Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Interconnessioni che ci riguardano #20maggio

“A feminist is anyone who recognizes the equality and full humanity of women and men.” Gloria Steinem and Dorothy Pitman Hughes 1971

 

Non è sufficiente una sola giornata, ma è necessario ribadire l’importanza di una attenzione e di un impegno tutto l’anno. Sabato ci sarà la manifestazione “20 maggio senza muri” promossa dal Comune di Milano e da altri soggetti, riprendendo la marcia di Barcellona della sindaca Ada Colau.

In quella giornata manifesteranno anche le realtà che aderiscono alla rete “Nessuna persona è illegale” per portare un messaggio che integri cultura e azione pratica e quotidiana di dialogo e di accoglienza, affinché le politiche sulle migrazioni siano articolate diversamente, affinché si comprenda che l’arrivo di questi nuovi cittadini e cittadine sia una grande opportunità per il nostro Paese.

Se non abbandoniamo l’idea di un approccio incentrato esclusivamente su prassi securitarie che sono tanto in voga, avremo solo alimentato le posizioni xenofobe e di esclusione. I diritti umani non possono avere vuoti o sospensioni o eccezioni. Leggi come la Bossi-Fini, legge Minniti-Orlando o la scelta di non garantire l’appello ai richiedenti asilo non vanno nella direzione di assicurare tutele e diritti certi e uguali per tutti. Così pure i contenuti del Regolamento di Dublino per quanto riguarda le competenze in merito alla domanda di asilo (Paese di arrivo). Si separa, si creano differenti trattamenti e diversi gradi di tutela dei diritti.

Vi invito a riflettere su questa dichiarazione contenuta nell’appello  Nessuna persona è illegale:

“Non riconosciamo la distinzione tra autoctoni e immigrati, tra regolari e irregolari, tra rifugiati e migranti economici, perché i problemi degli uni e degli altri non sono diversi e contrapposti ma collegati: i temi del lavoro, del reddito, della precarietà, dell’istruzione e formazione professionale, della casa, della salute, accomunano tutte e tutti, e non ammettono che soluzioni condivise.”

Se riuscissimo ad assumere questa ottica, eviteremmo anche quella lotta per le briciole che tanto avvantaggia destre e leghe. Soprattutto eviteremo atteggiamenti ipocriti e che discriminano.

Ipocrisia che si è di recente tradotta anche nel fatto che in tanti non hanno preso posizione pubblicamente in occasioni recenti come l’operazione di polizia in Stazione Centrale o riguardo alle esternazioni di Debora Serracchiani. Debolezza, connivenza, indifferenza, muoversi solo se necessario o di qualche utilità personale, esplicitare le proprie opinioni solo se non è troppo pericoloso per il proprio percorso futuro.

Ecco da tutto questo atteggiamento prendo le distanze.

Vogliamo chiedere maggiore trasparenza e chiarezza nella gestione dei servizi di accoglienza? Isola di Capo Rizzuto non è un caso eccezionale. Purtroppo sulla pelle dei migranti si costruiscono business e si consentono infiltrazioni mafiose. Vogliamo occuparci di questo seriamente e sistematicamente? Vogliamo aprire gli occhi su cosa accade? Insabbiare per anni i dossier in attesa di qualche indagine della magistratura non è accettabile. Mi rendo conto che sono temi scomodi, ma non nascondiamoci dietro alla cruda realtà.

Perché non ci basterà prendere le distanze da un Salvini che parla di un programma di “pulizia etnica”. Non ci basterà marciare un giorno soltanto per chiedere una accoglienza che rispetti i diritti umani. Solidarietà e pari diritti. Non ci basterà trovarci attorno a un tavolo una tantum. Ciò che non avremo fatto e ciò che non avremo detto al momento opportuno segnerà la nostra attendibilità e onestà, la nostra posizione. La serietà del nostro impegno.

Militarizzare le città, affrontare le migrazioni in termini di costi, contenimento, rimpatri, questioni di decoro e ordine pubblici non ci servirà a niente. Occorre modificare l’approccio. Quella più volte messa in atto non è accoglienza e inclusione.

L’altro giorno un consigliere della Lega della mia zona raccontava delle “occupazioni” e delle “invasioni” prima di pugliesi e calabresi e oggi di egiziani e altre nazionalità. Questo dovremmo ricordarci, fino a ieri, cosa si diceva, cosa si argomentava e cosa oggi si ricorda e si ripete. Gli altri fino a ieri eravamo noi. Quindi chiediamoci il senso di azioni volte solo a creare spartiacque, muri, distinguo tra noi e gli altri.

Così come non possiamo girare la testa di fronte al fatto che sono donne e minori a pagare le conseguenze peggiori di queste migrazioni tra un muro e un recinto, tra frontiere e organizzazioni criminali, tra violenze e corpi che diventano merce. Le barriere e i ghetti servono solo ad alimentare queste pratiche, questi cicli, questi processi in cui gli esseri umani perdono diritti e diventano oggetti, da spostare, vendere. La vita deve avere sempre lo stesso valore, la sua garanzia per queste persone non può essere mutilata, interrotta.

“Secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni dei 37 mila nigeriani sbarcati in Italia nel 2016 (la nazionalità più numerosa) oltre 11 mila erano donne, l’80 per cento era destinato al marciapiede e quasi tutte venivano da Benin City. La strada è sempre la stessa, Benin, Kano, Zinder, Agadez, Gatrun, Sebha, Zuara e poi il mare. C’e anche una rotta che passa dal Mali, dove le ragazze vengono private dei passaporti, stuprate e vendute.” Questo è il vero volto della prostituzione in Italia, non quello edulcorato e patinato che alcuni chiamano sex work. Questi sono gli abusi che vivono le tante donne sfruttate e costrette nel mercato della prostituzione. E dietro la minaccia di riti voodoo passano sotto il controllo delle madame. Secondo Isoke Aikpitanyi, che ha raccontato la sua esperienza nel libro Le ragazze di Benin City e dirige l’associazione delle vittime della tratta, ci sarebbero circa diecimila «madame» in Italia.

Secondo i dati Onu si tratta di un giro d’affari annuo di oltre 228 milioni di dollari. A queste donne, a volte poco più che bambine stiamo rubando tutto.

Quando parliamo di migranti non perdiamo di vista questo sguardo, che non può essere neutro, ma deve contemperare le connotazioni e le visioni di genere, quanta violenza e discriminazioni attraversano le vite delle donne migranti.

La tratta di esseri umani a fini sessuali o lavorativi è un crimine contro l’umanità.

Insomma, non facciamo le solite passerelle, ma ogni tanto impariamo a prendere posizione, sempre, senza se e senza ma. Ogni tanto cercate di capire come vivono le donne nel nostro Paese, quanti ostacoli e muri quotidiani incontrano.

Ricordiamoci che nessuna persona è illegale. Nessuna donna è illegale. Tutte le donne sono esseri umani titolari di diritti, che devono essere rispettati, tutelati, nessuna deve essere trattata come un oggetto, un corpo, una merce, un numero.

L’oppressione, lo sfruttamento, le discriminazioni razziali e sessiste, sono fenomeni strettamente interconnessi, non sono “naturali”, ma costruzioni funzionali a un sistema di controllo che permea ogni aspetto delle nostre società, istituzioni, rapporti umani e cultura. È quello che ha cercato di indagare la sociologa francese Colette Guillaumin. Qui un articolo in cui si parla di questi aspetti: “sesso e razza non sono fatti di natura, precedenti alla storia, ma categorie politiche prodotte da specifici sistemi di oppressione – il sessismo, il razzismo – differenti e interconnessi, che impregnano tutti i rapporti sociali, le categorie mentali e istituzionali in vigore.” Sono strutture funzionali a un preciso assetto sociale e di potere.

Per questo sarò in marcia il 20 e sempre. Coerenza sempre.

 

Consigli di lettura:

http://www.ohchr.org/EN/UDHR/Documents/UDHR_Translations/itn.pdf

https://simonasforza.wordpress.com/2015/09/01/il-traffico-di-minori-dalla-nigeria/

https://simonasforza.wordpress.com/2015/04/17/il-silenzio-non-cambia-le-cose/

http://www.naga.it/tl_files/naga/NePILL%20def.pdf

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LasciateCIEntrare

Dovremmo accoglierle, impegnarci affinché la loro sofferenza abbia termine e che finalmente la loro vita possa avere dei colori più belli. La violenza che hanno subito non potrà essere cancellata, ma potranno ricominciare, potranno tornare ad avere fiducia nel futuro, se dimostriamo loro che su questa Terra ci sono ancora degli esseri umani, capaci di empatia e solidarietà.

Questo raccontava Giacomo Zandonini prima del rimpatrio delle ragazze nigeriane..

http://www.womenundersiegeproject.org/blog/entry/denying-basic-human-rights-italy-to-deport-dozens-of-nigerian-women-torture
Purtroppo adesso ci troviamo di fronte a questo epilogo, come se la tratta e le violenza a cui sono sottoposte queste donne non esistessero. È davvero tanto difficile aiutare tutte le donne, cercare di capire che il loro silenzio nasconde spesso violenze e minacce inaudite? Secondo voi viaggiano da sole? Non vedono l’ora di arrivare in Italia per finire nelle maglie dello sfruttamento e della prostituzione ben organizzata da criminali nazionali e internazionali senza scrupoli.

“Una ventina delle 69 immigrate arrivate a luglio e che avevano fatto domanda d’asilo sono state imbarcate oggi da Ponte Galeria in un volo Frontex. La protesta delle associazioni: “Avevano diritto a una protezione, molte provenivano da situazioni di pericolo” (articolo completo QUI).

Sono stati spesi fiumi di inchiostro per descrivere cosa accade a queste donne, prima che arrivino da noi, le violenze e i ricatti a cui vengono sottoposte, i riti woodoo, sappiamo anche come vengono istruite dai trafficanti di esseri umani per apparire “libere”, coprendo la realtà di questa vera e propria schiavitù. Caspita, sembra che siamo indifferenti, immunizzati, tanto da rimpatriarle in gran fretta. Vi siete chiesti quanto tempo ci vuole perché queste donne si sentano in grado di raccontare la loro esperienza, il terrore di ritorsioni rende tutto più complicato, quindi perché tanta fretta? Perché non aiutarle e sostenerle, accoglierle in un programma di inserimento nel nostro Paese? Cosa c’è dietro? Cosa può spingere a non concedere l’asilo, un permesso di soggiorno speciale a queste donne chiaramente vittime di tratta?

Che senso ha fingere di non sapere, di non voler credere e saper ascoltare anche a quello che queste donne non riescono a dire?
Una mia compagna di lotte, mi ha girato il testo dell’interpellanza fatta l’11 settembre:

Fai clic per accedere a locatelli_on._2-01065.pdf

Il Sottosegretario di Stato Manzione sostiene che è stato fatto tutto secondo le regole, che le donne sono state informate e che potevano esercitare i loro diritti. Chiaramente questa è la posizione ufficiale.. il problema è che non si è capito lo stato delle ragazze. Le vittime di tratta vengono costrette a raccontare quello che i trafficanti vogliono che venga raccontato, non vanno certo a raccontare la verità, sta agli operatori che le accolgono cogliere i segnali e aiutarle, avviare un percorso protetto. Ma evidentemente oggi gli ordini sono di rimpatriare quante più persone possibile, in barba alle tutele e ai diritti. Le vite di queste donne sono in pericolo. Non venite a raccontarmi che è stato fatto tutto perfettamente.

Le loro voci avremmo dovuto ascoltarle. Non mi sembra che ci siano dubbi.

Fonte video: http://www.lasciatecientrare.it/j25/italia/news-italia/160-oggi-libere-4-delle-66-ragazze-nigeriane-chiuse-al-cie-di-ponte-galeria-e-le-altre

A cosa erano destinate è chiaro, principalmente al mercato di sesso, nel nostro paese 1 su 5 è nigeriana. E noi cosa facciamo, anziché aiutarle? Le rimpatriamo?
Quindi cosa facciamo? Chiedo a questo punto se ci sono regole certe, protocolli da applicare e da rispettare in questi casi, che tipo di controlli vengono fatti sulle decisioni prese.
Valeria Fedeli, che nei giorni scorsi si era espressa così, cerchi di andare a fondo.

Marta Bonafoni aveva espresso le sue preoccupazioni in merito alle donne del CIE di Ponte Galeria:
https://martabonafoni.wordpress.com/2015/09/17/ponte-galeria-si-fermi-subito-il-rimpatrio/

Ne ho scritto più volte e lo ripeto, è la politica migratoria in stile Frontex e di estrema chiusura che favorisce la tratta, le violenze, fa il gioco delle organizzazioni criminali, rende le vite e i diritti delle persone labili, incerti e pericolosamente in balia del caso che è a dir poco inaccettabile. Diamo l’impressione di non capire gli attuali fenomeni migratori, non comprendiamo che l’unica strada percorribile è quella di allestire corridoi umanitari subito. Altrimenti le marce a piedi scalzi e le altre campagne mediatiche saranno solo un modo per lavarci la coscienza. Perché siamo bravi a ripulirci, ma lo siamo meno a chiedere a chi di dovere spiegazioni.. in un Paese in cui la Lega sta dilagando con le sue posizioni in materia di immigrazione, non mi sorprende.

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Chi è responsabile delle violenza contro le donne migranti?

One of hundreds of migrants arriving in Salerno in May, 2015. Michele Amoruso/Demotix. All Rights Reserved.

One of hundreds of migrants arriving in Salerno in May, 2015. Michele Amoruso/Demotix. All Rights Reserved.

 

Come le disuguaglianze di genere e i rapporti di potere tra uomini e donne si aggravano nel corso delle migrazioni. Jane Freedman* traccia una analisi lucida che ci aiuta a comprendere i fattori che peggiorano le condizioni di queste donne e di quanto sia pericolosa la normalizzazione della violenza a cui sono sottoposte.

 

 

I leader dell’UE si sono affrettati a dare la colpa dell’attuale crisi migratoria ai contrabbandieri/trafficanti, e sono stati messi in atto piani per cercare di rompere le reti di contrabbando/traffico che presumibilmente minacciano la sicurezza dei migranti. Tuttavia, esaminando da vicino l’esperienza dei migranti risulta evidente che le politiche sempre più restrittive dell’UE di controllo delle migrazioni costituiscono una delle principali fonti di insicurezza. L’eliminazione di vie legali per emigrare, costringono i migranti ad affidarsi a contrabbandieri e a tentare sempre più spesso percorsi tortuosi per raggiungere l’Europa. Queste incertezze possono essere particolarmente gravi per le donne migranti, in quanto i rapporti di potere in base al genere creano differenti forme di violenza e di vulnerabilità per le donne.
Questi rapporti di potere spesso sfociano in varie forme di violenza, i cui responsabili includono i compagni dei migranti (in alcuni casi membri della famiglia della donna o compagni di viaggio), trafficanti/contrabbandieri, la polizia e gli agenti statali. Queste molteplici forme di violenza sono il risultato delle disuguaglianze di genere che possono già preesistere, ma che sono ingrandite e rafforzate durante la migrazione. Le politiche che tentano di limitare la migrazione fanno poco o nulla per controllare questa violenza e in molti casi vi contribuiscono direttamente o la intensificano.
Ricerche in varie zone del mondo hanno evidenziato l’interconnessione tra genere, migrazione, violenza e insicurezza. I diversi pull e push factors, le prassi di controllo delle migrazioni, così come le condizioni economico-sociali presenti nei Paesi d’origine, di transito e di destinazione crea vari tipi di insicurezza e violenza per uomini e donne. Questa variante dipende in gran parte dalle posizioni sociali ed economiche dei diversi attori e dalle relazioni di potere che esistono tra di loro. La divisione sessuale del lavoro sia nei Paesi di origine che di destinazione, la presenza o l’assenza di restrizioni spaziali dello spazio pubblico e della mobilità per le donne, e gli effetti di una economia capitalista riorganizzata e globalizzata sono tutti fattori che contribuiscono a spiegare le variabili di genere nella migrazione. In cima a questi problemi specifici della posizione, le disuguaglianze di genere nella distribuzione della ricchezza tra i sessi sono un fattore globale che spinge molte donne a migrare al fine di garantire la sopravvivenza per sé e per le loro famiglie.
L’insicurezza economica è spesso associata ad altre forme di insicurezza, comprese le forme di violenza di genere. Alcune donne emigrano per sfuggire alla minaccia di un matrimonio forzato o alle mutilazioni genitali femminili, mentre altri sono vittime di violenza domestica, violenza sessuale o stupro, o della persecuzione a causa della loro orientamento sessuale. La prevalenza della violenza sessuale contro le donne è fin troppo evidente nei vari conflitti in atto in tutto il mondo di oggi, che danno alle donne un motivo in più per cercare di lasciare i loro paesi d’origine. Tutti questi fattori, così come molti altri, influenzano la decisione di una donna quando contempla o meno l’idea di lasciare il suo paese e per la relativa sicurezza rappresentata dall’Europa.

Le forme di persecuzione di genere, come ad esempio la minaccia di matrimonio forzato o le mutilazioni genitali femminili, o la violenza sessuale durante la guerra, sono state riconosciute dalla agenzia per i rifugiati delle Nazioni Unite (UNHCR) e rientrano nel campo di applicazione della Convenzione sui rifugiati del 1951. Le donne in fuga da tali forme di persecuzione dovrebbero quindi poter beneficiare della protezione dei rifugiati, ma nonostante i membri dell’UE abbiano visto un aumento di richiedenti asilo sulla base di persecuzione legate al genere, molti migranti donne quando arrivano sono ancora all’oscuro della possibilità di una richiesta di asilo. Questo può essere attribuito ad un non riconoscimento più generale della violenza di genere, che è spesso normalizzato come parte di un regime patriarcale e interiorizzato dalle sue vittime. Le autorità politiche e le organizzazioni internazionali presenti nei Paesi di transito e di destinazione non riescono neanche a fornire informazioni adeguate a queste donne sui loro diritti a chiedere asilo. Inoltre, anche quelle donne che riescono a presentare domanda di asilo sulla base di persecuzioni legate al genere devono affrontare grandi ostacoli quando devono dimostrare la credibilità della loro domanda.
La violenza è una caratteristica dei viaggi delle donne tanto quanto lo è in qualità di causa delle migrazioni, come la decisione di una donna di affrontare uno spazio pubblico per poter migrare è spesso letta da altri come un ‘invito’ ad avere rapporti sessuali. La frequenza con cui si verificano tali (in)comprensioni ha, per molti versi, “normalizzato la violenza sessuale che si verifica nei confronti di migranti donne – per molti è diventato solo una “parte del viaggio”. Il tentativo di difendersi da questo, viaggiando con un partner di sesso maschile, non significa necessariamente garantirsi una sicurezza perché egli stesso si potrebbe rivelare una fonte di violenza o sfruttamento. Nei casi in cui ciò si verifica, molte donne si sentono in dovere di stare con i loro aguzzini per paura di subire qualcosa di peggiore, viaggiando da sole.
Anche i contrabbandieri che acquistano sesso sono diventati la norma. A volte questo è consensuale, quando le donne che non hanno soldi a sufficienza, decidono di scambiare rapporti sessuali per poter raggiungere l’Europa, ma spesso sono costrette. Molte donne sembrano accettare la possibilità di essere costrette a subire rapporti con contrabbandieri, compagni o guardie di frontiera, al fine di sopravvivere e di raggiungerela loro destinazione, come se fosse una parte inevitabile dei loro viaggi. La violenza della polizia contro le donne migranti è stata documentata in Marocco, Libia, così come in centri di detenzione negli stati dell’UE. La criminalizzazione dei migranti e l’attuale intensità con cui l’UE cerca di ostacolare la migrazione verso l’Europa hanno legittimato tale violenza sia nei Paesi di transito che in Europa.
Le cause delle migrazioni delle donne sono complesse e coinvolgono fattori relativi alle insicurezze economiche, fisiche e sociali. Queste cause di migrazione è improbabile che scompaiano nel prossimo futuro. Parlare di queste insicurezze di genere in tema di migrazione non implica in alcun modo che le donne coinvolte siano semplici “vittime”, dal momento che hanno chiaramente sviluppato molte strategie per affrontare le insicurezze che si trovano a sperimentare. Tuttavia, queste strategie di sopravvivenza non devono essere viste come alternative alle azioni messe in campo dagli stati e dalle organizzazioni internazionali per difendere i diritti di queste donne. Nel lungo periodo, l’unico modo per migliorare la sicurezza di queste donne è di mettere in atto un vero e proprio impegno per fornire percorsi sicuri e legali per la migrazione e / o per ricorrere alla richiesta di asilo.

 

*Jane Freedman is a Professor at the Université Paris 8, and member of the Centre de recherches sociologiques et politiques de Paris (CRESPPA). She has researched and published widely on gender and migration.

Articolo originale: https://www.opendemocracy.net/beyondslavery/jane-freedman/who%E2%80%99s-responsible-for-violence-against-migrant-women

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Oltremare

©Anarkikka di Stefania Spanò

©Anarkikka di Stefania Spanò

 

Di fronte a questo genocidio del mare ad opera di uomini e organizzazioni criminali internazionali senza scrupoli, non possiamo restare indifferenti, e non possiamo tirarci fuori, perché ne siamo responsabili, anche se qualcuno si ostina a tirarsi fuori. Come trasformare il dolore e l’indignazione che ci coglie dopo un’ennesima tragedia che si consuma in mare, vicino alle nostre coste dipinte come l’Eden a cui aspirare, in un’azione permanente e tangibile che superi il momento contingente e ci porti a rifiutare tutto questo e a combattere chi sulla tratta di esseri umani si arricchisce e prospera? Perché dovremmo tutti insieme rifiutare questa carneficina, perché chi non muore in mare, spesso è destinato a vivere l’inferno su questa terra. Lo stesso dolore che proviamo di fronte a ogni ennesima tragedia del mare, dovremmo provarlo ogni giorno, consapevoli di quel che accade in Italia e in tutti i Paesi di destinazione. Perché questa immane tragedia è permanente, tra chi muore e chi viene privato dei suoi diritti prima, durante e dopo la traversata. Ne scrivevo qualche giorno fa (qui). La tratta ha il volto di questi uomini, donne e bambini, nuovi schiavi di un mercato criminale con rotte internazionali che portano carne per alimentare i nostri Paesi. C’è di tutto, lavoro forzato, prostituzione, traffico d’organi e una serie di altri orrori. La tratta non si ferma, quando i media smettono di seguire le disgrazie dei migranti. La violenza a cui vengono sottoposti non si spegne e il nostro silenzio si tinge di connivenza, se non ci sentiremo responsabili e se non capiremo che molte delle soluzioni dipendono da noi, dal nostro modo di essere cittadini. Lo capiremo solo quando usciremo dal nostro individualismo ed egoismo ciechi. Iniziamo a conoscere seriamente il fenomeno, capiremo che il quadro è molto più ampio e ramificato e che ci tocca in prima persona. Sono i nostri fratelli, le nostre sorelle, SEMPRE, non solo quando ci fa comodo o fanno notizia. Chiudere gli occhi e le frontiere non è umano, ci rende carnefici, il monstrum spesso abita dentro di noi, anche se per alcuni è più rasserenante continuare a volerlo vedere altrove, distante da noi. Il primo passo per iniziare a invertire la nostra rotta fatta di indifferenza o di empatia a singhiozzo, sarebbe ricordarci le nostre traversate oceaniche. Un secondo, comprendere le ragioni di chi migra. Un terzo, conoscere il fenomeno della tratta di esseri umani.

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