della Commissione per il 2015. Mi sento ottimista sulla possibilità che promuoveranno di nuovo a marzo l’uguaglianza di genere.”
Marie Arena, eurodeputata socialista e portavoce della commissione sui Diritti delle donne e l’uguaglianza di genere per il gruppo S&D, ha aggiunto:
“Parlando in generale, la situazione non è migliorata nel 2014. Le donne sono più colpite degli uomini dalla crisi economica e sociale. Il 22% delle donne più anziane rischia di cadere in povertà, rispetto al 16.3% degli uomini.”
Marie Arena ha concluso:
“Il divario salariale tra uomini e donne rimane alto, approssimativamente al 16,4%. Solo il 63% delle donne ha un lavoro, sebbene l’obiettivo per il tasso di occupazione delle donne nel 2020 sia stato fissato al 75%.
“Al tasso attuale, dovremmo aspettare il 2038 per raggiungere l’obiettivo e il 2084 perché la parità salariale diventi realtà. Inutile dirlo, c’è ancora molto lavoro da fare.“

 

Da noi, se ne parla poco, perché è un argomento scomodo a livello politico: l’aborto e le tematiche relative alla salute della donna in generale, sono quasi un tabù, qualcosa da lasciare tra le mura dei discorsi tra donne. E invece, no! Deve aprirsi un dibattito pubblico, i decisori politici devono esprimersi chiaramente, ciascuno deve prendersi le proprie responsabilità. Fa comodo dirsi laici e difensori dei diritti civili, ma quando c’è da dare risposte precise e concrete ci si maschera e si glissa abbondantemente. A destra, come a sinistra. I diritti delle donne sono diritti di serie B? Facile scaricare tutto sulle donne. Non fa bene alla carriera politica sostenere le donne? Posizioni chiare sono rare e costano troppo care, politicamente parlando. Nessun contesto sembra pronto per affrontare seriamente le questioni di una 194 sempre più disapplicata e della situazione in cui versa la salute sessuale e riproduttiva delle donne in Italia.

Vi suggerisco questo post di Eleonora Cirant a margine del tavolo sui diritti civili presso Human Factor.

Questo il mio commento e la mia opinione:
Le tue domande erano legittime, pertinenti e fondamentali. Sono anche certa della passione e della competenza con cui hai argomentato sul tema. Il contesto molto probabilmente non era quello adatto per accogliere nel modo giusto le tue sollecitazioni. Mi chiederai se esiste un contesto adatto. Sono rari e solitamente i consessi molto partecipati non garantiscono la giusta concentrazione. Patetico è un certo modo di fare politica. E quella occasione mi ha dato tanto di “passerella” per dire le solite cose, farsi foto, non approdare a granché. Sulla 194 manca una sensibilità diffusa e permanente. Così sui diritti alla salute della donna in generale. Si lascia che sia e salvo qualche importante occasione, restano temi marginali, di nicchia. Che dire della Puglia? Da barese di nascita, anche se non vivo a Bari da circa 10 anni, ti posso dire che la situazione è abbastanza disastrosa. Ho ancora la mia famiglia lì e quando torno annuso l’aria che tira. La situazione era critica quando ero adolescente, oggi i problemi si sono acuiti. In ambito sanitario poi non ne parliamo. Anche io sono stata una entusiasta sostenitrice di Nichi all’inizio della sua esperienza di governatore in Puglia. Oggi ne vedo i limiti. Dichiarare che i problemi ci sono, esistono presuppone un coraggio e una onestà politiche estremamente rare. Ci piacerebbe un altro modo di fare politica e che non ci venga continuamente ripetuto il mantra del compromesso. Ormai l’unica regola è il compromesso, che vuole semplicemente dire che le cose si fanno solo se conviene.

Io mi aspetto risposte chiare, non comizi generici autocelebrativi. Le donne hanno bisogno di risposte serie. Per me fare politica è questo. I diritti delle persone non possono essere strumentalizzati o ignorati a seconda della convenienza personale. Chiediamo RISPETTO!!!!!!!! Non accettiamo ulteriori atti di sabotaggio alla nostra salute. Facciamo rumore, facciamoci sentire!

 

Vi suggerisco questo articolo di Tiziana Bartolini, pubblicato su Noi Donne, sulla proposta della Laiga di creare una rete nazionale, per l’applicazione della legge 194 e per contrastare l’alto numero di obiettori di coscienza nelle strutture pubbliche.

 

AGGIORNAMENTI

Se desiderate e sostenete la causa, firmate la petizione lanciata da Laiga e Associazione Vita di Donna Onlus qui.

 

05.02.2015 – ALL OF US – MOBILISING FOR ABORTION RIGHTS

Stamattina si è svolta la conferenza ‪#‎AllOfUs‬ sul tema dell’aborto.

Qui la dichiarazione:

ALL_of_US_Joint_declaration

 

Osservate bene le firme… Dove sono i nostri rappresentanti? Chi ci rappresenta su questi temi in Europa? Attendo risposte. Grazie in anticipo.

2 commenti »

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