Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Allarghiamo la consapevolezza sulla violenza maschile contro le donne

Quante volte abbiamo detto che dobbiamo moltiplicare le occasioni per conoscere più da vicino ciò che ciascuna donna sperimenta nel corso della sua vita, con una frequenza elevata e pervasiva, come le statistiche continuano a registrare. Ma noi tutte lo sappiamo come si vive in questo sistema culturale e comportamentale che da secoli ci schiaccia e cerca in tutti i modi di ricondurci al nostro posto, al nostro ruolo, a ciò che un uomo prescrive come corretto e cosa buona per una donna. Il femminismo ci ha permesso di guardare in faccia tutto ciò che da secoli ci accadeva e di analizzarlo nel profondo, fino ad arrivare alle radici di questo costrutto sociale e culturale patriarcale.

Violenza maschile sulle donne, declinata in tante variabili, alcune sottili e invisibili, abilmente celate o minimizzate, anche da noi stesse donne, educate e cresciute nella medesima broda culturale, che ci fa attendere tanto troppo prima di capire cosa sta realmente accadendo e ribellarci, che ci inculca sensi di colpa e mille strategie di negazione. Sessismo, violenza sessuale, economica, stalking, pressioni dentro e fuori casa. Non siamo esagerate, non siamo paranoiche, non ingigantiamo ciò che sperimentiamo sulla nostra pelle, non siamo isteriche, non siamo misandriche, non odiamo gli uomini, non giochiamo a fare le vittime. Se troviamo un varco per riuscire finalmente a parlarne, ascoltateci, sul serio però, senza rivittimizzarci e senza minimizzare. Tutto questo, dicevamo, parte da una società, che in tutti i suoi contesti e luoghi, sia capace e intenda cambiare la sua cultura in modo radicale, a partire da come si considera una donna, iniziando a rimuovere stereotipi, pregiudizi, etichette, insomma tutta quella polvere patriarcale che si è abilmente insediata nelle nostre relazioni, nella nostra mentalità, nelle nostre aspettative. Ecco, perché credo che sia un’occasione importante quella offerta dal progetto SFERA – Sviluppo della Formazione per Reti Antiviolenza, che nasce da un accordo fra l’Università degli Studi di Milano-Bicocca (Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale) e PoliS-Lombardia, grazie ad un finanziamento della Regione Lombardia, Direzione Generale Famiglia e Pari opportunità, per la formazione di reti territoriali, volti alla prevenzione e al contrasto della violenza di genere.

Un percorso di formazione gratuita, fino a esaurimento posti, costruito per moduli, laboratori ed eventi, articolato seguendo le “4P” previste nella Convenzione di Istanbul (Prevenire la violenza; Proteggere e sostenere le vittime; Perseguire i colpevoli di violenza sessuale e domestica; Promuovere politiche integrate).

I percorsi sono rivolti agli ordini degli assistenti sociali, degli psicologi, dei giornalisti, al personale dei centri anti-violenza, al terzo settore e a chi opera nel mondo dello sport, all’associazionismo, con un interessante modulo rivolto a chi lavora nei consultori pubblici e privati, “L‘accoglienza e la presa in carico delle vittime: servizi territoriali + servizi ospedalieri”, previsto per il 19 novembre 2019, dalle 14:00 alle 18:30.

Sapere, essere consapevoli di cosa siano certi fenomeni e di quanto di frequente accadano episodi della sfera della violenza maschile contro le donne fondata sul genere e spesso occultata, come ci ha perfettamente illustrato la professoressa Patrizia Romito, ne Un silenzio assordante, è il primo passo per guardare in faccia questi atti di violenza e assolutamente non consentire più che nemmeno un singolo episodio subisca una forma di silenziamento. Parliamone, affrontiamo questo fenomeno, cogliamo ogni più piccolo segnale nei nostri ambienti quotidiani, lavorativi, relazionali, familiari. Partiamo da noi. Penso che ogni occasione, specialmente se accompagnata da professionisti e da esperti che operano quotidianamente su questi aspetti, sia utile a costruire quel terreno fertile di consapevolezza e possa costituire un importante leva per scardinare la cultura che è alla base della violenza maschile contro le donne. Una missione di cui tutti e tutte noi possiamo farcene portatrici/portatori. Qualcosa che dobbiamo raccontare (come da Il male che si deve raccontare, di Simonetta Agnello Hornby e Marina Calloni), che dobbiamo affrontare e disvelare, portarlo sempre più davanti agli occhi di chi ancora oggi nega, ridimensiona, sminuisce la sua gravità e diffusione, non ha gli strumenti per riconoscerlo sin dai suoi primi segnali. Succede, non è qualcosa lontano da noi. Prendiamo consapevolezza e allarghiamo la consapevolezza. A 360°, come una sfera.

Tutte le informazioni per le iscrizioni e le date degli incontri le potete trovare qui.

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Doing gender

doing gender

 

Simone De Beauvoir sosteneva che “donna non si nasce, si diventa”.
Ho trovato molto interessanti le argomentazioni di Chiara Volpato sul tema (in “Psicosociologia del maschilismo”) e vorrei condividerle. Secondo la storica francese Michelle Perrot questo processo si può applicare specularmente all’uomo: “la virilità non è più naturale della femminilità”. Diventare donna o uomo significa cercare di assomigliare ai modelli che la propria cultura attribuisce all’uno o all’altro genere. Candace West e Don Zimmerman, due sociologi statunitensi, nel 1987 coniarono l’espressione doing gender, per indicare che la formazione di un’identità di genere è un percorso, un processo che attraversa l’intera esistenza. La mascolinizzazione è un processo che inizia da piccoli e si compone nel rapporto con i pari e poi lo si completa da adulti. Ma a quanto pare i maschi sono chiamati ad affrontare molti più ostacoli delle femmine. Devono eliminare da sé, fisicamente e mentalmente, l’influenza “effeminante” della madre e delle donne, devono acquisire modi bruschi, atteggiamenti che certifichino il loro essere maschi DOC. I bambini devono affrontare il distacco dalla figura materna per costruire la propria identità maschile, mentre per le bambine la femminilità è rafforzata dall’identificazione con la madre. Margaret Mead, nel 1949, sottolineava come nei ragazzi sia più forte la preoccupazione di non diventare mai “veri uomini”. Sin da piccoli i maschi sono chiamati a compiere un processo di autodifferenziazione, mentre alle femmine viene richiesta una semplice accettazione di sé (non semplice, ma che di solito è raggiungibile). Viene poi richiamata una sorta di ricerca da parte dell’uomo di raggiungere il medesimo “trionfo”, la sensazione di successo che prova la donna con il parto (su cui nutro qualche dubbio, ma evidentemente gli uomini la vedono così). Ecco che i vari riti di iniziazione, le prove e la solidarietà maschile servono proprio alla certificazione di essere veri uomini. Secondo l’antropologo David Gilmore (Manhood in the Making: Cultural Concepts of Masculinity, 1990) la femminilità si presenta come “condizione biologica che può essere culturalmente perfezionata”. Per Gilmore esiste una “tendenza, presente nella maggior parte delle culture, a polarizzare i ruoli sessuali, enfatizzando le potenzialità biologiche e definendo la correttezza dei comportamenti maschili e femminili in modi opposti e complementari”. “La virilità, è una nozione eminentemente relazionale, costruita di fronte e per gli altri uomini e contro la femminilità, in una sorta di paura del femminile e innanzitutto di se stessi” (Pierre Bourdieu La domination masculine, 1998). L’ipotesi che la dominanza maschile nasconda un complesso di inferiorità rispetto alla potenza generatrice della donna, la ritroviamo in Luciano Ballabio (Virilità. Essere maschi tra le certezze di ieri e gli interrogativi di oggi, 1991): “la paura di somigliare a una donna, che è alla base della tradizionale socializzazione maschile, sarebbe espressione di una inconfessata e inconfessabile invidia del potere femminile”. Per cui il maschilismo sarebbe un’autodifesa virile dalla paura della femminilità (da qui anche il mito della creazione della donna da una costola di Adamo). Per questo si ricorre alla competizione tra maschi, all’adozione di comportamenti iper-mascolini, si codifica l’eterosessualità come “normalità” sessuale (visione che sfocia nell’omofobia). Secoli di cultura che hanno codificato il maschio perfetto, il cui ritratto è mutato ben poco, difeso e sostenuto dagli uomini, come vessillo della superiorità maschile. Chiara Volpato nel suo “Psicosociologia del maschilismo” la chiama “stagnazione nelle prescrizioni di mascolinità”. L’adesione al modello e al principio di solidarietà omosociale (relazioni non sessuali tra membri dello stesso sesso) maschile sono necessari, indispensabili per far parte del gruppo egemone.

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Maschilismo e mascolinità

René Magritte (1898-1967), Le mois des vendanges, 1959, Oil on canvas, Private collection, Paris

René Magritte (1898-1967), Le mois des vendanges, 1959, Oil on canvas, Private collection, Paris

Ho intrapreso la lettura del saggio di Chiara VolpatoPsicosociologia del maschilismo” (edizioni Laterza, 2013) e vorrei condividere con voi qualche passaggio, dei numerosi che mi hanno sollecitata.

“Nella civiltà occidentale, gli uomini hanno continuato e continuano a incarnare il canone, il prototipo, la norma. Continuano a essere gruppo dominante, che scrive la storia e detta l’ideologia. La loro supremazia, così come la subordinazione femminile, sembra rientrare nell’ordine naturale, nell’idea di un diritto suggerito dalla natura del mondo e delle cose, universale e immutabile”.

Questa dimensione naturale ha fatto sì che si dessero per scontate le sue caratteristiche vincenti, per cui fino a qualche anno fa si preferiva incentrare gli studi sul genere femminile, cercando di approfondire i motivi della subalternità, operando e indagando unicamente nella metà femminile. Come se il “difetto” o le motivazioni fossero tutte nel campo “debole”. In questo modo l’universale uomo era il prototipo che non aveva alcun bisogno di legittimarsi, perché esisteva da sempre e dettava le regole del gioco, senza di fatto incontrare ostacoli al suo dominio. Pertanto si cercava il cavillo nella donna e si rimaneva relegati in un angolo di una questione ben più ampia. Per fortuna, negli ultimi anni si stanno sviluppando i men’s studies o masculinity studies. C’è voluto tanto tempo anche perché forse c’è stata un po’ di resistenza da parte degli studiosi maschi a indagare sul proprio gruppo di appartenenza. Il sistema androcentrico ha coltivato nei secoli un modello fondato sull’identità di genere, con l’obiettivo di cancellare le somiglianze tra uomini e donne, accentuando solo le diversità (Gayle Rubin, The traffic in women). Il fatto di creare un solco considerato naturale, in quanto “biologico”, tra i sessi, ha rafforzato l’idea che fosse una condizione immutabile e l’unica in grado di mantenere un sano equilibrio. Pertanto, come sostiene Rhoda Unger (citata da Volpato), sarebbe preferibile usare il termine genere, che rimanda a comportamenti e a tratti che le culture attribuiscono a uomini e donne. Perché è stato il movimento delle donne a svelare che mascolinità e femminilità sono costruzioni storiche. La mascolinità e la femminilità possono essere comprese solo attraverso lenti di indagine specifiche. Sono strettamente legate al contesto, alla cultura di una società. Per questo si parla di studi di genere, di educazione di genere per non richiamare aspetti biologici (cosa che avverrebbe se usassimo la parola sesso) che in quanto tali sarebbero considerati come immutabili e “naturali”. Torniamo per un attimo all’infanzia. Trattandosi di modelli indotti dalla società e dal contesto storico in cui vive il bambino, il suo margine di libertà di scelta si riduce. Ecco l’importanza di una guida fluida e di strumenti che permettano di formarsi una cultura non condizionata dagli stereotipi di genere. Di estrema importanza sono le letture per l’infanzia. In parallelo, vari studi sociologici, hanno portato alla conclusione che: “la grandezza e spesso anche la direzione delle differenze di genere dipendono dal contesto e i dati scientifici non corroborano le credenze diffuse sulla profonda differenza psicologica tra uomini e donne”. La presunta superiorità maschile si sostiene attraverso strategie psicologiche e sociali più o meno violente e silenti, che si adattano al contesto socio-economico e storico-politico, inserendosi nelle pratiche quotidiane. Sono rimasta positivamente colpita dall’applicazione della categoria gramsciana di egemonia alla mascolinità (pag. 6-7) elaborata da Raewyn Connel: “Una dinamica culturale che permette a un gruppo di conquistare e mantenere una posizione dominante nella vita sociale”. In pratica viene individuato un modello maschile vincente, un ideale che “nella società capitalista occidentale coincide con uomini competitivi, orientati al successo, aggressivi, cinici, anaffettivi, eterosessuali”. Seguendo il ragionamento di Connel, si può parlare di mascolinità multiple, in quanto ogni epoca storica e ogni società elabora il proprio modello vincente. Questo naturalmente porta a una subordinazione e una marginalizzazione di tutti coloro che non rientrano nei canoni del modello maschile egemone (classi sociali subalterne, omosessuali e naturalmente donne). Connel rileva anche quella sorta di complicità maschile, che permette di mantenere lo status quo e consente anche a chi non rientra nel modello egemone di godere dei benefici della superiorità maschile. In pratica si ottiene una parte del dividendo patriarcale, la propria fetta di vantaggio ottenuto dalla subordinazione delle donne”. Questo sistema non ammette che ci sia qualcuno che lo metta in discussione. Ecco perché per alcuni il femminismo, l’emancipazione e l’autonomia delle donne sono pericolose e vanno fermate in ogni modo (qui un bel post del blog Bambole&Diavole). Molto interessante l’excursus storico di Volpato sui modelli della mascolinità. Qui accenno unicamente alla genesi della frattura tra i due generi. Genesi è la parola appropriata perché è proprio la dimensione di donna genitrice a essere coinvolta. Sulla scorta degli studi dell’archeologa Marija Gimbutas (pag. 8-9), “fu la scoperta, avvenuta durante il Neolitico, del ruolo maschile nella procreazione a causare l’inizio della subordinazione femminile (oltre a una differenziazione delle tecniche agricole, nel passaggio da popoli raccoglitori ad agricoltori) e l’affermarsi del modello patriarcale. Il culto della Dea generatrice viene rapidamente sostituito da un Dio maschile (oggetto dell’indagine su cui si soffermerà la teologia femminista). Per quanto riguarda la teologia cristiana annoto questo articolo sul saggio di Selene Zorzi. “La donna stessa, del resto, è stata ritenuta durante tutta la storia della teologia non degna di rappresentare neppure l’immagine di Dio: l’uomo è fatto a immagine e somiglianza del Creatore, la donna no. E come l’uomo è sottomesso al Dio di cui è «immagine e somiglianza», così la donna deve essere sottomessa al maschio dalla cui costola è stata tratta, ancor di più perché sommamente e primariamente colpevole del peccato originale”. Finché le capacità che permettevano la prosecuzione della specie erano state percepite unicamente femminili, la donna aveva mantenuto un ruolo importante e di sostanziale parità. Il ruolo dell’uomo nella riproduzione non è da dare per scontato o semplicemente comprensibile. Considerate che tra il concepimento e la nascita intercorrono 9 mesi. Per un uomo non è immediato comprendere il nesso. Mi piace immaginare che sia stata una donna, attraverso l’abitudine data dall’esperienza e dalla percezione dei mutamenti del proprio corpo e dall’osservazione della regolarità del ciclo mestruale, a comprendere quel nesso. Ma potrebbe anche essere stato un uomo, osservando gli animali. La storia recente è stata contraddistinta da flussi e reflussi di posizioni fortemente mascoline e maschiliste alternate a fasi in cui la donna ha cercato di riappropriarsi di strumenti che le permettessero di emanciparsi: “il femminismo.. ha posto il problema della cancellazione della soggettività femminile e dell’espropriazione subita dalle donne ridotte a corpi, oggetti, merci. Il femminismo ha segnato per le donne la riappropriazione del pensiero e della parola, a lungo strumenti della loro esclusione (Cavarero e Restaino, Le filosofie femministe. Due secoli di battaglie teoriche e pratiche, 2002). C’è chi si sente “minacciato” e indebolito da queste orde di femministe selvagge e cerca di recuperare tutti gli orpelli della mascolinità perduta: la superiorità biologica del maschio, il culto della forza, l’omofobia, la centralità della competizione, l’aggressività, il successo, l’indipendenza e l’amore per l’avventura. Questa vera e propria “mistica della mascolinità” trova una sua rappresentazione nelle manifestazioni esteriori dell’apparato militare e nello sport. “L’iper- mascolinità è spesso associata a forme di violenza contro le donne ed è diffusa soprattutto tra giovani e uomini dotati di scarso potere socio-economico, una cattiva abitudine maturata nel corso dell’adolescenza” (un modo per fronteggiare paure e insicurezze dovute dal basso status). Per questo occorre intervenire precocemente e non lasciar correre certi atteggiamenti e i primi accenni di queste insane abitudini. to be continued..

p.s. 13 ottobre 2014 Vi consiglio di leggere i commenti a questo post sul mio profilo Facebook. Rendono bene la mentalità corrente. Sono la dimostrazione che abbiamo toccato un nervo scoperto.

20 commenti »

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