Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Ordine nel disordine?

confini

Con la questione della Crimea, la Russia ha scosso un ordine europeo che era stato sancito dagli accordi di Helsinki del 1975, sull’inviolabilità delle frontiere, dagli accordi del 1990, sui quali si basò l’unificazione tedesca, e infine dai patti del 1991, tra la Russia e le ex repubbliche sovietiche, tra cui proprio l’Ucraina: Mosca si impegnava a garantire la sua unità territoriale.

L’attuale cartina geografica europea dimostra che molto probabilmente questi principi non sono poi tanto vincolanti e rispettati. Le modalità che portano alla creazione di nuovi stati sono tutt’altro che bloccate: dal 1989 sono nati 18 nuovi stati: Armenia, Azerbaigian, Bielorussia, Bosnia-Herzegovina, Rep. Ceca, Croazia, Slovacchia, Slovenia, Estonia, Georgia, Lettonia, Lituania, Kosovo, Macedonia, Moldavia, Montenegro, Serbia e Ucraina. Ciascuno di questi stati ha un aspetto comune: la disintegrazione dello stato federale a cui appartenevano, o meglio lo sfaldamento di URSS e Jugoslavia. In entrambi i casi il processo non è passato attraverso una occupazione militare o una sconfitta da parte di una potenza straniera, né da un incoraggiamento esterno di un evento rivoluzionario separatista. In entrambe le situazioni, sono Mosca e Belgrado che scelgono di sciogliere i vincoli e la costruzione federali. Lo stesso vale per l’indipendenza del Kosovo del 2008. L’UE, USA e ONU fecero di tutto per mantenere l’integrità territoriale serba. La secessione è giunta dopo 10 anni di negoziati sotto l’egida ONU, in cui la Serbia si è sempre rifiutata di garantire un sufficiente margine di autonomia kosovara. Inoltre, sembrò preferibile creare un piccolo stato, per scongiurare l’annessione con l’Albania e per non creare un pericoloso precedente internazionale.

Per questo non è opportuno minimizzare ciò che è accaduto in Crimea, come se fosse un continuum del processo kosovaro. Stiamo parlando di un caso di annessione e non di scissione. Un’annessione avvenuta in tempi rapidissimi, senza nemmeno passare per una consultazione di facciata di ONU, Consiglio d’Europa, OCSE. Come dopo il Big Bang, l’esplosione dell’URSS, stiamo assistendo a una fase di riassorbimento? Cosa accadrà al resto dell’Ucraina? Se ci sarà un allargamento dell’annessione, avverrà per ragioni di interessi e non sulla base di principi internazionali. Su questa evoluzione, con gli accordi che diventano carta straccia, pesa un altro fattore: l’Europa ha temporeggiato e ha dato dei segnali sbagliati.
Il principio di autodeterminazione dei popoli che tanto piace a Putin, enunciato da Woodrow Wilson in occasione del Trattato di Versailles (1919) “avrebbe dovuto fungere da linea guida per il tracciamento dei nuovi confini, ma in realtà fu applicato in modo discontinuo e arbitrario”. I risultati concreti non sono stati proprio brillanti, nonostante il principio di autodeterminazione dei popoli sia una regola suprema e, come ogni norma di diritto internazionale, sia soggetto a ratifica da parte della legislazione nazionale e prevalga sempre su di essa.
Occorre interrogarsi su cosa si basa effettivamente il diritto internazionale: sicuramente l’asse portante è costituito dal deterrente militare. Durante la Guerra Fredda, vigeva una sorta di equilibrio, fondato sul rispettivo “ricatto” dei due blocchi, al fine di scongiurare le conseguenze terribili di una guerra totale nucleare. Successivamente, c’è stata l’illusione della fine dei conflitti, con una supremazia USA, da sola al comando. Oggi si assiste a una certa debolezza statunitense e a una palese difficoltà a intervenire efficacemente nelle aree di conflitto o destabilizzate. Le capacità americane si sono ripiegate, lasciando spazio a una sorta di deregolamentazione in merito ai confini nazionali. Suggerisco l’analisi di Jack F. Matlock Jr., ambasciatore statunitense in URSS dal 1987 al 1991.

Ringrazio José Ignacio Torreblanca per il suo articolo.

Consiglio gli articoli di Bernard Guetta su Internazionale e Libération.

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Il Kirghizistan sulla scia dell’Ucraina?

Nel 2005, la rivoluzione dei tulipani in Kirghizistan era riuscita a mandare a casa il corrotto presidente Askar Akayev.

Purtroppo le cose non sono andate come speravano molti kirghizi: il successore Kurmanbek Bakiyev, aveva il medesimo vizio ed è stato deposto nel 2010. In seguito, il  Kirghizistan è diventato il primo stato parlamentare dell’Asia centrale, dove di solito il presidente e la sua cricca controllano economia, politica e finanza.

Almazbek Atambayev, il nuovo leader del paese è anch’egli caduto in tentazione, ampliando i suoi poteri e perseguitando gli oppositori. Pertanto, lungi dal vedere il cambiamento, ancora oggi le lotte di potere tra i clan locali e le fazioni politiche continuano ad affliggere il paese. Ci sono contrapposizioni tra nord e sud arretrato, luogo di conflitti interetnici nel 2010. le autorità della capitale non intervengono, né cercano di investire nello sviluppo economico e sociale del sud del paese.

Si tratta di una palese decisione politica di  Atambayev, filorusso, che ha scelto di rendere il paese economicamente dipendente da Mosca. L’industria militare, energetica e dei trasporti è in mano russa. Gli avvenimenti ucraini potrebbero esacerbare gli animi di coloro che mal sopportano questa politica filorussa di Atambayev.

 

Per approfondimenti.

 

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Ucraina a caccia di idee. Modello Finlandia?

Ucraina lingue

 

Mentre l’Ucraina è nel caos e la minaccia di un intervento russo rimane attuale, l’occidente ha la responsabilità di impegnarsi per trovare una soluzione costruttiva alla crisi”. Ad affermare questo è il politologo statunitense di origine polacca Zbigniew Brzezinski, ex consigliere per la sicurezza nazionale del presidente Carter. Gli USA devono far capire a Putin di essere pronti a usare tutta la loro influenza perché l’Ucraina unita e indipendente rimanga tale. Brzezinski suggerisce di prendere esempio dalla soluzione che venne applicata alla Finlandia del secondo dopoguerra. I due Paesi devono rispettarsi reciprocamente e Kiev deve poter intrattenere stretti rapporti economici sia con Mosca che con l’UE, ma non deve partecipare a nessuna alleanza militare che Mosca consideri ostile. Il modello finlandese che ebbe buoni frutti, potrebbe essere un ottima soluzione in grado di bilanciare gli equilibri geostrategici tra est e ovest. Non si deve dimenticare l’aspetto economico, che qui gioca un forte ruolo geoeconomico: la crisi ha avuto tra le sue origini i grossi problemi finanziari dell’Ucraina. L’UE era stata molto tiepida e Mosca aveva generosamente offerto la sua stampella. Putin, preoccupato di perdere terreno sul piano euroasiatico e di veder intaccato il suo sbocco sul Mar Nero, sta dimostrando di voler e saper giocare duro, sfruttando il reale o provocato malcontento degli ucraini di etnia russa, specie in Crimea.

Oggi Bruxelles deve in fretta mettere in piedi un pacchetto di aiuti economici, per evitare che l’Ucraina precipiti in un caos finanziario autodistruttivo. L’Occidente deve spingere affinché le forze democratiche non cadano vittime della sete di vendetta e si scelga la via della moderazione e dell’unità. Il nodo sta nel capire quanto moderati potranno rivelarsi i leader delle proteste. L’UE ha mostrato (a partire da novembre, quando sono falliti i negoziati per un accordo di associazione) di non avere l’esperienza degli USA nella gestione dell’egemonia internazionale. A peggiorare la situazione, la Germania, leader (riluttante e suo malgrado?) dell’UE, ha sempre agito per i propri interessi economici ed energetici, mantenendo un forte rapporto bilaterale con la Russia. Oggi, assistiamo a segnali confusi e contrastanti da parte dei leader tedeschi. La Germania, da strenue fautrice di un modus operandi fondato sul diritto e la difesa dei diritti umani, oggi appare indecisa sulla linea da seguire e da applicare a questa circostanza. Questo non giova all’UE intera. C’è una sorta di abisso tra la politica estera tedesca e quelle che dovrebbero essere la visione e l’approccio unitario dell’UE.

La comunità internazionale deve bilanciare la necessità di garantire che l’Ucraina non diventi il campo di battaglia di questi interessi egemonici divergenti. Da questo episodio deve scaturire il concetto che NATO e Russia hanno bisogno l’una dell’altra. Quindi è necessario un impegno di USA e UE affinché Putin capisca di non essere l’unico attore sulla scena.

Spunti di riflessione e di analisi: ringrazio Ana Palacio per questo interessante articolo.

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L’orrore di una guerra civile

kiev

Totale solidarietà con gli ucraini, in questo difficilissimo momento storico. Sto provando a chiedermi quali possano essere le conseguenze economico-politiche dell’evolversi della situazione: nel caso si svolgesse a favore dei manifestanti. In questi ultimi anni l’Ucraina è stata una nazione a sovranità fortemente limitata e subordinata alla Russia, a causa delle sue difficoltà economiche. Non dimentichiamo che, al contrario delle altre repubbliche ex sovietiche, l’economia ucraina non ha vissuto il boom che ci si sarebbe attesi. Questo perché pare non essere è energeticamente autosufficiente (ricordate le vicende del gas russo?). La sopravvivenza dell’economia ucraina deve molto ai prestiti che la Russia elargisce (gli ucraini erano convinti di potersi accordare con il caimano pietroburghese per sfruttarlo, ma forse hanno sottovalutato la sua ferocia e i suoi scopi reconditi). Nel caso la fazione filorussa di Yanukovich dovesse soccombere, Putin potrebbe chiudere le paratie. Il passaggio dalla sfera di influenza russa a un possibile accordo con l’UE è ricco di interrogativi. L’UE, o più realisticamente la Germania (che è il vero cuore decisionale e di potere dell’UE) è realmente in grado, in questo momento, di sostenere il peso economico dell’Ucraina (qui)? In questo scenario, quali risorse resterebbero per i Paesi mediterranei dell’UE in crisi? Infatti, il baricentro si sposterebbe verso est, relegando in periferia i Paesi che appartengono al bacino del Sud dell’Europa. La situazione potrebbe divenire ancora più grave e scevra da soluzioni semplici, nel caso in cui Putin prospettasse una “spartizione” di fatto (come fu la Cecoslovacchia) o ideale dell’Ucraina, sulla base del principio dell’autodeterminazione dei popoli. Infatti, la zona orientale, con sbocco sul Mar Nero, economicamente trainante, è a maggioranza russa. L’UE si accollerebbe il resto dell’Ucraina, impegnandosi a risollevarne le sorti?

Sulla crisi ucraina pesa l’andamento della moneta nazionale hryvnia rispetto all’Euro. Ricordiamo che il 21 novembre il presidente Yanukovich aveva bocciato gli incentivi economico-commerciali proposti dell’Ue, segnando l’avvio delle manifestazioni. Il grafico che vi allego segnala l’impennata di questi ultimi giorni, che ha portato la valuta ucraina a perdere ulteriore valore rispetto all’Euro. La Banca centrale ucraina sta cercando di contenere il crollo, di recente ha annunciato che procederà all’erogazione di una seconda rata (da 2 miliardi, la prima era da 3 miliardi) del prestito da 15 miliardi di dollari concesso da Mosca a Kiev, lo scorso  dicembre. Ma ciò non è bastato a rassicurare gli investitori. Alcuni esperti prevedono che sarà necessario svalutare la hryvnia, pena l’esaurimento delle riserve della Banca centrale.

grafico-hryvvnia-euro

Aggiornamento 21.02.14, dal sito de la Repubblica: “In attesa dell’evoluzione della crisi, Mosca frena sulla seconda parte degli aiuti finanziari che dovrebbe concedere a Kiev: nessuna decisione sui 2 miliardi di dollari. E Vladmir Lukin, inviato a Kiev del presidente Vladimir Putin per mediare i colloqui tra il governo e l’opposizione, si è rifiutato di firmare il documento finale sull’accordo”.

Aggiornamento 25.02.14: http://www.internazionale.it/news/ucraina/2014/02/25/tra-russia-ed-europa/

Analisi geopolitica di Daniele Scalea

 

Analisi di Daniele Scalea sulla debolezza NATO e UE

Per seguire la crisi: qui

Per approfondimenti:

http://www.europaquotidiano.it/2014/02/19/perche-e-riesplosa-la-crisi-ucraina-la-cronologia/

http://www.geopolitica-rivista.org/25136/crisi-ucraina-intervista-al-governatore-della-regione-di-donetsk-andrej-sisatskij/

http://www.worldaffairsjournal.org/blog/alexander-j-motyl/free-donetsk

http://www.rferl.org/content/ukraine-donetsk-silence-yanukovych-protests/25193297.html

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Găgăuzia unde?

Gagauzia abiti trad2

Stiamo assistendo a una sorta di scontro sui confini ideali tra Unione Europea e ciò che fu l’URSS. Non è proprio una rivisitazione della cortina di ferro, ma è certo che la Russia sta deliberatamente cercando di rafforzare le proprie posizioni di egemonia economica, politica e culturale su quei territori dell’Europa orientale. Abbiamo in precedenza affrontato il tema, parlando dell’Ungheria e dell’Ucraina. Oggi, passiamo alla Repubblica Moldava o Moldova, che dir si voglia (questioni di geopolitica). All’interno di questa piccola realtà di circa 3 milioni di abitanti, esistono due regioni autonome: la più leggendaria Transnistria e la Găgăuzia. Quest’ultima, a statuto autonomo dal 1995, sta mostrando di recente una certa allergia al progetto della Repubblica che prevede un tentativo di avvicinamento all’UE, spalleggiato fortemente dalla Romania. La questione è molto delicata e agli occhi di noi europei, difficilmente comprensibile. Ci sono di mezzo varie componenti: una di natura culturale, in quanto i gagauzi sono una popolazione di origine turca, “russificata”, mentre la maggioranza si potrebbe assimilare ai romeni. Poi, naturalmente ci sono dei fattori economici in gioco. La frangia gagauza che si oppone all’integrazione europea ha indetto autonomamente per il prossimo 2 febbraio un referendum, per affermare il principio di autodeterminazione gagauzo nella scelta tra UE e Unione Euroasiatica (una nascente unione di alcune ex repubbliche sovietiche, che dovrebbe nascere nel 2015, sotto il manto protettivo di Putin). Fra resistenze e intoppi vari, la situazione interna non è per niente rassicurante. Certamente l’integrazione interna di questi Paesi non è mai stata affrontata seriamente, per questo permangono forti frizioni e spinte autonomiste, che a noi appaiono francamente anacronistiche, ma che sul territorio accendono gli animi. Putin da statista di stampo ottocentesco è abile nello sfruttare a seconda del proprio interesse il concetto di autodeterminazione delle minoranze, salvo poi razzolare male (vedi Georgia e Cecenia).

 

Per approfondimenti:

–          http://www.jurnal.md/ro/news/situa-ia-din-gagauzia-e-ecul-autorita-ilor-de-la-chi-inau-exper-i-1162706/

–          http://ziarulnational.md/ce-vor-gagauzii/

–          http://www.friendsofpresseurop.eu/2014/01/la-gagaouzie-pour-les-nuls.html

–          http://www.presseurop.eu/it/content/article/4356481-come-l-europa-ha-perso-l-ucraina

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Ungheria, un modello per chi?

Puszta ungherese

Puszta ungherese

A quanto pare la Russia ha messo lo zampino in un altro Paese, l’Ungheria, che diciamo la verità, storicamente, non è mai stata filo-russa. È stato annunciato un prestito russo trentennale di 10 miliardi di euro per la costruzione di due nuovi reattori nucleari in Ungheria (qui). Ma per comprendere meglio il quadro generale, occorre tornare un attimo indietro, quando la stessa Ungheria, che non se la passa benissimo sia sotto il profilo economico che delle sue istituzioni democratiche, tra il novembre del 2011 e il gennaio del 2012, nella persona del premier Orbán, aveva chiesto un secondo prestito al FMI (dopo il primo prestito di 20 miliardi di euro del 2010 da parte del FMI, già restituito, che aveva di fatto salvato l’Ungheria dalla bancarotta), mai concesso. A non saper né leggere, né scrivere, non mi sembra tanto casuale il fatto che oggi i soldini arrivino da Mosca. Si tratta solo dell’ultimo capitolo di un lento avvicinamento alla Russia (qui). In questi anni Orbán si è presentato ai propri sostenitori e anche ad alcuni gruppetti di destra sparsi per l’Europa come il “ribelle”, il salvatore della patria e colui che è stato in grado di uscire dalla crisi avvalendosi delle sole forze nazionali (qui). Sono infatti noti i suoi contrasti con l’UE. Ma a quanto pare la faccenda non è proprio così e occorre stare attenti a imboccare la strada dell’autarchia e dell’autosufficienza, perché nella realtà i giochi non sono poi tanto semplici. I tempi non permettono colpi di testa o una “uscita” à la carte.

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