Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Per agganciare il mondo attorno

Baby gang - Admiralengracht, Amsterdam, 1932

Baby gang – Admiralengracht, Amsterdam, 1932

Loredana Lipperini qui ha espresso e riassunto perfettamente le sensazioni che ho avuto anche io dopo aver letto il raffazzonato articolo sul Fatto.
Fesserie appunto, come dice Lipperini. Come se fosse possibile spartire di qua o di là già dai primi anni, come se si potesse scrivere generalizzando su questi delicatissimi temi. Siamo noi adulti ad essere ossessionati dall’inscatolamento compulsivo dei bambini.
Mi son venute in mente alcune riflessioni in merito. Sia perché sull’argomento mi ero già espressa (qui, qui e qui), sia perché da bambina io non distinguevo il genere dei giocattoli, questo gli adulti devono metterselo in testa. Sono dettagli che notano solo i grandi, ma che per i bambini non esistono, perché per loro esiste un gioco bello o brutto, basta, senza troppi perché o sovrastrutture. Sono particolari che servono solo agli adulti per incasellare meglio i più piccoli e per renderli dei perfetti futuri consumatori. Sono meccanismi innescati da coloro che devono vendere e pubblicizzare un prodotto, in questo caso un giocattolo. Sono strategie di cui noi adulti, noi genitori ci rendiamo complici, spesso inconsapevoli. Personalmente penso che la faccenda dei colori e dei giocattoli di genere esista solo nelle menti monolitiche dei grandi. Vi ho già raccontato quando mi hanno fatto notare questa “divisione”: all’asilo, avrò avuto 4 anni, non potevo giocare con macchinine e soldatini/indiani, la maestra li aveva messi in scatoloni ben “segregati” e destinati ai maschietti. Ci rimasi male, ma non fu per me un freno. Anzi! Ricordo che mi piaceva giocare con i miei cuginetti a He-Man, con il veliero dei pirati della Playmobil (mio sogno mai esaudito), a calcio, anche se ero una schiappa. Ho iniziato a giocare con le Barbie a 7/8 anni. Ma sapete il motivo reale del gioco qual’è, la molla che ti porta a scegliere un determinato giocattolo? Per stare insieme, per giocare insieme e divertirsi insieme agli altri. Iniziai a giocare con le Barbie per stare insieme alle mie compagne, perché quello era uno dei mezzi attraverso cui fare gruppo, era solo un elemento per ritrovarsi e giocare insieme. Ma era solo uno dei tanti modi per stare insieme: la campana, saltare l’elastico, giocare a palla, a nascondino, giocare a impersonare un personaggio dei cartoni. Non importa il gioco, ma lo stare insieme, che forse con il tempo ci siamo dimenticati. Il giocattolo non vale per se stesso, per le abilità che può farti sviluppare, ma perché è un gancio per interagire con gli altri e con il mondo che ti circonda. Il giocattolo non è e non deve rimanere qualcosa di fine a se stesso. Mi fa tristezza se ce lo siamo dimenticati, se ci dobbiamo arrovellare sul “fabbricare” gli uomini e le donne del futuro, sulle basi delle nostre aspettative. I bambini cambiano velocemente e più volte nel corso dell’infanzia, andrebbero semplicemente lasciati liberi. I bambini giocano anche con molto poco, si fabbricano i giochi da soli (sullo stile dello “scatolone fabbricone” dell’Albero Azzurro): su questa loro capacità dovremmo investire. Siamo noi adulti che forse li riempiamo di troppi oggetti e sollecitazioni, perché a volte non abbiamo tempo da investire su di loro. Basta un po’ di cartoncino (a mia figlia ho comprato gli album Taglia e Incolla), disegnarci su qualche personaggio e qualche oggetto, ritagliare il tutto e inventarsi una storia. Per tutto questo basta un po’ di fantasia (ne basta un briciolo, non vi immaginate che io sappia disegnare capolavori o inventare favole straordinarie) e tanto tanto amore!
Non accaniamoci a costruire futuri ingegneri o architetti, medici o scienziati. Questo serve solo ad alimentare il nostro ego di adulti e di genitori, per esibire il “fenomeno” con gli altri. Sarà tutto tempo perso, ma non per noi, bensì per i nostri bambini. Rammentate sempre l’ottica!

P.s. E’ una vera goduria poter tornare a colorare gli album e a pasticciare con colla e forbici!

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La broda culturale che alimenta la violenza

Liza Donnelly

Liza Donnelly

E la legittima, aggiungerei. Proseguo il mio lavoro di ricostruzione delle fondamenta della violenza. Sapete perché non si risolve mai nulla? Perché siamo pigri, indolenti, indifferenti, non leggiamo, non cerchiamo di farci un’idea personale di ciò che accade, non ci poniamo domande, né cerchiamo risposte che non siano qualcosa di rimasticato già da altri. Si aspetta passivamente che gli eventi facciano il loro corso, che le nostre idee si formino nell’ombra di una lezione impartitaci da altri. Siamo incapaci o disabituati a leggere il nostro contesto e ciò che ci viene inculcato. Questo vale a maggior ragione per il capitolo della violenza. Non sto parlando solo di violenza sulle donne. Spesso i messaggi dei media sono fuorvianti, creano un clima irreale e inquietante che deforma la realtà. Questa indagine lo dimostra. La percezione può essere manipolata. Per cui, tornando al tema della violenza di genere, dobbiamo accendere la nostra lampadina interiore e cercare di analizzare la cultura che la crea e la sostiene nelle relazioni interpersonali, al lavoro, nelle istituzioni, in ambito legislativo, nella morale, nelle riflessioni ad opera dei media. Il corpo femminile viene adoperato sempre più spesso come strumento di marketing, per vendere qualcosa, oppure per essere reso esso stesso merce in vendita. Ce ne siamo accorti, ci sono molte donne e preziosi blog in materia, ma quel che manca, a mio avviso, è una riflessione collettiva, allargata a tutta la società civile. I messaggi proposti da una pubblicità o da un programma televisivo possono forgiare la percezione individuale e diventano modelli adoperati nel nostro agire all’interno della società. Le donne vengono sessualizzate in modo quantitativamente e qualitativamente diverso da quanto viene fatto per gli uomini. Questo accade sin dalle fasi più precoci della vita (qui un post interessante). Le storie e le individualità delle donne scompaiono per lasciare spazio a simulacri umani (o sarebbe meglio deumanizzati), oggetti tra gli altri oggetti di consumo, consumabili, scambiabili, sostituibili. Tutto ciò comporta gravi ripercussioni nel sentire personale e sociale. In primis, la stessa donna si sente oggetto, interiorizza un messaggio, valuta se stessa solo in riferimento al suo aspetto fisico, unico strumento storicamente concesso alle donne per esercitare potere in un contesto patriarcale (ne parlava anche Simone De Beauvoir). Oggi è ancor più grave, perché pur essendoci alternative (il femminismo ci ha aiutate a scoprire le altre strade percorribili), si corre il rischio di seguire il mono-pensiero, di investire energie in un’unica direzione, la cura del corpo, come involucro. Questo a sua volta può portare ad altri disturbi: depressione, senso di inadeguatezza, riduzione della fiducia in sé, mancanza di aspirazioni personali, non ci permette di concentrarci su altro, può dare origine a disordini alimentari e a problemi sessuali. In pratica ci porta su una strada che ci fa perdere delle occasioni preziose. Ci fa vivere in una irrealtà amorfa, poco vitale, poco creativa, ingabbiata in ruoli stabiliti da altri per noi. Non ci permette di pensare che possiamo contribuire allo sviluppo della società, delle istituzioni. Ci rende soggetti passivi. Questo meccanismo di oggettivazione della donna è chiaramente funzionale alla legittimazione di una figura femminile con poche doti intellettive, di competenza, di empatia, di moralità, fino ad arrivare alla donna opportunista, arrivista, che sfrutta l’uomo (attraverso l’uso dell’avvenenza fisica, come molti uomini lamentano) per raggiungere i suoi fini. In questo turbinio, non si fa che riproporre gli stereotipi di genere, alla base di una mentalità maschile che legittima la violenza su questi corpi privi di anima. I media solitamente appiattiscono la rappresentazione, sovraesponendo alcuni fenomeni e costumi e tralasciandone altri: in questo modo si avrà un quadro semplificato delle forme in cui si può esplicitare un individuo. Coloro che non sono in grado di verificare e di accorgersi di questa riduzione scenica, assorbono come realtà assoluta questi modelli, pregiudizi compresi. Le donne, quando compaiono, lo fanno in ruoli stereotipati, circoscritti e subordinati, salvo rari casi, che vengono letti e incasellati come “donne più simili all’uomo”, maschio che diventa il sommo grado e parametro di perfezione umana a cui aspirare. Mi vengono in mente Filippa Lagerback e Lilli Gruber. La prima è un chiaro esempio, suo malgrado, di elemento decorativo, docile e sorridente, opaca nelle emozioni e nelle capacità, mansueta e addomesticata. Mi dispiace e a volte le vorrei urlare di ribellarsi. A volte, specie nei talk, si invita una donna per dare un simulacro illusorio di ascesa sociale, per dire “guardate come siamo magnanimi”. Possibilmente questa donna non deve creare problemi, ma essere fedele. Questo accade da un bel po’. Il PD ha introdotto la moda delle vestali, mutuate e clonate da un prototipo femminile di era berlusconiana. E mi fermo qui che è meglio. Spesso queste donne fedeli replicano modelli maschili e strumenti maschili per infangare avversari e interlocutori scomodi. Non emergono, salvo rari casi, figure degne di nota, se emergessero sarebbe un pericolo per lo stato di cose esistenti, nelle mani degli uomini. Far eleggere una donna significa voler comunicare di essere magnanimi, aperti mentalmente, paternalisticamente disponibili all’apertura a quelle bestioline mansuete. Ma guai a mutare i veri equilibri di forze. Vi propongo un pezzo tratto dal libro di Chiara Volpato (pag. 125), che cita Lorella Zanardo (2012):

“Quando i media parlano di una donna, raramente prescindono da descrizioni fisiche, anche se superflue rispetto al tema trattato. Bellezza ed età diventano le dimensioni centrali del giudizio, in una sorta di condensazione della vita in pochi anni: le bambine sono rese adulte prima del tempo, mentre le donne hanno l’obbligo di restare giovani in eterno, bloccate in un’impossibile fissità, come se non fosse loro accettabile mostrare lo scorrere dell’esistenza, in una traduzione del giudizio estetico in giudizio morale”.

Punti toccati anche da Loredana Lipperini nel suo Non è un paese per vecchie. Chiara Volpato (Psicosociologia del maschilismo, pag. 125) si sofferma ad analizzare come le inquadrature nei programmi televisivi tendono a discriminare, soffermandosi sui volti maschili e sui corpi femminili, operando quello che è stato denominato face-ism (Archer et al. 1983; Copeland 1989). Soffermarsi sul volto maschile, significa sottolineare le sue qualità intellettuali (confermando lo stereotipo uomo-cultura), mentre il corpo della donna viene in questo modo “ricondotto” alle qualità fisiche ed emotive (riaffermando il rapporto donna-natura). Si comprende che questo modo di rappresentare e di auto-rappresentarsi (perché spesso è un qualcosa che viene inconsapevolmente interiorizzato) è foriero di un permanere in situazioni di oggettivazione della donna. Guardiamo all’immagine della donna come viene rappresentata nei videogame, nelle App per Android o Apple: abiti succinti e corpi sproporzionati, anche nella raffigurazione in stile “manga” nei giochi per bambini. Lo stesso avviene nei video di alcuni generi musicali. C’è veramente di tutto, ma quando queste immagini arrivano ai ragazzini che si stanno facendo un’idea di cosa significa essere donna o uomo, capite che ci potrebbero essere delle distorsioni delle percezioni di grave entità. Un po’ come fece mesi or sono B. B. (Beatrice Borromeo) nella sua pseudo inchiesta sulle teens, che intervistando una manciata di ragazze pretendeva di includere un’intera generazione.

A proposito della giornata del 25 novembre e delle iniziative che vengono organizzate in tale occasione, una politica leghista ha affermato che con questo tipo di eventi “ci violentiamo da sole”, in pratica facciamo le vittime e ci facciamo del male da sole. Il suo consiglio suona più o meno così: meglio non parlare di violenza di genere. Il nuovo motto? TACI E STAI BUONA!

Vi segnalo questo convegno: “E’ possibile informare sulla realtà della violenza contro le donne con parole differenti da quelle che solitamente leggiamo sulla stampa, ascoltiamo nei telegiornali o nei programmi dedicati al problema?”

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Il colore rosa

LIBELLULA

Abbiamo veramente bisogno di sbarazzarci di un colore, di un simbolo per sentirci emancipate e per esserlo davvero?

Ho letto un post di Loredana Lipperini e mi si è accesa la miccia. Personalmente non vedo di buon occhio tutte quelle etichette di sessismo apposte ai giocattoli per bambine, come mini lavatrici, mocio, aspirapolvere e ferri da stiro. Non li guardo come se fossero una minaccia. Ne avevo già parlato qui. I simboli sono importanti e non vanno sottovalutati, ma non dobbiamo nemmeno permettere di farci manipolare. Non ci sono scorciatoie o soluzioni infallibili per costruire una società egualitaria e paritaria. I cambiamenti culturali hanno bisogno di tempo, ed è questo il punto centrale. Quel che mi auguro è che ogni bambina, ragazza o donna sia libera di scegliere come essere, perché noi siamo una, nessuna e centomila. Potrò cambiare molte volte nel corso della stessa giornata, a seconda delle circostanze, dell’ambiente e dei contesti sociali. Il mio essere donna avrà tutte le sfumature dell’arcobaleno, comprese quelle del rosa. Questo non mi cambierà nella mia essenza, non sbiadirà ciò che sono e voglio essere, non sminuirà la mia personalità e il mio io. Lo stesso ragionamento vale per tutte le piccole donne del futuro.

Dobbiamo chiedere di essere libere di scegliere con cosa giocare, cosa leggere, cosa indossare, cosa dire, cosa esprimere. Un colore non sarà il nostro limite, ma una delle nostre sfumature. Perché dobbiamo giocare tutto sulle sfumature e sul nostro saper essere molteplici. Sono le nostre peculiarità che ci permetteranno di incidere sulla realtà. Questo dobbiamo trasmettere alle prossime generazioni, perché non sia più una diatriba sul colore o un altro tipo di stereotipo a rinchiuderci in un ghetto di genere.

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I danni dell’oblio

Parto dallo splendido ma dolorosissimo articolo di Barbara Spinelli uscito oggi su Repubblica.

Mentre noi ci perdiamo sul fondo del secondo governo in meno di un anno, abbiamo perso di vista il resto e con questa amnesia abbiamo rimosso anche cosa ha rappresentato in passato (ed oggi) il neoministro dell’economia Padoan, che il 29 aprile 2013 al Wall Street Journal, quando era vice segretario generale dell’Ocse si sperticava nell’elogio delle politiche di austerity: “Il dolore sta producendo risultati”. Se lo paragoniamo ai dati diffusi dal Lancet e da Emergency sulla distruzione della sanità greca, causata da anni di torchio da parte della Troika, ci sembra assurdo che ci siamo imbarcati una personalità simile in seno al nostro nuovo governo. Per cosa è arrivato lì? Per controllare ed appurare che anche da noi sia possibile tenere sotto controllo la situazione, adoperando qualsiasi mezzo?

Riprendo uno stralcio dell’articolo:

“La smisurata contrazione dei redditi e i tagli ai servizi pubblici hanno squassato la salute dei cittadini greci, incrementando il numero di morti specialmente tra i bambini, tra gli anziani, nelle zone rurali. Nella provincia di Acaia, il 70 per cento degli abitanti non ha soldi per comprare le medicine prescritte. Emergency denuncia la catastrofe dal giugno 2012. Numerose le famiglie che vivono senza luce e acqua: perché o mangi, o paghi le bollette. Nel cuore d’Europa e della sua cultura, s’aggira la morte e la chiamano dolore produttivo”.

Un pugnale che affonda nelle nostre membra e che purtroppo resta nell’ombra. Si preferisce non parlarne. Le teorie di cui è stata resa cavia da esperimento la Grecia sono una sorta di applicazione delle leggi di selezione naturale dei popoli, laddove solo i più forti, o meglio, i più fortunati sopravvivono. E sono i bambini e gli anziani, vi prego di guardare le cifre e non solo (qui). Non riesco a intravedere altro, se non una volontà di prendere la Grecia come emblema sacrificale. Il risanamento dei bilanci come prassi per plasmare ed educare i popoli. Cosa può giustificare un comportamento tanto disumano? Nulla. E se restiamo in silenzio, ne siamo complici.

Dal rapporto di Lancet, Italia e Spagna non sarebbero lontani dall’inferno greco.

“Alexander Kentikelenis, sociologo dell’università di Cambridge che con cinque esperti scrive per la rivista il rapporto più duro, spiega come il negazionismo sia diffuso, e non esiti a screditare le più serie ricerche scientifiche (un po’ come avviene per il clima). L’unica istituzione che si salva è il Centro europeo di prevenzione e controllo delle malattie, operativo dal 2005 a Stoccolma”.

Siamo lontani dalle origini dell’UE, dagli ideali che l’hanno alimentata. Come osserva Barbara Spinelli, stiamo applicando lo stesso trattamento che venne inflitto alla Germania nel primo dopoguerra. Sappiamo anche come andò a finire.

Vi suggerisco di leggere la lettera dell’economista greco Yanis Varoufakis (ringrazio Loredana Lipperini per la lettera e la poesia che segue).

Una poesia di Titos Patrikios

Non ci aspettavamo che accadesse di nuovo
eppure è di nuovo nero come la pece il cielo,
partorisce mostri di oscurità la notte,
spauracchi del sonno e della veglia
ostruiscono il passaggio, minacciano, chiedono riscatti.
Non temere Lestrigoni e Ciclopi…
Non temere, diceva il poeta,
Ma io temo i loro odierni simulacri
e soprattutto quelli che li muovono.

Temo quanti si arruolano per salvarci
da un inferno che aspetta solo noi,
quanti predicano una vita corretta e salutare
con l’alimentazione forzata del pentimento,
quanti ci liberano dall’ansia della morte
con prestiti a vita di anima e di corpo,
quanti ci rinvigoriscono con stimolanti antropovori
con elisir di giovinezza geneticamente modificata.

Come una goccia di vetriolo brucia l’occhio
così una fialetta di malvagità
può avvelenare innumerevoli vite,
“inesauribili le forze del male nell’uomo”
predicano da mille parti gli oratori,
solo che i detentori della verità assoluta
scoprono sempre negli altri il male.
“Ma la poesia cosa fa, cosa fanno i poeti”
gridano quelli che cercano il consenso
su ciò che hanno pensato e deciso,
e vogliono che ancora oggi i poeti
siano giullari, profeti e cortigiani.

Ma i poeti, nonostante la loro boria
o il loro sottomettersi ai potenti,
il narcisismo o l’adorazione di molti,
nonostante il loro stile ellittico o verboso,
a un certo punto scelgono, denunciano, sperano,
chiedono, come nell’istante cruciale
chiese l’altro poeta: più luce.
e la poesia non riadatta al presente
la stessa opera rappresentata da anni,
non salmeggia istruzioni sull’uso del bene,
non risuscita i cani morti della metafisica.
Passando in rassegna le cose già accadute
la poesia cerca risposte
a domande non ancora fatte.

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