Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Never surrender. Never give up the fight.

Design by Soli Rachwal


Le ondate del femminismo, numerate, incastonate in varie epoche, temporalmente divise ma interconnesse, si susseguono e contengono ciascuna sempre il medesimo seme, nucleo fondativo che è quello da secoli, pur differenziando man mano gli obiettivi e i meccanismi nei vari periodi. Non si tratta solo la parità o del diritto di voto, c’è essenzialmente qualcosa di più basilare: la vita può, deve poter seguire un corso diverso, migliore, non essere per destino un percorso accidentato e infernale solo perché si è nate donne.

“L’idea che c’è un altro modo di viverla questa vita”.

Le donne sono la metà della popolazione e le loro istanze non possono essere cancellate, neutralizzate, strumentalizzate, invisibilizzate, ignorate.

Prendere coscienza, ciascuna a suo modo, di questa verità che ci accomuna, è la miccia che innesca tutto il resto e che rompe col passato.



Poter camminare senza mannaie, giudizi e sensi di colpa elargiti a grandi mani da una società maschio centrica. Si può vivere diversamente, uomini e donne, insieme. Guardando il film Suffragette, si scorgono molte delle questioni cruciali scoperchiate dal femminismo, tessendo un intreccio tra istanze sociali e di genere, alcune delle quali tuttora irrisolte: il lavoro minorile, l’assenza di tutele per la salute, la necessità di servizi per l’infanzia e di sostegni per permettere alle donne madri di lavorare, le violenze sul lavoro, le discriminazioni negli studi, le conseguenze di un ruolo e “posto” sociale esclusivamente “di madre e moglie”, non di cittadina e di lavoratrice portatrice di pari diritti, la durezza e la fatica dell’esistenza e della lotta, il giudizio sociale, le disparità salariali, la violenza domestica, le difficoltà dell’attivismo e le sue conseguenze, la patria potestà e un diritto di famiglia discriminante per le donne (solo nel 1925 vennero riconosciuti i diritti delle madri sui propri figli, in precedenza assegnati in esclusiva al padre), soprattutto in caso di divorzio e di questioni legate ai figli.

Ridicolizzate, svilite, vilipese, schernite, offese, silenziate, oscurate, imprigionate e colpite con ogni mezzo: questo ha accompagnato da sempre il lungo cammino delle donne per i diritti, per essere artefici della propria vita, per non essere più considerate proprietà, oggetti, appendici maschili. Un percorso difficile, per nulla privo di conseguenze dolorose sulle singole esistenze, perché nulla può essere come prima.

“Credo che, al di là delle vicende esistenziali di ognuna, l’eredità più grande che il femminismo ha lasciato alle donne, anche alle più giovani, sia quella di non accettare la vita come qualcosa di inevitabile e scontato, ma iniziare a chiedersi perché, ascoltare i propri desideri, chiedersi di cosa si ha bisogno, che cosa manca.”

Da “Come il mercurio” di Carla Marcellini

Un cambiamento che doveva passare attraverso il riconoscimento del diritto di voto attivo e passivo, perché solo l’elezione di donne in parlamento poteva permettere alle donne di “fare” le leggi, partecipando a un processo che per anni è stato appannaggio esclusivo maschile. Certo, il raggiungimento della rappresentanza non è mai stata e non è la garanzia di un lavoro dalla parte delle donne, questo credo che lo abbiamo già ampiamente sperimentato. Non è roba da pallottoliere. Così come sappiamo che può esistere un lavoro trasversale tra donne di diversi colori politici per il raggiungimento di obiettivi importanti. In ogni caso, una rappresentanza consapevole del poter compiere la differenza è fondamentale. Purtroppo, possiamo ampliamente sostenere che finché la selezione sarà grandemente in mano maschile, non potremo aspettarci molto. Ma lo stesso vale per le collezioniste di poltrone, di ruoli, di candidature e di incarichi, esattamente come da secoli fanno gli uomini. La strada è tutta in salita finché non cambierà a fondo la cultura e l’atteggiamento/rapporto con il potere.



Avere piena gestione della propria vita, avere un posto pienamente riconosciuto e agibile nella società, poter partecipare per mutare l’assetto imposto da leggi che hanno tuttora un sapore maschile, sono questioni tuttora aperte. Sapere da dove vengono tutti i diritti che oggi il nostro ordinamento sancisce e tutela potrebbe aiutarci.

C’è qualcosa che ci accomuna alle lotte delle varie ondate: il coinvolgimento e la diffusione delle lotte, l’essere libere, senza catene, perché solo così si ha la forza e il coraggio per portare avanti le battaglie. Non avere nulla da perdere, questa è la chiave. Ciò che ci azzoppa: essere imbrigliate principalmente in convenienze personali, in rapporti che “possono servirci”, in subordinazioni a “poteri” che ci possono aiutare, in “non belligeranze” utilitaristiche, in un fare politica per se stesse, in un esserci esattamente come ci starebbe un uomo, in una brodaglia di attivismo che si perde in piccole e innocue insenature. Ecco perché c’è sempre un compromesso, un germe che mina da dentro le conquiste. Basti pensare alla legge 194. Ed anche laddove si pensava di aver compiuto passi in avanti, dobbiamo constatare che briciola dopo briciola, si son mangiati o si vogliono rimangiare l’intera torta.

A completare il quadro, ci sono le divisioni, le puntualizzazioni che spesso fanno riferimento solo alla propria persona e opera, autorità che sembrano voler sostituire in toto il vecchio padrone, il vecchio potere. Sinceramente, l’arte e l’esercizio di collocazione, catalogazione e di etichettatura mi è sempre stata stretta. Perché mai stare sempre in trincea tra noi, o bianco o nero, senza riuscire a sbarazzarsi di posizioni monolitiche o di giudizi? L’assurda regola della fedeltà, “o stai con me su tutto, o sei contro di me”. Il permesso da chiedere prima di ogni passo. Non sarebbe “differentemente rivoluzionaria” la possibilità di dissentire e di avviare un dibattito rispettoso pur nelle diversità di opinioni? Il sindacare continuo sulla “purezza” e sul pedigree femminista. L’entrare a gamba tesa in ogni dove per affermare una supremazia dal sapore assurdamente machista. Quante catene, che se vengono sommate alle delusioni, rischiano di avere l’effetto di movimenti tettonici! Una restaurazione anche se femminista è pur sempre una restaurazione, il gattopardismo resta sempre tale. Per questo ci perdiamo i pezzi e andiamo in pezzi. E ci sono fughe da tutto questo metodo che crea disagio, sfiducia, sensazione di non accoglienza, non poter avere voce, non poter esistere se non “affiliata”, incardinata in una categoria, in una fazione. In fondo sembra davvero che non ci sia differenza, “madri” al posto di “padri” dalle quali dovremmo passivamente prendere “ordini” e alle quali subordinarci. Di protezione in protezione, secondo schemi sempiterni. Altro che sullo stesso piano, altro che uguaglianza di genere, quando abbiamo difficoltà anche tra noi. E nel calderone delle polemiche smarriamo gli obiettivi e questo anche se a malincuore lo devo dire. Spesso lasciamo macerie e per questo dovremmo fermarci. Capire che è il momento del “sospendere” certe prassi. Stiamo facendo il gioco del patriarcato, e il femminismo per me non è un luogo di produzione in stile capitalistico o di autosostentamento. Non siamo raccoglitrici, non siamo alla ricerca di benefici, non siamo elemosinatrici di briciole di diritti. Non siamo alla ricerca di un posto per noi, non è da idealista folle iniziare a pensare, tornare a pensare in senso collettivo, come se non ci fosse un domani o un dopodomani a cui rimandare. Abbiamo da perdere solo le occasioni per migliorare la vita delle donne, non solo quelle che che hanno voce e riescono a trarre vantaggi da un sistema tuttora fortemente a guida machile, nel pensiero e nella pratica.

E se il 25 settembre si svolgerà l’udienza nella quale il giudice deciderà se archiviare o proseguire l’iter giudiziale in seguito a quanto denunciato da Elisabetta Cortani, continuo a chiedere cosa pensiamo di fare. Sento un po’ di vuoto.

Lo dico chiaramente cosa stiamo smarrendo: l’opportunità di dimostrare solidarietà a una donna e al contempo a tutte le donne che hanno sperimentato e sperimentano molestie e violenze sul lavoro. Soprattutto non si deve lasciar passare tutto il corollario espresso dalla pm che ha chiesto l’archiviazione. Si tratta di noi. Il #metoo, sbeffeggiato e infangato da più parti, non è roba da social, se vogliamo che abbia una qualche ricaduta nella realtà. Le molestie e le violenze non possono diventare poltiglia nel tritatutto di un potere maschile che discredita e nega la realtà.

Abbiamo da perdere qualcosa? Questo lo chiedo, perché ho come la sensazione che sia questo il problema. Ci avvitiamo attorno a un limite, un grosso e grande muro, che noi stesse ci siamo costruite, per poterci riservare un “posto unico”, bastante a sufficienza per noi stesse, disposte a svendere tutto. Eppure il femminismo dovrebbe avere una dimensione e un respiro collettivo per poter giungere a qualcosa. La facciata e la prassi. L’effetto? Un pericoloso e comprensibile ripiegamento nel proprio privato, stanchezza, rinuncia, rassegnazione, senso di vuoto e di smarrimento. Nel chiacchiericcio sterile, nella debolezza di non riuscire a mostrare l’urgenza di certe rivendicazioni, di fissare determinare argini, di prendere posizione passano fiumi e tempeste.

Con lo sguardo del distacco estivo, vedo meglio tutto questo. Metto a fuoco prima di ripartire, distante dal modello “qui, oggi, ora, domani chissà”. Ho lasciato decantare e sedimentare il flusso di accadimenti estivi. Ho compreso quanto arduo sia riuscire a far chiarezza, a superare il taglio superficiale e fugace che ci impone il veloce processo di produzione-consumo. Ci siamo dentro. Vorrei che ci prendessimo però il tempo necessario per concentrarci, perché a furia di perdere i pezzi, di sottovalutare, di pensare che siano questioni secondarie, di non accorgerci delle cose, di frammentarci, di non riconoscerci tra di noi e di non sentirci parte di una storia comune che va al di là delle nostre esistenze, di non occuparci di noi in senso collettivo, rischiano di far passare i più pericolosi arretramenti. Un po’ come accadde sulla questione dello stalking. “L’ognuna per sè”, la difficoltà a creare e a fare rete per davvero tra i vari livelli (politica istituzionale, attivismo, associazionismo, base) crea questi cortocircuiti.

Prendiamoci il tempo per mettere in fila le priorità, le questioni che potrebbero essere per noi delle spade di Damocle, qualcosa che in breve tempo potrebbe annullare molte delle conquiste e dei principi tanto faticosamente raggiunti. Pensiamo al DDL ad iniziativa del senatore Simone Pillon, sul quale mi soffermerò prossimamente, alla catena interminabile di violenze e di femminicidi che sempre più passano in sordina, al lavoro femminile. In poche parole, come pensiamo di costruire le basi oggi per un futuro differente, che sia più dalla parte delle donne? Quanto ci accorgiamo che anche i diritti “acquisiti” possono essere messi in discussione e cancellati? Dobbiamo pensarci noi, chi sennò?

1 Commento »

Cosa accadrà dopo gli hashtag #metoo e #quellavoltache?


Mi sono presa un po’ di tempo per riflettere. Un tempo che non è quasi più possibile concedersi prima di provare a leggere ciò che accade. Per vari motivi ho assunto questo tempo lento e l’ho adoperato. Soprattutto in ascolto e in dialogo. Forse questo pezzo non sarebbe stato scritto senza tutto questo, senza tutto ciò che in questi giorni mi ha attraversato, senza lo scambio come sempre proficuo con Maddalena, senza tutte quelle coincidenze che ti portano a interrogarti, senza fretta, mettendo insieme tutti i pezzi. Provando a gettare lo sguardo un po’ attorno, un po’ più in là delle circostanze e dell’immediato accadere.

 

Cosa accadrà dopo l’hashtag #metoo o #quellavoltache?

Cosa accadrà dopo che avremo esaurito questo canale in cui convogliare la nostra indignazione e le nostre innumerevoli esperienze in cui il potere maschile si è palesato e ha voluto agire su di noi un abuso, una molestia, una violazione della nostra persona?

Cosa accadrà quando questo flusso di coscienza collettivo sarà esaurito e ripiegato su se stesso, quando i trend dei social si saranno sgonfiati? Cosa accadrà alle donne dopo questo moto spontaneo di condivisione? Mi chiedo questo e, immediatamente dopo, quale sia il senso compiuto di una denuncia se resta solo tra le mura di un social, persa nel flusso senza sosta, soppiantata da un’altra notizia, con la velocità delle ali in volo di un colibrì. Cosa accade ogni volta che una donna trova il coraggio di parlarne e dopo subentra un silenzio spiazzante a coprire tutto? Scoperchiare il pentolone su questo tipo di fatti è un po’ ingenuamente come scoprire in che condizione vivano le donne e sorprendersi di come sin da piccole si debbano confrontare con simili costumi machisti, tutti connotati da un senso di onnipotenza e di proprietà delle “femmine”. Femmine per dare un senso di assimilazione al mondo animale, perché evidentemente una certa mentalità e stile di comportamento maschile non sono mai andati oltre al considerarci sub-umane, confermando l’esercizio consolidato nei secoli di una sorta di “diritto” maschile su di noi.

L’ingresso delle donne in un numero crescente di ambiti non ha fatto altro che moltiplicare le occasioni in cui sottometterle, molestarle, ricattarle, manipolarle, umiliarle. Perché nel frattempo non c’è stato un cambiamento culturale in quel tessuto maschilista, mai incrinato e mai messo in discussione. Perché nel frattempo si è confidato in un progressivo riassetto, in chiave di restaurazione o in chiave progressista. Perché nel frattempo i comportamenti e le modalità di relazione sono rimaste irrigidite su un’incompleta accettazione della presenza e del ruolo pieno e non subordinato delle donne. Non si tratta unicamente di molestie o ricatti sessuali, ma di un’infinita sequenza e varietà di sottili lesioni dei diritti fondamentali e della dignità delle donne. Non essendo mai stati seriamente affrontati, avendo subito cicliche rimozioni e riduzioni, scardinare questi comportamenti, talmente invasivi da restare nel profondo delle esperienze delle donne, risulta un percorso in salita. Restano lì e riaffiorano, come abbiamo visto in questi giorni.

Due anni fa usciva il libro-denuncia Toglimi le mani di dosso di Olga Ricci, che costituisce una tappa fondamentale nel cammino di una consapevolezza nuova, visto che è un testo in cui l’autrice racconta la sua esperienza di molestie e ricatti nel mondo del giornalismo. A monte vi era un blog, Il porco al lavoro, purtroppo al momento offline, che ha raccolto tante storie di donne che hanno vissuto esperienze simili. Le storie riaffiorano e danno voce a vissuti traumatici, sepolti sotto un’enorme difficoltà e senso di impotenza che induce a le donne a tenere per sé gli abusi. Olga Ricci creò nel suo blog uno spazio in cui queste testimonianze potessero emergere e potessero ottenere la giusta attenzione, creando una sensibilità non fugace, né frettolosa. Penso che questo sia stato il suo pregio, dare una casa a queste storie, passare dalla dimensione individuale di un’esperienza a una più ampia, mostrando un fenomeno enorme, sottovalutato, volutamente marginalizzato e reso invisibile. Lavori come quello di Olga Ricci hanno materializzato queste lesioni che le donne trovano sul loro cammino professionale e lavorativo, consegnandole ad una valenza non più individuale ma collettiva, perché la violenza di genere giammai deve essere relegata al ruolo di una vicenda personale della singola donna abusata.

Le storie, come quella di Olga, ci scuotono per riportarci con i piedi per terra, per ricordare a coloro che sostengono che nel mondo del lavoro le donne abbiano raggiunto la parità, anzi che siano “avvantaggiate”, che così non è, che il sistema non si è ancora liberato di questi mostri che si sentono padroni delle donne, come se fossero soprammobili e oggetti a loro completa disposizione. Quel racconto vivo arriva come un pugno, perché parla a noi donne e riesce a portare a galla il senso di impotenza, di confusione, di frastornamento, di solitudine e di isolamento. Congiunto ai sensi di colpa e anche di incredulità che ci travolgono quando ci troviamo ad affrontare simili abusi e che ci portano a porci tanti se, tanti punti interrogativi col conseguente senso di smarrimento. Uno schiaffo a tutte le nostre competenze, aspirazioni legittime, a fare semplicemente bene il nostro lavoro, quello per cui siamo disposte a lavorare per pochi euro, senza orario, senza prospettive, senza contratto, solo per passione, perché non ci si riesce a immaginare in un’altra occupazione. Perché le nostre competenze dovranno pur valere? Oppure è una chimera, un mito?

Eppure dopo la pubblicazione e la divulgazione di Toglimi le mani di dosso non c’è stato l’effetto “bomba”, come ci si sarebbe aspettate. Non un interrogarsi e uno scuotersi dello specifico ambito lavorativo messo sott’accusa, alcuna luce ha rischiarato le fitte nebbie descritte da Olga Ricci, al sol fine di tentare di affrontare il problema delle molestie sui luoghi di lavoro. Non c’è stata una diffusione a tappeto del dibattito. Se ne è parlato, certamente, ma di certo non si è verificata la valanga di commenti e reazioni innescate dalla vicenda Weinstein. Perché? Cosa ha impedito di affrontare questo problema e scoperchiare il vaso di Pandora? I lustrini e lo star system si sono svegliati da un consapevole torpore o, meglio, fenomeno di cecità omertosa e condivisa del “tutti sapevano ma abbiamo preferito girare la testa dall’altra parte”, atteggiamento che non scagiona e non costituisce un alibi per chi attorno non è intervenuto a fermare il produttore. E, forse, occorrerebbe poter convogliare questo diffuso malessere per potere passare dallo star system ad altri ambiti lavorativi, chiamando ciascuno alle proprie responsabilità. Perché conosciamo le ragioni per cui le donne fanno fatica a denunciare e il contesto è uno dei fattori: il rischio che non ti credano, che ti puntino il dito dicendo che te la sei cercata o che ne hai tratto dei benefici, è altissimo. Processate e colpevolizzate dall’opinione pubblica e da chi gli sta intorno, spesso lasciate sole in queste battaglie a difendersi da attacchi su più fronti.

Non permettiamo che cada il silenzio e che tutto si risolva in un’ondata temporanea di reazione e di denuncia, impegniamoci a consolidare consapevolezza e azioni capaci di rendere permanente la nostra protesta. Certi abusi, molestie e ricatti non devono più trovare spazi e conseguentemente essere tollerati come consuetudine ineluttabile. I social mangiano tutto, i social divorano velocemente consumando un tema dietro l’altro. La scia, affinché sia positiva e produca effetti duraturi, necessita di un’assunzione collettiva di responsabilità perché le cose cambino, ciascuno nel proprio contesto, scuola, media, aziende pubbliche e private, associazioni, gruppi, famiglie, magistratura, corpi intermedi, istituzioni. Abbiamo bisogno di risposte politiche perché si tratta di questioni politiche.

Certamente gli hashtag hanno fatto da detonatore a tante storie personali, sepolte ma mai rimosse. Ma tutto sta avvenendo in un luogo che non offre la possibilità di garantire la giusta protezione, profondità e che non permette un passaggio ulteriore. Un passaggio necessario perché la bufera mediatica non sia avvenuta inutilmente e, soprattutto, perché si compia un cambiamento concreto. I social, in grado di accendere in pochi istanti i riflettori, hanno reso evidente l’esistenza di un fenomeno dai contorni enormi, anche se non se ne ha purtroppo un quadro preciso. Un’onda lunga di partecipazione e condivisione c’è stata, inutile negarlo, ma passiamo a valutare l’effetto di questo tsunami alla luce di quanto di molesto vorremmo che non accadesse più sui luoghi di lavoro.

Impegniamoci affinché ci sia maggiore e migliore consapevolezza sul problema e sugli strumenti difensivi, a disposizione di chi subisce questo tipo di soprusi, abusi e violenze. Interroghiamoci su come trasformare la consapevolezza personale in una collettiva, il più possibile permanente, e determiniamoci a che il racconto di ciascuna non si richiuda su se stesso e non si riaccostino i battenti della questione, terminata la prima fase di consapevole narrazione.

Dopo la catarsi collettiva attraverso gli status su Facebook si deve costruire, per uscire dal vicolo cieco, non richiudere il problema nella scatola, tornando al proprio privato dopo aver raccontato #metoo. Poiché non è il racconto su un social idoneo né sufficiente a mutare il quadro concreto, è necessario consolidare in azione la protesta virtuale e guardare le molestie da vari punti di vista. Colmare quella mancanza di solidarietà, che ha fatto puntare il dito e giudicare le donne, capire cosa accade tra colleghe, indagare sulla terra bruciata che si crea attorno a chi subisce questi abusi e si sente come Olga. Capire perché per un hashtag si crea un effetto domino di reazioni a catena e poi nella vita lavorativa di solidarietà ve ne è così poca, se non addirittura zero. In un senso di precarietà che tutto inghiotte, rivalutare anche questo stato d’animo di solidale empatia , che non deve essere considerato zavorra inutile e demodé.

Interroghiamoci sul perché ci liberiamo delle nostre personali zavorre sui social, ma anche sul motivo per il quale in parallelo non reagiamo di fronte ad un episodio di molestie e di ricatti sessuali che riguardi una collega. Riflettiamo sul fatto che sono tante le variabili e che ognuna reagirà diversamente non solo dall’altra, ma a seconda del frangente e del momento di vita.

Cresciamo con costanti percezioni di doverci muovere nelle sabbie mobili di discriminazioni, sessismo, giudizi e pregiudizi, eppure siamo sempre impreparate, incredule quando ci imbattiamo in certi vortici di molestie. Vengono meno difese e lucidità per poter reagire. Su questa paralisi “i porci al lavoro” contano, insieme al fatto che molto probabilmente non denunceremo, perché l’onere della prova per ricatti e molestie resta a nostro carico, così come dentro noi ne resteranno gli effetti. Potremmo anche scegliere di non denunciare mai, ma il danno che abbiamo subito è reale, non è inesistente. Voi questo dovete riconoscerlo, altrimenti siamo proprio all’anno zero. Da questo riconoscimento del danno si deve partire, senza minimizzare o derubricare.

Andiamo al di là dell’uso spontaneo delle nostre testimonianze e della loro funzione, come se fossero solo fotogrammi di tante vite e valutiamo gli effetti al di là del luogo virtuale adoperato per parlarne. Se quel #metoo riuscisse a superare la dimensione personale e diventasse una dimostrazione collettiva, per dire “anche se non ho mai subito, io ti supporto, io ti credo, io ti difendo, io sto al tuo fianco, senza se e senza ma, perché mi metto nei tuoi panni e non sto col bilancino e il cronometro in mano per giudicare come e dopo quanto ne hai parlato”, potrebbe diventare collante umano per mandare in soffitta queste barbariche modalità di oppressione delle donne in ambito lavorativo e non solo.

Australian artist Meredith Woolnough – #womensart


Perché, per impegnarci in prima persona, dobbiamo sempre attendere che la cosa ci tocchi e ci riguardi da vicino? Questo sarebbe il momento per trasformare quel vuoto di sorellanza solidale in un pieno di condivisione che non si può estinguere in una manciata di giorni, ma è in grado di renderci più partecipi, consapevoli e meno indifferenti in ogni luogo e contesto in cui agiamo.

Oltre le testimonianze dobbiamo riempire di sostanza questa richiesta di attenzione sul problema. Perché alla base ci sono delle istanze che non devono essere lasciate inevase dalle istituzioni preposte. Scardinando in primis il senso diffuso di questi uomini che si sentono intoccabili, impunibili e nel pieno diritto, in virtù del loro status di potere e di genere, di esercitare qualsiasi tipo di controllo e di dominio sulle donne.

Eppure qualche semino è già stato gettato in questo terreno, forse occorre adoperarsi, prima che si richiuda il varco aperto da un hashtag, per diffondere consapevolezza e riattivare un percorso di cambiamento concreto. Non siamo all’anno zero*, ma usciamo dai social e agiamo, diffondiamo consapevolezza oltre l’onda emotiva. Domani non vogliamo trovarci con figlie e nipoti che raccontano ancora le medesime storie di molestie e abusi sul lavoro.

Il gruppo Chi Colpisce Una Donna, Colpisce Tutte Noi

 


Per approfondire:

https://simonasforza.wordpress.com/2016/05/01/rimozione-collettiva/

http://www.dols.it/2016/12/12/sulle-molestie-nei-luoghi-di-lavoro-litalia-si-allinea-alleuropa/

http://www.raiplay.it/video/2017/10/Intervista-in-esclusiva-a-Asia-Argento—17102017-02f1d3b6-7dce-4b8a-a6bd-f43e003db6cf.html

1 Commento »

Sulle molestie nei luoghi di lavoro l’Italia si allinea all’Europa

molestie-702x336

 

 

Qui di seguito una versione più estesa dell’articolo pubblicato su Dols Magazine qui.

 

Un patto, un punto di incontro, una chiara intesa di collaborazione tra le parti sociali sul tema delle molestie e le violenze sul lavoro. Di questo si è parlato lo scorso 14 novembre all’interno del convegno tenutosi presso Palazzo Pirelli. Il pezzo è un po’ lungo, ma rappresenta un quadro utile della situazione attuale, su un tema che a mio avviso non ha ricevuto il giusto rilievo.

All’interno della Legge Regionale 3 luglio 2012, n. 11 – Interventi di prevenzione, contrasto e sostegno a favore di donne vittime di violenza, troviamo un chiaro riferimento anche al tema del convegno:

legge-regionale-art-1

 

Con l’Accordo siglato il 26 aprile 2016 Assolombarda Confindustria Milano Monza e Brianza, con Cgil Camera del Lavoro Metropolitana di Milano, Cisl Milano Metropoli, Uil Milano e Lombardia hanno recepito l’Accordo Quadro della parti sociali europee del 26 aprile 2007 e dell’Accordo Quadro sulle molestie e la violenza nei luoghi di lavoro del 25 gennaio 2016 tra Confindustria e CGIL, CISL e UIL.

Il documento vuole diffondere una cultura che prevenga e contrasti ogni atto o comportamento che si configuri come molestia o violenza nei luoghi di lavoro.

A tale fine si sostiene la necessità di promuovere iniziative di informazione e formazione all’interno delle aziende, anche utilizzando gli strumenti previsti dalle norme vigenti e dai contratti in materia di aggiornamento formativo. Vengono, inoltre, identificate strutture interne e esterne all’azienda alle quali le lavoratrici e i lavoratori vittime di molestie o di violenza possono liberamente rivolgersi per affrontare le problematiche dirette ed indirette collegate al tema, nel rispetto della discrezione necessaria al fine di proteggere la dignità e la riservatezza dei soggetti coinvolti. Viene anche istituito un tavolo di monitoraggio che, attraverso una valutazione del fenomeno, sia in grado di proporre azioni di sensibilizzazione degli attori che si occupano del tema a vario titolo sul territorio. A tal fine le parti firmatarie si impegnano ad incontrarsi semestralmente presso la sede di Assolombarda.

Esistono già buone pratiche aziendali, si pensi ai Comitati unici di garanzia (CUG) previsti da Regione Lombardia in ambito sanitario.

Le molestie sul lavoro sono figlie di rapporti di potere e di squilibri tra i generi. Esistono forme di violenza più nascoste e pertanto più difficili da combattere.

La professoressa Manuela Lodovici dell’Univesità Cattolica del Sacro Cuore di Milano ha rilevato come ci sia poca consapevolezza della gravità del fenomeno, dei costi non solo economici ma individuali ed aziendali che comporta. Per questo è necessario intervenire. L’ultima indagine Istat in materia risale al 2010 sugli anni 2008-2009, su 24 mila 388 donne di età compresa tra i 14 e i 65 anni. È difficile percepire la gravità di simili atti di violenza da parte delle donne, dell’azienda e della collettività. Spesso sono proprio le molestie psicologiche quelle più complicate da dimostrare e quindi che vengono denunciate.

Il fenomeno e i numeri

Dall’ultima indagine Istat emerge che:

“Circa la metà delle donne in età 14-65 anni (10 milioni 485 mila, pari al 51,8 per cento) hanno subito nell’arco della loro vita ricatti sessuali sul lavoro o molestie in senso lato come pedinamento, esibizionismo, telefonate oscene, molestie verbali e fisiche.

Negli ultimi tre anni sono state 3 milioni 864 mila (il 19,1 per cento del totale) le donne di 14-65 anni ad aver subito almeno una molestia o un ricatto sessuale sul lavoro. Le più colpite da questo fenomeno sono le ragazze di 14-24 anni (38,6 per cento).”

“Sono 842 mila (il 5,9 per cento) le donne di 15-65 anni che, nel corso della vita lavorativa, sono state sottoposte a ricatti sessuali sul posto di lavoro, l’1,7 per cento per essere assunte e l’1,7 per cento per mantenere il posto di lavoro o avanzare di carriera. Le donne a cui è stata chiesta una “disponibilità sessuale” al momento della ricerca del lavoro risultano essere quasi mezzo milione, pari al 3,4 per cento. Negli ultimi tre anni sono state 227 mila (l’1,6 per cento) le donne che hanno subito ricatti sessuali; all’un per cento è stata richiesta la disponibilità sessuale al momento dell’assunzione (per un totale di 140 mila donne), lo 0,4 per cento è stato ricattato per essere assunto (per un totale di 61 mila donne) e lo 0,5 per cento per mantenere il posto di lavoro o avanzare di carriera (per un totale di 65 mila donne). Ciò che caratterizza maggiormente le vittime di ricatti sessuali nel corso della vita è il fatto di avere un titolo di studio elevato: le donne che presentano il tasso di vittimizzazione più basso hanno, infatti, al massimo la licenza elementare (1,8 per cento nella vita e 0,1 per cento negli ultimi tre anni).”

Le reazioni

Quando una donna subisce un ricatto sessuale, nell’81,7 per cento dei casi non ne parla con nessuno sul posto di lavoro (80,2 per cento negli ultimi tre anni). Solo il 18,3 per cento di coloro che hanno subito ricatti nel corso della vita ha raccontato la sua esperienza, soprattutto ai colleghi (10,6 per cento).

i-motivi-della-non-denuncia

Quasi nessuna delle vittime ha denunciato l’episodio alle forze dell’ordine. La motivazione più frequente per non denunciare il ricatto subito nel corso della vita è la scarsa gravità dell’episodio (28,4 per cento), seguita dall’essersela cavata da sole o con l’aiuto dei familiari (23,9 per cento), dalla mancanza di fiducia nelle forze dell’ordine o dalla loro impossibilità di agire (20,4 per cento) e dalla paura di essere giudicate e trattate male al momento della denuncia (15,1 per cento). Negli ultimi tre anni, la scarsa gravità dell’episodio (31,4 per cento) e l’essersela cavata da sole o con l’aiuto dei familiari (28,4 per cento) sono in aumento tra le motivazioni della mancata denuncia, così come la paura delle conseguenze per la propria famiglia, mentre diminuiscono le vittime che hanno paura di essere giudicate o trattate male.

 

Le conseguenze

cosa-e-accaduto-dopo

Le conseguenze e i costi sono difficili da stimare, sia nel breve che nel lungo periodo, per i lavoratori, le imprese e la collettività. Ci sono impatti (le molestie possono riguardare anche gli uomini, ma in maggioranza si tratta di donne) di natura psicologica, fisica, economica (perdita lavoro, contratto, dimissioni) che pesano per lo più sulle donne. Crescono le spese mediche. Ci sono ricadute sulle relazioni familiari, effetti negativi sui colleghi di lavoro, un picco di assenteismo, peggioramento complessivo del clima aziendale, costi legati ai contenziosi, all’immagine esterna dell’azienda.

Il fenomeno è molto presente in ambienti molto competitivi o molto segregati per genere, in cui manca una cultura del rispetto, in fasi di ristrutturazione/cessione/crisi aziendali, in presenza di contratti precari e di una bassa autonomia lavorativa.

Incide anche il sistema di valori e la cultura nazionale italiana: cosa è accettabile o meno cambia da Paese a Paese e se la percezione è diversa, se c’è una minor consapevolezza il risultato è che le donne denunciano meno. Quindi la priorità è sensibilizzare.

Ivana Brunato, segretaria Cgil Metropolitana, ha illustrato l’accordo con Assolombarda. Alcuni CCNL come quello del commercio contenevano già prescrizioni in materia di molestie, prevedendo anche i provvedimenti disciplinari del caso che potevano arrivare anche al licenziamento dell’abusante. Negli enti pubblici nei primi anni 2000 nascevano i primi codici per le pari opportunità che prevedevano codici di comportamento ai quali attenersi.

Non siamo all’anno zero quindi, l’accordo si inserisce in un processo che deve sancire l’esigibilità di un diritto.

Sinora questo fenomeno è stato trattato come un problema legato alla salute. Ma sappiamo come molestie, parità di genere, cultura del rispetto, condivisione dei carichi familiari, quesitoni di genere sono tutti temi strettamente collegati. Occorre potenziare le strutture e servizi in grado di fare da punto di riferimento per le donne che subiscono molestie e violenze sul lavoro, che sappiano avere un approccio adeguato di supporto in questi casi. Naturalmente occorre investire risorse in questa direzione.

Occorre diffondere la consapevolezza che si possono far assistere dalle organizzazioni sindacali (ricordiamo il Centro Donna CGIL di Milano), che verrà garantita la riservatezza, che ci sono strutture di supporto per le vittime, che ci sono le Consigliere di parità, medici competenti, reti istituzionali antiviolenza, centri antiviolenza territoriali.

Ora l’intesa va applicata, promuovendo una cultura della correttezza delle relazioni personali.

Personalmente più che di correttezza parlerei di “rispetto”, che è qualcosa che dovrebbe essere fondamentale e radicata (ndr).

Ci sono risorse sufficienti per prevenzione e contrasto?

Per la formazione si potrebbe ricorrere ai fondi strutturali e di investimento europei e a formule di cofinanziamento pubblico-privato.

Silvia Belloni, avvocata penalista, ha sottolineato l’importanza della corretta descrizione delle condotte (cosa intendiamo per mlestie e violenze) e una definizione di modelli aziendali di contrasto e di intervento.

Viene richiamata la Convenzione di Istanbul che definisce le violenze “violazioni dei diritti umani”, a questo dobbiamo sempre rapportarci.

Occorre aumentare la consapevolezza e la conoscenza del fenomeno, identificare, prevenire e gestire queste violenze. Dichiarare da parte delle parti sociali che certi comportamenti sono inaccettabili è un buon segnale. Individuare gli interlocutori idonei e avere un monitoraggio sarà fondamentale.

Includere la tematica delle molestie nel bilancio sociale delle aziende sarebbe utile.

Oggi è un tema all’interno della tutela del lavoro. Silvia Belloni propone di inserirlo a livello di salvaguardia dei diritti umani.

È importante che sia istituita una figura terza in azienda (come la consigliera di fiducia degli enti pubblici), prevedendo un iter interno ed esterno (giudiziario) di risoluzione.

L’attività di formazione va tarata sulla realtà aziendale, per rilevare le tipologie di molestie più frequenti in quel contesto, adoperando strumenti ad hoc.

A inizio 2016 il Dlgs n.212/15, approvato dal Consiglio dei ministri in attuazione della direttiva UE che istituisce le norme in materia di assistenza e protezione delle vittime di reato, è entrato in vigore.

Il Dgls n.212 modifica la disciplina sulla prova testimoniale e sull’incidente probatorio nell’ottica di una maggiore tutela della persona offesa dal reato. Si vuole preservare la vittima di un reato che decide di deporre come testimone da potenziali ripercussioni negative derivanti da una sua testimonianza. Ne consegue che alla persona offesa è riconosciuto un particolare stato di vulnerabilità. È stato innovato anche il c.p.p.

Art. 90-quater. (Condizione di particolare vulnerabilità).

1. Agli effetti delle disposizioni del presente codice, la condizione di particolare vulnerabilità della persona offesa è desunta, oltre che dall’età e dallo stato di infermità o di deficienza psichica, dal tipo di reato, dalle modalità e circostanze del fatto per cui si procede. Per la valutazione della condizione si tiene conto se il fatto risulta commesso con violenza alla persona o con odio razziale, se e’ riconducibile ad ambiti di criminalità organizzata o di terrorismo, anche internazionale, o di tratta degli esseri umani, se si caratterizza per finalità di discriminazione, e se la persona offesa è affettivamente, psicologicamente o economicamente dipendente dall’autore del reato.

Sono necessari percorsi di sensibilizzazione per prevenire questi fenomeni. Le molestie e le violenze avvengono dentro e fuori i luoghi di lavoro, per questo è necessario impegnarsi per una diffusione della cultura del rispetto, che condanni ogni sopruso.

Maria Antonietta Banchero, dirigente Welfare Regione Lombardia, ha esordito ricordando la Dichiarazione sull’eliminazione della violenza contro le donne (1993).

All’articolo 2 leggiamo:

La violenza contro le donne dovrà comprendere, ma non limitarsi a, quanto segue:

a) La violenza fisica, sessuale e psicologica che avviene in famiglia, incluse le percosse, l’abuso sessuale delle bambine nel luogo domestico, la violenza legata alla dote, lo stupro da parte del marito, le mutilazioni genitali femminili e altre pratiche tradizionali dannose per le donne, la violenza non maritale e la violenza legata allo sfruttamento;

b) La violenza fisica, sessuale e psicologica che avviene all’interno della comunità nel suo complesso, incluso lo stupro, l’abuso sessuale, la molestia sessuale e l’intimidazione sul posto di lavoro, negli istituti educativi e altrove, il traffico delle donne e la prostituzione forzata;

c) La violenza fisica, sessuale e psicologica perpetrata o condotta dallo Stato, ovunque essa accada.

Ha richiamato l’importanza dei Comitati unici di garanzia, obbligatori nelle aziende sociosanitarie e in tutta la pubblica amministrazione. In Lombardia la violenza è stata inserita nella delibera delle regole e negli obiettivi di valutazione a cui sono sottoposti i direttori generali delle Aziende sanitarie (valutazione sulle azioni messe in atto per contrastare la violenza).

Importante è realizzare un sistema di valutazione del rischio nei Pronto Soccorso.

Centrale è la prevenzione, con una dichiarazione esplicita che ci sarà tolleranza zero, con regole per arginare e contrastare il fenomeno.

Inoltre è necessario investire in formazione del management e degli imprenditori. Nelle micro e medie imprese va fatto un lavoro di sensibilizzazione su datori di lavoro e personale.

Viene ribadita la necessità di una figura esterna di controllo e di intervento sulle molestie.

Le lavoratrici vanno sostenute anche dopo l’evento e la denuncia.

Sarebbe utile introdurre nei moduli per la sicurezza e la salute nei luoghi di lavoro, anche un capitolo riservato alle molestie e violenze.

Si ritiene importante anche l’esistenza di formule di mediazione interna aziendale.

Sarebbe altrettanto utile la diffusione della figura del delegato sociale: in pratica si tratta di formare delegati sindacali che siano in grado di porsi come facilitatori per i processi di espressione del disagio e come intermediari tra l’ambiente lavorativo e i servizi sul territorio. Per approfondire qui.

Antonio Calabrò, vicepresidente Assolombarda, ha parlato di civiltà ed etica del lavoro, le persone sono la componente essenziale. Scelte di competitività e di produttività: chi è vittima di molestie produce meno e la qualità generale diminuisce. Si parla di sostenibilità del clima di lavoro e dell’ambiente lavorativo.

La fabbrica bella, il benessere dei lavoratori, con un richiamo a Olivetti.

Ha ribadito l’impegno per un monitoraggio dopo l’accordo sulle molestie. Ha fatto un richiamo sulla necessità di una formazione sui diritti e responsabilità, soprattutto tra le nuove generazioni di lavoratori, diffondendo maggiore consapevolezza sui temi della violenza.

Giuseppe Pitotti, Fondazione Sodalitas, ci ha parlato di etica degli affari, mobbing, cultura dell’organizzazione, conciliazione, sulla necessità di smontare l’abitudine secondo cui chi commette certi abusi la fa franca: comportamenti etici migliorano la reputazione e le performance aziendali.

Approccio che va tarato sull’azienda. Nei codici etici aziendali che vanno costruiti anche dal basso, dalla base dell’organizzazione aziendale. Il comitato etico aziendale deve avere il più possibile un ruolo “terzo”.

È fondamentale dotare le aziende di strumenti per facilitare la denuncia di comportamenti molesti o violenti (speak up policy), che assicurino riservatezza e protezione del denunciante.

Qui alcuni recenti lavori di Sodalitas:

http://www.sodalitas.it/fare/lavoro-e-inclusione/business-and-human-rights

http://www.sodalitas.it/public/allegati/_Human_Rights_Blueprint_2016411103438613.pdf

http://www.sodalitas.it/fare/lavoro-e-inclusione/carta-per-le-pari-opportunita-e-luguaglianza-sul-lavoro

Carolina Pellegrini, consigliera di parità Regione Lombardia, ha riportato la sua esperienza di “trincea” al fianco delle donne che subiscono queste violenze. Ricorda che il fondo delle consigliere di parità non è finanziato da tempo, con impossibilità di ricorrere in giudizio e di sostenere le donne in modo adeguato.

Ha ricordato il comunicato della Conferenza Nazionale delle Consigliere e dei Consiglieri di Parità prendono posizione in merito alla sentenza del Tribunale di Palermo – Sez. II penale – n. 6055/15 del 23 novembre 2015, con la quale si assolve un imputato accusato di comportamenti sessuali lesivi sul luogo di lavoro. Questa purtroppo è la realtà.

Nel codice delle P.O. Legge 198/2006, si parla anche di molestie sul lavoro:

Art. 26.

Molestie e molestie sessuali

(legge 10 aprile 1991, n. 125, articolo 4, commi 2-bis, 2-ter e 2-quater)

1. Sono considerate come discriminazioni anche le molestie, ovvero quei comportamenti indesiderati, posti in essere per ragioni connesse al sesso, aventi lo scopo o l’effetto di violare la dignità di una lavoratrice o di un lavoratore e di creare un clima intimidatorio, ostile, degradante, umiliante o offensivo.

2. Sono, altresì, considerate come discriminazioni le molestie sessuali, ovvero quei comportamenti indesiderati a connotazione sessuale, espressi in forma fisica, verbale o non verbale, aventi lo scopo o l’effetto di violare la dignità di una lavoratrice o di un lavoratore e di creare un clima intimidatorio, ostile, degradante, umiliante o offensivo.

3. Gli atti, i patti o i provvedimenti concernenti il rapporto di lavoro dei lavoratori o delle lavoratrici vittime dei comportamenti di cui ai commi 1 e 2 sono nulli se adottati in conseguenza del rifiuto o della sottomissione ai comportamenti medesimi. Sono considerati, altresì, discriminazioni quei trattamenti sfavorevoli da parte del datore di lavoro che costituiscono una reazione ad un reclamo o ad una azione volta ad ottenere il rispetto del principio di parità di trattamento tra uomini e donne.

 

Può essere utile introdurre la questione delle molestie anche a livello di contrattazione di secondo livello.

Il T.U.S.L. all’art. 28 richiama nuove categorie nella valutazione del rischio, connessi alla differenza di genere.

Nel pacchetto di formazione sulla sicurezza andrebbe introdotto un modulo specifico sulle molestie.

È stata ribadita l’importanza della responsabilità sociale di impresa, soprattutto per le Pmi.

Adoperare le reti esistenti per prevenire e contrastare il fenomeno delle molestie, delle violenze e delle discriminazioni (si pensi per esempio la rete territoriale di conciliazione).

Francesca Brianza, Assessora al Reddito di autonomia e Inclusione sociale ha richiamato il bando annuale “Progettare la Parità in Lombardia”, in coerenza con il Piano quadriennale regionale per le politiche di parità e di prevenzione e contrasto alla violenza contro le donne.

 

Per approfondire:

Il blog di Olga Ricci

Rimozione collettiva

 

Lascia un commento »

Rimozione collettiva

toglimi le mani di dosso

 

Oggi PRIMO MAGGIO, festa del lavoro, dei lavoratori e delle lavoratrici, mi sembra il giorno ideale per parlare di un tema su cui ci si sofferma troppo poco, forse, anzi certamente perché scomodo.

Rimozione collettiva delle molestie sul lavoro. In Italia tra tutti i numerosi tentativi (spesso riusciti) di rimozione c’è anche il tema delle molestie sul lavoro, “un sopruso che contribuisce a mantenere le donne in una posizione subalterna”, come sottolinea Olga Ricci, l’autrice di “Toglimi le mani di dosso“, 2015 Chiarelettere. E’ da un po’ che cerco di scriverci su, ma non è un libro, una storia che può stare racchiusa in un post di un blog.

Questa è la storia di una donna in carne ed ossa, che ci scuote per riportarci con i piedi per terra, per ricordare a coloro che sostengono che nel mondo del lavoro le donne abbiano raggiunto la parità, che così non è, che il sistema non si è ancora liberato di questi mostri che si sentono padroni delle donne, come se fossero soprammobili e oggetti a loro completa disposizione. Questo racconto vivo arriva come un pugno, perché parla a noi donne e riesce a portare a galla il senso di impotenza, di confusione, di frastornamento, di solitudine e di isolamento e anche di incredulità che ci travolge quando ci troviamo ad affrontare simili abusi.

Uno schiaffo a tutte le nostre competenze, aspirazioni legittime, a fare semplicemente bene il nostro lavoro, quello per cui siamo disposte a lavorare per pochi euro, senza orario, senza prospettive, senza contratto, solo per passione, perché non ci si riesce a immaginare in un altra occupazione. Perché le nostre competenze dovranno pur valere? Oppure è una chimera, un mito?

La precarietà ci avvolge in una nube permanente, ma quel sogno non va messo nel cassetto, bisogna resistere. Le molestie arrivano a rendere ancora più infernale e invivibile una realtà lavorativa già terremotata per altri motivi.

Ciò che è accaduto a Olga secondo una indagine Istat tra il 2008 e il 2009 si stima che coinvolga 1.308.000 donne che nell’arco della propria vita lavorativa hanno subito molestie o ricatti. Poche le denunce, non per mancanza di normativa adeguata, ma per i tempi lenti dei processi, che pesano sulla vittima e sui testimoni, la difficoltà di riuscire a dimostrare la violenza e per la paura delle ricadute sul proprio lavoro. Gli strumenti per difendersi, come accade anche per i casi di discriminazioni sul luogo di lavoro, ci sono, ma il fatto di non avere la certezza di uscire dal tunnel schiaccia in partenza molti tentativi di far valere i propri diritti. Lo so, l’ho raccontato più volte. Ma il senso di paralisi che ti avvolge è vero e la necessità di buttarsi alle spalle tutto questo “brutto” spesso è prioritaria, a volte serve a salvare se stesse.

Ma per quanto ancora dovremo continuare a urlare che queste continue violenze di ogni genere sulle donne non le accettiamo più, non devono vivere al nostro fianco, distruggere le nostre esistenze e le nostre speranze. Perché dobbiamo continuare a ignorare ciò che è un problema non privato, personale ma che riguarda l’intera collettività? Ci tenete fuori dal mondo del lavoro, ci rendete infernale la permanenza, ci discriminate in ogni modo, ci chiudete gli orizzonti, andiamo bene solo come oggetti sessuali e strumenti riproduttivi (quando però decidiamo di fare figli diventiamo un peso aziendale). Questa è la realtà delle donne, non sono e non sarò mai disposta a smettere di essere scomoda e pesante, sì, me lo sento ripetere spesso, perché quando parlo di questi problemi ad alcuni sembro “ossessionata”, dovrei prendere le cose in modo più easy. Le nostre vite le prendiamo come crediamo sia meglio, il peso o la leggerezza con cui affrontiamo le cose spetta a noi deciderlo, non ad altri e se nessuno ne vuole parlare, io me ne prendo un pezzo di onere e lotterò per dare spazio a queste storie e a questi macigni che pesano sulle nostre vite. Ho la percezione che questo tema non piaccia, sia scomodo, bene, non deve piacere, deve essere ripugnante perché la violenza questo è. Solo riconoscendola come nociva e inaccettabile si possono porre le basi per combatterla seriamente. Certamente combattendo da sola le cose sono più difficili e complicate, ma non si può far finta che non esista o sia marginale. Deve interessare tutti, uomini e donne, è necessaria una presa di coscienza collettiva.

Parlarne, diffondendo consapevolezza, è il primo imprescindibile passo per iniziare a fare terra bruciata attorno a coloro che compiono molestie e violenze sul lavoro.

Questo resta il mio impegno e nonostante mille ostacoli lo onorerò. Perché ci faremo sentire, eccome!

 

Questo articolo è pubblicato anche su Dol’s Magazine:

http://www.dols.it/2016/05/01/toglimi-le-mani-di-dosso/

 

2 commenti »

tiritere72663953.wordpress.com/

"Alle giovani dico sempre di non abbassare la guardia, non si sa mai". Miriam Mafai

Il blog di Paola Bocci

Vi porto in Regione con me

Non Una Di Meno - Milano

Contro la violenza maschile sulle donne e tutte le forme di violenza di genere

ilportodellenuvole.wordpress.com/

I tessitori di nuvole hanno i piedi ben piantati per terra

Variabili Multiple

Uguali e Diversi allo stesso tempo. A Sinistra con convinzione.

Blog delle donne

Un blog assolutamente femminista

PARLA DELLA RUSSIA

I took a speed-reading course and read War and Peace in twenty minutes. It involves Russia.

Critical thinking

Sociology, social policy, human rights

Aspettare stanca

per una presenza qualificata delle donne in politica e nei luoghi decisionali

mammina(post)moderna

Just another WordPress.com site

Femminismi Italiani

Il portale dei femminismi italiani e dei centri antiviolenza

violetadyliphotographer

Just another WordPress.com site

Il Golem Femmina

Passare passioni, poesia, bellezza. Essere. Antigone contraria all'accidia del vivere quotidiano

Last Wave Feminist

"Feminism requires precisely what patriarchy destroys in women: unimpeachable bravery in confronting male power." Andrea Dworkin

Links feminisme

geen feminisme zonder socialisme, geen socialisme zonder feminisme

Rosapercaso

La felicità delle donne è sempre ribelle

vocedelverbomammmare

tutto, ma proprio tutto di noi

Stiamo tutti bene

Le tragicomiche avventure di una famiglia di nome e di fatto

Abolition du système prostitueur

Blog du collectif Abolition 2012

REAL for women

Reflecting Equality in Australian Legislation for women

Banishea

Gegen Prostitition. Für Frauen. Für Selbstbestimmung und Unabhängigkeit. Gegen Sexkauf. Not for Sale. Weil Frauen keine Ware sind.

Psicodinamica

idee di psicologia e psicoterapia

Sarah Ditum

Writing, etc.

Femina Invicta

Feminist. Activist. Blogger.

THE FEM

A Feminist Literary Magazine