Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Potere e violenza. La difficoltà di cambiare prassi.

Artemisia Gentileschi – La ninfa Corisca e il satiro – coll. privata – © Luciano Pedicini, Napoli


Quando si parla di diseguaglianza di potere a volte si rischia di smarrire ciò di cui stiamo parlando. Il consenso e la scelta vengono deformati, subiscono una sorta di pressione forzata in un contesto disequilibrato: non sono più così chiari e subiscono un condizionamento. Il potere non è solo uno status di superiorità in termini di controllo, di status, gerarchico, di età, di posizione, di genere.

Il potere se lo guardiamo a livello base è la differenza tra una persona che è in uno stato di bisogno, di sopravvivenza, di assenza di alternative percorribili e chi dall’altra possiede la forza “coercitiva” di varia entità, di vario tipo.
Il denaro è una di queste leve.

Strano verificare che per alcune il consenso sia inficiato solo quando si parla di potere maschile a ridosso del caso Weinstein e dintorni. Strano che la stortura la si noti solo ora e non quando si propagandava la magnificenza della “scelta” autodeterminata in prostituzione. Eppure da tempo si parlava di un grave ed evidente affievolimento della libertà di scelta in alcuni contesti, chiaramente ad alto livello di violenza. Strano che oggi si parli di potere e di condizioni di diseguaglianza che rendono consenso e scelte individuali meno libere, anzi vere e proprie lesioni dei diritti fondamentali di un essere umano.

Direi eureka! Ci siamo svegliate dal torpore.
Avevamo bisogno del caso Weinstein per smascherare questa realtà, indicibile e inammissibile anche per tante di noi?

Esattamente come i clienti si sentono in diritto di abusare di una donna, come ogni volta che si tenta un’azione di normalizzazione della violenza sulle donne prostituite, esattamente come ogni qualvolta ogni forma di potere viene esercitata per piegare una donna, per avere accesso al suo corpo, per controllarla e sottometterla.
I modi sono molteplici, ma a monte la mentalità, la subcultura dello stupro e della violenzaè la medesima, restano cristallizzati i rapporti stereotipati, i cliché sui ruoli, con i medesimi risultati devastanti per le donne.

Esattamente questa verità abbiamo smascherato: che non può esserci libera scelta, piena scelta se non si hanno alternative di vita, se ci sono diseguaglianze di potere, se l’unica strada a disposizione è vincolata da una situazione di svantaggio, di bisogno, di ricatto, di un potere che tutto può.
Certo ci si può sottrarre, ma nulla è automatico e scontato, nulla è così semplice come appare, dobbiamo pensare che non tutte potranno o avranno la forza di farlo. Sappiamo quanto sia complicato denunciare, affrontare tutto ciò che ne consegue. Troppe sono le variabili e forse occorrerebbe concentrarsi su quel “a monte”, su prassi e consuetudini diffusissimi, piuttosto che puntare il dito sulle sopravvissute.

 

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Private del diritto al rispetto

 

Con questa ennesima sentenza colma di moralismo, a mio avviso è come se dicessero a tutte noi che non solo è inutile denunciare, che lo stupro alla fine è una cosa da poco, ma anche che dobbiamo stare al nostro posto, non dobbiamo alzare la testa, chiedendo pari diritti. L’obiettivo è ricacciarci in un luogo storico in cui eravamo senza diritti e senza voce. È come se ci stessero consigliando: “Se state al vostro posto nulla di così terribile vi potrà capitare”. Stare al nostro posto, seguire una infinità di regole e di consigli di “sano comportamento donnesco”, essere in linea con un modello che è stato creato per noi e tramandato al maschio nei secoli per far di noi quello che meglio crede, per soddisfare il suo desiderio di dominio, da esprimere anche attraverso un atto di violenza. Siamo donne e come tali vogliono farci credere che dobbiamo avere un margine ridotto di scelte, di movimento, di azione e di modi di essere e dividere. Come se ancora, sulla base di una Natura diversa, noi dovessimo auto-ridurci a qualcosa di minuscolo, adeguato a qualcosa che gli uomini si aspettano da noi.
Aggiungo un altro elemento di analisi. Questa sentenza è il risultato di una giustizia che agevola di fatto chi meglio può difendersi, chi ha gli avvocati migliori e non chi in tutto questo orrore è la vera vittima, l’unica che andrebbe difesa, ascoltata e creduta. Perché è un problema di giustizia equa, che metta difesa e accusa ad armi pari, senza che il risultato finale sia fortemente influenzato in base alle disponibilità economiche e di potere delle parti in causa. Perché è soprattutto, ancora, una questione di potere, di differenziale di potere, di vario tipo. E questo il punto più importante su cui riflettere.
Questo continuare a emettere sentenze semplicemente sulla base di uno scavare nella vita di una persona, senza ascoltare i fatti in questione. La sentenza di fatto è come se cancellasse il diritto della donna a non essere abusata e a vedersi riconosciuta dalla giustizia come parte lesa. I suoi diritti esistono solo se il suo comportamento viene ritenuto moralmente conforme. Come se i diritti umani potessero essere sospesi per una o più ragioni. Puoi violentare liberamente se una donna ha uno o più elementi “non conformi”.
Un no è un no, un abuso è tale, da sobria o meno. Se non si sancisce questo una volta per tutte, ci ritroveremo ancora di fronte a questi orrori.
Siamo un Paese che ancora marchia a fuoco le donne che pensano e scelgono con la propria testa, che parlano, che si esprimono, che si dichiarano femministe, che si battono per i diritti, che vanno a studiare fuori casa, che si cercano un lavoro e cercano di essere autonome. Perché ancora oggi, noi dobbiamo rinunciare a queste cose, altrimenti siamo strane, pericolose, pazze, fuori-norma e in quanto tali, tutti sono legittimati a fare di noi ciò che vogliono e a privarci dei nostri diritti fondamentali. Non voglio credere che questo stato di cose sia immutabile, perciò da qualche parte credo che esista un modo per cambiare questo contesto e questa mentalità che poi porta a creare l’humus ideale per questo tipo di sentenze.
Abbiamo ancora un forte ritardo culturale se ancora oggi sentiamo dire che se una ragazza, una donna è indipendente, cerca di esserlo, compie le sue scelte autonomamente, vive cercando di essere felice, libera, senza catene, fuori dalle gabbie è da considerare non normale. Ce ne fossero tante di donne così! Se pensiamo che una ragazza possa fare in potenza meno cose di un ragazzo, se nemmeno la nostra famiglia ci rispetta se chiediamo di essere considerate allo stesso modo, dobbiamo rimboccarci le maniche per invertire la nostra storia. Oggi, dopo tanti anni, rispondo a una battuta di mio cugino che quando mi trasferii a Milano nel 2003, mi disse: “Ah ti stai divertendo.. bella vita”. In pratica, essendo donna sarei dovuta rimanere nella mia città natale, perché l’unica prospettiva idonea a una donna era quella di sposarsi. Il fatto che avessi trovato lavoro a Milano era un dettaglio, ai suoi occhi ero andata a Milano per fare la bella vita, per divertirmi e per essere finalmente marchiata “secondo il libro sacro della tradizione maschile” come una “con i grilli per la testa” in tutti i sensi. Nessun pensiero lo ha mai sfiorato (a lui come a tanti altri) che io stessi facendo enormi sacrifici per darmi un futuro, una prospettiva di vita e di lavoro. Ero la pecora nera della famiglia, lo sono, oggi forse più di ieri, con lo stesso orgoglio di avere una nuvola da “irriducibile” che mi segue. Vi ho raccontato questo aneddoto, per farvi capire come il pregiudizio culturale sia più forte di anni di conoscenza. Il pregiudizio dovuto a un tipo di cultura e di mentalità direi di tipo patriarcale, è come se azzerasse la percezione reale della persona e portasse a giudicarla e a etichettarla secondo parametri immaginari, gli stessi che portano a giustificare dei modelli di comportamento differenziati per genere e che portano a partorire sentenze come quella che ha scagionato quei sei “bravi ragazzi”.
Così si rovina per sempre la vita di una ragazza, di una donna, convincendola che comportandosi bene, assecondando un certo modello di vita e di comportamento, avrà una vita esente da “guai”. Niente della vita di una donna deve poter diventare un alibi, un via libera al fatto che i suoi diritti umani fondamentali possano essere violati. Lo ripeto, non è tollerabile che si emettano sentenze sulla base di giudizi morali e richiamando dettagli della vita della vittima. Aver convissuto, aver avuto qualche rapporto occasionale vuol dire automaticamente “autorizzare” tutti gli uomini a violentarti? Ciascuna donna dovrà sentirsi in pericolo di stupro semplicemente perché non ha il pedigree di una vita immacolata, lineare? Chi ha stabilito poi cosa sia una vita lineare? Nulla può giustificare mai uno stupro. NULLA MAI! Che facciamo, autorizziamo tutti gli uomini violenti a commettere stupri e violenze se qualche dettaglio del mosaico della vita di una donna non è al suo posto?
Se essere “bisessuale dichiarata, femminista e attivista lgbt” deve essere considerato dalla giustizia italiana un lasciapassare, che esenta gli uomini da un rispetto dei diritti di un altro individuo, io non ci sto. E nessuna di noi ci deve stare. Non voglio sentire più da nessuno, né tantomeno da una donna, che in qualche modo “se l’è cercata”. Perché questa, come altre sentenze similari, colpisce tutte noi: un giorno potremmo trovarci al posto della “ragazza dello stupro della Fortezza”, e non essere credute, non avere giustizia vera.

Nessuna giustificazione alla violenza deve avere cittadinanza. Facciamo sentire la nostra voce, URLIAMO IL NOSTRO NO! Mi unisco all’idea di Lea Fiorentini Pietrogrande, facciamo una manifestazione tutte insieme, per abbracciare e sostenere questa ragazza e tutte le donne vittime di violenza!

 

 

P.S.

– La sera del 28 luglio le compagne Unite in rete – Firenze stanno organizzando una manifestazione per ribadire che vogliamo vivere le strade liberamente, nonostante qualcuno voglia farci stare a casa e in silenzio.

http://www.controradio.it/sentenza-sullo-stupro-alla-fortezza-unite-in-rete-lancia-lidea-manifestazione-notturna/

AGGIORNAMENTO:

La manifestazione di Firenze alle 21 del 28 luglio: La libertà è la nostra “fortezza”.  https://uniteinrete.wordpress.com/2015/07/24/la-liberta-e-la-nostra-fortezza/

Qui l’evento su FB: https://www.facebook.com/events/1013313712014907/

 

– Vi invito a firmare questa petizione online:

https://www.change.org/p/giudici-di-firenze-vergognatevi-della-vostra-sentenza?recruiter=43612969&utm_source=share_petition&utm_medium=copylink

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L’efficacia simbolica del divario di genere

 

Dati OCSE

Dati OCSE

 

Ho recuperato un interessante e ben documentato articolo di Máriam Martínez-Bascuñándi pubblicato su El Diario (qui). L’ho tradotto e lo condivido, perché lo ritengo utile per le nostre riflessioni.

 

La discussione accademica sulla giustizia di genere ha mostrato evidenze empiriche per dimostrare che oggi permane una diseguaglianza strutturale che attraversa le nostre società, causando gravi squilibri di potere tra uomini e donne. In relazione a ciò, la grande domanda che ne deriva è da dove ha origine questa struttura di diseguaglianza e come possiamo identificarla?

Sappiamo che esiste una struttura economica che genera specifiche forme di ingiustizia distributiva di genere, e che comprende lo sfruttamento basato sulla disuguaglianza di genere in termini di salari, carenza di potere, emarginazione e privazione. Sicuramente, una delle principali manifestazioni di questa ingiustizia distributiva specifica di un determinato genere, ha a che fare con il mantenimento di una struttura sociale di base che perpetua la divisione sessuale del lavoro.
Secondo Iris Marion Young (qui) la divisione sessuale del lavoro è radicata in una ripartizione dei compiti per ruoli di genere. Questa divisione sessuale del lavoro è parte della struttura economica delle nostre società che considerano normale che le donne debbano investire primariamente le proprie energie nei compiti di cura della casa, dei bambini, delle persone non autosufficienti e di tutti gli altri membri della famiglia.
Questa divisione del lavoro porta alla disparità, come quella di tutte le persone che lasciano il lavoro dopo un anno dalla nascita del figlio, l’85% sono donne. O che ogni 26 donne che scelgono il part-time per “conciliare” (casa-lavoro, ndr), solo un uomo compie la stessa scelta (qui).
O come dice l’ultimo rapporto OCSE (qui), le donne tra i 25 e i 34 anni acquisiscono maggiori titoli universitari rispetto agli uomini, ma il loro livello di occupazione (qui) è più basso perché molte di loro sono costrette ad assumere il tradizionale ruolo di “badanti” (qui).

A causa di ciò si alimenta un immaginario sociale che identifica la donna in un determinato tipo di attività, mentre si genera un sistema di aspettative che le vengono imposte, moltiplicando le difficoltà per poter sviluppare altre competenze o dedicare il suo tempo ad altre attività che non siano in primo luogo di cura. Questo insieme di aspettative, di immagini, di stereotipi, di norme sociali e istituzionali costruiscono un ordine culturale responsabile del fatto che le donne partono con uno svantaggio competitivo in termini di potere, di lavoro, di riconoscimento o di prestigio culturali.
Questo dimostra che il genere è una categoria ibrida radicata sia nella struttura economica che nell’ordine culturale delle nostre società. Pertanto, per eliminare la discriminazione di genere in modo efficace dobbiamo combattere su entrambi i fronti. Il fronte economico e quello simbolico. Comprendere la natura bidimensionale del genere è la chiave per comprendere la complessità della discriminazione di genere e perché tuttora si verifica (qui).
Tuttavia, nello stesso modo in cui sembra che la struttura economica sia qualcosa di tangibile, misurabile, facile da identificare e da spiegare, non è così con l’altra faccia della discriminazione di genere che la rende bidimensionale, e si riferisce all’ordine simbolico. Per Nancy Fraser, il genere dal punto di vista simbolico dovrebbe essere visto come un modo di codificare modelli onnipresenti culturali di interpretazione e di valutazione, che sono fondamentali per capire il motivo per cui le donne continuano a subire discriminazioni. Questo modo di codificare i modelli culturali, rientra in quello che molte teoriche femministe, come Fraser, hanno designato con il termine “androcentrismo” (qui).

L’androcentrismo secondo la letteratura femminista (qui), è un modello istituzionale di valore culturale che privilegia i tratti associati alla mascolinità, mentre svaluta quelli codificati come “femminili”. Questo fenomeno rende talvolta anche inconsapevole l’uso di giudizi sulle competenze. Parliamo per esempio di ciò che Adrian Piper (qui) chiamò “discriminazione di ordine superiore”, che si verifica quando le persone sminuiscono gli attributi, le qualità nelle donne, che al contrario, solitamente, sono considerati degni di lode negli uomini, in quanto vincolati ai tratti maschili che la cultura androcentrica privilegia (ma solo negli uomini). Ci riferiamo ad esempio a comportamenti che mostrano l’ambizione, l’assertività o il pensiero indipendente. Da un punto di vista astratto, queste caratteristiche possono essere considerate come doti di qualcuno che si desidererebbe avere nella propria squadra di lavoro. Tuttavia, quando sono le donne a presentare tali caratteristiche, iniziano ad essere valutate come conflittuali, o come segnali di una incapacità di lavorare in squadra. Questo fa sì che a volte le donne sono inibite nel mostrare simili comportamenti, o che lo facciano al prezzo di subire, nei casi pià gravi, un trattamento umiliante e vessatorio, a volte derisorio, venendo etichettate come “poco femminili”.

Questi modelli valoriali androcenrici permeano la cultura popolare e l’interazione quotidiana. Sono diffusi in stereotipi e luoghi comuni, nelle rappresentazioni scritte e visuali, in cui di solito è difficile criticare il contesto in cui appaiono, perché ciò che viene presentato è dato come realtà, trasmesso con forza e accettato in modo subliminale, in modo tale che non venga percepito come discutibile. Questi stereotipi confinano le donne a una natura che spesso è legata in qualche modo ai loro corpi (o al dato biologico, ndr), e di conseguenza, non si può negare facilmente. L’esempio più evidente di questo potrebbe essere la cura e l’oggettivazione dei corpi. Gran parte di questo ordine culturale è dedicato al culto della bellezza femminile, ma, come sostiene Iris Young, lo stesso “camafeo ideal” (questa stessa ricerca di bellezza ideale, ndr) è in gran misura responsabile del fatto che la maggior parte dei corpi delle donne sono considerati “imperfetti” (qui).

Il paradosso consiste nel fatto che quella particolare forma di codifica della realtà distingue le donne come prima cosa perché sono donne, e allo stesso tempo le rende invisibili. Le etichette a partire da rappresentazioni stereotipate, oggettivizzanti e dispregiative dei media, le rendono invisibili o le includono in maniera non egualitaria rispetto alle figure maschili, nei dibattiti pubblici e nelle istituzioni deliberanti.
La rimozione dell’androcentrismo passa attraverso la trasformazione di questo ordine culturale di genere, rimpiazzandolo con modelli che esprimano pari presenza e rispetto per le donne. La teoria della comunicazione politica ci insegna che i fatti non possono essere studiati a partire dal modo in cui vengono presentati. Analogamente, l’ordine culturale non può essere svincolato da una lettura politica che mostra la connessione tra cultura, genere e potere. Al di là della assimilazione acritica dell’esistente, solo partendo da questa consapevolezza possiamo evidenziare i limiti delle nostre società e sondare tutte le sue potenzialità per progredire nella lotta contro la discriminazione di genere.

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Misunderstanding

Lesueur - Club Patriotique de_Femmes

Lesueur – Club Patriotique de Femmes

 

Qualche giorno fa mi è capitato di sentire certe considerazioni che mi hanno lasciata perplessa e mi hanno fatto capire come sia in atto un tentativo di ritorno al passato, alcune donne oggi ritengono sia opportuno adottare il passo del gambero. Un bel colpo di spugna a tutte le riflessioni, le considerazioni, le rivelazioni, le scoperte emerse in decenni di lavoro del movimento delle donne. Ci sono numerose donne che tuttora si domandano se ci sia una differente sensibilità fra uomo e donna nell’approccio alla vita. Come dire che le discriminazioni e tutto ciò che abbiamo subito per secoli come donne, in realtà sono state frutto del caso e di un fraintendimento (rimediabile) tra uomo e donna. Come dire che la violenza sulle donne trae origine dai grilli per la testa delle donne moderne o dalla loro incapacità di difendersi e di ribellarsi. Queste donne vogliono farmi credere che non c’è mai stato un vero bisogno di femminismo, che anzi, dobbiamo interrogarci sul fatto che forse ci siamo sbagliate. Mi è stato domandato se non fosse il caso di interrogarci sul fatto che forse abbiamo peccato nel ritenerci capaci di una rielaborazione autonoma dei rapporti tra le persone e degli assetti di potere nella società. Alcune critiche hanno investito anche le mie riflessioni su Donne e Pianeta. Viene sempre più messa in crisi l’idea di una responsabilità collettiva e di un farsi carico “originale” da parte delle donne. Per molte persone il femminismo è una semplice “sostituzione/staffetta di potere” tra uomini e donne, ma non è possibile che gente dotata di un minimo di cervello possa fare questa confusione. Non si tratta di sostituire una verità con un’altra, ma di modificare le regole, gli assetti, le letture, gli equilibri attuali che tuttora ci tengono ghettizzate, discriminate, sottomesse. Nessuna femminista si ritiene depositaria di una nuova verità assoluta, di un verbo per tutt*. Così come quando si pensa che le femministe siano quelle che odiano gli uomini. Pensare queste cose significa guardare alle femministe in modo pregiudiziale, senza una conoscenza reale dei femminismi di oggi o di ieri. Consiglio un ripasso (o meglio una lettura ex novo per coloro che parlano per sentito dire) dei classici, ripercorrendo i passaggi storici che hanno portato all’affermazione del modello patriarcale, passando per gli studi matriarcali di Abendroth, fino ai femminismi degli ultimi decenni. Leggere servirebbe quanto meno a non fraintendere e a non negare l’evidenza di una oppressione tuttora tangibile. Non la vivi? Strano davvero, forse semplicemente non te ne sei mai accorta. Leggere serve a dare un minimo di fondamenta teoriche a quanto si dice o al proprio pensiero. Riflettere è necessario per non svilire i discorsi e perdersi in un liberismo che utilizza il marchio femminista per annacquare e dissolvere ogni problematica, tanto da ridurre anche la violenza a una “sensazione infondata” di chi si “autovittimizza”. Alla fine è normale che qualcuna mi dica che in fin dei conti i problemi si possono risolvere cambiando il nostro approccio con il “primo sesso” e assomigliandogli maggiormente. In alternativa vale il consiglio di tornare a essere bestioline mansuete.
Faccio una digressione solo apparente.
Oggi più che mai è necessario un rovesciamento, un rinnovamento degli assetti di potere, di come si giunge a rivestire un ruolo istituzionale o di classe dirigente nella nostra società, di come si fa carriera e di come si raggiungono certe posizioni. Non è ammissibile che ci sia un silenzio connivente con certi meccanismi marci preferenziali, che fuori da ogni logica di merito, premiano solo i fedeli, i più servili, i più utili a mantenere lo status quo amicale, parentale, familista ecc. Nel nostro paese per troppo tempo si è preferito glissare su certi aspetti indecorosi, perché molti e molte cittadini/e hanno pensato che tutto sommato si poteva soprassedere e magari approfittare di qualche briciola di favore. Coloro che si sono ostinati a tenersi alla larga da questi metodi, solitamente nel nostro paese, sono stati sconfitti, allontanati, puniti, considerati dei falliti, dei soggetti da escludere perché rovinavano il sistema e non si conformavano. La sottrazione e il dirottamento di soldi pubblici per fini poco puliti e per ingrossare i flussi di tangenti, il clientelismo, le mafie di vario ordine e grado, i concorsi truccati per selezionare solo la classe dirigente amica, la cosa pubblica gestita come un affare tra pochi eletti, i condoni tombali su evasori e abusivismo, carriere di ogni tipo segnate unicamente dalle conoscenze e dagli scambi di favori, l’abitudine consolidata a considerare queste pratiche come “ordinaria amministrazione”: tutto ciò ha creato un paese fragile, in cui i migliori sono stati e saranno costretti ad abbandonare la nave, in cui la macchina pubblica o vicina ad essa è piena zeppa di incompetenti e zelanti faccendieri disponibili a dare una mano ai soliti amici. Una rete che assorbe ogni rapporto, ogni settore, ogni relazione, ogni più piccolo aspetto della nostra vita. In questo assetto, ogni posto, ruolo, mansione dalla più piccola alla più elevata sono soggetti ai medesimi giochi di assegnazione e spartizione. Interi settori professionali e accademici vengono interessati da scambi di favori e di facilitazioni per superare le prove di abilitazione, di ingresso e per crearsi una base clientelare di sostegno. Una politica che fa ribrezzo (o dovrebbe farlo) e che tutti ci siamo trovati a incrociare, a sfiorare. Il così fan tutti e tutte, che in un paese sano dovrebbe essere sanzionato anziché assurgere a legge universalmente riconosciuta e tollerata. Il problema più grande è che se non hai affiliazioni resti uno zero, uno che non conterà mai niente, perché le carriere, quelle vere, le faranno sempre gli altri che hanno qualcosa da portare in dono, in cambio. Questo vale al cubo quando si tratta di donne, perché a queste complicazioni si aggiungono tutte le mille discriminazioni tipiche del genere. E in tutto questo le donne dove si collocano? Come si rendono soggetto diverso e capace di indignarsi per scardinare questo assetto marcescente? Ci siamo mai interrogate veramente e onestamente? Ecco, forse con una maggiore dose di femminismo sincero e non fatto di parole vuote e finte, potremmo essere in grado di segnare un piccolo cambiamento. Probabilmente è la replica di modelli maschili e il nostro assecondarli che ha segnato un fallimento. Nonostante tutto, nonostante sempre più spesso ci venga chiesto di omologarci e di adeguarci, dobbiamo riconoscere l’importanza e l’urgenza di una costruzione diversa della storia e di come guardare e pensare al futuro. Non possiamo stare alla finestra a guardare.
Condivido quanto riportato qui da Maria Rossi, sempre chiara e perfetta nelle sue argomentazioni, sulla lotta politica delle donne, che deve scaturire da un’esperienza di oppressione vissuta in prima persona, per non essere debole, soggetta a fraintendimenti pericolosi. Ciascuna di noi deve farsi portavoce di una necessità di cambiare gli assetti che vanno dal privato al collettivo e che sono connotati da un dominio sulle donne, ma non solo. Esistono dei meccanismi, mutuati dal mondo maschile, che se decidiamo di incarnare e condividere ci potrebbero portare a sostenere un accanimento sempre più prepotente sull’individuo, caricato di ogni responsabilità, come suggerisce Maria Rossi. Che si tratti di donna o di uomo, l’etica individualista produce una visione mono-centrica, con l’ego del singolo o della singola al centro del mondo: se ci sai fare e sai sfruttare le tue doti, le amicizie, le relazioni, i rapporti privilegiati, lo status, le connivenze, i favori, con l’aggiunta di un po’ di cinismo, riesci a oltrepassare discriminazioni, oppressioni e violenze di ogni genere. Se non ci riesci, non ti sei applicato abbastanza e comunque è colpa tua. Ecchisenefrega degli altri e soprattutto delle altre? Esisto solo io, tutt’al più me stessa (la mia coscienza). Io stabilisco cosa sia buono e cosa no, io al centro di un fenomeno di auto-normazione. Con buona pace della dimensione collettiva e della sua utilità al fine di una presa di coscienza individuale della propria condizione. Il teorema dell’ognuna per sé. Mi sembra di capire che Wolf ci suggerisca che spetta a noi non farci opprimere, discriminare ecc. Basta dotarsi di forza e di una smisurata autostima, aggirandosi per il mondo come tante solitarie schiacciasassi. Basta fare come fanno gli uomini. Ma chi ha mai voluto essere come un uomo? Noi donne al pari dell’uomo, carnefici o schiave di un sistema, a seconda che ci riesca o meno la nostra lotta titanica per il potere fine a se stesso e autoreferenziale, in uno scontro che appare estendere alla donna i tratti dell’assunto homo homini lupus est. Ma questo inno alla forza individuale per ergersi al di sopra degli altri, per dominare e schiacciare gli altri, altro non è che un sostenere che ogni arma è concessa, ogni nefandezza o crimine è ammesso, ogni forma di schiavitù (personale o altrui) può essere utile, per raggiungere il podio del potere e lo scettro del comando. Senza un ragionamento morale si lascia la porta aperta a qualsiasi cosa. Ogni azione umana, ad opera di un uomo o di una donna, viene sradicata dal suo contesto, da un’analisi delle sue radici e da un discorso morale. Ogni cosa si smarca e può essere annoverata sotto l’etichetta femminista, quasi come se fosse in atto una specie di assorbimento del femminismo all’interno del meccanismo produttivo-commerciale-consumistico. Ma questo non è femminismo, nessuna, come dicevo, si sognerebbe di voler semplicemente invertire gli attuali assetti di potere maschio-centrici. C’è un lavoro ben più complesso e profondo da compiere, per cui occorre smarrire tutte le regole, i metodi, i passaggi, i meccanismi che fino ad oggi hanno formato la struttura portante del sistema socio-economico in cui siamo immersi. Dobbiamo sbarazzarci delle scorciatoie e sovvertire ruoli e consuetudini secolari. Altrimenti ci troveremo a salutare sempre un uomo con frasi del tipo “bacio grande capo”, serve e complici di un sistema popolato da escrementi umani. Ma ci rendiamo conto in che mondo viviamo? Credo che sia in atto un tentativo di depistaggio interno (ma con burattinai esterni) dei valori e dell’etica alla base del movimento delle donne.

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Misoginia e potere

Ivan Stepanovych Marchuk (Ucraina, 1936) Luna piena

Ivan Stepanovych Marchuk (Ucraina, 1936) Luna piena

Cosa significa avere un figlio maschio? Cosa rappresenta per l’immaginario femminile? Io non posso raccontarlo in prima persona perché ho una figlia. Leggendo questo articolo di Claudio Marcelli, ho scoperto che le mie prime impressioni in gravidanza erano in controtendenza. Non so come, ma pensavo di aspettare un maschietto, era una sensazione. Non avevo una reale preferenza, desideravo solo che stesse bene.

Marcelli spiega che avere un figlio maschio è un’occasione per crescere un uomo emotivamente alfabetizzato:

“Educare un figlio maschio al rispetto e alla parità è una straordinaria opportunità di opporsi alla discriminazione e alla violenza contro le donne”.

Io aggiungerei che l’educazione passa anche per una non discriminazione in base al genere. Le mamme dovrebbero educare e cercare di rendere indipendenti, autonomi i propri figli, sia maschi che femmine. L’educazione all’autonomia renderà più semplice per i figli spiccare il volo in età adulta, riuscire a cavarsela da soli e non sempre dipendere dai genitori (o dalla compagna di vita che sostituirà la mamma), avere rispetto per l’altro sesso e riuscire a condividere in maniera equilibrata una vita di coppia. Invece, ne parlavo ieri con una ragazza finlandese, sono le stesse donne, madri e compagne, le fautrici di una misoginia latente e invasiva, che rende spesso gli uomini incapaci di assumersi responsabilità, di rendersi veramente autonomi e di gestire una relazione di coppia che implichi anche condivisione delle mansioni e delle attività familiari. Questa educazione differenziata, che ancora in molti casi insegna solo alle bambine a cavarsela da sé, implica un ritardo culturale notevole e una sorta di legittimazione a quell’oppressione permanente e difficile da sradicare. Ci sono tanti piccoli segnali di questo condizionamento e di una mentalità che è diffusa anche a causa di una posizione distorta di noi donne, davanti a un problema educativo dei nostri figli maschi. Se una madre o una compagna non si aspettano dal proprio figlio o compagno maturità, capacità di cooperare in casa, se non educano all’ascolto, al rispetto, alla parità, a una vita compartecipata, i risultati possono essere gravi. Si perpetua un modello gestito su piani distinti e rigidamente separati, su binari inconciliabili, che non riusciranno mai a parlare tra loro. Per questi uomini ci sarà un’unica soluzione, un unico modo di affrontare le relazioni con l’altro sesso, fondato sulla sottomissione della donna, sulla supremazia/egemonia maschile, sul tentativo di opprimere e arginare quella pericolosa emancipazione femminile, che loro fanno fatica a comprendere e ad accettare e che vedono come la causa di tutti i mali. Questa oppressione a volte arriva ad esprimersi attraverso la violenza sulle donne, che è innescata da una mentalità misogina, che serve a legittimare un potere dell’uomo e un possesso incondizionato e illimitato sulla donna.
Così ne parla Giovanna Nuvoletti:

“Perché la misoginia è stata una grande invenzione, grandissima. Le fonti non sono scritte ma ci sono delle prove di una precedente epoca di matriarcato, c’è il lavoro della Gimbutas, ma quel che importa, quel che so per certo, è che c’è stata poi una guerra vera e propria, che ha utilizzato lo strumento razzista della demonizzazione degli esseri da opprimere. Perché si è dovuto opprimere? Per creare il potere”.

La questione non è culturalmente distante da noi, non appartiene a forme arcaiche di cultura. Purtroppo i retaggi di una mentalità misogina sono dappertutto, a tutti i livelli e contesti. Finché noi donne non cambieremo prospettive, non invertiremo la rotta (lasciando emergere l’assurdità di tali aspetti e comportamenti), non smuoveremo le montagne ideologiche di una società e di un’economia che ci vuole “sottomesse” e facilmente strumentalizzabili, non avremo assicurato un superamento delle attuali problematiche relazionali tra uomo e donna. Un’affettività matura implica un profondo e radicato rispetto dell’altro/a. In questo noi donne, nei nostri diversi ruoli, dovremmo insegnare ai nostri uomini a sostituire la paura (che a volte alimenta l’odio) con il rispetto e la voglia di comprensione. Occorre sostituire alla trincea permanente contro le donne, il dialogo e l’apertura. Non ci sono cose che gli uomini e le donne non possano imparare a fare, è giunto il momento di iniziare l’interscambio.

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