Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Prostituzione, oggettivazione e violenza su donne e bambine: quali i denominatori comuni?


Ho letto la notizia questa estate, un bordello con bambole in silicone apre a Torino. Ho sospeso ogni riflessione esplicita perché qualcosa maturasse, senza inseguire tempi e urgenze.

Il patriarcato è tutto qua, più evidente di così! In questo ricercare sempre nuovi modi di agire qualsiasi tipo di espressione dei suoi fondamentali, ovvero sperimentare violenza e dominio assoluto. Perché l’abuso e lo stupro a pagamento di donne prostituite e tutto quello che gli uomini intendono fare su bambole in silicone appartengono al medesimo universo culturale: ciò che ancora in molti/e continuano a non voler vedere e a non voler ammettere quando si parla di prostituzione e della violenza a cui sono costrette donne e bambine.

Ovvero, la più antica forma di oppressione. La pratica dell’uso di corpi umani come mercato è stata normalizzata dal sistema economico neoliberista, tanto da non riconoscerne più i tratti schiavistici e di sfruttamento. La tratta di esseri umani per molti è una questione da tenere separata dal resto, eppure sappiamo che così non è, serve a tenere in piedi il mercato del sesso, al pari dello sfruttamento delle difficoltà di chi vive situazioni marginali, di difficoltà e non ha alcuna alternativa di sopravvivenza.
Riconoscere questo è il primo passo per comprendere l’operazione in corso nella sua interezza.

Non è assolutamente rassicurante l’idea di aprire bordelli con simulacri umani da adoperare come banco di esercizio di pratiche che vengono esercitate purtroppo su donne reali, che non termineranno di certo con l’apertura di simili strutture.
Perché non vi è separazione, perché è tutto parte di una medesima mentalità, prassi, di un agire violento, che troviamo anche nel consumo di pornografia, nella ricerca di un consumo compulsivo di sesso avulso da tutto.

Un ennesimo elemento che illustra esattamente a che punto è l’espressione maschile, l’immaginario, le abitudini, le pretese, la capacità di emanciparsi degli uomini da catene secolari. Perché se le donne hanno affrontato un percorso di consapevolezza, più o meno intrapreso e riuscito, molti uomini vivono una sorta di schizofrenia, scegliendo di incarnare sempre il medesimo modello, forza, assenza di sentimenti, rapporti basati sul dominio e la sopraffazione, nessun coinvolgimento emotivo, perché le emozioni non appartengono al loro genere…

E questo tipo di bordelli non possono essere letti come antidoto alla solitudine, non può esserlo, non può trovare banalizzazioni, letture bonarie e consolatorie. Perché dietro a questa domanda c’è un mondo da leggere e di cui occuparsi e preoccuparsi. Perché è alla base di quella mostruosa escalation di violenza a cui assistiamo giorno per giorno, alla base di tutto questo appropriarsi dei corpi e delle vite delle donne, c’è questo pensiero unico.

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Altro che i Flintstones

Photograph: Everett Collection/Rex Features

Photograph: Everett Collection/Rex Features

 

In un post di qualche tempo fa ero tornata indietro nel tempo, alla preistoria, cercando di comprenderne il modello di società e di relazioni, seguendo anche un recente studio pubblicato su Science. Come promesso, continuo il mio viaggio. Oggi vi propongo un articolo pubblicato a maggio su The Guardian, a firma di Simon Copland. La situazione è molto complessa e si evidenziano varie teorie e interpretazioni. Buona lettura 🙂

 

Nello studio condotto dagli scienziati della University College di Londra, si dimostrava che uomini e donne nelle prime comunità umane vivessero in una relativa eguaglianza. Lo studio sfata gran parte delle nostre convinzioni sulla storia umana. Mark Dyble, l’autore principale dello studio, ha dichiarato: “l’uguaglianza tra i sessi è uno degli importanti cambiamenti che distingue gli esseri umani. Non è stato mai messo a fuoco realmente in passato.”
Nonostante le dichiarazioni di Dyble, tuttavia, questo non è il primo studio che si avventura su questo terreno. In realtà fa parte di un ennesimo colpo sparato all’interno di un dibattito tra le comunità scientifiche e antropologiche lungo vari secoli. È un dibattito che pone alcune domande fondamentali: chi siamo, come siamo diventati la società che siamo oggi?
La nostra idea moderna delle società preistoriche, o quella che potremmo definire la “narrazione standard della preistoria”, assomiglia un po’ ai Flintstones. La narrazione racconta che siano sempre vissuti in famiglie nucleari. Gli uomini impegnati sempre nella caccia o in altri lavori, mentre le donne restavano a casa a badare ai figli e alla casa. La famiglia nucleare e il patriarcato sono vecchi come la società stessa.
La narrazione è multisfaccettata, ma ha forti radici nella scienza biologica, le cui tracce si possono far risalire alla teoria della selezione sessuale di Darwin. La premessa di Darwin era che a causa della loro necessità di trasportare e nutrire un bambino, le donne abbiano dovuto investire maggiori energie sulla prole rispetto agli uomini. Le donne quindi sarebbero molto più restie a partecipare all’attività sessuale, dando origine a conflitti tra i due sessi in tema di “agende sessuali”. Questo crea una situazione piuttosto imbarazzante. Con le donne che producono questa “ insolitamente impotente e dipendente prole”, hanno bisogno di un compagno che non solo abbia dei buoni geni, ma sia in grado di fornire beni e servizi (cioè riparo, carne e protezione) per la donna e il bambino. Tuttavia, gli uomini sono disposti a fornire alle donne tale sostegno solo avendo la certezza che quei bambini siano i loro – altrimenti starebbero fornendo supporto ai geni di un altro uomo. A loro volta gli uomini esigono fedeltà; una garanzia che la loro linea genetica venga mantenuta.
Helen Fisher lo chiama “il contratto del sesso”, ma gli autori di “Sesso all’alba”, Christopher Ryan e Cacilda Jethá, sono un po’ più taglienti nella loro analisi: “la narrazione standard delle relazioni eterosessuali si riducono alla prostituzione: una donna scambia i suoi servizi sessuali per avere accesso alle risorse… Darwin sostiene che la tua madre fosse una puttana. Semplicemente questo.”
Qui, come sostengono alcuni scienziati, si trovano le radici della nostra famiglia nucleare e il patriarcato. La nostra gerarchia di genere si basa su un bisogno biologico innato per le donne di essere sostenute dagli uomini. La stessa capacità delle donne di dare alla luce i bambini, le pone in una posizione più bassa all’interno della società.

Insomma, siamo nel bel mezzo di una diatriba senza fine, ndr.

Gli scienziati usano tutta una serie di altri strumenti per provare e sostenere questa narrazione. Molti adoperano gli esempi dei nostri parenti più stretti. Gli scienziati hanno studiato la monogamia dei gibboni e le gerarchie sessuali degli scimpanzé per evidenziare una naturale espressione dei nostri desideri innati.
Altri scienziati usano la biologia umana. Un esempio comune è la libido apparentemente debole delle donne. Parlando del suo libro “Why Can’t a Woman be More Like a Man?”, uscito l’anno scorso, Lewis Wolpert afferma: “Circa la metà degli uomini pensano al sesso ogni giorno e più volte al giorno, che rappresenta la mia esperienza personale, mentre solo il 20% delle donne pensano al sesso con la stessa frequenza. Gli uomini hanno un maggior numero di probabilità di essere sessualmente promiscui, un richiamo atavico, in cui la procreazione è stata importantissima”.
Se segui la teoria del “contratto del sesso” questo è logico. Un desiderio sessuale basso garantisce che le donne siano più selettive nelle loro decisioni sessuali, assicurandosi di accoppiarsi solo con uomini di alta qualità. Le donne, secondo alcuni scienziati, sono evolutivamente progettate per essere selettive nella scelta dei loro compagni.
Eppure per secoli, in molti hanno messo in dubbio la logica, la biologia della narrazione tradizionale.
Il primo tentativo in questo senso è venuto dall’antropologa Lewis Morgan, con il suo libro Ancient Society. In esso presentò i risultati dei suoi studi sugli Irochesi, una società americana di cacciatori-raccoglitori, nativi americani che vivevano nello stato di New York. Gli Irochesi, osservava Morgan, vivevano in grandi nuclei familiari, sulla base di relazioni poligame, in cui uomini e donne vivevano in uguaglianza generale.
Il lavoro di Morgan ha avuto una visibilità più ampia quando è stato ripreso da Friedrich Engels (famoso co-autore de Il Manifesto comunista) nel suo libro The Origin of Family, Private Property and the State. Engels ha recuperato i dati di Morgan, per sostenere che le società preistoriche vivessero in quello che lui definiva “comunismo primitivo”. Altri antropologi oggi lo chiamano “feroce egualitarismo”: società in cui le famiglie erano basate sul poliamore e in cui le persone vivevano in una uguaglianza attiva (in pratica l’uguaglianza forzata/imposta).
Morgan e Engels non stavano dipingendo l’immagine del “buon selvaggio”. Gli esseri umani non sono stati né egualitari, né poligami a causa della loro coscienza sociale, ma a causa del bisogno. Le società di raccoglitori/cacciatori si son basate in gran parte su piccoli clan non stanziali con gli uomini impegnati nella caccia, mentre il ruolo delle donne era quello di raccogliere radici, bacche, frutta, oltre ad occuparsi della casa. Le persone sono sopravvissute attraverso il supporto del clan, quindi la condivisione del lavoro all’interno del clan era essenziale. Questo ha avuto delle influenze anche sulla sessualità.
Il poliamore ha consentito di creare forti reti di figli adottivi, per cui divenne responsabilità di tutti occuparsi dei figli. Come afferma Christopher Ryan: “Queste relazioni sessuali intrecciate rafforzano la coesione del gruppo e potrebbe offrire una forma di sicurezza in un mondo incerto”. Lo stesso di può dire per le altre gerarchie sociali. Come spiega Jared Diamond, con nessuna possibilità di accumulare o conservare risorse, “non ci possono essere re, nessuna classe di parassiti sociali che ingrassano con il cibo sottratto agli altri”. Caccia e raccolta impongono l’uguaglianza sociale. Era l’unico modo in cui le persone potevano sopravvivere.
Inizialmente sviluppate nell’800, queste teorie sono morte con il XX secolo. Con Engels legato a Marx, molte di queste idee si son perse nei meandri della Guerra Fredda. Molte femministe della seconda ondata, guidate principalmente da Simone de Beauvoir con il suo libro Il secondo sesso, hanno messo in discussione le idee di Engels.
Recentemente tuttavia, queste teorie hanno conosciuto una sorta di rinascita. A monte dello studio di Dyble, nuove prove antropologiche e scientifiche sostengono questa sfida alla narrazione classica. Nel 2012 Katherine Starkweather e Raymond Hames hanno condotto un’indagine su esempi di “poliandria (avere più mariti) non classica”, scoprendo che il fenomeno esisteva in molte più società di quanto si pensasse in precedenza.
In un altro esempio, Stephen Beckman e Paul Valentine hanno esaminato il fenomeno della “paternità divisibile” nelle tribù del Sud America: la convinzione che i bambini siano concepiti dall’unione di spermatozoi di più maschi. Questa convinzione che è comune tra varie tribù amazzoniche, richede un’attività sessuale poligama da parte delle donne, e che gli uomini condividono il carico di cura dei bambini.
Poi c’è l’esempio dei Mosua in Cina, una società in cui le persone sono molto promiscue e non esiste alcuna vergogna associata a queste abitudini. Le donne Mosua hanno un alto grado di autorità, i bambini sono accuditi dalla madre e dai suoi parenti. I padri non hanno alcun ruolo nell’educazione del bambino – in effetti nella lingua Mosua non possiede alcuna parola per esprimere il concetto di padre.
In Sesso all’alba, uscito nel 2010, Ryan e Jethá forniscono una serie di prove biologiche per confermare questi dati antropologici. Diamo un’occhiata alle loro controreazioni ai due esempi fatti in precedenza: il comportamento dei nostri parenti più stretti e l’apparentemente bassa libido femminile.
Ryan e Jethá sostengono che, mentre sì, gibboni e scimpanzé sono parenti stretti, i nostri parenti più stretti sono in realtà i bonobo. I bonobo vivono in società femmino-centriche, dove la guerra è rara e il sesso ha un’importante funzione sociale. Sono poligami, con maschi e femmine che hanno entrambi partner multipli. Questo sembra più simile alle società che descrivevano Morgan e Engels.
Quando si parla di “bassa libido” delle donne, Ryan e Jethá semplicemente non sono d’accordo, sostenendo di fatto che le donne si siano evolute per fare sesso con partner multipli. Osservano, per esempio la capacità delle donne di avere orgasmi multipli durante lo stesso rapporto sessuale, fare sesso in ogni fase del ciclo mestruale e la propensione a fare molto rumore mentre fanno sesso – che secondo loro è un richiamo preistorico di accoppiamento, per richiamare altri uomini a partecipare. Questi tratti evolutivi, sostengono, assicurano che la riproduzione abbia successo.
In breve, lo studio di Dyble difficilmente metterà la parola fine a una battaglia che dura da almeno due secoli.
Il documento tuttavia incrina ulteriormente la narrazione standard della nostra preistoria. Una cosa appare chiara: la storia è molto più complessa di quanto di pensasse. Tanto complessa che forse non sapremo mai come fosse veramente. Senza una macchina del tempo è impossibile avere conferme. Ma oggi possiamo essere certi che le cose erano diverse da come ci venivano raccontate dalla narrazione classica. Noi non siamo solo versioni di una moderna famiglia dell’età della pietra.

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Particolari condizioni educative

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A rischio di sembrare troppo teorica, scrivo questo pezzo, per parlare di relazioni, di patriarcato e di gerarchie. Scrive Sarah Hrdy:

“Se l’empatia e la comprensione si sviluppano solo in base a particolari condizioni educative, e se un numero sempre maggiore di specie non riesce a trovare queste condizioni e, ciò nonostante, sopravvive solo per riprodursi, non conterà quanto sia stato prezioso, in passato, favorire la collaborazione. La compassione e il bisogno di relazione a livello emotivo di affievoliranno, esattamente come la vista del pesce cieco delle caverne.”

All’origine di tutto è la creazione di un ordine gerarchico, che si basa sulla frantumazione del nostro io e del rapporto mente-corpo, scoraggiando anche relazioni sane tra individui che sbarrerebbero la strada a un sistema verticistico. Anziché avere un sistema di relazioni orizzontali, democratiche, dove ogni parola e contributo hanno cittadinanza, si tende a spezzare la capacità di sentire l’altro, di accogliere. È un processo tipico del patriarcato, che tende a impiantare mentalità innaturali, schiacciando la dignità dell’essere che sembra non avere più spazio e viene marginalizzata, in funzione e nel nome di una costruzione estranea, a un obiettivo, a una causa sempre più lontana. Spesso ci capitano delle situazioni in cui non siamo in grado di dire con le nostre parole cosa stia accadendo, non sappiamo cosa sia, ma dentro di noi vediamo chiaramente che è un qualcosa che ci fa male. Quando parlavo di voce autentica, mutuando un concetto più volte ribadito da Carol Gilligan, mi appellavo a un rivendicare una ribellione non solo teorica, ma soprattutto pratica, nel nostro quotidiano, verso tutte le forme di scissione, di schiacciamento a cui è soggetto il nostro essere, la nostra coscienza, la nostra essenza. Voce che arriva ad essere autentica se riesce a porsi le giuste domande, senza tralasciare risposte o posizioni scomode.
Recuperare relazioni fondate sull’empatia è la chiave. Molti studi antropologici hanno sottolineato che il progresso umano è stato reso possibile grazie alla collaborazione di tutti i membri del gruppo sociale, del clan ecc. La nostra resilienza deve portarci in questo senso, a riscoprire e a ri-praticare formule di vita solidali, che non ci imbavaglino in un intricato e incomprensibile sistema di relazioni opportunistiche, a ciclo chiuso e autoreferenziale. Impariamo a non farci imbrigliare in sistemi verticali di potere (economici e sociali), dove qualcuno è sacrificabile perché si trova a un gradino inferiore della scala gerarchica. Nessuna voce è sacrificabile. Nessuno ci è estraneo.

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Sottili messaggi di genere

ASCOLTARE PARLARE

 

Desidero tornare sul tema del linguaggio, perché è un fattore cruciale di costruzione dei ruoli e delle relazioni interpersonali, troppo spesso dimenticato, banalizzato e considerato ininfluente. Alcune teorie “che si richiamano al postmodernismo, come il costruzionismo sociale e la teoria del discorso individuano nel linguaggio e in altre forme simboliche le fonti dei concetti alla base del pensiero” (Vivien Burr, Psicologia delle differenze di genere, Il Mulino 2000). Quindi il pensiero e il linguaggio risulterebbero inseparabili e tutte le forme di rappresentazione più comuni, come il linguaggio scritto e parlato, non sarebbero altro che l’incarnazione plastica e la “riproduzione delle relazioni di potere vigenti (incluse quelle tra i sessi)”. Da qui l’importanza centrale del linguaggio, cosa dovremmo dire, come e a chi, nei tentativi di modificare prassi discriminatorie e disuguaglianze. Il linguaggio non è un formalismo sterile e asettico, ma con il suo utilizzo quotidiano ciascuno di noi sperimenta, produce e riproduce le caratteristiche cardine di una società, le relazioni, le disparità, i conflitti, i costumi, le pratiche sociali. È una struttura spesso strumentale alla replica all’infinito delle medesime regole nelle relazioni interpersonali, veicolo anche di differenze e disparità tra i sessi, funzionale al mantenimento di una rappresentazione sclerotizzata dei sessi. Da questo nasce la necessità di un uso diverso di questo mezzo così potente e che permea le nostre relazioni interpersonali. I “sottili messaggi di genere” veicolati dal linguaggio deformano l’ottica attraverso la quale i sessi sono considerati. Così l’uomo è un signore, sia che sia celibe, sia che sia coniugato. La donna ha la variante signora e signorina. Le attività di una donna vengono filtrate attraverso la lente del suo stato civile. Così come, in sede di colloquio lo stato civile diviene metro di valutazione delle capacità e delle competenze professionali. Tutto assume una rilevanza secondaria, e l’aspetto primario è assunto dallo stato civile, ovunque, soprattutto nei media.

Dale Spender ha cercato di esplorare le tracce sessiste implicite nel linguaggio. Nel suo Man Made Language del 1980, sostiene che l’esperienza e la presenza femminile siano occultate e rese invisibili dall’azione di una vasta gamma di prassi linguistiche. Spender è convinta che “lo sviluppo del linguaggio sia stato dominato dagli uomini e dagli interessi maschili e che la cultura e le prassi sociali abbiano seguito gli assunti enunciati dal linguaggio. Esso non consentirebbe di dar voce all’esperienza femminile per tutta una serie di ragioni, tra le quali la propensione a porre l’esperienza maschile come standard”. Da qui deriva anche la repulsione verso tutto ciò che non è standard. Ci sono ambiti lessicali, come quello sessualità, in cui c’è una predominanza di termini con una prospettiva maschile, per i quali mancano degli equivalenti femminili. Per non parlare poi della differente “percezione” delle parole scapolo-zitella, con un chiaro accento denigratorio implicito nella seconda. Lo stesso avviene per la lunga lista di termini adoperati per descrivere delle abitudini sessuali promiscue delle donne, di carattere dispregiativo (puttana, troia, cagna ecc.), mentre per gli uomini tali epiteti sono meno numerosi e solitamente dotati di una sfumatura positiva (esempio: stallone). Spender si schiera contro l’uso di termini generici, come uomo, per riferirsi all’insieme dei due sessi. Non è vero che tutti sono consci di questa inclusione dei due sessi, spesso questi termini evocano un’immagine maschile. Per sfuggire a questo meccanismo, occorre generare un nuovo linguaggio, che sia nostro, che generi nuova consapevolezza. Un esempio è la campagna donne con la A, lanciata lo scorso 8 marzo da SNOQ. Si tratta di conferire nuova sostanza al terreno del linguaggio, in modo che sia in grado di trasmettere un cambiamento, per dar voce alla presenza delle donne ed esserne testimonianza viva. Rinominare, per ridefinire e pensare in modo diverso. Occorre adoperare un linguaggio adeguato, che permetta di identificare e riconoscere anche le sfumature rivelatrici di un sistema oppressivo e discriminatorio. Ci sono dei termini che infuocano il dibattito, perché sono rivelatori e sparigliano le carte. Recentemente mi è capitato di rilevare un atteggiamento sessista e di esplicitare tale percezione. Alla parola “sessista” è come se si fosse accesa la miccia. Le reazioni che si sono sollevate mi hanno dato l’evidenza di aver colto nel segno e che la mia definizione fosse calzante. Una donna presente mi ha detto che forse avevo esagerato, ma io resto convinta dell’importanza di definire le cose per quello che sono, senza edulcorazioni o mediazioni di sorta. Non ammetto complicità.
Concludo con un frammento tratto da pag. 134 del testo di Vivien Burr, Psicologia delle differenze di genere, Il Mulino 2000:

“Il patriarcato si fonda sulla diffusa accettazione della veridicità di certi discorsi (che “costruiscono” la femminilità, la mascolinità e la sessualità secondo modalità proprie) e sulla capacità espressa nel corso della storia (nella chiesa, nella legge e nel governo) da alcuni uomini potenti di definire “verità” sempre diverse sulle abilità e le disposizioni dei due sessi, facendo leva soprattutto sul controllo del discorso pubblico (per esempio, delle pubblicazioni scientifiche). È importante riconoscere qui che questo tipo di discorsi non sono soltanto modi di dire, scollegati da ciò che le persone realmente fanno, ma importanti elementi di stretto collegamento con le prassi sociali vigenti. Per esempio i discorsi prevalenti in tema di sessualità permettono di considerare empaticamente gli uomini che perpetrano violenza sessuale ai danni di una donna come “persone mosse da un impulso naturale” e le loro vittime, persone che hanno agito “provocatoriamente”.

Attraverso il linguaggio possiamo forgiare persone e relazioni diverse. Basta rompere gli schemi che vengono costruiti su presunte verità sui due sessi. Il linguaggio incide sul nostro modo di pensare, di relazionarci, di strutturare il nostro ambiente e la nostra società. Possiamo essere attori consapevoli del contenuto dei nostri discorsi, sia quando parliamo, che quando scriviamo.

 

“I limiti del mio linguaggio determinano il limite del mio mondo”.

Ludwig Josef Johann Wittgenstein

 

Vi segnalo un bel testo fresco di stampa (QUI) La grammatica la fa… la differenza, AA. VV.
Illustrazioni di Gabriella Carofiglio, Casa Editrice Mammeonline. Ringrazio per la segnalazione Donatella Caione, responsabile della piccola Casa Editrice di Foggia. Un progetto della mia terra!

Per ripristinare correttezza lessicale ed equità tra i sessi, è bene proprio partire dal rispetto della grammatica!
Un libro di racconti, filastrocche e fiabe che in maniera spontanea e non forzata mostra a bambini e bambine la naturalezza dell’uso del linguaggio di genere.
Che le donne, nei secoli, siano state poco considerate è un dato di fatto inconfutabile, ma che anche la nostra lingua le abbia ignorate e continui a ignorarle rifiutando il genere femminile, non è più accettabile.
Bisogna ripartire dalla lingua ed è necessario cominciare a parlarne a chi con la lingua ha il primo approccio: i bambini e le bambine.
Questo libro si propone di suscitare la curiosità verso argomenti apparentemente immutabili, facendo comprendere che gli strumenti per cambiare il nostro modo di parlare e pensare, rispetto al genere femminile, la lingua li possiede già, basta solo cominciare a usarli correttamente.
Un inserto rivolto agli insegnanti, ma non solo, contiene delle schede didattiche che spiegano i punti fondamentali dell’uso del linguaggio di genere, in modo da fornire gli strumenti per approfondire l’argomento con i/le bambini/e, accompagnando così la lettura delle filastrocche e delle fiabe/racconti.
Fiabe e filastrocche sono state scritte da note autrici di letteratura per l’infanzia.
Il progetto è sostenuto dall’Associazione Donne in Rete e patrocinato dalla Regione Puglia, dalle Consigliere di Parità della Regione Puglia e della Provinvia di Foggia, dall’Università di Foggia, dal Concorso Lingua Madre.
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