Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Never surrender. Never give up the fight.

Design by Soli Rachwal


Le ondate del femminismo, numerate, incastonate in varie epoche, temporalmente divise ma interconnesse, si susseguono e contengono ciascuna sempre il medesimo seme, nucleo fondativo che è quello da secoli, pur differenziando man mano gli obiettivi e i meccanismi nei vari periodi. Non si tratta solo la parità o del diritto di voto, c’è essenzialmente qualcosa di più basilare: la vita può, deve poter seguire un corso diverso, migliore, non essere per destino un percorso accidentato e infernale solo perché si è nate donne.

“L’idea che c’è un altro modo di viverla questa vita”.

Le donne sono la metà della popolazione e le loro istanze non possono essere cancellate, neutralizzate, strumentalizzate, invisibilizzate, ignorate.

Prendere coscienza, ciascuna a suo modo, di questa verità che ci accomuna, è la miccia che innesca tutto il resto e che rompe col passato.



Poter camminare senza mannaie, giudizi e sensi di colpa elargiti a grandi mani da una società maschio centrica. Si può vivere diversamente, uomini e donne, insieme. Guardando il film Suffragette, si scorgono molte delle questioni cruciali scoperchiate dal femminismo, tessendo un intreccio tra istanze sociali e di genere, alcune delle quali tuttora irrisolte: il lavoro minorile, l’assenza di tutele per la salute, la necessità di servizi per l’infanzia e di sostegni per permettere alle donne madri di lavorare, le violenze sul lavoro, le discriminazioni negli studi, le conseguenze di un ruolo e “posto” sociale esclusivamente “di madre e moglie”, non di cittadina e di lavoratrice portatrice di pari diritti, la durezza e la fatica dell’esistenza e della lotta, il giudizio sociale, le disparità salariali, la violenza domestica, le difficoltà dell’attivismo e le sue conseguenze, la patria potestà e un diritto di famiglia discriminante per le donne (solo nel 1925 vennero riconosciuti i diritti delle madri sui propri figli, in precedenza assegnati in esclusiva al padre), soprattutto in caso di divorzio e di questioni legate ai figli.

Ridicolizzate, svilite, vilipese, schernite, offese, silenziate, oscurate, imprigionate e colpite con ogni mezzo: questo ha accompagnato da sempre il lungo cammino delle donne per i diritti, per essere artefici della propria vita, per non essere più considerate proprietà, oggetti, appendici maschili. Un percorso difficile, per nulla privo di conseguenze dolorose sulle singole esistenze, perché nulla può essere come prima.

“Credo che, al di là delle vicende esistenziali di ognuna, l’eredità più grande che il femminismo ha lasciato alle donne, anche alle più giovani, sia quella di non accettare la vita come qualcosa di inevitabile e scontato, ma iniziare a chiedersi perché, ascoltare i propri desideri, chiedersi di cosa si ha bisogno, che cosa manca.”

Da “Come il mercurio” di Carla Marcellini

Un cambiamento che doveva passare attraverso il riconoscimento del diritto di voto attivo e passivo, perché solo l’elezione di donne in parlamento poteva permettere alle donne di “fare” le leggi, partecipando a un processo che per anni è stato appannaggio esclusivo maschile. Certo, il raggiungimento della rappresentanza non è mai stata e non è la garanzia di un lavoro dalla parte delle donne, questo credo che lo abbiamo già ampiamente sperimentato. Non è roba da pallottoliere. Così come sappiamo che può esistere un lavoro trasversale tra donne di diversi colori politici per il raggiungimento di obiettivi importanti. In ogni caso, una rappresentanza consapevole del poter compiere la differenza è fondamentale. Purtroppo, possiamo ampliamente sostenere che finché la selezione sarà grandemente in mano maschile, non potremo aspettarci molto. Ma lo stesso vale per le collezioniste di poltrone, di ruoli, di candidature e di incarichi, esattamente come da secoli fanno gli uomini. La strada è tutta in salita finché non cambierà a fondo la cultura e l’atteggiamento/rapporto con il potere.



Avere piena gestione della propria vita, avere un posto pienamente riconosciuto e agibile nella società, poter partecipare per mutare l’assetto imposto da leggi che hanno tuttora un sapore maschile, sono questioni tuttora aperte. Sapere da dove vengono tutti i diritti che oggi il nostro ordinamento sancisce e tutela potrebbe aiutarci.

C’è qualcosa che ci accomuna alle lotte delle varie ondate: il coinvolgimento e la diffusione delle lotte, l’essere libere, senza catene, perché solo così si ha la forza e il coraggio per portare avanti le battaglie. Non avere nulla da perdere, questa è la chiave. Ciò che ci azzoppa: essere imbrigliate principalmente in convenienze personali, in rapporti che “possono servirci”, in subordinazioni a “poteri” che ci possono aiutare, in “non belligeranze” utilitaristiche, in un fare politica per se stesse, in un esserci esattamente come ci starebbe un uomo, in una brodaglia di attivismo che si perde in piccole e innocue insenature. Ecco perché c’è sempre un compromesso, un germe che mina da dentro le conquiste. Basti pensare alla legge 194. Ed anche laddove si pensava di aver compiuto passi in avanti, dobbiamo constatare che briciola dopo briciola, si son mangiati o si vogliono rimangiare l’intera torta.

A completare il quadro, ci sono le divisioni, le puntualizzazioni che spesso fanno riferimento solo alla propria persona e opera, autorità che sembrano voler sostituire in toto il vecchio padrone, il vecchio potere. Sinceramente, l’arte e l’esercizio di collocazione, catalogazione e di etichettatura mi è sempre stata stretta. Perché mai stare sempre in trincea tra noi, o bianco o nero, senza riuscire a sbarazzarsi di posizioni monolitiche o di giudizi? L’assurda regola della fedeltà, “o stai con me su tutto, o sei contro di me”. Il permesso da chiedere prima di ogni passo. Non sarebbe “differentemente rivoluzionaria” la possibilità di dissentire e di avviare un dibattito rispettoso pur nelle diversità di opinioni? Il sindacare continuo sulla “purezza” e sul pedigree femminista. L’entrare a gamba tesa in ogni dove per affermare una supremazia dal sapore assurdamente machista. Quante catene, che se vengono sommate alle delusioni, rischiano di avere l’effetto di movimenti tettonici! Una restaurazione anche se femminista è pur sempre una restaurazione, il gattopardismo resta sempre tale. Per questo ci perdiamo i pezzi e andiamo in pezzi. E ci sono fughe da tutto questo metodo che crea disagio, sfiducia, sensazione di non accoglienza, non poter avere voce, non poter esistere se non “affiliata”, incardinata in una categoria, in una fazione. In fondo sembra davvero che non ci sia differenza, “madri” al posto di “padri” dalle quali dovremmo passivamente prendere “ordini” e alle quali subordinarci. Di protezione in protezione, secondo schemi sempiterni. Altro che sullo stesso piano, altro che uguaglianza di genere, quando abbiamo difficoltà anche tra noi. E nel calderone delle polemiche smarriamo gli obiettivi e questo anche se a malincuore lo devo dire. Spesso lasciamo macerie e per questo dovremmo fermarci. Capire che è il momento del “sospendere” certe prassi. Stiamo facendo il gioco del patriarcato, e il femminismo per me non è un luogo di produzione in stile capitalistico o di autosostentamento. Non siamo raccoglitrici, non siamo alla ricerca di benefici, non siamo elemosinatrici di briciole di diritti. Non siamo alla ricerca di un posto per noi, non è da idealista folle iniziare a pensare, tornare a pensare in senso collettivo, come se non ci fosse un domani o un dopodomani a cui rimandare. Abbiamo da perdere solo le occasioni per migliorare la vita delle donne, non solo quelle che che hanno voce e riescono a trarre vantaggi da un sistema tuttora fortemente a guida machile, nel pensiero e nella pratica.

E se il 25 settembre si svolgerà l’udienza nella quale il giudice deciderà se archiviare o proseguire l’iter giudiziale in seguito a quanto denunciato da Elisabetta Cortani, continuo a chiedere cosa pensiamo di fare. Sento un po’ di vuoto.

Lo dico chiaramente cosa stiamo smarrendo: l’opportunità di dimostrare solidarietà a una donna e al contempo a tutte le donne che hanno sperimentato e sperimentano molestie e violenze sul lavoro. Soprattutto non si deve lasciar passare tutto il corollario espresso dalla pm che ha chiesto l’archiviazione. Si tratta di noi. Il #metoo, sbeffeggiato e infangato da più parti, non è roba da social, se vogliamo che abbia una qualche ricaduta nella realtà. Le molestie e le violenze non possono diventare poltiglia nel tritatutto di un potere maschile che discredita e nega la realtà.

Abbiamo da perdere qualcosa? Questo lo chiedo, perché ho come la sensazione che sia questo il problema. Ci avvitiamo attorno a un limite, un grosso e grande muro, che noi stesse ci siamo costruite, per poterci riservare un “posto unico”, bastante a sufficienza per noi stesse, disposte a svendere tutto. Eppure il femminismo dovrebbe avere una dimensione e un respiro collettivo per poter giungere a qualcosa. La facciata e la prassi. L’effetto? Un pericoloso e comprensibile ripiegamento nel proprio privato, stanchezza, rinuncia, rassegnazione, senso di vuoto e di smarrimento. Nel chiacchiericcio sterile, nella debolezza di non riuscire a mostrare l’urgenza di certe rivendicazioni, di fissare determinare argini, di prendere posizione passano fiumi e tempeste.

Con lo sguardo del distacco estivo, vedo meglio tutto questo. Metto a fuoco prima di ripartire, distante dal modello “qui, oggi, ora, domani chissà”. Ho lasciato decantare e sedimentare il flusso di accadimenti estivi. Ho compreso quanto arduo sia riuscire a far chiarezza, a superare il taglio superficiale e fugace che ci impone il veloce processo di produzione-consumo. Ci siamo dentro. Vorrei che ci prendessimo però il tempo necessario per concentrarci, perché a furia di perdere i pezzi, di sottovalutare, di pensare che siano questioni secondarie, di non accorgerci delle cose, di frammentarci, di non riconoscerci tra di noi e di non sentirci parte di una storia comune che va al di là delle nostre esistenze, di non occuparci di noi in senso collettivo, rischiano di far passare i più pericolosi arretramenti. Un po’ come accadde sulla questione dello stalking. “L’ognuna per sè”, la difficoltà a creare e a fare rete per davvero tra i vari livelli (politica istituzionale, attivismo, associazionismo, base) crea questi cortocircuiti.

Prendiamoci il tempo per mettere in fila le priorità, le questioni che potrebbero essere per noi delle spade di Damocle, qualcosa che in breve tempo potrebbe annullare molte delle conquiste e dei principi tanto faticosamente raggiunti. Pensiamo al DDL ad iniziativa del senatore Simone Pillon, sul quale mi soffermerò prossimamente, alla catena interminabile di violenze e di femminicidi che sempre più passano in sordina, al lavoro femminile. In poche parole, come pensiamo di costruire le basi oggi per un futuro differente, che sia più dalla parte delle donne? Quanto ci accorgiamo che anche i diritti “acquisiti” possono essere messi in discussione e cancellati? Dobbiamo pensarci noi, chi sennò?

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A proposito di pericolose generalizzazioni stereotipate

 


In questo paese oscilliamo da un lato tra la santificazione/venerazione della maternità, con tanto di dipartimento mamme e di bonus ad hoc, e dall’altro con attacchi più o meno velati alle donne, in generale, ma ultimamente anche alle neomamme o mamme.

Non c’è un equilibrio. Non c’è un quadro realistico. Non c’è un approccio serio e non stereotipato. Non c’è separazione tra realtà e finzione che deforma e strumentalizza tutto, in funzione di un discredito generalizzato intriso di odio e pregiudizio.

C’è chi mette in piedi una campagna di vero e proprio odio e dileggio contro le neomamme, creando addirittura una categoria specifica, tutta omogenea e tutta uguale, in balia di quella “isteria” che da sempre ci è stata appiccicata addosso. “Pancine” alla sbarra delle imputate, deumanizzate e diventate parte di corpi, nell’immaginario di questo personaggio del Web che tutto distrugge e che alimenta una, l’ennesima, mistificazione della rete. Per certi surfisti della rete che costruiscono e alimentano queste barricate, le neomamme diventano uno dei tanti bersagli, in un misto di dileggio e di misoginia. Le neomamme diventano una massa informe, un cluster, una categoria di soggetti ignoranti, gretti, superstiziosi, in balia di ormoni e di una natura che le porta a essere normalmente, biologicamente instabili, credulone, inaffidabili, in definitiva inferiori. Esattamente come storicamente ci hanno dipinte per secoli. Come se Simone de Beauvoir non fosse mai esistita e non avesse mai scritto nulla in merito. Come se anni di femminismo fossero passati invano.

Ed ecco che una delle tante gogne generate dai social e dal Web diventa uno strumento per tornare indietro, a quel ferro da stiro, a quella dimensione unicamente domestica, a quella monocapacità riproduttiva, a quel grembiule. Donne che diventano oggetti e alle quali facilmente si possono associare falsi stereotipi che però quasi tutti sono disposti a ritenere veri e rappresentativi di tutte le donne, perché “si sa che è così”. Su questo ritenere le donne assoggettabili ad un unico calderone di idee, pensieri e comportamenti si è fondata nei secoli la società patriarcale. Su queste costruzioni e ricostruzioni maschili del mondo delle donne si sono rette le discriminazioni e i pregiudizi che ci hanno affossate. Su questi temi tanta strada è stata fatta, a livello teorico e pratico, per smontare queste impalcature di frottole ai nostri danni. Eppure ciclicamente ritornano. Ritornano a dimostrazione che non possiamo abbassare la guardia e soprattutto dobbiamo creare un clima di solidarietà femminile che sappia abbattere questi tentativi. Purtroppo questo non c’è, o non è ancora diffuso. Non è una cosa semplice ma concordo con le analisi di Donatella Caione, editora di Matilda Editrice e con una esperienza consolidata alle spalle dalla parte delle donne e delle mamme, sulla pericolosità di “screditare una intera categoria, quella delle giovani mamme, e indirettamente le donne. E ovviamente non manca la violenza verbale di chi commenta le videate, violenza verbale sempre presente quando si parla di donne.”

Vi invito a leggere tutte le considerazioni (anche qui e qui) di Donatella, perché aiutano a smascherare l’operazione in atto.

 

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Questione di gender gap: la partecipazione al mercato del lavoro ha un costo

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Lo so, dobbiamo partecipare al mercato del lavoro, fa bene al Pil, fa bene al Paese, ma a noi fa bene? Dopo tante analisi alla fine il consiglio è sempre quello di tenersi stretto il lavoro. Quale e a che condizioni non sembra importare, perché si sa che poi i figli crescono e che uno stipendio in più fa sempre comodo, che i matrimoni finiscono e l’autonomia è sempre meglio, che senza un lavoro per la società non esisti.
Non sia mai discostarsi dal mantra “produci-consuma-crepa”. Non importa altro, solo denaro e successo, ammesso poi che uno faccia un lavoro gratificante o per lo meno con qualche soddisfazione.
Ammesso che lo si abbia, regolare e non a tempo determinato, a singhiozzo o in nero.
Ammesso che il tuo datore di lavoro non lo lasci scadere senza rinnovarlo.
Ammesso che” davvero troppe cose.

(…)

Si pretende troppo da noi donne, si pretende che sappiamo resistere, mantenere un lavoro, occuparci della cura familiare, sembra che i figli siano ancora una questione prettamente da donne.

 

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Le nostre scelte riproduttive ci appartengono

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Ci risiamo. Ieri quando ho letto questo pezzo di Enrica di Narrazioni Differenti mi è venuto un déjàvu. Speravo che l’idea che la Ministra Lorenzin coltiva dal 2014 si fosse arenata. Invece no.

Fertility day: la bellezza della maternità e paternità. Affrettatevi, siamo deperibili, prodotti soggetti a scadenza. È sotto i nostri occhi il magnifico Piano nazionale di fertilità del Ministero della Salute. Viene in mente l’immagine di una popolazione assimilata a un campo da preparare per la semina intensiva. Come i piani di bonifica del Duce. Peccato che siamo esseri umani e non acri di terra.
Scarsa natalità? Calo demografico? Una soluzione degna del Ventennio in versione 2.0, quando si incentivavano le nascite e si chiamavano i figli Benito. Una “rieducazione” non richiesta alla maternità, un grande piano nazionale di fertilità con tanto di fertility day il 22 settembre 2016. Cosa facciamo, mettiamo le donne in batteria, come le galline?
Se poi affrontiamo la questione della maternità in età sempre più elevata, la Ministra dovrebbe anche ricordarsi che si diventa mamme più tardi perché studiamo più a lungo, perché il lavoro è precario, scarso, mal retribuito e la stabilizzazione stenta ad arrivare, se arriva. Quindi, se da un lato la fertilità è maggiore da giovani, non è detto che vi siano anche adeguate condizioni di vita.
Siamo un paese in cui i servizi di sostegno scarseggiano e le politiche di conciliazione e di condivisione sono chimere. Insomma, anacronismo e una distanza abissale dalla realtà.
Tra cartoline e fertility game, per lo Stato italiano siamo ancora patrimonio dello Stato, destinate a sfornare figli per la patria. Peccato che non ci si renda conto del contesto, del perché non facciamo figli o della possibilità di scegliere o meno di diventare genitori. Non è mica un destino obbligato.
La nostra fertilità ci appartiene in toto e non è assolutamente un bene comune, per cui nessuno può sostituirsi a noi nelle nostre scelte di riproduzione. Tanto meno lo Stato. Ricordiamo che la Legge 194/78 riconosce alla donna la possibilità di interrompere volontariamente la sua gravidanza.
Essere genitori in Italia non è proprio una passeggiata semplice.
Spesso basta un dettaglio e ti ritrovi con stipendio e carriera bloccate, se non fuori dal mercato del lavoro. Diventare madre è uno di questi motivi. Non ci siamo ancora liberate dal gender gap.
L’Italia può vantare il primato del “costo più basso dei licenziamenti a livello mondiale”.
L’inchiesta de L’Espresso del 2015 parla chiaro: “negli ultimi cinque anni in Italia i casi di mobbing da maternità sono aumentati del 30 per cento. Secondo le ultime stime dell’Osservatorio Nazionale Mobbing solo negli ultimi due anni sono state licenziate o costrette a dimettersi 800mila donne. Almeno 350mila sono quelle discriminate per via della maternità o per aver avanzato richieste per conciliare il lavoro con la vita familiare”.
Ripristinare la normativa contro la pratica delle dimissioni in bianco è stato solo il primo passo, occorre ostacolare le modalità che vengono messe in campo per “invitare” le donne a dimettersi “volontariamente”.
Perché potersi dedicare anche alla propria vita privata non sia un lusso, una strada impraticabile se non a costo della rinuncia al lavoro (ovviamente questo vale per uomini e donne). Un giusto equilibrio non deve essere lo stigma, ma un cambiamento culturale necessario, che produce benefici sul dipendente e ricadute positive sul lavoro. Perché occuparsi di un figlio o di un familiare non può essere considerato una fonte di peso aziendale. Deve cambiare l’organizzazione aziendale oppure perderemo terreno e risorse umane. Quindi lasciateci scegliere e progettare i nostri tempi di vita-lavoro. Sono state presentate anche proposte di legge a riguardo, per fornire sostegni in questi casi.
Quando parliamo di sostegni non parliamo di bonus o di assegni una tantum subordinati a Isee irrealistici. Parliamo di un sistema strutturato, che incentivi a lavorare e dia sostegni concreti, anche di deduzione fiscale significativa. Parliamo di congedi di paternità retribuiti e con durate pari o simili a quelle previste per le donne, per incentivare la condivisione. Parliamo di servizi a prezzi calmierati. Parliamo di permettere a tutti di scegliere soluzioni part-time. Soluzioni che incentivino l’emersione dal nero delle donne che lavorano, rendendolo conveniente, restituendo in questo modo alle lavoratrici i loro diritti.
Non parliamo solo di nidi, perché sappiamo che non sono una soluzione sufficiente (certamente i costi attuali sono troppo elevati e gli orari sono spesso incompatibili con orari di lavoro full-time). Parliamo di flessibilità e incentivi per i genitori, non solo per le mamme.
L’uso dei bonus una tantum, che aiutano a tamponare, ma non rappresentano una soluzione reale dei problemi per cui si sceglie di non fare figli. Serve un approccio redistributivo della ricchezza, che permetta di vivere in condizioni dignitose. Il bonus per le mamme è antitetico a una politica strutturata di fuoriuscita dal bisogno. Si tratta di soluzioni che generano discriminazioni e una volta terminate lasciano il vuoto.
Ci piacerebbe che si parlasse maggiormente di servizi di conciliazione, magari a prezzi calmierati, come per esempio incentivare la creazione di una rete di sostegno di mutuoaiuto tra cittadini (volontaria e gratuita) per rendere più agevoli tanti piccoli aspetti della vita dei genitori. È questione di prospettive favorevoli non solo di breve/brevissimo periodo. Un figlio ha dei “costi” crescenti, di varia natura.
Dobbiamo spiegare e insegnare alle persone che mettere al mondo figli è una responsabilità personale, implica una capacità di comprensione di cosa significa crescere dei figli, crescere che non significa nutrire solo con un piatto di pasta, ma nutrirli culturalmente, trasmettergli un sistema di valori, seguirli, sostenerli, educarli, dargli opportunità per un futuro dignitoso, per essere dei cittadini attivi e non passivi.
Chiediamo alla Ministra Lorenzin come si possono mettere al mondo e crescere i figli se si è senza lavoro, si è precari e la rete dei servizi è spesso carente?
“Negli ultimi 2 anni sono aumentati del 30% i casi di donne licenziate o costrette a dimettersi; almeno 350 mila sono state discriminate per via della maternità”: che fare?
Essere genitori è un compito di responsabilità, ed è il motivo per cui in molti decidono di non potersi permettere questo impegno, perché tante condizioni non lo permettono. Quindi anziché stigmatizzare chi sceglie consapevolmente di non fare figli perché si rende conto del contesto ostile, dovremmo occuparci di diffondere questa consapevolezza e aiutare in modo strutturale le persone. Non basta l’obolo una tantum o il pacco di beni alimentari, che sono ottime soluzioni tampone (senza le quali la situazione sarebbe ancor più drammatica) ma che non risolvono una questione così enorme, difficile, che ha una matrice anche culturale e di mancanza di opportunità reali. Non siamo in grado o non vogliamo guardare alle radici dei problemi. Offriamo piuttosto un sistema efficiente di collocamento o ricollocamento lavorativo con annessa formazione, condizioni di conciliazione reali e alla portata di tutt*, supporti educativi e di sostegno per far maturare una consapevolezza alla genitorialità. Vogliamo sostenere una genitorialità in modo finalmente organico e non emergenziale, come se poi dovesse arrivare una mano divina a risolvere tutto? Certo che se non applicheremo delle misure radicali che vadano a monte delle difficoltà, la natalità continuerà a crollare e chi farà figli sarà alla mercé della buona o cattiva sorte. Esattamente come nell’800. Vogliamo davvero tornare indietro?

Dobbiamo crescere cittadini/e attivi/e e genitori che capiscano pienamente che cosa significa l’impegno di un figlio. Dobbiamo spiegare che dei figli che continuano gli studi saranno dei cittadini migliori, dobbiamo spiegare che la vita di una donna non coincide solo col mettere al mondo figli. C’è altro e ci deve essere altro nella vita delle ragazze e delle donne.
Auspichiamo un futuro diverso, in cui tutti siano resi autosufficienti e consapevoli. Questo è il compito di uno Stato efficiente e lungimirante, questo è il compito di chi si ritiene progressista. Così come dovrebbe essere prioritario osare e spingere verso un reddito di base (articolabile con varie modalità) con programmi di (re)inserimento nel tessuto produttivo e sociale.
Sul tema della conciliazione, vedremo che risultati porterà il Ddl per il lavoro agile o smart working “Misure per la tutela del lavoro autonomo non imprenditoriale e misure volte a favorire l’articolazione flessibile nei tempi e nei luoghi del lavoro subordinato”. Il lavoro agile deve essere flessibile e produttivo, fondato su un patto tra datore di lavoro e dipendente proprio per raggiungere questi obiettivi. Flessibilità che fa rima con possibilità di conciliare vita privata e lavoro. Flessibilità del luogo di lavoro che deve tradursi in un aumento della produttività. Agile non significa che non siano previsti periodi in cui lavorare in azienda, per non perdere gli aspetti positivi del lavoro di squadra e dell’affiatamento derivante dall’appartenenza al medesimo progetto aziendale.
Si tratta di un segnale importante di come sia maturato un diverso approccio alle modalità del lavoro e di quanto poco c’entri la produttività con le ore di permanenza nel luogo di lavoro e alla scrivania. Certo lo smart working non è adatto a tutti i tipi di lavoro, non piace a tutti, ma può essere preferito in alcuni periodi della propria vita perché consente di mantenere insieme vari “pezzi” degli impegni quotidiani.
Ripristiniamo il Fondo nazionale per le Consigliere di Parità, figure che intervengono nelle discriminazioni collettive e individuali nel mondo del lavoro e promuovono concrete politiche di pari opportunità di genere.
Meno bonus una tantum e più politiche strutturali e diffuse. Per capirci, facciamo girare ricchezza e risorse, niente pacchetti di aiuto a pioggia, ma frutto di una verifica sul campo e di una strategia di lungo corso. Si chiama politica della redistribuzione, e qualcuno dovrà sacrificarsi o iniziare a pagare equamente, in base alle proprie possibilità. Le risorse di trovano attraverso una seria lotta all’evasione.
Quali potrebbero essere le soluzioni alternative per una efficace azione informativa ed educativa?
Vi ricordate i consultori? Ebbene, se funzionassero ancora, con le caratteristiche originarie (luoghi nati dal lavoro delle donne, come spazi per le donne, per una sessualità vissuta liberamente, senza le coercizioni di stampo patriarcale) e fossero attivi e presenti con sufficienti e adeguate risorse sui territori (ricordiamo che la copertura prevista non è stata mai raggiunta), forse non avremmo bisogno di una campagna ministeriale ad hoc e di un ennesimo giorno dedicato a un tema che dovrebbe essere parte della cultura di base di ciascun individuo.
E non è certo accettabile che questa campagna, così strutturata, con questo approccio, possa essere diffusa dai consultori o dalle scuole.
Preoccuparsene in questo modo non so che senso possa avere, se a monte, nei restanti 364 giorni non si fa educazione a una sessualità consapevole e responsabile, nelle scuole e nei centri frequentati dai ragazzi, anche e soprattutto in pre-adolescenza. Incoraggiare le persone a prendersi cura della propria salute, fare prevenzione, diagnosi precoci di eventuali patologie è una cosa sana (se non è finalizzato a un disegno riproduttivo “obbligato”), ma allora perché non investire seriamente nei consultori e nei servizi preposti? Certe informazioni devono essere fornite in modo capillare e permanente, è un lavoro di cui devono occuparsi i consultori laici, perché la laicità deve essere nel dna di uno Stato che vuole trasmettere i giusti messaggi ai propri cittadini. Non lasciate che il lavoro e le caratteristiche originali dei consultori vadano lentamente disperdendosi e che al loro posto restino solo delle campagne una tantum, con approcci di questo tipo. La cura e la conoscenza di sé, del proprio corpo, dei propri desideri non la si fa con un fertility day, ma si diffonde consapevolezza, si diffonde un messaggio che sappia accogliere ogni scelta e non sia ansiogeno come quello di una clessidra, che per chi ha costruito la campagna può anche sembrare innocuo, ma non lo è. Non si può entrare a gamba tesa, a freddo, nelle esistenze delle persone, il lavoro da fare è più ampio e strutturato. Soprattutto lasciando sempre libertà di scelta, se diventare o meno genitori. Facciamo entrare dei messaggi di questo tipo nelle scuole, perché ci sia consapevolezza, ma non si veicolino ruoli e destini predeterminati. La resistenza a una educazione sessuale e affettiva con un approccio laico, tra i NoChoice e la fantomatica teoria gender, produce disastri. Se questa è la modalità con cui si intende fare propaganda, non ci stiamo.

Provvediamo a varare una nuova legge sulla fecondazione assistita che aiuti chi vuole diventare genitore (che sia veramente accessibile anche in termini di costi), che sani gli errori, i danni e la voragine lasciata dalla Legge 40, svuotata dagli oltre trenta pronunciamenti della Corte.
Insomma, recuperiamo ciò che c’è e investiamo in modo lungimirante. Non è parlando di “prestigio della maternità” o di “prepare una culla nel tuo futuro” che si esce dalla denatalità.
Non puntiamo il dito sulle donne, sui loro uteri e sugli ovuli che non si trasformano in prole per la patria. Puntiamo a comprendere tutti i fattori che oggi influiscono sulle scelte, tutte, non solo quella di fare o meno un figlio.
Non ci preoccupa che si facciano meno figli, ma che le prospettive per tutti siano sempre più difficili, incerte e che non vi siano proposte politiche che vadano a migliorarle. La questione non è “fare più figli”, ma che futuro dargli, nel caso decidessimo di diventare genitori.
Come abbiamo visto la questione va ben oltre il mero approccio o dato biologico. Richiede il coinvolgimento di più Ministeri e di ragionare in più ambiti. E la sessualità non è unicamente destinata alla riproduzione della specie. Pensavamo che almeno questo fosse chiaro e assodato. Non tutto ciò che è biologicamente predisposto deve essere per forza realizzato o considerato fondamentale per definire un individuo “completo”. Seguendo le indicazioni del Ministero, visto che siamo biologicamente portati a riprodurci, a questo punto dovremmo anche massimizzare i risultati, accoppiandoci più volte, con più persone il 22 settembre. Buon settembre a tutt*!

 

Per approfondire

http://www.mammeonline.net/content/conciliazione-famiglia-lavoro-buone-pratiche-welfare-aziendale-le-indicazioni-ue

https://simonasforza.wordpress.com/2015/01/08/no-quiero-hijos/

https://simonasforza.wordpress.com/2016/03/07/donne-lavoro-e-discriminazioni/

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Lavoro: lo lasciamo perché…

Dimissioni-madri-padri

 

Puntuale, arriva anche quest’anno la Relazione annuale sulle convalide delle dimissioni e risoluzioni consensuali delle lavoratrici madri e dei lavoratori padri, relativa al 2015 (ex art. 55 del Decreto Legislativo 26 marzo 2001, n. 151).

Ricordo che l’anno scorso sono state reintrodotte le norme contro le dimissioni in bianco.

Vediamo la situazione come si è evoluta.

Il numero complessivo di dimissioni e risoluzioni consensuali convalidate dalle Direzioni territoriali del lavoro è stato pari a n. 31.249, segnando un incremento del 19%, rispetto al 2014. Anche nel 2015 le convalide hanno riguardato in misura nettamente prevalente le dimissioni, mentre le risoluzioni consensuali (obbligo ex legge n. 92/2012), sono solo il 3% del totale.

Le lavoratrici madri (25.620) sono quasi l’82% dei casi in questione.

Decisamente più limitato è rimasto invece il numero delle convalide riferite ai lavoratori padri (5.629), sebbene in tal caso si sia registrato un sensibile aumento di casi (pari al +46%) rispetto ai 3.853 nel 2014, dato che viene letto “in linea con la sempre crescente tendenza, già segnalata lo scorso anno, ad una maggiore condivisione dei compiti di cura della prole.”

E’ stato confermato il rapporto inversamente proporzionale tra dimissioni/risoluzioni convalidate e anzianità di servizio delle lavoratrici madri/dei lavoratori padri interessati.

Si rileva altresì che la netta prevalenza delle dimissioni/risoluzioni convalidate nel 2015 ha interessato le fasce d’età comprese tra i 26 e i 35 anni (in crescita rispetto al 2014) e tra i 36 e i 45 anni (in crescita rispetto al 2014); “tali dati, letti congiuntamente a quelli relativi alla ridotta anzianità di servizio, confermano il perdurare dell’ingresso posticipato nel mondo del lavoro in Italia.”

A mio parere questa considerazione sull’anzianità è vera solo in parte. Ricordiamo che prima di avere un contratto “stabile” che preveda dimissioni, si passano anni, decenni tra contratti a termine e precari (se non in nero): per cui l’anzianità di servizio è fortemente condizionata da questo fenomeno.

L’analisi dei dati concernenti il numero dei figli e le motivazioni del recesso attesta inoltre la persistenza di una maggiore difficoltà di conciliazione tra vita familiare e lavorativa nelle citate fasce d’età. Gran parte dei lavoratori/delle lavoratrici interessati/e dalle convalide avevano prevalentemente un solo figlio (in crescita rispetto al 2014), circa il 53,78 % del totale. In crescita anche il dato dei lavoratori padri/delle lavoratrici madri con due figli.

Età

L’ipotesi del “passaggio ad altra azienda” è la motivazione più diffusa delle dimissioni (26%), con numeri simili tra uomini e donne.

Particolarmente rilevanti, le motivazioni riconducibili alla difficoltà di conciliare il lavoro e le esigenze di cura della prole, pari complessivamente a 9.572 (in aumento rispetto al 2014) riferite prevalentemente alle lavoratrici.

1 motivazioni

Appare evidente il fatto che se non hai un supporto familiare, l’attività lavorativa in presenza di figli diventa un percorso a ostacoli. Emerge con forza la carenza di strutture di accoglienza sul territorio nazionale. I tempi spesso infiniti per raggiungere il luogo di lavoro, uniti a orari di lavoro rigidi, senza alcuna possibilità di flessibilità che sia anche semplicemente un part-time, completano il quadro.

Torno a chiedermi il senso di queste registrazioni annuali di questi dati, se poi di fatto non si interviene sulle cause che sono conosciute da tempo.

Siamo sempre lì. Forse ci piace registrare dati, ma non ci piace fornire rimedi per tutti, non ci piace assegnare nuovamente fondi alle Consigliere di parità (ricordiamo i tagli), non ci piace intervenire rendendo accessibile a tutti la flessibilità lavorativa, che come ho più volte detto non deve declinarsi con sfruttamento e assenza di tutele.

Per questo dico a tutte le donne e uomini che pensano ancora che questi siano problemi di scarso rilievo, di mettersi nei panni di queste persone che ogni anno entrano a far parte di questa statistica, che può arrivare a interessare tutti, anche a chi non ha figli e ha dei genitori o familiari che hanno bisogno di assistenza. Continuate a voltarci le spalle, pensando che prima o poi troveremo da soli la soluzione. Ebbene no. Ci siamo stancati di rinvii e di rassicurazioni. Ora chiediamo servizi adeguati e leggi che ci garantiscano, se lo desideriamo, di accedere a forme di flessibilità sane e utili.

Ascoltate le donne, non incasellateci solo in tabelle o grafici a torta: non vogliamo oboli, ma politiche concrete che sappiano renderci autonome, che ci permettano di emanciparci da bisogni che ci frenano e che non ci permettono di aspirare a eguali opportunità. I servizi non devono essere talmente rari e onerosi da farci preferire le dimissioni. Le tutele non devono essere aleatorie: se ti sto dicendo in un modulo che il mio datore di lavoro mi ha messo di fronte a un muro, a una scelta obbligata, significa che qualcosa non è andata nel verso giusto e secondo legge, probabilmente sono stata anche mobbizzata e costretta a dimettermi. Magari riuscire a intercettare tutte queste casistiche e intervenire per tempo non sarebbe un’idea malvagia. Ah, dimenticavo, ci avete tagliato anche i fondi per i servizi territoriali ad hoc. Ah, dimenticavo, in alcuni settori avete preferito non far avvicinare i sindacati. Ah, dimenticavo, siamo solo numeri, oggetti di una statistica.

Alcuni suggerimenti: servizi più certi, diffusi sul territorio, accessibili, a prezzi calmierati per baby sitting, nidi e aiuti domestici, incluso colf e badanti. Se Stato e Comuni collaborano e danno un segnale e un supporto (economico, anche attraverso una deducibilità più significativa di certe spese) perché questo avvenga, forse riusciremo a fermare l’emorragia annuale di donne dal mondo del lavoro.

Bonus e soluzioni similari non servono a molto se non c’è un lavoro più ampio e coraggioso. Non servono card prepagate per acquistare beni o servizi per l’infanzia, che di fatto non risolvono la carenza di servizi e il loro costo esorbitante. Soprattutto, non sono per tutti, ma solo per fasce di reddito basse: sappiamo quante persone lavorano totalmente in nero o quasi, quindi per far emergere questi casi e la mancanza di tutele collegata a questi fenomeni, tutto dobbiamo fare fuorché assegnare sostegni a pioggia in base a dichiarazioni ISEE. Vogliamo contrastare il lavoro sommerso, lo sfruttamento, oppure vogliamo far finta di niente? Muoviamoci su altri strumenti di sostegno alla conciliazione. Muoviamoci su soluzioni che permettano a tutti di cavarsela, di conciliare, anche in modo attivo e non assistenzialista. Adoperiamo le risorse in modo diverso, non disperdiamole. Ascoltateci prima di avviare politiche in materia. Non replichiamo misure per anni utilizzate dalla Destra, strutturiamo il cambiamento sostanziale, vogliamo che qualcuno capisca finalmente ciò di cui abbiamo bisogno.

E non mi meraviglio nemmeno più di tanto che in questo Paese si faccia ancora così tanta resistenza all’uso della variante femminile per ruoli istituzionali o professionali. Non c’è attenzione e non c’è intenzione seria di cambiare cultura e condizioni di vita. Tanto come al solito dobbiamo arrangiarci da sole. E purtroppo molte donne pensano che sia giusto così. Ci accontentiamo degli oboli e delle briciole, guardiamo solo al nostro orticello e non siamo più capaci di politiche di ampio respiro, con ricadute positive ampie e permanenti.

Italia

 

 

Per approfondire:

http://www.mammeonline.net/content/flessibilit-lavorativa-quale

http://www.mammeonline.net/content/la-condivisione-da-sola-non-basta-fare-la-conciliazione

https://simonasforza.wordpress.com/2016/04/21/di-cosa-abbiamo-veramente-bisogno/

https://simonasforza.wordpress.com/2016/03/07/donne-lavoro-e-discriminazioni/

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Possiamo permetterci un figlio?

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Il mio nuovo pezzo per Mammeonline.net per parlare di genitorialità‬ e dati occupazionali.

Possiamo permetterci un figlio? Nonostante la natalità sia in caduta libera, siamo paralizzati e mostriamo sempre una certa incredulità di fronte alle sue cause. Per alcuni sembra inimmaginabile riflettere attentamente sulle responsabilità che comporta diventare genitore oggi.
Per molti decisori politici è difficile avere un approccio sistemico e strutturale a queste questioni, e si procede casualmente, a singhiozzo, con misure quasi sempre poco efficaci e che non incidono se non marginalmente nelle vite reali, che non consentono di avere prospettive positive verso il futuro.

Nella relazione del convegno “Possiamo permetterci un figlio?” (qui la registrazione video http://www.uilweb.tv/webtv/default.asp?ID_VideoLink=4142 e la relazione finale), organizzato dalla Uil e dal Coordinamento Pari Opportunità, leggiamo il seguente quadro italiano: “Si fanno sempre meno figli: secondo i dati Istat, nel 2015, le nascite sono state 488.000, 15.000 in meno rispetto al 2014, minimo storico dall’Unità d’Italia. Per il quinto anno consecutivo, nel 2015 si è registrata una riduzione del numero di figli per donna, sceso a 1,35 (1,29 per le madri italiane). Una delle principali cause della bassa natalità è costituita dagli ostacoli economici e culturali che incontrano le donne, soprattutto quando decidono di diventare madri.”

 

CONTINUA A LEGGERE SU MAMMEONLINE.NET:

http://www.mammeonline.net/content/possiamo-permetterci-figlio

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Parto prematuro: le novità sul congedo di maternità

‪‎parto-prematuro

 

#Parto‬ ‪#‎prematuro‬: le novità sui ‪#‎congedi‬ di ‪#‎maternità‬.

Il mio articolo per Mammeonline.net

La circolare 69 del 28 aprile l’INPS evidenzia le novità sul congedo di maternità in caso di parto prematuro, ovvero di parto anticipato di oltre due mesi rispetto alla data presunta.

La normativa vigente prevede un periodo di astensione obbligatoria di 5 mesi, solitamente fruiti dalla madre 2 mesi prima e tre dopo il parto.

In caso di parto prematuro per tutti i casi coincidenti o successivi al 25 giugno 2015 (mentre per gli eventi antecedenti l’INPS precisa che sarà riconosciuta l’indennità di maternità anche per gli ulteriori giorni di congedo purché la lavoratrice si sia effettivamente astenuta dal lavoro nei giorni indennizzabili) la durata del congedo di maternità delle lavoratrici dipendenti e iscritte alla Gestione separata sarà incrementata: aggiungendo ai 3 mesi post partum, tutti i giorni compresi tra la data del parto prematuro e la data presunta del parto.

Vengono forniti anche degli esempi per aiutare a comprendere i nuovi calcoli.

ESEMPIO

 

CONTINUA A LEGGERE QUI:

http://www.mammeonline.net/content/parto-prematuro-le-novita-sul-congedo-maternita

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Aborto. Più educazione sessuale e informazione alla contraccezione e meno terrorismo patriarcale.

 

Attenzione! Questo non è uno strumento chirurgico. Rendi l'aborto sicuro e legale

Attenzione! Questo non è uno strumento chirurgico. Rendi l’aborto sicuro e legale

 

A guardare il panorama generale e al contesto attuale per quanto riguarda la salute riproduttiva delle donne e la possibilità di ricorrere a una interruzione di gravidanza in sicurezza e in piena libertà, non c’è da stare tranquille. In tutto il mondo sembra che il patriarcato stia attuando una vera e propria politica di backlash, che con un colpo di coda, una trincea reazionaria intende riportarci indietro di decenni, per tornare ad avere il controllo pieno sulle vite delle donne e sulle loro scelte riproduttive. Trump sbandiera fieramente il suo antiabortismo, arrivando a prospettare anche punizioni per le donne che decidono di abortire e per i medici abortisti.

A Varsavia (e in contemporanea in altre 15 città polacche), lo scorso 3 aprile migliaia di persone hanno manifestato davanti alla sede del Parlamento Polacco contro il progetto di legge (presentato dalle associazioni pro-life con il sostegno della Conferenza Episcopale polacca e del nuovo governo guidato dal partito nazional-conservatore) che vorrebbe vietare totalmente l’aborto, tranne nel caso di pericolo di vita della donna. Il testo di riforma prevede che le persone che partecipano ad un aborto illegale siano punite con cinque anni di carcere, anziché gli attuali due. Oggi l’aborto in Polonia è illegale tranne che nei seguenti casi: quando la gravidanza è il risultato di stupro o incesto, quando la vita della donna è in pericolo, quando il feto è gravemente malformato.

A questo punto occorre chiarire alcune cose.
Essere favorevoli a una legge che assicuri la salute della donna e la sua libertà di scelta in tema di maternità, significa essere aperti a una possibilità che non deve mai essere negata e che va garantita per evitare che la donna torni a pratiche clandestine e pericolose.
Il prezzemolo, i ferri da calza, i farmaci antiulcera non devono più essere la soluzione, pretendiamo che ci sia una prestazione sicura e adeguata, legale e gratuita, che sia chirurgica o farmacologica, ma tuteli la salute e la vita delle donne.

 

CONTINUA A LEGGERE SU MAMMEONLINE.NET:

http://www.mammeonline.net/content/aborto-piu-educazione-sessuale-informazione-alla-contraccezione-meno-terrorismo-patriarcale

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Che tipo di società vogliamo costruire?

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Pubblico un estratto di un mio articolo pubblicato su Dol’s Magazine.

Davanti a una mancanza di alternative ogni scelta può sembrare valida. Si dovrebbe evitare di rendere le donne degli uteri e nulla più, perché alle donne deve essere garantito altro. Per questo altro dobbiamo lottare. Io non vedo uteri che camminano, io vedo donne e pretendo che abbiano pari opportunità di vita. Dovremmo immaginare che alcune donne vengano destinate a essere fattrici seriali per potersi sostentare? Che senso avrebbero i sussidi sociali e i sostegni statali quando potresti mantenerti affittando una parte del tuo corpo? Cosa accadrebbe se si aprisse il mercato degli organi o dell’utero in affitto? Tanto per capirci, dovreste mettervi nei panni delle donne che non vivono nel lusso e che vivono in condizioni precarie. Lo so in Italia e in Europa non è consentita la vendita, ma se per ipotesi le cose cambiassero, nel nome di una libertà senza limiti? E sono sempre le altre, donne lontane da noi che devono sottostare a questo ulteriore affievolimento di diritti. La vita intima va rispettata solo quando è la nostra, poi possiamo ignorare e non rispettare quella delle altre, perché abbiamo bisogno di ignorarne la dignità per soddisfare le nostre esigenze contingenti? Perché non c’è tanto sbracciarsi quando chiediamo un lavoro dignitoso, che ci consenta di esprimere liberamente la nostra persona in ogni ambito? Che esistenza libera e dignitosa può derivare dal diventare merce sul mercato? E anche se ci fossero donne disposte a mettersi a disposizione gratuitamente, quante ce ne sarebbero? Ah, sì, la gravidanza è una passeggiata di salute, poi con i trattamenti ormonali va ancora meglio. Provate per credere. Anche se siamo utero-munite non dovete ridurci a essere mother machine. Non è il nostro destino obbligato e meritiamo forme di libertà più ampie e che ci rispettino in toto, come esseri umani al 100%.

 

Per leggere l’articolo completo: http://www.dols.it/2016/02/07/che-tipo-di-societa-vogliamo-costruire/

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Onore alle donne?

Colette Rodríguez, Cuba,Pintora cubana, Mujer Doméstica

Colette Rodríguez, Cuba,Pintora cubana, Mujer Doméstica

“Senza le donne l’Italia sarebbe più povera e più ingiusta”. Così si esprimeva il presidente della Repubblica alla vigilia dell’8 marzo 2015. Alla fine dell’anno rende omaggio a tutte le donne, a quelle che con il loro esempio positivo possono ispirare tutti gli italiani, e cita Solesin, Cristoforetti e Gianotti e la campionessa paralimpica Nicole Orlando. “Nominando loro rivolgo un pensiero di riconoscenza a tutte le donne italiane. Fanno fronte a impegni molteplici e tanti compiti, e devono fare ancora i conti con pregiudizi e arretratezze. Con una parità di diritti enunciata ma non sempre assicurata; a volte persino con soprusi o con violenze”. Tanto onore e tante parole, ma pochi fatti concreti. Soprattutto, ancora una volta rischiamo di essere usate e di finire nel tritacarne di cerimonie e carriere di vario tipo.

Allora, per iniziare l’anno ho scritto una bella lista di punti aperti, che possono anche essere degli appunti di viaggio.

 

Punto primo: meno bonus una tantum e più politiche strutturali e diffuse. Per capirci, facciamo girare ricchezza e risorse, niente pacchetti di aiuto a pioggia, ma frutto di una verifica sul campo e di una strategia di lungo corso. Si chiama politica della redistribuzione, e qualcuno dovrà sacrificarsi o iniziare a pagare equamente, in base alle proprie possibilità. Non me ne frega niente di caste, albi, evasori, truffatori, girocontisti sportivi, i soldi per queste politiche si possono trovare se lo si desidera.

Cosa ne pensano politici/politiche, candidati/e e aspiranti amministratori/amministratrici locali e nazionali del lavoro di cura? Così, tanto per capire di cosa stiamo parlando, perché di essere un dorato, insostituibile e inestimabile welfare sostitutivo ci siamo anche un po’ rotte. Vorremmo con piacere essere sostituite, o quanto meno vedere che si è compreso come il carico vada ripartito equamente con l’altra metà del cielo plumbeo italiano.

 

Punto secondo: iniziamo a fare sul serio con le Pari opportunità e con i diritti delle donne. Torno a chiedere un Ministero in carne, ossa e portafoglio. Altre soluzioni sono chiaramente inadeguate e non percorribili. Ora basta altre attese. Ci piacerebbe anche che la ex consigliera per le pari opportunità del presidente del consiglio o il dipartimento, insomma qualcuno, tracciasse un bilancio del 2015 sulle pari opportunità, sui diritti delle donne, parlandoci anche di progetti in corso se ce ne sono. Non penso sia impossibile riunire tutte le informazioni che riguardano la vita delle donne. Ci piacerebbe inoltre sapere le ricadute pratiche di bonus e di altri interventi normativi ad hoc presenti per esempio nel jobsact, non da ultimo sarebbe utile relazionare (da parte delle istituzioni) su come siamo messi in merito ai fondi antiviolenza. Questo sarebbe un bel segnale di trasparenza e di comunicazione efficace, altrimenti ci riduciamo a meri spot, notizie flash che vengono presto messe sotto il tappeto e di cui nessuno più si occupa.

 

Punto terzo: cosa ci raccontate della legge di stabilità e quali sorprese in termini di tagli e non solo, ci dovremo aspettare sulla pelle delle donne?

Da quanto leggo sulla legge di stabilità, queste sono le somme da corrispondere alla Presidenza del Consiglio dei ministri per le politiche delle pari opportunità nel triennio 2016-2018: 2.823; 2.823; 2.823.

 

Punto quarto: cosa si dice sul versante del piano nazionale antitratta? Questa l’unica traccia nella legge di stabilità:

comma 417. Per lo svolgimento delle azioni e degli interventi connessi alla realizzazione del programma unico di emersione, assistenza e integrazione sociale previsto dall’articolo 18, comma 3-bis, del testo unico di cui al decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286, attuativo del Piano nazionale d’azione contro la tratta e il grave sfruttamento degli esseri umani, di cui all’articolo 13, comma 2-bis, della legge 11 ago-sto 2003, n. 228, nonché per la realizzazione delle correlate azioni di supporto e di sistema da parte della Presidenza del Consiglio dei ministri – Dipartimento per le pari opportunità, è destinata al bilancio della Presidenza del Consiglio dei ministri una somma pari a 3 milioni di euro per ciascuno degli anni 2016, 2017 e 2018.

 

Punto quinto: ci auguriamo il più elevato grado di collaborazione, integrazione e lavoro sinergico tra le varie parti, al fine di definire le linee guida del Percorso di tutela delle vittime di violenza. A noi il compito di vigilare, come sempre, usando sempre la nostra testa.

comma 790. In attuazione dei princìpi di cui alla direttiva 29/2012/UE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 25 ottobre 2012, in materia di diritti, assistenza e protezione delle vittime di reato, in attuazione della Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, ratificata ai sensi della legge 27 giugno 2013, n. 77, nonché in attuazione del decreto-legge 14 agosto 2013, n. 93, convertito, con modificazioni, dalla legge 15 ottobre 2013, n. 119, è istituito, nelle aziende sanitarie e ospedaliere, un percorso di protezione denominato «Percorso di tutela delle vittime di violenza», con la finalità di tutelare le persone vulnerabili vittime della altrui violenza, con particolare riferimento alle vittime di violenza sessuale, maltrattamenti o atti persecutori (stalking). All’istituzione del Percorso di tutela delle vittime di violenza si provvede con le risorse finanziarie, umane e strumentali previste a legislazione vigente (che vuol dire che nessun nuovo stanziamento è previsto per l’attuazione di questo percorso, ndr).

comma 791. Con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri, di concerto con i Ministri della giustizia, della salute e del-l’interno, d’intesa con la Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano, tenuto conto delle esperienze già operative a livello locale, entro sessanta giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge, sono definite a livello nazionale le linee guida volte a rendere operativo il Percorso di tutela delle vittime di violenza, di cui al comma 790, anche in raccordo con le previsioni del Piano d’azione straordinario contro la violenza sessuale e di genere, di cui all’articolo 5, comma 1, del decreto-legge 14 agosto 2013, n. 93, convertito, con modificazioni, dalla legge 15 ottobre 2013, n. 119. L’attuazione delle linee guida avviene attraverso l’istituzione di gruppi multidisciplinari finalizzati a fornire assistenza giudiziaria, sanitaria e sociale, riguardo ad ogni possibile aspetto legato all’emersione e al tempestivo riconoscimento della violenza e a ogni tipo di abuso commesso ai danni dei soggetti di cui al comma 790, garantendo contestualmente la rapida attivazione del citato Percorso di tutela delle vittime di violenza, nel caso in cui la vittima intenda procedere a denuncia, e la presa in carico, da parte dei servizi di assistenza, in collaborazione con i centri antiviolenza. La partecipazione ai gruppi multidisciplinari di cui al secondo periodo non comporta l’erogazione di indennità, gettoni, rimborsi di spese o altri emolumenti.

Ricordiamoci che la violenza contro le donne, in qualunque forma sia esercitata, non è un fatto privato, ma riguarda l’intera società. Non è più derubricabile a cronaca o a fatto accidentale.

Ci fa piacere che in Italia, la giustizia sappia darci anche dei segnali positivi (fonte):

“Quasi trent’anni di matrimonio, assai difficili per la donna. Poi lei prende coraggio e sceglie la strada della separazione. Violenta la reazione del marito. Ma gli episodi verificatisi negli ultimi mesi del rapporto sono valutabili come l’ennesima testimonianza della vita da incubo della donna. Ciò rende comprensibile la condanna dell’uomo per il reato di “maltrattamenti”. Irrilevante il fatto che la moglie abbia tollerato per anni (Cassazione, sentenza 47209/15).”

Punto sesto: i temi delle donne non devono essere strumentalizzati, ripeto: astenersi è meglio, si legge lontano un miglio quanto non se ne capisca un’acca. Fa male alle vostre campagne, di qualsiasi tipo esse siano.

Sempre in tema di capacità di capire e rappresentare il contesto. Articoli come questo mi dimostrano quanto lontan* siamo dal comprendere la realtà quotidiana della stragrande maggioranza delle donne. La rappresentazione è sempre la stessa, tutto è possibile se lo si desidera, ma non si coglie mai la verità che sta dietro, dentro una quotidianità difficile, dietro i tasselli che non vanno a posto nemmeno con tanto impegno e volontà. Lo dico qui per tutte le donne che non hanno alcun aiuto, che si trovano ad affrontare da sole e senza soldi e senza status sociale maternità, lavoro, malattie e discriminazioni di ogni tipo. La vita senza paracaduti è una serie di ostacoli e di sconfitte, un adattarsi continuo a nuove e inaspettate tegole. Le rinunce non sono solo i momenti per sé, sono quelle che segnano la vita ben più nel profondo. E quante di noi possono permettersi l’aiuto di una ragazza belga? Lo chiedo perché questo fa la differenza, la differenza tra resistere o tagliare con la carriera (o più comunemente con un modestissimo impiego). Chi di noi può permettersi la badante h24 per un familiare malato? Forse sarebbe il caso di pubblicare a quanto ammonta una busta paga media per una donna, spesso costretta a part-time, spesso precaria e con una busta paga non sempre certa. Chissà perché non facciamo più figli, chissà perché tante donne non possono permettersi una indipendenza totale ed effettiva dal proprio nucleo familiare originario e restano in casa con i genitori. Potete capirlo veramente solo se avete provato a vivere con un salario da fame, non sempre certo, in aziende che ritardano le retribuzioni o saltano le mensilità. Durante questa crisi le donne hanno “tenuto” maggiormente in termini lavorativi, unicamente in virtù della maggior appetibilità dei loro salari più bassi rispetto a quelli degli uomini. Il sistema continua a reggersi non solo sul welfare delle donne, ma su quello dei nonni che si fanno welfare generazionale. Quando questo ombrello (che non tutti hanno) si assottiglierà fino a scomparire, avremo di fronte un muro che ci imporra scelte radicali.

“La ricchezza media dei neo trentenni oggi è circa la metà dei trentenni di ieri.” scrive nel libro Come siamo cambiati. Gli italiani e la crisi Roberta Carlini (QUI una recensione). Questo dato avrà le stesse ricadute del pay gap uomo-donna, semmai andremo in pensione. Visione vuol dire creare condizioni di vita dignitosa per il futuro. Visione è la qualità fondamentale per la politica, visione significa non lasciare indietro nessuno non solo oggi, ma anche domani e dopodomani, al di là delle scadenze elettorali. Leggete i dati delle immatricolazioni all’università e scoprirete che stiamo tornando indietro, che l’ascensore sociale si è fermato, e non si sa se ripartirà. Il nostro Paese non è composto solo da coloro che possono permettersi un’istruzione d’eccellenza. Il nostro Paese è composto da ragazzi in gamba che però non sempre hanno il pedigree per emergere, che restano indietro ancora per questioni di censo, perché non possono permettersi di aspettare dieci anni o più la giusta collocazione, devono iniziare a lavorare per mantenersi, le occasioni si assottigliano e ci si deve adattare.

In un Paese in cui non c’è altro, in cui l’attenzione per le donne è intermittente, esibita in modo finto e strumentale, mi aspetto che il racconto delle donne al lavoro sia ben diverso, perché altrimenti non ci sveglieremo mai dall’indifferenza con cui le nostre vite vengono “rappresentate”. La forbice sociale e i gap di genere si superano solo se si conosce bene la realtà. La favola del faidate ci ha stancate e ci ha umiliate per troppo tempo. Per il 2016 mi aspetto una rappresentazione più completa. A volte i “non ce l’ho fatta” ci raccontano più cose delle storie di successo. Perché alla fine i dati sono questi:

Istat

A volte non basta essere donna per capire come vivono le donne e quali siano i loro problemi quotidiani.

Il rispetto parte anche dalla sincerità e da un racconto più autentico e vicino alle esistenze reali delle donne.

Il rispetto perché noi donne non siamo strumenti, suppellettili, oggetti, ma esseri umani.

Punto settimo: perché non pensare a una rete di servizi integrati territoriali studiata per noi donne, per fare prevenzione, formazione, informazione, supporto con un approccio di genere su discriminazioni, violenza, contraccezione e vita sessuale ecc.? Immagino un lavoro per restaurare i consultori e renderli di nuovo punti di riferimento e di incontro/scambio.

 

Mi scuso se torno sempre sugli stessi punti, ma lo faccio nella speranza che qualcosa accada.

 

Letture consigliate:

  • Come cambia la vita delle donne 2004-2014 (Fonte Istat) QUI
  • L’intervista Simone Oggionni, che parla del suo libro “Manifesto per la Sinistra e l’Umanesimo Sociale” scritto con Paolo Ercolani per Mimesis. Si respira aria gramsciana e la sottoscritta non può che apprezzare.

 

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Un “tagliando” per le pari opportunità

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Il Parlamento Europeo ha da poco pubblicato questo documento: http://www.europarl.europa.eu/thinktank/en/document.html?reference=EPRS_STU(2015)547546

che compie una sorta di “tagliando” alla Direttiva 2006/54/CE del 5 luglio 2006, riguardante l’attuazione del principio delle pari opportunità e della parità di trattamento fra uomini e donne in materia di occupazione e impiego. In pratica a distanza di tempo sei ricercatrici indipendenti tracciano un bilancio dei risultati di questa direttiva, cercando di suggerire anche possibili quadri di intervento per il futuro. Il principio di parità di remunerazione era contenuto già nel trattato del 1957 che fondava la CEE.

La percezione della discriminazione sulla base del genere ci vede ai livelli più alti. Abbiamo visto dall’ultimo indice EIGE che questa percezione è fondata (QUI).
Visto che come al solito questi interessanti lavori se li leggono solo gli addetti ai lavori, ho pensato di passare qualche ora della mia vita a studiare questo documento, cercando di fornirvene un quadro con i punti essenziali.

Ho realizzato anche una infografica che mette in evidenza i contributi più interessanti dello studio.

https://magic.piktochart.com/output/7842670-gender-equality-in-employment-and-occupation-d-200654ec

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Lo so è un post lungo, siamo disabituati a leggere tanto, ma è su questa pigrizia che molti contano per fregarci. Facciamo tesoro di queste valutazioni e non lasciamole nel cassetto.

Ma scendiamo nel dettaglio del documento.

Sul principio della parità di retribuzione

Il principio della parità di retribuzione per uno stesso lavoro e lavoro di pari valore ha uno scopo economico e sociale, laddove l’obiettivo economico secondario rispetto a quello sociale.
– La nozione di retribuzione di cui all’articolo 157 TFUE è ampia e comprende piani occupazionali, sociali e di sicurezza.
– La discriminazione salariale tra uomini e donne è vietata, qualunque sia il sistema che dà luogo a disparità di retribuzione (ad esempio, una classificazione professionale o di un sistema pensionistico).
– La trasparenza richiede che il principio di parità di retribuzione venga osservato nel rispetto di ciascuno degli elementi di remunerazione.
– La raccomandazione della Commissione sul rafforzamento del principio della parità di retribuzione tra uomini e donne attraverso la trasparenza fornisce un approccio utile per promuovere la trasparenza dei salari e questo merita un’ampia diffusione e attenzione.
Il principio della parità di retribuzione tra uomini e donne non si applica se il differenze di retribuzione non possono essere ricondotte a un unico datore di lavoro. Questa limitazione è problematica in caso di esternalizzazione. (E non è dettaglio da poco, ndr)

Fattori che causano la disparità di retribuzione
Sia il Gender Pay Gap (GPG) e che il divario di genere in materia di pensioni (GGP) sono diminuiti nel periodo 2006-2012 nei paesi in cui è stata applicata la direttiva.

The Gender Pay Gap and Gender Pension Gap for EU27 for 2006-2012
– L’impatto dell’introduzione della direttiva deve essere valutato tenendo conto degli elementi strutturali dei mercati del lavoro nazionali che influenzano l’evoluzione delle disparità di retribuzione nel tempo (scelta del percorso formativo, la segregazione orizzontale e verticale, la paternità e le responsabilità di assistenza agli anziani, le carriere interrotte, ecc).
l’aumento della percentuale di lavoratrici con un più elevato livello di istruzione porta a un ridimensionamento del divario retributivo di genere (la differenza tra il salario orario medio lordo degli uomini e quello delle donne).
– La struttura occupazionale settoriale ha un effetto importante sulle differenze pensionistiche, infatti se aumentano le quote di uomini in settori tipicamente femminili come l’istruzione, la sanità e la P.A. si nota un decremento dei differenziali pensionistici uomo-donna. Un numero maggiore di donne nei servizi porta invece a un incremento delle disparità nelle pensioni.
– I fattori istituzionali sono importanti. Le principali differenze salariali sono rilevate in quei Paesi caratterizzati da una segregazione più elevata in termini di attività di cura, che si riflette anche in termini di differenze pensionistiche. L’incremento del pay gap emerge nei Paesi che vedono poche donne al comando delle aziende quotate o nelle banche. Sì, lo so, la legge Golfo-Mosca ha incrementato i numeri, ma si deve ancora migliorare, il rischio di tornare indietro è sempre attuale.
– Sistemi retributivi poco trasparenti.

Promozione dell’uguaglianza di trattamento e di dialogo sociale
– Gli organismi di parità hanno un ruolo importante a livello nazionale nel far rispettare le disposizioni della direttiva. Tuttavia le restrizioni di bilancio e la mancanza di indipendenza di tali organismi potrebbe ostacolare la realizzazione ottimale dei loro compiti. (Quello che sta accadendo da noi in Italia e di cui mi lamentavo qui, ndr)
– Il monitoraggio delle politiche e delle prassi a livello nazionale può essere migliorata attraverso lo sviluppo di strumenti di monitoraggio sull’applicazione del principio della parità di retribuzione e della parità di trattamento sul posto di lavoro, sulla formazione professionale, ecc e diffondendo questi strumenti nel modo più ampio possibile.
– La tutela contro le ritorsioni viene ampliata con una pertinente codificazione giuridica.

L’applicazione della Direttiva per quanto concerne il congedo per maternità

Abbiamo sperimentato sulla nostra pelle quanto può influire la maternità sulla vita lavorativa di una donna, pregiudicandone spesso il mantenimento del posto. Sicuramente in Europa esiste un quadro molto differente tra gli stati, in materia di protezione della donna in questa fase. Differenze che in alcuni casi riguardano non solo la legislazione in materia, ma il settore lavorativo e la dimensione aziendale. Inoltre, si parla della frequente pratica che vede non rinnovare i contratti a tempo determinato. Si registra come la pratica dei ricorsi contro i licenziamenti illegittimi sia poco diffusa (per mancanza di prove da portare a supporto, non si desidera passare per una “piantagrane”, oppure perché di solito si tende a indurre la dipendente a rassegnare volontariamente le dimissioni).
Si consigliano due condizioni per salvaguardare la protezione di questi casi di maggiore vulnerabilità:
– un sistema giudiziario efficiente;

– una consapevolezza sociale diffusa (intesa come conoscenza dei propri diritti, ma anche delle sentenze giudiziarie in materia).
C’è anche una parte che analizza gli impatti positivi del coinvolgimento degli uomini nelle attività domestiche, sottolineando la maggiore propensione a fare figli man mano che cresce la condivisione dei compiti di cura.

Le raccomandazioni
Occorre verificare che la Direttiva rispetti i trattati internazionali che sono stati ratificati dai membri europei (trattati delle Nazioni Unite, le convenzioni ILO). È preferibile rendere più omogenei e coerenti tra loro gli strumenti legislativi europei. Manca per esempio un riferimento all’articolo 8 TFEU per l’eliminazione delle disuguaglianze e per promuovere l’uguaglianza uomo-donna in ogni attività (vedi anche l’articolo 10 TFEU).
Si fa riferimento a discriminazioni di tipo multiplo, come nel caso di persone transgender.
Si auspica l’integrazione delle raccomandazioni della Commissione:
– del 7 marzo 2014 sul rafforzamento del principio di pari retribuzione uomo-donna attraverso la regola della trasparenza (2014/124/EU).
Si chiede di risolvere il problema del gap salariale in caso di lavoro in outsourcing.
Inoltre si dovrebbero rafforzare le misure per consentire la conoscenza delle procedure di selezione per chi sostiene un colloquio di lavoro (sappiamo che anche in questi frangenti pesa la differenza di genere, ndr).
– Monitorare e prevenire le discriminazioni, e in caso di molestie e di violenze sessuali. È necessario implementare misure preventive per informare in merito a pregiudizi o stereotipi negativi e su come contrastarli. In tal senso sono importanti i progetti nazionali che vanno in questa direzione (in linea con l’articolo 5 CEDAW).

Article 5 – Stereotyping and cultural prejudices
States shall take appropriate measures to eliminate stereotyping, prejudices and discriminatory cultural practices. States shall also ensure that family education includes a proper understanding of maternity as a social function and the recognition of the roles of men and women in the upbringing of their children.

La necessità di agire sulla disparità di paga è importante per le donne come individui per ragioni di equità, per il benessere economico dei loro figli e delle famiglie, ma anche per la società in generale, in quanto un miglioramento della posizione delle donne nel mercato del lavoro – compresa la parità di retribuzione – è cruciale per la crescita economica.

Combattere la disparità retributiva è necessariamente un obiettivo a lungo termine che richiede:

  • la combinazione di una varietà di strategie e politiche;
  • il coinvolgimento di diversi attori e delle parti interessate a diversi livelli. Un ruolo chiave per l’Unione europea è quello di mettere insieme questa varietà di iniziative e i molteplici attori coinvolti nella promozione della parità del mercato del lavoro.

Il lavoro per la rimozione di disparità di retribuzione deve essere portato avanti simultaneamente e in stretta collaborazione a livello europeo, nazionale, settoriale e organizzativo.
Si parla anche di un ruolo decisivo del Parlamento europeo per dare maggiore impulso alle politiche nazionali in termini di divario pensionistico. Una parziale copertura dei lavoratori autonomi è assicurata dalla direttiva 2010/41/EU sul lavoro autonomo e la direttiva 2004/113/EC su beni e servizi, ma andrebbe migliorata.
Gli organismi di parità come già detto, svolgono un ruolo cruciale nell’applicazione della direttiva. Essi dovrebbero essere indipendenti e dovrebbero ricevere un budget che permetta loro di adempiere ai compiti richiesti.
Il monitoraggio da parte della Commissione europea in questo settore è uno strumento per garantire tale indipendenza, ma gli stati hanno anche una responsabilità specifica in questo senso. Questo è
particolarmente vero in relazione alla parità di genere. Nel breve termine, si può cercare di migliorare l’efficacia della direttiva attraverso una cooperazione tra tutti gli attori coinvolti.

Per migliorare l’accesso femminile al mondo del lavoro, possono essere creati dei processi di selezione gender neutral, nelle descrizioni delle mansioni lavorative, nella valutazione/classificazione per le fasi del processo di ricerca e selezione del personale.
– Formulazione di annunci di lavoro gender-neutral.
– Creazione di valutazioni gender-neutral per i partecipanti.

Ecco, per il futuro dovremmo cancellare dalla faccia della terra quei questionari che ti fanno la radiografia del tuo stato di famiglia, chiedendoti anche se intendi pianificare di avere prole e marito. Vorrei che ai colloqui il tuo essere madre, in coppia o single non facesse alcuna differenza, vorrei non sentire più “abbiamo optato per un uomo, sa com’è..” Oppure quando una donna, capo del personale, ti consiglia di non far emergere il fatto che sei sposata e hai figli, perché al colloquio tecnico potrebbe nuocermi. Ma scusa, mi assumi per le mie capacità oppure in base alla mia vita privata?
Per ridurre il divario retributivo di genere, si dovrebbe incrementare la trasparenza sui salari di partenza e la rilevanza del genere nella retribuzione dovrebbe essere ridotta. I principi di neutralità di genere per la valutazione del lavoro dovrebbero essere adoperati anche sui premi produzione.
La nozione di “parità di retribuzione per lavoro di pari valore” deve includere il concetto di “parità di retribuzione a parità di performance”.
Si suggerisce anche di avviare indagini e interviste a coloro che sostengono colloqui di lavoro su questo tipo di elementi. Inoltre dovrebbe essere cura degli stati membri avviare analisi periodiche sui fattori sopra descritti che causano disparità di trattamento.

Sulla protezione della maternità
La Commissione europea dovrebbe assicurare che ciascuno stato segua quanto prescritto dall’UE. Dovrebbe seguire da vicino i casi di discriminazione in materia di occupazione e, riguardo al loro numero, alle tipologie, e nei casi di ricorso legale. Mentre il quadro giuridico attuale negli Stati membri per lo più è in linea con le disposizioni delle direttive, le sanzioni in caso di violazioni e di disparità di trattamento differiscono significativamente. Quindi occorre intraprendere azioni per quanto riguarda il miglioramento della conoscenza dei casi di molestie/discriminazione tra i cittadini europei, in particolare in relazione alla gravidanza, al congedo di maternità, al congedo parentale, di paternità e di congedo in caso di adozione.
I sondaggi dimostrano che c’è ancora un grande lavoro informativo da compiere.

The percentage of respondents who would not know their rights in case of discrimination or harassment 2012
I sondaggi dell’Eurobarometro potrebbero essere utili per questo tipo di monitoraggi. Sempre utile è incrementare la conoscenza delle donne sui propri diritti legati alla maternità, e più in generale ai congedi parentali.
Il Parlamento europeo dovrebbe prendere in considerazione ulteriori misure per quanto riguarda il monitoraggio e la valutazione dell’impatto della direttiva sulla lotta contro la discriminazione delle lavoratrici gestanti, e dei congedi di maternità e paternità. Dovrebbe continuare a varare iniziative volte a sottolineare le lacune dei sistemi giuridici degli Stati membri, soprattutto in merito a specifiche categorie quali i lavoratori “atipici” e autonomi. Si auspica un intervento più attivo delle parti sociali in caso di comportamenti discriminatori, soprattutto in caso di ricorsi legali.
Si parla anche del compito dell’EIGE (European Institute for Gender Equality) che dovrebbe prestare maggiore attenzione all’analisi delle ragioni delle discriminazioni basate sulle differenze di genere in tema di genitorialità e di cure parentali. Dovrebbe prendere in considerazione l’impatto socio-giuridico delle singoli sanzioni sulla realtà pratica delle discriminazioni di genere in un contesto più ampio. Si suggerisce l’implementazione di un database di buone pratiche nel campo della lotta contro le discriminazioni di genere sul posto di lavoro.

Per concludere
I progressi nella riduzione del divario retributivo di genere sono ancora estremamente lenti. Il divario di genere sulle pensioni tende addirittura ad aumentare (soprattutto nel caso di carriere lavorative non continuative o che si interrompono in una età in cui è più complicato reinserirsi nel mercato del lavoro). Questo mette a rischio la giustizia sociale e di fatto rende alcune parti della società vulnerabili alla povertà.
Pertanto, le misure per garantire la parità di genere in materia di occupazione e impiego, e in particolare per ridurre il divario retributivo di genere e il divario di genere nelle pensioni, dovrebbero essere perseguite con determinazione.
Questo vale a maggior ragione dopo la valutazione d’impatto della Commissione del marzo 2014 sui costi e sui benefici delle misure per migliorare la trasparenza delle retribuzioni, che ha mostrato che alcune misure vincolanti in forma di direttive sono molto più efficaci di una semplice misura “volontaria” per la riduzione del GPG. L’altra buona notizia della valutazione d’impatto è stata che tali misure hanno anche un forte effetto positivo sull’economia nel suo complesso.
Pertanto, la raccomandazione della Commissione del marzo 2014 è stata solo un passo nella giusta direzione, ma non è riuscita a lanciare la procedura legislativa per misure più incisive.
misure. La Commissione può ancora farlo e dovrebbe farlo (http://ec.europa.eu/priorities/docs/pg_en.pdf), questo non sarebbe solo a favore della parità di genere sul posto di lavoro, ma porterebbe benefici per l’intera economia europea. Ciò sarebbe in linea con l’articolo 157 del TFUE, con le numerose risoluzioni del Parlamento europeo e con l’attuale relazione della commissione FEMM sull’applicazione della direttiva 2006/54 / CE.

Ci sono degli ottimi spunti di lavoro, soprattutto volti alla cooperazione tra le parti a più livelli, senza scartare nessun corpo intermedio, perché ogni tassello è importante per riuscire a ricucire le distanze uomo-donna nel lavoro e non solo. Bisogna monitorare costantemente il panorama nazionale, lavorare a livello culturale per rimuovere stereotipi e abitudini nocive. Io continuo a non mollare e a chiedere che il nostro Paese reintroduca una politica seria in materia di pari opportunità e trattamento.

Ho letto questo articolo, in cui si parlava di asili aziendali e ci si chiedeva:

E’ questa quindi la strada per aiutare la genitorialità in Italia? Investimenti da parte delle aziende nella creazione di strutture che facilitino la conciliazione per i propri dipendenti. E per tutti gli altri?

La mia risposta… quando lo stato si ritira dal welfare e dai servizi, le disuguaglianze possono solo crescere.. Il “fai da te” che oggi dilaga e viene richiesto alle famiglie crea solo i presupposti di un allargamento del gender gap e di una più ampia disuguaglianza tra le persone. Non possiamo affidare il benessere e la felicità al caso, alla fortuna, al censo, alla lungimiranza imprenditoriale, in sintesi a fattori esterni. Le politiche di condivisione e conciliazione non possono essere pratiche a singhiozzo, frutto del caso, ma devono essere parte di un programma organico in cui tutti gli attori devono fare la propria parte, stato in primis.

In questo quadro proiettato al futuro, mi piacerebbe che ci si interrogasse maggiormente sulle politiche per aiutare le donne a reinserirsi nel mercato del lavoro dopo una pausa forzata o volontaria, perché come sappiamo dopo una certa età (forse prima degli uomini) diventiamo poco appetibili e facciamo fatica a trovare un impiego. Occorre varare politiche che sostengono non solo i giovani, ma anche chi ha superato i 40/50 anni, perché l’assenza di misure e di incentivi per queste forme di ri-occupazione comportano gravi conseguenze per la vita delle donne e non solo. Ida, la mia amica “vicina di blog” 😉 , me ne parlava qualche giorno fa in un commento. Sì, Ida, si pensa sempre che in qualche modo ce la caveremo, perché a qualsiasi età, se precarie o disoccupate, ci consigliano sempre la stessa cosa, di affidarci a un uomo che possa provvedere per noi. E così, con una pacca sulle spalle ci invitano a barcamenarci, fino alla pensione, se mai arriverà, tanto sarà sicuramente peggio. Una politica miope che di fatto ci ignora, al massimo ci concede qualche zuccherino come si fa con gli animali che devono tirare i carretti o l’aratro. La condizione della donna resta sempre quella, dobbiamo mettere al mondo figli, far girare l’economia, sacrificarci e poi magari avere un bel calcio nel sedere quando meno ce lo aspettiamo. Preferibilmente, dobbiamo scegliere di restare in silenzio, per non disturbare il naturale ordine delle cose. Ma come avrete capito, non è mia abitudine.

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Quando le dimissioni sono consensuali a senso unico

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Un mio nuovo post per Mammeonline.net
Questa volta parlo dei risultati dell’ultima relazione annuale sulle convalide  delle dimissioni e risoluzioni consensuali delle lavoratrici madri e dei lavoratori padri 2014 (ai sensi della legge 151 del 2001), presentata il 25 giugno scorso (in allegato il testo). Qui di seguito un estratto. Per leggere il pezzo completo:
http://www.mammeonline.net/content/quando-le-dimissioni-sono-consensuali-senso-unico

Poco ci allevia il fatto di non essere casi rari, ma di essere in buona o meglio malaugurata compagnia: 1.200 a causa dell’elevata incidenza dei costi di assistenza del neonato; 3.456 per mancato accoglimento al nido; 4.051 per assenza di parenti di supporto. 14.379 gli abbandoni dopo il primo figlio, 8.707 quelli riconducibili alla incompatibilità tra vita lavorativa e cura della prole. Queste porzioni sono in crescita. Segno di una situazione che non tende a migliorare, che si inasprisce di anno in anno. Numeri grossi al Nord, nonostante si guardi sempre ai servizi efficienti del Nord. Forse la rete di solidarietà e di mutuo aiuto a volte serve più di un nido. 1.465 mollano perché non hanno potuto accedere al part time o a un orario flessibile.

(…) dopo aver ripetuto numerose volte la parola consensuale, devo fermarmi per eccesso di bile. Chiaramente il mio consenso ha un peso e un  valore diverso rispetto a quello del mio datore di lavoro, soprattutto se la mia decisione di dimettermi è causata da un rifiuto dell’impresa di venire incontro alle mie esigenze. A volte basterebbe una flessibilità temporanea, un segnale che tu non sei solo un numero, un peso, una incomoda dipendente che ha osato figliare. Quindi se il consenso implica un accordo delle parti, occorre sottolineare come in moltissimi casi esso sia esorto,  senza via di fuga. Quindi, se io non sono in grado di essere sullo stesso piano del mio datore di lavoro, uno stato civile e di diritto dovrebbe essere in grado di intervenire per tutelare la parte debole e riequilibrare i due attori contrattuali. Dovrebbe essere premura di uno stato farsi carico di queste diseguaglianze e non limitarsi solamente a relazionarci annualmente su quante nuove donne si trovano davanti al bivio. Se tu in qualche modo estorci il mio consenso, quel contratto o accordo è annullabile. Questo accade in tutti i casi, ma non sembra valere per tutti i casi cui una donna non ha altra scelta e viene di fatto portata alle dimissioni.

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Dove ci porta l’ottovolante? #jobsact

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Ho scritto un nuovo post per Mammeonline.net, sul tema del congedo parentale.

Qui di seguito un estratto,  potete leggere l’intero articolo a questo link:

http://www.mammeonline.net/content/dove-ci-porta-lottovolante-jobsact

“Non credo che tornando subito al lavoro si eliminino totalmente i problemi e le discriminazioni. Solo un soggetto avulso dall’esperienza genitoriale può concepire che rientrare al lavoro dopo i tre mesi di congedo obbligatorio possa essere una strada facile e accessibile a tutti.

Chi gestisce un bambino così piccolo? Tate, nonni (quest’ultima ipotesi è il solito welfare gratuito, che fa comodo a uno stato semi-assente)?
A volte mi chiedo perché ci chiedono di far figli, se poi pretendono che siano altri a gestirli e a educarli al nostro posto.

Noi dobbiamo fare figli, ma produrre PIL allo stesso tempo, mettendoci nei panni dei poveri “distributori” di lavoro. Tanto vale non  farli i figli. Ieri ero in biblioteca con mia figlia. C’era un bimbo di circa 10 mesi, vestito firmato dalla testa ai piedi, accompagnato da una tata dolcissima. Erano le 19 passate. Mi ha fatto una tristezza enorme.

Lo so, il lavoro è importante, ma questo spesso ci porta a sacrificare cose importantissime, che passano e non tornano più. Anche perché non  è detto che il nostro sacrificio e il nostro rientrare al lavoro presto, sia poi riconosciuto dal nostro datore di lavoro. Potremmo essere comunque a rischio, potremmo perdere il lavoro anche se ci mostriamo pronte a sacrificare ogni cosa, anche nostro figlio. Ricordiamoci poi che un figlio non è un bambolotto, nei primi anni i bimbi si ammalano di frequente e avremo bisogno di assentarci.”

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Smart, ma non sempre

stress-lavoro-e-matrimonio

 

Parliamo di conciliazione e welfare aziendale, secondo l’ultimo rapporto ISTAT 2015. Fa bene questo articolo pubblicato su InGenere (QUI) a sottolineare che le “misure di “welfare o responsabilità sociale d’impresa” maggiormente diffuse sono quelle per le quali esistono norme di legge cogenti o incentivi che ne favoriscano l’introduzione”.
Uno stato che si ritira e riduce la sua azione propulsiva nel determinare miglioramenti nella qualità della vita dei suoi cittadini, in pratica genera una situazione a macchia di leopardo, con sacche in cui diritti e servizi sono chimere. Pensare che il sistema imprenditoriale italiano, per com’è strutturato, si autoregoli e ottimizzi non solo il suo interesse primario, ma anche il benessere della sua forza lavoro, è chiaramente utopistico. L’intervento statale, che oggi, in un clima sempre più liberista, per molti rappresenta una prassi orribile, è invece l’unico modo per colmare quelle distanze geografiche, quelle differenze che rappresentano un macigno per il nostro Paese. Non si può concepire che ci siano lavoratori agevolati, per cui è facile accedere a misure di conciliazione, e altri che hanno un’unica scelta: abbandonare il lavoro o fare i salti mortali, investendo i propri stipendi in “servizi privati”. Abbiamo imprese che non riescono nemmeno a pensare, immaginare (o lo considerano un inutile dispendio di energie) di poter riorganizzare il proprio lavoro in termini di flessibilità oraria e di formule più smart. Tanto, se un dipendente molla, c’è un mucchio di persone che aspettano di entrare a condizioni sempre peggiori. Quando qualcuno di noi accetta di lavorare senza limiti di orario, sacrificando la propria vita privata sull’altare del lavoro a ogni costo, consente di considerare normale lavorare senza regole. Se ognuno di noi ragionasse in termini collettivi e non egoisticamente, certe forme di sfruttamento legalizzato, considerato inevitabile, non lo sarebbero più, perché accettare tutto pur di lavorare e di avere incentivi non ha senso, è tutto fuorché normale. Arriverà un momento della propria vita in cui tutto questo “sì totalizzante” al capo non sarà più possibile garantirlo, ci saranno fattori personali o esterni che ci porteranno a rivalutare priorità e cose essenziali. Allora ci sembrerà assurdo piegarci e accettare l’assenza di regole sul lavoro. Quando avremo bisogno di equilibrio lavoro-vita privata, allora ci troveremo davanti a un muro o a un bivio, ci accorgeremo che ciò che abbiamo concesso non ci verrà riconosciuto, quasi mai. Anzi, scopriremo la realtà a cui da tempo le donne sono soggette. E non sono quelle “debolucce” (come molti le etichettano) che non ce la fanno, sono donne comuni, reali, che a un certo punto si sentono dire di essere un peso per l’azienda , solo perché hanno fatto un figlio. Le cose cambiano, inevitabilmente, ma proprio perché prima della maternità abbiamo oltrepassato il limite, abbiamo consentito ogni cosa, abbiamo accettato ogni sacrificio. Alcuni capi hanno paura di questo, di non avere più la schiava, che dirà sempre “va bene”, lavorando anche 12 ore, weekend compresi. Non è rendendoci indispensabili zerbini, utilizzabili all’occorrenza e ad oltranza, che ci garantiremo comprensione nei momenti di necessità o nei quali qualcosa nella nostra vita cambierà. Non ci sarà nessun aiuto, ci verrà chiesto di scegliere, altrimenti la porta è aperta, facendoci sentire responsabili in toto della nostra non scelta.
Per cui, senza un’azione di riequilibrio e di incentivo centrale, non cambierà assolutamente niente. Anzi, si creeranno sempre nuove discriminazioni, tanto c’è chi sarà disposto a rinunciare ai diritti in cambio delle briciole, salvo pentirsene quando si troverà a sua volta a dover far fronte ai problemi. Certo sarebbe bello un impegno congiunto imprese-stato, ma se si lascia libertà di scelta su come e se applicare modelli virtuosi, il rischio è che solo pochi lavoratori abbiano condizioni di lavoro decenti e vantaggiose. Che senso ha un’impresa che si impegna nel sociale, nella solidarietà e in progetti a favore della società, ma poi mette alla porta i suoi dipendenti, li costringe a orari massacranti, nega qualsiasi forma di conciliazione lavoro-vita privata? Questa è l’incongruenza, mi comporto bene fuori, faccio vedere quanto sono bravo e sensibile, poi però con i miei dipendenti non mi schiodo e non sono disposto a cedere di un millimetro. Perché questa è la policy. Non accontentiamoci di progetti e di storie virtuose, chiediamo che vi siano le stesse possibilità per tutti. Oppure continueranno a non mettersi la mano sulla coscienza nemmeno davanti a una malattia o alla necessità di seguire un familiare malato. Svegliamoci e cerchiamo soluzioni che valgano per tutti, da Nord a Sud, indipendentemente dal comparto. Se una donna riesce a lavorare, ne beneficia l’intero sistema paese.

 

Intanto, la Regione Lazio ha deciso di stanziare duecentomila euro per favorire le strategie di conciliazione all’interno delle aziende. Un bando che si rivolge alle lavoratrici e ai lavoratori dipendenti di imprese e piccole e medie imprese. Tempo fino al 5 giugno (QUI la notizia su InGenere).

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Quasi cinque anni di silenzio

maternity-leave

 

Un recente rapporto mondiale dell’ILO (o OIL) parla di crisi e sostegno alle famiglie (QUI). Sì, perché pare che in alcuni Paesi (non pensate al nostro), la crisi abbia portato a un rafforzamento dei sistemi di sostegno. Cito:

“sono numerosi i paesi ― tra cui la Germania, l’Australia, la Francia, la Norvegia, la Polonia e la Slovacchia ― che hanno rafforzato il sostegno alle famiglie durante la crisi migliorando l’accesso ai servizi per la prima infanzia, attraverso incentivi fiscali oppure aumentando la durata, l’estensione e il livello delle prestazioni di maternità e di congedo parentale. Nel 2011, la Cina ha esteso il congedo di maternità da 90 a 98 giorni, mentre il Cile ha prolungato la durata del congedo di maternità dopo la nascita del bambino da 18 a 30 settimane. Il Salvador ha aumentato la compensazione del reddito garantito dal 75 al 100 per cento durante le 12 settimane di congedo di maternità per le madri registrate al servizio nazionale di sicurezza sociale”.

Come potete notare non si tratta di misure una-tantum ma di qualcosa di più strutturato. Misure che non generano disparità. Da noi si è preferito usare il bonus per le neo-mamme, per quelle naturalmente che avevano il figlio nel 2015. Le altre chissà. Dopo, chissà. L’Italia viene citata nel rapporto per un tema non proprio positivo:

“In Croazia, Italia e Portogallo viene riportato l’utilizzo delle «dimissioni in bianco», ovvero lettere di dimissioni non datate che le lavoratrici sono costrette a firmare al momento dell’assunzione. Queste vengono poi utilizzate in caso di gravidanza delle lavoratrici, in casi di malattie prolungate o responsabilità familiari di varia natura. In Spagna, si attribuisce alla crisi la responsabilità di licenziamenti o casi di molestie legate al lavoro.”

Volgiamo lo sguardo all’Unione Europea. Come al solito non se ne parla, meglio soprassedere ciò che accade. Invece voglio raccontarvi qualcosa di interessante a proposito di congedi parentali/maternità. Nell’ottobre 2008, la Commissione aveva proposto di rivedere l’attuale legislazione (direttiva 92/85, TESTO), come parte del pacchetto per conciliare la vita lavorativa e quella familiare, basato sulla Convenzione OIL (Organizzazione internazionale del lavoro) sulla protezione della maternità del 2000 (TESTO) . Il testo era stato presentato dalla Commissione per i diritti della donna e l’uguaglianza di genere, con relatrice Edite Estrela, sentito il parere della Commissione per l’occupazione e gli affari sociali, relatrice Rovana Plumb. Nel mese di ottobre 2010 il Parlamento europeo ha approvato la sua prima lettura. Il Consiglio deve ancora approvare la sua posizione in merito. Sono passati quasi 5 anni. Un tempo biblico. Arriviamo ai nostri giorni. La Commissione ha dichiarato l’intenzione di ritirare il progetto di legge. La proposta della Commissione di ritirare il progetto di direttiva sul congedo di maternità sarà discussa martedì 19 maggio, nel pomeriggio. Nel progetto di risoluzione in votazione mercoledì 20, i deputati chiederanno al Consiglio di presentare la sua posizione sul dossier e la ripresa dei colloqui. Qualora la Commissione europea ritirasse il progetto di legge, i deputati dovrebbero esortarla a presentare con urgenza un nuovo progetto, da discutere durante la prossima Presidenza lussemburghese del Consiglio. Il succo del testo prevedeva una estensione del congedo di maternità da 14 a 20 settimane a stipendio pieno e l’introduzione di due settimane, retribuite integralmente, per il congedo di paternità. Vi cito il comunicato stampa del 2010 (TESTO del comunicato), perché rende molto bene:

Il Parlamento europeo ha approvato mercoledì modifiche alla legislazione europea in materia di congedo di maternità minimo, portandolo da 14 a 20 settimane, tutte remunerate al 100% dello stipendio, con una certa flessibilità per i paesi che hanno regimi di congedo parentale. Inoltre, i deputati hanno anche approvato l’introduzione del congedo di paternità, di almeno due settimane.
Con 390 voti a favore, 192 contrari e 59 astensioni, il Parlamento europeo ha votato in favore della relazione di Edite Estrela (S&D, PT) che estende il congedo di maternità minimo da 14 a 20 settimane, andando cosi oltre la proposta della Commissione di 18 settimane.
Tuttavia, i deputati hanno approvato una serie di emendamenti per assicurare che per i paesi con regimi di congedo parentale, le ultime 4 settimane dovrebbero essere considerate come congedo di maternità, remunerato almeno al 75%.
Le lavoratrici in congedo di maternità devono essere remunerate con la retribuzione al 100% dell’ultima retribuzione mensile o della retribuzione mensile media, secondo il testo approvato. La proposta della Commissione invece prevedeva il pagamento al 100% delle prime 6 settimane di congedo.
Il progetto di legislazione vuole stabilire le regole minime a livello europeo, mentre gli Stati membri resterebbero liberi di introdurre o mantenere i regimi di congedo piu favorevoli alle lavoratrici di quelli previsti dalla direttiva.
“La maternità non puo essere vista come un fardello sui sistemi nazionali di sicurezza sociale, ma rappresenta un investimento per il futuro”, ha affermato la relatrice durante il dibattito lunedì.
Congedo di paternità
Gli Stati membri devono garantire ai padri il diritto a un congedo di paternità remunerato di almeno due settimane, durante il periodo di congedo di maternità, afferma il testo approvato. I deputati che si sono opposti a questa regola sostengono che il congedo di paternità non rientra nell’ambito della legislazione in discussione, che riguarda “la salute e sicurezza delle donne in gravidanza”.
Diritto al lavoro
La commissione per i diritti della donna ha anche adottato emendamenti volti a proibire il licenziamento delle donne dall’inizio della gravidanza fino a almeno il sesto mese dopo la fine del congedo di maternità. Il testo adottato afferma anche che le donne devono poter tornare al loro impiego precedente o a un posto equivalente, con la stessa retribuzione, categoria professionale e responsabilità di prima del congedo.

QUI il testo completo. Ricapitolando, dopo quasi 5 anni: iter legislativo bloccato, aut aut: decidere ora o ripartire da zero, nonostante il buon testo. Quale sarà il destino della #MaternityLeave? Questo il testo dell’interrogazione parlamentare al Consiglio (presentata il 6 maggio da Iratxe García Pérez, Maria Arena, a nome della commissione per i diritti della donna e l’uguaglianza di genere) e che andrà in discussione il 19 maggio e in votazione il 20 maggio:

Dall’inizio della nuova legislatura il Parlamento ha dichiarato esplicitamente in più occasioni, in particolare nella risoluzione del 10 marzo 2015 sui progressi concernenti la parità tra donne e uomini nell’Unione europea nel 2013, di essere pronto a interagire con il Consiglio e ad avviare negoziati sulla direttiva riguardante il congedo di maternità. Il Parlamento assume una posizione pragmatica e costruttiva ed è aperto alla ricerca di un accordo che soddisfi entrambe le istituzioni e, soprattutto, i cittadini europei. Il Parlamento ritiene che l’attuale situazione di stallo possa essere risolta se vi è sufficiente volontà politica da parte delle tre istituzioni.
A dispetto di tali inequivocabili segnali, dal Consiglio non è pervenuta alcuna risposta. La Commissione, nel frattempo, si è detta più volte intenzionata a ritirare la proposta qualora i colegislatori non trovino una via d’uscita dall’impasse entro sei mesi.
L’annunciato ritiro è particolarmente discutibile se si considera che il Parlamento ha concluso la prima lettura, mentre la discussione in sede di Consiglio è bloccata e compromette così l’intera procedura legislativa.
1. Può il Consiglio, quale colegislatore, esprimere una posizione ufficiale riguardo alla prima lettura del Parlamento europeo e assumersi la responsabilità del rifiuto dei miglioramenti della sicurezza e della salute sul lavoro delle lavoratrici gestanti, puerpere o in periodo di allattamento?

Incrociamo le dita, nel giro di un paio di giorni sapremo se si dovrà ricominciare tutto da zero.   QUI un comunicato che ne parla.

 

 

 

Aggiornamento 21.05.2015

MEPs pressed the European Commission not to withdraw a draft EU directive on maternity leave, despite four years’ deadlock over it in the EU Council of Ministers, in a resolution voted on Wednesday. They also urged the ministers to resume talks and agree an official position.

MEPs reiterate their willingness to help break the deadlock and call on the Commission to work to reconcile the positions of Parliament and the Council, in a resolution passed by 419 votes to 97, with 161 abstentions”.

Con la risoluzione approvata ieri 20 maggio, il Parlamento europeo dimostra di non voler abbassare l’attenzione sul tema della tutela non solo della maternità ma anche della genitorialità condivisa.
La proposta che come avevamo detto è bloccata al livello del Consiglio, rischia di essere ritirata a causa di questa situazione di stallo (procedura REFIT); la risoluzione votata ieri è un ulteriore tentativo di impedire che ciò avvenga.  L’iter non si è ancora del tutto sbloccato, ma il Parlamento, con questa risoluzione chiede di riavviare il processo.

 

 

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In qualcosa siamo primi

Kindererziehungszeit

 

No, non è il patrimonio artistico, non è il cibo o il turismo. L’Italia può vantare il primato del “costo più basso dei licenziamenti a livello mondiale”. 
L’inchiesta de L’Espresso, che parla di mobbing post-maternità, scopre di fatto l’acqua calda. Scorrono i dati, i numeri del fenomeno nei principali centri, settori e mansioni, le segnalazioni di mobbing (nel capoluogo lombardo, ad esempio, al Centro Donna della Cgil solo negli ultimi tre anni si sono rivolte 1.771 lavoratrici). E qualche storia a condire il tutto, tanto chi non ci è passato non può capire, ci prendono pure per donne deboli, incapaci di farci valere o di sacrificarci per benino, come ci chiede il modello imprenditoriale post-capitalista, ultra-liberista, per la serie “meno diritti meglio è”.

“I dati parlano chiaro: negli ultimi cinque anni in Italia i casi di mobbing da maternità sono aumentati del 30 per cento. Secondo le ultime stime dell’Osservatorio Nazionale Mobbing solo negli ultimi due anni sono state licenziate o costrette a dimettersi 800mila donne. Almeno 350mila sono quelle discriminate per via della maternità o per aver avanzato richieste per conciliare il lavoro con la vita familiare”.

Le stime, sulla base di coloro che denunciano o quanto meno ci provano. Le altre, quelle che rinunciano a priori, sono sommerse, al massimo si riesce (se si ha un po’ di buona volontà) a contarle guardando i questionari statistici che sei costretta a compilare se hai un figlio under 3 e ti dimetti “volontariamente”. Ne avevo già parlato qui e qui.

Sinceramente sono un po’ stufa di essere passata nel tritacarne e di sentirmi dire “denunciate, non mollate”, nonostante l’onere della prova di aver subito mobbing sia a nostro carico. Non può essere dimostrato qualcosa che avverti nell’atmosfera sul posto di lavoro, non puoi dimostrare che più volte ti sono state richieste trasferte incompatibili con un figlio di un anno, che devi tornare disponibile h24 come se non avessi nessuno che ti aspetta a casa. Qualche datore di lavoro temporeggia, attende che superi i mesi di allattamento. Poi generalmente devi tornare al ritmo consueto, ante-maternità, con orari che superano grandemente, in alcuni casi, quelli previsti dal contratto, peccato che non ti spettino straordinari e il tuo mensile sia da fame (sei sempre donna ricordatelo!). Non puoi continuare a “ostacolare i progetti aziendali” perché hai avuto un figlio. Automaticamente ti trovi ad essere l’ultima ruota del carro, senza più alcuna prospettiva di carriera, manovalanza, pure ingombrante e inefficiente. Una volta che avanzi richieste che ti permettano di conciliare, resta al datore di lavoro la totale libertà di concederti o meno dei benefici. Quindi che cosa puoi pretendere? Nulla, puoi solo fare le valigie e andartene. Sei un peso morto, ti fanno sentire tale. Resti in silenzio, perché di fatto diritti non hai. Sarebbe diverso se lo stato prevedesse delle forme di conciliazioni (magari dando in cambio sgravi fiscali agli imprenditori) sancite a livello di contrattazione nazionale, o addirittura di livello legislativo.

Quindi signori non scaricate su di noi la palla, occorrono provvedimenti immediati, volti a garantire che il mobbing sia impraticabile e poco appetibile a monte, a priori. Altrimenti parliamo della solita aria fritta. 

 

P.S. L’istantanea tracciata da L’Espresso è ante JobsAct.. chissà cosa accadrà ora!!!

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Cosa manca?

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Ricevo questa missiva via email. No, non si parla della relazione Tarabella (QUI il testo), che andrà in Aula (Parlamento Europeo) per l’approvazione il prossimo 10 marzo (il 9 ci sarà il dibattito), bensì della Relazione annuale sulla parità tra donne e uomini (qui), che viene realizzata dalla Commissione Europea (organo esecutivo e promotore del processo legislativo). Utile per i dati e i temi trattati, infatti ve lo allego. Innocua sotto il profilo che più sta a cuore ai no-choice o pro-life. Infatti, non tratta il tema dell’aborto, che in Europa è ancora un tabù per certi schieramenti.

Ma devo fare una considerazione di altro genere. Perché in una comunicazione in occasione dell’8 marzo, non appare alcun cenno all’appuntamento (importantissimo e che sta suscitando non poche preoccupazioni qui e qui) a cui sono chiamati gli europarlamentari proprio in merito alle tematiche relative alla parità? Mi direte che faccio domande retoriche o ingenue. Ma tant’è, non c’è alcun riferimento al testo Tarabella. Forse in molti pensano che sia meglio che non se ne parli troppo. Quanto meno non alla luce del sole. Non staranno mica preparando degli emendamenti “ablativi”? C’è fiducia che il testo Tarabella passi così com’è. Dobbiamo sperare e aver fiducia che i numeri siano a nostro favore. Vedremo..

Mi chiedo come sia accettabile che l’Europa consenta che ci siano differenti posizioni e trattamenti in merito alla salute sessuale e riproduttiva delle donne? Stiamo parlando di questioni che impattano direttamente e pesantemente le vite delle donne. Per un’Europa laica, non dovrebbe essere problematico pronunciarsi su questo tema, ma evidentemente la laicità è di là da venire. Trovo assurdo che non si prenda posizione e si consenta che livelli elevati di obiezione di coscienza o leggi fortemente limitanti in materia di aborto (ricordiamo che a Malta è tuttora illegale) costringano ancora oggi le donne a scegliere la clandestinità o a procurarsi i farmaci sul web, con tutti i rischi che queste pratiche comportano per la loro salute e la loro vita. La qualità della vita di una donna passa anche attraverso questi nodi, tuttora irrisolti. Non si tratta di ingerenza europea sulla politica e sulla sovranità dei singoli stati, altrimenti molti provvedimenti non sarebbero mai passati. Un documento che contiene i seguenti auspici, se accolto, potrebbe segnare un passaggio epocale di civiltà, per un’UE che va  a velocità diverse anche sui diritti, purtroppo. Nessuno stato sarebbe vincolato a seguire questi consigli, ma quanto meno sarebbe un segnale di attenzione verso le donne. 

 44. osserva che vari studi dimostrano che i tassi di aborto sono simili nei paesi in cui la procedura è legale e in quelli in cui è vietata, dove i tassi sono persino più alti
(Organizzazione mondiale per la sanità, 2014);
45. insiste sul fatto che le donne debbano avere il controllo della loro salute e dei loro diritti sessuali e riproduttivi, segnatamente attraverso un accesso agevole alla contraccezione e all’aborto; sostiene pertanto le misure e le azioni volte a migliorare l’accesso delle donne ai servizi di salute sessuale e riproduttiva e a meglio informarle sui loro diritti e sui servizi disponibili; invita gli Stati membri e la Commissione a porre in atto misure e azioni per sensibilizzare gli uomini sulle loro responsabilità in materia sessuale e riproduttiva;
46. sottolinea l’importanza delle politiche attive di prevenzione, educazione e informazione dirette ad adolescenti, giovani e adulti affinché i cittadini possano godere di una buona salute sessuale e riproduttiva, evitando in tal modo malattie trasmesse sessualmente e gravidanze indesiderate;

 

Intanto cerchiamo di capire come funziona il processo di approvazione in plenaria, le forche caudine attraverso le quali dovrà passare il testo Tarabella.

Il processo legislativo del Parlamento Europeo prevede che, dopo la votazione finale da parte della Commissione (parlamentare) competente, la FEMM nel caso Tarabella, la relazione venga sottoposta all’approvazione del Parlamento riunito in seduta plenaria a Strasburgo. Il testo della Commissione FEMM è emendabile in Aula, per singoli articoli o parti di essi, e sono ammesse richieste di voto separato su alcune parti. La lista di voto sarà a disposizione dei parlamentari lunedì 9, giorno dedicato al dibattito, prima del voto previsto per la mattina del 10 verso le 11.

Solitamente, l’accordo politico che ha portato all’adozione della relazione in Commissione parlamentare, si ritrova anche in Aula, poiché si tende a portare avanti e a seguire il punto di vista del gruppo di lavoro della Commissione competente in materia.

Questa la prassi, ma si possono verificare casi eccezionali in cui il testo viene respinto dall’Aula. In tal caso, si ripartirebbe da zero.

 Stiamo all’erta!

 

Questo il testo della lettera di Patrizia Toia

Care tutte,
nell’avvicinarsi della Giornata internazionale della donna, la Commissione europea ha pubblicato la relazione annuale sulla parità tra donne e uomini che dimostra che il lavoro da fare per arrivare alla piena parità è ancora molto.
Il Rapporto 2014 sulla parità tra donne e uomini dimostra che, sebbene divari tra uomini e donne si sono ridotte negli ultimi decenni, le disuguaglianze all’interno e fra gli Stati membri sono cresciute nel complesso e le sfide rimangono ancora alcune aree critiche.

Qualche dato che salta subito all’occhio:
– Per ogni ora lavorata le donne guadagnano in media il 16,4% in meno degli uomini. Questa cifra è superiore al 20% in Repubblica Ceca, Austria, Estonia e Germania. Il percorso per colmare il divario di genere retributivo e delle pensioni procede con estrema lentezza. Quest’ultimo ha raggiunto il 39%. Le donne tendono ancora a concentrarsi in settori meno retribuiti.
– La violenza di genere è ancora allarmante. Un terzo delle donne in UE ha subito violenza fisica e sessuale.
– I divari di genere in materia di occupazione e di donne nel processo decisionale si sono ridotti negli ultimi anni, ma le donne continuano a rappresentare meno di un quarto dei membri nei CdA, pur rappresentando quasi la metà della forza lavoro impiegata (46%).
– Sono carenti le politiche di conciliazione e questa mancanza ostacola l’occupazione femminile e quindi il potenziale di crescita economica.
– Le donne hanno maggiori probabilità di avere un grado di istruzione superiore (oltre il 60% dei nuovi laureati sono donne), ma sono nettamente sottorappresentate nella ricerca e nei posti di responsabilità a tutti i livelli di istruzione superiore, tra cui l’educazione.

Vediamo alcuni di questi temi nello specifico.

Qual è la situazione attuale, in Europa, delle donne nel mondo del lavoro?
La quota di donne nel mondo del lavoro è passata dal 55% del 1997 al 63% di oggi. Anche se questo rappresenta un buon progresso, la partecipazione al mercato del lavoro delle donne nell’Unione europea è ancora notevolmente inferiore a quella degli uomini, che attualmente si attesta al 75%.
Ci sono anche notevoli differenze tra gli Stati membri: il tasso di occupazione femminile è inferiore al 60% in Grecia, Italia, Malta, Croazia, Spagna, Ungheria, Romania, Slovacchia e Polonia, mentre è superiore al 70% in Svezia, Danimarca, Germania, Finlandia, Paesi Bassi, Austria e Estonia.
Il 32% delle donne europee lavora a tempo parziale, rispetto a solo l’8% degli uomini. Gli Stati membri un’ occupazione femminile a tempo parziale superiore alla media sono i Paesi Bassi, la Germania, l’Austria, il Belgio, il Regno Unito, la Svezia, il Lussemburgo, la Danimarca e l’Irlanda.
Lo squilibrio nella condizione lavorativa delle donne e degli uomini nel lavoro si riflette anche nel divario di retribuzione di genere e, successivamente, in pensioni più basse alle donne e crea un maggiore rischio di povertà per le donne.

Cosa sta facendo l’UE sul congedo di maternità?
Ai sensi della direttiva UE sulle lavoratrici gestanti, tutte le donne dell’Unione europea hanno il diritto ad almeno 14 settimane di congedo di maternità e alla tutela contro il licenziamento per essere incinta. Nel 2008, la Commissione ha proposto di migliorare ulteriormente la situazione con un congedo di maternità più lungo. La proposta della Commissione – che aumenterebbe il diritto minimo a 18 settimane pagate – è ancora in discussione presso il Consiglio dell’Unione europea. Come Socialisti & Democratici siamo riusciti a non far togliere questa direttiva dal programma di lavoro della Commissione 2015 che ha alla fine concesso un periodo di sei mesi per chiudere il dossier. Se nessuno risultato sarà raggiunto, sarà sostituita da una nuova iniziativa.
Per quanto riguarda i lavoratori autonomi e i loro partner la nuova normativa UE in materia di lavoratori autonomi prevede che possano godere di una migliore protezione sociale – tra cui il diritto al congedo di maternità . Gli Stati membri avevano tempo fino al 5 agosto 2012 per recepire la direttiva sui lavoratori autonomi e i coniugi coadiuvanti, ma purtroppo non tutti lo hanno ancora fatto.

Cosa sta facendo l’UE sul congedo parentale?
La direttiva sul congedo parentale dell’UE stabilisce requisiti minimi in materia di congedo parentale, sulla base di un accordo quadro concluso con le parti sociali europee. Ai sensi della direttiva, i lavoratori di sesso maschile e femminile hanno diritto individuale al congedo parentale per motivi di nascita o adozione di un figlio, che consenta loro di prendersi cura del bambino per almeno quattro mesi. L’obiettivo è quello di aiutare le persone a lavorare mantenendo l’equilibrio e la vita familiare. Per incoraggiare i padri a prendere un congedo parentale, ai sensi della direttiva modificata, uno dei quattro mesi non è trasferibile, il che significa che se il padre non ne usufruisce viene perso.

Qual è la situazione delle strutture per l’infanzia in tutta l’UE?
Un fattore importante per il divario retributivo è l’onere della cura di cui le donne devono farsi carico.
Le cifre mostrano che gli uomini, nel momento in cui diventano padri, iniziano a lavorare più ore. Lo stesso non vale per le donne: quando diventano madri, spesso smettono di lavorare per periodi lunghi o lavorano part-time (una scelta spesso involontaria).
Garantire servizi per l’infanzia adatti è un passo essenziale verso le pari opportunità nel lavoro tra uomini e donne. Nel 2002, in occasione del vertice di Barcellona, ​​il Consiglio europeo ha fissato obiettivi per la fornitura di assistenza all’infanzia a: almeno il 90% dei bambini tra i 3 anni e l’età dell’obbligo scolastico e per almeno il 33% dei bambini sotto i 3 anni di età.
Dal 2007, la percentuale di bambini curati in regime di custodia formale è leggermente aumentata (dal 26% al 28% per i bambini fino a tre anni di età, e dal 81% al 83% per i bambini dai tre anni di età fino all’età dell’obbligo scolastico ). L’obiettivo è ancora lontano.

Qual è la situazione in seno alla Commissione europea e degli Stati membri in materia di parità nel processo decisionale?
Mentre alcuni paesi sono sulla buona strada per il raggiungere della parità nei Parlamenti nazionali e nei Governi, le donne rappresentano ancora meno di un terzo dei ministri e membri dei parlamenti nella stragrande maggioranza degli Stati membri.
In sei Stati membri le donne rappresentano meno del 20% dei membri dei parlamenti: Ungheria (10%), Malta, Romania, Cipro (14%), Irlanda (16%) e Lituania (18%) .
A livello europeo, le donne rappresentano il 37% dei deputati al Parlamento europeo, percentuale in costante miglioramento (era 35% nel 2009 e 31% nel 2004).
Per quanto riguarda la Commissione, il 31% dei commissari della Commissione Juncker sono di sesso femminile, allo stesso livello della II Commissione Barroso.

Cosa ha fatto l’Unione europea per affrontare la violenza contro le donne e le ragazze?
La dichiarazione 19 allegata al trattato di Lisbona stabilisce che gli Stati membri dovrebbero adottare tutte le misure necessarie per contrastare la violenza domestica e proteggere le vittime.
Le donne e le ragazze che sono vittime di violenza hanno bisogno di sostegno e di protezione adeguati, che va rinforzato da leggi efficaci e dissuasive.
L’UE ha lavorato per raccogliere i dati europei precisi e comparabili sulla violenza di genere. Il primo studio a livello europeo sulle esperienze di varie forme di violenza, condotto dall’Agenzia dell’Unione europea per i diritti fondamentali, mostra che la violenza avviene ovunque, in ogni società, sia a casa, al lavoro, a scuola, in strada o on line.
In media, ogni minuto di ogni giorno in Europa, 7 donne sono vittime di stupro o di altre aggressioni sessuali, 25 sono vittime di violenza fisica e 74 sono vittime di molestie sessuali.
Anche la violenza on line ​​è una preoccupazione crescente: il 10% delle donne sono state vittime di molestie sessuali on-line.

La Commissione ha messo in atto queste “leggi”:
Le vittime di violenza, in particolare la violenza domestica, potranno presto contare sulla protezione a livello europeo. L’UE ha messo in atto un pacchetto di misure per garantire che i diritti delle vittime non vengano dimenticati e le vittime siano trattate con giustizia. La direttiva sui diritti delle vittime di violenza è stata adottata il 25 ottobre 2012 e rafforza considerevolmente i diritti delle vittime e dei loro familiari in termini di informazioni, sostegno e protezione, nonché i loro diritti procedurali quando partecipano a un procedimento penale. Gli Stati membri dell’UE devono attuare le disposizioni della presente direttiva nella legislazione nazionale entro il 16 novembre di quest’anno.

La maggior parte delle vittime della tratta nell’UE sono donne e ragazze (80%). L’UE ha riconosciuto la tratta di donne e ragazze come una forma di violenza contro le donne e ha adottato un quadro giuridico e politico globale per sradicarla. La direttiva anti-traffico 2011/36 / UE è centrata sulle vittime di genere e basata sul rispetto dei diritti umani, stabilisce disposizioni rigorose per le vittime, in termini di protezione e prevenzione, così come sostiene il principio di non-punibilità e assistenza incondizionata per le vittime.
Inoltre ci sono due strumenti che si applicano a partire dall’11 gennaio di quest’anno, in modo che le vittime che beneficiano di una misura di protezione in un paese dell’UE siano forniti con lo stesso livello di protezione in altri paesi dell’UE nel caso si spostino o viaggino. In questo modo, la protezione viaggerà con l’individuo.
La Commissione europea finanzia anche numerose campagne di sensibilizzazione nei paesi dell’UE e sostiene le organizzazioni come le ONG e le reti che lavorano per prevenire la violenza contro le donne.
I principali programmi di finanziamento sono DAPHNE III, PROGRESS. Il programma “diritti, uguaglianza e cittadinanza”, il Programma per la giustizia.

Cosa sta facendo l’UE a promuovere l’uguaglianza di genere in tutto il mondo?
L’Unione europea è e rimane in prima linea per la promozione dell’uguaglianza di genere non solo all’interno dell’Unione europea. Ma anche relazioni con i paesi terzi.
Essendo il più grande donatore mondiale, l’Unione europea ha un ruolo cruciale da svolgere nell’emancipazione delle donne e delle ragazze e nella promozione della parità di genere.
Gli Obiettivi del Millennio hanno svolto un ruolo importante nella crescente attenzione alla parità di genere e all’empowerment delle donne.
L’uguaglianza di genere, i diritti umani e l’empowerment delle donne e delle ragazze sono condizioni essenziali per lo sviluppo equo e sostenibile e inclusivo, così come importanti valori e obiettivi in ​​se stessi. L’UE è attualmente impegnata nelle discussione degli obiettivi post 2015 e siamo convinti che sia necessario un obiettivo a sé stante per raggiungere la parità di genere e l’empowerment delle donne e delle ragazze.
La seguente scheda spiega ciò che l’UE sta facendo il giro del mondo sulla parità di genere:

Fai clic per accedere a factsheet-gender-equality-wordwide-2015_en.pdf

 

Per ulteriori informazioni

 

Eurostat comunicato stampa sugli ultimi dati gap retributivo di genere: http://ec.europa.eu/eurostat

Factsheet – Eurobarometro sulla parità di genere: http://ec.europa.eu/public_opinion/archives/eb_special_439_420_en.htm#428
2014 Relazione sulla parità tra donne e uomini: http://ec.europa.eu/justice/gender-equality/document/index_en.htm#h2-2

Commissione Europea – Differenziale retributivo di genere: http://ec.europa.eu/justice/gender-equality/gender-pay-gap/index_en.htm

 

Resto a disposizione per ulteriori approfondimenti e vi saluto caramente,

Patrizia Toia

 

APPELLO DI #APPLY194

http://apply194.tumblr.com/post/113150711525/mozione-tarabella-tweet-mailbombing-a-6

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Man Ray – Venus restaurée – 1936-71

Man Ray – Venus restaurée

In questi ultimi giorni sto leggendo numerosi commenti sul parto, sull’episiotomia e su come a volte non si tiene in considerazione la donna e non la si renda partecipe del momento (qui un post dal blog Le Amazzoni Furiose). Non parlerò di aspetti medici, non sono un medico e non entro nelle valutazioni di ciascun medico. Sul Web ci sono documenti a sufficienza per farsi un’opinione. Vi segnalo questa inchiesta de La Repubblica.
Quello che desidero fare è raccontarvi la mia esperienza, una tra le tantissime, ognuna diversissima dalle altre, ognuna può dare il suo contributo, ma è sempre e soltanto una storia. Il parto di per sé non è una passeggiata di salute, è faticoso, un momento speciale, unico, ma anche molto delicato. Altrimenti non ci sarebbero state così tante complicazioni e morti nei secoli. Oggi, nei Paesi medicalmente evoluti, non ce ne ricordiamo più, ma il parto, ripeto, è tuttora una fase delicatissima e piena di incognite.
Ogni esperienza è a sé, sono tanti, troppi i fattori coinvolti per poter fare paragoni.

Io sono nata con un cesareo e probabilmente non sarei qui senza di esso. Ma questa è la storia che mi ha portato a nascere.

Ora passo a quella che ha portato alla nascita di mia figlia.

Mi si sono rotte le acque a mezzanotte. Nella mia immaginazione da primipara, pensavo che la cosa si sarebbe risolta in una mezza giornata. Arrivo in ospedale, controlli vari, zero dilatazione, contrazioni deboli. Vengo invitata ad attendere. Mi trovano un posto letto solo la mattina successiva, prima barella. Non dormo, aspettando le contrazioni, ma anche ascoltando le urla delle partorienti.
Mattina. Nessun segnale di contrazioni significative o dilatazione. La prassi medica prevede una attesa di 24 ore prima che avvenga l’induzione artificiale del parto (con il gel prostaglandinico o la flebo di ossitocina, più varie ed eventuali). Aspetto. In stanza con me c’è una donna che attende l’induzione da prima di me, ha rotto le acque circa una mezza giornata prima di me. Anche lei primipara. Premetto che siamo in un ospedale pubblico, con un settore a pagamento per chi desidera un trattamento di categoria “superiore”. Ma noi siamo nel settore pubblico. Siamo un po’ abbandonate a noi stesse, monitorate, ma nessuno ci viene a parlare e nessuno ci spiega più di tanto. Non c’è altro che aspettare ed entrambe siamo fiduciose. Il motivo di questo “abbandono” è il numero dei cesarei programmati per quel giorno, che si susseguono ininterrottamente. Si parla di 9 cesarei programmati, che si cumulano a quelli naturali e ai cesarei d’urgenza. Noi siamo ancora nella fase iniziale, per cui possiamo attendere. Intanto, alla mia compagna di stanza iniziano a iniettare gel. La sera, ancora nessun segno. Sono passate per lei più di 24 ore. Lei richiede un medico che la venga a visitare. Sì, perché devi farti sentire, a volte, per essere considerata. Se stai in silenzio e aspetti, seguono semplicemente i protocolli e non ti spiegano niente. Ma questo dipende dall’ospedale, dal personale che incontri e da tanti altri fattori, incluso la giornata. Insomma, tutto molto casuale. Alla fine, lei firma, sotto sua responsabilità, per un cesareo. Mi diranno poi che una buona percentuale delle induzioni si risolve in un cesareo. Non sempre l’induzione funziona. La discussione tra questa povera mamma e il medico, è stata dolorosa, anche perché io stavo vivendo la stessa cosa. Le sue paure e le sue domande erano anche le mie. Probabilmente alcuni sottovalutano l’importanza degli aspetti emotivi e di un trattamento umano e solidale in certi frangenti. Quanto meno spiegateci cosa sta accadendo. Prendersi cura di un/a paziente non è semplicemente seguire un protocollo o guardare le tabelle annuali da rispettare, che ti prescrivono un tot numero di cesarei o di altre pratiche mediche. C’è stato un netto tentativo da parte del medico di convincere la donna a non fare il cesareo, nonostante l’evidente stanchezza della donna e i tempi che si erano allungati a dismisura. La mia compagna di stanza cercava di avere delle risposte, un aiuto, ma le venivano solo prospettati gli aspetti più negativi del cesareo. La mattina successiva le faranno il cesareo, con risultati pessimi. Ha rischiato grosso e anche il bambino. Non so cosa sia successo nei dettagli medici, ma io ho assistito a un vero e proprio rimprovero, condito da minacce nei confronti della partoriente. Le hanno descritto l’operazione, con dovizia di particolari, prospettandole solo il peggio. La scelta della donna, è vero, spesso non è contemplata. Così come quando liquidano la tua sofferenza, con la frase “signora, lei ha una soglia del dolore molto bassa”. Sarà anche bassa, ma è la mia e tu medico mi devi aiutare, non sto inventando niente e tu non puoi sapere come sto. Quel sorrisetto sardonico del medico e la frase, firmi il modulo, ha scelto il cesareo e si renderà conto… non la dimenticherò mai.
Io chiedo informazioni in merito alla mia situazione, mi viene risposto, “non vorrà anche lei un cesareo?”
A mezzanotte chiedo e ottengo l’induzione con gel. Naturalmente, se mi fossi stata zitta, sarebbe giunta la mattina senza che nessuno mi degnasse di considerazione. Passo la notte fino alle 3 ad ascoltare i parti altrui, o meglio le urla. Alle 3 iniziano le contrazioni, sono in stanza al buio, chiamo, mi arriva solo una gentilissima donna para-medico che cerca di aiutarmi, quanto meno ho avuto un sostegno morale. Nessun medico. Dovevo stare buona e aspettare in silenzio, al buio, con le doglie. Arrivo faticosamente alla mattina. Dilatazione poca. Non avevo dormito per niente. Chiedo e ottengo l’epidurale, che mi viene “concessa” per riposarmi un po’ in vista del parto. L’anestesista borbotta un po’ perché non trova spazio a sufficienza per inserirmi il sondino: “Colpa della mia colonna vertebrale”. Alla fine ci riesce. È una scelta che ho compiuto sul momento, ero spossata e nessuno riusciva a dirmi quanto tempo avrei impiegato per partorire. Qualcuno finalmente mi ascoltò e si rese conto che senza forze e senza sonno non avrei avuto l’energia per il parto. Nella fase finale del parto l’effetto dell’epidurale non si sarebbe più sentito, ma mi è servito per riprendere le forze per un paio d’ore prima della fase espulsiva. Mi riprendo, per modo di dire. Arrivo anche alle iniezioni di ossitocina. Inizia immediatamente la fase finale, ci metto un’oretta per la fase espulsiva. Ma per me dura molto meno, il tempo per fortuna vola. Ho urlato un paio di volte, ma poi dietro consiglio dell’ostetrica, mi sono resa conto di quanto fosse meglio investire fiato ed energie nella spinta e in una respirazione adeguata. Mi sono concentrata sulle voci della mia ostetrica e di mio marito, indispensabili e preziose. Non ringrazierò mai abbastanza la mia ostetrica, che mi parlava della sua Argentina, per distrarmi. Mi hanno praticato l’episiotomia (l’ostetrica, non un medico), senza chiedermelo, ma mi sono fidata e in quel momento non ero molto lucida, non sarei stata in grado di prendere decisioni. Ho cercato durante la gravidanza di fare esercizi per aumentare l’elasticità del pavimento pelvico, di mettere creme ecc. A me non son serviti, ma ritengo che sia una questione personale, soggettiva. Ad altre può servire, ma ripeto ogni donna e ogni parto parlano per sé. Non si possono fare paragoni. L’episiotomia non mi ha causato problemi seri, magari tra qualche anno soffrirò di incontinenza, non posso saperlo. In una settimana non sentivo più i dolori dei punti (che si assorbono da soli e non è necessario che qualcuno te li tolga). Quando mi hanno messo i punti (un infermiere) non me ne accorgevo perché ero troppo emozionata e impegnata a guardare il visino della mia piccola. Ho avuto altri dolori, come quelli causati dallo sforzo di un parto supino “tradizionale” o dal seno “congestionato” e dolorante per le ragadi. Ognuna ha i suoi dolori, i suoi problemi. Ognuna ha le sue esperienze da raccontare. L’unica cosa che chiedo è: ascoltate di più le donne. Se lamentiamo un dolore, ascoltateci, aiutateci, non dateci “delle matte”, non diteci che siamo ipersensibili. Parlateci di più e ascoltate seriamente ciò che abbiamo da dirvi. Se vi poniamo delle domande, dateci delle risposte, ci aiuteranno a capire. Questo agevolerebbe anche il lavoro dei medici.

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No quiero hijos

Dora Maar - 1936,  Man Ray

Dora Maar – 1936, Man Ray

 

Il tema di oggi è: essere o non essere madri.
Ne avevo già parlato in altri post. Soprattutto, avevo segnalato il bel lavoro di Eleonora Cirant, importante perché ha in qualche modo aperto la strada nel 2012 a un dibattito su questa tematica, lasciando che fossero le stesse donne a parlare nel suo libro “Una su cinque non lo fa. Maternità e altre scelte”. Ottimi anche gli incontri che Eleonora organizza in giro per parlare del suo lavoro in maniera “circolare” e aperta. Momenti ricchi di spunti di riflessione.

Di recente sono nati due documentari dedicati: Stato interessante e Lunàdigas (in uscita il 22 gennaio). Il secondo accoglie anche le testimonianze di donne “note” al pubblico. Personalmente, preferisco maggiormente progetti come quello di Cirant e di Stato interessante, mi appaiono più autentici e perciò li sento più vicini.

Torno sul tema traducendo questo articolo (qui l’originale) di Cristina Fernández-Pereda e Cristina Galindo Galiana, pubblicato su El Pais Semanal, lo scorso 6 dicembre.

La scelta di non avere figli è diventata sempre più diffusa nei paesi occidentali. Molte donne preferiscono concentrarsi sulla vita personale e professionale, piuttosto che affrontare ciò che comporta essere madre. Negli Usa, dove questo tipo di scelta è maggiormente diffusa, una donna su cinque supera l’età fertile senza avere avuto figli (negli anni Settanta era una su dieci), sia per motivi socio-economici, che dovuti alle circostanze (non aver incontrato la persona giusta) o per problemi di fertilità. L’Europa segue lo stesso andamento, dove la Germania segna una delle maggiori percentuali mondiali di non madri. I sostenitori di una vita senza figli difendono con orgoglio la loro scelta. Ma permane la pressione sociale affinché si facciano figli.
Melanie Notkin affronta questo aspetto quotidianamente. Nel suo libro The Otherwood, il termine che l’autrice nordamericana ha adoperato per riferirsi alle “altre donne”, è un grido che descrive la realtà di migliaia di ragazze attorno ai 30 anni, che, come lei, si trovano ad affrontare la stessa domanda da parte di amici, familiari, colleghi di lavoro e anche sconosciuti: quando diventerai madre? Notkin ha deciso di raccontare la verità sulle donne senza figli, tre anni fa, quando ha iniziato a collaborare con Huffington Post. “Molti sostengono che si può anche fare figli da sole”, ha spiegato da New York, “sei troppo esigente… ma la soluzione non è così semplice”. Le donne che scelgono di non essere madri sono più di quello che appaiono, non si sentono rappresentate e come Notkin, hanno deciso di parlare attraverso un libro, dei documentari o su internet.
Negli Usa, questo dibattito ha avuto una diffusione pubblica maggiore rispetto a quanto accada in Europa. “Se avessi dei figli, mi odierebbero”, ha dichiarato la presentatrice Oprah Winfrey, 60 anni. “Non ho figli, ma la mia vita è stata soddisfacente. Lo sarebbe stata anche se avessi avuto dei figli”, ha affermato Condoleezza Rice, ex segretaria di stato sotto l’amministrazione Bush, (anche lei di 60 anni). Nel suo saggio, No quiero hijos. ¿Estoy loca? ¿Por qué nadie me deja en paz?, la blogger statunitense Gala Darling sostiene che ci sono altre cose che puoi fare nel corso della tua vita” e che l’unica cosa scomoda è che chi ascolta la tua risposta sembra conoscerla meglio di te. Darling indica due punti chiave dell’affermazione: “La società si aspetta che le donne abbiano figli (…). Dovrebbe essere una questione di rispetto; quando dici di non volerne, dovrebbe essere sufficiente a chiudere la conversazione.
La realtà è che questo accade raramente. È qualcosa che colpisce sia le donne che sanno di non poter aver figli che coloro che sperano di esserlo in futuro, in un momento che non è ancora giunto. Tabitha, la blogger di Geektastic, ha denunciato, come molte altre blogger, la sensazione di intrusione quando qualcuno le domanda perché non ha figli. “Quando sarai madre capirai” o “Cambierai sicuramente idea”, sono alcune delle risposte più frequenti che si ricevono. “Può non essere la loro intenzione, ma quando mi rispondono che cambierò idea, è come se mi stessero dicendo che la mia scelta non è giusta, e che non è il caso”. A volte certi commenti vengono fatti anche se non richiesti. Beth Lapides mentre si trovava dal suo fisioterapista, lamentandosi per il dolore, si sentì rispondere così: “non sopporti niente, meno male che non hai figli”. Nel suo saggio, riportato nel libro No es broma, escritoras que se saltan la maternidad, Lapides si chiede anche se tale affermazione sia legale.

Notkin spiega che, attraverso la propria esperienza e i dati raccolti per il suo libro, è riuscita a comprendere perché così tante donne sopra i 35 anni non abbiano figli, non solo per scelta, ma a causa delle circostanze. “Desiderano fare ciò che è giusto per loro”, dice. “Sono moderne, libere, indipendenti e vorrebbero anche dei figli, ma sono una maggioranza silenziosa”. Un’indagine condotta da Catherine Hakim, una sociologa britannica, in 25 paesi ha concluso che la decisione di non avere volontariamente figli è più diffusa tra gli uomini che tra le donne. Sommando i due generi, risulta che meno del 10% delle persone lo ha fatto per scelta.

Tra le donne statunitensi, di età compresa tra i 40 e i 44 anni, il 18% non sono madri, rispetto al 10% del 1976 (1,9 milioni di donne, rispetto alle 580.000 del 1976), secondo il Centro Pew de Investigaciones. Questa tendenza è simile in Spagna (il 18,1% delle donne tra i 40 e i 44 anni non hanno figli), Francia (20,6%), Finlandia (28,8%) e Germania (che detiene il record con il 33,6%), secondo i dati dell’OCSE. Nelle statistiche è difficile capire quante non sono madri per scelta. “L’assenza di figli sembra essere correlata alla formazione”, secondo l’OCSE. Per esempio, in Svizzera, circa il 21% delle donne di 40 anni non ha figli, ma questa percentuale arriva fino al 40% nel caso di donne con livelli di istruzione superiori. Nel suo libro Las mujeres sin sombra o la deuda imposible. La decisión de no ser madre, la psichiatra francese Geneviève Serre ha tracciato il profilo di coloro che scelgono di non aver figli: laureata, dirigente, vive nei centri urbani.

 

L’influenza dell’aumento del grado di istruzione sembra emergere anche in Italia (qui) secondo una indagine condotta da GfK Eurisko (ndr).

Per le donne che temono di pentirsi, o che semplicemente desiderano rinviare la gravidanza, la scienza ha messo a disposizione la crioconservazione degli ovuli. Gli studi legali sono stati i primi a fornire queste tecniche nel loro portafoglio di benefici salariali, con controlli e assicurazione medica. Di recente la stessa prassi, messa in atto da Facebook e Apple, ha destato molto clamore. I difensori di queste iniziative considerano la necessità di un crescente bisogno di una libera scelta all’interno della forza lavoro femminile. Per i suoi critici, queste pratiche sono una forma indiretta per convincere i propri dipendenti a non fare figli, invece di facilitare misure di conciliazione tra maternità e carriera.

“Abbiamo bisogno di ridefinire il concetto di famiglia e di riconoscere che le donne hanno un valore che va oltre la loro capacità procreativa”, denuncia Laura Scott che nel 2003 creò Childless by Choice, un progetto per indagare sulle ragioni per cui le donne, come lei, avevano deciso di non essere madri. Scott e Notkin concordano sul fatto che la maggior parte delle donne sperano di diventare madri tra i 25 e i 35 anni, ma per varie circostanze sono costrette a rinviare e quando raggiungono i 45 anni non lo desiderano più. “Altre, al contrario, lo hanno deciso già molto tempo prima” dice Scott.
“L’istruzione è un fattore, ma anche l’aspetto economico conta”, ha detto, riferendosi anche ai debiti contratti per pagare gli studi universitari. Notkin concorda sul fatto che la situazione attuale è il risultato del fatto che le donne stanno compiendo scelte molto più varie rispetto a quelle che ci si attendeva da loro. Assicura che sulla base delle conversazioni correnti su blog tra migliaia di donne, sui forum e attraverso i libri, può sembrare “più femminista” dire di non avere figli, come se fosse la scelta più autentica, quando in realtà si tratta di un processo più complesso.
Avere o non avere figli è oggi meno associato all’identità femminile rispetto a quanto accadeva 50 anni fa, si è compreso che non è l’unico destino delle donne, ma una combinazione di fattori, ma ciò non significa che la società in generale, e quella Usa in particolare, profondamente radicata nei valori tradizionali, ha tenuto il medesimo passo di milioni di donne. “Diamo ancora per scontato che le persone con figli siano più felici”, lamenta Scott. “Dobbiamo sbarazzarci dell’idea che i bambini siano degli investimenti economici per il futuro, oggi sono un lusso, una scelta”.

 

I figli non fanno necessariamente la felicità, non per tutt* per lo meno, motivo per cui la pubblicità della Fiat di Natale (qui) mi sembra veramente anacronistica, oltre ad essere una sottile ma lampante forma di violenza per chi non può o non desidera avere figli.

Non dimentichiamoci poi di salvaguardare i matrimoni.. guardate qui cosa si inventa la Comunità Europea per incentivarli.. Affrettatevi, più figli fate e più vi sposate, meglio è!

2 commenti »

Non ho bisogno del femminismo

tappeto

 

Rispondo con un post all’invito di Narrazioni Differenti (qui). 🙂

 

Non ho bisogno del femminismo perché è giusto che una donna sia penalizzata sul lavoro quando diventa madre, perché diventa meno efficiente e meno produttiva.

Non ho bisogno del femminismo perché la maternità non è più fonte di discriminazione.

Non ho bisogno del femminismo perché i problemi delle altre donne non mi riguardano, esisto solo io.

Non ho bisogno del femminismo perché non è importante la dimensione collettiva, ma solo quella individuale.

Non ho bisogno del femminismo perché forse le femministe si sono sbagliate e basterebbe semplicemente allearsi e assomigliare al “primo sesso” per risolvere tutti i problemi.

Non ho bisogno del femminismo perché nessun datore di lavoro si preoccupa più se hai famiglia.

Non ho bisogno del femminismo perché il sessismo appartiene al passato.

Non ho bisogno del femminismo perché la conciliazione lavoro – vita privata è possibile per tutt* allo stesso modo.

Non ho bisogno del femminismo perché i compiti di cura sono equamente distribuiti tra uomini e donne.

Non ho bisogno del femminismo perché nessuno più al giorno d’oggi è costretto a scegliere tra lavoro e famiglia.

Non ho bisogno del femminismo perché la violenza contro le donne è un problema gonfiato ad arte da quelle femministe lamentose e vittimiste.

Non ho bisogno del femminismo perché il diritto a un aborto sicuro è universalmente riconosciuto e tutelato.

Non ho bisogno del femminismo perché le donne sono libere di scegliere e di essere se stesse in ogni caso.

Non ho bisogno del femminismo perché sarebbe bello tornare al periodo storico in cui le donne nelle pubblicità (e non solo) venivano rappresentate così (vedi foto allegate).

Non ho bisogno del femminismo perché oggi le donne vengono raffigurate diversamente rispetto al passato.

 

 

better coffee cravatta cry kill passata

 

Ringrazio il Post per le immagini, tratte da un articolo di qualche anno fa.

5 commenti »

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