Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Non relazioni. Compro e pretendo?

18feb

 

Ho partecipato a un altro incontro organizzato dalla Caritas Ambrosiana sul tema della prostituzione. Relatori don Stefano Cucchetti e Lea Melandri. Il filo conduttore era il denaro, nel tentativo di scandagliare come esso e il mercato entrano in contatto con i temi etici. Possiamo porre il mercato in una posizione subordinata, oppure regola e determina ogni aspetto delle nostre vite?

Qui di seguito proverò a fare una sintesi dell seminario, aggiungendo qualche mia annotazione a margine degli interventi. I miei commenti saranno evidenziati da (Ndr).
Il tema è: il denaro come grande mediatore. Il corpo in prostituzione diviene bene mobile che messo sul mercato crea profitti. Il fenomeno come sappiamo è molto frastagliato, complesso.
Il bilancio delle unità di strada della Caritas nel 2014 parla di 1.386 contatti. La libertà di scelta è quasi impercettibile da questo punto di osservazione. Ma ancor più importante è sottolineare come consapevolezza e libertà di scelta non siano mai sovrapponibili. Questo dobbiamo tenerlo presente sempre, per non fare confusione sul concetto di libera scelta, come ho sentito in uno degli interventi del pubblico.

Cucchetti introduce il suo ragionamento attorno al denaro, citando Umberto Galimberti:

“La prostituzione è da considerarsi come sintomo del regime sessuale che caratterizza la nostra società. Alla sua base non si trova il sesso, ma il denaro. Il denaro infatti una volta dato si separa in modo assoluto dalla personalità e tronca ogni ulteriore conseguenza nel modo più netto. Pagando in denaro ogni cosa è chiusa nel modo più radicale. Di fronte al denaro tutto diventa merce” (qui un documento interessante da leggere).

A livello filosofico, sono pochi i contributi sul tema del denaro. Cucchetti cita il lavoro di George Simmel del 1902 (qui un bel pezzo di qualche anno fa su Simmel, pubblicato sul mensile Noi Donne).
Il denaro diviene pertanto un “grande presente silenzioso”, qualcosa che abita le nostre vite, gli imprime una impronta fortissima, ne determina, in modo più o meno invasivo, ogni aspetto.
È l’intero sistema di vita che viene impattato.
Cucchetti a proposito della locuzione latina “pecunia non olet”, cita un episodio della vita di S. Francesco:

“Francesco disprezzava il denaro al punto da considerarlo alla stregua del diavolo ed ai suoi frati era assolutamente vietato anche solo toccare una moneta. Un giorno, però, un uomo lasciò una offerta in denaro sotto la croce della chiesa di Santa Maria della Porziuncola ed uno dei fraticelli la prese con una mano e la poggiò sul davanzale di una finestra. Questa cosa fu riferita a Francesco ed il frate decise di recarsi da lui per scusarsi. Si prostrò quindi a terra in attesa della punizione, che Francesco gli comminò subito: togliere con la bocca la moneta dalla finestra e deporla su sterco d’asino fuori dalla chiesa, a simboleggiare che non c’era differenza tra quel denaro e lo sterco. Il frate obbedì senza fiatare, quasi sollevato che la punizione fosse così lieve”.

Il denaro per sua caratteristica è un elemento che non reca con sé informazioni sulla sua origine, perde la sua “puzza”. Ma Francesco cerca di farci ricordare che invece la puzza permane.
L’economia monetaria per Cucchetti è l’unica possibile, perché più efficace e semplice, si impone maggiormente rispetto ad altre soluzioni. Questo perché il denaro è uno strumento di mediazione molto pratico: è capace di oggettivare i rapporti commerciali. Se io desidero un bene che non ho, ma che un altro possiede, questo altrui possesso rende quel bene resistente al mio desiderio. L’oggetto è carico della soggettività della persona che lo possiede. L’oggetto parla dell’altra persona. Se io voglio soddisfare il mio desiderio, sorge il problema di come vincere quella resistenza, il legame soggettivo tra la persona e l’oggetto posseduto.
Il denaro è l’unico strumento di mediazione quantitativo (e non qualitativo), consente di misurare le cose. Ha valore per la sua quantità ed è in grado di staccare dal soggetto i suoi beni. Il denaro oggettivizza. Attraverso il denaro la mia identità, all’interno del mercato, da un lato si estende (dal lato dell’identità desiderata, se ho denaro a sufficienza posso comprare di tutto, è solo una questione di quantità), dall’altro si riduce (il denaro mi priva dei miei oggetti, la mia casa per esempio). Pezzo dopo pezzo, tutto si può sganciare da me, tanto che la mia identità reale può trovarsi ridotta all’osso. “Sono una psiche nuda, perché persino il mio corpo è acquistabile” secondo Cucchetti. Le entità desiderate possono diventare infinite:
– Il cliente attraverso l’accesso a “ennemila” donne;
– La prostituta che sceglie, implica un non limite del desiderio, di benessere, “di bella vita”.
Ma al contempo si verifica una riduzione dell’identità stessa sia del cliente che della prostituta.

A questo punto mi sorge una domanda. Ma siamo ancora al mantra della prostituta che sceglie? Non so se Cucchetti si è reso conto di questo particolare. Mi sembra che si rischi di cadere nel solito equivoco di fondo. Ma ora proseguiamo con il ragionamento. (Ndr)

Secondo Simmel, per quanto il denaro sia in grado di quantificare ogni cosa, il fatto che sia in grado di separare le persone dai propri oggetti di possesso è solo illusorio. Se torniamo al nostro tema principale, è chiaro che in prostituzione, per quanto la donna si convinca della possibilità di oggettificazione del proprio corpo, si tratta di una illusione. In questo caso riemerge il dramma soggettivo e questa separazione forzata non può reggere a lungo.

Mi viene in mente l’intervista a Rosen Hicher che avevo pubblicato qualche settimana fa. Non si può reggere in una situazione di violenza. (Ndr)

Cucchetti è convinto che non si debba fare a meno del denaro o del mercato, ma sia necessario tornare a sentire “la puzza” dei soldi, “ridando soggettività al denaro, riscoprendo un modello economico come mediazione di relazioni e non di oggetti/oggettualità”. Viene ripreso il passaggio del Vangelo sulle monete con l’effigie di Cesare, con la famosa risposta di Gesù “rendete a Cesare quel che è di Cesare”. Questo significa riagganciare il denaro alla mediazione relazionale. Gesù usa il denaro per svelare una ipocrisia, che c’è dietro l’uso del denaro. Ridurre tutto a un oggetto è comodo, perché permette di non scorgere che dietro ci sono relazioni. Occorre tornare a comprendere lo spessore delle qualità relazionali (un esempio sono le pratiche di micro-credito). Attraverso un recupero del concetto di “restituzione”, del riconoscere un debito che muove nuove consapevolezze nelle relazioni concrete.

Passiamo all’altra relatrice del seminario. Per comprendere il tessuto dell’intervento di Lea Melandri, consiglio la lettura preventiva di questo suo articolo (qui), comparso di recente su Il Manifesto.

Lea Melandri esordisce parlando di contesto prostituzionale allargato, che oggi si esplicita anche nei lavori precari. “Il denaro è un elemento portante del potere che l’uomo esercita sulle donne”. Si rievoca il rapporto uomo-corpo materno, che si manifesta sia attraverso le cure e l’accudimento, sia come fonte delle prime sollecitazioni sessuali. La prostituzione non è un lavoro come un altro, ma un impianto base della relazione tra sesso e denaro, sesso e lavoro, sesso e vita affettiva. Senza dimenticare l’ambito della politica. Melandri si chiede se per caso siamo tutte in qualche modo sex workers. A tutte è chiesto di imparare a vendersi bene, a rendersi appetibili, anche e soprattutto nel lavoro.

Mi ricorda tanto il consiglio che la mia insegnante di lettere del liceo diede a mia madre: “Sa sua figlia deve imparare a vendere meglio la sua merce”. Sì, è tutta una questione di commercio, di rendere “bello” un prodotto, perché così com’è non è sufficientemente in linea con il mercato. Non importa la sostanza, l’importante è che si presenti e che venga presentato al meglio. (Ndr)

Occorre interrogarsi alla luce della storia del rapporto tra i sessi, così come dei rapporti familiari, per comprendere cosa c’è dietro i clienti. Il bisogno di regolamentare e il desiderio di occultare hanno dato il via all’idea delle red zone dedicate alla prostituzione, denotando una profonda ipocrisia. Questi sono i nostri padri, amici, fratelli ecc. Lea Melandri è contraria a colpire i clienti, perché si dovrebbe ragionare sull’immaginario sessuale maschile che vede donna uguale corpo, al servizio dell’uomo. “Rassicurante ma riduttivo parlare del fenomeno prostituzione solo in termini di tratta o di sex workers”.

Qui c’è un evidente problema. Riconosco che si tratta di una rivoluzione culturale da fare, modificando l’immaginario sessuale maschile. Ma questo implica un lungo periodo. Sul breve periodo, per scoraggiare il consumo di sesso a pagamento e iniziare un percorso di cambiamento nelle pratiche maschili, l’idea di colpire il cliente è il primo step necessario. Altrimenti corriamo il rischio di rinviare e di continuare tacitamente a consentire e ad avvallare certi comportamenti.
Permane l’oscillazione di posizione che avevo avvertito anche nell’articolo sul Manifesto. (Ndr)

Melandri cita l’antropologa Paola Tabet, che annota un continuum tra prostituzione e ciò che per secoli si è svolto all’interno della vita coniugale, in cui il legame sesso-denaro era presente, nel rapporto tra marito e moglie.
Per mantenere il controllo sulle donne, gli uomini hanno creato anche la dicotomia tra sante e puttane.
Oggi con il fenomeno delle veline, delle escort, delle ragazze immagine, il corpo è divenuto ancora di più capitale, moneta di scambio. Non si tratta certo di corpi liberati, ma non sono prostitute tout court. Sono soggetti che si oggettivizzano. Si tratta di una emancipazione malata, perversa, data dalla società dei consumi. La donna è stata identificata nel corpo. Si sceglie un tipo di emancipazione formale e narcisistica per evitare laliberazione reale, effettiva. La disuguaglianza uomo-donna ha portato la donna ad adoperare il corpo e la sessualità per ottenere dei vantaggi, quindi in modo funzionale all’ordine socio-economico esistente.

Facciamo attenzione alle parole. Evitiamo di cadere in un trappolone, che alla fine dice che le donne sono manipolatrici e che tutto sommato hanno l’arma del corpo e la usano per raggiungere posizioni più favorevoli o di potere. Secondo me, a questo punto stiamo smarrendo la strada. Ci stiamo dimenticando che chi è in prostituzione nella maggior parte dei casi non ha scelta e non ha alcun potere: non trae vantaggio dal fatto che il suo corpo venga usato, messo in vendita sul mercato del sesso. Qui c’è un grosso equivoco, perché sembra che tutto sommato chi si prostituisce possa avere il suo tornaconto personale. La necessità di sopravvivenza e la schiavitù dell’essere merce deumanizzata non mi sembrano proprio elementi attinenti al vantaggio personale. (Ndr)

Melandri cita Pia Covre: “definire la prostituzione come un lavoro significa porre una separazione tra corpo e sessualità”. Un’occasione irripetibile per giungere alla “riappropriazione di se stesse”.

Ecco spuntare nel discorso il mantra secondo cui la prostituzione è un elemento di libertà, un mezzo per raggiungere la piena emancipazione femminile. Come mai non ci avevamo pensato prima!! (Ndr)

Poi Melandri cita Ciccone di Maschile Plurale, che si interroga sul potere del cliente e della prostituta. Ha più potere colui che acquista la merce o chi la possiede e la mette in vendita?

Oibò! Qui buttiamo alle ortiche decenni di riflessioni sugli squilibri di potere esistenti. Come possiamo dimenticarcene? Evidentemente ad alcuni fa comodo cancellare, rimuovere un dato palese. Cavolo, abbiate il coraggio di andare a raccontare certe cose alle donne che ogni giorno vivono in prima persona la vita sulla strada, o in bordello, la sostanza non cambia. Siamo alla teorizzazione del potere delle prostitute?! (Ndr)

Poi arrivano le lodi al testo di Giorgia Serughetti, che tinteggia un quadro romantico, bohémien del mondo della prostituzione (un pamphlet-invito a prostituirsi in massa, perché è un mestiere come un altro, ben remunerato e tutto sommato piacevole), tra fidanzate a noleggio e l’uomo che finalmente si abbandona a una relazione con una donna, senza il peso delle responsabilità. Ma che cosa c’entra la parola relazione se qui c’è solo un rapporto usa e getta con un corpo che per il cliente non ha nemmeno dignità umana, ma è solo un oggetto. Allora, siccome gli uomini hanno difficoltà crescente ad assumersi responsabilità di coppia, a vivere relazioni tra pari, è bene che trovino oggetti da comprare, necessari per i loro bisogni fisiologici? A questo è ridotta una donna? (Ndr)
Perché non abbiamo mai il coraggio di spostare i riflettori sull’uomo, sulla sua percezione deforme della donna? Qui il problema sta tutto dal lato della domanda, e non pensare di colpirla è sinonimo di connivenza. Non smetterò mai di ripeterlo. Vogliamo responsabilizzare il cliente o dobbiamo concedergli ancora decenni di alibi? Dobbiamo attaccare quella mentalità diffusa che vede come “normale” l’uso del corpo di una donna da parte dell’uomo. Questo non è né normale, né eterno, né ineluttabile! E diamoci da fare per aiutare chi è sulla strada e non ha né scelta, né potere. Costruiamo per loro delle alternative. Contestualmente occupiamoci del lavoro culturale, per costruire un nuovo modello di civiltà e di relazioni. (Ndr)
Per fortuna gli interventi del pubblico (tranne un caso) hanno raddrizzato il tiro, evidenziando i pericoli che derivano dal considerare la prostituzione un lavoro come un altro.

Lea Melandri dopo gli interventi precisa che per lei la prostituzione non rappresenta una modalità di liberazione e di emancipazione della donna.
Non mi stancherò mai di ripetere che quando c’è un bisogno da soddisfare, non c’è mai libertà. Laddove non c’è una uguaglianza economica o sociale, non vi può essere equità tra due posizioni. Senza dimenticare mai il divario di genere e i conseguenti squilibri. Ricordiamoci “la puzza” dei soldi. (Ndr)

 

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Miti femminili

Madre e figlia - arte vietnamita

Madre e figlia – arte vietnamita

 

Ogni qualvolta una donna viene coinvolta in un fatto di cronaca nera i toni assumono le forme della morbosità, i media si scatenano in analisi pseudo-scientifiche, alla caccia di ogni più piccolo particolare che possa validare la tesi del lato oscuro delle donne ‘esseri imperfetti’, in preda a isterie e a ormoni che le rendono imprevedibili mostri. Non mi piace questa ricostruzione, questa modalità da crocifissione collettiva, liberatoria e catartica. I mostri che sono sempre lontani anni luce da noi, puri e dall’equilibrio perfetto. Tutti coloro che in questi giorni, come in passato, si stanno dedicando alacremente allo sport della scarnificazione della donna e della madre ‘sbagliata’, dovrebbero tacere. Tacere perché è troppo facile giudicare, mentre è più complesso cambiare lo sguardo con cui si guarda al mondo e alle persone. Non si riesce a toccare la dimensione interiore adoperando i giusti metodi di analisi. Oggi, più di un tempo, si carica la donna e la maternità di oneri e di implicazioni enormi, le aspettative che chiedono alle madri di reggere a qualsiasi tipo di pressione sono sempre più elevate, gli equilibrismi richiesti si sono moltiplicati. I ruoli sono mutati, ma nella sostanza si chiedono alle donne sempre gli stessi sacrifici, anzi sempre di più, sempre di nuovi. Solo a noi, con una intensità e un convincimento inattaccabili. Perché ciò che è naturale che avvenga e che ci si aspetta che venga fatto dalla donna e dalla madre è definito nei secoli dagli uomini (come spiega bene qui Lea Melandri). Per cui se non rientriamo in questi canoni, diveniamo le “cattive”. Ma noi donne siamo le stesse di sempre e solo a noi vengono richiesti certi ritmi e certe accelerazioni. Sempre e ancora su di noi occhi e richieste di perfezione, perché per molti la Natura ci ha rese più predisposte e flessibili, portate a sostenere intemperie fisiche o psicologiche. Quando mia madre sostiene che io non abbia pazienza a sufficienza nel mio ruolo di madre, mi sta dicendo che in quanto madre dovrei essere infinitamente paziente, tollerante, votata naturalmente a un sacrificio illimitato. A volte mi sento dire (da donne, molto spesso) che dovrei mollare ogni impegno, annullare i miei desideri e dirottare tutte le mie energie nei confronti di mia figlia. Nessun’altra priorità è ammessa. In pratica, mi si dice che nessuno mi ha obbligata ad essere madre e che ora devo chinare la testa e pedalare. Per carità, ho scelto di essere madre, ma non ho firmato per una mummificazione correlata. Ognuna deve essere libera di approcciarsi alla propria esistenza come meglio crede, nelle declinazioni che più le si confanno. Il problema è che tutta la gente attorno tende ad appropriarsi della tua vita, dispensando consigli e giudizi anche se non richiesti. Buona parte dei sensi di colpa e delle difficoltà del compito materno o genitoriale derivano dalle intrusioni esterne, da tutti coloro che da fuori condiscono la tua vita di aspettative, tappe, scadenze, obiettivi, risultati ecc. Devi rientrarci, altrimenti sarai sottoposta a una pressione più o meno pesante. La leggerezza dell’improvvisazione che dovrebbe essere la regola guida di ciascun genitore, viene sostituita da tutta una serie di check-up del genitore perfetto. Naturalmente, molti aspetti sono amplificati nel caso si tratti di una madre. Il peggio sono i crocicchi delle mamme al parco, al nido/asilo o alla ludoteca. Le lenti di ingrandimento di cui si possono far portatrici le mamme sono qualcosa di estremamente pericoloso. Se non vuoi partecipare al gioco al massacro delle misurazioni, dei raffronti, dei consigli devi armarti di tappi per le orecchie. Queste cose esistevano anche quando ero piccola e mi sono sempre chiesta perché la gente non si facesse un bel po’ di fatti loro. Mi sono data una risposta. Molte donne si fanno portatrici di tutta una serie di atteggiamenti maschili sulla maternità, per cui provano un sollievo enorme nel poter ‘ammorbare’ di consigli le altre madri, per potersi ergere dall’alto di un’idea perfetta di madre, come non esiste nemmeno nell’Iperuranio. Anche quando si sceglie di essere madre, non è detto che lo si diventi o che si assuma il ruolo in toto, come cultura dominante prescrive. Anzi. Ogni figlio è una storia a sè, un’avventura diversa, unica, che ti mette a dura prova, ogni secondo. Non ci sono regole, preparazione, predisposizione, inclinazioni caratteriali. Nulla va come preventivato o pianificato. Anche i sentimenti possono assumere sfumature e intensità diversissime e imprevedibili. È un fare giorno per giorno, e chi sostiene che ci si riesce per forza, sta semplificando. Il più delle volte non riuscirai a combinare un bel niente e sarai frustrato, deluso, amareggiato e affaticato. Essere genitori ti mette di fronte alle tue incapacità, alle tue fragilità, alla tua inadeguatezza. Basterebbe ammettere questi aspetti e non ostentare capacità da wonder mummy che non sono reali. Se tutti ci considerassimo fallibili, un po’ di carico se ne andrebbe. Invece dobbiamo sostenere non solo il ruolo di genitori infallibili ed efficienti con i nostri figli, ma anche con chi dall’esterno è sempre pronto a giudicare.
Nell’essere madre non potrà tornarti utile il tuo vissuto di figlia, perché tuo figlio è una persona diversa da te e come tale deve essere trattata. Non è vero che riuscirai a non commettere tutti gli errori compiuti su di te. Inoltre cambiano le prospettive e ti troverai a mettere in atto pratiche e soluzioni che mai razionalmente avresti immaginato di adoperare. Ti renderai conto di quanto facile sarà cadere nella trappola dello sfinimento, per cui spesso cadranno tutti i paletti e le regole volte a non viziarlo troppo. Ti accorgerai che tuo figlio è più furbo di te, capace di sfruttare al meglio le situazioni e le persone attorno (vedi i nonni), che è ben lungi da quell’idea di affetto incondizionato e che a volte ti stupirà per il suo elevato grado di egoismo. Sarà una lotta fondata sulla resistenza e dovrai imparare ad adeguarti all’idea che nulla andrà come vorrai. Vorrei maggiore sincerità sulla maternità e che ciascuna di noi si possa felicemente sentire in primis donna, senza essere tacciata di essere una cattiva madre se si desidera mantenere un angolino per sé. Vorrei che si smettesse di chiedere alle donne: quando fai un figlio, quando fai il secondo? Vorrei che questo paese consentisse di svolgere in modo più flessibile e libero il ruolo genitoriale (come accade in Norvegia o in Canada), che entrambe le figure genitoriali fossero al centro di un progetto di vita più sereno, meno fondato sulle disponibilità economiche o sociali delle coppie (tipo se ho i nonni disponibili H24 o i soldi per un nido full time o una tata). Sarebbe più leggero il compito delle mamme se non ci fosse un muro nel mondo del lavoro, se non ci fosse un muro ai congedi paterni, se si guardasse al benessere e alla qualità della vita. Se nessuna di noi si sentisse mai, in ogni caso, esclusa come donna o come madre. Il nostro valore non si misura per il lavoro che facciamo o per il nostro ruolo di ‘buone madri’, il nostro è un valore intrinseco. Non basta parlare di qualità del tempo passato insieme ai figli, occorre ridisegnare il tempo della vita e quello del lavoro, per le donne e per gli uomini. Le pressioni a cui siamo sottoposte sono immense, nessuno ci ascolta, al massimo le mamme sono ascritte come depresse, schizzate, insoddisfatte, egoiste ecc. Nessuno che ci chieda mai perché, come ci sentiamo. Soprattutto smettete di giudicarci. Nessuna di noi è perfetta e non ci dovete chiedere qualcosa che agli uomini non viene richiesto. Non esiste l’equilibrio, dobbiamo accettare un’esistenza traballante, in cui viene contemplata la nostra fragilità e la nostra fallibilità. Non possiamo ottenere tutto, perché spesso gli obiettivi che ci poniamo sono in contrasto tra loro. Pensiamo al nostro ruolo educativo che spesso ci pone di fronte a scelte, a bivi. Noi vorremmo dare buoni esempi, educarli al meglio, renderli responsabili, degli individui che sappiano comportarsi, che non facciano capricci, ma spesso ci poniamo degli obiettivi troppo grandi, i cui risultati non sono immediati. La frustrazione deriva anche da questo. Dovremmo imparare ad accontentarci di piccoli passi quotidiani e di non crocifiggerci perché non siamo riusciti a mantenere dei buoni metodi educativi, ma abbiamo “infranto le regole”. Faccio un esempio pratico per farvi capire cosa intendo: se uno ha un figlio che fa capricci per mangiare, tutti consigliano di evitare di farlo giocare durante i pasti, ma se l’obiettivo è farlo mangiare (lo dico da bambina dai gusti “difficili”, che ha imparato a mangiare di tutto solo verso gli 8 anni) a volte trasgredire le regole educative è l’unico modo per arrivare al micro obiettivo quotidiano per farlo crescere. Mi rendo conto che si corre il rischio di creare un rapporto sbagliato con il cibo, ma anche sbattere la testa cercando di applicare regole teoriche in ogni frangente non è detto che serva sempre. Non bisogna ragionare con regole assolute, ma adattarsi quotidianamente, destreggiandosi per giungere a piccoli risultati, qualcosa di raggiungibile, alla nostra portata. Questo è il compito più arduo, ma forse è un buon metodo per sopravvivere alla “tempesta figli”. Gli errori ci saranno sempre e comunque, chi sostiene di commetterne raramente sta mentendo.

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Il cammino

Steven Kenny - The Rain Gown, 2008

Steven Kenny – The Rain Gown, 2008

Perdersi è anche cammino.

Ma non sempre è necessario essere forti. Dobbiamo respirare anche le nostre debolezze.

Clarice Lispector

Emma Watson mi ha commossa. C’è chi* la può criticare per il suo approccio e la sua forma di richiamo, si può anche dubitare sulla sua sincera partecipazione alla causa delle donne e così via. Procedendo così non si costruisce nulla. Vorrei per una volta non fare le pulci alle intenzioni o alle parole. Così come non sono per le inutili divisioni e gli schieramenti contrapposti tra (white) feminist e il resto del mondo femminista. Per una volta sgombriamo il campo da polemiche. Perché è sempre bello scoprire che il germoglio delle idee continua a fiorire e non smette mai di diffondere i suoi effetti positivi. Le idee libere, frutto di un percorso personale di presa di coscienza, sono l’unica nostra speranza di cambiare realmente le cose. Cos’altro è il femminismo, se non porre, mattoncino dopo mattoncino, le basi del cambiamento culturale di tutt@? Non è semplice, ma ogni qualvolta una donna comprende che c’è bisogno di farsi avanti, di far sentire la propria voce per chiedere parità, affinché venga rimossa quella cappa di ignoranza e di violenza che impedisce alle donne di esprimere liberamente se stesse, affinché i pregiudizi vengano superati, quell’istante diventa un momento importantissimo, un passaggio che ci avvicina sempre di più alla meta. La cultura in questo cammino è un’arma potentissima. Leggere, leggere, parlare, confrontarsi, porsi domande e non dare mai nulla per scontato. Rompere sempre gli schemi! Le rappresaglie* di cui è vittima ora Emma fanno parte della strategia vigliacca di chi ci preferisce mute e sorde. Ma io non intendo sprecare le mie energie per far cambiare idea a costoro, perché penso sia una battaglia persa. Questa mentalità misogina, violenta e cieca è fortemente radicata in essi, altrimenti non si esprimerebbero in quel modo. Il loro bersaglio non è più solo il nostro corpo, ma la nostra testa, che non si piega e non è sensibile alle loro minacce “rieducative”. Il lavoro che abbiamo davanti deve coinvolgere le donne e tutti coloro che hanno voglia di ragionare con noi e fare qualcosa per cambiare i disequilibri che affliggono i rapporti tra i sessi e la società. Personalmente mi preoccupa maggiormente sentire dire da una donna, ancor di più se giovane o giovanissima, che il femminismo è muffa o roba inutile. Il nostro compito è riuscire a parlare a queste donne, riuscire a fargli capire che il giorno in cui non ci saranno più discriminazioni come queste ed epiteti come quelli lanciati a Emma cadranno in disuso, sarà una liberazione per tutt@. Fino ad allora dovremo tener duro e non stancarci o lasciarci intimidire. Ci avvicineremo alla meta ogni giorno di più, per gradi, attraverso passaggi difficili, riflessioni, letture, dialoghi, scontri, dispersioni, errori, inciampi; saremo donne forti e fragili (perché no?!), con la consapevolezza che è il cammino stesso che ci formerà, farà da struttura portante a noi stesse e alle nostre idee. Sarà il cammino, ognuna a suo modo, che ci darà le maggiori soddisfazioni, anche se l’obiettivo ci potrà sembrare lontano. Un cammino dentro e fuori di noi, come presa di coscienza su noi stesse e come necessità di stabilire un dialogo/ascolto con tutt@ gli altr@. Molto meglio di me lo spiega Lea Melandri qui. Noi siamo in marcia verso quel mondo, quella società e quella cultura che non necessariamente riusciremo a vedere e a vivere di persona, ma che siamo certe vedranno la luce prima o poi! La pazienza e la perseveranza, che alcuni chiamano cocciutaggine, ci aiuteranno lungo il cammino. Stando unite, nonostante le incomprensioni e le differenti vedute sul metodo e sulle modalità con cui compiere i nostri passi. Come le donne spagnole. Perché l’importante è l’obiettivo comune e non mettersi a baccagliare su chi può parlare, come deve farlo, chi ne sa di più, chi è meglio, chi deve dettare la linea da seguire. Queste sono robe che disperdono solo energie e ci fanno sembrare scoordinate e divise. La presa di coscienza, a mio parere, non può essere qualcosa che cala dall’alto, ma è un percorso inizialmente personale, a cui giungere come singola, ma che per crescere rigogliosa e dare buoni frutti ha bisogno della dimensione collettiva. Non si è femministe per caso o per moda, ma per volontà, per una necessità di non essere spettatrici passive e comparse della nostra vita e della vita degli altri. È una voce che appartiene a tutte noi e che se risvegliata parlerà e si farà sentire.

* ringrazio il Ricciocorno per le segnalazioni 🙂

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Una “tutela” come anestetico? No, grazie!

Marta Orlowska

Marta Orlowska

Riassumo qualche passaggio del testo di Lea Melandri Amore e violenza, che sarà il punto di partenza per alcune considerazioni che volevo condividere con voi.
Nel disagio della civiltà, Freud inizia a cogliere l’aspetto violento che si annida nell’amore, per quel retaggio primordiale che si porta dentro: la nostalgia dell’originaria unità a due. Violenta è l’appropriazione del maschio sul corpo femminile, da cui ha ricevuto cure e stimoli sessuali (il dominio patriarcale); violento è anche il sogno d’amore, inteso come fusione di due esseri in uno, una ricomposizione del maschile e del femminile. La pulsione di morte è la tentazione di risolvere definitivamente la questione. L’aggressività è necessaria per conservare quell’unità ideale, trovando una minaccia all’esterno (questo vale anche per i gruppi, le nazioni e le etnie). L’Eros ha in sé una logica di conflitto (amore e guerra, in un rapporto di dipendenza circolare), che si può esprimere attraverso un’appropriazione del corpo femminile, la chiusura della donna in un ruolo di madre, di cura, la sua esclusione dalla comunità e dagli ambiti decisionali (salvo poi, nelle società che si ritengono più “avanzate”, destinarle le briciole della torta del potere).
“Lo stupro e l’omicidio sono le forme estreme del sessismo e sarebbe un errore considerarle isolatamente, come se non fossero situate in una linea di continuità con rapporti di potere e culture patriarcali che, nonostante la costituzione, le leggi, i valori sbandierati della democrazia, stentano a riconoscere la donna come persona”.
Relegare la donna a un ruolo puramente sessuale e legato alla procreazione, la cancellazione della donna come persona, individualità, soggetto politico produce inevitabilmente uno svilimento del suo corpo, che diventa vile, come quello di uno schiavo, di un prigioniero, su cui l’uomo ha esercitato da sempre, fino alle soglie della modernità, un potere di vita e di morte. Questa mentalità (di cui parla anche Zaron Burnett qui) è arrivata nel nostro contemporaneo (società, istituzioni, rapporti umani) e lo ha contaminato, rendendo latente (ma non meno pericolosa) questa pulsione, ma non l’ha cancellata. La violabilità del corpo femminile è un fattore culturale che ha permeato la comunità occidentale, dalle sue origini greche, romane e cristiane. La violenza non è un corpo estraneo, passeggero, frutto di un raptus: è un ingrediente delle nostre radici, con cui ci si deve confrontare. Fin quando non si affronterà questo problema in questi termini, nulla verrà risolto.
Per quanto riguarda gli aspetti emancipatori delle donne: se queste vengono messe sotto “tutela”, “protezione” attraverso nomine, concessioni di incarichi da parte dell’uomo, che le “includono” nel circolo del potere maschile e gli concedono uno spazio, si sarà compiuto un ennesimo atto di quel gioco sottile che è sempre stretto nelle redini maschili. Il cerchio del controllo dell’uomo sulle donne non si aprirà finché non saremo in grado di affrancarci da questi meccanismi, finché non ci rifiuteremo di essere la longa manus di qualcun altro che ci concede di esibire il nostro sorriso e nulla più. Vogliamo veramente che venga riconosciuto il nostro giusto valore? Evitiamo di essere l’ombra di noi stesse e la trasfigurazione di un corpo che non ci appartiene e che viene ancora una volta adoperato per essere merce e complemento d’arredo, in uno spettacolo in cui le decisioni e le scelte sono sempre dell’uomo. Diciamo pure no a questo spettacolo mutilatorio delle nostre aspirazioni legittime. Perché anche questa è violenza, quando il corpo, la materialità, l’involucro, sostituisce la donna come persona, soggetto di diritti, di saper fare e di contenuti. E se non ci accorgiamo di essere diventate ancora una volta merce, prodotto manipolabile, allora è giunto il momento di svegliarci. E faccio un appello alle donne: cerchiamo di riempire di senso le nostre azioni, dai sorrisi ad ogni cosa, educhiamo le più giovani a non separare corpo, anima, sentimenti e mondo interiore. Educhiamole a una giusta percezione di sé, del mondo in cui vivono, dei rapporti umani, delle relazioni, del denaro e di quel che è il vero successo (la trasmissione Presa Diretta di ieri sera testimonia un buco nero nella nostra comunità sociale). Quando i media esibiscono un corpo di una donna, svuotato della sua essenza, stanno proponendo un messaggio pericoloso: il successo, la carriera, i soldi e il potere per una donna vanno conquistati unicamente ammiccando e facendo la gattina. E purtroppo a noi donne, a quel corpo che portiamo in giro, viene sempre chiesto di dimostrare mille volte in più il nostro valore e il nostro merito rispetto a quanto viene preteso da un uomo. Concentriamo le nostre energie su un cambiamento culturale, che deve partire da noi stesse. Pretendiamo dagli uomini un reale cambio di rotta e di mentalità e non accettiamo regalini, carriere facilitate, insomma le briciole. A partire anche dal linguaggio, perché le parole contano tanto, forse più delle immagini. Il mutamento dev’essere profondo, noi donne dobbiamo esserne il motore propulsivo, altrimenti ci saremo rese complici di un mancato cambiamento. Non possiamo attendere che l’uomo, da solo, porti avanti quella rivoluzione culturale necessaria. Non dobbiamo mollare.

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In bilico tra il desiderio di libertà e il bisogno di una guida

Rafal Olbinski

Rafal Olbinski

Vorrei condividere le riflessioni di Lea Melandri, in un paragrafo del suo Amore e violenza del 2011. Sarà il punto di partenza per una navigazione improvvisata, con i miei poveri neuroni. Vi suggerisco di leggere l’allegato (qui), prima delle mie piccole considerazioni. La Melandri ci parla di una libertà che ha delle caratteristiche tutte particolari. La libertà dei nostri giorni è una “libertà di somigliare”. In altri miei post ho più volte sottolineato la mia allergia all’omologazione forzata a modelli ideali di madre, di donna, di persona. Ho sempre cercato di mantenere le distanze da modelli ideali e corporei preconfezionati e scelti per me da qualcun altro, che per quanto possano sembrare rassicuranti e di più facile utilizzo, nascondono il rischio di una falsa scelta e quindi di una non libertà. Una libertà non piena che investe e può travolgere maggiormente le personalità più fragili o per natura o per contesto temporale/emotivo/sociale. Finché il modello ideale, che ci investe attraverso i media e le sollecitazioni sociali, diventa un obiettivo personale, che investe unicamente il proprio corpo e la propria persona, potrebbe restare un problema circoscritto al singolo individuo. Diventa molto più pericoloso quando il modello che ci viene proposto riguarda i nostri figli. La fabbrica di soggetti perfetti, normali, sulla base di standard decisi altrove, nei quali ciascun genitore viene “invitato” a far rientrare i propri figli. Una macchina che induce a incasellare i nostri figli in modelli estetici, culturali e professionali di successo, con un carico enorme di aspettative assurde. Capite che questo meccanismo di conformismo imperante può produrre solo enormi danni. Come se fossimo tutti ancorati a un percorso tracciato in precedenza altrove, da altri. Tutti durante l’adolescenza ci siamo sentiti inadeguati e per questo ci siamo “omologati”, chi più chi meno, ma questa fase dev’essere transitoria, perché poi deve lasciare spazio a individui adulti, in grado di compiere scelte autonome, giuste o non giuste che siano considerate. Compiere percorsi preordinati e confezionare individui perfetti non è purtroppo un vecchio ricordo di progetti di eugenetica, di società totalitarie, ma rappresenta una ricerca tuttora in atto. Il sogno di un prototipo di un’umanità superiore è sempre latente. Paradossalmente, viviamo la contraddizione di sentirci enormemente liberi, ma siamo anche invasi da un “forte senso di impotenza, di una frenesia del nuovo a tutti i costi, intrisa di ansie conservatrici, di esaltazioni individualistiche, accompagnate da rinascenti voglie comunitarie”. Capite quanto le due “anime” vivano in una permanente lotta? La tensione tra il desiderio di libertà e il bisogno di una guida può nascondere il pericolo dell’affermazione di nuove forme di dispotismo (come Tocqueville stesso aveva previsto). Questo dispotismo non è solo di tipo politico, ma può riguardare anche la sfera delle idee, della maturazione delle personalità, della percezione dei propri diritti e dei propri bisogni. Se la libertà viene svuotata di contenuto e restano solo le sue spoglie, con un simulacro di libertà, si affaccia “una servitù regolata e tranquilla”, che ci culla nell’illusione di godere di ogni libertà. Il nostro senso di inadeguatezza viene placato e nutrito da un Bene supremo, da una personalità carismatica che tutto sa e tutto risolve, per noi.

“Ma perché l’eccezione diventi la norma, in una società che si riconosce sia pure formalmente di eguali, è necessario che il modello vincente a cui si è chiamati a somigliare abbia in sé qualcosa di comune, tratti di una generalità riconoscibile e famigliare a molti”.

A questo punto dobbiamo notare le tracce di questo processo nella realtà. Affinché gli individui si lascino traghettare dal pifferaio di turno, devono in qualche modo ritrovare un pezzo di sé o di un modello ideale a cui si anela. Il gioco è fatto. Fateci caso. Nella società dell’individualismo obbligato, un ruolo preponderante assume il corpo, quell’involucro esterno con leggi e limiti propri, ma che va imbrigliato, levigato, perfezionato, reso giovane e bello per dimostrare il successo del suo proprietario o della sua proprietaria. Vi sembra attinente all’attualità? Il pacchetto giovane e bello/a viene venduto e diventa riferimento generale, con stravolgimento di ciò che è normale, di ciò che è emancipazione, di ciò che significa libertà. Perché risulta più rassicurante assomigliare, rifarsi a, seguire, omologarsi che essere semplicemente se stessi, con i propri punti di forza e le proprie fragilità, uniche, dentro e fuori.

 

Aggiornamento 10 settembre 2014

Vi suggerisco questo cortometraggio di  Frédéric Doazan, che rende bene l’idea.

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Una donna di troppo

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Ci sono incontri e casualità che mi portano a pensare. Qualche giorno fa alla Ladyfest ho incontrato Daniela Pellegrini. Quando la senti parlare capisci che la pasta di cui è fatta è preziosa, che le sue parole e i suoi pensieri sono stati il frutto di anni di riflessione, di letture e di confronti/scontri. Lei che già negli anni ’60 aveva intuito la necessità di superare il dualismo sessuale o sessuato (basato sui ruoli attribuiti attraverso la cultura) maschio/femmina e in generale in ogni contesto umano.

“Bisogna uscire dalla relazione/scissione del ‘due’ ed entrare in una terza posizione. La terza posizione sta a significare un ‘relativo plurale di ogni differenza’, e perciò di ogni ‘parzialità’ di soggetti e soggettività”.

Qualche giorno fa mi trovavo in biblioteca alla ricerca di un libro e mi sono imbattuta nel suo lavoro Una donna di troppo (Fondazione Badaracco – Franco Angeli 2012, parte della collana Letture d’archivio curata da Lea Melandri): casualmente era appena stato acquisito dalla biblioteca rionale. Penso che non sia per caso, penso che questo testo mi sia arrivato per dirmi qualcosa.
Ho iniziato a leggerlo e subito ho avuto mille sollecitazioni, scoperte e mi sono sentita meno sola.
La sua scrittura, a volte ostica per i mille richiami al mondo dell’antropologia, della psicanalisi, di tutti i mondi di cui Daniela si è nutrita, mi ha rinfrancata e mi ha dato la misura della distanza con quel modo di costruire un movimento. Ho avuto la sensazione di quanto si fosse impoverito il movimento nel tempo. Quel lessico, quella ricerca, quella profondità e quella capacità di analisi e di approfondimento oggi sono merce rara. Tutto era curato, anche ciò che era improvvisato mostrava un livello e una capacità di profondità notevoli. C’era l’energia, la fiducia, l’istinto, la passione, mai l’urlo o la rabbia che soffoca qualsiasi riflessione.
La sua è una collezione di documenti di una vita politica, vissuta appassionatamente in prima persona, a partire dai tasselli proto-femministi dei primi anni ’60, passando per l’esplosione del Movimento delle donne, per giungere vicino ai nostri giorni. C’è, a rileggere quelle carte, la sensazione che qualcosa sia inevitabilmente mutato, ma non in una direzione utile e sperata. Così, l’emancipazione si è incanalata nell’integrazione della donna in quel mondo confezionato dagli uomini, con tutte le implicazioni e i compromessi di cui parla Daniela e da cui voleva tenersi lontana.
L’autrice tenta la ricerca e la definizione di un metodo per l’emancipazione delle donne. La prassi seguita all’epoca da numerose realtà associative prevedeva l’istituzione di particolari accorgimenti pratici al fine di inserire le donne nella società, “così com’è costituita nel momento in cui essa agisce”. Tutto questo sarebbe funzionale al superamento delle impasse dei compiti femminili che frenano l’azione extra-familiare. Al contempo si richiedono dei “trattamenti di favore”, perché al momento questi “freni” non sono ancora stati superati, ma sono riconosciute come sostanzialmente inscindibili dall’esser femmina. Insomma, la donna stretta in questa morsa non ci guadagna nulla. Ecco che la Pellegrini critica il metodo di integrazione: “significa immettere la donna nella società così com’è , di tradizione decisionale maschile, con degli accorgimenti che, non eliminando l’inconciliabilità dei ruoli prefissati, ne permettono la coesistenza nelle sole donne”. L’integrazione obbliga la donna a trovare un compromesso, a barcamenarsi tra le due dimensioni, ricavandone solo un “doppio aggravio”, con la conferma di non essere in grado di “adeguarsi al mondo maschile” e con ben poche possibilità di autodefinirsi e autodeterminarsi. Da qui la necessità di abbandonare le strutture teoriche create dagli uomini, “per valutarci libere dalle panie e limitazioni che i due poli sessuali, interpretati da altri e non da noi stesse”.
Possiamo dire che quest’analisi è tuttora molto attuale, siamo ferme. Non siamo riuscite a sviluppare inediti strumenti e chiavi di lettura, soluzioni alternative che superassero i ruoli predeterminati. Siamo state lusingate dal canto delle sirene dell’integrazione e abbiamo abbandonato la ricerca di nuove soluzioni culturali. La questione femminile non è riuscita a diventare un “problema” sociale complessivo, quella “rivoluzione ontologica” che coinvolge tutto l’essere. Ci siamo accontentate delle briciole.
Tornerò sul volume di Daniela Pellegrini, perché, come ho già detto, sono molteplici le sollecitazioni che mi ha fornito.

Ringrazio Nicoletta Poidimani per l’intervista a Daniela Pellegrini.

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Radici

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Siamo tutti talmente concentrati sull’identikit dell’uomo violento, da dimenticarci tutto il contorno. Lo spiega bene Lea Melandri in questo articolo, apparso il 28 aprile sul Corriere, in cui riprende alcuni passaggi del libro di Claudio Vedovati “Il lato oscuro degli uomini”.

“La costruzione della categoria degli uomini violenti porta con sé la separazione di questi uomini dalla cultura maschile condivisa da cui nasce la violenza stessa. (…) consente alla cultura maschile di rimuovere, ancora una volta, qualcosa di sé”.

In poche parole, si allontana e si isola quel “prototipo” difettoso, senza parlare di un contesto culturale patriarcale che ha dato supporto e vita alla maschilità. Soprattutto questo manichino del violento diventa un modo per esorcizzare qualcosa che invece può coabitare con noi stessi. Questo categorizzare non aiuta ciascun uomo a guardare dentro di sé, ad analizzare e a risolvere quello che Michael Kaufman chiama “paradosso del potere maschile”, un potere che gode di privilegi ma che è anche «fonte di enorme paura, isolamento e dolore per gli uomini stessi», che esercita il controllo ma che è costretto a una vigilanza continua.
A mio avviso si tratta di un processo che dovrebbe coinvolgere anche l’universo femminile, perché si tratta di modelli che vengono tramandati non soltanto da modelli paterni, ma anche da modelli materni che non riescono a sciogliere dei nodi culturali pesanti all’interno della famiglia. Secondo me, non sono comportamenti che nascono dal nulla o per una natura impazzita. Anche inculcare il mito del successo a tutti i costi può provocare danni permanenti nel rapporto dei propri figli con gli altri. Rincorrere la perfezione, sia in chiave maschile che femminile, può essere devastante. Una mancanza, un fallimento possono scatenare un fattore arcaico sopito di violenza, che non essendo mai stato messo a fuoco e analizzato, spunta al primo colpo, al primo cedimento dell’impianto perfetto. Molti ricercano dei surrogati, ma a mio avviso sono solo dei palliativi, perché ormai il processo è innescato.

 

(…) L’affermazione di sé attraverso modelli di appartenenza identitari come il gruppo, la nazione, il lavoro, la guerra, usati per superare la percezione di precarietà della propria virilità. La passione per il potere come strumento che definisce pubblicamente la propria identità, che dà virilità, che nasconde la paura dell’impotenza (…)

Abbiamo costruito un modello sociale che porta in sé gli elementi distorsivi del passato patriarcale e quelli contemporanei del “tutto il meglio subito”, del successo e della perfezione. Siamo macchine di produzione perfette e infallibili, inquadrati in schemi e mentalità atte alla produzione, abituati a rapporti umani che assomigliano sempre più a un prodotto in serie e a una suppellettile nuova da aggiungere al nostro guardaroba di vita. Tutto questo cumulo di tensioni e di aspettative porta inevitabilmente ad avere delle bombe innescate pronte ad esplodere, come un vaso pieno d’acqua, pronto a traboccare. Ci sono persone incapaci di gestire queste bombe interiori, andrebbero aiutati a guardarsi dentro e a non rifiutare a priori l’esistenza di queste problematiche.
Siamo di fronte a un problema culturale, che esigerà un processo lungo di cambiamento e di cura, che deve coinvolgere l’intero tessuto della società. Finchè l’informazione avrà questi connotati e questi pregiudizi, sarà difficile scardinare certi retaggi e paraocchi che ci annegano in questo vortice di violenza senza fine. Vi consiglio questo articolo de Il ricciocorno schiattoso.

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