Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Verso una piena parità retributiva


Continuiamo ad esplorare il tema donna-lavoro, che avevamo intrapreso qualche giorno fa (qui).

Le discriminazioni nel mondo del lavoro sono molteplici e le donne anche quando un’occupazione ce l’hanno, devono spesso ‘subire’ una retribuzione minore rispetto al collega uomo, a parità di mansioni. Perché così si fa, perché tra contratti nazionali e di secondo livello c’è un abisso e questi giochetti retributivi sono assai frequenti.

Il problema non è solo l’occupazione, ma quale occupazione, la sua qualità e la sua remunerazione, quanto vieni valorizzata oppure devi semplicemente adattarti, prendere o lasciare. Con differenze regionali che pesano tanto e creano vere e proprie discriminazioni nelle discriminazioni.

Prosegue il percorso iniziato a ottobre in regione Lombardia, fortemente voluto e portato avanti dalla consigliera Paola Bocci (qui il primo step), sul tema del gender pay gap.

Il divario retributivo di genere misurato dalla Commissione europea è la differenza nella retribuzione oraria lorda tra uomini e donne, trasversale ai vari settori dell’economia. Il divario retributivo di genere medio in Italia è del 5,3% (Il divario retributivo di genere medio nell’UE è del 16,2%).

(Per approfondire i dati a livello europeo qui e qui trovate la documentazione).

Ma la misurazione sulla paga oraria lorda non è sufficiente. Tenendo insieme la differenza sulla retribuzione oraria (differente tra pubblico e privato), sul numero di ore lavorate (molte donne hanno un part-time involontario) e il tasso di occupazione (uno dei più bassi in Europa), la disparità complessiva è decisamente più alta e il divario retributivo annuale medio arriva al 43,7% .

“Nel 2017 l’UE ha presentato un piano d’azione per colmare il divario retributivo tra donne e uomini. Il piano affronta questioni quali gli stereotipi e l’equilibrio tra vita professionale e vita privata e invita i governi, i datori di lavoro e i sindacati ad adottare misure concrete per garantire che la retribuzione delle donne sia determinata in modo equo.”

La situazione è meno grave nel settore pubblico (l’anzianità è spesso uno dei parametri della retribuzione), mentre nel privato (laddove spesso il guadagno dipende da fattori come straordinari, flessibilità, trasferte, che penalizzano le donne) si accentua. Così come il gap è più elevato ai livelli apicali (con ricadute anche sulla possibilità di influire su politiche aziendali).

Angela Alberti, del coordinamento donne Cisl Lombardia, nel suo contributo al dibattito avviato dalla consigliera Paola Bocci, ha precisato:

“Nonostante l’articolo 37 della Costituzione che recita “La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore” e l’accordo interconfederale del luglio 1960 che ha posto fine a contratti collettivi di lavoro con tabelle salariali diversificate fra uomini e donne, questo fenomeno è ancora presente e diffuso, nel nostro paese come in Europa. La differenza di stipendio si manifesta già sulla paga oraria (dati Eurostat) e viene poi ampliata da altri fenomeni (quali ad esempio il minor tasso di occupazione).”

Inoltre, occorre concentrarsi sul fatto che l’evento che accentua e aggrava la situazione è la maternità, che crea di fatto conseguenze difficilmente sanabili e reversibili.

“Uno studio preliminare dei dati amministrativi dell’Inps, svolto all’interno del programma VisitInps, permette di stimare l’effetto della nascita di un figlio sulle carriere dei genitori e quantificare così la penalizzazione femminile in termini di reddito da lavoro.”

Cosa accade al reddito da lavoro di una donna intorno alla nascita del figlio?

“il ritorno ai livelli precedenti la maternità avviene solo dopo circa venti mesi, rispecchiando un lento rientro al lavoro, la riduzione delle ore lavorate e il rischio di lasciare o perdere la propria occupazione. La probabilità di lavorare con un contratto a tempo indeterminato o a tempo pieno, infatti, si riduce, dopo 36 mesi, rispettivamente dell’11 e del 16 per cento, mentre in media i giorni lavorati diminuiscono del 5 per cento. Se si considera l’andamento crescente del reddito nei tre anni che precedono l’inizio del congedo di maternità (….), lo scenario si aggrava: oltre al lento ritorno ai livelli precedenti la maternità, la nascita del figlio apre un divario fra il reddito percepito dalla donna e quello che avrebbe ricevuto in assenza della nascita – ipotizzando un trend costante – e il divario non si colma nel tempo.”

Le norme in Italia non mancano, ma occorre spingere per una loro piena e concreta applicazione.

La legge 125/91 rafforza il concetto con Azioni positive per la realizzazione della parità uomo-donna nel lavoro: favorendo sulla carta misure di conciliazione (diversa organizzazione aziendale), istituendo il comitato Pari opportunità a livello nazionale e rafforzando il ruolo e l’operatività della figura regionale della Consigliera di parità.

Secondo l’articolo 46 del D.L. 11 aprile 2006 n. 198 – Codice per le pari opportunità fra uomini e donne – le aziende pubbliche e private che occupano oltre 100 dipendenti sono tenute a redigere un rapporto almeno ogni due anni sulla situazione del personale maschile e femminile, compresa la retribuzione effettivamente corrisposta (vi anticipo che a breve pubblicherò un approfondimento riguardante la Lombardia).

Considerando la composizione aziendale più diffusa in Italia, sarebbe auspicabile ampliare la platea di imprese coinvolte in questa indagine, includendo anche piccole realtà (chiaramente semplificandone la compilazione), in modo da avere un’analisi più completa.

Assolombarda spiega il suo punto di vista e a proposito di differenziali tra uomini e donne, anche a parità di mansioni svolte, li giustifica:

“alla luce di fattori che oggettivamente influiscono sull’evoluzione professionale: discontinuità legate alle maternità che rallentano l’accumulo di esperienza, la cura della famiglia che si traduce in vincoli alla mobilità e/o minori disponibilità in termini di orari di lavoro limitando così le scelte professionali, ecc.”

In pratica, ci sarebbero fattori che per l’imprenditore sono cruciale nel determinare la retribuzione: dal livello di scolarità, all’esperienza nel ruolo, al grado di qualificazione, ai livelli di responsabilità.

Quindi sembrerebbe una cosa “giustissima” penalizzare le donne, che chiaramente hanno una carriera più discontinua poiché si devono tuttora assumere quasi totalmente i compiti di cura (secondo l’ultimo rapporto Censis “l’81% delle donne cucina e svolge lavori domestici ogni giorno e al 97% di esse è demandata la cura dei figli”). Equo no?

Se ci capita di parlare nelle scuole medie o superiori di questi temi, troveremo più o meno le stesse considerazioni “imprenditoriali”: le ragazze e le giovani donne spesso sottovalutano il problema e a volte viene dato per immutabile, come qualcosa di connaturato al genere. In pratica spesso ci si ferma ben prima di iniziare a lottare per invertire lo status quo, sia in termini di compiti di cura che di parità nel mondo del lavoro. L’indifferenza e la rassegnazione non possono essere la risposta.Soprattutto, occorre capire cosa avviene nella contrattazione di secondo livello, come viene costruita la parte variabile della retribuzione, come vengono gestite le premialità ecc.

Colmare il divario retributivo di genere, il gender pay gap, è al centro dell’impegno dell’Ue, ma occorre un impegno a tutti i livelli nazionali, e quello regionale non può certo sottrarsi a questa sfida non rinviabile.

Dopo un lungo percorso di studi, incontri e analisi, coordinato e curato da Paola Bocci (qui La pubblicazione – https://www.pdregionelombardia.it/pubblicazione2-30aprile-post-stampa/), è stata elaborata una proposta di legge regionale, presentata alla stampa lo scorso 3 maggio.

 

 

Questo testo andrebbe a modificare la legge regionale quadro sul mercato del lavoro in Lombardia, la l.r. 22 del 28 settembre 2006. Tale legge, all’articolo 22 elenca le azioni per la parità di genere e la conciliazione tra tempi di lavoro e di cura, ma non prevede azioni specifiche per il raggiungimento della parità retributiva. È arrivato il momento di attivare azioni positive e provvedimenti mirati a ridurre il divario retributivo, agendo su diverse linee di intervento.

In primis occorre far emergere maggiormente il fenomeno, attraverso una maggiore trasparenza dei dati raccolti e pubblicizzazione/diffusione del rapporto biennale redatto dalle imprese con più di cento dipendenti e della Relazione della Consigliera regionale di Parità.

Come secondo elemento, è necessario dare sostegno e impulso all’orientamento agli studi e ai percorsi di formazione delle ragazze, che le prepari alle qualifiche professionali più richieste dal mercato del lavoro. Quindi contrasto alla segregazione di genere negli studi e aiutare le donne a migliorare le proprie capacità di contrattazione e avanzamenti di carriera.

“In Lombardia le studentesse universitarie sono oltre la metà (54%), ma solo il 33% sceglie una laurea STEM fra scienza, tecnologia, matematica e ingegneria, dove – nel caso specifico – abbiamo un tasso ancora inferiore del 24%.”

Stiamo attenti anche a legare troppo studi-richieste del mondo produttivo, perché queste ultime cambiano rapidamente e spesso non è facile prevederne gli sviluppi. Quindi un ruolo centrale sarà determinato dalla formazione continua e permanente. E poi, occorre sempre tenere presenti le inclinazioni personali che permettono anche di finire gli studi, perché scegliere unicamente in funzione di un ipotetico sblocco lavorativo può rivelarsi a volte controproducente e non portare a nessun risultato.

Dobbiamo altresì intervenire su un dato assai preoccupante:

“Quattro giovani donne italiane su dieci fra i 25 e i 29 anni sono “inattive”, cioè non studiano, non lavorano, non cercano lavoro. Sono le cosiddette NEET. Fra i ragazzi della stessa età la percentuale è del 28%, che pone questo gender gap al quinto posto fra i più alti dell’area OCSE. I dati parlano chiaro: per le giovani donne dunque vale l’adagio: meno studi, meno lavori e se lavori si va allargando il gap con i coetanei uomini: il divario fra tassi occupazionali di maschi e femmine è maggiore dove si studia di meno. In altre parole, lo svantaggio si accumula nel tempo.”

Il terzo livello di intervento riguarda il supporto a enti locali e imprese che promuovono la parità di genere anche salariale, attraverso:

– la costituzione e allo sviluppo di reti di imprese locali,

– l’istituzione di un Albo delle imprese virtuose,

– l’introduzione di premialità (da concordare con sindacati e associazioni datoriali, che possa anche incentivare a fini di ritorno d’immagine per le aziende),

– l’introduzione di una giornata dedicata,

il tutto avvalendosi di finanziamenti del Fondo Sociale Europeo e finanziamenti propri regionali.

La quarta linea di intervento è costituita da un insieme di azioni di sostegno al reddito per periodi temporanei, per integrare reddito e contributi previdenziali in caso di utilizzo di congedi parentali e di lavoro part-time o astensione facoltativa per motivi di cura e assistenza di familiari. A questo si aggiungerebbero percorsi di formazione e aggiornamento per chi rientra al lavoro dopo la maternità o assenze per cura di familiari.

È stato stimato un fabbisogno di spesa di 3 milioni di euro l’anno.

E per sviluppare azioni di promozione, sensibilizzazione, verifica e monitoraggio si prevede l’istituzione di un Tavolo di lavoro permanente che coinvolga Regione, organizzazioni sindacali, associazioni datoriali, università, CPO (Consiglio per le Pari Opportunità), Consigliera Regionale di Parità.

Dopo il deposito della proposta di legge, sarà necessario che si crei un consenso per discuterlo prima in commissione e poi in aula. Ci si augura una collaborazione dell’assessora alle Politiche per la Famiglia, Genitorialità e Pari Opportunità Silvia Piani e dell’assessora all’Istruzione, Formazione e Lavoro Melania De Nichilo Rizzoli.

Questo significa fare la differenza in politica, questo è il lavoro che ci aspettiamo che donne nelle istituzioni portino avanti, quindi grazie a Paola Bocci per aver saputo costruire, con metodo e convintamente, questo percorso, conclusosi con una proposta concreta e ben articolata. Abbiamo bisogno di capacità di questo calibro.

Il mio auspicio è che questa attenzione dedicata alle condizioni di vita delle donne si diffonda sempre più e che non siano considerate materia di serie b. La spinta propulsiva dobbiamo darla noi donne e dobbiamo accorgerci dell’importanza cruciale di questi aspetti, ne va del nostro futuro e di quello delle donne di domani. Sentire donne che continuano ad attraversare l’attività politica e le istituzioni in modo neutro, senza mai portare qualcosa di proprio o curarsi di adottare un approccio di genere, è assai triste e direi anche alquanto inutile. Aver cura di questi temi non è ghettizzante come qualcuno/a pensa e afferma, è ciò che hanno bisogno le donne e gli uomini di questo Paese.

Perché il benessere delle donne, la parità e la partecipazione eguale a tutti gli ambiti di vita fa bene a tutta la società. Uomini abbiamo bisogno che questo cammino lo facciate insieme a noi!

 

Per approfondire la proposta di legge regionale a prima firma Paola Bocci:

https://www.pdregionelombardia.it/conf_stampa_gpg-3maggio19/

https://paolabocci.wordpress.com/2019/05/03/un-progetto-di-legge-regionale-per-raggiungere-la-parita-salariale-materiali-e-comunicato-stampa/

https://www.pdregionelombardia.it/16147/

 

 

ARTICOLO PUBBLICATO IN ANTEPRIMA SU DOL’S MAGAZINE

Lascia un commento »

Siamo molto di più. Donne.

@Anna Padovani

Per superare un po’ le battute, gli slogan e per rispondere a chi ci etichetta come “oche starnazzanti e donnette isteriche” (nel caso specifico è una donna), per dimostrare da dove vengono le parole “lavoro, casa, mamme”, citate nel corso dell’ultima assemblea nazionale PD, occorre immergersi nel clima culturale attuale.

A parte che “casa” viene associata alla faccenda della legittima difesa. Mi fermo qui.

I social network (ma anche altri media) hanno un rapporto bulimico con le parole, siamo invasi dalle parole, le classifichiamo, le inseguiamo, le usiamo, le stra-usiamo, le usiamo a sproposito il più delle volte, e tra hashtag e parole chiave si coagulano nei trend topic, nelle tendenze di un attimo, giornaliere o un po’ più stabili se si analizzano tempi più lunghi. Un minestrone che se non maneggiato usando la testa, produce distorsioni e disastri analitici. Che tratti ha una rappresentazione (e interpretazione) della realtà che si basa su questa bulimia e trend di parole? Una rappresentazione parziale, volutamente parziale direi. Una rappresentazione che potrebbe a volte coincidere con una direzione dettata da fattori direi non proprio oggettivi, che possono dare una visione distorta del mondo e della vita delle persone. Soprattutto le parole possono essere strumentalizzate. Attraverso un loro uso distorto, smodato possono perdere vigore, forza, senso, insomma finire sfilacciate, cambiare significato.

Quello che è accaduto all’assemblea nazionale non è un caso, non è che non vogliamo capire. Semplicemente sappiamo, abbiamo imparato a leggere quelle parole e come vengono generate e adoperate. Certo che lavoro e casa sono centrali, ma si è deciso di aggiungere qualcosa a questo trend, un elemento rassicurante, sempiterno: la mamma. Questo totem italiano che tanto piace e rievoca un ritorno ancestrale al grembo, a ruoli incatenati e punti fermi della nostra cultura secolarmente immutabile. Siamo vicini alla festa della mamma, da poco si sono aperte le domande per i bonus mamme e poi la mamma è sempre la mamma.

L’azione della ministra Lorenzin non si spiegherebbe altrimenti. Tutto torna. A distanza solo conferme.

Lasciandoci cullare da questo materno che tutto pretende ancora di racchiudere e di parlare a nostro titolo, perdiamo anni. Evidentemente secoli di battaglie per scollegare i termini donna-mamma, che significa dare valore e riconoscere uno status autonomo e molteplice, non sono stati sufficienti. Abbiamo bisogno di qualcuno che ci riporti indietro. Io sono una donna, un essere umano, una persona. Punto. Le politiche devono partire da qui.

Non lo dico per far polemica sterile. Chi mi conosce sa che parlo a ragion veduta, per esperienza personale, ma soprattutto perché anche io sono capace di leggere e di analizzare. Sì, i miei studi e il mio percorso formativo mi hanno abituato a fare questo. Non ci posso fare niente. Lo faccio da anni. È il mio modo di fare politica. Mi piace capire.

Ho l’impressione che i fiumi di inchiostro scritti in materia, decenni di riflessioni femministe, tomi di saggistica italiana e straniera, non siano mai stati letti o giunti da noi. Qui sulle sponde italiche. Ho cercato anche io nel mio piccolo di trattare la materia.

Questo è il mio ultimo contributo, in cui non si parla di mamme, ma di genitorialità e di compiti di cura da condividere sempre più: http://www.mammeonline.net/content/promuovere-parita-cosa-ci-racconta-ultimo-report-europeo

Vi invito a leggerlo, perché aiuterebbe a non adoperare più certi epiteti. Davvero, mi sembra che arrivare sulla mia bacheca facebook, aperta al dialogo, usando certe parole denota in primis una mancanza di rispetto, oltre che una certa dose di violenza, frutto di un maschilismo e misoginia interiorizzate.

Lo ribadisco ancora una volta. Per colmare il gender gap uno dei passi più utili è partire dalla donna, in tutte le sue declinazioni e espressioni, possibili scelte di vita. Il fatto che una di esse, la scelta di essere madri, sia ancora un ostacolo nel lavoro deriva dal fatto che è ancora vista come una questione sulle spalle delle donne, una roba da donne. Se si iniziasse a lavorare in chiave di genitorialità e in modo sistemico, avremmo un riequilibrio delle parti, un quadro più attuale e non ci si inchioderebbe sui bonus mamme a pioggia.

Interventi strutturali per non trovarci come a Bologna, dove i posti nelle scuole dell’infanzia pubblici non riescono a soddisfare il fabbisogno e il Comune decide di destinare 150mila euro alle scuole private cattoliche, integrando le rette. Roba che accade già per i nidi a Milano, ma i nidi sono considerati ancora un optional. Ci viene da pensare che è sbagliata la strategia, che manca un disegno strutturato.

A livello nazionale, quattro anni fa il fondo per le scuole paritarie era di 272 milioni di euro: con l’ultima Legge di stabilità il Governo lo ha stabilizzato e portato a 502 milioni. Con buona pace dell’educazione laica e pubblica.

Pensiamo a quanta fatica abbiamo fatto sul congedo di paternità e su altre misure. Eppure se fossimo più coraggiosi potremmo cambiare notevolmente l’immaginario e la cultura aziendale. Pensiamo a quanto facciamo fatica a riconoscere il valore del lavoro di cura, che non significa solo figli, si tratta di compiti ben più vasti. Pensiamo alla cura degli anziani o di familiari non autosufficienti. Pensate davvero che tutto si riduca alla maternità?

La politica dei bonus di fatto nega il welfare, che significa programmazione, lungimiranza a medio-lungo termine, a volte intergenerazionale. Invece la politica dei bonus ha il fiato corto, varia di anno in anno, in funzione della tornata elettorale più ravvicinata. Ha il fiato corto con il suo fiume di spesa. Non investire in politiche di welfare significa dare spazio al business sociale, che significa ritiro dello Stato e via libera al privato. Naturalmente resta il sempreverde welfare familiare, insomma il faidate. Poi ogni tanto qualche mancia per tacitare le coscienze e per dire che lo Stato si occupa delle donne, pardon delle mamme.

Quel lavoro invisibile, gratuito e dato per scontato non riguarda solo le mamme. Dobbiamo fare un passaggio culturale necessario. Care work is work, qualcuno già ne parla, ma non è una questione da declinare sempre e necessariamente al femminile. È quel non detto, quel dare per assodato che appartenga alle donne, che piaccia alle donne, che loro lo sappiano fare meglio perché da secoli lo fanno. Perché ci viene “naturale”. Ma anche basta.

Abbiamo le capacità per superare tutto questo bagaglio ingombrante di stereotipi e aspettative.

Basterebbe farsi un giro per capire che le donne della realtà sono altre. Affranchiamoci una volta per tutte, affermiamo, pratichiamo, difendiamo, realizziamo i diritti delle donne, in quanto esseri umani, non in funzione di un ruolo. Come facciamo a praticare tutto questo se ancora il nostro punto di partenza è donna = mamma? Sapete perché siamo discriminate? Perché non guardano a noi come esseri umani, ma come utero munite, pericolose mine vaganti, isteriche, raramente veniamo valutate per le nostre competenze. Per le assunzioni vale ancora lo stato di famiglia, prima ancora dell’esperienza e del curriculum. Per i licenziamenti o le “dimissioni volontarie” idem. Per le retribuzioni si ragiona di conseguenza. Non parlo per sentito dire, le ho vissute sulla mia pelle tutte queste cose. Nell’immaginario siamo tuttora noi ad essere considerate “scomode” o “inaffidabili”, perché sono ancora pochi gli uomini che si prendono congedi per motivi familiari, quando lo fanno a volte subiscono anche loro mobbing o blocchi di carriera. Qui occorre lavorare, smantellando certi automatismi e abusi.

“Abbiamo portato le mamme a occuparsi di politica. Ora la politica si occupi di loro. E’ la questione politica del nostro tempo, che nel 2017 la maternità possa essere considerata un ostacolo è assurdo”.

Sono mamma, ma non è merito del partito, né tanto meno di Renzi, se mi occupo di politica.

Ricordo che l’impegno delle donne in politica ha una storia, pensiamo solo alle donne della Costituente. Per quanto mi riguarda l’ho deciso io e non ho bisogno di input. Lo faccio da sempre, anche e soprattutto fuori dal partito. Non sono telecomandata e non ho padroni o suggeritori, lo ripeto. Non sopporto il paternalismo con cui si dicono certe cose.

La politica istituzionale si occupi delle donne tutte. Basta con questo desiderio smodato di riportarci indietro nei secoli. La questione politica del nostro tempo è contrastare le discriminazioni ovunque/comunque esse si manifestino. La questione politica attuale è affermare i diritti delle donne. D.O.N.N.E.

Ogni tanto ascoltateci, non fate affidamento esclusivamente ai guru della comunicazione.

A volte è utile un bel bagno di realtà.

Semplice, chiaro, nothing more to say.

5 commenti »

Questione di prospettive

ok

 

Sono stata all’incontro organizzato dal PD sul tema della prostituzione a Milano (qui), moderato dalla consigliera comunale Rosaria Iardino. L’iniziativa è stata fortemente voluta per colmare l’assenza di un confronto politico in città, che riuscisse a fare da contraltare alla campagna referendaria della Lega per l’abolizione della legge Merlin. A livello cittadino è attivo un Forum permanente sulla prostituzione, la Caritas, i sindacati confederali seguono e operano sul tema da anni. Ma il PD come si pone? Quel che è certo è che non è compatto sul tema. Non esiste una linea unitaria, lo dimostra il numero di proposte sulla prostituzione presentate dal partito, di orientamento anche molto diverso tra loro. Sarebbe interessante sondare le posizioni tra gli uomini politici. Bussolati, seppur invitato, non è intervenuto.
Che non si hanno le idee chiare lo dimostra anche il fatto che la senatrice Fedeli abbia firmato non solo il DDL 1201 a firma di Maria Spilabotte (qui), ma anche il DDL 1838 a firma di Giuseppina Maturani (PD) (qui), recentemente presentato da Orfini e Zanda. Non si tratta di omonimia. Ho controllato, so fare anche io qualche ricerca, anche se di solito mi si da torto perché non sono abbastanza “unta” e autorevole. (QUI)
Iardino introduce le relatrici, tratteggiando il quadro attuale, in cui i diritti delle donne sono sempre più sotto attacco: lo stato attuale dei consultori pubblici, l’obiezione di coscienza ecc. Tutte le conquiste fatte per consentirci di essere veramente libere di scegliere oggi devono tornare ad essere difese. “Sono rimasta turbata dalla discussione sulla legge Merlin, di come ci fossero sostegni bipartisan sulla necessità di cambiarla, soprattutto da parte degli uomini politici. Mi son detta, che per loro era facile parlare, prendere posizione, tanto si trattava di qualcosa che impattava il corpo delle donne, il mio corpo”. In una società civile, che aspira a migliorare se stessa, a progredire nei diritti per tutti, non è ammissibile che si pensi di tornare indietro. Anche perché poi il dibattito si riduce a un problema sanitario o di ordine pubblico, per nascondere altro. L’auspicio di Iardino è di focalizzarci su come combattere la tratta, e se proprio vogliamo modificare qualcosa, intensificare le misure per contrastare lo sfruttamento. “Non penso che una donna possa trovare piacevole prostituirsi. Sostenere questo significa ignorare la vita reale delle prostitute.”
Sul tema a mio avviso c’è troppa approssimazione, che non ha confini, è trasversale, da destra a sinistra, indipendentemente dall’età anagrafica. E poi per non sembrare moralisti e bacchettoni, molti imbracciano la causa del comitato Covre e similari. La miscela è esplosiva. Si rischia di ragionare senza conoscere i fatti, le norme e le sentenze della Consulta che dal 1958 si sono susseguite.
Non capisco se è uno scherzo, quando la senatrice Maria Spilabotte inizia il suo intervento sostenendo che dal 1958 non ci siano stati interventi in materia di prostituzione, come se tutto si sia fermato alla legge Merlin. Lei sembra la prima ad essere sbarcata sul pianeta prostituzione, pronta a riformarlo. Quindi decenni di dibattiti, di sentenze della Corte, di proposte di legge sembra che non ci siano mai stati. Superiamo questo passaggio e veniamo a scoprire che i parlamentari che si stanno adoperando sul tema sono ben 100, che stanno limando e confezionando un testo da servirci al più presto. In pratica si sta cercando di trovare una sintesi tra tutti i progetti presentati: finora c’è l’accordo sul 70% dei contenuti, per il resto si cercherà di trovare l’accordo. Non sappiamo se i sostenitori del DDL Maturani siano parte del gruppo di lavoro.
Il DDL Spilabotte è stato per ora controfirmato da 27 senatori. Un testo costruito ascoltando le sex workers e le associazioni che rappresentano le prostitute (vedasi la solita Pia Covre), non tutte, solo quelle interessate alla regolamentazione, visto il testo partorito. Spilabotte continua, lodando gli intenti della legge Merlin, sostenendo di non volerla abrogare. Certamente per realizzare le cooperative di cui si parla, qualcosa si dovrà limare, vedi i reati di induzione e favoreggiamento. Sì, cooperative autogestite dalle prostitute, non bordelli. Cambia pure la dicitura, dopo sex worker, siamo alle coop. Come si possa stabilire che a monte non vi sia coercizione, sfruttamento, tratta e organizzazioni criminali (dietro la maîtresse) resta un mistero. Si torna indietro, ma tanto. Tu puoi anche inasprire le pene per sfruttamento, ma se di fatto rendi i confini difficilmente individuabili, non credo che sia la strada giusta. Già ora è tanto complicato, figuriamoci con una eventuale nuova legge come questa.
Mi devo sorbire ancora il discorso sui diritti delle sex worker, che amano questo lavoro e vogliono assicurarsi un futuro, pagando contributi e tasse (su questo punto la Covre è critica, soprattutto in merito al tariffario previsto nel DDL).

iscrizione CCIAA

 

Riconoscimento della professione, con tanto di pensione al raggiungimento dei 60 anni. Secondo la senatrice ce la possono fare a svolgere quel “lavoro” fino al raggiungimento dei 60 anni. Entriamo nella fantascienza, come se non si sapesse che per poter sopportare quel tipo di vita, si ricorre a ogni tipo di anestetico, dai farmaci, alla droga e all’alcol. Diciamo ancora una volta, che nessuna riesce a tollerare di essere continuamente abusata, senza ricorrere a qualcosa che allevi la sofferenza, senza ricorrere a una dissociazione del proprio io, senza subire conseguenze psicologiche gravi. Pensate poi davvero che le prostitute possano scegliere il cliente, le tariffe, le prestazioni, che diventino ricchissime? In un mercato libero, le tariffe tendono ad abbassarsi gradualmente.
Occorre poi puntualizzare che in Italia l’assistenza sanitaria è universale.
Una nuova legge per far emergere il nero e il sommerso. Come no, in Germania, solo 44 persone si sono registrate. Tutte le altre son rimaste nel sommerso. Chi vorrebbe un marchio per la vita? Chi potrebbe pagare cifre come queste?
Mi sembra incredibile che si voglia tornare indietro, con tanto di stigma a vita, con ipotetiche fatturazioni al cliente, con tracciabilità delle transazioni. Poi mi chiedo che cosa accadrebbe a chi decidesse di non registrarsi o fosse impossibilitato a farlo perché di fatto schiav*, minore o clandestin*. Ricordo che il 95% è prostituzione coatta.
La senatrice parla di “stato pappone”, che tramite Equitalia, chiede alle prostitute di pagare multe per evasione. Si riferisce al caso Efe Bal, che può rappresentare solo se stessa e poche altre, perché la situazione finanziaria della maggior parte delle prostitute è ben diversa. Sono schiave e non hanno nessun diritto sui loro guadagni. Basta con la favola della prostituta felice, ricca e autodeterminata. Aggiungiamo violenza a violenza.
Tornare allo stato che incamera ricavi da questo mondo di violenza significa: stringere accordi con chi sfrutta le persone, con le organizzazioni criminali e i trafficanti; consentire che ci sia un territorio in cui i diritti umani non vengano applicati o nel quale sia sospesa la lotta alla violenza. Regolamentare significa avere di fatto anche meno poteri per indagare e definire le situazioni di sfruttamento e di tratta.
Spilabotte adopera concetti ascoltati altre mille volte: autodeterminazione, non abbiamo la bacchetta magica, controlli sanitati/psicologici, uso obbligatorio profilattico. Devo fare uno sforzo per continuare a seguire. Poi arriva un’altro scivolone. Spilabotte parla del divieto di locazione di immobili a prostitute, che lei avrebbe rimosso nel suo testo. Non sa o finge di dimenticare che secondo la sentenza 7076/2012 della Consulta (qui), questo fatto non costituisce reato, anche se il proprietario è a conoscenza dell’attività che si svolge.

A questo punto viene data la parola all’altra relatrice, Marina Terragni, che realizza un bel collage sul tema, recuperando e utilizzando materiale e idee di matrice femminista e dati/riflessioni/testimonianze ampiamente presenti in rete. Cerca di spiegare il senso vero del motto “il corpo è mio e me lo gestisco io”: il corpo è della donna e non è qualcosa che si può cedere all’uomo, per soddisfare un suo bisogno. Cita Judith Butler, “il corpo è mio e non è mio”, nel senso che il corpo non è una monade, ma vive in relazione da sempre, per tutta la sua vita con altri corpi, esseri umani. Il corpo non è solo nel mondo, non è separato dal resto, ma compone la società, che è un tessuto unico, interconnessione di individui, con diritti inalienabili, non soggetti a compravendita. Il fatto che sia possibile vendere il proprio corpo o una sua parte non è contemplato dal nostro ordinamento giuridico.
Si richiama la risoluzione Honeyball, in cui la prostituzione è considerata schiavitù, e testimonia lo stato di illibertà e di disparità in cui vivono ancora oggi le donne. Alla radice c’è sempre uno stato di bisogno o di violenza. Lo abbiamo più volte richiamato. Così come non esiste luogo sicuro e che tuteli veramente le prostitute. Per le strade o al chiuso non cambiano la violenza a cui sono sottoposte e i rischi per la loro stessa vita. Terragni ribadisce più volte che questo non può essere considerato un lavoro, un servizio sociale, un mezzo per ridurre gli stupri, che dobbiamo stare dalla parte delle sorelle prostitute, delle vittime di tratta. Queste cose le ripetiamo da tanto tempo, oggi dobbiamo definire le priorità (le vittime di tratta o chi è costretto perché non ha alternative per sopravvivere) e concentrarci per raggiungere l’obiettivo. Tutto il resto sono parole al vento. Non chiediamo la normalizzazione della violenza, dello sfruttamento, dello schiavismo, di presunti diritti e bisogni maschili. Terragni chiede: “perché l’Italia deve andare nella direzione opposta rispetto alla strada che si sta intraprendendo in molti paesi, dopo il fallimento di politiche di regolamentazione?” Ribadisce la sua contrarietà a ipotesi di zoning e quando conclude rivolgendosi agli uomini: “alle prostitute voi fate schifo, ma vi illudete del contrario”, si alza un coro di proteste, gli ometti presenti si sentono urtati.
Tiziana Scalco, CGIL, interviene chiedendo che ogni sforzo (anche con fondi consistenti) si concentri sul contrasto alla tratta. Penso che sia stato fondamentale ribadire alcune cose: che la prostituzione non c’entra con la sessualità della donna, che in una società libera e democratica non si può concepire che sia considerato normale comprare corpi, che possa diventare un mestiere come un altro. Il lavoro di cui parla la nostra Carta è ben diverso. Così pure l’iniziativa economica privata (art. 41 Cost. Italiana). Quale lavoro può contemplare violenza e violazione della dignità umana? Quale aberrante eccezione dei diritti umani può generarsi se si consente di aprire le porte a una mentalità simile!
A un certo punto, mi è ben chiara una cosa. Sulla pelle delle donne si sta combattendo una battaglia di varia natura: c’è chi strumentalizza il fenomeno per avere visibilità politica (per fini elettorali o anche per dare visibilità a un’attività politica che altrimenti passerebbe inosservata); ma ho anche il sospetto che dietro questo agitarsi sul tema ci siano pressioni da parte delle organizzazioni criminali, smaniose di avere un business “pulito” e legale.

Donatella Martini porta una lettera di donne sopravvissute alla prostituzione del gruppo internazionale SPACE che prendono parola contro la regolamentazione, credo che il testo sia questo:
http://www.resistenzafemminista.it/lettera-aperta-delle-sopravvissute/

Chiude l’incontro Sara Valmaggi, che parla della necessità di coinvolgere nel confronto gli uomini e le sopravvissute. La priorità è la tutela dallo sfruttamento e un aiuto concreto per consentire di uscire dalla prostituzione. Si accenna al DDL della senatricce Maturani, che va in questa direzione, prevedendo un inasprimento delle pene per gli sfruttatori (arresto in flagranza, confisca dei beni, interdizione da misure di pena alternative).
La senatrice Spilabotte replica brevemente, affermando la sua posizione in disaccordo rispetto alla risoluzione Honeyball (per maggiori informazioni qui, qui e qui), che pare non gradita anche a molti eurodeputati PD. Non riesco a reperire i voti dettagliati perché il sito Vote Watch consente l’accesso gratuito al database solo per la legislatura in corso.
Parla della necessità di una educazione sentimentale e alle relazioni, ora inserita nella Buona Scuola. Chiudiamo con una affermazione da brividi della senatrice: “dobbiamo evitare che le persone si trovino sotto casa le prostitute, che assistano a rapporti consumati in auto”, quindi basta non vedere e non conoscere la violenza, basta chiuderla in appartamento.
Ricordiamo che anche a Milano, c’é chi chiede di attivare lo zoning: così Yuri Guaiana, consigliere radicale in Zona 2 (qui e qui).
Avrei voluto chiedere alla senatrice Spilabotte se lei sceglierebbe mai per sé e per i suoi cari una vita di questo tipo. Visto che è una fan dell’autodeterminazione e dell’empowerment che deriva dal prostituirsi.

Avrei voluto intervenire e fare le osservazioni che ho riportato in questo post.

Non c’è stato tempo e spazio per gli interventi del pubblico, un vero peccato.
Ringrazio Rosaria Iardino per la chiarezza e la fermezza della sua posizione. Alla prossima!

5 commenti »

Il giorno dopo e quelli che verranno

Ci siamo, le percentuali del PD sono da giubilo generale, panciute come solo la DC sapeva fare ed è forse anche per questo che vorrei non sentire più che è merito di Matteo. Perché se davvero ci si appoggia a questo passato, vuol dire che c’è poco di cui gioire. Abbiamo il partito plebiscitario che in molti desideravano e hanno costruito, un partito con un’immagine personalistica ben definita (basti pensare che molte schede (naturalmente annullate) portavano il marchio Renzi, come nei tempi felici si scriveva ovunque Berlusconi). Abbiamo la pancina piena di voti e dobbiamo stare attenti a non perdere la testa. Oggi vorrei sottolineare che la vittoria è patrimonio di tutte le anime che il PD contiene, nel bene e nel male. Mi fa venire un po’ di mal di stomaco, sapere che si è compiuto il miracolo di Matteo, che ha saputo intercettare i voti dei forzitalioti e di altri dispersi di centro-destra, attirati dalla rassicurante figura di Matteo il non-comunista, perché questo significherebbe ammettere che siamo diventati un’altra cosa.

Oggi, tuttavia, ho un mio personale motivo di gioia: Renata Briano andrà a Bruxelles. È come se un seme di buona politica sia riuscito a germogliare, nonostante tutto. Sono certa che farà un gran bene.
C’è tanto da fare e il PD ha tante forze positive che vanno ben al di là del potenziale di Renzi. Questi sono i motivi che mi hanno spinta a restare e a continuare ad aver fiducia nel PD.

Dovremo essere capaci di non subire un arretramento in chiave neo-democristiana. Siamo in pochi a non essere ancora stati folgorati da Matteo. Magari domani toccherà a me. Magari riusciamo a contenere la deriva personalistica. Mi dispiace, ma non dirò mai che è tutto merito di Matteo, non è nel mio DNA un approccio del genere.

Tornando al nostro Paese, ora ci aspettano tempi e riforme difficili, forse indigeste, ma visto il successo elettorale, dovremo tenercele così come sono. Questo non vale solo per l’Italia.

Vorrei tornare un attimo con i piedi per terra. Li avete visti i risultati altrove? Avete presente il sogno di Schulz presidente? Probabilmente ce lo dovremo dimenticare, ci toccherà Juncker, con quel che ne consegue. L’inversione di rotta che molti speravano potrebbe restare un miraggio. Perché a saper leggere i dati sotto una lente più attenta, potremmo scorgere una rinascita popolare, che molti davano per moribonda, di cui Renzi potrebbe benissimo esserne un sintomo. Scricchiola sotto il peso della Troika il risultato generale e dimostra come non c’è molto di cui gioire.

Lascia un commento »

Quando mancano le parole

ragù

Ho provato a soprassedere, ma ho dovuto cedere. Le esternazioni della Picierno a dir poco “infelici”, sono dettate da superficialità e da una voluta (o meno) non conoscenza della realtà. Quando vivi in certi contesti perdi il contatto con la realtà, almeno che tu non sia animato da doti personali che ti portano a mantenere i piedi per terra. Ci sono questioni su cui sarebbe preferibile non aprir bocca, se questi sono i risultati. Se non si sa che dire e se non si ha qualcosa di intelligente e sensato da dire, meglio tacere. La non curanza con cui si parla è indice di pigrizia mentale e di mancanza di rispetto per i potenziali interlocutori e elettori. Come se il voto derivasse da un atto di fede o di amore spassionato nei confronti di un leader o di un partito. Se si vuole essere sinistra, non è sufficiente la parola o un’etichetta. Parlando in questo modo si è non dissimili dalla destra becera e qualunquista. Che siamo all’interno di una permanente campagna pubblicitaria lo abbiamo capito, ma almeno ci risparmino questi consigli per gli acquisti.

Qui non si tratta di elemosina o di social card, ma di usare bene le parole. La Picierno, per quanto possa essere un’ottima deputata (mi era sembrata tale sino a ieri), si è giocata la carta credibilità.

Queste toppe postume lasciamole a casa. Leggendo quest’ultima intervista mi va in tilt il sistema nervoso. La Picierno che da brava massaia cucina il ragù per ore ed ore. Con 80 euro riesce a comprare macinato “sceltissimo”. Se volete, potete gustarvi il video della Picierno che fa la spesa. Oppure vederla a Ballarò.

Non ci lamentiamo se diventiamo una barzelletta e risultiamo indifendibili.

Vi consiglio questo post di Abbatto i muri.

Basta così.

Una militante sconcertata, per usare un eufemismo.

Lascia un commento »

La chiamano deviazione: #dimissioniinbianco

Ci vorrebbe una bella capriola con doppio rovescio: riuscire a spiegare perché il DDL sulle dimissioni in bianco sia stato fatto confluire nel calderone unico del Jobs Act, anziché approvarlo anche al Senato.

Sacconi in commissione?

No, hanno precisato che si tratta semplicemente di una scelta dettata da un lungimirante e puro spirito di organicità degli interventi normativi in materia di lavoro.

Ok, andiamo avanti così, tanto per coerenza e chiarezza assoluta.

Questa come la spieghiamo in giro?

Mi date un ombrello per ripararmi dal lancio di uova?

Approvarla subito no?

Speriamo che non si perda nei meandri degli emendamenti al Jobs Act.

Speriamo e tanti auguri.
Una donna democratica, basita e infuriata.

Lascia un commento »

La politica antimafia e le istituzioni

A4 EVENTO PD 5 APRILE 2014 - DEF

Il circolo PD “Enzo Biagi” di Milano ha organizzato un incontro dal titolo “La politica antimafia e le istituzioni”, che ha visto il prezioso contributo apportato da personalità da tempo impegnate su questo fronte. I lavori sono stati efficacemente introdotti e moderati da Rosario Pantaleo, consigliere del Comune di Milano e membro della Commissione Antimafia.
Il Senatore Franco Mirabelli, membro della Commissione parlamentare Antimafia, ha esordito ricordando i grossi passi in avanti compiuti dalla magistratura nella lotta alle mafie, grazie anche al fenomeno del pentitismo. In parallelo si è registrato un rafforzamento delle capacità di appartati come la ‘ndrangheta, che ha saputo ritagliarsi un ruolo di primo piano in riferimento ai principali traffici illeciti, anche grazie all’accesso ai vari cartelli sudamericani della droga. La ‘ndrangheta ha scelto di mettere in atto una strategia molto invasiva e che riguarda il riciclaggio di denaro sporco, che ha nel nord Italia ha ottenuto un particolare successo, poiché le attività economiche sono più numerose e attive e risulta più semplice ripulire il denaro. La ‘ndrangheta ha una struttura molto solida, costituita da “locali” sparse sul territorio, con un buon grado di autonomia, che però rispondono tutte al centro del sistema, in Calabria. L’infiltrazione avviene con successo grazie alla scelta di non procedere quasi mai con azioni eclatanti o di scontri violenti, per restare invisibili, per non suscitare reazioni nell’opinione pubblica, per evitare fenomeni di pentitismo. Un esempio tipico di questa prassi è il fatto che dopo la faida tra famiglie di Duisburg del 2007, qualcuno scelse la via di una sorta di “pacificazione” tra i clan, che bloccò ogni forma di scontro violento, al fine di spegnere i riflettori sulla vicenda: gli affari prima di tutto. Senza pentitismo, l’azione di contrasto risulta molto più complicata. Con l’arrivo della crisi economica e la riduzione dei prestiti da parte degli istituti di credito, la ‘ndrangheta ha incrementato l’invasione del nord Italia, divenendo uno dei principali finanziatori alle imprese. Questo ha permesso alla ‘ndrangheta di penetrare nel tessuto economico, di inquinare l’economia del territorio: ciò comporta un pari inquinamento della democrazia del paese.
Il Senatore Mirabelli ha richiamato il caso di Sedriano, che è stato il primo comune lombardo sciolto per mafia. Questa vicenda dimostra come la ‘ndrangheta sia capace di costruire strutture composte da pezzi di economia reale e di pubblica amministrazione. Si evince che non solo la produzione ma anche il settore delle professioni (avvocati e commercialisti) e la politica sono coinvolti in casi di infiltrazione mafiosa. A tal fine opera l’art. 416 ter del codice penale, che interviene in materia di scambio elettorale politico-mafioso. Il Senatore Mirabelli auspica un ruolo forte degli ordini professionali, volto a punire i professionisti che si prestano ad azioni di connivenza con le organizzazioni criminali: attraverso la creazione di una white list di professionisti a garanzia della legalità.
La mafia si innesta su politica e P.A. per riuscire ad ottenere consenso sociale, attraverso il controllo sui fondi per i sussidi per i poveri. La ‘ndrangheta ha superato la prassi della corruzione di organismi politici, riuscendo a collocare propri uomini presso le istituzioni amministrative locali. Per questo motivo dobbiamo attrezzarci e adottare criteri di trasparenza nella scelta delle candidature, in vista delle prossime europee e amministrative di maggio.
La mafia è forte, ma si sono contemporaneamente creati dei robusti anticorpi costituiti dall’antimafia. Ciò è stato reso possibile attraverso una legislazione all’avanguardia, che va comunque costantemente manutenuta e aggiornata. In Italia è previsto il sequestro e la confisca dei beni in via preventiva, anche in assenza di una sentenza di condanna definitiva. Colpire i patrimoni (anche attraverso sinergie internazionali) è vitale, perché segna una vittoria morale e concreta dello Stato nei confronti di queste organizzazioni. Al fianco di questa prassi, va accelerato il processo che deve consentire una veloce restituzione di tali beni alla collettività. A tale scopo Mirabelli suggerisce la necessità di una modifica delle modalità di azione dell’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione di beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata. Occorre assegnare più potere ai magistrati che dispongono queste misure, in modo tale che decidano immediatamente che uso farne. Inoltre, va rivisto anche il ruolo dei custodi giudiziari. Siccome spesso sono intere aziende ad essere oggetto di confisca, occorre consentire che esse proseguano la produzione, prevedendo anche che arrivino le risorse finanziarie necessarie (da qui la necessità di una collaborazione con le banche). Al momento, per quanto concerne i fondi liquidi confiscati alle mafie, è previsto che confluiscano nel FUG (fondo unico giustizia). Mirabelli auspica che si crei un fondo ad hoc.
Mirabelli ha toccato anche il tema della necessità di una legge che preveda e persegua il reato di autoriciclaggio (ricordo la proposta presentata qualche giorno fa da Giuseppe Civati).
Il presidente della Commissione Antimafia del Comune di Milano David Gentili ha sottolineato l’importanza di coinvolgere tutti i ruoli nel contrasto alle mafie, poiché queste organizzazioni criminali creano legami trasversali tra professioni, settori economici, pubblica amministrazione. Uscire dall’omertà, dalla convenienza personale, dal clima di paura sono le ricette per creare un fronte coeso di lotta. Occorre contrastare la deresponsabilizzazione e spingere per una cittadinanza attiva e per una partecipazione responsabile. Questo significa agire anche a livello culturale e sin dalla scuola, come ha ribadito anche Laura Grata dell’associazione Libera. Milano è stata il primo Comune ad applicare la legge 231/2007 in materia di antiriciclaggio, che prevede l’obbligo per banche, operatori finanziari e pubbliche amministrazioni di segnalazione delle operazioni sospette, attraverso analisi (e incroci di dati) puntuali e periodiche di determinati indicatori di rischio. In questo il Comune di Milano è stato pioniere nel prevedere questo tipo di prassi, sia in capo a persone fisiche che ad aziende. Esiste un ufficio preposto alla ricezione di segnalazioni in caso di atti intimidatori, cambiamenti sospetti di licenze commerciali, incendi dolosi di attività commerciali ecc. Gentili ha ribadito la necessità di un codice di autoregolamentazione per i politici del PD, al fine di evitare spiacevoli episodi di infiltrazione mafiosa (vedi Pioltello e Lecco). Come Commissione Antimafia di Milano si è cercato di dare un segnale sanzionatorio (tramite la sospensione dell’appalto organizzativo) laddove le imprese che gestivano le feste di via e le fiere hanno dimostrato di non avere una conduzione corretta. Le situazioni opache come queste devono essere chiarite, anche grazie alla partecipazione diretta della cittadinanza.
Per quanto riguarda il PD, Gentili ha auspicato che le liste dei candidati siano rese pubbliche con largo anticipo, per consentire una verifica tempestiva.
Laura Grata, da tempo impegnata con Libera, associazione nata nel 1995 a ridosso delle grandi stragi di mafia degli anni ’90, ha ricordato gli sforzi per la raccolta firme per la legge di iniziativa popolare, diventata poi la L. 109/1996, che ha previsto che i beni sottratti alle organizzazioni criminali siano restituite alla collettività, alla società, per fini di giustizia e sociali. Sicuramente un’impresa tolta alla mafia e affidata a una cooperativa di giovani ha un forte valore simbolico: un fiore che cresce laddove la criminalità aveva fatto terra bruciata. Ma spesso il passaggio non è così semplice e molte di queste attività falliscono e stentano a decollare. In questo alveo si inserisce l’iniziativa di Libera sui Forum regionali e interregionali sui beni confiscati alla criminalità organizzata, conclusasi con la con la Conferenza nazionale “Le mafie restituiscono il maltolto. Il riutilizzo sociale dei beni confiscati per la legalità, lo sviluppo sostenibile e la coesione territoriale”, che si è tenuta il 1 marzo in Campidoglio a Roma.
In Lombardia si contano 958 beni confiscati, di cui ben 585 solo a Milano. Le istituzioni del territorio milanese stanno svolgendo un’importante opera di controllo di tutto il grande cantiere dell’EXPO 2015, che sinora ha portato ad estromettere dai lavori 42 aziende risultate non in regola con i protocolli fissati per le attività.
Per rimarcare la centralità del tema del lavoro, si segnala l’iniziativa di Libera presso l’Università Statale di Milano, dal titolo: “Quale gestione per le aziende confiscate”. Tra i relatori Nando dalla Chiesa, Davide Pati, don Virginio Colmegna, Antonio Calabrò, Stefania Pellegrini.
Libera è impegnata anche in vista delle elezioni europee per creare una rete capace di incidere sulle istituzioni, per parlare di welfare e di sostegno a chi non ha lavoro. A tale scopo è nata l’iniziativa “Miseria Ladra”. La povertà è la peggiore delle malattie, perché senza uguaglianza e giustizia sociale si lascia spazio all’illegalità.
Il 24 febbraio 2014 anche l’Europa (qui e qui) si è dotata di una normativa in tema di confisca di beni alla criminalità organizzata, sebbene solo dopo sentenza definitiva passata in giudicato.

Il tema della legalità dev’essere centrale, perché non si tratta solo di criminalità organizzata, ma di rispetto delle regole: se viene meno si crea una frattura nel rapporto di fiducia cittadini-rappresentanti politici, che consente alla criminalità di infiltrarsi nelle istituzioni. Prevedere uno scudo fiscale per il rientro dei capitali dall’estero, varato quando Maroni era ministro dell’Interno, significa legittimare un comportamento illegale e derubricarlo. Un pericoloso precedente e un esempio da non ripetere.

DSC04282 ok DSC04278 ok DSC04262 ok DSC04258 ok

 

Lascia un commento »

Una risoluzione contro la violenza

Lo scorso 25 febbraio, il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione sulla “Lotta alla violenza contro le donne”.

Il testo contiene la richiesta di una direttiva e una serie di proposte per la definizione di nuovi strumenti legislativi connessi a sette temi principali: standard minimi di difesa delle vittime di violenza, prevenzione e controllo della violenza sulle donne, creazione di sistemi nazionali coerenti ed equivalenti fra loro, coordinamento a livello UE della lotta alla violenza sulle donne, condivisione delle buone pratiche, creazione di un forum della cittadinanza e delle associazioni, creazione di un supporto finanziario per il meccanismo di uguaglianza di genere.

Un gruppo di eurodeputate, tra cui Patrizia Toia, in occasione della presenza dei commissari nei dibattiti in Aula, ha richiesto che l’Unione Europea abbia un ruolo più attivo nel far ratificare la Convenzione di Istanbul.

Lascia un commento »

Iniziamo dalla parità retributiva

Vi riporto la lettera dell’europarlamentare Patrizia Toia, in merito alla quarta giornata europea per la parità retributiva che si celebra oggi. In un contesto italiano veramente terrificante, penso sia opportuno riflettere. Noi donne penalizzate ma necessarie, in un continuo sbilanciamento di ruoli e trattamenti. In un contesto in cui si fa strada il regime dei contratti aziendali, risulta sempre più arduo garantire dei diritti uguali per tutti e tutte.

Per la seconda volta si è scelto come data il 28 febbraio, che corrisponde al 59° giorno dell’anno, perché 59 sono i giorni che una donna dovrebbe lavorare in più per guadagnare quanto un uomo.

In Europa, infatti, secondo i dati pubblicati oggi dalla Commissione Europea, le donne continuano a lavorare 59 giorni a salario zero.

Il differenziale retributivo di genere, cioè la differenza media tra la retribuzione oraria di uomini e donne nell’intera economia, è rimasto quasi immutato negli ultimi anni ed è ancora del 16% circa (attestandosi al 16,4%, come l’ anno precedente).

Il divario retributivo di genere è la differenza tra il salario orario medio lordo degli uomini e quello delle donne nell’intera economia dell’Unione, espresso come percentuale del salario maschile.

Gli ultimi dati indicano appunto, per il 2012, un differenziale retributivo medio del 16,4% nell’Unione europea e confermano una stagnazione dopo la lieve tendenza al ribasso degli ultimi anni rispetto al 17% e oltre degli anni precedenti.

In Danimarca, nella Repubblica Ceca, in Austria, nei Paesi Bassi e a Cipro si registra una costante riduzione del divario, mentre altri paesi (Polonia, Lituania) hanno invertito la tendenza al ribasso nel 2012. In alcuni paesi, come l’Ungheria, il Portogallo, l’Estonia, la Bulgaria, l’Irlanda e la Spagna, negli ultimi anni il differenziale retributivo di genere è aumentato.    

La tendenza al ribasso è riconducibile a una serie di fattori, come l’aumento della percentuale di lavoratrici con un più elevato livello di istruzione e l’impatto della recessione economica, che è stato più forte in alcuni settori a prevalente manodopera maschile (edilizia, ingegneria). Pertanto, questo lieve livellamento non è imputabile esclusivamente ad aumenti della retribuzione femminile o a un miglioramento delle condizioni di lavoro delle donne.    

In una relazione del dicembre 2013 sull’attuazione delle norme UE sulla parità di trattamento di uomini e donne in materia di impiego (direttiva 2006/54/CE), la Commissione ha constatato che la parità retributiva è ostacolata da una serie di fattori: sistemi retributivi poco trasparenti, assenza di chiarezza giuridica nella definizione di “lavoro di pari valore” e ostacoli procedurali. Riguardo a tali ostacoli, ad esempio, le vittime di discriminazioni retributive non sono sufficientemente informate su come presentare un ricorso efficace e non sono disponibili dati sui livelli salariali per categoria di dipendenti. Una maggiore trasparenza dei sistemi salariali permetterebbe raffronti immediati tra le retribuzioni dei due sessi, favorendo così le rivendicazioni da parte delle vittime.    

La Commissione sta attualmente valutando i possibili interventi a livello europeo per accrescere la trasparenza salariale e ridurre così il differenziale retributivo di genere, contribuendo a promuovere e facilitare l’effettiva applicazione del principio della parità retributiva.    

Vale la pena di ricordare che la parità retributiva è sancita dai trattati sin dal 1957 e trova attuazione nella direttiva 2006/54/CE sulla parità di trattamento fra uomini e donne in materia di occupazione e impiego.    

Oltre a monitorare la corretta applicazione della normativa, l’Europa è intervenuta costantemente su tutti i fronti per colmare il divario retributivo. Tra gli interventi voglio ricordare l’iniziativa Equality Pays Off (L’uguaglianza paga) portata avanti nel 2012 e nel 2013, che ha sostenuto i datori di lavoro impegnati a ridurre il divario retributivo di genere con l’organizzazione di seminari e formazioni, le raccomandazioni specifiche per paese formulate ogni anno nel quadro del semestre europeo, che richiamano l’attenzione degli Stati membri sulla necessità di affrontare il problema del divario retributivo, le giornate europee per la parità retributiva, lo scambio di buone prassi, il finanziamento di iniziative degli Stati membri attraverso i Fondi strutturali e le azioni della società civile.    

Vi segnalo anche alcuni esempi di buone pratiche che promuovono la parità retributiva a livello nazionale, presenti in altri Paesi dell’UE:    

nel 2012 il Parlamento belga ha adottato una legge che obbliga le imprese a condurre, ogni due anni, analisi comparative della struttura salariale. Il Belgio è anche il primo paese dell’UE ad avere organizzato (nel 2005) una giornata per la parità retributiva;    

il Governo francese ha rafforzato le sanzioni per le aziende con più di 50 dipendenti che non rispettano gli obblighi in materia di parità di genere. Per la prima volta, a seguito di un decreto del 2012, nell’aprile 2013 due imprese sono risultate non conformi alla normativa sulla parità retributiva;    

la legge austriaca sulle pari opportunità impone alle imprese di presentare relazioni sulla parità retributiva. Le disposizioni, introdotte gradualmente, si applicano attualmente alle imprese con più di 250, 500 e 1 000 dipendenti, mentre quelle con più di 150 dipendenti dovranno adeguarsi a partire dal 2014;    

con la risoluzione dell’8 marzo 2013, il Portogallo ha introdotto misure volte a garantire e promuovere la parità tra uomini e donne sul mercato del lavoro, in termini sia di opportunità che di risultati, anche attraverso l’eliminazione dei divari salariali; tali misure includono l’obbligo per le imprese di rendere conto in merito al differenziale retributivo di genere.    

Allego le statistiche in merito al divario retributivo.

Lascia un commento »

L’Europa che vogliamo

UE

Ieri sera ho partecipato alla presentazione, a Milano, dei risultati dell’indagine “L’Europa che vogliamo”, patrocinata dagli europarlamentari Antonio Panzeri e Patrizia Toia, con la partecipazione dell’On. Hannes Swoboda, presidente del gruppo S&D (il gruppo di cui ha fatto parte il PD, sino all’ammissione ormai ufficiale nel gruppo PSE) al Parlamento europeo. L’idea ricalca lo slogan ulivista che qualcuno ricorderà.. In pratica, dalla scorsa estate è girato un camper per la Lombardia, che si è recato presso i mercati rionali e ha raccolto opinioni in merito al progetto europeo (1.700 questionari raccolti). La base degli intervistati è quasi prettamente composta da persone vicine al PD. Il questionario era disponibile anche online e c’era anche una pagina FB. Ha girato poco nei circoli PD, sempre a causa di una strana disconnessione dalla realtà che affligge un gran numero di circoli. Vorrei riassumervi il contenuto della serata. Sicuramente siamo di fronte a una crisi strutturale dell’UE, che se non correttamente affrontata potrebbe costituire una battuta d’arresto per l’intero progetto. Quindi urge un intervento, che completi l’architettura europea, che costruisca uno scheletro istituzionale adeguato, che detti una linea politica, economica, sociale e democratica di partecipazione. L’Europa deve tornare ad essere una realtà che può realizzare qualcosa di positivo non solo per le prossime generazioni, ma anche per tutti coloro che hanno bisogno di sostegno ora, donne, anziani, bambini. Dev’essere quindi un lavoro per superare l’euroscetticismo, innanzitutto. Tra le conquiste principali raggiunte, gli intervistati hanno scelto: la libera circolazione sul territorio europeo, aver assicurato un periodo di pace, euro e mercato comune. In un gioco di accostamento, l’idea di UE è legata strettamente alle parole opportunità, pace e burocrazia. Quest’ultima parola detta un po’ il segno di come ultimamente viene presentata l’Unione: un pachiderma di direttive che si aggiunge a quelle nazionali. In realtà questo comune sentire è foraggiato da una mancanza di informazione adeguata, di cui si lamentano gli intervistati. Si parla di Europa solo in momenti di crisi e per sottolineare le sue debolezze. Tra i programmi europei più conosciuti emergono l’Erasmus, i FSE, i programmi per la ricerca, Leonardo. Quello di cui ci sarebbe bisogno è un programma Erasmus allargato alla dimensione lavorativa. Perché tra i temi più urgenti c’è proprio il lavoro o la sua cronica mancanza. Occorre concentrarsi al fine di trovare soluzioni comuni a questa piaga. Occorre investire in ricerca, innovazione, sviluppo, istruzione perché si possa competere a livello globale, come suggerisce l’attento e preparato Swoboda. Siamo all’incirca il 7% della popolazione mondiale e solo se siamo competitivi in innovazione possiamo sperare di incidere nel mondo globalizzato. Lo si può fare rimanendo uniti, spingendo per l’affermazione dei diritti umani, della pace, di un serio approccio ai cambiamenti climatici. Dobbiamo diffondere il modello di welfare europeo. In Europa ci sono molteplici identità, che devono arrivare a lavorare insieme, unite per poter contare qualcosa nel mondo di oggi e di domani. Questa è la sfida vera. L’On. Swoboda ci spinge a guardare agli aspetti meno ovvi e ad evitare considerazioni comode. Dobbiamo essere realisti e cambiare la sostanza delle nostre politiche nazionali ed europee. Senza un approccio unitario non si può sperare di resistere a lungo. Dal suo intervento ho capito cosa manca ancora a buona parte della nostra classe politica: il coraggio delle proprie idee, una forte cultura realmente socialista, una preparazione corposa su temi globali, insomma una visione d’insieme e chiarezza di intenti.

Manca un’unità d’intenti vera, mancano istituzioni efficienti e democratiche, mancano i grandi ideali, manca la dimensione sociale: sono queste, in ordine di rilevanza, le mancanze che gli intervistati segnalano. Quindi manca una visione coesa di Europa. Bisognerebbe impegnarsi maggiormente nel decidere preventivamente quali politiche adottare in Europa. I cittadini lamentano una scarsa propensione alla pianificazione intelligente del modo in cui i politici nazionali si confrontano con le politiche comunitarie. Ci si concentra sui problemi nazionali e si perdono di vista le opportunità europee. L’Europa manca di incisività perché sono ancora troppo prevalenti gli interessi nazionali. Quindi cosa vogliamo dall’Europa di domani? La costituzione di una realtà politica unica, politiche di aiuto alle economie dei Paesi in difficoltà, politiche per i giovani, creare un senso di appartenenza europeo (difficile da realizzare, viste le spinte separatiste che serpeggiano all’interno di molti stati dell’UE). Quindi deve svilupparsi un’Europa sensibile ai problemi di chi ha bisogno. Si chiede un’inversione di rotta chiara, rispetto a certi approcci che hanno sconquassato Paesi come la Grecia. Per questo le prossime europee sono un passaggio fondamentale e per nulla secondario per poter far capire l’Europa che vogliamo. Quindi, non dovranno essere un voto di protesta, ma un segnale preciso della rotta da intraprendere. Basta tentennamenti, che hanno prodotto tanti danni.

Sempre sul tema, consiglio: Ignoranza e diffidenza: gli spagnoli e l’UE.

Lascia un commento »

Il patto

ellekappa

La mia personalissima lettura dei fatti degli ultimi giorni. Grillo ha di fatto sostenuto l’avvicinamento di Renzi a Silvio, sancendone la legittimità. La profonda sintonia con cui si sugellava l’intesa su riforme costituzionali e legge elettorale, unita all’assoluta disponibilità su lavoro, fisco, pensioni ed economia, segnano un patto che per chiunque sia dotato di un minimo di raziocinio sarebbe come il veleno. Di fatto se Alfano dovesse fare il prezioso, ci sarebbe comunque Silvio a benedire Renzi. Il risultato è una maggioranza molto ampia, simile a quella precedente alla formazione del NCD, ma più invisibile, occulta, tale da essere utilizzata al momento giusto. Grillo ha permesso questo. Noi del PD non ce ne preoccupiamo, ci va bene così. Siamo talmente impaludati da non accorgerci che questo ci porterà a morte sicura.

Lascia un commento »

La forza del simbolico

IVG

Ieri sera, 20 febbraio, si è tenuto un incontro presso il circolo PD F.lli Cervi, tra le donne del PD milanese e l’europarlamentare del PD Patrizia Toia (ex Margherita). Un incontro che verteva sul tema delle politiche di genere in Europa. L’incontro è stato arricchito dalla partecipazione di Diana De Marchi, sempre incisiva, coerente e con le idee chiare. L’onorevole Toia è molto impegnata e dimostra una grande sensibilità e conoscenza dei temi. Un raro esempio di passione politica e di impegno serio. Proprio per questo si fa fatica a capire le motivazioni che hanno portato alla sua astensione (insieme ad altri 5 europarlamentari del PD) sulla risoluzione Estrela “salute e diritti sessuali e riproduttivi” (che chiedeva che l’aborto sicuro fosse un diritto garantito), facendo passare la mozione più soft del PPE. In pratica l’aborto non è passato come diritto umano. La vita del rapporto Estrela (eurodeputata portoghese del gruppo Socialisti e Democratici) è stata travagliata sin dal principio, il testo è stato rimaneggiato e corretto più volte, rinviato in commissione per i diritti della donna e l’uguaglianza di genere il 22 ottobre. Insomma, in un clima teso, avvelenato da proteste delle varie lobby e associazioni per la vita, l’UE ha manifestato la sua scarsa voglia di esprimere una raccomandazione in merito, lasciando gli stati membri liberi di seguire la propria strada. Peccato che l’attacco all’aborto sicuro ed alle pratiche di contraccezione e prevenzione sono in atto e sotto gli occhi di tutti, vedi la Spagna e anche l’Italia, dove 7 medici su 10 (secondo un’indagine de l’Espresso) sono obiettori di coscienza ed è in corso un ridimensionamento di molti consultori pubblici. Ricordiamo che l’IVG è vietata per legge a Malta, mentre Irlanda, Polonia e Lussemburgo hanno legislazioni molto restrittive. Abbiamo chiesto delucidazioni all’on. Toia, che si è dimostrata molto disponibile a illustrarci la sua versione dei fatti. Riporto una parafrasi di quanto riferito dall’on Toia: “Non si è trattato di questioni di genere (tanto che poi la stessa Toia ha votato a favore del rapporto Lunacek). È stato sbagliato l’approccio dell’on. Estrela, che ha voluto forzare le cose, portando un testo molto pieno e difficilmente condivisibile in Parlamento. Avrebbe dovuto condividerlo maggiormente in commissione, io avrei gradito che ascoltasse le nostre richieste di mediazione. Non c’era un cenno esplicito volto a garantire la maternità; come c’era il diritto all’aborto, sarebbe stato auspicabile un diritto alla maternità. Chi abortisce spesso ha difficoltà economiche. Inoltre, avrei apprezzato che il rapporto toccasse anche il tema del congedo di maternità, che è molto diversificato in Europa. È stato difficile parlare con la Estrela, che ha voluto procedere in modo fortemente autonomo, a un certo punto la Estrela non ha voluto più discutere il testo in commissione. Se avesse “aggiustato” il testo “troppo pieno”, lo avrei votato, in fondo ero critica solo su due punti: obiezione di coscienza e diritto all’aborto. Per il primo punto avrei preferito che si dicesse che l’UE raccomandava agli stati membri di garantire il servizio a un aborto sicuro, rimuovendo gli ostacoli alla libertà della donna, pur garantendo l’obiezione di coscienza per i medici. Per il secondo punto, non mi sembra legittimo che l’UE sancisca il diritto all’aborto e lo imponga ai singoli stati. L’aborto non è un diritto umano, ma una libertà”. La Toia aggiunge che comunque il PD non è stato determinante sull’esito e che era chiaro sin da subito che sarebbe stato difficile arrivare a un’approvazione. Alla base del fallimento quindi, ci sarebbe il comportamento della Estrela, che non ha voluto e cercato un compromesso. Il rapporto Lunacek è stato oggetto di “ritocchi” ed è stato presentato in modo più conciliante, con toni meno accesi e radicali, sostiene la Toia. Insomma, ci si attacca al bon ton parlamentare per giustificare una scelta di astensione. In pratica, se ci avessero potuto mettere le mani e “rielaborarla”, l’avrebbero votata. Il testo, però non mi sembra così estremo e terribile, come ce lo vogliono presentare: l’ultima versione è stata molto alleggerita. Ma soprattutto, non c’era nessun pericolo reale di “incidere” sulla legislazione dei singoli stati. Qui c’è a mio avviso un errore di fondo: trattandosi di risoluzione non vincolante e non di direttiva, non ci sarebbe stato comunque un rischio di ingerenza europea sulla legislazione statale. Noi italiani poi siamo molto bravi a non applicare le direttive (per le quali paghiamo pesanti sanzioni). Tutto questo timore pertanto era infondato. Se il rapporto Estrela fosse passato, sarebbe stato un ottimo segnale di vitalità dell’UE. Perché il simbolico spesso è più forte ed efficace, perché la mancanza di una posizione ferma e decisa di Bruxelles potrebbe aprire spiragli pericolosi e dimostra una debolezza delle istituzioni comunitarie. A livello di partito poi si hanno delle posizioni divergenti, perché se a livello nazionale si presenta alla Camera (giugno 2013, n° 1/00074) una mozione contro l’uso strumentale dell’obiezione di coscienza (che impegna il governo a predisporre tutte le iniziative necessarie affinché nell’organizzazione dei sistemi sanitari regionali si attui il quarto comma dell’art. 9 della legge 194 del 1978, volto a garantire l’attuazione del diritto della donna a una scelta libera e consapevole) a livello europeo ci si comporta diversamente. Le varie anime del PD devono trovare una sintesi, una convergenza su questi temi. Occorre essere chiari e non titubanti in ogni sede, senza paure di contraccolpi o penalizzazioni alle urne. A quanto pare, proprio in seguito alla questione Estrela, le donne del PD hanno avviato un tavolo per discutere e giungere a una posizione comune sul tema. Dobbiamo vigilare sulla 194, che ricordo ha come titolo: “Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione di gravidanza”, pertanto contiene delle norme volte a garantire la salute, una maternità consapevole e l’autodeterminazione della donna. I risultati della 194 sono stati ottimi, basta guardare le statistiche sugli aborti, in forte flessione. Ora tocca a noi non vanificare tutti gli sforzi sinora compiuti.

Nel corso della serata si è parlato dell’impegno in merito all’anno europeo della conciliazione lavoro-famiglia e del programma per la ricerca e l’innovazione Horizon 2020 (http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2013-11-22/ricerca-come-accedere-finanziamenti-horizon-2020-in-palio-78-miliardi-112046.shtml?uuid=ABBEjze).

1 Commento »

#PerDiana che risultato!

Immagine

 

Ieri alle primarie regionali lombarde del PD è accaduto un fatto molto importante, a mio avviso. Diana De Marchi ha segnato un 42, 81% di preferenze, vincendo a Milano e in altri 5 capoluoghi su 12. Un segnale chiaro ai vertici. La base ha gli occhi aperti e non si lascia ingabbiare nelle solite logiche dettate dalla convenienza. Il risultato ha segnato un non plebiscito per Alfieri. Nonostante le premesse e i sabotaggi interni, Diana ha dimostrato che quando si fanno le cose bene i risultati arrivano e ritornano come conferme. In poco più di due settimane di campagna ha raggiunto questo risultato, ci sarà pure un motivo? Sicuramente avrà pesato ciò che sta accadendo a Roma. Lo strappo non dev’essere piaciuto a molti, diciamo quasi a nessuno con un po’ di amor politico. Ma al di là del quadro generale, ha contato molto la forza, la grinta e le idee che ha portato in giro Diana, non solo in questa occasione. Lei è la testimonianza di come occorra costruire un percorso nel lungo periodo, senza improvvisazioni o facili arrampicate al servizio di qualcuno. L’approccio deve essere quello della coerenza, della serietà, senza intrighi o calcoli personalistici. Questo è il PD che vorremmo. Il PD di Diana e di Pippo e di tanti altri che non si adeguano ad ogni costo, che non confondono la politica con i giochi di palazzo. Grazie Diana per aver scritto questa bella pagina.

 

Lascia un commento »

Il dissenso non è necessariamente un male

Di questi tempi coloro che sono capaci di dissentire e di proseguire in maniera coerente sono merce rara. La fretta di raggiungere posizioni di potere è talmente golosa e ottenebrante da escludere qualsiasi altro tipo di valutazioni. Ci si allinea troppo facilmente e si perde il senso critico e la visione globale. Soprattutto si corre il rischio di perdere il senso del bene comune, di cui molti si fregiano senza ragione. Gli ultimi episodi accaduti, a cavallo tra PD e governo avvalorano la mia premessa. Ma più che guardare ai piani alti del partito, vorrei parlare di un caso più particolare e “locale”. Lo scorso 12 febbraio si è tenuto a Milano il confronto tra i due candidati alle primarie regionali del prossimo 16 febbraio: Alessandro Alfieri e Diana De Marchi. L’ho trovato molto istruttivo ed emblematico sia per quanto concerne le diverse personalità e gli spiriti che animano il partito, sia per i contenuti e le differenti sensibilità. Posso dare un giudizio: 10 a zero per la De Marchi. Una donna che ha dimostrato energia, competenza, conoscenza del territorio, capacità di ascolto, misura, equilibrio e soprattutto idee chiare e senza alcun tentennamento, anche sulla sua perplessità in merito a un Renzi premier senza passare per le urne. Insomma, ciò che ti aspetteresti dal PD, da un partito moderno e serio, con la testa sulle spalle. Dall’altra parte un personaggio totalmente di apparato, tronfio, teso come una corda di violino, tanto da sbottare alla prima occasione di critica. Infatti, il predestinato e favorito Alfieri perde la calma subitissimo e si mostra piccato quando qualcuno della platea dissente su quello che dice. Ma c’è una chicca. Qualche giorno fa Ambrosoli aveva presentato in consiglio regionale una mozione per la depenalizzazione delle droghe leggere. In pratica si chiedeva di aprire un confronto sul tema. Risultato? Il PD non sostiene Ambrosoli (il candidato presidente del Patto civico, cui partecipava il PD, perdente alle scorse elezioni regionali). Motivo? Il 12 è stato piegato così da Alfieri (consigliere in Regione Lombardia): abbiamo saputo della mozione dai giornali, ci siamo confrontati con Ambrosoli e dovevamo sostenerlo, ma lui non si è presentato in aula e perciò alcuni del PD hanno deciso di non appoggiare la mozione. Il PD si è spaccato, ma non possiamo berci la spiegazione puerile di Alfieri: se sei d’accordo, lo sei anche in assenza del proponente. Forse Ambrosoli non si è presentato perché consapevole dell’ostilità dei suoi. Forse Ambrosoli ha pagato la poca chiarezza del PD su questo e su tanti altri temi. Un piccolo e fulgido esempio di com’è messo il PD.

Consiglio il pezzo di Nino Carella qui.

Lascia un commento »

Europa, apriamo il dibattito

Le prossime europee sono un appuntamento da non sottovalutare, occorre fare delle riflessioni acute, non scontate o superficiali e una volta tanto ragionare senza farsi irretire da tutti quei borbottii senza fondamento. Come ha rilevato Bernard Guetta qui, occorre evitare la trappola nichilista, lanciata da molte parti, compresa Marine Le Pen. In Italia, il dibattito è veramente misero, con argomentazioni povere e gran parte del mondo politico si trincera dietro un euroscetticismo di comodo. Il PD non è da meno, latita e non solo perché impelagato su altri fronti. Ancora una volta siamo a corto di parole convinte e convincenti. Questo si paga e lo sappiamo bene. Di sicuro l’Europa così com’è oggi non va  e va riformata, ampliandone la dimensione politica e l’autonomia decisionale. Al momento, ci sono troppi governi locali che remano contro e che paralizzano di fatto qualsiasi tentativo di progresso. Qualsiasi tentativo di smantellare la costruzione europea tout court dev’essere impedito. Anziché avere paura degli euroscettici e dei cittadini occorre aprire un dialogo, spiegare le ragioni e l’importanza di un lavoro comune di riforma. È necessario progettare l’Ue che vogliamo e investire in questo senso. La strada che porta verso il futuro non è la chiusura nel proprio nucleo nazionale, rifugiandosi nei localismi, bensì nella evoluzione e nella maturazione del progetto europeo. In periodi di crisi o sotto le spinte di una globalizzazione di cui non si comprendono i meccanismi è facile chiudersi a riccio, si tratta della strada più facile e comoda a volte. Ma è anche la più insidiosa e che non garantisce necessariamente benessere e pace. I conflitti vanno risolti nel dialogo aperto e nel confronto costruttivo. Dobbiamo imparare a ragionare in modo sovrannazionale e non aver paura di perdere le nostre peculiarità, che invece ci serviranno a porre le basi per una tavola rotonda di Paesi che vogliono fortemente dar vita a un’Europa solida e finalmente adulta. Queste elezioni ci devono servire per aprire il dibattito con tutte le posizioni e sviscerare tutti i possibili pro e contro. La paura e l’immobilismo non ci portano da nessuna parte. Il disegno europeo può vivere un nuovo rinascimento, ma spetta a noi tratteggiarlo e non lasciarcelo cancellare.

Consigli di lettura:

http://www.presseurop.eu/it/content/article/4339001-il-futuro-va-scritto-insieme

http://www.presseurop.eu/it/content/article/4255871-anche-l-europa-rischia-lo-shutdown

http://www.presseurop.eu/it/content/article/4292261-i-rischi-di-una-commissione-politicizzata

http://www.presseurop.eu/it/content/article/4236311-lasciamo-parlare-gli-euroscettici

http://www.presseurop.eu/it/content/article/4197581-uno-scontro-fondamentale

http://www.presseurop.eu/it/content/article/4201021-un-rinascimento-europeo-dopo-la-crisi

Lascia un commento »

Misura

Ho atteso qualche ora prima di decidermi a commentare le ultime ‘fuoriuscite’ del nostro neo segretario. Abituati come siamo a sentire di tutto di più, non dovremmo meravigliarci del ‘Fassina chi?’. Fassina non è facilmente difendibile, per le plurime dimissioni che ha saputo presentare in pochi mesi. Non spetta a me trovare la pezza per capire e assolvere Fassina. Ciò nonostante, l’atteggiamento di Renzi appare alquanto oltre-misura. Tutto è così tanto sopra le righe, che sembra di trovarsi in un musical di Broadway o all’interno del Rocky horror picture show. Il ruolo del segretario ha assunto toni da macchietta di avanspettacolo. Siamo al dileggio intestino, siamo alla vigilia forse di una implosione, che tutti noi temevamo. Ormai siamo alle soglie di uno smantellamento del PD, del suo svuotamento per un travaso frettoloso in quella immaginifica macchina del Renzicambiaverso. Spero di sbagliarmi, ma la mia sensazione è che il partito in meno di un mese dalle Primarie ha perso gran parte dei suoi connotati e si sta assistendo alla seduta di trucco e parrucco per fargli cambiare aspetto definitivamente. Concordo, con chi nota che non dovremmo stupirci di questo risultato. Sinceramente, non mi aspettavo tanta premura e sollecitudine. Piuttosto che rottamazione, mi è sembrata solo una pulizia per far posto a nuovi amici o servi fedeli. Altro che new deal, sembra una spartizione tra vecchi compagniucci. La deriva dell’uomo solo al comando non porta da nessuna parte. Renzi e le sue trovate hanno egregiamente sostituito le uscite colorite del caro vecchio Silvio. Il leader carismatico, qualora lo si possa far coincidere con Matteuccio, in talune congiunture aiuta (non sarebbe una novità nemmeno per la sinistra), ma i personalismi vuoti fanno emigrare altrove. Perciò stiamo attenti. La misura non è mai passata di moda. Dov’è finito il bon ton? La sinistra ridotta a battutine, slogan, lanci pubblicitari, loghi e Renzi style mi fa rabbrividire. Chi comincia l’anno in questo modo è già alla fine dell’opera. Non ci resta davvero che attendere le battute finali?

Bersani coraggio e non mollare! Abbiamo un enorme bisogno di te nel PD!

Consigli di lettura: l’articolo di Francesco Merlo su Repubblica.

Lascia un commento »

La prima percezione che si autoavvera

Senza parole. La Madia qui alla sua prima uscita da neoresponsabile del lavoro del PD.

Scusate, ma ci sono delle cose che per me restano senza una spiegazione plausibile.

 

Lascia un commento »

Volemose bene

Alcuni hanno inaugurato una nuova era, definendola pax renziana. Io la vedo più come un “volemose bene” e mettiamoci una bella pietra sopra, chiudiamo tutte le polemiche e le questioni spinose e indigeste a chiave in una scatola e sotterriamola bene. Con buona pace di tutte le richieste di chiarezza. Eh no! Questo sarebbe come una porta in faccia al buon senso. Dopo la distribuzione di incarichi e il restyling del sito del Pd, che ora sembra diventato in tutto e per tutto il partito di uno solo, si apre la fase in cui il nostro segretario dovrà muovere le sue pedine e svelare i suoi piani. Altrimenti, ci saremmo tenuti la transizione di Epifani a oltranza. Ma si sa, ormai le arti di rinviare e di temporeggiare sono diventate la norma.

Ho rimuginato un po’ sulle primarie e ho deciso di scriverci ancora su stanotte, in preda a una tosse secca che non mi consente di dormire. Forse è il mio malessere che mi spinge a scrivere ancora su questo tema. Ho compreso che di errori veri e propri non ce ne sono stati, se non una ingenuità di fondo e una estrema fiducia nella capacità di ragionamento dell’elettore medio della sinistra. Ho scoperto che coloro che erano sempre stati avvezzi a ragionare e a scegliere consapevolmente e sulla base di criteri oggettivamente convincenti sarebbero giunti comunque alla conclusione di votare per Civati. Convincere gli altri, si è rivelata un’impresa spesso deludente. La cosa sconvolgente era sentirmi dire che tanto avrebbe vinto Renzi e che il mio impegno era vano. Sapevo di essere quella delle cause perse, ma questo non voler proprio neanche provarci mi lasciava basita, soprattutto se il mio interlocutore era giovane. Ormai ci siamo talmente abituati a seguire la strada battuta e a non seguire più le idee che noi riteniamo valide, ma quelle che gli altri ci portano a pensare tali, che non ci imbarchiamo se non siamo sicuri di essere sul cavallo vincente. Poi mi si deve spiegare cosa mai ci fosse in palio? Sì, lo so, io ragiono da pedina di scarso valore, sono la scheggia che pretende di scalfire anni e anni di prassi consolidata di politica imbolsita e inpoltronita. Poi ci sono coloro che non sarebbero mai venuti a votare, delusi e recalcitranti a qualsiasi chiamata alla partecipazione. Costoro li capivo e li capisco ancora di più oggi, che vedo mettere una bella roccia sul bisogno di chiarire alcuni punti cruciali della nostra storia recente. Il nuovo segretario ha avuto la meglio in questo deserto ‘affettivo’ e culturale. Ho capito che le cose si devono costruire nel tempo e insieme, come ha fatto Pippo, ma che non è sufficiente. Ci sono fattori che esulano i contenuti e la solidità di un progetto. Ci sono macchine politiche che si muovono su terreni che assomigliano più a una campagna di marketing che a un partito. Noi civatiani siamo stati esclusi dai mezzi di comunicazione consueti, in cui si sono annidati questi strumenti di pubblicità di cui parlavo. Chi è abituato a non mangiarsi la pappa pronta, precotta e predigerita, sta altrove e si informa. Non da ultimo, le primarie aperte hanno fatto confluire alle urne sia coloro che erano veramente interessati, sia coloro che erano completamente avulsi e che magari non erano nemmeno degli elettori Pd. Non so, ma continuo ad essere perplessa sull’opportunità di questa apertura per l’elezione di un segretario. Ma oramai ci siamo e dobbiamo archiviare l’esperienza. Noi civatiani abbiamo peccato di orgoglio per un grande progetto, che era ed è una delle cose più belle e importanti che la sinistra ha saputo produrre negli ultimi anni. L’orgoglio ci ha annebbiato la vista su ciò che poteva essere compreso dall’elettore medio e ciò che lo avrebbe potuto solleticare. Siamo stati troppo concreti, puntuali, capillari nei temi trattati e nelle proposte. Non abbiamo venduto fumo, ma, come ho detto più volte, 20 anni di Berlusconi hanno lasciato il segno: la gente si aspetta lo show e la battuta facile. Frasi semplici, di facile consumo e digestione. Una politica fast food, per vincere. Vincere, ma per fare cosa? A questo punto vedremo come andrà. Renzi deve mettersi al servizio del PD e non farne un partito al suo servizio. Noi civatiani siamo ancora qui, con la stessa energia e vigileremo. Pippo alla fine della campagna aveva i segni della stanchezza e del suo impegno sul volto, questo mi ha portato a riflettere sulla passione politica pura. Provate a osservare le immagini di fine campagna di Renzi.. Lo so, sono dettagli, ma dicono molte cose.

Lascia un commento »

Nuovo corso o restaurazione renzi-guidata?

Vorrei tanto che fosse veramente l’alba di un nuovo corso. Sinceramente, a pelle, ho visto riproposte le stesse logiche di sempre. Una spartizione (tranne rari casi) in chiave di restaurazione renzi-guidata per non dare troppo nell’occhio. Tanti ricchi premi per aver ben servito la causa. Ci sono molti importanti spunti “ispirati” dal programma di Civati, ma la sostanza la si vedrà solo tra qualche tempo. Soprattutto, si vedrà se il nuovo manterrà lo smalto e non perderà per strada idee e buoni propositi. Quello che più mi preoccupa è l’ennesima rincorsa degli altri, questa volta nei confronti di Grillo. Un lessico e dei toni in linea con l’arruffapopolo, uno stile che serve ad ammaliare un pubblico che potrebbe essere tranquillamente berlusconiano. Ammainata la bandiera contro Silvo, oggi ci ritroviamo con le stesse dinamiche di gioco.

Trovo molto lucida l’analisi di Davide Serafin.

Al di là delle questioni di quello che sarà o potrà essere, per le quali ci vorrebbe la sfera di cristallo, mi preme soffermarmi su un altro aspetto: come ne escono le donne? Sulla base dei numeri, si direbbe bene. Dovremmo gioire solo sulla base di questioni matematiche? Io ho trovato la riproposizione di logiche che io chiamerei cotillon per un “giusto servigio” al capo. Mi sbaglierò, ma a me pare in gran parte questo. Poi non ci lamentiamo dei nostri ruoli subalterni e perennemente riconoscenti al sommo uomo di turno. I nomi sembrano funzionali a un riconoscimento di un lavoro di sostegno incondizionato. Qualcuno mi può dire perchè? Alcuni nomi della nuova direzione, sia uomini che donne, fanno venire al pelle d’oca. Ci sono donne, nella nuova direzione nazionale del PD, che avrebbero potuto tranquillamente farsi strada per le proprie competenze, senza elemosinare niente. Eppure, salgono sul carro del sicuro (?) vincitore per giungere a destinazione. Il problema non è seguire Renzi, ma non accorgersi che forse il carro non porterà mai a compimento le promesse che più ci riguardano da vicino. Sino a quando non vedrò i fatti, rimarrò di questa idea. Il cambiamento era altrove e molte donne, per puro opportunismo personale, non lo hanno capito. Io continuerò a mantenere uno sguardo critico e a non accontentarmi delle promesse. Sarò una fuori dal tempo e dalle logiche correnti, ma a me piace essere così. Le mie idee non sono in vendita e non sono compatibili con il servilismo dilagante. Io scelgo, non seguo ad occhi chiusi o a scatola chiusa. Continuerò il mio lavoro nel mio circolo PD con l’entusiasmo di chi può dire di non essere aggiogabile.

Lascia un commento »

tiritere72663953.wordpress.com/

"Alle giovani dico sempre di non abbassare la guardia, non si sa mai". Miriam Mafai

Il blog di Paola Bocci

Vi porto in Regione con me

Non Una Di Meno - Milano

Contro la violenza maschile sulle donne e tutte le forme di violenza di genere

ilportodellenuvole.wordpress.com/

I tessitori di nuvole hanno i piedi ben piantati per terra

Variabili Multiple

Uguali e Diversi allo stesso tempo. A Sinistra con convinzione.

Blog delle donne

Un blog assolutamente femminista

PARLA DELLA RUSSIA

I took a speed-reading course and read War and Peace in twenty minutes. It involves Russia.

Critical thinking

Sociology, social policy, human rights

Aspettare stanca

per una presenza qualificata delle donne in politica e nei luoghi decisionali

mammina(post)moderna

Just another WordPress.com site

Femminismi Italiani

Il portale dei femminismi italiani e dei centri antiviolenza

violetadyliphotographer

Just another WordPress.com site

Il Golem Femmina

Passare passioni, poesia, bellezza. Essere. Antigone contraria all'accidia del vivere quotidiano

Last Wave Feminist

"Feminism requires precisely what patriarchy destroys in women: unimpeachable bravery in confronting male power." Andrea Dworkin

Links feminisme

geen feminisme zonder socialisme, geen socialisme zonder feminisme

Rosapercaso

La felicità delle donne è sempre ribelle

vocedelverbomammmare

tutto, ma proprio tutto di noi

Stiamo tutti bene

Le tragicomiche avventure di una famiglia di nome e di fatto

Abolition du système prostitueur

Blog du collectif Abolition 2012

REAL for women

Reflecting Equality in Australian Legislation for women

Banishea

Gegen Prostitition. Für Frauen. Für Selbstbestimmung und Unabhängigkeit. Gegen Sexkauf. Not for Sale. Weil Frauen keine Ware sind.

Psicodinamica

idee di psicologia e psicoterapia

Sarah Ditum

Writing, etc.

Femina Invicta

Feminist. Activist. Blogger.

THE FEM

A Feminist Literary Magazine

O capitano! Mio capitano!...

"Ci sono persone che sanno tutto e purtroppo è tutto quello che sanno." [Oscar Wilde]