Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

A tutte le donne

Dalla mostra fotografica Anche per te – Per tutte le donne vittime di violenza, a cura del fotografo Fedele Costadura


Su questo blog spesso cerco di offrire uno spazio di informazione sui presidi territoriali, per illuminare l’ottimo lavoro di tanti soggetti, delle operatrici che ogni giorno di occupano di sostenere le donne.

L’anno scorso avevamo inaugurato il giardino Zoia 105 e con esso la prima panchina rossa contro la violenza maschile sulle donne del Municipio 7. 

Ho intervistato la dottoressa Parvaneh Hassibi, responsabile del CASD Centro Ascolto e Soccorso Donna, dell’Asst Santi Paolo e Carlo di Milano.

Il CASD (qui il pieghevole), nato nell’ottobre 2015, è composto da due strutture distinte:

  • Centro salute e ascolto delle donne immigrate e i loro bambini
  • Centro Ascolto e Soccorso Donna

 

Ho visitato gli spazi ubicati al terzo piano dell’ospedale San Carlo Borromeo (nella struttura complessa di Ostetricia e Ginecologia).

Il Centro opera all’interno dell’ospedale, che ha un bacino di utenza molto vasto. I casi di violenza sono circa 400 all’anno, ma si tratta di un numero relativo a quanto emerge e arriva alla struttura. Se confrontati con le stime nazionali sicuramente si riesce a rilevare solo una minima parte, la punta di un iceberg del fenomeno della violenza contro le donne. Gli accessi in P.S. in un anno sono circa 200mila, di cui circa la metà donne. Dei circa 400 casi di violenza, solo 1/3 arriva al Casd: gli altri sono spesso classificati in modo diverso e solo dopo una attenta analisi del referto possono essere ricondotti a violenza. Ogni giorno, racconta la dottoressa Hassibi, vengono consultati i database degli accessi, alla ricerca di casi di traumi da aggressione, accidentali, stress post lite in famiglia. È evidentemente che il rischio di sottovalutare la violenza e di derubricarla a lite o a conflitto coniugale è elevatissimo. Un elemento che penalizza non poco questo lavoro è il fatto che i sistemi informativi tra San Paolo e San Carlo sono diversi e non comunicano tra loro. In futuro si spera che venga sviluppato un sistema che consenta di verificare se una donna ha fatto altri accessi in altre strutture ospedaliere, per motivi analoghi. Questo meccanismo consentirebbe un diverso approccio del personale, una comprensione dei fatti più accurata e soprattutto garantirebbe una refertazione più adeguata, di tracciare tutti gli episodi di violenza e di metterli in connessione tra loro.

I dati dell’anno scorso rilevano una notevole distanza tra i casi di violenza attenzionati nei due ospedali.

Il San Paolo non ha personale dedicato, ma si avvale della collaborazione di personale dell’ospedale e di professionisti del reparto di psicologia clinica e degli assistenti sociali che si sono resi disponibili a intervenire in caso di necessità e di segnalazioni provenienti dal P.S.

Il Casd, come molti altri presidi e centri antiviolenza, avrebbe bisogno di investimenti maggiori, soprattutto per espandere le ore di attività per alcune specialità, in primis per il sostegno psicologico.

Il rischio di “perdere” le donne è alto e inaccettabile. Occorre trovare i fondi, per dare risposte e ascolto tempestivo alle donne che sono riuscite a trovare la forza di chiedere aiuto.

Dei 400 casi di cui si parlava in precedenza, solo 1/3 viene identificato precisamente e “trasmesso” al Casd. Non tutti i colleghi del P.S. completano adeguatamente la scheda di accoglienza, su questo le operatrici del Casd tornano e insistono quotidianamente. Durante l’orario di apertura del Casd (8-15.30) oltre alle attività ordinarie di accoglienza e i percorsi di sostegno già avviati, si vagliano i casi giunti al P.S. nelle ore di chiusura del Casd, leggendo i verbali degli accessi, ascoltando la segreteria telefonica (attiva sia sul numero fisso che sul cellulare, negli orari di chiusura). Si cerca sempre, laddove possibile, di ricontattare le donne che hanno chiamato o che sono giunte al P.S. Le donne che desiderano, nel pieno rispetto della loro volontà, vengono accolte e assistite.

Purtroppo si registrano 2/3 di casi che non vengono identificati adeguatamente dal P.S.: spesso mancano i riferimenti, il numero di telefono, per cui è impossibile richiamare le donne.

In passato in ospedale era presente un presidio delle forze dell’ordine, utile soprattutto per le donne che desideravano denunciare. Oggi non c’è più ed anche questo è un segno dei tagli e delle risorse scarse di cui soffrono i nostri servizi pubblici.

A fine anno scadrà il protocollo dell’azienda ospedaliera in materia di violenza: dovrà essere rinnovato, adeguandosi anche alle Linee guida soccorso e assistenza donne vittime di violenza varate il 24 novembre 2017 con DPCM (Linee guida nazionali per le Aziende sanitarie e le Aziende ospedaliere in tema di soccorso e assistenza socio-sanitaria alle donne vittime di violenza. Ci si augura che si unifichino le schede di accoglienza nei due ospedali e vengano semplificate le modalità di interazione tra i due poli. Al momento al San Carlo per la valutazione del rischio è stato adottato un modello di scheda semplificato, composto da cinque domande, sulla scorta della scheda S.A.R.A. (Spousal Assault Risk Assessment)*. Naturalmente la differenza la fanno gli operatori, con la loro sensibilità ed esperienza.

Ogni settimana il team del Casd si riunisce per valutare i casi, le criticità riscontrate e le proposte per migliorare sia al centro che al P.S.

Il monitoraggio, la rilevazione degli accessi e delle donne seguite sono necessari per poter chiedere e ottenere i giusti finanziamenti dalla Regione (ricordiamo il sistema ORA).

Per quanto riguarda le violenze sessuali, solitamente si inviano le donne al centro Svsd della clinica Mangiagalli, specializzato e adeguato a seguire questi casi.

Il Casd può offrire protezione per le donne e i loro figli: dobbiamo sostenere il più possibile questi luoghi. È disponibile anche l’assistenza legale gratuita. Naturalmente, essendo parte della rete milanese antiviolenza, è possibile integrare il sostegno offerto dal Casd con ciò che possono mettere a disposizione gli altri soggetti della Rete.

Le difficoltà di denuncia sono sempre molto elevate, così come spesso si assiste a un ritiro della stessa. Spesso la prognosi è sottostimata e non permette di procedere d’ufficio. Non si rileva quasi mai la gravità e la presenza di violenza psicologica, solitamente non viene correttamente refertata. Eppure esistono dei codici specifici per questo tipo di maltrattamenti e per evidenziare lo stress post traumatico in casi di violenza. È più che mai centrale la formazione del personale che opera in P.S. Occorre intervenire per tempo e non lasciare che questo tipo di traumi si ripetano negli anni, con il rischio di provocare poi problemi di tipo psichiatrico nelle vittime (con tutte le difficoltà poi connesse alla possibilità di essere credute).

Il rispetto, la parità, l’uguaglianza si imparano in famiglia, ma non è sufficiente. Ecco perché la rete antiviolenza e il Casd effettuano percorsi e attività di formazione nelle scuole superiori e anche tra gli studenti di medicina.

Questa risorsa importantissima del nostro territorio andrebbe valorizzata attraverso una più efficace e proattiva azione degli enti pubblici. È auspicabile che a partire dai municipi dei territori interessati e limitrofi, insieme a tutti i soggetti coinvolti e con un ruolo decisionale e istituzionale, si muovano in questo senso, promuovendo attivamente la conoscenza del Casd tra la popolazione, di concerto con i consultori, i medici/pediatri di base e le farmacie comunali. Occorre che tutti gli operatori territoriali conoscano e sappiano correttamente indirizzare le donne, evitando loro inutili e stressanti pellegrinaggi. Solo attraverso una capillare e diffusa rete di informazione sulle preziose attività svolte dal Casd e di tutta la rete antiviolenza si può pensare di rendere effettive le parole “donna non sei sola”. Occorre parlare con le donne affinché comprendano che non esiste solo la denuncia alle forze dell’ordine come strumento di tutela e di protezione, ma che è necessario affidarsi ai centri antiviolenza per definire un percorso su misura, ai presidi ospedalieri per una corretta refertazione utile come prova e evidenza della scansione temporale dei maltrattamenti o delle violenze, in ogni caso perché il cammino di liberazione dalla violenza necessità di sostegni plurimi e che sappiano accompagnare la donna in ogni fase.

Facciamoci tutti e tutte promotori e promotrici di queste informazioni.

Fino al 12 giugno è possibile visitare la mostra fotografica Anche per te – Per tutte le donne vittime di violenza, a cura del fotografo Fedele Costadura, nell’atrio dell’Ospedale San Carlo Borromeo di Milano.

Qui un assaggio per chi non potesse recarsi di persona.

 

A tutte le donne

Fragile, opulenta donna, matrice del paradiso

sei un granello di colpa

anche agli occhi di Dio

malgrado le tue sante guerre

per l’emancipazione.

Spaccarono la tua bellezza

e rimane uno scheletro d’amore

che però grida ancora vendetta

e soltanto tu riesci

ancora a piangere,

poi ti volgi e vedi ancora i tuoi figli,

poi ti volti e non sai ancora dire

e taci meravigliata

e allora diventi grande come la terra

e innalzi il tuo canto d’amore.

Alda Merini


Domani sera ci vediamo al Circolo F.lli Cervi


PER APPROFONDIRE *

http://www.uisp.it/discorientali/files/principale/SARA-2006_1.pdf

http://www.centroangelitarieti.it/images/PDF/Sportello_antiviolenza_/SARA-S_Formulario.pdf

https://scienzepolitiche.unical.it/bacheca/archivio/materiale/1529/seminario%207%20maggio.ppt

http://www.fondazionepsicologi.it/wp-content/uploads/2016/06/La-violenza-di-genere.pdf

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Sanità: la necessità di una visione strategica, programmatica e analitica dei fabbisogni territoriali


Lo scorso 8 Marzo, il Forum per il diritto alla salute in Lombardia ed il Movimento Culturale per la difesa ed il miglioramento del Servizio Sanitario Nazionale hanno organizzato un Primo convegno di studio sugli “Ospedali della Città Metropolitana: Presente e Futuro”.

Dopo una analisi della situazione milanese e lombarda si è affrontata la situazione assai dibattuta della soppressione degli Ospedali San Carlo e San Paolo e la costruzione di un nuovo ospedale a Ronchetto sul Naviglio a Milano. Qui trovate il comunicato stampa a margine dell’incontro e un allegato.

Le tre ipotesi emerse al tavolo


La salute, insieme all’istruzione, è un ambito fondamentale e cruciale, che necessita di un approccio attento e una programmazione adeguata.

Abbiamo voluto approfondire in particolar modo la questione della chiusura dei due poli ospedalieri, porgendo qualche domanda a uno dei relatori, Edgardo Valerio, medico ed ex dirigente sanitario milanese.

 

Un bilancio sintetico sulla riforma sanitaria Maroni e sulle condizioni dei servizi socio-sanitari dell’area metropolitana milanese.

In linea generale non mi piace chiamare “riforma” la normativa, sostanzialmente anticostituzionale, varata da Maroni per modificare la Sanità lombarda. È vero che riforma ha un significato letterale neutro, per cui anche i cambiamenti della natura dello stato di Hitler possono essere chiamati così. Io rimango più legato al termine di riforma applicato a cambiamenti di natura progressista che aumentano i diritti dei cittadini e vanno verso un loro miglioramento. Quindi in genere parlo di controriforma Maroni. Questa manovra ha profondamente destrutturato la Sanità Lombarda, salvaguardando in primis, anzi aumentandoli, i posti di Direzione di nomina politica. Per dare un esempio le ASL avevano 4 direttori (Generale, Sanitario, Sociale e amministrativo) ma gli ospedali avevano solo 3 direttori: mancava quello “sociale”; ora sia le Agenzie di Tutela della Salute (ATS), un po’ meno numerose delle vecchie ASL, che le Aziende Socio Sanitarie Territoriali (ASST), un po’ più numerose delle Aziende ospedaliere, hanno quattro direttori. Quindi nel totale i posti che la politica può dividersi sono complessivamente aumentati! Ma questa è la parte meno grave! Ci sarebbe molto da dire, ma forse qui ritengo opportuno citare alcuni fatti: i distretti di fatto, come previsti dalla normativa nazionale, non esistono più. Esistono solo nella ATS e corrispondono alle ASST. Ma hanno natura completamente diversa. Non gestiscono alcun Servizio. Le ASST, come quella nostra dei Santi Carlo e Paolo, gestiscono gli ospedali e tutte le attività di prevenzione, diagnosi e cura dirette alle persone singole (dalle vaccinazioni alla riabilitazione) nel territorio, ma in realtà la Regione Lombardia non ha dato alcuna organizzazione se non la previsione di presidi ospedalieri territoriali a altre strutture, ancora in gran parte sulla carta. La Sanità territoriale è rimasta ancella dell’ospedale e non parte fondamentale di una rete sanitaria di cui l’ospedale è una parte importante per specializzazione, intensità di cura e formazione.

Inoltre, non vi è alcuna formale previsione di un programmazione territoriale e ospedaliera. La proposta di cui si parla ultimamente, il nuovo ospedale previsto in Ronchetto dei Navigli al posto del San Carlo e del San Paolo, non è all’interno di una valutazione epidemiologica delle priorità e delle necessità di un territorio, ma solo frutto di valutazione prettamente economiche, scevre di veri riferimenti alla situazione locale e dell’intera area della città metropolitana.

I disservizi dell’assistenza socio sanitaria, i cittadini di Milano e del nostro municipio (7 ndr) li sentono già ora con i due ospedali ancora esistenti: tempi d’attesa, riduzioni delle sedi, impossibilità di interagire tramite le istituzioni comunali con la ASST Santi Carlo e Paolo. Peraltro la controriforma Maroni ha spostato l’interlocuzione con le istituzioni a livello della ATS di Milano e città metropolitana, con il potere decisionale sanitario ben ancorato in giunta regionale. Alla faccia del Sindaco che è e rimane Autorità Sanitaria Locale.

Il bacino di utenti (quantificazione?) come verrebbe investito dalla chiusura dei due ospedali e l’apertura di una nuova struttura? La razionalizzazione in che direzione va (posti letto, prestazioni, picchi di affluenza, categorie fragili bambini e anziani)?

Il bacino d’utenza dei due ospedali è enorme. Dobbiamo pensare che per quanto riguarda la sola Milano esso comprende sicuramente la zona 6, 7 e gran parte della 8 (il gallaratese tutto). A questo bisogna aggiungerei i Comuni limitrofi a partire da Settimo, Corsico, Buccinasco, Rozzano e altri. E qui parliamo di alcune centinaia di migliaia di abitanti.

Il problema non riguarda, se non marginalmente, il numero dei posti letto, che verrebbero ricreati a pochi km dal San Paolo, ma tutta la rete dei servizi per i cittadini che persistono attualmente, o nel tempo sono stati accorpati nella sede dei due ospedali in dismissione.

I cittadini hanno perso sedi di erogazione dei servizi territoriali (pensiamo al poliambulatorio di via Novara, ad esempio), accorpati all’interno delle sedi degli ospedali. Tutti questi servizi poliambulatoriali e sociosanitari finiranno in blocco a Ronchetto dei Navigli? Per i posti letto per acuti non sarebbe un grave problema, ma per tutta l’attività territoriale già in difficoltà questa è una ipotesi da scongiurare. Ma se la Regione pensa, come dichiarato dall’assessore Gallera della Regione (FI), di cedere le due strutture come compensazione per gli investimenti, al momento non è dato sapere cosa succederà di loro.

L’opposizione, di centrodestra, in consiglio comunale di Milano, aveva presentato una proposta di cambiare la destinazione d’uso non solo dell’area di Ronchetto dei Navigli ai fini della costruzione di presidi sanitari ma anche di variare anche in commerciale le aree dei presidi in essere. Tale proposta è stata bocciata dal Comune, che la ha subordinata ad una valutazione epidemiologica delle necessità sociosanitarie del territorio ed ad una contestuale realizzazione di quanto previsto dalla stessa valutazione. Meno male! Al momento infatti né Regione Lombardia, né ATS Milano né ASST hanno presentato alcuna valutazione in tal senso, che peraltro a tuttora non risulta neanche presente.

La realizzazione del progetto al momento ha una sua giustificazione sostanziale legata alla necessità di costruire un ospedale a Milano avanzato dal punto di vista tecnologico, che tenta di tenere testa alle previsioni di creazione da parte del privato di nuovi ospedali tecnologicamente allo stato dell’arte.

A ciò si aggiunga che oramai la letteratura ritiene che la vita media di un ospedale non raggiunga i 30 anni e che i due ospedali da dismettere sono difficilmente e con costi enormi adattabili alle necessità di una moderna Sanità pubblica. Peraltro i due ospedali dovranno comunque essere sottoposti a rilevanti interventi manutentivi nelle more della costruzione del nuovo. Quindi è chiaro che non si può essere a priori contrari alla costruzione di Ospedali idonei al trattamento corretto della popolazione. Rimane però altrettanto stringente il problema legato al che fare dei vecchi (a Legnano e Garbagnate gli ospedali dismessi hanno di fatto rappresentato situazioni di abbandono), ma soprattutto del mantenimento di una efficiente organizzazione territoriale atta a garantire i bisogni della popolazione. Ad oggi, anche “grazie” alla già citata controriforma Maroniana, la situazione è già deficitaria ed in peggioramento a prescindere del progetto di cui si sta discutendo.

Si è fatta una ricognizione sull’attuale situazione dei servizi, grado di benessere e soddisfazione dell’utenza? Quali esigenze sono state rilevate?

No , come già detto. Il Consigliere Comunale Rosario Pantaleo è l’unico che ha fatto, nella mozione che lo stesso ha presentato su questo progetto, una ricognizione dei Servizi sanitari e sociosanitari esistenti (senza però entrare nel merito del loro funzionamento, ndr) chiedendo che fossero almeno mantenuti. Dalla Regione Lombardia nulla ancora.

Si prevede una consultazione con la popolazione?

Al momento non è prevista dalla Regione, ma ritengo utile che tale consultazione venga fatta e che passi attraverso le associazioni dei cittadini, le organizzazioni sanitarie ma soprattutto nei Municipi milanesi interessati e nei Comuni coinvolti. Ma questa è una nostra richiesta. La consultazione dovrà essere conquistata dai cittadini e passare da forme condivise formali. Non ci si può fermare a raccolta di firme. Bisogna fare in modo che venga istituita una commissione con poteri decisionali degli Enti interessati (Regione Comuni, municipi e associazioni).

Il San Carlo è un presidio ospedaliero fondamentale per la salute delle donne, in particolar modo per l’applicazione della 194, che prevede anche uno dei pochi percorsi post-IVG proposti alle donne. Con un’unica struttura quali prospettive ci sarebbero?

La risposta a questa domanda segue il problema generale. Formalmente non si sa se e cosa dovrebbe cambiare e come. Questo è inaccettabile.

Stesso discorso vale per i consultori territoriali di pertinenza dei due ospedali che dovrebbero chiudere, per i quali al momento non sono previste ipotesi di rilancio e di riqualificazione sostanziale in termini di personale e dotazione tecnica.

Servizi di assistenza sanitaria di base (medico di base e guardia medica, ambulatori) inesistenti o di qualità bassa, tale da vedere spesso i P.S. come unico presidio funzionante (soprattutto per rispondere alle peculiari esigenze di bambini e anziani). Come si può gestire il flusso in un unico ospedale, considerando che in aree altrettanto vaste e popolate non è prevista una gestione di questo tipo. Si prevede un incremento delle convenzioni con il privato?

Anche questa problematica non è stata approfondita e merita una attenta discussione con la Regione secondo le modalità già dette. L’assistenza di base, con la cosiddetta guardia medica, è uno dei campi in cui il SSN è più in difficoltà e questo si ripercuote sul funzionamento degli ospedali. Ovviamente anche questo fa parte dell’analisi dei bisogni delle popolazioni interessate. Ma indica anche come sia assurdo progettare interventi quali quelli di cui parliamo, al di fuori di una seria valutazione dei bisogni delle popolazioni di tutta la Lombardia. Basti pensare che l’ultimo piano regionale di riorganizzazione degli ospedali è del secolo scorso (approvato con L.R. 3 settembre 1974 n.55 ). Appare ovvio che se il progetto va avanti così com’è previsto da Regione Lombardia, il rischio di un aumento di convenzioni con il privato è reale.

Assistenza sanitaria di base, servizi ambulatoriali e consultoriali. Criticità e punti di intervento. Carenze, disservizi, tempi di attesa: quali priorità e su quali leve puntare per risolvere questi problemi?

Questa domanda è cruciale, meriterebbe una approfondita valutazione, necessita di uno spazio ad hoc, con il coinvolgimento di più competenze. Ma indubbiamente vuol dire affrontare il punto in cui siamo arrivati, in uno dei Servizi Sanitari Nazionali più efficaci del mondo e di cui sono fiero, ma che proprio su questi punti ha le sue peggiori criticità.

A fronte della chiusura dei due ospedali, occorre in parallelo assicurare al territorio dei servizi di qualità e realmente in grado di gestire le più basilari esigenze. Quindi, evitare il pellegrinaggio tra una struttura e l’altra per avere diagnosi e terapia. Pensiamo per esempio in periodi di picco dell’influenza (critici per alcune categorie). Quindi qualità significa avere personale e strumenti adeguati. Significa prevedere a livello territoriale posti letto che vanno oltre il day hospital. Che margine c’è per assicurare tutto ciò? Stiamo andando verso un sistema sanitario pubblico universale in via di dismissione?

Come dicevo prima il nostro è ancora un Sistema Sanitario molto buono. In Regione Lombardia è sopravvissuto malgrado Formigoni, grazie alle pregresse capacità degli operatori ed alle tradizioni della Sanità lombarda. Con la controriforma Maroni, inopinatamente avvallata dal Ministro Lorenzin, e con i sempre più ridotti finanziamenti (da anni il SSN è sottofinanziato) e con il conseguente aumento della spesa dei privati, il suo universalismo è messo seriamente in discussione. Il mio timore è che se permettiamo ad una Sanità privata di avere eccellenze che il pubblico non ha o apriamo ad altre forme di finanziamento di tipo assicurativo, come prospettato anche da alcune parti sindacali e politiche, la dismissione del sistema sanitario pubblico sia alle porte.

Nel frattempo è arrivato un comunicato dell’assessore al Welfare della Regione Lombardia Giulio Gallera, che, a margine del sopralluogo all’ASST dei Santi Paolo e Carlo con la direzione strategica coordinata dal direttore generale, Matteo Stocco, ha precisato che:

“Il San Carlo non corre nessun rischio di chiusura”, spiegando che l’ospedale “è e rimarrà un polo di riferimento per il territorio, anche dopo la realizzazione dell’ospedale unico, con la riqualificazione di alcuni edifici esistenti e ulteriori servizi specifici che saranno definiti nel dettaglio. Gli allarmismi sono infondati e fuorvianti”.

“A breve – ha aggiunto Gallera – formuleremo una proposta operativa al Comune e al Municipio 7 per la declinazione dei servizi e degli spazi che dovranno essere specificati sulla base dei nuovi bisogni e delle nuove esigenze di carattere socio sanitario. Siamo inoltre in fase di definizione dell’Accordo di programma per la realizzazione del nuovo ospedale unico e presto trasmetteremo al Comune di Milano il piano dettagliato dell’operazione. Non possiamo permetterci di interrompere la corsa all’innovazione che si concretizza con la realizzazione di un nuovo presidio moderno e funzionale, strutturato sulle eccellenze dei due poli esistenti. Ma non saranno smantellati i servizi ad esempio legati alla cronicità, a beneficio dei cittadini che animano questo popolato quartiere di Milano accanto al San Carlo”.

L’assessore ha inoltre confermato gli impegni finanziari che prevedono investimenti pari a 29 milioni di euro complessivi per dotazioni tecnologiche moderne e adeguamenti strutturali degli ospedali dell’Azienda dei Santi Paolo e Carlo.

Sarà tutto da verificare, perché simili affermazioni trovino concretezza e non restino parole sospese per aria, anche perché è chiaro che senza garanzie di una continuità assistenziale territoriale di qualità, potrebbe essere in salita anche la concessione comunale dell’area nel PGT. È proprio in vista di un lavoro di riprogettazione dell’assistenza che occorre cogliere questo momento, soprattutto per quanto concerne anche i poliambulatori e consultori nelle aree periferiche: specialità e servizi di base realmente di buon livello.

La brillante Sanità Lombarda ci dà ulteriormente prova di una mancanza di visione non solo strategica, programmatica, ma anche analitica dei fabbisogni del territorio, interessata più che altro a “razionalizzare” e a risparmiare.

Come cittadina, auspico che si colga questo momento, in chiave di opportunità per avviare un iter di ascolto dei cittadini, degli utenti, un dovere per ogni amministratore pubblico. Ciò che sinora è mancato, si deve tornare a rivendicarlo, come unica strada per non trovarci in pochi anni con in mano le briciole di un sistema sanitario pubblico e universale.

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#DdlPillon. Abbiamo bisogno di resistenza per non perdere la speranza


Lo scorso 2 ottobre si è tenuta la prima riunione del neonato Comitato NoPillon di Milano. Ciò che è importante in questa fase politica è che vi siano tracce di mobilitazione, che ci si trovi attorno a una causa e che si abbia la forza per contrastare venti che potrebbero riportarci nel passato.

Non farò una cronaca passo passo, né in ordine cronologico degli interventi, ma mi preme evidenziare ciò che di buono ho portato a casa e da cui partire.

Positivo che l’obiettivo comune e unanime sia quello di ottenere il ritiro del ddl 735.

Parto dall’intervento vibrante e caloroso di Laura Boldrini. Mai come adesso mi è sembrato necessario il suo richiamo all’unità delle donne, alla non divisione e dispersione in mille rivoli che non collaborano fra loro, alla necessità del femminismo da praticare tutti i giorni. Occorre una mobilitazione per riuscire a parlare con una sola voce a questo attacco globale alle donne, avviando una stagione di resistenza, esercitando un ruolo attivo, la responsabilità di cambiare, attraverso una nuova rivoluzione femminista. Una conditio sine qua non per non tornare indietro. Boldrini parla giustamente di segnali che denotano l’avanzare di una ideologia oscurantista, su più temi. Il senatore Pillon non è un caso isolato, circoscritto, espressione di una tendenza, ma gode di un nutrito sostegno proprio all’interno del Governo. La formazione dell’esecutivo, con i numeri che non assicurano parità di genere, è la rappresentazione plastica di un Governo più simile a quello di Kabul che di Madrid. Un governo del “cambiamento talebano”. Questo ddl esprime una visione maschilista del matrimonio e della genitorialità, con minori che diventano pacchi postali, non interessa il loro benessere, con l’ossessione di mantenere unita la famiglia ad ogni costo, perché avviare la separazione diventerebbe un percorso a ostacoli. È chiaro che in parallelo si prospetti anche una maggiore difficoltà per le donne che desiderano separarsi per allontanarsi da situazioni di violenza domestica. Visto che la maggior parte dei femminicidi avviene quando la donna pone fine alla relazione, chiede il divorzio, Pillon risolve questo problema non permettendo più che le donne escano dalla famiglia. “Le donne devono stare zitte e a occhi bassi”. Le donne sono sempre state sottomesse, umiliate, picchiate: non sembrerebbe proprio il caso di cambiare secondo i fautori del ddl. Occorre diffondere informazioni, sensibilizzazione dappertutto, perché le persone non sono consapevoli di quanto questo ddl vorrebbe introdurre. È necessario arrivare a tutte le donne, anche a coloro che non vedono le discriminazioni. Fa bene Boldrini a ricordare la vicinanza di Salvini ad Orban, all’ossimoro della “democrazia illiberale”. Il modello corrente è questo, qualcosa che è contro tutti i principi di uno stato di diritto. Come donne dobbiamo esigere rispetto, ciò che ci spetta.

Manuela Ulivi di Cadmi interviene evidenziando le conseguenze nefaste di una mediazione familiare obbligatoria, richiamando anche l’esplicito divieto della Convenzione di Istanbul in casi di violenza. Appare evidente come spesso i tempi per l’accertamento della violenza in sede penale non collimino con quelli dell’iter civile di separazione. Motivo per cui sarebbe troppo alto il rischio a cui si esporrebbero le donne se questo ddl dovesse essere approvato. Si va verso una privatizzazione dei diritti, le parti trattano ma quasi mai sono sullo stesso piano, questo è innegabile, soprattutto dal punto di vista economico. Chi ha maggiori risorse potrà permettersi i professionisti e i consulenti migliori e quindi otterrà maggiori benefici. Si ha come l’impressione che si voglia pesantemente condizionare l’altro genitore. Viene ricordato il funambolesco strumento del piano genitoriale in cui i genitori dovrebbero accordarsi su frequentazioni parentali e amicali, percorsi di studio, attività, vacanze dei figli: con un probabile aumento del conflitto. Questo ddl inoltre manipola la causa di pericolo per il minore che prevede l’uso di ordini di allontanamento dal soggetto che ne è la fonte, introducendo nel nostro ordinamento l’aspetto dell’alienazione (causa di pericolo). Se la persona che chiede protezione non può, non riesce a dimostrare la violenza, il rischio è che si affidi al minore proprio al soggetto che la agisce, con la previsione dell’inversione della residenza.

 

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La vicenda di Jessica porti a migliorare la rete di sostegno per le donne in difficoltà


Riavvolgiamo il nastro. Non potremo riportare in vita Jessica Faoro, ma qualcosa possiamo fare, per non lasciare che la sua storia venga facilmente rimossa, manipolata, deformata e dimenticata. Perché dall’esperienza di Jessica possano migliorare i sostegni alle donne, tutte. Sembra che qualcosa non abbia funzionato, visto che qualcuno ha pensato che tutto sommato se la sarebbe dovuta, potuta cavare da sola. Da sola con il suo bagaglio di difficoltà, senza sostegni capaci di aiutarla a dare il giusto valore alla propria esistenza. E dire che anche questa è violenza. 

Jessica, come chissà quante altre giovani ragazze, in una città come Milano che a quanto pare rivela alcune criticità nei confronti di persone, dai percorsi complicati o dalle fasi di vita delicate, prive degli strumenti idonei a superarne le avversità. Jessica, sin da piccola allontanata dai genitori e poi succube della prassi consuetudinaria di affidi, case famiglia o comunità familiari, fino alla casa dell’associazione Fraternità, in via Rutilia 28 a Milano, come ricorda un suo ex compagno di scuola in una dichiarazione riportata in un articolo di Milano Today del 7 febbraio 2018. Questa comunità, tuttora parte della rete cittadina e regionale delle comunità familiari, sembrerebbe abbia ospitato Jessica minorenne durante la sua gravidanza. 
Poniamoci per un attimo qualche semplice domanda. Come vi è arrivata e cosa è successo lì? Quanto ha inciso questo ulteriore elemento, la decisione di portare avanti la gravidanza e di dare in adozione la figlia? Quanto una vicenda del genere ha minato un equilibrio di vita già complesso? Questa giovane donna avrebbe dovuto essere seguita attentamente e costantemente sia per darle un sostegno materiale, ma soprattutto psicologico, per offrirle una e più opportunità di riscatto, per raggiungere un’autonomia e serenità di vita. Una gravidanza non è mai una fase semplice, anche in condizioni ideali e con un contesto sereno, immaginiamoci se ci si ritrova ad affrontarla da adolescenti (sembra che la bambina oggi abbia 3 anni), quando si è una giovane donna che spera di costruirsi un’esistenza diversa rispetto a quella che aveva conosciuto sino ad allora. 


Cosa ha reso impossibile a Jessica la realizzazione dei suoi sogni? Cosa è successo dentro e dopo l’uscita dalla comunità, particolare più volte citato dai media? Cosa provava? Chi la seguiva, oltre agli adempimenti burocratici e di routine, si è attivato per non lasciarla sola ad affrontare questa difficile fase, l’ennesima? E seppure dal punto di vista “formale” sembrerebbe che non ci sia state inadempienze da parte dei servizi sociali, occorre sondare ciò che non ha funzionato. Tale genere di constatazione se lo pone anche don Gino Rigoldi, che pure ha ospitato per un determinato periodo Jessica in una sua comunità e successivamente le aveva trovato alloggio presso la casa di una signora (intervista Corriere della Sera del 15 febbraio 2018), perché qualcosa è sicuramente andato storto visto che è stata costretta ad accettare l’offerta di ospitalità dell’uomo che poi la ha uccisa. Don Rigoldi afferma in una intervista su Panorama del 14 febbraio 2018: “ce la potevano fare. Perché quando gli adolescenti sono seguiti, anche i più difficili si possono salvare.” Questa ragazza già da anni era costretta a barcamenarsi tra varie forme di alloggio precario, tra cui anche il centro di emergenza sociale di via Lombroso dove era stata nel 2016, come riporta un articolo su Il Giorno del 10 febbraio 2018. 
La giustizia penale farà il suo corso, comminando la giusta pena all’uomo che l’ha barbaramente uccisa con 40 coltellate. Dovrà pagare per questo orrore, per la violenza terribile con cui ha strappato la vita a una giovane donna. Ma a Jessica e a tutte le ragazze come lei dobbiamo anche altre risposte. Dobbiamo effettuare una puntuale ricostruzione dei fatti, dei passaggi di vita, della sua esperienza in comunità, del suo percorso alla ricerca di punti di riferimento, affinché altre donne non restino sole e alla mercé del caso. Non possiamo sperare che le cose si aggiustino, è necessario capire che dopo tutta la vita passata in balia dei servizi sociali e di situazioni temporanee, precarie e anaffettive, non è semplice affidarsi, trovare da sole la strada giusta, ristabilire un equilibrio, fare le scelte adeguate, accogliere le proposte di sostegno sperando che funzionino. 
Proviamo ad immaginare un’adolescente in balia di sé stessa, sola, sfiduciata, impaurita di fronte alle difficoltà della vita, eppure desiderosa di viverla. Forse è giunto il momento di chiederci cosa accade a tante bambine che diventano donne in questo tipo di contesti, per tentare di cogliere empaticamente i loro bisogni ed in tal modo creare le condizioni di un rapporto di fiducia piena in chi è istituzionalmente deputato a supportarle. Pensiamo che Jessica abbia lanciato vari segnali di richiesta di aiuto, aveva anche, per esempio, segnalato ai Carabinieri i comportamenti molesti dell’uomo che l’ha poi uccisa, cosa è mancato perchè si intervenisse adeguatamente per tempo? Indagare sul “prima” potrebbe essere di aiuto a tante donne e bambine in difficoltà che rischiano di trovarsi catapultate in un futuro ancora più disgraziato. 
Crediamo che dobbiamo farlo per onorare la voglia di vivere che aveva Jessica. Le cose si possono cambiare. Questo è un appello alle istituzioni, alle associazioni e a quanti sono preposti al sostegno di chi sia priva dei mezzi fondamentali per vivere dignitosamente. Riusciamo a mettere al centro la vita delle donne, tempestivamente, prima che sia troppo tardi, dando loro il giusto ascolto e supporto? Riusciamo a cambiare le prassi per dare una vita migliore alle donne in difficoltà che non devono essere lasciate sole in nessun caso? Costruiamo una rete di sostegno concreto, correggiamo ciò che non funziona bene, tuteliamo i loro diritti, accompagniamole verso percorsi di autonomia e di vita dignitosa. 
L’assessore Majorino ha comunicato in un suo post su Facebook del 15 febbraio 2018 che il Comune di Milano si fa carico dei costi del funerale e conferma la volontà di costituzione di parte civile. Aggiunge altresì: “Sapendo che la storia di Jessica non ci parla solo di un terrificante carnefice e di una giovane vita spezzata ma di tanti tentativi fatti per aiutarla che sono andati a vuoto. Tentativi su cui dobbiamo interrogarci, inevitabilmente, anche noi.” 
Non fermiamoci, è necessario non solo interrogarci ma invertire la rotta concretamente, per tutte le Jessica che possiamo ancora sostenere e accompagnare per mano verso un domani diverso e migliore.

Di Maddalena Robustelli e Simona Sforza
Pubblicato su Noi Donne il 16 febbraio 2018

***

Fonti:

http://www.milanotoday.it/cronaca/omicidio/jessica-valentina-foaro-alessando-garlaschi.html

https://www.panorama.it/news/cronaca/don-rigoldi-racconta-la-jessica-che-conosceva/

http://milano.corriere.it/notizie/cronaca/18_febbraio_15/milano-omicidio-via-brioschi-don-gino-rigoldi-jessica-andava-salvata-non-si-drogata-ne-venduta-787c931c-1219-11e8-a023-7bfc9b2e7eeb.shtml

https://www.google.it/amp/www.ilgiorno.it/milano/cronaca/uccisa-coltellate-1.3715598/amp

https://m.facebook.com/story.php?story_fbid=10156033589772510&id=533282509

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#25novembre La strada è ancora lunga

 

Mi dispiace essere confermata dai fatti. Mi dispiace dover constatare che avevo visto giusto. Dopo un anno si sono materializzati tutti i miei timori.

Nell’ottobre 2016 avevo espresso i miei dubbi in merito a una proposta che Emilio Maiandi, presidente della commissione 4 del Municipio 7, aveva presentato come tematica di approfondimento in occasione del 25 novembre. Nel dettaglio si trattava di un evento che si occupasse dell’assenza di supporto nella maternità come forma di violenza. A ottobre 2016 se ne parlò brevemente e genericamente in commissione, senza un reale approfondimento.

Le mie preoccupazioni si sono materializzate il 20 novembre, quando a margine della seduta del Consiglio di Municipio 7 ho scoperto che per il 25 novembre 2017 si è organizzato un evento dal titolo: Lo sguardo di una madre.

Per questo 25 novembre, Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, istituita dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite nel 1999, nata per sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema, la giunta del municipio 7 delibera, senza coinvolgere la commissione competente in materia, le associazioni e i gruppi del territorio, come accadeva in passato, l’organizzazione di una iniziativa in cui si invita il Centro Ambrosiano di Aiuto alla Vita e il Movimento per la Vita. Dalla locandina si evince che 4 uomini, cosa molto consueta ma non per questo accettabile, parleranno di maternità, di donne, di diritti delle donne. Ci risiamo, sui corpi e sulle scelte delle donne, parlano gli uomini. Un centro di aiuto alla vita entra nelle istituzioni e per il 25 novembre si devia l’attenzione dagli obiettivi specifici e propri della Giornata e si affronta un tema che è importante, ma che non può avere un unico interlocutore, un unico punto di vista, oltretutto fortemente schierato. Questa è manipolazione. La violenza di genere è un fenomeno ben preciso, che non va confuso e strumentalizzato per altri fini.

Il minestrone non aiuta, anzi pericolosamente sminuisce e fa azione di disturbo. Si sposta l’attenzione altrove. A mio avviso, i problemi legati alla maternità fanno rima con discriminazioni, con disparità, con diritti affievoliti, con precarietà. Il mancato sostegno alla maternità è frutto di una mentalità che considera il lavoro di cura qualcosa di scontato, gratuito e un welfare sostitutivo. La conciliazione e la condivisione sono temi della genitorialità, non solo in capo alle donne, alle madri. Trovo importante parlare dei supporti alla maternità, ma aggiungerei sempre la parola “consapevole”. Purtroppo non possiamo ignorare la crescita esponenziale delle gravidanze precoci, precocissime, che in condizioni socio-economiche-culturali difficili e di disagio, possono innescare processi cronici, difficili da interrompere. Quindi occorre intervenire per garantire una educazione che prevenga questo e aiuti le donne a scegliere consapevolmente quando, come e se diventare madri. Contraccezione, conoscenza e cura del proprio corpo: non concentrarsi unicamente sul mito della maternità, sarebbe un passo importante. Un figlio non è qualcosa di monetizzabile, non basta un bonus o sostegni caritatevoli per crescere bene un figlio. Non permettiamo che si faccia pressione colpevolizzando le donne affinché portino avanti la gravidanza.e che la questione venga affrontata invitando un unico soggetto come interlocutore, che rappresenta una realtà di stampo confessionale, con un approccio ben preciso. La scelta di una donna di interrompere la gravidanza non può essere forzata e condizionata da organismi esterni, perché si è genitori per sempre e questo tipo di pressioni possono pregiudicare per sempre lo sviluppo della vita di una donna.

Quella prevista per il 25 novembre in Municipio 7 è una iniziativa a senso unico, che ospita di fatto una sola realtà, che tra l’altro non rispetta pienamente l’autodeterminazione delle donne, che è marcatamente contro un diritto previsto da una legge dello Stato italiano, la 194/1978, una realtà no-choice, che dichiaratamente interviene in un momento delicato e rischia di colpevolizzare le donne e le loro scelte. Nel sito si legge:

“Il CAV Ambrosiano nasce a Milano nel 1980 dalla volontà e dall’impegno di alcuni volontari , a favore della vita nascente, contro l’aborto, al fine di rimuovere quei condizionamenti interni ed esterni che le donne sole e in gravidanza spesso percepiscono come insormontabili.”

L’unica che ha diritto di scegliere e di valutare è la donna in piena autonomia, senza pressioni, da qualunque versante provengano.

Il tutto avviene il 25 novembre, giornata dai temi ben precisi, ma evidentemente non colti dalla maggioranza municipale. L’iniziativa è stata costruita senza possibilità di contraddittorio, senza una sola voce che parli di contraccezione e di modalità prevenzione delle gravidanze indesiderate, un percorso educativo che riguarda entrambi i sessi.

Rimarco il fatto che dalla locandina si evince che gli organizzatori e i relatori sono tutti uomini. Noi donne non abbiamo voce. Noi donne impegnate da anni su questi temi non siamo ascoltate e soprattutto questo mi sembra un pesante schiaffo in una giornata in cui dovrebbero essere ben altri i focus e soprattutto le modalità di approfondimento e di confronto. Uno spot molto pericoloso, senza un barlume di laicità, un valore fondamentale. Altro che cultura del rispetto, siamo proprio allo sbeffeggiamento di lotte di decenni. La legge 194 nel 2018 compie 40 anni e non gode di buona salute. Che senso ha chiedere più consultori pubblici e laici se poi si fa pubblicità a questo genere di movimenti all’interno di pubbliche istituzioni?

Le ripercussioni di gravidanze indesiderate portate a termine con pressioni di vario tipo spesso sono molto gravi, con cicli di disagio multiforme che rischiano di non interrompersi, ai danni non solo delle donne, ma soprattutto dei figli. Per chi conosce la realtà e il territorio è evidente che abbiamo un problema, una sottovalutazione delle conseguenze.

In questo clima mi spiace registrare che la mozione urgente presentata proprio ieri da Federico Bottelli, non raggiungendo il numero di firme sufficienti, non viene nemmeno votata. Tale mozione sollecitava il municipio a “promuovere e realizzare iniziative volte a ridurre il fenomeno della violenza di genere e sensibilizzare la cittadinanza e in particolare gli studenti delle scuole secondarie di secondo grado del Municipio 7 sul tema delle violenze di genere” e di esaminare la proposta protocollata per una targa contro la violenza sulle donne. La mozione non ha raggiunto i 2/3 delle firme dell’assemblea, raccogliendone solo 10, con il parere favorevole dei consiglieri del PD e del M5S.

La maggioranza presente in consiglio in massa ha deciso che fosse sufficiente l’iniziativa sulla maternità, calata dall’alto dalla giunta, monodirezionale e chiaramente priva di una reale possibilità di interlocuzione utile.

La mozione Bottelli verrà ripresentata con una nuova formula in commissione 4.

Nell’iniziativa municipale non vi è traccia di uno degli scopi fondamentali del 25 novembre: informare e sensibilizzare sulla violenza di genere.

Evidentemente si preferisce adoperare questa giornata per fare propaganda su altro, nessuna traccia di contrasto agli stereotipi, ai ruoli segregati per genere e a meccanismi relazionali nocivi.

Sembra di essere in pieno medioevo e soprattutto sulle scelte delle donne sono ancora una volta degli uomini a discettare e a tracciare la via.

Sui nostri corpi sono ancora gli uomini a decidere. Paradossale che nel 2017, in occasione della Giornata del 25 novembre, le donne vengano adoperate all’occorrenza, strumentalizzate per veicolare messaggi con lo sguardo indietro e per ribadire che noi donne siamo incapaci di scelte autonome, abbiamo bisogno di “guide” maschili, che ci aiutino a scegliere come loro desiderano. Paradossale che non vi sia spazio per ciò che le donne pensano, il loro pensiero viene ancora una volta silenziato, subordinato a una interpretazione maschile. C’è una preoccupazione di controllare le donne, come se non fossero individui, esseri umani pienamente consapevoli e in grado di autodeterminarsi. Abbiamo l’impressione che l’assenza di donne nell’iniziativa municipale sia un segnale non casuale, ma indichi ancora una volta la mentalità secondo la quale non è bene che le donne parlino per se stesse, senza intermediari. Sempre sotto tutela di un padre, di un marito, di un fratello. Mai autonome, mai pienamente capaci. Forse perché non emerga che le donne reali, non quelle dipinte da certi ambienti, non vogliono essere ridotte a mere fattrici e ai ruoli/comportamenti codificati nei secoli dagli uomini.

Se questa non è violenza…

Dovremo con forza tornare a lottare per rivendicare rispetto per i diritti delle donne, in tutte le loro declinazioni, sottolineando innanzitutto DONNE, non macchine da riproduzione. Abbiamo avuto la conferma, qualora non ne fossimo sufficientemente consapevoli, che la strada è ancora lunga.

 

 

Il mio comunicato stampa lo trovate qui.

 

 

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Interconnessioni che ci riguardano #20maggio

“A feminist is anyone who recognizes the equality and full humanity of women and men.” Gloria Steinem and Dorothy Pitman Hughes 1971

 

Non è sufficiente una sola giornata, ma è necessario ribadire l’importanza di una attenzione e di un impegno tutto l’anno. Sabato ci sarà la manifestazione “20 maggio senza muri” promossa dal Comune di Milano e da altri soggetti, riprendendo la marcia di Barcellona della sindaca Ada Colau.

In quella giornata manifesteranno anche le realtà che aderiscono alla rete “Nessuna persona è illegale” per portare un messaggio che integri cultura e azione pratica e quotidiana di dialogo e di accoglienza, affinché le politiche sulle migrazioni siano articolate diversamente, affinché si comprenda che l’arrivo di questi nuovi cittadini e cittadine sia una grande opportunità per il nostro Paese.

Se non abbandoniamo l’idea di un approccio incentrato esclusivamente su prassi securitarie che sono tanto in voga, avremo solo alimentato le posizioni xenofobe e di esclusione. I diritti umani non possono avere vuoti o sospensioni o eccezioni. Leggi come la Bossi-Fini, legge Minniti-Orlando o la scelta di non garantire l’appello ai richiedenti asilo non vanno nella direzione di assicurare tutele e diritti certi e uguali per tutti. Così pure i contenuti del Regolamento di Dublino per quanto riguarda le competenze in merito alla domanda di asilo (Paese di arrivo). Si separa, si creano differenti trattamenti e diversi gradi di tutela dei diritti.

Vi invito a riflettere su questa dichiarazione contenuta nell’appello  Nessuna persona è illegale:

“Non riconosciamo la distinzione tra autoctoni e immigrati, tra regolari e irregolari, tra rifugiati e migranti economici, perché i problemi degli uni e degli altri non sono diversi e contrapposti ma collegati: i temi del lavoro, del reddito, della precarietà, dell’istruzione e formazione professionale, della casa, della salute, accomunano tutte e tutti, e non ammettono che soluzioni condivise.”

Se riuscissimo ad assumere questa ottica, eviteremmo anche quella lotta per le briciole che tanto avvantaggia destre e leghe. Soprattutto eviteremo atteggiamenti ipocriti e che discriminano.

Ipocrisia che si è di recente tradotta anche nel fatto che in tanti non hanno preso posizione pubblicamente in occasioni recenti come l’operazione di polizia in Stazione Centrale o riguardo alle esternazioni di Debora Serracchiani. Debolezza, connivenza, indifferenza, muoversi solo se necessario o di qualche utilità personale, esplicitare le proprie opinioni solo se non è troppo pericoloso per il proprio percorso futuro.

Ecco da tutto questo atteggiamento prendo le distanze.

Vogliamo chiedere maggiore trasparenza e chiarezza nella gestione dei servizi di accoglienza? Isola di Capo Rizzuto non è un caso eccezionale. Purtroppo sulla pelle dei migranti si costruiscono business e si consentono infiltrazioni mafiose. Vogliamo occuparci di questo seriamente e sistematicamente? Vogliamo aprire gli occhi su cosa accade? Insabbiare per anni i dossier in attesa di qualche indagine della magistratura non è accettabile. Mi rendo conto che sono temi scomodi, ma non nascondiamoci dietro alla cruda realtà.

Perché non ci basterà prendere le distanze da un Salvini che parla di un programma di “pulizia etnica”. Non ci basterà marciare un giorno soltanto per chiedere una accoglienza che rispetti i diritti umani. Solidarietà e pari diritti. Non ci basterà trovarci attorno a un tavolo una tantum. Ciò che non avremo fatto e ciò che non avremo detto al momento opportuno segnerà la nostra attendibilità e onestà, la nostra posizione. La serietà del nostro impegno.

Militarizzare le città, affrontare le migrazioni in termini di costi, contenimento, rimpatri, questioni di decoro e ordine pubblici non ci servirà a niente. Occorre modificare l’approccio. Quella più volte messa in atto non è accoglienza e inclusione.

L’altro giorno un consigliere della Lega della mia zona raccontava delle “occupazioni” e delle “invasioni” prima di pugliesi e calabresi e oggi di egiziani e altre nazionalità. Questo dovremmo ricordarci, fino a ieri, cosa si diceva, cosa si argomentava e cosa oggi si ricorda e si ripete. Gli altri fino a ieri eravamo noi. Quindi chiediamoci il senso di azioni volte solo a creare spartiacque, muri, distinguo tra noi e gli altri.

Così come non possiamo girare la testa di fronte al fatto che sono donne e minori a pagare le conseguenze peggiori di queste migrazioni tra un muro e un recinto, tra frontiere e organizzazioni criminali, tra violenze e corpi che diventano merce. Le barriere e i ghetti servono solo ad alimentare queste pratiche, questi cicli, questi processi in cui gli esseri umani perdono diritti e diventano oggetti, da spostare, vendere. La vita deve avere sempre lo stesso valore, la sua garanzia per queste persone non può essere mutilata, interrotta.

“Secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni dei 37 mila nigeriani sbarcati in Italia nel 2016 (la nazionalità più numerosa) oltre 11 mila erano donne, l’80 per cento era destinato al marciapiede e quasi tutte venivano da Benin City. La strada è sempre la stessa, Benin, Kano, Zinder, Agadez, Gatrun, Sebha, Zuara e poi il mare. C’e anche una rotta che passa dal Mali, dove le ragazze vengono private dei passaporti, stuprate e vendute.” Questo è il vero volto della prostituzione in Italia, non quello edulcorato e patinato che alcuni chiamano sex work. Questi sono gli abusi che vivono le tante donne sfruttate e costrette nel mercato della prostituzione. E dietro la minaccia di riti voodoo passano sotto il controllo delle madame. Secondo Isoke Aikpitanyi, che ha raccontato la sua esperienza nel libro Le ragazze di Benin City e dirige l’associazione delle vittime della tratta, ci sarebbero circa diecimila «madame» in Italia.

Secondo i dati Onu si tratta di un giro d’affari annuo di oltre 228 milioni di dollari. A queste donne, a volte poco più che bambine stiamo rubando tutto.

Quando parliamo di migranti non perdiamo di vista questo sguardo, che non può essere neutro, ma deve contemperare le connotazioni e le visioni di genere, quanta violenza e discriminazioni attraversano le vite delle donne migranti.

La tratta di esseri umani a fini sessuali o lavorativi è un crimine contro l’umanità.

Insomma, non facciamo le solite passerelle, ma ogni tanto impariamo a prendere posizione, sempre, senza se e senza ma. Ogni tanto cercate di capire come vivono le donne nel nostro Paese, quanti ostacoli e muri quotidiani incontrano.

Ricordiamoci che nessuna persona è illegale. Nessuna donna è illegale. Tutte le donne sono esseri umani titolari di diritti, che devono essere rispettati, tutelati, nessuna deve essere trattata come un oggetto, un corpo, una merce, un numero.

L’oppressione, lo sfruttamento, le discriminazioni razziali e sessiste, sono fenomeni strettamente interconnessi, non sono “naturali”, ma costruzioni funzionali a un sistema di controllo che permea ogni aspetto delle nostre società, istituzioni, rapporti umani e cultura. È quello che ha cercato di indagare la sociologa francese Colette Guillaumin. Qui un articolo in cui si parla di questi aspetti: “sesso e razza non sono fatti di natura, precedenti alla storia, ma categorie politiche prodotte da specifici sistemi di oppressione – il sessismo, il razzismo – differenti e interconnessi, che impregnano tutti i rapporti sociali, le categorie mentali e istituzionali in vigore.” Sono strutture funzionali a un preciso assetto sociale e di potere.

Per questo sarò in marcia il 20 e sempre. Coerenza sempre.

 

Consigli di lettura:

http://www.ohchr.org/EN/UDHR/Documents/UDHR_Translations/itn.pdf

https://simonasforza.wordpress.com/2015/09/01/il-traffico-di-minori-dalla-nigeria/

https://simonasforza.wordpress.com/2015/04/17/il-silenzio-non-cambia-le-cose/

http://www.naga.it/tl_files/naga/NePILL%20def.pdf

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Perché è stata una giornata speciale

 

Una giornata speciale, come lo sono tutte le giornate in cui le donne si uniscono e condividono un cammino. Non è affatto semplice, a volte è difficile, arduo far coincidere pienamente orizzonti, obiettivi, pratiche e modalità, linguaggi, formule. La sintesi a volte sembra un obiettivo in salita e complicato, non sempre riesce. Ma alla fine quando ci si trova fianco a fianco, avviene uno scambio di energia positiva immenso, inimmaginabile se non ci si trova a viverlo. Perché le nostre vite, il nostro vissuto, il nostro sentire sono lì, una accanto alle altre. Siamo lì anche per chi non c’è più. Perché se siamo lì, conosciamo pienamente i motivi che ci hanno portate a manifestare, in una piazza che assomiglia sempre più alla nostra casa, perché ci è familiare, è accogliente e piena di calore e desiderio di non essere sole nella nostra lotta quotidiana. Con noi la molteplicità di ciò che siamo. Con noi, le nostre esperienze, che nel bene e nel male ci hanno rese le noi di oggi.

Una giornata speciale questo 8 marzo, che torna ad essere di lotta, privo di stanchezze e di memoriali stantii. Lo abbiamo vissuto, con uno sciopero che ognuna ha declinato come ha desiderato, in alcuni casi “adattandosi” alle circostanze di un mondo lavorativo terremotato nelle sue regole e nelle sue garanzie. Lo abbiamo riempito di senso. Nonostante le differenti opinioni su alcuni aspetti, hanno prevalso le motivazioni comuni. Lo abbiamo vissuto preparandoci insieme, a partire dalle donne dei quartieri in cui viviamo.

Ci siamo unite e qualcosa si è creato spontaneamente: per una parità piena (retributiva e di trattamento, accesso) nel mondo del lavoro, per una vita libera dalla violenza, per una piena garanzia dei nostri diritti sessuali e riproduttivi e per una tutela vera della nostra salute, per una eguaglianza che significa piena cittadinanza per tutte. Contro ogni discriminazione, che sia di genere, culturale, religiosa o etnica.

 

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Non chiederemo il permesso per mobilitarci. Mai.

Pubblico qui di seguito un post che ho pubblicato sul mio profilo Facebook. La risposta dell’Assessore la trovate in calce. Una pagina che mi ha lasciato tanto tanto amaro in bocca. Pensate che abbia avuto qualche ricaduta? Niente, nessuna scusa, nessun ravvedimento, nessuna conseguenza.

 

Sono un paio di giorni che ci penso su. Ho letto e riletto questo post dell’8 marzo dell’Assessore Pierfrancesco Maran:

“Finto sciopero. La metro é vuota ma va. Tutti in macchina spaventati da una mobilitazione indetta su una piattaforma di rivendicazioni risibile che squalifica il sindacato di base che l’ha proposta. Lo sciopero é uno degli strumenti più seri in mano ai lavoratori, ci si aspetta che chi ambisce a rappresentarli lo usi con senso di responsabilità verso di loro e verso la comunità.”

Si può non essere d’accordo sulla modalità di protesta scelta, lo sciopero, ma non si può denigrare le motivazioni che hanno portato Nonunadimeno a chiedere ai sindacati di indire uno sciopero generale per l’8 marzo. La frase ” piattaforma di rivendicazioni risibile” colpisce profondamente le donne che hanno aderito allo sciopero, che hanno manifestato, non solo a Milano e in 70 città italiane, ma in ben 59 Paesi. Sì, è stata una giornata di rivendicazioni globale, qui il manifesto.

La parola “risibile” colpisce perché non si possono liquidare in questo modo i motivi che ci hanno portato a costruire questo otto marzo di lotta, riappropriandoci di questa Giornata, portando in evidenza i tanti aspetti che ancora non vanno.
Le motivazioni erano riassunte qui.

Avremmo forse dovuto chiedere il permesso preventivo all’Assessore Maran per definire come, se e quando mobilitarci? Avremmo dovuto continuare a “festeggiare” in modo innocuo l’8 marzo per non procurare alcun mal di pancia? Avremmo dovuto restare mansuete nei nostri ruoli, aspettando pazientemente che qualcuno di buona volontà, un uomo magari, si adoperasse per migliorare la qualità delle nostre esistenze? Avremmo dovuto girare la testa dall’altra parte di fronte alla violenza di genere, alle differenze salariali, alle discriminazioni e alle molestie sul lavoro? Forse si ritiene scontato che il nostro lavoro di cura (gratuito, invisibile o sottopagato) sia un paracadute eterno a disposizione di un sistema che non vuole iniziare a condividere le responsabilità. Forse è risibile il fatto che ancora oggi tante donne restano a casa dopo la maternità? Forse è troppo chiedere un welfare di qualità, accessibile e garantito? Cosa c’è di “risibile” se chiediamo di poter vedere applicate le leggi del nostro Stato senza incontrare muri ideologici o di altro tipo? È troppo chiedere uno Stato laico? Cosa c’è di strano se chiediamo una contraccezione accessibile a tutte e un’assistenza sanitaria pubblica che non gravi sulle nostre spalle tra ticket e liste di attesa infinite? È strano chiedere che i consultori tornino ad assicurare ciò per cui sono nati? È risibile una richiesta di cambio di passo culturale, che sappia contrastare con convinzione stereotipi e ruoli “gabbia” secolari, che diffonda un linguaggio che sappia di rispetto e di una piena parità?
Ricordo che al corteo serale c’erano anche alcune consigliere comunali che evidentemente condividevano le ragioni di questa giornata di mobilitazione.
Ricordo che tra i sindacati che hanno aderito c’è anche Fp Cgil Comune di Milano.
Non basta metterci la faccia sulla parità di genere e cambiare foto del profilo con una app su Facebook. Certe cose vanno praticate quotidianamente e le parole sono importanti, a volte possono essere pietre.
Chi siede ai vertici delle istituzioni deve misurare le parole, perché non sono mai neutre. La politica deve dimostrare di comprendere cosa si muove nella società. Fare politica non è occuparsi di gestire quote di pacchetti elettorali e far finta di scrivere programmi che resteranno solo su carta. Fare politica non è fare finta di aver cura dei cittadini e delle cittadine. Un bel bagno di realtà aiuta a guardare le cose con meno superficialità. Il consiglio è di non sottovalutare le nostre istanze. Non interpellate le donne esclusivamente come “materiale” elettorale, ascoltateci e non calpestate i nostri diritti. Non ci fermeremo di fronte a tentativi di silenziare o ridicolizzare le nostre rivendicazioni. Non chiederemo il permesso per mobilitarci. Mai.
Auguro buon lavoro e buona riflessione all’Assessore.

P.S.
a questo punto sarebbe opportuno che si facesse un passo indietro, ammettendo di aver scritto un commento fuori luogo. Si può sbagliare, accorgersene e chiedere umilmente scusa a tutte le donne. Grazie.

 

Rendo pubblico anche sul mio blog la vicenda a futura memoria collettiva.

Qui la nota del gruppo Chi colpisce una donna, colpisce tutte noi.

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Per i diritti occorre lottare costantemente

 

Fonte: Eu Commission

Fonte: Eu Commission

Lavoro, salute, work-life balance, discriminazioni e disuguaglianze sono i fronti del gender gap su cui concentrare le nostre azioni. Perché è molto facile retrocedere, mentre è più difficile ottenere benefici durevoli e diffusi, che creino benessere per le donne.

Perché arretriamo anziché guadagnare posizioni nel report annuale “World Economic Forum Gender Gap Report 2016″ (Wef)?

L’indice mondiale misura la disparità di genere attraverso le seguenti categorie: Economic Participation and Opportunity, Educational Attainment, Health and Survival and Political Empowerment. Quest’anno abbiamo perso 9 posizioni.

Guardando all’indice complessivo, in Italia le donne sono più svantaggiate rispetto agli uomini, tanto che il ‘gender gap’ (le differenti opportunità, gli status e le attitudini uomini-donne) quest’anno ci vede scendere dal 41° al 50° posto, anche se fino a dieci anni fa occupavamo il 77° posto.

L’Italia è penalizzata in termini di partecipazione e opportunità economica per le donne nel mondo del lavoro. Infatti la differenza tra i due sessi quest’anno ci vede al 117° posto.
In termini di pay-gap, siamo al 127° posto della classifica generale. Non siamo le sole certo ad avere questo problema.
Prendiamo il caso delle donne islandesi, che pur vivendo in un Paese primo in classifica, qualche giorno fa sono uscite dal lavoro alle 14.38 per protestare contro le differenze salariali tra uomini e donne. La disuguaglianza salariale significa che le donne in tutta Europa lavorano in parte gratis.

La parità a livello globale arriverà, se tutto va bene, solo tra 170 anni.
Per quanto riguarda il numero di donne che lavorano fuori casa il divario è cresciuto passando dal 60% nel 2015 al 57% nel 2016. Su 144 Paesi, siamo classificati all’89° posto per partecipazione al mondo del lavoro.

 

 

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Il mondo delle donne

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La storia di un consultorio, nato dal vento del femminismo. La mia recensione (corredata da qualche riflessione personale) del libro Il mondo delle donne – storia del primo consultorio autogestito nel movimento di liberazione femminile, Pina Sardella, 2014 Mimesis, un testo che mescola la storia mondiale e italiana con quella del CPD, centro problemi donna.

L’idea di partenza è semplice, ma innovativa: “uno spazio in cui le donne potessero incontrarsi liberamente, ma anche trovare qualcuno che le ascoltasse singolarmente e cercasse di aiutarle a risolvere i loro problemi.” E’ l’intuizione di Gabriella Parca, che entusiasma anche l’altra anima del Centro problemi donna, Erika Kaufmann. L’idea prende forma nel 1973, periodo di grande fervore, sperimentazioni, coraggio. Consideriamo che non esistevano ancora i consultori pubblici e che era tutto da inventare. Un centro per tutte le donne, per diffondere consapevolezza sui propri diritti. Era proprio questo che faceva paura all’assetto patriarcale, in un contesto in cui gli unici centri di ascolto erano confessionali.

 

 

Per leggere l’intero articolo, continua su Dol’s Magazine:

http://www.dols.it/2015/11/18/il-mondo-delle-donne/

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Il #7N tra Madrid e l’Italia

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E ponte con le sorelle spagnole sia! Il risultato del presidio di Milano? Importante, perché ha visto la partecipazione di donne fortemente motivate, che son giunte nel capoluogo lombardo anche da lontano, pur di testimoniare tangibilmente il proprio NO a un sistema che ha nel femminicidio la punta dell’iceberg di una violenza che assume molteplici aspetti. Sono donne autentiche, che hanno portato la loro sensibilità e le loro esperienze, manifestando pubblicamente il fatto che non c’è più tempo da perdere. Non guardo al numero di persone ma alla loro qualità e alla loro energia. Non ci siamo fatte fermare e questo è già un buon risultato. È stato un successo perché abbiamo notato che pur nella generale indifferenza dello shopping del weekend, qualcun* si fermava a leggere e ad ascoltarci. Se abbiamo raggiunto e toccato anche una sola persona, questo per me è un successo. In un Paese come il nostro dove tutto passa e viene lavato via in un istante, riuscire a lasciare un piccolo segno di vita è un successo. C’è un’altro aspetto rilevante: aver toccato con mano che si può fare, che non è difficile e soprattutto è un’iniezione di vita e di energia. La piazza è indubbiamente il luogo in cui le parole si fanno semplici senza perdere di profondità e di forza, i messaggi vengono trasmessi attraverso le vibrazioni, le imprecisioni e la timidezza delle nostre voci, io che incespico nelle parole, sì perché vengono fuori le sfumature delle nostre emozioni, il nostro parlare è esperienza personale, qualcosa che viene da dentro, direttamente dalla nostra presa di coscienza. Parole che valgono più di tanti discorsi costruiti con il bilancino. Non so come spiegarlo, vi invito alla prossima occasione per scoprirlo di persona.

Abbiamo parlato delle tante forme di violenza che abitano le nostre vite, come si evince anche dal volantino che abbiamo distribuito.

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Abbiamo parlato dell’assenza di una ministra delle pari opportunità, del piano nazionale e regionale antiviolenza e di tanti altri dettagli. Ed altri ne toccheremo nelle prossime occasioni.

Riprendiamo l’abitudine..se non lo facciamo mai, nemmeno in piccoli gruppi, non ce la faremo.. il 7 a Milano abbiamo semplicemente continuato un lungo percorso, quello iniziato decenni fa, quando le suffragette invadevano le strade. Esprimersi in piazza implica un esercizio, costruire un affiatamento, ma da qualche parte bisogna pure ricominciare a misurarci. La promessa è “continuare”, non fermarsi, farne tanti di momenti così, tanto da farla diventare una buona pratica, abituare la città a vedere nuovamente le donne in piazza a lottare per i propri diritti. Ci vogliono ammansire, ci vogliono “corrette” e innocue, meglio se restiamo invisibili, convincendoci che la piazza e la manifestazione non fanno al caso nostro e non servono a nulla. Noi abbiamo dato la nostra risposta, continueremo a farlo, non torneremo nelle nostre case.

Libere di agire. Capaci di reagire. Per Chiara e per tutte le altre donne a cui hanno strappato il sorriso.

UN IMMENSO GRAZIE A TUTTE COLORO CHE C’ERANO FISICAMENTE E CON IL CUORE! Colgo l’occasione per abbracciare in particolare Emma, Ilenia, Michela, Roberta, Antonella… Solo insieme, unite è possibile!

GRAZIE A DALE PER IL PONTE CON LA SPAGNA E PER L’ENERGIA CHE CI HA TRASMESSO CON LA SUA TESTIMONIANZA DIRETTA!

Ringraziamo María Seco López e May Serrano ideatrici della performance Women In Black a cui anche noi a Milano ci siamo ispirate (http://bit.ly/1MCK5MP). https://www.facebook.com/media/set/?set=a.524296687720272.1073742109.396930280456914&type=3

Per maggiori informazioni

Sul presidio di Milano, foto e video:

https://www.facebook.com/events/761159740678508/

https://www.facebook.com/media/set/?set=a.440100129510539.1073741832.430354490485103&type=1&l=335f5eba0e

https://www.facebook.com/groups/836722509715778/permalink/901980996523262/

https://www.facebook.com/groups/836722509715778/permalink/901979416523420/

https://www.facebook.com/groups/836722509715778/permalink/901978426523519/

https://www.facebook.com/groups/836722509715778/permalink/901978039856891/

https://www.facebook.com/groups/836722509715778/permalink/901966939858001/

https://www.facebook.com/groups/836722509715778/permalink/901963593191669/

https://www.facebook.com/groups/836722509715778/permalink/901960899858605/

https://www.facebook.com/groups/836722509715778/permalink/901955366525825/

https://www.facebook.com/groups/836722509715778/permalink/901951936526168/

https://www.facebook.com/groups/836722509715778/permalink/901949976526364/

https://www.facebook.com/groups/836722509715778/permalink/901948533193175/

https://www.facebook.com/groups/836722509715778/permalink/901945916526770/

Sulla marcia di Madrid, documentazione a cura di Dale Zaccaria (super reporter con il dono della poesia e appassionata femminista, insieme a Marita Casa):

https://www.youtube.com/watch?v=ObLD8oJqkjM&feature=youtu.be

https://www.youtube.com/channel/UCEQafUMq5sTMR1Nfi5UXTbQ

https://www.facebook.com/Noi-non-ci-stiamo-430354490485103/

http://www.womeninculture.eu/

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#7N Un ponte tra sorelle in Marcha contro la violenza machista

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Vi aspettiamo numeros* sabato 7 novembre, a Milano, in piazza Cordusio, alle 15:30. Abbiamo organizzato un presidio in concomitanza della marcia di Madrid, sia in segno di solidarietà sia per far capire che anche nel nostro paese, le donne non sono più disposte a tollerare la violenza maschile, in qualunque forma di manifesti.

https://www.facebook.com/events/761159740678508/

Questa è un’occasione di presa di parola pubblica, un momento fondamentale per tornare ad occupare gli spazi pubblici, facendo sentire la nostra voce, le nostre istanze. Manchiamo da troppo tempo e con il tempo abbiamo perso questa buona e importante abitudine. Alle origini di questa cultura dello stupro e della violenza c’è il patriarcato, che con un’azione di “restaurazione” cerca di riportare le donne sotto il totale controllo degli uomini, attraverso l’uso sistematico della violenza. Desiderano rieducarci a restare a casa, come semplici macchine riproduttive e somministratrici di cura. Il patriarcato adopera ogni mezzo per ricondurci al silenzio e al dominio maschile, ancelle ubbidienti di un meccanismo secolare. Questa è un’occasione per manifestare la nostra disubbidienza e il nostro NO a questo sistema, che vede nei femminicidi il culmine di tutta una serie di violenze che abitano le esistenze delle donne.
Non possiamo più stare ferme ad assistere a tante vite interrotte perché tanti non-uomini decidono di farlo. Uniamo le forze e scendiamo insieme in piazza, usciamo dalle nostre case e da una falsa sicurezza che sembra darci l’essere rinchiuse tra quattro mura! Con le nostre voci libere, i nostri cartelloni faidate, le nostre parole piene di energia, per non dimenticare tutte le donne che hanno vissuto e vivono e vivranno questo orrore sulla propria pelle. Basta veramente poco per dare quel segnale forte, che in tante aspettano, soprattutto quelle donne oppresse dall’impotenza della rassegnazione di una vita fatta di soprusi, sopraffazione e tanta, tanta violenza, fino a poterne morire.

 

 

 

 

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Un pomeriggio femminista

pomeriggio femminista

 

Milano, ancora una volta invasa da fascisti e preganti no-choice. Una sfilata che in un Paese laico e antifascista non si dovrebbe vedere. Invece, torna periodicamente. Non potevamo certo stare a casa.
Allora abbiamo deciso di scendere anche noi per le strade, con teli e cartelloni, prezzemolo e ferri da calza, un megafono e tanta voglia di urlare basta con queste azioni che ci vogliono portare indietro di decenni, con la protezione di un gruppo che rimpiange il Duce. Nulla di organizzato, nessuna autorizzazione, una mobilitazione spontanea, un evento fatto girare su Facebook, ci siamo ritrovate in piazza Cadorna e tutto il resto è avvenuto naturalmente. All’angolo di via Orefici la polizia ci ha circondate, volevamo prendere la metro, ma in un certo punto ci hanno bloccate, non ci siamo fatte fermare e hanno dovuto desistere. A un certo punto sembrava che le cose si mettessero male per noi, abbiamo resistito agli strattonamenti dei poliziotti che invece di occuparsi dei fascisti che sfilavano si dedicavano ad arginare noi pericolose streghe femministe che volevano solo far conoscere ai passanti cosa stava succedendo, mostrando le conseguenze della mancata applicazione della 194, una violenza che si sta consumando ancora una volta sui nostri corpi. Abbiamo ricordato che la salute sessuale e riproduttiva delle donne non è negoziabile o subordinabile a nessun discorso confessionale, che deve essere sempre tutelata e garantita, che non vogliamo ingerenze di nessun tipo sulle nostre scelte di donne. Madri solo per scelta, quindi. La 194 – per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione di gravidanza – nel corso degli anni ha subito uno svuotamento a causa dell’art. 9 che disciplina l’obiezione di coscienza. Abbiamo raccontato tutto questo, chiedendo che l’obiezione non costringa le donne a viaggi anche intraregionali per trovare un ospedale che pratichi IVG, ambulatori e medici che siano disposti a fornire le pillole del giorno e dei 5 giorni dopo, farmacisti che le vendano.
Abbiamo chiesto che servizi come i consultori vengano rafforzati e diffusi sul territorio.
Insieme per difendere il nostro diritto a scegliere liberamente se essere o non essere madri. Abbiamo ribadito che non ci dovrebbero essere obiettori nel servizio pubblico. Sì a una educazione alla contraccezione e a una sessualità consapevole. Vogliamo servizi e contraccettivi gratuiti e accessibili x tutte noi! Se una donna sceglie di interrompere la gravidanza deve essere assistita nel migliore dei modi, non dobbiamo tornare alla clandestinità, al faidate, alle pillole ordinate via internet, a rischiare di morire o di avere gravi conseguenze sulla nostra salute. Dobbiamo tornare in piazza x difendere i nostri diritti e chiedere di rafforzare tutele e servizi pubblici. Non permettiamo a nessuno di sottrarci tutte le conquiste che ci hanno permesso di scegliere e di non morire più. Ci siamo fatte sentire! GRAZIE A TUTTE E A TUTTI COLORO CHE ERANO A MANIFESTARE CON NOI! Non ci vogliono grandi mezzi o grandi organizzazioni, proviamo a immaginare cosa accadrebbe se periodicamente scendessimo in piazza, in varie città, contemporaneamente, concordando dei punti semplici e chiari di rivendicazione. A mio avviso, prima di tutto riprendere l’abitudine a stare insieme, a fare cose libere di esprimerci, sentirci parte di un gruppo ampio, senza gerarchie o cabine di regia, ci renderebbe naturalmente un corpo più compatto, entusiaste e meno impegnate in calcoli di astrofisica femminista. Ci vuole un metodo che sappia coniugare riflessione teorica e prassi politica delle donne. Senza la pratica tutto diventa più debole, artefatto e meno incisivo, a volte si rischia l’invisibilità. Ieri c’era un’atmosfera diversa, quella che si respira solo quando noi donne prendiamo in mano il nostro destino e diventiamo parte attiva e promotrice di un cambiamento. Ieri ci siamo incontrate, eravamo arrivate lì tutte fortemente motivate, non possiamo più restare in silenzio, nei nostri salotti, aspettando che qualcosa di maestoso si muova per noi. Lustrini e paillettes non hanno mai fatto per noi femministe. Noi siamo il fattore che fa la differenza, non attendiamo oltre. Ieri abbiamo dimostrato che un drappello di femministe può fare e dire tanto!

 

Per foto e video:
https://www.facebook.com/events/1650153871924041/

http://milano.corriere.it/notizie/cronaca/15_ottobre_10/tensione-pro-contro-aborto-verdure-lanciate-manifestanti-03189260-6f64-11e5-98e3-5a49a4f4dd41.shtml

http://milano.repubblica.it/cronaca/2015/10/10/news/aborto-124796453/

 

p.s.

Un solo commento: ci dividiamo sempre su tutto, ma quello che crea problemi è sempre l’indipendenza e l’autonomia quando un gruppo di donne prendono in mano i propri diritti e manifestano per difenderli, quando si sceglie di non restare in silenzio, indipendentemente da quello che pensano le massime autorità dei movimenti vari. Una precisazione, le scritte sui muri lungo il percorso erano lì dalla notte precedente. Abbiamo usato il prezzemolo per ricordare a tutt* cosa accadeva prima della 194. Abbiamo usato le nostre voci per far sapere a tutti per cosa manifestavamo. Queste erano le nostre uniche armi pacifiche e libere. Per dimostrare che non siamo scomparse, che siamo ancora qui per difendere i nostri diritti oggi e sempre. Ieri ho ricevuto un dono prezioso: le voci di altre donne, che come me erano lì per ribadire che indietro non si torna. E non ci fermeremo di fronte agli attacchi patriarcali e normalizzatori, di chi ci vuole controllare, di chi ci vuole togliere tante conquiste di civiltà. Ieri eravamo unite nel dire no ai fascisti e al patriarcato, a chi ci toglie i servizi a tutela della nostra salute, a chi ci vorrebbe madri a ogni costo.

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Difendiamo il diritto all’aborto e alla libertà di scelta

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Sabato 10 tornano a Milano i No-Choice con un corteo organizzato dal solito Comitato NO-194 , dalle ore 15 alle ore 18, con partenza da piazza Cadorna. Tornano con il loro bagaglio di molestie e l’idea di abrogare la 194 . I no-choice in ogni loro manifestazione sono lì presenti a ricordarci che i nostri diritti sono fragili e che non è possibile liquidare certe marce e presidi come qualcosa di anacronistico, senza ripercussioni su nessuno. Ogni qualvolta uno di questi gruppi, più o meno numeroso, si intromette nella vita di una donna, noi dovremmo sentirci tutte toccate in prima persona, perché dobbiamo dire basta a queste periodiche violenze dei no-choice. Le loro marce, le loro veglie, i loro manifesti e i loro gadget, le loro battaglie oggi anche sui social, sono tutti palesi tentativi di sostituirsi alle donne, ridotte a mero ruolo di incubatrice, i cui diritti sono ridotti a briciole, come irrilevanti inezie rispetto al destino superiore del feto. Madri a ogni costo, anche contro la propria volontà, perché in quanto donne noi non dovremmo poter decidere su noi stesse e su quanto avviene dentro di noi. Si comprende quanto si intenda svuotare le donne di una piena capacità decisionale e di potestà su se stesse. I diritti riproduttivi hanno una valenza molto ampia, investono la donna in quanto essere umano, eguale e pienamente titolare di diritti inviolabili. Inviolabile e inalienabile come il diritto a interrompere la gravidanza se non si desidera portarla a termine.
Contromanifestiamo per ribadire il diritto a un aborto legale, gratuito e sicuro!

CI RITROVIAMO tutte a Milano, sabato 10 ottobre, piazza Cadorna, davanti alle Ferrovie Nord, ore 14.

Qui l’evento su Facebook:
https://www.facebook.com/events/1650153871924041/

Vi aspettiamo numerose!

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Consultori & co.

Distretti Asl

 

Qualche giorno fa avevo accennato a un incontro sullo stato della Sanità a livello territoriale, in particolar modo nella zona 7 di Milano (QUI).
Presenti: Sara Valmaggi, vice presidente Consiglio Regionale e Claudio Carotti, Segretario generale CGIL Milano – Comparto Sanità Pubblica.
Qui di seguito pubblico il video che ho girato in questa occasione, nel quale porgo alcune domande e questioni, in merito alla gestione dei consultori (oggi Centri per le famiglie) e dei servizi dedicati alle donne, con particolare riferimento alla salute sessuale e riproduttiva delle donne.

Pongo la questione della convenzione concessa a strutture che non applicano la 194, di fatto operando una obiezione di struttura non prevista dalla normativa nazionale.
Ricordiamoci cosa accade per esempio al Niguarda, dove si praticano circa 780 IVG all’anno e vi sono solo 2 medici non obiettori. Per garantire il servizio vengono chiamati e retribuiti “a chiamata” i medici del Sacco, ingigantendo i costi per il sistema sanitario pubblico e di fatto calpestando dei diritti delle donne sanciti da una normativa nazionale.
Pongo la necessità di una verifica periodica dello “stato di salute” dei consultori. Chiedo come possiamo agire per sollecitare le ASL a un’azione più efficace, per difendere come cittadini questi servizi sul territorio.

Pongo la domanda sul destino di un servizio come quello del consultorio pubblico, evidenziando una pericolosa crescita di un privato che non garantisce appieno un servizio, ma che grazie alle maggiori disponibilità economiche riesce a intercettare un numero maggiore di utenti. Quali investimenti nel pubblico?

Le risposte non ci lasciano serene, soprattutto traspare un palese disinteresse e una scarsa conoscenza da parte dell’Asl di un servizio come il consultorio, così come di altri servizi territoriali.
Il video dura una ventina di minuti, vi chiedo di guardarlo (scusate l’audio, mi rendo conto che sono una videomaker molto “artigianale”), perché contiene dei punti molto importanti. Come dice Sara Valmaggi: “Nei fatti, senza toccare la legge, è stata fatta una contro-riforma, di fatto disinvestendo in questo servizio”. Verso la fine del video, si parla anche della difficoltà di reperire i dati sull’applicazione della 194 e dell’obiezione di coscienza.

Un altro punto critico riguarda il costo delle prestazioni a carico dell’utenza dei consultori. La legge di istituzione dei consultori (405/75) prevedeva la gratuità delle prestazioni nei consultori. La delibera regionale lombarda 4579/2012, che ha recepito le indicazioni della finanziaria nazionale, ha introdotto un ticket sulle prestazioni fornite, aggiungendo la quota fissa regionale di 6 euro. Il risultato è che oggi una prima visita ginecologica si paga 28,50, quella di controllo 22,40. La funzione dei consultori doveva essere quella di garantire un libero accesso per tutte le donne a un servizio di prevenzione e di controllo per quanto concerne la salute sessuale e riproduttiva. La gratuità potrebbe essere un incentivo notevole. Inoltre le Asl dovrebbero pubblicizzare maggiormente questi centri pubblici, facendoli conoscere a tutta la cittadinanza, soprattutto ai più giovani. Ci vuole volontà politica e lungimiranza nelle direzioni sanitarie, perché le risorse, i saperi, le competenze non si perdano e non vengano svilite. Chiediamo che gli uffici competenti si impegnino a conoscere i servizi sul territorio, a potenziarli, a garantire un ricambio generazionale delle risorse umane che vi operano. Almeno si ammetta apertamente che i consultori pubblici sono un’esperienza destinata ad esaurirsi. Ma se questo è l’obiettivo a medio-lungo termine, deve essere scritto a chiare lettere, si deve dire chiaramente ai cittadini che non esiste più un servizio pubblico uguale per tutti, che garantisca le donne, di ogni censo.
Noi certamente non staremo in silenzio. Continueremo a lottare per i consultori laici, pubblici e possibilmente gratuiti.

Segnalo che a ottobre scorso, la vicepresidente del Consiglio regionale, Sara Valmaggi ha chiesto con una mozione che le under 20 non paghino il ticket. Perché è proprio la fascia più a rischio per quanto riguarda gravidanze indesiderate e malattie sessualmente trasmissibili:

“La relazione annuale del Ministero della salute sull’attuazione della 194 – continua Valmaggi- evidenzia come in Lombardia nel 2011 le giovanissime che hanno ricorso al’interruzione volontaria di gravidanza (Ivg) sono l’8% (1463) del totale, un dato che rimane stabile rispetto all’anno precedente (nel 2010 la percentuale era dell’ 8,3%) a differenza di quanto accade per le donne di età maggiore per le quali le Ivg sono in costante diminuzione. Nel 2010 erano 18959, nel 2011 invece 18264. Un dato quello lombardo relativo alle giovani donne maggiore di quello di altre regioni. Sono il 7,9% in Piemonte, il 7% in Veneto, il 6,5% in Emilia Romagna, il 7,1% in Toscana.” “Per queste ragioni- sostiene Valmaggi- chiediamo al presidente Maroni, che va dicendo di voler abolire i ticket, di eliminarli da subito per le ragazze dai 15 ai 19 anni, almeno per la prima visita ginecologica, quella di controllo e il colloquio di orientamento. Sarebbe questo un modo concreto per tutelare la salute delle donne, attuare azioni di prevenzione anche con l’obiettivo di prevenire le interruzioni volontarie di gravidanza”.
“Questo – conclude Valmaggi – come accade già in altre regioni, quali la Toscana, l’Emilia.

Intanto, la maggioranza non trova un accordo sulla Riforma della Sanità lombarda(qui).

Per quanto concerne il Soccorso Rosa di Milano, le cui vicende sono ben note, nonostante la battaglia per chiedere che lo sportello proseguisse le sue attività regolarmente, senza snaturarlo e stravolgerlo, di fatto il nuovo “Centro di ascolto e soccorso donna” è già realtà e riunisce i due servizi già esistenti, il centro antiviolenza e quello di “Ascolto e salute donne immigrate”.

Dopo la delibera della direzione aziendale, pubblicata il 29 gennaio scorso, si è proceduto al piano di accorpamento. Contrariamente alle rassicurazioni dall’assessore alla Salute, si è di fatto snaturato il centro antiviolenza, come è emerso chiaramente dall’audizione tenutasi la scorsa settimana (due settimane fa, ndr) in Commissione sanità, della responsabile del centro di accoglienza e assistenza alle donne vittime di violenza attivo all’ospedale San Carlo, Nadia Muscialini.

Nel comunicato del 13 aprile a riguardo di Sara Valmaggi leggiamo:

“Nell’audizione si è appreso che la riorganizzazione prevede sia lo spostamento del servizio, che non sarebbe più vicino al Pronto soccorso e al posto di polizia, e mancherebbe quindi degli accessi protetti necessari sia alle vittime di violenza che agli operatori, sia la drastica riduzione del personale dedicato, sia la riduzione degli orari di apertura. In sostanza viene a mancare il modello di assistenza a lungo sperimentato con risultati positivi. Per questo, con la tutta la Commissione sanità, abbiamo chiesto all’assessore alla Salute, Mario Mantovani e all’assessore alla Famiglia e pari opportunità, Maria Grazia Cantù di dare spiegazioni su questa scelta, che è totalmente incoerente con i principi affermati nella legge regionale di contrasto alla violenza sulle donne, che prevede il potenziamento della rete già presente sul territorio. A loro chiediamo di adoperarsi perché il Soccorso rosa possa continuare a garantire accoglienza e assistenza alle donne maltrattate”.

 

Che ne sarà delle tante donne che dal 2007 hanno trovato nel Soccorso Rosa un aiuto professionale e umano indispensabili per uscire dalla spirale della violenza? Perché a farne le spese sono le donne, non dimentichiamocelo. Tagliare e svilire un servizio significa compiere un’ennesima violenza sulle donne che hanno bisogno di aiuto. Davvero ci si vuole rendere complici di questo? Non sarebbe meglio preservare le buone pratiche sul territorio, incentivandole e moltiplicandole?

Che senso ha continuare a tagliare i presidi territoriali? Quale il disegno che di fatto sottrae diritti e tutele alle donne? Ci rendiamo conto di cosa significa eliminare dei punti di riferimento per le donne?

Come altri servizi sul territorio, si continuano a calpestare i diritti delle donne, dal Soccorso Rosa ai consultori, fino agli ospedali che in alcuni casi son diventati “totalmente obiettanti”.

Chiaramente ci sono attacchi da più parti, per negarci i diritti. Ci vogliono far tornare al silenzio, per controllarci e riportarci ai ruoli tipici della cultura patriarcale. Purtroppo non riescono a capire l’importanza dei presidi territoriali.. una cecità inaudita e incomprensibile.
Una seria educazione alla contraccezione, alla salute sessuale e riproduttiva, che consenta di compiere scelte consapevoli, dovrebbe essere al primo posto nelle pratiche delle amministrazioni in materia di Sanità. Invece, la situazione appare ben diversa. Le risorse decrescenti diventano la scusa per smantellare le strutture pubbliche, in favore dei privati convenzionati. E’ davvero questo che vogliamo?

 

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Una risorsa da difendere e da valorizzare

L’incontro del 25 giugno (che avevo anticipato qui) ci ha chiarito meglio le idee sul progetto di riorganizzazione della Sanità lombarda, che investirà anche i consultori familiari, trasformandoli in centri per le famiglie. Il processo sembra inarrestabile, Regione e Asl vanno diritti verso l’attuazione del piano. L’assessore Pierfrancesco Majorino ha illustrato le competenze del Comune di Milano in materia di salute, in merito alle quali ha solo una responsabilità formale: con la regionalizzazione della Sanità, ciascuna regione è dotata di autonomia decisionale Questo porta a una disomogeneità dei servizi sul territorio nazionale, con gravi ripercussioni anche sulle politiche di tutela della salute dei cittadini. Il risultato è affidato alla buona volontà delle istituzioni coinvolte e alla loro capacità di creare sinergie e relazioni proficue.
In materia di consultori, purtroppo il Comune si trova di fronte al muro di gomma della Asl. Il Comune in occasione della presentazione del documento di programmazione annuale delle Asl (gennaio 2012 e 2013) ha mostrato le sue perplessità/contrarietà in merito alle scelte di riforma dei servizi. Con esito pari a zero.
In occasione della fase di creazione delle città metropolitane sarà importantissimo definire le competenze di ciascun attore coinvolto, specie in ambito sanitario.
L’assessora regionale Maria Cristina Cantù ha più volte precisato che la trasformazione dei consultori non è mirata a depotenziare i servizi rivolti alla donna, bensì si cercherà di occuparsi di famiglia a 360°. Gli effetti saranno tutti da verificare nei fatti, ma sembra quasi che si vogliano mettere in contrapposizione la salute della donna con quella della famiglia, come se fossero due entità distinte ed estranee. Come se non fossero intrecciate e ci fossero diritti primari e secondari. Noi donne “vinciamo” sempre l’ultimo posto nella classifica delle priorità.
Oggi siamo di fronte a nuove necessità per la tutela della salute, con la sessualità delle giovani donne e delle immigrate che necessitano di risposte e di attenzioni specifiche e mirate. Oggi, se vogliamo, c’è ancor più bisogno di servizi come quelli offerti dai consultori. Purtroppo, si effettua un calcolo meramente ragionieristico, di quadratura dei numeri, di contenimento della spesa. Per cui qualità, relazioni con gli utenti e risultati pratici sono di secondaria importanza, anzi sono fattori irrilevanti ai fini della pianificazione sanitaria. Inoltre, seguendo questo schema fondato meramente sul risparmio ad ogni costo, si vanno a intaccare i servizi di prevenzione, con un grosso impatto sul lungo periodo, in termini di maggiori costi di cura a carico del S.S.N.
Il Comune di Milano è impegnato sul fronte di una più efficiente organizzazione dei servizi sociali, al fine di intercettare meglio i bisogni e fornire soluzioni specifiche. Il Comune cerca di collaborare a stretto contatto con la Asl, ma la capacità del Comune di incidere sui progetti Asl sembra vicina allo zero. Al momento c’è l’idea di creare uno sportello unico di accesso ai servizi (per informare e gestire insieme i cittadini), da realizzarsi attraverso la collaborazione Comune di Milano-Asl. Vedremo cosa si riuscirà a realizzare in questo momento in cui la parola d’ordine non è sperimentare, ma tagliare.
La consigliera regionale Sara Valmaggi, molto impegnata sul fronte per la difesa dei consultori familiari, è intervenuta partendo da un dato di fatto: la legge regionale 44/1976 non è mai stata attuata veramente. Infatti, era previsto 1 consultorio per ogni 20.000 cittadine in età fertile. I dati parlano da soli: in zona 7 si arriva a 1 consultorio per 56.000 abitanti (tra pubblici e privati convenzionati). Il problema è aggravato dal fatto che molti consultori privati accreditati non applicano appieno la Legge 194, in ambito di aborto e contraccezione.
Qui, quiquiquiquiqui e qui alcuni dati del 2013 relativi ai consultori di Milano.
La volontà di risparmiare, concentrando i servizi di varia natura (donne, bambini, anziani, disabili), non contempla l’idea che la prevenzione sia una forma importantissima di investimento nel futuro.
Al momento è in atto una fase di accreditamento dei consultori pubblici e privati, sulla base dei seguenti criteri: la conformità delle strutture ospitanti i consultori, la tipologia di servizi offerti e le professionalità presenti. Sarebbe auspicabile che tra i criteri rientrasse la piena applicazione della legge 194.
Abbiamo chiesto notizie in merito al pagamento del ticket (tipicità lombarda, non prevista nella normativa nazionale) e all’obbligo di prescrizione medica per l’accesso ai consultori, due prassi fortemente criticate. Essendo di pertinenza della potestà regionale e rientrando nell’autonomia organizzativa e finanziaria nell’erogazione dei servizi, sono contemplati come “compartecipazione alla spesa” da parte dei cittadini. Sarebbe auspicabile che i servizi dei consultori rientrassero nei livelli essenziali di assistenza o che quanto meno i ticket siano commisurati al reddito.
Diana De Marchi, membro della segreteria del PD lombardo, è intervenuta riportandoci la sua esperienza di insegnante, sulla necessità di fare prevenzione e informazione presso le giovani generazioni, tornando a svolgere progetti sistematici e permanenti nelle scuole al fine di educare i ragazzi (anche delle medie) a una sessualità consapevole, a un’affettività equilibrata, alla conoscenza dei metodi contraccettivi, delle malattie sessualmente trasmissibili, del proprio corpo e dei propri diritti. I consultori devono tornare a svolgere questo ruolo di formazione specifica permanente e non solo subordinata all’iniziativa di singoli insegnanti o dirigenti scolastici. I consultori familiari pubblici devono essere messi in grado di tornare a svolgere queste attività in modo continuativo e questo può avvenire solo destinando loro maggiori risorse finanziarie e in termini di personale. Fare prevenzione e diffondere una maggiore consapevolezza sono strumenti indispesabili che dobbiamo salvaguardare, perché significa investire sul nostro futuro.
Per anni in Lombardia si è incentivata la competizione tra strutture pubbliche e private, ma con la progressiva sottrazione di risorse al pubblico (in particolar modo sui servizi territoriali come i consultori, non tanto nella creazione di nuovi ospedali) non lo si è messo in grado di attrezzarsi e di fornire un servizio di qualità. L’unico vero obiettivo è stato finora il pareggio di bilancio, a detrimento dello standard qualitativo dei servizi. Vi chiedo come si può chiedere di pagare una visita ginecologica nei consultori, senza che questi siano dotati di un ecografo? Siamo nel 2014. Come si può chiedere a una donna di fare la visita di base in consultorio, andare altrove a farsi l’ecografia e tornare con i risultati? La chiamate prevenzione? Può essere considerato un servizio efficiente? A me sembra solo che ci sia la volontà di un progressivo svuotamento delle funzioni dei consultori pubblici. Alla fine la gente preferirà i centri privati con più fondi, dotati di una strumentazione adeguata e aggiornata, che non costringa gli utenti a fare il ping pong tra due o più strutture.
Ricordiamoci che ogni servizio perso, ogni spazio che si chiude o si ridimensiona diventa difficile da recuperare. Restiamo vigili.

 

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Consultorio in piazza

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Il 25 maggio, Donne a Confronto parteciperà alla manifestazione aMAGGIOaBAGGIO (Milano, Parco di Baggio: via Anselmo da Baggio – via Pistoia), presentando l’iniziativa “Consultorio in Piazza“, volta a promuovere il prezioso lavoro dei consultori familiari pubblici, in difesa della salute, dei diritti e dell’autodeterminazione delle donne. Qui, l’evento su Facebook.

Donne a Confronto vuole portare in una piazza di Milano un’idea nata in Calabria.

Infatti il Consultorio in Piazza nasce da un’intuizione del Coordinamento calabrese 194, donne eccezionali che hanno creato questa iniziativa, per riappropriarsi di un luogo pubblico, quale appunto la piazza, per riportare tra le persone, tra i giovani le tematiche che riguardano la sessualità, la contraccezione, l’aborto, la maternità consapevole. Se volete saperne di più sul Coordinamento calabrese 194: Facebook e Sito

Il 25 maggio, il gruppo Donne a Confronto aprirà il suo banchetto, in stile Lucy dei Peanuts, per parlare di questi temi.

Sarà un’occasione per parlare del manifesto della rete italiana Women Are Europe.

Venite a trovarci, vi aspettiamo!

 

 

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Parliamo di un altro pianeta

Ma come fai a far tutto 18 marzo 2014

Spesso quando si partecipa a un’iniziativa sulla conciliazione, si esce con la consapevolezza di non essere state brave abbastanza, di non aver saputo fare rete, di non aver saputo resistere alle pressioni del lavoro e di non essere riuscite a proseguire nella professione, senza troppe rinunce. Per fortuna ci sono delle voci che ti fanno sentire meno monade.

Ho partecipato a un incontro (vedi locandina in alto) molto interessante, che mi ha dato l’opportunità di vedere la questione della condivisione della cura (rubo la definizione all’energica e combattiva Carolina Pellegrini, consigliera parità della Regione Lombardia) in modo multisfaccettato.
Chiara Bisconti, assessora Comune Lombardia, che ha sottolineato come tutta la fatica della donna che cerca di far tutto sia in qualche modo finalizzata a un tentativo di incidere sulla società, anche attraverso il lavoro. Occorre parlare di conciliazione in modo strutturato, coinvolgendo tutto il territorio e i vari attori. Ha ricordato la Giornata del Lavoro Agile del 6 febbraio a Milano, che ha fatto risparmiare in media 56 km di tragitto casa-lavoro e 2 ore per gli spostamenti. Ad aprile è previsto un convegno in materia. Il Comune è riuscito a mettere in piedi un progetto di flessibilità oraria per i dipendenti della P.A. e Bimbi in Comune per trovare una soluzione per i bambini nei periodi di vacanza nel corso dell’anno scolastico (per ora solo dipendenti comunali e ATM, in previsione l’estensione al privato). In alcune scuole comunali è stato sperimentato il colloqui genitori e insegnanti via web. Per tutte le iniziative si rimanda al portale del Comune di Milano e alla pagina FB .
Alessia Mosca, deputato del PD, ha sottolineato come le leggi non sono sufficienti a cambiare quello che è un vero problema culturale. Le leggi possono essere dei facilitatori, degli acceleratori di cambiamento, ma ci deve essere un passo in più. La battaglia per le donne nelle istituzioni serve ad incidere con maggior forza nelle sedi decisionali, portando ai primi posti dell’agenda politica i problemi che sono più vicini alle donne e alla loro sensibilità. La legge Golfo-Mosca ha dato avvio alle quote rosa nei CdA. L’On. Mosca ora sta lavorando a una legge sullo smartworking, da attuarsi grazie alle nuove tecnologie, che passa per un cambiamento del modo di lavorare e di concepire il lavoro, le mansioni, le responsabilità, la fiducia e i metodi di valutazione del lavoro svolto. Inoltre sul tema dei nidi: in un periodo di scarse risorse, si dovrebbero utilizzare appieno tutti i fondi strutturali inutilizzati provenienti dal contratto di partenariato con l’UE (3 miliardi spettano all’Italia) potrebbero essere convogliati in un fondo per finanziare nuovi asili nido.

Vi raccomando le iniziative con una marcia in più, portate avanti da Radio mamma, illustrate dalla brillante Carlotta Jesi nel corso della serata.

Ognuna porta con sé il proprio bagaglio di esperienze e le proprie soluzioni. Fino a quando accadrà che il fai-da-te, le ricette personali, la rete a cui sei legata o che ti sei costruita, faranno la differenza nella tua vita, avremo, a mio avviso, sbagliato approccio e saremo fuori strada. Io fortunatamente non sono rimasta schiacciata dalla decisione di sospendere la mia attività lavorativa, dal sottile annientamento psicologico in azienda che preclude ogni futuro. C’è chi da questo tunnel fa fatica ad uscirne e se ne esce lo fa con danni molto seri per la sua salute, come sottolinea la consigliera di parità regionale Carolina Pellegrini. I numeri delle donne che si dimettono dopo la maternità è impressionante. Ma non sembra suscitare nessun sussulto, se non in chi lo vive o lo ha vissuto personalmente. Non etichettateci come le solite donne inclini al vittimismo, perché noi siamo le vittime.

Il tema è ancora una volta di nicchia, ancora una volta declinato al singolare femminile. Noi dobbiamo tendere al plurale, punto e basta. Il plurale include uomini e donne, perché il benessere non è dei singoli, ma del nucleo familiare e dell’intera collettività. Il tema della cura non dev’essere un macigno, ma dev’essere un’occasione per ristrutturare il nostro modello sociale ed economico. Non ci sono risorse e questo funge da scusa per non fare niente. Siccome ogni donna ha da sempre trovato la toppa ai problemi, si pensa che ancora una volta lo debba fare. A discapito di tutto, famiglia e figli, anziani e bisognosi di cura in generale. Perché, la Pellegrini ha sottolineato come la questione della cura abbia una ricaduta più estesa e coinvolga non solo le mamme, ma tutte le donne che si prendono cura di genitori anziani o parenti malati. Inoltre, si deve parlare di conciliazione estesa, perché il tema coinvolge tutta una serie di aree esterne all’azienda, quali trasporti, welfare e servizi. La pappetta degli asili nido, lo ripeterò all’infinito, è una boiata: viene venduta come soluzione, quando in realtà copre molto poco e male. Perché il problema non è dove “sistemo” mio figlio, ma che qualità della vita gli offro, che rapporto riesco ad avere con lui e lui con me. Ci sono tipologie di lavoro che non garantiscono qualità, ma solo stress. Per non parlare poi del fatto che ogni bambino è diverso e ha differenti esigenze. Noi dobbiamo chiedere un sistema che ci consenta non il deposito del figlio, ma la flessibilità necessaria per esserci nella sua vita quotidiana. Quando si parla di smartworking, dobbiamo anche precisare che può essere uno strumento valido anche solo per brevi periodi della vita lavorativa di un dipendente. Mi rendo conto che questo, come altri strumenti di flessibilità, implica un cambio di gestione, di risistemazione delle mansioni e di cultura aziendale, ma penso che ne gioverebbe la produttività del singolo dipendente e dell’intero sistema. La stessa cosa vale per gli uomini e per i papà. Se non scavalchiamo questo muro, avremo solo minestrine inefficaci e propagandistiche. Non esiste solo il pubblico impiego, non esiste solo il dipendente di una grande azienda, o il libero professionista. Esistono una miriade di persone, lavori, realtà aziendali, ognuna con la propria peculiarità. Anche a parità di lavoro, spesso la situazione cambia a seconda dell’azienda, che sia piccola o grande conta poco. Il fatto di rimanere soli con il proprio problema è devastante. In un mercato del lavoro che è sempre più in crisi, dove i sindacati fanno fatica ad esserci (in alcuni settori sono assenti del tutto) e dove il contratto è poco più che carta straccia, siamo schiacciati tra l’incudine e il martello. Per questo è cruciale integrare la conciliazione all’interno dei contratti di lavoro, in sede di contrattazione territoriale secondaria o addirittura individuale, affinché non sia una questione lasciata alla bontà del datore di lavoro. Anche il sindacato deve essere maggiormente consapevole e coinvolto in queste azioni, sottolinea la Pellegrini. Inoltre, sottolinea due punti nevralgici, congedo parentale e rientro dalla maternità, perché non sia solo un problema esclusivo delle donne. Sta crescendo il numero dei congedi parentali dei padri, forse perché le donne sono maggiormente precarie e assentarsi dal lavoro potrebbe portare a perderlo del tutto, per cui se l’uomo ha una situazione più stabile, sempre più spesso richiede il congedo, a rischio reale di mobbing e di discriminazioni.

L’errore che spesso si compie è una tardiva (e non è detto che accada) maturazione di una sensibilità su certi temi, magari solo quando lo vivi sulla tua pelle. Occorre agire prima, creare un sostegno reale che permetta di progettare una famiglia e dei figli. Altrimenti saremo precari sine die, senza figli, senza sogni e senza ambizioni. Pronti per l’inscatolamento finale.

Se non ci battiamo su questi temi, cosa andremo a raccontare ai nostri figli, domani? Che idea avranno di noi genitori che non abbiamo provato a cambiare le cose? A volte quando racconto la mia storia ho l’impressione di essere una marziana, che magari qualcuno mi giudicherà come una che ha gettato la spugna e si è dimessa. Non mi stancherò mai di parlare della mia storia, perché spero che si cancellino quelle insinuazioni e quei pregiudizi e resti solo la voglia di lottare per cambiare le cose. Non siamo marziane, siamo reali e purtroppo spesso isolate. Ecco il senso di un impegno politico, perché i problemi del singolo non rimangano tali, ma siano fatti propri , affrontati e sostenuti dalla collettività. Usciamo dalle nostre nicchie.

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