Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Il rispetto che non c’è

Immagine tratta dalla copertina del libro "Non è un paese per donne"

Immagine tratta dalla copertina del libro “Non è un paese per donne”

 

Ho saltato la giornata dell’8 marzo, anche se bollivo in pentola qualcosa. Ho pensato di tornare a parlare quando il brusio e l’eco della giornata si fossero dissolti. Tanto poi si torna nell’ombra e le questioni delle donne tornano sotto il tappeto, insieme alla polvere di una sorta di indifferenza allergica a tutto ciò che non va al suo posto e si ostina, ma guarda un po’, a non andarci. Ma come, non ci aiutiamo da sole? Ma come non ce la facciamo? Ma sì, lasciateci pure dove siamo, dimenticatevi di noi per il prossimo anno, fino alla prossima “festa”. Tanto nel nostro Paese non è obbligatorio rispondere alle domande, alle richieste, non sembra necessario dare conto delle cose che non vanno e che andrebbero sanate. Si può soprassedere, passandoci sopra tra una mimosa e un occhio pesto.

Secondo il recente report di Job Pricing, il trend di presenza di donne nel mercato del lavoro è cresciuto negli ultimi dieci anni, nonostante la disoccupazione incomba e pesi su uomini e donne; preoccupa l’incremento del dato disoccupazionale del 12,1% per la fascia di donne 15-29 anni.

Il gender pay gap, calcolato da Job Pricing nel 2015 sulla base della RAL, vede le donne guadagnare il 10,9% in meno degli uomini, anche considerando la flessione dello 0,7% delle retribuzioni femminili. La media è € 29.985 per gli uomini e € 26.725 per le donne. Secondo i dati Eurostat sul 2014, calcolati sul salario orario lordo medio, l’Italia è all’8° posto su 31 stati, in termini di pay gap. La differenza retributiva è più evidente nei servizi. A pagina 20 sono evidenziati i settori con differenze salariali a favore degli uomini o delle donne.

Siamo più istruite, e questo trend è in crescita, basta guardare il numero di laureati/e.

C’è un dato da brividi, il gender pay gap tra i laureati raggiunge quota 36,3%. Raccapricciante. E non penso che sia destinato a salire il salario delle donne, se partiamo basse non riusciremo mai ad eguagliare gli uomini. A guardare queste medie mi accorgo che ero proprio fuori range, fuori mercato. La mia RAL come consulente ultraspecializzata era da fame, ben al di sotto di quota 25, come se avessi fatto fino alla scuola dell’obbligo. La media come al solito funziona come nelle statistiche dei consumatori di pollo. E poi mi si chiede come mai non ho resistito.

Secondo Manageritalia in collaborazione con AstraRicherche, l’Italia è “al 41° posto su 145 paesi (22° in Europa su 45 paesi) sul fronte delle pari opportunità: gli stereotipi socio-familiari resistono e il 71% degli italiani (50% la media europea) ritiene che gli uomini siano meno competenti delle donne nello svolgimento dei compiti domestici e il 43% (29% media europea) crede che un padre debba anteporre la carriera al doversi occupare dei figli piccoli”. Insomma, con soli due giorni di congedo di paternità retribuito, il futuro sembra roseo, cambiamo con calma la cultura…

Il Centro studi di Bnl In Italia, ci trasmette una nota positiva: nel 2015 il numero delle imprese fondate da donne è cresciuto di 14.352 unità. Mi piacerebbe anche conoscere la longevità di queste imprese.

I dati Ocse ci dicono che una donna su due non lavora.

Questo grafico realizzato da The Economist, che rappresenta l'”indice del tetto di cristallo”, evidenzia bene come siamo posizionati noi italiani.

Italy glass-ceiling index

Italy glass-ceiling index

 

Un diagramma che dal 2013 recupera vari dati di 29 Paesi (l’accesso delle donne all’istruzione superiore, la loro partecipazione alla forza lavoro, retribuzioni, programmi di alternanza studio-lavoro, la rappresentanza nel senior management, i costi di cura dei bambini, e da quest’anno la misurazione dei congedi di maternità/paternità retribuiti) evidenzia i punti deboli italiani. Non occorrono commenti. Vorrei solo evidenziare l’arretratezza sui congedi di paternità retribuiti. Numerosi studi dimostrano che laddove i neo-papà prendono il congedo parentale, le madri tendono a reinserirsi nel mercato del lavoro, l’occupazione femminile è più alta e il divario di reddito tra uomini e donne è più basso. I nostri due giorni sono veramente ridicoli. L’idea di fondo è che applicando periodi di congedo similari, si riduce il divario di carriera tra uomini e donne, e lo slittamento di carriera tra le donne in età fertile è ridotto. Ma le culture sono difficili da cambiare e lo sappiamo che è principalmente un fattore culturale che impedisce la risoluzione di questo tipo di gap. Inoltre, sappiamo benissimo quanto può costare anche agli uomini richiedere le ore di allattamento o i congedi, non sono rari i casi di neo-papà mobbizzati che si sono rivolti alla Consigliera di parità per essere tutelati e che sono andati in causa per questo tipo di discriminazioni.

A tal proposito, anche l’OCSE dedica il suo policy brief di marzo al tema del congedo di paternità. Sul grafico risulta ancora la vecchia normativa di un giorno retribuito, ma la sostanza non è cambiata.

paternità

 

Il mondo del lavoro italiano vede ancora come una sciagura la genitorialità, che porta con sé i compiti di cura e di accudimento che devono essere condivisi. Diventare genitori non può essere percepito come un disastro dal datore di lavoro, ma va gestito, va sostenuto, va organizzato. Due son le cose, o non si è capaci o non si ha la minima intenzione di progredire verso un modello più sostenibile di lavoro e produzione. La ri-produzione sembra restare “roba da femmine”, considerate ancora individui di secondo livello, sacrificabili e alle quali si chiede di sacrificarsi.

L’Unione Europea continua a produrre report, roadmap, suggerimenti per raggiungere un equilibrio di genere. Da ultimo questo documento della Commissione Europea “Impegno strategico per la parità di genere 2016-2019” , frutto di una consultazione pubblica e di una valutazione dei punti di forza e di debolezza della Strategia per la parità tra donne e uomini (2010-2015). Esso identifica più di trenta azioni chiave da attuare in cinque settori prioritari, con scadenze e indicatori per il monitoraggio. Inoltre, si sottolinea la necessità di integrare una parità di genere nella prospettiva di tutte le politiche dell’UE, nonché nei programmi di finanziamento comunitari. La Strategia del 2010-2015 focalizzava la sua azione su queste macroaree:

– pari indipendenza economica per le donne e gli uomini;

– parità delle retribuzioni per un lavoro di uguale valore;

– parità nel processo decisionale;

– dignità, integrità e fine della violenza nei confronti delle donne;

– promozione dell’uguaglianza di genere fuori dai confini dell’UE;

– questioni orizzontali (ruoli di genere, strumenti normativi e governativi).

Sono stati compiuti passi in avanti, come ad esempio, il più alto tasso di occupazione mai registrato per le donne (64% nel 2014) in UE e la loro crescente partecipazione ai processi decisionali in ambito economico. Tuttavia, questa tendenza al rialzo è compensata dalla disuguaglianza persistente in altre aree (retribuzione).

Nel suo programma di lavoro, la Commissione ha ribadito il suo impegno a continuare il lavoro di promozione della parità tra uomini e donne. Ciò significa mantenere al centro della politica di parità di genere le cinque aree tematiche prioritarie esistenti:

1. incremento della partecipazione delle donne al mercato del lavoro e la pari indipendenza economica delle donne e degli uomini;

2. riduzione del divario retributivo e pensionistico di genere, quindi lotta alla povertà tra le donne;

3. promozione della parità tra donne e uomini nel processo decisionale;

4. lotta contro la violenza basata sul genere e la protezione e il sostegno alle vittime;

5. promozione dell’uguaglianza di genere e dei diritti delle donne in tutto il mondo.

 

Qui di seguito una presentazione riassuntiva sugli obiettivi che si intendono raggiungere:

Altro aspetto rilevante è l’integrazione di una prospettiva di genere in ogni tipologia di intervento UE. Naturalmente è necessario assicurare anche un finanziamento di queste politiche per raggiungere una parità di genere, cooperando strettamente con tutti gli attori responsabili.

Fin qui un mondo ideale, in cui tutto può migliorare e volgere al meglio. E tanti Paesi europei sono sulla buona strada, quanto meno ci provano.

Che dire sull’Italia, dove le pari opportunità sono relegate nell’angolino, non meritevoli neppure di un dicastero dedicato? Che dire del clima che si respira nel Bel Paese medievale degli attacchi quotidiani alle donne? Il cammino per noi è tutto in salita.

Dopo la campagna disgustosa per il referendum sulle trivelle, che non linko perché preferisco non rilanciare simili livelli di disumanità e di degrado culturale, leggo un’altro esempio di tale degrado. Inqualificabili e di una violenza inaudita i metodi con cui in questo Paese ci si rivolge alle donne. Solidarietà a Patrizia Bedori e a tutte le donne che quotidianamente ricevono attacchi sessisti, misogini e indegni di un Paese civile. Chiaramente si tratta di un grosso ritardo culturale e di una sorta di resistenza al cambiamento. Trovo altrettanto grave quanto detto da Bertolaso a Giorgia Meloni. Noi donne, come gli uomini, possiamo fare ed essere tante cose, rivestire più di un ruolo nonostante ci sia ancora chi ci vuole mantenere in determinati ruoli e ghetti. Non ci lasceremo ingabbiare e fregare ancora. Possiamo scegliere di avere più ruoli, anche diversi nelle varie fasi della nostra vita, ma assegnarci un destino in quanto donne è violenza. Insultare e considerare una donna inadeguata perché non conforme a un canone che ci vuole tutte giovani e belle, è violenza. E questo purtroppo avviene anche da parte di molte donne che hanno interiorizzato questa mentalità. Mi sembra che gli attacchi si moltiplichino. A quando un Paese che sappia esprimere e praticare rispetto verso le donne? Quando capiremo che il benessere e la realizzazione piena delle aspirazioni delle donne porta vantaggi per tutti? Se partecipano le donne progredisce tutto il Paese, se non partecipano resterà quella provincia sperduta, arretrata, distante anni luce dalla civiltà e da una cultura del rispetto. La nostra partecipazione a tutti gli aspetti della vita culturale-sociale-economica-politica dell’Italia è fondamentale se vogliamo competere e crescere.

Qualche giorno fa avevo pubblicato questo appello per la mia zona, per sostenere la partecipazione attiva delle donne alla vita politica e nelle istituzioni di ogni livello. A quanto pare il mio auspicio è più che attuale.

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I danni dell’oblio

Parto dallo splendido ma dolorosissimo articolo di Barbara Spinelli uscito oggi su Repubblica.

Mentre noi ci perdiamo sul fondo del secondo governo in meno di un anno, abbiamo perso di vista il resto e con questa amnesia abbiamo rimosso anche cosa ha rappresentato in passato (ed oggi) il neoministro dell’economia Padoan, che il 29 aprile 2013 al Wall Street Journal, quando era vice segretario generale dell’Ocse si sperticava nell’elogio delle politiche di austerity: “Il dolore sta producendo risultati”. Se lo paragoniamo ai dati diffusi dal Lancet e da Emergency sulla distruzione della sanità greca, causata da anni di torchio da parte della Troika, ci sembra assurdo che ci siamo imbarcati una personalità simile in seno al nostro nuovo governo. Per cosa è arrivato lì? Per controllare ed appurare che anche da noi sia possibile tenere sotto controllo la situazione, adoperando qualsiasi mezzo?

Riprendo uno stralcio dell’articolo:

“La smisurata contrazione dei redditi e i tagli ai servizi pubblici hanno squassato la salute dei cittadini greci, incrementando il numero di morti specialmente tra i bambini, tra gli anziani, nelle zone rurali. Nella provincia di Acaia, il 70 per cento degli abitanti non ha soldi per comprare le medicine prescritte. Emergency denuncia la catastrofe dal giugno 2012. Numerose le famiglie che vivono senza luce e acqua: perché o mangi, o paghi le bollette. Nel cuore d’Europa e della sua cultura, s’aggira la morte e la chiamano dolore produttivo”.

Un pugnale che affonda nelle nostre membra e che purtroppo resta nell’ombra. Si preferisce non parlarne. Le teorie di cui è stata resa cavia da esperimento la Grecia sono una sorta di applicazione delle leggi di selezione naturale dei popoli, laddove solo i più forti, o meglio, i più fortunati sopravvivono. E sono i bambini e gli anziani, vi prego di guardare le cifre e non solo (qui). Non riesco a intravedere altro, se non una volontà di prendere la Grecia come emblema sacrificale. Il risanamento dei bilanci come prassi per plasmare ed educare i popoli. Cosa può giustificare un comportamento tanto disumano? Nulla. E se restiamo in silenzio, ne siamo complici.

Dal rapporto di Lancet, Italia e Spagna non sarebbero lontani dall’inferno greco.

“Alexander Kentikelenis, sociologo dell’università di Cambridge che con cinque esperti scrive per la rivista il rapporto più duro, spiega come il negazionismo sia diffuso, e non esiti a screditare le più serie ricerche scientifiche (un po’ come avviene per il clima). L’unica istituzione che si salva è il Centro europeo di prevenzione e controllo delle malattie, operativo dal 2005 a Stoccolma”.

Siamo lontani dalle origini dell’UE, dagli ideali che l’hanno alimentata. Come osserva Barbara Spinelli, stiamo applicando lo stesso trattamento che venne inflitto alla Germania nel primo dopoguerra. Sappiamo anche come andò a finire.

Vi suggerisco di leggere la lettera dell’economista greco Yanis Varoufakis (ringrazio Loredana Lipperini per la lettera e la poesia che segue).

Una poesia di Titos Patrikios

Non ci aspettavamo che accadesse di nuovo
eppure è di nuovo nero come la pece il cielo,
partorisce mostri di oscurità la notte,
spauracchi del sonno e della veglia
ostruiscono il passaggio, minacciano, chiedono riscatti.
Non temere Lestrigoni e Ciclopi…
Non temere, diceva il poeta,
Ma io temo i loro odierni simulacri
e soprattutto quelli che li muovono.

Temo quanti si arruolano per salvarci
da un inferno che aspetta solo noi,
quanti predicano una vita corretta e salutare
con l’alimentazione forzata del pentimento,
quanti ci liberano dall’ansia della morte
con prestiti a vita di anima e di corpo,
quanti ci rinvigoriscono con stimolanti antropovori
con elisir di giovinezza geneticamente modificata.

Come una goccia di vetriolo brucia l’occhio
così una fialetta di malvagità
può avvelenare innumerevoli vite,
“inesauribili le forze del male nell’uomo”
predicano da mille parti gli oratori,
solo che i detentori della verità assoluta
scoprono sempre negli altri il male.
“Ma la poesia cosa fa, cosa fanno i poeti”
gridano quelli che cercano il consenso
su ciò che hanno pensato e deciso,
e vogliono che ancora oggi i poeti
siano giullari, profeti e cortigiani.

Ma i poeti, nonostante la loro boria
o il loro sottomettersi ai potenti,
il narcisismo o l’adorazione di molti,
nonostante il loro stile ellittico o verboso,
a un certo punto scelgono, denunciano, sperano,
chiedono, come nell’istante cruciale
chiese l’altro poeta: più luce.
e la poesia non riadatta al presente
la stessa opera rappresentata da anni,
non salmeggia istruzioni sull’uso del bene,
non risuscita i cani morti della metafisica.
Passando in rassegna le cose già accadute
la poesia cerca risposte
a domande non ancora fatte.

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