Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Siamo molto di più. Donne.

@Anna Padovani

Per superare un po’ le battute, gli slogan e per rispondere a chi ci etichetta come “oche starnazzanti e donnette isteriche” (nel caso specifico è una donna), per dimostrare da dove vengono le parole “lavoro, casa, mamme”, citate nel corso dell’ultima assemblea nazionale PD, occorre immergersi nel clima culturale attuale.

A parte che “casa” viene associata alla faccenda della legittima difesa. Mi fermo qui.

I social network (ma anche altri media) hanno un rapporto bulimico con le parole, siamo invasi dalle parole, le classifichiamo, le inseguiamo, le usiamo, le stra-usiamo, le usiamo a sproposito il più delle volte, e tra hashtag e parole chiave si coagulano nei trend topic, nelle tendenze di un attimo, giornaliere o un po’ più stabili se si analizzano tempi più lunghi. Un minestrone che se non maneggiato usando la testa, produce distorsioni e disastri analitici. Che tratti ha una rappresentazione (e interpretazione) della realtà che si basa su questa bulimia e trend di parole? Una rappresentazione parziale, volutamente parziale direi. Una rappresentazione che potrebbe a volte coincidere con una direzione dettata da fattori direi non proprio oggettivi, che possono dare una visione distorta del mondo e della vita delle persone. Soprattutto le parole possono essere strumentalizzate. Attraverso un loro uso distorto, smodato possono perdere vigore, forza, senso, insomma finire sfilacciate, cambiare significato.

Quello che è accaduto all’assemblea nazionale non è un caso, non è che non vogliamo capire. Semplicemente sappiamo, abbiamo imparato a leggere quelle parole e come vengono generate e adoperate. Certo che lavoro e casa sono centrali, ma si è deciso di aggiungere qualcosa a questo trend, un elemento rassicurante, sempiterno: la mamma. Questo totem italiano che tanto piace e rievoca un ritorno ancestrale al grembo, a ruoli incatenati e punti fermi della nostra cultura secolarmente immutabile. Siamo vicini alla festa della mamma, da poco si sono aperte le domande per i bonus mamme e poi la mamma è sempre la mamma.

L’azione della ministra Lorenzin non si spiegherebbe altrimenti. Tutto torna. A distanza solo conferme.

Lasciandoci cullare da questo materno che tutto pretende ancora di racchiudere e di parlare a nostro titolo, perdiamo anni. Evidentemente secoli di battaglie per scollegare i termini donna-mamma, che significa dare valore e riconoscere uno status autonomo e molteplice, non sono stati sufficienti. Abbiamo bisogno di qualcuno che ci riporti indietro. Io sono una donna, un essere umano, una persona. Punto. Le politiche devono partire da qui.

Non lo dico per far polemica sterile. Chi mi conosce sa che parlo a ragion veduta, per esperienza personale, ma soprattutto perché anche io sono capace di leggere e di analizzare. Sì, i miei studi e il mio percorso formativo mi hanno abituato a fare questo. Non ci posso fare niente. Lo faccio da anni. È il mio modo di fare politica. Mi piace capire.

Ho l’impressione che i fiumi di inchiostro scritti in materia, decenni di riflessioni femministe, tomi di saggistica italiana e straniera, non siano mai stati letti o giunti da noi. Qui sulle sponde italiche. Ho cercato anche io nel mio piccolo di trattare la materia.

Questo è il mio ultimo contributo, in cui non si parla di mamme, ma di genitorialità e di compiti di cura da condividere sempre più: http://www.mammeonline.net/content/promuovere-parita-cosa-ci-racconta-ultimo-report-europeo

Vi invito a leggerlo, perché aiuterebbe a non adoperare più certi epiteti. Davvero, mi sembra che arrivare sulla mia bacheca facebook, aperta al dialogo, usando certe parole denota in primis una mancanza di rispetto, oltre che una certa dose di violenza, frutto di un maschilismo e misoginia interiorizzate.

Lo ribadisco ancora una volta. Per colmare il gender gap uno dei passi più utili è partire dalla donna, in tutte le sue declinazioni e espressioni, possibili scelte di vita. Il fatto che una di esse, la scelta di essere madri, sia ancora un ostacolo nel lavoro deriva dal fatto che è ancora vista come una questione sulle spalle delle donne, una roba da donne. Se si iniziasse a lavorare in chiave di genitorialità e in modo sistemico, avremmo un riequilibrio delle parti, un quadro più attuale e non ci si inchioderebbe sui bonus mamme a pioggia.

Interventi strutturali per non trovarci come a Bologna, dove i posti nelle scuole dell’infanzia pubblici non riescono a soddisfare il fabbisogno e il Comune decide di destinare 150mila euro alle scuole private cattoliche, integrando le rette. Roba che accade già per i nidi a Milano, ma i nidi sono considerati ancora un optional. Ci viene da pensare che è sbagliata la strategia, che manca un disegno strutturato.

A livello nazionale, quattro anni fa il fondo per le scuole paritarie era di 272 milioni di euro: con l’ultima Legge di stabilità il Governo lo ha stabilizzato e portato a 502 milioni. Con buona pace dell’educazione laica e pubblica.

Pensiamo a quanta fatica abbiamo fatto sul congedo di paternità e su altre misure. Eppure se fossimo più coraggiosi potremmo cambiare notevolmente l’immaginario e la cultura aziendale. Pensiamo a quanto facciamo fatica a riconoscere il valore del lavoro di cura, che non significa solo figli, si tratta di compiti ben più vasti. Pensiamo alla cura degli anziani o di familiari non autosufficienti. Pensate davvero che tutto si riduca alla maternità?

La politica dei bonus di fatto nega il welfare, che significa programmazione, lungimiranza a medio-lungo termine, a volte intergenerazionale. Invece la politica dei bonus ha il fiato corto, varia di anno in anno, in funzione della tornata elettorale più ravvicinata. Ha il fiato corto con il suo fiume di spesa. Non investire in politiche di welfare significa dare spazio al business sociale, che significa ritiro dello Stato e via libera al privato. Naturalmente resta il sempreverde welfare familiare, insomma il faidate. Poi ogni tanto qualche mancia per tacitare le coscienze e per dire che lo Stato si occupa delle donne, pardon delle mamme.

Quel lavoro invisibile, gratuito e dato per scontato non riguarda solo le mamme. Dobbiamo fare un passaggio culturale necessario. Care work is work, qualcuno già ne parla, ma non è una questione da declinare sempre e necessariamente al femminile. È quel non detto, quel dare per assodato che appartenga alle donne, che piaccia alle donne, che loro lo sappiano fare meglio perché da secoli lo fanno. Perché ci viene “naturale”. Ma anche basta.

Abbiamo le capacità per superare tutto questo bagaglio ingombrante di stereotipi e aspettative.

Basterebbe farsi un giro per capire che le donne della realtà sono altre. Affranchiamoci una volta per tutte, affermiamo, pratichiamo, difendiamo, realizziamo i diritti delle donne, in quanto esseri umani, non in funzione di un ruolo. Come facciamo a praticare tutto questo se ancora il nostro punto di partenza è donna = mamma? Sapete perché siamo discriminate? Perché non guardano a noi come esseri umani, ma come utero munite, pericolose mine vaganti, isteriche, raramente veniamo valutate per le nostre competenze. Per le assunzioni vale ancora lo stato di famiglia, prima ancora dell’esperienza e del curriculum. Per i licenziamenti o le “dimissioni volontarie” idem. Per le retribuzioni si ragiona di conseguenza. Non parlo per sentito dire, le ho vissute sulla mia pelle tutte queste cose. Nell’immaginario siamo tuttora noi ad essere considerate “scomode” o “inaffidabili”, perché sono ancora pochi gli uomini che si prendono congedi per motivi familiari, quando lo fanno a volte subiscono anche loro mobbing o blocchi di carriera. Qui occorre lavorare, smantellando certi automatismi e abusi.

“Abbiamo portato le mamme a occuparsi di politica. Ora la politica si occupi di loro. E’ la questione politica del nostro tempo, che nel 2017 la maternità possa essere considerata un ostacolo è assurdo”.

Sono mamma, ma non è merito del partito, né tanto meno di Renzi, se mi occupo di politica.

Ricordo che l’impegno delle donne in politica ha una storia, pensiamo solo alle donne della Costituente. Per quanto mi riguarda l’ho deciso io e non ho bisogno di input. Lo faccio da sempre, anche e soprattutto fuori dal partito. Non sono telecomandata e non ho padroni o suggeritori, lo ripeto. Non sopporto il paternalismo con cui si dicono certe cose.

La politica istituzionale si occupi delle donne tutte. Basta con questo desiderio smodato di riportarci indietro nei secoli. La questione politica del nostro tempo è contrastare le discriminazioni ovunque/comunque esse si manifestino. La questione politica attuale è affermare i diritti delle donne. D.O.N.N.E.

Ogni tanto ascoltateci, non fate affidamento esclusivamente ai guru della comunicazione.

A volte è utile un bel bagno di realtà.

Semplice, chiaro, nothing more to say.

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Su legge 194 l’Europa porta Consiglio!

43 il fuso di Erdogan

 

Il Comitato Europeo dei Diritti Sociali del Consiglio d’Europa ha riconosciuto, in una pronuncia resa pubblica oggi, che l’Italia ha violato l’art. 11 della Carta Sociale Europea, con la quale vengono riconosciuti i diritti umani e le libertà, e stabiliti i meccanismi di controllo per garantirne il rispetto da parte degli Stati comunitari.
La decisione afferisce ad un reclamo presentato dalla Cgil, avente ad oggetto la violazione dei diritti delle donne che intendono accedere all’IVG ai sensi della Legge 194 e la violazione dei diritti dei medici non obiettori.

L’organismo comunitario ha stabilito che nel nostro Paese continuano a prevalere situazioni per le quali le donne che intendono chiedere un aborto possono essere costrette a trasferirsi in altre strutture sanitarie, in Italia o all’estero, o ad interrompere la loro la gravidanza senza l’appoggio o il controllo delle autorità sanitarie competenti, o possono essere dissuase dall’accedere ai servizi di aborto, che hanno invece diritto a ricevere ai sensi della legge 194.

A detta del Comitato, inoltre, la Cgil ha fornito un ampio numero di prove che dimostrano come il personale medico non obiettore affronti svantaggi diretti e indiretti, in termini di carico di lavoro, distribuzione degli incarichi, opportunità di carriera, consentendo così al Comitato stesso di rilevare che le strutture sanitarie italiane non hanno ancora adottato misure necessarie per rimediare alle carenze nel servizio causate dall’alta presenza di personale obiettore di coscienza.
Si osserva anche che il governo “non ha fornito nessuna prova che contraddica quanto sostenuto dal sindacato”.

Solo pochi mesi fa, a novembre 2015, nella relazione annuale al Parlamento sullo stato di attuazione della legge 194, si continuava a non rilevare problemi: “Riguardo l’esercizio dell’obiezione di coscienza e l’accesso ai servizi IVG e per quanto riguarda i carichi di lavoro per ciascun ginecologo non obiettore, non emergono criticità.”
Risulta evidente la distanza tra la relazione del Ministero della Salute e la realtà evidenziata dal Comitato europeo.

Le enormi difficoltà che incontrano le donne per poter accedere al servizio di IVG sono da anni sottovalutate, ridimensionate, derubricate a casi sporadici.
Oggi ci troviamo di fronte a un’altra condanna europea della condotta dell’Italia, alla quale ci auguriamo si dia questa volta una risposta efficace.

Le donne di #ObiettiamoLaSanzione, impegnate da tempo affinché in Italia ci sia una corretta applicazione della legge 194, tornano a chiedere agli organismi istituzionali competenti di attivarsi fattivamente nell’adempimento degli obblighi di legge, per sanare la situazione e assicurare il diritto alla salvaguardia della salute psico-fisica della donna.

Le donne promotrici di #ObiettiamoLaSanzione

Anarkikka attivista, vignettista
Barbara Bonomi Romagnoli giornalista, attivista
Monica Lanfranco giornalista, blogger
Loredana Lipperini giornalista
Donatella Martini Donne InQuota
Cristina Obber giornalista, scrittrice
Lea Fiorentini Pietrogrande attivista
Benedetta Pintus Pasionaria.it
Antonella Penati Federico nel cuore Onlus
Maddalena Robustelli
Simona Sforza blogger, attivista
Nadia Somma blogger, attivista
Paola Tavella giornalista
Lorella Zanardo Il corpo delle donne

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Figli e donne per la patria

1922 donna

Non voglio parlare solo di bonus bebè, ma è un buon tema dal quale partire per fare qualche riflessione.
Quel che non si comprende è che tutti i bonus hanno un costo sociale enorme, ma nascosto. Sono solo azioni pubblicitarie, che nascondono tagli da tante altre parti. Come molti hanno fatto notare, si tratta solo di operazioni di marketing, con alla base un’ideologia populista che parla alla pancia di una popolazione appiattita sugli annunci fatti al TG. Le donne italiane assuefatte ad essere etichettate come “intellettualmente limitate”, dalle stesse donne, come la Barbara della domenica pomeriggio, alla fine ci credono e se ne convincono. Non siamo questo, ma è quel che resta nell’immaginario.
Ci si mette anche la Lorenzin, dispensando consigli sull’impiego del bonus…
Rispetto all’indignazione e alla mobilitazione di Se non ora quando, oggi non assistiamo a nulla di tutto ciò, tutto è silente. Si ode qualche critica, ma sempre e solo da parte di persone già fortemente coinvolte, attive. Nonostante la lenta, ma inesorabile dispersione di Snoq, ormai spentasi, non c’è stata un’analisi e un lavoro dopo, compatto, critico, concreto, vivo, legato alla realtà. Probabilmente lo abbiamo fatto, ma in piccoli gruppi, le cui voci non si sono propagate.
Non suscita indignazione nemmeno la superficialità con cui si maneggiano le pari opportunità nelle sedi governative.
Se oggi l’ennesimo bonus bebè crea consenso e ha un valore enorme nel sentire comune, dobbiamo chiederci perché. Perché tuttora si accetta tranquillamente che vengano adoperati questi mezzi, con un convinto supporto alla costruzione della famiglia del mulino bianco, con un incitamento per le donne a tornare al ruolo di massaia. Le donne come strumento sostitutivo di welfare, un welfare vivente come mamme, nonne, badanti. Le donne come contenitore della progenie. Le donne a casa perché è meglio così, per il mercato del lavoro, per i datori di lavoro, per semplificare la vita un po’ a tutti. Perché lo stato non si senta chiamato a varare politiche strutturali serie per rendere la vita delle donne “tutte” un po’ più sana e meno strumentale a qualcos’altro o a qualcuno. Chiediamoci veramente perché per molte donne diventa più conveniente stare a casa. Malpagate, precarie, sfruttate, costrette a fare lo slalom tra casa e lavoro, senza orari o diritti, zero prospettive di carriera se malauguratamente scegli di far figli, il dover vivere un quotidiano senso di colpa, doversi sempre giustificare con capo e colleghi/e per il tuo essere donna, con tutto ciò che ne consegue. Non ne parliamo se ti ammali o si ammala un familiare! Quindi, anche noi, cerchiamo di smontare i fronti contrapposti casalinghe/lavoratrici. Cerchiamo di lavorare senza barriere o pregiudizi.
Quel che mi irrita maggiormente di questo ennesimo bonus, è il solito automatismo che lega i figli ai soldi. Come se fosse una questione unicamente pecuniaria. Mi sembra sempre che ci sia una precisa volontà di ignorare cosa significa essere genitori. Non è semplicemente il piatto di pasta. Questo poteva bastare negli anni ’40-’50. Ma le prospettive di un genitore non devono fermarsi a questo. Così come occorre guardare oltre la richiesta di più asili nido. Come ho più volte scritto, non è la soluzione. Aiuta certo, ma un figlio non è un pacco da parcheggiare da qualche parte, che siano i nonni, il nido o una baby sitter.
Dovremmo allargare lo sguardo e parlare di tutte le donne, qualunque sia la loro scelta di vita.
Perché non parliamo di tempi flessibili per le donne?
Perché non parliamo di pari trattamento, per dire no alle discriminazioni sul lavoro, no alle dimissioni in bianco e tanto altro.. Se vogliamo veramente aiutare le donne.
La precarizzazione dei contratti di lavoro, incentivata dalle ultime riforme, penalizza fortemente le donne.
Qualcuno dei legislatori ha mai provato a cambiare lavoro continuamente? Località, mansione, tipologia? Ha mai fatto la “trottola”, con un figlio piccolo e nessun aiuto, o con un familiare malato, con servizi sociali semi-inesistenti? La stabilità lavorativa aiuta anche a gestire più serenamente le difficoltà familiari quotidiane. Per non parlare poi del clima familiare.
Intanto iniziamo a fissare parità di salario uomo-donna. Perché noi donne non siamo necessariamente tutte incubatrici dei futuri figli della patria. Il resto vien da sé.. Ognuna avrebbe modo di scegliere in base alle sue esigenze e non sarebbe vincolata a una norma ad hoc, il bonus, subordinata a una scelta precisa, la maternità.
Questi sono aspetti molto concreti, ma su cui spesso ci si divide e ci si schiera. Quando sarebbe preferibile stare unite. Questa tendenza a legiferare per il particolare e non per l’universale, crea automaticamente delle discriminazioni. La legge targettizzata è un fondamentale mezzo di propaganda, utile a raccogliere consensi, ma che crea grossi problemi e trattamenti privilegiati assurdi. Si sprecano risorse importanti, ma solo per riuscire a mantenere il consenso e il potere. Non ci sono progetti a lungo termine, perché quel che importa è il risultato oggi.
Ma allora perché sembra che alla maggior parte delle persone vada bene questo tipo di soluzione parziale delle questioni?
Non a tutti sta bene così, ci si interroga, ma sembra unicamente un parlare a vuoto. Perché?
Questa difficoltà di incidere nella realtà e di unirci per un cambiamento radicale, merita una riflessione.
Elena, rispondendo a un post che avevo pubblicato su Facebook, mi ha dato lo spunto per farlo.
C’è da registrare una profonda divisione, distanza tra i luoghi del femminismo, come anche del mondo ambientalista, rispetto ai luoghi decisionali reali o della vita quotidiana. I rischi sono di compiere analisi di analisi, che servono solo a un circolo chiuso. Il distacco non è un dato odierno, ma credo congenito. Consideriamo la libertà e l’emancipazione delle donne. Per molte sono sufficienti queste semplici enunciazioni, tradotte in un qualche diritto socio-politico sbriciolato e pronto all’uso. Mordi e fuggi, divori e poi passi ad altro, alla successiva urgenza, al successivo bisogno. Assente è la consapevolezza di come si arriva a quel diritto o libertà, che comporta una consapevolezza di sé e una presa di coscienza che certi punti di arrivo presuppongono una assunzione di responsabilità in prima persona. Quindi come colmare il buco? Come trovare un linguaggio che includa anche altri ambiti, se vogliamo meno elitari e chiusi, come costruire nuovi luoghi reali di azione? Ahimè è un vero arcano. Innanzitutto è un problema legato allo stare in gruppo, alle sue dinamiche e al naturale istinto verticistico, gerarchico, laddove ci sono forti resistenze a lasciare spazi ad altri/e. Aprire la finestra e ricambiare l’aria è molto complicato. Implica una messa in discussione del proprio ruolo, per molt* è difficile mettersi a disposizione, rinunciando alla propria figura. I personalismi sono una brutta piaga. Di solito sono le stesse persone affette da queste manie egocentriche ad accusare gli altri appartenenti al gruppo di scarsa democrazia interna. Il passaggio verso la realtà è pieno di ostacoli. Non è detto che aprendo spazi di azione nel proprio quotidiano/territorio si ottengano risultati apprezzabili, si rischia di rimanere comunque confinati a relazioni asfittiche e autoreferenziali. Qualche giorno fa annotavo la prassi “dell’armiamoci e parti”, che in un gruppo è devastante, perché viene meno il “fare insieme”. “Coagulare l’impegno” (uso l’espressione di Elena), per raggiungere obiettivi concreti, è veramente difficile, perché ognuno tira l’acqua al proprio mulino, oppure ti risponde che non ha tempo ed energie. Alla fine ognuno pensa a sé. Tutto finisce quando trovi il tuo posticino al sole e vieni assorbito dal flusso consueto, ordinario.
I miei tentativi di allargare, approfondire il confronto, progettare sono spesso fallimentari o mi lasciano un po’ di sconforto, ma non per questo mollo. Ma è anche e soprattutto una questione di autorevolezza, o meglio di “corsie referenziali” privilegiate. Nessuno ti ascolta seriamente se non hai un titolo, una posizione sociale e professionale dalla quale parlare. Per questo credo che i discorsi restino chiusi, in cerchie elitarie autoreferenziali. Si dà la parola solo a coloro che sono già a qualche titolo nel giro di quelli che contano. Anche se parlano di aria fritta, quella viene percepita come aria di montagna, pura e alta. Se solo riuscissimo a scendere un po’ sulla terra e lasciassimo un po’ di spazio ai non “referenziati”, giusto quel tanto che basta per un ricambio d’aria? Non è solo una questione di ricambio generazionale, perché il morbo è trasversale alle generazioni. Dovremmo aprire, coinvolgere e rischiare anche qualche critica. Perché, a volte ho l’impressione che i “guru” della situazione abbiamo paura dell’allargamento per non rischiare critiche e non perdere la vista dall’alto tanto faticosamente conquistata.
Spesso il fallimento dipende dal fatto che non tutti gli attori sono realmente coinvolti al 100%. Non ci si crede realmente, spesso la partecipazione non va oltre a quello che si farebbe in un club di bridge. Ma non per questo si demorde. Si cerca di far girare le idee, di fare piccoli passi per una maturazione culturale propedeutica a un futuro cambiamento, che non può prescindere dalle variabili economiche, produttive e istituzionali. Sempre che tutto non si perda e non si dissolva strada facendo. Per questo sono cruciali le convinzioni personali, altrimenti si fa moda e suppellettili di analisi e parole. Penso che scrivere (lo so, spesso sembrano parole al vento) possa servire a far passare le idee tra le persone e tra le generazioni. Ma presuppone l’esistenza di un percorso personale, un partire da sé. Se non scatta quella scintilla, le parole ti passeranno attraverso, senza lasciare traccia. Non è una missione donchisciottesca, se ci crediamo sino in fondo. Il cambiamento nella realtà passa attraverso il cambiamento di mentalità, delle idee e della cultura, quelle che girano e non restano chiuse nei “salotti buoni” asfittici.
Dobbiamo spingere per portare il dibattito fuori, far girare le idee là fuori. Non per leggerci o parlarci tra noi. Dobbiamo osare il femminismo, viverlo e diffonderlo. Sovvertendo le regole della veicolazione del pensiero e delle pratiche. Questo significa includere nei nostri dibattiti anche fattori economici e che fanno capo al sistema capitalistico. Altrimenti è tutto inutile, se non si parla di crisi del patriarcato, delle forme classiche del capitalismo e del modello culturale occidentale.

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Asse franco-tedesco: intesa ritrovata

Mentre a sinistra (in riferimento al piccolo gruppo Gue a Strasburgo) si propongono nuovi assetti attorno a una lista unitaria per Tsi­pras (segnalo questo bel pezzo su Barbara Spinelli), in Europa si creano nuovi assi e si riscaldano i rapporti tra Francia e Germania. In pratica, da quanto affermato dai due ministri degli esteri Steinmeier e Fabius, si tratterebbe di intensificare la cooperazione su vari fronti, soprattutto per armonizzare le operazioni di politica estera (qui). Inoltre, i due, entrambi di sinistra, vorrebbero organizzare insieme una campagna in vista delle europee di maggio, per fronteggiare le spinte populiste e antieuropeiste.

Segnalo questo pezzo di Rachele Gonnelli, che lascia intravedere una possibile sorpresa di SEL sul tema delle alleanze in vista delle europee (qui).

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Volemose bene

Alcuni hanno inaugurato una nuova era, definendola pax renziana. Io la vedo più come un “volemose bene” e mettiamoci una bella pietra sopra, chiudiamo tutte le polemiche e le questioni spinose e indigeste a chiave in una scatola e sotterriamola bene. Con buona pace di tutte le richieste di chiarezza. Eh no! Questo sarebbe come una porta in faccia al buon senso. Dopo la distribuzione di incarichi e il restyling del sito del Pd, che ora sembra diventato in tutto e per tutto il partito di uno solo, si apre la fase in cui il nostro segretario dovrà muovere le sue pedine e svelare i suoi piani. Altrimenti, ci saremmo tenuti la transizione di Epifani a oltranza. Ma si sa, ormai le arti di rinviare e di temporeggiare sono diventate la norma.

Ho rimuginato un po’ sulle primarie e ho deciso di scriverci ancora su stanotte, in preda a una tosse secca che non mi consente di dormire. Forse è il mio malessere che mi spinge a scrivere ancora su questo tema. Ho compreso che di errori veri e propri non ce ne sono stati, se non una ingenuità di fondo e una estrema fiducia nella capacità di ragionamento dell’elettore medio della sinistra. Ho scoperto che coloro che erano sempre stati avvezzi a ragionare e a scegliere consapevolmente e sulla base di criteri oggettivamente convincenti sarebbero giunti comunque alla conclusione di votare per Civati. Convincere gli altri, si è rivelata un’impresa spesso deludente. La cosa sconvolgente era sentirmi dire che tanto avrebbe vinto Renzi e che il mio impegno era vano. Sapevo di essere quella delle cause perse, ma questo non voler proprio neanche provarci mi lasciava basita, soprattutto se il mio interlocutore era giovane. Ormai ci siamo talmente abituati a seguire la strada battuta e a non seguire più le idee che noi riteniamo valide, ma quelle che gli altri ci portano a pensare tali, che non ci imbarchiamo se non siamo sicuri di essere sul cavallo vincente. Poi mi si deve spiegare cosa mai ci fosse in palio? Sì, lo so, io ragiono da pedina di scarso valore, sono la scheggia che pretende di scalfire anni e anni di prassi consolidata di politica imbolsita e inpoltronita. Poi ci sono coloro che non sarebbero mai venuti a votare, delusi e recalcitranti a qualsiasi chiamata alla partecipazione. Costoro li capivo e li capisco ancora di più oggi, che vedo mettere una bella roccia sul bisogno di chiarire alcuni punti cruciali della nostra storia recente. Il nuovo segretario ha avuto la meglio in questo deserto ‘affettivo’ e culturale. Ho capito che le cose si devono costruire nel tempo e insieme, come ha fatto Pippo, ma che non è sufficiente. Ci sono fattori che esulano i contenuti e la solidità di un progetto. Ci sono macchine politiche che si muovono su terreni che assomigliano più a una campagna di marketing che a un partito. Noi civatiani siamo stati esclusi dai mezzi di comunicazione consueti, in cui si sono annidati questi strumenti di pubblicità di cui parlavo. Chi è abituato a non mangiarsi la pappa pronta, precotta e predigerita, sta altrove e si informa. Non da ultimo, le primarie aperte hanno fatto confluire alle urne sia coloro che erano veramente interessati, sia coloro che erano completamente avulsi e che magari non erano nemmeno degli elettori Pd. Non so, ma continuo ad essere perplessa sull’opportunità di questa apertura per l’elezione di un segretario. Ma oramai ci siamo e dobbiamo archiviare l’esperienza. Noi civatiani abbiamo peccato di orgoglio per un grande progetto, che era ed è una delle cose più belle e importanti che la sinistra ha saputo produrre negli ultimi anni. L’orgoglio ci ha annebbiato la vista su ciò che poteva essere compreso dall’elettore medio e ciò che lo avrebbe potuto solleticare. Siamo stati troppo concreti, puntuali, capillari nei temi trattati e nelle proposte. Non abbiamo venduto fumo, ma, come ho detto più volte, 20 anni di Berlusconi hanno lasciato il segno: la gente si aspetta lo show e la battuta facile. Frasi semplici, di facile consumo e digestione. Una politica fast food, per vincere. Vincere, ma per fare cosa? A questo punto vedremo come andrà. Renzi deve mettersi al servizio del PD e non farne un partito al suo servizio. Noi civatiani siamo ancora qui, con la stessa energia e vigileremo. Pippo alla fine della campagna aveva i segni della stanchezza e del suo impegno sul volto, questo mi ha portato a riflettere sulla passione politica pura. Provate a osservare le immagini di fine campagna di Renzi.. Lo so, sono dettagli, ma dicono molte cose.

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Il futuro parte dal presente

Ieri rileggevo questa analisi del giornalista danese Mads Frese apparsa su Internazionale n° 1029, poco prima della vittoria di Renzi alle Primarie del PD.

Emblematico il passaggio: “Invece è arrivato il momento di svegliarsi e guardarsi intorno per capire com’è ridotto il paese. Anche se si preferisce guardare al futuro, un progetto di cambiamento può convincere solo se parte da una rilettura del passato più recente. Altrimenti tutto si risolve nella semplice rimozione della situazione attuale”.

Ecco, questo è il nocciolo degli errori sin qui commessi dalla sinistra: scavalcare i passaggi che avrebbero previsto un’analisi, un’autocritica, una comoprensione del contesto. Abbiamo cercato di fare un esercizio di prospettiva sbilanciandoci in avanti, ma senza chairire il punto di partenza, come se si volesse fare un’analisi e comprensione del testo di un libro ancora non scritto, a priori.

Oggi mi imbatto in questa intervista al sempre lucido, ma ahimè dimenticato, Achille Occhetto e trovo conferma su alcune delle mie perplessità. Non ci dovrebbero essere dubbi e tentennamenti sui valori connaturati a un partito che si definisce di sinistra:

“Uguaglianza, solidarietà, capacità di stare sempre e comunque con i più deboli, il pacifismo spesso abbandonato stando dalla parte di guerre ingiuste, la non violenza. Valori che vanno incarnati in programmi di governo”.

Invece si rincorre una politica vecchia di oltre un decennio, il capitalismo dal volto umano di Blair, che ha contribuito a generare alcuni germi della crisi attuale.  Si cavalca la solita onda del cambiamento indolore, ma senza aver presente cosa è diventata l’Italia oggi e di come occorra prima intervenire su alcune delle più accese distorsioni economico-sociali, prima di riuscire a posare le fondamenta di un futuro sano ed organico. Senza questi passaggi preliminari, costruiremo di nuovo sulle sabbie mobili e il nostro progetto di sinistra si consumerà in un fallimento.

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Il 9 dicembre: il risveglio con Matteo

I risultati delle Primarie del PD sono sotto i nostri occhi. Renzi è il nostro nuovo segretario e spetta a lui ora dettare la linea del partito. Non ci sono dubbi su quanto desiderato da elettori, simpatizzanti ed esterni al PD: con queste Primarie aperte, che piaccia o meno, il verdetto ha premiato il rottamatore. Il che potrebbe essere un segnale positivo, si chiede un cambiamento, più o meno consapevole di ciò che potrebbe portare. Il compito che spetta, da oggi in poi, a tutti noi è quello di mantenere vivo il dialogo interno al partito, portare avanti i progetti nati e immaginati nel corso di questo eccezionale percorso pre-Primarie, delineare un progetto e un modello di sistema economico-sociale per il Paese intero, credibile, concreto e che sappia traghettarci fuori dalla crisi in cui siamo impantanati da tempo. Ciò che occorre fare è mettere da parte gli antagonismi e stendere un tappeto condiviso il più possibile per riformare l’Italia. Non possiamo permetterci scivoloni, l’ennesima scissione,  ma dobbiamo imparare a lavorare tutti fianco a fianco, condividendo lo stesso obiettivo: il benessere collettivo, uscendo da logiche clientelari, dalla corruzione, dai privilegi di pochi, da facili soluzioni sempre sulle spalle dei soliti noti, con il coraggio e la forza che un movimento progressista deve avere. Riportiamo a galla valori sociali ormai sopiti e coperti dalla polvere, rinvigoriamo la nostra capacità di riflessione e di dialettica produttiva, siamo curiosi e aperti, che non fa rima con l’essere schiavi o asserviti. Il nostro compito resta sempre lo stesso. Il laboratorio a cui ha dato vita Pippo continuerà a creare tessuto culturale a 360 gradi: ciò di cui abbiamo estremo bisogno. Ciò che abbiamo toccato con mano è l’energia vitale e positiva che può scaturire da un lavoro di squadra sincero e in cui ci si può rispecchiare. È stata una palestra e un modello di lavoro, di come si possono coinvolgere storie ed esperienze diverse per produrre, condividere e diffondere un progetto. Questa progettualità diffusa e questo spirito inclusivo non devono essere smarriti, devono diventare il consueto modus operandi del PD. Oggi questo bagaglio resta a disposizione del partito e del nuovo segretario. Siamo certi che dal terreno fertile dei civatiani continueranno a spuntare ancora numerosi fiori di idee. Il territorio e i circoli in primis saranno sempre più essenziali e indispensabili per mantenere vivo il progetto per cui è nato il PD.

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Il postmodernismo secondo Matteo

Oggi si ripete l’esperimento mediatico di Matteo Renzi: #matteorisponde. Già un evento simile dovrebbe farci pensare, ma secondo mio marito si tratta di postmodernismo allo stato puro: io sono davanti al mio pc, clicco su twitter il profilo di Renzi, arrivo sul sito di Renzi, e lo trovo davanti al pc, intento a guardare un altro pc per rispondere alle domande su twitter, parlando a voce alta per riferire al pubblico cosa sta scrivendo. Lo schema mediatico è il seguente: Tweet di colui che pone la domanda – Renzi lo legge – Io guardo Renzi – Renzi mi spiega – Renzi scrive – Colui che ha posto la domanda legge la risposta di Renzi.

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tiritere72663953.wordpress.com/

"Alle giovani dico sempre di non abbassare la guardia, non si sa mai". Miriam Mafai

Il blog di Paola Bocci

Vi porto in Regione con me

Non Una Di Meno - Milano

Contro la violenza maschile sulle donne e tutte le forme di violenza di genere

ilportodellenuvole.wordpress.com/

I tessitori di nuvole hanno i piedi ben piantati per terra

Variabili Multiple

Uguali e Diversi allo stesso tempo. A Sinistra con convinzione.

Blog delle donne

Un blog assolutamente femminista

PARLA DELLA RUSSIA

I took a speed-reading course and read War and Peace in twenty minutes. It involves Russia.

Critical thinking

Sociology, social policy, human rights

Aspettare stanca

per una presenza qualificata delle donne in politica e nei luoghi decisionali

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Femminismi Italiani

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Il Golem Femmina

Passare passioni, poesia, bellezza. Essere. Antigone contraria all'accidia del vivere quotidiano

Last Wave Feminist

"Feminism requires precisely what patriarchy destroys in women: unimpeachable bravery in confronting male power." Andrea Dworkin

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Rosapercaso

La felicità delle donne è sempre ribelle

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Stiamo tutti bene

Le tragicomiche avventure di una famiglia di nome e di fatto

Abolition du système prostitueur

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Femina Invicta

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