Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Cosa abbiamo imparato (o forse no)


L’emergenza Covid ha fatto emergere numerose voragini e questioni irrisolte, abbandonate da decenni. Sulla Sanità molti più compententi di me si sono espressi e l’innamoramento (o meglio un favoreggiamento) pro privato, la sanità aziendalizzata hanno mostrato i loro limiti, per usare un eufemismo.

Ma c’è qualcosa che è sempre stato di nicchia e che con il lockdown e la pandemia è emerso. Fino a quando i problemi di conciliazione erano quei numeri lì, che ogni anno venivano redatti in un report che tutt’al più restava tra i trafiletti dei giornali per un giorno, tutto andava bene, o meglio era una roba di quelle povere (e poveri) sfigate/i che si dimettevano a migliaia per problemi legati alla nascita di figli e dell’incompatibilità tra ritmi di lavoro e compiti di cura. Sì, povere donne incapaci di tenere tutto in equilibrio, poverette che non potevano avvalersi dei nonni, né di flessibilità lavorativa, né di orari part-time, che guadagnavano una miseria tale da non potersi permettere tate, baby sitter, ausili a pagamento, per cui la retta di un nido, le distanze da percorrere, le necessità di accudimento tipiche di bambini piccoli mal si conciliavano con un mondo del lavoro per cui se non sei tutelata e non navighi in acque amichevoli ti butta semplicemente fuori, senza tanti complimenti. “Ci si rivede quando avrai risolto e sistemato i tuoi problemi”, che poi non sono nostri problemi ma spesso un mondo del lavoro recalcitrante a qualsiasi cambiamento e riorganizzazione. La legge dello sfruttamento più spinto, i segnali di un capitalismo boccheggiante ma ancora molto nocivo, che radicalizza quanto di peggio ha generato. E noi? Col tempo ci siamo adeguati, fondamentalmente abbiamo dimenticato ogni diritto e conquista, persino lo Statuto dei lavoratori oggi sembra uno strambo scherzo di un’epoca di lotte che fu. Sembra tutto concluso nel passato ed oggi nonostante la pandemia c’è chi corre verso un riasservimento al disastro che si è consumato negli ultimi decenni. Di cui anche noi siamo complici. Perché nulla o quasi si è fatto per interrompere la discesa agli inferi di un sistema ultraliberista che ci ha rubato tempo, sogni, oltre che diritti.

Così, dicevo, i problemi di conciliazione sono stati “roba da femmine” o ancora in senso più dispregiativo “da femministe”. Eppure, lo abbiamo scritto in tutti i modi, riguarda tutti e tutte, perché si è genitori, uomini e donne, e perché anche se non si hanno figli, prima o poi si avranno compiti di cura. Quindi, stride molto il fatto che ora il fronte dei genitori si sia accorto dell’abisso che si apre quando non hai più niente e nessuno su cui contare. D’altronde in molti hanno delegato ad altri soggetti compiti di educazione e accudimento. La scuola pubblica, cenerentola per decenni, per finanziamenti ed attenzione, d’improvviso torna alla ribalta, ma non per la sua funzione primaria, l’educazione, l’istruzione, l’emancipazione, la formazione per diventare cittadini e adulti consapevoli, ma come forma di collocamento dei figli, perché fosse il più possibile contenitore, parcheggio nelle ore in cui si lavorava. Per una volta, dite la verità, almeno a voi stessi. Visto poi il tempo trascorso a scuola, le si dava anche la “colpa” quando i pargoli si scoprivano bulli, maleducati, difficili. Il tempo scuola si è dilatato e lasciatemelo dire, appiattito sul modello di produzione e sfruttamento capitalista, tanto da arrivare ad avere una durata pari a un contratto full-time. Appiccicandoci altre mille attività, si può tirare a sera. Così del tempo familiare resta davvero qualche minuto, che anche volendo non si può chiamare di qualità. Prima del Covid sentivo genitori recalcitranti, sorpresi e anche un po’ irritati davanti a un figlio che voleva ripassare la lezione con i genitori in vista dell’interrogazione del giorno dopo. C’è chi ha definito la scuola un “ammortizzatore sociale”. Qui sta tutto il cortocircuito. Una sorta di stato confusionale totale sui minimi significati che hanno assunto le parole e gli strumenti. All’improvviso ci si è accorti del diritto allo studio, delle attività scolastiche, della necessità di avere scuole diverse, di insegnanti e di scuole ridotte ai minimi termini, di precariato, di spazi inadeguati, di classi pollaio. Addirittura si è riaffacciato il problema della dispersione, per anni insabbiato. Si è urlato che la DAD (didattica a distanza) allargava le differenze e il problema della dispersione. Ma va là, che ce l’avevamo davanti agli occhi da anni e anziché migliorare, peggiorava, nemmeno il tempo pieno tanto amato da tanti genitori aveva risolto un bel niente. Anzi. Diciamocelo schiettamente, se la scuola in passato era ascensore sociale, oggi si è di gran lunga trasformato in una sorta di mero servizio di cui avvalersi, come un box per conservare mobili, un qualsiasi consumabile, i cui contenuti e la cui qualità poco ci importava. Ci si sollevava solo per ribellarsi al figlio che andava male e veniva bocciato, per la bufala della teoria gender (mai sia parlare di parità di genere), per trovare sin dai primi anni di scuola la raccomandazione, il corso migliore, la scuola più cool, quella con meno situazioni problematiche, con meno stranieri. Tutto questo è realtà, non si può negare. Altro che laboratorio di inclusione, multiculturalismo, alla fine le discriminazioni e le segregazioni restavano e la società non ha perso i germi del razzismo e della xenofobia, perché poi il banco di prova è la società fuori che poco è cambiata e non ha tradotto in una nuova cultura quanto con grandi sforzi si è cercato di seminare in alcune realtà scolastiche. Non si spiegherebbe la febbre pro Salvini.

La scuola come rimessa di una genitorialità in fuga, forse mai uscita del tutto dall’adolescenza, tanto da cercare sempre un nuovo soggetto su cui scaricare responsabilità, che spianasse la strada e permettesse di saltare gli ostacoli senza troppi sacrifici personali. Ci è voluto un virus per interrompere questo flusso. Ma non so bene se ci permetterà di maturare. Per decenni abbiamo dipinto gli insegnanti come parassiti, privilegiati, “con tre mesi di vacanza”, senza mettere veramente il naso nel lavoro reale degli insegnanti. Da figlia di insegnanti ho vissuto quasi tutta la vita immersa in questi pregiudizi, nelle varie fasi, riforme, problemi, fino all’esasperazione di ogni cosa. I mega complessi scolastici, il personale ridotto all’osso, regole di ingaggio che cambiavano ogni anno, tanti validi insegnanti persi per strada perché non si può essere precari oltre una certa età, perché nessuno ti mantiene. Finora ve ne siete bellamente fregati di questa realtà. Ed oggi si chiede un ritorno in presenza a scuola, ma siamo e dobbiamo essere ben consapevoli che tutto questo richiede tanto altro. Lo ha spiegato bene Mila Spicola, in un suo articolo su Huffington Post. 

Per chi sogna formule nuove di scuola. Solo chi non bazzica per le scuole può ignorare quanto lavoro ci sia da fare. La sporcizia sedimentata negli anni e mai rimossa si appiccica sui grembiuli che non tornano più bianchi. Bagni e mense inclusi. Sapone e asciugamani di carta li portano i genitori. Girano indisturbate patologie serie, che nessuno monitora e che diventano normalità. Quindi urge un piano di sanificazione periodico e serio, più volte al giorno, altrimenti è inutile sognare modelli nordici. Gli alberi in giardino vengono giù a ogni temporale un po’ più forte. L’ultimo si è nuovamente abbattuto sulla ex scuola dell’infanzia di mia figlia. L’albero era dentro il giardino della scuola elementare di mia figlia. Non è la prima volta, finora per fortuna è accaduto sempre a scuole chiuse. Non si tratta di miracoli, ma di puro caso che ha fatto la differenza. Molti edifici hanno strutture poco stabili, muri e soffitti precari, servizi igienici e impianti fermi a decenni or sono. Ora si propone di fare l’ultimo giorno insieme per gli ultimi anni del ciclo: mancano le linee di sicurezza, non si sa nemmeno quando potremo rientrare a scuola a recuperare libri e materiale didattico dei nostri figli, con grandi difficoltà si faranno gli esami… giustamente abbiamo chiuso tempestivamente le scuole (altrimenti chissà che risultati avremmo avuto) per ragioni sanitarie e di tutela della salute pubblica. Non si poteva davvero fare altrimenti. Questa non è una fase storica normale, chiaro? Non si può bypassare come se niente fosse e fregarsene come siamo soliti fare. Necessita di un’azione di inversione di mentalità, quella dimensione collettiva tanto sbandierata e poco praticata, tanto che siamo pronti a negare l’utilità di determinate misure. Adattarsi, sacrificarsi, rinunciare a qualcosa per l’unica cosa veramente importante, la salute, senza la quale null’altro è possibile. Questo dobbiamo insegnarlo anche ai più piccoli, ai più giovani, è una sorta di occasione di fare educazione civica ed esperienza di vita unica, da protagonisti, magari iniziando a buttare al macero tutto ciò che di marcio e nocivo ammorbava le nostre vite. Sì anche tutto ciò che era stato costruito per un sedicente bene dei bambini e che invece era a misura degli adulti, della corsa ai soldi e all’assecondare un capitalismo neoliberista, stili di vita adultocentrici altro che “al centro i bambini”. Svegliamoci e cogliamo questa opportunità.

Ritornando ai malanni della scuola: la continuità didattica non esiste più, il precariato e l’incertezza sono la regola. Gli organici compressi e ridotti ai minimi termini. La scuola pubblica è stata considerata l’ultima ruota del carro per anni, tanto andava avanti per la buona volontà dei singoli lavoratori, poco importava se la qualità diminuiva di anno in anno. Sì, ora si è investito qualcosa, avete promesso assunzioni, ma per risolvere anni di abbandono ci vuole molto di più. Ogni euro sottratto al pubblico è uno schiaffo, sintomo di come questa pandemia non ha cambiato una virgola.

Vedi arrivare una cascata di milioni per le paritarie: altri 40 milioni, oltre ai 65 già stanziati. Sì, certo, sono giunti anche soldi per la scuola pubblica, ma in tempi di penuria occorre fare scelte e individuare le priorità. La scuola pubblica deve essere l’unica priorità, martoriata e abbandonata per anni. Il privato si assuma i rischi di impresa e soprattutto inizi a rispettare i propri insegnanti, non sempre trattati bene. Non possiamo permetterci di distrarre ancora denaro pubblico per sostenere il privato. Di questo dobbiamo essere capaci, soprattutto se ci definiamo di sinistra. Invece, ho l’impressione che tutto sommato “il prima” ci andasse assai bene e che oggi ci lamentiamo solo per sport, solo perché ora molte più persone hanno toccato con mano le cose che in tante abbiamo raccontato per anni, di scelte obbligate, di zero possibilità di continuare a lavorare. Sì eravamo le “deboli incapaci”, quelle che non sapevano organizzarsi, oggi forse capite maggiormente la situazione che abbiamo vissuto. Io non chiedevo parcheggi, ma che potessi conciliare lavoro e cura, che mi si desse l’opportunità di svolgere il mio ruolo di madre, di essere presente per mia figlia, di continuare a lavorare, certo con ritmi, orari e modalità riadattate, ripensate. Non pretendevo che la scuola o altri mi sostituissero. Non pretendevo di delegare in toto ad altri il tempo di mia figlia. Non avrei mai desiderato per lei uno stile di vita tarato per il modello produci-consuma-crepa. E non dobbiamo tornare indietro, non ora. L’opportunità che oggi abbiamo è pari a una rivoluzione, da cogliere oggi. Non parlate di socialità, di crescita della personalità in ambito comunitario, per nascondere altri obiettivi e necessità. Com’è che siamo diventati una società individualista ed egoista, che in lockdown saccheggiava i supermercati, gli slot della spesa online, che negli anni se ne è fregata di un SSN sempre più depotenziato, dove alla fine se la cavava solo chi poteva pagarsi analisi e cure nel privato, dove la regola era trovarsi un pediatra privato, dove si è detto che tanto la medicina territoriale non serviva? Diciamocelo senza troppa ipocrisia, non è che abbiamo educato generazioni all’altruismo e alla legalità, piuttosto a chi è più furbo e a chi evade meglio. E di questo i responsabili siamo noi, non la scuola, che ha cercato nonostante tutto di trasmettere valori diversi. Abbiamo costruito un sistema composto di mille rivoli composti di familismo, nepotismo, sistemi para mafiosi, clientelismo, protezione delle rendite di posizione.

Adoperiamo questo tempo per ringraziare tutti i meravigliosi e straordinari insegnanti che hanno ripensato e ridisegnato la didattica, che hanno fatto di tutto per mantenere il legame con i propri alunni, che hanno esercitato le loro doti di umanità, comprensione, voglia di fare, di sperimentare, che non si sono mai fermati, che hanno adoperato tutti gli strumenti per non permettere che il filo con la classe si spezzasse. La DAD è stata l’unico modo per non fermare tutto e consentire di proseguire, ovviamente in modo diverso, ma di mantenere tutto il possibile, in una situazione di emergenza. E se nemmeno noi adulti siamo in grado di comprendere che in una situazione eccezionale le cose non possono proseguire come se nulla fosse, come pretendiamo che i nostri figli collaborino, siano sereni e crescano anche da questa esperienza? I nostri figli respirano ciò che noi pensiamo e siamo.

Per coloro che sono già lì pronti a rimuovere e a dimenticarsi di tutto. Non possiamo e non dobbiamo dimenticare, rimuovere, correre ancora verso un ritorno cieco al prima, pensando unicamente a ciò che conviene a noi e che ci piacerebbe.

Ora capisco meglio i racconti di mia nonna e comprendo meglio il suo vissuto. Mia nonna perse la mamma a 9 anni, la Spagnola la strappò via. Ne parlava raramente, non era una donna di molte parole o dalle grandi dimostrazioni di affetto o sentimenti. Qualcosa si era inevitabilmente spento e lo aveva chiuso in un cassetto della memoria. Credo che il suo carattere distaccato, dai modi un po’ freddi e poco empatici fossero anche il risultato di quella mancanza. C’era una sorta di blocco. Sono esperienze che possiamo elaborare, ma che si sedimentano dentro. Non possiamo pretendere nemmeno di rimuoverle da noi facilmente. La ripartenza deve avere memoria, anche per non permettere più che il diritto alla salute sia stretto e sacrificato tra ragioni economiche e interessi politici di corto respiro, che la scuola, l’istruzione pubblica, la ricerca e l’università siano le Cenerentole italiane. La ripartenza della scuola necessita di una organizzazione oggi, per ripensare spazi, tempi, modalità, e sì, probabilmente le 40 ore settimanali tanto care a molti genitori forse non potranno essere mantenute. Rinunciare ciascuno a qualcosa nell’interesse di tutti, salvaguardando la salute di tutti, pretendendo che si garantiscano diagnosi, cure e assistenza per tutti, potenziando proprio quel sistema di medicina territoriale smantellato negli anni. La prevenzione e il monitoraggio riguarda anche la scuola: perché non chiedere che venga ripristinata la figura di un medico scolastico, che possa sorvegliare da vicino, in collaborazione anche con i pediatri di base? Tornare ad avere una rete efficiente e capillare vicina ai cittadini. Non bastano mascherine e distanza. Concentriamoci anche su questi aspetti e programmiamo oggi per il futuro, tenendo presente non ciò che ci piacerebbe, ma ciò che si può realmente fare in sicurezza, perché, soprattutto in Lombardia, la situazione non permette colpi di testa o “liberi tutti” superficiali. Dovremmo saperlo, lo abbiamo vissuto e lo stiamo vivendo. Oppure, neghiamo l’evidenza della complessità della situazione?

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Verso una piena parità retributiva


Continuiamo ad esplorare il tema donna-lavoro, che avevamo intrapreso qualche giorno fa (qui).

Le discriminazioni nel mondo del lavoro sono molteplici e le donne anche quando un’occupazione ce l’hanno, devono spesso ‘subire’ una retribuzione minore rispetto al collega uomo, a parità di mansioni. Perché così si fa, perché tra contratti nazionali e di secondo livello c’è un abisso e questi giochetti retributivi sono assai frequenti.

Il problema non è solo l’occupazione, ma quale occupazione, la sua qualità e la sua remunerazione, quanto vieni valorizzata oppure devi semplicemente adattarti, prendere o lasciare. Con differenze regionali che pesano tanto e creano vere e proprie discriminazioni nelle discriminazioni.

Prosegue il percorso iniziato a ottobre in regione Lombardia, fortemente voluto e portato avanti dalla consigliera Paola Bocci (qui il primo step), sul tema del gender pay gap.

Il divario retributivo di genere misurato dalla Commissione europea è la differenza nella retribuzione oraria lorda tra uomini e donne, trasversale ai vari settori dell’economia. Il divario retributivo di genere medio in Italia è del 5,3% (Il divario retributivo di genere medio nell’UE è del 16,2%).

(Per approfondire i dati a livello europeo qui e qui trovate la documentazione).

Ma la misurazione sulla paga oraria lorda non è sufficiente. Tenendo insieme la differenza sulla retribuzione oraria (differente tra pubblico e privato), sul numero di ore lavorate (molte donne hanno un part-time involontario) e il tasso di occupazione (uno dei più bassi in Europa), la disparità complessiva è decisamente più alta e il divario retributivo annuale medio arriva al 43,7% .

“Nel 2017 l’UE ha presentato un piano d’azione per colmare il divario retributivo tra donne e uomini. Il piano affronta questioni quali gli stereotipi e l’equilibrio tra vita professionale e vita privata e invita i governi, i datori di lavoro e i sindacati ad adottare misure concrete per garantire che la retribuzione delle donne sia determinata in modo equo.”

La situazione è meno grave nel settore pubblico (l’anzianità è spesso uno dei parametri della retribuzione), mentre nel privato (laddove spesso il guadagno dipende da fattori come straordinari, flessibilità, trasferte, che penalizzano le donne) si accentua. Così come il gap è più elevato ai livelli apicali (con ricadute anche sulla possibilità di influire su politiche aziendali).

Angela Alberti, del coordinamento donne Cisl Lombardia, nel suo contributo al dibattito avviato dalla consigliera Paola Bocci, ha precisato:

“Nonostante l’articolo 37 della Costituzione che recita “La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore” e l’accordo interconfederale del luglio 1960 che ha posto fine a contratti collettivi di lavoro con tabelle salariali diversificate fra uomini e donne, questo fenomeno è ancora presente e diffuso, nel nostro paese come in Europa. La differenza di stipendio si manifesta già sulla paga oraria (dati Eurostat) e viene poi ampliata da altri fenomeni (quali ad esempio il minor tasso di occupazione).”

Inoltre, occorre concentrarsi sul fatto che l’evento che accentua e aggrava la situazione è la maternità, che crea di fatto conseguenze difficilmente sanabili e reversibili.

“Uno studio preliminare dei dati amministrativi dell’Inps, svolto all’interno del programma VisitInps, permette di stimare l’effetto della nascita di un figlio sulle carriere dei genitori e quantificare così la penalizzazione femminile in termini di reddito da lavoro.”

Cosa accade al reddito da lavoro di una donna intorno alla nascita del figlio?

“il ritorno ai livelli precedenti la maternità avviene solo dopo circa venti mesi, rispecchiando un lento rientro al lavoro, la riduzione delle ore lavorate e il rischio di lasciare o perdere la propria occupazione. La probabilità di lavorare con un contratto a tempo indeterminato o a tempo pieno, infatti, si riduce, dopo 36 mesi, rispettivamente dell’11 e del 16 per cento, mentre in media i giorni lavorati diminuiscono del 5 per cento. Se si considera l’andamento crescente del reddito nei tre anni che precedono l’inizio del congedo di maternità (….), lo scenario si aggrava: oltre al lento ritorno ai livelli precedenti la maternità, la nascita del figlio apre un divario fra il reddito percepito dalla donna e quello che avrebbe ricevuto in assenza della nascita – ipotizzando un trend costante – e il divario non si colma nel tempo.”

Le norme in Italia non mancano, ma occorre spingere per una loro piena e concreta applicazione.

La legge 125/91 rafforza il concetto con Azioni positive per la realizzazione della parità uomo-donna nel lavoro: favorendo sulla carta misure di conciliazione (diversa organizzazione aziendale), istituendo il comitato Pari opportunità a livello nazionale e rafforzando il ruolo e l’operatività della figura regionale della Consigliera di parità.

Secondo l’articolo 46 del D.L. 11 aprile 2006 n. 198 – Codice per le pari opportunità fra uomini e donne – le aziende pubbliche e private che occupano oltre 100 dipendenti sono tenute a redigere un rapporto almeno ogni due anni sulla situazione del personale maschile e femminile, compresa la retribuzione effettivamente corrisposta (vi anticipo che a breve pubblicherò un approfondimento riguardante la Lombardia).

Considerando la composizione aziendale più diffusa in Italia, sarebbe auspicabile ampliare la platea di imprese coinvolte in questa indagine, includendo anche piccole realtà (chiaramente semplificandone la compilazione), in modo da avere un’analisi più completa.

Assolombarda spiega il suo punto di vista e a proposito di differenziali tra uomini e donne, anche a parità di mansioni svolte, li giustifica:

“alla luce di fattori che oggettivamente influiscono sull’evoluzione professionale: discontinuità legate alle maternità che rallentano l’accumulo di esperienza, la cura della famiglia che si traduce in vincoli alla mobilità e/o minori disponibilità in termini di orari di lavoro limitando così le scelte professionali, ecc.”

In pratica, ci sarebbero fattori che per l’imprenditore sono cruciale nel determinare la retribuzione: dal livello di scolarità, all’esperienza nel ruolo, al grado di qualificazione, ai livelli di responsabilità.

Quindi sembrerebbe una cosa “giustissima” penalizzare le donne, che chiaramente hanno una carriera più discontinua poiché si devono tuttora assumere quasi totalmente i compiti di cura (secondo l’ultimo rapporto Censis “l’81% delle donne cucina e svolge lavori domestici ogni giorno e al 97% di esse è demandata la cura dei figli”). Equo no?

Se ci capita di parlare nelle scuole medie o superiori di questi temi, troveremo più o meno le stesse considerazioni “imprenditoriali”: le ragazze e le giovani donne spesso sottovalutano il problema e a volte viene dato per immutabile, come qualcosa di connaturato al genere. In pratica spesso ci si ferma ben prima di iniziare a lottare per invertire lo status quo, sia in termini di compiti di cura che di parità nel mondo del lavoro. L’indifferenza e la rassegnazione non possono essere la risposta.Soprattutto, occorre capire cosa avviene nella contrattazione di secondo livello, come viene costruita la parte variabile della retribuzione, come vengono gestite le premialità ecc.

Colmare il divario retributivo di genere, il gender pay gap, è al centro dell’impegno dell’Ue, ma occorre un impegno a tutti i livelli nazionali, e quello regionale non può certo sottrarsi a questa sfida non rinviabile.

Dopo un lungo percorso di studi, incontri e analisi, coordinato e curato da Paola Bocci (qui La pubblicazione – https://www.pdregionelombardia.it/pubblicazione2-30aprile-post-stampa/), è stata elaborata una proposta di legge regionale, presentata alla stampa lo scorso 3 maggio.

 

 

Questo testo andrebbe a modificare la legge regionale quadro sul mercato del lavoro in Lombardia, la l.r. 22 del 28 settembre 2006. Tale legge, all’articolo 22 elenca le azioni per la parità di genere e la conciliazione tra tempi di lavoro e di cura, ma non prevede azioni specifiche per il raggiungimento della parità retributiva. È arrivato il momento di attivare azioni positive e provvedimenti mirati a ridurre il divario retributivo, agendo su diverse linee di intervento.

In primis occorre far emergere maggiormente il fenomeno, attraverso una maggiore trasparenza dei dati raccolti e pubblicizzazione/diffusione del rapporto biennale redatto dalle imprese con più di cento dipendenti e della Relazione della Consigliera regionale di Parità.

Come secondo elemento, è necessario dare sostegno e impulso all’orientamento agli studi e ai percorsi di formazione delle ragazze, che le prepari alle qualifiche professionali più richieste dal mercato del lavoro. Quindi contrasto alla segregazione di genere negli studi e aiutare le donne a migliorare le proprie capacità di contrattazione e avanzamenti di carriera.

“In Lombardia le studentesse universitarie sono oltre la metà (54%), ma solo il 33% sceglie una laurea STEM fra scienza, tecnologia, matematica e ingegneria, dove – nel caso specifico – abbiamo un tasso ancora inferiore del 24%.”

Stiamo attenti anche a legare troppo studi-richieste del mondo produttivo, perché queste ultime cambiano rapidamente e spesso non è facile prevederne gli sviluppi. Quindi un ruolo centrale sarà determinato dalla formazione continua e permanente. E poi, occorre sempre tenere presenti le inclinazioni personali che permettono anche di finire gli studi, perché scegliere unicamente in funzione di un ipotetico sblocco lavorativo può rivelarsi a volte controproducente e non portare a nessun risultato.

Dobbiamo altresì intervenire su un dato assai preoccupante:

“Quattro giovani donne italiane su dieci fra i 25 e i 29 anni sono “inattive”, cioè non studiano, non lavorano, non cercano lavoro. Sono le cosiddette NEET. Fra i ragazzi della stessa età la percentuale è del 28%, che pone questo gender gap al quinto posto fra i più alti dell’area OCSE. I dati parlano chiaro: per le giovani donne dunque vale l’adagio: meno studi, meno lavori e se lavori si va allargando il gap con i coetanei uomini: il divario fra tassi occupazionali di maschi e femmine è maggiore dove si studia di meno. In altre parole, lo svantaggio si accumula nel tempo.”

Il terzo livello di intervento riguarda il supporto a enti locali e imprese che promuovono la parità di genere anche salariale, attraverso:

– la costituzione e allo sviluppo di reti di imprese locali,

– l’istituzione di un Albo delle imprese virtuose,

– l’introduzione di premialità (da concordare con sindacati e associazioni datoriali, che possa anche incentivare a fini di ritorno d’immagine per le aziende),

– l’introduzione di una giornata dedicata,

il tutto avvalendosi di finanziamenti del Fondo Sociale Europeo e finanziamenti propri regionali.

La quarta linea di intervento è costituita da un insieme di azioni di sostegno al reddito per periodi temporanei, per integrare reddito e contributi previdenziali in caso di utilizzo di congedi parentali e di lavoro part-time o astensione facoltativa per motivi di cura e assistenza di familiari. A questo si aggiungerebbero percorsi di formazione e aggiornamento per chi rientra al lavoro dopo la maternità o assenze per cura di familiari.

È stato stimato un fabbisogno di spesa di 3 milioni di euro l’anno.

E per sviluppare azioni di promozione, sensibilizzazione, verifica e monitoraggio si prevede l’istituzione di un Tavolo di lavoro permanente che coinvolga Regione, organizzazioni sindacali, associazioni datoriali, università, CPO (Consiglio per le Pari Opportunità), Consigliera Regionale di Parità.

Dopo il deposito della proposta di legge, sarà necessario che si crei un consenso per discuterlo prima in commissione e poi in aula. Ci si augura una collaborazione dell’assessora alle Politiche per la Famiglia, Genitorialità e Pari Opportunità Silvia Piani e dell’assessora all’Istruzione, Formazione e Lavoro Melania De Nichilo Rizzoli.

Questo significa fare la differenza in politica, questo è il lavoro che ci aspettiamo che donne nelle istituzioni portino avanti, quindi grazie a Paola Bocci per aver saputo costruire, con metodo e convintamente, questo percorso, conclusosi con una proposta concreta e ben articolata. Abbiamo bisogno di capacità di questo calibro.

Il mio auspicio è che questa attenzione dedicata alle condizioni di vita delle donne si diffonda sempre più e che non siano considerate materia di serie b. La spinta propulsiva dobbiamo darla noi donne e dobbiamo accorgerci dell’importanza cruciale di questi aspetti, ne va del nostro futuro e di quello delle donne di domani. Sentire donne che continuano ad attraversare l’attività politica e le istituzioni in modo neutro, senza mai portare qualcosa di proprio o curarsi di adottare un approccio di genere, è assai triste e direi anche alquanto inutile. Aver cura di questi temi non è ghettizzante come qualcuno/a pensa e afferma, è ciò che hanno bisogno le donne e gli uomini di questo Paese.

Perché il benessere delle donne, la parità e la partecipazione eguale a tutti gli ambiti di vita fa bene a tutta la società. Uomini abbiamo bisogno che questo cammino lo facciate insieme a noi!

 

Per approfondire la proposta di legge regionale a prima firma Paola Bocci:

https://www.pdregionelombardia.it/conf_stampa_gpg-3maggio19/

https://paolabocci.wordpress.com/2019/05/03/un-progetto-di-legge-regionale-per-raggiungere-la-parita-salariale-materiali-e-comunicato-stampa/

https://www.pdregionelombardia.it/16147/

 

 

ARTICOLO PUBBLICATO IN ANTEPRIMA SU DOL’S MAGAZINE

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Sanità: la necessità di una visione strategica, programmatica e analitica dei fabbisogni territoriali


Lo scorso 8 Marzo, il Forum per il diritto alla salute in Lombardia ed il Movimento Culturale per la difesa ed il miglioramento del Servizio Sanitario Nazionale hanno organizzato un Primo convegno di studio sugli “Ospedali della Città Metropolitana: Presente e Futuro”.

Dopo una analisi della situazione milanese e lombarda si è affrontata la situazione assai dibattuta della soppressione degli Ospedali San Carlo e San Paolo e la costruzione di un nuovo ospedale a Ronchetto sul Naviglio a Milano. Qui trovate il comunicato stampa a margine dell’incontro e un allegato.

Le tre ipotesi emerse al tavolo


La salute, insieme all’istruzione, è un ambito fondamentale e cruciale, che necessita di un approccio attento e una programmazione adeguata.

Abbiamo voluto approfondire in particolar modo la questione della chiusura dei due poli ospedalieri, porgendo qualche domanda a uno dei relatori, Edgardo Valerio, medico ed ex dirigente sanitario milanese.

 

Un bilancio sintetico sulla riforma sanitaria Maroni e sulle condizioni dei servizi socio-sanitari dell’area metropolitana milanese.

In linea generale non mi piace chiamare “riforma” la normativa, sostanzialmente anticostituzionale, varata da Maroni per modificare la Sanità lombarda. È vero che riforma ha un significato letterale neutro, per cui anche i cambiamenti della natura dello stato di Hitler possono essere chiamati così. Io rimango più legato al termine di riforma applicato a cambiamenti di natura progressista che aumentano i diritti dei cittadini e vanno verso un loro miglioramento. Quindi in genere parlo di controriforma Maroni. Questa manovra ha profondamente destrutturato la Sanità Lombarda, salvaguardando in primis, anzi aumentandoli, i posti di Direzione di nomina politica. Per dare un esempio le ASL avevano 4 direttori (Generale, Sanitario, Sociale e amministrativo) ma gli ospedali avevano solo 3 direttori: mancava quello “sociale”; ora sia le Agenzie di Tutela della Salute (ATS), un po’ meno numerose delle vecchie ASL, che le Aziende Socio Sanitarie Territoriali (ASST), un po’ più numerose delle Aziende ospedaliere, hanno quattro direttori. Quindi nel totale i posti che la politica può dividersi sono complessivamente aumentati! Ma questa è la parte meno grave! Ci sarebbe molto da dire, ma forse qui ritengo opportuno citare alcuni fatti: i distretti di fatto, come previsti dalla normativa nazionale, non esistono più. Esistono solo nella ATS e corrispondono alle ASST. Ma hanno natura completamente diversa. Non gestiscono alcun Servizio. Le ASST, come quella nostra dei Santi Carlo e Paolo, gestiscono gli ospedali e tutte le attività di prevenzione, diagnosi e cura dirette alle persone singole (dalle vaccinazioni alla riabilitazione) nel territorio, ma in realtà la Regione Lombardia non ha dato alcuna organizzazione se non la previsione di presidi ospedalieri territoriali a altre strutture, ancora in gran parte sulla carta. La Sanità territoriale è rimasta ancella dell’ospedale e non parte fondamentale di una rete sanitaria di cui l’ospedale è una parte importante per specializzazione, intensità di cura e formazione.

Inoltre, non vi è alcuna formale previsione di un programmazione territoriale e ospedaliera. La proposta di cui si parla ultimamente, il nuovo ospedale previsto in Ronchetto dei Navigli al posto del San Carlo e del San Paolo, non è all’interno di una valutazione epidemiologica delle priorità e delle necessità di un territorio, ma solo frutto di valutazione prettamente economiche, scevre di veri riferimenti alla situazione locale e dell’intera area della città metropolitana.

I disservizi dell’assistenza socio sanitaria, i cittadini di Milano e del nostro municipio (7 ndr) li sentono già ora con i due ospedali ancora esistenti: tempi d’attesa, riduzioni delle sedi, impossibilità di interagire tramite le istituzioni comunali con la ASST Santi Carlo e Paolo. Peraltro la controriforma Maroni ha spostato l’interlocuzione con le istituzioni a livello della ATS di Milano e città metropolitana, con il potere decisionale sanitario ben ancorato in giunta regionale. Alla faccia del Sindaco che è e rimane Autorità Sanitaria Locale.

Il bacino di utenti (quantificazione?) come verrebbe investito dalla chiusura dei due ospedali e l’apertura di una nuova struttura? La razionalizzazione in che direzione va (posti letto, prestazioni, picchi di affluenza, categorie fragili bambini e anziani)?

Il bacino d’utenza dei due ospedali è enorme. Dobbiamo pensare che per quanto riguarda la sola Milano esso comprende sicuramente la zona 6, 7 e gran parte della 8 (il gallaratese tutto). A questo bisogna aggiungerei i Comuni limitrofi a partire da Settimo, Corsico, Buccinasco, Rozzano e altri. E qui parliamo di alcune centinaia di migliaia di abitanti.

Il problema non riguarda, se non marginalmente, il numero dei posti letto, che verrebbero ricreati a pochi km dal San Paolo, ma tutta la rete dei servizi per i cittadini che persistono attualmente, o nel tempo sono stati accorpati nella sede dei due ospedali in dismissione.

I cittadini hanno perso sedi di erogazione dei servizi territoriali (pensiamo al poliambulatorio di via Novara, ad esempio), accorpati all’interno delle sedi degli ospedali. Tutti questi servizi poliambulatoriali e sociosanitari finiranno in blocco a Ronchetto dei Navigli? Per i posti letto per acuti non sarebbe un grave problema, ma per tutta l’attività territoriale già in difficoltà questa è una ipotesi da scongiurare. Ma se la Regione pensa, come dichiarato dall’assessore Gallera della Regione (FI), di cedere le due strutture come compensazione per gli investimenti, al momento non è dato sapere cosa succederà di loro.

L’opposizione, di centrodestra, in consiglio comunale di Milano, aveva presentato una proposta di cambiare la destinazione d’uso non solo dell’area di Ronchetto dei Navigli ai fini della costruzione di presidi sanitari ma anche di variare anche in commerciale le aree dei presidi in essere. Tale proposta è stata bocciata dal Comune, che la ha subordinata ad una valutazione epidemiologica delle necessità sociosanitarie del territorio ed ad una contestuale realizzazione di quanto previsto dalla stessa valutazione. Meno male! Al momento infatti né Regione Lombardia, né ATS Milano né ASST hanno presentato alcuna valutazione in tal senso, che peraltro a tuttora non risulta neanche presente.

La realizzazione del progetto al momento ha una sua giustificazione sostanziale legata alla necessità di costruire un ospedale a Milano avanzato dal punto di vista tecnologico, che tenta di tenere testa alle previsioni di creazione da parte del privato di nuovi ospedali tecnologicamente allo stato dell’arte.

A ciò si aggiunga che oramai la letteratura ritiene che la vita media di un ospedale non raggiunga i 30 anni e che i due ospedali da dismettere sono difficilmente e con costi enormi adattabili alle necessità di una moderna Sanità pubblica. Peraltro i due ospedali dovranno comunque essere sottoposti a rilevanti interventi manutentivi nelle more della costruzione del nuovo. Quindi è chiaro che non si può essere a priori contrari alla costruzione di Ospedali idonei al trattamento corretto della popolazione. Rimane però altrettanto stringente il problema legato al che fare dei vecchi (a Legnano e Garbagnate gli ospedali dismessi hanno di fatto rappresentato situazioni di abbandono), ma soprattutto del mantenimento di una efficiente organizzazione territoriale atta a garantire i bisogni della popolazione. Ad oggi, anche “grazie” alla già citata controriforma Maroniana, la situazione è già deficitaria ed in peggioramento a prescindere del progetto di cui si sta discutendo.

Si è fatta una ricognizione sull’attuale situazione dei servizi, grado di benessere e soddisfazione dell’utenza? Quali esigenze sono state rilevate?

No , come già detto. Il Consigliere Comunale Rosario Pantaleo è l’unico che ha fatto, nella mozione che lo stesso ha presentato su questo progetto, una ricognizione dei Servizi sanitari e sociosanitari esistenti (senza però entrare nel merito del loro funzionamento, ndr) chiedendo che fossero almeno mantenuti. Dalla Regione Lombardia nulla ancora.

Si prevede una consultazione con la popolazione?

Al momento non è prevista dalla Regione, ma ritengo utile che tale consultazione venga fatta e che passi attraverso le associazioni dei cittadini, le organizzazioni sanitarie ma soprattutto nei Municipi milanesi interessati e nei Comuni coinvolti. Ma questa è una nostra richiesta. La consultazione dovrà essere conquistata dai cittadini e passare da forme condivise formali. Non ci si può fermare a raccolta di firme. Bisogna fare in modo che venga istituita una commissione con poteri decisionali degli Enti interessati (Regione Comuni, municipi e associazioni).

Il San Carlo è un presidio ospedaliero fondamentale per la salute delle donne, in particolar modo per l’applicazione della 194, che prevede anche uno dei pochi percorsi post-IVG proposti alle donne. Con un’unica struttura quali prospettive ci sarebbero?

La risposta a questa domanda segue il problema generale. Formalmente non si sa se e cosa dovrebbe cambiare e come. Questo è inaccettabile.

Stesso discorso vale per i consultori territoriali di pertinenza dei due ospedali che dovrebbero chiudere, per i quali al momento non sono previste ipotesi di rilancio e di riqualificazione sostanziale in termini di personale e dotazione tecnica.

Servizi di assistenza sanitaria di base (medico di base e guardia medica, ambulatori) inesistenti o di qualità bassa, tale da vedere spesso i P.S. come unico presidio funzionante (soprattutto per rispondere alle peculiari esigenze di bambini e anziani). Come si può gestire il flusso in un unico ospedale, considerando che in aree altrettanto vaste e popolate non è prevista una gestione di questo tipo. Si prevede un incremento delle convenzioni con il privato?

Anche questa problematica non è stata approfondita e merita una attenta discussione con la Regione secondo le modalità già dette. L’assistenza di base, con la cosiddetta guardia medica, è uno dei campi in cui il SSN è più in difficoltà e questo si ripercuote sul funzionamento degli ospedali. Ovviamente anche questo fa parte dell’analisi dei bisogni delle popolazioni interessate. Ma indica anche come sia assurdo progettare interventi quali quelli di cui parliamo, al di fuori di una seria valutazione dei bisogni delle popolazioni di tutta la Lombardia. Basti pensare che l’ultimo piano regionale di riorganizzazione degli ospedali è del secolo scorso (approvato con L.R. 3 settembre 1974 n.55 ). Appare ovvio che se il progetto va avanti così com’è previsto da Regione Lombardia, il rischio di un aumento di convenzioni con il privato è reale.

Assistenza sanitaria di base, servizi ambulatoriali e consultoriali. Criticità e punti di intervento. Carenze, disservizi, tempi di attesa: quali priorità e su quali leve puntare per risolvere questi problemi?

Questa domanda è cruciale, meriterebbe una approfondita valutazione, necessita di uno spazio ad hoc, con il coinvolgimento di più competenze. Ma indubbiamente vuol dire affrontare il punto in cui siamo arrivati, in uno dei Servizi Sanitari Nazionali più efficaci del mondo e di cui sono fiero, ma che proprio su questi punti ha le sue peggiori criticità.

A fronte della chiusura dei due ospedali, occorre in parallelo assicurare al territorio dei servizi di qualità e realmente in grado di gestire le più basilari esigenze. Quindi, evitare il pellegrinaggio tra una struttura e l’altra per avere diagnosi e terapia. Pensiamo per esempio in periodi di picco dell’influenza (critici per alcune categorie). Quindi qualità significa avere personale e strumenti adeguati. Significa prevedere a livello territoriale posti letto che vanno oltre il day hospital. Che margine c’è per assicurare tutto ciò? Stiamo andando verso un sistema sanitario pubblico universale in via di dismissione?

Come dicevo prima il nostro è ancora un Sistema Sanitario molto buono. In Regione Lombardia è sopravvissuto malgrado Formigoni, grazie alle pregresse capacità degli operatori ed alle tradizioni della Sanità lombarda. Con la controriforma Maroni, inopinatamente avvallata dal Ministro Lorenzin, e con i sempre più ridotti finanziamenti (da anni il SSN è sottofinanziato) e con il conseguente aumento della spesa dei privati, il suo universalismo è messo seriamente in discussione. Il mio timore è che se permettiamo ad una Sanità privata di avere eccellenze che il pubblico non ha o apriamo ad altre forme di finanziamento di tipo assicurativo, come prospettato anche da alcune parti sindacali e politiche, la dismissione del sistema sanitario pubblico sia alle porte.

Nel frattempo è arrivato un comunicato dell’assessore al Welfare della Regione Lombardia Giulio Gallera, che, a margine del sopralluogo all’ASST dei Santi Paolo e Carlo con la direzione strategica coordinata dal direttore generale, Matteo Stocco, ha precisato che:

“Il San Carlo non corre nessun rischio di chiusura”, spiegando che l’ospedale “è e rimarrà un polo di riferimento per il territorio, anche dopo la realizzazione dell’ospedale unico, con la riqualificazione di alcuni edifici esistenti e ulteriori servizi specifici che saranno definiti nel dettaglio. Gli allarmismi sono infondati e fuorvianti”.

“A breve – ha aggiunto Gallera – formuleremo una proposta operativa al Comune e al Municipio 7 per la declinazione dei servizi e degli spazi che dovranno essere specificati sulla base dei nuovi bisogni e delle nuove esigenze di carattere socio sanitario. Siamo inoltre in fase di definizione dell’Accordo di programma per la realizzazione del nuovo ospedale unico e presto trasmetteremo al Comune di Milano il piano dettagliato dell’operazione. Non possiamo permetterci di interrompere la corsa all’innovazione che si concretizza con la realizzazione di un nuovo presidio moderno e funzionale, strutturato sulle eccellenze dei due poli esistenti. Ma non saranno smantellati i servizi ad esempio legati alla cronicità, a beneficio dei cittadini che animano questo popolato quartiere di Milano accanto al San Carlo”.

L’assessore ha inoltre confermato gli impegni finanziari che prevedono investimenti pari a 29 milioni di euro complessivi per dotazioni tecnologiche moderne e adeguamenti strutturali degli ospedali dell’Azienda dei Santi Paolo e Carlo.

Sarà tutto da verificare, perché simili affermazioni trovino concretezza e non restino parole sospese per aria, anche perché è chiaro che senza garanzie di una continuità assistenziale territoriale di qualità, potrebbe essere in salita anche la concessione comunale dell’area nel PGT. È proprio in vista di un lavoro di riprogettazione dell’assistenza che occorre cogliere questo momento, soprattutto per quanto concerne anche i poliambulatori e consultori nelle aree periferiche: specialità e servizi di base realmente di buon livello.

La brillante Sanità Lombarda ci dà ulteriormente prova di una mancanza di visione non solo strategica, programmatica, ma anche analitica dei fabbisogni del territorio, interessata più che altro a “razionalizzare” e a risparmiare.

Come cittadina, auspico che si colga questo momento, in chiave di opportunità per avviare un iter di ascolto dei cittadini, degli utenti, un dovere per ogni amministratore pubblico. Ciò che sinora è mancato, si deve tornare a rivendicarlo, come unica strada per non trovarci in pochi anni con in mano le briciole di un sistema sanitario pubblico e universale.

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Guadagno meno di te: percorso tra i differenziali di genere, alla ricerca di soluzioni


Avviato a Milano, in Regione, un percorso sul tema del gender pay gap. Un’iniziativa articolata di approfondimento e informazione, che sarà seguita da un confronto tra tutte le parti, per avanzare suggerimenti e proposte concrete.

Secondo il recente rapporto Oxfam, meno della metà della popolazione femminile italiana è occupata e tra queste 1/4 lavora in ruoli al di sotto delle proprie potenzialità. Circa 3 lavoratrici su 4 sono “vittime” del part-time involontario, per tenere tutto in equilibrio figli, vita privata, lavoro, finché ce la si fa. Il dato del 2016 fornito dall’Ispettorato del Lavoro sulle dimissioni volontarie con figli fino a 3 anni d’età parla chiaro: sono state 37.738, di cui le donne che si sono licenziate sono state 29.879. Tra le mamme, appena 5.261 sono i passaggi ad altra azienda, mentre tutte le altre (24.618) hanno specificato motivazioni legate alla difficoltà di assistere il bambino (costi elevati e mancanza di nidi) o alla difficoltà di conciliare lavoro e famiglia. La Lombardia è in testa con un numero altissimo di dimissioni convalidate: 8.850, di cui 3.757 sono dovute al passaggio ad altra azienda, ma tutte le altre (5.093) sono legate a motivi familiari. Tra le donne quasi la metà (3.105) si sono licenziate per mancato accoglimento al nido, assenza di parenti di supporto e elevata incidenza dei costi di assistenza del figlio. Considerando che al nord i costi del nido si aggirano attorno ai 500 euro, con differenze regionali notevoli e valori minori al Sud. Nidi e servizi alle famiglie sono ridotti ai minimi termini, come ricordato ancora dall’Istat in una recente analisi. I posti disponibili, in tutto 357.786, coprono solo il 22,8% del potenziale bacino di utenza (i bambini sotto i tre anni residenti in Italia).

I dati appaiono impietosi a questo proposito: i lavori domestici sono ancora prerogativa delle donne (81%) rispetto agli uomini (20%), il 97% delle donne contro il 72% degli uomini si prende cura dei propri figli.

Questa situazione alimenta e perpetua le discriminazioni, perché ai colloqui di lavoro, come sempre compare la domanda “vorrai avere figli?” e se per caso ne hai, quasi sempre ha risultati negativi nella selezione.

slide Oxfam

Solo il 55% delle madri italiane lavora, di cui il 40% ha un contratto part-time e la metà si tratta di una scelta obbligata. Se si mettono insieme l’ammontare medio di uno stipendio part-time e i costi per il nido si comprendono i dati del numero di donne che optano per le dimissioni.

I dati evidenziano come l’Italia sia ancora indietro in tema di accesso al mercato del lavoro, retribuzione e avanzamento di carriera.

Nel 2017: una donna su due non aveva un lavoro; solo il 48,9% delle donne tra i 15 e i 64 anni aveva un’occupazione; più del 10% delle donne occupate era a rischio di povertà, ovvero donne che pur lavorando vivono in un nucleo familiare con un reddito disponibile al di sotto della soglia del rischio povertà. L’Italia ha continuato ad essere tra i peggiori attori per quanto concerne il tasso di partecipazione economica delle donne, indicatore monitorato nel Global Gender Gap Index realizzato dal World Economic Forum: posizionandosi al 118° posto su 142 Paesi.

Il divario di genere si allarga così, secondo il Wef, oltre il 30%. Una situazione ancora più inaccettabile visto che dal 2006 l’Italia ha dovuto recepire, tramite il decreto legislativo 198, una direttiva europea su pari opportunità e pari trattamento tra uomini e donne in materia di occupazione. L’ennesima norma rimasta lettera morta nel Paese reale.

Si ripete sempre che il divario di genere fa male non solo alle donne ma anche all’economia. È quindi sempre più importante non dimenticarsi di questo aspetto e cercare di intervenire. Per questo è importante il percorso avviato sul tema dalla consigliera regionale Paola Bocci, che porta a interrogarci e a confrontarci alla ricerca di risposte e soluzioni, un’iniziativa articolata di approfondimento e informazione, che sarà seguita da un confronto tra tutte le parti, per avanzare suggerimenti e proposte concrete. Presso il Pirellone, il 15 ottobre si è svolta la prima tappa a partire dalla domanda “Ma perché io guadagno meno di te?”, dai risvolti assai interessanti, grazie a un approfondimento di ottimo livello apportato dagli interventi. Paola Bocci apre i lavori con un intervento che potete leggere qui.

“In Lombardia, la Regione con il maggior numero di donne occupate, se il divario occupazionale tra uomini e donne è meno sensibile che in alte regioni, resta significativo invece il divario salariale. Questo anacronistico permanere di un alto differenziale retributivo tra uomini e donne, pur in presenza di una legislazione di sostegno in apparenza ineccepibile, non accenna a diminuire, relegando le donne in posizione di subalternità e causando danni anche alle aziende. Tutto avviene però in un clima di inconsapevolezza collettiva, che quindi rende urgente e necessario approfondire il fenomeno da differenti punti di vista, cercando di individuarne. È un tema sentito e su cui viene chiesto di intervenire per ridurre il divario, anche considerando che la parità di genere è uno dei primi 5 obiettivi di Sviluppo del Millennio per l’Onu.”

Questo gap evidenzia come il mondo del lavoro non vada di pari passo con i cambiamenti in corso nella società civile.

Per approfondire questo tema è necessario definire un metodo di analisi corretto, per ottenere dati percentuali affidabili e saper leggere i dati in rapporto agli ambiti produttivi, alla scolarità e in tutto il percorso lavorativo.

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Un passo di civiltà lungo tre anni


Per la rubrica “come è andata a finire”.

Un passo di civiltà per il quale ci sono voluti tre anni. Sì è dall’autunno del 2014 che si è aperta la tenzone in merito ai costi della fecondazione eterologa.

Apprendiamo da un comunicato di Sara Valmaggi che:

“Il consiglio regionale ha approvato la mozione che ho presentato con la consigliera di Insieme x la Lombardia, Chiara Cremonesi e il Patto civico, che chiedeva che negli ospedali lombardi si possa accedere alle pratiche di fecondazione assistita eterologa con il solo pagamento del ticket. Mi sembra un ottimo passo avanti. L’assessore ha annunciato in aula la delibera entro dicembre: lo prendiamo in parola e auspichiamo che finalmente si ripari la discriminazione, già decretata dal Tar e dal Consiglio di Stato, finora subita dalle coppie lombarde.”

Anni per giungere a questa conclusione, dopo che la Regione Lombardia aveva deciso di porre interamente in carico ai pazienti il costo della pratica, differentemente da quanto previsto per la fecondazione omologa e da quanto messo in atto in altre regioni italiane. Una discriminazione delle coppie lombarde durata un tempo lunghissimo se ci pensiamo. Un aggravio di costi a carico delle coppie ingiustificato e altamente lesivo di una uguaglianza che nei fatti è venuta meno, pur essendo una pratica rientrante nei nuovi Lea.

Ma si sa, questi sono i risultati quando si smembra una legge, la 40/2004 che da subito ha mostrato grossi limiti, a colpi di sentenze della Corte costituzionale e non interviene una legge organica che riorganizzi la materia, ma si procede per pezzi, per successive modifiche nelle prassi, altamente variegate anche a causa dell’autonomia regionale in materia sanitaria.

E speriamo che la delibera regionale arrivi entro la fine dell’anno. E speriamo che si torni a parlare seriamente di legge 194, di contraccezione accessibile, di sessualità consapevole e di infiltrazioni confessionali che vogliono imporsi sulle scelte delle donne. Questioni che in Lombardia, ma anche altrove, sono urgentissime e per troppo tempo dimenticate e diventate marginali perché “scomode” a livello di ritorno elettorale.

 

Vi invito a firmare questa petizione per una contraccezione gratuita e consapevole.

 

 

Per approfondire:

Sul business dell’eterologa: http://www.repubblica.it/salute/2017/07/05/news/italia_l_eterologa_e_in_mano_ai_privati-170054707/

I nuovi Livelli Essenziali di Assistenza. Le novità per la salute della donna:

http://www.salute.gov.it/portale/documentazione/p6_2_5_1.jsp?lingua=italiano&id=334

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Prevenire e contrastare la violenza: al centro la donna

@Hanna Barczyk

Le ultime novità in termini di contrasto alla violenza contro le donne, tra cambiamenti significativi, nuovi progetti europei e criticità che richiedono la giusta attenzione e la capacità di ascoltare tutte le parti coinvolte.

 

In tema di violenza contro le donne indubbiamente occorre ancora fare tanto, soprattutto in termini di sistema e di interventi strutturali, non più emergenziali. In quest’ottica si sta lavorando a livello di dipartimento delle pari opportunità. Vedremo i risultati del nuovo piano d’azione nazionale contro la violenza sessuale e di genere.

Tanto dovrà essere fatto in termini di prevenzione e interventi sulla cultura che alimenta e giustifica la violenza. Tanto dovrà essere fatto in termini di formazione di tutti i soggetti coinvolti. Tanto soprattutto in ottica di informazione sulle modalità e sui supporti per uscire da una situazione di violenza.

Al contempo registriamo gli sforzi della Polizia di Stato per ottimizzare approcci e interventi. Già attivo in prova dal 20 gennaio, è stato introdotto il protocollo “Eva” che ha messo insieme una serie di linee guida per gli agenti delle volanti e per quelli in sala operativa, che a distanza coordinano e gestiscono tutti gli interventi. Si tratta di attuare una standardizzazione degli interventi per tutte le Province e anche a livello di interforze. È prevista anche una banca dati sulle aggressioni negli specifici domicili, “per permettere agli agenti della Polizia di Stato di sapere se in passato vi siano stati altri episodi di violenza in un determinato contesto familiare e per tenere sotto controllo le situazioni più rischiose anche in assenza di formale denuncia.”

Il protocollo “Eva” è stato ideato e sperimentato nell’Ufficio prevenzione generale e soccorso pubblico (Upgsp) della Questura di Milano, oggi è operativo in tutte le Questure d’Italia. “Eva” si fonda su due strumenti per tutelare le vittime: l’allontanamento d’urgenza dalla casa familiare e l’arresto obbligatorio in caso di maltrattamento o atti persecutori, per cui si deve verificare una reiterazione delle condotte violente. È previsto un apposito modulo in cui verrà indicata la presenza di ingiurie, minacce, molestie e percosse ma anche di eventuali suppellettili danneggiate o di lividi e ferite che ha portato all’intervento della Polizia. Nel caso in cui la vittima non voglia parlare o minimizzi vengono raccolte le dichiarazioni di eventuali testimoni. Tutte le informazioni confluiscono in un database a disposizione degli agenti e potranno essere una base utile per una eventuale azione dell’autorità giudiziaria. Si sta iniziando pian piano a capire che la donna va protetta e che l’approccio pacificatore è deleterio e molto pericoloso. Purtroppo continuiamo a registrare episodi in cui il sistema di protezione della donna non funziona, non si riesce a intervenire tempestivamente, non si fa nulla quando il violento esce dal carcere, si sottovalutano i segnali di pericolo, le donne finiscono col restare sole. Non è sufficiente l’azione dei centri antiviolenza senza una efficace attività di rete che coinvolga più soggetti.

In Lombardia il 28 aprile è stata deliberata (Delibera X-6526) l’istituzione di un Albo regionale dei centri antiviolenza, case rifugio e case di accoglienza, che è condizione necessaria ma non sufficiente per accedere ai finanziamenti. A dicembre 2016 era stato approvato l’Osservatorio regionale antiviolenza O.R.A. che possiede un sistema di raccolta dati che prevede l’utilizzo del codice fiscale, l’apertura del fascicolo donna e l’attribuzione di un codice donna. I dettagli li trovate nella delibera 19 dicembre 2016 – n. X/6008 (Delibera X-6008 da pagina 20 in poi).

Il 31 maggio è stato approvato in Commissione sanità il parere sulla proposta di istituzione dell’Albo regionale dei centri antiviolenza, case rifugio e di accoglienza, che attende ancora un altro passaggio in giunta per l’approvazione della delibera definitiva. Non sono stata in grado di reperire il documento in questione, ma emerge da questa nota una definizione dei requisiti per i centri già operativi e quelli di nuova istituzione: per i primi è necessario aver indicato nello Statuto l’impegno prioritario nel contrasto alla violenza sulle donne o una consolidata esperienza di almeno 5 anni; per i nuovi, oltre al requisito relativo allo Statuto, è richiesto che tutti gli operatori (sì, il solito maschile neutro) abbiano tre anni di esperienza continuativa maturata nei centri già esistenti.

Inoltre si chiede che si rispetti la clausola, prevista dalla Conferenza Stato-Regioni, sull’impiego prioritario di personale femminile adeguatamente formato.

La Rete lombarda dei Centri Antiviolenza che fa capo a DIRE ha preso posizione il 6 giugno per evidenziare i punti su cui non concorda e ciò che risulta in contrasto con quanto stabilito dalla Convenzione di Istanbul e dall’Intesa Stato Regioni del novembre 2014. In gioco ci sono aspetti molto delicati sulla gestione dei casi, sulla composizione dell’albo, sul personale operativo, sui protocolli, sulle modalità di funzionamento del sistema O.R.A.

Qui il comunicato dettagliato della Rete lombarda.

 

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P.s. Maria Elena Boschi, che detiene la delega alle pari opportunità, ha presentato un bando che mette a disposizione 22 milioni per le associazioni che si occupano del recupero delle vittime della tratta di donne. Qui i dettagli.

L’impegno vero è smetterla di guardare e di parlare di numeri. Non siamo numeri, ma vite e storie di donne interrotte per mano di uomini. Parlare come si fa qui di fenomeno, una percentuale, un trend, un grafico non aiuta a comprendere cosa accade veramente alle donne.

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Salute sessuale e riproduttiva: tra preoccupazioni, istanze e nuove prospettive

Dopo altri interventi rilevanti da organismi internazionali, anche le Nazioni Unite si pronunciano sulle difficoltà delle donne italiane ad accedere ai servizi di IVG.

“Il Comitato per i Diritti Umani delle Nazioni Unite ha espresso preoccupazione per le difficoltà che le donne devono affrontare per accedere all’ interruzione volontaria di gravidanza a causa dell’elevato numero di medici obiettori che si rifiutano in tutto il paese di effettuare il servizio.”

L’elevato numero e la modalità di distribuzione dei medici che rifiutano di prestare il servizio in tutto il paese sono stati considerati come fonte di violazione dei diritti umani.

“Le Nazioni Unite hanno richiesto al governo italiano di adottare le misure necessarie, non solo per eliminare tutti gli impedimenti, ma anche per garantire il tempestivo accesso ai servizi di interruzione volontaria di gravidanza sul suo territorio per tutte le donne che ne fanno richiesta.

Viene richiesto al governo italiano di creare un sistema efficace di riferimento delle pazienti, quindi di stabilire protocolli e linee guida per garantire che gli ospedali che non forniscono il servizio si assicurino attivamente che le pazienti ottengano il servizio in altre strutture sanitarie.”

“La Lombardia si conferma una regione non virtuosa per l’applicazione della legge 194, che garantisce e regola l’interruzione di gravidanza nelle strutture sanitarie italiane. Lo dimostra l’indagine effettuata dal gruppo regionale del PD struttura per struttura, relativi al 2016.”

“Il ricorso all’Ivg è in calo progressivo in tutta Italia e lo è anche in Lombardia (nel 2015 -10,5% rispetto al 2014) e questo conferma che la 194 è una legge efficace”, anche se non sempre applicata a dovere, a causa del numero di medici obiettori che raggiunge il 68,2%, ma che vede 6 su 63 i presidi nei quali la totalità dei ginecologi è obiettore di coscienza (Iseo, Sondalo, Chiavenna, Gavardo, Gallarate, Oglio Po). In 16 strutture è superiore all’80% e solo in 5 l’obiezione è inferiore al 50%.

L’ipotesi di indire concorsi ad hoc per medici non obiettori (come è accaduto nel Lazio) è solo una delle strade percorribili. Perché occorrerebbe incidere centralmente per riequilibrare il numero di obiettori e non. E di proposte di legge in tal senso ne sono state presentate tante e giacciono tutte in attesa di esame.

Anche perché la carenza di medici non obiettori si ripercuote sulle nostre tasche:

“Per sopperire, i pochi ginecologi non obiettori a rotazione coprono più presidi ospedalieri spostandosi esclusivamente per effettuare IVG. In alternativa, le ASST sono costrette a ricorrere a personale esterno, cioè a medici gettonisti che si recano negli ospedali esclusivamente per questo tipo di intervento e per i quali nel 2016 sono stati spesi 153.414,00 euro.”

 

Recentissima questa proposta di legge che intende intervenire a monte.

In fase preliminare del concorso, ciascun candidato dovrebbe manifestare esplicitamente per iscritto la sua scelta. In caso di non obiezione, questo elemento costituirebbe un titolo aggiuntivo preferenziale nella definizione della graduatoria. Nel caso in cui la scelta dell’obiezione dovesse essere fatta successivamente alla fase dell’assunzione e quindi concorsuale, essa equivale alla rinuncia all’incarico, con conseguente “dislocamento” in altra sede, anche fuori regione.

In pratica, la dichiarazione di obiezione la si richiederebbe a monte, prima dell’assunzione, mentre al momento si formalizza a incarico assegnato. In caso di parità di punteggio, per ipotesi, sarebbe il medico non obiettore ad avere la precedenza. Quindi si introdurrebbe un criterio nella fase di selezione e di valutazione dei curricula. Potrebbe essere una strada utile per riequilibrare le quote di medici e per introdurre una normativa unitaria per la selezione del personale in ambito ostetrico e ginecologico.

Non è solo una questione di obiezione, ma di un sistema che garantisce i servizi a macchia di leopardo, che ha ancora percentuali esigue di ricorso agli aborti farmacologici attraverso la Ru486. In Lombardia l’utilizzo della RU486 nel 2016 è al 6,6% (927 IVG con RU486 a fronte di un totale di 13.830 Ivg). Sapete perché?

  1. In Lombardia 33 strutture su 63, il 52%, non praticano Ivg farmacologiche;
  2. tra una “difficoltà” e l’altra passano i 49 giorni utili per potervi ricorrere;
  3. a differenza di altre regioni, per l’ Ivg farmacologica è previsto il ricovero obbligatorio di 3 giorni, mentre per il metodo chirurgico è sufficiente il day hospital.

Insomma, esistono una serie di ostacoli che continuano a frapporsi o meglio a essere frapposte.

Eppure nel Lazio partirà una sperimentazione di 18 mesi per l’utilizzo della Ru486 nei consultori. Si ragione in questo senso, per uscire dai reparti di ginecologia, anche in Toscana, dove però si pensa ad ambulatori attrezzati e dopo Pasqua si parte a Firenze.

Ah, certo occorre avere un investimento nelle strutture, perché per come sono oggi attrezzati i consultori pubblici lombardi, la vedo difficile.

Quindi se vogliamo veramente assicurare un buon servizio occorre muoversi. Occorre farsi sentire ora che è entrata in vigore una delibera che aggiorna le tariffe delle prestazioni consultoriali in ambito materno infantile e dopo che è stata scongiurata l’ipotesi di far pagare alle minorenni le prestazioni. Perché non approfittare per chiedere un significativo e tangibile impegno per migliorare realmente il servizio e ripristinare le sue funzioni originarie? Perché accontentarsi delle “rassicurazioni” di Gallera, che pensa di chiudere così la questione? Perché non puntare a ripristinare la gratuità delle prestazioni consultoriali, come previsto dalla normativa nazionale del 1975?

La realtà vede la situazione dei consultori in Lombardia in bilico, un destino subordinato alla Riforma della Sanità lombarda, con la conversione in centri per le famiglie, processo ancora in corso.

Anche in Lombardia si registra un’impennata nelle vendite della pillola EllaOne, un contraccettivo d’emergenza, che se assunto fino a 5 giorni dopo il rapporto sessuale, è in grado di ritardare o inibire l’ovulazione. Non è un farmaco abortivo, anche se ancora oggi alcuni farmacisti invocano l’obiezione di coscienza per non venderlo, una prassi ricordiamo non legale (in quanto non esistono farmaci abortivi vendibili in farmacia e quindi l’obiezione non può essere esercitata). La sua diffusione è notevolmente aumentata dal maggio 2015, quando l’AIFA ha eliminato l’obbligo del test di gravidanza e di prescrizione medica (per le maggiorenni, mentre rimane per le minorenni) come condizioni per la vendita.

“In Italia le confezioni distribuite nel 2016 sono state 237.846 a fronte delle 16.798 del 2014. In Lombardia le confezioni distribuite nel 2016 sono state 48.722 a fronte delle 3.871 del 2014. L’incremento è stato di oltre 12 volte. Le IVG sono diminuite nel 2015 del 10,5%.”

Viviamo in un Paese strano. Per un contraccettivo ormonale normale ci vuole la ricetta bianca (possono essere acquistate con la stessa ricetta sulla quale, ogni volta viene messo il timbro della farmacia, fino a 10 volte in sei mesi dalla data di prescrizione), mentre per quelli di emergenza nulla. Questo “nulla” è stato frutto di anni di lotta, ma forse ci ha poi fatto dimenticare, una volta ottenuta la cancellazione dell’obbligo di ricetta, che la lotta doveva continuare su tutto il resto, su ciò che manca ancora, dalla prevenzione, all’educazione, alla facilità di accedere a programmi contraccettivi strutturati e ad hoc, a servizi consultoriali di qualità e diffusi sul territorio.

Non possiamo limitarci a ipotizzare la correlazione tra contraccezione d’emergenza e riduzione del numero di IVG. Poco avremo risolto se non educheremo le donne a una contraccezione consapevole e costante, accessibile e non onerosa (ricordiamo il passaggio in fascia C a pagamento di una serie di contraccettivi prima in fascia A).

Non parliamo mai di prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili (Mst), si continuano a rifiutare con orrore le proposte di interventi educativi nelle scuole a riguardo di una sessualità consapevole per tutt*. La riproduzione, la contraccezione sono ancora argomenti tabù, la prevenzione delle Mst ancora una questione da donne. Nel frattempo dovremmo aver capito che così non gira e che i risultati sono pessimi. Ne parlavo qui in modo approfondito. È un problema di relazione, di responsabilità di entrambi i componenti della coppia, è anche in primis un indice di rispetto di sé e del partner. Ma tutto questo a chi sta a cuore?

Si continua a non voler approfondire il fenomeno degli aborti clandestini, che avvengono con metodi che mettono a serio rischio la salute e la vita delle donne. Si continua a fare gli struzzi. In più permangono le elevate sanzioni amministrative che colpiscono le donne per questo tipo di pratiche. Cosa accade non si sa. Meglio che rimangano questioni private, ognuna per conto proprio, alla mercé del caso, della geografia e della propria capacità di far da sé, su malattie sessualmente trasmissibili, gravidanze indesiderate, difficoltà riproduttive…

Ah, sì, dimenticavo, sarebbe meglio che la smettessimo di rompere, non sia mai che vi disturbiamo troppo.

 

Questo articolo è stato pubblicato anche su DOL’S MAGAZINE.

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Misure per uscire dalla violenza e per essere finalmente libere

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A distanza di quasi un anno è arrivata la circolare INPS  per rendere applicabile il congedo per le vittime di violenza di genere contenuto nell’art. 24 del decreto legislativo n. 80 del 15 giugno 2015.
La normativa prevede che le lavoratrici dipendenti del settore pubblico e privato, escluse le lavoratrici del settore domestico, possano avvalersi di un congedo indennizzato per un periodo massimo di 3 mesi al fine di svolgere i percorsi di protezione certificati dai servizi sociali del Comune di appartenenza, dai Centri antiviolenza o dalle Case Rifugio. Il congedo può essere fruito su base giornaliera o oraria entro tre anni dall’inizio del percorso. Per le giornate di congedo la lavoratrice ha diritto a percepire una indennità giornaliera, pari al 100% dell’ultima retribuzione da calcolare prendendo a riferimento le sole voci fisse e continuative della retribuzione stessa.
Si tratta di un piccolo ma importante passo per consentire un percorso con meno intoppi di uscita dalla violenza. In altri Paesi interventi simili esistono già da tempo e sono inquadrati in un sistema più organico e strutturato, per dare alle donne vittime di violenza un’autonomia economica e la sicurezza di poter guardare al futuro più serenamente.

(…)

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http://www.dols.it/2016/04/18/misure-per-uscire-dalla-violenza-e-per-essere-finalmente-libere/

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Donne, lavoro e discriminazioni

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Durante questi anni di crisi economica ci siamo concentrati sulle ricadute occupazionali, sulla difesa dei posti di lavoro a qualunque costo. Forse questo impegno ha lasciato da parte il discorso del contrasto a fenomeni di discriminazioni nei luoghi di lavoro. La partecipazione al mercato del lavoro ci vede sempre in posizioni molto basse nelle classifiche internazionali. Ricordo che l’Italia è al 111° posto (del segmento economic participation and opportunity, siamo al 91° posto per labour force participation) su 145 paesi del Global gender gap report 2015 del WEF, con il 13% di disoccupazione femminile, 2 punti sopra quella maschile, solo il 54% delle donne contro il 74% che partecipa al mercato del lavoro (è occupata o sta cercando) e che guadagna però la metà del suo collega. Nessun paese avanzato è messo male come il nostro, ci collochiamo tra gli ultimi insieme a Cuba, Messico, Arabia Saudita, Bangladesh. Negli ultimi dieci anni abbiamo solo peggiorato.

Lo scorso 22 febbraio ho seguito il convegno organizzato dalla Consigliera di Parità della Lombardia presso l’Auditorium Testori di Milano. Questa figura, poco conosciuta e valorizzata, in qualità di pubblico ufficiale, ha l’obbligo di agire in giudizio per accertare e rimuovere gli effetti delle discriminazioni collettive e individuali (che coinvolgono uomini e donne). Inoltre, promuove concrete politiche di pari opportunità di genere, coinvolgendo tutte le figure che operano nel mercato del lavoro: dalle lavoratrici e lavoratori alle istituzioni, dalle parti sociali ai soggetti privati.

Il Fondo nazionale per le Consigliere di Parità per il triennio 2015-2017 è stato azzerato, da qui la domanda che ha aperto il convegno: ha ancora senso parlare di parità di genere nel mondo del lavoro? Il convegno è stato anche l’occasione per fare un bilancio di chiusura del mandato della consigliera di parità Carolina Pellegrini e della sua supplente Paola Mencarelli.

Qui una presentazione che riassume chi si rivolge alla Consigliera di Parità, quante segnalazioni arrivano all’ufficio regionale e cosa denunciano, i canali informativi che portano a rivolgersi all’ufficio, i settori lavorativi (spesso sono anche le P.A. a discriminare), le tipologie di approccio per risolvere i vari casi, l’esito delle denunce.

32 accessi nel 2012, diventati negli anni 70, 73, 66 nel 2015. I numeri sono importanti, ma vanno contestualizzati. Se li esaminiamo insieme al fatto che in tante aziende, in alcuni settori, la rappresentanza sindacale manca o ha poco potere, per cui spesso il dipendente discriminato si trova da solo a fronteggiare questi problemi e non sa nemmeno della possibilità di rivolgersi all’ufficio della Consigliera di Parità, capiamo quanto ogni singolo accesso è un successo, una importante possibilità di far valere i propri diritti. Cosa viene denunciato: violenze di genere 2%, vessazioni/molestie/mobbing 12%, mobilità/C.i.g. 2%, licenziamento 10%, normativa/servizi/progetti 6%, discriminazione economica 4%, demansionamento 10%, convalida dimissioni 2%, contrattazione 3%, conciliazione lavoro famiglia 32%, carriera 2%, altro 16%.

Il dato più elevato è quello che corrisponde alle questioni di conciliazione, un segnale forte di sofferenza reale. Dietro ogni numero c’è una storia, una persona. Ci siamo noi. Avevo da poco rassegnato le dimissioni dal mio lavoro quando partecipai a un incontro in cui era presente Carolina Pellegrini. Eppure tornare a sentir parlare di questi temi mi provoca una sofferenza che gli anni non hanno saputo attenuare. Ogni volta che ne scrivo provo le stesse sensazioni laceranti, quella sensazione di solitudine e sconfitta che provai al momento della convalida delle mie dimissioni. Sconfitta perché dovevo dichiarare la mia volontarietà, pur sapendo che quella era una scelta obbligata da una serie di risposte negative del mio datore di lavoro, da mesi passati a resistere e dalla mancanza di supporti che mi permettessero di conciliare vita privata e lavoro. Mi sentivo e mi sento schiacciata da una mancanza di alternative, schiacciata da un sistema che mi stava espellendo come se improvvisamente la mia maternità mi avesse trasformato in un corpo estraneo, una scoria da smaltire e da rigettare. Io non mi sono rivolta alla consigliera di parità, e se lo avessi fatto sarei finita nella schiera di coloro che dopo una prima consulenza decidono di non proseguire. Perché le pressioni sono tante e perché non sempre hai la forza di opporti, di affrontare l’ennesimo scontro, quando sai che le hai veramente provate tutte. Nella mia vita ho resistito alla precarietà, a stipendi da fame, a singhiozzo, a c.i.g., a tutto, ma non ho saputo fronteggiare e reagire di fronte alla “scelta” di dimettermi. Non è la strada giusta, la strada giusta è lottare e farsi aiutare. Per questo si dovrebbe tornare a pretendere che quel fondo per le Consigliere di Parità si torni a riempire.

Non essendoci una consigliera di parità provinciale, dopo la decadenza della Provincia, la consigliera regionale ha dovuto occuparsi anche degli atti di carattere individuale, non solo collettivo. L’approccio ha sempre privilegiato la collaborazione con altri enti, organismi e assessorati, cercando di intervenire attraverso interventi programmati. Ci sono state importanti collaborazioni, ma non è sempre stato facile.

Le risorse azzerate non facilitano certo il compito di questa importante figura. Mancano i soldi per sostenere le spese degli avvocati che devono difendere le persone in caso di causa in tribunale, quando la conciliazione e gli accordi informali tra ditta e lavoratore falliscono.

Ogni anno viene inviata una relazione al Ministero del Lavoro QUI

Le segnalazioni arrivano dal singolo dipendente, dal suo legale o dal delegato sindacale. Gli interventi autonomi della Consigliera sono altresì possibili, se si individuano discriminazioni in seguito all’esame delle relazioni sul personale che le imprese con più di 100 dipendenti sono tenute a presentare, ma che in poche presentano. La prassi prevede l’audizione del denunciante e del datore di lavoro, che solitamente è disponibile a collaborare. Si cerca di privilegiare una conciliazione condivisa, che permetta di conservare il posto di lavoro, rimuovendo gli atti discriminatori.

Si interviene per esempio su richieste di part-time negato, di premi produttivi non erogati a donne a causa di periodi di astensione dal lavoro per maternità obbligatoria. Altri problemi si riscontrano nell’usufruire dei congedi parentali. Insomma i diritti legati alla maternità e alla paternità continuano ad essere vissuti come oneri insostenibili dai datori di lavoro, nonostante la Costituzione, il Testo unico delle disposizioni legislative in materia di tutela e sostegno della maternità e della paternità, aggiornato, da ultimo, con le modifiche apportate dal D.Lgs. 15 giugno 2015, n. 80 e, successivamente, dalla L. 7 agosto 2015, n. 124. QUI

Si fa fatica con una legislazione disordinata, che fatica a individuare quale sia la misura utile per garantire parità di genere, con troppi gradi di giudizio e una difficoltà a intervenire in casi di discriminazioni multiple (genere, nazionalità ecc.). Questo l’intervento dell’avv. Alberto Guariso. Prendiamo in esame casi di discriminazione per genere e per età. L’anzianità di servizio va premiata, secondo il contratto a tutele crescenti previsto dal Jobs Act. Sappiamo che le donne sono coloro che più sono soggette a interruzioni e quindi risultano le più svantaggiate da un sistema che premia la permanenza e l’anzianità aziendale. Questi sistemi penalizzano le donne. Ancora troppo ambigua la norma che riguarda l’onere della prova:

Codice delle pari opportunità (Dlgs 198/2006)

Art. 40.

Onere della prova

(legge 10 aprile 1991, n. 125, articolo 4, comma 6)

1. Quando il ricorrente fornisce elementi di fatto, desunti anche da dati di carattere statistico relativi alle assunzioni, ai regimi retributivi, all’assegnazione di mansioni e qualifiche, ai trasferimenti, alla progressione in carriera ed ai licenziamenti, idonei a fondare, in termini precisi e concordanti, la presunzione dell’esistenza di atti, patti o comportamenti discriminatori in ragione del sesso, spetta al convenuto l’onere della prova sull’insussistenza della discriminazione.

Finché le sanzioni saranno esigue, discriminare converrà ai datori di lavoro. La paura di intaccare la libertà di contrattazione del datore di lavoro incide sul tipo di intervento e sul tipo di sanzione. Ci devono essere sanzioni diverse da quelle pecuniarie e che devono dissuadere dal compiere comportamenti discriminatori. Discriminare costa molto in termini economici, ma culturalmente non è ancora una questione percepita dai datori di lavoro.

Andrea Rapacciuolo della Direzione Interregionale del Lavoro di Milano sottolinea l’importanza di diffondere le informazioni per consentire alle persone di sapere a chi rivolgersi in caso di abuso. Ci ha parlato di un nuovo modello per la convalida delle dimissioni per genitori con figli fino ai tre anni. Hanno aumentato le domande, ci dicono che questo serve a far riflettere maggiormente il dipendente dimissionario. Non siamo noi a dover riflettere, quando arriviamo a convalidare le dimissioni ne abbiamo passate già tante, siamo stremati, siamo ormai in balia della rassegnazione, abbiamo le lacrime agli occhi, è come se stessimo firmando la nostra condanna. Le strade per noi si sono già chiuse. Se questo questionario ha solo finalità statistiche e ti trovi davanti un funzionario annoiato che non vede l’ora che tu finisca la compilazione per passare alla persona successiva, mi spiegate a che serve tutto questo? Sono solo parole al vento. Più domande? Caspiterina, ci dimettiamo perché costrette e senza alternative, voi leggete che abbiamo chiesto un part-time per problemi legati a un figlio, non ce lo hanno concesso e non intervenite, ci porgete solo un questionario più prolisso? Pensate che questa sia una prassi sufficiente per contrastare pratiche discriminatorie? Infatti, il fenomeno è in costante crescita:

10.400 dimissioni con convalida, di cui circa 7.000 in Lombardia (1.200 padri), 2.500 circa in Piemonte, 220 in Liguria, 103 in Valle d’Aosta. Da marzo 2016 è prevista la convalida telematica QUI.

Carolina Pellegrini e Paola Mencarelli e Graziella Carneri, Segretario CGIL Lombardia, ci riportano l’esperienza del corso di formazione dedicato ai delegati sindacali per consentirgli di svolgere attivamente il processo di prevenzione e individuazione precoce delle situazioni di discriminazione legate al genere. Un corso in cui si sono illustrate le leggi in materia, i diritti, gli organismi e gli strumenti di difesa.

Carneri dice che le donne devono poter lavorare, far carriera e fare figli. Ci parla di condivisione e di congedo di paternità obbligatorio, di come sono stati fatti passi in avanti, anche nella cultura aziendale. Ripeto che a mio avviso la realtà non è rosea: tante aziende sbandierano la loro responsabilità sociale, ma poi mobbizzano e discriminano silenziosamente i propri dipendenti. Quindi se il lavoratore/la lavoratrice viene lasciato/a solo/a, che probabilità ha di difendersi e di impugnare un licenziamento per giustificato motivo che in realtà copre la discriminazione? I delegati sindacali intervenuti parlano proprio di questa necessità di non lasciare i lavoratori da soli.

Si è parlato anche di sicurezza nei luoghi di lavoro, in ottica di genere: Paola Mencarelli e Nicoletta Cornaggia, Regione Lombardia, con Mariarosaria Spagnuolo, Assolombarda. Perché l’approccio del D.L. 81 su salute e sicurezza QUI è generalmente neutro, come se tutti i corpi fossero uguali e reagissero allo stesso modo agli agenti chimici, alle sostanze, come se l’usura non fosse contemplata in mansioni ripetitive, tipicamente femminili a causa della segregazione orizzontale. L’usura da lavoro è difficilmente dimostrabile, spesso gli effetti si vedono quando si è già in pensione. Si è accennato a una indagine qualitativa su alcune aziende, su focus group (non campioni rappresentativi) in tema di sicurezza, che rispecchia i risultati degli studi di settore. Nelle aziende sono sentiti i temi relativi alla conciliazione, allo stress, alla fatica. Non c’è consapevolezza della diversità dei rischi uomo-donna, dell’importanza di dispositivi di sicurezza differenziati in base al genere. Le norme sono utili più a sanzionare che a prevenire. È importante adeguare la sorveglianza sanitaria, introducendo statistiche di genere, considerando chi svolge le mansioni. Soprattutto considerando gli oneri familiari e di cura che ancora pesano sulle donne.

Infine problemi relativi alla sicurezza riguardano il nuovo disegno di legge sullo smartworking. La stessa rappresentazione del lavoro agile delle donne è ancora stereotipato, alle prese con figli e cura della casa, mentre lo smartworking al maschile è sempre iperprofessionale e business oriented.

C’è da auspicare una maturazione culturale, che faccia diventare le aziende più propense a valutare forme di flessibilità positive.

Cosa fa la Regione Lombardia? Qui qualche info sul programma per la conciliazione famiglia-lavoro.

Intanto, come emerge da questo articolo, “tra il terzo trimestre del 2014 e lo stesso trimestre del 2015 le donne inizialmente disoccupate e successivamente divenute occupate sono diminuite dello 0,9%, mentre quelle rimaste disoccupate sono diminuite del 6,1 per cento. L’inevitabile conclusione è che, in un anno, la percentuale di donne inizialmente disoccupate che hanno abbandonato il mercato del lavoro nel trimestre successivo è aumentata del 7 per cento.”

Non è una maggiore flessibilità contrattuale, con una semplificazione in uscita e incentivi all’ingresso, che può portare a un incremento della partecipazione delle donne al mercato del lavoro. Si tratta di fornire strumenti, servizi e mettere a sistema pratiche di conciliazione per uomini e donne, di cambiare la cultura aziendale. L’inattività non è un destino, una scelta obbligata, lo diventa se più fattori rendono più oneroso lavorare, se gli oneri familiari e di cura non vengono condivisi e gravano in gran parte sulle donne, se i servizi di sostegno mangiano una fetta cospicua di stipendio, se la flessibilità richiesta significa lavorare senza limiti orari e regole certe, se lavorare diventa incompatibile con la vita personale.

Atti del convegno:

L’intervento di Daniela Manassero, Avvocata esperta in diritto del lavoro e antidiscriminatorio.

Dimissioni delle Madri e dei Padri – anno 2015

 

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I risultati di un’applicazione ideologica della 194

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Da pochi giorni è stata presentata la relazione ministeriale annuale di attuazione della legge 194/78. In diminuzione il ricorso all’ interruzione volontaria di gravidanza. Nel 2014 infatti, per la prima volta in Italia, gli aborti sono scesi sotto la soglia dei 100mila (97.535) con una riduzione del 60% rispetto alle 234.801 del 1982, anno in cui si era riscontrato il valore più alto. Per un approfondimento QUI.

Fin qui il dato nazionale. In Lombardia, le Ivg sono state 15.912, il 5,2% in meno dell’anno precedente, ma con un decremento minore di quello di altre 15 regioni: Valle d’Aosta -17,5%; Umbria -11,2%; Marche -10,2%; Emilia Romagna -7,5%; Veneto –7,3%; Piemonte -7,1% (vedi grafico 1).

Ricordiamo che in Lombardia è previsto il piano Nasko e Cresko (conoscete la mia opinione in merito: perché interferire con i fondi Nasko e Cresko su una decisione così complessa come quella di decidere di diventare madre? È normale “monetizzare” una maternità?, cosa accade quando i fondi finiscono?), per disincentivare le Ivg, ma c’è un bel paletto: per accedervi si deve risiedere in regione da almeno due anni.

Nel 2013 il 41,4%, (per un totale di 6.913) delle Ivg sono state effettuate da donne straniere, le italiane sono state 9.765. Al contrario di quanto avvenuto in altre regioni, la Lombardia non ha aderito al progetto promosso e finanziato dal ministero della Salute sulla prevenzione dell’aborto tra le donne straniere tramite la diffusione di buone pratiche (formazione degli operatori, potenziamento dell’organizzazione dei servizi per favorire l’accessibilità, promozione di una capillare informazione nelle comunità immigrate).

Come siamo messi sul versante obiezione di coscienza? La percentuale dei ginecologi obiettori è del 69,4 %. In 7 ospedali lo è la totalità (Calcinate, Iseo, Gavardo, Oglio Po, Melzo, Broni-Stradella e Gallarate). In 12 ospedali la percentuale di obiezione è tra l’80% e il 99% (per esempio Fatebenefratelli e Niguarda di Milano) e solo in 8 strutture è inferiore al 50% (vedi i dati presidio per presidio).

C’è un notevole ricorso a medici gettonisti, esterni chiamati a sopperire alla mancanza interna di non obiettori. Il costo nel 2014 è stato di 255.556 euro. Non si tratta di un danno considerevole? Ma con questa mancanza anche i tempi di attesa si allungano: la Lombardia è sedicesima per i tempi di attesa tra la certificazione e la data dell’intervento. Questo anche perché solo il 65% delle strutture che hanno un reparto di ginecologia e ostetricia effettua Ivg. Una sorta di percorso ad ostacoli quindi. Torniamo a chiedere che la 194 venga attuata, lo abbiamo fatto ancora una volta pubblicamente nel corso del presidio del 10 ottobre a Milano (e altri ne faremo), anche se a pochi sembra interessare e se il problema a livello cittadino sembra sia stato solo il lancio di ortaggi. Continueremo a scendere in piazza contro questi soprusi, contro i problemi che si incancreniscono, contro l’indifferenza.

PRETENDIAMO che questa VIOLENZA sulle donne abbia fine, perché se la 194 non viene applicata o abbiamo dei servizi non garantiti, siamo noi donne a subirne le conseguenze sulla propria pelle. E tornano le ombre della clandestinità, dei farmaci abortivi venduti su internet: non più ferri da calza, mammane, ma pillole antiulcera che vengono assunte in dosi massicce. Sapete cosa comporta tutto questo? Emorragie interne e rischio per la vita.

Sara Valmaggi, vicepresidente del Consiglio regionale, chiede la mobilità del personale nelle strutture pubbliche e l’obbligo per quelle private accreditate di garantire la possibilità di effettuare l’Ivg, cosa che oggi non avviene.

Dall’indagine sull’obiezione di coscienza condotta dal gruppo regionale del Pd, emergono anche i dati sull’utilizzo del metodo farmacologico (RU486), autorizzato dall’Aifa nel 2009. La Lombardia è al quindicesimo posto rispetto alle altre regioni. La percentuale di Ivg farmacologiche nel 2014 è ferma al 4,5% – era al 3,3 nel 2013 – a fronte del 30,5% della Liguria, del 27% della Valle d’Aosta, del 23,3% del Piemonte, del 21,8% dell’Emilia Romagna e dell’11,7% della Toscana. (vedi grafico 2)

Non viene pertanto seguito l’art. 15 della 194 che prevede che “Le regioni, d’intesa con le università e con gli enti ospedalieri, promuovono l’aggiornamento del personale sanitario ed esercente le arti ausiliarie sui problemi della procreazione cosciente e responsabile, sui metodi anticoncezionali, sul decorso della gravidanza, sul parto e sull’uso delle tecniche più moderne, più rispettose dell’integrità fisica e psichica della donna (…)”

La spiegazione in parte è data dal fatto che 30 strutture delle 62 che effettuano interruzioni di gravidanza non utilizzano la RU486. Nel comunicato stampa leggiamo “In molti casi non viene neanche proposto come metodo alternativo a quello chirurgico; inoltre passa troppo tempo tra la certificazione e l’effettiva esecuzione dell’ivg e questo fa scadere i termini temporali (49 giorni) entro i quali è possibile utilizzare il metodo farmacologico. A questo si aggiunge che, per la RU486, viene applicata in maniera ferrea l’indicazione nazionale dei tre giorni di ricovero, a differenza dell’Ivg chirurgica che è eseguita in day hospital”.

In altre regioni la somministrazione della RU486 è stata semplificata: in Emilia Romagna viene usata in day hospital e in Toscana, dal 2014, è possibile somministrarla anche nei consultori.

Ecco, i consultori, altro punto dolente del sistema sanitario lombardo.

Insomma, emerge una fotografia non certo all’insegna dell’efficienza, della tutela della salute psico-fisica della donne, della garanzia dei diritti delle donne in termini di salute sessuale e riproduttiva.

Ricordiamo cosa suggeriva a marzo la risoluzione Tarabella e cerchiamo di rimuovere veramente questi ostacoli.
Fonte: Dati e informazioni estratti dall’indagine sull’obiezione di coscienza condotta dal gruppo regionale del Pd Lombardia- 2015
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Arretramenti

women power

 

Lentamente, silenziosamente si mina ai diritti, tra i quali spiccano quelli relativi al lavoro, a una maternità consapevole e frutto di una libera scelta, all’aborto, si chiede alle donne di alzare la natalità tornando a figliare, si sforna il bonus bebé (su cui mi sono già espressa qui), si continuano a fare tagli alla sanità e al welfare tutto, non si fanno politiche di prospettiva ampia, ma al massimo si tappa il buco oggi. Stavo riflettendo con Eleonora Cirant, nel corso della manifestazione dello scorso 11 aprile in difesa della 194: questa legge incrinata e sotto un attacco permanente (non mi riferisco solo ai comitati NO194, ma soprattutto a causa dell’obiezione di coscienza e dei tagli agli investimenti in strutture pubbliche come i consultori) fa parte di un sistema di garanzie, tutele e diritti faticosamente conquistate e oggi in lento ma progressivo deterioramento. Un tassello dietro l’altro potremmo trovarci senza diritti o tutele. Quella di Piazza Cordusio è stata una esperienza rinvigorente, come sempre. Può sembrare irrilevante manifestare in difesa di una singola legge, per molt* le priorità sono altrove. Ma quella legge rappresenta tanto, sotto il profilo dell’autodeterminazione della donna, per la sua salute, per il suo diritto a decidere sul suo corpo. Ha un significato e un valore simbolico molto vasto. I diritti non sono slegati tra loro, la galassia dei diritti è interconnessa, se si spezzano uno o più fili, il sistema intero entra in crisi, gli equilibri si rompono, attaccarli è più semplice, si iniziano a verificare falle sempre più difficili da ricomporre. Ecco che in una società, se affermi che le donne hanno dei diritti, che devono avere pari dignità, eguale salario, tutele, garanzie e un diritto a compiere delle scelte autonome, esattamente come gli uomini, sancisci un vantaggio per l’intera comunità, riesci ad uscire dalle logiche dei privilegi, degli status sociali, delle discriminazioni di genere, delle logiche patriarcali, dei diritti a macchia di leopardo. A mio avviso l’attacco alla 194 rientra in un preciso disegno di riduzione delle libertà, di ridimensionamento delle prospettive delle donne, di un ritorno a una società più fissa, meno mobile e più controllabile. Un segnale di pericolo e di attenzione per tutti i diritti. Se togli servizi sul territorio, o li fai diventare a pagamento (vedi i consultori e non solo; per fortuna in Lombardia sulla fecondazione eterologa il Consiglio di Stato ha sospeso la delibera della Lombardia che, unica regione in Italia, prevedeva il costo delle tecniche di eterologa a totale carico dei cittadini; si ricorda che la fecondazione eterologa a livello nazionale rientra nei livelli essenziali di assistenza, ovvero le cure garantite dal Servizio sanitario nazionale, a pari livello della fecondazione omologa), se precarizzi i diritti in materia di lavoro, se non sostieni il lavoro femminile, se non garantisci conciliabilità per entrambi i genitori, se consenti che ci sia ancora un gap salariale uomini-donne, poni le basi per un pericoloso ritorno e restaurazione di una società “arcaica”, ancora fondata su distinzioni di censo, di status sociali, di diritti pericolosamente a fasi alterne, che colpisce le fasce più deboli della popolazione, tra cui proprio le donne, invitate a tornare a fare le brave massaie e in esistenze silenziose. Arretramento nei diritti, arretramento culturale, passivizzazione della popolazione e frazionamento delle istanze, colpi alla solidarietà intra-sociale, con l’obiettivo di creare i presupposti per una “ignoranza” dei diritti diffusa, per una incapacità di leggere il mondo attorno: tutto questo è un pericoloso mix che ci rende più fragili e maggiormente vulnerabili.
I diritti non sono acquisiti per sempre, occorre vigilare e tornare a difenderli periodicamente tutti. Dobbiamo trasmettere di generazione in generazione l’importanza dei diritti tanto faticosamente conquistati.
È necessario chiedere che le cose migliorino, il senso del nostro essere oggi in piazza era quello di difendere la 194, chiedere che il suo art. 9 non continui a diventare un alibi di disapplicazione della stessa, che non ci sia più obiezione di struttura, che si investa seriamente nei consultori e nelle strutture pubbliche, consentendo che i servizi vengano forniti h24.
Ma questo vale per tutti i diritti. Per non tornare indietro e poter aspirare ad averne di nuovi!
Ci sono dei modelli che sono vivi e vegeti e che influenzano fortemente le relazioni umane. Mi riferisco al mare magnum del patriarcato.
Cito Carol Gilligan:

“La parola Patriarcato descrive attitudini, valori, codici morali e istituzioni che separano gli uomini tra di loro e gli uomini dalle donne, e che suddividono le donne in buone e cattive. Finché le qualità umane saranno divise in maschili e femminili, saremo separati le une dagli altri e da noi stessi e continueremo a disattendere la comune aspirazione all’amore e alla libertà”.

Il revival di un modello prostitutivo free, falsamente emancipatorio, fatto di zoning e di case autogestite, come se fosse un piacevole lavoro, o comunque alla stregua di altri, segna un altro passaggio, un pericoloso via libera e sdoganamento di un’abitudine maschile, quale quella di affermare che l’uomo può comprare e avere diritto a usare il corpo di una donna. Significa non voler vedere lo sfruttamento e la violenza, avvalorare il concetto che tutto sommato sia naturale e giusto considerare le donne degli oggetti da usare. Significa assegnare diversi diritti alle donne buone e quelle cattive. Significa discriminare.
Ringrazio Ilaria Baldini per aver riportato sulla sua bacheca FB questi frammenti di Elena Gianini Belotti. Desidero condividerli perché a mio avviso sono fondamentali.

Dal capitolo “Il silenzio del sesso” del suo libro “Prima le donne e i bambini”, 1980.
“E’ nel rapporto sessuale che si produce, tra uomo e donna, il più tragico silenzio della parola e del corpo. E’ lì che la disparità di potere e di condizione, la subordinazione della donna, i diritti dell’uomo e i doveri di lei, la sopraffazione e l’accettazione passiva, le richieste e le resistenze, si manifestano con maggiore evidenza e provocano acuta sofferenza. La pesante repressione che gravava sulla sessualità e che imponeva il silenzio, ha impedito di scorgerne gli aspetti drammatici: se il sesso era nascosto e taciuto, si poteva favoleggiare sulle sue gioie finché si voleva. Ora il sesso ha il permesso di esprimersi e si scopre quello che è sempre stato lì e non veniva detto, e cioè che usare gli appositi organi non è sufficiente per essere felici. La felicità è il risultato di una autentica, ben riuscita comunicazione tra persone anche, ma non solo, a livello sessuale.”
“Il persistere della pretesa maschile che le donne debbano accettare anche il più frustrante dei rapporti con l’uomo senza chiedere niente, col sorriso sulle labbra, fingendo soddisfazioni che non provano, felicità e gratitudine senza ragione, accettando l’implicito ricatto dell’uomo che fa balenare l’idea dell’abbandono nel caso che la donna si rifiuti di comportarsi come le “donnine allegre” del passato, fingendosi una voluttuosa baiadera mentre si sente soltanto depressa e infelice. Un uomo non fa assolutamente nulla per nascondere le proprie scontentezze e depressioni, al contrario: le getta addosso alla donna aspettandosi da lei che lo consoli e lo conforti, ma non è mai disposto ad accettare che l’umore della donna possa subire cedimenti. E’ come sempre, la coscienza maschile dei propri diritti, di fronte alla coscienza femminile di non averne, la disparità di potere tra i due che detta i termini di una relazione.”
“Se quello delle donnine era il sesso allegro, allora era sottinteso che quello delle ‘altre’ era decisamente triste. Le donnine allegre lo erano in funzione degli uomini, si sforzavano di esserlo, di mostrare solo aspetti, modi, atteggiamenti gradevoli, lusinganti e solleticanti la vanità e la sessualità maschile, diventavano cioè puri oggetti sessuali a uso e consumo dell’uomo e si distinguevano per assenza di pensieri e pensiero. Non che fossero effettivamente assenti in loro, tutt’altro: accadeva soltanto che avessero imparato a nascondere con abilità i loro veri sentimenti dietro la professionalità. Solo l’assoluta indifferenza dell’uomo per i sentimenti che le attraversavano poteva arrivare a immaginarle come esseri gioiosi. Dal lato opposto di tanta falsa allegria, stava il sesso vero, quello quotidiano, casalingo, riproduttivo, tristissimo, dal quale l’uomo evadeva di diritto alla ricerca del sesso allegro, come se ne fosse vittima e non avesse invece contribuito lui stesso a renderlo tal, come se fosse un meccanismo ineluttabile, al di fuori di lui e della sua volontà, come un accidente combinatosi chissà come. Ma di questo sesso non si parlava. mentre sul sesso familiare, quotidiano, calava il silenzio più tragico, sull’altro si costruiva l’immaginario, il piacere, la gioia, l’avventura, l’imprevisto. La persona non contava, l’una valeva l’altra: l’importante è che l’involucro fosse ridente. Ma lo era solo per chi non voleva vedere né capire.”

Se ci disuniscono è più semplice controllarci. Ecco perché torno a richiamare le donne e a invitarle ad uscire dal guscio (come dicevo qui). Abbiamo un futuro solo se comprendiamo la necessità di tornare a noi come comunità, perché come singole o singoli rischiamo di essere assorbite/i da fenomeni molto pericolosi. Non dobbiamo permettere che altri parlino per noi.
Dobbiamo mettere in atto una forma di Resistenza quotidiana, per cambiare in meglio la nostra comunità umana. Non abbassiamo la guardia e sfruttiamo ogni occasione per fare sentire la nostra voce. Prima che i nostri diritti vengano schiacciati e diventi difficile recuperarli. Dobbiamo riprendere il filo del discorso..

 

PROPOSTA DI AZIONE CONCRETA:

Sulla scia del viaggio che sta compiendo Marta Bonafoni nel Lazio (qui): propongo di avviare in Lombardia un monitoraggio sui consultori pubblici, soprattutto dopo la Riforma regionale che li ha trasformati in Centri per le famiglie. A che punto è la riforma, quanto e se ha inciso? Insomma tracciare un bilancio, quanto meno con cadenza annuale. Spero di raccogliere qualche informazione in più dopo questa iniziativa prevista per il 16 aprile a Milano: “Gli impatti della Riforma Sanitaria Regionale sulle strutture di assistenza presenti sul territorio di Zona 7” (qui l’evento su FB).

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Non siamo in uno stato di diritto

FAIZA MAGHNI

FAIZA MAGHNI

Torno sulla fecondazione eterologa. Un diritto declinato in base al censo, diventa una violenza legalizzata. Questo può accadere e accade quando un governo rinvia nel tempo una decisione che renda omogenea su tutto il territorio nazionale l’applicazione di un diritto, così come da sentenza della Consulta. La fecondazione eterologa può essere gratuita, come in Emilia, ma può arrivare a costare fino a 3.000 euro a trattamento, come è stato deciso in Lombardia.
Vorrei capire i motivi di questo accanimento. Come si può costringere le persone a “provare” di essere affette da “sterilità irreversibile”, anche ammettendo che sia semplice dimostrarlo. Penso che chi richiede una fecondazione eterologa non si stia sottoponendo a una serie di trattamenti duri sul piano fisico e psicologico, non lo farebbe se potesse procreare senza l’aiuto della scienza. Questo aiuto è un diritto, non può diventare un privilegio.
Insomma, per evitare questa offerta eterogenea, discriminazioni geografiche e di censo, cerchiamo di mettere ordine e rendiamolo un diritto certo per tutte le coppie che desiderano avvalersi dell’eterologa.
Penso che quando una giunta regionale arriva a prendere decisioni di stampo confessionale (mescolando così politica e religione) il risultato si nutre di una volontà di osteggiare un’aspirazione legittima, con un chiaro intento persecutorio di cui le istituzioni non dovrebbero essere affette. Queste coppie non soffrono già abbastanza? C’è chi un paio di anni fa argomentava così la scelta di ticket molto onerosi, ma come si può fare certe affermazioni sulla pelle delle persone?

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Una risorsa da difendere e da valorizzare

L’incontro del 25 giugno (che avevo anticipato qui) ci ha chiarito meglio le idee sul progetto di riorganizzazione della Sanità lombarda, che investirà anche i consultori familiari, trasformandoli in centri per le famiglie. Il processo sembra inarrestabile, Regione e Asl vanno diritti verso l’attuazione del piano. L’assessore Pierfrancesco Majorino ha illustrato le competenze del Comune di Milano in materia di salute, in merito alle quali ha solo una responsabilità formale: con la regionalizzazione della Sanità, ciascuna regione è dotata di autonomia decisionale Questo porta a una disomogeneità dei servizi sul territorio nazionale, con gravi ripercussioni anche sulle politiche di tutela della salute dei cittadini. Il risultato è affidato alla buona volontà delle istituzioni coinvolte e alla loro capacità di creare sinergie e relazioni proficue.
In materia di consultori, purtroppo il Comune si trova di fronte al muro di gomma della Asl. Il Comune in occasione della presentazione del documento di programmazione annuale delle Asl (gennaio 2012 e 2013) ha mostrato le sue perplessità/contrarietà in merito alle scelte di riforma dei servizi. Con esito pari a zero.
In occasione della fase di creazione delle città metropolitane sarà importantissimo definire le competenze di ciascun attore coinvolto, specie in ambito sanitario.
L’assessora regionale Maria Cristina Cantù ha più volte precisato che la trasformazione dei consultori non è mirata a depotenziare i servizi rivolti alla donna, bensì si cercherà di occuparsi di famiglia a 360°. Gli effetti saranno tutti da verificare nei fatti, ma sembra quasi che si vogliano mettere in contrapposizione la salute della donna con quella della famiglia, come se fossero due entità distinte ed estranee. Come se non fossero intrecciate e ci fossero diritti primari e secondari. Noi donne “vinciamo” sempre l’ultimo posto nella classifica delle priorità.
Oggi siamo di fronte a nuove necessità per la tutela della salute, con la sessualità delle giovani donne e delle immigrate che necessitano di risposte e di attenzioni specifiche e mirate. Oggi, se vogliamo, c’è ancor più bisogno di servizi come quelli offerti dai consultori. Purtroppo, si effettua un calcolo meramente ragionieristico, di quadratura dei numeri, di contenimento della spesa. Per cui qualità, relazioni con gli utenti e risultati pratici sono di secondaria importanza, anzi sono fattori irrilevanti ai fini della pianificazione sanitaria. Inoltre, seguendo questo schema fondato meramente sul risparmio ad ogni costo, si vanno a intaccare i servizi di prevenzione, con un grosso impatto sul lungo periodo, in termini di maggiori costi di cura a carico del S.S.N.
Il Comune di Milano è impegnato sul fronte di una più efficiente organizzazione dei servizi sociali, al fine di intercettare meglio i bisogni e fornire soluzioni specifiche. Il Comune cerca di collaborare a stretto contatto con la Asl, ma la capacità del Comune di incidere sui progetti Asl sembra vicina allo zero. Al momento c’è l’idea di creare uno sportello unico di accesso ai servizi (per informare e gestire insieme i cittadini), da realizzarsi attraverso la collaborazione Comune di Milano-Asl. Vedremo cosa si riuscirà a realizzare in questo momento in cui la parola d’ordine non è sperimentare, ma tagliare.
La consigliera regionale Sara Valmaggi, molto impegnata sul fronte per la difesa dei consultori familiari, è intervenuta partendo da un dato di fatto: la legge regionale 44/1976 non è mai stata attuata veramente. Infatti, era previsto 1 consultorio per ogni 20.000 cittadine in età fertile. I dati parlano da soli: in zona 7 si arriva a 1 consultorio per 56.000 abitanti (tra pubblici e privati convenzionati). Il problema è aggravato dal fatto che molti consultori privati accreditati non applicano appieno la Legge 194, in ambito di aborto e contraccezione.
Qui, quiquiquiquiqui e qui alcuni dati del 2013 relativi ai consultori di Milano.
La volontà di risparmiare, concentrando i servizi di varia natura (donne, bambini, anziani, disabili), non contempla l’idea che la prevenzione sia una forma importantissima di investimento nel futuro.
Al momento è in atto una fase di accreditamento dei consultori pubblici e privati, sulla base dei seguenti criteri: la conformità delle strutture ospitanti i consultori, la tipologia di servizi offerti e le professionalità presenti. Sarebbe auspicabile che tra i criteri rientrasse la piena applicazione della legge 194.
Abbiamo chiesto notizie in merito al pagamento del ticket (tipicità lombarda, non prevista nella normativa nazionale) e all’obbligo di prescrizione medica per l’accesso ai consultori, due prassi fortemente criticate. Essendo di pertinenza della potestà regionale e rientrando nell’autonomia organizzativa e finanziaria nell’erogazione dei servizi, sono contemplati come “compartecipazione alla spesa” da parte dei cittadini. Sarebbe auspicabile che i servizi dei consultori rientrassero nei livelli essenziali di assistenza o che quanto meno i ticket siano commisurati al reddito.
Diana De Marchi, membro della segreteria del PD lombardo, è intervenuta riportandoci la sua esperienza di insegnante, sulla necessità di fare prevenzione e informazione presso le giovani generazioni, tornando a svolgere progetti sistematici e permanenti nelle scuole al fine di educare i ragazzi (anche delle medie) a una sessualità consapevole, a un’affettività equilibrata, alla conoscenza dei metodi contraccettivi, delle malattie sessualmente trasmissibili, del proprio corpo e dei propri diritti. I consultori devono tornare a svolgere questo ruolo di formazione specifica permanente e non solo subordinata all’iniziativa di singoli insegnanti o dirigenti scolastici. I consultori familiari pubblici devono essere messi in grado di tornare a svolgere queste attività in modo continuativo e questo può avvenire solo destinando loro maggiori risorse finanziarie e in termini di personale. Fare prevenzione e diffondere una maggiore consapevolezza sono strumenti indispesabili che dobbiamo salvaguardare, perché significa investire sul nostro futuro.
Per anni in Lombardia si è incentivata la competizione tra strutture pubbliche e private, ma con la progressiva sottrazione di risorse al pubblico (in particolar modo sui servizi territoriali come i consultori, non tanto nella creazione di nuovi ospedali) non lo si è messo in grado di attrezzarsi e di fornire un servizio di qualità. L’unico vero obiettivo è stato finora il pareggio di bilancio, a detrimento dello standard qualitativo dei servizi. Vi chiedo come si può chiedere di pagare una visita ginecologica nei consultori, senza che questi siano dotati di un ecografo? Siamo nel 2014. Come si può chiedere a una donna di fare la visita di base in consultorio, andare altrove a farsi l’ecografia e tornare con i risultati? La chiamate prevenzione? Può essere considerato un servizio efficiente? A me sembra solo che ci sia la volontà di un progressivo svuotamento delle funzioni dei consultori pubblici. Alla fine la gente preferirà i centri privati con più fondi, dotati di una strumentazione adeguata e aggiornata, che non costringa gli utenti a fare il ping pong tra due o più strutture.
Ricordiamoci che ogni servizio perso, ogni spazio che si chiude o si ridimensiona diventa difficile da recuperare. Restiamo vigili.

 

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Nasko e Cresco

DAISY

Oggi ho letto questo articolo sul giro di vite deciso dalla Regione Lombardia in merito ai fondi Nasko e Cresco, a favore di donne in difficoltà economiche in attesa di un figlio.

In pratica la giunta Maroni ha deciso di fissare un paletto di 5 anni di residenza come pregiudiziale per accedere ai fondi. Questo è già un aspetto diabolico, ideologicamente partorito da menti insane, alimentato da una visione xenofoba delle tutele. Ma, la questione che mi porta ad avere un ulteriore disturbo gastrico è proprio sull’istituzione di questi fondi e come vengono erogati. Mi sembra veramente assurdo che venga previsto un sostegno economico subordinato all’espressione della volontà di abortire. In pratica, accade che se una donna va ad abortire, le viene proposto di accedere ai fondi Nasko e Cresco, al fine di recedere dal suo intento. Mi chiedo, ma se una donna ha deciso per la IVG, perché metterla sotto pressione, paventandole un contributo economico? Tutto rientra in un approccio perverso alla maternità. Questi fondi possono innescare meccanismi non esattamente puliti. La genitorialità non può essere subordinata a una sorta di assegno temporaneo, deve essere una scelta consapevole e slegata da qualsiasi logica pecuniaria. Cosa accade, quando si interrompono gli assegni? Non capisco la logica che lega la maternità a un assegno di denaro, al giorno d’oggi. In pratica, lo stato ti elargisce un sostegno solo se prima dichiari di voler interrompere la gravidanza. Ma ci rendiamo conto? Per assurdo, questo incentivo non spetta a coloro che pur avendo condizioni disagiate, decidono comunque di avere il bambino. Quindi, se sei a conoscenza dei fondi e dei loro meccanismi, è vivamente consigliato di fare la pantomima di voler ricorrere all’IVG, altrimenti niente soldini. Trovo questo meccanismo terribile.

Ora con questo limite dei 5 anni di residenza, verrebbero escluse proprio coloro che avrebbero maggior bisogno di tutela. Vergognoso.

Inoltre, chiediamo che venga cancellata la condizione preliminare (aver dichiarato di voler interrompere la gravidanza) per accedere ai fondi. Se davvero vogliamo aiutare le donne.

Deve essere un sostegno alla maternità, a priori e incondizionato. Altrimenti è propaganda e diventa uno strumento altamente pericoloso.

 

Ringrazio http://www.zeroviolenzadonne.it per la rassegna stampa da cui ho tratto l’articolo allegato.

 

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Parliamo di un altro pianeta

Ma come fai a far tutto 18 marzo 2014

Spesso quando si partecipa a un’iniziativa sulla conciliazione, si esce con la consapevolezza di non essere state brave abbastanza, di non aver saputo fare rete, di non aver saputo resistere alle pressioni del lavoro e di non essere riuscite a proseguire nella professione, senza troppe rinunce. Per fortuna ci sono delle voci che ti fanno sentire meno monade.

Ho partecipato a un incontro (vedi locandina in alto) molto interessante, che mi ha dato l’opportunità di vedere la questione della condivisione della cura (rubo la definizione all’energica e combattiva Carolina Pellegrini, consigliera parità della Regione Lombardia) in modo multisfaccettato.
Chiara Bisconti, assessora Comune Lombardia, che ha sottolineato come tutta la fatica della donna che cerca di far tutto sia in qualche modo finalizzata a un tentativo di incidere sulla società, anche attraverso il lavoro. Occorre parlare di conciliazione in modo strutturato, coinvolgendo tutto il territorio e i vari attori. Ha ricordato la Giornata del Lavoro Agile del 6 febbraio a Milano, che ha fatto risparmiare in media 56 km di tragitto casa-lavoro e 2 ore per gli spostamenti. Ad aprile è previsto un convegno in materia. Il Comune è riuscito a mettere in piedi un progetto di flessibilità oraria per i dipendenti della P.A. e Bimbi in Comune per trovare una soluzione per i bambini nei periodi di vacanza nel corso dell’anno scolastico (per ora solo dipendenti comunali e ATM, in previsione l’estensione al privato). In alcune scuole comunali è stato sperimentato il colloqui genitori e insegnanti via web. Per tutte le iniziative si rimanda al portale del Comune di Milano e alla pagina FB .
Alessia Mosca, deputato del PD, ha sottolineato come le leggi non sono sufficienti a cambiare quello che è un vero problema culturale. Le leggi possono essere dei facilitatori, degli acceleratori di cambiamento, ma ci deve essere un passo in più. La battaglia per le donne nelle istituzioni serve ad incidere con maggior forza nelle sedi decisionali, portando ai primi posti dell’agenda politica i problemi che sono più vicini alle donne e alla loro sensibilità. La legge Golfo-Mosca ha dato avvio alle quote rosa nei CdA. L’On. Mosca ora sta lavorando a una legge sullo smartworking, da attuarsi grazie alle nuove tecnologie, che passa per un cambiamento del modo di lavorare e di concepire il lavoro, le mansioni, le responsabilità, la fiducia e i metodi di valutazione del lavoro svolto. Inoltre sul tema dei nidi: in un periodo di scarse risorse, si dovrebbero utilizzare appieno tutti i fondi strutturali inutilizzati provenienti dal contratto di partenariato con l’UE (3 miliardi spettano all’Italia) potrebbero essere convogliati in un fondo per finanziare nuovi asili nido.

Vi raccomando le iniziative con una marcia in più, portate avanti da Radio mamma, illustrate dalla brillante Carlotta Jesi nel corso della serata.

Ognuna porta con sé il proprio bagaglio di esperienze e le proprie soluzioni. Fino a quando accadrà che il fai-da-te, le ricette personali, la rete a cui sei legata o che ti sei costruita, faranno la differenza nella tua vita, avremo, a mio avviso, sbagliato approccio e saremo fuori strada. Io fortunatamente non sono rimasta schiacciata dalla decisione di sospendere la mia attività lavorativa, dal sottile annientamento psicologico in azienda che preclude ogni futuro. C’è chi da questo tunnel fa fatica ad uscirne e se ne esce lo fa con danni molto seri per la sua salute, come sottolinea la consigliera di parità regionale Carolina Pellegrini. I numeri delle donne che si dimettono dopo la maternità è impressionante. Ma non sembra suscitare nessun sussulto, se non in chi lo vive o lo ha vissuto personalmente. Non etichettateci come le solite donne inclini al vittimismo, perché noi siamo le vittime.

Il tema è ancora una volta di nicchia, ancora una volta declinato al singolare femminile. Noi dobbiamo tendere al plurale, punto e basta. Il plurale include uomini e donne, perché il benessere non è dei singoli, ma del nucleo familiare e dell’intera collettività. Il tema della cura non dev’essere un macigno, ma dev’essere un’occasione per ristrutturare il nostro modello sociale ed economico. Non ci sono risorse e questo funge da scusa per non fare niente. Siccome ogni donna ha da sempre trovato la toppa ai problemi, si pensa che ancora una volta lo debba fare. A discapito di tutto, famiglia e figli, anziani e bisognosi di cura in generale. Perché, la Pellegrini ha sottolineato come la questione della cura abbia una ricaduta più estesa e coinvolga non solo le mamme, ma tutte le donne che si prendono cura di genitori anziani o parenti malati. Inoltre, si deve parlare di conciliazione estesa, perché il tema coinvolge tutta una serie di aree esterne all’azienda, quali trasporti, welfare e servizi. La pappetta degli asili nido, lo ripeterò all’infinito, è una boiata: viene venduta come soluzione, quando in realtà copre molto poco e male. Perché il problema non è dove “sistemo” mio figlio, ma che qualità della vita gli offro, che rapporto riesco ad avere con lui e lui con me. Ci sono tipologie di lavoro che non garantiscono qualità, ma solo stress. Per non parlare poi del fatto che ogni bambino è diverso e ha differenti esigenze. Noi dobbiamo chiedere un sistema che ci consenta non il deposito del figlio, ma la flessibilità necessaria per esserci nella sua vita quotidiana. Quando si parla di smartworking, dobbiamo anche precisare che può essere uno strumento valido anche solo per brevi periodi della vita lavorativa di un dipendente. Mi rendo conto che questo, come altri strumenti di flessibilità, implica un cambio di gestione, di risistemazione delle mansioni e di cultura aziendale, ma penso che ne gioverebbe la produttività del singolo dipendente e dell’intero sistema. La stessa cosa vale per gli uomini e per i papà. Se non scavalchiamo questo muro, avremo solo minestrine inefficaci e propagandistiche. Non esiste solo il pubblico impiego, non esiste solo il dipendente di una grande azienda, o il libero professionista. Esistono una miriade di persone, lavori, realtà aziendali, ognuna con la propria peculiarità. Anche a parità di lavoro, spesso la situazione cambia a seconda dell’azienda, che sia piccola o grande conta poco. Il fatto di rimanere soli con il proprio problema è devastante. In un mercato del lavoro che è sempre più in crisi, dove i sindacati fanno fatica ad esserci (in alcuni settori sono assenti del tutto) e dove il contratto è poco più che carta straccia, siamo schiacciati tra l’incudine e il martello. Per questo è cruciale integrare la conciliazione all’interno dei contratti di lavoro, in sede di contrattazione territoriale secondaria o addirittura individuale, affinché non sia una questione lasciata alla bontà del datore di lavoro. Anche il sindacato deve essere maggiormente consapevole e coinvolto in queste azioni, sottolinea la Pellegrini. Inoltre, sottolinea due punti nevralgici, congedo parentale e rientro dalla maternità, perché non sia solo un problema esclusivo delle donne. Sta crescendo il numero dei congedi parentali dei padri, forse perché le donne sono maggiormente precarie e assentarsi dal lavoro potrebbe portare a perderlo del tutto, per cui se l’uomo ha una situazione più stabile, sempre più spesso richiede il congedo, a rischio reale di mobbing e di discriminazioni.

L’errore che spesso si compie è una tardiva (e non è detto che accada) maturazione di una sensibilità su certi temi, magari solo quando lo vivi sulla tua pelle. Occorre agire prima, creare un sostegno reale che permetta di progettare una famiglia e dei figli. Altrimenti saremo precari sine die, senza figli, senza sogni e senza ambizioni. Pronti per l’inscatolamento finale.

Se non ci battiamo su questi temi, cosa andremo a raccontare ai nostri figli, domani? Che idea avranno di noi genitori che non abbiamo provato a cambiare le cose? A volte quando racconto la mia storia ho l’impressione di essere una marziana, che magari qualcuno mi giudicherà come una che ha gettato la spugna e si è dimessa. Non mi stancherò mai di parlare della mia storia, perché spero che si cancellino quelle insinuazioni e quei pregiudizi e resti solo la voglia di lottare per cambiare le cose. Non siamo marziane, siamo reali e purtroppo spesso isolate. Ecco il senso di un impegno politico, perché i problemi del singolo non rimangano tali, ma siano fatti propri , affrontati e sostenuti dalla collettività. Usciamo dalle nostre nicchie.

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#PerDiana che risultato!

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Ieri alle primarie regionali lombarde del PD è accaduto un fatto molto importante, a mio avviso. Diana De Marchi ha segnato un 42, 81% di preferenze, vincendo a Milano e in altri 5 capoluoghi su 12. Un segnale chiaro ai vertici. La base ha gli occhi aperti e non si lascia ingabbiare nelle solite logiche dettate dalla convenienza. Il risultato ha segnato un non plebiscito per Alfieri. Nonostante le premesse e i sabotaggi interni, Diana ha dimostrato che quando si fanno le cose bene i risultati arrivano e ritornano come conferme. In poco più di due settimane di campagna ha raggiunto questo risultato, ci sarà pure un motivo? Sicuramente avrà pesato ciò che sta accadendo a Roma. Lo strappo non dev’essere piaciuto a molti, diciamo quasi a nessuno con un po’ di amor politico. Ma al di là del quadro generale, ha contato molto la forza, la grinta e le idee che ha portato in giro Diana, non solo in questa occasione. Lei è la testimonianza di come occorra costruire un percorso nel lungo periodo, senza improvvisazioni o facili arrampicate al servizio di qualcuno. L’approccio deve essere quello della coerenza, della serietà, senza intrighi o calcoli personalistici. Questo è il PD che vorremmo. Il PD di Diana e di Pippo e di tanti altri che non si adeguano ad ogni costo, che non confondono la politica con i giochi di palazzo. Grazie Diana per aver scritto questa bella pagina.

 

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Così, tanto per mettere i puntini sulle i

L’argomento è di nicchia, ma non troppo. In Lombardia, i consultori per le donne sono diventati “centri per la famiglia” con buona pace della salute della donna. È stato attuato uno snaturamento delle competenze dei consultori. Sulla carta questa innovazione ha del miracoloso, ma è solo fumo negli occhi, laddove il numero di consultori pubblici nel corso degli anni si è già fortemente ridotto e i servizi erogati si vanno sempre più centellinando e impoverendo. Il risultato sarà avere dei mega centri unitari che, visto che non sono previsti nuovi investimenti significativi, dovranno fare i salti mortali per fornire i servizi, quasi come se fossero degli ipermercati di welfare. Per non parlare poi dell’attivazione dello sportello welfare presso i consultori. Insomma, si cambia per svuotare del senso originario e riempirlo con un mix di servizi, ma di che qualità e a che prezzo?

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