Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Quanto valore diamo al lavoro invisibile delle donne?

Renato Guttuso – Le due cucitrici


Leggendo questo articolo apparso sul Guardian ho riflettuto sui tanti stereotipi e alibi che tuttora insistono quando si parla di lavoro delle donne.

Si parte dal dogma secondo cui: “il divario retributivo di genere non ha nulla a che fare con la discriminazione nelle decisioni di assunzione o di promozione“. Per la serie, il problema non sussiste, viviamo in una società egualitaria, in cui sono sufficienti il merito, le competenze e gli skills.

Poi ci sono le donne che dal loro privilegio e dalla loro totale “adorazione di un capitalismo libero”, sostengono che in reltà sono le donne a scegliere di lavorare per meno, garantendosi uno spazio in ogni occasione “nell’interesse dell’equilibrio”.
Certo, la solita favola della libera scelta, quando davanti non hai grandi alternative e quando c’è un compromesso a cui sottostare che ti schiaccia quanto un macigno.

“Ma il divario retributivo non è la scelta delle donne. È sia una causa che una conseguenza della disuguaglianza di genere. Per molti aspetti è più importante della discriminazione retributiva perché mette in luce le profonde disuguaglianze strutturali in ogni parte della nostra società e dell’economia.” rileva giustamente Sandi Toksvig.

La situazione in Uk non è difforme da quanto accade in Italia: la crisi ha di fatto tagliato la spesa in infrastrutture sociali, viste come ambiti sacrificabili. “Secondo Save the Children, 870.000 madri tornerebbero sul posto di lavoro se potessero permettersi un’assistenza all’infanzia – riducendo i sussidi di disoccupazione e aumentando la base imponibile.”

Si investe in ambiti “maschili”, in infrastrutture fisiche, perché si pensa che facciano da traino all’economia. Non si capisce che un investimento nell’assistenza all’infanzia e sociale può portare molti benefici: si fatica a comprendere che “la crisi globale della disuguaglianza è una crisi di disuguaglianza di genere.”

“Le nostre vite sono ancora rigidamente divise in economiche e sociali, produttive e riproduttive, retribuite e non retribuite. La metà ha sempre più valore dell’altra. Il risultato è che la redistribuzione della ricchezza in questo paese, e globalmente, troppo spesso avviene dalle donne più povere agli uomini più ricchi.”

Sembra che non si voglia accettare l’idea che una maggiore uguaglianza delle donne corrisponda a un beneficio diffuso.

 

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Una parvenza di attenzione alla conciliazione

@Anna Parini

 

La parità di genere in Italia è un rapporto 40-60 dei capilista e l’alternanza di genere nel listino e nei collegi. La parità è un belletto da usare una tantum per dare la parvenza di una società che aspira e lavora per l’eguaglianza degli individui.

La parità è diventata la parola “mamma” incastrata a forza in un discorso politico e una fantastica cascata di bonus. La parità è richiamare le donne solo sotto elezioni. La parità costruita dal linguaggio e dal racconto politico è tutto il fumo che siamo state costrette a respirare sinora. Alcune ancora fanno fatica a capire che dovremmo essere passate da un pezzo dalle quote rosa da riserva alla democrazia paritaria. Tutto il fumo che ci sottrae diritti e ci porta indietro. Basta vedere quanto male siano ridotti i servizi consultoriali pubblici. Che poi c’è chi sostiene che alla fin fine non possiamo farci niente e che le alternative ci sono. Ma davvero ci siamo arrese a questa deriva che non vede nessun desiderio di opposizione?

Ecco, mi piacerebbe sapere cosa sarebbe successo alla donna licenziata al rientro dalla maternità a Grassobbio alla Reggiani Macchine se non ci fosse stata la pronta reazione e solidarietà dei suoi colleghi. Ve lo dico io: non ci sarebbe stata la promessa dell’azienda di procedere a un ricollocamento e tutto sarebbe passato sotto silenzio. Nessuno se ne sarebbe occupato, come accade nella stragrande maggioranza dei casi di discriminazioni di genere.

Torno a parlare sui temi del lavoro dopo aver pubblicato questo pezzo.

Il 2 giugno sull’inserto milanese del Corriere ho letto un articolo su quanto possa diventare ostile il luogo di lavoro al rientro della maternità. Ce ne parla Marzia Pulvirenti, responsabile del Centro donna della CGIL a Milano, che avevamo incontrato lo scorso novembre per parlare di molestie sul luogo di lavoro. Un clima insopportabile al rientro in ufficio, mansioni svuotate o modificate fino all’assurdo, incarichi fittizi, tempi infiniti di assegnazione a nuovi progetti, scrivania e materiali di lavoro scomparsi, rimproveri, richiami, pesanti critiche, per alcune nemmeno un bentornata o congratulazioni per il bambino. Fino a toglierti premi di produttività (non è legale ma accade) e qualsiasi ipotesi di crescita professionale. Si viene tagliate fuori nonostante le competenze, l’esperienza, solo perché chiedi un paio d’anni senza trasferte fuori regione o internazionali. C’è chi per questo arriva a somatizzare queste pressioni, alcune iniziano a sperimentare attacchi di panico e crisi depressive. C’è chi ti risponde che basta organizzarsi e attrezzarsi per conciliare, occorre scegliere altrimenti sei fuori. E poi non tutti gli ambienti sono solidali, spesso i primi a coalizzarsi con il datore di lavoro sono proprio i colleghi, i primi a lamentarsi del fatto che tu non riesci più a rimanere in ufficio fino alle 10. Meglio tagliare una risorsa e formarne un’altra piuttosto che cercare di andare incontro alle esigenze della neomamma. Altro che valorizzazione del capitale umano.

Copyright Corriere della Sera

Pulvirenti racconta un’escalation di piccoli, grandi, pesanti accadimenti che rendono la vita delle lavoratrici un inferno: 230 casi riconosciuti negli ultimi due anni. Ma sono molte di più coloro che si rivolgono al Centro solo per informazioni su diritti, tutele, in via preventiva. Raccogliere i pezzi di una serie di episodi, a volte quotidiani, è doloroso e non è semplice. Non sempre è sufficiente l’approccio “amichevole” di una interlocuzione tra sindacato e datore di lavoro. Non sempre basta una diffida formale, non sempre si ha la forza di arrivare alle vie legali. Molto prima, prima che si arrivi al Centro donna o ci si rivolga a una consigliera di parità ci sono giorni, mesi in cui la resistenza delle donne che vivono il mobbing e trattamenti discriminatori viene messa a dura prova. La resistenza porta a scegliere la via più rapida per tagliare la fonte dei problemi, ciò che all’improvviso ti fa crollare certezze, autostima, variabili, prospettive. Ci ripetono che una donna su tre lascia il lavoro entro un anno dalla nascita del primo figlio, spesso spontaneamente, portandosi dentro quello che ha trovato al rientro e che l’ha portata a questa scelta indotta. A Milano in due anni ne hanno contati 118 di casi di questo tipo. Come vedete, una legge contro le dimissioni in bianco non è in grado di fare da barriera a forme di abbandono del lavoro che di volontario hanno ben poco.

In qualche caso, quando si procede in via giudiziale, si ha il ripristino della situazione lavorativa, con il giudice che procede a prescrivere un risarcimento del danno professionale, prevedendo una percentuale di retribuzione per ogni mese del demansionamento (dal 10% al 40%). Poi occorre valutare danni alla salute e morali. Ma quante donne hanno la forza di arrivare sino in fondo, intraprendere un iter lungo che non è detto che si concluda in modo favorevole? Su questo contano i datori di lavoro, che la donna si dimetta in via spontanea e si arrenda di fronte ai tempi di un ricorso legale. Oltre al fatto che se si ha un contratto atipico, la situazione e le tutele diventano precarie.

Esistono resistenze culturali, che producono formule organizzative aziendali che non sempre sono in grado di accogliere adeguatamente i cambiamenti non solo post maternità, ma in ogni occasione in cui un uomo o una donna si trovano a dover rimodulare la propria vita privata e lavorativa. Perché di mobbing soffrono anche gli uomini. Certo a causa di visioni stereotipate dei ruoli di genere, le donne sperimentano una condizione di precarietà maggiore rispetto agli uomini e di una maggiore esposizione alle discriminazioni lavorative. Le donne vengono ostacolate e frenate nei loro progetti e scelte.

Lo stato pensa bene di ritirarsi pian piano dalla “cura” di questioni cruciali, dando spazio da un paio d’anni alla formula del welfare aziendale: interventi di carattere sociale in forma di trasferimenti monetari o servizi, alternativi alla retribuzione aziendale classica, proposti dalle imprese e liberamente scelte dalle persone in alternativa (asili nido/scuola dell’infanzia, polizze sanitarie e previdenziali, ore di permesso per assistere i genitori, telelavoro o lavoro agile). L’obiettivo dichiarato è migliorare il clima aziendale e fidelizzare le persone. Rispetto a quanto raccontato sinora a proposito della situazione milanese, con un sommerso che non riusciamo a vedere e a quantificare sia in termini di lavoro che di discriminazioni, non sentite la stonatura?

Un neopaternalismo industriale che segna la progressiva resa dello stato in materia di welfare. Ce la vendono come responsabilità sociale delle imprese, che ci guadagnano in termini di sconti fiscali, ma sappiamo come da un lato ci siano queste belle facciate e poi si continui a mobbizzare le persone. Un modo per dirti di non chiedere di più, di non pretendere rinnovi contrattuali perché mamma impresa già ti garantisce tanto.

Intanto ci sono evidenti problemi. Emmanuele Pavolini, Università di Macerata, intervenendo l’anno scorso (luglio 2016) in un convegno alla Camera li evidenziava:

– Rischio di scarico di responsabilità su impresa: Welfare aziendale inteso in alcuni casi come sostitutivo di quello pubblico.

– Rischi di dualizzazione: quali profili di lavoratori hanno accesso al welfare aziendale e quali no.

– Il welfare interaziendale e territoriale: il Welfare aziendale va adattato alle esigenze sia di imprese di grandi dimensioni come delle PMI e collocato all’interno di un’ottica di rete pubblicoprivata.

– Bisogni di conciliazione non troppo coperti per ora (neanche) dal Welfare aziendale: non autosufficienza.

Pavolini indicava anche cinque punti su cui intervenire:

1. Dal welfare aziendale al welfare interaziendale per le PMI e per le filiere che vedono assieme grandi imprese e PMI: rafforzare e sostenere ruolo Enti Bilaterali.

2. Sostenere l’azione di soggetti in grado di facilitare la costruzione di reti fra imprese e altri attori nel territorio – progetti che finanzino e sostengano «reti territoriali per la conciliazione» (Lombardia). Ma come funzionano e come vengono monitorate (ndr)?

3. Sostegno delle spese per l’accesso a servizi socio-educativi (voucher) e/o creazione diretta di servizi aziendali (asili nido) aperti al territorio: sostenere l’accesso ai servizi è lo strumento migliore per ridurre i processi di «dualizzazione» dati i costi dei servizi per la prima infanzia relativamente alti e le liste di attesa lunghe.

4. Semplificazione della normativa di incentivazione fiscale al welfare aziendale e supporto alla contrattazione decentrata (L. Stabilità).

5. ATTENZIONE: OCCORRONO INVESTIMENTI FINANZIARI NELLA RETE PUBBLICA DI SERVIZI ALLA PRIMA INFANZIA (PER AUMENTARE POSTI E ABBASSARE RETTE) ALTRIMENTI TUTTO IL RESTO REGGE SOLO PER ALCUNI PROFILI DI LAVORATORI E LAVORATRICI!

Quale personalizzazione del servizio ci può essere, quando vengono meno gli intermediari sindacali e il rapporto datore di lavoro-dipendente diventa one to one? Volete farci credere che improvvisamente questo rapporto si è autoequilibrato e si è instaurata una pax aziendale che tutto tutela e tutto risolve? Macché riconoscimento culturale e concreto dei lavori di cura attraverso il welfare aziendale, quando nemmeno ti riconoscono un part-time temporaneo. L’unica libera scelta che possiamo fare è non credere a queste nuove sirene che ci stanno costruendo e tornare a lottare seriamente. Con un nuovo progetto sul lavoro. La CGIL ci ha provato, ma non c’è alcun ascolto, si è deciso di poter fare a meno dei corpi intermedi. Le donne sono state l’imprevisto della storia, qualcosa l’abbiamo modificata, ma evidentemente non in modo permanente e profondo, perché i diritti occorre difenderli non solo acquisirli. Dobbiamo tornare a spiegare che l’orizzonte è la genitorialità e permettere di viverla non come un malanno, un impedimento, un macigno. Così come dovrebbe essere di fronte a ogni criticità e cambiamento. Non augurateci buona fortuna come se dovessimo prepararci a un destino ineluttabile che ci porta fuori dal mondo del lavoro. Siamo indignate di essere inserite nel discorso politico come mamme, siamo donne, questo ci aiuterebbe a cambiare la cultura politica e aziendale. Non ce la facciamo più a sentirci ripetere “trovati un lavoro”, ci avete sottratto il futuro con la vostra ottusa visione semplicistica, che ci ha sottratto diritti e non ci assicura servizi. Iniziamo a tagliare voucher baby sitter e i mitici bonus, creiamo più servizi pubblici. Lo abbiamo visto che questi sistemi non portano risultati in termini di natalità (ossessione governativa): siamo fermi perché evidentemente sono altri i fattori in gioco e che servirebbero. Pretendere che nonostante le nostre precarietà si sfornino figli per la patria si qualifica da sé. Iniziamo a rendere accessibili a tutti interventi friendly come part-time reversibili, turni agevolati, “smart working”. Iniziamo ad assicurare parità retributiva. Forse se partiamo da politiche che guardano al benessere e alla qualità di vita della donna a 360° e non solo nella loro funzione riproduttiva, avremo fatto un passaggio culturale e di civiltà fondamentale.

Che fine hanno fatto poi i 100 milioni per nuovi asili nido stanziati dalla legge di stabilità 2014 e mai spesi dalle Regioni (come risultava da un’audizione dell’ottobre 2016)? Quelle risorse sono rimaste alle Regioni, senza integrare i bilanci dei comuni per l’erogazione del servizio? Questi gli ultimi aggiornamenti che riguardano i nidi. Adesso si parla di un fondo nazionale. Vedremo come andrà questo ennesimo capitolo.

In compenso è arrivato il bonus asili nido e quello da 1.500 euro per baby sitter, tate e badanti a Milano. Non ci sono abbastanza posti, le rate e le quote di iscrizione sono spesso alte, le scuole estive diventano inaccessibili a causa dei rincari ma chi riesce a intervenire su questi aspetti? Ho l’impressione che si punti ad alimentare più il business della cura che altro.

Dobbiamo evitare il faidate, spingere per una visione e per politiche strutturali e sistemiche, ridurre la forbice nord-sud. Se l’obiettivo è rendere questo Paese a misura di donna, dobbiamo avere una visione, di Paese, di investimenti, di equilibri, di modernità e di parità coerenti e che sostengano questo progetto. Occorre il coraggio di percepire la necessità di politiche che daranno i loro frutti solo nel medio-lungo periodo, in un interesse che non guarda solo l’oggi e non guarda solo al proprio.

Rafforzare le modalità di accesso delle donne a posti di lavoro dignitosi e di qualità è un impegno rinnovato all’ultimo G7 di Taormina. Qualità e dignità sono caratteristiche del lavoro che quando si tratta di varare politiche in Italia stranamente perdono forza e valore. Stranamente.

In sintesi, per quel che concerne il tema lavoro:

Ci si è posti l’obiettivo di ridurre il divario tra i tassi di partecipazione alla forza lavoro di uomini e donne del 25% entro il 2025, attraverso la promozione della partecipazione femminile, migliorandone qualità ed equità in ottica di genere. Condizione essenziale è riconoscere l’impatto negativo del gap di partecipazione, retributivo e pensionistico. Altresì occorre riconoscere e dare valore al lavoro domestico e di cura non retribuiti quali contributi fondamentali all’economia.

Una stima/valutazione può essere svolta in modo omogeneo dagli istituti statistici nazionali, europei e internazionali, partendo da quanto già disponibile (OCSE, i dati della 19ma International Conference on Labor Statisticians (ICLS) Resolution on Work Statistics, il lavoro dell’ILO (labor force survey (LFS). Unire i dati serve a monitorare progressi e a ricalibrare le misure, in modo che i compiti non pesino solo sulle donne. Investire in infrastrutture sociali per sostenere ogni tipo di compito di cura, un mix interconnesso di strutture, luoghi, spazi, programmi, progetti, servizi e reti che servono a migliorare gli standard e la qualità della vita in una comunità. A questi vanno aggiunti strutture e servizi per la salute, strutture didattiche, aree ricreative, nonché programmi per incrementare lo sviluppo dello sviluppo comunitario e culturale.

Inserire un’ottica di equità di genere serve in ogni fase del processo di decisione politica e di definizione delle priorità nella definizione delle infrastrutture: concepire, pianificare, approvare, eseguire, monitorare, analizzare e controllare il budget.

Prevedere la dimensione di genere consente di ottimizzare l’impatto e / o aumentare la quantità di risorse disponibili dedicate. L’obiettivo è creare un sistema di servizi, infrastrutture e servizi sociali, anche in partenariato pubblico-privato, realmente accessibili a tutti.

 

Sul lavoro di cura:

http://www.ingenere.it/articoli/sguardi-globali-lavoro-domestico-venezia

http://www.ingenere.it/dossier/come-cambia-lavoro-di-cura

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Conciliazione: approcci all’italiana

famiglia-ok

 

L’Europa, lo abbiamo visto nella recente risoluzione del Parlamento, parla di conciliazione in termini di tempo sufficiente da dedicare allo sviluppo personale, quindi dei tempi di lavoro che lo consentano. L’Europa parla di conciliazione come una serie di misure modulari che coprano e si adattino alle esigenze di ciascuno e alle varie fasi della vita.
Conciliazione come concetto e problema ampio. Lotta alle discriminazioni, alle disparità, alla povertà, alla precarietà. Conciliazione in Europa significa condivisione delle responsabilità dei compiti di cura e domestici. Quindi politiche che coinvolgano uomini e donne.
Non c’è un discorso che privilegi una fascia d’età o di reddito, l’approccio deve ricomprendere tutti, “La conciliazione tra vita professionale, privata e familiare deve essere garantita quale diritto fondamentale di tutti”.

Creare dei privilegi definendo chi usufruisce delle misure e chi no, denota uno sguardo chiuso. Le risorse sono poche, ma se guardiamo attentamente, non possiamo continuare con bonus destinati solo alle madri, voucher baby sitter o nidi che non servono e non sono realistici con i costi reali di questi servizi, sconti fiscali per prodotti per la prima infanzia.

Dobbiamo puntare a misure che incentivino la partecipazione delle donne al lavoro, che le aiutino a entrare, restare, rientrare, che incentivino la condivisione, altrimenti lo stereotipo della donna che ha il carico totale dei compiti di cura non si allevierà. La conciliazione non è solo “questione da donne”, per questo dobbiamo parlare anche di condivisione.

Dobbiamo pensare che i compiti di “care” sono molteplici e non necessariamente legati a un figlio. Se facciamo politiche di conciliazione con la sola ottica dell’incremento delle nascite siamo fritti. L’approccio l’ha indicato l’UE, benessere, qualità della vita, approccio modulare per tutte le fasi della vita, abbattimento delle discriminazioni per chi si prende i congedi, sostegno alle madri single, attenzione ai compiti di cura per familiari anziani o malati, contrasto alle discriminazioni per persone LGBTI, lavorare per retribuzioni paritarie, rendere le donne indipendenti economicamente. Tutto questo fa bene al PIL, alle aziende e all’andamento demografico. Ma prima di tutto c’è l’attenzione al giusto equilibrio vita-lavoro.

Il problema della conciliazione non lo si può far coincidere con la prima infanzia, come se una volta superati i 6 anni la strada sia in discesa e non ci fossero più ostacoli. Quando si parla di cicli di vita significa ragionare su politiche che coprano l’intero arco dell’esistenza, in cui i compiti di cura variano.

 

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Onore alle donne?

Colette Rodríguez, Cuba,Pintora cubana, Mujer Doméstica

Colette Rodríguez, Cuba,Pintora cubana, Mujer Doméstica

“Senza le donne l’Italia sarebbe più povera e più ingiusta”. Così si esprimeva il presidente della Repubblica alla vigilia dell’8 marzo 2015. Alla fine dell’anno rende omaggio a tutte le donne, a quelle che con il loro esempio positivo possono ispirare tutti gli italiani, e cita Solesin, Cristoforetti e Gianotti e la campionessa paralimpica Nicole Orlando. “Nominando loro rivolgo un pensiero di riconoscenza a tutte le donne italiane. Fanno fronte a impegni molteplici e tanti compiti, e devono fare ancora i conti con pregiudizi e arretratezze. Con una parità di diritti enunciata ma non sempre assicurata; a volte persino con soprusi o con violenze”. Tanto onore e tante parole, ma pochi fatti concreti. Soprattutto, ancora una volta rischiamo di essere usate e di finire nel tritacarne di cerimonie e carriere di vario tipo.

Allora, per iniziare l’anno ho scritto una bella lista di punti aperti, che possono anche essere degli appunti di viaggio.

 

Punto primo: meno bonus una tantum e più politiche strutturali e diffuse. Per capirci, facciamo girare ricchezza e risorse, niente pacchetti di aiuto a pioggia, ma frutto di una verifica sul campo e di una strategia di lungo corso. Si chiama politica della redistribuzione, e qualcuno dovrà sacrificarsi o iniziare a pagare equamente, in base alle proprie possibilità. Non me ne frega niente di caste, albi, evasori, truffatori, girocontisti sportivi, i soldi per queste politiche si possono trovare se lo si desidera.

Cosa ne pensano politici/politiche, candidati/e e aspiranti amministratori/amministratrici locali e nazionali del lavoro di cura? Così, tanto per capire di cosa stiamo parlando, perché di essere un dorato, insostituibile e inestimabile welfare sostitutivo ci siamo anche un po’ rotte. Vorremmo con piacere essere sostituite, o quanto meno vedere che si è compreso come il carico vada ripartito equamente con l’altra metà del cielo plumbeo italiano.

 

Punto secondo: iniziamo a fare sul serio con le Pari opportunità e con i diritti delle donne. Torno a chiedere un Ministero in carne, ossa e portafoglio. Altre soluzioni sono chiaramente inadeguate e non percorribili. Ora basta altre attese. Ci piacerebbe anche che la ex consigliera per le pari opportunità del presidente del consiglio o il dipartimento, insomma qualcuno, tracciasse un bilancio del 2015 sulle pari opportunità, sui diritti delle donne, parlandoci anche di progetti in corso se ce ne sono. Non penso sia impossibile riunire tutte le informazioni che riguardano la vita delle donne. Ci piacerebbe inoltre sapere le ricadute pratiche di bonus e di altri interventi normativi ad hoc presenti per esempio nel jobsact, non da ultimo sarebbe utile relazionare (da parte delle istituzioni) su come siamo messi in merito ai fondi antiviolenza. Questo sarebbe un bel segnale di trasparenza e di comunicazione efficace, altrimenti ci riduciamo a meri spot, notizie flash che vengono presto messe sotto il tappeto e di cui nessuno più si occupa.

 

Punto terzo: cosa ci raccontate della legge di stabilità e quali sorprese in termini di tagli e non solo, ci dovremo aspettare sulla pelle delle donne?

Da quanto leggo sulla legge di stabilità, queste sono le somme da corrispondere alla Presidenza del Consiglio dei ministri per le politiche delle pari opportunità nel triennio 2016-2018: 2.823; 2.823; 2.823.

 

Punto quarto: cosa si dice sul versante del piano nazionale antitratta? Questa l’unica traccia nella legge di stabilità:

comma 417. Per lo svolgimento delle azioni e degli interventi connessi alla realizzazione del programma unico di emersione, assistenza e integrazione sociale previsto dall’articolo 18, comma 3-bis, del testo unico di cui al decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286, attuativo del Piano nazionale d’azione contro la tratta e il grave sfruttamento degli esseri umani, di cui all’articolo 13, comma 2-bis, della legge 11 ago-sto 2003, n. 228, nonché per la realizzazione delle correlate azioni di supporto e di sistema da parte della Presidenza del Consiglio dei ministri – Dipartimento per le pari opportunità, è destinata al bilancio della Presidenza del Consiglio dei ministri una somma pari a 3 milioni di euro per ciascuno degli anni 2016, 2017 e 2018.

 

Punto quinto: ci auguriamo il più elevato grado di collaborazione, integrazione e lavoro sinergico tra le varie parti, al fine di definire le linee guida del Percorso di tutela delle vittime di violenza. A noi il compito di vigilare, come sempre, usando sempre la nostra testa.

comma 790. In attuazione dei princìpi di cui alla direttiva 29/2012/UE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 25 ottobre 2012, in materia di diritti, assistenza e protezione delle vittime di reato, in attuazione della Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, ratificata ai sensi della legge 27 giugno 2013, n. 77, nonché in attuazione del decreto-legge 14 agosto 2013, n. 93, convertito, con modificazioni, dalla legge 15 ottobre 2013, n. 119, è istituito, nelle aziende sanitarie e ospedaliere, un percorso di protezione denominato «Percorso di tutela delle vittime di violenza», con la finalità di tutelare le persone vulnerabili vittime della altrui violenza, con particolare riferimento alle vittime di violenza sessuale, maltrattamenti o atti persecutori (stalking). All’istituzione del Percorso di tutela delle vittime di violenza si provvede con le risorse finanziarie, umane e strumentali previste a legislazione vigente (che vuol dire che nessun nuovo stanziamento è previsto per l’attuazione di questo percorso, ndr).

comma 791. Con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri, di concerto con i Ministri della giustizia, della salute e del-l’interno, d’intesa con la Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano, tenuto conto delle esperienze già operative a livello locale, entro sessanta giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge, sono definite a livello nazionale le linee guida volte a rendere operativo il Percorso di tutela delle vittime di violenza, di cui al comma 790, anche in raccordo con le previsioni del Piano d’azione straordinario contro la violenza sessuale e di genere, di cui all’articolo 5, comma 1, del decreto-legge 14 agosto 2013, n. 93, convertito, con modificazioni, dalla legge 15 ottobre 2013, n. 119. L’attuazione delle linee guida avviene attraverso l’istituzione di gruppi multidisciplinari finalizzati a fornire assistenza giudiziaria, sanitaria e sociale, riguardo ad ogni possibile aspetto legato all’emersione e al tempestivo riconoscimento della violenza e a ogni tipo di abuso commesso ai danni dei soggetti di cui al comma 790, garantendo contestualmente la rapida attivazione del citato Percorso di tutela delle vittime di violenza, nel caso in cui la vittima intenda procedere a denuncia, e la presa in carico, da parte dei servizi di assistenza, in collaborazione con i centri antiviolenza. La partecipazione ai gruppi multidisciplinari di cui al secondo periodo non comporta l’erogazione di indennità, gettoni, rimborsi di spese o altri emolumenti.

Ricordiamoci che la violenza contro le donne, in qualunque forma sia esercitata, non è un fatto privato, ma riguarda l’intera società. Non è più derubricabile a cronaca o a fatto accidentale.

Ci fa piacere che in Italia, la giustizia sappia darci anche dei segnali positivi (fonte):

“Quasi trent’anni di matrimonio, assai difficili per la donna. Poi lei prende coraggio e sceglie la strada della separazione. Violenta la reazione del marito. Ma gli episodi verificatisi negli ultimi mesi del rapporto sono valutabili come l’ennesima testimonianza della vita da incubo della donna. Ciò rende comprensibile la condanna dell’uomo per il reato di “maltrattamenti”. Irrilevante il fatto che la moglie abbia tollerato per anni (Cassazione, sentenza 47209/15).”

Punto sesto: i temi delle donne non devono essere strumentalizzati, ripeto: astenersi è meglio, si legge lontano un miglio quanto non se ne capisca un’acca. Fa male alle vostre campagne, di qualsiasi tipo esse siano.

Sempre in tema di capacità di capire e rappresentare il contesto. Articoli come questo mi dimostrano quanto lontan* siamo dal comprendere la realtà quotidiana della stragrande maggioranza delle donne. La rappresentazione è sempre la stessa, tutto è possibile se lo si desidera, ma non si coglie mai la verità che sta dietro, dentro una quotidianità difficile, dietro i tasselli che non vanno a posto nemmeno con tanto impegno e volontà. Lo dico qui per tutte le donne che non hanno alcun aiuto, che si trovano ad affrontare da sole e senza soldi e senza status sociale maternità, lavoro, malattie e discriminazioni di ogni tipo. La vita senza paracaduti è una serie di ostacoli e di sconfitte, un adattarsi continuo a nuove e inaspettate tegole. Le rinunce non sono solo i momenti per sé, sono quelle che segnano la vita ben più nel profondo. E quante di noi possono permettersi l’aiuto di una ragazza belga? Lo chiedo perché questo fa la differenza, la differenza tra resistere o tagliare con la carriera (o più comunemente con un modestissimo impiego). Chi di noi può permettersi la badante h24 per un familiare malato? Forse sarebbe il caso di pubblicare a quanto ammonta una busta paga media per una donna, spesso costretta a part-time, spesso precaria e con una busta paga non sempre certa. Chissà perché non facciamo più figli, chissà perché tante donne non possono permettersi una indipendenza totale ed effettiva dal proprio nucleo familiare originario e restano in casa con i genitori. Potete capirlo veramente solo se avete provato a vivere con un salario da fame, non sempre certo, in aziende che ritardano le retribuzioni o saltano le mensilità. Durante questa crisi le donne hanno “tenuto” maggiormente in termini lavorativi, unicamente in virtù della maggior appetibilità dei loro salari più bassi rispetto a quelli degli uomini. Il sistema continua a reggersi non solo sul welfare delle donne, ma su quello dei nonni che si fanno welfare generazionale. Quando questo ombrello (che non tutti hanno) si assottiglierà fino a scomparire, avremo di fronte un muro che ci imporra scelte radicali.

“La ricchezza media dei neo trentenni oggi è circa la metà dei trentenni di ieri.” scrive nel libro Come siamo cambiati. Gli italiani e la crisi Roberta Carlini (QUI una recensione). Questo dato avrà le stesse ricadute del pay gap uomo-donna, semmai andremo in pensione. Visione vuol dire creare condizioni di vita dignitosa per il futuro. Visione è la qualità fondamentale per la politica, visione significa non lasciare indietro nessuno non solo oggi, ma anche domani e dopodomani, al di là delle scadenze elettorali. Leggete i dati delle immatricolazioni all’università e scoprirete che stiamo tornando indietro, che l’ascensore sociale si è fermato, e non si sa se ripartirà. Il nostro Paese non è composto solo da coloro che possono permettersi un’istruzione d’eccellenza. Il nostro Paese è composto da ragazzi in gamba che però non sempre hanno il pedigree per emergere, che restano indietro ancora per questioni di censo, perché non possono permettersi di aspettare dieci anni o più la giusta collocazione, devono iniziare a lavorare per mantenersi, le occasioni si assottigliano e ci si deve adattare.

In un Paese in cui non c’è altro, in cui l’attenzione per le donne è intermittente, esibita in modo finto e strumentale, mi aspetto che il racconto delle donne al lavoro sia ben diverso, perché altrimenti non ci sveglieremo mai dall’indifferenza con cui le nostre vite vengono “rappresentate”. La forbice sociale e i gap di genere si superano solo se si conosce bene la realtà. La favola del faidate ci ha stancate e ci ha umiliate per troppo tempo. Per il 2016 mi aspetto una rappresentazione più completa. A volte i “non ce l’ho fatta” ci raccontano più cose delle storie di successo. Perché alla fine i dati sono questi:

Istat

A volte non basta essere donna per capire come vivono le donne e quali siano i loro problemi quotidiani.

Il rispetto parte anche dalla sincerità e da un racconto più autentico e vicino alle esistenze reali delle donne.

Il rispetto perché noi donne non siamo strumenti, suppellettili, oggetti, ma esseri umani.

Punto settimo: perché non pensare a una rete di servizi integrati territoriali studiata per noi donne, per fare prevenzione, formazione, informazione, supporto con un approccio di genere su discriminazioni, violenza, contraccezione e vita sessuale ecc.? Immagino un lavoro per restaurare i consultori e renderli di nuovo punti di riferimento e di incontro/scambio.

 

Mi scuso se torno sempre sugli stessi punti, ma lo faccio nella speranza che qualcosa accada.

 

Letture consigliate:

  • Come cambia la vita delle donne 2004-2014 (Fonte Istat) QUI
  • L’intervista Simone Oggionni, che parla del suo libro “Manifesto per la Sinistra e l’Umanesimo Sociale” scritto con Paolo Ercolani per Mimesis. Si respira aria gramsciana e la sottoscritta non può che apprezzare.

 

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"Alle giovani dico sempre di non abbassare la guardia, non si sa mai". Miriam Mafai

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Contro la violenza maschile sulle donne e tutte le forme di violenza di genere

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