Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Dall’UE un accordo quadro in materia di congedo parentale

congedo-parentale

 

Lo abbiamo letto nel report del McKinsey Global Institute dal titolo The power of parity: la parità di genere potrebbe contribuire con 12 trilioni di dollari al PIL mondiale da qui al 2025, ossia l’11% in più di quanto succederebbe con uno scenario ordinario. Non si tratta solo di spingere verso la parità nel mondo del lavoro, ma di creare le condizioni perché si abbia un riequilibrio sociale uomo-donna. Per raggiungere questo obiettivo si dovrebbe investire sulle seguenti aree: istruzione, pianificazione familiare, salute materna, inclusione finanziaria, inclusione digitale e previdenza sanitaria con congedi per malattia retribuiti.

L’incremento della spesa annuale ammonterebbe a 1,5/2 trilioni di dollari entro il 2025, un aumento del 20-30% degli investimenti. Non poco, si potrebbe dire, ma si avrebbero delle ricadute ben più ampie su tutta la popolazione e sul PIL. Ce lo ripetiamo da tempo. Una litania che non si riesce a tradurre in fatti. Da qualche parte si deve iniziare a invertire la rotta.

Per colmare il gap di genere ci vuole volontà politica. Se non si colma è perché chi cerca di portare avanti politiche di parità viene marginalizzata. Perché questi temi vengono avvertiti sempre come secondari, roba da donne. Invece è roba che riguarda tutta la popolazione, l’intero Paese. Se continuo a portare avanti certe battaglie è per dare testimonianza che c’è un modo altro di intendere le priorità e risolvere i problemi. Sinché continueremo a non avere uno sguardo d’insieme sulle questioni, brancoleremo nel buio e annasperemo nel fango. Esistiamo anche noi donne e non potete relegarci sempre a fondo pagina dell’agenda politica. Non potete abbandonarci a un destino secolare, perché così è stato e sempre sarà. Noi quello spazio ce lo prendiamo e dovrete ascoltarci prima o poi. Noi continueremo a martellare sempre su certi tasti, sino ad avere le risposte che tutta la comunità di uomini e donne merita. Non si esce dal pantano a pezzi, ma tutti insieme.

 

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http://www.mammeonline.net/content/dall-UE-accordo-quadro-in-materia-di-congedo-parentale

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Parliamone senza omissioni o paure: #surrogacy

© Anne Geddes

© Anne Geddes

 

Non voglio entrare nel polverone di questi giorni. Non è quel punto di vista che mi interessa e che mi ha spinto a scrivere. Desidero partire dallo scritto pubblicato su DonnaeLab di Milena A. Carone (qui). Mettiamo da parte l’omofobia. Perché non si tratta di questo. Rischiamo di deviare il nostro ragionamento. Mi piacerebbe che ci fosse un dialogo sereno, aperto, senza paure. Invece, ancora una volta si ha paura di riflettere e di mettere in campo la questione del potere.

Il POTERE: chi oggi ha ancora in mano lo scettro virtuale e materiale, chi lo esercita, e i suoi squilibri tra uomini e donne. Il maschio, etero o omosessuale, resta quel primo sesso che ha sempre adoperato natura e donna per poter definire se stesso, per potersi affermare su tutto il resto. La discendenza è un nodo cruciale. Forse abbiamo trascurato il corpo femminile che per alcuni diviene oggetto, involucro per consentire questa discendenza. Non vogliamo essere incubatrici, madri per forza in quanto donne, non vogliamo essere oggettificate, adoperate come strumenti dagli uomini e poi, accettiamo di renderci tali per soddisfare un bisogno maschile di trasmettere i suoi sacri geni? Siamo schizofreniche a volte.

Ci può essere l’altruismo, il volersi mettere a disposizione di un’altra persona per aiutarla, ma questa è la faccia che più ci piace vedere o che tranquillizza il nostro immaginario. Dobbiamo avere il coraggio di guardare il lato in ombra e il ruolo delle donne in questo contesto e in quello più allargato dell’intera società. L’articolo tocca gli aspetti giusti. Io aggiungerei un’ulteriore riflessione. In questo tempo veloce, in cui ogni cosa si acquista e si consuma in fretta, anche il desiderio di maternità o paternità può subire questo destino, una volta raggiunto lo scopo. E allora non vorrei che questi figli fossero un soprammobile in nessun caso, che siano o meno frutto della scienza. Perché a monte ci deve essere qualche motivazione in più.
Personalmente credo che non ci sia differenza quando di tratta di maternità e paternità, che sia omo o etero, che si avvalga o meno della tecnica. C’è la stessa probabilità di incorrere in genitori più o meno sinceri e consci del proprio ruolo. Ma io rifletterei sulla vendita di un utero (più conseguente terapia ormonale pre-impianto, cosa da non sottovalutare), in cambio spesso di soldi. Si tratta di un controllo sul corpo di un’altra persona. Ha fatto bene l’autrice del post a richiamare un altro tema, la prostituzione. Io uso il corpo di una donna per soddisfare il mio bisogno di diventare padre, non curante dei suoi bisogni, se non quelli magari economici, che forse nella maggior parte dei casi saranno la molla vera ad essere incubatrici temporanee. E poi mi creo una serie di alibi, come il fatto che fosse pienamente consenziente, che tutto si basi su uno scambio equo e solidale.

Ecco, l’equità. Va tenuta presente l’equità delle posizioni “contrattuali” che si scambiano un bene, un servizio, in questo caso il comodato d’uso di un corpo. C’è sempre un equilibrio/squilibrio di potere economico-sociale-culturale tra le due parti? Possiamo affermarlo sempre? In che modo si manifesta lo squilibrio? Che distinzioni è necessario compiere? Se vogliamo disciplinare la materia, dobbiamo quanto meno adoperarci per evitare che questo squilibrio di potere, laddove c’è, si tramuti in una forma di violenza e di sopraffazione. Quando c’è di mezzo il denaro, dovremmo tutti essere più attenti.
Chi mi conosce o legge il mio blog, sa che io sono una sostenitrice della fecondazione artificiale, della diagnosi pre-impianto per evitare di trasmettere malattie gravi ecc. Son temi delicatissimi, su cui non si deve generalizzare, ma si deve conservare uno spirito critico, per osservare la realtà. Qui non stiamo parlando di semplice procreazione assistita, ma di una nuova frontiera di business, in cui c’è una domanda ben più vasta e sfaccettata delle casistiche di infertilità. Così come io non mi concentrerei solo sull’atto di generare, quanto sul crescere questi figli, starci insieme, aiutandoli a diventare degli adulti maturi e magari migliori delle generazioni precedenti. Perché questo non è mai un dato scontato, in ogni caso, in ogni contesto, in ogni combinazione genitoriale possibile.
Purtroppo, quando affrontiamo il tema non possiamo sgombrare il campo dagli abusi del business dell’utero in affitto e dello sfruttamento di donne. Altrimenti torniamo allo stesso modello di analisi semplicistico e appiattito di chi sostiene il sex-work bello e possibile. Spesso le condizioni delle donne che mettono a disposizione il proprio corpo non sono tali da consentire una piena libera scelta, un’alternativa. Sarebbe auspicabile, ma come in molte cose subentrano il business e le regole del mercato. Business per chi gestisce le “baby farms”. Potrebbero anche esserci donne che consapevolmente ci guadagnano da questa “opportunità” di vendere il proprio corpo, ma si potrebbero riproporre le stesse argomentazioni di cui ho spesso parlato a proposito della prostituzione. Quante potrebbero veramente dirsi libere da un bisogno che le spinge a questo tipo di soluzione?

A furia di non voler scontentare nessuno, ci riduciamo a un laissez-faire, in cui chi può si organizza e fa quel che gli pare, chi non può si adatta come meglio può, subisce e soccombe.

Non possiamo continuare a spostare il centro del discorso.

Poi non lamentiamoci se una donna scrive (qui): “Per noi la Gpa rimane un’esperienza cruciale di autocoscienza femminile; quando aiuta dei padri gay o dei padri single a diventare genitori, è un ulteriore strumento di liberazione dei maschi e uno straordinario modo per fare saltare in aria rappresentazioni sociali, ruoli di genere, imposizioni storiche fatte alle donne”.

Sì, con un bel colpo di spugna si spazzano via dominio e potere maschili, e si teorizza la liberazione maschile, facendo passare come taumaturgica la scelta di mettere a disposizione il proprio utero, missione necessaria per una pacificazione tra i sessi e per una presa di coscienza femminile. A mio avviso si tratta di negazione di un substrato culturale ancora vivo per supportare le proprie tesi. Oltre all’ignoranza c’è una rimozione colposa.

Dal mio punto di vista, sarebbe un impegno importante (psico-fisico), penso che lo farei solo se ci fosse un legame precedente, insomma una motivazione forte di partenza. Ma questo vale per me.

Resta il fatto che non è una passeggiata, anche perché il legame che si crea nei 9 mesi non è da sottovalutare, intendo dire che la separazione in alcuni casi potrebbe essere emotivamente dura. Questo non avviene sempre, ma dobbiamo metterlo in conto. Non siamo tutti uguali.

Penso che il percorso per diventare genitori non possa essere un puro tecnicismo, non può essere limitato ad esso, anche e soprattutto laddove ci si avvale della tecnica. Ci deve essere un percorso di presa di consapevolezza del senso pieno di ciò che comporta assumere quel ruolo per soli 9 mesi o per tutta la vita. In ogni caso.

E poi mi concentrerei sulla parola “bisogno”, a 360°.
C’è da compiere una riflessione su: il bisogno può e deve essere soddisfatto sempre e comunque, ad ogni costo? Perché poi ci sono sempre delle conseguenze delle mie azioni, delle mie scelte, di come soddisfo i miei bisogni. Vogliamo fregarcene delle responsabilità? Come si chiede Pina Nuzzo di DonnaeLab in un commento su Fb: “chi paga il prezzo?”

Soprattutto non vorrei che diventasse ancora una volta un tema discriminante per censo, per chi può permettersi di andare all’estero per soddisfare un desiderio, un bisogno di paternità o di maternità o come desiderate chiamarlo. Perché dobbiamo essere consci che delle regole si devono trovare, altrimenti resterà terra ignota, dove ognuno può fare come meglio crede. La domanda non è “perché e se vietare” la surrogacy, ma su chi tutelare, come tutelarlo, come equilibrare le parti e gli interessi di tutti.
E non crogioliamoci sulla spesso abusata parola “scelta”, moderno passepartout. E non conta nemmeno portare nella discussione storie di surrogacy felici, che presuppongono degli affetti, delle relazioni pregresse alla base della scelta della maternità surrogata, come una forma di dono. Questo è solo un pezzo del puzzle molto più complesso. Occorre tornare a discernere le cose più semplici. Senza chiudere gli occhi su aspetti della realtà che ci risultano scomodi da notare e da prendere in analisi. Ciò che ci disturba spesso ci è d’aiuto per capire gli aspetti più profondi e di difficile soluzione. Non adoperiamo la parola dono, per nascondere tutto il resto.

Se ci chiediamo cosa può spingere una donna a mettersi a disposizione, oltre al puro altruismo e senso del dono, da lì poi potremmo scoprire gli altri aspetti.

Ognuno di noi compie delle scelte, scegliere significa imboccare una strada ed essere consci che quella scelta è anche rinuncia a qualcosa, per me o per altri.

Forse alcune donne si sono disabituate a vedere e a riconoscere la questione degli squilibri di potere socio-economico-culturale-di genere. Si tende a dare per scontato l’assenza di un gradino, di un desiderio tuttora vivo di imporre da parte degli uomini i propri bisogni come irrinunciabili e “naturali”. Noi non possiamo stare a guardare. Quanto meno dobbiamo porci le domande e distinguere i casi. Dobbiamo ragionare attentamente affinché si riesca a trovare una regolamentazione che non sia cieca e sorda e pessima come lo è stato per la Legge 40. Dobbiamo trovare delle soluzioni che spazzino via discriminazioni e varie forme di violenza e di business a scapito delle donne.

Ecco che poi ti arriva anche il suggerimento (qui) per cui potrebbe rientrare in una professione.. Così ammazziamo come al solito ogni possibilità di dibattito su altri livelli.

Abbiamo permesso che la Legge 40 rendesse la fecondazione assistita un percorso ad ostacoli. Interroghiamoci su quali siano le priorità al momento e diamoci da fare affinché vengano rimosse le ultime barriere, chiediamo una regolamentazione che non sia di nuovo cieca e sorda. Per far questo ci vuole apertura mentale e di cuore, occorre il coraggio di scandagliare bene tutte le implicazioni e le sfaccettature del mondo Fivet.

A noi femministe il compito di essere “scomode” e di sollevare questioni cruciali.

 

Per approfondire:

http://www.theguardian.com/commentisfree/2015/feb/20/commercial-surrogacy-wombs-rent-same-sex-pregnancy

http://www.cbc-network.org/2014/03/baby-farms/

http://www.dailymail.co.uk/femail/article-2574690/Wombs-rent-The-Indian-baby-farms-transforming-lives-poverty-stricken-local-women.html

http://timesofindia.indiatimes.com/india/SC-notice-to-govt-on-PIL-seeking-ban-on-commercial-surrogacy/articleshow/46376012.cms

http://www.bbc.com/news/world-asia-31546717

 

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Mamme da spot

Arthur John Elsley, Well on the mend, 1910, private collection, oil on canvas, 66 x 86 cm

Arthur John Elsley, Well on the mend, 1910, private collection, oil on canvas, 66 x 86 cm

Ce ne sono tanti di spot che hanno come tema la maternità, la cura dei figli, e alcuni sono veramente da far accapponare la pelle. Da qualche giorno devo sorbirmi l’ultimo spot della Mellin, quello della mamma di Amélie, per capirci (qui lo spot, se volete farvi un’idea). Più lo vedo, più mi convinco che c’è qualcosa che non va, forse più di una cosa che non va. Per carità, non mi preme entrare nei meandri della disputa allattamento naturale o artificiale, io ho avuto entrambe le esperienze, ma sono per la libera, personalissima scelta, soprattutto perché ogni figlio è una storia a sé e l’allattamento non deve diventare l’ennesima croce sulle spalle delle donne. Basta con questo martellamento. Lasciateci scegliere come meglio crediamo!

In questo spot della Mellin, mi ha destato un po’ di sconforto la frase: “diventi mamma dal primo momento in cui lo scopri”. Ci rendiamo conto? No, no, non è assolutamente così, non lo diventi allora e potresti in teoria non diventarlo mai, se non lo desideri in quel momento o in futuro. Nessuno può importi un ruolo. Nessuno davvero. Nessuno può affermare che diventi madre dal momento in cui fai il test di gravidanza e questo risulta positivo. Mi sembra un messaggio pericoloso. Poi c’è il solito “istinto di mamma” che dovrebbe portarti sempre a fare le scelte giuste, come quella di comprare un barattolino blu di latte in polvere “per trovare la tranquillità”. Chi sbaglia deve flagellarsi e considerarsi una pessima madre? La narrazione prevalente non fa altro che caricare la donna e la madre di aspettative e significati sovradimensionati, cancellando le peculiarità e le singolarità di ciascuna di noi, includendoci tutte in un calderone unico. Sono le aspettative che pesano e distorcono la realtà, rendendoci più insicure, confuse  e incelofanate in un pacchetto di donna o di madre, da cui diventa difficile uscire o da cui è difficile prendere le distanze, per affermare il proprio modo di essere e di vivere le esperienze. Sempre in una raffigurazione che ci vuole descrivere come non siamo, ma come conviene che siamo. Una convenienza che ci assegna mansioni, ruoli, competenze, predisposizioni, inclinazioni naturali a priori.

Siamo alla fantascienza della maternità e dell’essere donna. Di questo passo, avremo buttato alle ortiche decenni di riflessioni e di prese di coscienza. Soprattutto, avremo ricreato quel mito della donna=mamma, perfetta e sempre pronta, paziente e senza limiti, da cui dovremmo aver preso le distanze da un pezzo. Invece ecco che cercano di strizzarci dentro un ruolo, dentro un immaginario perfetto, monoliticamente declinato al femminile, unica figura sacrificale.

Faccio troppo poco? Sono poco paziente? C’è chi fa più e meglio di me? Me ne frego, faccio quel che posso e che mi sento di fare. Non sono un’automa o una schiava. Chi ha fiato solo per criticare noi donne è pregato di tacere!!! Anche perché, di solito, in questi quadretti familiari, il padre sta sempre ben lontano dal biberon ed è sempre mammina e solo mammina a occuparsi del pargolo. Quando riusciremo a demolire questo modello di rappresentazione di cura???

Ringrazio Narrazioni Differenti per questo post, che tocca, tra gli altri, anche il tema dell’allattamento, in relazione al prossimo Expo.

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Le nostre storie non restino inascoltate

Steven Kenny - The Accessory, 2008

Steven Kenny – The Accessory, 2008

Elisabetta Ambrosi ha raccolto le storie di una generazione di donne e madri. Sono le nostre storie, quelle che ci raccontiamo continuamente tra di noi, quelle che restano sconosciute e inascoltate da chi dovrebbe fornire risposte adeguate. Quel “non ho mai rinunciato alla convinzione di poter fare un lavoro impegnativo con precisione” e quel “Mollare? Mai” mi sono però sembrate un richiamo eccessivo alle donne, a mo’ di sferzata, un chiedere di stringere comunque i denti altrimenti la si da vinta a.. a chi? Loro chi? Invece, per essere sufficientemente schiette, almeno tra di noi, forse occorrerebbe mettere nero su bianco anche le sconfitte, le rinunce, i compromessi al ribasso, i vicoli ciechi, le infelicità. Ci sono, esistono, non si possono negare. Devono emergere tutte le contraddizioni reali finite nei buchi neri del conformismo e delle soluzioni fai-da-te. Se non raccontiamo i fatti, come possiamo scardinare gli stereotipi e i modelli che da sempre giustificano il nostro arrancare come “angeli” sacrificabili? Se nascondiamo i particolari “scomodi”, il mondo non saprà mai la Verità. La verità è molteplice, bella o brutta, faticosa e leggera, tra bassissimi e altissimi. Ecco che la nostra storia va raccontata per quello che è, senza tagli o pudori, senza l’istinto di voler dare l’idea che alla fine ce la si fa, perché ce l’ha prescritto qualcuno che dobbiamo superare egregiamente ogni ostacolo. Dobbiamo raccontare tutto se desideriamo che la realtà emerga. Quello che non ci raccontiamo purtroppo è la verità, per paura di un giudizio altrui e per paura di non essere state abbastanza brave. Non siamo guerriere perché non siamo in guerra con niente e nessuno. Siamo qui solo a ricordare che il mondo gira anche grazie all’altra metà (più o meno) della popolazione. Quando questo verrà riconosciuto, non solo a parole, saremo a buon punto. E “farcela”, ognuna a proprio modo e secondo le proprie scelte (vere e non indotte) non sarà più l’eccezione, ma una possibilità a portata di tutte.
Ripeto ancora una volta, che “mollare” non è necessariamente un male, una debolezza, un difetto, ma può essere sintomo di una scelta consapevole, in un contesto che semplice non è.
Non vogliamo tutt* le medesime vite, preconfezionate.
Per favore, la verità, nient’altro che la verità.
Per tratteggiare un quadro sociologico onesto, sarebbe utile puntare i riflettori non solo sulle storie delle donne, ritratte singolarmente, ma sul contesto: partner, famiglia, amici, tipologia di lavoro, aspetti economici e geografici. A mio avviso, si comprenderebbero molte più cose.

Mi ripropongo di leggere il libro Guerriere, disponibile anche in ebook su piattaforma MLOL (Media Library On Line)

p.s. e basta con queste storie di manager che lavorano da casa! Perché non raccontiamo le storie di coloro che non hanno nessuna possibilità di farlo, donne comuni, con mansioni non dirigenziali, con figli che hanno problemi di salute e si sentono sbattere la porta in faccia!!! Quello che posso dire è che di storie così a livello apicale ce ne sono tante, perché potrà sembrare strano, ma spesso la flessibilità viene concessa più facilmente a coloro che hanno mansioni più alte. Almeno nella mia esperienza è stato così. Con questo non voglio creare una sorta di guerra tra donne, però forse dovremmo porci qualche domanda sulle cause di questa differenziazione. Un’altra annotazione. Mi capita sempre più spesso di notare che in questo tipo di articoli viene sempre citata l’azienda. A mio parere si potrebbe trattare di una specie di escamotage pubblicitario, un esempio di trovata da marketing (con feedback positivi sull’immagine dell’azienda) camuffata da giornalismo. Va di moda, tra le multinazionali specialmente, far propaganda sul clima aziendale idilliaco.. Però, forse sono troppo prevenuta. Magari mi sbaglio.

Questo progetto mi piace.

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Cambiare è possibile (e urgente)!

Liz Huston, 2010

Liz Huston, 2010

Ringrazio Il Ricciocorno per la segnalazione di questo articolo.
Varchiamo un territorio delicato, che ho toccato già in passato, diventare madri o non diventarlo.
Le lotte per la diffusione di metodi contraccettivi sicuri, per una sessualità consapevole, per liberare la donna e renderla in grado di scegliere la maternità o meno, sembra che non abbiano intaccato un elemento marcio e tipico di una mentalità patriarcale. Oggi torniamo a essere giudicate e valutate per il nostro essere portatrici potenziali di vita. Siccome siamo leggermente più consapevoli di una gatta o di altri animali, siamo state in grado di elaborare delle alternative a una maternità per destino. Il destino, ammesso che esista, vogliamo comunque che sia grosso modo orientato da noi, per quanto possibile. Ho già spiegato in altri post cosa comporta a mio avviso una maternità, quindi non assimiliamola a una medaglietta, perché poi quella medaglietta non brilla su di noi, ma sull’uomo, perché se analizziamo bene le caratteristiche di questa mentalità oscurantista, è ancora l’uomo il proprietario della prole e della “sua” discendenza. Noi donne siamo solo lo strumento, il contenitore, sino a quando riusciamo biologicamente ad esserlo, poi il nostro valore subisce un semi-azzeramento. Se noi donne siamo “a scadenza”, alla fine questo implica che possano venir posti mille piccoli ostacoli sul nostro cammino di vita. Da giovani non ce ne accorgiamo, ma non appena si avvicina la scadenza, diventiamo “pericolose” per il lavoro, “strane” per il resto del mondo. Questo invade ogni aspetto della vita e venir giudicati per il nostro figliare o meno ci porta a rendere vano qualsiasi nostro tentativo di voler affermare noi stesse, come soggetto autonomo, pensante e portatore di valori e qualità peculiari e uniche. Davvero, desideriamo che delle donne ci si ricordi unicamente per questi aspetti, legati alla riproduzione della specie? Quel che forse abbiamo smarrito, nel corso delle nostre battaglie, è comprendere che la maternità doveva essere lasciata tra quelle libertà personali di scelta. Che la maternità o la famiglia non avrebbero potuto intaccare la nostra convinta partecipazione alle lotte delle donne, così come pensava la de Beauvoir. Azzardo un’ipotesi: in qualche modo ha prevalso una mentalità patriarcale che ha diviso le donne e non ha permesso di dipanare bene questa matassa, questo tema della maternità. Questo nostro contrapporci tra di noi, senza capire il nocciolo della questione non ha prodotto passi in avanti. Siamo noi tutte a essere sotto la lente, questa lente va infranta e per farlo dobbiamo spogliarci di stereotipi, pregiudizi ed etichette. Dobbiamo parlare francamente di questo tema, senza creare fazioni, perché sono queste cose che poi portano alla vittoria di un certo tipo di mentalità maschile. Nessuna ha da insegnare qualcosa a nessuna, dobbiamo scambiarci le idee e diffondere a tutte le altre donne la nostra energia che chiede un mutamento dello status quo, che ci fa dire che CAMBIARE E’ POSSIBILE!

“We are not simply the childbearing and the child-free; our stories extend beyond the production or non-production of others. We are complete in our own right and deserve to be viewed as such”.

A volte mi sembra che il marchio di qualità DOC che ci viene assegnato come “sforna-bambini” sia di grado differente a seconda di quanti figli mettiamo al mondo. Sì, perché il numero conta, non quante attenzioni, cure ecc. sei in grado di offrire ai figli. La mentalità corrente guarda ancora alla quantità e non alla qualità. Dopo il primo figlio inizia il valzer di coloro che ti chiedono quando farai il secondo o perché no il terzo. In pratica, il martellamento non passa, cambia solo il tema e qualche nota qua e là. Quel che è certo è che tu vieni percepita come un utero con i piedi e non si capisce perché tu possa essere impegnata in qualcos’altro, che forse tu abbia scelto consapevolmente per una serie di ottime ragioni, che devono essere rispettate in quanto personalissime e privatissime.
Dobbiamo far sì che quello che ci si aspetta da noi donne sia un valore prezioso per la società, che prescinda dal nostro stato di famiglia o dalle nostre scelte personali. Perché il giudizio su noi stesse non dev’essere sul “come siamo state brave a far tutto, senza dimenticare gli obblighi di riproduzione della specie”, ma sul nostro contributo, sulle nostre capacità, punto e basta. Perché sino a quando a essere biasimata sarà solo la donna senza figli, mentre per un uomo è un dato irrilevante, avremo ancora tanta strada da fare. Perché solo noi donne diventiamo “avariate” stando alla mentalità corrente, che ci portiamo dietro da secoli? Questo è il punto su cui riflettere e da scardinare. Dobbiamo sganciare il nostro “essere donna” dagli aspetti biologici, altrimenti verranno sempre tirati in ballo argomenti come la maternità, l’isteria, la sindrome premestruale ecc. Per nessun uomo è così. Solo per noi donne essere single o in coppia, madri o non, insomma qualunque sia la nostra condizione, diventa un fattore che fa la differenza. Per ognuna di noi il rischio di essere discriminata è molto alto. La nostra società non riesce ancora a vederci come persone e basta, senza etichette di genere o di “contorno” affettivo o familiare..

Noi donne riusciamo a “vincere” ogni qualvolta scegliamo liberamente di fare o meno, di essere o meno qualcosa. La vera vittoria sta nel seguire la nostra strada, nonostante quel che si bisbiglia attorno a noi.
Ma poi, cosa c’è da “vincere”?
Alimentare, tenere in vita e rigenerare questa mentalità patriarcale della riproduzione forzata risulta una consuetudine ancora più indigesta allorquando viene sostenuta dalle donne stesse, che si fanno portatrici di una stigmatizzazione di altre donne sulla base di questioni come la maternità. In pratica, ogni volta che anche noi donne “giudichiamo” altre donne sulla questione “maternità” o su altro, ci rendiamo “complici” di una mentalità che ci rende oggetti, involucri, merce in vendita o da usare.
Se vogliamo poi soffermarci sulle modalità con cui una certa “mentalità” viene tramandata di generazione in generazione, possiamo considerare anche le fiabe, una in particolare tocca il tema. La bella addormentata nel bosco, in cui i due sovrani erano felici, ma non avevano un erede: la procreazione diviene un complemento necessario alla felicità. Quando una coppia si sposa tutti i parenti e conoscenti si aspettano un erede, al più presto. Ad esempio, ogni volta che parenti e amici vedevano mia madre, le toccavano la pancia e si informavano sul suo stato.
L’esibizione di un figlio come attestazione del proprio successo, l’enfatizzazione della maternità, come sfoggio al femminile di un potere esclusivo, legato a logiche meramente riproduttive e non di scelta consapevole. La maternità come sigillo di qualità alla propria esistenza di donna, un elemento che ci viene sempre ricordato e ritorna ossessivamente. Pensiamo alle donne dello spettacolo che ostentano i figli e fanno di tutto per averne. Pensiamo alle copertine dei settimanali di gossip dove schiere di donne sono pronte a presentare al mondo la propria prole, il trofeo della mamma. Pensiamo alle interviste che non mancano mai della domanda: hai mai pensato/desiderato diventare mamma? Mi chiedo, che diritto ha certa stampa di trattare un tema così intimo e delicato in modo così superficiale. Soprattutto, quando certi pseudo giornalisti scandagliano i desideri intimi con una sorta di coltello. Il che accade non solo per le donne di spettacolo giovani, ma soprattutto per le più âgée. Trovo spregevole questo accanimento. Un modo becero e retrogrado di fare bilanci. Peccato che siano solo atteggiamenti verso le donne. Difficilmente certe domande si rivolgono ai maschietti. Chissà perché. . Così si tramandano cliché vecchi e sottoculture difficili da scardinare.
Per chi volesse partecipare, vi segnalo che il 26 settembre, alle 18:00, (nell’ambito degli incontri presso le Biblioteche di Milano, per l’iniziativa Il Tempo delle Donne) Eleonora Cirant, autrice di Una su cinque non lo fa. Maternità e altre scelte, incontra i lettori alla biblioteca Parco Sempione.

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Sul naturale e sul parto

baby

Lascio perdere la questione del programma televisivo in sé, perché rientra in un perfetto piano per attirare telespettatori e per produrre qualcosa di nuovo da vendere. Di cattivo gusto ormai ce n’è talmente tanto, che diventa difficile esprimere un parere su questo ennesimo reality. Sarebbe uno spreco di energie.
Sulla questione del parto mi sono già soffermata svariate volte. Questa ennesima notizia che promuove l’idea che “naturale è bello”, con annessa nascita nella natura selvaggia, è solo una ulteriore conferma di una involuzione reazionaria del genere umano. A mio avviso, è un vero delitto, una vera piaga che annulla decenni di ricerche, di studi per migliorare la vita, la salute, per aumentare le garanzie di vita di mamma e bambino. È come se in questo modo si compisse un’opera enorme di disinformazione e di indottrinamento fuorviante molto pericoloso. Ogni anno 300mila donne e più di sei milioni di bambini muoiono al momento del parto e questo soprattutto nei paesi più poveri. Di questo dobbiamo parlare, di queste persone, di come si dovrebbero diffondere pratiche di parto sicure. Perché se non si parla di questo, siamo proprio fuori di testa e complici di una disinformazione diffusa. Da Semmelweis in poi, molti passi in avanti sono stati compiuti, purtroppo non è così dappertutto. Vi consiglio vivamente questo illuminante articolo del chirurgo Atul Gawande, in cui si parla della difficoltà di diffondere le buone pratiche e scoperte mediche sul campo.
Non c’è niente di peggio che trattare certi temi in modo superficiale.
Siccome non siamo tutti stanchi, ricchi e annoiati occidentali, alla ricerca del mito del ritorno alle caverne e alla natura, ma ci teniamo a sopravvivere al parto e a dare maggiori chance ai nostri figli, non è consigliabile diffondere certi messaggi. Certamente, ognuna è libera di scegliere come partorire e come curarsi, ma evitiamo false soluzioni che possono mettere a rischio la salute delle persone.
Sapete quante balle e falsi miti si diffondono? Stiamo attent* a non tornare ai tempi della Tavola rotonda, con elfi, maghi e fate.
P.S. Non venite a parlarmi di orgasmic birth! Con le doglie?? Ci vuole proprio una buona dose di immaginazione..

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Come faccio a non far tutto

Masha i Medved

Masha i Medved

Ci ripetono che il mestiere della mamma è il più bello e insieme il più faticoso del mondo. Ma qui parlo per me. È stato il cambio rivoluzionario più radicale, ma oggi, a due anni di distanza, non mi ricordo nemmeno più com’era la mia vita precedente. Non potrei più tornare ad allora, perché oggi ho la mia scricciolina che mi chiama “mammina mia, cara o in alternativa dolce” (ha imparato bene a modulare l’intensità di zucchero nelle parole). Non credete a quelle supermamme che dicono di riuscire a tenere tutto sotto controllo e che nulla grossomodo è mutato! Le cose cambiano eccome e arrivi a prendere decisioni drastiche che mai prima avresti contemplato. Chi non lo fa, chi dice che la sua vita lavorativa continua alla grande, chi sostiene che basta organizzarsi, di solito scarica sugli altri il peso e le responsabilità. Anche perché la giornata è fatta di 24 ore. Ognuna compie le sue scelte, ma almeno non veniteci a raccontare le solite frottole che fanno sentire delle emerite incapaci coloro che non ce la fanno. Non si può far tutto, bene e senza qualche rinuncia, anche di un certo peso. Non esiste la supermamma, esiste la mamma e basta! Cerchiamo di fare del nostro meglio, ma almeno cerchiamo di essere sincere tra di noi.

 
Vi segnalo questo post sulla donna multitasking. Pericoloso strumento di tortura per tutte le donne che non riescono ad essere abbastanza multitasking, che non sono perfette equilibriste tra focolare e lavoro.

Fermiamoci qui, non dobbiamo per forza saper fare tutto e bene. Questo è solo un mito e una immagine surreale di un fantoccio di donna dai superpoteri, abile a risolvere qualsiasi inconveniente. Una specie di colla universale.
Donne che crocifiggono le donne e le istruiscono su come essere donne, mamme e mogli perfette. Ma anche basta!
Il problema della condivisione implica anche una bella sveglia per i maschietti, perché la condivisione non è un nuovo balocco trendy di cui fregiarsi in sede di discussione politica, di associazione femminile o sulle testate di rosa vestite. La condivisione implica cambiamenti e sacrifici reali e congiunti, appunto condivisi.
E poi un augurio a tutte le mamme, della bella copertina del New Yorker del 13 maggio dell’anno scorso.

Felice Festa della mamma a tutte le mamme!

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Ogni mamma è (anche) una donna

Intervita - Carta della mamma

Intervita Onlus – Carta della mamma – Le mamme viste dai bambini: cosa desiderano, cosa amano e cosa le rende tristi

 

Leggendo questo articolo, sulle interviste ai bambini, realizzate da Intervita Onlus, per realizzare il suo Rapporto sullo stato della mamma di oggi, a supporto della campagna Mia mamma è (anche) una donna, ho cercato di ritornare alla Simona bambina e riflettere su cosa pensavo di mia madre. Ho sempre visto una donna affaticata, di corsa, con mille impegni tra il lavoro di insegnante e tutti quelli di cura familiare. Ricordo che ero fiera di questa sua capacità di essere multitasking. Ma ho sempre compreso questo suo non avere molto tempo, o meglio questo suo non averne da dedicare a se stessa. L’ho dato per scontato, per normale. Accettavo il fatto che non avesse il tempo per giocare con me. Eppure non la sentivo distante, è sempre stata premurosa e presente. Nella mia testolina di bambina evidentemente ho maturato l’idea che in qualche modo dovessi evitare di intralciare le sue attività. Insomma, in punta di piedi ho cercato di fare da sola. C’erano varie difficoltà, ma solitamente lei è andata avanti, chinando il capo. Oggi direi che ha sbagliato e che si è tarpata le ali. Ieri pensavo che rientrasse nella logica consueta di una donna, di una madre e di una moglie. Ma con il senno di poi non si può ragionare. Lei ha compiuto le sue scelte e probabilmente non c’erano molte alternative. Continuo a pensare che lei abbia fatto tanti sacrifici per ragioni altruiste, per non sconvolgere gli equilibri. Con il tempo però ci si abitua e non si ha più la forza e il coraggio di opporsi e di osare, anche quando sarebbe il caso di dire qualche no. Con il tempo ci si dimentica cosa vuol dire fare qualcosa unicamente per sé, per quella donna, come se altri ruoli si fossero nel frattempo sovrapposti a quella dimensione primaria e originaria, offuscandone gusti, aspirazioni, desideri, aspettative, passioni.
Forse la maternità rende possibile e più semplice questo fenomeno, con varie gradazioni che sono molto soggettive. Non è una questione generazionale a mio avviso, ma una scelta personale, di contesto e in qualche modo casuale. La maternità è uscire da sé e spostare il centro al di là di se stesse. Ognuna trova il suo equilibrio o disequilibrio a suo modo. Così la conciliazione può avere molte facce, molte soluzioni, molte scelte, molti bivi, molte rinunce. Perché il nostro essere adulti responsabili implica anche un più ampio grado di scelta e spesso due cose non sono sempre conciliabili. Si resiste, ma a un certo punto occorre scegliere. I nostri figli forse capiranno o forse no. Ma questo fa parte del gioco e della fallibilità umana. Nessun* di noi ha la sfera di cristallo per decidere quale strada si rivelerà la meno irta di ostacoli, per cui ci affidiamo all’istinto e quell’istinto di mamma lupa persiste.

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C’era una volta l’infanzia

Vi segnalo questo articolo, di Simonetta Fiori, che a mio parere è da leggere, leggere, leggere e rileggere: C’era una volta l’infanzia. Ci sono dei passaggi che sono fondamentali e su cui occorre riflettere, per evitare di trasformare il ruolo genitoriale in una figura di manager dell’organizzazione della vita dei nostri figli.

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Una vergogna tutta italiana

Il prossimo 19 febbraio ricorrono i 10 anni dalla nascita della Legge 40, che è nata male, ma che oggi subisce un ulteriore affondo, andando a colpire uno degli elementi più assurdi della legge: è legittimo che alle coppie fertili siano negati i trattamenti della FIVET? Il tutto è partito da una coppia di portatori di distrofia muscolare, che si era vista negare la possibilità di ricorrere alla FIVET  e alla diagnosi pre-impianto, solo perché erano considerati una “coppia fertile”. Il giudice Filomena Albano del Tribunale di Roma ha posto la questione alla Consulta. Ancora una volta una legge ha creato delle discriminazioni, anche perché ha agevolato chi aveva le disponibilità economiche e poteva permettersi di andare nelle cliniche all’estero. In passato era già caduto il limite di embrioni da poter produrre (in principio erano 3), poi l’obbligo di impiantarli tutti contemporaneamente. Ad aprile la Consulta si dovrà esprimere sul divieto dell’eterologa. In tutto, si sono susseguite 28 sentenze dall’approvazione.

Alcuni punti della Legge:

–          La legge consente la fecondazione assistita quando è impossibile risolvere i problemi di infertilità con altri metodi.

–          Il metodo è consentito solo a coppie etero, maggiorenni, sposati o conviventi, in età fertile.

–          La diagnosi pre-impianto non è vietata, ma è proibita in base all’art. 13 qualsiasi selezione a scopo eugenetico sugli embrioni.

–          La legge proibisce la fecondazione eterologa, con seme e/o ovulo esterni alla coppia, e qualsiasi sperimentazione sull’embrione.

 

Aggiornamento del 24.02.14. Un articolo da L’Unità. Ringrazio il sito www.zeroviolenzadonne.it.

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Come lasciare il lavoro e vivere sereni. Seduta di autoanalisi, autoguidata, capitolo secondo.

Ovvero, come metabolizzare un cambiamento. Ci vuole più tempo e più sofferenza nel prendere la decisione che a vivere la nuova dimensione di mamma a tempo pieno. L’unico campanello di allarme che dimostra la mia digestione difficile è che ancora oggi, a distanza di tre mesi dalle mie dimissioni, faccio fatica a parlarne e mi viene sempre un groppo in gola quando devo affrontare l’argomento. Non ne parlo, di solito aspetto la domanda degli altri, anche perché devo entrare nel labirinto delle spiegazioni. Forse perché ho paura che abbia ragione mio padre, che sostiene che non ho mai combinato niente di buono nella vita. Forse perché ho paura che questa mia parentesi di astensione volontaria dal lavoro passi dallo stato temporaneo al permanente. Fatto sta che ho lasciato il mio lavoro di consulente perché con i miei ritmi la famiglia non era conciliabile. Ho scoperto che per alcuni tipi di lavoro non esiste una via “sana” per la conciliazione. Ho scoperto, con rammarico, che non tutti i bimbi sono tipi da nido, che la tata è solo una costosa toppa per non accudire i figli e fare altro, che i nonni non possono e non devono essere la soluzione, se esci di casa alle 7 e torni, se va bene, alle 20. In questa giungla di cose, che capisci solo vivendole in prima persona, il tempo scorre a velocità sostenuta e non cogli niente, se non in occasione dei compleanni, quando ti accorgi che è passato un anno, che tuo figlio è cresciuto non proprio grazie a te e che ti stai perdendo tutto o quasi. Nel mio caso, le ho provate tutte e non ne è andata bene una. In pratica, mi sono persa un anno di vita di mia figlia per tirare avanti nell’impresa titanica e folle di continuare a lavorare. In più mia figlia non ha messo su neanche un grammo per tutto un inverno. Lei seguiva la nostra vita di genitori, con i nostri orari pazzi e i nostri stress. Oggi, non posso dire di riuscire a gestire tutto bene, ma ho il tempo per giocare e bisticciare con  mia figlia, per darle una vita più a misura di bambino. Ho il tempo per stare con mio marito. Ho capito che in ogni caso ci sarebbero stati dei sensi di colpa e che a questo punto valeva la pena fermarsi e godersi la battaglia quotidiana del crescere un figlio. I ritmi da catena di montaggio sono rimasti, ma ora è la nostra piccola che detta i tempi ed è giusto che sia così. Ho capito anche che noi donne abbiamo ancora tanta strada da fare per conciliare famiglia e lavoro. Siamo all’anno zero. Ho compreso che la carriera, in talune tipologie di lavoro, mal si concilia con la maternità, se non accompagnata da un adeguato sostegno legislativo e che sarebbe ora di rendere più appetibile il part-time, per esempio. Ma con i tempi che corrono, la vedo difficile. Viaggiamo verso lo smantellamento dei diritti e del welfare. Ho scelto male il mio tipo di lavoro? Può darsi, ma in tempi di vacche magre non si hanno molte alternative e un lavoro a misura di famiglia non è alla portata di tutti. Quindi non scarichiamo tutto sulle scelte personali e rimbocchiamoci le maniche per cambiare le condizioni esterne e creare un humus favorevole per le donne lavoratrici. I tempi stanno per cambiare e cambieranno. Per i nostri figli.

Ringrazio Laura Preite per aver accolto la mia storia sul suo blog sulla Stampa.

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L’arduo mestiere del genitore. Seduta di autoanalisi, autoguidata.

Fare i genitori è un compito complesso, delicato, arduo e costellato di errori, che spesso attraversano le generazioni e si perpetuano identici di padre in figlio. Ci sono genitori che non perdono occasione di lodare e di magnificare le gesta dei propri figli, come esistono altri che non fanno altro che opprimere, denigrare, offuscare in ogni modo l’autostima dei figli. Gli eccessi, si sa, sono entrambi dannosi, ma nel secondo caso si rischia di generare individui insicuri, che si sentono sempre sotto giudizio, che vivono sempre sotto attacco e sono abituati unicamente a sentirsi inadeguati, fuori luogo, insomma delle merdacce per dirla alla Fantozzi. I danni, come dicevo, si possono replicare all’infinito, di generazione in generazione: i figli possono riprodurre il metodo educativo sui propri figli e qualora non lo facciano, ci penseranno i nonni a trasmettere delle immagini fuorvianti ai nipoti. Ci sono genitori che sviliscono i propri figli a vita e continuano a farlo anche davanti ai nipoti, il che finché sono piccoli non produce danno, se non l’ennesimo schiaffo di umiliazione a danno dei figli. I problemi sorgono quando i nipoti crescono e fanno fatica a capire come mai i nonni hanno una così scarsa considerazione dell’operato di un genitore. Sarebbe opportuno prendere le distanze il prima possibile e troncare sul nascere certi comportamenti, parlandone e cercando una mediazione. Se ciò non dovesse essere sufficiente, sarebbe meglio troncare ogni relazione. Ne parlo, perché ne so qualcosa e mi trovo ancora nella prima fase. Il senso di inadeguatezza è sempre stato presente in me, ma non pensavo derivasse dall’esterno. Solo di recente ho compreso che si è trattato di un lavoro che parte da lontano e si è sedimentato in anni di educazione all’annientamento. La frase ricorrente dopo ogni mia piccola conquista era: “ne devi mangiare ancora di pane duro”. Un modo per non farmi riposare sugli allori, che nascondeva uno svilimento di ogni mio sforzo. Non ho mai sentito altro. Le uniche figure che mi hanno fatto sentire amata per quello che ero sono stati i miei nonni materni, che purtroppo ho perso troppo presto. Mi sono nutrita del loro amore incondizionato e sono riuscita a sopravvivere e a crescere meno arida. Loro erano capaci di guardare oltre la mia corazza. Per fortuna, a un certo punto l’influsso dei miei genitori si è ridotto. Partiamo dall’inizio. Mio padre ha schiacciato mia madre dal primo istante. Mia madre ha, a suo dire, cercato di resistere e poi si è arresa. Ultimamente a questo appiattimento si è aggiunta una nuova prassi: la difesa a oltranza di mio padre, pur di mantenere la pace familiare, che poi coincide semplicemente nel far fare a mio padre ciò che vuole e permettergli di disporre degli altri come solo un sultano può fare. Naturalmente ogni opposizione diventa da stigmatizzare e da distruggere. Con gli anni ho capito che in fondo, se una persona finisce con l’appoggiare certi atteggiamenti è perché le va bene così; se si accetta un modo di fare, senza opporsi o cambiare strada, è perché, in fondo, si è uguali. Non puoi mandare giù il boccone amaro all’infinito. Per cui ho capito che la longevità del matrimonio dei miei genitori si basa sul fatto che sono in realtà identici. Le numerose pantomime di separazione non erano serie. Se decidi di accettare certi comportamenti, sei connivente e in fondo ti sta bene. Il lamento di mia madre è solo un paravento, una facciata da mantenere. Pensavo che non fosse una calcolatrice, invece a quanto pare lo è. Ogni cosa dev’essere al suo posto, altrimenti si scatena l’inferno, salvo poi fare la vittima di tutto. Quando si tratta di dire che sono una schifezza e una nullità è al fianco di mio padre, sempre. I suoi tentativi di mantenere un po’ di autonomia sono stati rari. Credo che l’unica cosa che le interessi sia mantenere la facciata di armonia, al primo posto c’è ciò che gli altri pensano della sua famiglia: poca sostanza, molta estetica da famiglia del mulino bianco. Ho passato tutta la prima parte della mia vita a cercare di accontentare i miei, di essere brava, di fare i salti mortali per compiacerli. Poi ho smesso, perché ho capito che era una missione impossibile e che sprecavo solo tempo ed energie. Ho provato ad affrancarmi dall’idea che mi avevano instillato in testa, che fossi un’incapace cronica. Forse, questo mi è servito, perché ho deciso di fare tutto da sola, senza appoggiarmi mai a nessuno. Lo devi a te stessa, altrimenti, rischi di rimanere inchiodata lì,  dove vorrebbero che tu fossi. Così nello studio e nel lavoro, sono sempre giunta alla meta con le mie forze. Ho compreso quanto fosse falsa quell’immagine di incapace. Ho lottato per sbarazzarmi delle varie etichette che mi sono state attribuite, perché non volevo allinearmi, non volevo obbedire ciecamente alla linea impartita da mio padre. Oggi, i miei ci riprovano con mia figlia, non perdono occasione per denigrare il mio ruolo di genitore, mi smentiscono e fanno tutto il contrario di ciò che io vorrei. Finora,  non è successo nulla, mia figlia è troppo piccola per capire, ma siamo al confine ed ho paura che ci possano essere danni seri. Il mio rancore svanisce presto e mi ritrovo a dirmi che non posso troncare ogni contatto, che non posso arrogarmi il diritto di troncare la relazione nonni-nipote. Ma ho paura. La stessa paura che mi assaliva in passato e che a volte riaffiora, quella di sentirmi una merdaccia e di perdere la stima, in questo caso di mia figlia. Mio padre già critica il fatto che mia figlia sia troppo attaccata a me, ma lei ha meno di due anni, quale sarebbe la normalità? Quella ex bambina fragile e insicura è ancora lì, dentro di me, con il suo senso di inadeguatezza. Oggi, rivedo alcune cose della mia infanzia, con un’ottica diversa. Mio padre era spesso assente e quando c’era bisognava stare attenti a non farlo arrabbiare, pena l’inizio di una delle sue “spedizioni punitive”, che consistevano in una sua fuga a casa dei genitori, oppure in un mutismo lungo anche due settimane. Una specie di sospensione di ogni sua ‘incombenza’ familiare. Potete ben immaginare il clima. Durante la mia infanzia ho assistito ad ogni genere di lite. A volte pensavo che fosse colpa mia. Mia madre giocava raramente con me, era sempre troppo occupata a fare altro. Infatti, ricorda poco o niente della mia infanzia. Allora, io la capivo e cercavo di non farle pesare troppo questa assenza, giocavo da sola, facevo i compiti da sola, chiedevo poco o niente. Ultimamente, ho capito che era un’assenza involontaria solo a metà: anche oggi, sostiene di voler trascorrere un po’ di tempo con la nipote, ma ha sempre qualcos’altro da fare, per cui anche adesso la vedi in difficoltà quando deve trascorrere anche solo 5 minuti con la nipote. Saranno solo mie congetture? Quel che è certo è che non voglio che mia figlia ricordi la mia assenza. A volte penso che dovrei risolvere questi problemi che mi porto dentro, perché potrei condizionare il mio futuro e la vita di mia figlia. Ma, l’unica strada è quella di iniziare a perdonare e a perdonarsi soprattutto. Devo scrollarmi di dosso il peso del fallimento totale che mi è stato appiccicato addosso. Forse sono ipersensibile, ma le parole a lungo andare scavano a fondo, quello che ti è stato tolto non torna più, i buchi nell’anima non si riparano facilmente.

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Metabolizzare il cambiamento: fase 1 (oppure del post-disorientamento)

Dopo una prima fase di disorientamento, credo di essere giunta al principio di un lento e lungo periodo che dovrò dedicare a metabolizzare il cambiamento di status sociale: da mamma in carriera (o meglio superlavoratrice mamma) a casalinga. In questi ultimi tempi mi sono arrivati degli epiteti non proprio incoraggianti: pensionata, fallita, debole e c’è chi mi ha detto anche che non ho mai combinato niente di buono nella mia vita e che l’unica eccezione è mia figlia (per ora, se non rovinerò anche lei). Non male vero? A questo punto sembrerebbe che la mia scelta difficile, presa dopo un anno terribile, in cui ho passato dei periodi infernali, cercando di mettere insieme una bimba di un anno e i miei orari di lavoro infernali, sia stata l’ennesima riprova della mia inefficienza e della mia profonda incapacità a tutto tondo. Sono uscita dal tessuto produttivo e per questo mi merito l’ostracismo, la denigrazione e la lapidazione verbale ed emotiva. A volte, quando dico che ho lasciato il mio lavoro a tempo indeterminato per dedicarmi a mia figlia e alla mia famiglia, le persone sbarrano gli occhi e mi prendono per matta. Forse un po’ lo sono, ma giuro che è tutto molto sensato. Coloro che mi hanno detto che sono una che non combina niente di buono, sono anche coloro che non hanno mai digerito e accettato il fatto che dopo la laurea mi sia cercata da sola un lavoro, sia andata a vivere a Milano e che ora abbia formato una famiglia a 1000 km da dove sono nata. Questo atteggiamento è molto diffuso e alcuni genitori preferirebbero tenersi i figli disoccupati e in casa fino a 40 anni.

Oggi, posso dire, che non rimpiango granché della mia vita precedente, in cui passavo le giornate a barcamenarmi per rendere possibile l’impossibile. Oggi mi è capitato di leggere questo pezzo e mi sono accorta che non sono poi tanto strana e che forse dovremmo essere più libere di scegliere il modello di vita che più ci aggrada, senza strane etichette o pregiudizi che ci rendono schiave passive di un sistema che aspira all’entropia e non alla felicità.

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Cicale o formiche?

Avete presente la sensazione di quando da piccoli scrivevate la letterina a Babbo Natale? Non so voi, ma già da piccola, non so se per caratteristica innata o per induzione da parte dei miei genitori, possedevo un naturale istinto di autoregolamentazione, che mi impediva di aspirare a più di quanto potessi legittimamente aspettarmi. In pratica, sapevo a priori i miei limiti e non mi veniva nemmeno in mente di poter desiderare qualcosa di straordinario. Per cui le mie richieste erano sempre molto “small”. Ricordo ancora, con le lacrime agli occhi, quando mi arrivò la mitica villa di Barbie! Non era un regalo previsto, eppure arrivò. Penso che per mia madre sia stato un vero salasso. È tra gli eventi rari che hanno segnato la mia vita. Anche a scuola, sono stata assuefatta al 6, nella media, senza eccellere e senza mai essere sul punto di venir bocciata. Quando avevo dei voti più alti ero sconcertata, abituata com’ero a non aspettarmi niente. All’università qualcosa è migliorata, ho avuto qualche momento in cui mi sembrava di essere uscita dal tunnel del calzino rammendato. Diciamo che alla fine, col voto di laurea, son tornata a non aspettarmi mai niente di eccezionale. Non è vero che in media stat virtus. No. Perché poi, col tempo, questo stato ti si appiccica e inizia ad intaccare ogni aspetto della tua vita. Sin da quando ero una co.co.pro. da 800 euro a Milano, avevo l’assillo del risparmio. Assurdo a 24 anni privarsi di tutti gli extra. Oggi, ripensandoci, ero pazza. Avrei dovuto sperperare fino all’ultimo centesimo e invece niente! In pratica, l’unico lusso concesso era qualche aperitivo e ogni tanto un capo di abbigliamento nuovo, vissuto sempre con grandi sensi di colpa. Naturalmente queste eccezioni coincidevano con le feste comandate, proprio come avveniva per i regali quando ero bambina. Insomma, ero orgogliosa anche solo per un libro nuovo o una rivista. Roba da pazzi. Frustrazione a go go e sogni mai realizzati. Poi ti adatti anche al lavoro e quindi la sindrome diventa malattia conclamata. Poniamo il caso iPhone. Non mi serve (mio padre docet: “ma ti serve davvero?” – “No” – “e allora non ne hai bisogno”), e poi non me lo posso permettere. Nel mio ufficio, ha una diffusione pari al 90%. Oggi, da curiosa, guardo i prezzi. Anche perché mio marito, in un momento d’incoscienza (non immagina minimamente quanto costa), ha esordito con un “te lo potrei regalare per Natale”. A questo punto, vista la cifra, posso affermare: Allucinante! Come riuscire a spendere una cifra simile senza sentirsi male. No, ancora una volta subentra la mia malattia che ha assunto contorni preoccupanti da quando son diventata mamma. Perché ora penso che ogni euro risparmiato è un piccolo contributo per l’avvenire della mia pargola. Ed anche un rossetto nuovo assume un connotato di grande evento, che destabilizza la mia vita da formichina. Mi sento in colpa persino se porto qualcosa in lavanderia o se vado dal parrucchiere una volta ogni sei mesi (o anche più). Perciò, credo che ripiegherò su un abbonamento annuale all’Internazionale, più accessibile e più in linea con il mio tenore di vita. Magari alla fine rinuncerò anche a questo. A volte vorrei guarire e sentirmi serena con la mia bilancia dei pagamenti. Perché ora, anche mia madre ammette che “la vita è una sola”. Poi penso alla mia piccina e rinuncio. Perché penso che lei è “l’eccezionale della mia vita” e che il suo sorriso quando torno a casa è molto più di quanto avrei potuto desiderare dalla vita. Chissà se tutto questo “far economia”e lavorare, alla lunga, farà bene alla mia gastrite? Chissà come si vive da cicale? Riflettendoci bene, ho paura che il mio disagio dipenda dall’ambiente in cui lavoro. Dovrei frequentare persone con una vita più simile alla mia.

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