Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Un crimine contro l’umanità, una violenza contro le donne


Alcune considerazioni a caldo sulla presentazione del libro Stupro a pagamento – Paid for di Rachel Moran.

Rachel Moran è una sopravvissuta irlandese, co-fondatrice di SPACE international (organizzazione che riunisce sopravvissute provenienti da 7 paesi), ha vissuto 7 anni in prostituzione, dai 15 ai 22 anni. Ne è uscita e come sottolinea lei stessa non era scontato che ci riuscisse, molte donne vi restano intrappolate. Lei ha avuto la possibilità di uscirne per tempo, a una età che le ha permesso di rifarsi una vita, continuare gli studi e laurearsi in giornalismo. Il suo attivismo è venuto di conseguenza, piano piano, non poteva restare in silenzio, doveva dare voce a chi come lei la vita in prostituzione la conosceva bene, in tutti i suoi aspetti, senza sconti o edulcorazioni. E col tempo si sono unite a Rachel nuove attiviste sopravvissute.

 

Non recensirò il libro in questo pezzo, me lo devo studiare per bene. Ma ci tengo a fermare i pensieri e le mie emozioni.

Una delle prime occasioni in cui ho “incrociato” di Rachel Moran è stata nel 2014, da questo intervento al FemiFest 2014.

Chiara, efficace, semplicemente ti sa comunicare l’essenziale. Una conferma della sua capacità di trasmettere la sua esperienza e il suo percorso. La sua testimonianza è di per sé sufficiente per smascherare qualsiasi “depistaggio” o tentativo di glamourizzazione della vita in prostituzione.

Primo disvelamento: oggi è molto diffusa l’abitudine a separare la tratta dalla prostituzione.

In passato avevo trattato l’argomento qui e qui, penso che queste considerazioni siano ancora valide e utili a comprendere la questione per cui disgiungere i fenomeni serve solo a coprire la realtà.

Così come il termine sex worker, coniato dagli sfruttatori, serve solo a deformare la realtà di abuso e violenza di cui è intrisa la vita delle donne prostituite. Prostituite perché esiste una domanda, una richiesta di sesso a pagamento.

Senza la domanda si ridurrebbe l’offerta e lo sfruttamento delle donne, compreso il fenomeno della tratta di esseri umani, il secondo business mondiale dopo quello delle armi e prima di quello della droga.

Gli uomini pagano per poter stuprare, per poter possedere un corpo, per ottenere sesso non desiderato da una donna. Le ragazze che entrano in questo incubo sono sempre più giovani e quasi sempre c’è una storia di emarginazione, difficoltà di sopravvivenza, famiglie disfunzionali e fragili, impossibilità a trovare un lavoro e a sostentarsi perché troppo piccole, situazioni in cui non si ha una casa e si vive da senzatetto, abusi e violenze familiari, un passato traumatico. Un quadro che non può assolutamente far pensare che si tratti di libera scelta, di una scelta volontaria. Non avere alternative altera la capacità di scelta degli individui, entri in un vicolo cieco. Così come Rachel spiega bene che è folle parlare di consenso da parte di una ragazza minorenne. Una narrazione che sostiene che una ragazza possa essere consenziente serve solo a giustificare la perversione di uomini che abusano di minorenni, poco più che bambine.

È un crimine universale, una vera e propria violazione dei diritti umani. Ma perché pur essendo essenzialmente questo, siamo ancora qui a chiederci se punire questo crimine, perpetuato da sfruttatori e clienti? C’è una sorta di rassegnazione e di ineluttabilità quando si pensa che la prostituzione sia qualcosa di permanente, di non cancellabile. Però se pensiamo agli omicidi, continuano ad avvenire nonostante ci sia il reato e il carcere, eppure a nessuno viene in mente di mettere in discussione la punibilità di un reato simile. Noi consentiamo che ci sia invece un terreno franco, in cui è consentito pagare e commettere fondamentalmente un abuso su un’altra persona.

Le storie e le condizioni che portano le donne nel mondo della prostituzione sono rimaste le medesime nonostante il passare dei secoli, dei decenni e i vari cambiamenti storici. Oggi abbiamo un elevato numero di persone vittime di tratta, ma le necessità di spostarsi geograficamente ha sempre costituito un aumento del rischio di subire varie forme di violenza e sfruttamento. In un lavoro della Caritas leggiamo:

“La dislocazione di donne in particolare da alcune zone del Paese ad altre soprattutto sul piano agricolo (mondine) o agroalimentare (raccolta frutti e confezionamento prodotti), come anche lo spostamento nel dopoguerra dalle campagne alla città e dal Sud al Nord hanno portato nei primi decenni del ‘900 al verificarsi di fenomeni gravi di violenza alle donne, di sfruttamento sul lavoro e anche di sfruttamento sessuale. “

Storicamente lo spartiacque è stato il varo della legge Merlin nel 1958. È stata rivoluzionaria per come Lina Merlin ha lavorato, perché di fatto ha messo in atto una vera e propria campagna di ascolto delle donne. Rachel Moran racconta le audizioni delle donne al parlamento irlandese, che hanno poi portato ad aprire nuovi orizzonti e scenari e fino all’adozione del modello nordico o abolizionista. Esattamente questo ascolto ha portato Lina Merlin a tracciare le basi della legge che ha posto fine alle case chiuse e allo sfruttamento di stato. Lina Merlin riceveva moltissime lettere dalle donne, che raccontavano la loro esperienza in prostituzione. Da questo è nata una legge, che nonostante la perfettibilità di ogni cosa, ha messo al centro la donna, che non è criminalizzata, prostituirsi non è un reato, ma ha reso tale lo sfruttamento, il favoreggiamento e l’induzione alla prostituzione.

Quindi alla base di tutto ci deve essere una rilevante capacità di ascolto della realtà da parte delle istituzioni. Istituzioni che secondo il modello abolizionista devono assicurare strategie concrete di fuoriuscita dalla prostituzione: abitazioni, sostegni economici, la possibilità di crescere i propri figli, un lavoro, cure sanitarie, istruzione.

Il modello funziona se vengono messi in campo questi sostegni, accanto alla punibilità di chiunque compia una forma di sfruttamento economico e sessuale di una persona (cliente, pappone, trafficante ecc.), senza distinzione di genere sia per chi la esercita che per chi la subisce. Inoltre lo stato si impegna a varare programmi di educazione alle relazioni. Chiarissimo no? Chi si oppone chiaramente ha interessi economici, ideologici e personali molto forti. Queste le ragioni di una resistenza e di una opposizione. Non è solo un fattore culturale, in Italia e in altri Paesi preferiamo chiudere gli occhi e assuefarci al racconto deformante della prostituzione come lavoro. Alla base la più grande menzogna, che vuole coprire la realtà della violenza a cui sono soggette le persone prostituite.

Nessuna donna sceglierebbe mai e rimarrebbe in questa vera e propria schiavitù se avesse delle alternative di vita. Non potete costringere le donne in questo abuso permanente, ignorando che ciascun essere umano ha diritto a una vita dignitosa, senza violenza. Per questo dobbiamo ascoltare le sopravvissute, chi ha vissuto sulla propria pelle questa esperienza.

Purtroppo devo registrare l’assenza ieri sera di una parte di attivismo femminista. Non è un buon segnale, soprattutto perché se perdiamo l’abitudine ad ascoltare e ad approfondire siamo perdute.

È un pessimo segnale perché a perdere sono le donne e tutte le persone sfruttate e vendute. Naturalmente finché la cosa non ci riguarda, potremo continuare a raccontare del mito della prostituta felice. Per approfondire: qui. Penso che ci sia questo alla base della vulgata dei fautori del sex work, la rimozione della realtà, una maschera della trappola della violenza, come se il denaro la potesse legittimare. Subire violenza continuata può ragionevolmente essere un lavoro come un altro?

Quindi che fare? Su questo Rachel Moran è decisa: realizzare una coalizione ampia e che converga su questa battaglia, senza che si creino dispersioni di energie su altri temi, che rischiano di allontanare dall’obiettivo di realizzare un sistema sul modello abolizionista.

Credo che sia la chiave di ogni azione per cambiare realmente le cose, non disperdersi, per concentrarsi su determinati obiettivi e perseguirli con coraggio e determinazione.

Dobbiamo pensare alle donne di domani, abbiamo l’obbligo di costruire per loro un futuro migliore.

 

Per approfondire qui La cognizione dell’orrore, di Mariangela Mianiti.

 

Articolo pubblicato anche su Dol’s Magazine qui.

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Donne piccole come stelle

la donna cannone

 

Qui di seguito pubblico la mia traduzione dell’intervento di Rachel Moran al FemiFest 2014 (qui l’originale sul suo profilo FB). Ci sono dei passaggi molto forti, che mi hanno fatto stare male, ma dovevo finire di tradurre, perché queste storie devono essere raccontate. Ogni volta che leggo storie di questo tipo, mi chiedo come si possa ancora voltare la testa dall’altra parte e non cercare di trovare delle soluzioni per strappare queste donne da questo inferno sulla terra. Manca forse la volontà, non solo politica, di sradicare un’abitudine più diffusa di quanto di possa pensare? Come si fa con la gramigna, dobbiamo impegnarci a sradicare la prostituzione. Non ci sono alibi. Questa è violenza e nessuno stato dovrebbe rendersi complice di essa, anzi dovrebbe mettere a disposizione le risorse necessarie per combattere la tratta e lo sfruttamento delle donne da parte di organizzazioni criminali piccole o grandi. Chiedo a coloro che considerano la prostituzione una professione come le altre e che portano avanti proposte di legge in questa direzione, la consigliereste a una figlia, a una nipote o a un’amica? La prenderebbero mai in considerazione per se stesse? Oppure, forse, sarebbe il caso di garantire a tutte le donne una valida alternativa per sopravvivere?

Un’altra annotazione: qualora venga approvata in Italia una legge che riapra le case chiuse e che preveda un registro delle sex workers, per quanti anni una donna potrebbe verosimilmente svolgere questo mestiere? Cosa accadrebbe nel caso volesse smettere? Che futuro lavorativo potrebbe avere? Che diritti lo stato le garantirebbe? Di cosa potrebbe vivere? Non raccontiamo balle, raccontiamo le cose come stanno!

 

Prima di tutto desidero affrontare cosa significa per me il Radical Feminism, in relazione al mio ruolo di attivista abolizionista e, da un punto di vista emotivo, in quanto sopravvissuta al mondo della prostituzione.
Tre anni fa iniziai a scrivere su giornali e blog sotto lo pseudonimo di FreeIrishWoman. Ho notato che i miei scritti venivano largamente diffusi e condivisi da un particolare gruppo di femministe: le femministe radicali. Le storie che raccontavo erano sulle esperienze di una senzatetto, socialmente rinnegata, una prostituta di appena 15 anni, mi sarei aspettata la solidarietà di tutta la comunità femminista. Per fortuna non ero totalmente all’oscuro delle divisioni tra coloro che si definivano femministe, altrimenti sarebbe stato scioccante scoprire che, mentre le mie parole e le mie esperienze venivano condivise dalle femministe radicali, allo stesso tempo venivano ridicolizzate e contestate in merito alla loro autenticità, da coloro che si definivano femministe liberali.
Il femminismo liberale – che sostiene che qualunque cosa faccia una donna è un modo per emanciparsi, purché non abbia una pistola puntata alla tempia – mi è sempre sembrato come un cumulo di scemenze, quindi non posso dire che fossi delusa. Ferita sì e soprattutto irritata. È sia irritante che traumatico per me sapere che c’è un intero esercito di giovani donne bianche, socialmente privilegiate che parlano della prostituzione come un simbolo di emancipazione femminile. Ciò che fanno è emettere delle valutazioni su esperienze che non hanno mai vissuto in prima persona, potendo trascorrere anni a studiare per tenersi lontane da quelle classi sociali le cui donne più facilmente rischiano di fare quel tipo di esperienze, hanno deciso che è una cosa innocua, sicura, nonostante le evidenti prove di quanto possa essere dannosa come esperienza, è per me la forma più ripugnante di ipocrisia.

Talvolta, noi che raccontiamo la verità su cosa sia il commercio globale del sesso ci troviamo vicine alla disperazione, schiacciate sotto il peso dell’opinione pubblica prevalente, immersa nell’ignoranza; sia intenzionale che casuale, in oblio, talvolta istintivamente innocenti, e quando lo sono appare molto più frustrante. Siamo consapevoli di come gli interessi del patriarcato siano al servizio dell’esistenza stessa del commercio globale di sesso e dell’annientamento di innumerevoli vite di donne che si spengono in questo modo. È irritante, pertanto, per tutte noi, ascoltare le femministe liberali che sulla scia del modello patriarcale, ci vogliono vendere l’idea che il nero sia bianco, ribaltando la frittata, e che la schiavitù possa essere liberazione. Confondere il consenso con la liberazione è l’attività di coloro che non sanno che l’oppressione non può funzionare senza di esso. Ma il consenso all’oppressione, il consenso sotto costrizione non è consenso vero e proprio. La coercizione stessa ha trasformato il consenso in qualcosa di diverso e lo ha allontanato dalla sua vera natura. Il consenso sessuale vero non è realizzabile in questo caso. Il consenso sessuale può esistere solo al di là delle regole del commercio; è qualcosa che esula dalla vendita e dall’acquisto. Tuttavia, l’abuso sessuale ha spesso un prezzo e quando ciò accade, noi lo chiamiamo prostituzione.

Sono stanca dell’ignoranza delle donne che non comprendono questo aspetto, ma sorprende qualcuno il fatto che queste donne siano, come ho già detto, bianche, privilegiate e giovani? Dubito che qualcuna delle donne qui presenti si sorprenda di questo dato, perché le persone socialmente privilegiate sono lontane dal tipo di vita di coloro che sono socialmente emarginati, questo è ovvio per chiunque abbia un briciolo di buon senso.

Riconosco che siamo stanchi, frustrati e infuriati, a ragione. Ogni volta che parliamo apertamente, fanno di tutto per chiuderci la bocca. Abbiamo avuto degli esempi nelle ultime settimane. Mentre parlo, ci sono delle fools che lanciano petizioni contro questa conferenza da Edimburgo a Brighton e viceversa. Il consiglio più gentile che posso fare a costoro è di andarsi a rileggere il significato del termine femminista. Naturalmente, dovrei anche consigliargli di ignorare il risultato di tale ricerca, in quanto in molti dizionari il femminismo è trattato come una questione di uguaglianza sessuale, che è come mettere il carro davanti ai buoi. Una donna che crede nell’uguaglianza sociale, economica e politica tra i sessi non è femminista, ma una utopista. Noi non viviamo in quel mondo, noi non abbiamo uguaglianza, e come molte femministe radicali sanno, un prerequisito dell’uguaglianza è lo smantellamento della supremazia maschile. Come prima cosa dobbiamo essere liberate da questo. Allora e solo allora potremo vivere le nostre vite come eguali.

La semplice crudeltà della posizione delle femministe liberali è qualcosa, che a quanto pare, sfugge anche a loro. Il loro atteggiamento è come se dicesse a tutte le sopravvissute che ogni stupro che hanno subito non importa, che ogni sorta di violenza sessuale rientra nei rischi della professione e che gli stupri di gruppo non sarebbero accaduti se ci fosse stata una legislazione ad hoc che li vietava. Bene, ho una notizia per loro: in Germania sono di gran moda i pacchetti che offrono stupri di gruppo e i bordelli a tariffa forfettaria. Per chi non sapesse di cosa si tratta, i bordelli a tariffa forfettaria sono come dei buffet della prostituzione. Gli uomini pagano una “tariffa flat” e possono utilizzare il corpo delle donne per tutto il tempo in cui sono umanamente in grado di reggere. A volte sono associati a pacchetti di stupro di gruppo, per cui cinque, sei o sette uomini arrivano al bordello insieme, pagano la tariffa flat e abusano di una donna fino a quando lei riesce a malapena a stare in piedi. Mi sono arrivate foto scattate nei bordelli tedeschi. Erano di una ragazza di 19 anni, incinta di 7 mesi, stuprata da una mezza dozzina di uomini. Questo è il vero volto del commercio di sesso regolamentato, per cui le femministe liberali combattono.

Qualcuno ha sostenuto, nel corso delle campagne contro questa conferenza, che sto mettendo in pericolo la vita delle donne che si prostituiscono. È significativo come la profondità della loro incomprensione emerga dalle accuse che mi rivolgono. Quando mi prostituivo c’era solo un gruppo di persone che mettevano in pericolo la mia vita e non erano di certo le abolizioniste; erano i clienti; quei clienti che non avranno mai un pompino da quelle femministe liberali che difendono e sostengono i diritti di questi uomini ad avere pompini da altre donne; donne senza risorse economiche, svantaggiate dal punto di vista dell’istruzione, socialmente svantaggiate e emarginate. Dove pensiamo di andare con tutti questi ostacoli? Cosa facciamo con tutta la rabbia inevitabile, una reazione umana intrinseca all’ingiusta accusa di essere definite bugiarde, quando stiamo raccontando la verità? La prima cosa che mi preme dirvi per incoraggiarvi: questa situazione non durerà per sempre. La stessa ipocrisia delle femministe liberali sarà la rovina delle loro argomentazioni. La dottrina secondo cui l’emancipazione può scaturire anche da questo tipo di esperienze (che noi combatteremo con le unghie e con i denti per evitarcela) ha una scadenza. Quale può essere il senso di una cosa che ha una data di scadenza? Per quanto popolare possa essere, permane il fatto che tale dottrina è destinata a deperire – stile Emperor’s New Clothes. In questi ultimi anni mi ha confortata molto (specialmente negli ultimi 18 mesi da quando il mio libro, Paid for, è stato pubblicato) non solo dalle verità che ho raccontato io, ma anche da quelle raccontate da tante altre donne che non hanno vissuto queste esperienze ma le hanno fatte conoscere. Sono confortata dal fatto che sorgono continuamente nuovi movimenti abolizionisti, anche laddove non esistevano, ho notato che laddove è avvenuto un rafforzamento dell’abolizionismo, si sono verificate delle collaborazioni tra movimento abolizionista e movimento femminista radicale, o quanto meno una forte adesione dell’abolizionismo ai principi del femminismo radicale.

La verità è che le femministe radicali stanno dal lato giusto della storia, sono le uniche femministe che hanno il quadro completo, e ne conoscono le ragioni. Le femministe socialiste hanno il mio rispetto, ma non hanno ben chiaro il quadro completo. La prostituzione non esiste come conseguenza della privazione dei diritti economici delle donne. La povertà è un fattore di sostegno. Non la causa. I fattori di sostegno non sono le cause di un fatto. Sono semplicemente dei fattori che supportano un fenomeno. La prostituzione esiste per un solo motivo: il motivo è la domanda maschile. Nessun grado di povertà da solo sarebbe in grado di generare la prostituzione, se non esistesse la domanda di sesso da parte degli uomini.

Oggi chiedo a tutte le donne presenti sostegno e collaborazione nella lotta contro questo flagello che pesa quasi esclusivamente su ragazze e sulle donne. Noi dobbiamo combattere questo (flagello), non strappandone le foglie, non potandone i rami e nemmeno tagliandone il tronco, dobbiamo sradicarlo partendo dalle sue radici. Per quanto questa impresa possa sembrare ardua e scoraggiante, abbiamo già gli strumenti per realizzarla. Per fortuna non siamo totalmente confuse come le femministe liberali, né zoppichiamo nel comprendere come le socialiste. Noi sappiamo che la prostituzione è sia una conseguenza che un emblema della subordinazione delle donne, la comprensione di questo è il punto di partenza da cui partire per smantellarla. È molto importante non cedere mai in questa battaglia. Non dobbiamo mai cedere alle tattiche delle lobby pro-prostituzione, la prima delle quali è far finta che la prostituzione non sia una questione morale. Permettetemi di dire a voi e a tutto il mondo: puoi essere dannatamente certo che la prostituzione sia una questione morale, i diritti umani lo sono sempre.

Secondo la lobby pro-prostituzione, gli abolizionisti sono impegnati in una “crociata morale” per liberare il mondo dalla prostituzione. “Crociata” è usata qui in termini dispregiativi e viene collegata alla morale in modo tale da conferirle un senso di scherno sprezzante. La morale in sé, ci viene detto, è qualcosa di negativo, infondato e pertanto sbagliato. Sinceramente la follia sta nell’affermare che discernere tra giusto e sbagliato sia una pratica errata, cosa che sembra sfuggire ad alcune persone.

Sono stanca di sentire persone che aprono le loro argomentazioni abolizioniste dicendo “io non sono una moralista, ma…” Siamo tutti moralisti, a meno che non siamo psicopatici, e da quando in qua la moralità è una parolaccia? La risposta è questa: la morale è diventata una parola sporca in quanto tipica di alcune persone che girano la testa dall’altra parte (facendo finta di non vedere, ndr) e fingono che la morale sia abrogata e senza valore in questi casi; e troverete, di volta in volta, che le persone che sposano quelle tesi stanno difendendo qualcosa di chiaramente sbagliato, pertanto la loro continua insistenza non dovrebbe avere alcuna chance.

Vi è un’altra affermazione senza senso, secondo cui chi si oppone alla prostituzione lo faccia sulla base di posizioni di tipo religioso, come se non esistessero atei dotati di senso etico. I principi morali che influenzano e governano la condotta umana spesso si fondano su un innato senso di cosa sia un comportamento umano dannoso o meno. La prostituzione è dannosa per la psiche umana a ogni livello concepibile; è proprio la sua dannosa e degradante natura che dà origine al senso immediato di opposizione che proviamo quando immaginiamo la prostituzione come un aspetto nella vita delle donne che amiamo (la sua natura dannosa rende inconcepibile accettare che la donna che amiamo si possa prostituire, ndr).
Cerchiamo pertanto di impegnarci sui seguenti punti: che la prostituzione esiste a causa della domanda di sesso maschile, che conosciamo perfettamente e non sarà scossa dal fatto che noi affermiamo quanto sia assolutamente sbagliata. C’è un motivo per cui dobbiamo combattere con costanza facendo perno su questi punti; il motivo è che i nostri avversari sanno che possiamo avere la meglio.

Lasciatemi ripetere che oggi sono qui a chiedere il vostro sostegno nella lotta contro la prostituzione. Questo è un invito all’azione. In tutta Europa, i nostri politici stanno iniziando a discutere sempre più spesso in merito di prostituzione, e proprio lo scorso febbraio il Parlamento europeo ha votato a stragrande maggioranza l’approvazione dell’Honeyball report, che richiede un’ampia adozione del modello nordico da parte dei paesi membri dell’UE. Quando i vostri politici ne parlano, sosteneteli; e se non ne parlano, incoraggiateli a farlo. Quando vi accorgete di una campagna abolizionista che viene lanciata – e ne vedrete sempre di più; il movimento abolizionista sta crescendo – per favore date una mano, donando il vostro tempo, le vostre energie e fatevi sentire.

Sto lavorando con il gruppo SPACE International. SPACE è l’acronimo di ‘Survivors of Prostitution-Abuse Calling for Enlightenment’. La nostra azione copre al momento 7 paesi e tutte noi stiamo facendo un enorme sacrificio per parlare pubblicamente delle violenze che abbiamo subito e delle nostre esperienze nel mondo della prostituzione. Abbiamo amici e alleati in diverse organizzazioni internazionali e stiamo guadagnando terreno, ma non possiamo fare tutto ciò senza il sostegno delle donne in pubblico. Vi invito a unirvi a RadFemUK o a gruppi simili, e di sostenere le loro azioni, condividendo e diffondendo i loro materiali e le loro campagne. Abbiamo bisogno di un’ondata di sostegno da parte delle donne, ma forse prima che ciò accada, abbiamo bisogno di ricordare che i corpi delle loro figlie sarebbero altrettanto graditi nei bordelli e nei quartieri a luci rosse così come lo sono stati i nostri, nel caso in cui le circostanze della vita dovessero portarle in quella direzione.
Rachel Moran

 

P.S.

Il titolo di questo post è tratto da una canzone di Mia Martini, scritta da Enzo Gragnaniello (qui, tutta da ascoltare).

L’immagine è tratta dalla copertina de La donna cannone di Francesco De Gregori.

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Sex work non è un termine neutro

Las senoritas de Avignon - Picasso

Las senoritas de Avignon – Picasso

 

Oggi desidero condividere con voi questa mia traduzione (perdonatemi se non è perfetta!) di un articolo molto interessante (dal titolo Why we shouldn’t rebrand prostitution as “sex work”, qui l’originale) di Sarah Ditum, pubblicato lo scorso 1 dicembre su New Statesman.

La prostituzione va raccontata per come è nella realtà. Le parole sono cariche di senso e vanno adoperate con oculatezza.

 

Daisy aveva 15 anni quando fu segnalata per la prima volta alle autorità di polizia per prostituzione. Lei ha raccontato a pochissime persone questa parte della sua vita, perché non desidera che questa possa avere ripercussioni in quella attuale (in questo articolo ogni dettaglio che possa identificarla è stato rimosso). Questo fa di lei una delle tante voci di donne che non ascolterete mai nei dibattiti attorno all’industria del sesso.

I responsabili politici e le femministe continuano a ripetere di “ascoltare le sex workers”, ma vale la pena sottolineare come si possano ascoltare solo le voci di coloro che volontariamente desiderano condividere la loro esperienza, maggiori saranno state le pene sofferte e minore sarà la probabilità che desideri renderle pubbliche. Figure come Brooke Magnanti “Belle de Jour” e Melissa Gira Grant (autrice di Playing the Whore), possono diventare rappresentative del mondo della prostituzione probabilmente proprio perché le loro esperienze positive sono inusuali. Sul fronte opposto troviamo donne che si definiscono “sopravvissute”, come Rachel Moran e Rebecca Mott. Per queste donne, il commercio sessuale non è altro che un trauma, e ripercorrere quel trauma è parte integrante della loro campagna pubblica di sensibilizzazione sul tema. Questo è il duro scotto da pagare ed è ciò che Daisy, incontrata in un centro di sostegno alle donne vittime di violenza, rifiuta di fare: “Mi rifiuto di costruire una mia “carriera” fondata sul fatto di essere una “ex” di qualcosa, non è un’etichetta che desidero accettare”. La questione delle etichette è fondamentale quando affrontiamo il tema della prostituzione. Al momento è in atto una campagna a cura della Associated Press per rimuovere la parola “prostituta” dal suo Stylebook del 2015. Certamente il suo uso distruttivo e dispregiativo come sinonimo di “donna” è da bandire. Nel 1979, i poliziotti che indagavano sul killer dello Yorkshire discriminarono tra donne “vittime innocenti” e le prostitute (quasi a voler sottolineare la linea di demarcazione, come se in qualche modo si volesse defraudare le donne morte di un uguale diritto alla vita, ndr). In un appello straordinario diretto all’assassino, la polizia del West Yorkshire promise di continuare a contrastare la prostituzione, arrestando le prostitute, quasi a voler sottintendere che fossero in qualche modo concordi nell’azione di “pulizia” attuata dal killer, seppur con metodologie meno violente (naturalmente questo appello non sortì alcun effetto, perché Sutcliffe, the Ripper, uccise altre due donne, prima di essere catturato). Nel 2006, la polizia di Ipswich indagò su un altro serial killer che prendeva di mira le donne che vendevano sesso, ma questa volta il linguaggio usato fu differente: in questo caso le vittime non furono definite “prostitute”, ma semplicemente donne. Si tratta di un piccolo ma significativo slittamento di senso. Le circostanze in cui le donne vengono uccise sono rilevanti per le indagini, ma non devono essere presentate come una giustificazione delle loro morti.

Coloro che si definiscono sostenitori delle sex workers vorrebbero introdurre il termine sex worker all’interno dello Stylebook; io sono una dei firmatari di una lettera rivolta all’AP affinché rigetti tale richiesta. Cosa c’è che non va nel termine sex worker? Per prima cosa, si tratta di un termine molto generico. Esso può includere sia le prostitute di strada, sia le escort, sia le spogliarelliste, che le operatrici delle hot-line, le tenutarie dei bordelli, i venditori di sex toys, così come i loro “manager”. Chiaramente non stiamo parlando di categorie assimilabili, per cui qualsiasi teoria o legge che tenti di trattarli con un approccio unitario rischia di soccombere sul fatto che non tutte le fattispecie sono riconducibili al sex work. “Sex work” è utilizzato anche da coloro che affrontano le tematiche di genere in maniera zelante: il termine prostituta sarebbe così imbevuto di una connotazione “femminile”, da essere necessario specificare quando si tratta di prostituzione maschile, mentre “sex worker” potrebbe essere valido per entrambi i generi. L’intenzione potrebbe essere anche buona, ma può essere fuorviante: perché la maggioranza di chi si prostituisce è donna, e coloro che usufruiscono dei servizi sessuali sono prevalentemente uomini. Quando si tratta di prostituzione, il genere neutro è una mistificazione. Se da un certo punto di vista il termine “sex worker” è troppo ampio, da un altro è troppo riduttivo: arriva a comprendere molte più cose della vendita di sesso, ma esclude coloro che hanno venduto o vendono sesso ma non si riconoscono come “sex worker”. Daisy è una di loro. Quando le ho chiesto se definirebbe mai se stessa come sex worker, la sua risposta è stata accesa: “Non vorrei adoperare quell’espressione. Nessuna donna è una “sex worker”. Non è un lavoro, si tratta di violenza”. La storia di Daisy dimostra che è impossibile concordare con il liberalismo più ottimista, che sostiene che le donne siano in grado di compiere una scelta razionale quando entrano in questo mondo o scelgono di scambiare sesso con il denaro. Quando una giovane adolescente scappa dalle violenze familiari, ha una vita fatta di espedienti, piccoli crimini, senza una fissa dimora. Un giorno la persona con cui sta le propone di fare sesso con un suo amico. “Era un magnaccia (ponce)”, mi dice. Io le chiedo quale sia la differenza tra magnaccia (ponce) e mezzano/procacciatore (pimp). La risposta sta tutta nei metodi con cui questi uomini controllano le donne: un pimp si serve di minacce, mentre un ponce sfrutta la vulnerabilità emotiva. “Un mezzano ti dice subito – sei lì solo per fare soldi,” dice Daisy. “Un ponce (magnaccia) ti dice che ti ama e che ci tiene a te, ma alla fine il risultato non cambia.”

Naturalmente non vi è certezza che il racconto che una donna fa della sua esperienza di vita sia effettivamente rispettato da coloro che sostengono di ascoltarla. Quando Maya Angelou è morta a maggio di questo anno, le rappresentanti delle sex workers l’hanno annoverata tra le loro fila, nonostante Maya non si fosse mai definita una “sex worker”. Un articolo apparso sul sito Vice l’ha arruolata per la causa dell’International Whores’ Day, mentre in un articolo su Mic, Angelou diviene uno strumento utile per una reprimenda contro il femminismo in generale: “Quando il femminismo si fissa su quello che le donne dovrebbero e non dovrebbero fare – sia che si tratti di sex work, che di matrimonio, di percorsi di carriera che di scelte di stili di vita – perde la sua missione principale per l’uguaglianza, la diversità, l’accettazione. Falliscono le sue donne e le sue leader, come Maya Angelou.” Certo è vero che Angelou non indulge mai in una condanna di se stessa quando racconta la sua esperienza di prostituzione nel suo Gather Together in my Name. Ma allo stesso tempo, nessuno può leggere la sua autobiografia, traendo la conclusione che lei auspichi che altre donne seguano la sua esperienza. Più avanti ha raccontato la sua esperienza come “pimp” e di essere successivamente diventata la mezzana di se stessa.

Tuttavia esistono donne che sono considerate totalmente riabilitate. La reputazione di Andrea Dworkin come SWERF (acronimo di “sex worker exclusionary feminist“) ha avuto la meglio sulla sua esperienza personale nel mondo della prostituzione, fondamentale per il suo lavoro. “I presupposti delle prostitute sono anche i miei presupposti”, disse in un suo discorso nel 1992. “Sono i miei punti di partenza… La prostituzione non è un’idea astratta. È la bocca, la vagina, il retto, penetrato solitamente da un pene, talvolta mani, talvolta oggetti, da un uomo e poi da un altro, e poi un altro e un altro ancora.” Questi aspetti sono difficili da affrontare, senza scivolare nella scabrosità, e Daisy devia sempre il discorso quando ci avviciniamo a parlare di sesso reale. Mi chiedo se questi tentativi di cambiare argomento siano intenzionali o meno.
“Non mi va di parlare dell’atto in sé”, mi dice. “Non voglio che sia squallido. Mi interessa far capire i danni emotivi che quell’atto provoca.” Per Daisy questo danno interiore è stato molto profondo: mentre nella prostituzione, mi dice, che era incapace di creare relazioni intime. “Come ti comporti con una persona che fa sesso con altri?” mi chiede. “Come puoi condividere qualcuno che ami con altri? Sono degli elementi che ha compreso a distanza di tempo. “Quando ero coinvolta in prima persona, ero la più grande sostenitrice di quello che facevo. Dovevo giustificare in qualche modo quello che facevo. Come avrei potuto sopravvivere altrimenti?” Quell’imperativo di sopravvivenza non ha portato Daisy a drogarsi o a bere, ma ha sviluppato un’altra mania compulsiva: “Compravo. Era la mia cura.” Verso la fine della sua esperienza, Daisy guadagnava £200 a serata e 500 da venerdì a sabato. Se li spendeva tutti, perché non sopportava l’idea di tenerli. Esistono anche danni fisici. Domandandole se avesse mai subito aggressioni da parte di clienti, Daisy mi ha indicato una cicatrice sul suo volto: la violenza è qualcosa di inevitabile quando ci si prostituisce.

Perciò se definiamo il sesso un lavoro, che diamine di lavoro è? L’elemento del danno fisico potrebbe avvicinarlo a un tipo di lavoro ad alto rischio, tipico degli uomini, come coloro che lavorano sulle piattaforme petrolifere; ma questo tipo di impieghi solitamente comportano una serie di vantaggi compensativi del pericolo che si corre. Nella prostituzione, l’unica cosa prodotta è l’orgasmo maschile, e più una donna è in uno stato di pericolo, meno può dettare le proprie condizioni. Forse allora il sex work appartiene ai generi di lavoro femminili più umili, come le pulizie e la cura dei figli (una connessione tra English Collective of Prostitutes e la campagna per il riconoscimento di un salario per le casalinghe); ma noi riconosciamo che il lavoro domestico è un lavoro anche se non retribuito, mentre il sesso dovrebbe essere un piacere e non un noioso obbligo. Per questo l’analogia non regge. Potrebbe essere qualcosa di simile a fare l’attrice o la ballerina – arti che presuppongono un pieno uso del corpo? (In questo caso ci sono dei precedenti storici, che vedono attrici e ballerine spesso associate all’immagine di prostitute o quanto meno ne avevano la fama). Ma gli attori e i ballerini sono personaggi pubblici celebri: la prostituzione avviene nel privato, e come la maggior parte delle cose che avvengono nel privato, essa non conferisce prestigio a coloro che la praticano, per quanto bravo/a possa essere.

Attori e ballerini non forniscono l’accesso ai loro organi intimi, e si applicano in una formazione personale onerosa, che non è richiesta a chi si prostituisce. Infatti, l’unico requisito per prostituirti è che tu abbia un corpo da penetrare e che un uomo sia disposto a pagare per farlo. I sostenitori del sex work, amano ricordarci che nessuna donna vende letteralmente il suo corpo, dal momento che mantiene la piena proprietà sulla propria persona. Ma chiaramente, ciò che viene pagato dai clienti è effettivamente il corpo – il bene che viene acquistato è il diritto di accedere al corpo della donna per un certo periodo di tempo e/o il compimento di atti specifici. Ciò che gli uomini comprano dalle donne non è il loro lavoro, ma una licenza monouso per penetrare il loro corpo. I critici della prostituzione sono spesso accusati di voler controllare la sessualità femminile, ma vale la pena ricordare che se la prostituzione dipendesse dai desideri delle donne, non dovrebbero essere pagate per partecipare: nessuno ha più potere sulla sessualità di una donna di un uomo che la paga per facilitare il suo orgasmo.

“Sex work” non è un termine neutro: esso veicola i suoi presupposti politici tacitamente nascosti, così come qualsiasi altra scelta. Quando parliamo di “sex work” noi avalliamo l’idea che il sesso possa essere una professione per le donne e un piacere per gli uomini – uomini che hanno il potere economico e sociale di agire come una classe di “padroni” in materia di prestazioni sessuali. Noi accettiamo che i corpi delle donne esistano in quanto risorsa “utilizzabile” dalle altre persone – persone di sesso maschile con i mezzi per pagare per scopare. La prostituzione è un’istituzione economica costituita non solo da donne che vendono sesso, ma significativamente, da uomini che creano la domanda, commettono la violenza ed estorcono un tributo emotivo alle donne con cui fanno sesso. Alcuni di questi uomini riconoscono che ciò che fanno può essere potenzialmente dannoso: un uomo intervistato (qui) ha ammesso che egli avverte quanto sia “emotivamente dannoso per le donne”, prima di auto-assolversi sostenendo di essere “solo uno in più dei tanti”. Daisy ha lasciato la prostituzione a 30 anni, e ora lei sostiene di essere di nuovo “un tutt’uno, mente e corpo”. Possiamo ascoltare solo lei e le donne come lei, se si desidera adoperare argomentazioni oneste in merito a ciò che comporta la vendita di sesso.

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