Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Trascendenza e Esistenza

Esistenza

Proseguo nel mio cammino attraverso le pagine di Simone de Beauvoir, perché credo che siano passi importanti per ricostruire il percorso della donna e andare a scandagliare aspetti che raramente compaiono nelle analisi recenti.
Oggi riprendo alcuni passaggi tratti da pagg. 84-85 da Il secondo sesso, Il saggiatore 2012.

“Al puro livello biologico una specie si conserva solo rinnovandosi; ma questo rinnovarsi non è che un ripetere la stessa Vita sotto forme diverse. Solo trascendendo la Vita mediante l’Esistenza l’uomo assicura il ricrearsi della Vita: con questo superamento crea valori che negano ogni senso alla pura ripetizione. Nell’animale la gratuità, la varietà delle attività maschili restano vane perché non sono concepite in vista di uno scopo; quando non serve la specie, la sua attività è inutile; mentre il maschio umano servendo la specie modifica la faccia del mondo, crea strumenti nuovi, inventa, foggia l’avvenire. Nel farsi sovrano, trova la complicità della donna: poiché è lei pure un esistente, è abitata dalla trascendenza e i suoi fini non consistono nella ripetizione dell’avvenuto ma nel superamento verso un avvenire nuovo; il cuore stesso del suo essere è abitato dalla conferma delle pretese maschili. Ella si associa agli uomini nelle feste che celebrano i successi e le vittorie dei maschi. La sua disgrazia è di essere biologicamente votata a ripetere la vita, mentre, anche per lei, la vita non porta in sé le sue ragioni sostanziali di essere, e tali ragioni sono più importanti della vita stessa. Certi passaggi della dialettica con cui Hegel definisce il rapporto tra padrone e schiavo si applicherebbero assai meglio alla relazione tra uomo e donna. Il privilegio del padrone – dice Hegel – nasce dal fatto che, rischiando la sua vita, egli afferma lo Spirito contro la Vita: ma in realtà lo schiavo vinto ha conosciuto il medesimo rischio; mentre la donna è originariamente un’esistente che dà la vita e non rischia la propria vita; tra il maschio e lei non c’è mai stata lotta; la definizione di Hegel si applica singolarmente a lei. “L’altra (coscienza) è la coscienza subordinata, la quale la realtà essenziale è la vita animale, cioè l’essere dato da un’entità estranea.”

In pratica, l’assenza di quel conflitto che permetteva l’esperienza e la piena coscienza di sé (di cui parlavo nei miei post precedenti), la donna non stata storicamente messa in grado di affermare se stessa. Per questo ella vive una coscienza subordinata, non consapevole di sé. Il suo ruolo resta confinato e subordinato, incapace di quel salto che le permetta di superare il dato biologico. Ma questo rientra in un disegno maschile, come spiega bene de Beauvoir:

“Ma questo rapporto si distingue dal rapporto di oppressione, in quanto la donna riconosce e ambisce i medesimi valori che sono concretamente raggiunti dai maschi; è l’uomo che apre l’avvenire verso il quale anche la donna si trascende; in realtà le donne non hanno mai opposto ai valori maschili dei valori femminili: sono stati gli uomini desiderosi di mantenere le prerogative maschili a inventare questa divisione; hanno voluto creare un regno femminile – regno della vita, dell’immanenza – solo per rinchiudervi la donna; ma l’esistente cerca la giustificazione nel moto della sua trascendenza, al di là di ogni specificazione sessuale: la sottomissione stessa delle donne ne è la prova. Oggi esse vogliono venire considerate come “esistenti” alla medesima stregua degli uomini e non sottomettere l’esistenza alla vita, l’uomo alla sua animalità”.

Siamo ancora ferme a questo punto, alla ricerca di affermare la sua esistenza al pari dell’uomo, senza essere schiava di una discriminazione che l’ha confinata a un destino specifico. Superare il destino è l’obiettivo. Conoscere a che punto siamo oggi è il primo passo.

“Una prospettiva esistenziale ci ha dunque permesso di capire perché la situazione biologica ed economica delle orde primitive dovesse condurre alla supremazia dei maschi. La femmina è più del maschio in preda alla specie; l’umanità ha sempre cercato di evadere al suo destino specifico; con l’invenzione dello strumento la conservazione della vita è divenuta per l’uomo attività e fine, mentre la donna nella maternità restava incatenata al suo corpo, come l’animale. L’uomo è diventato un “padrone” rispetto alla donna perché l’umanità mette in causa tutto il proprio essere, cioè preferisce alla vita le ragioni di vivere; il fine dell’uomo non è di ripetersi nel tempo: è di regnare sull’istante e di formare l’avvenire. È l’attività maschile che, creando valori, ha costituito l’esistenza stessa come valore; essa ha prevalso sulle forze oscure della vita; ha asservito la Natura e la Donna”.

Da questo occorre partire. Come è stata definita la donna, l’Altra, che posto e che diritti le sono stati riservati? L’Altra esistente misconosciuta, mai riconosciuta come pari.
Occorre riconoscere il ruolo delle donne come creatrici di un’esistenza che riesce a superare la mera ripetitività e che consente all’umanità tutta di trascendere se stessa. Questo il nostro compito: portare alla luce questi aspetti e crescere le future generazioni in questa consapevolezza nuova e mai affermata veramente.
Questo è un compito per tutte le donne del mondo.

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Donne e Pianeta

© Anarkikka

© Anarkikka

Sono stata sollecitata da un commento su FB di Elena al mio post La Natura, l’Altro e l’Altra, sul passaggio uomo-natura. Tra le problematiche femminili-femministe e le tematiche ambientali il passo è breve. L’uomo è stato da sempre impegnato nel tentativo di dominazione e di sottomissione della natura (come aveva rilevato Massimo Lizzi in un commento al mio post), quasi sempre incurante delle conseguenze di queste azioni. Il suo fare è stato sempre rivolto all’oggi, mai al domani e nemmeno alle future generazioni, se non in termini di passaggi ereditari, di trasferimento della “roba”, della terra come proprietà privata, bene non in sé ma in quanto simbolo di potere e di dominio (sarebbe anche interessante approfondire la tematica della redistribuzione delle risorse in una comunità). La donna ha in sé una radice di materna, una caratteristica propria del suo genere, che, sia chiaro non deve fissarla unicamente nel ruolo di madre biologica, ma che la aiuta a farsi madre rispetto al mondo, alla natura, alle future generazioni. Questo istinto che la porta a uscire da sé e ad avere e ad attuare una prospettiva ampia, aperta e in avanti, ci riallaccia al tema della cura per il nostro pianeta. Elena mi ha suggerito il testo La filosofia della crisi ecologica di Vittorio Hösle del 1992.

“Le catastrofi ecologiche sono la sciagura che incombe su di noi in un futuro non più lontano; nonostante tutti gli sforzi collettivi per rimuovere tale prospettiva, nonostante tutte le strategie sviluppate per rassicurarci e tranquillizzarci, nel frattempo questa convinzione si è consolidata nelle coscienze della maggior parte delle persone e costituisce il cupo sottofondo del senso della vita per la giovane generazione dei paesi più sviluppati”.

Salvo sporadici slanci di cambiamento, solitamente si reagisce con l’apatia, l’indifferenza, in una folle corsa verso l’inesorabile abisso al quale sembriamo destinati. Per cui ci perdiamo nell’edonismo del carpe diem, fregandocene del resto. Soprattutto, molto spesso “ragioniamo” (o meglio sragioniamo) per categorie stagne. Ma queste modalità non appartengono alla pratica filosofica. Ecco come la filosofia può aiutarci.

“la filosofia si occupa della verità, e precisamente non di questo o quel singolo momento di essa, ma della verità che concerne la totalità dell’essere; e in questa totalità l’uomo, unico essere naturale a noi noto in grado di udire la voce della legge morale, occupa un posto particolare. La filosofia non può restare indifferente di fronte al suo destino. Nessuno dei grandi filosofi si è sottratto alle emergenze del proprio tempo […] quindi nel momento in cui è in gioco non solo il destino del proprio popolo, ma anche quello dell’umanità e di gran parte della natura animata, essere indifferenti significa tradire la causa della filosofia”.

Probabilmente dobbiamo indagare sul versante della razionalità asettica dell’uomo, che ha pian piano rimosso una soggettività intrinseca della Natura, per giustificarne un controllo privo di limiti e regole. Il controllo è diventato sempre più un sopruso, uno sfruttamento, un depredare, un succhiare risorse, unicamente per massimizzare ricchezze personali, la produzione, nel nome del progresso economico e di un benessere cieco ed egoistico. Apro una piccola parentesi. Mi viene in mente che non dappertutto è stata negata la soggettività e una sorta di coscienza di sé della natura. Penso a luoghi come il Giappone, in cui lo shintoismo ha coniugato l’animismo autoctono al Taoismo. Mi raccontava una ragazza giapponese, che conobbi qualche anno fa: per loro ogni cosa è dotata di un’essenza in sé, per cui c’è una sorta di rispetto nei confronti di ogni elemento del mondo (aspetto che si ritrova anche nel rapporto con il cibo), soggetto e non solo oggetto della nostra percezione esperienziale. C’è una mentalità diversa, o almeno c’era in origine. Perché poi anche il Giappone e altri paesi orientali hanno scelto di mettere da parte questa originale idea e di buttarsi nell’economia e nella produzione di tipo occidentale, anche a scapito della natura. Nel mio post analizzavo il passaggio dal dominio sulla Natura, a un controllo sugli altri uomini (quindi alla società) e sulle donne. Hösle suggerisce una ridefinizione nel sistema di valori e delle categorie.

“Sarebbe erroneo ritenere che la crisi ecologica possa essere superata per mezzo di provvedimenti di natura esclusivamente politico-economica. Se la crisi ecologica ha le proprie radici in certe direttrici spirituali che hanno condotto a determinati valori e categorie, non si potrà conseguire un mutamento radicale se non correggendo questi valori e categorie. Probabilmente al centro di questa trasformazione vi dovrà essere il concetto di natura; il rapporto tra l’uomo e la natura dovrà essere impostato in un modo diverso da come viene impostato in gran parte della filosofia e delle scienze moderne”.

Quindi, mi viene da aggiungere, anche attraverso la ri-fondazione di un rapporto Uomo-Uomo-Natura-Donna circolare, che abbracci, includa, capace di una dialettica costruttiva e non volta all’annientamento dell'”Altra parte”. Eliminare la dimensione morale ha di fatto aperto la strada a ogni tipo di sopraffazione, che oggi prende la forma del neoliberismo. Riprendo quanto rilevavo al principio di questo post. La deumanizzazione e la collocazione del soggetto donna a un gradino inferiore dell’umanità (continuando a rinviare le soluzioni concrete delle disparità di genere, sottovalutando, ridimensionando o addirittura negando tutte le forme di violenza che le donne devono subire), così come la privazione della soggettività della Natura, sono in realtà tutti sintomi e strumenti di un dominio e di una sopraffazione dell’uomo sulla donna come sul pianeta. Le violenze hanno la stessa radice valoriale e culturale. Per questo motivo penso che l’appello che l’IWECI (International Women’s Earth and Climate Summit) lanciò un anno fa debba essere ripreso, sostenuto. Siamo noi donne che dobbiamo rinnovare gli approcci, le analisi, le soluzioni, le chiavi di lettura dei fenomeni. Siamo noi donne che dobbiamo saper recuperare le nostre doti prospettiche per non lasciare che l’intero pianeta sprofondi nell’abisso. Colgo l’invito per il #25Novembre di Politica Femminile, da cui ho tratto il seguente pezzo dell’attivista e ambientalista indiana Vandana Shiva.

“ho più volte sostenuto che lo stupro della Terra e lo stupro delle donna sono intimamente connessi – sia metaforicamente, nel modo di cui si costruisce la visione del mondo, sia materialmente: nel modo in cui si costruiscono le vite quotidiane delle donne. (esiste) connessione tra lo sviluppo di politiche economiche violente ed inique, e l’aumento di crimini contro le donne. […] L’idea di una crescita illimitata in un mondo limitato può mantenersi solo attraverso il furto delle risorse del debole da parte del potente. E il furto di risorse, essenziale per la crescita, crea una cultura dello stupro: lo stupro della terra, delle economie locali autosostenibili, lo stupro delle donne. […] dobbiamo cambiare il paradigma dominante: porre fine alla violenza contro le donne significa anche superare l’economia violenta a favore di economie pacifiche e non violente, capaci di rispettare le donne e il Pianeta”.

Da La Rete delle reti femminili: la Premio Nobel ‪‎Jody Williams‬.
https://www.youtube.com/watch?v=ZRz-OLu324U

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La Natura, l’Altro e l’Altra

Adamo ed Eva, Marc Chagall, 1912

Adamo ed Eva, Marc Chagall, 1912

 

Oggi esplorerò il versante filosofico puro di Simone de Beauvoir. Un po’ ostico? No, vedrete che sarà un viaggio piacevole. Parto da questo estratto de Il secondo sesso, per fare qualche considerazione filosofica, che è necessaria per il punto a cui desidero arrivare. Vi allego qui pagg. 187-188 de Il secondo sesso.
Si parte dal presupposto che “il soggetto cerca di affermarsi, l’altro lo limita e lo nega se gli è necessario; il soggetto non si realizza che attraverso questa realtà estranea“. In parole povere, l’individuo ha bisogno di una dimensione duale per esplicare e dare misura della sua esistenza. Condizione di scontro, lotta, confronto, contrapposizione. L’altro, su cui il soggetto cerca di affermarsi, gli è necessario: non si tratta di un rapporto monodirezionale, perché in realtà è reciproco, la necessità del soggetto passivo è speculare a quella del dominante. In prima istanza esiste il rapporto uomo-natura, che l’uomo può cercare di dominare, controllare, sottomettere, può impadronirsene. Ma la natura non è in grado di soddisfarlo appieno, perché o si realizza come opposizione astratta, pura, restando un ostacolo estraneo, oppure, si lascia dominare, ma in questo caso l’uomo la consumerà e la distruggerà. In questo rapporto con la natura, l’uomo resta comunque solo. Anche la scoperta di avere un ruolo nella procreazione (ne avevo parlato qui) per l’uomo ha rappresentato una vittoria sulla natura, un altro esempio di come l’uomo può controllare la natura, interagire con le sue regole e impadronirsene.
Perché ci deve essere una coscienza altra (da me) ed è necessario che questa sia cosciente di sé, e che in qualche modo io possa riconoscermi in essa. Riporto fedelmente: “Non v’è presenza dell’altro che se l’altro è presente a sé; in altre parole, la reale alterità consiste in una coscienza separata dalla mia e identica a sé”.

Quindi avviene un ulteriore passaggio: l’uomo in rapporto all’altro uomo. Nel rapporto con gli altri uomini, l’uomo sperimenta e realizza la sua trascendenza (in senso esistenzialista): l’uomo alla perenne ricerca di superare se stesso, di elevarsi rispetto alla natura e agli altri (cosa preclusa per secoli alla donna, confinata in ruoli predeterminati, fissi, statici, immutabili che non le permettevano di sperimentare e di mettersi alla prova e superarsi). Questa relazione implica però dei rapporti di forza che mettono a dura prova la libertà del singolo uomo, perché “ogni coscienza pretende di porsi come soggetto unico e sovrano. Cerca di realizzarsi precipitando l’altra in schiavitù“. In pratica, c’è una eterna lotta di affermazione sull’altro, logica impressa nelle relazioni e ineludibile, perché necessaria ad esse e alla loro piena sperimentazione e realizzazione. C’è un passaggio successivo: lo schiavo, “nella fatica e nel terrore, sperimenta se stesso come essenziale, e per un rivolgimento dialettico, è il padrone che appare ora l’inessenziale”. È il rapporto di reciprocità e di specularità di cui parlavo all’inizio. I rapporti sono sempre intrecciati e ribaltabili, si possono osservare da angolature diverse e si troverà sempre il rapporto dialettico signore-servo di Hegel. Alla base della filosofia di Simone De Beauvoir c’è proprio questo.
Il conflitto padrone-schiavo potrebbe risolversi con “un libero riconoscersi di ciascun individuo nell’altro, ciascuno ponendo insieme sé e l’altro come oggetto e come soggetto di un movimento reciproco”. Questo riconoscersi reciprocamente delle libertà non è un tratto comune, si tratta di una virtù rara. Si tratta di un processo che non ha mai fine, a cui si tende continuamente, ma che non si completa mai veramente. È come se fosse una tensione all’infinito tra soggetto e oggetto e viceversa.
Quindi, l’incapacità dell’uomo di compiersi in solitudine, mettendolo per forza di cose in relazione con gli altri, contemporaneamente lo mette in pericolo. In questa continua tensione a dominare e a controllare l’altro, altro che gli resiste e gli si contrappone a sua volta, la vita degli uomini è un’impresa ardua, mai compiuta e sempre in fieri e insicura. Ma l’uomo non ama le difficoltà e il pericolo, aspira alla quiete, e dall’altro canto è attirato dalla vita. L'”inquietudine dello spirito”è la prova del suo essere vivo, in pieno sviluppo e raffigura il superamento di sé; la lotta con l’altro è garanzia e testimonianza della sua stessa esistenza. L’uomo vive contraddittoriamente in bilico tra esistenza ed essere, tra la vita e il riposo. È la coscienza infelice del borghese di Hegel.

Apro una piccola parentesi, per cercare di comprendere quando avviene la scoperta di questa realtà difficile, fatta di un continuo tendere a qualcosa, senza mai riuscire a trovare quiete. Ho riflettuto e penso che si possa far rientrare nella fase di passaggio dall’adolescenza all’età adulta, quando si sperimenta un nuovo rapporto con sé, una conoscenza di sé, al di là delle esperienze quotidiane. Nel passaggio tra infanzia e età adulta si realizzano delle scoperte cruciali. Non potrà essere semplice e privo di sofferenza lo scoprire che quella essenza (che è l’essere in potenza), quella percezione di te stesso è in realtà un’entità astratta, un’idea, nel senso platonico, un’immagine di noi stessi che rimarrà nell’iperuranio e probabilmente non vedrà mai una realizzazione concreta, perché sarà inafferrabile e in eterno mutamento/adattamento, frutto del rapporto dialettico con gli altri.

Fin qui il rapporto tra uomo-natura e tra uomo e uomo. Simone De Beauvoir compie un ulteriore salto e arriva al nocciolo della questione che più le interessa.
“La donna è precisamente quel sogno incarnato; lei è il desiderato intermediario tra la natura straniera all’uomo e il suo simile che gli è troppo identico”. E l’uomo esclamò: BINGOO! L’uomo ha trovato un simile a sé, cosciente di sé, ma non troppo pericoloso, che non gli oppone il silenzio ostile della natura, né necessita di un riconoscimento reciproco. Cosa non da poco, sembra semplice “impadronirsi della sua carne”. Grazie alla donna, l’uomo può sfuggire dall’imperitura e “implacabile dialettica del padrone e dello schiavo, che ha origine nella reciprocità delle libertà”. In pratica, con la donna, l’uomo ha trovato una sorta di soluzione alla sua tensione continua.
Insomma la sua isola ideale, il suo sicuro approdo. La donna rappresenta “l’Altro in assoluto, senza reciprocità, l’inessenziale che non ritorna mai all’essenziale”. Comprendete che attraverso questo presupposto gli uomini hanno trovato la soluzione alla loro esistenza, a scapito della donna, che per garantire la quiete all’uomo deve restare in una posizione di subordinazione.

“La donna non è un inutile doppione dell’uomo; è il luogo incantato ove si compie la vivente alleanza dell’uomo e della natura. Se la donna sparisse, gli uomini si troverebbero soli, forestieri, senza passaporto in un deserto glaciale. Lei è la terra stessa innalzata al culmine della vita, la terra diventata sensibile e gioiosa; e senza di lei, per l’uomo la terra è muta e morta”. (M. Carrouges, I poteri della donna, Cahiers du Sud CCXCII)

Nel caso ci fossero problemi e la donna si permettesse di lamentarsi, basta non cedere e non darsi per vinti.
Balzac (citato da Simone De Beauvoir in nota) sintetizza bene i diritti che l’uomo può accampare sulla donna in questo passaggio tratto dal suo Physiologie du marriage:

“Non datevi pena alcuna per i suoi mormorii, delle sue grida, dei suoi dolori; la natura l’ha fatta a nostro uso, e per sopportare tutto: figli, sventure, colpi e pene degli uomini. Non accusatevi di durezza. In tutti i codici delle nazioni sedicenti civili l’uomo ha scritto le leggi che regolano il destino delle donne sotto questa epigrafe sanguinosa: “Vae Victis! Guai ai vinti!”.

Allontaniamoci per un istante dalle dissertazioni teoriche per scendere nel nostro quotidiano. Prendiamo in considerazione il rapporto imprenditore/capo e dipendente/operaio/lavoratore subordinato. Possiamo adoperare il meccanismo illustrato poc’anzi: c’è una relazione necessaria e conflittuale per natura in questi rapporti. Proprio da quella posizione dello schiavo, che si sente “essenziale”, può nascere quel tentativo e l’istanza socialista per cambiare lo status quo e per consentire una rivoluzione del proletariato. Insomma gli equilibri sono perennemente instabili e ribaltabili ed è forse un bene che lo siano, perché altrimenti ci sarebbe stagnazione, una società e un’economia immobili. Invece, lo scontro dialettico è necessario per la stessa vitalità e sopravvivenza di ciascuna delle due parti. Il cambiamento è possibile grazie al conflitto, se si dovesse mettere a tacere il contraddittorio e il dissenso ci troveremmo tutti imbrigliati e sicuramente non liberi. Il pensiero unico è la morte di ogni cosa. Il cambiamento non può avvenire senza un rapporto dialettico tra le parti. Non occorre aggiungere o specificare a cosa mi riferisco. Non venite a dirmi che sono cose e modelli vecchi!
Quando qualcuno (come avviene sempre più spesso di questi tempi, soprattutto a causa della crisi) afferma che il dipendente deve mettersi nei panni dell’imprenditore, deve compartecipare al destino dell’azienda, che è in qualche modo “socio” dell’impresa, nel bene e nel male (soprattutto e forse unicamente di fatto nel male), avviene un livellamento, una negazione di quel rapporto dialettico di cui parlavo prima. Significa voler forzatamente e innaturalmente mettere tutti sullo stesso piano teorico, per mantenere nella pratica una subordinazione e tutti gli effetti negativi di essa. Si tratta di un tentativo subdolo di disinnescare la reazione dell’altro (dipendente, proletario), di anestetizzare l’altra parte, in modo tale che questa non abbia più la forza e la consapevolezza di sé per reagire e opporsi. Trovo pericoloso negare e annullare questo rapporto duale, conflittuale, necessario affinché sia assicurato un movimento, un cambiamento costante, una mutevolezza della condizione umana. Insomma, se non ci fosse la possibilità di resistere e di contrapporsi, probabilmente saremmo in un regime schiavista.

Specularmente questo modello lo si può applicare anche nel rapporto uomo-donna, alle forme di sessismo benevolo e ai tentativi di backlash da parte degli uomini, di cui ho parlato in alcuni miei post precedenti.
Il cambiamento passa per un rapporto vivo e dialettico tra i sessi.
Se siete giunti a leggere fino in fondo, vi ringrazio 🙂

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