Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Violenza di genere. Lettera aperta al Quotidiano Avvenire


Spettabile quotidiano Avvenire e spettabile Direttore,
ci permettiamo di inviarvi alcune riflessioni in merito ai contenuti di un articolo pubblicato online lo scorso 18 agosto.
Daniele Novara, pedagogista, scrive un articolo denso di stereotipi e di misoginia, portatore di una lettura della violenza contro le donne che non fa altro che colpevolizzarle, addossando le responsabilità a figure materne opprimenti e “soffocanti”.
Proprio così, si parla di un eccesso di ruolo materno, di un desiderio di “eliminazione della figura femminile” che nasce da questa figura materna oppressiva. Non ci stiamo a questa ricostruzione e a questo spostamento delle responsabilità ancora una volta sulle donne.

“Liberare i bambini dall’eccesso di soffocamento materno. Viviamo un eccesso di ruolo materno, di cura, di controllo. Le madri a volte soffocano i figli. Fuori dal lettone dopo i 3 anni; giù dal passeggino a 4 anni; via il pannolino a 2 anni; autonomia nelle pratiche di pulizia personale dai 5/6 anni. I bambini vanno liberati. So di madri che, per eccesso di zelo e di controllo, curano l’igiene del figlio di 9 anni e lo tengono nel lettone con sé, e non si rendono conto di mantenere il proprio bambino in una situazione di ambiguità, anche un po’ morbosa, in cui il piccolo fatica a sviluppare autonomia e vive situazioni che possono essere fonte di umiliazione e frustrazione profonda. Il desiderio, poi, di eliminare la figura femminile può nascere anche da qui.”

Pedagogia e neuroscienze ci hanno aiutato a diffidare della “ricetta” per crescere il bambino “perfetto” e ci hanno rivelato la complessità dell’opera educativa a fronte dell’unicità di ogni essere umano. Ciascun individuo è un universo in fieri, con un suo percorso evolutivo, con una sua irripetibile e inimitabile soggettività. Dall’esperienza di genitori sappiamo che i bambini non sono tutti identici e che non è detto che a pari età corrisponda lo stesso livello di sviluppo. Ci chiediamo inoltre perché si faccia riferimento unicamente alle influenze sullo sviluppo della personalità e delle relazioni del figlio, maschio. Esiste quindi una differente ricaduta sulle figlie, si prevede una educazione differente a seconda che si tratti di un figlio o di una figlia? Su questa dicotomia, suggerita dal ragionamento del pedagogista, forse occorrerebbe riflettere maggiormente. Non dovremmo avere un comune obiettivo di crescere figli, che siano maschi o femmine, capaci di relazionarsi all’insegna del rispetto, rifuggendo ogni forma di violenza o di sopraffazione dell’altro/a?
Peccato che anni di approfondimenti, studi e riflessioni femministe abbiano dimostrato che le radici della violenza risiedono proprio in una cultura di stampo patriarcale, che viene replicata in famiglia da modelli secolari in cui la figura maschile è dominante, assoluta, in cui le relazioni non sono paritarie e i conflitti si risolvono con abusi ai danni della donna.
Pensiamo davvero che basti la formula “più padri”, “che incentiva l’autonomia, che stimola l’esplorazione della vita e valorizza la fatica del crescere senza diventare dispotico”? Pensiamo che “La virilità è una questione di argini, limiti, sponde, coraggio e avventure. Aiutarli a litigare bene” sia la soluzione? Sappiamo cosa reca con sé la parola “virilità” nella nostra società, il modello maschile a cui si guarda e che si trasmette da generazioni e che tante responsabilità ha in termini di aspettative obbligate e ruoli.
L’impasto in cui i figli, maschi e femmine, crescono e con cui vengono alimentati produce una visione distorta dei rapporti tra i due generi, così in parallelo si consolidano stereotipi e ruoli di genere. La corresponsabilità in tema di educazione dovrebbe essere chiara al pedagogista, che purtroppo separa e distingue ancora troppo ruoli e compiti di madri e padri.
In assenza di un lavoro di rimozione di cliché e paradigmi maschilisti, su questa cultura patriarcale che madri e padri replicano e trasmettono attraverso le loro espressioni e interazioni quotidiane, il pedagogista Novara dovrebbe spiegarci quale tipo di cultura e di azione preventiva della violenza possa passare da generazioni di maschi convinti di essere un modello di perfezione, tutto dominio, controllo e possesso.
Dovrebbe farci comprendere meglio cosa può trasmettere una famiglia imbevuta di stereotipi e di errori/difficoltà relazionali.
La famiglia in questo articolo diventa la soluzione e l’argine di un fenomeno che viene nuovamente relegato a una questione privata, familiare.
Abbiamo fatto tanta fatica affinché l’intera comunità, società si assumesse le sue responsabilità di fronte alla violenza contro le donne ed ora ci vogliono far tornare indietro, riducendo tutto a una questione di educazione familiare, intima, interna all’ambito domestico dove sappiamo che avvengono la maggior parte degli episodi di violenza. L’esempio familiare è importante, ma non è assolutamente sufficiente.
La violenza di genere non è una questione “privata” ma pubblica, politica, che va affrontata a più livelli e che deve coinvolgere più attori all’interno della società. Nessuno può sottrarsi a questo impegno, altrimenti tutti gli interventi saranno zoppi e inefficaci.
Conosciamo benissimo l’ostilità pregiudiziale di un certo mondo ad interventi educativi e preventivi a scuola. Ma senza l’intervento sistematico e capillare nelle scuole di ogni ordine e grado, volto a modificare la cultura alla base della violenza di genere, non estirperemo le radici della violenza. Occorre l’azione di un soggetto o più soggetti terzi, esterni alla famiglia, che non può essere monade, nucleo chiuso e impermeabile alla società. La famiglia deve essere supportata dall’esterno e collaborare con l’esterno.
Così come non sono sufficienti politiche repressive, leggi che intervengono a posteriori, ma è necessaria una adeguata preparazione di magistratura e forze dell’ordine. La violenza va prevenuta e contrastata a 360°.
Per questo occorre convincersi del fatto che non si può più rinviare un lavoro di prevenzione nelle scuole e in ogni contesto in cui sin dai primi anni si definiscono relazioni e si formano le personalità dei futuri adulti. Un intervento educativo che non può essere unicamente rivolto ai maschi, ma deve riguardare anche le femmine, affinché si diffonda una cultura del rispetto delle differenze di genere, fuori da gabbie di genere e da modelli maschili e femminili intrisi di stereotipi. Dobbiamo lavorare a una società fondata sulla parità e sulla cultura dell’ascolto, del rispetto, dell’accoglienza delle multiformi modalità di essere uomini e donne. Se riusciremo a realizzare un percorso di crescita che contempli tutto questo avremo finalmente intaccato ciò che alimenta violenza e discriminazioni di genere.
Un approccio che guardi alla famiglia come l’unica agenzia educativa responsabile della maturazione degli individui, è sintomo di una mancanza di comprensione della violenza e delle sue cause. L’educazione deve prevedere responsabilità molteplici e deve coinvolgere più entità, rivolgendosi ai bambini sin dalla prima infanzia, fornendo strumenti di decodificazione della realtà e di costruzione paritaria delle relazioni. Non è semplicemente insegnare ai maschi come “litigare bene”, perché sappiamo che le forme di violenza sono molteplici, in alcuni casi meno visibili (violenza psicologica ed economica per esempio) e la violenza non è riducibile a questo aspetto. Prevenire e contrastare la violenza è un impegnativo lavoro volto a modificare equilibri e modalità relazionali, ruoli sociali e familiari, modelli di riferimento, stereotipi di genere, aspettative sulla base del genere di appartenenza.
Insomma, occorre decostruire e superare il genere come complessa costruzione culturale, con tutti gli incasellamenti che ne conseguono nel “maschile” e nel “femminile” tipici di ciascun contesto storico-culturale, con le relative funzioni sociali ad essi legati/attribuiti/assegnati. Le aspettative comportamentali e funzionali assegnate al genere hanno ricadute anche nelle relazioni e nel modo di rapportarsi con gli altri. Solo così potremo rimuovere desideri e manie di possesso, di controllo, di proprietà, e quel binomio distruttivo amore-violenza ancora tanto diffuso. Ripetiamo, è un lavoro da fare sia su maschi che femmine, perché la relazione non è composta da un solo individuo, perché sappiamo che pezzi di cultura patriarcale purtroppo sono interiorizzati anche dalle donne. Un cammino da compiere insieme, a tutti i livelli sociali e istituzionali.
Ci auguriamo che si comprenda come il tema della violenza contro le donne meriti e necessiti di essere affrontato in maniera più ampia e meno stereotipata.

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Dall’UE un accordo quadro in materia di congedo parentale

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Lo abbiamo letto nel report del McKinsey Global Institute dal titolo The power of parity: la parità di genere potrebbe contribuire con 12 trilioni di dollari al PIL mondiale da qui al 2025, ossia l’11% in più di quanto succederebbe con uno scenario ordinario. Non si tratta solo di spingere verso la parità nel mondo del lavoro, ma di creare le condizioni perché si abbia un riequilibrio sociale uomo-donna. Per raggiungere questo obiettivo si dovrebbe investire sulle seguenti aree: istruzione, pianificazione familiare, salute materna, inclusione finanziaria, inclusione digitale e previdenza sanitaria con congedi per malattia retribuiti.

L’incremento della spesa annuale ammonterebbe a 1,5/2 trilioni di dollari entro il 2025, un aumento del 20-30% degli investimenti. Non poco, si potrebbe dire, ma si avrebbero delle ricadute ben più ampie su tutta la popolazione e sul PIL. Ce lo ripetiamo da tempo. Una litania che non si riesce a tradurre in fatti. Da qualche parte si deve iniziare a invertire la rotta.

Per colmare il gap di genere ci vuole volontà politica. Se non si colma è perché chi cerca di portare avanti politiche di parità viene marginalizzata. Perché questi temi vengono avvertiti sempre come secondari, roba da donne. Invece è roba che riguarda tutta la popolazione, l’intero Paese. Se continuo a portare avanti certe battaglie è per dare testimonianza che c’è un modo altro di intendere le priorità e risolvere i problemi. Sinché continueremo a non avere uno sguardo d’insieme sulle questioni, brancoleremo nel buio e annasperemo nel fango. Esistiamo anche noi donne e non potete relegarci sempre a fondo pagina dell’agenda politica. Non potete abbandonarci a un destino secolare, perché così è stato e sempre sarà. Noi quello spazio ce lo prendiamo e dovrete ascoltarci prima o poi. Noi continueremo a martellare sempre su certi tasti, sino ad avere le risposte che tutta la comunità di uomini e donne merita. Non si esce dal pantano a pezzi, ma tutti insieme.

 

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http://www.mammeonline.net/content/dall-UE-accordo-quadro-in-materia-di-congedo-parentale

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Quasi cinque anni di silenzio

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Un recente rapporto mondiale dell’ILO (o OIL) parla di crisi e sostegno alle famiglie (QUI). Sì, perché pare che in alcuni Paesi (non pensate al nostro), la crisi abbia portato a un rafforzamento dei sistemi di sostegno. Cito:

“sono numerosi i paesi ― tra cui la Germania, l’Australia, la Francia, la Norvegia, la Polonia e la Slovacchia ― che hanno rafforzato il sostegno alle famiglie durante la crisi migliorando l’accesso ai servizi per la prima infanzia, attraverso incentivi fiscali oppure aumentando la durata, l’estensione e il livello delle prestazioni di maternità e di congedo parentale. Nel 2011, la Cina ha esteso il congedo di maternità da 90 a 98 giorni, mentre il Cile ha prolungato la durata del congedo di maternità dopo la nascita del bambino da 18 a 30 settimane. Il Salvador ha aumentato la compensazione del reddito garantito dal 75 al 100 per cento durante le 12 settimane di congedo di maternità per le madri registrate al servizio nazionale di sicurezza sociale”.

Come potete notare non si tratta di misure una-tantum ma di qualcosa di più strutturato. Misure che non generano disparità. Da noi si è preferito usare il bonus per le neo-mamme, per quelle naturalmente che avevano il figlio nel 2015. Le altre chissà. Dopo, chissà. L’Italia viene citata nel rapporto per un tema non proprio positivo:

“In Croazia, Italia e Portogallo viene riportato l’utilizzo delle «dimissioni in bianco», ovvero lettere di dimissioni non datate che le lavoratrici sono costrette a firmare al momento dell’assunzione. Queste vengono poi utilizzate in caso di gravidanza delle lavoratrici, in casi di malattie prolungate o responsabilità familiari di varia natura. In Spagna, si attribuisce alla crisi la responsabilità di licenziamenti o casi di molestie legate al lavoro.”

Volgiamo lo sguardo all’Unione Europea. Come al solito non se ne parla, meglio soprassedere ciò che accade. Invece voglio raccontarvi qualcosa di interessante a proposito di congedi parentali/maternità. Nell’ottobre 2008, la Commissione aveva proposto di rivedere l’attuale legislazione (direttiva 92/85, TESTO), come parte del pacchetto per conciliare la vita lavorativa e quella familiare, basato sulla Convenzione OIL (Organizzazione internazionale del lavoro) sulla protezione della maternità del 2000 (TESTO) . Il testo era stato presentato dalla Commissione per i diritti della donna e l’uguaglianza di genere, con relatrice Edite Estrela, sentito il parere della Commissione per l’occupazione e gli affari sociali, relatrice Rovana Plumb. Nel mese di ottobre 2010 il Parlamento europeo ha approvato la sua prima lettura. Il Consiglio deve ancora approvare la sua posizione in merito. Sono passati quasi 5 anni. Un tempo biblico. Arriviamo ai nostri giorni. La Commissione ha dichiarato l’intenzione di ritirare il progetto di legge. La proposta della Commissione di ritirare il progetto di direttiva sul congedo di maternità sarà discussa martedì 19 maggio, nel pomeriggio. Nel progetto di risoluzione in votazione mercoledì 20, i deputati chiederanno al Consiglio di presentare la sua posizione sul dossier e la ripresa dei colloqui. Qualora la Commissione europea ritirasse il progetto di legge, i deputati dovrebbero esortarla a presentare con urgenza un nuovo progetto, da discutere durante la prossima Presidenza lussemburghese del Consiglio. Il succo del testo prevedeva una estensione del congedo di maternità da 14 a 20 settimane a stipendio pieno e l’introduzione di due settimane, retribuite integralmente, per il congedo di paternità. Vi cito il comunicato stampa del 2010 (TESTO del comunicato), perché rende molto bene:

Il Parlamento europeo ha approvato mercoledì modifiche alla legislazione europea in materia di congedo di maternità minimo, portandolo da 14 a 20 settimane, tutte remunerate al 100% dello stipendio, con una certa flessibilità per i paesi che hanno regimi di congedo parentale. Inoltre, i deputati hanno anche approvato l’introduzione del congedo di paternità, di almeno due settimane.
Con 390 voti a favore, 192 contrari e 59 astensioni, il Parlamento europeo ha votato in favore della relazione di Edite Estrela (S&D, PT) che estende il congedo di maternità minimo da 14 a 20 settimane, andando cosi oltre la proposta della Commissione di 18 settimane.
Tuttavia, i deputati hanno approvato una serie di emendamenti per assicurare che per i paesi con regimi di congedo parentale, le ultime 4 settimane dovrebbero essere considerate come congedo di maternità, remunerato almeno al 75%.
Le lavoratrici in congedo di maternità devono essere remunerate con la retribuzione al 100% dell’ultima retribuzione mensile o della retribuzione mensile media, secondo il testo approvato. La proposta della Commissione invece prevedeva il pagamento al 100% delle prime 6 settimane di congedo.
Il progetto di legislazione vuole stabilire le regole minime a livello europeo, mentre gli Stati membri resterebbero liberi di introdurre o mantenere i regimi di congedo piu favorevoli alle lavoratrici di quelli previsti dalla direttiva.
“La maternità non puo essere vista come un fardello sui sistemi nazionali di sicurezza sociale, ma rappresenta un investimento per il futuro”, ha affermato la relatrice durante il dibattito lunedì.
Congedo di paternità
Gli Stati membri devono garantire ai padri il diritto a un congedo di paternità remunerato di almeno due settimane, durante il periodo di congedo di maternità, afferma il testo approvato. I deputati che si sono opposti a questa regola sostengono che il congedo di paternità non rientra nell’ambito della legislazione in discussione, che riguarda “la salute e sicurezza delle donne in gravidanza”.
Diritto al lavoro
La commissione per i diritti della donna ha anche adottato emendamenti volti a proibire il licenziamento delle donne dall’inizio della gravidanza fino a almeno il sesto mese dopo la fine del congedo di maternità. Il testo adottato afferma anche che le donne devono poter tornare al loro impiego precedente o a un posto equivalente, con la stessa retribuzione, categoria professionale e responsabilità di prima del congedo.

QUI il testo completo. Ricapitolando, dopo quasi 5 anni: iter legislativo bloccato, aut aut: decidere ora o ripartire da zero, nonostante il buon testo. Quale sarà il destino della #MaternityLeave? Questo il testo dell’interrogazione parlamentare al Consiglio (presentata il 6 maggio da Iratxe García Pérez, Maria Arena, a nome della commissione per i diritti della donna e l’uguaglianza di genere) e che andrà in discussione il 19 maggio e in votazione il 20 maggio:

Dall’inizio della nuova legislatura il Parlamento ha dichiarato esplicitamente in più occasioni, in particolare nella risoluzione del 10 marzo 2015 sui progressi concernenti la parità tra donne e uomini nell’Unione europea nel 2013, di essere pronto a interagire con il Consiglio e ad avviare negoziati sulla direttiva riguardante il congedo di maternità. Il Parlamento assume una posizione pragmatica e costruttiva ed è aperto alla ricerca di un accordo che soddisfi entrambe le istituzioni e, soprattutto, i cittadini europei. Il Parlamento ritiene che l’attuale situazione di stallo possa essere risolta se vi è sufficiente volontà politica da parte delle tre istituzioni.
A dispetto di tali inequivocabili segnali, dal Consiglio non è pervenuta alcuna risposta. La Commissione, nel frattempo, si è detta più volte intenzionata a ritirare la proposta qualora i colegislatori non trovino una via d’uscita dall’impasse entro sei mesi.
L’annunciato ritiro è particolarmente discutibile se si considera che il Parlamento ha concluso la prima lettura, mentre la discussione in sede di Consiglio è bloccata e compromette così l’intera procedura legislativa.
1. Può il Consiglio, quale colegislatore, esprimere una posizione ufficiale riguardo alla prima lettura del Parlamento europeo e assumersi la responsabilità del rifiuto dei miglioramenti della sicurezza e della salute sul lavoro delle lavoratrici gestanti, puerpere o in periodo di allattamento?

Incrociamo le dita, nel giro di un paio di giorni sapremo se si dovrà ricominciare tutto da zero.   QUI un comunicato che ne parla.

 

 

 

Aggiornamento 21.05.2015

MEPs pressed the European Commission not to withdraw a draft EU directive on maternity leave, despite four years’ deadlock over it in the EU Council of Ministers, in a resolution voted on Wednesday. They also urged the ministers to resume talks and agree an official position.

MEPs reiterate their willingness to help break the deadlock and call on the Commission to work to reconcile the positions of Parliament and the Council, in a resolution passed by 419 votes to 97, with 161 abstentions”.

Con la risoluzione approvata ieri 20 maggio, il Parlamento europeo dimostra di non voler abbassare l’attenzione sul tema della tutela non solo della maternità ma anche della genitorialità condivisa.
La proposta che come avevamo detto è bloccata al livello del Consiglio, rischia di essere ritirata a causa di questa situazione di stallo (procedura REFIT); la risoluzione votata ieri è un ulteriore tentativo di impedire che ciò avvenga.  L’iter non si è ancora del tutto sbloccato, ma il Parlamento, con questa risoluzione chiede di riavviare il processo.

 

 

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Parliamone senza omissioni o paure: #surrogacy

© Anne Geddes

© Anne Geddes

 

Non voglio entrare nel polverone di questi giorni. Non è quel punto di vista che mi interessa e che mi ha spinto a scrivere. Desidero partire dallo scritto pubblicato su DonnaeLab di Milena A. Carone (qui). Mettiamo da parte l’omofobia. Perché non si tratta di questo. Rischiamo di deviare il nostro ragionamento. Mi piacerebbe che ci fosse un dialogo sereno, aperto, senza paure. Invece, ancora una volta si ha paura di riflettere e di mettere in campo la questione del potere.

Il POTERE: chi oggi ha ancora in mano lo scettro virtuale e materiale, chi lo esercita, e i suoi squilibri tra uomini e donne. Il maschio, etero o omosessuale, resta quel primo sesso che ha sempre adoperato natura e donna per poter definire se stesso, per potersi affermare su tutto il resto. La discendenza è un nodo cruciale. Forse abbiamo trascurato il corpo femminile che per alcuni diviene oggetto, involucro per consentire questa discendenza. Non vogliamo essere incubatrici, madri per forza in quanto donne, non vogliamo essere oggettificate, adoperate come strumenti dagli uomini e poi, accettiamo di renderci tali per soddisfare un bisogno maschile di trasmettere i suoi sacri geni? Siamo schizofreniche a volte.

Ci può essere l’altruismo, il volersi mettere a disposizione di un’altra persona per aiutarla, ma questa è la faccia che più ci piace vedere o che tranquillizza il nostro immaginario. Dobbiamo avere il coraggio di guardare il lato in ombra e il ruolo delle donne in questo contesto e in quello più allargato dell’intera società. L’articolo tocca gli aspetti giusti. Io aggiungerei un’ulteriore riflessione. In questo tempo veloce, in cui ogni cosa si acquista e si consuma in fretta, anche il desiderio di maternità o paternità può subire questo destino, una volta raggiunto lo scopo. E allora non vorrei che questi figli fossero un soprammobile in nessun caso, che siano o meno frutto della scienza. Perché a monte ci deve essere qualche motivazione in più.
Personalmente credo che non ci sia differenza quando di tratta di maternità e paternità, che sia omo o etero, che si avvalga o meno della tecnica. C’è la stessa probabilità di incorrere in genitori più o meno sinceri e consci del proprio ruolo. Ma io rifletterei sulla vendita di un utero (più conseguente terapia ormonale pre-impianto, cosa da non sottovalutare), in cambio spesso di soldi. Si tratta di un controllo sul corpo di un’altra persona. Ha fatto bene l’autrice del post a richiamare un altro tema, la prostituzione. Io uso il corpo di una donna per soddisfare il mio bisogno di diventare padre, non curante dei suoi bisogni, se non quelli magari economici, che forse nella maggior parte dei casi saranno la molla vera ad essere incubatrici temporanee. E poi mi creo una serie di alibi, come il fatto che fosse pienamente consenziente, che tutto si basi su uno scambio equo e solidale.

Ecco, l’equità. Va tenuta presente l’equità delle posizioni “contrattuali” che si scambiano un bene, un servizio, in questo caso il comodato d’uso di un corpo. C’è sempre un equilibrio/squilibrio di potere economico-sociale-culturale tra le due parti? Possiamo affermarlo sempre? In che modo si manifesta lo squilibrio? Che distinzioni è necessario compiere? Se vogliamo disciplinare la materia, dobbiamo quanto meno adoperarci per evitare che questo squilibrio di potere, laddove c’è, si tramuti in una forma di violenza e di sopraffazione. Quando c’è di mezzo il denaro, dovremmo tutti essere più attenti.
Chi mi conosce o legge il mio blog, sa che io sono una sostenitrice della fecondazione artificiale, della diagnosi pre-impianto per evitare di trasmettere malattie gravi ecc. Son temi delicatissimi, su cui non si deve generalizzare, ma si deve conservare uno spirito critico, per osservare la realtà. Qui non stiamo parlando di semplice procreazione assistita, ma di una nuova frontiera di business, in cui c’è una domanda ben più vasta e sfaccettata delle casistiche di infertilità. Così come io non mi concentrerei solo sull’atto di generare, quanto sul crescere questi figli, starci insieme, aiutandoli a diventare degli adulti maturi e magari migliori delle generazioni precedenti. Perché questo non è mai un dato scontato, in ogni caso, in ogni contesto, in ogni combinazione genitoriale possibile.
Purtroppo, quando affrontiamo il tema non possiamo sgombrare il campo dagli abusi del business dell’utero in affitto e dello sfruttamento di donne. Altrimenti torniamo allo stesso modello di analisi semplicistico e appiattito di chi sostiene il sex-work bello e possibile. Spesso le condizioni delle donne che mettono a disposizione il proprio corpo non sono tali da consentire una piena libera scelta, un’alternativa. Sarebbe auspicabile, ma come in molte cose subentrano il business e le regole del mercato. Business per chi gestisce le “baby farms”. Potrebbero anche esserci donne che consapevolmente ci guadagnano da questa “opportunità” di vendere il proprio corpo, ma si potrebbero riproporre le stesse argomentazioni di cui ho spesso parlato a proposito della prostituzione. Quante potrebbero veramente dirsi libere da un bisogno che le spinge a questo tipo di soluzione?

A furia di non voler scontentare nessuno, ci riduciamo a un laissez-faire, in cui chi può si organizza e fa quel che gli pare, chi non può si adatta come meglio può, subisce e soccombe.

Non possiamo continuare a spostare il centro del discorso.

Poi non lamentiamoci se una donna scrive (qui): “Per noi la Gpa rimane un’esperienza cruciale di autocoscienza femminile; quando aiuta dei padri gay o dei padri single a diventare genitori, è un ulteriore strumento di liberazione dei maschi e uno straordinario modo per fare saltare in aria rappresentazioni sociali, ruoli di genere, imposizioni storiche fatte alle donne”.

Sì, con un bel colpo di spugna si spazzano via dominio e potere maschili, e si teorizza la liberazione maschile, facendo passare come taumaturgica la scelta di mettere a disposizione il proprio utero, missione necessaria per una pacificazione tra i sessi e per una presa di coscienza femminile. A mio avviso si tratta di negazione di un substrato culturale ancora vivo per supportare le proprie tesi. Oltre all’ignoranza c’è una rimozione colposa.

Dal mio punto di vista, sarebbe un impegno importante (psico-fisico), penso che lo farei solo se ci fosse un legame precedente, insomma una motivazione forte di partenza. Ma questo vale per me.

Resta il fatto che non è una passeggiata, anche perché il legame che si crea nei 9 mesi non è da sottovalutare, intendo dire che la separazione in alcuni casi potrebbe essere emotivamente dura. Questo non avviene sempre, ma dobbiamo metterlo in conto. Non siamo tutti uguali.

Penso che il percorso per diventare genitori non possa essere un puro tecnicismo, non può essere limitato ad esso, anche e soprattutto laddove ci si avvale della tecnica. Ci deve essere un percorso di presa di consapevolezza del senso pieno di ciò che comporta assumere quel ruolo per soli 9 mesi o per tutta la vita. In ogni caso.

E poi mi concentrerei sulla parola “bisogno”, a 360°.
C’è da compiere una riflessione su: il bisogno può e deve essere soddisfatto sempre e comunque, ad ogni costo? Perché poi ci sono sempre delle conseguenze delle mie azioni, delle mie scelte, di come soddisfo i miei bisogni. Vogliamo fregarcene delle responsabilità? Come si chiede Pina Nuzzo di DonnaeLab in un commento su Fb: “chi paga il prezzo?”

Soprattutto non vorrei che diventasse ancora una volta un tema discriminante per censo, per chi può permettersi di andare all’estero per soddisfare un desiderio, un bisogno di paternità o di maternità o come desiderate chiamarlo. Perché dobbiamo essere consci che delle regole si devono trovare, altrimenti resterà terra ignota, dove ognuno può fare come meglio crede. La domanda non è “perché e se vietare” la surrogacy, ma su chi tutelare, come tutelarlo, come equilibrare le parti e gli interessi di tutti.
E non crogioliamoci sulla spesso abusata parola “scelta”, moderno passepartout. E non conta nemmeno portare nella discussione storie di surrogacy felici, che presuppongono degli affetti, delle relazioni pregresse alla base della scelta della maternità surrogata, come una forma di dono. Questo è solo un pezzo del puzzle molto più complesso. Occorre tornare a discernere le cose più semplici. Senza chiudere gli occhi su aspetti della realtà che ci risultano scomodi da notare e da prendere in analisi. Ciò che ci disturba spesso ci è d’aiuto per capire gli aspetti più profondi e di difficile soluzione. Non adoperiamo la parola dono, per nascondere tutto il resto.

Se ci chiediamo cosa può spingere una donna a mettersi a disposizione, oltre al puro altruismo e senso del dono, da lì poi potremmo scoprire gli altri aspetti.

Ognuno di noi compie delle scelte, scegliere significa imboccare una strada ed essere consci che quella scelta è anche rinuncia a qualcosa, per me o per altri.

Forse alcune donne si sono disabituate a vedere e a riconoscere la questione degli squilibri di potere socio-economico-culturale-di genere. Si tende a dare per scontato l’assenza di un gradino, di un desiderio tuttora vivo di imporre da parte degli uomini i propri bisogni come irrinunciabili e “naturali”. Noi non possiamo stare a guardare. Quanto meno dobbiamo porci le domande e distinguere i casi. Dobbiamo ragionare attentamente affinché si riesca a trovare una regolamentazione che non sia cieca e sorda e pessima come lo è stato per la Legge 40. Dobbiamo trovare delle soluzioni che spazzino via discriminazioni e varie forme di violenza e di business a scapito delle donne.

Ecco che poi ti arriva anche il suggerimento (qui) per cui potrebbe rientrare in una professione.. Così ammazziamo come al solito ogni possibilità di dibattito su altri livelli.

Abbiamo permesso che la Legge 40 rendesse la fecondazione assistita un percorso ad ostacoli. Interroghiamoci su quali siano le priorità al momento e diamoci da fare affinché vengano rimosse le ultime barriere, chiediamo una regolamentazione che non sia di nuovo cieca e sorda. Per far questo ci vuole apertura mentale e di cuore, occorre il coraggio di scandagliare bene tutte le implicazioni e le sfaccettature del mondo Fivet.

A noi femministe il compito di essere “scomode” e di sollevare questioni cruciali.

 

Per approfondire:

http://www.theguardian.com/commentisfree/2015/feb/20/commercial-surrogacy-wombs-rent-same-sex-pregnancy

http://www.cbc-network.org/2014/03/baby-farms/

http://www.dailymail.co.uk/femail/article-2574690/Wombs-rent-The-Indian-baby-farms-transforming-lives-poverty-stricken-local-women.html

http://timesofindia.indiatimes.com/india/SC-notice-to-govt-on-PIL-seeking-ban-on-commercial-surrogacy/articleshow/46376012.cms

http://www.bbc.com/news/world-asia-31546717

 

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Come faccio a non far tutto

Masha i Medved

Masha i Medved

Ci ripetono che il mestiere della mamma è il più bello e insieme il più faticoso del mondo. Ma qui parlo per me. È stato il cambio rivoluzionario più radicale, ma oggi, a due anni di distanza, non mi ricordo nemmeno più com’era la mia vita precedente. Non potrei più tornare ad allora, perché oggi ho la mia scricciolina che mi chiama “mammina mia, cara o in alternativa dolce” (ha imparato bene a modulare l’intensità di zucchero nelle parole). Non credete a quelle supermamme che dicono di riuscire a tenere tutto sotto controllo e che nulla grossomodo è mutato! Le cose cambiano eccome e arrivi a prendere decisioni drastiche che mai prima avresti contemplato. Chi non lo fa, chi dice che la sua vita lavorativa continua alla grande, chi sostiene che basta organizzarsi, di solito scarica sugli altri il peso e le responsabilità. Anche perché la giornata è fatta di 24 ore. Ognuna compie le sue scelte, ma almeno non veniteci a raccontare le solite frottole che fanno sentire delle emerite incapaci coloro che non ce la fanno. Non si può far tutto, bene e senza qualche rinuncia, anche di un certo peso. Non esiste la supermamma, esiste la mamma e basta! Cerchiamo di fare del nostro meglio, ma almeno cerchiamo di essere sincere tra di noi.

 
Vi segnalo questo post sulla donna multitasking. Pericoloso strumento di tortura per tutte le donne che non riescono ad essere abbastanza multitasking, che non sono perfette equilibriste tra focolare e lavoro.

Fermiamoci qui, non dobbiamo per forza saper fare tutto e bene. Questo è solo un mito e una immagine surreale di un fantoccio di donna dai superpoteri, abile a risolvere qualsiasi inconveniente. Una specie di colla universale.
Donne che crocifiggono le donne e le istruiscono su come essere donne, mamme e mogli perfette. Ma anche basta!
Il problema della condivisione implica anche una bella sveglia per i maschietti, perché la condivisione non è un nuovo balocco trendy di cui fregiarsi in sede di discussione politica, di associazione femminile o sulle testate di rosa vestite. La condivisione implica cambiamenti e sacrifici reali e congiunti, appunto condivisi.
E poi un augurio a tutte le mamme, della bella copertina del New Yorker del 13 maggio dell’anno scorso.

Felice Festa della mamma a tutte le mamme!

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C’era una volta l’infanzia

Vi segnalo questo articolo, di Simonetta Fiori, che a mio parere è da leggere, leggere, leggere e rileggere: C’era una volta l’infanzia. Ci sono dei passaggi che sono fondamentali e su cui occorre riflettere, per evitare di trasformare il ruolo genitoriale in una figura di manager dell’organizzazione della vita dei nostri figli.

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