Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Lo Stato della parità


Vorrei riuscire a scrivere di good news, ma proprio mi manca il materiale. Ci arriva in questo primo scorcio di 2020, la non notizia per cui il Consiglio d’Europa condanna l’Italia nel suo rapporto Grevio, annotando che “la causa dell’uguaglianza di genere incontra ancora resistenze nel paese e che sta emergendo una tendenza a reinterpretare e riorientare la nozione di parità di genere in termini di politiche per la famiglia e la maternità.” Si aggiunge come tali ostacoli si manifestino anche in ambito scolastico, dove non c’è un intervento sistemico sul tema, anzi spesso avversato. La consapevolezza sulle questioni di genere non si costruisce improvvisando o negando la necessità di intervenire nel’educazione delle nuove generazioni e nella formazione universitaria. Quindi dopo l’ennesimo richiamo, come se nulla fosse, tiriamo dritti. Assorbiamo anche i dati sui gap con una facoltà metabolica formidabile, nemmeno i dati del mondo del lavoro, che di anno in anno vengono confermati, ci fanno reagire.

Nemmeno quando la situazione è stra-conosciuta e monitorata da anni: “Dal 2011 al 2017 165.562 donne hanno lasciato il lavoro soprattutto per le difficoltà di mettere d’accordo pannolini e ufficio. E vanno aumentando: erano 17.175 nel 2011 e nel 2017 sono salite a 30.672. Tre su quattro – tra quante si sono dimesse – sono mamme lavoratrici: il 77 per cento del totale, secondo i dati 2017 dell’Ispettorato nazionale del lavoro.”

Per comprendere meglio come si consolidano certi trend negativi, leggiamo uno stralcio dal Sole24Ore:

“Una ragazza su quattro con meno di 30 anni non studia e non lavora . Ancora oggi il 16% delle ragazze meridionali non finisce la scuola, contro il 10% del nord e l’8% di chi vive nelle regioni del centro.

Una nota di Istat mostra che oggi la metà delle donne con due o più figli fra i 25 e i 64 anni non lavora. Fra le coppie giovani che hanno figli solo nel 28% dei casi lavorano entrambi a tempo pieno, il che significa che possono permettersi servizi di accudimento. Una donna su dieci con almeno un figlio non ha mai lavorato , per dedicarsi completamente alla cura dei figli, la media europea è del 3,7%. Al sud ha fatto questa scelta una donna su cinque con almeno un figlio (…).

D’altro canto avere un figlio cambia molto di più la vita professionale di una donna rispetto a quella di un uomo. Alla domanda “fai fatica a conciliare lavoro e famiglia?” la percentuale di uomini e di donne che hanno risposto di sì è la stessa, ma alla prova dei fatti il 38,3% delle madri occupate, oltre un milione, ha dichiarato di aver apportato un cambiamento, contro poco l’11,9% dei padri, circa mezzo milione di uomini.”

Il pericolo di un passo da gambero lo intravede anche l’EIGE:

“I progressi sulla parità di genere non possono essere dati per scontati”, ha affermato Virginija Langbakk, direttore dell’EIGE. “I governi devono aumentare il potere e fornire risorse adeguate ai meccanismi istituzionali che promuovono la parità di genere”. Sebbene tutti gli Stati membri dispongano di organi governativi per la parità di genere, “molti di essi sono stati retrocessi nella gerarchia governativa e le loro funzioni sono diminuite. Le tendenze dell’ultimo decennio hanno portato alla fusione di organismi indipendenti per la parità di genere con altre organizzazioni antidiscriminazione.

L’impegno per l’integrazione della dimensione di genere si è indebolito dal 2012, con solo un quarto degli Stati membri che hanno ottenuto ottimi risultati in questo campo. E mentre la maggior parte degli Stati membri dispone dei metodi e degli strumenti per raccogliere dati disaggregati per genere, la produzione e la diffusione mancano in diversi paesi. Ciò può rendere difficile valutare adeguatamente la situazione della parità di genere.

“Se vogliamo vedere progressi, l’uguaglianza di genere deve essere intrecciata in ogni fase di tutti i processi politici, dalla raccolta di dati disaggregati per genere alla valutazione sensibile dell’azione di genere dell’azione del governo. Questo è l’obiettivo dell’integrazione della dimensione di genere, a cui il Gli Stati membri dell’UE si sono impegnati dal 1995 quando hanno adottato la piattaforma d’azione di Pechino alla Conferenza mondiale delle Nazioni Unite sulle donne “, ha dichiarato Barbara Limanowska, coordinatrice del programma di integrazione della dimensione di genere dell’EIGE.”

Qui per visionare lo stato dell’Italia:

@EIGE


E secondo il Wef, l’Italia qualche passo indietro lo ha fatto in termini di gender gap. Siamo al 76° posto su 153 Paesi nel Global Gender Gap Report 2020, l’anno scorso eravamo al 70°.

Metto in fila un po’ di fatti, forse per deformazione personale che mi porta a stipare fonti.

Il gender pay gap non ci sembra un tema prioritario? Fa nulla, ma qualcuno dovrà guardare in faccia tutti gli aspetti, specie se fa politica.

La zavorra del tempo e di come viene impiegato a seconda del genere non è a mio avviso una faccenda da mettere in coda alla lista, ma andrebbe inserito nelle valutazioni a 360° necessarie prima di varare qualsiasi intervento correttivo.

La difficoltà a conciliare la si racconta, si raccontano le storie personali e se vogliamo davvero che qualcosa cambi, per prima cosa occorre ascoltare e credere a ciascuna, senza la litania di “più nidi per tutti”, perché di semplificazioni mitologiche ne abbiamo abbastanza. Perché diciamocelo chiaro e tondo non di soli nidi e servizi si nutre il superamento del problema. Vi narro brevemente un piccolo dettaglio tratto da un mio recente ritorno al lavoro. Mio marito per conciliare i suoi turni con i miei, per consentirmi di ottemperare all’impegno preso, a un certo punto ha deciso di prendersi 10 giorni di ferie, perché alternativa non c’era. Questo accade, questa è la soluzione fai da te, chiudi “buchi” che mi è accaduta personalmente. Ritengo che in giro ci siano tante soluzioni similari, che però non cambiano i risultati e le acrobazie, quando non ti puoi permettere o non hai nessun aiuto. Immaginate cosa accade nelle famiglie monogenitoriali, senza nonni e senza risorse economiche. Ci arrampichiamo sugli specchi e con il dito giudicante, consigliamo alle donne di trovare un equilibrio che non sempre ci può essere, e nessuno si è mai sognato di parlare di scelte, ma di scelte obbligate che di fatto sono delle tenaglie, delle mannaie. Comunque, restiamo fiduciose in attesa di non sentire più dalla politica “suggerimenti” facili del tipo “tenete duro”, “non lasciate il lavoro, tutto si può fare”. La trappola per le donne sono le donne (e gli uomini) in posizioni confortevoli che danno consigli e magari legiferano sulla nostra pelle, senza scendere al piano terra nemmeno per un secondo.

Lasciamo perdere come da piani privilegiati ci osservano, e torniamo a cogliere l’aria che tira.

Un immaginario e un contesto che sembrano venire dall’800, perché nemmeno negli anni ’50 avrebbero avuto per esempio l’ardire di fare una campagna informativa per la salute femminile come quella ideata dalla Regione Sicilia. Perché le nostre istituzioni sono esattamente lo specchio del livello del pensiero italico medio.

Nel contesto attuale non mi sembra nemmeno un’anomalia che dalla kermesse sanremese, per bocca del direttore artistico e presentatore, sia stata proferita una simile frase:

“Questa ragazza molto bella, sappiamo essere la fidanzata di un grande Valentino Rossi, ma è stata scelta da me perché vedevo, intanto la bellezza, ma anche la capacità di stare vicino ad un grande uomo, stando un passo indietro malgrado la sua giovane età. ”


Non sorprende, non risuona nuova, un pensiero normale, comune, non risulta fuori luogo e fuori tempo, nessuna si alza all’istante e prende le distanze. Accettiamo di stare un passo indietro, lo consideriamo connaturato al nostro dato biologico di femmine della specie. Socialmente in effetti deve essere ancora ben radicato, tanto da poterlo dire con nonchalance. La consapevolezza e la prontezza di un rifiuto (magari un debole segnale di coraggio) non sono qualità evidentemente così diffuse. Quindi, intanto è fluito il concetto dello “stare un passo indietro”, che da quella posizione si guadagna sempre qualcosa, invece di ascoltare le nazifemministe che inquinano il dibattito e le pacifiche relazioni uomini-donne e i buoni vecchi valori saggi di una volta, quando il patriarcato regnava indisturbato. 

Normale quindi sentire di ventenni che non trovano nulla di strano se a decidere del loro futuro sia il fidanzato, che gestisce il loro cellulare, le loro amicizie e scelte di studio, impedendoti ad esempio di iscriverti all’università, perché possessivo e geloso. Il passo per il resto è breve.

Normalizzare e strizzare l’occhio a mentalità e tradizioni per nulla innocue rappresenta la resistenza e la tendenza a conservare tipiche di Paesi fermi a un paleolitico culturale. Si tratta anche di una mancata evoluzione della mascolinità verso orizzonti più paritari e inclusivi, in grado di leggere l’uguaglianza di genere non come un attacco frontale, ma come un’opportunità positiva, che sgombri finalmente il campo da tutte quelle gabbie stereotipate che limitano sia donne che uomini. Ma di questo non possiamo farci carico solo noi donne.

Il raggiungimento della parità di genere non è “un argomento femminile”, ma riguarda tutti e tutte, presuppone l’azione e l’impegno di uomini e donne. Basta con questo eterno fardello che ci lasciamo scaricare addosso.
L’idea che sia una “roba da donne” andrebbe politicamente e culturalmente rigettata, in favore di una visione diversa, di una responsabilizzazione e consapevolezza collettive, che così è un danno per tutti/e. La differenza di approccio non è irrilevante, si vede che occorre ripartire dalle basi e magari imparare qualcosa dal cammino femminista.

Ritornando qualche passo indietro, le reazioni al pensiero espresso a Sanremo ci sono state, ma alla fin fine, tutto passa e si sedimenta, eccome se si stratifica nelle nostre menti.

Ed a furia di recuperare e di guardare con nostalgia al passato, finiamo con lo sdoganare e col mandare in onda anche l’ennesimo trapper, Junior Cally, che supera di gran lunga i suoi predecessori per misoginia, volgarità, sessismo, odio e istigazione alla violenza contro le donne. Ho deliberatamente scelto di non includere i suoi “versi”, per non diffonderli ulteriormente. Perché l’asticella a quanto pare si può solo alzare. Non è che noi non abbiamo capito la musica e l’arte contemporanea, che soffochiamo la libertà di espressione, non è per vecchiezza dei nostri ragionamenti, ma perché premiare un autore di testi violenti contro le donne mandandolo a Sanremo ci sembra un tantino aver oltrepassato il limite, la misura è colma, al di là di ciò che porterà sul palco.

Chiudiamo il cerchio con il richiamo del Grevio di cui parlavamo all’inizio. Non solo è carente un intervento educativo e culturale, ma è addirittura spesso in senso contrario, deleterio. Tutto sembra remare contro e qualsiasi intervento che coinvolge le nuove generazioni appare un esercizio disperato. Parlare con queste basi e in questo contesto può diventare un’impresa titanica. Ma va fatto, nonostante le difficoltà e le resistenze e dobbiamo pretendere che diventi diffuso e permanente in ogni luogo e in ogni istituto scolastico. Che magari si riuscisse a cambiare finalmente modo, parole e termini per fare comunicazione, arte, tv senza dover adoperare i soliti triti e ritriti messaggi sessisti, violenti, misogini e che continuano a legittimare la violenza, la discriminazione e la subordinazione delle donne. Non sentiamo il bisogno dell’ennesima dose quotidiana di finta attenzione, nemmeno se il festivalone decide di “compensare” concedendo uno spazietto alla co-conduttrice per accennare alla violenza maschile contro le donne. Tutto a questo punto appare una messinscena di cattivo gusto, una contraddizione indigesta e posticcia, che testimonia quanto questo Paese abbia compreso la gravità della situazione. Non ci prendete in giro, ne possiamo fare a meno. A questo giro nemmeno delle scuse e dei passi indietro verbali a posteriori possono servire a sanare la faccenda. Perché ormai ciò che è stato detto e fatto è giunto a destinazione e la pezza arriverebbe in sordina. Il messaggio è arrivato forte e chiaro: donne state al vostro posto, vi conviene, magari come diceva Silvio “sposate un uomo ricco”, e fatevi una risata se Sanremo accoglie sul suo palco un trapper che nel suo repertorio colleziona anche testi che sviliscono e umiliano le donne, per usare un eufemismo. Il tutto dalla tv pubblica che dovrebbe fornire gli strumenti idonei per educare una cittadinanza che rispetti le donne. 

Con il passare degli anni tutto appare immutato, immutabile, incellofanato, compresa la rappresentazione e la narrazione che riguarda le donne. Qui un monitoraggio sulla tv pubblica del 2017, a cura dell’Università Roma Tre. Per l’Europa: K. Ross, C. Padovani, Gender Equality and the Media, 2017. Per lo scenario internazionale: http://whomakesthenews.org/. FONTE (grazie alla professoressa Elisa Giomi)

Ci uniamo al sindacato Slc-Cgil che ricorda nel suo comunicato: “che il Contratto di Servizio ci impone di “superare gli stereotipi di genere, al fine di promuovere la parità e di rispettare l’immagine e la dignità della donna anche secondo il principio di non discriminazione”.

Per quanto ci riguarda possiamo far arrivare il nostro dissenso agli organismi di vigilanza e garanzia preposti. Ci sono alcune petizioni su Change.org che stanno girando, ma potete anche scrivere direttamente alla Commissione di vigilanza dei servizi radiotelevisivi com_rai@camera.it

O anche al MISE: comitato.minori@mise.gov.it

Qui un esempio di testo.

Intanto, qualcosa si muove anche in RAI: il presidente della Rai Marcello Foa ha espresso la sua posizione e un richiamo.

Diamo spazio e voce a una differente rappresentazione delle donne. Pretendiamo rispetto e non briciole. E anche nel caso sia stata una trovata per accendere i riflettori su Sanremo, siamo ben oltre il limite, e in ogni caso non sulla nostra pelle, come se nulla fosse. I cosiddetti “creativi”, gli autori sappiano trovare, adoperare contenuti, linguaggio e format idonei a veicolare un differente ruolo della donna, consono ai tempi, consono all’educazione alla parità e all’uguaglianza di genere, consono a tutti i mille impegni che l’Italia ha sottoscritto e che in gran parte sono rimasti sulla carta. Perché per riformare e correggere un sistema siffatto occorre una visione che sappia legare tutti i pezzi che compongono il puzzle delle discriminazioni di genere, consapevoli che come in un domino, un fattore influenza l’altro, indebolendo o rafforzando l’intervento.

P.S.

Ringrazio la sociologa Sveva Magaraggia per queste sue parole:

“Anche la musica, con il suo linguaggio esplicito, può contribuire a migliorare la nostra società se, a mio parere, chi scrive e interpreta le canzoni sia disposto ad assumersi appieno la responsabilità dei messaggi che veicola. Perché è troppo semplice nascondersi dietro “l’arte”, il diritto di parola, di espressione, quando quella espressione è pregna di violenza compiaciuta. Nessuno vuole impedire a questi artisti di esprimersi, ma che almeno abbiano il coraggio di assumersi la responsabilità di ciò che scrivono e cantano, perché quelle canzoni hanno conseguenze sulla formazione del pensiero di centinaia di giovani, abituano alla degradazione di esseri umani. Nessuno vieta loro di avere questi pensieri, ma costringerli a porsi domande che sorpassino il troppo facile scarico di responsabilità fornito dall’appello alla libertà artistica, sì. Questo sì. Soprattutto su una tematica così delicata come la violenza degli uomini.”

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L’ostilità all’educazione alla parità e al rispetto di genere


È stata approvata da pochi giorni alla Camera la proposta di legge “Istituzione dell’insegnamento dell’educazione civica nella scuola primaria e secondaria e del premio annuale per l’educazione civica”, che introduce 33 ore di insegnamento trasversale e il voto in pagella in tutte le scuole, dalle elementari alle superiori.

Non un’ora dedicata, ma una serie di argomenti affidati ai vari insegnanti. Si insegneranno “principi di legalità, cittadinanza attiva e digitale, sostenibilità ambientale, diritto alla salute e al benessere della persona”. L’educazione civica quindi riapproda tra i banchi di scuola in una veste nuova.

Ma, guarda caso, c’è sempre un “ma”.
Nessuno spazio sarà riservato alla parità di genere: bocciato l’emendamento di Leu, a firma di Federico Fornaro e Nicola Fratoianni.

Cosa aveva di tanto grave e pericoloso questa integrazione al testo? Aveva l’ardire di introdurre tra i temi da trattare “l’educazione sentimentale finalizzata alla crescita educativa, culturale ed emotiva dei giovani in materia di parità e solidarietà tra uomini e donne”.

I temi:

a) Costituzione, istituzioni dello Stato italiano, dell’Unione europea e degli organismi internazionali; storia della bandiera e dell’inno nazionale;

b) Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, adottata dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite il 25 settembre 2015;

c) educazione alla cittadinanza digitale;

d) elementi fondamentali di diritto, con particolare riguardo al diritto del lavoro;

e) educazione ambientale, sviluppo ecosostenibile e tutela del patrimonio ambientale, delle identità, delle produzioni e delle eccellenze territoriali e agroalimentari;

f) educazione alla legalità e al contrasto delle mafie;

g) educazione al rispetto e alla valorizzazione del patrimonio culturale e dei beni pubblici comuni;

h) formazione di base in materia di protezione civile.

“Nell’ambito dell’insegnamento trasversale dell’educazione civica sono altresì promosse l’educazione stradale, l’educazione alla salute e al benessere, l’educazione al volontariato e alla cittadinanza attiva. Tutte le azioni sono finalizzate ad alimentare e rafforzare il rispetto nei confronti delle persone, degli animali e della natura.”

Il testo prevede anche la creazione della “Consulta dei diritti e dei doveri dell’adolescente digitale”, che opera in coordinamento con il Tavolo tecnico per la prevenzione e il contrasto del cyberbullismo. Nella Consulta è assicurata la rappresentanza degli studenti, degli insegnanti, delle famiglie e degli esperti del settore e un componente è espresso dall’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza

Insomma, va bene la tutela dell’ambiente, la lotta alle mafie, la conoscenza della nostra Costituzione (temi certamente importantissimi e ben venga che siano stati contemplati), ma non, si badi bene, qualcosa di specifico che sia volto a costruire una piena uguaglianza e che ponga le basi per relazioni fondate sul rispetto e non sulla sopraffazione e sul dominio.

L’educazione dovrebbe essere impostata diversamente: non a un rispetto “generico” improntato al “volemose bene”.

Perché occorre lavorare alle radici culturali di discriminazioni e violenza di genere, penetrare nelle dinamiche storiche e sociali che hanno alimentato modelli relazionali nocivi, approfondire stereotipi e pregiudizi penetrati nel nostro Dna in secoli di cultura patriarcale.

Non è una passeggiata riuscire a rimuovere tante incrostazioni e pensare che si possa fare un minestrone unico di rispetto “delle persone, degli animali e della natura” non solo è indice di scarsa attenzione, ma anche di un atteggiamento superficiale e profondamente sbagliato.

Testimonianza tangibile di un approccio traballante: evidentemente il benessere che una maggiore uguaglianza e parità possono apportare all’intera società non è proprio contemplato, riconosciuto. 

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Politiche di work life balance, basta col fai da te


Tra novità in ambito europeo e la vita quotidiana nelle nostre città, occorre intervenire in modo strutturale su più livelli, con nuove strategie e soprattutto investimenti, che portino a una espansione del welfare pubblico, oggi ridotto all’osso o che disperde energie e risorse in bonus o interventi una tantum, per niente sistematici. Qualcosa che ci faccia superare i limiti e i pesi di anni di abitudine al fai da te.

Nel corso della seduta del 21 giugno del Consiglio “Occupazione, politica sociale, salute e consumatori”, gli Stati membri dell’UE “hanno raggiunto un accordo su tre fascicoli legislativi che rappresentano un elemento essenziale per costruire un’Europa sociale più forte: la revisione delle norme sul coordinamento dei sistemi di sicurezza sociale, una nuova direttiva sull’equilibrio tra attività professionale e vita familiare e una direttiva relativa a condizioni di lavoro trasparenti e prevedibili”. Un passaggio che si inserisce nell’alveo del pilastro europeo dei diritti sociali.

Marianne Thyssen, Commissaria responsabile per l’Occupazione, gli affari sociali, le competenze e la mobilità dei lavoratori, ha commentato:

“Oltre a confermare ufficialmente l’accordo sulle norme relative al distacco dei lavoratori, che garantisce la parità di retribuzione per uno stesso lavoro svolto nel medesimo luogo, il Consiglio ha raggiunto un accordo sulla revisione delle norme relative al coordinamento dei sistemi di sicurezza sociale, che garantirà maggiore equità e chiarezza per i lavoratori mobili e le autorità degli Stati membri. Per quanto riguarda la direttiva su condizioni trasparenti e prevedibili, avevo sostenuto un approccio più ambizioso. Con la nostra proposta volevamo far sì che tutti i lavoratori, in un mondo del lavoro in rapida evoluzione, godessero dei diritti fondamentali. L’accordo di oggi può rappresentare solo un primo passo; in occasione dei prossimi negoziati con il Parlamento europeo mi adopererò per raggiungere un compromesso equilibrato. Lo stesso vale per la questione dell’equilibrio tra attività professionale e vita familiare, un ambito in cui spero potremo veramente cambiare le cose per le numerose coppie e famiglie che affrontano quotidianamente la sfida di conciliare lavoro e vita familiare.”

La proposta di direttiva sull’equilibrio tra l’attività professionale e la vita familiare è volta a un approccio più equilibrato per promuovere e rendere realmente più agevoli le scelte dei genitori e dei prestatori di assistenza su come vogliono conciliare lavoro e vita familiare. L’augurio di Věra Jourová, Commissaria responsabile per la Giustizia, i consumatori e la parità di genere, è che il Parlamento europeo e il Consiglio portino avanti questa importante proposta e raggiungano un compromesso che permetta di offrire miglioramenti concreti, insieme a una soluzione al problema della sottorappresentanza delle donne nel mercato del lavoro.

CONTESTO

Il 26 aprile 2017 la Commissione ha presentato una proposta di direttiva sull’equilibrio tra attività professionale e vita familiare per i genitori e i prestatori di assistenza. Tale documento, che rappresenta uno dei principali obiettivi del pilastro europeo dei diritti sociali, “stabilisce una serie di standard minimi nuovi o più elevati per il congedo di paternità, il congedo parentale e il congedo per i prestatori di assistenza; fa seguito al ritiro, nel 2015, della proposta della Commissione di rivedere la direttiva 92/85/CEE sul congedo di maternità e adotta una prospettiva più ampia per migliorare la vita dei genitori e dei prestatori di assistenza che lavorano.”


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Per i diritti occorre lottare costantemente

 

Fonte: Eu Commission

Fonte: Eu Commission

Lavoro, salute, work-life balance, discriminazioni e disuguaglianze sono i fronti del gender gap su cui concentrare le nostre azioni. Perché è molto facile retrocedere, mentre è più difficile ottenere benefici durevoli e diffusi, che creino benessere per le donne.

Perché arretriamo anziché guadagnare posizioni nel report annuale “World Economic Forum Gender Gap Report 2016″ (Wef)?

L’indice mondiale misura la disparità di genere attraverso le seguenti categorie: Economic Participation and Opportunity, Educational Attainment, Health and Survival and Political Empowerment. Quest’anno abbiamo perso 9 posizioni.

Guardando all’indice complessivo, in Italia le donne sono più svantaggiate rispetto agli uomini, tanto che il ‘gender gap’ (le differenti opportunità, gli status e le attitudini uomini-donne) quest’anno ci vede scendere dal 41° al 50° posto, anche se fino a dieci anni fa occupavamo il 77° posto.

L’Italia è penalizzata in termini di partecipazione e opportunità economica per le donne nel mondo del lavoro. Infatti la differenza tra i due sessi quest’anno ci vede al 117° posto.
In termini di pay-gap, siamo al 127° posto della classifica generale. Non siamo le sole certo ad avere questo problema.
Prendiamo il caso delle donne islandesi, che pur vivendo in un Paese primo in classifica, qualche giorno fa sono uscite dal lavoro alle 14.38 per protestare contro le differenze salariali tra uomini e donne. La disuguaglianza salariale significa che le donne in tutta Europa lavorano in parte gratis.

La parità a livello globale arriverà, se tutto va bene, solo tra 170 anni.
Per quanto riguarda il numero di donne che lavorano fuori casa il divario è cresciuto passando dal 60% nel 2015 al 57% nel 2016. Su 144 Paesi, siamo classificati all’89° posto per partecipazione al mondo del lavoro.

 

 

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​La #conciliazione non è un lusso di pochi. La #conciliazione è un diritto fondamentale di tutti.

 

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(iStockphoto)

 

Italia 2016. Tra fertility day, prestigio della maternità, fertilità bene comune e altre ciliegine “risolte” tutte in “un semplice errore di comunicazione”, “correggeremo la campagna”, va in scena la solita rappresentazione. Per fortuna c’è chi fa notare che l’impianto ideologico alla base del piano nazionale per la fertilità è anacronistico e lesivo per tanti motivi e per tante persone (qui e qui). Sta di fatto che anziché accogliere i suggerimenti, cogliere dalle critiche un approccio diverso e avviare un percorso multidisciplinare, si preferisce far finta di niente. Poi forse si metterà una toppa.

Ci sarebbe bisogno di interventi organici e strutturali, di ristrutturare un welfare sulla base delle esigenze attuali, assicurando a tutt* un buon work-life balance, che non è “quella roba lì da donne”, ma riguarda l’intera comunità.

A quanto pare per l’Unione Europea la parità di genere è una questione centrale e nonostante i suoi limitati poteri di intervento negli ambiti delle politiche del lavoro e sociali, per sussidiarietà ancora in gran parte di competenza degli Stati membri, periodicamente si adopera per poter sollecitare affinché si ragioni e si intervenga per cambiare lo status quo.

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Preistorica parità

Photograph: Everett Collection -  Rex Features

Photograph: Everett Collection – Rex Features

 

Secondo uno studio di alcuni scienziati di cui parla il Guardian (QUI), sembra che nella preistoria, i nostri antenati avessero una forma relazionale uomo-donna più paritaria della nostra. L’osservazione delle moderne tribù di cacciatori-raccoglitori ha mostrato che operano su base egualitaria, suggerendo che la disuguaglianza sia un’aberrazione che si è creata con l’avvento dell’agricoltura.

In questo post traccerò un parallelo tra le tesi illustrate a proposito da Simone de Beauvoir ne Il secondo sesso, e quelle contenute nello studio scientifico da poco pubblicato.

Iniziamo con la mia traduzione dell’articolo pubblicato sul Guardian.

 

I nostri antenati preistorici sono spesso dipinti come selvaggi che brandiscono lance, ma le prime società umane è probabile che fossero fondate su principi egualitari illuminati, secondo gli scienziati.
Uno studio ha dimostrato che in tribù di cacciatori-raccoglitori contemporanee, gli uomini e le donne tendono ad avere pari influenza su dove vive il loro gruppo, e con chi vivono. I risultati mettono in discussione l’idea che l’uguaglianza sessuale sia un’invenzione recente, suggerendo che è stata la norma per gli esseri umani per la maggior parte della nostra storia evolutiva.
Mark Dyble, un antropologo che ha condotto lo studio presso l’University College di Londra, sostiene: ”C’è ancora questa percezione diffusa che i cacciatori-raccoglitori fossero più machi o maschilisti. Riteniamo che questa sia stata solo una conseguenza dell’agricoltura, quando la gente ha potuto iniziare ad accumulare risorse, ed è emersa la disuguaglianza.
Dyble sostiene che recenti risultati suggeriscono che la parità tra i sessi potrebbe essere stata un vantaggio per la sopravvivenza e ha giocato un ruolo fondamentale nel plasmare la società umana e l’evoluzione. “L’uguaglianza tra i sessi è una dei più importanti cambiamenti all’organizzazione sociale, insieme ad aspetti quali il legame di coppia, i nostri grandi cervelli sociali, il linguaggio, che distinguono gli esseri umani”, egli dice. “E’ un fatto importante, che non è mai stato ben evidenziato in passato.”
Lo studio, pubblicato sulla rivista Science, parte a indagare l’apparente paradosso per cui mentre le persone all’interno di società di cacciatori-raccoglitori mostrano forti preferenze per una vita insieme ai membri della propria famiglia, nella pratica i gruppi in cui vivono tendono a comprendere alcuni individui strettamente collegati.
Gli scienziati hanno raccolto i dati genealogici da due popolazioni di cacciatori-raccoglitori (si dovrebbe comprendere se queste società analizzate ai nostri giorni possano essere confrontate o fungere da esempio con quelle dei nostri antenati, sia per numero di individui, per tempi/abitudini di stanzialità e per altre caratteristiche peculiari, ndr), uno in Congo e uno nelle Filippine, comprendendo le relazioni di parentela, il movimento tra i campi e i modelli di residenza, attraverso centinaia di interviste. In entrambi i casi, le persone tendono a vivere in gruppi di circa 20 persone, in movimento ogni circa 10 giorni, nutrendosi di selvaggina, pesce, frutta raccolta, verdura e miele.
Gli scienziati hanno costruito un modello al computer per simulare il processo di selezione di un campo, partendo dal presupposto che la gente ha scelto di popolare un campo vuoto con i loro parenti stretti: fratelli, genitori e figli.
Quando un solo sesso aveva influenza sul processo, com’è tipico delle società basate sulla pastorizia o agricole a prevalenza maschile, si sviluppa un ristretto centro di individui. Tuttavia, il numero medio di individui imparentati diviene minore quando gli uomini e le donne hanno pari influenza – trovando una stretta corrispondenza con le popolazioni oggetto dello studio.
“Quando solo gli uomini hanno influenza su coloro con cui vivono, il nucleo della comunità è una fitta rete di uomini strettamente legati con i coniugi della periferia”, ha detto Dyble. “Se uomini e donne decidono, non si ottengono gruppi in cui vivono 4 o 5 fratelli.”
Gli autori sostengono che l’uguaglianza tra i sessi possa aver dimostrato un vantaggio evolutivo per le prime società umane, in quanto avrebbe favorito una rete sociale più ampia di relazioni e una più stretta cooperazione tra individui non imparentati. “Ti consente di avere una rete sociale più ampia con una scelta più vasta di amici, in modo che la consanguneità non sia un problema”, ha detto Dyble. “E si entra in contatto con più persone e si possono condividere le innovazioni, che è qualcosa che distingue gli esseri umani.”
Il dottor Tamas David-Barrett, uno scienziato che studia i comportamenti presso l’Università di Oxford, concorda: “Questo è un risultato molto chiaro”, ha detto. “Se si è in grado di seguire il parente più lontano, si può disporre di una rete molto più ampia. Tutto quello che dovresti fare è organizzare di tanto in tanto una sorta di festa.”
Lo studio suggerisce che solo con l’avvento dell’agricoltura, quando le persone per la prima volta sono state in grado di accumulare risorse, sia emerso uno squilibrio. “Gli uomini hanno potuto iniziare ad avere più mogli, e possono avere più figli rispetto alle donne”, ha detto Dyble. “Diventa vantaggioso per gli uomini accumulare risorse e per questo diventano più favorevoli a formare alleanze con i parenti di sesso maschile”.
Dyble sostiene che l’egualitarismo potrebbe anche essere un fattore importante per distinguere i nostri antenati dai nostri cugini primati. “Gli scimpanzé vivono in società dominate dagli uomini piuttosto aggressive e fortemente gerarchizzate”, dice. “Come risultato, non conoscono molti adulti nella loro esistenza, in modo tale che le conquiste “tecniche” possano essere durature”.
I risultati sembrano essere supportati da osservazioni qualitative dei gruppi di cacciatori-raccoglitori nello studio. Nella popolazione delle Filippine, le donne sono coinvolte nella caccia e nella raccolta del miele, benché ci sia una divisione del lavoro, uomini e donne contribuiscono complessivamente ad apportare la stessa quantità di calorie al campo. In entrambi i gruppi, la monogamia è la norma e gli uomini sono attivi nella cura dei bambini.
Andrea Migliano, University College di Londra, co-autrice dello studio, ha detto: “l’uguaglianza tra i sessi suggerisce uno scenario in cui tratti umani tipici, come la cooperazione con individui non imparentati, potrebbero essere emersi nel corso del nostro passato evolutivo”.

 

Simone de Beauvoir (siamo nel 1949) tenta di identificare la condizione della donna nel periodo pre-agricolo. Gli strumenti di cui si avvale sono ben diversi rispetto a quelli dello studio sopra citato. Si pone la domanda se la donna a quei tempi avesse la stessa conformazione fisica e muscolare di quella odierna. “Le erano affidati duri lavori; era lei a portare i carichi durante gli spostamenti (probabilmente perché gli uomini dovevano avere le mani libere per poter far fronte ad eventuali attacchi di uomini o animali). “Secondo i racconti di Erodoto, le tradizioni attorno alle Amazzoni di Dahomey e molte altre testimonianze antiche e moderne, pare che le donne prendessero parte a guerre o a vendette sanguinose; esse vi facevano mostra di coraggio e di crudeltà quanto gli uomini”. È verosimile che gli uomini avessero comunque maggiore forza fisica, contro la natura spietata dell’epoca. Chiaramente parto, gravidanza e mestruazioni ne riducevano la capacità lavorativa e di vita attiva. Ma la lotta contro un mondo ostile implicava l’impiego di tutte le forze della comunità.
Un elemento che viene introdotto è quello per cui l’uomo, attraverso il suo essere faber, si attrezza, inventa strumenti per poter dominare la natura che lo circonda: “già la clava, la mazza di cui arma il braccio per abbattere i frutti, per uccidere le bestie, sono strumenti attraverso i quali egli aumenta la sua presa sul mondo; non si limita a portare al focolare i pesci tratti dal mare: deve prima di tutto conquistare il dominio delle acque fabbricando piroghe; per far sue le ricchezze del mondo si impadronisce del mondo stesso. In questa azione sperimenta il proprio potere; si pone degli scopi, traccia le vie per raggiungerli: si realizza come esistente. Per conservare crea; oltrepassa il presente, apre l’avvenire”. Il lavoro come fondamenta per un nuovo avvenire.
L’agricoltura, porterà alla nascita di società più complesse, delle stratificazioni sociali, della definizione di ruoli sociali separati tra uomini e donne (da cui le discriminazioni e segregazioni del genere femminile), del diritto e delle istituzioni, con un rapporto con la terra diverso, un valore dei figli più importante in funzione della trasmissione della proprietà terriera. Al contempo de Beauvoir annota il fatto che la maternità, che permette nuova prole da destinare all’agricoltura, acquista un ruolo spesso sacro (aspetto via via superato nel corso della storia umana). Da questi aspetti deriva secondo de Beauvoir tutto il processo che ancora oggi identifica il clan-la gente-la famiglia e la proprietà.

Vi allego questo frammento, in cui emergono tutti i punti centrali che de Beauvoir cerca di analizzare, sempre partendo da una chiara differenza tra uomo e donna, nel modo di intendere il rapporto con la vita, il tempo e la Natura.

DONNE UOMINI PREISTORIA

 

Non abbiamo la certezza sui meccanismi in atto nel nostro passato remoto, ma quel che è certo è che oggi una maggiore parità tra i sessi assicurerebbe una maggiore uguaglianza e un equilibrio nella redistribuzione delle risorse e una migliore e più ottimale compartecipazione al benessere collettivo.

 

Su questi temi, un articolo interessante di Gabriella Giudici:
http://gabriellagiudici.it/lambiente-e-le-forme-di-societa/

 

TO BE CONTINUED… 

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Azioni concrete: #194 e diritti delle donne

Il 12 marzo ho partecipato a questa conferenza, presso l’Università Statale di Milano:

12marzo

 

Cristina Obber ha ribadito l’importanza di continuare ad occuparci di stereotipi di genere, che sono trasversali, senza confine di ceto, livello culturale o professionale. Ci sono ancora tanti piccoli tasselli che compongono il puzzle della discriminazione per genere: dobbiamo ancora fare molta strada per superare questi elementi che ci separano da una piena eguaglianza e partecipazione. Nonostante la percezione diffusa, sono tanti gli elementi che ci portano a dire che c’è ancora un grande bisogno di affrontare queste tematiche, per scardinare secoli di stereotipi di ruolo e gabbie culturali che hanno impedito alle donne di essere pari e di dare un proprio autonomo e essenziale contributo al progresso della società. Ognuno di noi, nel privato, ma anche nella vita professionale, può dare il proprio contributo al cambiamento culturale necessario per risalire la china. Secondo il rapporto Gender Global Gap del 2014, del World Economic Forum, l’Italia è al 69° posto su 142 Paesi. Per questo è importante essere medici consapevoli, capaci di andare oltre il mero aspetto tecnico, facendo meglio il proprio lavoro. Consapevolezza che parte da sé come individui e arriva nell’ambito lavorativo.

 

ok Obber3  ok Obber2

 

L’intervento deciso e concreto di Mercedes Lanzillotta è stato ricco di spunti di riflessione e di azione. Perché soprattutto di azione concreta si tratta e su questo dobbiamo investire le nostre energie. Conosciamo tutti cosa sia la relazione annuale sull’applicazione della Legge 194.

Ne aveva fatto un’analisi molto interessante Eleonora Cirant, che mi fa piacere riproporvi (qui).

L’ultima relazione ci riporta un numero: 102.644 IVG nel 2013, dato da prendere con le pinze, perché la relazione ha dei buchi, i dati non sono completi, non tutte le strutture/regioni riescono a fornire dati in materia. Eppure secondo il Ministero, il numero dei medici è sufficiente a garantire un servizio adeguato su tutto il territorio nazionale. Scarsa conoscenza di cosa avviene in Italia? Fate voi.

Mercedes Lanzillotta ci porta a riflettere sui dati e su quel -56,3% di IVG tra il 1984 e il 2013. Questa percentuale va letta anche alla luce di una riduzione della natalità in Italia, per cui il numero delle IVG in proporzione non è da considerarsi poi tanto basso.

Dal 1978 ad oggi la 194 è stata svilita e attaccata da più fronti.

– riduzione del numero di consultori e delle loro attività. Vedasi il caso lombardo di cui ho più volte parlato.

– proliferazione dei cimiterini dei feti;

– smisurato numero di medici obiettori.

Al Niguarda dove son tutti obiettori, chiamano medici dal Sacco per garantire l’applicazione della 194. Con un business che cresce a spese del corpo delle donne.

Su questo blog e altrove si è spesso sottolineato come vi sia un pericoloso ritorno alla clandestinità. Con tutto quello che comporta l’aborto senza le opportune cure e assistenza. L’aumento degli aborti spontanei parla chiaro: 1/3 di questi si stima che sia stato procurato. Si torna alle mammane o ai farmaci venduti al mercato. Si stimano circa 15.000 aborti clandestini. Siamo tornati al faidate e alla clandestinità. Sono aperti ben 188 procedimenti penali per violazione della 194.

Costringere le donne italiane o europee alla migrazione territoriale per poter interrompere la gravidanza è un’altra violenza inaccettabile.

Abbiamo problemi a reperire la pillola del giorno dopo, per quella dei cinque giorni dopo si sono imposti nuovi ostacoli, per la RU486 è prevista l’ospedalizzazione con quello che comporta.

Mercedes Lanzillotta ci ha parlato del boom di cliniche private convenzionate sorte in Puglia per sopperire alle domande di IVG, che il pubblico non riesce a soddisfare per il numero elevato di obiettori. Obiezione che sembra concentrarsi nel pubblico, e magicamente diventa rara nel privato. E c’è un giro di milioni di euro intollerabile.

 

business-Puglia

 

Quindi che fare? Zingaretti ci aveva provato, consentendo l’obiezione solo a livello di operatività tecnica. La delibera è stata bocciata dal Consiglio di Stato, dopo aver ricevuto l’approvazione dal TAR della Regione Lazio. Nichi Vendola qualche anno fa aveva provato a bandire un concorso aperto solo ai non obiettori, tentativo fallito e sanzionato dal Tar.

Anziché flagellarci e non far niente, occorre trovare una soluzione alle crepe della 194, che sia conforme alla nostra Carta. La legge 194 è una legge ad impianto costituzionale, fondata sul secondo comma dell’art. 3 della Costituzione italiana, per questo è molto complicato intervenire su questo testo. Inoltre, la Corte Europea dei diritti dell’uomo nel 2011 stabilisce che “gli stati membri sono tenuti a organizzare i loro servizi sanitari in modo da assicurare l’esercizio effettivo della libertà di coscienza del professionista della salute”.

E’ normale che nelle strutture pubbliche non si applichi la 194? Se hai delle forti motivazioni religiose, che senso ha scegliere una professione che implica certi compiti, che vanno contro la tua coscienza? Giuste le obiezioni che pone Mercedes Lanzillotta.

La strada per avere un servizio h 24 che applichi la 194 è quella di bandire concorsi che prevedano una quota del 50% di posti riservati ai non obiettori (in linea con la proposta di Marina Terragni di qualche mese fa), prevedendo altresì tempi di “riposo” per gli obiettori, per evitare che si occupino unicamente di IVG.

QUI le mie foto della presentazione di Mercedes Lanzillotta.

 

Lanzillotta-1 Lanzillotta-2 Lanzillotta-3

 

 

Molto interessante l’intervento di Maria Rosaria Iardino sul tema della medicina di genere e più in particolare sui trial clinici, affinché tengano maggiormente conto delle specificità fisiologiche delle donne nei test dei farmaci, nei quali è ancora molto bassa la presenza di donne, specialmente nelle prime fasi dei test dei farmaci. Le case farmaceutiche motivano in vari modi la scarsa presenza delle donne nei test (possibili gravidanze, menopausa, ciclo mestruale, eventuale introduzione di ormoni). In realtà è essenziale che sin dalle prime fasi dei test (assorbimento, distribuzione nel corpo, metabolizzazione ed eliminazione del farmaco, definizione della dose ottimale) si verifichi il comportamento del corpo delle donne. Questa discriminazione può portare a gravi conseguenze. Una simile attenzione andrebbe applicata anche ad altri due gruppi di pazienti: bambini e anziani. Non è sufficiente ri-dosare un farmaco sulla base del peso corporeo, occorre verificare tutti i fattori e ricalibrarli su organismi diversi da quelli di adulti in buona salute.

Cambiare le modalità dei trial è inizialmente più dispendioso per le case farmaceutiche, ma indubbiamente questo costo verrà ripagato nel tempo, perché si tratta di una prassi virtuosa e volta a migliorare l’efficacia stessa dei farmaci.

Accolgo l’invito di Maria Rosaria Iardino: la scelta della professione medica deve avere come obiettivo la salute e non la carriera personale. Un maggior numero di donne, significa un miglioramento, una maggior attenzione a un’ottica di genere ai problemi.

 

Qui qualche slide a riguardo.

 

Iardino-1 Iardino-2

 

 

A tutte le donne che restano silenti e attendono una grossa mobilitazione delle donne in Italia prima di attivarsi personalmente, dico: le donne siamo tutte noi, tutte noi dobbiamo muoverci, senza aspettare il movimento di massa, perché quel movimento siamo noi, solo se lo vogliamo e ci crediamo. Quando si attendono le Altre, non si sta capendo che le Altre siamo noi tutte. Sembra quasi che si attenda la venuta delle Aliene, disposte a liberarci e a darci diritti. Se non ci aiutiamo da sole, facendo rete tra di noi, facendoci sentire in ogni occasione e in ogni modo, nessuno penserà a noi, ricordiamocelo!

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Scomode

 

orecchino di perla

Mi è particolarmente piaciuto l’intervento di Barbara Bonomi Romagnoli, che all’interno di Linea notte del 23 ottobre (al 45° minuto circa qui), ha cercato di portare un po’ di luce su temi spesso scomodi e dimenticati, quali un ministero che si occupi delle pari opportunità, i fondi anti-violenza e il piano anti-violenza nazionale (chiedendo risposte precise in merito, al di là degli annunci e delle soluzioni tampone emergenziali; qui lo stato dell’arte). Il nostro compito deve essere quello di porre domande scomode. In questo periodo dove tutto è coperto da una coltre di miele e tutti sembrano adorare il premier, forse bisognerebbe essere tutti un po’ più svegli e chiedere conto dei problemi accantonati e dimenticati, ma tuttora esistenti.
Di Barbara, mi è piaciuto il suo parlare di violenza a 360°, che riguarda anche la disapplicazione della 194 e il numero di obiettori che di fatto compiono una vera e propria violenza sulle donne. Un discorso e una riflessione simile a quelli che facevo alle compagne del gruppo di donne di cui faccio parte, facendo riferimento a un articolo di Chiara Lalli sulla relazione annuale sulla 194.
Ha ragione Lalli (qui il suo articolo): “se scegli di fare il ginecologo dovresti prenderti in carico tutti i servizi e non solo quelli che ti piacciono”.
Questo vale per ogni contesto, dall’ospedale al consultorio. Altrimenti vai a fare un altro mestiere. Sì perché il consultorio pubblico dovrebbe essere il primo baluardo a difesa della 194. Parlo di Lombardia, ma il fenomeno può essere allargato. La riforma li ha trasformati da consultori familiari in centri per la famiglia. Stanno svuotando da dentro i consultori, riducendo personale e risorse. L’obiettivo finale di Regione Lombardia è rendere le cose difficili per scoraggiare gli utenti e rendere i servizi inutilizzabili, non adeguati. Un modo per agevolarne la chiusura in futuro.
La relazione del ministero mi sembra emblematica di una deriva che fa dell’approssimazione dei dati e delle informazioni un sistema per evitare di dover dare conto di una disapplicazione di fatto di una legge dello stato. Non viene fornito un servizio. Se non si compie un’analisi critica e non si legge tra le righe della relazione, l’idea è che tutto sommato il numero di non obiettori sia sufficiente a garantire il servizio. Ma quel 64% delle strutture pubbliche dice esattamente il contrario.
Dobbiamo chiedere che il personale sia idoneo a garantire un’accoglienza e un servizio degni. Di scribacchini di ricette rosse non abbiamo bisogno. Di farci fare la morale dal personale sanitario nemmeno. Altrimenti, se non ti senti portato, se non ce la fai proprio, cambi lavoro, smetti si avere relazioni con gli esseri umani e fai un lavoro di catena di montaggio. Nessuno ti costringe a fare un lavoro, che implica un uso appropriato delle parole, per cui non ti senti portato. Come in altri settori, c’è la fila fuori e noi ci guadagneremmo in salute. Penso che queste siano forme di violenza legalizzate. Quando il personale sanitario e la psicologa si permettono di dire che il mio dolore non esiste, oppure è sopportabile, è normale, per esempio per costringermi ad allattare naturalmente, stanno commettendo violenza. Perché io avevo una mastite e il mio dolore e la mia sofferenza c’erano. Fin qui uno dei tanti episodi personali che potrei raccontare. Quando un ginecologo si permette di etichettare come una poco di buono (davanti agli altri utenti dell’ambulatorio) una quattordicenne (apostrofando in malo modo anche i genitori della ragazza) che è andata in consultorio per chiedere di iniziare a usare un contraccettivo ormonale, commette violenza. Immaginate questo atteggiamento che risultati ha: le ragazze lasceranno perdere (con tutte le conseguenze di una mancata contraccezione) o si rivolgeranno al web. Non sarebbe meglio accogliere, spiegare, capire i motivi della richiesta e aiutare queste ragazze? Il Consultorio in Piazza mi ha permesso di raccogliere un sacco di storie. Il bello è che per molti e per molte donne, va bene così, il medico non può accogliere, ascoltare, approfondire, aiutare, deve semplicemente e asetticamente emettere diagnosi e anche qualche giudizio morale se lo ritiene.. Siamo immersi in una brodaglia ideologica, moralizzatrice, confessionale pericolosissima. Una donna con cui ho parlato mi ha detto che non rientra nelle competenze del medico essere empatico e stabilire relazioni umane. Il medico deve proteggersi da eventuali denunce. Quindi si può anche permettere di usare violenza verbale per non incorrere in eventuali problemi legali. Bene, anzi male. Non vi dico la professione di costei, è meglio. Questo tipo di persone vanno in giro a pontificare, ma sono altamente pericolose. Altro particolare che mi fa infuriare. Se io ho i soldi, pago un medico privato che senza problemi mi ascolta, mi consiglia, mi aiuta. Se non ho soldi e magari non ho una famiglia alle spalle che mi spiega come avere una sessualità consapevole, mi devo rivolgere alle strutture pubbliche e incrociare le dita, sperando di incontrare il medico giusto, che sappia ascoltarmi e che sappia consigliarmi (senza usare epiteti o minacce) e che non mi mandi via. Dev’essere sempre una questione di denaro?
L’inversione culturale, necessaria per bloccare la deriva, implica che una parte di società sappia uscire allo scoperto e far emergere questi disastri. Altrimenti saremo tutt* complici.

 

Non dobbiamo ignorare cosa accade attorno a noi. Dobbiamo essere al corrente di cosa è stato fatto nel nostro paese per la parità.

Ecco qualche immagine dalla marcia dei No194 e della contromanifestazione in difesa della 194 (qui e qui).

 

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