Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Prostituzione, oggettivazione e violenza su donne e bambine: quali i denominatori comuni?


Ho letto la notizia questa estate, un bordello con bambole in silicone apre a Torino. Ho sospeso ogni riflessione esplicita perché qualcosa maturasse, senza inseguire tempi e urgenze.

Il patriarcato è tutto qua, più evidente di così! In questo ricercare sempre nuovi modi di agire qualsiasi tipo di espressione dei suoi fondamentali, ovvero sperimentare violenza e dominio assoluto. Perché l’abuso e lo stupro a pagamento di donne prostituite e tutto quello che gli uomini intendono fare su bambole in silicone appartengono al medesimo universo culturale: ciò che ancora in molti/e continuano a non voler vedere e a non voler ammettere quando si parla di prostituzione e della violenza a cui sono costrette donne e bambine.

Ovvero, la più antica forma di oppressione. La pratica dell’uso di corpi umani come mercato è stata normalizzata dal sistema economico neoliberista, tanto da non riconoscerne più i tratti schiavistici e di sfruttamento. La tratta di esseri umani per molti è una questione da tenere separata dal resto, eppure sappiamo che così non è, serve a tenere in piedi il mercato del sesso, al pari dello sfruttamento delle difficoltà di chi vive situazioni marginali, di difficoltà e non ha alcuna alternativa di sopravvivenza.
Riconoscere questo è il primo passo per comprendere l’operazione in corso nella sua interezza.

Non è assolutamente rassicurante l’idea di aprire bordelli con simulacri umani da adoperare come banco di esercizio di pratiche che vengono esercitate purtroppo su donne reali, che non termineranno di certo con l’apertura di simili strutture.
Perché non vi è separazione, perché è tutto parte di una medesima mentalità, prassi, di un agire violento, che troviamo anche nel consumo di pornografia, nella ricerca di un consumo compulsivo di sesso avulso da tutto.

Un ennesimo elemento che illustra esattamente a che punto è l’espressione maschile, l’immaginario, le abitudini, le pretese, la capacità di emanciparsi degli uomini da catene secolari. Perché se le donne hanno affrontato un percorso di consapevolezza, più o meno intrapreso e riuscito, molti uomini vivono una sorta di schizofrenia, scegliendo di incarnare sempre il medesimo modello, forza, assenza di sentimenti, rapporti basati sul dominio e la sopraffazione, nessun coinvolgimento emotivo, perché le emozioni non appartengono al loro genere…

E questo tipo di bordelli non possono essere letti come antidoto alla solitudine, non può esserlo, non può trovare banalizzazioni, letture bonarie e consolatorie. Perché dietro a questa domanda c’è un mondo da leggere e di cui occuparsi e preoccuparsi. Perché è alla base di quella mostruosa escalation di violenza a cui assistiamo giorno per giorno, alla base di tutto questo appropriarsi dei corpi e delle vite delle donne, c’è questo pensiero unico.

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Potere e violenza. La difficoltà di cambiare prassi.

Artemisia Gentileschi – La ninfa Corisca e il satiro – coll. privata – © Luciano Pedicini, Napoli


Quando si parla di diseguaglianza di potere a volte si rischia di smarrire ciò di cui stiamo parlando. Il consenso e la scelta vengono deformati, subiscono una sorta di pressione forzata in un contesto disequilibrato: non sono più così chiari e subiscono un condizionamento. Il potere non è solo uno status di superiorità in termini di controllo, di status, gerarchico, di età, di posizione, di genere.

Il potere se lo guardiamo a livello base è la differenza tra una persona che è in uno stato di bisogno, di sopravvivenza, di assenza di alternative percorribili e chi dall’altra possiede la forza “coercitiva” di varia entità, di vario tipo.
Il denaro è una di queste leve.

Strano verificare che per alcune il consenso sia inficiato solo quando si parla di potere maschile a ridosso del caso Weinstein e dintorni. Strano che la stortura la si noti solo ora e non quando si propagandava la magnificenza della “scelta” autodeterminata in prostituzione. Eppure da tempo si parlava di un grave ed evidente affievolimento della libertà di scelta in alcuni contesti, chiaramente ad alto livello di violenza. Strano che oggi si parli di potere e di condizioni di diseguaglianza che rendono consenso e scelte individuali meno libere, anzi vere e proprie lesioni dei diritti fondamentali di un essere umano.

Direi eureka! Ci siamo svegliate dal torpore.
Avevamo bisogno del caso Weinstein per smascherare questa realtà, indicibile e inammissibile anche per tante di noi?

Esattamente come i clienti si sentono in diritto di abusare di una donna, come ogni volta che si tenta un’azione di normalizzazione della violenza sulle donne prostituite, esattamente come ogni qualvolta ogni forma di potere viene esercitata per piegare una donna, per avere accesso al suo corpo, per controllarla e sottometterla.
I modi sono molteplici, ma a monte la mentalità, la subcultura dello stupro e della violenzaè la medesima, restano cristallizzati i rapporti stereotipati, i cliché sui ruoli, con i medesimi risultati devastanti per le donne.

Esattamente questa verità abbiamo smascherato: che non può esserci libera scelta, piena scelta se non si hanno alternative di vita, se ci sono diseguaglianze di potere, se l’unica strada a disposizione è vincolata da una situazione di svantaggio, di bisogno, di ricatto, di un potere che tutto può.
Certo ci si può sottrarre, ma nulla è automatico e scontato, nulla è così semplice come appare, dobbiamo pensare che non tutte potranno o avranno la forza di farlo. Sappiamo quanto sia complicato denunciare, affrontare tutto ciò che ne consegue. Troppe sono le variabili e forse occorrerebbe concentrarsi su quel “a monte”, su prassi e consuetudini diffusissimi, piuttosto che puntare il dito sulle sopravvissute.

 

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Un crimine contro l’umanità, una violenza contro le donne


Alcune considerazioni a caldo sulla presentazione del libro Stupro a pagamento – Paid for di Rachel Moran.

Rachel Moran è una sopravvissuta irlandese, co-fondatrice di SPACE international (organizzazione che riunisce sopravvissute provenienti da 7 paesi), ha vissuto 7 anni in prostituzione, dai 15 ai 22 anni. Ne è uscita e come sottolinea lei stessa non era scontato che ci riuscisse, molte donne vi restano intrappolate. Lei ha avuto la possibilità di uscirne per tempo, a una età che le ha permesso di rifarsi una vita, continuare gli studi e laurearsi in giornalismo. Il suo attivismo è venuto di conseguenza, piano piano, non poteva restare in silenzio, doveva dare voce a chi come lei la vita in prostituzione la conosceva bene, in tutti i suoi aspetti, senza sconti o edulcorazioni. E col tempo si sono unite a Rachel nuove attiviste sopravvissute.

 

Non recensirò il libro in questo pezzo, me lo devo studiare per bene. Ma ci tengo a fermare i pensieri e le mie emozioni.

Una delle prime occasioni in cui ho “incrociato” di Rachel Moran è stata nel 2014, da questo intervento al FemiFest 2014.

Chiara, efficace, semplicemente ti sa comunicare l’essenziale. Una conferma della sua capacità di trasmettere la sua esperienza e il suo percorso. La sua testimonianza è di per sé sufficiente per smascherare qualsiasi “depistaggio” o tentativo di glamourizzazione della vita in prostituzione.

Primo disvelamento: oggi è molto diffusa l’abitudine a separare la tratta dalla prostituzione.

In passato avevo trattato l’argomento qui e qui, penso che queste considerazioni siano ancora valide e utili a comprendere la questione per cui disgiungere i fenomeni serve solo a coprire la realtà.

Così come il termine sex worker, coniato dagli sfruttatori, serve solo a deformare la realtà di abuso e violenza di cui è intrisa la vita delle donne prostituite. Prostituite perché esiste una domanda, una richiesta di sesso a pagamento.

Senza la domanda si ridurrebbe l’offerta e lo sfruttamento delle donne, compreso il fenomeno della tratta di esseri umani, il secondo business mondiale dopo quello delle armi e prima di quello della droga.

Gli uomini pagano per poter stuprare, per poter possedere un corpo, per ottenere sesso non desiderato da una donna. Le ragazze che entrano in questo incubo sono sempre più giovani e quasi sempre c’è una storia di emarginazione, difficoltà di sopravvivenza, famiglie disfunzionali e fragili, impossibilità a trovare un lavoro e a sostentarsi perché troppo piccole, situazioni in cui non si ha una casa e si vive da senzatetto, abusi e violenze familiari, un passato traumatico. Un quadro che non può assolutamente far pensare che si tratti di libera scelta, di una scelta volontaria. Non avere alternative altera la capacità di scelta degli individui, entri in un vicolo cieco. Così come Rachel spiega bene che è folle parlare di consenso da parte di una ragazza minorenne. Una narrazione che sostiene che una ragazza possa essere consenziente serve solo a giustificare la perversione di uomini che abusano di minorenni, poco più che bambine.

È un crimine universale, una vera e propria violazione dei diritti umani. Ma perché pur essendo essenzialmente questo, siamo ancora qui a chiederci se punire questo crimine, perpetuato da sfruttatori e clienti? C’è una sorta di rassegnazione e di ineluttabilità quando si pensa che la prostituzione sia qualcosa di permanente, di non cancellabile. Però se pensiamo agli omicidi, continuano ad avvenire nonostante ci sia il reato e il carcere, eppure a nessuno viene in mente di mettere in discussione la punibilità di un reato simile. Noi consentiamo che ci sia invece un terreno franco, in cui è consentito pagare e commettere fondamentalmente un abuso su un’altra persona.

Le storie e le condizioni che portano le donne nel mondo della prostituzione sono rimaste le medesime nonostante il passare dei secoli, dei decenni e i vari cambiamenti storici. Oggi abbiamo un elevato numero di persone vittime di tratta, ma le necessità di spostarsi geograficamente ha sempre costituito un aumento del rischio di subire varie forme di violenza e sfruttamento. In un lavoro della Caritas leggiamo:

“La dislocazione di donne in particolare da alcune zone del Paese ad altre soprattutto sul piano agricolo (mondine) o agroalimentare (raccolta frutti e confezionamento prodotti), come anche lo spostamento nel dopoguerra dalle campagne alla città e dal Sud al Nord hanno portato nei primi decenni del ‘900 al verificarsi di fenomeni gravi di violenza alle donne, di sfruttamento sul lavoro e anche di sfruttamento sessuale. “

Storicamente lo spartiacque è stato il varo della legge Merlin nel 1958. È stata rivoluzionaria per come Lina Merlin ha lavorato, perché di fatto ha messo in atto una vera e propria campagna di ascolto delle donne. Rachel Moran racconta le audizioni delle donne al parlamento irlandese, che hanno poi portato ad aprire nuovi orizzonti e scenari e fino all’adozione del modello nordico o abolizionista. Esattamente questo ascolto ha portato Lina Merlin a tracciare le basi della legge che ha posto fine alle case chiuse e allo sfruttamento di stato. Lina Merlin riceveva moltissime lettere dalle donne, che raccontavano la loro esperienza in prostituzione. Da questo è nata una legge, che nonostante la perfettibilità di ogni cosa, ha messo al centro la donna, che non è criminalizzata, prostituirsi non è un reato, ma ha reso tale lo sfruttamento, il favoreggiamento e l’induzione alla prostituzione.

Quindi alla base di tutto ci deve essere una rilevante capacità di ascolto della realtà da parte delle istituzioni. Istituzioni che secondo il modello abolizionista devono assicurare strategie concrete di fuoriuscita dalla prostituzione: abitazioni, sostegni economici, la possibilità di crescere i propri figli, un lavoro, cure sanitarie, istruzione.

Il modello funziona se vengono messi in campo questi sostegni, accanto alla punibilità di chiunque compia una forma di sfruttamento economico e sessuale di una persona (cliente, pappone, trafficante ecc.), senza distinzione di genere sia per chi la esercita che per chi la subisce. Inoltre lo stato si impegna a varare programmi di educazione alle relazioni. Chiarissimo no? Chi si oppone chiaramente ha interessi economici, ideologici e personali molto forti. Queste le ragioni di una resistenza e di una opposizione. Non è solo un fattore culturale, in Italia e in altri Paesi preferiamo chiudere gli occhi e assuefarci al racconto deformante della prostituzione come lavoro. Alla base la più grande menzogna, che vuole coprire la realtà della violenza a cui sono soggette le persone prostituite.

Nessuna donna sceglierebbe mai e rimarrebbe in questa vera e propria schiavitù se avesse delle alternative di vita. Non potete costringere le donne in questo abuso permanente, ignorando che ciascun essere umano ha diritto a una vita dignitosa, senza violenza. Per questo dobbiamo ascoltare le sopravvissute, chi ha vissuto sulla propria pelle questa esperienza.

Purtroppo devo registrare l’assenza ieri sera di una parte di attivismo femminista. Non è un buon segnale, soprattutto perché se perdiamo l’abitudine ad ascoltare e ad approfondire siamo perdute.

È un pessimo segnale perché a perdere sono le donne e tutte le persone sfruttate e vendute. Naturalmente finché la cosa non ci riguarda, potremo continuare a raccontare del mito della prostituta felice. Per approfondire: qui. Penso che ci sia questo alla base della vulgata dei fautori del sex work, la rimozione della realtà, una maschera della trappola della violenza, come se il denaro la potesse legittimare. Subire violenza continuata può ragionevolmente essere un lavoro come un altro?

Quindi che fare? Su questo Rachel Moran è decisa: realizzare una coalizione ampia e che converga su questa battaglia, senza che si creino dispersioni di energie su altri temi, che rischiano di allontanare dall’obiettivo di realizzare un sistema sul modello abolizionista.

Credo che sia la chiave di ogni azione per cambiare realmente le cose, non disperdersi, per concentrarsi su determinati obiettivi e perseguirli con coraggio e determinazione.

Dobbiamo pensare alle donne di domani, abbiamo l’obbligo di costruire per loro un futuro migliore.

 

Per approfondire qui La cognizione dell’orrore, di Mariangela Mianiti.

 

Articolo pubblicato anche su Dol’s Magazine qui.

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Interconnessioni che ci riguardano #20maggio

“A feminist is anyone who recognizes the equality and full humanity of women and men.” Gloria Steinem and Dorothy Pitman Hughes 1971

 

Non è sufficiente una sola giornata, ma è necessario ribadire l’importanza di una attenzione e di un impegno tutto l’anno. Sabato ci sarà la manifestazione “20 maggio senza muri” promossa dal Comune di Milano e da altri soggetti, riprendendo la marcia di Barcellona della sindaca Ada Colau.

In quella giornata manifesteranno anche le realtà che aderiscono alla rete “Nessuna persona è illegale” per portare un messaggio che integri cultura e azione pratica e quotidiana di dialogo e di accoglienza, affinché le politiche sulle migrazioni siano articolate diversamente, affinché si comprenda che l’arrivo di questi nuovi cittadini e cittadine sia una grande opportunità per il nostro Paese.

Se non abbandoniamo l’idea di un approccio incentrato esclusivamente su prassi securitarie che sono tanto in voga, avremo solo alimentato le posizioni xenofobe e di esclusione. I diritti umani non possono avere vuoti o sospensioni o eccezioni. Leggi come la Bossi-Fini, legge Minniti-Orlando o la scelta di non garantire l’appello ai richiedenti asilo non vanno nella direzione di assicurare tutele e diritti certi e uguali per tutti. Così pure i contenuti del Regolamento di Dublino per quanto riguarda le competenze in merito alla domanda di asilo (Paese di arrivo). Si separa, si creano differenti trattamenti e diversi gradi di tutela dei diritti.

Vi invito a riflettere su questa dichiarazione contenuta nell’appello  Nessuna persona è illegale:

“Non riconosciamo la distinzione tra autoctoni e immigrati, tra regolari e irregolari, tra rifugiati e migranti economici, perché i problemi degli uni e degli altri non sono diversi e contrapposti ma collegati: i temi del lavoro, del reddito, della precarietà, dell’istruzione e formazione professionale, della casa, della salute, accomunano tutte e tutti, e non ammettono che soluzioni condivise.”

Se riuscissimo ad assumere questa ottica, eviteremmo anche quella lotta per le briciole che tanto avvantaggia destre e leghe. Soprattutto eviteremo atteggiamenti ipocriti e che discriminano.

Ipocrisia che si è di recente tradotta anche nel fatto che in tanti non hanno preso posizione pubblicamente in occasioni recenti come l’operazione di polizia in Stazione Centrale o riguardo alle esternazioni di Debora Serracchiani. Debolezza, connivenza, indifferenza, muoversi solo se necessario o di qualche utilità personale, esplicitare le proprie opinioni solo se non è troppo pericoloso per il proprio percorso futuro.

Ecco da tutto questo atteggiamento prendo le distanze.

Vogliamo chiedere maggiore trasparenza e chiarezza nella gestione dei servizi di accoglienza? Isola di Capo Rizzuto non è un caso eccezionale. Purtroppo sulla pelle dei migranti si costruiscono business e si consentono infiltrazioni mafiose. Vogliamo occuparci di questo seriamente e sistematicamente? Vogliamo aprire gli occhi su cosa accade? Insabbiare per anni i dossier in attesa di qualche indagine della magistratura non è accettabile. Mi rendo conto che sono temi scomodi, ma non nascondiamoci dietro alla cruda realtà.

Perché non ci basterà prendere le distanze da un Salvini che parla di un programma di “pulizia etnica”. Non ci basterà marciare un giorno soltanto per chiedere una accoglienza che rispetti i diritti umani. Solidarietà e pari diritti. Non ci basterà trovarci attorno a un tavolo una tantum. Ciò che non avremo fatto e ciò che non avremo detto al momento opportuno segnerà la nostra attendibilità e onestà, la nostra posizione. La serietà del nostro impegno.

Militarizzare le città, affrontare le migrazioni in termini di costi, contenimento, rimpatri, questioni di decoro e ordine pubblici non ci servirà a niente. Occorre modificare l’approccio. Quella più volte messa in atto non è accoglienza e inclusione.

L’altro giorno un consigliere della Lega della mia zona raccontava delle “occupazioni” e delle “invasioni” prima di pugliesi e calabresi e oggi di egiziani e altre nazionalità. Questo dovremmo ricordarci, fino a ieri, cosa si diceva, cosa si argomentava e cosa oggi si ricorda e si ripete. Gli altri fino a ieri eravamo noi. Quindi chiediamoci il senso di azioni volte solo a creare spartiacque, muri, distinguo tra noi e gli altri.

Così come non possiamo girare la testa di fronte al fatto che sono donne e minori a pagare le conseguenze peggiori di queste migrazioni tra un muro e un recinto, tra frontiere e organizzazioni criminali, tra violenze e corpi che diventano merce. Le barriere e i ghetti servono solo ad alimentare queste pratiche, questi cicli, questi processi in cui gli esseri umani perdono diritti e diventano oggetti, da spostare, vendere. La vita deve avere sempre lo stesso valore, la sua garanzia per queste persone non può essere mutilata, interrotta.

“Secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni dei 37 mila nigeriani sbarcati in Italia nel 2016 (la nazionalità più numerosa) oltre 11 mila erano donne, l’80 per cento era destinato al marciapiede e quasi tutte venivano da Benin City. La strada è sempre la stessa, Benin, Kano, Zinder, Agadez, Gatrun, Sebha, Zuara e poi il mare. C’e anche una rotta che passa dal Mali, dove le ragazze vengono private dei passaporti, stuprate e vendute.” Questo è il vero volto della prostituzione in Italia, non quello edulcorato e patinato che alcuni chiamano sex work. Questi sono gli abusi che vivono le tante donne sfruttate e costrette nel mercato della prostituzione. E dietro la minaccia di riti voodoo passano sotto il controllo delle madame. Secondo Isoke Aikpitanyi, che ha raccontato la sua esperienza nel libro Le ragazze di Benin City e dirige l’associazione delle vittime della tratta, ci sarebbero circa diecimila «madame» in Italia.

Secondo i dati Onu si tratta di un giro d’affari annuo di oltre 228 milioni di dollari. A queste donne, a volte poco più che bambine stiamo rubando tutto.

Quando parliamo di migranti non perdiamo di vista questo sguardo, che non può essere neutro, ma deve contemperare le connotazioni e le visioni di genere, quanta violenza e discriminazioni attraversano le vite delle donne migranti.

La tratta di esseri umani a fini sessuali o lavorativi è un crimine contro l’umanità.

Insomma, non facciamo le solite passerelle, ma ogni tanto impariamo a prendere posizione, sempre, senza se e senza ma. Ogni tanto cercate di capire come vivono le donne nel nostro Paese, quanti ostacoli e muri quotidiani incontrano.

Ricordiamoci che nessuna persona è illegale. Nessuna donna è illegale. Tutte le donne sono esseri umani titolari di diritti, che devono essere rispettati, tutelati, nessuna deve essere trattata come un oggetto, un corpo, una merce, un numero.

L’oppressione, lo sfruttamento, le discriminazioni razziali e sessiste, sono fenomeni strettamente interconnessi, non sono “naturali”, ma costruzioni funzionali a un sistema di controllo che permea ogni aspetto delle nostre società, istituzioni, rapporti umani e cultura. È quello che ha cercato di indagare la sociologa francese Colette Guillaumin. Qui un articolo in cui si parla di questi aspetti: “sesso e razza non sono fatti di natura, precedenti alla storia, ma categorie politiche prodotte da specifici sistemi di oppressione – il sessismo, il razzismo – differenti e interconnessi, che impregnano tutti i rapporti sociali, le categorie mentali e istituzionali in vigore.” Sono strutture funzionali a un preciso assetto sociale e di potere.

Per questo sarò in marcia il 20 e sempre. Coerenza sempre.

 

Consigli di lettura:

http://www.ohchr.org/EN/UDHR/Documents/UDHR_Translations/itn.pdf

https://simonasforza.wordpress.com/2015/09/01/il-traffico-di-minori-dalla-nigeria/

https://simonasforza.wordpress.com/2015/04/17/il-silenzio-non-cambia-le-cose/

http://www.naga.it/tl_files/naga/NePILL%20def.pdf

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Farsa e realtà

Paul Townsend via flickr (CC BY-ND 2.0) https://creativecommons.org/licenses/by-nd/2.0/

Paul Townsend via flickr (CC BY-ND 2.0) https://creativecommons.org/licenses/by-nd/2.0/

 

Qui di seguito la mia traduzione* di un pezzo di Mira Sigel (QUI l’originale The farce of #Cologne).

 

Un numero imprecisato di donne sono state violentate e derubate la notte di Capodanno a Colonia. Circa 150 vittime [7 gennaio 2015] hanno fatto denuncia alla polizia, alcune parlano di stupro. Secondo quanto riferito, gli autori erano di origine nord africana e araba. La gente sui social network si divide tra coloro che parlano di accuse razziste, e chi ancora si interroga sul senso del declino dell’Occidente. I politici parlano di “polso duro della giustizia”. Le vittime sembrano scomparire in questo fermento.

Capodanno, una notte diversa dalla norma. Ognuno è in festa, tutti restano in piedi fino a tardi, molti si lasciano andare. A causa della paura di attacchi terroristici, polizia e polizia federale erano in presidio alla stazione ferroviaria di Colonia centrale. Grandi folle si trovano sulla piazza, alcuni gruppi lanciano petardi e fuochi d’artificio tra la folla. Le donne sono state palpate, circondate, minacciate, rapinate e anche violentate. Gli astanti che cercavano di dare una mano sono stati minacciati. Descrizioni concordanti raccontano che gli autori avevano tra i 15 e 35 anni, del Nord Africa e di origine araba. La polizia non si è accorta di nulla. Nella loro relazione sulla situazione hanno detto che il Capodanno è stato pacifico. Le prime notizie di attacchi sono apparse sui social network, in cui le vittime e i testimoni hanno segnalato quello che era successo a loro o ciò che avevano visto. Alcuni quotidiani locali hanno diffuso l’argomento. I mass media hanno cercato di ignorarlo, temendo di suscitare risentimenti razzisti o per non diffondere bufale. Si è scatenato un putiferio, ci sono accuse, assegnazioni di colpa, allarmi. Ma l’intera agitazione è una farsa totale, che prende in giro le vittime.

L’ex ministro della Famiglia, Kristina Schröder, non ci ha messo molto a postare su Twitter a proposito della violenza misogina insita nell’Islam. Gli attacchi di Colonia sono un chiaro risultato dell’immigrazione e della cosiddetta crisi dei rifugiati? È facile dare la colpa agli altri, ai non-nativi. Perché la società musulmana dovrebbe essere la ragione per cui degli uomini stranieri hanno aggredito le donne qui? È ipocrita e ridicolo affermare che noi mostriamo agli uomini migranti come trattare correttamente le donne. Al contrario: arrivano in un paese dove trovano pubblicità pornificata su ogni cartellone e su ogni video. Le donne sono offerte apertamente come un prodotto. L’acquisto di sesso è diventato mainstream da molto tempo e lo stupro è un reato non sempre punito. Tariffe flat e i facial abuse sono alcuni delle individuali e occidentali libertà di cui gode un uomo tedesco in una cosiddetta società civile, e anche i media supportano queste libertà in ogni modo; nessuno vuole riconoscere la violenza sessuale, quando l’uomo medio tedesco eiacula per una donna che viene picchiata e perde i sensi in un film porno. Se qualcuno è ancora in dubbio sulla questione se la prostituzione è violenza sessuale, lui o lei dovrebbe guardarsi intorno un po’ nei forum degli acquirenti di sesso. “Onlyintheass” o “whore destroyer” sono alcuni comuni nickname degli utenti. Si dovrebbe evitare di leggere i messaggi che scrivono, il rischio di reazioni a catena è enorme.

Il più grande tabloid tedesco, il BILD, titola “The sexmob in our cities”, e Alice Schwarzer, sulla rivista femminista EMMA, parlano di stupri di gruppo alla stazione ferroviaria, e chiamano gli autori terroristi. Può sembrare astruso, ma entrambi hanno ragione. Ma non sono i non-nativi, gli altri, i profughi, che producono quel clima, ma la nostra, la società disonesta, che accetta una cultura dello stupro, che la riflette in testi di canzoni, nella pubblicità e in innumerevoli film e articoli, e di una società dove le vittime di stupro sono denigrate e i colpevoli la fanno franca nonostante quello che hanno fatto. La “sexmob nelle nostre città” esiste – giorno dopo giorno – in tutte le grandi città tedesche – in particolare lungo i marciapiedi, nei bordelli, nelle saune-club e negli appartamenti.

Gli uomini stranieri, che provengono da paesi musulmani, di solito non sono abituati a forme di aperto sfruttamento sessuale delle donne. Prostituzione e pornografia esistono anche nei loro paesi, ma sono nascoste e fuorilegge dalla società. C’è una rigida separazione dei sessi, che di solito prevede che la donna, che deve mettersi il velo, rimanga in aree private e si autolimiti. Gli uomini nei paesi musulmani hanno più libertà e anche un concetto di sé diverso. È possibile argomentare se questo sia il risultato della religione o della cultura, ma una cosa è certa: non è nei loro geni. Questi uomini vengono in un paese dove tutto è porno, e questo “tutto è porno” di nuovo riguarda esclusivamente le donne. Sono gli oggetti sui cartelloni pubblicitari, le carni fresche nei bordelli, distese seminude, ornamenti femminili – sono pubblicizzate accessibili e appariscenti. Le donne nella nostra cultura sono una merce, ostentata, disumanizzata, umiliata. Con queste premesse, come possiamo essere sorpresi, che gli uomini provenienti da un contesto culturale diverso, non capiscano fin da subito, che va bene solo per il buon tedesco abusare e assalire le donne in vicoli bui, in metropolitana, al carnevale , nella propria casa o sullo schermo del televisore, ma non in gruppo o in spazi pubblici? Andiamo. Dovremmo garantire un po’ di integrazione. Poi i migranti violenti sicuramente impareranno come possono usare le donne e i loro corpi senza affrontare il tribunale. Milioni di uomini tedeschi mostrano loro ogni giorno come farlo – totalmente legale e senza punizioni.

L’acquisto di sesso è ufficialmente legale in Germania dal 2002 ed è anche accettato. Le donne che si prostituiscono non hanno alcun diritto, nessuna protezione, non ci sono limiti. Anche con la nuova legge a protezione della prostituzione non sembra cambiato nulla. Gli uomini possono fare ciò che vogliono con le donne, purché paghino dieci dollari per questo. Le organizzazioni che gestiscono il commercio di sesso suggeriscono alle prostitute di evitare di indossare sciarpe e orecchini, in modo da non essere ferite facilmente. Le donne come merce sono pubblicizzate alla portata di tutti, gli acquirenti celebrano le loro visite ai bordelli con video dedicati.

Coloro che non vogliono andare in un bordello e pagare per il sesso, possono utilizzare altri modi ed essere abbastanza sicuri che non gli succeda niente, se decidono di commettere violenze sessuali sulle donne. Lo stupro è quasi escluso dalla punizione giudiziaria in Germania, solo una piccola quantità di vittime continua a sporgere denuncia e di quei delinquenti solo un ridicolo 8,4 % viene condannato a pene sempre più ridicole. Prima di andare in tribunale le vittime devono passare attraverso mortificanti verifiche della loro credibilità e nel caso abbiano più di un partner sessuale, l’avvocato della difesa sarà lieto di chiamarle troie. Questo è legale in Germania e questa è la realtà del nostro sistema legale!

Quelli con la voce più forte su Twitter e sugli altri social media che chiedono di punire i colpevoli, sono quelli che di solito prendono in giro le femministe che lottano contro il sessismo e le vittime di violenza sessuale. Sono coloro che di solito sono i primi a pensare che le vittime di violenza sessuale mentano e utilizzino questa menzogna come atto di vendetta. Le vittime di Colonia sono usate da loro per propaganda razzista, non gliene frega niente delle donne, della loro sicurezza o dei loro diritti. Se gli aggressori di Colonia fossero stati i tifosi di calcio tedeschi, le vittime sarebbero state chiamate nazi isteriche e nessuno avrebbe neppure osato credere loro. Non abbiamo bisogno della figura dello straniero, dell’immigrato per far sentire le donne insicure in Germania. Durante il carnevale a Colonia ogni anno accadono numerosi attacchi, ma, in questa occasione, le vittime sono “avvertite” dei rischi del carnevale, che pertanto devono bere di meno e indossare gonne più lunghe. Non riescono a capire quanto queste dichiarazioni siano vicine alla tradizione islamica in cui le donne indossano il velo, entrambe sono forme di #victimblaming.

La sindaca Reker di Colonia ha proseguito sullo stesso versante, quando ha iniziato a dare consigli di comportamento per le donne dopo gli incidenti e di mantenere la distanza di un braccio dagli sconosciuti. Lei stessa è stata attaccata da un delinquente di destra con un coltello solo qualche settimana fa. Invece di prendersi cura della sicurezza delle donne negli spazi pubblici, le donne vengono dichiarate la parte-colpevole per essere state molestate sessualmente. Gli uomini sono scusati, come al solito. Son ragazzi! Molto prima degli incidenti accaduti a Colonia, in Germania, le donne sapevano di non essere sicure di notte, sui trasporti pubblici e negli spazi pubblici. Un terzo delle donne in Europa ha subito violenza sessuale.

La vera beffa per le vittime è, che non esiste una garanzia legale per quello che è successo loro. “Governare con fermezza”, su cui i politici vogliono esercitarsi ora, non ha nemmeno una base giuridica in Germania. Il Ministro della Giustizia Maas dovrebbe saperlo. Secondo la legge tedesca è stupro, solo se una vita è stata minacciata o è stata commessa una violenza di massa. Un semplice “no” o un “distanza di un braccio” non conta nelle aule dei tribunali tedeschi, l’autore del reato potrebbe aver interpretato questo come parte del flirt. A partire da “Cinquanta sfumature di grigio” un “No” significa “Sì” e la violenza è tollerata con gioia e volontariamente. L’elemento criminale definito come molestie sessuali non esiste nemmeno nel diritto tedesco. Le 150 vittime di Colonia sono lasciate sole con la speranza di un segnale politico, perché Berlino teme per la pace sociale in Germania, legalmente non avranno mai giustizia, proprio come le centinaia di migliaia di altre vittime di stupro in Germania ogni anno.

Le vittime di Colonia non appaiono neppure in questo dibattito per le parti maggioritarie. Alcuni le usano per la propaganda xenofoba, altri temono il razzismo così tanto, che preferirebbero che le vittime tacessero. Entrambi gli atteggiamenti sono atti di codardia, entrambi sono sbagliati. La cosa giusta da fare è quella di riconoscere la violenza sessuale come parte della nostra società. Quindi se vogliamo evitare che gli immigranti la pratichino, dobbiamo prima assicurarci di sanzionarla nel modo giusto. Abbiamo bisogno di ascoltare le vittime, rispettarle e proteggerle. Chi si deve vergognare e chi è fuori legge sono gli aggressori. In tutta questa discussione le vittime vengono trascurate, tutte queste donne traumatizzate, che sono lasciate sole, sono dichiarate colpevoli per quello che gli è successo o sono adoperate per scopi politici. Sono loro che dovremmo ascoltare e a loro dovremmo mostrare la nostra profonda solidarietà. A tutte loro.

* This is a not authorized translation. I decided to translate it in order to give the possibility to read this excellent post in italian. I apologize if it could be a problem, but from my point of view it’s necessary to diffuse this text to clarify the situation about Cologne facts.

 

 

Se tu parli di una guerra nel cuore dell’Europa, di una jihad sessuale e generalizzi, esporti/estendi gli attributi di questi uomini violenti a tutti gli stranieri, ai musulmani, chiaramente non potrai perseguire più la politica dell’accoglienza e forse questo ai governi fa comodo. Il fatto che il fenomeno da Colonia sembra estendersi ad altre città europee, indica che questi fatti stanno diventando qualcosa di più, qualcosa su cui giustificare politiche di restrizione in materia di immigrazione. Si parla sempre più di revisione delle procedure di asilo, di limiti al numero di immigrati, di sospensioni di Schengen.

Inoltre, a mio avviso c’è in atto la costruzione di un ingroup e di un outgroup. Se vengono da noi, sostiene Dacia Maraini, devono adattarsi alla nostra civiltà, quindi fatemi capire: se restano da loro possono continuare a fare i violenti, tanto non ce ne frega niente? Allora c’è una differenza ontologica tra le donne occidentali e le altre? Si stanno definendo le caratteristiche dell’ingroup e dell’outgroup, cosa va preservato e cosa va allontanato e ostracizzato, dentro e fuori, civiltà e natura, Noi/Loro.

Spacchiamo il capello cercando di capire il grado e il tipo di misoginia, di sessismo, di violenza, degli atti di molestie, quando sarebbe più utile condannare la violenza contro le donne in toto, senza se e senza ma, senza orpelli e declinazioni di altro tipo. Per me la violenza è tale, punto e basta, gli uomini si comportano così indipendentemente dalla nazionalità, dal livello socio-economico, dalla religione. Se invece si punta a sottolineare un aspetto “etnico”, io sento puzza di “distrazione” dal punto centrale. La violenza contro noi donne è universale, di matrice patriarcale e machista, nessun uomo in teoria ne è immune, si tratta di una questione culturale, ma non cultura occidentale contro le altre culture. Possiamo per favore iniziare a parlare di violenza punto e basta? Dobbiamo per forza rincorrere ciò che ci viene imbeccato da persone che non sanno nemmeno cosa significa discriminazione e le conseguenze di essa? Come donne conosciamo bene cosa sia la discriminazione e la deumanizzazione, quindi mi chiedo se siamo consapevoli dell’operazione in atto, in cui noi donne siamo adoperate e la violenza rischia di passare in secondo piano. Stiamo creando un nuovo ghetto, un Nemico interno, uno straniero che porta inciviltà nelle nostre candide città. Come se violenza, sessismo e misoginia fossero fenomeni alieni a cui i nostri uomini europei/occidentali sono immuni, grazie alle nostre leggi che colpiscono questi reati. Come abbiamo visto, queste sono solo favole. Questa cultura dello stupro e della violenza è dappertutto e va sradicata comprendendone (e nominando) la matrice patriarcale. Mi chiedo davvero tutto questo sostegno all’odio cosa di buono ci può portare. La (non)cultura dello stupro è diffusa ovunque, non mi sembra che sia necessario importarla. Questo dovremmo ripetere e non continuare il racconto xenofobo che si sta facendo. Sì xenofobo, perché quando si arriva a generalizzare e a creare il Mostro, si stanno ponendo le basi per una lotta razzista ed etnica. Io ripeto che non ci sto, ripeto che per me la violenza non ha colore, etnia, religione, ha le radici che ho evidenziato prima.

In Germania ci sono tantissimi bordelli, però delle violenze che gli uomini commettono su queste donne nessuno si preoccupa, siamo ancora alla divisione tra donneperbene e donnepermale, come se dovessimo preoccuparci a compartimenti stagni. La violenza non dovrebbe avere territori in cui è tollerata, le vittime sono tutte uguali e la violenza serve a sottomettere le donne, tutte, a umiliarle, considerandole oggetti di proprietà maschile. Forse si tratta veramente di un backlash del patriarcato che è in crisi e cerca di resistere riproponendo la violenza per ricondurre le donne alla sottomissione.

Dice Ida Dominijanni: “Se cominciassimo a leggere il disordine mondiale nei termini di una crisi planetaria del patriarcato, e non nei termini autorassicuranti di un Eden occidentale della libertà femminile in guerra contro l’inferno patriarcale islamico, probabilmente cominceremmo finalmente a fare un po’ d’ordine, a capodanno e tutti i giorni.”

Una lettura consigliata sulle minoranze e la deumanizzazione di gruppi estranei, Chiara VolpatoDeumanizzazione. Come si legittima la violenza:

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Get up, stand up for women’s rights!

Malala

 

Il 10 dicembre sarà celebrata in tutto il mondo la Giornata dei diritti umani.
C’è sicuramente uno stridore tra le dichiarazioni di principio che verranno sciorinate in questa occasione e quanto accade da anni in Paesi dilaniati da conflitti e la cui popolazione vede i propri diritti umani pesantemente negati, quasi come se fossero meno umani di altri, come se le loro vite avessero un valore minore. Sì, perché evidentemente l’umanità non ha ancora raggiunto un livello sufficiente di uguaglianza, che sia capace di tradursi in pari diritti e salvaguardia di essi.

I miei diritti non dovrebbero essere dissimili da quelli di un altro, eppure.

E vedo nel conflitto un tentativo di dare atto a un processo di negazione dei diritti, proseguendo in quel lavoro di deumanizzazione che poi giustifica ogni violenza.

Come analizza Chiara Volpato nel suo “Deumanizzazione. Come si legittima la violenza”, la deumanizzazione si può esprimere esplicitamente, tramite strategie che negano apertamente l’umanità di altri individui o gruppi, allo scopo di giustificare sfruttamenti, degradazioni e violenze, oppure attraverso modalità più sottili, che lesionano l’altrui umanità, poco per volta. Ricorrere a paragoni con animali, mostri, diavoli, considerarli oggetti, merci, strumenti, privi di anima sono tutti metodi per negare la loro appartenenza all’umanità.

Noi donne, come genere storicamente relegato a un gradino inferiore, abbiamo subito molti di questi processi di deumanizzazione.

Quante volte nei conflitti si è ricorso alla deumanizzazione del nemico?

A volte però non basta ed è necessaria un’operazione di “ristrutturazione” della morale, per rendere accettabili certe operazioni di guerra: si parla di guerra santa, giusta, di peacekeeping.

Albert Bandura ci spiega come la deumanizzazione costituisca un processo di disinnesco delle ragioni morali: se percepissimo il nemico come umano, scatterebbero delle reazioni empatiche, proveremmo compassione, angoscia e sensi di colpa.

Pertanto rendendo l’altro inumano, subumano, le nostre sentinelle morali si affievoliscono.

Capite che è più facile trascurare l’incidenza dei “danni collaterali” tra le popolazioni civili e tollerare la violazione dei diritti umani.

Lo vediamo oggi sotto i nostri occhi, abituati da più di un decennio di guerra al terrore.

Da una parte troviamo l’esposizione mediatica dei corpi dei nemici uccisi, oggetti, proprio come in epoca coloniale, dall’altra c’è la protezione dei “nostri” morti, a cui si attribuisce rispetto e pietà, non sempre estendibili ad altri gruppi.

Ancora una volta i diritti non sembrano valere allo stesso modo per tutti/e.

La deumanizzazione colpisce anche i migranti, i richiedenti asilo e i rifugiati, rappresentati dai media come clandestini privi di qualità morali e umane, utilizzati da una certa propaganda politica come un corpo unico di criminali o di terroristi, pericolo per il futuro del paese.

Strettamente connesso a questo tipo di trattamento, è l’oggettivazione. L’oggettivazione è un particolare tipo di deumanizzazione, per cui l’individuo è considerato alla stregua di un oggetto, merce, strumento.

Il prototipo è lo schiavo. Recupero dal testo di Volpato le sette dimensioni del concetto di oggettivazione di Martha Nussbaum:

1. l’oggetto è uno strumento per scopi altrui

2. l’oggetto è un’entità priva di autonomia e autodeterminazione

3. l’oggetto è un’entità priva di capacità di agire e di essere attivo

4. l’oggetto è interscambiabile con altri oggetti della stessa categoria

5. l’oggetto è un’entità priva di confini che ne tutelino l’integrità, è quindi possibile farlo a pezzi

6. l’oggetto appartiene a qualcuno e può quindi essere venduto o prestato

7. l’oggetto è un’entità le cui esperienze e i cui sentimenti sono trascurabili.

La strumentalità è molto pericolosa perché rende l’oggetto appetibile e mercificabile, in quanto c’è un mercato che lo richiede.

La sessualizzazione della donna, il suo essere confinato a mero oggetto di attrazione sessuale, la rende strumento di piacere altrui, realizzando quella che MacKinnon analizza come oggettivazione sessuale nella quale le donne sembrano essere immerse.
Le donne vivono qualcosa di simile all’alienazione lavorativa di Marx, una frammentazione tra le loro funzioni sessuali e tutto il resto (Bartky).

L’oggettivazione sembra avere un’altra ricaduta negativa, porta a un impoverimento dell’interazione sociale, portando le donne a esprimere raramente i propri pensieri e opinioni.

Le ricadute peggiori sono quelle che vedono coinvolto l’equilibrio psico-fisico: l’oggettivazione che porta all’auto-oggettivazione che scatena stati depressivi, disfunzioni sessuali e disturbi alimentari. Quando si comprende di non poter raggiungere certi standard, modelli di corpi, scatena una serie di disturbi legati al senso di inadeguatezza.

Questo riferimento all’oggettivazione è un chiaro passepartout per consentire che passino inosservate e impunite tutta una serie di violenze e violazioni di diritti umani fondamentali.

Tutto ciò che indebolisce e mette in discussione l’umanità, consente che anche i diritti possano diventare un optional, da applicare e disapplicare a piacimento.

Ho già parlato altrove dell’oggettivazione che consente di pensare alle donne come merce sessuale per il mercato della prostituzione, di come i corpi vengano separati dall’unicum persona e possano pertanto diventare cose, beni interscambiabili, sostituibili, commerciabili.

Ho letto di recente in un’intervista sul tema della maternità una frase che mi ha dato la misura di questa deformazione oggettivante: “L’utero surrogato è in prestito. A tempo.”

Non è effettivamente così, visto che la donna che si presta a ospitare la gravidanza conto terzi (e non il suo utero, qui rappresentato come elemento esterno e estraneo alla donna, che non dimentichiamo non è un oggetto, un involucro; la gestazione non consiste in una incubatrice meccanica con finalità riproduttive. Ricordiamoci che sono donne e non uteri!) deve sottoporsi a bombardamenti ormonali per niente innocui e i cui effetti non si esplicano solo nell’arco del processo della fecondazione/gravidanza.

Un utero, parte di corpo che viene oggettivata, quasi che fosse “estraibile”, componente meccanica atta alla procreazione, senza alcun nesso con la persona donna.

Una volta oggettivato, tale utero diventa vendibile e dato in comodato d’uso gratuito o a pagamento. A questo punto possiamo farlo anche con altri organi del nostro corpo.

(…)

CONTINUA A LEGGERE SU Mammeonline.net 

http://www.mammeonline.net/content/get-stand-womens-rights

 

P.S.

Questo articolo è stato pubblicato su Mammeonline il 3 dicembre, ma alla luce di quanto sta accadendo in questi ultimi giorni in tema di maternità surrogata assume nuove sfumature.

Mi sembra il caso di riportare alcune mie riflessioni sparse su Facebook. Mi interrogo e mi esprimo, almeno questo dovrebbe ancora essere consentito.

“Lottiamo per le adozioni, semplifichiamo l’iter di adozione, apriamolo a tutti/e, anche a single, diamo un futuro ai bambini. I bambini non sono beni, merci. Non riduciamo la donna a un utero che cammina e che può benissimo essere acquistato sul mercato. Parliamo di donne nella loro interezza, parliamo di diritti pieni e non di corpi, di servizi e di mercato. Non strumentalizzate il tema della Gpa per archiviare le unioni civili, apriamo un dibattito serio, parliamo del fatto che la Gpa è molto utilizzata dalle coppie etero, più di quelle omo, parliamo di diritti e di tutele. Garantiamo eguaglianza ma non sulla pelle di una donna.
Sono stanca veramente di certe argomentazioni che si basano sempre sulla nostra capacità di scelta. Ma come diamine si fa a non capire che questa è compravendita di corpi, di pezzi di essi, di bambini conto terzi, questa è violazione dei diritti umani, ci stanno usando, ci stanno riducendo a macchine da riproduzione, ci stanno convincendo che andiamo bene solo per sesso e per riprodurre la specie. Dov’è il progresso e l’emancipazione?”

Ho fatto una grande scoperta, l’adozione non interessa perché troppo onerosa (anche in termini di spesa), è complicato crescere un figlio magari già di qualche anno, con traumi pregressi. Quindi addio lotta alle adozioni paritarie. Meglio chiederne uno ex novo, a una donna che te lo porti in grembo per nove mesi e poi te lo ceda come se fosse un prodotto in serie. Una genitorialità che sembra lontana dalla realtà, come se i figli possano e debbano essere “perfetti”, così come sono nella nostra immaginazione. Sappiamo che essere genitori è un compito complesso sempre, in ogni caso, pensare di poter trovare strade più semplici è folle e sinonimo di non aver compreso cosa sia essere madri e padri, di come non ci siano ricette o bacchette magiche.

“A seconda di ciò che conviene a noi stessi ci esprimiamo, non sulla base di un ragionamento generale, non sulla base di un minimo di empatia nei confronti dell’altro/a. Tutto sembra partire e restare confinato al nostro individuo. Sembra che ci siano individui avulsi da un contesto sociale, da regole etiche, ma anche solo da prassi di buon senso. Anche le citazioni e i riferimenti a terzi devono essere funzionali al nostro punto di vista. Siamo in un contesto di un individualismo esasperato, lontani anni luce da un concetto di dono, che poi nei fatti si stenta a rintracciare. Siamo sempre bravi a parlare di altruismo dalla nostra calda poltrona, poi quanti sono disposti a mettere da parte il proprio ego di fronte a una necessità di una persona? E quante di queste azioni non sono funzionali a gratificare e a purificare il nostro ego? Sono sempre le altre che dovranno mettere a disposizione il proprio utero e il proprio corpo, sono sempre gli altri che dovranno vendere un rene, sono sempre gli altri che dovranno lavorare come schiavi per rendere le nostre vite felici e non scalfire il nostro agio. Sempre un “Altro”. Simone de Beauvoir: “ogni coscienza pretende di porsi come soggetto unico e sovrano. Cerca di realizzarsi precipitando l’altra in schiavitù“. Ma questa tendenza va superata, va attuato un reciproco riconoscersi, senza prevaricazioni nelle relazioni umane. Se poi il nostro “desiderio” deve per forza essere esaudito, chiaramente ci sarà un essere umano che probabilmente dovrà diventare nostro oggetto, nostro schiavo, nostro strumento. La deumanizzazione è proprio questo, dequalificare un essere umano per consentire di renderlo oggetto.”

A proposito di “dono”ho sostenuto: “Non siamo in una società e in una economia del dono. Siamo in un contesto post – capitalista, con un liberismo galoppante, un individualismo che ti dice che è colpa tua se non riesci a fare qualcosa, dove i datori di lavoro ti convincono a dimetterti dopo la maternità, dove ti chiedono di arrangiarti da sola, dove l’altruismo è raro e le persone tendono a fare cose solo se c’è un tornaconto personale. Io non so se chiederei mai a una amica un tale sacrificio, mi sembra qualcosa di troppo complesso e delicato.”

“La scelta libera, la volontarietà sappiamo bene che sono aspetti difficilmente verificabili, l’altruismo puro è cosa rara e presuppone immagino un legame affettivo, che unito ad altri fattori rende le cose complicate. Quanto siamo veramente in una società del dono? Ci siamo interrogati su questa necessità di genitorialità che implica l’uso di un corpo altrui? Il fatto che si parli di uteri, e poco di donne e delle conseguenze psico fisiche su coloro che portano avanti questa gravidanza, mi fa pensare che non ci sia interesse per le persone, ma che siamo talmente mercificati da non riuscire a ragionare diversamente.”

Ho parlato di surrogata solo tra parenti in modo da avvicinarsi a una ipotesi di “dono” e altruismo, ma chiaramente non sarebbe sufficiente a garantire una copertura efficace delle richieste si Gpa. Mi si parla di amiche disposte ad aiutare, io penso che sarebbe più complesso giudicare la fondatezza di tale “amicizia”, perché posso pagare una donna e chiederle di dichiarare di essermi amica. Contrattualizzare una maternità comporta sempre un elemento “critico”.

Quando si è visto che se ci si oppone a questo mantra della libera scelta si ricevono solo pomodori e accuse di ogni tipo, quando in molte/i preferiscono mantenere una linea ambigua, quando prendere posizione viene vista come un errore, ci consigliano addirittura di tacere almeno in questo frangente, ci vogliono quindi silenziare, che facciamo? Sapete qual è il punto vero? Non vogliamo scavare più di tanto, ci basta la superficie, mica vogliamo parlare di potere, di disuguaglianze, di sfruttamento, delle conseguenze di queste pratiche sempre sulla pelle delle donne, di una libertà che è sempre e solo di chi ha soldi e potere, di un concetto di dono che diventa il lavaggio di coscienza collettivo, di una refrattarietà all’adozione perché genitorialità troppo complicata, di un contesto dove io pretendo di disporre delle vite e dei corpi altrui.

“Io mi chiedo che senso ha combattere contro le disuguaglianze, la violazione dei diritti, la violenza di genere se poi si arriva a concepire che una strada di emancipazione dalla povertà, dalle difficoltà può essere la vendita di sé o di una parte del proprio corpo, o addirittura di bambini. Mi sembra che abbiamo accettato di buon grado la donna come un oggetto, naturalmente le Altre donne, ricreando così la solita dicotomia tra donneperbene e donnepermale. Indietro tutta. A questo punto sono ipocrite tutte le battaglie verso pari diritti e dignità.”

“Non c’è modo di ragionare seriamente, non vediamo chiaramente nemmeno che ci stanno fregando, ancora una volta, in quanto donne e in quanto vagina-munite a fini di sfruttamento sessuale e utero-munite a fini riproduttivi. Non c’è verso, per loro tutto deve essere possibile, l’autodeterminazione col corpo e le vite delle altre.. le altre naturalmente.”

“Qui si va dritte al suicidio di tutte le conquiste di decenni di riflessioni sulle donne come esseri umani. Qui si va dritte verso l’autorizzazione a fare di noi qualsiasi cosa il mercato chieda. Nessuno è in vendita, questa dovrebbe essere una regola fondamentale, invece la si propone come soluzione di vita. Non me ne faccio niente della libertà di disporre del mio corpo se poi perdo la salute e resto sempre un oggetto senza diritti.”

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Il traffico di minori dalla Nigeria

In uno slum di Lagos, in Nigeria - Ton Koene, Hollandse Hoogte - Contrasto

In uno slum di Lagos, in Nigeria – Ton Koene, Hollandse Hoogte – Contrasto

 

Come preannunciato nel mio post di ieri, pubblico la parte del dossier di Save the Children Italia Onlus che analizza in modo dettagliato la tratta dei minori nigeriani. Il numero di coloro che arrivano da soli è in crescita. Solitamente ci si ferma a leggere i comunicati stampa o dei brevi articoli. Il rischio è che questa ricostruzione preziosa fatta da Save the Children si perda e che nessuno la legga. Vi chiedo di compiere un piccolo sforzo e di leggere tutto, è l’unico modo per smettere di fare discorsi superficiali. Dobbiamo sapere quello che accade e il mostruoso traffico a cui sono sottoposti questi minori, poco più che bambini. Non possiamo girare la testa dall’altra parte, dobbiamo essere consapevoli e dobbiamo agire, chiedendo che il nostro Paese vari al più presto una strategia anti-tratta efficace, che si impegni seriamente a combattere questo business criminale. Inoltre, penso che sia opportuno tornare a ragionare di migrazioni, rendendole più sicure, politiche restrittive non fanno altro che incrementare il business dei trafficanti di esseri umani, la via illegale resta l’unica possibilità. Tenere le frontiere serrate non ci permetterà di incrinare la tratta, renderà solo più pericoloso il viaggio dei migranti.

 

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Nel primo semestre del 2015 sono 300 i minori nigeriani arrivati da soli via mare, mentre erano 196 nello stesso periodo dello scorso anno. Inoltre sono 357 i minori non accompagnati nigeriani segnalati al Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e presenti in comunità per minori.
Nonostante i dati ufficiali non indichino la percentuale di minori femmine presenti, secondo Save the Children tale presenza è decisamente rilevante e si presume vi sia un numero elevato di vittime di tratta all’interno di questo gruppo.
Secondo organizzazioni e istituzioni impegnate nel settore, l’attraversamento del Mar Mediterraneo e l’Italia costituiscono il corridoio principale di transito usato dai trafficanti per trasferire le minori
nigeriane in Europa. Un fenomeno simile si era registrato nel 2011, durante la crisi libica, quando, tra aprile ed agosto, erano arrivati 4.935 migranti nigeriani, di cui 194 minori non accompagnati con un picco massimo nella prima metà del mese di agosto, momento in cui erano arrivati secondo le stime di Save the Children, circa 2.170 migranti nigeriani, di cui 89 minori non accompagnati (prevalentemente adolescenti femmine).
Oggi questo trend trova riscontro anche nell’aumento di presenze di minori nigeriane presenti su strada in Italia, rilevato dagli operatori sociali attraverso le unità di strada che si occupano delle vittime di tratta e sfruttamento sessuale.
Molto limitati, rispetto allo scorso anno, i casi di minori che arrivano in aereo, con voli spesso diretti in diversi aeroporti europei (Italia, Spagna, Francia, Germania, Olanda, Russia e Grecia). In questi casi, è tuttavia confermata la rotta già rilevata: le ragazze partono prevalentemente da Benin City, si muovono con voli aerei per raggiungere Lagos o Abidjan in Costa d’Avorio, dove si imbarcano su altri aerei diretti verso i paesi europei dai quali raggiungono l’Italia in autobus, macchina o treno.
Le ragazze partono prevalentemente da Benin City, Edo State, Delta State e Yoruba State, aree rurali della Nigeria.
L’incubo dello sfruttamento sessuale comincia nel loro paese di origine in cui le minori vengono adescate con la promessa di un futuro migliore in Europa. Vengono irretite talvolta da un uomo o una donna che loro chiamano “sponsor” o “trolley” che talvolta le accompagnano personalmente fino al paese di destinazione oppure ne organizzano i passaggi di paese in paese (da sfruttatore a sfruttatore).
Sono in prevalenza analfabete e sognano di diventare parrucchiere, modelle o lavorare come babysitter o commesse. Vengono dunque spinte a lasciare la Nigeria e le condizioni di povertà in cui vivono per poi essere intrappolate nel circuito dello sfruttamento e della prostituzione forzata, anche se purtroppo ci sono tra loro ragazze che sono consapevoli che lavoreranno con il proprio corpo. Ad alcune viene infatti anticipato già prima della partenza che l’attività che svolgeranno in Italia sarà la prostituzione, ma può succedere che le ragazze non riescano a comprendere cosa significhi veramente e quali siano le reali condizioni di sfruttamento e controllo alle quali verranno sottoposte. Ci sono casi di ragazze che hanno riferito di aver capito il significato della parola prostituzione solo dopo aver lasciato il proprio paese o addirittura quando sono state portate per la prima volta in strada a prostituirsi nel paese di destinazione.

L’adescamento iniziale presenta in genere una modalità molto soft di convincimento e persuasione.
Questo primo contatto viene gestito da una donna che prospetta alle minori e alle loro famiglie enormi opportunità di guadagno. Di fronte a tali proposte le famiglie tendono ad ignorare il futuro delle proprie figlie e i rischi annessi, talvolta invece sono consapevoli dei rischi di sfruttamento delle proprie figlie, in alcuni casi alcuni familiari sembrano essere persino coinvolti direttamente nella tratta delle stesse minori.
Secondo le testimonianze raccolte, ci sono casi in cui ex compagne di scuola o le stesse sorelle maggiori (magari figlie di altra madre e/o padre) già partite per l’Europa, invitano le ragazze a raggiungerle, prospettando una vacanza in Europa per qualche settimana o un soggiorno di studio.
Accade anche che le ragazze vengano cedute dalle proprie famiglie a Pastori del villaggio o della comunità, dai quali spesso fuggono a seguito delle violenze sessuali subite da parte degli stessi e in questi casi diventano minori di strada, vulnerabili e facile preda di adescatori.
Dalla Nigeria le minori possono essere trasferite in Europa da un’unica organizzazione criminale che organizza l’intero viaggio. Oppure il tragitto avviene sotto il controllo di diversi trafficanti, e le ragazze vengono dunque vendute e comprate più volte da varie organizzazioni criminali.
Nel caso di un’unica organizzazione, le ragazze vengono affidate in Nigeria ad un loro connazionale, che è la figura chiave almeno fino all’arrivo in Libia, dove sono spesso gli uomini libici che se ne occupano. A volte è coinvolta anche un’altra persona, spesso una donna di fiducia più grande di età che fa parte del gruppo e funge da aggancio con la rete degli sfruttatori in Italia.
Le minori partono dalla Nigeria in direzione Niger, e gli stupri iniziano spesso nel deserto e nella primissima parte del viaggio. Testimonianze raccolte rivelano che in Niger avviene l’induzione forzata alla prostituzione indoor, ossia presso case chiuse. In questo caso, lo sfruttamento sessuale forzato viene imposto alle vittime al fine di iniziare a ripagare i trafficanti del debito contratto per il viaggio. Dal Niger il viaggio delle minori prosegue verso la Libia. Qui, spesso vengono chiuse in guest house dalle quali non possono uscire e dove si recano gli uomini per obbligarle ad avere rapporti sessuali o a prostituirsi. In Libia il soggiorno e lo sfruttamento prosegue per mesi, prima della partenza per l’Italia: sono forzate alla prostituzione indoor senza protezioni di alcun tipo o subiscono stupri e alcune di loro rimangono incinte.

Le minori che arrivano in Italia sono prevalentemente adolescenti di 15-17 anni; ci sono poi ragazze che si dichiarano maggiorenni e che hanno anche documenti di dubbia veridicità che confermano la maggiore età. Durante il viaggio le ragazze vengono “indottrinate” sulla storia da raccontare alle forze dell’ordine e agli operatori che le contatteranno in Italia al momento dell’arrivo. Secondo le informazioni raccolte, all’arrivo in Italia, le ragazze, se pur minorenni, si dichiarano maggiorenni, come disposto dai propri trafficanti al fine di evitare di rientrare in un programma di protezione per minori che renderebbe più complesso il riaggancio delle minori da parte dei trafficanti stessi. Inoltre, secondo gli accordi presi con chi le sfrutta, le ragazze sanno che dopo lo sbarco devono chiamare un numero di telefono di riferimento in Italia. Molto spesso, vengono costrette a prostituirsi già dopo il primo collocamento nelle strutture di accoglienza per adulti..
Il “turnover” sul territorio nazionale è molto frequente e legato principalmente alle più giovani. Le ragazze vengono spostate dai loro sfruttatori in diversi luoghi, per evitare il controllo della polizia e legami con i clienti o con altre persone nella zona. Le ragazze dispongono di un telefono cellulare per avvertire i propri clienti sugli spostamenti di zona. Napoli, Bari, Verona, Bologna, Roma e Torino sono le principali destinazioni. Sembra che Napoli sia una delle prime mete per le minori che entrano via mare, mentre Torino per quelle che arrivano con l’aereo. Lo sfruttamento può avvenire su strada, ma anche in luoghi chiusi, come appartamenti o hotel, una volta che, su strada, le minori hanno stabilito un contatto con i loro “clienti”.
Le ragazze che arrivano alla frontiera sud, tendono a restare nelle strutture in cui vengono trasferite per un paio di mesi, trascorsi i quali si allontanano. Sulla base delle informazioni acquisite da operatori del settore, le minori vengono trasferite a Napoli, che sembra essere il centro di smistamento delle ragazze, principale centro di passaggio, dove avviene anche la compravendita delle ragazze che non hanno già una destinazione prefissata.
Prima della partenza viene effettuato un rituale voodoo che ha una valenza simbolica molto forte, può essere utilizzato in diverse circostanze e avere diverse funzioni. Vengono utilizzati rituali molto potenti strumento di controllo e di consolidamento della relazione di sottomissione da parte degli sfruttatori, oltre che per sigillare l’accordo sul pagamento del debito contratto dalle ragazze per raggiungere l’Europa. Il rituale vodoo sancisce l’accordo iniziale tra la famiglia della minore e gli organizzatori del viaggio e ha la funzione di ufficializzare davanti a figure religiose locali il patto di restituzione del denaro prestato per poter intraprendere il viaggio e soprattutto per sancire l’accordo indissolubile di segreto e fedeltà verso l’organizzazione che si fa garante del viaggio e permanenza in Italia. Una volta in Italia, il voodoo è utilizzato strategicamente in una nuova valenza simbolica: diviene uno strumento di controllo e di ricatto a cui ricorrere anche in aspetti della vita quotidiana. I soldi che guadagnano le minori devono essere restituiti alla maman per ripagare il debito e ogni sospetta rottura di questo patto va compensata/controbilanciata da un nuovo giuramento. Nel rituale vodoo vengono utilizzati indumenti delle minori, spesso capelli ed unghie e questa forma di controllo ed invasione nella parte più intima della minore ha una valenza psicologica devastante sulle minori perché le fa sentire completamente violate ed impotenti di fronte al controllo che subiscono.
La Mamam è una donna che esercita ruoli chiave in tutte le fasi del ciclo di sfruttamento. In particolare, essa regola ogni aspetto della quotidianità delle ragazze, ossia ha il controllo assoluto del loro debito e della loro vita. Infatti, decide la destinazione finale in Italia e gli eventuali successivi trasferimenti. Decide inoltre i luoghi, i tempi e modi delle attività di prostituzione delle minori, per esempio se devono fare il doppio turno, o se lavorano solo di giorno o solo di notte.
Una volta che entrano in contatto con la sfruttatrice nigeriana che è in Italia, possono essere rinchiuse in un appartamento per alcuni giorni prima di iniziare a lavorare, ma in tanti casi “finiscono” in strada la sera stessa. Generalmente si ripete il rituale voodoo all’arrivo delle ragazze in Italia, per rafforzare l’accordo sul pagamento del debito con la promessa di non rivelare a nessuno tale situazione, soprattutto alla polizia. Può essere usata violenza dalla sfruttatrice ma è molto frequente che sia il suo compagno, o un altro uomo complice, a punire o sottomettere la vittima se cerca di ribellarsi. Infatti, le ragazze possono essere vittime di violenza da parte di figure maschili legate alle maman, che le puniscono o sottomettono,soprattutto in caso di ribellione.
Inizialmente le ragazze sono controllate a vista durante il lavoro in strada e questo avviene in diversi modi: presenza della mamam direttamente in strada, affiancamento di una ragazza più grande (minimamam) o semplicemente di chi svolge per conto della sfruttatrice il controllo e a sua volta si prostituisce insieme alle ragazze, o in alcuni casi, tramite frequenti passaggi di auto con uomini nigeriani a bordo che operano il controllo della situazione.
Le ragazze non vengono sempre controllate direttamente dalle mamam, spesso il controllo avviene attraverso altre minori, usando anche il cellulare o contattandole su facebook o per mezzo di altri social network.
Il debito iniziale da ripagare varia dai 30.000 ai 60.000 euro. Una cifra molto alta per le minori e che deve essere ripagata nel più breve tempo possibile (di solito dai 3 ai 7 anni). Per questo motivo le ragazze si vedono dunque costrette a concedere prestazioni sessuali anche a bassissimo costo (a partire da 10 euro), anche senza protezioni, esponendosi a rischi e conseguenze per la loro salute particolarmente gravi. Il gruppo di minori contattate nell’ultimo trimestre da operatori, ha riferito di dover pagare 20 euro a testa al giorno per l’affitto di un appartamento condiviso da 6-8 ragazze. A tutto ciò si aggiunge una ulteriore speculazione da parte della maman che gestisce l’economia domestica (bollette, spesa, vestiario, spese sanitarie) dell’intero di gruppo-appartamento. In genere i costi di utenze non viene diviso tra le coinquiline, ma viene chiesto a ciascuna inquilina di coprire l’intero costo. Le ragazze devono inoltre pagare un affitto periodico per lo spazio sul marciapiede dove si prostituiscono, che può variare da 100 a 250 euro.
Fino all’estinzione del debito, la maman ha il pieno controllo materiale e psicologico di ciascuna ragazza. In caso di controlli in strada da parte della Polizia le ragazze sono costrette a dichiarare sempre la maggiore età per evitare la collocazione forzata in comunità per minori. Per questa ragione sono molto spaventate dalle forze dell’ordine, non meno che dei rituali voodoo e delle minacce della sfruttatrice. Sempre più spesso le ragazze diventano vittime anche delle “Mini-Maman”, cioè minori vittime che reclutano a loro volta proprie pari in Nigeria, perché sfruttando un’altra ragazza possono finire di saldare il proprio debito più velocemente.
Oppure, è stato rilevato anche lo sfruttamento perpetrato da giovani donne, che dopo essere state a loro volta vittime, avendo dopo l’estinzione del debito, hanno avviato un loro “business” di compravendita di minori.
Frequentemente, le minori ricorrono all’interruzione volontaria di gravidanza o, nel peggiore dei casi, assumono medicinali con effetto abortivo (autosomministrati o somministrati dalla mamam o da altri soggetti) che provocano gravi effetti collaterali. Si tratta di farmaci a base di misoprostolo, che possono essere comprati in farmacia o attraverso il commercio illegale, nati per curare l’ulcera, ma, in sovradosaggio, possono provocare delle fortissime contrazioni fino a procurare un aborto.. Tra gli effetti collaterali si possono annoverare emorragie potenzialmente letali per le minori, oltre a convulsioni, dolori addominali, palpitazioni, vertigini e cefalee. Spesso riportano segni di violenze fisiche irreversibili subite durante il viaggio o nei tentativi di svincolarsi dallo sfruttamento, o in aggressioni subite sulla strada da clienti o da altre ragazze.
Inoltre, frequentemente, i clienti chiedono rapporti non protetti che espongono le minori a seri rischi di salute a causa dell’alta incidenza delle malattie sessualmente trasmissibili.

 

La storia di Glory, 16 anni, nigeriana
Glory ha 16 anni, è nigeriana, dello stato di Yarouba, racconta di aver perso entrambi i genitori in un incidente stradale nel suo paese e di essere quindi stata affidata ad una zia, sorella della madre che, fin da subito, la maltratta, la picchia violentemente, fino a lasciale anche alcune cicatrici, e la obbliga a lasciare la scuola per andare a lavorare, vendendo acqua a la mercato e consegnando alla zia tutto il denaro guadagnato.
Un giorno, viene avvicinata, circuita da alcuni ragazzi che le rubano tutti i soldi che aveva con sé ed è costretta a subire una violenza sessuale. Tornata a casa, sconvolta e con forti dolori addominali a seguito dell’abuso (non aveva mai avuto alcun rapporto prima), racconta l’accaduto alla zia che non la soccorre e vuole solo che lei recuperi il denaro perso. Glory decide allora di vivere da sola, facendo l’elemosina per strada, dove incontra una donna (miss Huruz), che la consola e si offre di aiutarla. In effetti la donna inizia a prendersi cura di lei, le compra vestiti nuovi e la nutre, ma le dice che la porterà in Europa dove potrà trovare un lavoro come domestica e ricominciare gli studi. In realtà, viene portata, dopo un lungo viaggio alla sola età di 13 anni, in Libia, a Tripoli, dove Glory capisce di essere stata ingannata e ha paura. Viene costretta a prostituirsi in una connection house, per circa 1 anno e 6 mesi, con altre 8 ragazze e una piccola paga di 15 dinari per ogni prestazione sessuale. La tappa successiva è l’attraversata del Mediterraneo sui barconi e l’arrivo in Italia, dove viene collocata in una struttura di prima accoglienza. Da lì, dopo qualche tempo, decide di contattare con una presunta zia a Roma, che, ripetutamente, l’aveva cercata su Facebook, e che le ordina di raggiungere subito la capitale. Nel frattempo entra anche in rapporto con gli operatori di Save the Children, e, grazie al progetto Vie d’Uscita, vengono avviate con successo le pratiche di affido familiare. Ora Glory è da quasi 1 anno in Italia, sta bene, si sta integrando, ha imparato a parlare italiano e vuole continuare a studiare.

 

Fonte: http://www.savethechildren.it/IT/Tool/Pubblicazioni/Related?id_object=273&id_category=29

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Piccoli schiavi invisibili

credit Jonathan Hyams per Save the Children

credit Jonathan Hyams per Save the Children

 

Il dossier 2015 “Piccoli schiavi invisibili – Le giovani vittime di tratta e sfruttamento” di recente pubblicato da Save the Children Italia Onlus ci presenta un quadro preoccupante sul fenomeno tratta di minori. QUI  potete trovare una infografica che ho realizzato per evidenziare i dati più rilevanti.

Piccoli schiavi invisibili – Le giovani vittime di tratta

“A livello europeo le statistiche più aggiornate sono quelle di Eurostat, secondo cui sono oltre 9.500 le vittime di tratta accertate e presunte nel 2010, di cui il 15% è rappresentato da minori, con un incremento pari al 18% nel triennio 2008-2010. In particolare, il numero totale delle vittime accertate e presunte in Europa nel 2008 è stato di 6.309, nel 2009 di 7.795 e nel 2010 di 9.528. L’Italia è il Paese dove è stato segnalato il maggior numero di vittime accertate e presunte, pari a quasi 2.400 nel 2010, con un calo rispetto ai 2.421 del 2009 ma un notevole aumento rispetto ai 1.624 del 2008.
In Italia, le vittime di tratta in programmi di protezione dal 2012 ad oggi sono 1.679, tra il 2013 e il 22 giugno 2015 i minori sono 130, 66 nell’ambito di progetti ex art. 18 Dlgs 286/98 e 44 in quelli ex. Art. 13 L. 228/2003. I principali paesi di origine di questi minori sono la Nigeria, seguita dalla Romania, Marocco, Ghana, Senegal e Albania.
Quest’anno, in particolare, desta grandissima preoccupazione l’enorme crescita del numero di persone che hanno raggiunto l’Europa attraverso il Mediterraneo per fuggire da guerre, fame e violenze. Nel solo mese di luglio sono arrivate 107.500 persone, più del triplo dello stesso periodo del 2014, mentre tra gennaio e luglio ne sono arrivate 340.000 (Dati Frontex: http://frontex.europa.eu/news/number-of-migrants-in-one-month-above-100-000-for-first-time-I9MlIo), con una presenza costante di minori non accompagnati (7.357 dal 1 gennaio al 18 agosto 2015 solo in Italia) che rappresentano, immediatamente dopo il loro arrivo sul suolo del continente, un potenziale bacino per chi è pronto a sfruttarli speculando in vari modi sulla loro vulnerabilità.

Secondo il Ministero del Lavoro, al 31 luglio i minori non accompagnati sono addirittura 8.442 (QUI).
Questi dati sono sottostimati perché parliamo solo dei minori identificati, molti altri in quanto vittime di tratta e sfruttamento restano invisibili, persi tra le maglie delle organizzazioni criminali, spesso solo in transito nel nostro Paese e destinati ad altre nazioni europee.
Certamente non arrivano con le proprie sole forze, ma sono vittime dei trafficanti di esseri umani.
Come avevo scritto in un precedente post, la “destinazione” è molteplice:
• sfruttamento sessuale, incluso lo sfruttamento della prostituzione altrui e altre forme di sfruttamento sessuale quali la pornografia e i matrimoni forzati;
• lavori o servizi forzati, incluso il conseguimento di profitti da attività illecite e l’accattonaggio;
• schiavitù o pratiche analoghe e servitù;
• adozioni illegali;
• asportazione di organi.

Il report di Save the Children è molto dettagliato e analizza le situazioni a seconda dell’area di provenienza dei minori, descrivendo le peculiarità del sistema di tratta.
Il loro destino è questo, quando lasciano i centri di prima accoglienza e scompaiono inghiottiti dalle organizzazioni criminali. Su di loro pesa un debito contratto con i trafficanti per il viaggio, che va restituito a ogni costo.
Save the Children ha rilevato che i due gruppi di minori maggiormente a rischio sono le adolescenti provenienti dai paesi dell’Europa dell’Est e dalla Nigeria.
Siamo tuttora in attesa di un Piano nazionale Antitratta a cura del Dipartimento delle Pari Opportunità, spesso annunciato e mai varato. Un piano di cui parte dedicato ai minori e un fondo sono necessari per contrastare la tratta. Questa mancanza di strumenti, unita alla scarsità di risorse per l’accoglienza e l’integrazione delle vittime crea il disastro attuale. Anche i rimpatri spesso favoriscono i trafficanti, sarebbe opportuno che ci fossero dei rimpatri assistiti, in modo tale da assicurare ai migranti l’accoglienza per un periodo in comunità protette e avere un aiuto per avviare un’attività economica. Lo stesso dovrebbe essere garantito qui in Italia: percorsi per inserirli e renderli autonomi, evitando che cadano nelle mani della criminalità organizzata.
Non riusciamo seriamente a occuparci e a preoccuparci di questi bambini. Arrivano qui nella speranza di una vita migliore, per sfuggire ai conflitti e alla fame. E qui cosa trovano? Sfruttamento e violenze di ogni tipo (che iniziano spesso già prima dell’arrivo in Italia).
Leggendo il report emerge che molte di queste minori non sono consapevoli di essere vittime di tratta e sfruttamento, valutano i compensi lavorativi in relazione al loro paese di origine, e sono immersi in un contesto tale di minacce e di ricatti che non gli consente di comprendere la loro condizione. Questo è quel che accade anche a coloro che vengono obbligate a prostituirsi.
Prostituzione e tratta di esseri umani non sono disgiungibili, scoraggiando la domanda di sesso a pagamento anche una fetta considerevole di tratta cesserebbe (secondo l’Organizzazione internazionale del lavoro (OIL) e l’Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine (Unodc) i dati nel mondo sono questi: 21 milioni di vittime di tratta; il 70% è composto da donne e bambine (di cui il 49% donne, 21% bambine), il 53% è destinato a sfruttamento sessuale). Sappiamo che per soddisfare la domanda di prostituzione in Europa, si ricorre all’importazione di donne, e possiamo anche immaginare quanto siano “volontarie”. Sul tema avevo pubblicato questo post.
Quindi non raccontiamoci favole, concentriamo le nostre energie e le nostre azioni iniziando dalle necessità più urgenti, chiedendo un piano e un fondo antitratta, lavorando anche in un’ottica transnazionale, in sinergia con tutti i Paesi coinvolti.

Così come penso che quest’ultima ipotesi di agenda migratoria dell’Ue (QUI), che prevede una graduatoria, una classificazione dei migranti per motivi economici, politici, religiosi, climatici ecc. sia profondamente sbagliata. Personalmente trovo disumano concepire diritti differenti a seconda di tale suddivisione, un filtro da applicare a chi fugge disperato e non ha alternative, un bollino DOC da attribuire al rifugiato.

Non stanchiamoci di chiedere e di lottare. Non chiudiamo gli occhi davanti alla realtà, leggiamo i fenomeni come intrecciati tra loro, lavoriamo a curare le origini della piaga della tratta e non solo i sintomi. Per me questa è la priorità e sapere che ci sono migliaia di minori che arrivano soli e che scompaiono mi porta a pensare una sola cosa, basta, non abbiamo più tempo, se siamo umani e siamo capaci di empatia e di solidarietà, chiediamo che non si rimandi ancora, che si affronti con coraggio questo orrore e cerchiamo di accogliere questi fratelli e sorelle nel migliore dei modi. Dimostriamo di non essere complici degli sfruttatori e delle organizzazioni criminali. Questo è uno dei volti, il più terribile, dell’immigrazione. Non permettiamo che sia questo il destino per tanti, questo orrore, questo sfruttamento e la privazione dei diritti fondamentali. Fuggire dalla povertà, dalle guerre e dalle violenze merita un destino migliore, a noi spetta garantirglielo, accogliendoli degnamente. Non voglio più sentire che in fondo la prostituzione può essere un buon modo per sfuggire alla povertà.

 

Domani pubblicherò la parte del dossier di Save the Children che analizza in modo dettagliato la tratta dei minori nigeriani. Penso che sia opportuno leggerlo, per comprendere quanto sia complesso e difficile uscire da questa ragnatela criminale per le vittime di questi traffici.

 

 

 

 

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Facciamo pressione

 

Elizabeth Pickett* in questo articolo pubblicato su Femminist Current (QUI), a ridosso dell’approvazione della risoluzione di Amnesty, ci parla di consenso, delle matrici alla base del commercio di sesso a pagamento, della situazione nei Paesi che hanno regolamentato e di tanti piccoli tasselli per comprendere meglio di cosa stiamo parlando. Una precisazione doverosa: insieme al termine sex work tanto in voga, gira anche quello di femministe pro-sex. Vi sorprenderà ma sappiate che le abolizioniste non sono contrarie al sesso, ma alla sua mercificazione e alla coercizione e alla violenza che la vendita e lo sfruttamento di un corpo portano con sé. Ebbene il sesso ci piace e ci piace libero per tutte, così come, in quanto femministe, si dovrebbe lottare per i diritti delle donne, esseri umani al 100%. Non dovremmo stare dalla parte di chi (clienti e papponi) desidera vederle come oggetti, merci, de-umanizzate per il loro business criminale.

 

Mi permetto di azzardare affermando che la maggior parte delle persone che ora stanno leggendo questo pezzo non credono che gli uomini abbiano diritto ad avere accesso al corpo delle donne per la loro gratificazione sessuale attraverso la coercizione e la violenza. Avevo più fiducia in questo assunto, prima che Amnesty International varasse la risoluzione a sostegno di una politica che depenalizzasse anche clienti e papponi, ma la mia scommessa era che anche di fronte a tale politica AI avrebbe detto ma non avrebbe poi fatto qualcosa. Il motivo per cui dico questo è che AI afferma di voler approvare solo la prostituzione volontaria e non quella “involontaria”.
Il sex work (sic) implica un accordo contrattuale in cui i servizi sessuali sono negoziati tra adulti consenzienti, con i termini di impegno concordati tra il venditore e l’acquirente di servizi sessuali. Per definizione, il sex work significa che i sex workers che sono impegnati nel commercio di sesso hanno acconsentito a farlo (cioè hanno scelto volontariamente di farlo) e ciò lo rende diverso dal traffico. Se questi volontari per il commercio di sesso esistono, chi sono, dove sono e cosa importa? Oltre a ciò, come si può proteggerli decriminalizzando gli uomini che usano i loro servizi sessuali, senza comportare alcun rischio per chi non è volontario?
A livello globale, le donne vivono in un contesto politico, sociale ed economico dominato dal capitalismo patriarcale razzista – un sistema che è per definizione strutturalmente razzista, sessista e classista. Il volontarismo è un concetto estremamente problematico per gli oppressi e gli sfruttati e le donne sono, per definizione, oppresse e sfruttate. Quando le donne sono indigene, povere, di colore, lo sfruttamento e l’oppressione avvengono attraverso più fattori che si intersecano. Questa realtà rende l’intera nozione di “volontari” del commercio del sesso e di “consenso” di una transazione commerciale sospetta sin dal principio.
Dimenticate le analisi femministe per un attimo e osservate come il diritto commerciale (QUI) – accettato in gran parte del mondo occidentale, in questo caso negli USA – esamina la questione del consenso in una transazione. Chunlin Leonhard spiega (QUI):

“Il requisito di volontà del consenso “richiede condizioni libere da coercizione o indebito condizionamento”. La coercizione si verifica quando una persona rischia di danneggiare l’altra persona al fine di ottenere il consenso. “Influenza indebita, al contrario avviene attraverso l’offerta di una ricompensa eccessiva, ingiustificata, inappropriata, impropria o altre proposte per ottenere l’accordo”. Inoltre, “incentivi che normalmente sono accettabili possono diventare influenze indebite se il soggetto è particolarmente vulnerabile”.

Ci viene chiesto, attraverso la retorica del sex work di accettare che esista un gran numero di donne nel mondo, adulte, che non sono state forzate con la violenza e le minacce di violenza, e che hanno fatto e continuano a fare scelte sufficientemente libere da coercizione o indebito condizionamento. Questo è lo scopo del convincerci che le esperienze di queste donne siano uno standard (certamente vago) che convalida il loro consenso a rapporti sessuali con uomini estranei, che le pagano, a volte molto bene, a volte assolutamente non bene, per ottenere servizi sessuali. La coercizione rappresentata dalla povertà, apparentemente non rientra in questa logica, dato che la maggior parte delle donne che si prostituiscono lo fanno per soldi, ancora una volta per definizione. La coercizione rappresentata da questioni razziali e dal sessismo è pure esclusa dal punto di vista del consenso.
AI, come molti gruppi di sex workers, papponi, clienti, ha basato la sua decisione su una visione idealista, liberale, capitalista di autonomia, di libertà individuale (compresa la libertà di contratto), di libertà dalla coercizione o indebito condizionamento che semplicemente non si applica ai cittadini oppressi e sfruttati del mondo, per non parlare delle donne. Questo non dovrebbe sorprenderci – AI è sempre stata utopista, liberale, un’organizzazione capitalistica, come lo sono molte altre ONG mondiali – come la Fondazione Gates per esempio.
Sostenere che le condizioni per questo tipo di autonomia individuale e la libertà di scegliere non ci sono per tutte le prostitute nel mondo non ci rende puerili come molti affermano, ma ciò sta a indicare che, per ragioni concrete, dobbiamo preoccuparci e sforzarci di proteggerci dalle devastazioni del capitalismo razzista patriarcale. Ma c’è! Come prima cosa sto utilizzando parole che AI (e molti altri) non accetterebbe. Allora, come facciamo a convincere la gente con un residuo di buona volontà nei confronti delle donne che l’adozione della policy di AI che sostiene la depenalizzazione di clienti e papponi non porterà benefici, piuttosto danni, alle donne?
Penso che la risposta stia nell’impegno di AI e di molte persone (mi auguro) di fermare il sequestro permanente delle donne nella tratta, nonché un impegno a proteggere le minori coinvolte nel sistema di schiavitù sessuale. Perché senza il supporto e la collusione degli stati di tutto il mondo, le ONG colluse con essi, con interessi capitalistici e con quelli dei papponi e dei clienti dell’industria del sesso, il traffico di donne e di ragazze non sarebbe delle dimensioni attuali. Questo perché il numero di volontari per il commercio di sesso sarà sempre superato dalla domanda, fino a quando non verranno presi provvedimenti seri per far terminare, o almeno scoraggiare, la domanda.
Diciamo che – dai, lo fanno – esiste nel mondo qualche gruppo di donne che sono sufficientemente non toccate dalla realtà razzista del capitalismo patriarcale, sufficientemente autonome e libere, che sono in grado di fare volontariamente le prostitute, in modo sufficientemente libero da coercizione, costrizione o indebito condizionamento, tanto che si possano definire prostitute volontarie. (Facciamolo per un istante, anche se abbiamo prove che alcuni maschi sostenitori dei diritti umani pensano a proposito delle donne povere.. come ha detto Ken Roth CEO di Human rights watch: “Tutti vogliono porre fine alla povertà, ma nel frattempo perché negare alle donne povere la possibilità di lavoro sessuale volontaria? ” https://twitter.com/KenRoth/status/630677061858930688).
Dove sta il problema? Il problema è che la domanda di prostitute supera l’offerta. Semplicemente non ci sono abbastanza volontarie per il commercio di sesso per soddisfare la domanda, anche nei paesi in cui tutti gli aspetti della prostituzione sono legali.
Prendiamo come esempio Amsterdam.
La sua industria del sesso raggiunge oltre i 500 milioni di euro all’anno di guadagni, di cui il governo incassa una percentuale attraverso le tasse. I lavori nei bordelli sono pubblicizzati nelle agenzie di lavoro e la prima “naked gym” ha aperto nel 2011 (QUI).
Ma a quanto pare, non molte olandesi vogliono lavorare in questo settore, come dimostra il fatto che la maggior parte delle donne che si prostituiscono non sono olandesi. La CATW ha stimato che le donne che lavorano nell’industria del sesso di Amsterdam sono circa 30.000. Ma usiamo i numeri del governo olandese che le stima tra le 20.000 e le 25.000. Il numero di donne provenienti dall’estero oscilla ovunque dal 60 all’80%. Nella migliore delle ipotesi, i protettori sono stati in grado di attirare non più del 40% di donne olandesi volontarie e forse anche meno. Le altre donne provengono da 44 paesi diversi, ma soprattutto dopo la caduta del muro, vengono da Bulgaria, Romania, Rep. Ceca e Polonia (QUI). Si stima che ovunque da 1000 a 7000 di quelle donne sono vittime di tratta (QUI). Non solo, ma molti sono bambini (QUI):

“L’organizzazione di Amsterdam ChildRight stima che il numero è passato da 4000 bambini nel 1996 a 15000 nel 2001. ChildRight ha stimato che almeno 5000 dei bambini in prostituzione provengono da altri paesi, con un grosso numero di nigeriane.”

Verifichiamo la Germania, dove tutti gli aspetti della prostituzione sono legali. E indovinate? Anche la maggior parte delle donne tedesche non vogliono fare volontariato. Ancora una volta, due terzi delle donne impegnate nell’industria del sesso provengono dall’estero. Naturalmente, questo non significa che siano necessariamente vittime di traffico, ma la possibilità è elevata. Le statistiche sul numero effettivo di donne e ragazze vittime di tratta a fini sessuali sono notoriamente complesse da stendere a causa del basso numero di denunce (in parte, a causa del fatto che legalizzando la prostituzione diventa difficile distinguere tra volontarie e forzate). Non solo, ma la depenalizzazione di sfruttatori e clienti rende molto più difficile catturare i trafficanti, perché le forze dell’ordine non possono accedere ai bordelli. Anche se le donne e le ragazze trovate nei luoghi di lavoro sono vittime di tratta, tranne quando non vi sia un problema di età evidente, sono sempre restie a dire che non sono lì per libero arbitrio, perché è così quando sei controllata da un pappone. Oltre ciò, il traffico di donne e ragazze è in crescita esponenziale, tanto da mettere in crisi la capacità delle forze dell’ordine di tenere il passo.
“Secondo un rapporto sul traffico di esseri umani recentemente presentato dal commissario europeo per gli affari interni Cecilia Malmström, ci sono più di 23.600 vittime nell’Unione europea e due terzi di loro sono sfruttati sessualmente. Malmström, dalla Svezia, intravede i segnali di come le bande criminali stiano espandendo le loro operazioni. Tuttavia, dice, il numero di condanne è in declino perché la polizia è sopraffatta nei suoi sforzi per combattere il traffico.” (QUI)
Inoltre, non è un caso che i paesi di provenienza delle donne e delle ragazze vittime di tratta (e anche delle “volontarie”) siano quelli con i più rilevanti problemi socio-economici e politici. Ma AI ritiene che quelle siano siano le stesse donne e ragazze il cui diritto di fare volontariato per l’industria del sesso debba essere protetto. Ah le contraddizioni.

I costi per i trafficanti
Sicuramente questa breve panoramica porta inevitabilmente a concludere che semplicemente non ci sono abbastanza volontarie tra le donne del mondo per soddisfare il desiderio apparentemente insaziabile (e incoraggiato) di alcuni uomini per la loro gratificazione sessuale ad ogni costo e senza alcun riguardo per il desiderio sessuale delle donne stesse (la prostituzione non ha nulla a che fare con i desideri sessuali delle donne). Una volta che il sesso diventa una transazione commerciale da multi-miliardi di dollari all’anno, con i maschi, come coloro che pagano e mantengono donne e ragazze, l’unico tipo di desiderio che resta alle donne è il desiderio di guadagnarsi da vivere o, addirittura, solo quello di sopravvivere.

Data la scarsità di volontarie tra le donne e la necessità di generare una industria da multi-miliardi di dollari all’anno le donne vittime della tratta dovranno soddisfare la domanda di sesso maschile, sicuramente è evidente che il problema è, avete capito bene, la domanda di sesso maschile. Ci sono tutte le ragioni per credere che non fare nulla per frenare la domanda equivale a dare il consenso sociale alla schiavitù sessuale di centinaia di migliaia di non volontarie.

La criminalizzazione di sfruttatori e clienti non porrà fine completamente al problema. Nessuno è così ingenuo da pensare questo. Solo la fine del capitalismo patriarcale e la sua sostituzione con un sistema socio-economico che valorizzi la vita di tutte le persone, soprattutto, senza distinzione di razza, sesso o condizione economica potrà rendere possibile questo. Le femministe che consigliano la criminalizzazione di coloro che vendono le donne e di coloro che le acquistano comprendono perfettamente che la sanzione penale rappresenta solo un debole argine tra i loro corpi e la forza bruta del patriarcato. Coloro che hanno lavorato per decenni nell’ambito di questioni legali e di ordine pubblico, inerenti alla violenza maschile contro le donne sono fin troppo consapevoli del fatto che, anche in quei luoghi in cui esistono una buona legge e una buona politica sulla carta, i tassi di riferimento, la ricerca, le strategie, l’azione penale, e la condanna degli uomini che violano le donne sono patetici. Continuiamo a lavorare su tutti questi fronti, con la piena consapevolezza che il diritto penale, da solo, non potrà mai essere sufficiente. Ma non può essere seriamente suggerito che quelle protezioni scarse dovrebbe essere negate.

Lavoriamo per fare pressione sui soggetti e sui sistemi responsabili per la nostra protezione e per la punizione di quei maschi che minacciano la nostra integrità fisica quotidiana. Non meno di ciò che è necessario per combattere la piaga della schiavitù sessuale femminile. Non meno che la criminalizzazione della domanda maschile per l’accesso ai nostri corpi, non importa la qualità del nostro consenso. Non chiedo granché.

 

*Elizabeth Pickett is an internet-based feminist freedom fighter, a mother and grandmother, a blogger, and a poet, seething in Whitby, Ontario. Her website is The Final Wave. Follow her @ElizPickett.

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Da cosa ci stiamo liberando?

 

 

Vi ricordate quando scendevamo in piazza per manifestare la nostra indignazione sull’uso e sulla strumentalizzazione del corpo delle donne e sull’idea stessa di donna generata e deformata dal berlusconismo? Un risveglio che sembrava l’alba di una nuova presa di coscienza delle donne italiane.

Oggi, a quanto pare, tutto ciò contro cui lottavamo è entrato nel nostro DNA, abbiamo subito una metamorfosi, noi donne ci siamo abituate a pensare che forse è meglio avere un “papi”, prostituirci piuttosto che lavorare nei campi, fare le baby sitter, le commesse, le impiegate e via dicendo. In fondo c’è sempre il mito secondo cui prostituirsi sia una fonte di guadagno “facile” e ben remunerato.

Nella relazione Honeyball del 2014 (QUI) se ne parla eccome e ha anche un nome: “grooming“. Si tratta della “manipolazione psicologica a scopi sessuali, che consiste nella prostituzione di ragazze minorenni o che hanno appena raggiunto la maggiore età in cambio di beni di lusso o piccole somme di denaro destinate a coprire le spese quotidiane o relative all’istruzione;”
Dietro c’è una sorta di sgretolamento del rapporto con un sé, divenuto semi-sconosciuto, tanto da aprire a qualsiasi ipotesi di sfruttamento e di alienazione psico-fisica. Sembra suggerire a tutte di fare del proprio corpo un’impresa commerciale. Non voglio credere che i soldi siano rimasti l’unico motore trainante che ci resta. Dove sono finite le altre aspirazioni? Chi ci ha rubato tutto questo? Per noi “liberazione” cosa significa, da cosa ci stiamo liberando? Non è che tutto questo rischia di nascondere una nuova schiavitù? Sono scelte autonome o comunque indotte da un certo sistema, da un post-liberismo che ci vuole imbrigliare?

Siamo di fronte a una tendenza in atto da qualche anno a questa parte. Si assiste sempre di più all’affermarsi della dimensione individuale su quella collettiva, anche nel campo della richiesta di libertà e diritti. Sulla base del classico assunto liberale, l’individuo tende a prevalere sulle necessità e sui bisogni collettivi. Questo fenomeno, apparentemente conveniente, può nascondere un aspetto pericoloso, presupponendo che nella realtà nessuno parta dalla stessa linea di partenza in tema di diritti e di libertà. I diritti devono essere universali altrimenti sono deboli e facilmente calpestabili.

Chi parla di consenso e di sex work sta di fatto normalizzando e assecondando una visione non realistica della prostituzione. Non se ne vedono più i contorni di violenza e raramente ci ricordiamo di leggerla in un’ottica di genere. Questo provoca un grave danno a coloro, la stragrande maggioranza, che non hanno alcuna scelta e che sono sfruttate e schiavizzate. Mi addolora che le priorità vadano in senso contrario a quello che sarebbe più giusto e razionale. Ma evidentemente le forze e i poteri in campo stanno spingendo verso un’oblio dei diritti umani, privilegiando la sfera economica.

Tutto è iniziato con l’introduzione della parola escort, con una edulcorazione della prostituzione, con un quadro da Pretty woman (per cui alcuni hanno il coraggio di parlare di amore) e oggi siamo approdati al sex work. Anni di tv commerciale, messaggi inviati a più di una generazione, modelli relazionali sempre più fragili e consumabili. Un lavaggio del cervello culturale, fatto di immagini e linguaggio, che parte da lontano, strumentale per spostare il discorso e l’immaginario. A questo punto dobbiamo sovvertire questo, tornando al vero fulcro. Altrimenti li seguiamo sul versante sex work e non ne usciamo. 

Un buon punto di partenza potrebbe essere quello di chiedere che nel nostro Paese si seguano le indicazioni della relazione Honeyball. Che il governo si impegni in prima linea per combattere concretamente la tratta di esseri umani e che stili delle linee guida per questo. Perché questa è la priorità.

Per i distratti, per coloro che non vogliono capire di cosa stiamo parlando realmente, per coloro che sono ottenebrati da una propaganda massiccia per normalizzare la violenza in prostituzione, vi consiglio di leggere la risoluzione Honeyball, un esempio di testo che si pone chiaramente a protezione delle parti deboli e sancisce uno dopo l’altro gli aspetti devastanti della prostituzione. Per chi non lo sapesse, si parla di prostituzione, prostituzione forzata e sfruttamento sessuale. Una lettura utile a coloro che sono abituati a separare il sex work (come frutto di una libera scelta) dalla prostituzione e dalla tratta. Chiamateci pure oscurantiste, bacchettone, catto-qualcosa. E non venitemi a dire che è una trovata conservatrice della Commissione per i diritti della donna e l’uguaglianza di genere, perché nelle premesse ci sono un numero non indifferente di testi di riferimento. Se organizzazioni come Amnesty vanno da un’altra parte, evidentemente per loro i diritti delle donne hanno meno valore di quelli degli uomini.

 

“Se non ora, quando?” il movimento delle donne nato nel 2011 riprende il titolo del romanzo del 1982 di Primo Levi, che a sua volta si rifaceva al Talmud, da “le massime dei padri”, una sentenza di Rabbi Hillel il vecchio (I a.C.): “Se non sono io per me, chi sarà per me? E quand’anche io pensi a me, che cosa sono io? E se non ora, quando?” (Pirkei Avoth, 1, 14).

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La risoluzione di Amnesty sulla prostituzione e i diritti delle donne

noamnestyforwomen

 

Ringrazio Mammeonline.net per avermi ospitata nuovamente, questa volta con un pezzo sulla prostituzione.

In questo articolo ho cercato di raccogliere alcune mie riflessioni scaturite dalla risoluzione votata da Amnesty.
E’ stato un modo per ragionare attorno a vari aspetti, nel tentativo di far chiarezza e cercare di dissipare la coltre di falsità che aleggiano sul tema della prostituzione. Ritengo sia fondamentale parlarne e riparlarne, perché attorno a me sento di tutto di più, con persone schierate a priori dalla parte della regolamentazione. Ricordandoci in primis dei diritti delle donne, che devono finalmente essere riconosciuti e rispettati, non solo quando conviene. Non parlate di corpi, di autodeterminazione, di scelta a sproposito, solo quando vi fa comodo, solo per difendere le “abitudini” violente di qualche maschio.

QUI L’ARTICOLO COMPLETO:

http://www.mammeonline.net/content/risoluzione-amnesty-sulla-prostituzione-diritti-delle-donne-no-amnesty-women

QUI DI SEGUITO UN ESTRATTO:
“La policy di Amnesty consiglia ai governi di “non emanare leggi che limitino lo scambio consensuale di servizi sessuali a pagamento”, invitando a depenalizzare tutti gli aspetti del “consensual sex work”. Quindi liberi tutti, tutti uguali?
Se la stessa Amnesty International ammette che ci sono disuguaglianze di genere e di altra natura che spingono le donne in prostituzione, come si può parlare di autonomia, di libertà, di scelta? Meagan Tyler domanda: “Should poor and marginalised women be grateful, as Ken Roth suggests, that wealthier men will pay to penetrate them?”
In pratica, secondo Roth di Human Rights Watch, prostituirsi sarebbe una valida modalità per uscire dalla povertà. https://twitter.com/KenRoth/status/630677061858930688
E così si mettono sullo stesso piano prostitute, clienti e papponi, con questi ultimi nel ruolo di benefattori. Come se ci fosse una reale possibilità di uscire dalla povertà prostituendosi. Semplice per questa gente raccontare la favola della “prostituta felice” o “del denaro facile”. Perché invece non parlare dei danni psico-fisici, delle malattie e delle dipendenze?
Se l’obiettivo di Amnesty, come ha tenuto a precisare, fosse semplicemente quello di eliminare il reato per chi si prostituisce nei Paesi in cui tuttora esiste, mi sembra che il documento della risoluzione si spinga ben oltre. Amnesty se avesse voluto fare bene le cose non avrebbe usato nel suo testo frasi ambigue. I termini sex work e “all aspects” alludono a qualcosa di più ampio, per non parlare poi del “consenso”.

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Un finale che non avremmo voluto vedere #Amnesty2015

amnesty

 

Amnesty 2015. Alla fine è andata così. Lo staff di Amnesty brinda, ma è a dir poco macabro brindare in questa occasione. C’è poco da fare, hanno fatto un enorme pacco regalo all’industria del commercio di sesso in tutte le sue forme.

“The resolution recommends that Amnesty International develop a policy that supports the full decriminalization of all aspects of consensual sex work.”

Papponi e clienti inclusi. Altro che difesa dei diritti umani, qui gli unici ad essere difesi sono coloro che usano e vendono le donne.

Abbiamo la solita illusione secondo cui l’intento è di proteggere le persone che sono in prostituzione, per la maggior parte donne e bambine, sì proprio bambine:

“The policy will also call on states to ensure that sex workers enjoy full and equal legal protection from exploitation, trafficking and violence.”

Ma tutti noi sappiamo che nei paesi che hanno regolamentato, l’unico risultato evidente è stato quello di rendere più difficili se non impossibili le attività di contrasto allo sfruttamento, essendo diventato più complesso definire e provare lo stesso. Per non parlare del fatto che in Germania la tratta non si è arrestata, ma si è incrementata.

La prostituzione non è un lavoro, ma sfruttamento, di un corpo, di un bisogno di sopravvivenza. Non li si può definire servizi sessuali perché non c’è vera libertà di scelta, se dietro c’è un bisogno, la povertà, una violenza sin dalla più tenera età, una dipendenza da alcol o droga. Non si sta vendendo un servizio, qui in vendita ci sono degli esseri umani e questa è pura schiavitù. Se il risultato sono i disturbi post-traumatici da stress di cui le prostitute soffrono, mi spiegate perché sostenere che sia naturale tutto questo.

Perché non ci si impegna a sconfiggere questo mondo che usa le donne come oggetti di consumo, anziché preoccuparsi di “normalizzarlo”? E dato che i rapporti di forza tra clienti/papponi e donne in prostituzione non sono equilibrati, e gli uomini sono ancora una volta legittimati a usare, a comprare corpi per la loro sete di dominio, di violenza libera e senza confini, dovremmo immediatamente capire da che parte stare. Perché in tutta questa storia c’è solo un aspetto: con questa risoluzione si è voluta ribadire la legittimità di un controllo totale sulle donne, sulle prostitute considerate evidentemente sub-umane. Perché continuare a legittimare il fatto che ci siano donne con meno diritti, che gli uomini possono utilizzare liberamente? Questa non è la strada verso un mondo più equo, giusto, verso un’uguaglianza di genere piena, in cui tutti gli esseri umani possano godere degli stessi diritti e dello stesso rispetto.

Come giustamente rileva Meghan Murphy, l’uso del termine neutro “sex worker”, fa scomparire le donne, le persone in prostituzione, le fa diventare un gruppo marginalizzato unicamente per il fatto di essere sex workers, cancellando le motivazioni a monte per cui si è entrati in prostituzione, non considerando che all’origine di tutto c’è l’industria del commercio del sesso.

Le donne e le loro storie scompaiono, così come non si comprende più perché accade tutto ciò, viene cancellata la domanda e con essa anche l’industria che consente di soddisfarla. Lo sfruttamento nasce e prospera grazie a questi due fattori. Quindi lo sfruttamento lo si blocca e lo si riduce partendo proprio dalle origini. Non si liberano le donne omettendo che dietro la prostituzione ci sono questi attori. Come ho detto nei miei precedenti post, il termine sex worker è come un gran calderone che può includere qualsiasi cosa, compresi magnaccia, proprietari di bordelli, e dietro c’è la criminalità organizzata internazionale e locale e i trafficanti di esseri umani.

E se alla base c’è il bisogno, combattiamo la povertà, non “assolviamo” le abitudini malsane degli uomini e non li rendiamo benefattori. Le donne che scelgono la prostituzione non si arricchiscono e non escono dalla povertà, ci restano e mettono a rischio la loro salute fisica e psichica.

Continuiamo a informare e a diffondere consapevolezza su cosa sia la prostituzione e sfatiamo quotidianamente tutti i miti che vengono adoperati per legittimare questa forma di violenza e di schiavitù.

Mi associo all’abbraccio di Maria Rossi, al fianco di femministe, vittime di tratta e alle sopravvissute.

http://infosullaprostituzione.blogspot.it/2015/08/e-stata-approvata-dublinouna.html?spref=tw

 

Vi segnalo anche questa lettera di Angeles A. Auyanet ad Amnesty “The decriminalisation of buying sex harms all women (but especially poor women) and the ideal of gender equality”: QUI 

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Prostituzione e tratta di esseri umani non possono essere disgiunte

Pablo Picasso. Prostitutes in a Bar, 1902

Pablo Picasso. Prostitutes in a Bar, 1902

 

Riprendo il tema, dopo l’importante testimonianza di Mia de Faoite che avevo tradotto qui.

Questa volta il punto di vista è quello di un poliziotto, Manfred Paulus. Non condivido in pieno le soluzioni che suggerisce, ma l’analisi è interessante, soprattutto perché evidenzia come sia diventato complicato perseguire tratta e sfruttamento in Germania. Buona lettura.

 

Manfred Paulus conosce molto bene l’ambiente a luci rosse. Per più di 30 anni è stato responsabile dell’unità di controllo penale che si occupava di prostituzione e tratta di donne a Ulm. Anche prima del suo pensionamento, l’UE lo aveva inviato come esperto “nei paesi di reclutamento” delle donne che finiscono nei bordelli tedeschi, negli appartamenti e per le strade. Paulus era alla ricerca dei percorsi utilizzati dai trafficanti in Romania e in Bielorussia per portare le donne vittime di tratta in Germania.

L’SPD enfatizza il fatto che si deve distinguere tra prostituzione e tratta di esseri umani.

In Germania oggi siamo arrivati al 100% di donne importate dall’estero per la prostituzione. Dovrebbe essere abbastanza chiaro che una ragazza bielorussia della zona di Chernobyl o una Roma proveniente da un ghetto in Romania non può compiere da sola il viaggio per arrivare in Germania per poi finire nella prostituzione. Non hanno soldi, nessuna persona di riferimento, nessun contatto. Le donne sono vittime della tratta nel loro Paese, e in questo settore si sono sviluppate organizzazioni criminali altamente strutturate. La criminalità organizzata controlla il business. La richiesta di tenere distinte prostituzione e tratta ci fa temere per il peggio.

Ma come si spiegano queste valutazioni non realistiche?

Ovviamente ci sono le persone coinvolte che non sono per niente o troppo poco informate sul contesto, e che, consapevolmente o meno, cedono al mito della prostituzione “pulita”, suggerito loro dai lobbisti. Questo si è verificato già nel 2001, quando SPD e Verdi hanno scritto l’attuale legge sulla prostituzione. Ad esempio, la legge ha dato esplicitamente “poteri direttivi” ai gestori dei bordelli. Siamo probabilmente l’unico Paese al mondo a dare esplicitamente il potere di decidere per le donne ai proprietari dei bordelli.

L’SPD ha recentemente organizzato un incontro con esperti, incluse l’Association of erotic trade entrepreneurs in Germany (Bundesverband der Unternehmer im Erotikgewerbe) e la Professional association for erotic and sexual services (Berufsverband erotische und sexuelle Dienstleistungen). Anche se non rappresenta nemmeno l’1% delle prostitute, questa lobby dichiara costantemente che la stragrande maggioranza delle prostitute lavora “volontariamente” e che la prostituzione forzata è un “fenomeno marginale”.

Condivido l’opinione di molti colleghi per cui il 98% delle donne che si prostituiscono in Germania è costretta da qualcuno. C’è un solo posto dove incontro prostitute volontarie, i talk show. Lì, dopo 30 di lavoro in questo settore, ho conosciuto per la prima volta donne che fin da giovani non avevano avuto altro obiettivo che rendere gli uomini felici in questo modo, convinte della loro scelta, che non avevano mai avuto un magnaccia. Ma “volontaria” è solo una parola magica. Se la prostituzione avviene in modo volontario, il proprietario del bordello, del bar e il cliente non hanno più alcun problema. In questo modo la polizia, la magistratura e i sistemi politici sono impotenti. Questo è il motivo per cui molte persone amano questo termine. Ma la verità è ben diversa. Parlare di volontarietà, a mio avviso, è francamente molto cinico.

Che cosa dovrebbe quindi essere previsto in una nuova legge sulla prostituzione?

È molto importante che i “poteri direttivi” vengano aboliti e che la prostituzione sia consentita unicamente come attività autonoma. È anche essenziale che la prostituzione non possa essere esercitata sotto i 21 anni, perché molte delle vittime hanno meno di 21 anni. Una registrazione obbligatoria e la cancellazione delle prostitute è importante, così come reintrodurre un esame sanitario. Deve essere reintrodotto il libero accesso degli agenti di polizia ai bordelli. In pratica, tutte le richieste presentate dalla CDU/CSU devono essere incluse nel testo. Stabilire un obbligo di licenza per i bordelli e alcune piccole regole non sarebbe sufficiente. Potrebbe essere addirittura controproducente.

Perché, i proprietari dei bordelli vorrebbero avere una sorta di certificazione dallo stato?

Esattamente. Oggi abbiamo bordelli nobili, decorati con marmi e acciaio inossidabile. Questo non esclude che i papponi si nascondano dietro questa facciata o dietro misteriose compagnie come “GmbH & Co. KG”. E se andassimo a indagare dietro questa società-cassetta della posta, potremmo scoprire clan albanesi, la cosiddetta mafia russa, o gli Hells Angels. E allora abbiamo a che fare con la criminalità organizzata che controlla ogni cosa. Per poter abbattere queste strutture, non è sufficiente chiedere la registrazione del proprietario del bordello, che potrebbe essere semplicemente un prestanome, così poi va tutto a posto. Non deve accadere che la riforma risulti l’ennesimo patchwork per agevolare coloro che traggono profitti dalla prostituzione.

Ha scritto nel suo libro che la gente scuote la testa incredula di fronte alla legislazione tedesca.

Recentemente ho avuto a che fare con il procuratore capo di Palermo, che combatte la mafia in Italia. Era stupito e mi ha chiesto: “Davvero non notate quello che sta accadendo nel vostro Paese? Siete ancora convinti a non varare nuove leggi?” In Romania e in Bulgaria sento dire le medesime cose. Penso che la pressione sulla Germania dai Paesi di origine delle donne aumenterà. In tutti quei Paesi, ciò che accade alle donne è ben noto. E c’è molto disprezzo nei nostri confronti per il fatto che non prendiamo misure efficaci per prevenire questo stato di cose. Ciò che noi qui chiamiamo libertà è una totale mancanza di libertà per innumerevoli donne – questa è la schiavitù sessuale.

Nella sua Relazione annuale sulla tratta di esseri umani (« Lagebild Menschenhandel ») il BKA, Ufficio federale di polizia criminale (Bundeskriminalamt) riporta circa 700 casi all’anno. Questo dato è utilizzato come prova per sostenere che il problema non è troppo grande in Germania.

Per me questo non è un “rapporto”, quanto piuttosto la documentazione del fallimento della politica! Nel nostro Paese abbiamo centinaia di migliaia di donne indifese in un contesto ad alta densità criminale. Il fatto che solo 500-700 casi vengano segnalati annualmente al BKA attesta un gigantesco mondo sommerso e invisibile. Prima di tutto, il reato di tratta è definito in modo complesso, e gli ostacoli per dimostrarlo sono piuttosto grossi. Il secondo problema è con i processi giudiziari: il settore a luci rosse è riuscito come nessun altro a bloccare nei tribunali l’applicazione della legge. Per esempio, gli avvocati del settore adducono mozioni alle prove che portano alla Bielorussia, all’Ucraina o all’Absurdistan (termine satirico per indicare il blocco sovietico, ndr). Così poi i tribunali sono costretti ad accordi – a favore dei delinquenti e a detrimento delle vittime e degli inquirenti. E alla fine si stappa lo champagne in aula. Quindi non è una sorpresa che le poche donne che osano testimoniare ritirino le dichiarazioni nel corso di questi processi.

La Germania non ha ancora recepito la Direttiva Europea del 2011 per combattere il traffico di esseri umani. 

Questo dimostra che in questo Paese si continua a dare troppo poca importanza a questo crimine (organizzato). È ancora possibile invertire il corso degli eventi? Non potremo certo cambiare tutto in una notte, perché la criminalità organizzata è ben salda in questo settore. Ma nel breve termine, possiamo almeno evitare un’ulteriore crescita, se non continuiamo ad avere una legge così “amica dei criminali”. Perché con la legge del 2002 abbiamo preparato il terreno per i responsabili della questa situazione attuale. Con le libertà di cui godono in questo Paese, li abbiamo praticamente attirati in Germania. Un po’ dappertutto in Germania si vede com’è facile far funzionare il business con le donne in vendita. E se ora rovesciamo queste libertà di 180° contro i criminali, ce la faremo.

Quindi secondo lei cosa dovrebbe avvenire ora?

La grande coalizione non deve cedere a questi lobbisti! Dovremo vivere per un lungo tempo con la nuova legge sulla prostituzione. E se dovessero ancora una volta essere fatti dei compromessi, i trafficanti da Odessa a Bucarest si stropicceranno le mani.

 

Source: http://www.emma.de/artikel/prostitution-menschenhandel-sind-untrennbar-317541
_______________
Manfred Paulus is the author of the recently published book « Organisierte Kriminalität MENSCHENHANDEL. Tatort Deutschland: Frauenhandel, Kinderhandel, Zwangsprostitution, Organhandel, Handel von Arbeitskräften » (Organized crime – HUMAN TRAFFICKING in Germany: Trafficking in women, child trafficking, forced prostitution, organ trafficking, trafficking in labor); Verlag Klemm + Oelschläger, Münster/Westphalia, Germany.

 

Fonte in inglese da cui ho tradotto:
https://ressourcesprostitution.wordpress.com/2014/09/03/prostitution-and-human-trafficking-cannot-be-separated-interview-with-manfred-paulus/

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Il sesso non è un bisogno umano fondamentale. Lo stesso vale per la prostituzione

Photo: Kenya - Survivor of Human Trafficking, Advocate, and New York New Abolitionist. Photo Credit: Lynn Savarese.

Photo: Kenya – Survivor of Human Trafficking, Advocate, and New York New Abolitionist. Photo Credit: Lynn Savarese.

 

Questo articolo (QUI l’originale) che ho tradotto ci fa pensare che forse la lobby del commercio di sesso è più forte e ramificata di quanto possiamo immaginare. Buona lettura e buona lotta!

 

All’inizio dell’anno erano trapelati alcuni documenti di Amnesty International UK (che sembra un ossimoro). Come è emerso, Amnesty International sta pensando di inserire nella sua piattaforma d’azione la legalizzazione (in realtà Amnesty parla di decriminalizzazione, ndr) della prostituzione. Naturalmente si tratta di una posizione anti-donna e non si basa su fatti concreti, specialmente se si osservano i dati del traffico di esseri umani, degli stupri e degli omicidi in prostituzione.
Ma la dichiarazione più scandalosa presente nel documento, che ha suscitato qualche risposta da parte dal pubblico è stata la seguente:
Come osservato nel quadro della politica condotta da Amnesty International in merito al sex work, l’organizzazione è contraria alla criminalizzazione di tutte le attività legate alla compravendita di sesso. Il desiderio e l’attività sessuali sono un bisogno fondamentale dell’essere umano. Criminalizzare coloro che non sono in grado o non vogliono soddisfare tale esigenza attraverso metodi più tradizionalmente riconosciuti e acquistano sesso, quindi, può rappresentare una violazione del diritto alla privacy e minare il diritto alla libera espressione e alla salute.

Fonte: http://fr.scribd.com/doc/202126121/Amnesty-Prostitution-Policy-document

 

Ci si dovrebbe domandare un po’ di cose dopo aver letto questo paragrafo:
1. Si sta affermando che tutte le attività connesse alla prostituzione devono essere depenalizzate, come il traffico di esseri umani, lo sfruttamento della prostituzione, lo stupro e l’omicidio?
2. Il diritto alla privacy e alla libera espressione di un cliente è più importante dei diritti umani fondamentali delle prostitute o delle donne vittime di tratta?
3. Da quando la prostituzione non è considerato un “metodo tradizionalmente riconosciuto” per “soddisfare” il desiderio sessuale?
4. Se il sesso fosse un bisogno umano fondamentale, allora le donne dovrebbero essere obbligate a fornirlo agli uomini?
5. Come può essere considerata una questione di privacy, di espressione e di salute il fatto di pagare per il sesso? La privacy di chi è coinvolta? L’espressione di chi è ridotta? La salute di chi è a rischio?

Ciascuna di queste domande è importante e degna di discussione (se non altro perché evidenziano quanto sia assolutamente ridicola la posizione pro-prostituzione). Ma per me la menzogna più eclatante è la proposizione “il desiderio e l’attività sessuale sono un bisogno umano fondamentale.”
Ho notato che alcuni uomini vorrebbero che le donne credessero a queste stronzate. Sembra che non contino sul fatto che le donne siano in grado di comprendere la biologia umana o ogni uomo che li sfida su questo. Ma io li sfido.
Il desiderio e l’attività sessuale non sono bisogni umani fondamentali. Nessun uomo è mai morto o è stato fisicamente danneggiato dalla mancanza di desiderio o di attività sessuale. Non avere desiderio sessuale non è di per sé un problema di salute.
La grande rilevanza data al desiderio e all’attività sessuali da parte della società dà alle persone, soprattutto adolescenti, l’impressione che loro devono fare sesso. Questo genera un bisogno, ma questo è un bisogno costruito e altamente insano. In nessun senso è “fondamentale”.
Quando pensiamo ai “bisogni umani fondamentali”, pensiamo agli imperativi biologici come mangiare cibo nutriente, dormire abbastanza a lungo, respirare aria pulita, avere una casa. Tutte queste cose implicano contatti sociali e sostegni, che sono parte di essi. Ma “fare sesso” non fa parte di quella lista perché non è un imperativo biologico; ci piace farlo perché gli orgasmi ci fanno sentire bene, ma hey, ma è anche per questo che ci masturbiamo.
Sai cos’altro ti fa sentire altrettanto bene? La cocaina. Agisce sui recettori del piacere del nostro cervello, come gli orgasmi. E non ho nulla contro le persone che ne fanno uso, così come non mi oppongo alle persone che fanno sesso (consensuale e ugualitario). Ma io non credo che sia un bisogno fondamentale.
Sai cos’altro non è un bisogno fondamentale? La prostituzione.
Tutte queste argomentazioni sono in realtà solo una versione ben scritta del vecchio luogo comune per cui abbiamo bisogno delle prostitute per rendere gli uomini felici ed evitare che vadano a stuprare le “donne rispettabili”. Quando parlano di “metodi tradizionalmente riconosciuti”, stanno parlando di “donne rispettabili”. Le prostitute sono di per sé “non rispettabili”. Ecco perché i loro diritti sono irrilevanti. Gli unici rilevanti sono i diritti del cliente.
La retorica pro-prostituzione è una retorica che odia le donne, perché ogni ideologia che sostiene lo sfruttamento e l’oggettivazione delle donne è retorica anti-donna. Nella misura in cui si afferma che le prostitute (che sono esseri umani) debbano essere un mezzo per un fine (come per esempio “le prostitute esistono per alleviare i bisogni degli uomini”), va contro il principio etico fondamentale che nessun essere umano può essere trattato come un mezzo per un fine, e quindi deve essere definitivamente respinta.
Nessuna presa di posizione sulla prostituzione (non importa da che parte e da chi proviene) dovrebbe essere presa seriamente se contraddice il fatto che il sesso non è un bisogno fondamentale. Nessuna posizione etica su qualsiasi questione (non importa quale persona importante lo abbia detto o quanto sia in linea con la vostra visione del mondo) dovrebbe essere presa sul serio se è in contraddizione con il principio etico fondamentale di non trattare gli esseri umani come mezzo per un fine.

Non trattate gli esseri umani come mezzi per raggiungere dei fini.
No: “Non trattate gli esseri umani come mezzi per raggiungere dei fini, a meno che ciò soddisfi un bisogno umano fondamentale”.
No: “Non trattate gli esseri umani come mezzi per raggiungere dei fini, a meno che il fine sia buono (come stabilito da voi)”.
No: “Non trattate gli esseri umani come mezzi per raggiungere dei fini, a meno che non abbiano scelto volontariamente di essere trattati in questo modo, allora tutto va bene”.
No: “Non trattate gli esseri umani come mezzi per raggiungere dei fini, a meno che (si ritiene comunemente) siano inferiori a te”.

Vi segnalo questa petizione “Vote NO to Decriminalizing Pimps, Brothel Owners, and Buyers of Sex”: QUI

In questo testo sempre di Amnesty, QUI si parla di decriminalizzare il sex work (già l’uso di questo termine denota una “leggera” deformazione della realtà), regolamentandolo nel rispetto della legislazione internazionale sui diritti umani. Siamo d’accordo sul fatto di non criminalizzare chi si prostituisce, ma non manca qualche ambiguità. La questione è che si parla sì di sex workers, ma nel calderone sex work ci può finire di tutto, compresi i magnaccia e gli sfruttatori. Non basta difendere i diritti umani delle prostitute, e porsi contro la prostituzione minorile. Amnesty non prende posizione su quale sia la forma auspicabile di regolamentazione, ma l’impressione generale che si ha leggendo il documento è che si tratti la prostituzione come un qualsiasi altro lavoro, e ci si preoccupi unicamente di garantire misure adeguate per svolgerlo “in sicurezza”. Si sceglie la politica di “riduzione del danno”. I danni sulla persona non sono rappresentati solo dallo stigma, ma dal fatto che la prostituzione è una forma di violenza, con ripercussioni transitorie e permanenti gravissime. Regolamentarla (per esempio sullo stile tedesco) non significa eliminare questa violenza intrinseca, bensì potrebbe aprire le porte a uno sfruttamento/traffico libero e difficile da dimostrare.

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Priorità

Zita Gurmai

 

Ho avuto un sacco di cose da fare, per cui questo testo ha dovuto attendere un po’ per essere tradotto. Si tratta dell’incisivo intervento di Zita Gurmai (ex MEP, S&D group e presidente donne PES) “Prostitution and Women Slavery”, nel corso dell’iniziativa del 16 aprile scorso a Roma, organizzato dalle donne democratiche. Un testo molto utile per definire quali siano le priorità di intervento e le caratteristiche del sistema prostitutivo in Europa.

 

Cari amici, care sorelle,
grazie per avermi invitata a questo evento del Partito Democratico sulla prostituzione e sulla schiavitù delle donne. In qualità di presidente delle donne del partito socialista europeo (PES), posso dirvi che abbiamo lavorato dal 2006 sulla lotta alla tratta delle donne e la schiavitù sessuale.
Nel 2006, le donne PES e il PES hanno condotto una campagna, in occasione dei mondiali di calcio, al grido di “Celebrate the World Cup, Stop trafficking and Sexual Slavery”. Siamo riusciti a raccogliere proposte su cosa fare in futuro, da parte dei capi di stato dell’UE.
Ma oggi purtroppo devo ammettere che in Europa, la violenza contro le donne è ancora un problema di proporzioni pandemiche.
Vorrei iniziare parlandovi di una storia vera, proveniente dall’Ungheria, il mio paese. È una storia che mi è stata raccontata da un’organizzazione di donne che operano sul campo.
Selena (nome di fantasia) ha 32 anni, lei è di etnia Roma, è cresciuta presso una casa-famiglia. Tra i 10 e i 14 anni, due dei suoi educatori hanno abusato di lei. Quando aveva 15 anni, sua madre la riportò a casa e l’avviò alla prostituzione. Suo padre la violentò, mentre suo zio la portò in Olanda. È stata prostituita per sette anni all’estero e in Ungheria. Con ciò che guadagnava doveva mantenere 8 persone. Ha tentato il suicidio circa quaranta volte. Dopo questi tentativi di suicidio, è stata accolta presso un convento cattolico. Dopo quello che ha passato ha un livello di autostima ridotto al minimo. Uno psicologo la cura per i suoi disturbi da stress post-traumatico e uno psichiatra la aiuta per vincere la sua tossicodipendenza. Ha vissuto cinque mesi in questo convento, con il suo bimbo di 8 mesi; lei ha la qualifica come personale per le pulizie.
Vi ho raccontato questa storia perché descrive la realtà della prostituzione in Europa. La maggioranza di queste persone è sfruttata, proviene da famiglie di migranti o da minoranze, molte donne intrappolate nella prostituzione hanno subito violenze sessuali nella loro infanzia o dal loro partner. Questo dimostra che il sistema prostitutivo è connesso alle disuguaglianze e alle discriminazioni.
In Europa, la maggior parte delle donne e delle ragazze nel sistema della prostituzione sono straniere: donne dell’Europa dell’Est, America Latina, Africa e Brasile. Sono portate in Europa occidentale da uomini dell’Europa occidentale. Sappiamo che la prostituzione e il traffico sessuale sono strettamente collegati. Secondo i dati Eurostat, lo sfruttamento sessuale è la forma più diffusa di traffico di esseri umani in UE, raggiunge il 62%, e le donne e le ragazze sono il 96% delle vittime di tratta. Secondo le autorità di polizia, in Olanda, sino al 90% delle donne che “lavorano” nei bordelli autorizzati sono costrette a prostituirsi.
Come potete comprendere, la tratta è un problema prioritario.
Sappiamo che la tratta è violenza contro le donne. Sappiamo che lo sfruttamento sessuale equivale allo stupro e quindi a una violenza contro le donne. Noi ne siamo consapevoli, ma molti no. Molti uomini si rifiutano di considerare la questione in questi termini.
Nel corso di un intervento presso il Parlamento europeo, nel gennaio 2014, l’Europol (agenzia di polizia europea) ha spiegato che il traffico di esseri umani, e in particolare di donne e di ragazze, è aumentato nei Paesi in cui la prostituzione è stata legalizzata. In Europa abbiamo due modelli opposti in materia di prostituzione. La Germania e l’Olanda che hanno legalizzato l’organizzazione della prostituzione; in questi Paesi, la prostituzione è diventata un “lavoro”. Sapete che in Germania, ogni giorno, un milione di uomini pagano quattrocentomila donne per il sesso?
In Europa abbiamo anche il modello svedese, che considera la prostituzione una forma di violenza contro le donne. Quattordici anni dopo la sua adozione, questo sistema sembra scoraggiare il traffico e cambiare la mentalità, soprattutto tra le giovani generazioni che non vogliono vedere il corpo delle donne in vendita.
La crisi economica ha solo rafforzato i meccanismi internazionali della tratta. Le misure di austerità imposte hanno spinto sempre più persone verso la prostituzione. Studi recenti parlano di una tendenza preoccupante, con una accelerazione del traffico, con vittime sempre più giovani. C’è stato un aumento significativo del numero di prostitute nei Paesi in cui le misure economiche più severe hanno colpito le fasce di popolazione più vulnerabili, come in Grecia e in Spagna. Vi è anche, sempre più, un rischio per i lavoratori migranti in situazioni precarie, di essere sfruttati sessualmente ed economicamente nel caso perdano il lavoro, in particolar modo europei dell’Est che lavorano in Europa occidentale.
Il lavoro delle ONG con queste popolazioni vulnerabili è fondamentale, per informarli e avvertirli, per proteggerli, per aiutarli a fuggire dallo sfruttamento. Ma non dobbiamo danneggiare il lavoro dei politici, in collaborazione con le ONG, le forze di polizia e il sistema giudiziario, per riflettere sui meccanismi della tratta di esseri umani, e di agire.
Oltre a varare una legislazione adeguata, come quella suggerita nel report del Parlamento Europeo, della collega Mary HoneyballSexual Exploitation and Prostitution and its Impact on Gender Equality”, abbiamo bisogno di stanziare fondi per le ONG, affinché possano proseguire il loro lavoro, per poter portare avanti le istanze come i meccanismi giudiziari per affrontare adeguatamente questi problemi.
Cari amici, care sorelle,
voglio assicurarvi che le donne PES stanno facendo del loro meglio per combattere ogni forma di violenza contro le donne, qualsiasi forma di sfruttamento delle donne.

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Lettera aperta di una ex-prostituta

Egon Schiele

Egon Schiele

 

Pensate che la Germania sia il paradiso per le donne che sono nella prostituzione? Ripensateci. Una ex prostituta ha scritto a Manuela Schwesig, una ministra del governo che ha il compito di aggiornare la legge tedesca che regolamenta la prostituzione. Ciò che ha da dire circa la proposta di modifica è importante, anche se non è una lettura facile:

Cara signora ministra Schwesig,
colgo l’occasione per scriverle perché ho visto che la proposta (QUI) di riforma della legge sulla prostituzione appena presentata porta i chiari segni delle lobby dei bordelli e dei papponi. È per questo che desidero chiederle di affrontare finalmente la realtà dei quartieri a luci rosse, invece di andare ad ascoltare le persone che raccontano la favola della prostituta felice e autodeterminata.
Sono uscita dalla prostituzione, dopo 10 anni. Perciò so bene di cosa si sta parlando. I motivi per cui ho iniziato sono tanti: una situaizione difficile nella mia famiglia di origine, nella quale sono stata massicciamente soggetta, insieme a mia madre, a violenze, anche sessuali, cosa che ha avuto un’influenza su di me, così come lo ebbe allora la favola della prostituta felice. Anche le necessità economiche e la mancanza di un aiuto psicologico e sociale hanno avuto il loro peso.
Sì, se vogliamo, sono entrata “volontariamente”. Io sono una delle prostitute volontarie, così spesso citate. Ma cosa significa volontaria, signora Schwesig, quando sei una persona traumatizzata da abusi sin dall’infanzia, arriva a prendere una decisione di questo tipo? Secondo me, la prostituzione ha significato un passo in avanti, perché avevo già imparato, che io in quanto ragazza, ero senza difese e senza diritti ed ero stata sessualmente abusata. In questo modo ho avuto modo di guadagnare soldi immediatamente e almeno garantirmi la sopravvivenza.
Se pensa che io sia un triste caso isolato, devo contraddirla. In questi dieci anni ho incontrato molte prostitute e non c’era nessuna tra di loro che non fosse stata abusata da bambina, picchiata o violentata da adulta. Ho riscontrato un comportamento compulsivo a continuare a rivivere il trauma attraverso la prostituzione, l’autostima spezzata dalla violenza, in molte prostitute. Sul tema della violenza nell’ambiente, da parte dei clienti – che ci fanno cose che non potete nemmeno immaginare, non ho neanche voglia di iniziare a parlarne qui.
Questa è la realtà dell’ambiente prostitutivo, signora Schwesig, e stiamo parlando di prostitute “volontarie”. E sì, anche loro soffrono di disturbi post-traumatici da stress, di dissociazione, di dipendenze da droga e alcol, perché non riescono a sopportarlo. Non voglio nemmeno parlare del fatto che il 90% delle prostitute in Germania non sono tedesche. Lascio a voi immaginare quali siano le loro condizioni di vita.
Lo scorso novembre scrissi una lettera aperta (QUI), perché non sopportavo più che la lobby pro-prostituzione continuasse a raccontare certe favole, come quella della libera puttana autodeterminata. La allego, nel caso lei desideri leggere cosa significa davvero prostituirsi. Perché se ne sente parlare così poco? Prima di tutto, perché la lobby pro-prostituzione ci intimorisce e ci minaccia (dopo quella lettera ho ricevuto delle email davvero brutte, piene di odio e di minacce), e in secondo luogo perché noi che siamo uscite siamo troppo traumatizzate per parlare.
Anche le donne non prostitute sono in qualche modo toccate dalla prostituzione, perché i clienti sono i loro uomini, che portano con sé ciò che hanno imparato nei bordelli – cioè a disprezzare le donne, a comprarle per torturarle – quando tornano a casa, nelle camere da letto delle loro stesse donne. La società viene brutalizzata, signora Schwesig. Si tratta di un ciclo infinito: quando la prostituzione è legalizzata, la domanda cresce, perché gli uomini imparano che è normale comprare un corpo di una donna, oltrepassare i limiti, avere il potere di violentare. La disponibilità cresce, il che significa che aumenta la prostituzione forzata. Questo a sua volta incrementa l’accettazione della prostituzione nella società, così la domanda cresce e così via.
Il 90% degli uomini tedeschi è già stato in un bordello. Un terzo di loro lo fa abitualmente. Signora Schwesig, sa cosa passa per la testa di questi uomini? Lo so perché ho vissuto in un bordello. Quegli stessi uomini a cui stringe la mano in modo amichevole oggi, domani sputeranno in faccia a una prostituta durante l’atto, oppure la costringeranno a ingoiare lo sperma, e impareranno a godere della sofferenza delle donne. Le piacerebbe vivere in una tale società? Non può essere la vostra prospettiva!
Non ci sarà mai una società sessualmente paritaria finché gli uomini compreranno le donne per poterle violentare. E non esiste nemmeno la prostituzione “pulita”!
È per questo motivo che le sto chiedendo di non ascoltare solo quelli favorevoli alla prostituzione, che sono tra l’altro spesso in gran parte guidati dai proprietari dei bordelli. Immergetevi un po’ più a fondo nella palude e incontrerete trafficanti di esseri umani e la criminalità organizzata. Ascolti anche i professionisti che si occupano di curare i traumi e le sopravvissute. La lobby della prostituzione non deve parlare al posto delle prostitute o delle sopravvissute! È composta da nemmeno 100 persone, che non ci rappresentano, 300.000 prostiute in Germania, ma che ci minacciano e lavorano contro i nostri interessi!
Noi non vogliamo fare questo lavoro. Non abbiamo bisogno della legalizzazione! Non abbiamo bisogno di qualcuno che sostenga che non vogliamo la registrazione, l’uso obbligatorio del preservativo, ecc.! Sì, noi vogliamo queste cose! E vorremmo più di ogni altra cosa non dover più fare questo lavoro. E che gli uomini che ci violentano siano puniti. Abbiamo bisogno di alternative, non essere più imbrigliate nei distruttivi poteri disumani dell’ambiente prostitutivo!
Cara signora Schwesig, non è passato molto tempo da quando ho lasciato la prostituzione: 3 anni. Ho avuto il mio primo cliente a 18 anni. Sapete di cosa avrei avuto bisogno durante i dieci anni in cui sono stata prostituta, nel corso dei quali sono stata picchiata, violentata, traumatizzata, disprezzata, e malata anima e corpo? Un aiuto e una società sensibilizzata, che non pensasse che io desiderassi “godermela” e che fossi felice di essere abusata.
Non conosco nessuna prostituta che lo fa volentieri. Non conosco nessuna sopravvissuta che non soffra di disordini post-traumatici da stress. Tutte le donne che conosco sono state distrutte dalla prostituzione.
Si prega di vietare questa disumana, indegna prostituzione. E se questo per lei non è possibile, occorre cercare di ridurla il più possibile. Grazie per aver letto la mia lettera.
Huschke Mau

 

Ciò che viene spacciato per Paradiso esiste solo per i capitalisti del sesso – papponi, trafficanti di esseri umani, proprietari di bordelli che fanno pagare tariffe esorbitanti alle donne per l’affitto della stanza – e anche per i clienti, che possono sfogare tutte le loro fantasie violente grazie a tariffe forfait sempre più basse, da portare a casa dalla mogliettina. Assieme a una buona dose di gonorrea, finché non li costringerete a usare il preservativo (è pubblicizzato nel menù offerto dal bordello come AO – “Alles Ohne” ossia “tutto senza”). Le uniche che non traggono benefici da tutto questo sono come al solito le donne, tedesche e non, prostitute e non. Per loro si tratta di un inferno e il governo ancora non gli presta ascolto.

 

FONTE: http://www.sabinabecker.com/2015/04/dear-madame-minister-a-german-ex-prostitutes-open-letter.html

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Prostituzione e tratta sessuale: una verità innegabile

Trovato su earthandspacequest.tumblr.com

Trovato su earthandspacequest.tumblr.com

 

Come promesso torno a tradurre un altro post di Mia de Faoite (QUI l’originale).

Prostituzione e tratta sessuale sono strettamente connesse; si ha una grazie all’altra. L’elemento di connessione sta nella domanda dei nostri corpi, affinché possano essere comprati, usati, sfruttati, umiliati, stuprati dagli stessi delinquenti e che quel legame crudele non può essere rotto da chiunque, sempre e in ogni luogo. Sebbene alcuni responsabili politici, del governo o accademici radicali faranno del loro meglio per spezzare questo legame, ma la loro verità è futile e illogica, solo uno sciocco può negare una verità tale.
Per quasi diciotto mesi ho vissuto a contatto con una donna vittima di tratta, siamo diventate molto solidali, anche se ci vedevamo in segreto, perché lei era costantemente sotto il controllo del suo sfruttatore. Non ho mai conosciuto una persona tanto distrutta, e nonostante mi sia occupata di lei, l’abbia curata, non sono stata in grado di rompere quel malsano e contorto legame che la legava al suo sfruttatore. Se l’avesse picchiata, lo avrebbe difeso, a volte si disperava per compiacerlo, eppure dentro sé in qualche modo aspirava ad essere libera, ma la libertà era un concetto che per lei aveva perso ogni senso.
(Mia ricorda la notte in cui le dette rifugio, storia riportata anche nel mio precedente post, ndr).
Le ho detto che le avrei preparato un bagno visto che sembrava esausta. L’ho lasciata in bagno e sono andata nell’altra stanza. Mi ha chiamata e quando sono entrata sono rimasta sconvolta dentro, davanti a me c’era la mia amica, ma aveva il corpo di un bambino, il suo ventre sporgeva, non aveva seno, il suo corpo era coperto da vecchi e nuovi lividi, graffi, sembrava appena uscita da un campo di concentramento. Non volevo che mi vedesse piangere. Sono tornata in bagno nuovamente per lavarle i capelli perché aveva le braccia doloranti. L’ho aiutata ad asciugarsi i capelli e canticchiava come una bambina. L’ho messa a letto e ho aspettato che si addormentasse. Poi ho pianto per quella bambina perduta che avevo appena messo a letto, non dimenticherò mai quell’immagine che ho visto quella sera, non eravamo in un campo di concentramento, in Polonia nel 1945, eravamo nel mio appartamento, a Dublino, nel 2010, non c’era una guerra in corso, ma non c’era una legge che ci proteggesse.

La mia amica, dopo cinque giorni in cui aveva assaporato la libertà, tornò dal suo pappone, non era più capace di apprezzare la libertà, di capirla, non riusciva più a pensare a se stessa. L’unico fattore che ha rimosso la libertà della mia amica è la prostituzione, possiamo incolpare i trafficanti e gli sfruttatori, ma questi esistono solo a causa dei clienti, uomini che credono di avere il diritto di acquistare altri esseri umani.
Qualche mese fa sono andata allo zoo di Dublino con le sopravvissute alla prostituzione e donne vittime di tratta con i loro bambini. Ci siamo fermate a guardare le giraffe e rispetto alla mia ultima visita, ora c’era un nuovo spazio dedicato a una baby giraffa. Ho spiegato a una mia piccola amica che le giraffe vengono dall’Africa attraverso un lungo viaggio, che quella piccola giraffa non era infastidita, ma come tutti i bambini, desiderava superare la recinzione, è il loro istinto.
Mi sono guardata attorno e ho riflettuto sul fatto che noi portiamo da noi questi animali per mostrarli ai nostri bambini. Li accogliamo, li curiamo, li nutriamo, gli diamo un rifugio adeguato, tutto per farli crescere sereni e felici, ed è giusto che sia così. Ma non sono l’unica cosa che importiamo in Irlanda, dall’Africa portiamo anche donne e bambini per soddisfare le esigenze di un certo tipo di uomo, queste persone non sono trattate con ammirazione e rispetto come le giraffe. Ho abbracciato e baciato sulla guancia quella bambina e mi sono scusata con lei a nome del mio Paese, per quello che è capitato alla sua splendida madre, ma le ho detto che le cose stavano per cambiare. Mi sono vergognata tanto, non era il senso di colpa con cui noi prostitute conviviamo di solito, ma un senso di vergogna per la mia terra.

Il silenzio è d’oro si dice, ma non lo è, la pace e la serenità lo sono, il silenzio può essere mortale. Perché l’Irlanda è rimasta per tanto tempo in silenzio per quanto concerne l’acquisto di esseri umani per sesso, perché attribuisce un diverso valore alle donne come me e un altro per quelle vittime di tratta? È qualcosa che molte persone non vogliono ammettere, attribuire un valore diverso alle donne, molte volte non vogliono nemmeno vederlo. Mi chiedo cosa succederebbe se a essere vittime di tratta fossero delle donne statunitensi o tedesche, pensate che lo avremmo tollerato? Io penso di no, perché se io fossi nata in una rispettabile famiglia di Manhattan, io sarei stata degna di essere salvata, supportata e mi avrebbero garantito di tornare a casa sana e salva. Al contrario se fossi nata povera, non avessi ricevuto educazione, e provenissi da uno stato dell’Europa orientale, non avrei le stesse garanzie e protezioni, perché (certi Paesi) non ha(nno) il valore che hanno gli USA. Come possiamo decidere questo, che un essere umano ha più valore di un altro?
Il traffico di esseri umani è una moderna forma di schiavitù, e la schiavitù sessuale è il più terribile dei crimini, perché rimuove ogni diritto umano e la dignità delle persone. Non fare niente equivale ad avere un ruolo attivo affinché questo sia accada. Il mondo si deve svegliare, il mio Paese non ha altra scelta che combattere tutto ciò. L’Irlanda ha combattuto per la propria libertà, perciò ora deve battersi per difendere la libertà degli altri, non importa da che Paese provengano.
La prostituzione è, è stata e sarà sempre un affronto assoluto alla dignità umana e lo so perché l’ho vissuto in prima persona. Solo due anni e mezzo fa mi trovavo sulla strada anche io, spogliata di ogni frammento di dignità che possedevo, e ogni cosa che pensavo a proposito di ciò che ero una volta, mi ha fatto cambiare direzione, nonostante me.

La Svezia ha fatto la cosa giusta, in nome della libertà, della giustizia e dell’uguaglianza, la Norvegia e l’Islanda l’hanno seguita, ora è il turno dell’Irlanda e non dobbiamo perdere la possibilità di evocare un cambiamento sociale per superare questo, il nostro governo non ha il diritto di continuare a permettere che delle vite tragiche diventino senza senso.
Per finire, ciascuna vita ha un valore finché si attribuisce valore alla vita degli altri, questo è il mio augurio per il mio Paese, che riconosca il valore alla vita di coloro che sono vittime di tratta, di chi è costretto, di chi è profugo, solo, malato, tossicodipendente, in sostanza della maggioranza di coloro di cui anche io ho fatto parte in passato.
Mia de Faoite

 

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Questione di prospettive

ok

 

Sono stata all’incontro organizzato dal PD sul tema della prostituzione a Milano (qui), moderato dalla consigliera comunale Rosaria Iardino. L’iniziativa è stata fortemente voluta per colmare l’assenza di un confronto politico in città, che riuscisse a fare da contraltare alla campagna referendaria della Lega per l’abolizione della legge Merlin. A livello cittadino è attivo un Forum permanente sulla prostituzione, la Caritas, i sindacati confederali seguono e operano sul tema da anni. Ma il PD come si pone? Quel che è certo è che non è compatto sul tema. Non esiste una linea unitaria, lo dimostra il numero di proposte sulla prostituzione presentate dal partito, di orientamento anche molto diverso tra loro. Sarebbe interessante sondare le posizioni tra gli uomini politici. Bussolati, seppur invitato, non è intervenuto.
Che non si hanno le idee chiare lo dimostra anche il fatto che la senatrice Fedeli abbia firmato non solo il DDL 1201 a firma di Maria Spilabotte (qui), ma anche il DDL 1838 a firma di Giuseppina Maturani (PD) (qui), recentemente presentato da Orfini e Zanda. Non si tratta di omonimia. Ho controllato, so fare anche io qualche ricerca, anche se di solito mi si da torto perché non sono abbastanza “unta” e autorevole. (QUI)
Iardino introduce le relatrici, tratteggiando il quadro attuale, in cui i diritti delle donne sono sempre più sotto attacco: lo stato attuale dei consultori pubblici, l’obiezione di coscienza ecc. Tutte le conquiste fatte per consentirci di essere veramente libere di scegliere oggi devono tornare ad essere difese. “Sono rimasta turbata dalla discussione sulla legge Merlin, di come ci fossero sostegni bipartisan sulla necessità di cambiarla, soprattutto da parte degli uomini politici. Mi son detta, che per loro era facile parlare, prendere posizione, tanto si trattava di qualcosa che impattava il corpo delle donne, il mio corpo”. In una società civile, che aspira a migliorare se stessa, a progredire nei diritti per tutti, non è ammissibile che si pensi di tornare indietro. Anche perché poi il dibattito si riduce a un problema sanitario o di ordine pubblico, per nascondere altro. L’auspicio di Iardino è di focalizzarci su come combattere la tratta, e se proprio vogliamo modificare qualcosa, intensificare le misure per contrastare lo sfruttamento. “Non penso che una donna possa trovare piacevole prostituirsi. Sostenere questo significa ignorare la vita reale delle prostitute.”
Sul tema a mio avviso c’è troppa approssimazione, che non ha confini, è trasversale, da destra a sinistra, indipendentemente dall’età anagrafica. E poi per non sembrare moralisti e bacchettoni, molti imbracciano la causa del comitato Covre e similari. La miscela è esplosiva. Si rischia di ragionare senza conoscere i fatti, le norme e le sentenze della Consulta che dal 1958 si sono susseguite.
Non capisco se è uno scherzo, quando la senatrice Maria Spilabotte inizia il suo intervento sostenendo che dal 1958 non ci siano stati interventi in materia di prostituzione, come se tutto si sia fermato alla legge Merlin. Lei sembra la prima ad essere sbarcata sul pianeta prostituzione, pronta a riformarlo. Quindi decenni di dibattiti, di sentenze della Corte, di proposte di legge sembra che non ci siano mai stati. Superiamo questo passaggio e veniamo a scoprire che i parlamentari che si stanno adoperando sul tema sono ben 100, che stanno limando e confezionando un testo da servirci al più presto. In pratica si sta cercando di trovare una sintesi tra tutti i progetti presentati: finora c’è l’accordo sul 70% dei contenuti, per il resto si cercherà di trovare l’accordo. Non sappiamo se i sostenitori del DDL Maturani siano parte del gruppo di lavoro.
Il DDL Spilabotte è stato per ora controfirmato da 27 senatori. Un testo costruito ascoltando le sex workers e le associazioni che rappresentano le prostitute (vedasi la solita Pia Covre), non tutte, solo quelle interessate alla regolamentazione, visto il testo partorito. Spilabotte continua, lodando gli intenti della legge Merlin, sostenendo di non volerla abrogare. Certamente per realizzare le cooperative di cui si parla, qualcosa si dovrà limare, vedi i reati di induzione e favoreggiamento. Sì, cooperative autogestite dalle prostitute, non bordelli. Cambia pure la dicitura, dopo sex worker, siamo alle coop. Come si possa stabilire che a monte non vi sia coercizione, sfruttamento, tratta e organizzazioni criminali (dietro la maîtresse) resta un mistero. Si torna indietro, ma tanto. Tu puoi anche inasprire le pene per sfruttamento, ma se di fatto rendi i confini difficilmente individuabili, non credo che sia la strada giusta. Già ora è tanto complicato, figuriamoci con una eventuale nuova legge come questa.
Mi devo sorbire ancora il discorso sui diritti delle sex worker, che amano questo lavoro e vogliono assicurarsi un futuro, pagando contributi e tasse (su questo punto la Covre è critica, soprattutto in merito al tariffario previsto nel DDL).

iscrizione CCIAA

 

Riconoscimento della professione, con tanto di pensione al raggiungimento dei 60 anni. Secondo la senatrice ce la possono fare a svolgere quel “lavoro” fino al raggiungimento dei 60 anni. Entriamo nella fantascienza, come se non si sapesse che per poter sopportare quel tipo di vita, si ricorre a ogni tipo di anestetico, dai farmaci, alla droga e all’alcol. Diciamo ancora una volta, che nessuna riesce a tollerare di essere continuamente abusata, senza ricorrere a qualcosa che allevi la sofferenza, senza ricorrere a una dissociazione del proprio io, senza subire conseguenze psicologiche gravi. Pensate poi davvero che le prostitute possano scegliere il cliente, le tariffe, le prestazioni, che diventino ricchissime? In un mercato libero, le tariffe tendono ad abbassarsi gradualmente.
Occorre poi puntualizzare che in Italia l’assistenza sanitaria è universale.
Una nuova legge per far emergere il nero e il sommerso. Come no, in Germania, solo 44 persone si sono registrate. Tutte le altre son rimaste nel sommerso. Chi vorrebbe un marchio per la vita? Chi potrebbe pagare cifre come queste?
Mi sembra incredibile che si voglia tornare indietro, con tanto di stigma a vita, con ipotetiche fatturazioni al cliente, con tracciabilità delle transazioni. Poi mi chiedo che cosa accadrebbe a chi decidesse di non registrarsi o fosse impossibilitato a farlo perché di fatto schiav*, minore o clandestin*. Ricordo che il 95% è prostituzione coatta.
La senatrice parla di “stato pappone”, che tramite Equitalia, chiede alle prostitute di pagare multe per evasione. Si riferisce al caso Efe Bal, che può rappresentare solo se stessa e poche altre, perché la situazione finanziaria della maggior parte delle prostitute è ben diversa. Sono schiave e non hanno nessun diritto sui loro guadagni. Basta con la favola della prostituta felice, ricca e autodeterminata. Aggiungiamo violenza a violenza.
Tornare allo stato che incamera ricavi da questo mondo di violenza significa: stringere accordi con chi sfrutta le persone, con le organizzazioni criminali e i trafficanti; consentire che ci sia un territorio in cui i diritti umani non vengano applicati o nel quale sia sospesa la lotta alla violenza. Regolamentare significa avere di fatto anche meno poteri per indagare e definire le situazioni di sfruttamento e di tratta.
Spilabotte adopera concetti ascoltati altre mille volte: autodeterminazione, non abbiamo la bacchetta magica, controlli sanitati/psicologici, uso obbligatorio profilattico. Devo fare uno sforzo per continuare a seguire. Poi arriva un’altro scivolone. Spilabotte parla del divieto di locazione di immobili a prostitute, che lei avrebbe rimosso nel suo testo. Non sa o finge di dimenticare che secondo la sentenza 7076/2012 della Consulta (qui), questo fatto non costituisce reato, anche se il proprietario è a conoscenza dell’attività che si svolge.

A questo punto viene data la parola all’altra relatrice, Marina Terragni, che realizza un bel collage sul tema, recuperando e utilizzando materiale e idee di matrice femminista e dati/riflessioni/testimonianze ampiamente presenti in rete. Cerca di spiegare il senso vero del motto “il corpo è mio e me lo gestisco io”: il corpo è della donna e non è qualcosa che si può cedere all’uomo, per soddisfare un suo bisogno. Cita Judith Butler, “il corpo è mio e non è mio”, nel senso che il corpo non è una monade, ma vive in relazione da sempre, per tutta la sua vita con altri corpi, esseri umani. Il corpo non è solo nel mondo, non è separato dal resto, ma compone la società, che è un tessuto unico, interconnessione di individui, con diritti inalienabili, non soggetti a compravendita. Il fatto che sia possibile vendere il proprio corpo o una sua parte non è contemplato dal nostro ordinamento giuridico.
Si richiama la risoluzione Honeyball, in cui la prostituzione è considerata schiavitù, e testimonia lo stato di illibertà e di disparità in cui vivono ancora oggi le donne. Alla radice c’è sempre uno stato di bisogno o di violenza. Lo abbiamo più volte richiamato. Così come non esiste luogo sicuro e che tuteli veramente le prostitute. Per le strade o al chiuso non cambiano la violenza a cui sono sottoposte e i rischi per la loro stessa vita. Terragni ribadisce più volte che questo non può essere considerato un lavoro, un servizio sociale, un mezzo per ridurre gli stupri, che dobbiamo stare dalla parte delle sorelle prostitute, delle vittime di tratta. Queste cose le ripetiamo da tanto tempo, oggi dobbiamo definire le priorità (le vittime di tratta o chi è costretto perché non ha alternative per sopravvivere) e concentrarci per raggiungere l’obiettivo. Tutto il resto sono parole al vento. Non chiediamo la normalizzazione della violenza, dello sfruttamento, dello schiavismo, di presunti diritti e bisogni maschili. Terragni chiede: “perché l’Italia deve andare nella direzione opposta rispetto alla strada che si sta intraprendendo in molti paesi, dopo il fallimento di politiche di regolamentazione?” Ribadisce la sua contrarietà a ipotesi di zoning e quando conclude rivolgendosi agli uomini: “alle prostitute voi fate schifo, ma vi illudete del contrario”, si alza un coro di proteste, gli ometti presenti si sentono urtati.
Tiziana Scalco, CGIL, interviene chiedendo che ogni sforzo (anche con fondi consistenti) si concentri sul contrasto alla tratta. Penso che sia stato fondamentale ribadire alcune cose: che la prostituzione non c’entra con la sessualità della donna, che in una società libera e democratica non si può concepire che sia considerato normale comprare corpi, che possa diventare un mestiere come un altro. Il lavoro di cui parla la nostra Carta è ben diverso. Così pure l’iniziativa economica privata (art. 41 Cost. Italiana). Quale lavoro può contemplare violenza e violazione della dignità umana? Quale aberrante eccezione dei diritti umani può generarsi se si consente di aprire le porte a una mentalità simile!
A un certo punto, mi è ben chiara una cosa. Sulla pelle delle donne si sta combattendo una battaglia di varia natura: c’è chi strumentalizza il fenomeno per avere visibilità politica (per fini elettorali o anche per dare visibilità a un’attività politica che altrimenti passerebbe inosservata); ma ho anche il sospetto che dietro questo agitarsi sul tema ci siano pressioni da parte delle organizzazioni criminali, smaniose di avere un business “pulito” e legale.

Donatella Martini porta una lettera di donne sopravvissute alla prostituzione del gruppo internazionale SPACE che prendono parola contro la regolamentazione, credo che il testo sia questo:
http://www.resistenzafemminista.it/lettera-aperta-delle-sopravvissute/

Chiude l’incontro Sara Valmaggi, che parla della necessità di coinvolgere nel confronto gli uomini e le sopravvissute. La priorità è la tutela dallo sfruttamento e un aiuto concreto per consentire di uscire dalla prostituzione. Si accenna al DDL della senatricce Maturani, che va in questa direzione, prevedendo un inasprimento delle pene per gli sfruttatori (arresto in flagranza, confisca dei beni, interdizione da misure di pena alternative).
La senatrice Spilabotte replica brevemente, affermando la sua posizione in disaccordo rispetto alla risoluzione Honeyball (per maggiori informazioni qui, qui e qui), che pare non gradita anche a molti eurodeputati PD. Non riesco a reperire i voti dettagliati perché il sito Vote Watch consente l’accesso gratuito al database solo per la legislatura in corso.
Parla della necessità di una educazione sentimentale e alle relazioni, ora inserita nella Buona Scuola. Chiudiamo con una affermazione da brividi della senatrice: “dobbiamo evitare che le persone si trovino sotto casa le prostitute, che assistano a rapporti consumati in auto”, quindi basta non vedere e non conoscere la violenza, basta chiuderla in appartamento.
Ricordiamo che anche a Milano, c’é chi chiede di attivare lo zoning: così Yuri Guaiana, consigliere radicale in Zona 2 (qui e qui).
Avrei voluto chiedere alla senatrice Spilabotte se lei sceglierebbe mai per sé e per i suoi cari una vita di questo tipo. Visto che è una fan dell’autodeterminazione e dell’empowerment che deriva dal prostituirsi.

Avrei voluto intervenire e fare le osservazioni che ho riportato in questo post.

Non c’è stato tempo e spazio per gli interventi del pubblico, un vero peccato.
Ringrazio Rosaria Iardino per la chiarezza e la fermezza della sua posizione. Alla prossima!

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Decostruiamo la domanda

 

Lo scorso 16 aprile, le Donne Democratiche hanno promosso l’incontro “Prostituzione e tratta. Quali visioni e quali politiche“, svoltosi nelle sede nazionale del Pd.

Nel frattempo è arrivata una nuova proposta legislativa sul tema, come vi raccontavo qui. Ma ciò che mi preme sottolineare è il fatto che in definitiva nemmeno all’interno dello stesso partito esistono posizioni unitarie e condivise su come affrontare i problemi connessi al mondo della prostituzione. Questo se da un lato è naturale, dall’altro evidenzia una pericolosa oscillazione che può portare a soluzioni inadeguate e volte solo a salvaguardare questioni di decoro urbano. Occorre invece riflettere e ragionare sul tema tenendo conto dei vari aspetti, scandagliando cultura e mentalità dei clienti e dell’universo maschile intero. Perché pretendere un servizio di questo tipo, pretendere di avere diritto a comprare un corpo, come un qualsiasi altro bene, significa negare i diritti umani di chi stai acquistando. Non ha senso lottare per l’eguaglianza tra i generi, se poi difendiamo questi territori franchi in cui i diritti umani vengono sistematicamente negati.

Pubblico l’intervento molto interessante che Oria Gargano, presidente di Be Free (qui), ha fatto nel corso di questo incontro romano.

 

Via via più nominato, il cliente è attualmente sempre più al centro dei ragionamenti intorno alla prostituzione, e intorno a questo argomento esiste una vastissima gamma di atteggiamenti e giudizi, che si raggruppano intorno ad un tema ancora più vasto: la liceità del ricorso maschile all’acquisto di servizi di sottomissione sessuale, al di là che quella prostituzione sia forzata o meno, e la legittimità dell’esercizio della prostituzione stessa, laddove non esistono coercizioni ad esercitarla, fino alla richiesta di salvaguardia dei diritti dei sex-workers.
Indubbiamente, la molteplicità dei pareri si allarga a macchia d’olio a partire da questi due atteggiamenti-tipo, e non a caso le opinioni non si aggregano intorno a specifici orientamenti politici ed elettorali.
Indubbiamente, la percezione personale di questi temi ed il parere con il quale ci si schiera non prescindono dal vissuto, dalla scala di valori, dalle convinzioni, dai percorsi attraverso il sociale e dallo “stile di vita” di ciascuno.
Ma è curioso constatare come non esistano orientamenti condivisi che possano definire un approccio, a grandi linee, di “destra” o di “sinistra”.
Questo non significa tuttavia che poli specifici ed opposti raggruppino, come magnetizzandole, posizioni nette ed altrettanto contrastanti.
Al contrario, linee di pensiero diverse possono confluire in una stessa direzione.
Le multe ai clienti, ad esempio, attuate all’interno di una logica repressiva del fenomeno della prostituzione su strada a fini unicamente di pubblico decoro, possono essere giudicate favorevolmente anche da chi considera la prostituzione un paradigma del’inferiorità femminile.
La conseguenza di questa azione – il rafforzamento della prostituzione al chiuso – non trova il medesimo accoglimento “bipartisan”.
La prostituzione al chiuso viene considerata risolutoria da chi ritiene lo spettacolo “disdicevole” dei corpi in offerta nel pubblico spazio il problema principale del fenomeno, e anche da ritiene che la prostituzione sia un mestiere qualsiasi, da poter esercitare in forma adeguata a qualsiasi attività di pubblica vendita. Di parere opposto sono invece coloro che vorrebbero analizzare la prostituzione come strumento normativo dei comportamenti sessuati delle donne e come cristallizzazione di dispari poteri ed opportunità tra i due generi, e anche da coloro che conoscono la realtà della prostituzione su strada, e che temono che la situazione “indoor” finisca con il penalizzare ulteriormente le vittime di traffico di esseri umani a scopo di sfruttamento sessuale, che rappresentano la grande parte delle persone immigrate prostituite su strada.

Proibire, tollerare o legalizzare la prostituzione significa sostenere modelli specifici sul piano della convivenza tra uomini e donne.
Separare il discorso sul traffico di esseri umani da quello sulla prostituzione (atteggiamento molto in voga nei dibattiti nostrani) significa ignorare la connessione inevitabile tra le due cose.

Prendiamo Amsterdam, il più grande mercato delle donne in Europa.
Un articolo del 2006 (S. Castle TRAFFICKING FORCES CLAMPDOWN IN AMSTERDAM’S RED-LIGHT AREA, The Indipendent, Londono, 2-12-2006) ci racconta perché le autorità cittadine abbiano deciso la chiusura di quasi un terzo delle “vetrine”.
“ Le autorità cittadine e la polizia stanno incrementando le indagini sui reati interconnessi con il sex business, ed in particolare riciclaggio di danaro sporco e traffico di esseri umani a scopo di sfruttamento sessuale.
Secondo alcune stime, circa 3.500 donne sono trafficate in Olanda ogni anno dall’Europa dell’Est e dall’Asia e costrette ad esercitare in condizioni di degrado sconvolgenti.”

In Svezia, al contrario, fin dal 1999 il governo ha deciso di combattere il traffico e la prostituzione attraverso una combinazione di misure punitive per gli acquirenti di servizi sessuali, di sistemi di sostegno e supporto per le donne prostituite, e di campagne comunicative sul danno della prostituzione. In cinque anni, secondo il governo svedese, la prostituzione in strada è diminuita del 30-50%, e l’introduzione di straniere da prostituire si è sostanziamente bloccata. Il numero dei clienti sarebbe diminuito del 75-80 per cento. Negli stessi anni, però, la prostituzione su strada nella vicina Danimarca è aumentata tra il 250 ed il 400%.

Gunilla Ekberg, già Ministro Svedese dell’Industria, del Lavoro e della comunicazione, definì la legge: “Una pietra miliare nella creazione di una società democratica e moderna, nella quale la piana eguaglianza di genere sia una norma, e sia riconosciuto il diritto all’uguale partecipazione della donne e degli uomini, delle ragazze e dei ragazzi in tutte le aree della società”.
E Boriana Jönnson, dell’associazione femminista di Stoccolma Kvinna til Kvinna Foundation, dice “ La legge dimostra l’attitudine etica e politica dello Stato verso la prostituzione e l’eguaglianza di genere in generale. Dal punto di vista dei diritti umani, non può esistere una parodia di relazione in cui un uomo può comprare e possedere un corpo di donna come un qualsiasi bene di consumo. Dunque, la prostituzione è considerata in Svezia come un crimine di violenza e sfruttamento sessuale del quale le donne sono vittime.” (By Brenda Zurita, Prostitution is Not a Profession, 12/14/2005 http://www.cwfa.org/articles/9691/BLI/family/index.htm)

Le misure repressive funzionano dunque?
Molto probabilmente sì, ma soprattutto nel loro intervenire sull’immaginario collettivo, cercando di correggere gli squilibri esistenti tra uomini e donne nella società.
Una consapevolezza, questa, che si sta affermando anche in Stati che noi consideriamo erroneamente più lontani di noi dal riconoscimento dei diritti.
In Corea, ad esempio, dove già da alcuni anni iniziative, campagne e leggi stanno cercando di intervenire sull’immenso fenomeno della prostituzione, esiste un dibattito di alto spessore.
Come dice la coreana Hilary Sunghee Seo, counsellor di Coalition Against Trafficking in Women (CATW) a New York City, “ La prostituzione è dannosa non solo per gli individui che sono prostituiti, ma per la società che la ammette e che vi prende parte. La prostituzione non può essere legittimata come lavoro. Non dà empowerment alle donne. (…) Anche gli uomini sono poveri, ma non sono prostituiti in così grande numero. Altre cose influiscono, e sono l’ineguaglianza di genere e la discriminazione che sottomette le donne le ragazze e le bambine, e le rende una classe, e la domanda di prostituzione che fa da carburante al traffico di corpi di donne (Hilary Sunghee Seo, Prostitution: Reality Versus Myth, The Korea Times November 17, 2004).

La soluzione più adeguata sarebbe dunque quella di “decostruire la domanda di servizi sessuali”.

Al di là delle varie impostazioni culturali ed ideologiche, che hanno del cliente visioni talvolta agli antipodi, è indubitabile che nel mercato creato dal traffico di esseri umani l’acquirente abbia un ruolo decisivo, e che quasi mai venga preso in considerazione nei ragionamenti che si fanno sulla prostituzione e sulla tratta. In realtà, il cliente è “faceless and nameless”, secondo la felice definizione della docente e saggista Donna Hughes: senza faccia e senza nome.

Molte centinaia di colloqui con le ragazze ex vittime di tratta che ho seguito e seguo mi hanno fatto capire che il rapporto sessuale con il cliente, per modalità di contratto, tempo, tipo di richiesta, è quasi sempre estremamente spersonalizzato, brutale, frettoloso, non di rado violento, e che molto raramente il cliente può definirsi una “risorsa”.

Il fatto che milioni di uomini acquistino queste prestazioni indica, a mio parere, l’esistenza di un problema grave nella relazione tra uomini e donne in questo Paese, ed un malessere molto forte circa l’identità sessuale maschile, l’autorappresentazione, la percezione della relazione tra i sessi, oltre ad una impostazione culturale che nega nella sostanza la parità tra i sessi.
Secondo una ricerca sui clienti di Danimarca, Italia, Thailandia e India realizzata per l’OIM (Bridget Anderson and Julia O’Connell Davidson, “Is Trafficking in Human Beings Demand Driven? A Multi-Country Pilot Study,” International Organization for Migration, Dicembre 2003) gli uomini sanno perfettamente che molte prostitute sono in realtà vittime di tratta, e le preferiscono perché le trovano più arrendevoli e sottomesse.
Personalmente sono sempre stata contraria alle multe, perché creano un clima proibizionistico, ed il proibizionismo ha sempre creato più problemi di quanti intendesse risolvere.
Mi piace invece molto l’idea dei seminari formativi obbligatori, che vengono realizzati in diversi Paesi, e che, sembra, diano risultati eccellenti.
Negli Stati Uniti e in Canada esistono molte “John Schools”, scuole di educazione per i compratori di servizi sessuali (“John” è il nomignolo che comunemente si dà al cliente, perché fa riferimento al nome maschile americano più diffuso, a significare che tutti gli uomini sono o possono esserlo). Poichè la prostituzione è illegale in quasi tutti gli stati, i corsi sono comminati dal tribunale. Questo fa sì che siano disponibili dati certi circa il recidivismo. Basandosi sulle cifre, pare che gli uomini che frequentano i corsi acquistino effettivamente consapevolezza del meccanismo della prostituzione forzata, e consapevolezza di sè, ottenendone concreti benefici.
I programmi psicoeducazionali differiscono parecchio tra di loro, ma sono sempre realizzati con il sostegno di strutture pubbliche (Governo, Enti locali, Ospedali…) in collaborazione con l’associazionismo specializzato.
Alcuni sono realizzati da associazioni di donne ed hanno una forte impostazione di genere, altri sono più focalizzati sui temi sanitari, ed altri sono gestiti da religiosi.
Oltre ad essere obbligatori, vengono pagati dai clienti stessi, ed i proventi sono devoluti ai progetti di assistenza alle vittime della tratta.
Quello che qui vorrei brevemente ricordare è ciò che si evince dalla sterminata raccolta di documentazione il cui corpus è rappresentato dai questionari e dai colloqui con gli uomini-clienti, e che gettano luce su una costruzione delle identità sessuali maschili e femminili davvero impressionanti.
In estrema sintesi, i clienti raccontano di un ricorso all’acquisto di sesso motivato dal rifiuto di ogni possibile coinvolgimento emotivo o sentimentale, dichiarano di preferire donne che sembrano essere “sole al mondo”, perché più “vulnerabili”.
Comprare sesso è visto come un fattore normativo del comportamento maschile.
Gli intervistati spesso comparano le donne nella prostituzione a degli oggetti, le donne cessano di essere individui e diventano prodotti che possono essere acquistati ed usati. Molti usano metafore che hanno a che vedere con il cibo, rinforzando la concezione delle prostitute come bene di consumo, e facendo trapelare la percezione che le donne siano disponibili per tutti, come l’acqua e gli altri prodotti della natura
Meno della metà (40%) pensano che le donne prostituite siano diverse da quelle che non lo sono, la maggioranza ritiene che tutte le donne sono prostitute e possono essere comprate. Quindi, non è dannoso comprare una prostituta perché tutte le donne in realtà sono in vendita. L’unica differenza percepita è che con una non-prostituta il pagamento per ottenere sesso avviene offrendo cene o facendo regali.
Alcuni intervistati sono profondamente convinti che l’essere nati maschi dà il diritto di comprare sesso. Alla domanda “Perché compri sesso?”, spesso rispondono: “Perchè posso!”.
Secondo il ricercatore Sven – Axel Mansson (I comportamenti degli uomini clienti della prostituzione: indicazioni e orientamenti per il lavoro sociale) alcuni uomini che pagano per il sesso non hanno di loro stessi un’immagine sessuale positiva. Riconoscere a se stesso e agli altri che si sente il bisogno di andare alla ricerca di prostitute può essere percepito come un disvalore rispetto alle norme sessuali. Ma è ugualmente vero l’inverso. Ogni sentimento di vergogna può essere superato dall’altro principio della dominazione maschile che richiede molteplici esperienze sessuali.

Tutto questo, assieme a moltissimi altri dati ed evidenze che non è possibile elencare per non “sforare” il tempo concesso ad ogni intervento, ci pongono problemi di chiara decodifica e difficile risoluzione, ci rendono chiara la necessità di affrontare la costruzione delle identità maschili (e femminili) fin dalla prima infanzia, ci invitano a creare moduli formativi specifici ed adeguati a segnare un cambiamento, e comunque a predisporlo, agendo laddove una sciatta educazione costruisce e diffonde una cultura di negazione dei diritti e del rispetto, e, parallelamente, produce disagio.

Giacciono in parlamento due proposte di legge che mettono a tema proprio questo problema, e propongono soluzioni: quella della vice presidente del Senato sen. Valeria Fedeli e quella della deputata Celeste Costantino.
Il nostro invito è di lavorarci su, subito e con convinzione.

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Poniamo fine alla domanda

Feministas of Canada

 

Rosen Hicher è una sopravvissuta francese alla prostituzione. Qui di seguito una traduzione di un articolo apparso lo scorso luglio 2014 su Libération. All’epoca si cercava di contrastare alcuni senatori che stavano tentando di far fallire la proposta di legge basata sul modello nordico, che avrebbe penalizzato i clienti, o meglio gli stupratori a pagamento.

I timori si son rivelati esatti, perché purtroppo lo scorso marzo 2015 il Senato francese ha soppresso l’emendamento riguardante la penalizzazione dei clienti e reintrodotto quello che interdice l’adescamento passivo, che sanziona le persone prostituite. (QUI maggiori dettagli)
L’appello di Rosen è importantissimo e mi sembra il caso di rifletterci attentamente anche da noi.

 

Visto che il Senato protegge i clienti, io, ex prostituta, dirò perché desidero che la Francia compia ogni sforzo per farla finita con questi uomini che hanno rovinato la mia vita per oltre 20 anni. Ho trovato la forza per fare due calcoli. Ascoltate attentamente. Ho avuto più di 30.000 clienti nel corso della mia carriera come prostituta, a un tasso medio di quattro al giorno.
Più di 30.000 atti sessuali indesiderati, che ho rifiutato con tutto il mio corpo. 30.000 volte la sensazione di essere annullata, di essere ridotta a niente, di essere una donna-robot. 30.000 volte, ho sperimentato la parata di questi uomini indifferenti, sicuri del proprio diritto; in un angolo di un bar, in salotti insalubri, tra l’odore di champagne sui sedili e di sesso inebriante.

Voi che parlate dei clienti come poveri uomini solitari o timidi, se sapeste! La verità è che sono uomini capaci di picchiarti se ti rifiuti di fare sesso senza preservativo; trovi quello violento che ti picchia, lasciandoti i postumi per due settimane; poi c’è il pazzo che spara con un fucile nel bel mezzo di un bar; il malato di mente che si veste da donna e ti costringe a qualsiasi tipo di umiliazioni; quello che ti mette droghe nel drink o scrive oscenità sulla porta di casa tua per vendicarsi; quello che si impicca dopo aver sperperato tutti i suoi soldi per pagare i corpi delle donne. E tutti gli altri. Tutti coloro che non si prendono nemmeno la briga di cambiarsi o di lavarsi perché loro ci disprezzano tanto. Tutti questi dipendenti dal sesso, senza alcun riguardo per la loro partner o per qualsiasi donna. Tutti questi pazzi, questi masochisti, esibizionisti, sadici, zoofili. Tutti questi predatori: una volta uno di loro, che mi aveva visto con mia figlia di circa 12-13 anni, un autista di autobus (per bambini), mi ha proposto di darmi 5.000 euro per averla e violentarla.
Tutti questi uomini che vengono a raccontarci le loro fantasie più selvagge e ci impongono di dire che questo è normale e non ci sono limiti. Immaginate che i clienti abituali, come vengono chiamati, siano dei bravi ragazzi? No, sono uomini con gravi problemi, pericolosi per noi e per tutte le donne. Quando capiremo finalmente che molti di loro avrebbero più bisogno di uno psicologo che di una prostituta?
Non sono nata prostituta, sono questi uomini che mi hanno resa tale. Sono loro che mi hanno costretta ad avere oltre 30.000 atti sessuali e altrettanti stupri.
È urgente che noi ci impegniamo a garantire il diritto di protezione dei nostri figli, in modo che nessuna ragazza, nessun giovane debba passare attraverso ciò che ho vissuto io per tanti anni. E questo non è possibile se i clienti si sentono autorizzati a conservare il loro diritto. Mi rifiuto di accettare che i clienti restino la parte dimenticata della nostra legislazione, e coloro di cui sto parlando sono tutti i clienti, nessuno escluso. Vi pongo nuovamente la domanda: “Perché c’è un tale consenso volto a proteggerli?

 

Naturalmente, la domanda di Rosen è retorica. La risposta la conosciamo molto bene: perché sono uomini. Le donne che tendono a “scusare” e a “proteggerli” lo fanno perché intrise di quella stessa cultura che attribuisce agli uomini una serie di diritti, di un dominio incondizionato sulle donne.

In Italia è stata presentata un’altra proposta di legge in materia di prostituzione (qui e qui). Questa volta sembra andare nel verso giusto. Anche da noi, i clienti restano il grande buco nero e aleggia quella sorta di auto-protezione che però consente che alla domanda non si ponga mai un termine.

 

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