Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Cos’è per te la prostituzione?

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Ripeto, sono per la libertà di scelta, chi desidera prostituirsi può farlo, in Italia non è reato. Spero che nessuno criminalizzi mai chi si prostituisce o meglio è prostituito. I criminali restano solo e soltanto i papponi e i clienti. La libertà di una non può diventare la negazione di una realtà fatta di sopraffazione e vendita di corpi. La libera scelta di una persona non deve diventare un ombrello rosso per coprire tutto il resto, con la pretesa di rappresentare, di lottare per tutte coloro che sicuramente libere non sono. Stiamo mettendo sullo stesso piano le poche che sostengono di scegliere la prostituzione e coloro, le tantissime, che sono costrette per innumerevoli motivi, ma che se avessero un’alternativa, sicuramente non lo farebbero.

Per coloro come Pia Covre, che temono tasse e controlli, dovreste spiegarmi cosa volete nel dettaglio che lo stato faccia per voi e come pensate di combattere sfruttamento e tratta. Perché se per voi è un lavoro come un altro, dovreste essere soddisfatte di essere riconosciute come professioniste del sesso e pagare le tasse. Altrimenti viene meno anche la vostra idea di festeggiare il 1 maggio. Forse bisognerebbe fornire a tutt* un’alternativa lavorativa.. perché tutte noi sappiamo che questo un lavoro non può essere per mille ragioni.

Covre & co., oggi impegnate in una serie di iniziative a Roma, dovrebbero interrogarsi su chi stanno avvantaggiando in questo momento, di quale business stanno chiedendo il sostegno e sulla pelle di chi. Ponetevi anche voi la domanda, chi maggiormente ne trarrebbe vantaggio da uno snellimento dei reati di sfruttamento, favoreggiamento, induzione alla prostituzione? “Industria del sesso & criminalità a braccetto”, con beneplacito dello stato? Ah, vi ricordo che in Germania solo 44 si sono registrati e pagano le tasse. In Italia resterebbe tutto comunque sommerso e lo stato si ritroverebbe ad avere le armi spuntate per perseguire chi trae guadagni in nero dalla prostituzione e dalla tratta. Penso che se vogliamo aiutare chi è prostituito, dobbiamo scegliere un’altra strada.

Ho letto un post che mette sullo stesso piano il diritto di aborto e quello di prostituirsi, nel nome dell’autodeterminazione. Vi consiglio di non scherzare, perché questa è pura mistificazione. Nessuna donna vuole costringere nessun’altra donna, noi non contestiamo e non contrastiamo chi sceglie, ma dobbiamo raccontare la verità sulle donne che sono nella prostituzione non volontariamente, e che subiscono innumerevoli violenze, in gran parte con danni permanenti.

Ho tradotto questo post (QUI l’originale) di Rebecca Mott per sfatare alcuni miti e stereotipi della prostituzione. Una utile lettura per i “negazionisti” della violenza e della sofferenza di queste donne considerate merce sessuale. Per tutti coloro che continuano a sostenere l’immaginario della prostituta felice e autodeterminata.

Come sopravvissuta, devo confrontarmi con l’idea che hanno gli altri della prostituzione.
Molte delle prospettive sono fondate su stereotipi, sia che provengano dalle femministe liberali, che da gente di sinistra, religiosa, amici o qualsiasi altro si interessi di prostituzione. Ho incontrato solo qualche femminista radicale, non tutte, capace di ascoltare e di imparare, piuttosto che raccontare a coloro che sono uscite, cosa significhi prostituirsi.
Non sono affatto sorpresa che vi siano così tanti pregiudizi attorno all’argomento.
Per almeno 3.000-4.000 anni, le prostitute non hanno avuto voce per dire cosa/chi siamo. Invece le nostre realtà sono state scritte da coloro che hanno tratto guadagno dal commercio di sesso.
Questa storia è stata scritta da papponi e da clienti che desiderano ridurre il loro senso di colpa, facendo finta che non vi sia violenza da parte loro.
È stata costruita la favola secondo cui tutte le prostitute sono persone adulte – o quanto meno le ritengono tali – che tutte amino il sesso e siano avventurose, che amino il loro stile di vita.
In altre parole, l’ideale della dea-prostituta, cortigiana, geisha e di classe elevata è il sogno erotico dei clienti e non combacia con la realtà.
Questo ideale è stato costruito nei secoli e da molte culture, per allontanare sguardi estranei dalle condizioni di vita reali della cosiddetta “prostituta felice” (Happy Hooker).
Questa immagine della prostituta è scolpita nel tempo e nello spazio, in quell’istante in cui la prostituta dipinge sul suo viso un sorriso per il cliente.
In quel momento, quando la prostituta dirà e farà tutto ciò che il cliente desidera, egli penserà che sia felice – questo non è affatto complicato per i clienti che hanno un ego enorme, così penserà che tutte le prostitute siano entusiaste e che naturalmente egli le porti rispetto.
È importante per il commercio del sesso continuare in questo verso, che nessuno veda cosa si nasconde dietro il sorriso della happy hooker. Dobbiamo continuare a non vedere che tutte le prostitute – non importa se di alto bordo o trasformate in dee – vivono in una costante situazione di estrema violenza maschile.
Dobbiamo avere il coraggio di vedere che la maggior parte delle “prostitute felici” hanno conosciuto tutte le facce del mercato del sesso – molte hanno lavorato per strada, sono finite nell’industria del porno, molte sono state spogliarelliste – tutto ciò ha dimostrato che le prostitute non godono dei diritti umani e che vivono in un costante stato di paura e di instabilità (emotiva, mentale, economica, ndr).
Dobbiamo vedere che la maggior parte delle prostitute felici non si arricchiscono. Gran parte dei loro guadagni finiscono nelle tasche dei loro sfruttatori. Molte di loro odiano il denaro che proviene dal prostituirsi, tanto da non essere in grado di metterlo da parte (ricordiamo il racconto di Daisy qui).
Io e tutte le sopravvissute lo sappiamo, non abbiamo mai conosciuto una prostituta felice.
Ho visto molte prostitute che parlano un linguaggio stereotipato da prostitute felici, ma sempre nei loro sguardi, nelle pause tra le parole e il non detto – si percepisce che la verità è un’altra.
Se osserviamo oltre i brevi istanti in cui sorridono al cliente, scorgiamo secoli di dolore prostituito, di paura prostituita, di rabbia prostituita.
Essere prostituta significa automaticamente essere associata a tutte le altre prostitute, vive o morte, di ogni cultura, classe, nazionalità e Paese.
Essere prostituta è capire cosa significhi non avere una individualità – ma dentro te stessa continuare a combattere per ricordare ciò che sei e che sei una persona.
Se torniamo al discorso del commercio del sesso, o a chi giustifica la sua esistenza – di fatto si sta consentendo che le prostitute siano considerate sub-umane e quindi che non abbiano una piena garanzia dei loro diritti umani.
Ogni volta che un cliente compie la scelta di comprare un altro essere umano per la sua avidità/bisogno sessuale – sta di fatto compiendo la scelta di non vedere nella prostituta un essere umano, la sta vedendo semplicemente come una merce sessuale.
Ciò è reso evidente dalla seguente dichiarazione:
La prostituzione è l’acquisto di un servizio, non di una persona.
Questo può essere affermato unicamente stabilendo che stai usufruendo di sesso, senza che la prostituta sia presente con il suo spirito e con la sua mente.
E questo viene considerato una cosa positiva.
A mio avviso quel distacco è sintomo di un trauma profondo.
Per forzarsi a separare il tuo corpo dalla tua mente, per separare la tua umanità in modo così estremo – significa per la prostituta avvertire il terrore, il dolore, l’odio che sono presenti in ogni momento e luogo. (la scelta di scindere mente e corpo significa che la prostituta avverte il terrore, il dolore e l’odio causati dalla prostituzione, ndr).
Il distacco è l’unica possibilità che ha una prostituta di sopravvivere – non è un segno di forza o di piacere.
Concludo qui, perché mi sento sconvolta – ma questo è un inizio, non una fine.

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I danni della tratta

 

Questo post è per tutti coloro che sostengono che la prostituzione non causa gravi conseguenze e che sia un servizio sociale, un diritto inalienabile per qualsiasi uomo. Questo post è per tutti coloro che ignorano cosa sia la tratta di esseri umani. Questo post è per tutti coloro che in un modo o nell’altro tendono a giustificare il sistema prostituente.

Vi segnalo questa ricerca sul traffico di esseri umani in Cambogia, Thailandia e Vietnam, pubblicata sul Lancet (QUI).
Questo studio ha analizzato i danni a lungo termine per la salute delle persone che sono vittime di tratta. Il lavoro di ricerca, condotto dall’équipe di Ligia Kiss, ha coinvolto 1.102 persone, tra uomini, donne e bambini, che sono stati sfruttati sessualmente (32%), costretti al lavoro forzato nel settore della pesca (27%) e in fabbrica (13%). Lo studio prende in esame persone che sono  sopravvissute alla tratta. I risultati hanno l’obiettivo di evidenziare in via preliminare alcuni indicatori di stress e disordine psicologico. Queste persone soffrivano di depressione, stati ansiosi e disturbi post-traumatici da stress. Non sono favole, sono violazioni dei principali diritti umani, a cui noi non prestiamo la giusta attenzione e non combattiamo abbastanza. Lontano geograficamente non significa che non ci coinvolge e non ci deve interessare. Molti di loro sono vittime anche dei nostri turisti sessuali, delle nostre abitudini di consumatori compulsivi, siamo responsabili tutti se non facciamo qualcosa per smascherare questo sistema di schiavismo avanzato. I risultati di questo studio ci devono portare a riflettere sulle ricadute che hanno le violenze sulle vittime di tratta. Il nostro è uno dei Paesi di destinazione di questo business, riflettiamo bene quando parliamo di prostituzione. Parliamo in primis di salute delle vittime, e cerchiamo di mettere in atto qualcosa che combatta questi crimini, che colpisca chi sfrutta e chi ne usufruisce.
Riporto alcuni passaggi fondamentali della ricerca:

“Trafficking is a crime of global proportions involving extreme forms of exploitation and abuse. Yet little research has been done of the health risks and morbidity patterns for men, women, and children trafficked for various forms of forced labour”.
481 (48%) of 1015 experienced physical violence, sexual violence, or both, with 198 (35%) of 566 women and girls reporting sexual violence.

More than half of children were trafficked for sex work, with 201 of 281 (72%) of girls forced into sex work.

Almost half of participants experienced physical violence, sexual violence, or both, including the majority of adults (eg, slapped, shoved, or had something thrown that could hurt; pushed or shoved; hit with a fist or with something else that could hurt; kicked, dragged, or beaten up; see table 2). Almost half of men reported physical violence and some reported sexual abuse. Among women, sexual abuse was much more common and physical violence was slightly less common than in men. More than a third of children reported physical violence, sexual violence, or both; just over a fifth reported sexual violence and almost a quarter reported physical violence.

 

55 (20%) of 281 girls reported physical violence and 73 (26%) of 281 reported sexual violence, whereas 27 (43%) of 63 boys reported physical violence and one (2%) of 63 reported sexual violence. Overall, 198 (35%) of 566 women and girls experienced sexual violence. Threats were reported by almost half of all participants (table 2).

 

This is the first health study of a large and diverse sample of men, women, and child survivors of trafficking for various forms of exploitation. Violence and unsafe working conditions were common and psychological morbidity was associated with severity of abuse. Survivors of trafficking need access to health care, especially mental health care.

 

Men, women, and children trafficked for various forms of forced labour and sexual exploitation were highly exposed to physical and psychological abuse, lived and work in extremely hazardous conditions, and reported serious health problems. This study builds on a small body of evidence, primarily on the health of girls and women trafficked for sex work, by adding findings about the health needs of men, women, and children trafficked into various labour sectors and offers unique data from the Mekong region.

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Table 1 – Fonte: The Lancet

 

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Table 2 – Fonte: The Lancet

 

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Table 3 – Fonte: The Lancet

 

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Table 4 – Fonte: The Lancet

 

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Il silenzio non cambia le cose

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Ci vorrebbe una scala per il paradiso per uscire dall’inferno in cui vivono le vittime di tratta.

Ho partecipato al convegno indetto da Caritas Ambrosiana “Tratta e Prostituzione – Il corpo per il pane: la possibile prevenzione”.
L’inizio è stato un colpo duro, molto duro. Hanno proiettato Red leaves falling:


Cartone sul tema della tratta dei minori e dello sfruttamento della prostituzione minorile, realizzato da Starway Foundation nell’ambito di un progetto di educazione e protezione dei minori. Mani Tese, che ha lanciato la campagna “inTRATTAbili”, contro la tratta degli esseri umani, ne ha curata l’edizione italiana.
Al termine avevo un groppo in gola, ero senza fiato. Il merito del lavoro è quello di comunicare la sofferenza, senza mostrare scene crude o violente. Si lascia che l’angoscia e il dolore arrivino per quello che non viene detto e mostrato, per ciò che resta sottinteso, ma emerge negli occhi della protagonista. Per questo fa ancor più male e nessuno di noi può restare indifferente a questa barbarie inaccettabile, eppure non sono così diffuse la percezione e la consapevolezza del male che viene fatto a milioni di esseri umani in tutto il mondo. Questo progetto dimostra la forza comunicativa che possono avere un disegno animato e una storia. Quella sofferenza e il senso di impotenza ti entravano dentro.
Anna Pozzi, giornalista e segretaria generale di Slaves no More onlus, ci ha mostrato le stime della tratta nel mondo.
Secondo l’Organizzazione internazionale del lavoro (OIL) e l’Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine (Unodc) i dati sono questi:

21 milioni di vittime di tratta
il 70% è composto da donne e bambine (di cui il 49% donne, 21% bambine)
18% uomini
12% bambini
il 53% è destinato a sfruttamento sessuale
il 40% al lavoro forzato

La relazione completa QUI.

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Spesso subiscono violenze e abusi inimmaginabili.

La tratta colpisce le persone più povere e vulnerabili. Ogni anno ci sono circa 2,5 milioni di nuove vittime del traffico di esseri umani. Una vera e propria neo-schiavitù.
Il traffico di esseri umani è finalizzato a:

  • sfruttamento sessuale
  • lavoro forzato
  • espianto di organi
  • accattonaggio forzato
  • servitù domestica
  • matrimonio forzato
  • adozioni illegali
  • gravidanze surrogate.

Su quest’ultimo punto mi piacerebbe avere dei dati.

Il lavoro forzato è soprattutto finalizzato al settore manifatturiero ed edile, il lavoro domestico e tessile. Il 35% è di sesso femminile.
Il rapporto Unodc evidenzia delle peculiarità a seconda del continente: in Europa e in Asia Centrale prevale la tratta per sfruttamento sessuale (66%); in Asia orientale e nel Pacifico il 64% è invece destinato al lavoro servile.

Un terzo delle vittime è un bambino, il 5% in più, rispetto al periodo 2007-2010. Le bambine sono i 2/3 dei minori.
Per i trafficanti e gli sfruttatori c’è un guadagno enorme: 32 miliardi di dollari annui. Dopo il traffico di droga e di armi, il più redditizio business è quello degli esseri umani.

Nel nostro Paese il fenomeno riguarda tra le 30 e le 50.000 persone solo per quanto concerne lo sfruttamento sessuale. Circa la metà sono donne nigeriane.

A Milano, secondo i dati del Comune, circa 7000 donne sono costrette a prostituirsi sulle strade o nei locali, con punte nei weekend e durante le fiere. Ogni anno 800 nuove donne finiscono in questo inferno, 1 su 5 è nigeriana. Ora che mancano solo una manciata di giorni all’avvio di Expo, cosa sta accadendo? Qualche mese fa, si parlava di 15.000 nuovi arrivi. Ma nessuno ne parla o sembra interessarsi. Quasi come se fosse normale replicare ciò che è accaduto durante altri grandi eventi mondiali, come l’ultimo campionato del mondo di calcio in Brasile.
Le nigeriane prostituite (più che prostitute) oscillano tra le 15.000 e 20.000. Meglio definirle prostituite perché di libero arbitrio non ne hanno, sono schiave e spesso non hanno alcun strumento per uscire da questa condizione. Le rotte della tratta le potete vedere nel grafico.

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Tutto ha spesso inizio a Benin City. Sono viaggi che durano mesi o anni, sempre all’insegna di violenze e abusi di ogni tipo.
A ottobre 2014, si è registrato un boom di nigeriane destinate alla schiavitù, + 300% rispetto all’anno precedente, secondo l’allarme lanciato dall’Oim (Organizzazione internazionale delle migrazioni). (QUI un articolo che ne parla)

Secondo il capo missione dell’Oim in Italia, queste donne vengono spesso violentate e sono obbligate a prostituirsi. Sono costrette a lavorare in bordelli in Libia e poi mandate in Italia. Subiscono anche pressioni e manipolazioni psicologiche, riti voodoo che le rendono dipendenti e completamente succubi dei loro aguzzini.

Secondo la direzione nazionale antimafia, ogni persona che riesce a uscire da questo inferno, sottrae tra i 40 e i 50.000 euro all’anno alla criminalità organizzata. Nel 2010, la stima della Commissione parlamentare affari sociali era di un mercato da 1,5 miliardi di euro annui. Si parla di 9-10 milioni di prestazioni sessuali al mese.
I fattori di rischio per la tratta sono:

  • povertà e disoccupazione
  • mancanza di pari opportunità (le donne rappresentano i 2/3 dei 2,5 miliardi di persone che vivono sotto la soglia di povertà)
  • discriminazioni sociali ed economiche
  • guerre, conflitti, persecuzioni politiche e religiose
  • mancanza di prospettive
  • responsabilità nei confronti della famiglia (per aiutarla, soprattutto se c’è qualcuno malato e bisognoso di cure).

La Nigeria è la prima economia africana, ricca di petrolio, ma con un enorme gap tra ricchissimi e poverissimi (QUI un recente articolo). Il 70% della popolazione vive sotto la soglia di povertà. In Kenia è il 50%. In questo contesto è facile credere e seguire chi ti promette una vita migliore. L’Occidente viene dipinto come l’Eden, il luogo dove tutto è possibile per tutti. Per molti questo è l’ingresso nella schiavitù e l’inizio di violenze disumane.

Elemento che incide fortemente nell’alimentare questo vortice è il tasso di analfabetismo: il 66% sono donne. Le bambine sono la maggioranza dei 121 milioni di minori che non vanno a scuola.
“Perché se ne vanno? Bisognerebbe fare l’esperienza di chi lotta quotidianamente per sopravvivere per capire a fondo cosa spinge queste ragazze a partire a ogni costo”, spiega Jude Oidaga, gesuita originario di Benin City.
Si aspira a più alti standard di vita (sanità e istruzione), maggiore stabilità politica ed economica, maggiore libertà. Vengono convinti che ci sono maggiori possibilità di lavoro, non conoscono bene le condizioni di lavoro nei Paesi di destinazione, come il lavoro a basto costo e la prostituzione. E naturalmente cadono vittima anche dei network di migranti.
Il primo rapporto Greta (2014, monitoraggio del Consiglio d’Europa) sull’Italia, mostra i punti critici del nostro Paese: mancanza di meccanismi adeguati di identificazione delle vittime (soprattutto per lo sfruttamento lavorativo). Il rapporto (QUI) invita l’Italia a dotarsi di un Piano nazionale anti-tratta scaduto nel dicembre 2014.
Le linee di intervento promosse anche a livello internazionale, per contrastare tratta e schiavitù a fini prostitutivi, prevedono: prevention, protection, prosecution (prevenire, proteggere, punire).
Così come risulta dal Protocollo di Palermo (QUI).

La suora comboniana Gabriella Bottani, per dieci anni impegnata in Brasile, ci parla proprio della prevenzione e delle attività di Talitha Kum, la rete internazionale della Vita Religiosa contro la tratta di persone. Si tratta di una rete di operatori laici e religiosi che lavorano in 81 Paesi, in 5 Continenti.
Si fa prevenzione nelle scuole, attraverso il dialogo, l’informazione, l’educazione, nei quartieri a rischio, lavorando con gli insegnanti, per riconoscere i rischi e intervenire ai primi campanelli di allarme.
Occorre combattere la povertà, investire in politiche sociali e che alle persone vengano riconosciuti e assicurati i diritti fondamentali.
Un livello successivo di intervento consiste nell’accompagnare le persone che decidono comunque di emigrare, cercando di aiutarli a difendersi nel caso si accorgano di essere finite in situazioni di violenza e sfruttamento.

Per coloro che sono già vittima di tratta, si cerca di aiutarli ad uscire attraverso progetti di inserimento lavorativo, di formazione, di regolarizzazione dei documenti e dei permessi di soggiorno.
Contemporaneamente occorre intervenire per interrompere un circolo vizioso di corruzione e impunità di certi crimini. Occorre tornare all’essere, superando la crosta dell’indifferenza. Recuperare il valore dell’essere, in sé stessi, non come proiezione sul mondo e sulle sue manifestazioni. Su quel ridurre ogni cosa o persona a merce, valutandone unicamente la sua utilità rispetto a me e ai miei bisogni, desideri o aspettative.
Mi è piaciuta molto la citazione di Etty Hillesum, alla quale sono molto legata.

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Ricordiamoci che il cliente compra un altro essere umano essenzialmente per umiliarlo, per ribadire il suo potere, il potere dato dal denaro.

In conclusione si è ribadita la necessità di un lavoro volto a sovvertire le abitudini e la cultura maschili esistenti. In Svezia e in Islanda sono intervenuti sulla domanda, sui clienti. Oggi, l’inversione culturale è in atto, comprare corpi non è più tanto “appetitoso”. Perché senza la richiesta, non sarebbe più conveniente lucrare sugli esseri umani. Sarebbe più semplice contrastare la tratta e fermare questo vero e proprio crimine contro l’umanità.

Il cartone animato si concludeva con un invito forte, che è anche il mio motto quotidiano:
“Il silenzio non cambia le cose. Alza la voce e reagisci!”

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Arretramenti

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Lentamente, silenziosamente si mina ai diritti, tra i quali spiccano quelli relativi al lavoro, a una maternità consapevole e frutto di una libera scelta, all’aborto, si chiede alle donne di alzare la natalità tornando a figliare, si sforna il bonus bebé (su cui mi sono già espressa qui), si continuano a fare tagli alla sanità e al welfare tutto, non si fanno politiche di prospettiva ampia, ma al massimo si tappa il buco oggi. Stavo riflettendo con Eleonora Cirant, nel corso della manifestazione dello scorso 11 aprile in difesa della 194: questa legge incrinata e sotto un attacco permanente (non mi riferisco solo ai comitati NO194, ma soprattutto a causa dell’obiezione di coscienza e dei tagli agli investimenti in strutture pubbliche come i consultori) fa parte di un sistema di garanzie, tutele e diritti faticosamente conquistate e oggi in lento ma progressivo deterioramento. Un tassello dietro l’altro potremmo trovarci senza diritti o tutele. Quella di Piazza Cordusio è stata una esperienza rinvigorente, come sempre. Può sembrare irrilevante manifestare in difesa di una singola legge, per molt* le priorità sono altrove. Ma quella legge rappresenta tanto, sotto il profilo dell’autodeterminazione della donna, per la sua salute, per il suo diritto a decidere sul suo corpo. Ha un significato e un valore simbolico molto vasto. I diritti non sono slegati tra loro, la galassia dei diritti è interconnessa, se si spezzano uno o più fili, il sistema intero entra in crisi, gli equilibri si rompono, attaccarli è più semplice, si iniziano a verificare falle sempre più difficili da ricomporre. Ecco che in una società, se affermi che le donne hanno dei diritti, che devono avere pari dignità, eguale salario, tutele, garanzie e un diritto a compiere delle scelte autonome, esattamente come gli uomini, sancisci un vantaggio per l’intera comunità, riesci ad uscire dalle logiche dei privilegi, degli status sociali, delle discriminazioni di genere, delle logiche patriarcali, dei diritti a macchia di leopardo. A mio avviso l’attacco alla 194 rientra in un preciso disegno di riduzione delle libertà, di ridimensionamento delle prospettive delle donne, di un ritorno a una società più fissa, meno mobile e più controllabile. Un segnale di pericolo e di attenzione per tutti i diritti. Se togli servizi sul territorio, o li fai diventare a pagamento (vedi i consultori e non solo; per fortuna in Lombardia sulla fecondazione eterologa il Consiglio di Stato ha sospeso la delibera della Lombardia che, unica regione in Italia, prevedeva il costo delle tecniche di eterologa a totale carico dei cittadini; si ricorda che la fecondazione eterologa a livello nazionale rientra nei livelli essenziali di assistenza, ovvero le cure garantite dal Servizio sanitario nazionale, a pari livello della fecondazione omologa), se precarizzi i diritti in materia di lavoro, se non sostieni il lavoro femminile, se non garantisci conciliabilità per entrambi i genitori, se consenti che ci sia ancora un gap salariale uomini-donne, poni le basi per un pericoloso ritorno e restaurazione di una società “arcaica”, ancora fondata su distinzioni di censo, di status sociali, di diritti pericolosamente a fasi alterne, che colpisce le fasce più deboli della popolazione, tra cui proprio le donne, invitate a tornare a fare le brave massaie e in esistenze silenziose. Arretramento nei diritti, arretramento culturale, passivizzazione della popolazione e frazionamento delle istanze, colpi alla solidarietà intra-sociale, con l’obiettivo di creare i presupposti per una “ignoranza” dei diritti diffusa, per una incapacità di leggere il mondo attorno: tutto questo è un pericoloso mix che ci rende più fragili e maggiormente vulnerabili.
I diritti non sono acquisiti per sempre, occorre vigilare e tornare a difenderli periodicamente tutti. Dobbiamo trasmettere di generazione in generazione l’importanza dei diritti tanto faticosamente conquistati.
È necessario chiedere che le cose migliorino, il senso del nostro essere oggi in piazza era quello di difendere la 194, chiedere che il suo art. 9 non continui a diventare un alibi di disapplicazione della stessa, che non ci sia più obiezione di struttura, che si investa seriamente nei consultori e nelle strutture pubbliche, consentendo che i servizi vengano forniti h24.
Ma questo vale per tutti i diritti. Per non tornare indietro e poter aspirare ad averne di nuovi!
Ci sono dei modelli che sono vivi e vegeti e che influenzano fortemente le relazioni umane. Mi riferisco al mare magnum del patriarcato.
Cito Carol Gilligan:

“La parola Patriarcato descrive attitudini, valori, codici morali e istituzioni che separano gli uomini tra di loro e gli uomini dalle donne, e che suddividono le donne in buone e cattive. Finché le qualità umane saranno divise in maschili e femminili, saremo separati le une dagli altri e da noi stessi e continueremo a disattendere la comune aspirazione all’amore e alla libertà”.

Il revival di un modello prostitutivo free, falsamente emancipatorio, fatto di zoning e di case autogestite, come se fosse un piacevole lavoro, o comunque alla stregua di altri, segna un altro passaggio, un pericoloso via libera e sdoganamento di un’abitudine maschile, quale quella di affermare che l’uomo può comprare e avere diritto a usare il corpo di una donna. Significa non voler vedere lo sfruttamento e la violenza, avvalorare il concetto che tutto sommato sia naturale e giusto considerare le donne degli oggetti da usare. Significa assegnare diversi diritti alle donne buone e quelle cattive. Significa discriminare.
Ringrazio Ilaria Baldini per aver riportato sulla sua bacheca FB questi frammenti di Elena Gianini Belotti. Desidero condividerli perché a mio avviso sono fondamentali.

Dal capitolo “Il silenzio del sesso” del suo libro “Prima le donne e i bambini”, 1980.
“E’ nel rapporto sessuale che si produce, tra uomo e donna, il più tragico silenzio della parola e del corpo. E’ lì che la disparità di potere e di condizione, la subordinazione della donna, i diritti dell’uomo e i doveri di lei, la sopraffazione e l’accettazione passiva, le richieste e le resistenze, si manifestano con maggiore evidenza e provocano acuta sofferenza. La pesante repressione che gravava sulla sessualità e che imponeva il silenzio, ha impedito di scorgerne gli aspetti drammatici: se il sesso era nascosto e taciuto, si poteva favoleggiare sulle sue gioie finché si voleva. Ora il sesso ha il permesso di esprimersi e si scopre quello che è sempre stato lì e non veniva detto, e cioè che usare gli appositi organi non è sufficiente per essere felici. La felicità è il risultato di una autentica, ben riuscita comunicazione tra persone anche, ma non solo, a livello sessuale.”
“Il persistere della pretesa maschile che le donne debbano accettare anche il più frustrante dei rapporti con l’uomo senza chiedere niente, col sorriso sulle labbra, fingendo soddisfazioni che non provano, felicità e gratitudine senza ragione, accettando l’implicito ricatto dell’uomo che fa balenare l’idea dell’abbandono nel caso che la donna si rifiuti di comportarsi come le “donnine allegre” del passato, fingendosi una voluttuosa baiadera mentre si sente soltanto depressa e infelice. Un uomo non fa assolutamente nulla per nascondere le proprie scontentezze e depressioni, al contrario: le getta addosso alla donna aspettandosi da lei che lo consoli e lo conforti, ma non è mai disposto ad accettare che l’umore della donna possa subire cedimenti. E’ come sempre, la coscienza maschile dei propri diritti, di fronte alla coscienza femminile di non averne, la disparità di potere tra i due che detta i termini di una relazione.”
“Se quello delle donnine era il sesso allegro, allora era sottinteso che quello delle ‘altre’ era decisamente triste. Le donnine allegre lo erano in funzione degli uomini, si sforzavano di esserlo, di mostrare solo aspetti, modi, atteggiamenti gradevoli, lusinganti e solleticanti la vanità e la sessualità maschile, diventavano cioè puri oggetti sessuali a uso e consumo dell’uomo e si distinguevano per assenza di pensieri e pensiero. Non che fossero effettivamente assenti in loro, tutt’altro: accadeva soltanto che avessero imparato a nascondere con abilità i loro veri sentimenti dietro la professionalità. Solo l’assoluta indifferenza dell’uomo per i sentimenti che le attraversavano poteva arrivare a immaginarle come esseri gioiosi. Dal lato opposto di tanta falsa allegria, stava il sesso vero, quello quotidiano, casalingo, riproduttivo, tristissimo, dal quale l’uomo evadeva di diritto alla ricerca del sesso allegro, come se ne fosse vittima e non avesse invece contribuito lui stesso a renderlo tal, come se fosse un meccanismo ineluttabile, al di fuori di lui e della sua volontà, come un accidente combinatosi chissà come. Ma di questo sesso non si parlava. mentre sul sesso familiare, quotidiano, calava il silenzio più tragico, sull’altro si costruiva l’immaginario, il piacere, la gioia, l’avventura, l’imprevisto. La persona non contava, l’una valeva l’altra: l’importante è che l’involucro fosse ridente. Ma lo era solo per chi non voleva vedere né capire.”

Se ci disuniscono è più semplice controllarci. Ecco perché torno a richiamare le donne e a invitarle ad uscire dal guscio (come dicevo qui). Abbiamo un futuro solo se comprendiamo la necessità di tornare a noi come comunità, perché come singole o singoli rischiamo di essere assorbite/i da fenomeni molto pericolosi. Non dobbiamo permettere che altri parlino per noi.
Dobbiamo mettere in atto una forma di Resistenza quotidiana, per cambiare in meglio la nostra comunità umana. Non abbassiamo la guardia e sfruttiamo ogni occasione per fare sentire la nostra voce. Prima che i nostri diritti vengano schiacciati e diventi difficile recuperarli. Dobbiamo riprendere il filo del discorso..

 

PROPOSTA DI AZIONE CONCRETA:

Sulla scia del viaggio che sta compiendo Marta Bonafoni nel Lazio (qui): propongo di avviare in Lombardia un monitoraggio sui consultori pubblici, soprattutto dopo la Riforma regionale che li ha trasformati in Centri per le famiglie. A che punto è la riforma, quanto e se ha inciso? Insomma tracciare un bilancio, quanto meno con cadenza annuale. Spero di raccogliere qualche informazione in più dopo questa iniziativa prevista per il 16 aprile a Milano: “Gli impatti della Riforma Sanitaria Regionale sulle strutture di assistenza presenti sul territorio di Zona 7” (qui l’evento su FB).

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Libertà per chi?

Human_Trafficking

 

Nessun cliente sembra preoccuparsi delle vittime di tratta di cui hanno abusato. Questo il titolo di un post di Jacqueline S. Homan, che vorrei proporvi (QUI l’originale).

Solo il 15% degli uomini sono clienti (che godono di una protezione sociale e sono degli stupratori legittimati).Circa il 60% di loro sono uomini sposati o impegnati in relazioni stabili e di lungo periodo. Il 100% di costoro finanzia i 32 miliardi di dollari dell’industria commerciale dello stupro. Tutti sostengono di essere contro il traffico sessuale. Tutti sostengono di essere preoccupati delle sopravvissute al traffico sessuale. Ma allora perché si nega un risarcimento e una giustizia riparativa alle sopravvissute?
Invece la società è più interessata a proteggere i privilegi dei clienti. Perché questi clienti sono “bravi ragazzi”, i “pilastri della società”, che in qualche modo sono più meritevoli di protezione delle ragazze e dei bambini che loro pagano per umiliare, stuprare e abusare, e persino uccidere, mentre la società continua ad essere convinta che loro non facciano nulla di male, che non sono dei mostri che distruggono veramente le vite delle loro vittime.
Ma nemmeno a un singolo cliente interessa se la donna o ragazza che viola e abusa sessualmente, che umilia, picchia, tortura, penetra e nella quale eiacula, è costretta a subire quegli atti dietro minacce di percosse o di morte da parte dei magnaccia o dei trafficanti di corpi.
Neppure un singolo cliente importa che lei non vorrebbe essere lì per lui e vorrebbe scappar via da quella vita, ma non ha via d’uscita, se non forse attraverso il suicidio.
A nessun cliente importa se lei è più giovane delle proprie figlie, per le quali egli non vorrebbe mai che ci fossero altri uomini che compiono ciò che sta facendo alla ragazza che ha pagato per avere il “diritto” a fare cose che la moglie o la fidanzata non tollererebbero mai.
Nessun cliente si preoccupa delle invalidità permanenti, come l’incontinenza urinaria, che infliggono alle donne per il resto della loro vita, a causa delle violenze sessuali compiute sui loro corpi adolescenti. Non ti piace ciò che sto facendo? Fa male? Attaccati al c****. Sto pagando. Stai zitta. Non sei altro che carne.
A nessun cliente interessa se la sua “vittima da letto” non vuole farlo senza preservativo – non è un problema del cliente se lei andrà incontro a una gravidanza indesiderata, con tanto di bambino a sorpresa come risultato.
A nessuno importa se infettano la donna con una malattia incurabile e mortale, per le quali non può ottenere cure adeguate (mentre lui può) – che è ciò che i suoi soldi e i suoi privilegi maschili gli danno il diritto di fare.
A nessun cliente interessa se la ragazza che loro si sentono in diritto di scopare non è abbastanza grande nemmeno per consegnare i giornali.
Nessun cliente ha l’interesse a lavorare per una società più equa e paritaria per le donne, affinché esse, come le loro figlie, non siano povere a causa di ridotte opportunità di lavoro, situazione derivante dalla discriminazione nei confronti delle donne, alle quali viene offerta un’unica possibilità: prostituirsi.

 

 

Nessun cliente si preoccupa di niente e di nessuno, tranne che di avere libero accesso a tutte le donne e bambini che il resto della società offre loro su un piatto d’argento, come scudi umani sui quali sfogare i loro impulsi peggiori, malati e oscuri, in modo tale da che le donne e le ragazze “per bene”, delle classi sociali migliori, possano essere risparmiate da questo tipo di esperienze.
Allora, PERCHE’ così tante persone nella società – compresi i professionisti altamente privilegiati che si definiscono oggettivi, imparziali, illuminati e ispirati dalla logica – sono più interessate a proteggere la SUA reputazione di uomo, la sua carriera e il suo “diritto” che va ad arricchire gli sfruttatori, a disumanizzare e a stuprare, a infrangere le speranze di donne e ragazze, distruggendo le loro vite – che a proteggere e a sostenere i diritti umani delle povere sopravvissute e pretendere un valido risarcimento per loro?
Io avevo solo 13 anni. Cosa ho fatto io per meritare di essere gettata via e non avere alternative ai bassifondi, e vedermi mettere una pietra tombale addosso per essere stata venduta dai 13 ai 17 anni senza via di uscita, e dopo essere lasciata morire povera a causa dello stigma e dell’esclusione dal mondo del lavoro per il resto della mia vita a causa di ciò che mi è stato fatto da altri?
Come si fa a pretendere di essere un difensore dei diritti umani delle sopravvissute, chiedere giustizia e poi sostenere che quella roba va bene in nome della “libertà”? Libertà di chi?

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Emersione, libera tutt* ?

mestieri

 

Ieri al termine della diretta dalla Camera sul convegno “Addio Merlin. Prostituzione tra diritto penale e tabù”, mi son dovuta prendere un antiacido. Qui di seguito una specie di blog-cronaca. QUI il video.

L’obiettivo è presentare la squadra bipartisan che lavorerà a un testo di legge per abolire la legge Merlin del 1958 e regolamentare la prostituzione. Tutti uniti appassionatamente per demolire una legge che come ha sostenuto anche Pia Locatelli, “nell’impianto resta ancora una buona legge” (QUI). Vediamo l’alternativa che ci propongono. Giudicate voi se si tratta di un passo avanti e di un miglioramento.

Coordina Annalisa Chirico, giornalista, autrice di Siamo tutti puttane. Una bella garanzia. Si inizia con la litania dei sex workers scelgono, scelgono liberamente la prostituzione. Poi arriva la frase: “italiani che vanno a consegnare reddito oltreconfine, ai bordelli stranieri”. Ecco, sembra che questo sia uno dei noccioli della questione.

Pierpaolo Vargiu, medico e presidente della commissione Affari sociali alla Camera, è preoccupato degli aspetti sanitari. Oltre alle malattie sessualmente trasmissibili (e qui mi sembra che si cerchi una tutela in primo luogo per i clienti), mi preoccuperei di evitare i danni psichici a chi è vittima di tratta, costretta a prostituirsi. Perché prostituirsi non è un lavoro come un altro.
Maria Spilabotte: è alla prima legislatura, quando le hanno chiesto di cosa le sarebbe piaciuto occuparsi, ha dichiarato il suo obiettivo: regolamentare il fenomeno sociale della prostituzione. Per questo hanno ascoltato i problemi di chi vive in trincea (già qua, è implicito che si tratti di una specie di guerra, con tanto di vittime), rappresentanti di comitati per i diritti delle prostitute, escort ecc. Tutt*? No, solo una parte del mondo della prostituzione, perché si ignora (forse volutamente) che la stragrande maggioranza è vittima di tratta e obbligata a prostituirsi (anche per bisogni economici, per debiti contratti per giungere in Italia o per dipendenze di vario tipo).
A un certo punto sento la solita parola “autodeterminazione” delle donne. Vorrei chiudere lo streaming. Vado coraggiosamente avanti.
Spilabotte dimostra di conoscere il traffico di corpi (sciorina numeri).. Ma vorrei capire come lo si vuole combattere con il suo progetto di legge. Magari più avanti lo capiremo.
Peccato che subito dopo sento: “diritto dei cittadini a non vedere le prostitute sotto casa, nude, a non assistere alle consumazioni di prestazioni”. Ah, non vedere, questo è un altro obiettivo. Mi devono spiegare anche il senso di questa frase: “Non ghettizzarle ma dare la possibilità di svolgere il lavoro in un luogo sicuro”. Chiaramente se fai lo zoning, modello Mestre, le stai confinando in un recinto. Quindi?
È il turno di Efe Bal: chiede che diventi “un lavoro come un altro, diritto alla previdenza sociale e sanitaria.. a ogni diritto corrisponde un dovere, pagare le tasse”. Ma in questo e in altri blog si è più volte cercato di spiegare che non può essere un lavoro come un altro, non è un lavoro. La violenza e la schiavitù non possono esserlo.
Efe si lamenta dei suoi guai con Equitalia per evasione fiscale, per la modica cifra di 700.000 euro. Poi mi viene un dubbio: ma da quando il diritto alla salute è slegato dalla persona? Anche se non hai reddito, sei comunque tutelato in Italia, persino se hai problemi con il permesso di soggiorno puoi accedere ai servizi di pronto soccorso. A nessuno viene negato il diritto alla salute. Per cui qualcosa non mi torna.
Il cardine della proposta bipartisan per superare Merlin è composto da zoning e da locali privati autogestiti da prostitute. Non bordelli, ma coop di donne che eserciterebbero in casa (voglio vedere i vicini). Mi chiedo come fai a capire se c’è sfruttamento o meno.
Spilabotte racconta del suo parroco che l’ha scomunicata per queste sue attività politiche in merito alla prostituzione. Come qualche mia compagna abolizionista ha sottolineato, forse ci dovremmo alleare al Vaticano per essere ascoltate.
Interviene il penalista Alberto Cadoppi, Ordinario di diritto penale Università di Parma. Occasione ghiotta di presentazione della sua ultima fatica, un saggio: Prostituzione e diritto penale. La Merlin è vecchia, ci vuole qualcosa di più attuale. È visibilmente preoccupato che un giorno possano non esserci più prostitute, questa la mia impressione. Emerge più volte la sua avversione ai modelli nordici. Poi la perla: “libertà sessuale dell’individuo” da garantire. Ma libertà per chi? Per il cliente? Perché di libertà per le donne io ne vedo ben poca. Niente dati, solo un invito ad andare verso una regolamentazione della prostituzione. Cos’è, vogliamo garantire che anche il maschio italico possa godere dei servizi di cui usufruiscono i tedeschi?
Interviene Efe Bal e chiede: “Pensate che il disagio sociale si possa risolvere senza il contributo delle prostitute a questa legge?” Ok, forse se coinvolgessimo anche le sopravvissute avremmo un quadro più completo.
Pia Covre “niente su di noi, senza di noi”. In pratica, la legge si fa con i loro suggerimenti. Lo pretende. Poi elogia il sistema scelto dalla Nuova Zelanda. Qui un articolo tradotto da Maria Rossi che fa un po’ di chiarezza: qui.

Poi Covre cita Rosa Luxemburg: “Il primo atto rivoluzionario è chiamare le cose con il loro nome”. Ecco, allora iniziamo a non parlare di sex-work, ma di prostituzione. Le parole sono importanti. Ne avevo parlato qui.
“Siamo vulnerabili perché viviamo nel sommerso, siamo isolate, abbandonate per strada o in appartamento”. Per fortuna ricorda che prostituirsi non è reato. Peccato che si dimentichi dell’esistenza degli sfruttatori. La prostituzione che chiede di tutelare è solo una goccia in un mare fatto in gran parte di sofferenza e di violenza. Mi chiedo perché la causa di tutti i problemi sia il “sommerso”, la violenza e lo sfruttamento sono reali e permane anche se regolamenti, la Germania insegna. E poi lo stigma non lo elimini dandogli l’etichetta di lavoro, quando è palese che non può essere un lavoro come un altro. Covre è preoccupata che in una legge “non leggera” si vada a criminalizzare le prostitute non in regola, straniere senza permesso di soggiorno e che addirittura rischino la galera. Poi si lamenta delle femministe che non vogliono bene alle sex workers. Parla di noi, le terribili bigottone abolizioniste. Sulla necessità dell’educazione nelle scuole ci siamo, poi però parla dei diritti dei diversamente abili ad avere una vita sessuale.. il solito minestrone.
Anche Covre si lamenta dell’ipertassazione italiana. Chiede che vi sia maggior “inserimento e integrazione sociale delle sex workers, agevolandole a entrare in questo mondo del lavoro. Così risolviamo i problemi occupazionali in Italia???
Il 30 aprile annuncia una conferenza a Roma, organizzata con i Radicali alle 15, seguita da un flash mob ai Fori Imperiali.
Un intervento del pubblico, introduce la questione della mancanza di un piano nazionale + fondo antitratta. Non riesco a capire come la regolamentazione, l’emersione possa portare a individuare il fenomeno di sfruttamento e a combattere la tratta. Capite, secondo loro le donne sono nel sommerso e quindi ricattabili e sfruttabili. Se la prostituzione dovesse venir regolamentata le donne potrebbero tutelarsi. In pratica non si considera la coercizione. Cos’è questa favoletta? Sono basita.
Di nuovo il penalista: Islanda, Svezia puniscono i clienti., per lui chiaramente una soluzione da non seguire. Chissà perché hanno scelto questo sistema? Non li si può nemmeno etichettare come popolazioni retrograde, con una mentalità sessuale bigotta. Forse hanno capito che è un buon sistema?
C’è un intervento dal pubblico che descrive il clima idilliaco all’estero, parla visibilmente degli FKK tedeschi: igiene, controlli sanitari, ristorante, piscina, palestra e donne. Almeno questo soggetto demolisce le speranze statali di lucrarci: in Germania le donne che si sono registrate sono solo 44. Il resto tutto sommerso. La tassazione secondo lui non esiste da nessuna parte nel mondo. “Io come cliente mi sento tutelato ad andare con una in Germania che ogni 14 gg fa controlli sanitari”. Peccato che il periodo finestra dell’HIV per esempio, duri circa un mese o poco più a seconda dei test. Da questo si comprende anche l’altra abitudine dei clienti difficile da sradicare: non usano i preservativi. E pensare che Spilabotte vorrebbe renderli obbligatori! Mi chiedo chi andrebbe a controllare.
L’intervento del signore dal pubblico prosegue: “La cosa migliore sono gli annunci su internet, dobbiamo incoraggiare l’apertura di club..” Uno informato e consumatore abituale. Senza pudori e senza vergogna. Quanto meno conosce il mercato.
Persino Efe dice che in Svizzera ogni 2-3 mesi i club chiudono a causa di episodi di sfruttamento. Fine del ragionamento secondo cui l’emersione porterebbe a ridurre lo sfruttamento. Non stava in piedi, ma così è palese. Brava Efe, per aver contribuito a demolire un mito della regolamentazione. Son sollevata quando ammette che anche lei ne vorrebbe uscire e magari fare qualcosa nel mondo dello spettacolo. Visibilmente anche per lei è un peso insostenibile. Lei vorrebbe pagare le tasse (con quei soldi facciamo qualcosa per pensionati, per i bambini, per i cani randagi), ma forse non ci ricordiamo che in Italia c’è una evasione da far girar la testa. Solo le prostitute anelano a pagarle? Bah!
Altro intervento dal pubblico: i club non piacciono a tutti, troppi controlli.. molti vogliono andare a caccia. La escort non è uguale a quella della strada, cambia la tipologia di cliente. Un altro ben informato.
Ritorna Spilabotte: nessuno potrà controllare se il profilattico viene utilizzato, ma si tratta di una questione di principio.. ovvero come lavarsi la coscienza.
Si suggerisce una associazione tra donne di mutuo soccorso in prostituzione. Un appartamento in cui ci sono 4 o 5 donne, che garanzie può dare, contro la violenza?
Consiglio questa lettura sulla “falsa sicurezza indoor”: QUI.

Poi si ammette che eliminare la prostituzione dalle strade è utopico.

Ricapitolando, la tratta non cesserà, per le strade ci saranno ancora le prostitute, introiti di tasse per lo stato non ci saranno, come Germania insegna. Quindi la legge a cosa serve? Serve a garantire ai papponi un salvacondotto? Serve per legalizzare un nuovo business?
Fine delle trasmissioni.
Non credete alla formula magica: “emersione, libera tutt*”, perché è una gran panzana.
Cercasi donne disponibili a lottare non solo perché questo progetto di legge non vada in porto, ma si comprenda che l’unica strada utile l’hanno tracciata paesi come la Svezia. Quanto meno ispiriamoci a modelli che hanno funzionato per coloro che sono sfruttat* in prostituzione. Finché si cercherà di salvaguardare la domanda e i papponi, non ne usciremo. I progetti di reinserimento, di recupero e di aiuto per uscire dalla prostituzione vanno accompagnati da una seria lotta per colpire la domanda. Altrimenti sarà come voler riempire d’acqua un secchiello adoperando il setaccio. Per tutto questo ci vuole solo la volontà politica! E se non c’è, dobbiamo impegnarci a crearla. Anche questo è fare qualcosa per chi è in difficoltà.

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Prostitution is not compatible with humanity

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Desidero iniziare questo post con l’affermazione di Mia de Faoite, una sopravvissuta irlandese alla prostituzione (tra il 2005 e il 2010):

“Prostitution is not compatible with humanity and we choose one or the other.”

Dobbiamo scegliere se tutelare un essere umano o la prostituzione, consapevoli che quest’ultima non è compatibile con l’altra.
Il racconto della sua esperienza (iniziata per procurarsi il denaro per l’eroina) nel mondo della prostituzione è molto crudo, ma è utile a sfatare i miti di una “professione” tutto sommato piacevole. Vi chiedo, chi di voi potrebbe trarre piacere da questo tipo di pratiche violente?
Subire continui stupri, qualcuno che vi urina addosso, che vi inserisce corpi estranei nel corpo.
“Nella prostituzione, la donna cessa di essere percepita come un essere umano agli occhi degli altri, e diventa una mente intrappolata in un corpo che non le appartiene più. Ho usato l’eroina per tenere fuori da me ciò che ero diventata, ma ho assistito al deterioramento di altre donne nel corso degli anni”. Molte perdono la vita, come Jenny, morta di overdose giovanissima.
Ci hanno mai fatto caso le sostenitrici del sex-work? Questo porta alla distruzione di un individuo. Vogliamo veramente questo?
Mia chiede una legislazione che punisca i clienti. Vi traduco un suo discorso in occasione della CAP International conference presso l’Assemblea Nazionale a Parigi in Francia (qui l’originale), in cui racconta la sua esperienza e ci spiega il motivo di questa sua posizione.

In Italia andiamo come al solito contro corrente, dritti dritti verso lo sfruttamento di stato della prostituzione, condito da tante ipocrite e false buone intenzioni. Domani alla Camera (QUI) verrà presentato una sorta di manifesto bipartisan (Pd, 5stelle, Ncd, Forza Italia) a nome di 70 deputati e senatori, per riformare la legge Merlin. Il tutto sostenuto da escort come Efe Bal e da associazioni che combattono tratta e prostituzione sulla strada. Pierpaolo Vargiu e Maria Spilabotte guidano questo gruppo. Dopo il manifesto inizierà la discussione per arrivare a un testo comune, fondato su zoning e sulle “case libere e autonome” gestite da lucciole e sull’iscrizione alle Camere di commercio. In pratica, si ignora totalmente la tratta, la coercizione, la violenza e il fatto che la maggioranza di queste donne non sono libere di scegliere e non hanno alternative. Vi consiglio di leggere l’articolo che ho linkato. Muoviamoci velocemente per impedire questo orrore!

 

Buongiorno, mi chiamo Mia, io penso, dunque, sono, perché non nego dove l’eroina e la prostituzione mi hanno portato, ma mi rifiuto di lasciare che questo mio passato possa definire la persona così come sono oggi, perché se lascio che ciò avvenga, potrebbe coincidere con ciò che sono, ma non è tutto ciò che sono.
L’acquisto di un altro essere umano per farci sesso, non è e non è mai stato l’acquisto di sesso, perché né io, né le altre donne, in strada o nei bordelli, vendiamo semplicemente i nostri genitali, le nostre bocche o gole perfettamente impacchettate, da prendere in prestito e da restituire. No, ho dovuto seguirli, dovevo parlargli in primo luogo, la mia mente era presente tutto il tempo.
Devi sempre comprare la persona prima di avere accesso al suo corpo. Il primo principio di uguaglianza, secondo Simon Haggstrom, uno dei principali sostenitori europei della dignità umana, sostiene che nessun essere umano dovrebbe avere il controllo sul corpo di un altro essere umano, questo è ciò che avviene in prostituzione.
La mia prima esperienza di violenza è stata terribile, uno stupro di gruppo (insieme a un’altra donna, a una festa di Natale, dove circolava droga e sostanze alcoliche, ndr), sembrava non dovesse aver mai fine, e per un certo verso è stato così, perché da quella notte non ho più vissuto, esistevo in un mondo che non riuscivo più a comprendere, che non aveva più alcun senso.
Ho lasciato l’edificio con il corpo e il viso feriti, puzzavo di urina e sanguinavo dal retto. Ora puoi comprendere perché non vedevo altra possibilità di scelta e l’unica soluzione era realizzare una sorta di dissociazione; la giovane donna che era con me quella notte è morta di overdose due mesi dopo. Per molti la sua morte sarà solo una delle tante che rientrano in queste tristi statistiche, ma per me la sua vita ha sempre avuto un valore. Gli eventi di quella notte mi hanno esposta a un livello tale di crudeltà umana, ma a parte la mia resistenza, mi permisero di comprendere quanta sanità mentale fosse scomparsa in quella ventisettenne, e c’è un bambino che crescerà senza mai sapere con quanta forza sua madre stesse lottando per uscire da quella vita, e non potrà mai sapere quanto meravigliosa fosse sua madre, tutto questo gli è stato sottratto (come a tanti altri bambini) a causa della prostituzione.
Il mio stupro successivo avvenne un anno dopo, da parte di un delinquente solitario, sulla strada in cui mi trovavo, il terzo stupro non so se definirlo tale, accadde la stessa notte del secondo, mentre ero seduta per terra dopo l’attacco, i miei soldi e il mio cellulare erano stati rubati, ero sola e disorientata, con un corpo dolorante e una mente in difficoltà, quando un cliente regolare si fermò e si offrì di accompagnarmi a casa. Gli raccontai cosa fosse successo poco prima, mi offrì un caffè, ma poco prima di arrivare a casa mia, mi ha ricordato che non avevo i soldi per pagarlo, ma che avrebbe potuto risolvere, non ho avuto il tempo di rispondere che mi sono sdraiata e l’ho lasciato fare, cosa pensate che sia fare una cosa del genere a una donna che è appena stata stuprata?
L’ultimo stupro avvenne da parte di due ragazzi fatti di cocaina, uno faceva il palo, mentre l’altro mi stuprava, ma per me chi faceva il palo era altrettanto colpevole. Posso raccontare innumerevoli storie di umiliazioni, di persone che ti urinano addosso ecc. di stupri orali, infatti io non ho più il riflesso del vomito, i muscoli nella parte posteriore della gola hanno imparato a rilassarsi, hanno dovuto imparare.
Stiamo considerando il peggio del peggio, quello che cerco di dirvi è che se si pongono le basi per uno stupro, questo accadrà, come dire io e la mia amica da sole in un appartamento con otto uomini, noi come prostitute siamo un obiettivo primario per un acquirente che vuole compiere un reato sessuale come lo stupro, solo con noi può farlo e restare impunito, la legge e la società svolgono un ruolo importante per permettere che le cose vadano in questo modo, rimarrà impunibile, come rimane legale acquistare un essere umano. L’eroina, che era stato il motivo per cui avevo iniziato, era diventata l’unico modo per sopportare di essere acquistata, strano paradosso, a cui poche di noi riescono a sfuggire, io sono una di loro.

Noi esistiamo là fuori, sotto la costante minaccia della violenza, una nuvola nera di paura aleggia intorno a noi in modo permanente, è una paura come la descriverebbe Aristotele, in cui la paura è il dolore che senti come anticipazione di un male in arrivo, e in prostituzione il male arriva molto di frequente, ma la cosa peggiore di questo tipo di paura è che si tratta di una condizione fissa.

Mia de Faoite, a survivor of prostitution_ Photograph Lisa Cawley

Mia de Faoite, a survivor of prostitution_ Photograph Lisa Cawley

La prostituzione e la tratta sono intrinsecamente legate, l’una esiste perché esiste l’altra. Negli ultimi 18 mesi che ho passato sulla strada, ero insieme a una vittima di tratta, lei divenne la mia amica più cara, non ho mai visto un essere umano così malridotto. Le condizioni in cui era costretta a vivere erano enormemente disumane e lei aveva sviluppato una sorta di senso contorto di fedeltà al suo sfruttatore, che l’aveva rapita da casa, portata in Europa e infine in Irlanda, in questa fase era stata completamente distrutta, il controllo del suo sfruttatore era tutto ciò che conosceva, l’avrebbe picchiata se si fosse ribellata, le aveva sottratto il passaporto, la faceva lavorare dalle 6 di pomeriggio fino alle 5 della mattina successiva, era tossicodipendente di crack, fornita dal pappone, che doveva ripagare con 100 euro, lei non ci guadagnava niente. Anche se eravamo giunte allo stesso punto da strade diverse, eravamo unite perché entrambe venivamo comprate, usate, sfruttate, umiliate e stuprate dagli stessi clienti, una notte un cliente poteva comprare me e qualche notte dopo lei, e un paio di volte venimmo acquistate insieme, e quel legame non può essere rotto da nessuno, mai e in nessun luogo.
Spesso mi capita di pensare che per quanto dissociata sia stata la mia esistenza, almeno potevo tornare a casa la sera, penso che sia ancor più complicato se vivi in un Paese in cui non conosci nessuno, e dove tutti parlano una lingua diversa dalla tua.
Concludo la storia della mia amica originaria dell’Africa, che era con me sulla strada, una delle cose più tristi a cui abbia assistito e che chiarisce bene la prospettiva. Ero a casa da sola, mia figlia era malata e aveva bisogno di cure, mi squillò il telefono, c’era stato un diverbio tra lei, il suo pappone e un’altra ragazza. Le dissi di raggiungermi a casa perché ero da sola; ho sempre tenuto separate la mia vita a casa e quella per strada.
È arrivata, non riusciva a smettere di piangere, non l’avevo mai vista così sconvolta; l’ho abbracciata e ho controllato le sue ferite, aveva sangue sulle mani, ma per fortuna erano ferite superficiali. Non era importante il motivo della lite, se per il controllo, la droga o altro. Le feci il caffè e ci mettemmo a fumare. Le ho detto che le avrei preparato un bagno visto che sembrava esausta. L’ho lasciata in bagno e sono andata nell’altra stanza. Mi ha chiamata e quando sono entrata sono rimasta sconvolta dentro, davanti a me c’era la mia amica, ma aveva il corpo di un bambino, il suo ventre sporgeva, non aveva seno, il suo corpo era coperto da vecchi e nuovi lividi, graffi, sembrava appena uscita da un campo di concentramento. Non volevo che mi vedesse piangere. Sono tornata in bagno nuovamente per lavarle i capelli perché aveva le braccia doloranti. L’ho aiutata ad asciugarsi i capelli e canticchiava come una bambina. L’ho messa a letto e ho aspettato che si addormentasse. Poi ho pianto per quella bambina perduta che avevo appena messo a letto, non dimenticherò mai quell’immagine che ho visto quella sera, non eravamo in un campo di concentramento, in Polonia nel 1945, eravamo nel mio appartamento, a Dublino, nel 2010, non c’era una guerra in corso, ma non c’era una legge che ci proteggesse.
Si proteggono i cittadini per bene, io penso che per molte persone quelli che comprano altri esseri umani per sesso sono dei buoni cittadini, in quanto hanno un lavoro retribuito, pagano le tasse, l’affitto o acquistano casa con le loro compagne, hanno da due a quattro figli, rientrano in ciò che la società ritiene corretto, perciò gli si concede questa piccola indulgenza, così lo permettiamo e lasciamo che sia legale. Per tutti gli uomini che hanno comprato me o le altre donne, gli uomini che alimentano questa industria perversa, camminano in mezzo a voi tutti i giorni, sono padri, sono mariti, colleghi ecc. non vogliamo riconoscere che il cittadino per bene può comportarsi come un cattivo essere umano, capisco la paura, non sopportiamo l’idea di rompere le uova nel paniere della società ma a chi ne paga le spese lo facciamo!
Una come me d’altra parte viene considerata una cattiva cittadina, non ho un lavoro, sono stata assistita dallo stato, ero una eroinomane e peggio ancora, mi mettevo per strada ad adescare quegli onesti uomini, come se non avessero altra scelta. Ma io sono un buon essere umano, lo sono sempre stata. Questo è l’equilibrio che devi trovare tra il cittadino per bene e una brava persona e chi di noi viene prima per quanto concerne il bisogno di protezione.
Come possiamo sperare che ciò accada? Seguiamo il modello svedese, la Svezia pone al primo posto la dignità umana. Hanno compreso pienamente cosa sia il concetto di dignità umana, che è il rispetto e il valore che ci diamo l’un l’altro come esseri umani. Cosa succede quando mettiamo al primo posto la dignità umana, come la Svezia ha dimostrato senza ombra di dubbio è che il bene vince, mentre i Paesi che hanno messo all’ultimo posto la dignità umana, il male prospera, come è evidente laddove si è scelto di depenalizzare e legalizzare la prostituzione. Il male è sia la tratta di esseri umani che il destino a cui donne e bambini inermi sono destinati, ovvero la prostituzione. Si aggiungono alle tossicodipendenti, alle emarginate e alle donne rovinate come me, intrappolata ma in modo diverso, al servizio dei bisogni di un determinato gruppo di uomini.
Credo che i peggiori mali del mondo non abbiano un responsabile, e inoltre credo che sia giunto il momento che si evidenzi che tutto questo male esiste a causa di questi signor nessuno che si sono resi responsabili di aver sostenuto questa crudele industria e questa tratta di schiave. Non desidero altro che con una legislazione apposita venga dato il potere ai poliziotti che invano hanno cercato di proteggermi, di sanzionare i trasgressori, di comminare il carcere per i papponi e chi induce alla prostituzione, inviando un chiaro messaggio a chi traffica in esseri umani: che le donne non sono più in vendita, perché non esiste alcuna legge migliore per contrastare la tratta del considerare schiavismo l’uso di un altro essere umano.
Questa legge riguarda la protezione degli esseri umani più vulnerabili, molti dei quali quando vengono salvati, si scopre che hanno dei codici a barre tatuati sui loro corpi, a ricordare il debito contratto, non credo che la memoria dell’Europa sia così corta. Questa legge riguarda la tutela della dignità e della libertà, e quando la dignità umana è in pericolo e delle vite umane sono in pericolo, le differenze politiche e di sensibilità diventano irrilevanti.
L’unica cosa certa è che sei anni di conoscenza personale antropologica di cosa vuol dire sfruttamento sessuale, mi hanno portato a pensare che la prostituzione non è compatibile con l’umanità e dobbiamo scegliere una delle due.

 

Prossimamente pubblicherò un’altra traduzione di uno scritto di Mia sulla tratta.

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Ciò che i clienti non amano sentire

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Oggi vi propongo un punto di vista maschile sulla prostituzione. Ho tradotto questo articolo (qui l’originale) del giornalista Victor Malarek*. Una serie di punti su cui i clienti di solito non amano riflettere e sui quali costruiscono dei mondi fantastici per auto-assolversi.

Una specie di memo per tutti gli uomini abituati a “sorvolare”. Non siamo in un film, tipo Pretty Woman.

 

Siamo nel XXI secolo e decine di milioni di donne e di bambini sono schiavizzati nei loro paesi, in ogni angolo del globo, per essere usati per fini sessuali.
Ogni anno centinaia di migliaia tra donne e bambini sono vittime di tratta, che li porta negli USA per rifornire il commercio di sesso.
Indagando sulle cause all’origine della calamità delle schiave del sesso, ho rapidamente compreso che la principale causa di questo fenomeno – gli UOMINI – uomini che pensano che siccome hanno del denaro, hanno anche il diritto di noleggiare e di invadere il corpo di una donna.
Attraverso tutte le mie ricerche, ho assistito alle cose peggiori compiute dagli uomini che comprano donne e bambini. Ho visto la loro totale indifferenza verso un altro essere umano; il loro profondo disprezzo e la loro mancanza di rispetto per chi si prostituisce; e il loro enorme senso di diritto e l’allucinante considerazione che hanno di sé.
E ho subito imparato che i clienti non vogliono sapere niente a proposito dell’incredibile sofferenza che causano in tutto il pianeta.
Ciò che ho scoperto è che loro vogliono, hanno bisogno solo di credere ai miti; le bugie e la propaganda che li aiuta a continuare a dormire sonni tranquilli.

Oggi gli uomini che si aggirano di notte alla ricerca di sesso da comprare, con aria di sfida, si appellano al mito che tutte le persone che si prostituiscono lo fanno per SCELTA e che stanno facendo soldi nel modo più semplice, sulle loro spalle.
I clienti non vogliono ascoltare le tragiche storie di come la stragrande maggioranza di donne e bambini sono stati costretti a prostituirsi.
Non vogliono sapere di bambini e bambine vendute all’età di 5-6 anni dai genitori poveri e disperati ai proprietari dei bordelli in Cambogia, Thailandia, Vietnam, usati e stuprati dai clienti durante i loro sex tour.
Non vogliono sentir parlare del fatto che la maggior parte delle prostitute donne e bambine sono reclutate dai commercianti di carne umana, in tutto il mondo occidentale, all’età di 12-13-14 anni – ragazze adolescenti che sono state rese vulnerabili dalla violenza del loro ambiente, vittime di famiglie spezzate e violente, dove hanno subito stupri da padri, nonni, zii, amici di famiglia, eventi che hanno distrutto la loro innocenza e il rispetto per se stesse.
I clienti non vogliono sapere che la maggior parte delle prostitute e dei bambini sono controllati da papponi violenti e dalle organizzazioni criminali; che la maggior parte sono dipendenti da droghe, a volte in modo coatto dai loro papponi, trafficanti di droga, al fine di avere un maggior controllo su di esse, e che la maggior parte di loro soffre di problemi seri di salute mentale.
I clienti non vogliono sentire che i trafficanti sono alla perenne ricerca di nuove ignare giovani donne e bambine per foraggiare l’apparentemente insaziabile mercato del sesso globale.
Non vogliono sapere come queste donne e ragazze vengono “iniziate” e dove vengono “preparate” per il mercato di carne umana. Luoghi, fuori dalla vista, in città come Mosca, Belgrado, Milano, Berlino, Miami, New York – dove vengono picchiate, subiscono stupri di gruppo e vengono costrette a rispettare ogni richiesta fatta dai loro nuovi proprietari, dove vengono svuotate della loro personalità, fino a quando non sono più in grado di agire e di pensare da sole.
L’unica via di sopravvivenza per queste donne e ragazze indigenti è la prostituzione. In sostanza, ciò che esse sono costrette a fare è frutto di un atto di disperazione e non c’è mai una scelta quando si è disperate.
Questa è l’agghiacciante, dura realtà per la stragrande maggioranza di coloro che si prostituiscono, e i clienti non vogliono conoscere nulla di tutto ciò.
I clienti vogliono continuare a credere alla menzogna per cui in qualche modo, magicamente, una donna viene illuminata dall’idea che la prostituzione possa essere l’inizio di un gratificante e meraviglioso percorso di carriera!
Che queste donne godano a servire una mezza dozzina o più di idioti strani, puzzolenti, mollicci, sudati, di mezza età, fatti di Viagra, per il semplice fatto che è un lavoro ben pagato!
Ed è a causa di tutte queste bugie, propaganda e miti assurdi perpetuati dalla lobby della legalizzazione della prostituzione che la situazione per decine di milioni di donne e bambini poveri sta peggiorando in tutto il mondo.
Il fatto è che negli ultimi dieci anni, la domanda da parte degli uomini per il sesso a pagamento ha subito un’impennata.
Non esiste una spiegazione complessa o complicata di quanto sta accadendo. È tutto molto semplice.
In gergo economico, donne e ragazze sono merce; l’offerta che è un lato della moneta. E i piani integrati dell’offerta sono la povertà, la mancanza di istruzione, e il desiderio eterno degli esseri umani disperati di poter migliorare il proprio destino.
Ribaltando la moneta, troviamo la domanda dell’equazione se poniamo l’accento su tre lettere fondamentali: “m…a…n.”, deMANd, ovvero gli ”uomini”.
Senza la domanda, non ci sarebbe alcuna offerta.
Non sarebbe proficuo per criminali e sfruttatori restare in questo business se non ci fossero plotoni interminabili di uomini che si aggirano per le strade alla ricerca di sesso a pagamento.
Le attività clandestine degli uomini a caccia di donne e ragazze prostitute sono sempre state liquidate con commenti facondi di questo tipo: “I ragazzi sono ragazzi… stanno semplicemente seminando la loro avena selvatica”. È proprio questo radicato e bizzarro atteggiamento che ha portato all’esplosione globale di uomini che comprano sesso.
Tutti questi folli miti, largamente accettati come “il bisogno di sesso per allentare la tensione”, “la naturale propensione dell’uomo per il sesso”, “la prostituzione per proteggere le belle donne e ragazze dallo stupro” e “il rito di passaggio per i ragazzi verso la virilità”.
Non importa in che modo si esamina il problema dell’acquisto di sesso, non si può sfuggire da questa conclusione: l’intera catastrofe globale dei diritti umani è totalmente causata dagli uomini.
L’agghiacciante, dura realtà è che poco verrà fatto per fermare questa carneficina sessuale in tutto il mondo fino a quando gli uomini non inizieranno ad assumersi le proprie responsabilità per il loro comportamento.
Gli uomini possiedono la chiave per mettere fine a questa follia sessuale perché a differenza delle decine di milioni di donne e ragazze prigioniere del mercato del sesso, gli uomini hanno la possibilità di scegliere.
Gli uomini possono compiere scelte diverse e quelli guidati da una propria bussola morale lo fanno.

* Victor Malarek is known as a tough investigative journalist who is willing to delve into stories revealing the worst side of human nature. At present, he brings his hard-hitting investigative skills to CTV’s current affairs show W5. Malarek has written six non-fiction books. His most recent, Orphanage 41 is his first fiction. The Johns – Sex for Sale and the Men who Buy It – was published in the U.S. and Canada in 2009. It is a follow up to his internationally acclaimed: The Natashas – Inside The New Global Sex Trade (2003), which has been published in 12 countries and 10 languages. His first book: Hey … Malarek! hit bookstores in 1984. It documents his troubled and tumultuous childhood and teenage years. In 1989, it was made into a feature movie.
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L’abolizione è un processo a lungo termine

 

Egon Schiele

Egon Schiele

 

Ho tradotto questo post di Rebecca Mott del 5 febbraio (qui), perché tra le sue parole si legge la sua esperienza personale. Non sono parole buttate al vento, superficiali, vuote, sono parole di chi ha vissuto in prima persona l’esperienza della prostituzione. L’enfasi del suo appello è il risultato del suo vissuto, di un sentire viscerale, di anni di abusi e violenze. Nessuna parola è fuori posto se a scriverla è una donna con il vissuto di Rebecca. Un esempio prezioso per chi crede che si possono cambiare veramente le cose. La strada è lunga, costellata di ostacoli, ma va intrapresa con determinazione. Quotidianamente, ognun* con le proprie forze deve cercare di sradicare i pregiudizi e la rassegnazione che avvolgono questo argomento. Dire che nulla si può fare, che la prostituzione è per sempre è come aver dato ragione a tutti quegli uomini che ogni giorno usano le prostitute come merce, come oggetti. Non voglio più ascoltare giustificazioni del tipo: “fa parte della natura e della fisiologia del maschio”, “ci sono uomini soli che non possono fare altrimenti” ecc. La prostituzione non può essere considerata un servizio sociale di assistenza a “uomini in difficoltà”. Non è nulla di tutto ciò. Sono tutti alibi, che molte donne continuano a sostenere. Mi chiedo, ma non sarebbe forse giunto il momento di incrinare questa mentalità millenaria? Forse se iniziassimo tutte e tutti a guardare ai clienti con occhi realistici, vedremmo solo degli uomini violenti, degli stupratori, dei meschini padri e mariti, amici o figli, dei soggetti che non hanno mai avuto una sana sessualità, che guardano alle donne come a degli oggetti de-umanizzati o di serie B. E se dobbiamo intraprendere un’inversione culturale è ora di muoversi.
Non ci lasceremo intimidire da attacchi e pressioni di ogni sorta. Perché questa è sisterhood.

 

Mi accingo a scrivere qualche mia breve considerazione su cosa rappresenti l’abolizione per coloro che ne sono uscite e per me a livello individuale e perché non è semplice, né a breve termine.
È fondamentale capire chi e cosa sono le lobby del commercio sessuale (sex-trade lobby) e cosa non sono.
Questa lobby non è un gruppo di troll che si nascondono dietro un computer.
Questa lobby è molto organizzata, con finanziamenti ingenti, e recluta molti clienti e prostitute per costruire e montare la loro protesta.
Questa lobby è organizzata da coloro che traggono profitti dalla disumanizzazione delle prostitute – la sex-trade lobby è composta da papponi, ma non si occupa solo di profitti, pertanto è composta anche dai clienti.
Qui di seguito vi riassumo ciò che il mercato del sesso non è

Non ha interesse per il benessere psico-fisico o sessuale delle prostitute.
Non ha interesse a liberarle e a permettere una loro emancipazione.
Non fa nulla per migliorare i diritti umani delle prostitute.
Trascura completamente la salute e la sicurezza delle prostitute.
Volontariamente rende tutte le prostitute una classe sub-umana.
Perciò, se avete anche solo la minima sensazione che l’abolizione sia la risposta, smettete di credere alla sex-trade lobby e alla sua propaganda.
Non credete quando sostengono che la prostituzione può essere resa sicura – o anche un minimo sicura tanto da far finta che lo sia.
Non cascate nel mito che la prostituzione indoor può essere resa sicura, liberatoria e in qualche maniera “a favore delle prostitute”.
Inizia a ragionare con maggiore chiarezza, pensa al fatto che la maggior parte della violenza maschile sulle donne che non sono prostitute avviene in un ambiente domestico e da uomini conosciuti dalle vittime.
Perché le prostitute dovrebbero essere le uniche donne al mondo ad essere sicure quando si trovano da sole con un uomo tra quattro pareti – non ha senso, forse perché è pura spazzatura o semplici menzogne costruite da chi vuole trarre profitto dalla prostituzione indoor.
Siamo realisti – i clienti che comprano le donne, le vedono come merce, questi uomini sono spesso portati alla violenza, soprattutto se le loro aspettative vengono frustrate.
Questi clienti, sia che si servano della prostituzione di strada o da appartamento, di solito sono sadici quando sono in ambienti chiusi.
Osserviamo i più eclatanti casi di omicidi di prostitute – l’assassino di Ipswich abbordava le sue vittime per strada e poi le uccideva nel suo appartamento, lo stesso è avvenuto con gli omicidi a Bradford.
I numerosi omicidi in Canada ad opera di un serial killer che colpiva principalmente prostitute native americane, sono avvenuti all’interno del suo ambiente di lavoro (credo si tratti di Robert Pickton, ndr).
E, parlare, e seriamente ascoltare le donne che ne sono uscite, specialmente quelle che esercitavano in casa, essere al corrente, come noi, di quanto sia facile far scomparire le prostitute dai bordelli, dalle camere d’albergo, dalle case dei clienti, dai sex club.
È normale per una prostituta aspettarsi di scomparire dai sicuri ambienti della prostituzione indoor – ma non è abbastanza rilevante da essere riportato dai media, da essere contemplato nelle statistiche dei crimini.
Chiudi la prostituzione dietro una porta e così, come per magia, l’avrai resa invisibile.
Sto avendo difficoltà a concentrarmi mentre scrivo questo post, principalmente perché quando penso a sostenere coloro che sono uscite dalla prostituzione, avverto un profondo abisso di disperazione e mi assale il pessimismo.
Sono terrorizzata dall’idea che, come accaduto nella maggior parte dei casi nel corso della storia delle prostitute che si sono battute per la libertà, potremmo venire abbandonate dai nostri sostenitori ed essere lasciate da sole a fronteggiare la sex-trade lobby.
Ciò non deve accadere, a causa di questa lobby non si riesce ad attribuire umanità alla categoria delle prostitute, e la loro speranza di isolarci consentirebbe di rendere la nostra distruzione invisibile.
La sex-trade lobby ha provocato e sta generando un genocidio di prostitute.
È una forma di “genocidio intelligente” poiché reso invisibile, perché c’è un costante ricambio di donne disperate, quando qualcuna si loro scompare o viene assassinata.
È un genocidio che si nutre di tutte le miserie che affliggono il genere umano – recluta persone povere, in tempi di guerra o per catastrofi naturali, reduci da abusi subiti durante l’infanzia, tra coloro che subiscono discriminazioni razziali, tra donne che sono state rese cittadine di serie b, tra donne che non hanno autostima, e così via.
I commercianti del sesso reclutano e lo rendono un mercato altamente redditizio.
Si dovrebbe notare il loro cinismo e l’intento di mettere a tacere le nostre proteste per tutte le donne morte che non fanno notizia.
Per questo quando cerco di scrivere ciò che personalmente vorrei fare per sostenere e lottare per le prostitute, ricorda che il mio cuore è spezzato.
Voglio rabbia – non la reazione passiva di apprezzare gli sforzi delle fuoriuscite a rompere quel silenzio imposto.
Noi non vogliamo e non abbiamo bisogno della vostra pietà, le vostre lacrime nascondono l’apatia, voi state inscatolando le nostre vite per poterci controllare.
Molte delle sopravvissute desiderano essere libere, giustizia, abbiamo bisogno di “soldati” che si battano per questo – non semplicemente firmando petizioni, intraprendendo discussioni interminabili, o ri-raccontando storie simbolo.
Non è il momento per una trattativa – com’è possibile negoziare con la sex-trade lobby che non riconosce alle prostitute alcuna umanità?
È il momento di combattere a tutti i livelli.
Mi piacerebbe tornare alle vecchie pratiche, come quella di bruciare i sex shop, o di fotografare gli uomini che entrano nei sex shop/club o nei bordelli; il boicottaggio delle imprese porno, i picchetti nelle zone a luci rosse.
Mi piacerebbero delle azioni guidate e sostenute dalle sopravvissute.

Mi piacerebbe che riuscissimo ad ascoltare le sopravvissute a un livello più profondo di quanto facciano politica o le argomentazioni di breve termine – non ascoltare cosa rappresenti un trauma, la nostra percezione della violenza maschile, come viviamo immerse nella violenza.
Apprezzerei che in ogni discussione sul perché noi dobbiamo andare verso l’abolizione, vi fossero il dolore, la sofferenza e i traumi.
Mi farebbe piacere che ci fosse una manifestazione almeno una volta all’anno per commemorare la distruzione della classe delle prostitute – ma non dev’essere qualcosa a margine o come riflessione della violenza maschile.
Sarebbe un bel segnale se in ogni città ci fosse un memoriale permanente che ricordi queste perdite.
Sarebbero dei modi con cui la società potrebbe dimostrare che considera le prostitute degli esseri umani in tutto e per tutto.
Vorrei che ogni lettore/lettrice di questo blog interroghi gli uomini sul loro uso di prostitute. (Lo faccio quotidianamente sia con persone reali che nel mondo virtuale, questo li porta a irritarsi molto, ndr).
Desidero che ci siano uomini che si definiscano abolizionisti e che sappiano confrontarsi con altri uomini consumatori di sesso a pagamento.
Desidero che i clienti vengano seriamente puniti – per stupro seriale, per GBH/ABH, per tortura.
Desidero che ci siano pene severe per gli sfruttatori – per violenze psico-fisiche e sessuali, per reclusione forzata, per schiavitù, e tutti i crimini peggiori.
Perché è considerato sufficientemente congruo far pagare una ammenda ai clienti, che sono spesso degli stupratori seriali, capaci di torture psico-fisiche e sessuali – sarebbe il caso di sottolineare che forse le prostitute non sono considerate “esseri umani” a sufficienza da meritare giustizia?
Mi rendo conto che ci sarebbero altre mille cose da dire – ma fate qualsiasi cosa nelle vostre possibilità per fermare questo genocidio – non distraetevi, non guardate dall’altra parte.

 

Approfondimenti

♦ Da Anita Silvano

Lo Stato prosseneta.
“Non possiamo continuare a pensare la prostituzione come una questione di libertà individuale, ma dobbiamo capire che ogni sistema politico ha la sua politica sessuale e la prostituzione è sempre stata un’istituzione a disposizione del sistema di turno, nella fattispecie, adesso, del neoliberismo. Il neoliberismo cerca di farci pensare alla prostituzione solo dal punto di vista individuale, cancellando tutte le tracce del sociale che potrebbero metterla in discussione”.
Beatriz Gimeno

 

♦  Guardate a pagina 2 di questo ciclostilato del 1980:

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Sex work, ovvero come salvaguardare la dignità maschile

tratta

 

Ho trovato la testimonianza di una donna (qui l’originale in inglese) che riflette sulle implicazioni del termine “sex work”. Le sue argomentazioni non sono da “spettatrice esterna” del mondo della prostituzione, ma partono dall’esserci dentro. Mi sembrava un interessante punto di vista da proporvi. Visto che le storie che girano ultimamente sono tutte pesantemente edulcorate e strumentali a un’assoluzione del cliente e del pappone (ma anche per renderli evanescenti e invisibili).

 

Chiamatela per ciò che è: prostituzione.
L’onore, la dignità sono qualcosa a cui gli uomini tengono molto. L’onore, anche e soprattutto, per le leggi maschili, si basa sul concetto di scelta. Un sacco di persone che hanno poca scelta, amano rivendicare la loro scelta, perché ne va di mezzo la loro dignità.
La retorica attorno alla prostituzione, sul fatto che sia una fabbrica di stigmi e di vergogna per chi si prostituisce, si basa interamente sul fatto che l’uomo non appaia “cattivo”. Gli uomini provano vergogna solo se associati o messi accanto alle prostitute, piuttosto che per il fatto di generare la domanda di prostituzione. Ci usano perché siamo lì, e desiderano sentirsi dignitosi nel fare ciò. È come se non ci fosse cognizione da parte dell’opinione pubblica che sono gli uomini a metterci lì. Non si ha la percezione di chi ci guadagna veramente dal fatto che noi siamo lì. Non si comprende chi ha creato i presupposti per cui siamo lì.
La retorica adoperata per “sanificare” la prostituzione, come empowerment, come sex work, e degna di uno status di “dignità”, serve unicamente per consentire che gli uomini che ci sfruttano non vengano considerati degli sfruttatori. La lobby dei magnaccia conosce la principale funzione del termine sex work, che va a beneficio e a promozione del commercio del sesso (ossia uomini con il diritto di comprarci per sesso e per trarne profitto).
I benpensanti che usano il termine sex work nella speranza di non apparire bigotti e per non negarci la “scelta”, contribuiscono a rafforzare i diritti e la dignità dei magnaccia e dei clienti. Negli interessi della dignità maschile, la dignità è inseparabile dalla parola “scelta”. Lo status quo di dignità, nella concezione maschile, passa ed è misurata sulla base della scelta. Peccato che qualcuno non abbia scelta! Ciò che è sottinteso quando lo chiamiamo sex work è che la donna abbia facoltà di scelta. Cosa c’è di più utile allo scopo?
Per questo motivo, (uno dei tanti), ma non spetta a me, né a nessuna altra prostituta dimostrarlo, lasciateci essere grate e concordare se il termine sex work è dignitoso.
Noi non commettiamo atti indecorosi contro noi stesse e non abbiamo nulla da dimostrare (o di cui essere grate), quando i media o l’opinione pubblica usa questo termine (sex work, ndr). In effetti, l’implicazione che noi rileviamo è che sia un insulto, e molto peggio, un offuscamento di chi compie certi atti.
Noi siamo prostitute. Il termine è sgradevole e viscerale. In parole povere, è sincero. Questo è il motivo per cui papponi e clienti non amano usarlo e perché la gente non ama sentirlo.
Non dobbiamo attribuire dignità a clienti e magnaccia. Né dobbiamo fornire alla gente una sensazione di sollievo, facendoli sentire meglio con se stessi, quando si tratta di prostituzione.
Se chi legge non è una prostituta o è una persona che adopera il termine sex work, chiedo che vi domandiate chi beneficia di questo eufemismo. Molti di noi conoscono l’efficacia delle “parole ambigue”, basti pensare all’efficacia del concetto di “danni collaterali” che si celavano dietro i discorsi dei guerrafondai. Se siamo abbastanza saggi, possiamo adoperare il nostro senso critico per capire a cosa stiamo contribuendo quando chiamiamo la prostituzione “lavoro”.

Saluti,
Spin

 

Allegati:

http://www.newstatesman.com/politics/2014/12/why-we-shouldnt-rebrand-prostitution-sex-work (tradotto da me qui)

18 Myths on Prostitution

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Non relazioni. Compro e pretendo?

18feb

 

Ho partecipato a un altro incontro organizzato dalla Caritas Ambrosiana sul tema della prostituzione. Relatori don Stefano Cucchetti e Lea Melandri. Il filo conduttore era il denaro, nel tentativo di scandagliare come esso e il mercato entrano in contatto con i temi etici. Possiamo porre il mercato in una posizione subordinata, oppure regola e determina ogni aspetto delle nostre vite?

Qui di seguito proverò a fare una sintesi dell seminario, aggiungendo qualche mia annotazione a margine degli interventi. I miei commenti saranno evidenziati da (Ndr).
Il tema è: il denaro come grande mediatore. Il corpo in prostituzione diviene bene mobile che messo sul mercato crea profitti. Il fenomeno come sappiamo è molto frastagliato, complesso.
Il bilancio delle unità di strada della Caritas nel 2014 parla di 1.386 contatti. La libertà di scelta è quasi impercettibile da questo punto di osservazione. Ma ancor più importante è sottolineare come consapevolezza e libertà di scelta non siano mai sovrapponibili. Questo dobbiamo tenerlo presente sempre, per non fare confusione sul concetto di libera scelta, come ho sentito in uno degli interventi del pubblico.

Cucchetti introduce il suo ragionamento attorno al denaro, citando Umberto Galimberti:

“La prostituzione è da considerarsi come sintomo del regime sessuale che caratterizza la nostra società. Alla sua base non si trova il sesso, ma il denaro. Il denaro infatti una volta dato si separa in modo assoluto dalla personalità e tronca ogni ulteriore conseguenza nel modo più netto. Pagando in denaro ogni cosa è chiusa nel modo più radicale. Di fronte al denaro tutto diventa merce” (qui un documento interessante da leggere).

A livello filosofico, sono pochi i contributi sul tema del denaro. Cucchetti cita il lavoro di George Simmel del 1902 (qui un bel pezzo di qualche anno fa su Simmel, pubblicato sul mensile Noi Donne).
Il denaro diviene pertanto un “grande presente silenzioso”, qualcosa che abita le nostre vite, gli imprime una impronta fortissima, ne determina, in modo più o meno invasivo, ogni aspetto.
È l’intero sistema di vita che viene impattato.
Cucchetti a proposito della locuzione latina “pecunia non olet”, cita un episodio della vita di S. Francesco:

“Francesco disprezzava il denaro al punto da considerarlo alla stregua del diavolo ed ai suoi frati era assolutamente vietato anche solo toccare una moneta. Un giorno, però, un uomo lasciò una offerta in denaro sotto la croce della chiesa di Santa Maria della Porziuncola ed uno dei fraticelli la prese con una mano e la poggiò sul davanzale di una finestra. Questa cosa fu riferita a Francesco ed il frate decise di recarsi da lui per scusarsi. Si prostrò quindi a terra in attesa della punizione, che Francesco gli comminò subito: togliere con la bocca la moneta dalla finestra e deporla su sterco d’asino fuori dalla chiesa, a simboleggiare che non c’era differenza tra quel denaro e lo sterco. Il frate obbedì senza fiatare, quasi sollevato che la punizione fosse così lieve”.

Il denaro per sua caratteristica è un elemento che non reca con sé informazioni sulla sua origine, perde la sua “puzza”. Ma Francesco cerca di farci ricordare che invece la puzza permane.
L’economia monetaria per Cucchetti è l’unica possibile, perché più efficace e semplice, si impone maggiormente rispetto ad altre soluzioni. Questo perché il denaro è uno strumento di mediazione molto pratico: è capace di oggettivare i rapporti commerciali. Se io desidero un bene che non ho, ma che un altro possiede, questo altrui possesso rende quel bene resistente al mio desiderio. L’oggetto è carico della soggettività della persona che lo possiede. L’oggetto parla dell’altra persona. Se io voglio soddisfare il mio desiderio, sorge il problema di come vincere quella resistenza, il legame soggettivo tra la persona e l’oggetto posseduto.
Il denaro è l’unico strumento di mediazione quantitativo (e non qualitativo), consente di misurare le cose. Ha valore per la sua quantità ed è in grado di staccare dal soggetto i suoi beni. Il denaro oggettivizza. Attraverso il denaro la mia identità, all’interno del mercato, da un lato si estende (dal lato dell’identità desiderata, se ho denaro a sufficienza posso comprare di tutto, è solo una questione di quantità), dall’altro si riduce (il denaro mi priva dei miei oggetti, la mia casa per esempio). Pezzo dopo pezzo, tutto si può sganciare da me, tanto che la mia identità reale può trovarsi ridotta all’osso. “Sono una psiche nuda, perché persino il mio corpo è acquistabile” secondo Cucchetti. Le entità desiderate possono diventare infinite:
– Il cliente attraverso l’accesso a “ennemila” donne;
– La prostituta che sceglie, implica un non limite del desiderio, di benessere, “di bella vita”.
Ma al contempo si verifica una riduzione dell’identità stessa sia del cliente che della prostituta.

A questo punto mi sorge una domanda. Ma siamo ancora al mantra della prostituta che sceglie? Non so se Cucchetti si è reso conto di questo particolare. Mi sembra che si rischi di cadere nel solito equivoco di fondo. Ma ora proseguiamo con il ragionamento. (Ndr)

Secondo Simmel, per quanto il denaro sia in grado di quantificare ogni cosa, il fatto che sia in grado di separare le persone dai propri oggetti di possesso è solo illusorio. Se torniamo al nostro tema principale, è chiaro che in prostituzione, per quanto la donna si convinca della possibilità di oggettificazione del proprio corpo, si tratta di una illusione. In questo caso riemerge il dramma soggettivo e questa separazione forzata non può reggere a lungo.

Mi viene in mente l’intervista a Rosen Hicher che avevo pubblicato qualche settimana fa. Non si può reggere in una situazione di violenza. (Ndr)

Cucchetti è convinto che non si debba fare a meno del denaro o del mercato, ma sia necessario tornare a sentire “la puzza” dei soldi, “ridando soggettività al denaro, riscoprendo un modello economico come mediazione di relazioni e non di oggetti/oggettualità”. Viene ripreso il passaggio del Vangelo sulle monete con l’effigie di Cesare, con la famosa risposta di Gesù “rendete a Cesare quel che è di Cesare”. Questo significa riagganciare il denaro alla mediazione relazionale. Gesù usa il denaro per svelare una ipocrisia, che c’è dietro l’uso del denaro. Ridurre tutto a un oggetto è comodo, perché permette di non scorgere che dietro ci sono relazioni. Occorre tornare a comprendere lo spessore delle qualità relazionali (un esempio sono le pratiche di micro-credito). Attraverso un recupero del concetto di “restituzione”, del riconoscere un debito che muove nuove consapevolezze nelle relazioni concrete.

Passiamo all’altra relatrice del seminario. Per comprendere il tessuto dell’intervento di Lea Melandri, consiglio la lettura preventiva di questo suo articolo (qui), comparso di recente su Il Manifesto.

Lea Melandri esordisce parlando di contesto prostituzionale allargato, che oggi si esplicita anche nei lavori precari. “Il denaro è un elemento portante del potere che l’uomo esercita sulle donne”. Si rievoca il rapporto uomo-corpo materno, che si manifesta sia attraverso le cure e l’accudimento, sia come fonte delle prime sollecitazioni sessuali. La prostituzione non è un lavoro come un altro, ma un impianto base della relazione tra sesso e denaro, sesso e lavoro, sesso e vita affettiva. Senza dimenticare l’ambito della politica. Melandri si chiede se per caso siamo tutte in qualche modo sex workers. A tutte è chiesto di imparare a vendersi bene, a rendersi appetibili, anche e soprattutto nel lavoro.

Mi ricorda tanto il consiglio che la mia insegnante di lettere del liceo diede a mia madre: “Sa sua figlia deve imparare a vendere meglio la sua merce”. Sì, è tutta una questione di commercio, di rendere “bello” un prodotto, perché così com’è non è sufficientemente in linea con il mercato. Non importa la sostanza, l’importante è che si presenti e che venga presentato al meglio. (Ndr)

Occorre interrogarsi alla luce della storia del rapporto tra i sessi, così come dei rapporti familiari, per comprendere cosa c’è dietro i clienti. Il bisogno di regolamentare e il desiderio di occultare hanno dato il via all’idea delle red zone dedicate alla prostituzione, denotando una profonda ipocrisia. Questi sono i nostri padri, amici, fratelli ecc. Lea Melandri è contraria a colpire i clienti, perché si dovrebbe ragionare sull’immaginario sessuale maschile che vede donna uguale corpo, al servizio dell’uomo. “Rassicurante ma riduttivo parlare del fenomeno prostituzione solo in termini di tratta o di sex workers”.

Qui c’è un evidente problema. Riconosco che si tratta di una rivoluzione culturale da fare, modificando l’immaginario sessuale maschile. Ma questo implica un lungo periodo. Sul breve periodo, per scoraggiare il consumo di sesso a pagamento e iniziare un percorso di cambiamento nelle pratiche maschili, l’idea di colpire il cliente è il primo step necessario. Altrimenti corriamo il rischio di rinviare e di continuare tacitamente a consentire e ad avvallare certi comportamenti.
Permane l’oscillazione di posizione che avevo avvertito anche nell’articolo sul Manifesto. (Ndr)

Melandri cita l’antropologa Paola Tabet, che annota un continuum tra prostituzione e ciò che per secoli si è svolto all’interno della vita coniugale, in cui il legame sesso-denaro era presente, nel rapporto tra marito e moglie.
Per mantenere il controllo sulle donne, gli uomini hanno creato anche la dicotomia tra sante e puttane.
Oggi con il fenomeno delle veline, delle escort, delle ragazze immagine, il corpo è divenuto ancora di più capitale, moneta di scambio. Non si tratta certo di corpi liberati, ma non sono prostitute tout court. Sono soggetti che si oggettivizzano. Si tratta di una emancipazione malata, perversa, data dalla società dei consumi. La donna è stata identificata nel corpo. Si sceglie un tipo di emancipazione formale e narcisistica per evitare laliberazione reale, effettiva. La disuguaglianza uomo-donna ha portato la donna ad adoperare il corpo e la sessualità per ottenere dei vantaggi, quindi in modo funzionale all’ordine socio-economico esistente.

Facciamo attenzione alle parole. Evitiamo di cadere in un trappolone, che alla fine dice che le donne sono manipolatrici e che tutto sommato hanno l’arma del corpo e la usano per raggiungere posizioni più favorevoli o di potere. Secondo me, a questo punto stiamo smarrendo la strada. Ci stiamo dimenticando che chi è in prostituzione nella maggior parte dei casi non ha scelta e non ha alcun potere: non trae vantaggio dal fatto che il suo corpo venga usato, messo in vendita sul mercato del sesso. Qui c’è un grosso equivoco, perché sembra che tutto sommato chi si prostituisce possa avere il suo tornaconto personale. La necessità di sopravvivenza e la schiavitù dell’essere merce deumanizzata non mi sembrano proprio elementi attinenti al vantaggio personale. (Ndr)

Melandri cita Pia Covre: “definire la prostituzione come un lavoro significa porre una separazione tra corpo e sessualità”. Un’occasione irripetibile per giungere alla “riappropriazione di se stesse”.

Ecco spuntare nel discorso il mantra secondo cui la prostituzione è un elemento di libertà, un mezzo per raggiungere la piena emancipazione femminile. Come mai non ci avevamo pensato prima!! (Ndr)

Poi Melandri cita Ciccone di Maschile Plurale, che si interroga sul potere del cliente e della prostituta. Ha più potere colui che acquista la merce o chi la possiede e la mette in vendita?

Oibò! Qui buttiamo alle ortiche decenni di riflessioni sugli squilibri di potere esistenti. Come possiamo dimenticarcene? Evidentemente ad alcuni fa comodo cancellare, rimuovere un dato palese. Cavolo, abbiate il coraggio di andare a raccontare certe cose alle donne che ogni giorno vivono in prima persona la vita sulla strada, o in bordello, la sostanza non cambia. Siamo alla teorizzazione del potere delle prostitute?! (Ndr)

Poi arrivano le lodi al testo di Giorgia Serughetti, che tinteggia un quadro romantico, bohémien del mondo della prostituzione (un pamphlet-invito a prostituirsi in massa, perché è un mestiere come un altro, ben remunerato e tutto sommato piacevole), tra fidanzate a noleggio e l’uomo che finalmente si abbandona a una relazione con una donna, senza il peso delle responsabilità. Ma che cosa c’entra la parola relazione se qui c’è solo un rapporto usa e getta con un corpo che per il cliente non ha nemmeno dignità umana, ma è solo un oggetto. Allora, siccome gli uomini hanno difficoltà crescente ad assumersi responsabilità di coppia, a vivere relazioni tra pari, è bene che trovino oggetti da comprare, necessari per i loro bisogni fisiologici? A questo è ridotta una donna? (Ndr)
Perché non abbiamo mai il coraggio di spostare i riflettori sull’uomo, sulla sua percezione deforme della donna? Qui il problema sta tutto dal lato della domanda, e non pensare di colpirla è sinonimo di connivenza. Non smetterò mai di ripeterlo. Vogliamo responsabilizzare il cliente o dobbiamo concedergli ancora decenni di alibi? Dobbiamo attaccare quella mentalità diffusa che vede come “normale” l’uso del corpo di una donna da parte dell’uomo. Questo non è né normale, né eterno, né ineluttabile! E diamoci da fare per aiutare chi è sulla strada e non ha né scelta, né potere. Costruiamo per loro delle alternative. Contestualmente occupiamoci del lavoro culturale, per costruire un nuovo modello di civiltà e di relazioni. (Ndr)
Per fortuna gli interventi del pubblico (tranne un caso) hanno raddrizzato il tiro, evidenziando i pericoli che derivano dal considerare la prostituzione un lavoro come un altro.

Lea Melandri dopo gli interventi precisa che per lei la prostituzione non rappresenta una modalità di liberazione e di emancipazione della donna.
Non mi stancherò mai di ripetere che quando c’è un bisogno da soddisfare, non c’è mai libertà. Laddove non c’è una uguaglianza economica o sociale, non vi può essere equità tra due posizioni. Senza dimenticare mai il divario di genere e i conseguenti squilibri. Ricordiamoci “la puzza” dei soldi. (Ndr)

 

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Gabriella Giandelli

© Gabriella Giandelli

 

Ormai si parla con approssimazione, lo fanno tutti anche coloro che si autodefiniscono “esperti”. Lo si fa perché la profondità a molti stanca, perché le argomentazioni sostenute da fonti, dati e letture specifiche sono troppo complesse da masticare e digerire. Lo vedo quotidianamente, anche tra coloro che si definiscono “impegnate”. Mi chiedo come diavolaccio possiamo andare avanti così. Argomento su cui si disserta del più e del meno è la prostituzione, dimenticandosi che non si può essere superficiali quando si parla delle vite di donne, che non sono solo corpi, come qualche maschietto e qualche donna ritengono. Quando ti senti dire che tutto sommato è normale che qualche donna si sacrifichi.. che rispondi a una così? Per la serie, ci si volta dall’altra parte e si va a messa la domenica. Questa è la prassi diffusa. La facciata va salvaguardata. Tutto il resto non conta. Per non parlare del fatto che quei clienti non sono dei fantasmi, ma possono essere i nostri parenti, amici, vicini, figli, mariti ecc.

Se le opinioni della maggior parte delle persone si formano unicamente sulla tv, sui talk che ti forniscono la pappa pronta per riempirti il cervello, è chiaro che i risultati siano pessimi. La vulgata sul provvedimento sulla red zone a Roma (per fortuna rientrato, anche se c’è chi chiede a gran voce una legge nazionale che spazzi via la legge Merlin) è che tale provvedimento nasce con “premurosi” intenti. Controllare e proteggere meglio le ragazze. La SICUREZZA. Poi scopri che un mucchio di gente è soddisfatta perché non vede più le prostitute sotto casa. Sono stata attaccata perché trovavo questa soluzione inaccettabile, frutto di una colpevole ipocrisia e non solo. Mi è stato detto che è più decoroso così, lontano dagli occhi: “Chi vuole aiutare queste donne, lo faccia, ma sinceramente non me ne frega niente, almeno così non si vedono certe scene”, “meglio così, poveri bambini che vivevano con questa roba sotto gli occhi”, “poi sai, gli uomini sono fatti così”, “non puoi combattere una cosa che c’è sempre stata e sempre ci sarà”. E poi, se riaprono i bordelli meglio così, lo Stato incassa. Così la gente sembra più contenta, ma io non lo sono perché spostare il problema fisicamente, non significa risolverlo. Nessuno, né tanto meno una istituzione, può procedere così. Non puoi dire, ti sposto e continua pure a stuprare, a usare le donne. C’è chi mi ha detto che si tratta di una soluzione tampone, poi si vedrà. Ma allora dico: “vai tu per strada a prostituirti e attendi provvedimenti che ti possano tirar fuori da questo inferno”. Questa è connivenza, questo significa dire ai maschietti, “guarda come siamo stati bravi, ora hai una zona in cui sei libero di usare le donne a tuo piacimento, con la nostra protezione e supervisione, sai l’importante è che non lo fai in un luogo frequentato, tra i palazzi”. Poi mi dovete spiegare se le organizzazioni criminali che gestiscono queste ragazze (anche minorenni) accetteranno mai di entrare nella red zone o preferiranno spostare la loro merce altrove, per non avere controlli.

Un paese in cui non si riesce a spiegare che occorre intervenire su una cultura che vede le donne come oggetti di cui servirsi. Un paese che sa ma preferisce non vedere. Un mucchio di cittadini che non legge, non è capace di ascoltare, di capire cosa significhi veramente prostituirsi. Leggete le testimonianze delle sopravvissute, di coloro che lavorano ancora per strada o nei bordelli. Lo so, fa molto male, ma solo così si costruisce rifiuto e repulsione per questi uomini che sono liberi di violentare le donne. Lo stigma deve essere sui clienti e sugli sfruttatori. Solo da questo si costruisce un’opinione pubblica che non si aspetta più free sex zone, ma uno stato che persegue e combatte il fenomeno, perché viola i principali diritti di una persona. Finora si è preferito ignorare e buttare la polvere sotto il tappeto. Per strada, in appartamento, o in mega bordelli, la sostanza non cambia. Questo donne subiscono violenze quotidiane per anni. Spesso pagano con la propria vita. Per cosa? Per un uomo che ha un’idea malata della sessualità? La mia indignazione massima deriva dal fatto che buona parte di queste argomentazioni le ho sentite fare da donne. Allora, mettiamoci in testa che forse sarebbe giunto il momento di dare un bel calcio ai non-uomini che vanno a prostitute, finiamola col difenderli. Non hanno bisogno di essere compresi! Va combattuta la domanda, punto e basta. Rendiamo questa schifezza di abitudine impossibile da praticare. Essere abolizionista non significa essere una utopista. Semplicemente non voltiamo la testa dall’altra parte. Nessun corpo può essere mercificato. Son cose che si insegnano, sin da piccoli. E poi, soprattutto, diamo delle alternative di vita a queste donne. Questo dovrebbe essere uno dei nostri principali obiettivi. Diciamo basta a questa vera e propria schiavitù. Questo mi aspetto, non soluzioni ipocrite e populiste. Non venite a parlarmi di autodeterminazione delle donne, che serve solo a mascherare tutto il resto.

Quando cerchi di portare la conversazione su clienti e papponi, ti rispondono così:

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Non avete idea di quante volte ho dovuto ripetere che in Italia prostituirsi non è reato, lo è invece lo sfruttamento. Per cui, nessuno può affermare che si voglia colpire chi si prostituisce. Girare la frittata è meschino, oltre che indice di ignoranza.

In questo blog ho da sempre privilegiato la scelta accurata e la citazione delle fonti. Un motivo c’è. Le mie opinioni non nascono come dei funghi nella mia testa, ma sono il risultato di letture e approfondimenti. Altrimenti non avrei mai il coraggio di scrivere. Non pretendo di sapere tutto, non mi posso definire una specialista. Non lo sono, ma quanto meno cerco di capire, di trovare risposte, meglio se numerose e diverse. Mi pongo domande e cerco di capire cosa c’è dietro i fenomeni. Per questo spesso propongo articoli che trovo in giro per il mondo, per avere uno sguardo diverso, perché spesso l’ottica nostrana è viziata e piena di lacune volute. Ecco, allora, quando qualcuno sosterrà che leggere non è necessario, sappiate che questa persona non vi ascolterà nemmeno durante la conversazione, perché le basteranno le sue idee e le sue torri mentali.
Documentarsi è fatica, ascoltare idem. Ma qui la si pensa diversamente.
Per cui, oggi vi propongo questa mia traduzione. Per chi ancora pensasse che i bordelli possano essere dei paradisi del sesso per le donne che vi lavorano.

Se ritieni che la depenalizzazione possa rendere la prostituzione sicura, dai un’occhiata ai mega-bordelli in Germania. È il titolo di un articolo pubblicato su New Statesman (qui), firmato Sarah Ditum. Mi piacerebbe che anche da noi ci fossero giornaliste come Sarah. Da noi invece si è sempre troppo preoccupate di bruciarsi la carriera. Dopo i fatti di Roma e della giunta Marino, che aveva proposto una red zone per ghettizzare la prostituzione, e chi spinge per una celere approvazione del Ddl Spilabotte, occorre davvero una mobilitazione collettiva. Non possiamo rimanere indifferenti e lasciar passare questi provvedimenti, che ammettono lo sfruttamento e lo stupro delle donne.

Qui di seguito la mia traduzione dell’articolo di Sarah Ditum.

 

I democratici liberali e i verdi supportano la depenalizzazione della prostituzione – nella speranza di renderli “sicuri”. Ma la Germania ha legalizzato la prostituzione nel 2002 e tuttora non si tratta di un lavoro come un altro.
C’è un luogo giusto per la prostituzione? Nel 2006, Steve Wright ha ucciso 5 donne a Ipswich. Tutte erano tossicodipendenti, e tutte si prostituivano per finanziare la loro dipendenza. Wright era un cliente, come tanti, ovviamente non più violento di tanti uomini che abbordano le prostitute sulle strade di Ipswich. Le donne che temevano per la propria vita, non avevano paura di Wright. “Era sempre una persona tranquilla con cui uscire, girava un paio di volte e poi sceglieva la donna che voleva”, ha detto Tracey Russell al Guardian (la sua amica Annette Nicholls era la quarta vittima di Wright). “Noi li chiamiamo solitamente “ritardati mentali”. Lui era uno di loro. Noi non avremmo mai sospettato di lui”.
A quei tempi, l’opinione pubblica sosteneva che quelle cinque donne erano morte perché si trovavano nel posto sbagliato – e che la penalizzazione della prostituzione le aveva messe lì. In un pezzo pubblicato sul New Statesman (qui), the English Collective of Prostitutes (ECP) ha accusato la legge sulla prostituzione, affermando che “le donne sono sono costrette sulle strade, piuttosto che prostituirsi nei locali, dove è più sicuro lavorare”. Ai tempi ero convinta che con un altro tipo di legislazione quelle cinque donne sarebbero state ancora vive. Tornando indietro ad analizzare quei casi, però, i fatti non si adattano alle tesi dell’ECP. Anche se una delle vittime, Tania Nicol, era stata costretta ad abbandonare il salone di massaggi, finendo per strada, non era stata spinta dai controlli di polizia: secondo uno dei gestori di un salone, era stata allontanata a causa della sua tossicodipendenza.
Le donne assassinate da Wright non erano “sex workers” spinte verso il pericolo da misure illiberali in merito alla loro “professione”; erano donne con vite fragili, caotiche, spinte verso la frontiera della violenza maschile a causa della loro dipendenza. Questa non è stata una scelta. (Russel descrisse al Guardian la prostituzione come qualcosa di “orribile”: “Si impara a cancellare tutto con il passare del tempo, solo perché sei sotto l’effetto di droghe, riesci a pensare ad altro. So che sembra strano, ma si fa. Ci si abitua a ciò, ed è finita in pochi secondi. Speriamo”.) Anche se ci fosse stato un bordello legale a Ipswich, mi sembra improbabile che queste cinque donne sarebbero state lì dentro.
Eppure la tesi secondo cui la depenalizzazione renderà sicura la prostituzione permane – nel Regno Unito è la politica perseguita dai Liberali Democratici e dai Verdi. In cosa consista questa maggiore sicurezza per le donne nella pratica è poco discusso, ma abbiamo un esempio a poche centinaia di chilometri da noi dal quale possiamo imparare. La Germania ha legalizzato la prostituzione nel 2002, seguendo il ragionamento (come Nisha Lilia Diu riporta al Telegraph qui) che questo sia un “lavoro come un altro”. Sex work come lavoro, con contratti, benefits, tutele sul posto di lavoro e nessuno stigma, che i sostenitori della legalizzazione spesso rilevano come il danno peggiore per coloro che si prostituiscono.

L’esperimento tedesco non è andato come previsto: le donne (spesso migranti alla ricerca di veloci guadagni per poi andar via dal paese di nuovo) non hanno registrato benefici, e i bordelli sorti non volevano garantire i contratti o prendersi il rischio delle altre responsabilità. Invece i proprietari dei bordelli sembrano più dei padroni di casa, riscuotono una sorta di tassa/caparra per poter far accedere gli uomini e per far lavorare le donne, ciò significa che una donna inizierà a guadagnare per sé solo dopo il secondo o terzo cliente. E cosa deve fare per ottenere quel denaro? Questa settimana, il documentario The Mega Brothel trasmesso da Channel 4 (qui), è andato a visitare la filiale di Stoccarda della catena Paradise (sì, in Germania ci sono catene di bordelli, come i fast food o i negozi di abbigliamento) e ha intervistato le donne, i clienti e il proprietario del bordello.

Se voi coltivate qualche aspettativa che il Paradise possa rappresentare una scena da Eden della sessualità liberata, sarebbe meglio che vi arrendeste subito. All’inizio, uno dei clienti ha spiegato la sua filosofia agli intervistatori. “Il sesso è un servizio,” ha detto, “Se tu vuoi ottenere del buon sesso, devi pagare abbastanza per esso.” (L’idea che il “buon sesso” possa includere il rispetto, l’intimità o il mutuo consenso non gli passa per la testa: è semplicemente un servizio, una prestazione tra uomo e donna, come se si trattasse della lavanderia o delle pulizie domestiche)  L’intervistatore domanda: “Che effetto ha questo sulle ragazze?” e il cliente sembra sinceramente perplesso. Dopo un attimo di silenzio, ammette: “Non so, non ci ho mai pensato”.
Sembra che un sacco di uomini non pensino a ciò che stanno facendo alle donne che pagano per fare sesso. Quando Josie, che lavora come prostituta al Paradise, mostra il contenuto della sua borsa alle telecamere, offre un inventario triste di dolore – vissuto, previsto ed evitato. “Ho un vibratore.. uno piccolo perché a volte i clienti sono un po’ aggressivi, un po’ rudi”, spiega. Una confezione di medicinali, anestetici genitali: “è come una piccola assicurazione se il dolore diventa troppo forte”, spiega.
Che tipo di “lavoro” può essere questo, per cui le donne devono assumere anestetici per sopportare la penetrazione da parte di uomini che nemmeno pensano che la persona che hanno davanti sia capace di sentimenti? Certo non si tratta del tipo di lavoro per cui le donne sono rispettate per farlo. Michael Beretin, il responsabile del marketing del Paradise, parla delle donne con il massimo disprezzo: “Queste persone sono totalmente fottute, un gruppo di persone senza funzione. Poche di loro hanno ancora un briciolo di anima… è molto triste ma è quello che sono.” (Questa strana contabilità dell’essenza umana mi ricorda una risposta di una tenutaria di un bordello in Nevada a Louis Theroux, nel 2003, contenuta nel documentario Louis and the Brothel: “Una ragazza è brava in ciò che fa se ogni volta lascia un pezzettino della sua anima.”) La teoria secondo cui la stigmatizzazione scomparirebbe con la legittimazione (del lavoro di prostituta, ndr) si rivela pura fantasia, scompare quando si scontra con la realtà dei fatti.
In Germania ci sono ancora magnaccia (i “loverboys” che manipolano le donne nei bordelli e gli rubano i guadagni). Ci sono ancora i trafficanti, che cercano di piazzare i loro prodotti umani nei Paradise. C’è ancora odio nei confronti delle donne. E fondamentalmente, c’è ancora la prassi brutale che le donne vengono scopate per soldi, scopate che fanno male, come se non si sentissero a casa nel proprio corpo. La prostituzione è violenza contro le donne, inflitta dagli uomini. La violenza di essere malmenata con un vibratore, è inferiore alla violenza di essere soffocata, ma anche il fatto di dover fare un confronto è nauseante. Non esiste nessuna “sicurezza” qui – quando i corpi delle donne sono aperti per l’uso maschile, stiamo semplicemente discutendo il confine tra “terrorizzata” e “morta”. La prostituzione non è semplicemente un lavoro con qualche sfortunato, ma inevitabile (maschio, violento) pericolo, che può essere migliorato: è un’istituzione che insiste sulla disumanizzazione delle donne, lo strappar via l’anima per renderle più facili da scopare, da usare, da uccidere. Sotto il cielo o sotto un soffitto, le cose non cambiano. Nessuno sospettava di Steve Wright. Era un cliente abituale. Sono gli “abituali” il problema.

 

Appuntamenti sul tema:

Mercoledì 18 febbraio 2015 – Dalle ore 17,30 alle ore 20,00
Presso la sede della Caritas Ambrosiana in via S. Bernardino 4, Milano

si svolgerà il seminario: “Tratta e prostituzione. Corpi in vendita: il denaro, il grande mediatore” (qui i dettagli).

 

Approfondimenti:

http://blog.iodonna.it/marina-terragni/2015/02/13/gli-intoccabili-diritti-del-c-o-la-consigliera-di-parita-del-governo-difende-i-quartieri-a-luci-rosse/

http://infosullaprostituzione.blogspot.it/2014/05/lesperimento-fallito-della-prostituzione.html

http://femminismoinstrada.altervista.org/autodeterminazione-e-forse-il-sogno-vecchio-e-moderno-dellautonomia-del-se-conversando-partire-da-altre-partire-da-noi/

http://infosullaprostituzione.blogspot.it/2015/02/cosa-accade-nei-paesi-dove-esistono-le.html

http://roma.repubblica.it/cronaca/2015/02/09/news/prostituzione-106916632/?ref=HREC1-4

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In sorellanza

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Oggi accolgo e diffondo l’appello di Resistenza Femminista. Tra l’ipotesi di una zona a luci rosse a Roma e DDL Spilabotte, stiamo correndo il serio rischio di tornare indietro di decenni e di considerare la prostituzione un lavoro. In questo blog ho più volte cercato di spiegare perché non lo è e non lo potrà mai essere.

Non occorrono altre parole. Solo #diffondiamo il più possibile e organizziamoci, in sorellanza!

 

Potete aiutarci a diffondere il messaggio al maggior numero di persone e di ONG possibile?
Abbiamo bisogno di supporto internazionale contro due proposte normative orribili e inumane che riguardano l’Italia: l’apertura di un Quartiere a Luci Rosse nella città di Roma e il recente Disegno di Legge “Spilabotte”. Abbiamo scritto un’analisi di questa proposta di legge.
Nello stesso tempo, il Sindaco di Roma Ignazio Marino, col sostegno fornito a un recente progetto normativo del IX municipio di Roma, noto come “progetto Michela” ed elaborato dal presidente Andrea Santoro (PD), che prevede l’apertura di un Quartiere a Luci Rosse nella città di Roma, sta trattando le donne in prostituzione come immondizia, sta aiutando gli sfruttatori, i trafficanti e le mafie a sfruttare donne e ragazze lontano dagli occhi dei rispettabili cittadini. Noi diciamo NO a questa intollerabile violazione dei diritti umani. NO all’ipocrisia dei nostri politici che proteggono il loro diritto di comprare i corpi delle donne. Noi prendiamo posizione per il diritto di tutte le donne e le ragazze sessualmente sfruttate di essere aiutate a uscire dalla prostituzione (lavoro, istruzione, assistenza sanitaria, e la possibilità di vivere nel nostro paese se sono donne immigrate) invece di essere rinchiuse in un ghetto come donne di seconda categoria, che possono essere picchiate, stuprate e uccise senza nessuna conseguenza per sfruttatori e clienti.
La prostituzione non qualcosa con cui si possa essere tolleranti, non è una questione di “decoro” (una parola chiave della proposta di legge), ma è un sistema patriarcale di sfruttamento, è violenza contro le donne. Vi preghiamo di aiutarci a combattere il “progetto Michela”.
Per sostenerci, potete inviare un’e-mail con il vostro nome (e organizzazione) a resistenzafemminista@inventati.org
Vogliamo incontrare presto il Sindaco di Roma. Abbiamo bisogno di quante più firme possibile.Se volete, siete pregate di aggiungere i vostri commenti contro l’apertura di un Quartiere a Luci Rosse a Roma e contro il disegno di legge “Spilabotte”.
Grazie per il vostro sostegno. In sorellanza,
Resistenza Femmista

 

Could you please help us to spread a message to as many people/NGOs as possible?
We need international support against two horribly inhuman italian law proposals: the opening of a Red Light District in the City of Rome and the recent “Spilabotte” law proposal. We have written an analysis of the latest law proposal.
The Mayor of Rome Ignazio Marino supporting a recent local ordinance known as “progetto Michela” developed by Andrea Santoro (PD, Democratic Party) of opening a Red Light District in the City of Rome is treating prostituted women like rubbish, helping pimps, traffickers and mafia to exploit women and girls far from the eyes of the respectable citizens.

We say NO to this unbearable violation of human rights.
NO to the hypocrisy of our politicians who are protecting their rights to buy women’s bodies.
We stand up for the rights of all the sexually exploited women and girls to be helped to exit prostitution (job, education, health care and the possibility of living in our country if they are immigrant women) instead of being trapped in a ghetto as second class women who can be beaten, raped and killed without any consequences for pimps and johns.
Prostitution is not something to be tolerant with, it is not a question of decency (“decoro” in Italian, a key word of the law proposal) it is a patriarchal system of exploitation, it is violence against women.
Please help us to fight against “progetto Michela”. We will meet the mayor of Rome soon. We need as much signatures as possible.

To sign it, please send an email with your name (and organization) to:  resistenzafemminista@inventati.org

Please if you like add your comments against the opening of a Red Light District in Rome and the “Spilabotte” law proposal.
Thank you for all your support.
In sisterhood,
Resistenza Femminista, Italy

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La prostituzione è una forma di violenza

La prostitución no es un trabajo, es violencia

 

Si tratta della battaglia quotidiana di Rosen Hicher, ex prostituta, che oggi lotta proprio per questo: affinché la prostituzione venga riconosciuta come una forma di violenza. Vi propongo la mia traduzione di una intervista concessa a Zulma RamírezSol Camacho Olga L. González (membri del gruppo Aquelarre, qui il loro blog) e pubblicata su El Espectador lo scorso 3 gennaio (qui l’originale). Per riflettere un po’ anche qui in Italia…

 

Rosen Hicher

Rosen Hicher

 

Rosen Hicher è diventata un simbolo in Francia. Dopo aver trascorso più di venti anni nel mondo della prostituzione, dopo una presa di coscienza difficile e graduale, ora combatte apertamente affinché la prostituzione venga considerata una forma di violenza.

Recentemente ha fatto una marcia di 800 km. Perché?
Ho iniziato la mia marcia il 2 settembre, partendo dall’ultimo posto in cui mi sono prostituita e ho visitato tutti i luoghi e le città in cui mi prostituivo, fino ad arrivare al primo posto, al primo cliente, perché è colui che ci trasforma in una prostituta. Dal momento in cui hai avuto un cliente, diventi prostituta per tutta la vita.
Durante i 22 anni passati nella prostituzione, non capivo che venivo violentata, essendo immersa nella violenza, perché ogni cliente è una violenza, gli permettiamo che ci violi. Giunse il momento in cui mi diventò insopportabile sentir dire che come donne “in questo modo abbiamo una forma di sussistenza, per vivere e mangiare”.
La mia marcia è stata anche un modo per aprire il dibattito e affinché anche altre donne si mobilitino e raccontino la verità. Vorrei che altre prostitute ci raccontino le loro esperienze, perché ascoltiamo sempre le stesse voci, le medesime persone che ci dicono che prostituirsi è una buona cosa. Quando si è dentro, non si è coscienti di ciò che si sta vivendo.

Ha trovato sostenitori?
Ho incontrato voci che mi hanno sostenuta, altre prostitute che si univano al mio cammino. Sono certamente rimasta sorpresa di ricevere tante telefonate di donne che mi dicevano “ sì, la prostituzione è una forma di violenza, ma come possiamo fare per uscirne? La soluzione non consiste nel dare diritti alle prostitute, dobbiamo trovare il modo per farle uscire dalla prostituzione.

Se non le crea fastidio, potrebbe raccontarci come è entrata nella prostituzione?
Ho iniziato a marzo del 1988. Avevo appena perso il mio lavoro e guardando gli annunci ho trovato un’offerta di lavoro in un bar, dove mi presentai. Era come rifare qualcosa che avevo sempre vissuto, qualcosa che non mi era totalmente sconosciuto. La prima prostituta che incontrai mi disse: “Sembra che tu abbia fatto questo per tutta la vita”. Perché davo questa impressione? Fino ad allora avevo lavorato nel campo dell’elettronica, ero una moglie e una madre di famiglia! Quella frase mi è risuonata in testa ogni giorno, per 22 anni. Così ho iniziato a scavare nel mio passato e mi sono resa conto che, in effetti, avevo vissuto in quella situazione per tutta la vita: fui violentata a soli 16 anni da un amico di mio padre; vivevo con un padre alcolizzato, è come se fossi stata predisposta a diventare una prostituta fin dalla più tenera età. Quando sono entrata nel mondo della prostituzione, non mi era sconosciuta, dal momento che la violenza era qualcosa che avevo già vissuto e che consideravo come un trattamento naturale e questo è molto grave perché non c’è niente di naturale nel vendersi.

Ritiene che questo sia un percorso comune?
In 22 anni ho incontrato molte prostitute. Quando ho iniziato a contattare le associazioni mi sono resa conto che conoscevano altre donne, e quello che mi hanno raccontato mi ha ricordato ciò che mi dicevano altre compagne sulla loro vita: quasi tutte erano vittime di stupro, di abusi, di violenza domestica e familiare, di violenza e alcolismo dei padri; questo tipo di testimonianze riguarda il 98% delle prostitute.

In che momento ha capito che la prostituzione è una violenza?
Ho sempre saputo che fosse qualcosa di anormale, che prostituirsi non fosse normale. Mi era necessario capire come ero caduta nella prostituzione per poter riconoscere che si trattava davvero di una violenza e così trovare un modo per uscirne. A quei tempi vivevo con un uomo molto violento, vivevo due situazioni di violenza: la violenza domestica e la prostituzione.
In quel periodo era più facile prostituirmi che subire la violenza domestica, inflittami da un uomo (mio marito, ndr) che amavo appassionatamente e che mi aveva chiesto di scegliere (tra lui e la prostituzione, ndr), mi separai da mio marito e questo mi liberò la mente. Questi fatti accaddero nel 1998, dopo 11 anni nella prostituzione. Poi ho lentamente compreso che vivevo ancora nella violenza, ma ho dovuto capire che la violenza quotidiana era la prostituzione e che dovevo darci un taglio. Avevo già eliminato una violenza (mio marito, ndr) e ora mi restava l’altra.

E quanto ci ha messo a farlo?
Dieci anni. È stato tutto un percorso ad ostacoli, perché non solo ho dovuto comprendere come ero finita a prostituirmi, che mi aveva portato a ciò, ma ho anche dovuto affrontare il problema di come avrei potuto vivere senza prostituirmi, senza il denaro della prostituzione. Il denaro diventa una droga, è l’unica cosa che ti spinge a continuare. Mi ci sono voluti circa 6 o 7 anni per capire le ragioni della mia caduta nel mondo della prostituzione e il resto del tempo l’ho impiegato a capire come potevo uscirne. Questo è accaduto all’improvviso. Per me fu come una cura, una presa di coscienza della violenza che vivevo sul mio corpo, che avevo sperimentato nella mia vita di donna, che avevo vissuto nella mia carne… perché non è facile, e a un certo punto fu come se mi si accese una piccola luce che mi fece dire: “Mai più!” e questa fu la decisione definitiva.

Ha mai avuto la sensazione, quando era nella prostituzione, che i rapporti fossero consensuali?
Quando ero dentro, sì ero consenziente, per me era parte della mia libertà, dei diritti di una donna che può disporre come vuole del proprio corpo, erano fatti miei e di nessun altro e non capivo perché volessero proibirmi di prostituirmi.
Una volta fuori, ci rendiamo conto che abbiamo veramente bisogno di protezione. Abbiamo bisogno di essere informate e protette, dobbiamo arrivare a capire che si tratta di un abuso grave, sono violenze. Una volta fuori, accade quella che io chiamo una rivelazione.

In che senso si sentiva libera?
Era il mio corpo, e il mio corpo faceva ciò che voleva. Ma una cosa è certa: se stavo facendo quello che volevo con il mio corpo, gli uomini che venivano a comprarmi non avrebbero dovuto fare quello che volevano con il mio corpo. Ciò può essere una libertà per una donna, ma gli uomini non dovrebbero avere la libertà di acquistare il corpo di una donna.

Ritiene sia possibile uscire dalla prostituzione?
Io ce l’ho fatta, quindi è possibile. Si tratta di un processo lungo, dobbiamo responsabilizzare le donne per farcela. Questo rappresenta molto per molte donne. Esse devono essere in grado di essere consapevoli del fatto che, quando sono entrate nella prostituzione erano state vittime di violenza, in modo da curare prima queste violenze e poi le altre, per guarire dalla violenza contro le donne che deriva dalla pratica della prostituzione.

Cosa può fare lo Stato?
Lo Stato può fare molto, iniziando a proibire l’acquisto: la donna non è in vendita, un corpo non si può comprare; devono essere messe in campo una serie di risorse, di formazione, di sostegno e di aiuto. È essenziale che gli operatori siano consapevoli che la donna prostituta è vittima in ogni senso della parola “violenza”, che prima deve avere il tempo per riposarsi, che ha bisogno di un periodo, io pensoche ne ha bisogno, penso che abbia bisogno di stare da sola per un po’. E poi consentire a queste donne di vivere in un modo diverso, dotarle di mezzi per vivere, perché uscire dalla prostituzione genera molta paura.

Ha ricevuto aiuto da parte delle associazioni?
Mi sono informata in molte associazioni e dopo ho fatto un grosso lavoro personale per capire le mie ragioni e per riflettere su come avrei potuto uscirne e per sapere come avrei potuto sopravvivere dopo. E poi è successo tutto in tempi relativamente brevi, da un giorno all’altro.

Ora le leggiamo alcune frasi di una femminista colombiana, Mar Candela. Lei sostiene: “La prostituzione è un lavoro dignitoso come qualsiasi altro”.

Cosa ne pensa?
Per prima cosa non si tratta di un lavoro. Nella prostituzione non esiste alcuna dignità, nessuno ci rispetta, tutte nascondiamo la nostra attività, perché non è una cosa degna, non sarà mai un lavoro.

Candela afferma anche che: “La prostituzione è l’esercizio della nostra sessualità”.

L’esercizio della nostra sessualità? Intende dire quella degli uomini? La prostituta non ha sessualità, la prostituta subisce. Lei accetta solo perché ci sono i soldi, altrimenti non lo farebbe.

Mar Candela sostiene che non esiste un collegamento tra la tratta di esseri umani e la prostituzione.

C’è un gran numero di persone vittime di tratta. Per questo io spesso dico: se importano donne dall’estero è perché c’è domanda. E se c’è domanda è perché la prostituzione è ancora consentita. Il giorno in cui non ci sarà più domanda, cesserà la vendita e l’importazione di donne. Un cliente vuole oggi una donna bianca, domani una di colore, dopo una asiatica e per rinnovare l’offerta devono andare a cercare altre donne sempre più lontano. E queste donne sono spesso costrette a subire promesse del tipo: “Diventerai una modella, avrai un lavoro come cameriera, ecc.”, e invece diventano prostitute.

Mar Candela, inoltre sostiene che “Oggi le puttane decidono!”

Devo dire una cosa: la prostituzione oggi è identica a quella di ieri. Siamo qui per soddisfare i desideri sessuali dei nostri uomini. Quando un cliente arriva con un biglietto da 100 euro e ci chiede di essere sodomizzate, sesso orale o di picchiarci, accettiamo, ma non lo vorremmo. Non si sceglie il cliente, sono loro che scelgono noi. Non ho mai scelto i miei clienti, è sempre stato il cliente a scegliermi, è sempre lui che sceglie e che chiede. Non si può dire “no”, perché se dici “no”, non hai soldi. Se dicessimo no a qualcuno, dovremmo dire no a tutti. Perché, infatti, nel momento in cui abbiamo detto no a un cliente, è perché abbiamo iniziato a capire che ciò che chiede non è normale… e che tutte le cose che ci chiedono i clienti sono anormali! Ci sono passata anche io, ho incominciato a dire no a qualcuno, ci ho messo 2 o 3 anni, ma dopo tre anni ho incominciato a dire no a tutti. È il processo di presa di coscienza della situazione di dominio in cui si vive, ed è l’inizio della guarigione.

In Europa, il 50% delle donne che si prostituiscono sono immigrate, conosci qualcosa a proposito di queste donne?
Ho iniziato a prostituirmi nel 1988. A quei tempi l’80% delle prostitute era francese, il 20% immigrate. Quando ho lasciato la prostituzione nel 2009, il 90% delle donne erano straniere e il 10% di francesi. Molte donne arrivano in Francia dalla Nigeria. Donne che non hanno mai avuto un’identità, bambine nate senza identità.
Ci sono un sacco di giovani donne dell’Est che rimangono nel mondo della prostituzione perché gli hanno rapito i figli o perché hanno minacciato le loro famiglie, perché gli hanno tolto i documenti e li hanno sostituiti con documenti falsi, questo accade in Francia e dappertutto. Nonostante ciò si condanna la prostituta, anziché aiutarla. Nel mio paese si dice che sia una vittima, però è una vittima che viene condannata.

 

 

Deseo expresar mi solidaridad con Aquelarre en Colombia, sobre su campaña para explicar porqué el proyecto de ley 79 es nocivo para las mujeres y para la sociedad.

Simona

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Donne piccole come stelle

la donna cannone

 

Qui di seguito pubblico la mia traduzione dell’intervento di Rachel Moran al FemiFest 2014 (qui l’originale sul suo profilo FB). Ci sono dei passaggi molto forti, che mi hanno fatto stare male, ma dovevo finire di tradurre, perché queste storie devono essere raccontate. Ogni volta che leggo storie di questo tipo, mi chiedo come si possa ancora voltare la testa dall’altra parte e non cercare di trovare delle soluzioni per strappare queste donne da questo inferno sulla terra. Manca forse la volontà, non solo politica, di sradicare un’abitudine più diffusa di quanto di possa pensare? Come si fa con la gramigna, dobbiamo impegnarci a sradicare la prostituzione. Non ci sono alibi. Questa è violenza e nessuno stato dovrebbe rendersi complice di essa, anzi dovrebbe mettere a disposizione le risorse necessarie per combattere la tratta e lo sfruttamento delle donne da parte di organizzazioni criminali piccole o grandi. Chiedo a coloro che considerano la prostituzione una professione come le altre e che portano avanti proposte di legge in questa direzione, la consigliereste a una figlia, a una nipote o a un’amica? La prenderebbero mai in considerazione per se stesse? Oppure, forse, sarebbe il caso di garantire a tutte le donne una valida alternativa per sopravvivere?

Un’altra annotazione: qualora venga approvata in Italia una legge che riapra le case chiuse e che preveda un registro delle sex workers, per quanti anni una donna potrebbe verosimilmente svolgere questo mestiere? Cosa accadrebbe nel caso volesse smettere? Che futuro lavorativo potrebbe avere? Che diritti lo stato le garantirebbe? Di cosa potrebbe vivere? Non raccontiamo balle, raccontiamo le cose come stanno!

 

Prima di tutto desidero affrontare cosa significa per me il Radical Feminism, in relazione al mio ruolo di attivista abolizionista e, da un punto di vista emotivo, in quanto sopravvissuta al mondo della prostituzione.
Tre anni fa iniziai a scrivere su giornali e blog sotto lo pseudonimo di FreeIrishWoman. Ho notato che i miei scritti venivano largamente diffusi e condivisi da un particolare gruppo di femministe: le femministe radicali. Le storie che raccontavo erano sulle esperienze di una senzatetto, socialmente rinnegata, una prostituta di appena 15 anni, mi sarei aspettata la solidarietà di tutta la comunità femminista. Per fortuna non ero totalmente all’oscuro delle divisioni tra coloro che si definivano femministe, altrimenti sarebbe stato scioccante scoprire che, mentre le mie parole e le mie esperienze venivano condivise dalle femministe radicali, allo stesso tempo venivano ridicolizzate e contestate in merito alla loro autenticità, da coloro che si definivano femministe liberali.
Il femminismo liberale – che sostiene che qualunque cosa faccia una donna è un modo per emanciparsi, purché non abbia una pistola puntata alla tempia – mi è sempre sembrato come un cumulo di scemenze, quindi non posso dire che fossi delusa. Ferita sì e soprattutto irritata. È sia irritante che traumatico per me sapere che c’è un intero esercito di giovani donne bianche, socialmente privilegiate che parlano della prostituzione come un simbolo di emancipazione femminile. Ciò che fanno è emettere delle valutazioni su esperienze che non hanno mai vissuto in prima persona, potendo trascorrere anni a studiare per tenersi lontane da quelle classi sociali le cui donne più facilmente rischiano di fare quel tipo di esperienze, hanno deciso che è una cosa innocua, sicura, nonostante le evidenti prove di quanto possa essere dannosa come esperienza, è per me la forma più ripugnante di ipocrisia.

Talvolta, noi che raccontiamo la verità su cosa sia il commercio globale del sesso ci troviamo vicine alla disperazione, schiacciate sotto il peso dell’opinione pubblica prevalente, immersa nell’ignoranza; sia intenzionale che casuale, in oblio, talvolta istintivamente innocenti, e quando lo sono appare molto più frustrante. Siamo consapevoli di come gli interessi del patriarcato siano al servizio dell’esistenza stessa del commercio globale di sesso e dell’annientamento di innumerevoli vite di donne che si spengono in questo modo. È irritante, pertanto, per tutte noi, ascoltare le femministe liberali che sulla scia del modello patriarcale, ci vogliono vendere l’idea che il nero sia bianco, ribaltando la frittata, e che la schiavitù possa essere liberazione. Confondere il consenso con la liberazione è l’attività di coloro che non sanno che l’oppressione non può funzionare senza di esso. Ma il consenso all’oppressione, il consenso sotto costrizione non è consenso vero e proprio. La coercizione stessa ha trasformato il consenso in qualcosa di diverso e lo ha allontanato dalla sua vera natura. Il consenso sessuale vero non è realizzabile in questo caso. Il consenso sessuale può esistere solo al di là delle regole del commercio; è qualcosa che esula dalla vendita e dall’acquisto. Tuttavia, l’abuso sessuale ha spesso un prezzo e quando ciò accade, noi lo chiamiamo prostituzione.

Sono stanca dell’ignoranza delle donne che non comprendono questo aspetto, ma sorprende qualcuno il fatto che queste donne siano, come ho già detto, bianche, privilegiate e giovani? Dubito che qualcuna delle donne qui presenti si sorprenda di questo dato, perché le persone socialmente privilegiate sono lontane dal tipo di vita di coloro che sono socialmente emarginati, questo è ovvio per chiunque abbia un briciolo di buon senso.

Riconosco che siamo stanchi, frustrati e infuriati, a ragione. Ogni volta che parliamo apertamente, fanno di tutto per chiuderci la bocca. Abbiamo avuto degli esempi nelle ultime settimane. Mentre parlo, ci sono delle fools che lanciano petizioni contro questa conferenza da Edimburgo a Brighton e viceversa. Il consiglio più gentile che posso fare a costoro è di andarsi a rileggere il significato del termine femminista. Naturalmente, dovrei anche consigliargli di ignorare il risultato di tale ricerca, in quanto in molti dizionari il femminismo è trattato come una questione di uguaglianza sessuale, che è come mettere il carro davanti ai buoi. Una donna che crede nell’uguaglianza sociale, economica e politica tra i sessi non è femminista, ma una utopista. Noi non viviamo in quel mondo, noi non abbiamo uguaglianza, e come molte femministe radicali sanno, un prerequisito dell’uguaglianza è lo smantellamento della supremazia maschile. Come prima cosa dobbiamo essere liberate da questo. Allora e solo allora potremo vivere le nostre vite come eguali.

La semplice crudeltà della posizione delle femministe liberali è qualcosa, che a quanto pare, sfugge anche a loro. Il loro atteggiamento è come se dicesse a tutte le sopravvissute che ogni stupro che hanno subito non importa, che ogni sorta di violenza sessuale rientra nei rischi della professione e che gli stupri di gruppo non sarebbero accaduti se ci fosse stata una legislazione ad hoc che li vietava. Bene, ho una notizia per loro: in Germania sono di gran moda i pacchetti che offrono stupri di gruppo e i bordelli a tariffa forfettaria. Per chi non sapesse di cosa si tratta, i bordelli a tariffa forfettaria sono come dei buffet della prostituzione. Gli uomini pagano una “tariffa flat” e possono utilizzare il corpo delle donne per tutto il tempo in cui sono umanamente in grado di reggere. A volte sono associati a pacchetti di stupro di gruppo, per cui cinque, sei o sette uomini arrivano al bordello insieme, pagano la tariffa flat e abusano di una donna fino a quando lei riesce a malapena a stare in piedi. Mi sono arrivate foto scattate nei bordelli tedeschi. Erano di una ragazza di 19 anni, incinta di 7 mesi, stuprata da una mezza dozzina di uomini. Questo è il vero volto del commercio di sesso regolamentato, per cui le femministe liberali combattono.

Qualcuno ha sostenuto, nel corso delle campagne contro questa conferenza, che sto mettendo in pericolo la vita delle donne che si prostituiscono. È significativo come la profondità della loro incomprensione emerga dalle accuse che mi rivolgono. Quando mi prostituivo c’era solo un gruppo di persone che mettevano in pericolo la mia vita e non erano di certo le abolizioniste; erano i clienti; quei clienti che non avranno mai un pompino da quelle femministe liberali che difendono e sostengono i diritti di questi uomini ad avere pompini da altre donne; donne senza risorse economiche, svantaggiate dal punto di vista dell’istruzione, socialmente svantaggiate e emarginate. Dove pensiamo di andare con tutti questi ostacoli? Cosa facciamo con tutta la rabbia inevitabile, una reazione umana intrinseca all’ingiusta accusa di essere definite bugiarde, quando stiamo raccontando la verità? La prima cosa che mi preme dirvi per incoraggiarvi: questa situazione non durerà per sempre. La stessa ipocrisia delle femministe liberali sarà la rovina delle loro argomentazioni. La dottrina secondo cui l’emancipazione può scaturire anche da questo tipo di esperienze (che noi combatteremo con le unghie e con i denti per evitarcela) ha una scadenza. Quale può essere il senso di una cosa che ha una data di scadenza? Per quanto popolare possa essere, permane il fatto che tale dottrina è destinata a deperire – stile Emperor’s New Clothes. In questi ultimi anni mi ha confortata molto (specialmente negli ultimi 18 mesi da quando il mio libro, Paid for, è stato pubblicato) non solo dalle verità che ho raccontato io, ma anche da quelle raccontate da tante altre donne che non hanno vissuto queste esperienze ma le hanno fatte conoscere. Sono confortata dal fatto che sorgono continuamente nuovi movimenti abolizionisti, anche laddove non esistevano, ho notato che laddove è avvenuto un rafforzamento dell’abolizionismo, si sono verificate delle collaborazioni tra movimento abolizionista e movimento femminista radicale, o quanto meno una forte adesione dell’abolizionismo ai principi del femminismo radicale.

La verità è che le femministe radicali stanno dal lato giusto della storia, sono le uniche femministe che hanno il quadro completo, e ne conoscono le ragioni. Le femministe socialiste hanno il mio rispetto, ma non hanno ben chiaro il quadro completo. La prostituzione non esiste come conseguenza della privazione dei diritti economici delle donne. La povertà è un fattore di sostegno. Non la causa. I fattori di sostegno non sono le cause di un fatto. Sono semplicemente dei fattori che supportano un fenomeno. La prostituzione esiste per un solo motivo: il motivo è la domanda maschile. Nessun grado di povertà da solo sarebbe in grado di generare la prostituzione, se non esistesse la domanda di sesso da parte degli uomini.

Oggi chiedo a tutte le donne presenti sostegno e collaborazione nella lotta contro questo flagello che pesa quasi esclusivamente su ragazze e sulle donne. Noi dobbiamo combattere questo (flagello), non strappandone le foglie, non potandone i rami e nemmeno tagliandone il tronco, dobbiamo sradicarlo partendo dalle sue radici. Per quanto questa impresa possa sembrare ardua e scoraggiante, abbiamo già gli strumenti per realizzarla. Per fortuna non siamo totalmente confuse come le femministe liberali, né zoppichiamo nel comprendere come le socialiste. Noi sappiamo che la prostituzione è sia una conseguenza che un emblema della subordinazione delle donne, la comprensione di questo è il punto di partenza da cui partire per smantellarla. È molto importante non cedere mai in questa battaglia. Non dobbiamo mai cedere alle tattiche delle lobby pro-prostituzione, la prima delle quali è far finta che la prostituzione non sia una questione morale. Permettetemi di dire a voi e a tutto il mondo: puoi essere dannatamente certo che la prostituzione sia una questione morale, i diritti umani lo sono sempre.

Secondo la lobby pro-prostituzione, gli abolizionisti sono impegnati in una “crociata morale” per liberare il mondo dalla prostituzione. “Crociata” è usata qui in termini dispregiativi e viene collegata alla morale in modo tale da conferirle un senso di scherno sprezzante. La morale in sé, ci viene detto, è qualcosa di negativo, infondato e pertanto sbagliato. Sinceramente la follia sta nell’affermare che discernere tra giusto e sbagliato sia una pratica errata, cosa che sembra sfuggire ad alcune persone.

Sono stanca di sentire persone che aprono le loro argomentazioni abolizioniste dicendo “io non sono una moralista, ma…” Siamo tutti moralisti, a meno che non siamo psicopatici, e da quando in qua la moralità è una parolaccia? La risposta è questa: la morale è diventata una parola sporca in quanto tipica di alcune persone che girano la testa dall’altra parte (facendo finta di non vedere, ndr) e fingono che la morale sia abrogata e senza valore in questi casi; e troverete, di volta in volta, che le persone che sposano quelle tesi stanno difendendo qualcosa di chiaramente sbagliato, pertanto la loro continua insistenza non dovrebbe avere alcuna chance.

Vi è un’altra affermazione senza senso, secondo cui chi si oppone alla prostituzione lo faccia sulla base di posizioni di tipo religioso, come se non esistessero atei dotati di senso etico. I principi morali che influenzano e governano la condotta umana spesso si fondano su un innato senso di cosa sia un comportamento umano dannoso o meno. La prostituzione è dannosa per la psiche umana a ogni livello concepibile; è proprio la sua dannosa e degradante natura che dà origine al senso immediato di opposizione che proviamo quando immaginiamo la prostituzione come un aspetto nella vita delle donne che amiamo (la sua natura dannosa rende inconcepibile accettare che la donna che amiamo si possa prostituire, ndr).
Cerchiamo pertanto di impegnarci sui seguenti punti: che la prostituzione esiste a causa della domanda di sesso maschile, che conosciamo perfettamente e non sarà scossa dal fatto che noi affermiamo quanto sia assolutamente sbagliata. C’è un motivo per cui dobbiamo combattere con costanza facendo perno su questi punti; il motivo è che i nostri avversari sanno che possiamo avere la meglio.

Lasciatemi ripetere che oggi sono qui a chiedere il vostro sostegno nella lotta contro la prostituzione. Questo è un invito all’azione. In tutta Europa, i nostri politici stanno iniziando a discutere sempre più spesso in merito di prostituzione, e proprio lo scorso febbraio il Parlamento europeo ha votato a stragrande maggioranza l’approvazione dell’Honeyball report, che richiede un’ampia adozione del modello nordico da parte dei paesi membri dell’UE. Quando i vostri politici ne parlano, sosteneteli; e se non ne parlano, incoraggiateli a farlo. Quando vi accorgete di una campagna abolizionista che viene lanciata – e ne vedrete sempre di più; il movimento abolizionista sta crescendo – per favore date una mano, donando il vostro tempo, le vostre energie e fatevi sentire.

Sto lavorando con il gruppo SPACE International. SPACE è l’acronimo di ‘Survivors of Prostitution-Abuse Calling for Enlightenment’. La nostra azione copre al momento 7 paesi e tutte noi stiamo facendo un enorme sacrificio per parlare pubblicamente delle violenze che abbiamo subito e delle nostre esperienze nel mondo della prostituzione. Abbiamo amici e alleati in diverse organizzazioni internazionali e stiamo guadagnando terreno, ma non possiamo fare tutto ciò senza il sostegno delle donne in pubblico. Vi invito a unirvi a RadFemUK o a gruppi simili, e di sostenere le loro azioni, condividendo e diffondendo i loro materiali e le loro campagne. Abbiamo bisogno di un’ondata di sostegno da parte delle donne, ma forse prima che ciò accada, abbiamo bisogno di ricordare che i corpi delle loro figlie sarebbero altrettanto graditi nei bordelli e nei quartieri a luci rosse così come lo sono stati i nostri, nel caso in cui le circostanze della vita dovessero portarle in quella direzione.
Rachel Moran

 

P.S.

Il titolo di questo post è tratto da una canzone di Mia Martini, scritta da Enzo Gragnaniello (qui, tutta da ascoltare).

L’immagine è tratta dalla copertina de La donna cannone di Francesco De Gregori.

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Zone d’ombra

 

Oggi desidero proporvi un articolo, pubblicato a ottobre in Italia su Internazionale. L’autrice è Lydia Cacho, una giornalista messicana, autrice de I demoni dell’Eden. Il potere che protegge la pornografia infantile (Fandango Libri, 2014).

 

Dal 1993 il Messico include i “servizi sessuali” nel suo Sistema contabile nazionale (Scn), che è usato anche per determinare il prodotto interno lordo del paese. Secondo questi dati, i servizi sessuali calcolati corrispondono solo allo 0,5 per cento del pil. Ma come possiamo essere sicuri che questa cifra non comprenda le vittime della tratta di esseri umani? Viviamo all’interno di un doppio discorso, con l’Scn che calcola il contributo dei servizi sessuali all’economia formale e i politici messicani che da una parte vogliono perpetuare un modello di famiglia tradizionale e dall’altro se la spassano organizzando orge private durante le riunioni di lavoro. Chi lavora nell’industria del sesso a pagamento ha dei diritti civili che devono essere rispettati, questo è indiscutibile. Ma chi è convinto che la tratta di esseri umani scomparirà con la legalizzazione dei servizi sessuali si sbaglia di grosso.
Certo, è possibile considerare i servizi sessuali un’attività lecita in cui il corpo è uno strumento di lavoro, e sostenere che chi esercita quest’attività deve pagare le tasse, dev’essere tutelato e non dev’essere perseguito dalla giustizia. Ma questo punto di vista non tiene conto dei meccanismi culturali ed economici che reggono questa industria. C’è chi sostiene che nel capitalismo tutto è soggetto a un certo grado di schiavitù, di sessismo e di classismo, per cui nessuno dovrebbe pretendere che la prostituzione ne sia del tutto esente. Ma sono proprio lo squilibrio di potere, l’androcentrismo e lo sfruttamento di un modo di pensare che mercifica le donne invece del desiderio erotico a permettere a quest’industria di fatturare più di quindici miliardi di dollari all’anno.

È un’illusione credere che la piena legalizzazione del sesso a pagamento porterà la società a non discriminare chi si dedica a quest’attività. Ci sono preconcetti culturali radicati nella discriminazione di genere che sono estremamente difficili da eliminare dal discorso pubblico. D’altro canto, l’industria del sesso a pagamento vive e si rafforza grazie al perpetuarsi del maschilismo e al tabù del proibito, e presenta la sessualità come una fantasia basata sulla trasgressione.

L’industria del sesso non avrebbe un giro d’affari di miliardi di dollari se non rappresentasse una sfida alla morale pubblica entrare in un sexy shop dove un vibratore costa cento dollari e i film più venduti giocano con l’idea del proibito. Le barely teens, ragazzine protagoniste di orge con uomini adulti, l’hard sex, un’espressione usata dall’industria del sesso per celebrare lo stupro, o il sadomasochismo bondage che spaccia l’idea che la violenza intesa come un gioco con delle regole precise sia il miglior modo per mantenere la passione in una coppia: sono queste le cose che rendono di più dopo la prostituzione vera e propria nei locali notturni.

Il fatto è che, con la diffusione della pornografia gratuita e la rottura dei limiti della trasgressione su internet, chi vuole farsi pagare va in cerca di nuovi mercati nel porno adolescente (con attrici che hanno appena compiuto diciotto anni ma che ne dimostrano quattordici o quindici). L’industria del sesso a pagamento riproduce la cultura tradizionale, ma crea anche nuovi paradigmi di comportamento erotico.

Ecco perché è impossibile discutere della legalizzazione dei servizi sessuali senza parlare dei club, dei bordelli e della pornografia che sono sempre stati canali di riciclaggio del denaro sporco per le mafie e gli imprenditori corrotti. Insomma: se i servizi sessuali rientrano nel calcolo del pil, bisognerebbe smettere di affrontarne solo alcuni aspetti e rendere più trasparente tutto il settore. Ma questo è quasi impossibile, perché a muovere l’industria del sesso è anche l’opacità e perché il proibizionismo aumenta le vendite.

Le organizzazioni internazionali dei servizi sessuali e l’industria del sesso sostengono che le critiche sono frutto di una morale religiosa limitata e sessuofoba che nega i loro diritti civili. Il paradosso è che non vogliono uscire davvero alla luce e diventare del tutto legali, ma pretendono che lo facciano le donne, e solo in parte. È proprio questa la trappola dietro cui si nasconde il potere dei trafficanti di esseri umani.

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Sex work non è un termine neutro

Las senoritas de Avignon - Picasso

Las senoritas de Avignon – Picasso

 

Oggi desidero condividere con voi questa mia traduzione (perdonatemi se non è perfetta!) di un articolo molto interessante (dal titolo Why we shouldn’t rebrand prostitution as “sex work”, qui l’originale) di Sarah Ditum, pubblicato lo scorso 1 dicembre su New Statesman.

La prostituzione va raccontata per come è nella realtà. Le parole sono cariche di senso e vanno adoperate con oculatezza.

 

Daisy aveva 15 anni quando fu segnalata per la prima volta alle autorità di polizia per prostituzione. Lei ha raccontato a pochissime persone questa parte della sua vita, perché non desidera che questa possa avere ripercussioni in quella attuale (in questo articolo ogni dettaglio che possa identificarla è stato rimosso). Questo fa di lei una delle tante voci di donne che non ascolterete mai nei dibattiti attorno all’industria del sesso.

I responsabili politici e le femministe continuano a ripetere di “ascoltare le sex workers”, ma vale la pena sottolineare come si possano ascoltare solo le voci di coloro che volontariamente desiderano condividere la loro esperienza, maggiori saranno state le pene sofferte e minore sarà la probabilità che desideri renderle pubbliche. Figure come Brooke Magnanti “Belle de Jour” e Melissa Gira Grant (autrice di Playing the Whore), possono diventare rappresentative del mondo della prostituzione probabilmente proprio perché le loro esperienze positive sono inusuali. Sul fronte opposto troviamo donne che si definiscono “sopravvissute”, come Rachel Moran e Rebecca Mott. Per queste donne, il commercio sessuale non è altro che un trauma, e ripercorrere quel trauma è parte integrante della loro campagna pubblica di sensibilizzazione sul tema. Questo è il duro scotto da pagare ed è ciò che Daisy, incontrata in un centro di sostegno alle donne vittime di violenza, rifiuta di fare: “Mi rifiuto di costruire una mia “carriera” fondata sul fatto di essere una “ex” di qualcosa, non è un’etichetta che desidero accettare”. La questione delle etichette è fondamentale quando affrontiamo il tema della prostituzione. Al momento è in atto una campagna a cura della Associated Press per rimuovere la parola “prostituta” dal suo Stylebook del 2015. Certamente il suo uso distruttivo e dispregiativo come sinonimo di “donna” è da bandire. Nel 1979, i poliziotti che indagavano sul killer dello Yorkshire discriminarono tra donne “vittime innocenti” e le prostitute (quasi a voler sottolineare la linea di demarcazione, come se in qualche modo si volesse defraudare le donne morte di un uguale diritto alla vita, ndr). In un appello straordinario diretto all’assassino, la polizia del West Yorkshire promise di continuare a contrastare la prostituzione, arrestando le prostitute, quasi a voler sottintendere che fossero in qualche modo concordi nell’azione di “pulizia” attuata dal killer, seppur con metodologie meno violente (naturalmente questo appello non sortì alcun effetto, perché Sutcliffe, the Ripper, uccise altre due donne, prima di essere catturato). Nel 2006, la polizia di Ipswich indagò su un altro serial killer che prendeva di mira le donne che vendevano sesso, ma questa volta il linguaggio usato fu differente: in questo caso le vittime non furono definite “prostitute”, ma semplicemente donne. Si tratta di un piccolo ma significativo slittamento di senso. Le circostanze in cui le donne vengono uccise sono rilevanti per le indagini, ma non devono essere presentate come una giustificazione delle loro morti.

Coloro che si definiscono sostenitori delle sex workers vorrebbero introdurre il termine sex worker all’interno dello Stylebook; io sono una dei firmatari di una lettera rivolta all’AP affinché rigetti tale richiesta. Cosa c’è che non va nel termine sex worker? Per prima cosa, si tratta di un termine molto generico. Esso può includere sia le prostitute di strada, sia le escort, sia le spogliarelliste, che le operatrici delle hot-line, le tenutarie dei bordelli, i venditori di sex toys, così come i loro “manager”. Chiaramente non stiamo parlando di categorie assimilabili, per cui qualsiasi teoria o legge che tenti di trattarli con un approccio unitario rischia di soccombere sul fatto che non tutte le fattispecie sono riconducibili al sex work. “Sex work” è utilizzato anche da coloro che affrontano le tematiche di genere in maniera zelante: il termine prostituta sarebbe così imbevuto di una connotazione “femminile”, da essere necessario specificare quando si tratta di prostituzione maschile, mentre “sex worker” potrebbe essere valido per entrambi i generi. L’intenzione potrebbe essere anche buona, ma può essere fuorviante: perché la maggioranza di chi si prostituisce è donna, e coloro che usufruiscono dei servizi sessuali sono prevalentemente uomini. Quando si tratta di prostituzione, il genere neutro è una mistificazione. Se da un certo punto di vista il termine “sex worker” è troppo ampio, da un altro è troppo riduttivo: arriva a comprendere molte più cose della vendita di sesso, ma esclude coloro che hanno venduto o vendono sesso ma non si riconoscono come “sex worker”. Daisy è una di loro. Quando le ho chiesto se definirebbe mai se stessa come sex worker, la sua risposta è stata accesa: “Non vorrei adoperare quell’espressione. Nessuna donna è una “sex worker”. Non è un lavoro, si tratta di violenza”. La storia di Daisy dimostra che è impossibile concordare con il liberalismo più ottimista, che sostiene che le donne siano in grado di compiere una scelta razionale quando entrano in questo mondo o scelgono di scambiare sesso con il denaro. Quando una giovane adolescente scappa dalle violenze familiari, ha una vita fatta di espedienti, piccoli crimini, senza una fissa dimora. Un giorno la persona con cui sta le propone di fare sesso con un suo amico. “Era un magnaccia (ponce)”, mi dice. Io le chiedo quale sia la differenza tra magnaccia (ponce) e mezzano/procacciatore (pimp). La risposta sta tutta nei metodi con cui questi uomini controllano le donne: un pimp si serve di minacce, mentre un ponce sfrutta la vulnerabilità emotiva. “Un mezzano ti dice subito – sei lì solo per fare soldi,” dice Daisy. “Un ponce (magnaccia) ti dice che ti ama e che ci tiene a te, ma alla fine il risultato non cambia.”

Naturalmente non vi è certezza che il racconto che una donna fa della sua esperienza di vita sia effettivamente rispettato da coloro che sostengono di ascoltarla. Quando Maya Angelou è morta a maggio di questo anno, le rappresentanti delle sex workers l’hanno annoverata tra le loro fila, nonostante Maya non si fosse mai definita una “sex worker”. Un articolo apparso sul sito Vice l’ha arruolata per la causa dell’International Whores’ Day, mentre in un articolo su Mic, Angelou diviene uno strumento utile per una reprimenda contro il femminismo in generale: “Quando il femminismo si fissa su quello che le donne dovrebbero e non dovrebbero fare – sia che si tratti di sex work, che di matrimonio, di percorsi di carriera che di scelte di stili di vita – perde la sua missione principale per l’uguaglianza, la diversità, l’accettazione. Falliscono le sue donne e le sue leader, come Maya Angelou.” Certo è vero che Angelou non indulge mai in una condanna di se stessa quando racconta la sua esperienza di prostituzione nel suo Gather Together in my Name. Ma allo stesso tempo, nessuno può leggere la sua autobiografia, traendo la conclusione che lei auspichi che altre donne seguano la sua esperienza. Più avanti ha raccontato la sua esperienza come “pimp” e di essere successivamente diventata la mezzana di se stessa.

Tuttavia esistono donne che sono considerate totalmente riabilitate. La reputazione di Andrea Dworkin come SWERF (acronimo di “sex worker exclusionary feminist“) ha avuto la meglio sulla sua esperienza personale nel mondo della prostituzione, fondamentale per il suo lavoro. “I presupposti delle prostitute sono anche i miei presupposti”, disse in un suo discorso nel 1992. “Sono i miei punti di partenza… La prostituzione non è un’idea astratta. È la bocca, la vagina, il retto, penetrato solitamente da un pene, talvolta mani, talvolta oggetti, da un uomo e poi da un altro, e poi un altro e un altro ancora.” Questi aspetti sono difficili da affrontare, senza scivolare nella scabrosità, e Daisy devia sempre il discorso quando ci avviciniamo a parlare di sesso reale. Mi chiedo se questi tentativi di cambiare argomento siano intenzionali o meno.
“Non mi va di parlare dell’atto in sé”, mi dice. “Non voglio che sia squallido. Mi interessa far capire i danni emotivi che quell’atto provoca.” Per Daisy questo danno interiore è stato molto profondo: mentre nella prostituzione, mi dice, che era incapace di creare relazioni intime. “Come ti comporti con una persona che fa sesso con altri?” mi chiede. “Come puoi condividere qualcuno che ami con altri? Sono degli elementi che ha compreso a distanza di tempo. “Quando ero coinvolta in prima persona, ero la più grande sostenitrice di quello che facevo. Dovevo giustificare in qualche modo quello che facevo. Come avrei potuto sopravvivere altrimenti?” Quell’imperativo di sopravvivenza non ha portato Daisy a drogarsi o a bere, ma ha sviluppato un’altra mania compulsiva: “Compravo. Era la mia cura.” Verso la fine della sua esperienza, Daisy guadagnava £200 a serata e 500 da venerdì a sabato. Se li spendeva tutti, perché non sopportava l’idea di tenerli. Esistono anche danni fisici. Domandandole se avesse mai subito aggressioni da parte di clienti, Daisy mi ha indicato una cicatrice sul suo volto: la violenza è qualcosa di inevitabile quando ci si prostituisce.

Perciò se definiamo il sesso un lavoro, che diamine di lavoro è? L’elemento del danno fisico potrebbe avvicinarlo a un tipo di lavoro ad alto rischio, tipico degli uomini, come coloro che lavorano sulle piattaforme petrolifere; ma questo tipo di impieghi solitamente comportano una serie di vantaggi compensativi del pericolo che si corre. Nella prostituzione, l’unica cosa prodotta è l’orgasmo maschile, e più una donna è in uno stato di pericolo, meno può dettare le proprie condizioni. Forse allora il sex work appartiene ai generi di lavoro femminili più umili, come le pulizie e la cura dei figli (una connessione tra English Collective of Prostitutes e la campagna per il riconoscimento di un salario per le casalinghe); ma noi riconosciamo che il lavoro domestico è un lavoro anche se non retribuito, mentre il sesso dovrebbe essere un piacere e non un noioso obbligo. Per questo l’analogia non regge. Potrebbe essere qualcosa di simile a fare l’attrice o la ballerina – arti che presuppongono un pieno uso del corpo? (In questo caso ci sono dei precedenti storici, che vedono attrici e ballerine spesso associate all’immagine di prostitute o quanto meno ne avevano la fama). Ma gli attori e i ballerini sono personaggi pubblici celebri: la prostituzione avviene nel privato, e come la maggior parte delle cose che avvengono nel privato, essa non conferisce prestigio a coloro che la praticano, per quanto bravo/a possa essere.

Attori e ballerini non forniscono l’accesso ai loro organi intimi, e si applicano in una formazione personale onerosa, che non è richiesta a chi si prostituisce. Infatti, l’unico requisito per prostituirti è che tu abbia un corpo da penetrare e che un uomo sia disposto a pagare per farlo. I sostenitori del sex work, amano ricordarci che nessuna donna vende letteralmente il suo corpo, dal momento che mantiene la piena proprietà sulla propria persona. Ma chiaramente, ciò che viene pagato dai clienti è effettivamente il corpo – il bene che viene acquistato è il diritto di accedere al corpo della donna per un certo periodo di tempo e/o il compimento di atti specifici. Ciò che gli uomini comprano dalle donne non è il loro lavoro, ma una licenza monouso per penetrare il loro corpo. I critici della prostituzione sono spesso accusati di voler controllare la sessualità femminile, ma vale la pena ricordare che se la prostituzione dipendesse dai desideri delle donne, non dovrebbero essere pagate per partecipare: nessuno ha più potere sulla sessualità di una donna di un uomo che la paga per facilitare il suo orgasmo.

“Sex work” non è un termine neutro: esso veicola i suoi presupposti politici tacitamente nascosti, così come qualsiasi altra scelta. Quando parliamo di “sex work” noi avalliamo l’idea che il sesso possa essere una professione per le donne e un piacere per gli uomini – uomini che hanno il potere economico e sociale di agire come una classe di “padroni” in materia di prestazioni sessuali. Noi accettiamo che i corpi delle donne esistano in quanto risorsa “utilizzabile” dalle altre persone – persone di sesso maschile con i mezzi per pagare per scopare. La prostituzione è un’istituzione economica costituita non solo da donne che vendono sesso, ma significativamente, da uomini che creano la domanda, commettono la violenza ed estorcono un tributo emotivo alle donne con cui fanno sesso. Alcuni di questi uomini riconoscono che ciò che fanno può essere potenzialmente dannoso: un uomo intervistato (qui) ha ammesso che egli avverte quanto sia “emotivamente dannoso per le donne”, prima di auto-assolversi sostenendo di essere “solo uno in più dei tanti”. Daisy ha lasciato la prostituzione a 30 anni, e ora lei sostiene di essere di nuovo “un tutt’uno, mente e corpo”. Possiamo ascoltare solo lei e le donne come lei, se si desidera adoperare argomentazioni oneste in merito a ciò che comporta la vendita di sesso.

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Tra spinte individualistiche e dimensione collettiva

Andrea Latina - La scelta, 2007

Andrea Latina – La scelta, 2007

 

Queste riflessioni preziose di Maria Rossi, che ci espone il contenuto della tesi di dottorato di Geneviève Szczepanik, “La mobilisation de la notion de choixdans les discours et débats féministes contemporains: une analyse de blogues féministes” (L’impiego della nozione di scelta nei discorsi e nei dibattiti femministi contemporanei: un’analisi di alcuni blog femministi), sono fondamentali per il lavoro che sto cercando di condurre sul tema del cosiddetto “porno femminista”.
Sono le premesse fondamentali che ci serviranno per ragionare successivamente. Vi consiglio questa lettura perché è importante per porre le basi per un dibattito serio e per comprendere il perimetro che sto cercando di decodificare. Si tratta di un terreno impervio e su cui è in atto un dibattito “infuocato”.
In pratica, si evidenziano due macro-filoni di femminismo: femminismo come libertà individuale di scelta e femminismo come movimento di liberazione collettiva delle donne dall’oppressione patriarcale.

Le scelte individuali sono diventate nel nostro contemporaneo autolegittimanti, indiscutibili, svincolate dal contesto, emancipatrici per eccellenza in virtù di una autodeterminazione scevra da qualsiasi “vincolo economico, politico, sociale, culturale, un’idea che si fonda sul presupposto dell’ormai acquisita uguaglianza fra gli esseri umani. Tutte le decisioni, purché frutto di accurata ponderazione, sono ritenute non solo equivalenti ed indiscutibili, ma schiettamente femministe, anche nel caso in cui comportino l’accettazione dell’ordine patriarcale, dei ruoli tradizionalmente assegnati alle donne, della subordinazione ad un uomo”.
Ci chiediamo che senso abbia a questo punto il femminismo nelle sue connotazioni di movimento di liberazione collettiva, la pratica dell’autocoscienza di gruppo, la sorellanza, la solidarietà tra donne. Come se non ci fossero barriere sociali, economiche, culturali reali da smantellare, come se ognuna dovesse lottare per sé, dotata unicamente delle sue scelte. Ognuna per sé, chi può può, chi non ci riesce è perché ha fallito nelle sue scelte (e nessuno mette in dubbio se fossero o meno libere). Chi ha la possibilità economica, sociale, culturale può godere indubbiamente di una libertà di grado più elevato. Le altre si devono arrangiare. Tutto sembra fondarsi su un individualismo totalizzante e sovrano. Si crea un solco incolmabile tra le donne perché in queste tendenze volte all’isolamento e alla decontestualizzazione delle problematiche delle donne, si perde la percezione delle reali motivazioni e delle forze in gioco, nei rapporti tra i generi, nelle relazioni sociali, nelle dinamiche e nelle disparità economiche. La donna si trova isolata, alle prese con un se stessa come unico parametro e centro di pensiero, di scelte e di universo. In una parola, viene meno la politica delle donne, sostituita da un io superior, di chiara matrice neo-liberista. Si fa strada una emancipazione e una liberazione illusoria, prêt-à-porter, consumabile e inventabile a seconda delle esigenze, si smarrisce il discorso morale, le basi filosofiche necessarie per fare un’analisi corretta, perché è sufficiente la scelta della singola donna per assicurare un marchio di qualità femminista. Così ogni operazione può rientrare nell’alveo del femminismo, dalle sex-workers, al porno. Basta essere dotati di quel marchio di libertà di scelta individuale per avere una specie di “sigillo di qualità femminista”. Comprendete che c’è una sorta di strumentalizzazione del discorso femminista, è in corso un inghiottimento/annientamento della dialettica tra le donne e tra le donne e il mondo, l’unica in grado di assicurare un ragionamento e un’analisi profonda originata dal confronto/scontro tra le diverse posizioni, che producano idee e soluzioni meditate, ponderate, innovative, rivoluzionarie. È avvenuto uno slittamento di idee e pratiche che avevano dato la spinta propulsiva al movimento delle donne. Lo slittamento verso l’io, verso un ego avulso dal contesto, depositario di una delle tante verità. Il partire da noi stesse deve avere uno sbocco in una dimensione collettiva, altrimenti non ha senso e non matura nulla per il mondo in cui tutte noi viviamo. Se ognuna guarda unicamente alla propria libertà, cessando di ascoltare le altre, compirà un cammino a metà. Il pericolo di nuove servitù mascherate da libertà è dietro l’angolo. Alcune di noi si sono dimenticate che la dimensione collettiva è l’unica in grado di liberare le nostre riflessioni, le nostre letture del mondo attraverso lenti nuove. Non dobbiamo illuderci di bastare a noi stesse, la dimensione collettiva è necessaria. Il confronto tra noi lascia emergere le incongruenze, gli errori, i punti su cui concentrarci, ci rende vigili, aperte verso l’esterno e non chiuse in noi stesse. Non tutte le scelte sono libere in assoluto, non basta affermare qualcosa perché essa sia esattamente così come l’abbiamo affermata. Spesso ci sono sfumature che il concetto di scelta rischia di coprire, di celare a uno sguardo superficiale. Infine, non dobbiamo dimenticarci di porre al centro delle nostre analisi anche le questioni socio-economiche, perché se perdiamo l’abitudine di raffrontare le nostre riflessioni al contesto in cui ci muoviamo e in cui viviamo, rischiamo di perderci alcuni pezzi del puzzle, correndo il rischio di essere facilmente strumentalizzate, ricondotte a soluzioni preconfezionate da altri. Non si può prescindere da una critica severa al sistema economico-produttivo capitalista e liberista, funzionale alla sopravvivenza del patriarcato. Tutto viene facilmente “ripulito”, “rimarchiato”, “riletto” per renderci addomesticate e addomesticabili, innocue e felici di essere “ancelle” sempre di quel potere che non è mutato, ha solo reso più impalpabili i suoi strumenti. Per questo in molte sono pronte a sostenere che la parità è raggiunta e che non c’è più bisogno di femminismo. Questa deriva è il risultato di un certo tipo di femminismo che ha annacquato tutto nella libertà di scelta individuale e fine a se stessa. Non si tratta di scegliere un femminismo ortodosso o “adeguato”, meno “libero”,ma di conciliare un punto di vista personale, con un contesto in cui non si può fare a meno di tener presenti i fattori della collettività, le variabili socio-economiche. La mia libera scelta non può diventare vessillo per un modo di agire svincolato dalle regole, altrimenti sotto la bandiera del femminismo potrebbero passare nuove forme di sfruttamento e di servitù, mascherate da libertà personale. Occorre ri-codificare il mondo in cui viviamo, rendendolo anche a misura di donna. Vogliamo renderci strumenti di operazioni commerciali, di miti costruiti dal patriarcato per imbrigliarci e indottrinarci? La dimensione collettiva del movimento ci aiuta a non isolarci nel nostro egoistico e parziale punto di vista, ci porta a considerare il cambiamento necessario come un percorso di tutte. Non dobbiamo farci usare e dividere perché di questo passo finiremo schiave di un modello economico che già da tempo investe le relazioni tra le persone. È semplice affermare che prostituirsi è bello, se è frutto di libera scelta, ma qualcuno si è interrogato a sufficienza su questa presunta libertà, da cosa viene indotta, da quali miti e da quali necessità è mossa? Oppure ce ne freghiamo e lo consideriamo emancipazione, perché partiamo dal presupposto che a questo mondo non ci siamo differenze socio-economiche e culturali che possano influire sulla libertà di scelta? Personalmente, penso che l’analisi femminista sia chiamata a un ragionamento più complesso e meno semplificante della realtà, dobbiamo dotarci di strumenti nuovi di decodifica dei fenomeni, perché quelli fornitici dal liberismo e da una società patriarcale non vanno proprio bene. Il corpo è mio, io sono mia, ma se ho bisogno di sopravvivere, ogni libertà nasce tronca. Ecco la necessità di una dimensione collettiva, che non lasci sola nessuna di noi. Se bastasse volere e scegliere di essere libere, non ci sarebbero tanti problemi e violenze a carico delle donne.

Giorgia Serughetti, prima di avventurarsi in queste affermazioni, si dovrebbe leggere i post sulla prostituzione di Resistenza Femminista, anziché fantasticare su una prostituzione mitologica, lontana dalla realtà.

Dobbiamo svegliarci dal torpore ed essere di nuovo per un movimento collettivo affinché il cambiamento sia per tutte!

“Clare Chambers nota che il concetto di scelta ha il potere di tramutare una situazione iniqua in una condizione apparentemente giusta: affermare che essa rappresenta il prodotto di una libera scelta serve a conferirle, infatti, una parvenza di giustizia. La retorica liberista della scelta può, anzi, consentire di mettere fra parentesi i concetti di disuguaglianza e di ingiustizia” (Sex, Culture, and Justice: The Limits of Choice, Pennsylvania State University Press, 2007).

“Se al concetto di scelta viene dunque conferito un carattere politico, tanto nel discorso sociale che in quello femminista, l’atto di decidere viene invece depoliticizzato, in quanto pensato come individuale, isolato dal contesto sociale e affrancato da qualsiasi forma di condizionamento. L’enfatizzazione della nozione della libertà di scelta rende ardua la comprensione dell’oppressione delle donne e delle pressioni che subiscono, sia perché non ne riesce ad individuare le basi materiali e fisiche, sia perché implica il rifiuto di un’analisi condotta in termini di rapporti sociali tra i generi.
I discorsi femministi incentrati sul concetto di scelta lasciano intendere che tutte le donne siano totalmente libere e uguali, ma implicitamente fanno riferimento soltanto a quelle delle classi sociali abbienti, economicamente, politicamente e socialmente in grado di effettuare scelte che si dispiegano entro un ampio ventaglio di possibili opzioni. In tal modo non sono soltanto le analisi relative ai rapporti tra i generi ad essere oscurate, ma anche le indagini che potrebbero chiarire la dinamica di altri rapporti sociali, nonché la loro intersezione.
Il femminismo così concepito rinuncia, in conclusione, ad ogni potenziale trasformativo e perde la propria originaria carica sovversiva.
Dal momento che, in sostanza, si astiene dalla critica al sistema patriarcale, lo si può effettivamente definire, a mio parere, ancella del patriarcato”.

 

Chiudo con Wendy Brown, citata da Cristina Morini qui:

“Per Wendy Brown, il concetto di libertà deve infatti fare i conti con una sovranità che “è turbata soprattutto da forme di potere sociale sempre più intricate, seppur diffuse” (Brown, 2012: 9). E, d’altra parte, la libertà come pratica relazionale costantemente contestualizzata e non come concetto assoluto, continua a rappresentare la più efficace misura per distinguere chi è in grado, seppure relativamente, di esercitare il controllo sulla propria vita o chi invece no, la linea che segna la linea di divisione tra coercizione e azione.

Mi piace ciò che suggerisce Cristina Morini, perché allarga l’analisi, amplia gli orizzonti, compie un processo di contestualizzazione importantissimo. Si tratta di combinare saggiamente due idee di libertà:

“La crisi distrugge ciò che eravamo ma crea anche nuovi legami tra le persone. Come vivere una vita buona, pur dentro le nostre complesse “varietà di esilio”? Essendo consapevoli dalle trappole suadenti del potere, recuperando strumenti autonomi di diagnosi, come l’autocoscienza, in cui il soggetto prenda parola senza intermediari, posizionandosi in modo conflittuale rispetto al potere e alle sue istituzioni, aiutandosi, attraverso il confronto collettivo, a sottrarre il “sintomo” (vivere) alla oggettivazione degli esperti e degli intellettuali di professione. Facendo con-vivere l’idea di libertà individuale con quella di comune. Ritrovando più che mai dentro una linea di sottrazione, di rifiuto di ruoli e funzioni assegnate nella vita e nella società, il cuore stesso della politica delle donne. Più rivoluzionario di qualsiasi promessa di rivoluzione, questa disposizione conflittuale va allargata, potentemente, dal privato al pubblico. La libertà delle donne (e degli uomini) passa da un processo di smobilitazione di questa vita, che deve, tutta, cambiare”.

Non tutta la libertà che si sbandiera, anche se luccica e acquista crediti da parte delle stesse donne, è da prendere come oro colato. Non fermiamoci alla superficie, manteniamo la mente critica e vigile. Perché non ci vendano aria fritta al posto della libertà.

 

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Femminismi e dintorni

by Elin Høyland

by Elin Høyland

Il 6 dicembre in Canada è stata la giornata della memoria e dell’azione contro la violenza sulle donne, in ricordo delle 14 donne uccise nel 1989 all’École Polytechnique, da un uomo armato che sparò urlando: “siete un branco di femministe e io odio le femministe!” (qui qualche informazione)
Ringrazio Ilaria Baldini per aver condiviso questo articolo di Meghan Murphy, che provo a tradurre qui per voi.
L’autrice coglie questa occasione per spiegare in cosa consiste il femminismo oggi e quali sono gli obiettivi che si prefigge.

 

“Io definisco il femminismo come un movimento per porre fine al patriarcato e alla violenza maschile sulle donne. Questa definizione ha un suo senso e mi sembra ovvia perché senza patriarcato non ci sarebbe bisogno del femminismo e perché la violenza maschile sulle donne è il frutto – e il principale effetto – del patriarcato. Le donne saranno oggetto della violenza maschile, finché saranno una classe oppressa e soggetta a un sistema di controllo che adopera la violenza come strumento di minaccia (e sottomissione, ndr). Uno stato di impotenza (dipendenza, ndr) economica e sociale rende gli individui vulnerabili alla violenza.
Alcuni sostengono che il femminismo consista nel fatto che le donne aspirano a diventare “uguali” all’uomo, ma io non sono d’accordo con questa definizione. Gli obiettivi del femminismo non sono e non dovrebbero consistere nel diventare “come gli uomini”. Il potere maschile è un problema. L’idea della mascolinità (il prototipo virile) è un problema. La gerarchia è un problema. Questa definizione che non mi piace, sembra alludere agli uomini e alla virilità come qualcosa di “migliore” rispetto alle donne e al concetto di femminile, quando, in realtà, sappiamo che mascolinità e femminilità sono dei prodotti, delle prescrizioni derivanti dai ruoli di genere che stiamo cercando di demolire. Mascolinità e femminilità sono dei concetti non reali. Non sono qualità innate, ma il risultato di una serie di caratteristiche che ci sono state appiccicate (inculcate) sin dalla nostra infanzia. Io non voglio più aspirare ad essere “come un uomo”, voglio essere rispettata come una donna. Non desidero il potere che ha l’uomo, io non aspiro ad essere il sesso o la classe o la razza dominanti. Dire che auspichiamo che le donne divengano “uguali” agli uomini non coglie le radici della disuguaglianza e non affronta il fatto che le donne sono di fatto biologicamente differenti dagli uomini e che per questo i nostri diritti possono non collimare esattamente con quelli degli uomini (per esempio, i diritti riproduttivi). (C’è la necessità di una declinazione diversa, ndr). Alcuni pensano che una femminista sia semplicemente una persona che chiede di avere pari diritti uomo-donna e che si tratti di “parità tra i sessi”. Sono d’accordo sul fatto che uomini e donne debbano avere pari opportunità, dignità e diritti, ma allo stesso tempo penso che se non nominiamo il patriarcato come l’origine del problema e non sottolineiamo che la violenza maschile sulle donne è il risultato chiave del patriarcato, stiamo perdendo di vista il nostro reale bersaglio, contro il quale stiamo combattendo.
Ci sono innumerevoli punti su cui le femministe non concordano tra loro: la soluzione migliore in materia di legislazione sulla prostituzione, se la pornografia può o meno essere femminista, il numero di peli pubici che è consentito avere, il grado di divertimento quando mangiamo l’insalata da sole, se le donne possono o meno amare il whisky. Ci sono conflitti su tanti aspetti, tranne sul fatto se il sessismo sia o meno ok, se la violenza sulle donne sia o meno ok, se il patriarcato esista o meno e se sia o meno un male per le donne.
Ora che abbiamo fatto queste puntualizzazioni, desidero segnalarvi un recente articolo di Joyce Arthur, una delle fondatrici di FIRST (una organizzazione nazionale femminista di sex worker con sede a Vancouver, che si batte per la depenalizzazione della prostituzione in Canada), ed è un’attivista pro-choice.
In questo articolo si sostiene che il 6 dicembre non fosse il giorno più appropriato per il varo della nuova legge sulla prostituzione che penalizza protettori e clienti. A questa affermazione io avevo già risposto sostenendo che:
“Il fatto che la nuova legge entri in vigore nella giornata della memoria e dell’azione contro la violenza sulle donne è perfetto, perché va a punire i clienti che sono là fuori in cerca di una giovane donna vulnerabile, aborigena, per soddisfare i loro bisogni. Il 6 dicembre è il giorno in cui ricordiamo e agiamo contro la violenza sulle donne. Questo è il significato della giornata. Quale migliore occasione per gridare contro i perpetratori della violenza: MAI PIU’! Non è un vostro diritto, queste donne non sono per voi. Queste donne meritano di meglio e non sono una serie di fori da penetrare. Le donne povere o vittime di discriminazioni razziali meritano qualcosa di meglio della prostituzione.
Ho anche risposto alle asserzioni (riferite anche da Arthur) secondo cui questa legge alimenterebbe la violenza nei confronti delle sex workers. Non solo non esiste alcuna prova che questo sia vero, ma non vi è prova reale nemmeno che la legalizzazione e la depenalizzazione completa porti alla violenza sulle sex workers. Il fatto che la legalizzazione porti un incremento del traffico significa assistere a un incremento della violenza. Un altro fatto è che sin da quando il modello nordico è stato applicato in Svezia, nessuna prostituta è stata uccisa, mentre nei quartieri a luci rosse di Amsterdam annualmente si registrano femminicidi ai danni delle donne che vi lavorano.
Arthur sostiene la solita tesi secondo cui lo “stigma” provoca la violenza contro le prostitute e ciò che il modello nordico perpetra è uno “stigma”. Ma anche in paesi che hanno legalizzato, lo stigma non è scomparso. Le donne tuttora non vogliono prostituirsi e solo un ridotto numero di prostitute si registrano per pagare le tasse (il che significa che la maggior parte del settore è ancora sommerso, il che contesta l’affermazione secondo cui il modello nordico produce clandestinità) – perché? Perché non desiderano essere registrate e mostrare di essersi prostituite. La loro speranza è di uscire dal loro stato e di fare qualcosa di diverso nella vita (una registrazione è qualcosa che rischia di marchiarti a vita, ndr). Gli uomini non uccidono le prostitute a causa dello “stigma”, bensì perché viviamo in una società patriarcale, all’interno della quale gli uomini imparano che la violenza contro le donne è accettabile e sexy (vedi BDSM), perché i clienti sono misogini che non rispettano le donne (se le rispettassero come esseri umani veri, non le tratterebbero come oggetti e materie prime) e perché molte delle donne che si prostituiscono sono emarginate economicamente, socialmente, a livello razziale e di genere: questo “legittima” il potere dei clienti su di loro, sminuendo il valore di queste donne e rendendole meno visibili nel contesto di un patriarcato capitalista.
Ho affrontato già in precedenza queste tematiche e ho risposto a molte di queste affermazioni senza fondamento che Arthur ripete nel suo articolo, per cui ora vorrei andare oltre e concentrarmi su “cosa le femministe realmente pensano e credono”, “su cosa sia una femminista” e su “cosa sia il femminismo”, rispondendo puntualmente ad alcuni punti dell’articolo di Arthur.

 

La connivenza con alcune forze politiche
Arthur scrive:
“Le femministe radicali che si oppongono alle sex workers hanno sostenuto gruppi di destra e il governo federale conservatore per far passare questo testo di legge sulla prostituzione. Questi ultimi due gruppi sono motivati da un forte desiderio di contrastare i diritti delle donne, l’autodeterminazione e la libertà di espressione sessuale “non tradizionale”, fatto che denota le difficoltà con cui queste femministe radicali affrontano questi temi. Per lo meno credo che lo facciano quando si parla di diritti delle sex workers”.
Io non ho unito le mie forze a nessun partito politico, tanto meno con il governo federale conservatore. Questa non è una questione di parte. Ho sostenuto la legge C-36 perché è un buon testo, nonostante io non sostenga il partito conservatore. Non condivido la posizione del NDP sulla prostituzione perché la ritengo pessima e fuorviante, anche se alla fine alle prossime elezioni potrei votare per loro. Chi lo sa. Ma non posso oppormi a una legge che io ritengo buona, solo perché non voto il partito che la sostiene, così come non vorrei mai dover sostenere un progetto di legge cattivo ad opera di un partito che voto. Il mio voto in occasione delle ultime elezioni locali lo dimostra. Mi piacerebbe poter votare per un partito che sostengo in toto, ma è difficile che ciò possa accadere in tempi brevi.

 

Sugli abolizionisti
Gli abolizionisti si oppongono all’industria del sesso (Arthur sostiene che ci opponiamo al sex work, ma non usiamo l’espressione “lavoro sessuale” perché troppo vago per includere ogni aspetto e perché è più corretto dire che ci opponiamo all’industria del sesso). Questo non è perché abbiamo “problemi” in relazione ai diritti delle donne, all’autodeterminazione e alla libertà sessuale delle donne. Questa è un’affermazione assurda se si ha la minima comprensione di cosa sia il femminismo e cosa siano prostituzione e patriarcato. Tutte le femministe sostengono i diritti umani delle donne. Questo non significa che sosteniamo il potere maschile e l’industria che rende le donne e le ragazze un servizio sessuale per gli uomini che hanno maggiore potere di quanto ne abbiano loro. Sosteniamo l’autodeterminazione delle donne in quanto aspiriamo a una società che consenta scelte reali per le donne, che vadano ben oltre l’essere scopate da degli sconosciuti, per il solo fatto che queste donne non hanno altri mezzi per sopravvivere.

 

Sulle tradizioni
I sostenitori del sex work e i maschilisti ignoranti solitamente asseriscono che sia “il mestiere più antico del mondo” (che non lo è, per la cronaca) il che sembra suggerirci che, lungi dall’essere “non-tradizionale”, la prostituzione è parte di una lunga tradizione che è legata a stretto filo con la tradizione del patriarcato. Ciò significa dire che non solo è una cosa ridicola e risibile che qualcuno dotato di un po’ di cervello possa definire la prostituzione come qualcosa di “non tradizionale”, ma anche che non ha niente a che fare con la naturale espressione sessuale delle donne, questo perché l’unico motivo per cui la prostituzione esiste è che a questo mondo gli uomini detengono un maggiore potere economico e sociale. Non perché le donne entrano volontariamente in massa nell’industria del sesso. Se così fosse non esisterebbero la tratta internazionale di esseri umani, i rapimenti, i ricatti, le bugie e tutti i vari espedienti messi in atto che costringono e portano le donne a prostituirsi. Perché loro non dovrebbero fare altro che “scegliere” di farlo come parte della loro “espressione sessuale non-tradizionale”.

 

Sulla scelta
Naturalmente esistono donne che scelgono intenzionalmente di prostituirsi, senza esservi costrette. Ma ci sono anche migliaia di donne in tutto il mondo che si sottopongono a operazioni di mastoplastica additiva (per scelta), che agitano le tette a spettacoli rap (per scelta), che pubblicano selfies su Instagram (per scelta) – questo significa che tutta l’auto-oggettivazione è femminista? O che le protesi al seno siano qualcosa di buono? O che ottenere applausi per un nudo non abbia nulla a che fare col patriarcato? Se una persona sceglie o meno qualcosa non significa automaticamente che quella cosa che sceglie sia o meno femminista (o più in generale buona o cattiva, etica o salutare o altro). Si tratta semplicemente di una scelta che hanno fatto, considerando il contesto di una serie di fattori – in questo caso i fattori sono stati principalmente il capitalismo e il patriarcato, e se facciamo riferimento al nostro precedente quesito su cosa sia il femminismo, noterete che è un movimento che combatte il patriarcato e che, pertanto, se il tuo femminismo non è fermamente radicato in questa lotta, nei fatti non stai facendo esperienza di femminismo.

 

Sulle vittime
Nonostante ciò, Arthur sembra credere il contrario, se qualcuno si identifica come “vittima” non ha niente a che fare con il fatto che l’industria del sesso vittimizzi o meno le donne. Gli abolizionisti si concentrano sui comportamenti maschili e non su quelli femminili. Questo significa che il colpevole è la persona che vittimizza, quindi che una persona scelga o meno di identificarsi come vittima, non cambia le responsabilità del colpevole. Se per esempio una donna rimane con il marito violento e non si sente/definisce vittima, si tratta di una sua scelta. Ma questo non significa che le azioni del marito diventano “accettabili” (“legittime” ndr), che le femministe debbano accettare ciò come “normale” e guardare altrove o che quello che sta facendo non costituisca vittimizzazione. Per quanto riguarda la prostituzione, in particolare, una donna può sentirsi nelle piene facoltà di scegliere di prostituirsi, ma 1) Lei fa parte di una minoranza (la maggior parte delle prostitute è povera, molte di loro non hanno scelta e non rilasciano interviste) e 2) questo non cambia le dinamiche e il senso dell’industria del sesso, nel suo complesso. Nel mondo vi sono più di 20 milioni di vittime di tratta, la maggior parte delle quali sono donne o ragazze da avviare alla prostituzione. Non esistono milioni di donne adulte nel mondo che stanno scegliendo la prostituzione perché gli piace.

 

Sul femminismo anti-femminista ed altri aspetti in merito al femminismo e alle femministe
Nel resto dell’articolo Arthur ricorre prevalentemente a insulti sessisti e tropi, di solito riservati agli MRA (men’s rights activist), ai giocatori, ai frat bros, in modo tale da accusare le femministe di essere delle fanatiche, come i patriarchi cristiani fondamentalisti che reprimono la sessualità. Arthur prosegue con l’etichettare le femministe che si oppongono all’industria del sesso come pudiche e che cercano di reprimere la sessualità maschile e di incoraggiare la monogamia, affermazioni che suonano molto simili a ciò che direbbe un uomo sessista. Non sono certo cose che direbbe una persona che sostiene di essere in linea con il movimento femminista. In ogni caso, se la prostituzione fosse qualcosa di innato della sessualità maschile, è stupro? Tutto ciò che facciamo per affrontare il “diritto” al sesso che gli uomini accampano e l’uso dei corpi femminili significa “reprimere la sessualità maschile”? Gli uomini sono in qualche modo biologicamente predisposti ad avere rapporti sessuali con donne che non li desiderano? Perché trovo questo concetto preoccupante, per non dire altro.
Le femministe sono apostrofate in ogni modo dalle anti-femministe: naziste, odia-uomini, nemiche del sesso, brutte, pelose, arrabbiate, pazze e pudiche. Arthur utilizza alcuni di questi epiteti. Lei ci accusa anche di odiare le donne: “è possibile che (le femministe radicali) abbiano una vena punitiva che disprezza le prostitute?”
Permettetemi di rispondere: no Joyce. Per la miliardesima volta no. Il femminismo non odia le donne. Si tratta di qualcosa che concerne gli uomini e consiste nello sfidare il potere maschile. Inoltre, molte femministe radicali, femministe e femministe abolizioniste sono state prostitute. E loro non possono certo odiare se stesse, le amiche, le loro sorelle, le figlie e le madri che in passato sono state prostitute o lo sono tuttora. Mi verrebbe voglia di rispondere con il dito medio a queste insinuazioni, ma questa volta rinuncerò.
Nelle sue esultanze misogine finali, Arthur sforna un classico: You’re all just jealous, bitcheeeees. Nelle sue parole “le femministe radicali…vedono le sex workers come concorrenti che, troppo disponibili sessualmente, rovinano “la piazza” alle altre donne. Mi sembra un’ipotesi un tantino confusa, perché mi sembrava di aver capito che le femministe radicali odiassero gli uomini e il sesso, quindi mi sembra strano che ora vengano dipinte come gelose e desiderose di essere possedute dai clienti al loro posto.
Non so voi. Si potrebbe pensare che se le femministe fossero messe così male riguardo al sesso, se la prostituzione fosse una pratica tanto piacevole per far soldi, ci dovrebbe essere un buon numero di uomini prostituti per risolvere il problema delle femministe radicali. (…)
Scherzi a parte le argomentazioni dell’articolo di Arthur non possono definirsi femministe. Sono dannose, sessiste, pieni di stereotipi contro le donne radicati nei miti e nelle fantasie maschili. Sono tesi che concorrono a mantenere lo status subordinato delle donne e mirano a far sembrare “naturale/normale” la nostra oggettivazione, la nostra sessualità e la nostra disuguaglianza. Sono argomentazioni che servono ad attribuire un’aurea di normalità al potere maschile e alla violenza. E come ogni 6 dicembre, ogni anno, ricordiamo che l’odio nei confronti delle femministe può essere molto pericoloso.

Quale libertà ci può essere in una scelta, quando non si hanno alternative percorribili? Pensiamoci, questo ci riguarda molto da vicino.

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Non più persona

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Sabato 22 novembre, in occasione della Settimana rosa di Zona 7 contro la violenza sulle donne, il gruppo Donne a Confronto e l’associazione Dimensioni Diverse, in collaborazione con l’associazione Diesis, hanno presentato il monologo  “Con queste mani”, scritto da Mariella De Santis, mia conterranea.

Qui, l’evento su FB, con qualche dettaglio.

Il lavoro dell’autrice prende ispirazione dall’intervista di Emilio Quadrelli, pubblicata su “Alias” il 3 febbraio 2007 con il titolo “Anna e le altre. Carne da macello”, ma accoglie in sé altre storie che Mariella De Santis ha incontrato e raccolto nel corso della sua storia professionale di assistente sociale. Si tratta di versi pieni di energia, che scava dentro e porta ai nostri occhi tutta una serie di spunti di riflessione. Mirabile esempio di come l’arte in versi può rendere più incisivi dei messaggi molto importanti. L’arte che parte dalla realtà e la porge alle nostre menti, affinché scatti in noi qualcosa, dandoci la possibilità di riflettere a fondo. L’interpretazione incarnata dalla bravissima e intensa Lorella De Luca, rapisce lo spettatore per 40 minuti. Performance che riesce a trasmettere perfettamente il mondo interiore della protagonista. Lorella De Luca dimostra di sentire la donna che rappresenta, c’è un trasporto particolare che a nessuno spettatore può sfuggire. Il corpo e la voce dell’attrice rappresentano perfettamente l’apparente forza della donna, deumanizzata in seguito a innumerevoli violenze subite, “non più persona”, da tanto, troppo tempo. Vibra in lei una vita che non le appartiene più, un corpo che è sopravvissuto all’anima, a causa di un istinto vitale che inchioda a continuare una vita a metà, una vita in cui non si crede più. Dicevo apparente forza, quasi una corazza a proteggere quel corpo materiale e emotivo reso fragile e senza più speranze o sogni (viene accennato il sogno che spinse molti a cercare una vita migliore in Italia nei primi anni ’90). I pugni chiusi dell’attrice, a rappresentare il dolore trattenuto a stento dentro, che però sfugge e lascia trapelare solo odio e diffidenza nei confronti del genere umano. Un’esperienza che segna per sempre e che ti indurisce l’anima. L’autrice nel finale, che non è un happy ending semplice, ha voluto inserire un’alternativa alla violenza che ha invaso ogni angolo della storia. Ha creato un varco, un segnale che qualcosa di diverso è possibile, nonostante tutto, nonostante sembri che la violenza abbia prevalso nella giovane protagonista, fiaccando ogni aspetto umano. Segna una possibilità, nonostante tutto.

Non sono temi semplici e molte delle cose che vi si raccontano non sono note a tutti. Vi consiglio la lettura di tutta l’intervista di Emilio Quadrelli (prima e seconda parte), per entrare nel contesto in cui ci muoviamo.

Questo spettacolo permette di portare alla luce numerosi aspetti: il vero volto delle missioni di pace e degli interventi militari contemporanei, la natura di una certa imprenditoria italiana all’estero, la tratta, la prostituzione, la matrice della violenza sulle donne, con molte attinenze a fenomeni molto vicini a noi.

Come è stato precedentemente accennato, a monte di questo spettacolo ci sono delle donne vere, in carne, ossa, anima e pensieri. Ci sono le loro storie che devono essere raccontate e che ci devono portare a riflettere. Milena, la protagonista del monologo, è ispirata ad Anna, una giovane albanese rapita a 13 anni nel 1996 per lavorare in una fabbrica italiana in Albania. Nel 1998 viene costretta a prostituirsi per i militari prima (rientra nel “logistico” al seguito delle truppe delle missioni militari), per i turisti dopo e poi arriva la guerra in Kosovo. Molte ragazzine e ragazzini (età media 12 anni) finiscono nel giro di prostituzione internazionale (Arabia Saudita, Kuwait, Emirati del Golfo ma anche in zone come le Filippine e la Thailandia).

Nell’intervista di Quadrelli, Anna afferma:

“Una bestia che è stata terrorizzata ha solo due possibilità o soccombe come una cavia da laboratorio o si trasforma in belva, meglio la seconda ipotesi”.

Anna verrà liberata dalla sua vita da schiava, dal fratello che fa parte di in un gruppo di trafficanti di armi. Anna intraprenderà la stessa vita del fratello, perché una vita “normale” è impossibile da costruire, da immaginare, da vivere dopo quello che ha subito. Vorrei riprendere un passo dell’intervista:

“Nella sua sconcertante banalità la storia di Anna è tuttavia in grado di raccontare qualcosa di significativo sulle guerre contemporanee. Le popolazioni, soccorse e/o liberate, agli occhi degli occidentali non sono altro che animali e in particolare uno: il maiale. Al pari di questo, di loro, non si butta via niente. La loro veloce e continua riconversione in una qualche attività utile e proficua per l’uomo bianco non sembra conoscere intoppi di qualche sorta. Alla fine rimane solo la verità vera delle guerre attuali il cui tratto neocoloniale è difficile da ignorare. Allora vale forse la pena di ricordare che è pur sempre dai nostri territori che tali operazioni prendono il via e che, a ben vedere, la differenza tra missioni militari, civili, economiche e finanziarie non sono altro che gradi e articolazioni diverse ma complementari di un unico modello di dominazione. Resta da chiedersi chi, sottigliezze teoretiche a parte, tra le donne e gli uomini del Palazzo da tutto ciò può realisticamente chiamarsi fuori”.

Il territorio straniero diventa una terra di nessuno, in cui ogni nefandezza è ammessa, quasi come se si creasse un buco nero dei diritti e del rispetto degli esseri umani, un territorio di caccia in cui il maschio imbevuto di mentalità di dominio e sopraffazione di stampo patriarcale ha campo libero.

Secondo la sociologa francese Michel (qui un mio post in merito), la violenza che si impara ad esercitare sui campi di battaglia viene poi reimportata in patria, in occidente, attraverso i soldati che tornano dal fronte di guerra. Ma io dico che la violenza esiste già prima di arrivare sul campo di guerra (così come per gli interventi “di pace” o umanitari), non può essere solo una conseguenza della guerra, perché un uomo che arriva a comportarsi così come è accaduto ad Anna, ha in sé il seme della violenza e una mentalità che vede la donna come un oggetto senz’anima. Inoltre, un uomo come quelli che ha incontrato Anna, che distingue la moglie, la madre, le figlie (le donne sante) e tutte le altre, animali su cui abusare, ha in sé qualcosa di malato e probabilmente in cuor suo non opera alcuna distinzione, per lui sono comunque esseri inferiori. Le donne sono ovunque oggetto di violenze e di sfruttamento. Ancora oggi assistiamo a fenomeni di questo tipo, le donne rumene schiave nei campi siciliani, per non parlare delle vittime della tratta della prostituzione, trasportate come merce laddove la domanda è maggiore (vedi Expo 2015).

Si rende necessario un approccio concreto, che scandagli un universo maschile che è quello della nostra quotidianità. Sono uomini che popolano le nostre città, non sono marziani. Sono uomini che vivono accanto a noi, possono essere mariti, fratelli, amici o semplici conoscenti.  Resta in piedi la domanda conclusiva di Quadrelli: chi può chiamarsi fuori? E qual è il ruolo delle donne nelle istituzioni (così come in tutti i luoghi decisionali o che possono incidere) per combattere queste nefandezze? Dov’è la nostra indignazione?

Qualche immagine scattata nel corso della serata.

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