Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Raccogliamo la sfida?

Woolf_Three_Guineas

 

Cosa ne hai fatto della tua libertà? Domanda che Virginia Woolf formulava in Tre Ghinee e che pongo a me stessa e a te che stai leggendo. Il saggio di Woolf parla di uomini, donne e guerra (scritto alla vigilia della Seconda Guerra) e parte da un ennesimo quesito: in che modo le donne possono impedire la guerra?
C’è un legame tra fascismo e patriarcato, “la parola pubblica e privata sono inseparabilmente intrecciate; che il dominio e la sottomissione dell’uno coincidono con il dominio e la sottomissione dell’altro.” La lotta per la difesa della Giustizia, dell’Eguaglianza e della Libertà unisce uomini e donne contro i regimi autoritari. Ma quale condivisione della lotta ci può essere per la donna, se prima non raggiunge una propria libertà, che significa indipendenza delle idee e materiale?

Secondo Virginia Woolf erano necessari degli step per realizzare questa libertà: studiare (possibilmente avere un’istruzione universitaria), lavorare, avere un’opinione autonoma e una rendita autonoma. E quindi “salvaguardare la libertà in una Società delle Estranee”. In pratica era la ricerca di una via propria, “anziché ripetere le parole degli uomini e seguire i loro metodi”. Mettere a frutto la libertà conquistata per definire nuovi metodi e nuove parole per scongiurare le guerre, lavorando insieme agli uomini, tra pari, in difesa di quei valori sopra citati. Questo discorso si estende anche a un impegno politico, sociale, anti-autoritario in senso lato.
Ma cosa ci può spingere a agire e a pensare in modo originale, nostro, indipendente, autentico, libero? Perché nonostante tutti i passaggi di cui parlava Virginia Woolf, ancora oggi stentiamo a far sentire la nostra voce, a scrivere un nuovo corso delle relazioni, del mondo, dei diritti? Cosa ci impedisce di raggiungere una piena presa di coscienza e una piena libertà di espressione non stereotipata di donna? Lo studio di antropologia evolutiva di Sarah Hrdy pone in rilievo alcune qualità umane: empatia, intuito e capacità di collaborazione. L’adattamento e la duttilità sono altri tratti tipici. Sia chiaro, umani, non esclusivamente femminili. Siamo il risultato di esperienza ed emozioni, ogni frammento del nostro “vivere il mondo” viene registrato e conservato e concorre alla nostra percezione ed elaborazione dei nostri modelli, del significato che diamo ad azioni e alle parole. Come riusciamo a creare qualcosa di autentico, di originale? In un mio post (qui) precedente parlavo di scissione e di resistenza ai vari tipi di separazione di elementi prescritta socialmente. Resistenza e aggiungerei resilienza significa lasciare che la nostra vera voce emerga, nonostante i rischi e i probabili attacchi. La nostra possibilità di cogliere il senso di ciò che accade attorno a noi, di entrare in relazione, in modo empatico, passa anche per un rifiuto di soluzioni conformate, tradizionali, preconfezionate, facili, stereotipate che ci evitano i conflitti, gli “scontri” e i confronti. Per non essere sgradite e scomode ci svendiamo e ci auto-censuriamo. Woolf parlava di “adulterio del cervello”, ovvero il tradimento del proprio pensiero, in funzione di un’assimilazione a un potere, a un’autorità, a un gruppo egemone e potente, a un’idea, al dominio maschile, a posizioni più comode. Per noi donne c’è una sfida in più: non cadere nella trappola del noi vs voi. Invece di esaminare un fatto in modo globale, lo si guarda da un’unica prospettiva, e ci si barrica dietro di essa. Per esempio, invece di scannarci madri vs non madri nel mondo del lavoro, impariamo a fare barricata per un sano rispetto del tempo per la vita, da salvaguardare sempre e comunque. C’è uno spaventoso tempo del lavoro che mangia le nostre vite e nessuno se ne preoccupa. Potremmo realizzare molto se ampliassimo lo sguardo e imparassimo a superare gli steccati. Per quel nuovo corso delle relazioni e dei diritti, che può partire proprio dalle donne. E invece molte volte osserviamo ripetersi alcuni meccanismi maschili, donne che recuperano e riutilizzano strumenti per silenziare altre donne. Chiamatelo come volete, ma questo comportamento esiste.

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Donne Resistenti

Gruppi-difesa-della-donna-Baggio

 

In questa giornata, desidero ricordare un pezzo di storia della mia città e quartiere di adozione.

Nella puntata del novembre del 1978, nel corso della trasmissione radio curata da Rossana Rossanda sulle parole della politica, Lidia Menapace, staffetta partigiana e femminista, si chiede quanto donne simili a lei, partigiane riconosciute, staffette più o meno politicizzate, inserite nella resistenza visibile, poi magari dopo la Liberazione impegnate politicamente in qualche amministrazione pubblica locale o nazionale, o nella Costituente (21 donne), siano rappresentative delle tante altre che stavano ai margini, ai fianchi, alle spalle dei partigiani. Donne il cui sostegno è stato taciuto, non nel senso che non si sia detto che c’era, ma che non hanno volto, spesso, né nome, né identità riconosciuta. La cancellazione e l’oblio sono in qualche modo una violenza silente nei confronti di queste donne che si sono spese per cambiare il loro Paese e la storia. È di queste donne che mi preme oggi parlare. Così come dobbiamo interrogarci su come si può valutare l’eco di quanto compiuto da queste donne, dopo la Liberazione, fino a giungere ai nostri giorni. Per ridestare, riscoprire il passato e misurarlo con ciò che accade oggi. Per dare una prospettiva di genere a quegli anni.
I libri di testo, di storia, le antologie ecc. soffrono spesso di una sotto-rappresentazione delle donne, figure a volte legate solo al ruolo di cura. Come se all’umanità mancasse un pezzo, come se alla storia fosse stata sottratta la memoria delle donne del passato. Dimenticandoci delle tante donne che hanno saputo incidere nella storia e contribuire al progresso del genere umano. Forse sarebbe il caso di intervenire e di correggere questo aspetto con maggior convinzione e sistematicità, non affidandosi esclusivamente alla buona volontà di qualche insegnante, che si impegni ad “integrare”.

Un ricordo per “Mariuccia” che ha perso la vita in via Airaghi:

 

Maria-Cantù-Giustizia-e-libertà-definitivo

 

Ringrazio Giuliana Cislaghi che nel suo saggio “Baggio antifascista” (dal quale è tratta la foto di apertura di questo post), ha riservato un capitolo ai Gruppi di difesa della donna.
I Gruppi di difesa della donna nacquero a Milano nel novembre 1943 col compito di assistere i partigiani, le famiglie dei deportati, di sabotare la produzione, di partecipare all’organizzazione degli scioperi nei luoghi di lavoro per ottenere la parità salariale. Ieri come oggi.
L’organizzazione, strutturata come cellula cospirativa, era aperta a tutte le donne, di ogni ceto, fede religiosa e tendenza politica: “se ovunque prevalevano le donne comuniste, a Baggio lo erano tutte”.
Si è calcolato che in Italia ci fossero 70.000 donne, 900 a Milano divise in 60 gruppi. Al momento della Liberazione si contavano 3.400 donne a Milano, divise in 184 gruppi operanti soprattutto in città. Molte di loro erano anche staffette, informatrici, infermiere, addette stampa, portatrici di armi, combattenti: 35.000 furono insignite del titolo di partigiane (lotta armata prima del 24 aprile 1945), 30.000 patriote (per aver collaborato alla Resistenza senza aver mai partecipato ad azioni armate), 4.653 arrestate, 2.750 deportate, 2.500 cadute, 19 insignite della medaglia d’oro.

La responsabile dei Gruppi di difesa della donna di Baggio era Pina De Angeli: a casa sua era il recapito della stampa clandestina, parola d’ordine “è arrivato il carbon coke metallurgico?”, perché di professione carbonaia, non dava nell’occhio quando riceveva tanta gente. Il primo nucleo era formato da: sua sorella Maria, le nipoti Gianna e Carla Beltramini. Alla fine della guerra il gruppo contava circa 20 donne: Ida Deola Savoia, Maria Abico, Enrica Bassi, Carmelina Lovati, Carmela Ravelli, Emma Quinteri, ecc

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Tutte correvano rischi enormi. Le sorelle Beltramini facevano comizi volanti nelle fabbriche (Borletti, Salmoiraghi, CGE), scappando via velocemente in bicicletta con qualche gappista, per non essere scoperte. In occasione dell’8 marzo 1944 attaccarono manifesti dappertutto, la carta era quella dei sacchi di cemento e la colla era fatta con la farina.

Le donne di Baggio erano attivissime per protestare contro la carenza di viveri di prima necessità, arrivarono a portare le loro rivendicazioni fino a Palazzo Marino. Pina Locatelli e Tilde Sacchi erano due di loro.
Durante gli inverni del 1943 e 1944, il 4 novembre, delegazioni femminili andarono a portare garofani rossi a Musocco, sulle tombe dei partigiani. Era estremamente pericoloso, ma lo sentivano come dovere morale.
Il lavoro maggiore consisteva nel reperire fondi, viveri, medicinali, tabacco da inviare ai partigiani di montagna: il luogo di raccolta era il magazzino della carbonaia in via Rismondo 34.
Vogliamo ricordare che la stampa clandestina era di solito un solo foglio sottilissimo stampato su una sola facciata (giornali murali): l’Unità, Il Combattente (notiziario dei partigiani), Noi Donne (il giornale dei GDD, che è stato l’organo di stampa ufficiale dell’UDI fino al 1990, ancora oggi diffuso in abbonamento), La Fabbrica (pubblicato dalla Fed. Milanese del PCI). Questo materiale veniva poi distribuito in via Scanini dagli Abico, durante il giorno di mercato da Marina Volpi, da Nino “Sampeder” che pur non essendo comunista collaborava volentieri. I fogli venivano nascosti ovunque, in cantina, nel tubo della stufa.

 

noi donne luglio 1944

noi donne agosto 1944

 

Non potremmo comprendere appieno la partecipazione e l’intervento attivo delle donne nelle lotte di liberazione nazionali, senza tracciare le linee dei mutamenti della condizione della donna negli anni Trenta. Le dittature ponevano al centro l’Uomo, riservando alla donna un ruolo tradizionale di cura, tra le mura domestiche, di madri (vedi la politica demografica, i figli alla patria), la sacralità delle “mamme dei soldati”. Il codice penale Rocco considerava il controllo delle nascite un attentato all’integrità della stirpe. Una legge del 1927, stabilì che il salario delle donne, a parità di mansioni dovesse essere il 50% di quello maschile, che non dovessero essere assegnate cattedre alle donne nei licei, che non potessero ricoprire il ruolo di preside, che le tasse scolastiche per le ragazze fossero più elevate. Nel 1938 arrivò una legge che prevedeva massimo il 10% delle donne negli uffici, nessuna donna nelle aziende con meno di 10 dipendenti.

Nei Paesi democratici le cose iniziano a cambiare: riduzione delle nascite, intervento dello stato nel sostegno alle famiglie, sanità diffusa, maggiori servizi, espansione dei consumi, aumento dei salari, riduzione del tempo di cura e da dedicare alla procreazione.

Durante gli anni della guerra la condizione femminile cambia molto: le donne lavorano, spesso sono capofamiglia, procurano cibo, rifugi, prendono il treno per la prima volta per sfollare, girano per i comandi tedeschi e fascisti alla ricerca di notizie dei loro uomini. Tutto questo non significa un reale capovolgimento dei ruoli, semplicemente un cambiamento temporaneo. Il ruolo maschile tradizionale verrà riaffermato dopo la fine della guerra. Ma nel frattempo qualcosa sarà cambiato per sempre: con il suffragio universale, con il matrimonio solidale e egualitario, l’emancipazione è avviata e inarrestabile. Il Femminismo degli anni ’70 è stato il punto più alto di questa rivoluzione.
Ma ai giorni nostri, in tempi di crisi economica, il lavoro gratuito delle donne torna a far comodo, (occorre anche interrogarsi cosa accade quando a perdere il lavoro in famiglia è l’uomo), in una società dove si fa ancora fatica a mettere a fuoco e a far valere i diritti del secondo sesso, come se le donne fossero sempre un passo indietro agli uomini, con un peso minore.
Così, nella loro (ma anche nella nostra) testa, gli uomini conservano “una certa superiorità rispetto le donne”. Si rischia di tornare a una restaurazione di un “nuovo medioevo”, come sostiene la psicologa newyorkese Carol Gilligan : “gli uomini fanno la guerra (le grandi imprese) mentre le donne sono relegate nell’altruismo della cura”. Eppure il femminismo, secondo la Gilligan, è liberazione, è “una forza che trasforma le vite sia degli uomini che delle donne”. Il suo è un “femminismo non di genere”, non è femminile. “L’etica femminile conserva la struttura patriarcale”, mentre “l’etica femminista porta a una trasformazione necessaria alle società democratiche”. Il “prendersi cura” è auspicabile che si allarghi anche agli uomini. Obiettivo non facile, ma a cui tutti e tutte dobbiamo tendere.
La società si evolve e ci si augura che le giovani generazioni sappiano rifiutare di conformarsi a un modello imposto, a un ruolo sociale di stampo patriarcale, a un sistema di idee e valori che cade dall’alto. Come partigiane moderne dobbiamo essere in grado di osare, di rischiare e di difendere la libertà e i diritti acquisiti. 
I diritti non sono acquisiti per sempre, occorre vigilare e tornare a difenderli periodicamente tutti. Dobbiamo trasmettere di generazione in generazione l’importanza dei diritti tanto faticosamente conquistati. Dobbiamo trasmettere gli anticorpi della democrazia e dei diritti.

 

Fonti bibliografiche
Baggio Antifascista – di Giuliana Cislaghi. Ed. 2005
In guerra senza armi. Storia di donne. 1940-1945 – di A. Bravo e A.M. Bruzzone. Ed. Laterza 1995
 
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Una mattina mi son svegliata

Anarkikka 25 aprile

Anarkikka 25 aprile

La Resistenza italiana ha avuto soprattutto un forte significato catartico, di riscatto e di resurrezione della nazione.
La Resistenza è un monito, un insegnamento, un qualcosa che ci permette di sentirci uniti, socialisti e cattolici, una delle rare volte che hanno saputo unire le proprie forze e i propri ideali per un fine più elevato. Un simbolo per tutte le generazioni, una bussola in caso di smarrimento. Insomma, essenziale per capire da dove veniamo, cosa era ed è veramente importante ieri, oggi e domani.
Per noi donne deve rappresentare un momento per ricordare e celebrare tutte le donne che nel loro piccolo e grande impegno quotidiano hanno dimostrato di poter cambiare stereotipi e consuetudini arcaiche, che le tenevano imprigionate in ruoli codificati in secoli di società patriarcali. Il 25 aprile dev’essere un inno alle capacità che tutte noi donne abbiamo, di essere coscienti di noi stesse, del nostro saper essere e saper fare, di essere soggetti autonomi in grado di autodeterminarsi. Le donne della Resistenza, insieme a tutte coloro che hanno lottato nel corso di tutto il secolo scorso devono farci da guida, affinché quei diritti, che ci sono stati riconosciuti, non vengano accantonati e rimossi con un colpo di scopa restauratrice. Ogni donna deve poter scegliere il suo destino. Oggi e sempre!

 

Cito il brano linea gotica dei CSI: “occorre essere attenti per essere padroni di se stessi”. Ecco un insegnamento fondamentale per il futuro di tutt*.

Restiamo vigili, sveglie e resistenti sempre!
Questo articolo, apparso su Abbattoimuri e originariamente su Me-DeA, è una pietra preziosa e un contributo perfetto per questa giornata. Ve lo propongo e sono certa che vi trascinerà in un vortice di considerazioni e riflessioni importanti. Buona lettura.

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