Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Liberiamoci! Protagoniste della nostra storia

Foto: Facebook / Festival Nosotras Estamos en la Calle


Come annota Graziella Priulla nel suo Parole Tossiche – Settenove 2014:

“Gli insulti sessisti dopo gli anni della rivoluzione femminista sarebbero dovuti scomparire, o almeno avrebbero dovuto perdere la loro potenzialità offensiva; invece sono ancora lì, immobili come gli stereotipi e i pregiudizi che li mantengono in vita. Siamo cambiati e siamo cambiate ma non più di tanto; anzi negli ultimi anni siamo tornati/e indietro, con un’involuzione di cultura e di riconoscimento di diritti. I nudi umani, le rappresentazioni esplicite e i riferimenti agli atti sessuali sono testimoniati presso la maggior parte delle civiltà della storia: non è questo il punto. Nessuna parte del corpo umano è impudica, impudico è lo sguardo di chi strumentalizza le parti del corpo separandole dalla persona.”

È esattamente ciò che da anni si sottolinea e che si evidenzia quando si analizza tutto il bagaglio culturale fornito attraverso i media.

“La nostra civiltà vive all’insegna del sesso, ma l’insegna quando va bene è ideogramma, quando va male è pedissequo facsimile: i prodotti dell’industria culturale creano perfetti involucri di carne ma confondono il corpo con la sua icona. L’oggettivazione sessuale si esprime in una varietà di forme esplicite che lasciano trasparire una malinconica monotonia di fondo: dalle più pesanti, costituite dalla pornografia, alle più sottili dell’esposizione televisiva, il fenomeno invade la nostra quotidianità”.

Una mercificazione dei corpi che ha contaminato e contraddistingue ogni ambito, compresa la politica.
Una fruizione da consumatori compulsivi, mancano il tempo e gli strumenti per lavorare a una sessualità matura e consapevole, che parta dalla percezione piena di sé, di valorizzazione dell’altro/a, di riconoscimento dell’altra persona, non come oggetto consumabile, ma come soggetto.

Giustamente Priulla rileva come sia maturata una sensibilità su razzismo e classismo, ma di fronte al sessismo linguistico siamo ancora a dir poco “disattenti”. Eppure è su di esso che si tracciano le basi per le relazioni e in esso si perpetrano discriminazioni e disparità di genere.

Quando ne parlo con i ragazzi e le ragazze a scuola, mi soffermo sulla broda culturale nella quale siamo tutti/e immersi/e e che produce una serie di rappresentazioni statiche e stereotipate, che si tramandano di generazione in generazione.

C’è tuttora una sorta di sottovalutazione accompagnata a una assuefazione a un certo modo di raccontare, rappresentare, riferirsi.

Lessico che ha poco a che fare con la liberazione sessuale, quanto piuttosto a un reiterare di una subordinazione femminile, di un immaginario che ci allontana dalla parità e riafferma divari e ancora una volta forme di oggettivazione femmminile.

Perché dietro tutto questo c’è un obiettivo: ribadire e restaurare una supremazia, un dominio, un potere maschile, che sappiamo cosa comporta in termini di relazioni tra i sessi e di impostazione delle relazioni affettive e non.
Questi concetti e queste semplificazioni che regolano i rapporti umani vengono assimilati precocemente, dalla nostra infanzia.

Tanto che alla fine ci sembra la cosa più naturale etichettare, classificare, inserire in categorie. Non è naturale, è la cultura che ci induce a questa abitudine mentale e percettiva.

Priulla parla di una diffusa aggressività verbale tra i giovanissimi, la musica ne è solo un sintomo o un riflesso.

“I sex offender sono sempre esistiti, ma in questi ultimi anni si assiste a un incremento esponenziale di episodi che vedono protagonisti insospettabili adolescenti pronti a scaternarsi su una vittima isolata.” Interessante è tenere insieme anche le forme più diffuse oggi di fruizione di materiale pornografico. “L’orizzonte esistenziale che ne deriva è misero, costellato di rapporti senza valore. Una cosa è fare un giretto sui siti di video sharing ad alto contenuto pornografico, un’altra è accettare la complessità fisica e psichica dell’erotismo. L’esito non voluto è l’impoverimento del desiderio; d’altronde una cosa preziosa, se è usata con leggerezza, perde valore. Una malintesa libertà ci ha consegnato una sessualità in cui il corpo non si fa segno di alcuna intersoggettività, dove non serve che l’intimità dell’altra persona sia attraversata perché la soddisfazione del godimento è a portata di mano e non richiede la fatica di una relazione.”

Ciò che manca è ancora il punto di vista che viene dal femminile, che dia presenza ed esistenza non subordinata al maschile, al piacere all’uomo, al piacere dell’uomo, ma autonoma e articolata in modo relazionale paritario.

L’oggettivazione può giungere a farti sentire merce, commerciabile e consumabile, a legittimare il controllo delle donne, dei loro corpi, manipolandone desideri e aspirazioni, lavorando a nuove o secolari forme di oppressione.

Ho preferito lasciare la parola ad una esperta e a una studiosa come Graziella Priulla, perché interrogarsi su certi aspetti ha bisogno di argomentazioni solide, frutto di una indagine e di un’esperienza della realtà che vada a fondo dei fenomeni. Siamo così abituati a restare sulla superficie, in una zona che in qualche modo non intacchi i nostri capisaldi e punti di riferimento, che ci fanno sentire “a posto”. Eppure, non si può eludere un discorso più articolato e vasto.

Quali variegate dimensioni riusciamo ad esprimere a proposito delle donne?
Quanto questa oggettivazione e attenzione ai corpi spersonalizzati, deumanizzati, privati di pensiero e di emozioni proprie e uniche, ha ricadute nel nostro quotidiano?
Quanto l’esistenza, il valore di una donna sia accettabile solo se bella, giovane, magra e “bombabile”?
La classifica “Figadvisor, dalla più alla meno bombabile”, “gentilmente curata” da un gruppo di studenti del Liceo classico Carducci, è solo l’ultimo dei casi balzati alla cronaca.

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In che anno siamo? L’oggettivazione delle donne e una cultura ferma al passato.


 

È passato un decennio da quando Lorella Zanardo mise in rete il documentario Il corpo delle donne, un lavoro realizzato con Cesare Cantù e Marco Malfi Chindemi, che si proponeva di svolgere non solo una precisa ricognizione, ma anche un’analisi dotata di un nuovo sguardo, per diffondere consapevolezza su quella che era l’immagine delle donne nella tv italiana. Arrivò come una doccia ghiacciata ma necessaria, perché fino ad allora, diciamocelo, eravamo rimaste anestetizzate da 20 anni di tv commerciale di un certo calibro.

E oggi? Oggi che dovremmo essere più consapevoli e in grado di reagire immediatamente a ogni nuova riproposizione di quei modelli e di quella rappresentazione? Ci ritroviamo in prima serata questo, un redivivo programma mediaset, che è una involuzione e una conferma che siamo ancora fermi/e a 10 anni fa. Stessa pappa, stessa minestra, stesse inquadrature ginecologiche, stessi immaginari, stessi ruoli, stesse costruzioni di una cultura che davvero non ci permette di fare nemmeno un passettino in avanti. Il vertice del gender gap del WEF sarà per noi sempre una montagna ardua da scalare anche per questo. Non si può non cogliere ciò che sottolinea Lorella Zanardo quando denuncia ancora una volta quello che la tv italiana ci somministra:

“questi programmi non aiutano. Ma il dramma è che in questi anni uomini e donne PROGRESSISTI hanno difeso questa roba: in nessun altro Paese lo avrebbero fatto, mi sono trovata in mille occasioni a discutere con simil- intellettuali che considerano questi programmi divertenti; gente che è così idiota da non considerare che chi guarda questi programmi spesso non ha strumenti educativi. Programmi che non liberano i corpi ma che bensì li oggettivano. Il Corpo nudo non è mai il problema!Il problema è come i corpi vengono inquadrati. Il presentatore è adorato dalla sinistra ed è stato l’ospite top della Leopolda.”

Questo è Ciao Darwin anno 2019:

Sappiamo che un certo tipo di mentalità, di retrogusto culturale è trasversale e ha simpatizzanti a destra come a sinistra. Ed è bello notare quanto tra le donne sedicenti progressiste ci sia una capacità di “separare”, di far finta di nulla, a seconda della convenienze, per non scomodare il padrone.

A volte suggeriscono alle femministe di “farsi una risata”, ebbene non c’è davvero nulla di divertente, perché quando si trattava di buttare giù il re della tv commerciale andava bene, oggi invece non si fa una piega e anzi. Quando si invitò Bonolis alla Leopolda, presi posizione cercando (spesso invano) di far capire dove fosse il problema:

“Il problema è la credibilità, la cultura che si esprime scegliendo di invitare Bonolis, la coerenza con una pratica di cambiamento a parole ma che, scegliendo come interlocutore un esponente della cultura nociva che produce solo involuzioni, viene meno, si incrina tutto. E ci andiamo di mezzo tutte, perché è un problema se non capiamo il punto. La cultura si cambia prendendo le distanze da certi modelli. I disastri di certe trasmissioni li conosciamo, Zanardo evidenzia un cortocircuito non solo nella comunicazione ma anche di scelte culturali. Al centro di tutte le pratiche politiche ci deve essere coerenza. Quale esempio potrà mai costituire Bonolis? Un’idea di progresso capace di smantellare stereotipi e ruoli ingessati dal patriarcato? Allarghiamo lo sguardo ed otterremo un quadro più chiaro. Soprattutto ci si aprirà un modo di leggere le critiche che potrà aiutarci a cambiare in meglio. Se non si riesce, avremo perso in partenza e davvero non riusciremo mai a produrre una cultura politica che sappia costruire e fare la differenza.”

A quando questo miracolo?

Quando ci decideremo a lavorare su un’offerta televisiva diversa? Quando comprenderemo l’importanza di investire finalmente nelle scuole per una educazione ai media, per costruire consapevolezza, per dare ai ragazzi e alle ragazze gli strumenti per comprendere e decodificare ciò che ci viene proposto dalla tv, ma anche da tutti i media. Imparare a leggere oltre la superficie. Manca un lavoro capillare, strutturato e permanente su questo, educazione alla cittadinanza è anche questo. A partire dalla corretta declinazione di genere, ma soprattutto al contrasto di hate speech o alle colpevolizzazioni e alle giustificazioni, contro ogni forma di sessismo e soprattutto dando una rappresentazione piena e realistica delle donne, in ogni molteplice ruolo e contesto. Questo è fondamentale, come mi ha insegnato Lorella Zanardo, attraverso un video del Geena Davis Institute on gender in media, “If she can see it, she can be it.” La parità, le medesime opportunità, la consapevolezza del proprio valore e capacità, la costruzione del sé e delle aspirazioni avviene anche se cambiamo prassi nei media. Non è un problema il nudo, ma l’oggettivazione con tutto ciò che reca con sé e che plasma la nostra percezione di noi stesse.

Scrive Graziella Priulla nel suo saggio La libertà difficile delle donne, 2016 Settenove:

“L’ostentazione esibita e reiterata del corpo femminile è il contesto che dà valore alla donna in quanto merce e all’uomo che le si accompagna in quanto padrone di un oggetto di valore”

la cultura visuale serve a convogliare e a diffondere proprio questa idea, di commercio e di sapersi vendere, i corpi femminili al pari di merci. Priulla cita anche Walter Benjamin: “Sotto il dominio del feticismo delle merci il sex-appeal della donna si tinge più o meno intensamente dei colori del richiamo della merce.”

Per non parlare poi di quali corpi e di quali modelli estetici la tv si fa veicolo, dando una rappresentazione del tutto fuorviante e lontana dalla realtà, con ricadute non proprio innocue nella vita del pubblico che assiste a queste messinscene, senza alcuno strumento spesso per effettuare una analisi critica.

Aggiunge Priulla:

“Alla base di tanti ricchi e articolati settori di attività c’è l’idea che il corpo così com’è sia inadeguato e dunque vada riplasmato, modificato, messo a norma per adattarlo a una triade imperativa: giovinezza-bellezza-salute. Direttamente o indirettamente il corpo a cui si pensa è quello adatto a stare in vetrina, a favore di telecamera, sotto i riflettori. Intere generazioni vivono la socializzazione attraverso la mediazione simbolica delle figure omologate che popolano lo star system. Anche le donne che fanno politica vengono valutate e selezionate in base a questi criteri. Inchiodate a un’ossessiva, eterna manutenzione che alimenta industrie sofisticate, ci è difficile viverci pienamente e accettarci serenamente. Soffriamo di una rincorsa infinita tra reale e impossibile. Sembriamo condannate a impietosi auto-giudizi e a quotidiane frustrazioni: a provare costantemente lo scarto tra il corpo reale cui ci sentiamo incatenate, e il corpo ideale cui ci sforziamo di somigliare, con un dispendio di energie che potrebbero essere dedicate a ben altre forme di autorealizzazione. L’auto-oggettivazione a livello individuale moltiplica le emozioni negative, riduce la percezione di benessere, aumenta i sintomi depressivi e i disturbi alimentari, crea disfunzioni nelle abilità cognitive. A livello sociale perpetua stereotipi, incentiva le disuguaglianze, ostacola la parità.

La stessa frequente distinzione di genere tra i ruoli e i rituali, assai più che l’impegnativa parità, serve a uno scopo funzionale all’industria: attenuare i segni della disuguaglianza per far credere alla donna/target di essere libera. Di scegliere merci, consumare merci: passaporti per la legittimazione sociale e fonti certe di felicità.

Se la grazia domestica era il modello antico, l’ideale di oggi è una sessualità voyeuristica oggettificata. La femminilità è presentata come un costrutto che solletica il narcisismo di lei ma alla fine consiste in ciò che lui trova stimolante. Mutandine o tanga, bikini o topless. Pose lascive, allusioni pornosoft, ammiccamenti erotici. Sguardi preorgasmici, bocche socchiuse. Non si sta vendendo sesso, si stanno vendendo le rappresentazioni di soggetto e oggetto.”

@Timo Kuilder

Le inquadrature di pezzi di corpo, fanno parte di una precisa strategia, in pubblicità come in tv.

“La frammentazione del corpo vede la bellezza come somma delle singole imperfezioni, oltre che come passaporto unico per la seduzione. I particolari anatomici vengono inquadrati con ossessiva retorica feticistica. Ci hanno abituati/e a riconoscere come donna anche solo una parte (la testa è la meno importante, non è funzionale alla narrazione: né volontà, né pensiero, ndr vedasi i concetti di face-ism e body-ism). La seduzione femminile è fatta di lacerti da degustare al meglio. Le donne vengono dissezionate da zoomate intrusive che smembrano carni da degustare.”

Non è un problema di corpi, di nudità, ma di come essi vengono strumentalmente usati e il senso di certe rappresentazioni, di cosa si veicola e poi si sedimenta nello spettatore o nella spettatrice. Le donne come oggetti sessuali consumabili, disponibili sessualmente e da predare. Non è possibile ignorare le conseguenze. So già che i commenti saranno del genere, “sei una bacchettona, una moralista”.. ma giacché siamo in grado dopo decenni di studi su questi fronti di analizzare questo materiale, perché non provare a cambiare verso? La restaurazione avviene anche così, pensando che tutti questi contenuti in fondo siano innocui, che il patriarcato è moribondo, che alla fine è conveniente e che dovremmo essere più che liete di questo corso tipico del capitalismo neoliberista. Dovremmo reagire invece tutte e tutti, se davvero ci crediamo nella necessità di un cambiamento che deve partire proprio dalla cultura. Le cose non cambiano da sole, nemmeno se ce le propinano come fonti di liberazione e di emancipazione. Per questa operazione è necessario essere libere, autonome, indipendenti e non sodali con chi gattopardescamente ci vuole illudere e fregare.

Così come chiediamo libri di testo differenti, dobbiamo pretendere che si abbia cura di tutto ciò che i media vecchi e nuovi diffondono.

Scriviamo un racconto diverso, a ruoli e prospettive aperte e libere per le bambine, le ragazze e le donne. Costruiamo un immaginario più vasto e che sappia contemplare e valorizzare la molteplicità dell’essere, del pensare, dell’agire.

 

Per approfondire:

http://www.dols.it/2016/01/24/non-siamo-pezzi/

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L’immagine tra face-ism e body-ism

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Oggi ritorno a parlare di oggettivazione sessuale (riagganciandomi al testo di Chiara Volpato Deumanizzazione. Come si legittima la violenza), che colpisce donne e in misura/forma differente anche gli uomini. L’iper-sessualizzazione delle donne e degli uomini attraverso le immagini che vengono diffuse dai media, è un fenomeno che influenza entrambi i sessi, laddove troviamo un uomo rappresentato sempre più come ammasso muscolare, in cui la forza fisica prevale sulle emozioni e la dominanza sessuale viene accentuata.
L’ossessione per una forma conformata di uomo e donna viene instillata dai media. L’oggetto donna è dipinto con tratti stereotipati, giovane sottile, levigata, come se non ci fosse il passare del tempo, come se la donna fosse rappresentabile solo nella sua giovinezza, o in qualcosa che le assomiglia a tutti i costi. Mi viene in mente quanto sottolineava Lorella Zanardo in un suo intervento di educazione ai media tra i ragazzi e le ragazze del centro di aggregazione giovanile Cde Creta il 18 dicembre scorso: le donne anziane (anche secondo l’indagine Donne e Media del Censis 2012 QUI) rappresentano solo il 4,8% del mondo femminile in tv. Questa mancata rappresentazione comporta una sorta di “non esistenza” di tutto quanto non è conforme a certi canoni. Tutto questo causa un forte senso di inadeguatezza nelle donne. Questa ossessione di una rappresentazione parziale e appiattita dell’universo femminile non riguarda solo le donne comuni, questa “eterna giovinezza” diventa un canone a cui adeguarsi dappertutto. Lo abbiamo visto in questi giorni in merito agli attacchi ricevuti dalla splendida Carrie Fisher QUI, che ha dovuto dapprima perdere peso per interpretare la parte nell’ultimo episodio di Star Wars, e poi si è sentita piovere addosso critiche sul fatto che non sia “invecchiata bene”. Fa bene a replicare su Twitter:

Peccato che certi appunti non siano stati indirizzati egualmente ai suoi colleghi uomini. L’immagine signori, prima di tutto l’immagine della donna, spianata e sempre giovane, non vorremo mica mostrare quanto è bello invecchiare, trasmettendo messaggi diversi… Sempre parlando di attrici, io adoro il volto intenso, bello ed espressivo di Shirley MacLaine, che con il passare degli anni è diventato sempre più intenso. Alle donne non è ancora concesso il lusso di invecchiare, senza subire attacchi di questo genere o essere “dismesse”. Gli anni che passano e che ci portiamo addosso e che indossiamo assieme alle rughe, sono i segni della nostra r-esistenza, del nostro bagaglio di esperienze, dei nostri successi e fallimenti, dimostrano che abbiamo vissuto e siamo state impegnate in cose ben più importanti e soddisfacenti del mantenere liscia la nostra pelle. Se solo ci insegnassero l’importanza della manutenzione dei neuroni!
Anche alle bambine è richiesto di partecipare a questa messa in scena: la precoce sessualizzazione è sotto i nostri occhi. Quasi come se non fosse permesso più di avere un’infanzia e di godersela, come se si dovessero bruciare le tappe perché tutti presi da una frenesia folle.
Il Report of the American Psychological Association (APA) Task force on the sexualization of girls (2007) QUI ci fornisce una rassegna e un’analisi degli impatti di questa sessualizzazione.
Sfuggire alle conseguenze e ai messaggi veicolati è impossibile, in Italia la situazione è ancora più accentuata rispetto all’estero, ma non sembra generare alcuna forma di rifiuto e di ribellione. Così manchiamo un’occasione per sovvertire realmente la cultura sessista, creiamo una incomprensibile dicotomia tra sforzi concreti di superare questi modelli pericolosi, chiedendo parità di partecipazione e maggiori diritti per le donne, e questo continuo tentativo di restaurazione di messaggi sessisti e di ruoli preordinati. La tv come i cartelloni pubblicitari suggeriscono immagini che oggettivano la donna (vedi il lavoro di Ico Gasparri QUI). Su Facebook c’è un gruppo molto attivo che vigila sulle pubblicità: https://www.facebook.com/groups/pubblicitasessistaoffende/

Su questo versante cito il lavoro di Archer e colleghi del 1983, descritto da Volpato nel suo testo:

“Dopo aver creato un indice di preminenza facciale, gli autori hanno esaminato 1750 foto pubblicate in giornali americani, 3500 immagini tratte da periodici di undici differenti culture (anche l’Espresso e l’Europeo), 920 ritratti di artisti noti, e 80 di artisti dilettanti. (…) Nei media e nell’arte gli uomini sono ritratti in modi che sottolineano la testa e il viso, le donne in modi che sottolineano il corpo.”

Questo è il face-ism, contrapposto a un body-ism (Unger e Crawford 1996). Questo è esattamente ciò che rileva Zanardo nella nostra tv, che si dedica a riprese “ginecologiche” e senza volto delle donne, ingabbiandole in una rappresentazione solo fisica ed emotiva (contrapposta a quella maschile che sottolinea le qualità intellettuali). Quando viene posta qualche domanda, è quasi sempre a risposta chiusa, sì/no, in modo tale da limitarne l’interazione.
Chiaramente gli effetti di questa esposizione passiva e involontaria a questi messaggi, porta le donne a essere più preoccupate del peso, cercando di raggiungere livelli di bellezza irrealistici, producendo problemi enormi collegati a insoddisfazione per il proprio corpo e disturbi alimentari.
Altri studi hanno evidenziato le ricadute sociali della sessualizzazione mediatica delle donne: gli uomini sono incentivati a usare parole sessiste, si veicolano visioni stereotipate, aumentano comportamenti sessualizzati in interazioni successive con donne (Rudman e Borgida 1995).
Questi messaggi dei media bloccano l’intera società, impedendo un superamento delle diseguaglianze tra i generi, veicolando stereotipi e culture (vedi la cultura dello stupro, l’idea che la donna se la sia cercata). Oggettivando la donna si crea una sorta di via libera a tutta una serie di violazioni di diritti, la donna viene privata di pari diritti, viene percepita in maniera distorta, diviene strumento nelle mani maschili, guai a uscire da questi canoni. Le donne non sono considerate come compartecipi dello sviluppo della società, perché continuano ad essere “raccontate” nel modo sbagliato, conveniente per la conservazione di un modello androcentrico. Ancora facciamo fatica a comprendere quanto ne beneficerebbe l’intera società se solo si cambiassero certe cattive abitudini. Abbiamo già parlato degli effetti del porno, ma nel nostro quotidiano c’è qualcosa di molto simile, considerato “normale”, perché derivante da programmazione televisiva, ma non meno pericoloso.
Nel testo di Lorella Zanardo del 2010 Il corpo delle donne, leggiamo:

“Esistono molti siti, privati o sponsorizzati, che ospitano un numero impressionante di immagini statiche o di brevi video in cui i corpi di donna sono catalogati in base alle parti anatomiche mostrate o alle “performance” eseguite. Seni, sederi, gambe, volti sono a disposizione come in macelleria i tagli di carne. Upskirt, nipples, downblouse, seethrough sono alcune delle parole chiave che dilagano in rete e che indicano accidentali visioni di parti del corpo femminile, tratte dalle apparizioni televisive. Mutandine scorte sotto le gonne, accavallamenti di gambe al ralenti, capezzoli che occhieggiano dalle scollature, diventano ossessione pubblica e condivisa”.

Questo, come ci spiega Zanardo, non è indice di una liberazione dei corpi, di una liberazione sessuale, ma di una prigione di una sessualità non sana. Siamo ancora alla visione dei corpi femminili legati al peccato. Siamo ancora all’abitudine di spiare dal buco della serratura, come in un vecchio film di Totò ambientato a Parigi. Siamo ancora fermi lì. Il modello della tv commerciale che doveva vendere prodotti e attirare pubblico ad ogni costo, esibendo pezzi di corpi di donne, è stato poi seguito anche dalla rete pubblica che spesso non si è curata di fornire un messaggio diverso (come ricostruisce bene Zanardo), rappresentando tutti i tipi di donne, facendo sentire cittadine pari tutte le donne e non soltanto quelle che replicano cliché e modelli prestabiliti. Si è preferito continuare a sottorappresentare e a malrappresentare le donne, oggettivandole, escludendo il passare del tempo, non raccontando la forza reale delle donne. Siamo restate addomesticate/bili ancelle, contorni piacevoli per la vista, raramente considerate in toto, in quanto persone a tutto tondo. Da tutto questo se ne esce solo attraverso una educazione ai media, fornendo ai ragazzi e alle ragazze gli strumenti per “smontare” i prodotti trasmessi, decondificando i messaggi, per essere pienamente consapevoli. Questo di fatto il lavoro che sta svolgendo Lorella Zanardo da anni, raggiungendo proprio le nuove generazioni per renderle consapevoli dei propri diritti, per compiere una alfabetizzazione all’immagine (consideriamo che l’Italia soffre anche di un notevole analfabetismo funzionale che impedisce a molte persone di capire ciò che leggono e di adoperarlo in modo attivo QUI e QUI), che li aiuti a non essere schiavi passivi dei media, perché se conosci e vedi le cose attorno a te in modo nitido, non puoi ignorarle e non cambiare ottica. Se sei consapevole sei in grado di pretendere cose diverse. Così inizia ed è possibile il cambiamento. La consapevolezza parte da sé, va però “accesa” e trovo questo lavoro di Lorella prezioso, da diffondere. È l’energia che trasmette, quell’orgoglio, quella gioia di essere donna che traspare, quell’entusiasmo di stare tra i ragazzi e le ragazze, che avvertono tutto questo, lo sentono eccome. Un pezzo di femminismo autentico, condiviso, vissuto e tangibile, che raggiunge tutt* ed è in grado di parlare a tutt*. Fa bene a tutt*.
Un augurio per il 2016 (grazie a Zanardo per avermi fatto conoscere questo video): riuscire a vedere chi è Jane veramente, affinché possa essere ciò che desidera, al di là di rappresentazioni stereotipate e fisse, al di là di aspettative preconfezionate e attese. Ampliamo gli orizzonti delle prossime generazioni, scriviamo un racconto a ruoli e prospettive aperte e libere.

 

Vi consiglio queste letture/video:

http://www.theguardian.com/film/2015/dec/26/women-female-roles-hollywood-films

“The Geena Davis Institute report says: “While Hollywood is quick to capitalise on new audiences and opportunities abroad, the industry is slow to progress in creating compelling and complex roles for females.”

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http://www.newstatesman.com/culture/film/2015/12/what-do-when-youre-not-hero-any-more

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“Popular culture bombards us with hypersexualized images of women and men, conveying powerful images that help shape our sexuality. Dr. Gail Dines, recipient of the Myers Center Award for the Study of Human Rights in North America, sociology and women’s studies professor, and porn industry researcher and writer, explores how masculinity and femininity are shaped by pornified images that spill over into our most private worlds.”

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Get up, stand up for women’s rights!

Malala

 

Il 10 dicembre sarà celebrata in tutto il mondo la Giornata dei diritti umani.
C’è sicuramente uno stridore tra le dichiarazioni di principio che verranno sciorinate in questa occasione e quanto accade da anni in Paesi dilaniati da conflitti e la cui popolazione vede i propri diritti umani pesantemente negati, quasi come se fossero meno umani di altri, come se le loro vite avessero un valore minore. Sì, perché evidentemente l’umanità non ha ancora raggiunto un livello sufficiente di uguaglianza, che sia capace di tradursi in pari diritti e salvaguardia di essi.

I miei diritti non dovrebbero essere dissimili da quelli di un altro, eppure.

E vedo nel conflitto un tentativo di dare atto a un processo di negazione dei diritti, proseguendo in quel lavoro di deumanizzazione che poi giustifica ogni violenza.

Come analizza Chiara Volpato nel suo “Deumanizzazione. Come si legittima la violenza”, la deumanizzazione si può esprimere esplicitamente, tramite strategie che negano apertamente l’umanità di altri individui o gruppi, allo scopo di giustificare sfruttamenti, degradazioni e violenze, oppure attraverso modalità più sottili, che lesionano l’altrui umanità, poco per volta. Ricorrere a paragoni con animali, mostri, diavoli, considerarli oggetti, merci, strumenti, privi di anima sono tutti metodi per negare la loro appartenenza all’umanità.

Noi donne, come genere storicamente relegato a un gradino inferiore, abbiamo subito molti di questi processi di deumanizzazione.

Quante volte nei conflitti si è ricorso alla deumanizzazione del nemico?

A volte però non basta ed è necessaria un’operazione di “ristrutturazione” della morale, per rendere accettabili certe operazioni di guerra: si parla di guerra santa, giusta, di peacekeeping.

Albert Bandura ci spiega come la deumanizzazione costituisca un processo di disinnesco delle ragioni morali: se percepissimo il nemico come umano, scatterebbero delle reazioni empatiche, proveremmo compassione, angoscia e sensi di colpa.

Pertanto rendendo l’altro inumano, subumano, le nostre sentinelle morali si affievoliscono.

Capite che è più facile trascurare l’incidenza dei “danni collaterali” tra le popolazioni civili e tollerare la violazione dei diritti umani.

Lo vediamo oggi sotto i nostri occhi, abituati da più di un decennio di guerra al terrore.

Da una parte troviamo l’esposizione mediatica dei corpi dei nemici uccisi, oggetti, proprio come in epoca coloniale, dall’altra c’è la protezione dei “nostri” morti, a cui si attribuisce rispetto e pietà, non sempre estendibili ad altri gruppi.

Ancora una volta i diritti non sembrano valere allo stesso modo per tutti/e.

La deumanizzazione colpisce anche i migranti, i richiedenti asilo e i rifugiati, rappresentati dai media come clandestini privi di qualità morali e umane, utilizzati da una certa propaganda politica come un corpo unico di criminali o di terroristi, pericolo per il futuro del paese.

Strettamente connesso a questo tipo di trattamento, è l’oggettivazione. L’oggettivazione è un particolare tipo di deumanizzazione, per cui l’individuo è considerato alla stregua di un oggetto, merce, strumento.

Il prototipo è lo schiavo. Recupero dal testo di Volpato le sette dimensioni del concetto di oggettivazione di Martha Nussbaum:

1. l’oggetto è uno strumento per scopi altrui

2. l’oggetto è un’entità priva di autonomia e autodeterminazione

3. l’oggetto è un’entità priva di capacità di agire e di essere attivo

4. l’oggetto è interscambiabile con altri oggetti della stessa categoria

5. l’oggetto è un’entità priva di confini che ne tutelino l’integrità, è quindi possibile farlo a pezzi

6. l’oggetto appartiene a qualcuno e può quindi essere venduto o prestato

7. l’oggetto è un’entità le cui esperienze e i cui sentimenti sono trascurabili.

La strumentalità è molto pericolosa perché rende l’oggetto appetibile e mercificabile, in quanto c’è un mercato che lo richiede.

La sessualizzazione della donna, il suo essere confinato a mero oggetto di attrazione sessuale, la rende strumento di piacere altrui, realizzando quella che MacKinnon analizza come oggettivazione sessuale nella quale le donne sembrano essere immerse.
Le donne vivono qualcosa di simile all’alienazione lavorativa di Marx, una frammentazione tra le loro funzioni sessuali e tutto il resto (Bartky).

L’oggettivazione sembra avere un’altra ricaduta negativa, porta a un impoverimento dell’interazione sociale, portando le donne a esprimere raramente i propri pensieri e opinioni.

Le ricadute peggiori sono quelle che vedono coinvolto l’equilibrio psico-fisico: l’oggettivazione che porta all’auto-oggettivazione che scatena stati depressivi, disfunzioni sessuali e disturbi alimentari. Quando si comprende di non poter raggiungere certi standard, modelli di corpi, scatena una serie di disturbi legati al senso di inadeguatezza.

Questo riferimento all’oggettivazione è un chiaro passepartout per consentire che passino inosservate e impunite tutta una serie di violenze e violazioni di diritti umani fondamentali.

Tutto ciò che indebolisce e mette in discussione l’umanità, consente che anche i diritti possano diventare un optional, da applicare e disapplicare a piacimento.

Ho già parlato altrove dell’oggettivazione che consente di pensare alle donne come merce sessuale per il mercato della prostituzione, di come i corpi vengano separati dall’unicum persona e possano pertanto diventare cose, beni interscambiabili, sostituibili, commerciabili.

Ho letto di recente in un’intervista sul tema della maternità una frase che mi ha dato la misura di questa deformazione oggettivante: “L’utero surrogato è in prestito. A tempo.”

Non è effettivamente così, visto che la donna che si presta a ospitare la gravidanza conto terzi (e non il suo utero, qui rappresentato come elemento esterno e estraneo alla donna, che non dimentichiamo non è un oggetto, un involucro; la gestazione non consiste in una incubatrice meccanica con finalità riproduttive. Ricordiamoci che sono donne e non uteri!) deve sottoporsi a bombardamenti ormonali per niente innocui e i cui effetti non si esplicano solo nell’arco del processo della fecondazione/gravidanza.

Un utero, parte di corpo che viene oggettivata, quasi che fosse “estraibile”, componente meccanica atta alla procreazione, senza alcun nesso con la persona donna.

Una volta oggettivato, tale utero diventa vendibile e dato in comodato d’uso gratuito o a pagamento. A questo punto possiamo farlo anche con altri organi del nostro corpo.

(…)

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http://www.mammeonline.net/content/get-stand-womens-rights

 

P.S.

Questo articolo è stato pubblicato su Mammeonline il 3 dicembre, ma alla luce di quanto sta accadendo in questi ultimi giorni in tema di maternità surrogata assume nuove sfumature.

Mi sembra il caso di riportare alcune mie riflessioni sparse su Facebook. Mi interrogo e mi esprimo, almeno questo dovrebbe ancora essere consentito.

“Lottiamo per le adozioni, semplifichiamo l’iter di adozione, apriamolo a tutti/e, anche a single, diamo un futuro ai bambini. I bambini non sono beni, merci. Non riduciamo la donna a un utero che cammina e che può benissimo essere acquistato sul mercato. Parliamo di donne nella loro interezza, parliamo di diritti pieni e non di corpi, di servizi e di mercato. Non strumentalizzate il tema della Gpa per archiviare le unioni civili, apriamo un dibattito serio, parliamo del fatto che la Gpa è molto utilizzata dalle coppie etero, più di quelle omo, parliamo di diritti e di tutele. Garantiamo eguaglianza ma non sulla pelle di una donna.
Sono stanca veramente di certe argomentazioni che si basano sempre sulla nostra capacità di scelta. Ma come diamine si fa a non capire che questa è compravendita di corpi, di pezzi di essi, di bambini conto terzi, questa è violazione dei diritti umani, ci stanno usando, ci stanno riducendo a macchine da riproduzione, ci stanno convincendo che andiamo bene solo per sesso e per riprodurre la specie. Dov’è il progresso e l’emancipazione?”

Ho fatto una grande scoperta, l’adozione non interessa perché troppo onerosa (anche in termini di spesa), è complicato crescere un figlio magari già di qualche anno, con traumi pregressi. Quindi addio lotta alle adozioni paritarie. Meglio chiederne uno ex novo, a una donna che te lo porti in grembo per nove mesi e poi te lo ceda come se fosse un prodotto in serie. Una genitorialità che sembra lontana dalla realtà, come se i figli possano e debbano essere “perfetti”, così come sono nella nostra immaginazione. Sappiamo che essere genitori è un compito complesso sempre, in ogni caso, pensare di poter trovare strade più semplici è folle e sinonimo di non aver compreso cosa sia essere madri e padri, di come non ci siano ricette o bacchette magiche.

“A seconda di ciò che conviene a noi stessi ci esprimiamo, non sulla base di un ragionamento generale, non sulla base di un minimo di empatia nei confronti dell’altro/a. Tutto sembra partire e restare confinato al nostro individuo. Sembra che ci siano individui avulsi da un contesto sociale, da regole etiche, ma anche solo da prassi di buon senso. Anche le citazioni e i riferimenti a terzi devono essere funzionali al nostro punto di vista. Siamo in un contesto di un individualismo esasperato, lontani anni luce da un concetto di dono, che poi nei fatti si stenta a rintracciare. Siamo sempre bravi a parlare di altruismo dalla nostra calda poltrona, poi quanti sono disposti a mettere da parte il proprio ego di fronte a una necessità di una persona? E quante di queste azioni non sono funzionali a gratificare e a purificare il nostro ego? Sono sempre le altre che dovranno mettere a disposizione il proprio utero e il proprio corpo, sono sempre gli altri che dovranno vendere un rene, sono sempre gli altri che dovranno lavorare come schiavi per rendere le nostre vite felici e non scalfire il nostro agio. Sempre un “Altro”. Simone de Beauvoir: “ogni coscienza pretende di porsi come soggetto unico e sovrano. Cerca di realizzarsi precipitando l’altra in schiavitù“. Ma questa tendenza va superata, va attuato un reciproco riconoscersi, senza prevaricazioni nelle relazioni umane. Se poi il nostro “desiderio” deve per forza essere esaudito, chiaramente ci sarà un essere umano che probabilmente dovrà diventare nostro oggetto, nostro schiavo, nostro strumento. La deumanizzazione è proprio questo, dequalificare un essere umano per consentire di renderlo oggetto.”

A proposito di “dono”ho sostenuto: “Non siamo in una società e in una economia del dono. Siamo in un contesto post – capitalista, con un liberismo galoppante, un individualismo che ti dice che è colpa tua se non riesci a fare qualcosa, dove i datori di lavoro ti convincono a dimetterti dopo la maternità, dove ti chiedono di arrangiarti da sola, dove l’altruismo è raro e le persone tendono a fare cose solo se c’è un tornaconto personale. Io non so se chiederei mai a una amica un tale sacrificio, mi sembra qualcosa di troppo complesso e delicato.”

“La scelta libera, la volontarietà sappiamo bene che sono aspetti difficilmente verificabili, l’altruismo puro è cosa rara e presuppone immagino un legame affettivo, che unito ad altri fattori rende le cose complicate. Quanto siamo veramente in una società del dono? Ci siamo interrogati su questa necessità di genitorialità che implica l’uso di un corpo altrui? Il fatto che si parli di uteri, e poco di donne e delle conseguenze psico fisiche su coloro che portano avanti questa gravidanza, mi fa pensare che non ci sia interesse per le persone, ma che siamo talmente mercificati da non riuscire a ragionare diversamente.”

Ho parlato di surrogata solo tra parenti in modo da avvicinarsi a una ipotesi di “dono” e altruismo, ma chiaramente non sarebbe sufficiente a garantire una copertura efficace delle richieste si Gpa. Mi si parla di amiche disposte ad aiutare, io penso che sarebbe più complesso giudicare la fondatezza di tale “amicizia”, perché posso pagare una donna e chiederle di dichiarare di essermi amica. Contrattualizzare una maternità comporta sempre un elemento “critico”.

Quando si è visto che se ci si oppone a questo mantra della libera scelta si ricevono solo pomodori e accuse di ogni tipo, quando in molte/i preferiscono mantenere una linea ambigua, quando prendere posizione viene vista come un errore, ci consigliano addirittura di tacere almeno in questo frangente, ci vogliono quindi silenziare, che facciamo? Sapete qual è il punto vero? Non vogliamo scavare più di tanto, ci basta la superficie, mica vogliamo parlare di potere, di disuguaglianze, di sfruttamento, delle conseguenze di queste pratiche sempre sulla pelle delle donne, di una libertà che è sempre e solo di chi ha soldi e potere, di un concetto di dono che diventa il lavaggio di coscienza collettivo, di una refrattarietà all’adozione perché genitorialità troppo complicata, di un contesto dove io pretendo di disporre delle vite e dei corpi altrui.

“Io mi chiedo che senso ha combattere contro le disuguaglianze, la violazione dei diritti, la violenza di genere se poi si arriva a concepire che una strada di emancipazione dalla povertà, dalle difficoltà può essere la vendita di sé o di una parte del proprio corpo, o addirittura di bambini. Mi sembra che abbiamo accettato di buon grado la donna come un oggetto, naturalmente le Altre donne, ricreando così la solita dicotomia tra donneperbene e donnepermale. Indietro tutta. A questo punto sono ipocrite tutte le battaglie verso pari diritti e dignità.”

“Non c’è modo di ragionare seriamente, non vediamo chiaramente nemmeno che ci stanno fregando, ancora una volta, in quanto donne e in quanto vagina-munite a fini di sfruttamento sessuale e utero-munite a fini riproduttivi. Non c’è verso, per loro tutto deve essere possibile, l’autodeterminazione col corpo e le vite delle altre.. le altre naturalmente.”

“Qui si va dritte al suicidio di tutte le conquiste di decenni di riflessioni sulle donne come esseri umani. Qui si va dritte verso l’autorizzazione a fare di noi qualsiasi cosa il mercato chieda. Nessuno è in vendita, questa dovrebbe essere una regola fondamentale, invece la si propone come soluzione di vita. Non me ne faccio niente della libertà di disporre del mio corpo se poi perdo la salute e resto sempre un oggetto senza diritti.”

2 commenti »

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