Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Laura siamo noi. La forza di una donna, di una madre.

27 dicembre 2018

Inizio a pensare in modo sempre più convinto che delle donne, delle madri e dei loro figli in questo Paese non interessa a nessuno. Lo dico soprattutto a chi si occupa di politica istituzionale, chi siede nelle istituzioni, chi milita nei partiti e si riempie la bocca ogni giorno di questioni femminili, di rosa e di belletti. Il problema è qui sotto i nostri occhi e continuate a non volerlo vedere. Il silenzio è evidente, ho scritto e postato appelli dappertutto e non è solo una questione di Natale. Che serve essere militante se poi nemmeno riesco a ricevere uno straccio di risposta? Ve lo ripeto, è una vergogna ciò che si sta consumando sulla pelle di Laura, di suo figlio e di tutte le madri nella stessa condizione. E voi cosa vi affannate a fare a inscenare la pantomima attorno al 25 novembre? Ciò che il 25 novembre rappresenta è davanti alle nostre porte di casa ogni giorno. E ci dovete dare una risposta, dovete ascoltare ciò che questa donna continua a raccontare, le sue richieste di aiuto non possono cadere nel vuoto, occorre intervenire ora prima che sia compiuto qualcosa di grave ed estremamente dannoso. Non possiamo sempre agire sulle emergenze, né possiamo pensare che tutto ricada sulle spalle dei singoli, quando c’è una responsabilità plurima, pubblica, politica, collettiva se si giungerà all’allontanamento coatto. Tutto avviene nei nostri tribunali e ci appare incomprensibile come si possa sulla base di una valutazione di una CTU intrisa di cultura pasista, mettere a rischio il futuro, il benessere e l’equilibrio di due persone. Anziché badare ai macrosistemi, muovete tutti gli ingranaggi che potete muovere. Fate qualcosa, intervenite! Rispondete alle sollecitazioni! Cosa serve andare in piazza a manifestare contro il ddl Pillon se poi nei casi concreti non ci siete????!!!!


Scrivo ciò che da settimane sta riempendo i miei pensieri. Da un lato la vicenda di Laura Massaro e di suo figlio mi fa pensare a quanto può essere spietato un sistema che arriva a dare valore a teorie del tutto infondate scientificamente pur di colpire le donne, di sottrarre loro la parte più preziosa della propria esistenza, un figlio, senza valutare bene nel merito né quanto denunciato da Laura, né quanto ribadito dall’assistente sociale, né soprattutto dando ascolto alla parte più sensibile, un bambino che da 6 anni è in balia di un iter giudiziario, avvocati, psicologiche, assistenti sociali.
Un bambino che sta bene nel suo attuale ambiente familiare, che a detta delle insegnanti è sereno e equilibrato sotto ogni punto di vista. Impensabile concepire di allontanarlo da sua madre e da un contesto in cui lui vive bene e cresce circondato da tanto affetto.

Dall’altro c’è il silenzio attorno a questa vicenda, che al di là di soggetti che stanno dando pieno sostegno a Laura, non vede risposte da quei livelli e da quegli ambiti che davvero potrebbero rappresentare e fare la differenza.

Perché qui è in gioco il futuro non solo di Laura, ma di un bambino che rischia a breve di essere soggetto a “prelevamento coatto” per essere portato in una casa famiglia, per un periodo di tempo transitorio e poi di essere affidato al padre in via esclusiva, come disposto dalla ultima Ctu (chiesta dal padre) su basi inconsistenti, che accusa Laura di grave alienazione genitoriale. Siamo ancora qui, giriamo attorno non solo a una valutazione sbagliata, ma che si poggia su presupposti teorici sbagliati, che in un sistema sano, civile non dovrebbero nemmeno poter essere proposti.

Siamo qui, sul ciglio di un provvedimento che pesa come una spada di Damocle su due vite e che rischia di lasciare un segno permanente se nessuno deciderà di intervenire.

Mi affido alla capacità e alla volontà di chi può farlo nelle sedi opportune e preposte.

Mi affido a un barlume di buon senso che affiori nelle coscienze di chi ha in mano questa situazione. Mi affido che si comprenda quanto male può fare un allontanamento siffatto. Personalmente la vedo come una violazione dei diritti umani.

Una donna che pur denunciando violenze psicologiche e atteggiamenti “persecutori” da parte del suo ex, riceve in risposta una valutazione che le getta addosso colpe inesistenti e infondate, attuando un disegno rivittimizzante e colpevolizzante. Laura è seguita da oltre un anno da un centro antiviolenza la cui relazione è stata messa agli atti ed è stata anche fornita alla Ctu, che però ha ritenuto di non considerarla affatto.

Tutta una serie di testimonianze, atti, fattori che avrebbero potuto ricostruire adeguatamente e più conformemente alla realtà i fatti, sembra che non siano stati ritenuti rilevanti in corso di valutazione.

Chiedo un aiuto per Laura e suo figlio, che sono in una situazione ogni giorno più grave, date loro una mano affinché la relazione della Ctu sia fermata, che nessuno intervenga ad allontanare il bambino da sua madre!

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Autonomia, redistribuzione, parità di genere

Olimpia Zagnoli

Olimpia Zagnoli

 

Qualche giorno fa è uscito un bel pezzo sul NYT a firma di Judith Shulevitz, QUIche mi ha portato a ragionare e a scrivere questo post. Certamente nel pezzo del NYT ci sono molti riferimenti alla realtà statunitense, ma buona parte delle considerazioni sono applicabilissime anche alla realtà italiana.

Finlandia (QUI), Svizzera, Utrecht (QUI e QUI, QUI), insomma in giro per il mondo si inizia a considerare l’ipotesi di avviare e di sperimentare un reddito di base universale. Potrebbe essere un modo per riconoscere un valore al lavoro delle donne come madri o caregivers, che attualmente è del tutto gratuito e che ha come ricaduta principale le scelte di riduzione oraria del lavoro retribuito o il suo abbandono. Perché specialmente in Italia la situazione è estremamente sbilanciata, le donne sono coloro che maggiormente si fanno carico di lavori di cura per figli o familiari anziani e malati.

Ecco i dati del 2012 secondo l’Istat, su uso del tempo e ruoli di genere, pagina 29 e segg: QUI.

La quantità di tempo dedicato al lavoro non remunerato (lavoro domestico e di cura) varia considerevolmente tra paese e paese. Le donne italiane lavorano di più in casa in tutte le fasi del ciclo di vita, da 12 ore alla settimana, se vivono con i genitori, a 51 ore settimanali, se sono in coppia con figli piccoli (Figura 1.3).

1.3

Secondo l’indagine Istat Stereotipi, rinunce e discriminazioni di genere, sul 2011, pubblicata il 9 dicembre 2013, il 44,1% delle donne, contro il 19,9% degli uomini, ha dovuto fare qualche rinuncia in ambito lavorativo a causa di impegni e responsabilità familiari o semplicemente per volere dei propri familiari.

Nel rapporto Istat Come cambia la vita delle donne del dicembre 2015 (che copre gli anni dal 2004 al 2014), si evidenzia la seguente situazione, in merito al sovraccarico di lavoro familiare delle donne:

Finora ampio spazio si è dato al discorso del gender pay gap, i problemi legati ai congedi parentali, spesso semi-assenti per i papà, la debolezza del sistema di infrastrutture del lavoro di cura, come le chiama Anne-Marie Slaughter. Ma chiaramente, come ho più volte sottolineato in questo blog, questo rappresenta solo una parte del contesto ostile per le donne che devono combinare lavoro, carriera (se non si blocca inesorabilmente) e figli.

“Ma il problema non è che i datori di lavoro odiano le donne e i bambini. È che partono dal presupposto secondo cui la maternità è una scelta di vita, un lavoro non meritevole di salario, e nessun altro all’infuori dei genitori devono pagare per questo. Salari per l’educazione dei figli e per il lavoro domestico?”

Lo so, all’interno del femminismo si è lottato per far entrare le donne nel mondo del lavoro, non per dargli una remunerazione che consentisse loro di stare fuori da quel mondo. Sono consapevole che ci potrebbe essere un rovescio negativo della medaglia, una remunerazione potrebbe diventare un disincentivo all’impiego, ma dobbiamo chiederci se è umano quello che oggi ci viene chiesto e se è equo. Considerando che la divisione equa dei compiti di cura familiari (una via necessaria e auspicabile) è lontana dall’essere raggiunta.

Insomma, sembra che noi donne ci mettiamo sul groppone questo lavoro di cura per la gloria che ci dona questo ruolo. In realtà l’intera società beneficia di questo benefit spontaneo e gratuito. In più ci fa da zavorra al lavoro.

“Come Marx avrebbe detto se avesse considerato il lavoro delle donne nella sua teoria del valore-lavoro (non l’ha fatto), il “lavoro riproduttivo” (come le femministe chiamano la creazione e la cura delle famiglie e delle abitazioni) è alla base dell’accumulo del capitale umano. Io dico che è giunto il tempo per qualcosa di simile a un indennizzo”.

Secondo una affermazione radicale:

“Il reddito di base universale è una condizione necessaria per una società giusta, in quanto riconosce il fatto che la maggior parte di noi – uomini, donne, genitori e non – mettiamo a disposizione una grande quantità di lavoro non retribuito per sostenere il benessere generale. Se non ci stiamo occupando dell’educazione dei figli, allora possiamo dedicarci al volontariato in tutto il quartiere.”

Politicamente, il reddito di base universale sembra molto più plausibile di una sovvenzione che mira solo alle mamme, perché le politiche hanno più capacità di resistenza quando vengono percepite come garanzia di diritti universali, piuttosto che l’elargizione di contributi a pioggia.” Niente oboli o soluzioni che confermano ruoli di genere.

Certo c’è il problema di come finanziare questa misura.

Questo dibattito va avanti da secoli.

“Nel 1797, Thomas Paine ha suggerito che le nazioni dovrebbero dare a ogni ventunenne, una somma forfettaria, perché coloro che ereditano la terra hanno un vantaggio ingiusto rispetto a quelli che non hanno. Dalla metà del secolo scorso, gli economisti e i leader su entrambi i lati dello spettro politico proponevano i redditi minimi.

L’eroe libertario Friedrich A. Hayek affermava “una sorta di livello sotto il quale nessuno deve cadere.” Milton Friedman proponeva una imposta negativa sul reddito (simile al nostro attuale credito di imposta, ma questo solo per le persone che hanno un reddito. L’imposta sul reddito negativo sarebbe andata anche ai disoccupati). Nel 1969, il presidente Richard Nixon ha proposto il Family Assistance Plan, un piccolo stipendio annuo in sostituzione del welfare – $ 1600 e $ 800 in buoni pasto per una famiglia di quattro persone. La sua proposta di legge è stata approvata dalla Camera dei Rappresentanti, ma è morta in Commissione Finanze del Senato.

Proposte di reddito di base sono rispuntate, da destra come da sinistra.

Charles Murray della American Enterprise Institute pensa che un reddito garantito potrebbe sostituire lo stato sociale. QUI

Qui occorre capire cosa si vuole smantellare dello stato sociale, perché se mi dai un reddito di base e mi devo pagare spese mediche astronomiche, il gioco non torna, diventa un’arma a doppio taglio.

Le proposte di reddito di base stanno guadagnando terreno proprio a causa del divario tra ricchi e poveri, una forbice che si allarga sempre più.

Inoltre, computer e la gig economy rischiano di creare milioni di disoccupati. Uno studio dell’Università di Oxford del 2013 QUI ha concluso che i computer potrebbero sostituire gli esseri umani in quasi la metà di tutte le occupazioni negli USA fra non più di due decenni. Non stiamo parlando solo di lavori manuali. I computer sono in grado di svolgere compiti cognitivi non routinari che potrebbero spazzare via le posizioni di middle-management, come i commercialisti o gli ispettori dei trasporti, così come molti posti di lavoro qualificati nei servizi, alcuni dei quali tipicamente svolti da donne (per esempio cameriere nei ristoranti, segretarie legali).

Chiaramente, si assottiglierà l’offerta di lavoro, è innegabile, si lavorerà di meno e molte professioni verranno automatizzate, c’è sempre meno bisogno di controllo umano. Si rende necessario un ripensamento dell’intero assetto socio-economico e del rapporto salario-lavoro. Sono questioni da sempre sul banco, ma oggi assumono una rilevanza e un impatto maggiori di un tempo.

Ecco perché alcuni membri dell’elite della Silicon Valley, meglio conosciuti per il loro disprezzo per il governo, sostengono formule all-inclusive, sovvenzioni in denaro complete. Nel mese di novembre, Robin Chase, il co-fondatore ed ex amministratore delegato di Zipcar, ha richiesto un reddito di base QUI. I venture capitalist come Albert Wenger QUI di Union Square Ventures e John Lilly QUI di Greylock Partners, che investe in LinkedIn e Airbnb, hanno detto che è il momento di iniziare a pensare a un U.B.I. (universal basic income). Il fondatore di HowStuffWorks.com, Marshall Brain, ha anche scritto un romanzo sul reddito di base, titolato “Manna” (QUI) e contrappone un mondo da incubo in cui i robot sono dirigenti e i lavoratori schiavi con un insediamento utopico nel deserto australiano, in cui i cittadini ricevano una quota garantita della ricchezza creata da tali robot e possano dedicarsi a ideare nuove tecnologie innovative. È la versione della Silicon Valley celeste.

Tutto molto bello, dicono gli scettici, ma il reddito di base universale rappresenta ancora un rischio morale. Dare alla gente soldi per niente, porterà all’incremento dei pigri e il resto degli uomini andranno in bancarotta. Ma questo non sembra essere il nostro caso. Al contrario: il reddito di base dà i lavoratori meno motivi di ciondolare a casa, più di di quanto non facciano le politiche perversamente disincentivanti come quella in cui ogni dollaro guadagnato è un taglio ai sussidi familiari. La ricerca suggerisce che, piuttosto che indebolire la volontà di lavorare, erogazioni regolari incondizionate permettono alle persone di gestire la loro carriera più saggiamente.

In cinque studi famosi sulla imposta negativa sul reddito condotti negli USA e in Canada nel 1970, un reddito minimo ha portato a un po’ di diminuzione delle ore di lavoro, anche perché i disoccupati si sono presi più tempo per trovare nuovi posti di lavoro. I ricercatori ipotizzano che si riservavano per le posizioni che più ritenevano adeguata alle loro abilità. Negli Stati Uniti, i capifamiglia maschi calano di ben il 9 % all’anno. (…) In entrambi i paesi, gli adolescenti rimangono a scuola più a lungo. E le donne con figli hanno trascorso in media fino al 30 per cento in meno di tempo sul lavoro.

Il reddito di base universale incontra sia critiche che sostegni tra le femministe. Il reddito di base potrebbe incoraggiare le donne ad abbandonare il lavoro, dicono, perdendo terreno su un tema su cui il femminismo ha combattuto così duramente. Ma questa preoccupazione mi sembra, anche, paternalistica. Le donne dovrebbero avere più scelte, non meno. Così come gli uomini. La parità tra i sessi non dovrebbe richiedere a tutti di conformarsi a modelli tradizionalmente maschili di lavoro.

Faccio un piccolo inciso, richiamando questa affermazione apparsa in questo articolo, a proposito della denatalità italiana: “Il sociologo danese Gøsta Esping-Andersen tempo fa disse che in alcuni Paesi, tra i quali l’Italia, la rivoluzione di genere partita dalla maggiore istruzione femminile infine si è bloccata: la società non si è adattata alle madri lavoratrici né dentro le famiglie, né dentro il mercato del lavoro, e uno dei risultati è, appunto, una bassissima fecondità permanente.” In pratica è palese che ci sia stato da un lato un ingresso nel mondo del lavoro, ma a condizioni “maschili”, che praticamente non hanno tenuto conto di una necessaria maturazione parallela del sistema sociale e del sistema delle relazioni, della distribuzione equa degli impegni familiari all’interno delle coppie.

Inoltre, le politiche dei redditi di base hanno dimostrato di ridurre i tipi di povertà specificamente femminili.

Dai risultati degli esperimenti di prestiti per lo sviluppo condotti nelle città povere dell’India, emerge che le ragazze sono aumentate di peso e al contempo è aumentato il tempo trascorso a scuola, a tassi superiori rispetto a quelli raggiunti dai ragazzi, probabilmente perché quando ci sono pochi soldi in famiglia, le ragazze ricevono meno cibo e sono tenute maggiormente a casa.

Sarebbe interessante verificare se anche da noi si otterrebbe un effetto analogo sull’istruzione, incentivando le ragazze a proseguire gli studi. Trovo molto importante un lavoro di questo tipo, perché ancora oggi troppe ragazze abbandonano gli studi, perdendo un’occasione di emancipazione e di uscita da strade obbligate e limitanti. Le giovani donne dovrebbero essere aiutate a non restare ingabbiate in aspettative che ne limitano le aspirazioni.

Negli Stati Uniti, come Kathryn J. Edin e H. Luca Shaefer hanno mostrato nel loro libro sulla povertà estrema “$ 2,00 a Day,” il processo di accesso ai buoni pasto e all’assistenza temporanea per le famiglie bisognose, il programma di welfare-to-work creato nel 1996, può essere così impegnativo, sconcertante e degradante che molti candidati semplicemente rinunciano. E chi coloro che aspettano pazienti in fila, sono costretti a fare la pipì nelle tazze per i test antidroga o tornano a casa a mani vuote? Le donne, sempre più spesso, dato che il numero di famiglie sulle spalle delle madri single sono quattro volte superiori rispetto a quelle con un padre single, e le famiglie con a capo una donna che ricevono il sussidio di disoccupazione sono un terzo in più rispetto a quelle con a capo uomini.

Per quanto riguarda le mamme che restano a casa, che hanno alle spalle un partner, un reddito di base consentirebbe loro di mettere da parte dei soldi propri. La maggior parte degli strumenti di pensionamento-risparmio sono legati agli stipendi, il che significa che i genitori che non lavorano non hanno modo di avere una copertura sociale, 401(k) o I.R.A. Un reddito di base permetterebbe loro di risparmiare per la vecchiaia. Per le madri che non hanno stipendio c’è il rischio di essere obbligate a restare intrappolate in relazioni violente, un reddito di base proprio renderebbe più facile per loro uscire da queste situazioni.

Quanto il reddito di cittadinanza è in grado di realizzare dipende da come è configurato. Un reddito minimo garantito davvero e universale sarebbe costoso. Significa $ 12.000 all’anno per ogni cittadino con più di 18 anni, e $ 4.000 per bambino QUI. Di questo passo, avremmo bisogno di circa 3 miliardi di dollari, circa l’80 % del bilancio federale totale. Il programma potrebbe essere ancora più efficace, e più giusto, se i bambini percepissero la somma piena, visto che crescere un bambino porta alla povertà così tante persone – e tante donne! (è improbabile che questo produrrebbe un boom delle nascite, in quanto anche una bella vincita difficilmente coprirebbe i costi della crescita dei figli).

Il prezzo da pagare per questi trasferimenti di denaro sarebbe in parte compensato dai risparmi. La maggior parte dei programmi contro la povertà diventerebbero superflui. Resta compito della burocrazia estirpare gli imbroglioni (…). I più ricchi potrebbero farsi rimborsare parte dei loro contributi in tasse, in proporzione al loro reddito da lavoro. Inoltre, un reddito di base ridurrebbe gli effetti negativi della povertà e quindi il costo per la società per una cattiva salute pubblica, per la criminalità e per l’incarcerazione. Alcuni esperimenti di reddito di base hanno dimostrato che i beneficiari fanno maggior uso dei servizi medici e infrangono la legge meno spesso di coloro che non li ricevono. E poi c’è la spinta per l’economia che deriverebbe dal fatto che i poveri con a disposizione un reddito di base inizierebbero a comprare più beni.

Alcune delle numerose strategie proposte per recuperare il denaro necessario includono una tassazione uniforme relativamente alta; la fine delle scappatoie fiscali; un’imposta sul valore aggiunto; l’eliminazione dei diritti della classe media, quali la deduzione dei tassi dei mutui e le pensioni di anzianità; una più attenta rimozione degli sprechi in sicurezza sociale; una tassa sulle transazioni finanziarie speculative; e una carbon tax. Potremmo anche ricavare denaro dallo sfruttamento delle risorse pubbliche. L’Alaska, che paga già ai suoi cittadini qualcosa di molto simile a un reddito di base, manda a ogni adulto e bambino un dividendo annuale variabile di circa 2.000 $, ricavato da un fondo che investe in royalties pagate allo Stato da parte dei produttori di petrolio e gas naturale. (una sorta di risarcimento alla popolazione per lo sfruttamento dell’ambiente e delle risorse naturali, compreso l’inquinamento, ndr).

La verità, però, è che il reddito di base è una forma di redistribuzione. Ce lo potremo permettere solo quando decideremo che ne vale la pena permetterselo. Ma è proprio quello che dobbiamo decidere. Dobbiamo tagliare la spesa militare se vogliamo realizzarlo, o aumentare le tasse ai ricchi. La volontà politica per una tale enorme ristrutturazione della nostra economia richiederebbe una sostanziale revisione del rapporto tra lo Stato e il popolo. Forse, come Thomas Paine, dovremmo cominciare a pensare a questi trasferimenti di ricchezza, come a un diritto di cittadinanza, invece di una polizza assicurativa contro un disastro finanziario.

Anche se abbiamo iniziato in modo modesto, per abituare la gente all’idea, offrendo somme a chi vive sotto il livello di povertà ($ 6,000, per esempio), queste potrebbero essere una boa per le famiglie americane che lottano per non affondare.

Il reddito di base sarebbe anche per noi un modo per avvicinarci a un mondo con una maggiore parità di genere. Il denaro extra renderebbe più facile per un padre diventare il caregiver primario se lo desidera. Una mamma con un lavoro potrebbe permettersi aiuti per la cura dei bambini e mantenere al contempo un proprio reddito (riducendo il rischio di povertà una volta andata in pensione, il gap pensionistico è il risultato del gap salariale, di orari parziali obbligati, di periodi in cui la donna non può lavorare per obblighi di cura, ndr). I genitori che restano a casa avrebbero soldi in banca, maggiore rilevanza in famiglia, e il rispetto che deriva dallo svolgere un lavoro con un valore misurabile. E avremmo stabilito il principio che il lavoro di amore non ha prezzo, ma vale la pena pagare per esso.

 

Mi piacerebbe che come donne riuscissimo ad affrontare questa sfida, progettando con un punto di vista “nostro”, nuovo, un approccio che porti la nostra sensibilità, tentando di avviare un progetto concreto che sperimenti un reddito di base universale e incondizionato. Non è un semplice reddito minimo. Un lavoro che implica, come si è visto, una volontà di compiere scelte anche drastiche, per trovare le risorse necessarie. La politica richiede che si compiano delle scelte, spesso una inversione di tendenza. La lotta alla corruzione, all’evasione, una revisione delle spese militari, una definizione delle priorità di una nazione, che dovrebbe contemplare al primo posto l’idea di un benessere il più possibile diffuso, sono l’unica strada percorribile se si desidera cambiare in meglio. Ma come al solito è questione di volontà, di modificare anche, se necessario, le nostre sedimentazioni culturali.

 

Un po’ di storia:

http://ti.me/1BHANAt

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Questione di colloqui

questione di colloqui

 

Il mio nuovo post per Mammeonline.net in cui parlo di discriminazioni in fase di colloquio e del nostro strano paese.

Qui un estratto:

Leggendo questa storia di Paola Filippini, respinta al colloquio di lavoro per una domanda sui figli, sparsa ovunque sui media, mi vien da dire che siamo un popolo strano.
Strano che ce ne accorgiamo solo ora… dopo anni che è così, ne abbiamo raccontate di storie simili, mi piange il cuore che ci si sorprenda come se fosse una novità. Una novità da consumare e da mandare presto in soffitta, come tante altre storie.

La verità? Non abbiamo interlocutori, c’è un falso interesse attorno a questi problemi, che non riescono a diventare “politici” e restano nella dimensione personale. E domani tutto tornerà come prima. Sono sgomenta di fronte alla facilità con cui voltiamo pagina. E poi si dovrebbe raccontare anche della quasi totale assenza di solidarietà femminile in queste circostanze e non solo.
Siamo sempre fermi alla singola storia che spiega e non spiega allo stesso tempo. Non spiega perché si resta confinati nell’esperienza “personale” e non consente di sentire questa come parte di un problema più ampio, complesso e collettivo.

Continua a leggere l’articolo completo su Mammeonline.net:

http://www.mammeonline.net/content/questione-colloqui

 

Nel frattempo è arrivata la notizia di un emendamento alla legge di stabilità, in tema di congedi di paternità obbligatori.. Consiglio questo bel post di Federica Gentile di Ladynomics! Dai sogni spesso nascono grandi e importanti cambiamenti! Passo dopo passo..

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Biologia, percezioni e decisioni

utero47

 

Vi ricordate lo “Sputiamo su Hegel” di Carla Lonzi?

Per Hegel l’uomo è principio attivo e la donna principio passivo (mobilità dello spermatozoo e inerzia dell’ovulo).

Per Simone De Beauvoir “ci troviamo di fronte a un fatto al quale non si può dare né fondamento ontologico, né giustificazione empirica e la cui portata non sembra possibile cogliere a priori” (pag. 38, Il secondo sesso, Il Saggiatore, 1997). Sono immagini che restano alla base della nostra cultura e che inconsciamente restano lì, anche se scientificamente sono state superate, ed è stato dimostrato che il compito di spermatozoi e ovuli è fondamentalmente identico. Essi creano insieme un essere vivente “nel quale ambedue si perdono e si superano”. Le rappresentazioni di Hegel sono alla base di secoli di pensiero in cui il patriarcato ha costruito le sue mura difensive ideologiche e biologiche, tutto a spese delle donne.
Oggi tutti noi conosciamo i meccanismi biologici e fisiologici (almeno approssimativamente, visti i risultati non proprio brillanti di alcune recenti indagini tra i giovani sulla conoscenza del proprio corpo), ma poco ci interroghiamo sugli aspetti più profondi, non ci soffermiamo sulle implicazioni che hanno questi dati sul nostro modo di leggere la vita, nelle relazioni uomo-donna, sulla nostra psiche, sul nostro inconscio.

Premetto che il dato biologico non è e non può essere l’unica chiave di lettura, ma è una componente che va analizzata, come fece a suo tempo Simone de Beauvoir.
Prendiamo in considerazione la mestruazione o meglio il ciclo mestruale. Anzi partiamo dal fatto che dalla pubertà alla menopausa, la donna è “luogo” di una storia che si svolge in lei ma non la riguarda in quanto individuo. The curse (la maledizione), la mestruazione infatti non ha finalità individuali, indirizzate alla donna in quanto individuo, ma a un’ipotesi di vita “altra” rispetto a lei. Ai tempi di Aristotele, si pensava che il sangue mestruale costituisse il bambino in carne e sangue in caso di fecondazione. Come scrive Simone De Beauvoir “la donna abbozza senza tregua il travaglio della gestazione”. Ogni mese, e non solo stagionalmente, creiamo e disfiamo la nostra tela di Penelope. Dentro di noi si compie un ciclo continuo. Nella donna ogni mese si prepara la “culla” destinata a ricevere l’uovo fecondato, le pareti dell’utero si modificano e siccome queste trasformazioni cellulari sono irreversibili, se non c’è fecondazione tutta la struttura non verrà riassorbita, ma ci sarà una “distruzione” della mucosa, una sorta di sfaldamento dell’opera architettonica appena creata. Gli impatti sono di varia natura. Questo ogni 28 giorni. La donna “sperimenta il suo corpo come una cosa opaca, alienata, in preda a una vita ostinata ed estranea che in esso ogni mese fa e disfa una culla”. Si tratta di alienazione allo stato puro, cui non facciamo più caso perché percepiamo il ciclo come un evento naturale e ineluttabile. Se ci pensiamo bene, “la donna, come l’uomo, è il suo corpo, ma il suo corpo è altro da lei”. Come se ci fosse una sorta di dicotomia interna al corpo, che riusciamo a superare solo prendendone atto e lasciando che la natura faccia il suo corso.
L’alienazione da mestruazione se vogliamo si amplifica durante la gravidanza, dove la finalità “altra” raggiunge il suo apice.
Un po’ di sollievo a questo tipo di alienazione da ciclo e a questo essere alla mercé di un dato biologico, ci è arrivato dagli anticoncezionali, che danno regole nuove alle “regole”.

Sicuramente c’è stata una trasformazione dei significati del nostro “fare e disfare dentro”. Comprendete la portata di un anticoncezionale nella vita di una donna? Ci siamo sganciate dal nostro ruolo di incubatrici e di generatrici potenziali a oltranza. Abbiamo affermato il nostro io sul nostro corpo. Gli ormoni continuano a circolare, ma è come se per un tempo, che noi decidiamo, concedessimo al nostro corpo di dare un significato altro di quel fare ormonale.
Un discorso analogo ha il riconoscimento del diritto a un aborto sicuro e legale.
Sono tutti passi che affermano il nostro ruolo attivo.
Purtroppo non per tutte le donne è così, non in tutto il mondo è così: di questo dobbiamo esserne consapevoli.
Qui una storia che vi consiglio di leggere.
Mi viene in mente una cosa. Soggetti come Adinolfi e Ferrara (vista la loro posizione ideologica) potrebbero a breve ideare una raccolta firme per una legge volta a “salvare” tutti gli ovuli che noi donne non trasformiamo uno ad uno in bambini. All’assurdo e alla follia non ci sono limiti.
Di intrusione violenta nella vita delle donne e di obiezione di coscienza parla Furio Colombo (qui), con parole chiare e lucide.

Prossimamente vorrei soffermarmi ad analizzare i motivi per cui l’uomo si concentra sulle questioni riproduttive della donna, volendo impadronirsene e desiderando controllarle quasi come se il corpo della donna, la sua carne gli appartnessero di diritto. Come se il nostro “fare e disfare continuo” fossero suoi.
Mi torna in mente una battuta di padre Pizarro (personaggio creato da Corrado Guzzanti, qui al minuto 4 circa) che dice: “a noi ci interessa la vita dal concepimento alla nascita, già dopo un quarto d’ora non gliene frega più niente a nessuno. Per noi conta solo il feto, dal primo giorno, il parto e prima de morì. In mezzo c’è un grandissimo “chissenefrega”.

Anti-choice hypocrisy

Ecco, al di là delle battute, spesso avviene proprio questo. Noi vorremmo che quel “in mezzo” fosse maggiormente soppesato e considerato come fondamentale (i risultati di una scarsa attenzione all’infanzia si vedono come descrive qui Chiara Saraceno). Perché non considerarlo nei giusti termini può sottintendere che nessuno se ne occupi adeguatamente o che a farlo sia solo e soltanto una donna.

Vi consiglio la lettura di questo inserto pubblicato da Internazionale sul tema dell’aborto, contenente due articoli di Katha Pollitt.

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Figli e donne per la patria

1922 donna

Non voglio parlare solo di bonus bebè, ma è un buon tema dal quale partire per fare qualche riflessione.
Quel che non si comprende è che tutti i bonus hanno un costo sociale enorme, ma nascosto. Sono solo azioni pubblicitarie, che nascondono tagli da tante altre parti. Come molti hanno fatto notare, si tratta solo di operazioni di marketing, con alla base un’ideologia populista che parla alla pancia di una popolazione appiattita sugli annunci fatti al TG. Le donne italiane assuefatte ad essere etichettate come “intellettualmente limitate”, dalle stesse donne, come la Barbara della domenica pomeriggio, alla fine ci credono e se ne convincono. Non siamo questo, ma è quel che resta nell’immaginario.
Ci si mette anche la Lorenzin, dispensando consigli sull’impiego del bonus…
Rispetto all’indignazione e alla mobilitazione di Se non ora quando, oggi non assistiamo a nulla di tutto ciò, tutto è silente. Si ode qualche critica, ma sempre e solo da parte di persone già fortemente coinvolte, attive. Nonostante la lenta, ma inesorabile dispersione di Snoq, ormai spentasi, non c’è stata un’analisi e un lavoro dopo, compatto, critico, concreto, vivo, legato alla realtà. Probabilmente lo abbiamo fatto, ma in piccoli gruppi, le cui voci non si sono propagate.
Non suscita indignazione nemmeno la superficialità con cui si maneggiano le pari opportunità nelle sedi governative.
Se oggi l’ennesimo bonus bebè crea consenso e ha un valore enorme nel sentire comune, dobbiamo chiederci perché. Perché tuttora si accetta tranquillamente che vengano adoperati questi mezzi, con un convinto supporto alla costruzione della famiglia del mulino bianco, con un incitamento per le donne a tornare al ruolo di massaia. Le donne come strumento sostitutivo di welfare, un welfare vivente come mamme, nonne, badanti. Le donne come contenitore della progenie. Le donne a casa perché è meglio così, per il mercato del lavoro, per i datori di lavoro, per semplificare la vita un po’ a tutti. Perché lo stato non si senta chiamato a varare politiche strutturali serie per rendere la vita delle donne “tutte” un po’ più sana e meno strumentale a qualcos’altro o a qualcuno. Chiediamoci veramente perché per molte donne diventa più conveniente stare a casa. Malpagate, precarie, sfruttate, costrette a fare lo slalom tra casa e lavoro, senza orari o diritti, zero prospettive di carriera se malauguratamente scegli di far figli, il dover vivere un quotidiano senso di colpa, doversi sempre giustificare con capo e colleghi/e per il tuo essere donna, con tutto ciò che ne consegue. Non ne parliamo se ti ammali o si ammala un familiare! Quindi, anche noi, cerchiamo di smontare i fronti contrapposti casalinghe/lavoratrici. Cerchiamo di lavorare senza barriere o pregiudizi.
Quel che mi irrita maggiormente di questo ennesimo bonus, è il solito automatismo che lega i figli ai soldi. Come se fosse una questione unicamente pecuniaria. Mi sembra sempre che ci sia una precisa volontà di ignorare cosa significa essere genitori. Non è semplicemente il piatto di pasta. Questo poteva bastare negli anni ’40-’50. Ma le prospettive di un genitore non devono fermarsi a questo. Così come occorre guardare oltre la richiesta di più asili nido. Come ho più volte scritto, non è la soluzione. Aiuta certo, ma un figlio non è un pacco da parcheggiare da qualche parte, che siano i nonni, il nido o una baby sitter.
Dovremmo allargare lo sguardo e parlare di tutte le donne, qualunque sia la loro scelta di vita.
Perché non parliamo di tempi flessibili per le donne?
Perché non parliamo di pari trattamento, per dire no alle discriminazioni sul lavoro, no alle dimissioni in bianco e tanto altro.. Se vogliamo veramente aiutare le donne.
La precarizzazione dei contratti di lavoro, incentivata dalle ultime riforme, penalizza fortemente le donne.
Qualcuno dei legislatori ha mai provato a cambiare lavoro continuamente? Località, mansione, tipologia? Ha mai fatto la “trottola”, con un figlio piccolo e nessun aiuto, o con un familiare malato, con servizi sociali semi-inesistenti? La stabilità lavorativa aiuta anche a gestire più serenamente le difficoltà familiari quotidiane. Per non parlare poi del clima familiare.
Intanto iniziamo a fissare parità di salario uomo-donna. Perché noi donne non siamo necessariamente tutte incubatrici dei futuri figli della patria. Il resto vien da sé.. Ognuna avrebbe modo di scegliere in base alle sue esigenze e non sarebbe vincolata a una norma ad hoc, il bonus, subordinata a una scelta precisa, la maternità.
Questi sono aspetti molto concreti, ma su cui spesso ci si divide e ci si schiera. Quando sarebbe preferibile stare unite. Questa tendenza a legiferare per il particolare e non per l’universale, crea automaticamente delle discriminazioni. La legge targettizzata è un fondamentale mezzo di propaganda, utile a raccogliere consensi, ma che crea grossi problemi e trattamenti privilegiati assurdi. Si sprecano risorse importanti, ma solo per riuscire a mantenere il consenso e il potere. Non ci sono progetti a lungo termine, perché quel che importa è il risultato oggi.
Ma allora perché sembra che alla maggior parte delle persone vada bene questo tipo di soluzione parziale delle questioni?
Non a tutti sta bene così, ci si interroga, ma sembra unicamente un parlare a vuoto. Perché?
Questa difficoltà di incidere nella realtà e di unirci per un cambiamento radicale, merita una riflessione.
Elena, rispondendo a un post che avevo pubblicato su Facebook, mi ha dato lo spunto per farlo.
C’è da registrare una profonda divisione, distanza tra i luoghi del femminismo, come anche del mondo ambientalista, rispetto ai luoghi decisionali reali o della vita quotidiana. I rischi sono di compiere analisi di analisi, che servono solo a un circolo chiuso. Il distacco non è un dato odierno, ma credo congenito. Consideriamo la libertà e l’emancipazione delle donne. Per molte sono sufficienti queste semplici enunciazioni, tradotte in un qualche diritto socio-politico sbriciolato e pronto all’uso. Mordi e fuggi, divori e poi passi ad altro, alla successiva urgenza, al successivo bisogno. Assente è la consapevolezza di come si arriva a quel diritto o libertà, che comporta una consapevolezza di sé e una presa di coscienza che certi punti di arrivo presuppongono una assunzione di responsabilità in prima persona. Quindi come colmare il buco? Come trovare un linguaggio che includa anche altri ambiti, se vogliamo meno elitari e chiusi, come costruire nuovi luoghi reali di azione? Ahimè è un vero arcano. Innanzitutto è un problema legato allo stare in gruppo, alle sue dinamiche e al naturale istinto verticistico, gerarchico, laddove ci sono forti resistenze a lasciare spazi ad altri/e. Aprire la finestra e ricambiare l’aria è molto complicato. Implica una messa in discussione del proprio ruolo, per molt* è difficile mettersi a disposizione, rinunciando alla propria figura. I personalismi sono una brutta piaga. Di solito sono le stesse persone affette da queste manie egocentriche ad accusare gli altri appartenenti al gruppo di scarsa democrazia interna. Il passaggio verso la realtà è pieno di ostacoli. Non è detto che aprendo spazi di azione nel proprio quotidiano/territorio si ottengano risultati apprezzabili, si rischia di rimanere comunque confinati a relazioni asfittiche e autoreferenziali. Qualche giorno fa annotavo la prassi “dell’armiamoci e parti”, che in un gruppo è devastante, perché viene meno il “fare insieme”. “Coagulare l’impegno” (uso l’espressione di Elena), per raggiungere obiettivi concreti, è veramente difficile, perché ognuno tira l’acqua al proprio mulino, oppure ti risponde che non ha tempo ed energie. Alla fine ognuno pensa a sé. Tutto finisce quando trovi il tuo posticino al sole e vieni assorbito dal flusso consueto, ordinario.
I miei tentativi di allargare, approfondire il confronto, progettare sono spesso fallimentari o mi lasciano un po’ di sconforto, ma non per questo mollo. Ma è anche e soprattutto una questione di autorevolezza, o meglio di “corsie referenziali” privilegiate. Nessuno ti ascolta seriamente se non hai un titolo, una posizione sociale e professionale dalla quale parlare. Per questo credo che i discorsi restino chiusi, in cerchie elitarie autoreferenziali. Si dà la parola solo a coloro che sono già a qualche titolo nel giro di quelli che contano. Anche se parlano di aria fritta, quella viene percepita come aria di montagna, pura e alta. Se solo riuscissimo a scendere un po’ sulla terra e lasciassimo un po’ di spazio ai non “referenziati”, giusto quel tanto che basta per un ricambio d’aria? Non è solo una questione di ricambio generazionale, perché il morbo è trasversale alle generazioni. Dovremmo aprire, coinvolgere e rischiare anche qualche critica. Perché, a volte ho l’impressione che i “guru” della situazione abbiamo paura dell’allargamento per non rischiare critiche e non perdere la vista dall’alto tanto faticosamente conquistata.
Spesso il fallimento dipende dal fatto che non tutti gli attori sono realmente coinvolti al 100%. Non ci si crede realmente, spesso la partecipazione non va oltre a quello che si farebbe in un club di bridge. Ma non per questo si demorde. Si cerca di far girare le idee, di fare piccoli passi per una maturazione culturale propedeutica a un futuro cambiamento, che non può prescindere dalle variabili economiche, produttive e istituzionali. Sempre che tutto non si perda e non si dissolva strada facendo. Per questo sono cruciali le convinzioni personali, altrimenti si fa moda e suppellettili di analisi e parole. Penso che scrivere (lo so, spesso sembrano parole al vento) possa servire a far passare le idee tra le persone e tra le generazioni. Ma presuppone l’esistenza di un percorso personale, un partire da sé. Se non scatta quella scintilla, le parole ti passeranno attraverso, senza lasciare traccia. Non è una missione donchisciottesca, se ci crediamo sino in fondo. Il cambiamento nella realtà passa attraverso il cambiamento di mentalità, delle idee e della cultura, quelle che girano e non restano chiuse nei “salotti buoni” asfittici.
Dobbiamo spingere per portare il dibattito fuori, far girare le idee là fuori. Non per leggerci o parlarci tra noi. Dobbiamo osare il femminismo, viverlo e diffonderlo. Sovvertendo le regole della veicolazione del pensiero e delle pratiche. Questo significa includere nei nostri dibattiti anche fattori economici e che fanno capo al sistema capitalistico. Altrimenti è tutto inutile, se non si parla di crisi del patriarcato, delle forme classiche del capitalismo e del modello culturale occidentale.

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Le donne e la Resistenza

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In vista del 25 aprile, riprendo questo bellissimo e prezioso articolo di Laura Coci, membro del direttivo provinciale ANPI Lodi.

IL RUOLO DELLE DONNE NELLA STORIA
GUERRA ALLA GUERRA: LE DONNE NELLA RESISTENZA ITALIANA

Le donne della Resistenza per la pace. Il tema rimanda alla scelta delle donne.

Io non credo nel determinismo biologico, non credo che le donne siano dalla parte della pace per natura, semplicemente in quanto donne, ma che lo siano in quanto donne democratiche.

Le donne sono dalla parte della pace (e della storia) per scelta, una scelta che riguarda donne e uomini, nell’Italia del 1943, una scelta determinante non solo per il presente, ma anche, soprattutto, per il futuro, per chi, incolpevole, subirà non le intenzioni, ma gli effetti delle azioni compiute.

“Allora c’è la storia – scrive Italo Calvino nel Sentiero dei nidi di ragno – C’è che noi, la storia, siamo dalla parte del riscatto, loro dall’altra. Da noi, niente va perduto, nessun gesto, nessuno sparo, pur uguale al loro, m’intendi? uguale al loro, va perduto, tutto servirà se non a liberare noi a liberare i nostri figli, a costruire un’umanità senza più rabbia, serena, in cui si possa non essere cattivi. L’altra è la parte dei gesti perduti, degli inutili furori, perduti e inutili anche se vincessero, perché non fanno storia, non servono a liberare ma a ripetere e perpetuare quel furore e quell’odio, finché dopo oltre venti o cento o mille anni si tornerebbe così, noi e loro, a combattere con lo stesso odio anonimo negli occhi e pur sempre, forse senza saperlo, noi per redimercene, loro per restarne schiavi”.

La scelta per la storia, per “un’umanità senza più rabbia, serena, in cui si possa non essere cattivi”, è la scelta per la pace.

La guerra delle donne inizia l’8 settembre del ‘43: non è guerra di aggressione (o umanitaria, o preventiva) ma di resistenza, resistenza civile e resistenza partigiana, senza armi e con le armi. Parlerò di entrambe.

Non che prima le donne non conoscessero la guerra: dal ‘40, da oltre tre anni, conoscono fame e stenti, dolore e lutti. Per le donne ebree, poi, la guerra è iniziata ancora prima, nel ‘38, con le leggi razziali.

“Speravo che malgrado tutto le cose sarebbero andate bene, che la guerra sarebbe finita presto […] che, dissipato l’incubo, la vita avrebbe ripreso un ritmo di pace” scrive Giuliana Gadola Beltrami: è l’illusione seguita al 25 luglio, alla caduta del fascismo, è soprattutto la speranza e l’attesa della fine della guerra, e della pace, che si coniuga a “una volontà di lavorare, di far qualcosa, qualunque cosa, meglio che mai”.

L’8 settembre, rifiutando la legalità fascista in nome di ben altra idea di legittimità (perché è immorale far pagare alle popolazioni prezzi così alti in termini di rischi e sofferenze) le donne danno vita a una grandissima operazione di salvataggio, il salvataggio dei soldati italiani sbandati. Quanto vale la vita di un ufficiale, di un soldato, in divisa grigia? Ecco, allora, che le donne svestono e rivestono i giovani uomini di ritorno dai fronti, occultano divise militari e reperiscono, confezionano, fanno indossare abiti civili ai “ragazzi”, figli reali e simbolici, figli che non si fanno per darli al fascismo, per mandarli a morire in guerra

“Ricordo che la mamma diede abiti civili a un soldato inglese: lo aiutò perché pensava che come faceva lei, così altre avrebbero forse aiutato i suoi figli” racconta Giovanna Patrini.

Le donne portano a compimento una gigantesca opera di travestimento, maternale, che esalta il loro ruolo di madri, che curano e consolano (così è, per esempio, per “Mamma Agnese”, la protagonista dell’Agnese va a morire di Renata Viganò). Ed è una maternità collettiva, portatrice di pace, di cui gli uomini sono ben consapevoli: “Le donne pareva che volessero coprirci con le sottane: qualcuna più o meno ci provò” scrive Luigi Meneghello nei Piccoli maestri.

Da subito la Resistenza delle donne si articola nelle due modalità, senza armi e con le armi. Scrive Anna Bravo che “è resistenza civile quando si tenta di impedire la distruzione di cose e beni ritenuti essenziali per il dopo, o ci si sforza di contenere la violenza intercedendo presso i tedeschi, ammonendo i resistenti perché Non bisogna ridursi come loro, quando si dà assistenza in varie forme a partigiani, militanti in clandestinità, popolazioni, o si agisce per isolare moralmente il nemico; quando si sciopera per la pace o si rallenta la produzione per ostacolare lo sfruttamento delle risorse nazionali da parte dell’occupante; quando ci si fa carico del destino di estranei e sconosciuti, sfamando, proteggendo, nascondendo qualcuna delle innumerevoli vite messe a rischio dalla guerra”.

Privilegiando questa lettura (Resistenza civile e Resistenza armata), le donne contribuiscono alla Liberazione in numero elevato. Certo – come sappiamo – le donne scompaiono quando nella lingua italiana si declina al maschile: e già negli scioperi del marzo ‘43, dietro al termine “operai” arrestati e condannati si scopre che ci sono, anche in maggioranza, donne.

Ne sono consapevoli i Gruppi di difesa della donna, che non mancano di rivendicare la titolarità delle azioni e la presenza pubblica delle donne, che non sono soltanto mogli, madri, sorelle di partigiani: sono le prime a scendere in piazza, sono quelle che urlano più forte: per l’aumento del salario, per il ritorno dei figli dal fronte, per dire basta guerra. Le parole d’ordine dei grandi scioperi di cui abbiamo ricordato da pochi giorni il cinquantennale sono pace, pane, libertà. Pace, prima di tutto, come condizione necessaria a instaurare benessere e democrazia.

Se gli uomini danno vita a due eserciti, uno in parte volontario, l’altro frutto della più grande diserzione di massa, altrettanto fanno le donne. Le donne non hanno il problema di sfuggire all’arruolamento forzato di Salò: tanto le partigiane quanto le ausiliarie compiono una scelta incondizionata, “gratuita”: le une per “un’umanità senza più rabbia, serena, in cui si possa non essere cattivi”, le altre per “ripetere e perpetuare quel furore e quell’odio”. Le donne della Resistenza per la pace, le donne di Salò per le città in macerie, le macellerie coloniali, i campi di sterminio.

Vi è grande consapevolezza nella scelta, anche se talvolta essa appare dissimulata nella casualità, nella noncuranza. L’8 settembre, a Roma, alla madre che le chiede “Ma che ci va a fare una donna?”, Carla Capponi risponde che “Donne e uomini sono tutti utili”.

Per le donne la scelta delle armi è sempre dolorosa (alcune non la compiono), ma talvolta ineludibile. Il rapporto con le armi passa attraverso un sentimento di rivolta: è quel quando è troppo è troppo che leggiamo in più di una memoria, è l’ingiustizia divenuta intollerabile, è l’urgenza di porre fine al fascismo e alla guerra.

Utilizzando le armi, le donne invadono il ruolo maschile (perché le armi sono pensate dagli uomini per gli uomini), ma non ne fanno un oggetto di presunzione, bensì di estrema necessità, in una contingenza storica eccezionale. “Non mi è mai piaciuto vedere gli altri cadere, anche se erano il nemico”, scrive Laura Perseghettini, e “Non è per odio per nessuno che si deve fare”, dice Filippo Beltrami a Giuliana, che nell’immaginario popolare diviene leggendaria quanto il marito: “con una raffica di mitra la Signora ha ucciso sei tedeschi” sente dire di sé, in treno, dopo la morte di lui.

La contingenza storica è eccezionale: non è in gioco la sensatezza e la necessità dell’uso delle armi e neppure stupisce il contributo di donne in armi.

Con alcuni distinguo: l’assenza di odio, per esempio, che è un tratto importantissimo, così come la partecipazione al dolore delle vittime incolpevoli.

Nell’agosto del ‘43 Carla Capponi incontra un giovane soldato nazista a Ostia: lui le mostra le foto di famiglia e tra queste la propria foto in posa con un partigiano russo impiccato: lei ricorderà sempre la sensazione di orrore che fa “soffrire indicibilmente”, alla quale si aggiungono altri ricordi intollerabili, come quello del rastrellamento degli ebrei del ghetto romano, nell’ottobre

“Fu alla stazione Tiburtina che il diciassette alle cinque del pomeriggio, partirono diciotto vagoni piombati dentro ai quali era anche una bimba, nata durante la notte… Pensare a quella madre giovanissima con la sua piccola creatura nuda, nel lungo viaggio verso le camere a gas, divenne per me un assillo che mi tormentò ogni qualvolta dovevo intraprendere un’azione contro gli aguzzini tedeschi e i loro alleati fascisti”; o la memoria di Teresa Gullace, la donna romana uccisa davanti alla caserma di viale Giulio Cesare, dove si trovava il marito in attesa della deportazione, che ha ispirato il memorabile personaggio di Nina in Roma città aperta; o ancora il ricordo delle dieci donne dei quartieri Ostiense, Portuense e Garbatella abbattute “come si ammazzano le bestie al mattatoio” perché avevano preso pane e farina da un forno, per sfamare i figli.

Ebbene, a che pensa Carla Capponi (che è, evidentemente, una partigiana in armi esemplare) prima dell’attentato di via Rasella? “Avevo bisogno di ritrovare tutte le ragioni che mi portavano a compiere quell’attacco… Malgrado questi pensieri il mio animo era distante, e nel pensare a quei soldati non riuscivo a provare odio… Mi tornava alla mente la disperata difesa della donna ebrea a cui avevano saccheggiato il negozio e che avrebbero ucciso; mi sentivo parte di quella tragedia come se avessi vissuto in prima persona lo sterminio. Per tutti coloro che avevano sofferto ed erano morti ingiustamente, che erano ingiustamente perseguitati, per loro dovevo battermi”. Usare le armi, sì, ma per porre fine alla guerra, per avere finalmente la pace.

Altro distinguo forte e significativo è la pietas: Ada Gobetti cerca il turbamento sul viso del figlio davanti alla morte del nemico (guai, se non ci fosse) e Vitalina Lassandro, a proposito delle uccisioni, afferma che “non avere disgusto di queste cose significherebbe non avere sensibilità neanche per il bene”.

La Resistenza delle donne si declina, dunque, sia senza armi sia con le armi: due modalità che non sono separabili, che sono concepite all’interno di una scelta comune, che rendono ragione – tra l’altro – della vittoria della Resistenza. Due modalità che hanno per unico fine la libertà e la pace.

Dopo la guerra le donne hanno mantenuto la memoria, molti uomini, invece, sono ammutoliti (“Mio nonno taceva e piangeva, mia nonna parlava e raccontava”, quasi fossero Francesca e Paolo, scrive la giovane Emilia Rancati): l’indicibile, spesso, è stato detto dalle donne.

Non è casuale che siano le donne dell’ANPI a chiedere pace in questo 8 marzo: chi ha conosciuto la guerra teme troppo il suo ripetersi, non soltanto per sé, ma per gli altri uomini e donne.

L’8 marzo del ‘45, nell’Italia occupata, i Gruppi di difesa della donna rivendicavano il diritto non alla festa della donna, ma alla Giornata internazionale delle donne, che era celebrata in tutti i paesi liberi, e che invece nella parte d’Italia oppressa dall’occupante nazifascista era commemorata ancora illegalmente (l’interruzione durava, di fatto, dal primo dopoguerra, per la lunga frattura del fascismo): sapremo però ugualmente, come abbiamo dimostrato in molte altre occasioni, affermare la nostra volontà di farla finita con la guerra, dichiaravano le donne nel volantino distribuito clandestinamente quel giorno.

Che sia di buon augurio, e che a noi pure, figlie di quelle madri simboliche, vostre figlie, sia dato di farla finita con la guerra, di affermare le ragioni della pace.

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