Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

La mozione no-choice arriva anche a Milano

Ora che la mozione è arrivata a Milano, forse riusciremo a concentrarci e a mettere questo problema tra le priorità. Ho presentato un documento politico, lanciato un allarme, chiesto di prendere posizione esplicita, perché era chiaro che non si sarebbero fermati a Verona. A questo punto dobbiamo mettere in campo tutte le nostre forze e metterci la faccia, esplicitare e far sentire la nostra voce, la nostra posizione, non si può più rinviare, soprassedere. Chi vuole restare nell’ombra e non esporsi ci rimanga pure, noi continuiamo a lottare. Domenica ero a volantinare, in occasione della Sagra di Baggio, su questo tema, con pochi ma essenziali punti e istanze.



C’è bisogno di questo, di parlare alle persone di cosa sta accadendo, di ciò che è in corso, un attacco alla nostra autodeterminazione che passa per l’abnorme obiezione di coscienza, i privati che entrano nelle convenzioni pubbliche e che non applicano la legge 194, la lenta agonia dei consultori pubblici, i centri di aiuto alla vita e associazioni no-choice da tempo nei nostri ospedali, una Lega che si oppone a RU486 in day hospital, un disastro nella contraccezione, prevenzione delle gravidanze indesiderate e delle malattie sessualmente trasmissibili e nell’educazione sessuale. Queste associazioni private devono stare fuori dalle strutture pubbliche, basta volantini negli ambulatori per le IVG. I soldi pubblici devono andare a rivitalizzare e a sostenere i luoghi deputati dalla legge, i consultori familiari pubblici. Andate a rileggervi l’art. 2 della 194. Avrei da aggiungere tra le cause dell’attuale situazione, un lavoro di smantellamento dei governi regionali che dura da decenni e la relazione ministeriale che ogni anno minimizza le criticità. DOVE VOGLIAMO FINIRE? MA CI RENDIAMO CONTO DELLE PAROLE USATE IN QUESTE MOZIONI? BASTA con questo vento oscurantista che si è insinuato dappertutto e vuole impedire, tra l’altro, l’applicazione della 194, che ci consente la scelta, alle donne, solo alle donne spetta l’ultima parola. Giù le mani dai nostri corpi e dai nostri diritti! 

Qui di seguito il mio comunicato in merito a questa mozione: non cambierà le cose, ma almeno non rimango in silenzio. Non so quando sarà calendarizzata la discussione di questa mozione Amicone, ma dovremo e dobbiamo mobilitarci.


La mozione milanese a firma del consigliere comunale Luigi Amicone (Fi e ciellino doc), firmata anche da Milano Popolare, dalla Lega e da Stefano Parisi, ricalca in gran parte i presupposti ideologici e le distorsioni informative presenti nelle mozioni “gemelle” di Verona, Ferrara e Roma, con un pallino fisso: diffondere l’etichetta “città per la vita”. La mozione parla del ruolo dei consultori in termini di assistenza alle donne in gravidanza, cita l’art. 2 della legge 194, ma si “dimentica” di precisare che alla lettera D:
“I consultori sulla base di appositi regolamenti o convenzioni possono avvalersi, per i fini previsti dalla legge, della collaborazione volontaria di idonee formazioni sociali di base e di associazioni del volontariato, che possono anche aiutare la maternità difficile dopo la nascita.”
si prevede la possibilità di supporto esterno di associazioni di “volontariato” DOPO LA NASCITA. Chiaro no?!
Come si può pretendere che i consultori pubblici svolgano appieno i compiti assegnati loro dalla legge 194, se negli anni
– si è proceduto a un progressivo e sistematico svuotamento di competenze, di personale, di strumentazione,
– si è coscientemente mantenuta bassa e insufficiente la loro diffusione territoriale, ben al di sotto delle raccomandazioni (il Progetto Obiettivo Materno Infantile del 2000 ne prevedeva 1 ogni 20.000 abitanti),
– si è modificata la natura di questi presidi territoriali, a beneficio dei privati accreditati con il SSN che non applicano la legge 194?
Come si può concepire che si chieda di inserire a bilancio comunale congrui finanziamenti pubblici per soggetti di natura privata, nati per contrastare una legge dello Stato e per sottrarre alle donne la libertà di scegliere autonomamente e senza pressioni e ingerenze indesiderate se diventare o meno madri?
Chiediamo che si torni a investire nei consultori familiari pubblici, ripristinando e salvaguardando la loro funzione originaria e la loro connotazione di servizio di base fortemente orientato alla prevenzione, informazione e promozione della salute, che abbia al centro le donne.
Pensare che la causa della crisi demografica sia arginabile e risolvibile con un intervento che induca e convinca le donne a portare avanti la gravidanza ad ogni costo, significa non comprendere che alla base della denatalità e della decisione di interrompere la gravidanza non ci sono solo ragioni economiche e che la monetizzazione non risolve problemi di natura ben più vasta. Forse occorrerebbe soffermarsi sui differenziali di genere per poter analizzare correttamente il calo demografico.
La legge 194 garantisce la possibilità di scelta, in capo esclusivamente alla donna che potrà e dovrà valutare autonomamente se diventare madre o meno. Nessuno può sindacare e deve permettersi di giudicare tale scelta. Alla luce di quanto avviene negli ospedali lombardi e altrove, in cui operano i Centri di aiuto alla vita e alle modalità con cui svolgono le loro azioni dissuasive e colpevolizzanti, compiendo un vero e proprio terrorismo psicologico, ci risulta ben difficile pensare che questo sia un aiuto, quanto piuttosto una indebita violazione della privacy e del diritto all’autodeterminazione delle donne. Le donne di Napoli che si sono mobilitate in piena estate ci hanno dimostrato che contrastare l’ingresso di queste formazioni è possibile.
Il ritorno all’aborto clandestino è causato dai lunghi tempi di attesa per l’intervento, a loro volta dettati dalle stratosferiche quote di obiezione raggiunte, che di fatto mettono a rischio il servizio di IVG.
Se davvero la situazione fosse sotto controllo, non avremmo il ricorso alla pratica dei gettonisti, che operano “a chiamata” per effettuare gli interventi al posto degli obiettori e che ogni anno comportano un aggravio di spesa non indifferente per le casse regionali.
Il numero degli aborti è calato costantemente in questi 40 anni, a dimostrazione dell’efficacia della legge e del fatto che progressivamente è aumentata la consapevolezza e la responsabilità in materia di salute sessuale e riproduttiva. Quindi non si capisce come la mozione possa affermare che la legge abbia contribuito ad aumentare il ricorso all’aborto come metodo contraccettivo.
Anzi, nonostante gli ostacoli a un’azione di prevenzione, alla possibilità di fornire gratuitamente presidi contraccettivi (attualmente totalmente a carico delle donne), alla diffusione strutturale di programmi di educazione sessuale nelle scuole, gli aborti sono diminuiti. Piuttosto, cerchiamo al più presto di trovare i finanziamenti regionali per consentire l’erogazione gratuita almeno sotto i 24 anni dei contraccettivi nei consultori, come da odg 99 presentato dalla consigliera PD Paola Bocci e approvato in Regione questa estate. Contemporaneamente dovremo compiere passi in avanti sulla diffusione di metodologie più innovative per le IVG, come previsto dall’art. 15, consentendo di somministrare la RU486 (aborto farmacologico) in day hospital, come richiesto dalla stessa Paola Bocci. Esiste una sola pillola abortiva: la mozione declinando “pillola” al plurale dimostra di confondere la contraccezione di emergenza, disponibile in farmacia, con la pillola RU486, somministrata attualmente solo in ospedale, previo ricovero di 3 giorni.
La diagnosi prenatale va difesa e non si possono diffondere deformazioni sui benefici dei progressi tecnologici.
Si riprende il tentativo compiuto a Trieste, con una mozione, per fortuna ritirata, che invitava “il sindaco e l’assessore competente ad adoperarsi per richiedere” una campagna informativa su tutti i danni ed i problemi alla salute che una donna può incorrere se decide di interrompere una gravidanza”. Un altro esempio di tentativo di terremotare la legge 194 e di diffondere false informazioni tra le donne che vorrebbero continuare a poter scegliere senza pressioni colpevolizzanti.
Da un lato questa mozione parla dei livelli enormi di obiezione, segno, secondo il redattore, del peso di coscienza degli operatori o forse sarebbe meglio dire “segnale di quanto spesso lo si faccia più per ragioni di carriera”, come loro stessi spesso rivelano; dall’altro si afferma che l’obiezione non sia un ostacolo all’accesso all’aborto. Insomma, molta confusione e poca attinenza alla realtà.
Una mozione scritta male formalmente e contenutisticamente, con notevoli incongruenze ed falsità.
Per le ragioni esposte sinora ci opponiamo a questo vento oscurantista che è arrivato anche a Milano e metteremo in campo tutte le azioni necessarie per informare adeguatamente e contrastare queste azioni mistificatorie volte solo a creare spaccature e confusione dentro e fuori le istituzioni.
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Legge 194: i primi 40 anni di una legge che va difesa, con prospettive a sostegno della salute sessuale e riproduttiva delle donne


Sono trascorsi 40 anni, questo 22 maggio dalla promulgazione della legge 194, Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza.

Gli anniversari servono solo se riescono a far prendere coscienza, non solo per tracciare un bilancio, ma se riusciamo a correggere e a risolvere ciò che nel tempo è andato perduto, si è sfilacciato come un tessuto di cui non abbiamo avuto abbastanza cura.

Attorno a questo numero di legge è rimasto un alone di silenzio e negli anni si è sempre cercato di marginalizzare tutto ciò che questa norma portava con sé. Fino a smarrirne la genesi e fino a doverne constatare i profondi tentativi di svuotarla nella sua applicazione. In una crescente difficoltà, non abbiamo mollato mai del tutto, anche se negli anni è tornato ad essere un tema tabù, anche per la politica, abbiamo tentato di uscire dal silenzio, ci siamo trascinate fino ad oggi cercando di continuare ad arginare questo smottamento. I risultati sono questi: si attesta al 70,9% la percentuale nazionale di ginecologhe e ginecologi obiettrici e obiettori di coscienza, mentre tra gli/le anestesisti/e siamo al 48,8%.

Da quanto rileva l’Ass. Luca Coscioni solo il 59,4% delle strutture con reparto di ostetricia rispetta la legge e pratica l’IVG. Mentre il Ministero della salute afferma che “su base regionale e, per quanto riguarda i carichi di lavoro per ciascun ginecologo non obiettore, anche su base sub-regionale, non emergono criticità nei servizi di IVG”, valutando però la presenza dei servizi su base statistica e non su base territoriale. Per non parlare dei costi aggiuntivi per la Sanità pubblica, sostenuti per reclutare i medici “gettonisti” che vanno a supplire gli obiettori. Non è solo una questione di numeri, ma di garantire un livello e una qualità di assistenza buone.

 


La relazione ci dice che i consultori sono 0,6 ogni 20.000 abitanti (il POMI del 2000 ne prevedeva 1 ogni 20.000 abitanti), rilevando purtroppo che “molte sedi di consultorio familiare sono servizi per l’età evolutiva o dedicati agli screening dei tumori e pertanto non svolgono attività connessa al servizio IVG”. Per non parlare dei problemi relativi al ricambio generazionale, di personale, alla strumentazione di cui sono dotati (mancano gli ecografi). Il tutto aggravato da pratiche regionali differenti che creano difformità sul territorio nazionale (costi delle prestazioni e una gratuità che non è più assicurata dappertutto). Insomma dal 1975 assistiamo a una lenta perdita di presidi e di diritti.

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Il silenzio e l’indifferenza sulla salute sessuale e riproduttiva


Le parole non sono più sufficienti per dare un quadro del disastro in tema di salute sessuale e riproduttiva in Italia, una situazione che appare ancora più evidente dalla cronaca che ne ho fatto in questi anni e da ciò che desumo confrontandomi con le altre donne, soprattutto le più giovani, che spesso hanno un atteggiamento ” diritti a posto, so tutto”. Un problema che riguarda non solo la certezza del pieno rispetto dei diritti delle donne e delle loro scelte, ma che diventa enorme quando parliamo di prevenzione e di contraccezione, di genitorialità consapevole.

Mentre nell’era Obama si affermava la consuetudine della contraccezione gratuita, che nemmeno Trump è riuscito a cancellare, da noi i contraccettivi ormonali passavano tutti nella fascia C dei farmaci a pagamento. E dopo l’allarme lanciato a riguardo e rimasto sepolto tra le attiviste e gli addetti ai lavori e mai decollato veramente (c’è anche da chiedersi perché tanta indifferenza), il 6 dicembre 2017 il “Comitato per la contraccezione gratuita e consapevole” ha lanciato una petizione a riguardo, diretta all’Agenzia del Farmaco, Ministero della Salute, affinché sia garantito a tutte le cittadine e ai cittadini l’accesso gratuito alla contraccezione.

Vi invito a firmare, perché è necessario invertire la rotta e avviare seriamente un’educazione a una sessualità consapevole e una fruizione maggiore dei metodi contraccettivi e di protezione delle malattie sessualmente trasmissibili.

La situazione è più o meno questa e a tal proposito l’anno scorso secondo il barometro presentato dall’Ippf (International Planned Parenthood Federation) l’Italia si collocava al 12° posto (su 16) in Europa in tema di contraccezione.

Non sto a ripetere quanto la piena applicazione della legge 194 passi proprio da questo nodo. Non mi va di ricordare quanta arretratezza culturale arroccata su posizioni di stampo confessionale sta lentamente minando l’applicazione di quanto previsto 4 decenni fa. Grave è che qualcuno voglia introdurre l’obiezione in farmacia, quando non sono in vendita farmaci abortivi ma solo contraccettivi, grave è che si voglia includere il parere paterno nell’iter di interruzione di gravidanza, grave è che queste posizioni siano radicate anche in contesti che dovrebbero aver metabolizzato e dovrebbero difendere i principi di autodeterminazione delle donne.

“I problemi nell’applicazione sono l’insufficiente presenza dei consultori familiari, le scarse iniziative per la promozione della contraccezione e il persistere di una inadeguata politica a sostegno delle coppie e delle famiglie”, così scrive Livia Turco nel suo Per non tornare al buio, ed è proprio dall’obiezione di coscienza e del numero di obiettori (che per il Ministero della Salute non rappresentano un problema, ma che per tanti professionisti e associazioni hanno raggiunto cifre che rischiano di mettere a repentaglio il servizio) che occorre ripartire per riaprire il dibattito sull’aborto, su quanto siano crollati gli aborti dal varo della 194, di quanto si sia diffusa una cultura della responsabilità verso la procreazione, figlia proprio di quella fase storica che ha prodotto la legge e ha sancito un equilibrio, con al centro la salute psico-fisica della donna. Sono convinta che ci sia stata una maturazione del dibattito etico, ma qualcosa non sta funzionando con le più recenti generazioni, con un pericolo di smarrimento del senso e dei contenuti delle conquiste raggiunte. Non si è forse posta attenzione su come trasmettere il reale concetto di libertà di cui si parla, una libertà di esercitare la propria responsabilità nei confronti di se stessi e degli altri, vivere in un contesto relazionale e di rapporti paritari, in cui la scelta delle donne non sia stigmatizzata ma correttamente sostenuta e non ostacolata, avere piena conoscenza del proprio corpo, attribuirgli il giusto valore, incentivare pratiche che possano incentivare una sessualità consapevole, l’esercizio pieno dei propri diritti. Alla base ci deve essere l’informazione e l’accesso a tutta una serie di presidi, servizi, strumenti per non lasciare il vuoto per non lasciare che si propaghino pregiudizi, prassi pericolose o che si lavori sempre in fase emergenziale. Perché la sensazione è che ci si avvii sempre più verso una rimozione del problema, una invisibilizzazione degli aspetti più urgenti, in funzione di un martellamento in stile fertility day: questo non dobbiamo permetterlo. Perché l’ultima parola resti in capo alle donne, che possano mettere in atto scelte autonome e consapevoli.

Gli attacchi contro la salute e i diritti sessuali e riproduttivi delle donne oggi assumono molte forme in Europa. Gli ostacoli che impediscono l’accesso all’aborto sicuro sono tra i più problematici.

Ed è in questa chiave che ci si sta muovendo a livello europeo.

“La salute e i diritti sessuali e riproduttivi delle donne sono diritti umani. Tuttavia, le donne in Europa hanno ancora questi diritti negati o limitati a seguito di leggi, politiche e pratiche che riflettono in ultima analisi gli stereotipi e le disparità di genere.

Gli stati devono impegnarsi risolutamente a promuovere l’uguaglianza di genere in questa sfera cruciale della vita. Hanno il dovere di fornire a tutte le donne servizi e assistenza sanitaria sessuale e riproduttiva accessibili, convenienti e di buona qualità.”

Così si è espresso, il 4 dicembre, il commissario del Consiglio d’Europa (un’organizzazione internazionale il cui scopo è promuovere la democrazia, i diritti umani, l’identità culturale europea e la ricerca di soluzioni ai problemi sociali in Europa, è estraneo all’Unione europea e non va confuso con organi di quest’ultima) per i diritti umani Nils Muižnieks.

“Gli stati europei devono garantire maggiormente la salute e i diritti sessuali e riproduttivi delle donne. Hanno l’obbligo per i diritti umani di fornire un’educazione sessuale completa, l’accesso alla contraccezione moderna e l’assistenza all’aborto sicuro, e l’assistenza sanitaria materna di qualità.”


La salute e i diritti sessuali e riproduttivi delle donne comprendono:

– Un’educazione sessuale completa

– metodi contraccettivi facilmente fruibili e a prezzi accessibili

– aborto senza rischi

– assistenza sanitaria materna di qualità

Ci sono stati enormi progressi nel mondo e in Europa. Ma allo stesso tempo, e forse proprio a causa di questi progressi, abbiamo cominciato a registrare delle forme di regressione e arretramento.

In Europa si registrano restrizioni in merito al diritto all’aborto. Anche quando la legge lo autorizza, le donne incontrano molteplici ostacoli per poterlo esercitare:

– ostacoli finanziari, sociali e pratici

– diniego di cura e di servizi

– autorizzazione da parte di un terzo, colloquio di consulenza obbligatorio e periodi di attesa lunghi

Ecco perché il commissario Nils Muižnieks ha rivolto agli stati europei una serie di raccomandazioni volte a garantire i diritti sessuali e riproduttivi di tutte le donne.

Queste raccomandazioni sono incentrate sugli obblighi degli stati per garantire alle donne il diritto alla vita, il diritto di non essere sottoposte a torture o a trattamenti sbagliati, il diritto alla salute, alla privacy e all’uguaglianza.

La relazione presentata dal commissario Nils Muižnieks fornisce una panoramica degli obblighi degli Stati ai sensi delle norme internazionali ed europee sui diritti umani nel campo della salute e dei diritti sessuali e riproduttivi delle donne. Produce una serie di esempi di carenze che gli Stati europei devono affrontare, in particolare per quanto riguarda i diritti alla vita, alla salute, alla privacy, alla non discriminazione, nonché il diritto a non subire torture e maltrattamenti, con particolare attenzione all’educazione sessuale completa, alla contraccezione moderna, all’assistenza per interruzioni di gravidanza affinché queste pratiche siano sicure e legali e all’assistenza sanitaria materna di qualità.


Il Commissario ha presentato 54 raccomandazioni volte ad aiutare gli stati europei a rispondere alla pressante necessità di:

– rinnovare l’impegno politico per i diritti delle donne e difenderli da misure regressive che minano la salute e i diritti sessuali e riproduttivi delle donne;

– istituire sistemi sanitari che sostengano e promuovano la salute e i diritti sessuali e riproduttivi delle donne;

– garantire una educazione sessuale completa e obbligatoria;

– garantire l’accessibilità, la disponibilità e la fruizione a prezzi accessibili delle forme più moderne di contraccezione;

– garantire a tutte le donne l’accesso alle cure per un aborto sicuro e legali;

– assicurare che dinieghi di assistenza da parte degli operatori sanitari per motivi di coscienza o di religione non mettano in pericolo l’accesso tempestivo delle donne all’assistenza sanitaria sessuale e riproduttiva;

– rispettare e proteggere i diritti umani delle donne durante il parto e garantire a tutte le donne l’accesso a un’assistenza sanitaria materna di qualità;

– eliminare le pratiche coercitive e salvaguardare il consenso informato delle donne e il processo decisionale nei contesti di assistenza sessuale e riproduttiva;

– assicurare a tutte le donne l’accesso a rimedi efficaci per le violazioni dei loro diritti sessuali e riproduttivi;

– eliminare la discriminazione in leggi, politiche e pratiche e garantire l’uguaglianza per tutte le donne nel godimento della salute e dei diritti sessuali e riproduttivi.

 

“I diritti sessuali e riproduttivi proteggono alcuni degli aspetti più significativi e intimi delle nostre vite. Garantire questi diritti per le donne è una componente essenziale degli sforzi per raggiungere i diritti delle donne e l’uguaglianza di genere. Date le tendenze in ripresa che cercano di ridurre le protezioni in questo campo, dobbiamo garantire che restiamo fedeli a questi diritti, che sono stati stabiliti solo dopo una lunga lotta. Gli Stati hanno il dovere di fornire a tutte le donne servizi e servizi sanitari e riproduttivi accessibili, economici e di buona qualità “

ha dichiarato il commissario Muižnieks.

Vi consiglio di guardare questo video, nel quale viene intervistata anche una donna italiana che ha raccontato la sua esperienza e Irene Donadio, portavoce dell’IPPF. L’Italia è uno di quei Paesi su cui c’è un’allerta e che è stato più volte attenzionato al Consiglio d’Europa proprio in tema di gravi limitazioni all’esercizio delle interruzioni di gravidanza e lesioni proprio di quei diritti di cui sopra.

Questo quanto viene riportato nella relazione a proposito dell’Italia, abbiamo un box dedicato e non certo per meriti.


Negazione di cure alle donne in caso di aborto e accesso a servizi sicuri e legali

In Italia molte donne non sono in grado di trovare un medico disposto a fornire i servizi legali a cui hanno diritto. Altre subiscono ritardi così gravi nell’accesso ai servizi da rischiare di non rientrare nei termini legali per i servizi di aborto (con il pericoloso ritorno agli aborti clandestini e non sicuri, ndr). I report indicano che il 70% dei medici si rifiuta di fornire cure per l’aborto. In una decisione del 2016, il Comitato europeo per i diritti sociali (ECSR) ha esaminato una denuncia che sosteneva che l’Italia aveva omesso di garantire il diritto alla salute delle donne a causa del rifiuto di assistenza da parte dei medici, mettendo a repentaglio l’accesso a procedure legali di aborto. L’ECSR ha concluso che le donne che cercano di accedere ai servizi legali per l’interruzione di gravidanza hanno incontrato numerose difficoltà sostanziali. Ha rilevato che l’Italia soffre di una incapacità nel regolamentare e nel sorvegliare efficacemente in merito all’obiezione di coscienza, che costringe le donne a una ricerca estenuante delle strutture sanitarie, in altre regioni d’Italia o all’estero, in grado di assicurargli le cure adeguate. Una violazione dell’articolo 11, paragrafo 1 (diritto alla salute) della Carta sociale europea (riveduta).

 

Più che di questione di coscienza, emerge sempre più la convenienza di certe scelte, sempre più spesso è per non essere ghettizzati, per non venire penalizzati nella carriera, insomma per avere meno problemi. Quindi il problema è attrezzarsi per superare queste difficoltà che nulla hanno a che fare con scelte etiche personali, prevedendo meccanismi riequilibranti e la salvaguardia della salute e delle scelte delle donne.

Tra l’altro permane lo scarso ricorso alla RU486, che trova ancora molti ostacoli ed è poco incentivata, assieme alle carenze di una formazione universitaria adeguata nelle scuole di specializzazione.

Non siamo disposte ad assistere all’annullamento dei nostri diritti. Due anni fa si è depenalizzato l’aborto clandestino, ma si sono al contempo innalzate le sanzioni previste (15 gennaio 2016). Questo provvedimento non evidenzia le cause a monte di un ritorno preoccupante agli aborti clandestini, tra cui innanzitutto un abnorme numero di obiettori di coscienza, la cui media nazionale del 70%, raggiunge in alcune regioni anche quote superiori al 90%. Questo provvedimento insieme ad altri denota l’approccio inadeguato alla materia e al problema.

E non dimentichiamo Valentina Milluzzo che ha perso la vita in un reparto in cui c’era obiezione al 100%.

Siamo vicine alle sorelle di El Salvador che subiscono pesanti condanne, in particolar modo a Teodora Vásquez (per saperne di più qui). Vi chiedo di sostenere questa petizione.

Siamo in attesa della annuale Relazione IVG sull’attuazione Legge 194/78 tutela sociale maternità e interruzione volontaria di gravidanza, in ritardo come sempre. Ma la situazione sembra che ci stia sfuggendo di mano.

Non chiedeteci di portare pazienza o di avere fiducia.

Una società che non rispetta le donne, i loro diritti e le loro scelte non può definirsi democratica, aperta, civile e progredita. Occorre ascoltare le donne e essere vicini ai loro bisogni. La tutela della maternità passa anche dal garantire servizi adeguati di prevenzione e di educazione a una genitorialità consapevole, mettendo in grado di pianificare e di definire le proprie scelte riproduttive. Colpevolizzare, stigmatizzare e ostacolare non è la strada giusta, perché di fatto manca un impegno serio da parte delle istituzioni nell’attuare i principi alla base della 194. Meno campagne demagogiche, reazionarie e lesive e più consultori laici, informazioni e presidi accessibili.

L’unica cosa che gode di ottima salute è il tentativo di tanti gruppi, associazioni di riportarci indietro, al buio, ridurci al silenzio. Non lo permetteremo. Fuori dalle nostre vite! Riportiamo al centro le donne, la loro salute e i loro diritti.

 

Per approfondire:

https://www.coe.int/en/web/commissioner/-/progress-needed-to-ensure-women-s-sexual-and-reproductive-health-and-rights-in-europe

https://rm.coe.int/summary-of-the-issue-paper-on-women-s-sexual-and-reproductive-health-a/168076df75

https://www.coe.int/en/web/commissioner/women-s-sexual-and-reproductive-rights-in-europe

https://rm.coe.int/women-s-sexual-and-reproductive-health-and-rights-in-europe-issue-pape/168076dead

Questo articolo è stato pubblicato anche su Dol’s Magazine.

Aggiornamento 30 dicembre 2017:

Dopo la denuncia dei Radicali: “Dichiarazione di Riccardo Magi, Antonella Soldo e Silvja Manzi, dirigenti di Radicali Italiani e promotori della lista “+Europa, con Emma Bonino” – Sciolte le Camere, la relazione annuale al parlamento sull’applicazione della legge 194 sull’interruzione volontaria di gravidanza non è stata depositata. La stessa legge (art.16) impone al ministro della Salute di presentare il documento ogni anno entro il mese di febbraio: scadenza mai rispettata, lo scorso anno la relazione fu disponibile a dicembre. Ma quest’anno, a 11 mesi dalla scadenza non è stata depositata, e nel frattempo le Camere sono state sciolte. Dunque i parlamentari – e di conseguenza i cittadini – sono ancor meno nella condizione di conoscere e far conoscere i contenuti. Non esiste un precedente.

La Ministra Lorenzin ha risposto: “che è stata “regolarmente trasmessa” oggi (29 dicembre, ndr) al Parlamento”.
Di fatto è stata trasmessa con 10 mesi di ritardo, visto che il mese previsto è febbraio, e tra l’altro al momento non è ancora pubblicata sul sito del ministero.

Attendiamo ancora che questa Relazione sulla 194 con i dati del 2016 venga finalmente resa pubblica sul sito del Ministero, giusto per far chiarezza.

Oggi, 12 gennaio 2018, nel frattempo vi segnalo la relazione in questione pubblicata sul sito Quotidiano Sanità:

http://www.quotidianosanita.it/governo-e-parlamento/articolo.php?articolo_id=57617

http://www.quotidianosanita.it/allegati/allegato6361472.pdf

http://www.quotidianosanita.it/governo-e-parlamento/articolo.php?approfondimento_id=10531

Qui invece trovate la Relazione Ministro Salute attuazione Legge 194/78 tutela sociale maternità e interruzione volontaria di gravidanza – dati definitivi 2014 e 2015

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Aborto, obiezione e salute

@Anarkikka

@Anarkikka

 

Lo svuotamento progressivo della Legge 194 (NORME PER LA TUTELA SOCIALE DELLA MATERNITA’ E SULL’INTERRUZIONE VOLONTARIA DELLA GRAVIDANZA) a causa del numero abnorme di personale obiettore, ha portato a mettere in serio pericolo le vite delle donne. Tra clandestinità e interventi non sempre tempestivi in caso di pericolo di vita della gestante. Torniamo a interrogarci sulle priorità di uno stato laico e che dovrebbe sempre tutelare la vita della donna.

Un mio approfondimento sul tema.

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Omissione di coscienza

OMISSIONE DI COSCIENZA

 

#ObiettiamoLaSanzione esprime la sua vicinanza alla famiglia di Valentina Milluzzo, deceduta al quinto mese di gravidanza, all’ospedale Cannizzaro di Catania.
Una tragedia su cui è stata aperta una inchiesta.
Non sappiamo cosa sia successo. Adesso è tutto nelle mani della magistratura.

La famiglia di Valentina ha riferito che il medico si è rifiutato di intervenire in quanto obiettore, fino a quando ci fosse stato battito cardiaco del feto.
Paolo Scollo, primario del reparto di ginecologia ed ostetricia, che pure aveva bollato come “una madornale falsità” questa interpretazione della tragica vicenda, afferma che si sia trattato di «sepsi, per una coagulazione intravasale disseminata, per una complicanza dell’infezione», con cause ancora da stabilire. Precisando che: «Si potrà capire dai dati biochimici dell’autopsia. È quello che dovranno esaminare i periti del tribunale, se riusciranno a scoprirlo».

Mercoledì prossimo verrà effettuata l’autopsia di Valentina, che speriamo trovi esperti in grado di dare risposte a quel preoccupante “se”, fugando i dubbi evidenziatisi da questo drammatico caso.

Occorre indagare sui tempi d’inizio dell’infezione nonché sulle sue cause, per arrivare a capire il momento in cui la situazione ha imboccato un punto di non ritorno, sapendo che bisognava intervenire prima di quel momento. Sarà necessario indagare sui protocolli applicati, sugli eventuali ritardi, sottovalutazioni, negligenze e lacune nei monitoraggi svoltisi sin da quando la donna è stata ricoverata. Diciassette giorni sui quali puntare la lente di ingrandimento, perché non dovrebbe focalizzarsi l’attenzione sulla sola fase dell’emergenza sanitaria che è stata immediatamente preliminare alla morte della giovane donna.

Ci auguriamo che emerga la verità, l’unica in grado di potere successivamente fare individuare gli eventuali responsabili, al fine di fare ottenere giustizia a questa donna che ha perso la vita. Auspichiamo che la magistratura sia libera da pressioni di ogni tipo e che sia scevra nelle indagini da ogni pregiudizio, per potere obiettivamente valutare i fatti accaduti, alla luce dell’esame della cartella clinica di Valentina e sulla base degli esami autoptici sul suo corpo e su quello dei gemelli. Nel contempo gli inquirenti dovrebbero anche interrogarsi sulla realtà di un reparto totalmente composto da obiettori di coscienza, una violazione della legge 194 che invece non consente l’obiezione di struttura.
Difatti occorrerebbe investigare se l’obiezione, che arriva in questo caso al 100%, abbia davvero influito sulle scelte mediche e sui loro tempi di intervento come sostengono i parenti di Valentina. Per arrivare a sapere se, con la condotta tenuta si sia voluto proteggere la propria “morale” non estraendo i feticon battito a scapito della vita della gestante.

Vogliamo che la vita della donna abbia sempre un valore prioritario e non sia subordinato a scelte religiose o ideologiche.
Lo dobbiamo a Valentina, ma anche alle altre che in futuro potrebbero trovarsi nelle sue stesse condizioni.

Auspichiamo che venga fatta piena luce sui risvolti poco chiari di questa tragedia per capire se con un intervento più tempestivo si sarebbe potuta salvare la vita di Valentina, anche a costo di non salvaguardare i due feti che portava in grembo. Come sancito dalla pronuncia della Corte Costituzionale n.27/1975, precedente addirittura alla legge 194, “non esiste equivalenza fra il diritto alla vita ma anche alla salute proprio di chi è già persona, come la madre, e la salvaguardia dell’embrione che persona deve ancora divenire”.
La Cassazione ha ribadito che il diritto di obiezione di coscienza «non esonera il medico dall’intervenire durante l’intero procedimento» in quanto «il diritto dell’obiettore affievolisce, fino a scomparire, di fronte al diritto della donna in imminente pericolo a ricevere le cure per tutelare la propria vita» (sentenza n.14979/2013).
Tutto dipende da quando il medico ravvisi il pericolo per la vita della donna, confine difficile da tracciare quando si ha un approccio ideologico. Se, in conseguenza di ciò, ci si riduce ad indurre il parto, ad esempio, quando ormai la sepsi e le sue complicanze sono a uno stadio avanzato, vuol dire che il medico è intervenuto nel momento in cui ormai la vita della donna era compromessa irreparabilmente.

“Di fronte al pericolo di morte della madre, invece, deve scattare l’obbligo grave e irrinunciabile per il medico – ha dichiarato Filippo Maria Boscia, presidente nazionale dei medici cattolici – di fare tutto il possibile per salvarla”.
Tutto dipende dal fatto che, una volta accertata la gravità della paziente, il medico ne scelga come priorità la salvezza e non quella della propria “coscienza”.
Questa è la regola ed ogni altra non è legittima.
Pena essere indagati, qualora ne ricorrano i presupposti, perché dolosamente colpevoli agli occhi della legge di omissione di soccorso o nella peggiore delle ipotesi, quali la morte di una donna, perché colposamente responsabili di omicidio. E, semmai, essere anche condannati, sempre che si sia sentenziato al riguardo.

Il gruppo ObiettiamolaSanzione

 

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Su legge 194 l’Europa porta Consiglio!

43 il fuso di Erdogan

 

Il Comitato Europeo dei Diritti Sociali del Consiglio d’Europa ha riconosciuto, in una pronuncia resa pubblica oggi, che l’Italia ha violato l’art. 11 della Carta Sociale Europea, con la quale vengono riconosciuti i diritti umani e le libertà, e stabiliti i meccanismi di controllo per garantirne il rispetto da parte degli Stati comunitari.
La decisione afferisce ad un reclamo presentato dalla Cgil, avente ad oggetto la violazione dei diritti delle donne che intendono accedere all’IVG ai sensi della Legge 194 e la violazione dei diritti dei medici non obiettori.

L’organismo comunitario ha stabilito che nel nostro Paese continuano a prevalere situazioni per le quali le donne che intendono chiedere un aborto possono essere costrette a trasferirsi in altre strutture sanitarie, in Italia o all’estero, o ad interrompere la loro la gravidanza senza l’appoggio o il controllo delle autorità sanitarie competenti, o possono essere dissuase dall’accedere ai servizi di aborto, che hanno invece diritto a ricevere ai sensi della legge 194.

A detta del Comitato, inoltre, la Cgil ha fornito un ampio numero di prove che dimostrano come il personale medico non obiettore affronti svantaggi diretti e indiretti, in termini di carico di lavoro, distribuzione degli incarichi, opportunità di carriera, consentendo così al Comitato stesso di rilevare che le strutture sanitarie italiane non hanno ancora adottato misure necessarie per rimediare alle carenze nel servizio causate dall’alta presenza di personale obiettore di coscienza.
Si osserva anche che il governo “non ha fornito nessuna prova che contraddica quanto sostenuto dal sindacato”.

Solo pochi mesi fa, a novembre 2015, nella relazione annuale al Parlamento sullo stato di attuazione della legge 194, si continuava a non rilevare problemi: “Riguardo l’esercizio dell’obiezione di coscienza e l’accesso ai servizi IVG e per quanto riguarda i carichi di lavoro per ciascun ginecologo non obiettore, non emergono criticità.”
Risulta evidente la distanza tra la relazione del Ministero della Salute e la realtà evidenziata dal Comitato europeo.

Le enormi difficoltà che incontrano le donne per poter accedere al servizio di IVG sono da anni sottovalutate, ridimensionate, derubricate a casi sporadici.
Oggi ci troviamo di fronte a un’altra condanna europea della condotta dell’Italia, alla quale ci auguriamo si dia questa volta una risposta efficace.

Le donne di #ObiettiamoLaSanzione, impegnate da tempo affinché in Italia ci sia una corretta applicazione della legge 194, tornano a chiedere agli organismi istituzionali competenti di attivarsi fattivamente nell’adempimento degli obblighi di legge, per sanare la situazione e assicurare il diritto alla salvaguardia della salute psico-fisica della donna.

Le donne promotrici di #ObiettiamoLaSanzione

Anarkikka attivista, vignettista
Barbara Bonomi Romagnoli giornalista, attivista
Monica Lanfranco giornalista, blogger
Loredana Lipperini giornalista
Donatella Martini Donne InQuota
Cristina Obber giornalista, scrittrice
Lea Fiorentini Pietrogrande attivista
Benedetta Pintus Pasionaria.it
Antonella Penati Federico nel cuore Onlus
Maddalena Robustelli
Simona Sforza blogger, attivista
Nadia Somma blogger, attivista
Paola Tavella giornalista
Lorella Zanardo Il corpo delle donne

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I risultati di un’applicazione ideologica della 194

grafici_IVG_Dati_2014-cfr-2013-2

 

Da pochi giorni è stata presentata la relazione ministeriale annuale di attuazione della legge 194/78. In diminuzione il ricorso all’ interruzione volontaria di gravidanza. Nel 2014 infatti, per la prima volta in Italia, gli aborti sono scesi sotto la soglia dei 100mila (97.535) con una riduzione del 60% rispetto alle 234.801 del 1982, anno in cui si era riscontrato il valore più alto. Per un approfondimento QUI.

Fin qui il dato nazionale. In Lombardia, le Ivg sono state 15.912, il 5,2% in meno dell’anno precedente, ma con un decremento minore di quello di altre 15 regioni: Valle d’Aosta -17,5%; Umbria -11,2%; Marche -10,2%; Emilia Romagna -7,5%; Veneto –7,3%; Piemonte -7,1% (vedi grafico 1).

Ricordiamo che in Lombardia è previsto il piano Nasko e Cresko (conoscete la mia opinione in merito: perché interferire con i fondi Nasko e Cresko su una decisione così complessa come quella di decidere di diventare madre? È normale “monetizzare” una maternità?, cosa accade quando i fondi finiscono?), per disincentivare le Ivg, ma c’è un bel paletto: per accedervi si deve risiedere in regione da almeno due anni.

Nel 2013 il 41,4%, (per un totale di 6.913) delle Ivg sono state effettuate da donne straniere, le italiane sono state 9.765. Al contrario di quanto avvenuto in altre regioni, la Lombardia non ha aderito al progetto promosso e finanziato dal ministero della Salute sulla prevenzione dell’aborto tra le donne straniere tramite la diffusione di buone pratiche (formazione degli operatori, potenziamento dell’organizzazione dei servizi per favorire l’accessibilità, promozione di una capillare informazione nelle comunità immigrate).

Come siamo messi sul versante obiezione di coscienza? La percentuale dei ginecologi obiettori è del 69,4 %. In 7 ospedali lo è la totalità (Calcinate, Iseo, Gavardo, Oglio Po, Melzo, Broni-Stradella e Gallarate). In 12 ospedali la percentuale di obiezione è tra l’80% e il 99% (per esempio Fatebenefratelli e Niguarda di Milano) e solo in 8 strutture è inferiore al 50% (vedi i dati presidio per presidio).

C’è un notevole ricorso a medici gettonisti, esterni chiamati a sopperire alla mancanza interna di non obiettori. Il costo nel 2014 è stato di 255.556 euro. Non si tratta di un danno considerevole? Ma con questa mancanza anche i tempi di attesa si allungano: la Lombardia è sedicesima per i tempi di attesa tra la certificazione e la data dell’intervento. Questo anche perché solo il 65% delle strutture che hanno un reparto di ginecologia e ostetricia effettua Ivg. Una sorta di percorso ad ostacoli quindi. Torniamo a chiedere che la 194 venga attuata, lo abbiamo fatto ancora una volta pubblicamente nel corso del presidio del 10 ottobre a Milano (e altri ne faremo), anche se a pochi sembra interessare e se il problema a livello cittadino sembra sia stato solo il lancio di ortaggi. Continueremo a scendere in piazza contro questi soprusi, contro i problemi che si incancreniscono, contro l’indifferenza.

PRETENDIAMO che questa VIOLENZA sulle donne abbia fine, perché se la 194 non viene applicata o abbiamo dei servizi non garantiti, siamo noi donne a subirne le conseguenze sulla propria pelle. E tornano le ombre della clandestinità, dei farmaci abortivi venduti su internet: non più ferri da calza, mammane, ma pillole antiulcera che vengono assunte in dosi massicce. Sapete cosa comporta tutto questo? Emorragie interne e rischio per la vita.

Sara Valmaggi, vicepresidente del Consiglio regionale, chiede la mobilità del personale nelle strutture pubbliche e l’obbligo per quelle private accreditate di garantire la possibilità di effettuare l’Ivg, cosa che oggi non avviene.

Dall’indagine sull’obiezione di coscienza condotta dal gruppo regionale del Pd, emergono anche i dati sull’utilizzo del metodo farmacologico (RU486), autorizzato dall’Aifa nel 2009. La Lombardia è al quindicesimo posto rispetto alle altre regioni. La percentuale di Ivg farmacologiche nel 2014 è ferma al 4,5% – era al 3,3 nel 2013 – a fronte del 30,5% della Liguria, del 27% della Valle d’Aosta, del 23,3% del Piemonte, del 21,8% dell’Emilia Romagna e dell’11,7% della Toscana. (vedi grafico 2)

Non viene pertanto seguito l’art. 15 della 194 che prevede che “Le regioni, d’intesa con le università e con gli enti ospedalieri, promuovono l’aggiornamento del personale sanitario ed esercente le arti ausiliarie sui problemi della procreazione cosciente e responsabile, sui metodi anticoncezionali, sul decorso della gravidanza, sul parto e sull’uso delle tecniche più moderne, più rispettose dell’integrità fisica e psichica della donna (…)”

La spiegazione in parte è data dal fatto che 30 strutture delle 62 che effettuano interruzioni di gravidanza non utilizzano la RU486. Nel comunicato stampa leggiamo “In molti casi non viene neanche proposto come metodo alternativo a quello chirurgico; inoltre passa troppo tempo tra la certificazione e l’effettiva esecuzione dell’ivg e questo fa scadere i termini temporali (49 giorni) entro i quali è possibile utilizzare il metodo farmacologico. A questo si aggiunge che, per la RU486, viene applicata in maniera ferrea l’indicazione nazionale dei tre giorni di ricovero, a differenza dell’Ivg chirurgica che è eseguita in day hospital”.

In altre regioni la somministrazione della RU486 è stata semplificata: in Emilia Romagna viene usata in day hospital e in Toscana, dal 2014, è possibile somministrarla anche nei consultori.

Ecco, i consultori, altro punto dolente del sistema sanitario lombardo.

Insomma, emerge una fotografia non certo all’insegna dell’efficienza, della tutela della salute psico-fisica della donne, della garanzia dei diritti delle donne in termini di salute sessuale e riproduttiva.

Ricordiamo cosa suggeriva a marzo la risoluzione Tarabella e cerchiamo di rimuovere veramente questi ostacoli.
Fonte: Dati e informazioni estratti dall’indagine sull’obiezione di coscienza condotta dal gruppo regionale del Pd Lombardia- 2015
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Mediazione o sovvertimento?

Una panoramica del voto sulla risoluzione Tarabella - Fonte http://www.votewatch.eu/

Una panoramica del voto sulla risoluzione Tarabella – Fonte http://www.votewatch.eu/

 

“La competenza in materia sanitaria e di diritti sessuali e riproduttivi resta degli Stati Membri, anche se a livello europeo tali diritti vanno tutelati e promossi. Con questa importante mediazione, per la quale ho lavorato insieme ad altro colleghi del PD, ho votato a favore della Risoluzione Tarabella sulla parità tra donne e uomini nell’Unione Europea” – lo ha dichiarato l’eurodeputata Silvia Costa a margine del voto di oggi sulla relazione del collega S&D Marc Tarabella.

Non si tratta di una mediazione, a mio parere c’è stato un sovvertimento degli intenti originari del testo ai paragrafi 44-45-46.

Il testo PRIMA: 

44. Points out that various studies show that abortion rates in countries in which abortion is legal are similar to those in countries in which it is banned, and are often even higher in the latter (World Health Organisation, 2014);

45. Maintains that women must have control over their sexual and reproductive health and rights, not least by having ready access to contraception and abortion; supports, accordingly, measures and actions to improve women’s access to sexual and reproductive health services and inform them more fully about their rights and the services available; calls on the Member States and the Commission to implement measures and actions to make men aware of their responsibilities for sexual and reproductive matters;

46. Emphasises the importance of active prevention, education and information policies aimed at teenagers, young people and adults to ensure that sexual and reproductive health among the public is good, thereby preventing sexually transmitted diseases and unwanted pregnancies;

 

Il testo DOPO

45. Points out that various studies show that abortion rates in countries in which abortion is legal are similar to those in countries in which it is banned, and are often even higher in the latter (World Health Organisation, 2014);

46. Notes that the formulation and implementation of policies on sexual and reproductive health and rights and on sexual education is a competence of the Member States; emphasises, nevertheless, that the EU can contribute to the promotion of best practice among Member States;

47. Maintains that women must have control over their sexual and reproductive health and rights, not least by having ready access to contraception and abortion; supports, accordingly, measures and actions to improve women’s access to sexual and reproductive health services and inform them more fully about their rights and the services available; calls on the Member States and the Commission to implement measures and actions to make men aware of their responsibilities for sexual and reproductive matters;

 

Qui l’intero testo adottato.

 

QUI la griglia che mostra come hanno votato gli eurodeputati italiani S&D sull’emendamento del PPE. Utile per evidenziare i “rebels” rispetto alla linea dei Socialisti.

Silvia COSTA

Nicola DANTI

Luigi MORGANO

Patrizia TOIA

Flavio ZANONATO

Damiano ZOFFOLI

 

 

Ora appare tutto più chiaro. Anche la dichiarazioni di Elena Gentile (qui).

Quindi dobbiamo attendere fiduciose che qualche anima buona in Europa promuova qualche best practice per tradurre in realtà queste dichiarazioni di principio. Se questo è il contesto, rischiamo di aspettare secoli.

Sono qui che guardo i dati relativi alla votazione di ieri sulla risoluzione Tarabella. Voi mi chiederete a che pro? Quando leggo che tutto sommato dovremmo ritenerci soddisfatte dell’esito della vicenda Tarabella, non riesco a essere totalmente d’accordo su argomentazioni secondo cui si tratterebbe di un testo ricco di elementi utili e preziosi per poter aspirare a un miglioramento sia a livello nazionale, che europeo. Sarebbe stato così se non ci fosse stato quel codicillo, l’emendamento paracadute del PPE. Paracadute adoperato da tutta la formazione che da noi in Italia potremmo associare alla balena bianca. Una balena che da noi è un po’ dappertutto. A chi mi dice che non dobbiamo creare divisioni sul tema, rispondo così: “Non ci stiamo dividendo, nessuno vuole barricate. Perché l’obiettivo comune è che tutte le donne abbiano la possibilità di accedere agli strumenti contraccettivi e ad essere tutelate e garantite nel caso scelgano di interrompere la gravidanza. Se la sovranità in materia resta agli stati nazionali, appare evidente che nella sostanza non possa cambiare nulla. Archiviato questo compromesso, innegabilmente al ribasso, procediamo per chiedere di dare corpo al contenuto del paragrafo 45. Per cui magari lavoriamo a un testo da presentare al Parlamento che vada finalmente nella direzione desiderata, quella della rimozione delle diverse declinazioni nazionali del medesimo diritto. Lo dobbiamo a tutte le donne europee alle quali oggi viene negato o limitato “il controllo della loro salute e dei loro diritti sessuali e riproduttivi”.
Ecco, la prossima volta ragioniamo sull’opportunità di far passare un testo emendato in questo modo. Chiediamoci per lo meno il senso di un’operazione di questo tipo. Il compromesso ricordiamocelo è stato fatto sul corpo delle donne, perché nulla cambiasse.

Basterebbe guardare questo tweet del Forum Famiglie per capire che grande regalo è stato fatto.

Peccato, perché speravamo che il beneficiario fosse diverso, che tutto avvenisse a vantaggio delle donne. Non so se ci fossero margini per resistere sul testo originale, ma il mio rammarico rimane. Spero che qualcuno mi spieghi come si è giunti a convergere su una soluzione di questo tipo. C’è stato un problema? Si tratta di analizzare i fatti e risolvere questo nodo politico.
Allora, torniamo a guardare i risultati degli europarlamentari italiani. C’è una corrispondenza di amorosi sensi tra centro-sinistra e centro-destra (lasciando perdere le posizioni come quelle dei leghisti) anche in Europa. Una sorta di comunanza di vedute che si riflette nel voto e nelle logiche di appartenenza. C’è un buon numero di europarlamentari del gruppo EPP (con nomi come Barbara Matera e Alessandra Mussolini) che hanno insolitamente votato contro le indicazioni del proprio gruppo.

I "rebels"

The “rebels” – Fonte http://www.votewatch.eu/

 

I fedeli alla linea tra i popolari italiani

I “fedeli alla linea” tra i popolari italiani – Fonte http://www.votewatch.eu/

 

Mentre è evidente che l’emendamento sia servito a chi pur militando “a sinistra” avrebbe avuto delle difficoltà a giustificarsi con la propria base elettorale. Nel gruppo S&D solo 2 italiani astenuti nella votazione finale: Luigi Morgano e Damiano Zoffoli. Interessante anche il dato del gruppo EFDD (del quale fanno parte i Cinquestelle), nel quale ci sono stati numerosi “rebel” rispetto alla linea del gruppo, che hanno votato a favore del testo (qui).
Una passione progressista trasversale per i diritti delle donne? No, semplicemente una parvenza di apertura, che nasconde un nulla di fatto. Tutto cambia affinché nulla cambi.

Penso a Roma e all’appello per dire no a un primario obiettore del San Camillo (qui). A proposito, se non lo avete ancora fatto, qui la petizione da firmare.

 

 

iodecido

 

Penso alla pillola dei cinque giorni dopo (qui).

Penso ai livelli di obiezione di coscienza toccati in Italia.

Penso ai consultori familiari pubblici in via di smantellamento.

Penso a tutte le donne che continueranno a subire il calvario tra obiezione e assenza di strutture in grado di aiutarle, veramente, senza colpevolizzarle.

Penso alle donne che vivono in Irlanda, Polonia, Malta, Lussemburgo.

Naturalmente tutto diventa una questione di censo, chi è ricca trova il modo per ovviare agli inconvenienti di una legislazione nazionale che nega o limita i diritti delle donne. E allora siamo all’Europa delle disuguaglianze. Preoccupiamoci invece di uniformare la situazione!

Ricordiamocelo prima sventolare la bandierina della vittoria. Iniziamo a mobilitarci e facciamo crescere la nostra richiesta di diritti per tutte le donne. Lavoriamo a un cambiamento culturale che vada verso una piena laicità delle istituzioni. Altrimenti avremo sempre norme ibride e discriminatorie. Guarda caso ancora una volta sulla pelle delle donne.

 

p.s. Domani in Aula

«Rapporto annuale sui diritti umani e la democrazia nel mondo 2013 e la politica Ue in materia»

Relatore: Pier Antonio Panzeri (PD)
Sotto attenzione il punto 136

Diritti delle donne e delle ragazze

136. deplora il fatto che i corpi delle donne e delle ragazze, in particolare riguardo alla loro salute sessuale e riproduttiva e ai relativi diritti, rimangano a tutt’oggi un campo di battaglia ideologico e invita l’UE e i suoi Stati membri a riconoscere i diritti inalienabili delle donne e delle ragazze all’integrità fisica e all’autonomia decisionale per quanto concerne, tra l’altro, il diritto di accedere alla pianificazione familiare volontaria e all’aborto sicuro e legale, la libertà dalla violenza, compresa la mutilazione genitale femminile, i matrimoni infantili, precoci e forzati e lo stupro coniugale.

 

AGGIORNAMENTO 13.03.2015

Oggi iniziano le attività per la nomina del direttore di Ostetricia e Ginecologia al San Camillo di Roma. Contemporaneamente parte il tweetbombing per chiedere al Governatore del Lazio Zingaretti:

 

Spero che aderiate all’appello di Apply194 in massa! 🙂

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Scomode

 

orecchino di perla

Mi è particolarmente piaciuto l’intervento di Barbara Bonomi Romagnoli, che all’interno di Linea notte del 23 ottobre (al 45° minuto circa qui), ha cercato di portare un po’ di luce su temi spesso scomodi e dimenticati, quali un ministero che si occupi delle pari opportunità, i fondi anti-violenza e il piano anti-violenza nazionale (chiedendo risposte precise in merito, al di là degli annunci e delle soluzioni tampone emergenziali; qui lo stato dell’arte). Il nostro compito deve essere quello di porre domande scomode. In questo periodo dove tutto è coperto da una coltre di miele e tutti sembrano adorare il premier, forse bisognerebbe essere tutti un po’ più svegli e chiedere conto dei problemi accantonati e dimenticati, ma tuttora esistenti.
Di Barbara, mi è piaciuto il suo parlare di violenza a 360°, che riguarda anche la disapplicazione della 194 e il numero di obiettori che di fatto compiono una vera e propria violenza sulle donne. Un discorso e una riflessione simile a quelli che facevo alle compagne del gruppo di donne di cui faccio parte, facendo riferimento a un articolo di Chiara Lalli sulla relazione annuale sulla 194.
Ha ragione Lalli (qui il suo articolo): “se scegli di fare il ginecologo dovresti prenderti in carico tutti i servizi e non solo quelli che ti piacciono”.
Questo vale per ogni contesto, dall’ospedale al consultorio. Altrimenti vai a fare un altro mestiere. Sì perché il consultorio pubblico dovrebbe essere il primo baluardo a difesa della 194. Parlo di Lombardia, ma il fenomeno può essere allargato. La riforma li ha trasformati da consultori familiari in centri per la famiglia. Stanno svuotando da dentro i consultori, riducendo personale e risorse. L’obiettivo finale di Regione Lombardia è rendere le cose difficili per scoraggiare gli utenti e rendere i servizi inutilizzabili, non adeguati. Un modo per agevolarne la chiusura in futuro.
La relazione del ministero mi sembra emblematica di una deriva che fa dell’approssimazione dei dati e delle informazioni un sistema per evitare di dover dare conto di una disapplicazione di fatto di una legge dello stato. Non viene fornito un servizio. Se non si compie un’analisi critica e non si legge tra le righe della relazione, l’idea è che tutto sommato il numero di non obiettori sia sufficiente a garantire il servizio. Ma quel 64% delle strutture pubbliche dice esattamente il contrario.
Dobbiamo chiedere che il personale sia idoneo a garantire un’accoglienza e un servizio degni. Di scribacchini di ricette rosse non abbiamo bisogno. Di farci fare la morale dal personale sanitario nemmeno. Altrimenti, se non ti senti portato, se non ce la fai proprio, cambi lavoro, smetti si avere relazioni con gli esseri umani e fai un lavoro di catena di montaggio. Nessuno ti costringe a fare un lavoro, che implica un uso appropriato delle parole, per cui non ti senti portato. Come in altri settori, c’è la fila fuori e noi ci guadagneremmo in salute. Penso che queste siano forme di violenza legalizzate. Quando il personale sanitario e la psicologa si permettono di dire che il mio dolore non esiste, oppure è sopportabile, è normale, per esempio per costringermi ad allattare naturalmente, stanno commettendo violenza. Perché io avevo una mastite e il mio dolore e la mia sofferenza c’erano. Fin qui uno dei tanti episodi personali che potrei raccontare. Quando un ginecologo si permette di etichettare come una poco di buono (davanti agli altri utenti dell’ambulatorio) una quattordicenne (apostrofando in malo modo anche i genitori della ragazza) che è andata in consultorio per chiedere di iniziare a usare un contraccettivo ormonale, commette violenza. Immaginate questo atteggiamento che risultati ha: le ragazze lasceranno perdere (con tutte le conseguenze di una mancata contraccezione) o si rivolgeranno al web. Non sarebbe meglio accogliere, spiegare, capire i motivi della richiesta e aiutare queste ragazze? Il Consultorio in Piazza mi ha permesso di raccogliere un sacco di storie. Il bello è che per molti e per molte donne, va bene così, il medico non può accogliere, ascoltare, approfondire, aiutare, deve semplicemente e asetticamente emettere diagnosi e anche qualche giudizio morale se lo ritiene.. Siamo immersi in una brodaglia ideologica, moralizzatrice, confessionale pericolosissima. Una donna con cui ho parlato mi ha detto che non rientra nelle competenze del medico essere empatico e stabilire relazioni umane. Il medico deve proteggersi da eventuali denunce. Quindi si può anche permettere di usare violenza verbale per non incorrere in eventuali problemi legali. Bene, anzi male. Non vi dico la professione di costei, è meglio. Questo tipo di persone vanno in giro a pontificare, ma sono altamente pericolose. Altro particolare che mi fa infuriare. Se io ho i soldi, pago un medico privato che senza problemi mi ascolta, mi consiglia, mi aiuta. Se non ho soldi e magari non ho una famiglia alle spalle che mi spiega come avere una sessualità consapevole, mi devo rivolgere alle strutture pubbliche e incrociare le dita, sperando di incontrare il medico giusto, che sappia ascoltarmi e che sappia consigliarmi (senza usare epiteti o minacce) e che non mi mandi via. Dev’essere sempre una questione di denaro?
L’inversione culturale, necessaria per bloccare la deriva, implica che una parte di società sappia uscire allo scoperto e far emergere questi disastri. Altrimenti saremo tutt* complici.

 

Non dobbiamo ignorare cosa accade attorno a noi. Dobbiamo essere al corrente di cosa è stato fatto nel nostro paese per la parità.

Ecco qualche immagine dalla marcia dei No194 e della contromanifestazione in difesa della 194 (qui e qui).

 

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Informiamo e informiamoci

cruci sess La notizia dei manifestanti pro-life che tornano in piazza il 25 ottobre a Milano ed episodi come quello accaduto al pronto soccorso di Voghera (qui un bell’articolo di Chiara Lalli) ci spingono a non stare tranquilli. Ignoranza e omissione di servizio sono fenomeni in pericoloso aumento. Il fatto di ignorare (in buona o cattiva fede non importa) cosa sia la “pillola del giorno dopo” denota l’approssimazione con cui si ricoprono certi ruoli e su come la sanità seleziona i suoi dipendenti. In Lombardia il monopolio di un modo, di stampo confessionale, di tutelare la salute, diventa estremamente invasivo e pericoloso. Così come la decisione di mettere un numero chiuso sulle IVG. In questo modo una legge dello stato viene di fatto aggirata, applicata male e crea delle forme di violenza legalizzata sulla pelle delle donne. Questa infermiera che si prodiga a “salvare vite”, mi ha ricordato tanto il sistema americano delle false cliniche per abortire (qui). Solo che da noi questa “libera iniziativa filantropica” degli operatori sanitari, volta a scoraggiare le donne, avviene in strutture pubbliche. Immagino che i casi di queste due ragazze non siano isolati e che già in passato la stessa infermiera avesse elargito i suoi consigli indesiderati e non previsti dal suo ruolo. Sarebbe interessante fare un’indagine anche altrove. Non importa se tale comportamento fosse dettato dalla coscienza o dalle credenze religiose dell’operatrice sanitaria. Il dialogo che ha pensato di offrire, non era richiesto e soprattutto non è giustificabile se l’effetto finale è stato quello di allontanare, scoraggiando le pazienti, e di fatto non fornire il servizio. Ci sarà un protocollo da seguire in questi casi? Oppure, è tollerabile che motivazioni personali possano incidere sull’attività clinica? Ok, siete obiettori, allora le strutture devono affiancare anche personale non obiettore, affinché sia assicurato un diritto previsto dalla 194. Tutto questo produce un aggravio di costi e una più complicata gestione del personale e dei turni? Che si voglia o no, occorre intervenire e sanare la situazione. Lo stato dovrebbe vigilare sulle percentuali di obiettori o di dipendenti come l’infermiera di Voghera. Spero che ci sia un provvedimento esemplare. Altrimenti si continuerà a fare gli struzzi e a pagare per servizi che non ci sono o che sono soggetti a valutazioni personali, del tutto aleatorie. Dobbiamo combattere portando informazione corretta, consapevolezza e conoscenza laddove si fa solo disinformazione e terrorismo psicologico. L’ignoranza è una brutta bestia (basta vedere il risultato di questa indagine)! L’idea del consultorio in piazza o del cruciverba (nella foto) hanno proprio questo scopo: far riflettere e rendere le persone consapevoli della propria sessualità e del proprio corpo. Per combattere, argomentando con contenuti solidi, le false informazioni diffuse su certi temi. L’ultima parola deve restare delle donne; la scelta di una persona non può essere violata e manipolata da nessuno!

p.s. 07/10/2014

Vi segnalo il contest Liberi di Amare, organizzato da AIED (Associazione Italiana per l’Educazione Demografica) di Roma e Cocoon Projects. Una gara di idee che coinvolge direttamente i ragazzi di tutta Italia e li invita a presentare progetti creativi e innovativi per promuovere efficacemente una sessualità consapevole e felice, basata su una cultura di prevenzione e salute.

Aggiornamento 07/10/2014

Alla fine l’infermiera ha scelto di “dimettersi volontariamente” (qui).

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Non solo promesse

Dalì, Meditative Rose , 1958

Dalì, Meditative Rose , 1958

Quando le istituzioni prendono posizione e intervengono incisivamente per sanare un problema. Parlo del governatore del Lazio Zingaretti, che ha saputo pronunciarsi laddove molti suoi colleghi (anche di partito) hanno balbettato e latitato, per abbattere ciò che ormai sta diventando un vero e proprio muro, che di fatto tende ad ostacolare l’applicazione della Legge 194: l’obiezione di coscienza dei medici.
La Regione Lazio, attraverso le Linee di indirizzo regionali per le attività dei Consultori Familiari NU00152 del 12/05/2014, introduce il principio secondo cui gli obiettori, qualora siano in servizio presso i Consultori Familiari, non possano sottrarsi al rilascio del certificato necessario alla donna per recarsi in una struttura autorizzata per richiedere l’aborto.
Inoltre, nel medesimo documento, si prescrive l’obbligo di inserire lo IUD (Intra Uterine Device), che solitamente viene compreso nell’obiezione di coscienza, in quanto impedisce l’annidamento dell’ovulo fecondato nell’utero.

Grazie a Vita di donna  e a Unite in rete – Firenze per la documentazione.

Qualche informazione in più la trovate anche qui.

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Il buon medico non obietta

 

MANIFESTO DELLA CONSULTA DI BIOETICA

“Oggi non c’è più bisogno di riconoscere il diritto all’obiezione di coscienza in quanto chi contesta l’accettabilità morale dell’interruzione di gravidanza può sempre scegliere una professione o specializzazione che non prevede questa pratica”.

Così leggiamo nel commento della Consulta di bioetica onlus, al lancio della terza campagna il ‘Buon medico non obietta’. Qui e qui potete trovare maggiori informazioni sulle tappe di questa iniziativa che dal 6 al 30 giugno in varie città italiane, vedrà svolgersi dibattiti e incontri per sensibilizzare la popolazione su una tematica così importante, delicata e che visto il numero elevatissimo di obiettori, sta diventando un vero e proprio ostacolo all’applicazione della 194.

La Consulta di Bioetica chiede “l’abrogazione dell’articolo 9 della legge 194″, quello che prevede il diritto all’obiezione degli operatori. La Consulta di Bioetica si batte affinché “la somministrazione della pillola abortiva RU486 su tutto il territorio nazionale in regime di day hospital e anche nei Consultori familiari, come già avviene per esempio in Toscana”.
In effetti, i numeri elevatissimi di coloro che scelgono di obiettare sono alquanto sospetti. Ho già in passato argomentato le mie perplessità a riguardo. A questo punto sarebbe il caso di suggerire ai signori obiettori, che se non se la sentono di svolgere la professione al 100%, per ragioni di coscienza o confessionali, sarebbe auspicabile che scegliessero una specializzazione che non preveda di svolgere aborti. Il medico va fatto con responsabilità e convinzione, non solo per l’alta remunerazione. Questo all’università non lo insegnano, è una dote innata. Buon lavoro, a ciascuno secondo le proprie attitudini e capacità. Di etica quando ci sono di mezzo i soldi e la carriera non se ne vede nemmeno l’ombra.

 

Aggiornamento del 2 luglio 2014

Qui un articolo di Silvia Vaccaro sulla giornata conclusiva della Campagna.

Qui la registrazione dell’ultima giornata.

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Nuovo codice, nuovi malumori

Eva - Sergio Cerchi (Firenze, 1957)

Eva – Sergio Cerchi (Firenze, 1957)

Il codice deontologico dei medici ti consente di incrociare le braccia se la prestazione va contro la tua coscienza o il tuo convincimento clinico, ma non ti esenta dal fornire un aiuto verbale al paziente. È bastato poco, per scatenare forti reazioni. In caso di obiezione di coscienza, è stato previsto l’obbligo di fornire informazioni per consentire la fruizione della prestazione altrove. In pratica, il medico pur se obiettore è vincolato dal nuovo codice a fornire indicazioni sulla struttura più idonea e più vicina per poter accedere alla prestazione prevista per legge, qual è l’interruzione volontaria di gravidanza (ex Legge 194).
Non regge, non regge affermare che fornire indicazioni di questo tipo significa rendersi complici di un aborto. A mio parere la nuova dicitura è pienamente in linea con quella che dovrebbe essere una buona prassi. C’è molta confusione su questo tema, tanta ignoranza e strumentalizzazione. Qui siamo davanti a una battaglia ideologica che va ben oltre il buon senso e la stessa missione del medico. Mi dispiace, ma se c’è di mezzo la salute e la libertà di scelta delle donne, non ci può essere anche il silenzio di un medico che ostacola l’applicazione di una norma dello stato. Perché si pone il problema di coscienza solo per l’embrione e non anche nei confronti di un essere umano che chiede che un suo diritto venga garantito e rispettato? Guarda caso si tratta di un soggetto, la donna, da schiacciare e da colpevolizzare. Ma aiutare mai? Imparate ad aiutare e ad ascoltare i pazienti, forse potreste diventare dei buoni medici. Dico forse, se non ci fossero di mezzo questioni pecuniarie e di carriera.

Per approfondimenti:
L’articolo di Chiara Lalli su WIRED.

La notizia su l’Unità.

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Sforbiciamo lo stipendio?

aborto

La legge 194 è stata il frutto di un compromesso. Inserendo la possibilità per i medici di essere obiettori e quindi di non praticare l’interruzione di gravidanza, si è creata una pericolosa eccezione, che oggi sta mettendo a serio rischio non solo l’applicazione di una legge dello stato, ma soprattutto la salute delle donne. Si moltiplicano gli episodi in cui le donne sono sottoposte a veri episodi di violenza e di accanimento. Non c’è più il rispetto e la garanzia di diritti sacrosanti: alla vita, alla salute, al rispetto dell’individuo. Siamo carne da macello. Le continue disfunzioni delle strutture ospedaliere che pullulano di obiettori più o meno in buona fede, i pellegrinaggi in cerca della RU486, le torture psicologiche che ti propinano (vedi i fondi Nasko in Lombardia), le ore passate ad aspettare in attesa di una visita, sono tutti sintomi di un problema strutturale devastante. Dietro c’è una precisa volontà di negare un normale e sereno servizio.

Devi sempre affrontare la montagna, perché devi espiare la tua colpa. Per non parlare dello strano incremento di aborti “spontanei”.
E a livello istituzionale? Silenzio quasi tombale.
Nel mio partito sappiamo come va. Oggi leggo una delle poche voci indipendenti e serie del PD, Marina Terragni, che si avventura in una proposta interessante: decurtare gli stipendi ai medici obiettori. A mio avviso si tratta di una buona idea, da verificare, insieme alle organizzazioni sindacali di categoria. Sarebbe da studiare la percentuale di stipendio da decurtare in caso di obiezione. Sarebbe forse un buon strumento per far uscire allo scoperto tutti coloro che diventano obiettori per mera convenienza di carriera o simili.
Facciamone una proposta di legge, portiamola avanti, vediamo cosa accade. Sono curiosa di vedere le facce dei colleghi e delle colleghe della Terragni. Quanto meno un segnale di vita.
Quanto meno ne parliamo?

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La forza del simbolico

IVG

Ieri sera, 20 febbraio, si è tenuto un incontro presso il circolo PD F.lli Cervi, tra le donne del PD milanese e l’europarlamentare del PD Patrizia Toia (ex Margherita). Un incontro che verteva sul tema delle politiche di genere in Europa. L’incontro è stato arricchito dalla partecipazione di Diana De Marchi, sempre incisiva, coerente e con le idee chiare. L’onorevole Toia è molto impegnata e dimostra una grande sensibilità e conoscenza dei temi. Un raro esempio di passione politica e di impegno serio. Proprio per questo si fa fatica a capire le motivazioni che hanno portato alla sua astensione (insieme ad altri 5 europarlamentari del PD) sulla risoluzione Estrela “salute e diritti sessuali e riproduttivi” (che chiedeva che l’aborto sicuro fosse un diritto garantito), facendo passare la mozione più soft del PPE. In pratica l’aborto non è passato come diritto umano. La vita del rapporto Estrela (eurodeputata portoghese del gruppo Socialisti e Democratici) è stata travagliata sin dal principio, il testo è stato rimaneggiato e corretto più volte, rinviato in commissione per i diritti della donna e l’uguaglianza di genere il 22 ottobre. Insomma, in un clima teso, avvelenato da proteste delle varie lobby e associazioni per la vita, l’UE ha manifestato la sua scarsa voglia di esprimere una raccomandazione in merito, lasciando gli stati membri liberi di seguire la propria strada. Peccato che l’attacco all’aborto sicuro ed alle pratiche di contraccezione e prevenzione sono in atto e sotto gli occhi di tutti, vedi la Spagna e anche l’Italia, dove 7 medici su 10 (secondo un’indagine de l’Espresso) sono obiettori di coscienza ed è in corso un ridimensionamento di molti consultori pubblici. Ricordiamo che l’IVG è vietata per legge a Malta, mentre Irlanda, Polonia e Lussemburgo hanno legislazioni molto restrittive. Abbiamo chiesto delucidazioni all’on. Toia, che si è dimostrata molto disponibile a illustrarci la sua versione dei fatti. Riporto una parafrasi di quanto riferito dall’on Toia: “Non si è trattato di questioni di genere (tanto che poi la stessa Toia ha votato a favore del rapporto Lunacek). È stato sbagliato l’approccio dell’on. Estrela, che ha voluto forzare le cose, portando un testo molto pieno e difficilmente condivisibile in Parlamento. Avrebbe dovuto condividerlo maggiormente in commissione, io avrei gradito che ascoltasse le nostre richieste di mediazione. Non c’era un cenno esplicito volto a garantire la maternità; come c’era il diritto all’aborto, sarebbe stato auspicabile un diritto alla maternità. Chi abortisce spesso ha difficoltà economiche. Inoltre, avrei apprezzato che il rapporto toccasse anche il tema del congedo di maternità, che è molto diversificato in Europa. È stato difficile parlare con la Estrela, che ha voluto procedere in modo fortemente autonomo, a un certo punto la Estrela non ha voluto più discutere il testo in commissione. Se avesse “aggiustato” il testo “troppo pieno”, lo avrei votato, in fondo ero critica solo su due punti: obiezione di coscienza e diritto all’aborto. Per il primo punto avrei preferito che si dicesse che l’UE raccomandava agli stati membri di garantire il servizio a un aborto sicuro, rimuovendo gli ostacoli alla libertà della donna, pur garantendo l’obiezione di coscienza per i medici. Per il secondo punto, non mi sembra legittimo che l’UE sancisca il diritto all’aborto e lo imponga ai singoli stati. L’aborto non è un diritto umano, ma una libertà”. La Toia aggiunge che comunque il PD non è stato determinante sull’esito e che era chiaro sin da subito che sarebbe stato difficile arrivare a un’approvazione. Alla base del fallimento quindi, ci sarebbe il comportamento della Estrela, che non ha voluto e cercato un compromesso. Il rapporto Lunacek è stato oggetto di “ritocchi” ed è stato presentato in modo più conciliante, con toni meno accesi e radicali, sostiene la Toia. Insomma, ci si attacca al bon ton parlamentare per giustificare una scelta di astensione. In pratica, se ci avessero potuto mettere le mani e “rielaborarla”, l’avrebbero votata. Il testo, però non mi sembra così estremo e terribile, come ce lo vogliono presentare: l’ultima versione è stata molto alleggerita. Ma soprattutto, non c’era nessun pericolo reale di “incidere” sulla legislazione dei singoli stati. Qui c’è a mio avviso un errore di fondo: trattandosi di risoluzione non vincolante e non di direttiva, non ci sarebbe stato comunque un rischio di ingerenza europea sulla legislazione statale. Noi italiani poi siamo molto bravi a non applicare le direttive (per le quali paghiamo pesanti sanzioni). Tutto questo timore pertanto era infondato. Se il rapporto Estrela fosse passato, sarebbe stato un ottimo segnale di vitalità dell’UE. Perché il simbolico spesso è più forte ed efficace, perché la mancanza di una posizione ferma e decisa di Bruxelles potrebbe aprire spiragli pericolosi e dimostra una debolezza delle istituzioni comunitarie. A livello di partito poi si hanno delle posizioni divergenti, perché se a livello nazionale si presenta alla Camera (giugno 2013, n° 1/00074) una mozione contro l’uso strumentale dell’obiezione di coscienza (che impegna il governo a predisporre tutte le iniziative necessarie affinché nell’organizzazione dei sistemi sanitari regionali si attui il quarto comma dell’art. 9 della legge 194 del 1978, volto a garantire l’attuazione del diritto della donna a una scelta libera e consapevole) a livello europeo ci si comporta diversamente. Le varie anime del PD devono trovare una sintesi, una convergenza su questi temi. Occorre essere chiari e non titubanti in ogni sede, senza paure di contraccolpi o penalizzazioni alle urne. A quanto pare, proprio in seguito alla questione Estrela, le donne del PD hanno avviato un tavolo per discutere e giungere a una posizione comune sul tema. Dobbiamo vigilare sulla 194, che ricordo ha come titolo: “Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione di gravidanza”, pertanto contiene delle norme volte a garantire la salute, una maternità consapevole e l’autodeterminazione della donna. I risultati della 194 sono stati ottimi, basta guardare le statistiche sugli aborti, in forte flessione. Ora tocca a noi non vanificare tutti gli sforzi sinora compiuti.

Nel corso della serata si è parlato dell’impegno in merito all’anno europeo della conciliazione lavoro-famiglia e del programma per la ricerca e l’innovazione Horizon 2020 (http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2013-11-22/ricerca-come-accedere-finanziamenti-horizon-2020-in-palio-78-miliardi-112046.shtml?uuid=ABBEjze).

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