Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Dal Congresso delle famiglie di Verona ad alcune proposte legislative, come picconare i diritti delle donne e la loro possibilità di autodeterminarsi


Il World Congress of Families di Verona si avvicina. Al contempo appare chiaro che negli ultimi mesi le parti politiche che sostengono il Congresso hanno seminato e hanno lavorato nell’ottica di porre le basi per un capovolgimento in merito ai diritti sessuali e riproduttivi.
Si spinge il piede sull’acceleratore in questa direzione, Pillon è in buona compagnia. Non si tratta solo di provocazioni, ma come spesso ripeto, è in atto un lavoro di rewind culturale, che goccia a goccia scava e determina un lavoro sulla sensibilità e sulle idee dell’opinione pubblica.

Ho già espresso le mie riflessioni qui sul Ddl 950 a prima firma del senatore Gasparri.

L’altro ramo del parlamento intanto vede la presentazione di una proposta di legge (a firma Stefani, deputato vicino al ministro Fontana) “Disposizioni in materia di adozione del concepito”, sottoscritta da una cinquantina di parlamentari.

Ma vediamo nella relazione introduttiva cosa troviamo.

“La legge n. 194 del 1978 si proponeva di legalizzare l’aborto (…) e di contrastare l’aborto clandestino, mentre, ad avviso dei proponenti, ha contribuito ad aumentare il ricorso all’aborto quale strumento contraccettivo e non ha affatto debellato l’aborto clandestino.”

Eppure, da evidenze ufficiali, secondo le relazioni annuali sullo stato di attuazione della legge predisposte dal Ministero della salute, gli aborti dal 1982 al 2017 sono passati da 234.800 a 80.733.
Anzi, in una situazione che negli anni ha visto una progressiva riduzione degli investimenti nei consultori pubblici, dell’impegno per assicurare una contraccezione accessibile e gratuita, di una ostilità di assicurare percorsi strutturati di educazione sessuale nelle scuole, direi che i risultati della 194 ci sono stati, al di là dei risultati derivanti dalla contraccezione di emergenza nel ridurre il numero di Ivg.
Altrettanto falso è il dato fornito nel preambolo della proposta leghista secondo cui: “nel periodo 1990-2010, gli aborti oltre la dodicesima settimana sono cresciuti del 182 per cento e costituiscono il 27 per cento di tutti gli aborti.”

L’ignoranza regna sovrana: “Gli aborti legali, effettuati dal 1978 ad oggi, sono circa 6 milioni, senza contare le «uccisioni nascoste» prodotte dalle pillole abortive e dall’eliminazione degli embrioni umani sacrificati nelle pratiche della procreazione medicalmente assistita.
Le statistiche annuali degli aborti mostrano un leggero calo negli anni, ma non tengono conto delle varie pillole abortive: manca all’appello una popolazione di 6 milioni di bambini, che avrebbero impedito il sorgere dell’attuale crisi demografica.”

Come al solito c’è l’attacco alla procreazione medicalmente assistita.
Si confondono chiaramente le pillole di contraccezione di emergenza (che abortive non sono, nessun farmaco abortivo viene venduto in farmacia!) e la RU486, somministrata secondo protocollo in ambiente ospedaliero entro i 49 giorni di gestazione.

Ci si dimentica che la natalità in diminuzione segue fattori che non concernono certo la legalizzazione dell’aborto.
Si sceglie di fare figli sulla base di valutazioni precise, sulle prospettive di vita, su questioni economiche, lavorative, servizi di welfare e soprattutto è dimostrato che laddove c’è un più alto tasso di partecipazione femminile al mondo del lavoro si fanno anche più figli.
In mancanza di seri e strutturati interventi in merito, è diventato sempre più arduo progettare non solo di superare il figlio unico, ma anche solo di pensare di farne uno.

La natalità ha subito un declino anche nei paesi dove l’aborto era vietato, pensiamo alla cattolicissima Irlanda, che per anni ha dovuto attendere la legalizzazione, arrivata solo quest’anno, dopo un referendum per l’abrogazione dell’ottavo emendamento della Costituzione.

Oggi il record di bassa natalità è della Polonia, che ha una delle leggi più restrittive in materia di aborto, previsto solo in tre casi: pericolo di vita per la madre, stupro e grave malformazione del feto.
“Secondo alcuni studi, ogni anno nel paese avvengono tra gli 80 mila e i 200 mila aborti clandestini e molte donne sono costrette ad andare in Germania o in Repubblica Ceca per interrompere la gravidanza.”

https://www.internazionale.it/video/2019/03/08/battaglia-femminista-aborto-polonia

“Un dato preoccupante è la crescita del numero di aborti tra le minorenni dal 1992 al 2010: quello delle ragazze fino a 18 anni è cresciuto del 45,2 per cento, quello delle ragazze fino a 15 anni è cresciuto addirittura del 112,2 per cento.”

Peccato che la relazione ministeriale, a pagina 21, afferma che: “Nel 2017 continua la diminuzione del numero assoluto di IVG per le minori italiane e straniere. (…) In generale il contributo delle minorenni all’IVG in Italia rimane basso (2.8% di tutte le IVG nel 2017 rispetto a 3.0% nel 2016), con un tasso pari a 2.7 per 1000 nel 2017, valore molto più basso di quelli delle maggiorenni (6.7 per 1000).

Confrontato con i dati disponibili a livello internazionale, si conferma il minore ricorso all’aborto tra le giovani in Italia rispetto a quanto registrato negli altri Paesi dell’Europa Occidentale, in linea con la loro moderata attività sessuale e con l’uso estensivo del profilattico riscontrati in alcuni recenti studi (De Rose A., Dalla Zuanna G. (ed). Rapporto sulla popolazione – Sessualità e riproduzione nell’Italia contemporanea. Società editrice il Mulino, 2013 e Istat. Come cambia la vita delle donne, 2004-2014. Istat, 2015).”

Dati IVG tra le minorenni, 2000-2017

“Non vengono in nessun modo pubblicizzati i dati scientifici relativi alle conseguenze sulla salute fisica e psichica della donna dell’aborto chirurgico e farmacologico.”

Su questi aspetti ero già intervenuta, chi volesse approfondire trova qui ciò che scrissi quie in occasione della presentazione della mozione Amicone in consiglio comunale a Milano e di una analoga nel Municipio 5.
Infine sempre su questo aspetto suggerisco il rapporto della task force APA sulla salute mentale e l’aborto, segnalato dalla pagina IVG, ho abortito e sto benissimo

Si adopera il numero elevato dell’obiezione per evidenziare come l’aborto ponga numerosi “conflitti di coscienza”, quando sappiamo benissimo che spesso non si tratta di problemi di coscienza, ma di valutazioni sulla carriera.

Leggiamo che: “Con la pillola abortiva RU486 si vuole permettere un aborto fai da te, al di fuori delle strutture ospedaliere, anche se la legge n. 194 del 1978 non lo prevede, contribuendo al diffondersi di una cultura dello scarto”

Siamo evidentemente alla mistificazione della realtà. La RU486 non viene somministrata fuori dagli ospedali e non c’è nessun fai da te. Le donne che si recano in consultorio, durante i colloqui, ricevono tutte le informazioni, sostegni del welfare, sulle possibili soluzioni alternative all’aborto, non si può lasciar intendere che non vengano accompagnate e che sia tutto un automatismo asettico, e che per evitare questo ci sia bisogno di far entrare i nochoice nelle strutture pubbliche.

Dal Congresso delle famiglie di Verona ad alcune proposte legislative: come picconare i diritti delle donne e la loro possibilità di autodeterminarsi

La proposta di legge n. 1238 va sempre nella direzione di introdurre una revisione della posizione e qualità giuridica del concepito, in tal caso prevedendone l’adottabilità.

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La mozione no-choice arriva anche a Milano

Ora che la mozione è arrivata a Milano, forse riusciremo a concentrarci e a mettere questo problema tra le priorità. Ho presentato un documento politico, lanciato un allarme, chiesto di prendere posizione esplicita, perché era chiaro che non si sarebbero fermati a Verona. A questo punto dobbiamo mettere in campo tutte le nostre forze e metterci la faccia, esplicitare e far sentire la nostra voce, la nostra posizione, non si può più rinviare, soprassedere. Chi vuole restare nell’ombra e non esporsi ci rimanga pure, noi continuiamo a lottare. Domenica ero a volantinare, in occasione della Sagra di Baggio, su questo tema, con pochi ma essenziali punti e istanze.



C’è bisogno di questo, di parlare alle persone di cosa sta accadendo, di ciò che è in corso, un attacco alla nostra autodeterminazione che passa per l’abnorme obiezione di coscienza, i privati che entrano nelle convenzioni pubbliche e che non applicano la legge 194, la lenta agonia dei consultori pubblici, i centri di aiuto alla vita e associazioni no-choice da tempo nei nostri ospedali, una Lega che si oppone a RU486 in day hospital, un disastro nella contraccezione, prevenzione delle gravidanze indesiderate e delle malattie sessualmente trasmissibili e nell’educazione sessuale. Queste associazioni private devono stare fuori dalle strutture pubbliche, basta volantini negli ambulatori per le IVG. I soldi pubblici devono andare a rivitalizzare e a sostenere i luoghi deputati dalla legge, i consultori familiari pubblici. Andate a rileggervi l’art. 2 della 194. Avrei da aggiungere tra le cause dell’attuale situazione, un lavoro di smantellamento dei governi regionali che dura da decenni e la relazione ministeriale che ogni anno minimizza le criticità. DOVE VOGLIAMO FINIRE? MA CI RENDIAMO CONTO DELLE PAROLE USATE IN QUESTE MOZIONI? BASTA con questo vento oscurantista che si è insinuato dappertutto e vuole impedire, tra l’altro, l’applicazione della 194, che ci consente la scelta, alle donne, solo alle donne spetta l’ultima parola. Giù le mani dai nostri corpi e dai nostri diritti! 

Qui di seguito il mio comunicato in merito a questa mozione: non cambierà le cose, ma almeno non rimango in silenzio. Non so quando sarà calendarizzata la discussione di questa mozione Amicone, ma dovremo e dobbiamo mobilitarci.


La mozione milanese a firma del consigliere comunale Luigi Amicone (Fi e ciellino doc), firmata anche da Milano Popolare, dalla Lega e da Stefano Parisi, ricalca in gran parte i presupposti ideologici e le distorsioni informative presenti nelle mozioni “gemelle” di Verona, Ferrara e Roma, con un pallino fisso: diffondere l’etichetta “città per la vita”. La mozione parla del ruolo dei consultori in termini di assistenza alle donne in gravidanza, cita l’art. 2 della legge 194, ma si “dimentica” di precisare che alla lettera D:
“I consultori sulla base di appositi regolamenti o convenzioni possono avvalersi, per i fini previsti dalla legge, della collaborazione volontaria di idonee formazioni sociali di base e di associazioni del volontariato, che possono anche aiutare la maternità difficile dopo la nascita.”
si prevede la possibilità di supporto esterno di associazioni di “volontariato” DOPO LA NASCITA. Chiaro no?!
Come si può pretendere che i consultori pubblici svolgano appieno i compiti assegnati loro dalla legge 194, se negli anni
– si è proceduto a un progressivo e sistematico svuotamento di competenze, di personale, di strumentazione,
– si è coscientemente mantenuta bassa e insufficiente la loro diffusione territoriale, ben al di sotto delle raccomandazioni (il Progetto Obiettivo Materno Infantile del 2000 ne prevedeva 1 ogni 20.000 abitanti),
– si è modificata la natura di questi presidi territoriali, a beneficio dei privati accreditati con il SSN che non applicano la legge 194?
Come si può concepire che si chieda di inserire a bilancio comunale congrui finanziamenti pubblici per soggetti di natura privata, nati per contrastare una legge dello Stato e per sottrarre alle donne la libertà di scegliere autonomamente e senza pressioni e ingerenze indesiderate se diventare o meno madri?
Chiediamo che si torni a investire nei consultori familiari pubblici, ripristinando e salvaguardando la loro funzione originaria e la loro connotazione di servizio di base fortemente orientato alla prevenzione, informazione e promozione della salute, che abbia al centro le donne.
Pensare che la causa della crisi demografica sia arginabile e risolvibile con un intervento che induca e convinca le donne a portare avanti la gravidanza ad ogni costo, significa non comprendere che alla base della denatalità e della decisione di interrompere la gravidanza non ci sono solo ragioni economiche e che la monetizzazione non risolve problemi di natura ben più vasta. Forse occorrerebbe soffermarsi sui differenziali di genere per poter analizzare correttamente il calo demografico.
La legge 194 garantisce la possibilità di scelta, in capo esclusivamente alla donna che potrà e dovrà valutare autonomamente se diventare madre o meno. Nessuno può sindacare e deve permettersi di giudicare tale scelta. Alla luce di quanto avviene negli ospedali lombardi e altrove, in cui operano i Centri di aiuto alla vita e alle modalità con cui svolgono le loro azioni dissuasive e colpevolizzanti, compiendo un vero e proprio terrorismo psicologico, ci risulta ben difficile pensare che questo sia un aiuto, quanto piuttosto una indebita violazione della privacy e del diritto all’autodeterminazione delle donne. Le donne di Napoli che si sono mobilitate in piena estate ci hanno dimostrato che contrastare l’ingresso di queste formazioni è possibile.
Il ritorno all’aborto clandestino è causato dai lunghi tempi di attesa per l’intervento, a loro volta dettati dalle stratosferiche quote di obiezione raggiunte, che di fatto mettono a rischio il servizio di IVG.
Se davvero la situazione fosse sotto controllo, non avremmo il ricorso alla pratica dei gettonisti, che operano “a chiamata” per effettuare gli interventi al posto degli obiettori e che ogni anno comportano un aggravio di spesa non indifferente per le casse regionali.
Il numero degli aborti è calato costantemente in questi 40 anni, a dimostrazione dell’efficacia della legge e del fatto che progressivamente è aumentata la consapevolezza e la responsabilità in materia di salute sessuale e riproduttiva. Quindi non si capisce come la mozione possa affermare che la legge abbia contribuito ad aumentare il ricorso all’aborto come metodo contraccettivo.
Anzi, nonostante gli ostacoli a un’azione di prevenzione, alla possibilità di fornire gratuitamente presidi contraccettivi (attualmente totalmente a carico delle donne), alla diffusione strutturale di programmi di educazione sessuale nelle scuole, gli aborti sono diminuiti. Piuttosto, cerchiamo al più presto di trovare i finanziamenti regionali per consentire l’erogazione gratuita almeno sotto i 24 anni dei contraccettivi nei consultori, come da odg 99 presentato dalla consigliera PD Paola Bocci e approvato in Regione questa estate. Contemporaneamente dovremo compiere passi in avanti sulla diffusione di metodologie più innovative per le IVG, come previsto dall’art. 15, consentendo di somministrare la RU486 (aborto farmacologico) in day hospital, come richiesto dalla stessa Paola Bocci. Esiste una sola pillola abortiva: la mozione declinando “pillola” al plurale dimostra di confondere la contraccezione di emergenza, disponibile in farmacia, con la pillola RU486, somministrata attualmente solo in ospedale, previo ricovero di 3 giorni.
La diagnosi prenatale va difesa e non si possono diffondere deformazioni sui benefici dei progressi tecnologici.
Si riprende il tentativo compiuto a Trieste, con una mozione, per fortuna ritirata, che invitava “il sindaco e l’assessore competente ad adoperarsi per richiedere” una campagna informativa su tutti i danni ed i problemi alla salute che una donna può incorrere se decide di interrompere una gravidanza”. Un altro esempio di tentativo di terremotare la legge 194 e di diffondere false informazioni tra le donne che vorrebbero continuare a poter scegliere senza pressioni colpevolizzanti.
Da un lato questa mozione parla dei livelli enormi di obiezione, segno, secondo il redattore, del peso di coscienza degli operatori o forse sarebbe meglio dire “segnale di quanto spesso lo si faccia più per ragioni di carriera”, come loro stessi spesso rivelano; dall’altro si afferma che l’obiezione non sia un ostacolo all’accesso all’aborto. Insomma, molta confusione e poca attinenza alla realtà.
Una mozione scritta male formalmente e contenutisticamente, con notevoli incongruenze ed falsità.
Per le ragioni esposte sinora ci opponiamo a questo vento oscurantista che è arrivato anche a Milano e metteremo in campo tutte le azioni necessarie per informare adeguatamente e contrastare queste azioni mistificatorie volte solo a creare spaccature e confusione dentro e fuori le istituzioni.
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Legge 194: i primi 40 anni di una legge che va difesa, con prospettive a sostegno della salute sessuale e riproduttiva delle donne


Sono trascorsi 40 anni, questo 22 maggio dalla promulgazione della legge 194, Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza.

Gli anniversari servono solo se riescono a far prendere coscienza, non solo per tracciare un bilancio, ma se riusciamo a correggere e a risolvere ciò che nel tempo è andato perduto, si è sfilacciato come un tessuto di cui non abbiamo avuto abbastanza cura.

Attorno a questo numero di legge è rimasto un alone di silenzio e negli anni si è sempre cercato di marginalizzare tutto ciò che questa norma portava con sé. Fino a smarrirne la genesi e fino a doverne constatare i profondi tentativi di svuotarla nella sua applicazione. In una crescente difficoltà, non abbiamo mollato mai del tutto, anche se negli anni è tornato ad essere un tema tabù, anche per la politica, abbiamo tentato di uscire dal silenzio, ci siamo trascinate fino ad oggi cercando di continuare ad arginare questo smottamento. I risultati sono questi: si attesta al 70,9% la percentuale nazionale di ginecologhe e ginecologi obiettrici e obiettori di coscienza, mentre tra gli/le anestesisti/e siamo al 48,8%.

Da quanto rileva l’Ass. Luca Coscioni solo il 59,4% delle strutture con reparto di ostetricia rispetta la legge e pratica l’IVG. Mentre il Ministero della salute afferma che “su base regionale e, per quanto riguarda i carichi di lavoro per ciascun ginecologo non obiettore, anche su base sub-regionale, non emergono criticità nei servizi di IVG”, valutando però la presenza dei servizi su base statistica e non su base territoriale. Per non parlare dei costi aggiuntivi per la Sanità pubblica, sostenuti per reclutare i medici “gettonisti” che vanno a supplire gli obiettori. Non è solo una questione di numeri, ma di garantire un livello e una qualità di assistenza buone.

 


La relazione ci dice che i consultori sono 0,6 ogni 20.000 abitanti (il POMI del 2000 ne prevedeva 1 ogni 20.000 abitanti), rilevando purtroppo che “molte sedi di consultorio familiare sono servizi per l’età evolutiva o dedicati agli screening dei tumori e pertanto non svolgono attività connessa al servizio IVG”. Per non parlare dei problemi relativi al ricambio generazionale, di personale, alla strumentazione di cui sono dotati (mancano gli ecografi). Il tutto aggravato da pratiche regionali differenti che creano difformità sul territorio nazionale (costi delle prestazioni e una gratuità che non è più assicurata dappertutto). Insomma dal 1975 assistiamo a una lenta perdita di presidi e di diritti.

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Salute sessuale e riproduttiva: tra preoccupazioni, istanze e nuove prospettive

Dopo altri interventi rilevanti da organismi internazionali, anche le Nazioni Unite si pronunciano sulle difficoltà delle donne italiane ad accedere ai servizi di IVG.

“Il Comitato per i Diritti Umani delle Nazioni Unite ha espresso preoccupazione per le difficoltà che le donne devono affrontare per accedere all’ interruzione volontaria di gravidanza a causa dell’elevato numero di medici obiettori che si rifiutano in tutto il paese di effettuare il servizio.”

L’elevato numero e la modalità di distribuzione dei medici che rifiutano di prestare il servizio in tutto il paese sono stati considerati come fonte di violazione dei diritti umani.

“Le Nazioni Unite hanno richiesto al governo italiano di adottare le misure necessarie, non solo per eliminare tutti gli impedimenti, ma anche per garantire il tempestivo accesso ai servizi di interruzione volontaria di gravidanza sul suo territorio per tutte le donne che ne fanno richiesta.

Viene richiesto al governo italiano di creare un sistema efficace di riferimento delle pazienti, quindi di stabilire protocolli e linee guida per garantire che gli ospedali che non forniscono il servizio si assicurino attivamente che le pazienti ottengano il servizio in altre strutture sanitarie.”

“La Lombardia si conferma una regione non virtuosa per l’applicazione della legge 194, che garantisce e regola l’interruzione di gravidanza nelle strutture sanitarie italiane. Lo dimostra l’indagine effettuata dal gruppo regionale del PD struttura per struttura, relativi al 2016.”

“Il ricorso all’Ivg è in calo progressivo in tutta Italia e lo è anche in Lombardia (nel 2015 -10,5% rispetto al 2014) e questo conferma che la 194 è una legge efficace”, anche se non sempre applicata a dovere, a causa del numero di medici obiettori che raggiunge il 68,2%, ma che vede 6 su 63 i presidi nei quali la totalità dei ginecologi è obiettore di coscienza (Iseo, Sondalo, Chiavenna, Gavardo, Gallarate, Oglio Po). In 16 strutture è superiore all’80% e solo in 5 l’obiezione è inferiore al 50%.

L’ipotesi di indire concorsi ad hoc per medici non obiettori (come è accaduto nel Lazio) è solo una delle strade percorribili. Perché occorrerebbe incidere centralmente per riequilibrare il numero di obiettori e non. E di proposte di legge in tal senso ne sono state presentate tante e giacciono tutte in attesa di esame.

Anche perché la carenza di medici non obiettori si ripercuote sulle nostre tasche:

“Per sopperire, i pochi ginecologi non obiettori a rotazione coprono più presidi ospedalieri spostandosi esclusivamente per effettuare IVG. In alternativa, le ASST sono costrette a ricorrere a personale esterno, cioè a medici gettonisti che si recano negli ospedali esclusivamente per questo tipo di intervento e per i quali nel 2016 sono stati spesi 153.414,00 euro.”

 

Recentissima questa proposta di legge che intende intervenire a monte.

In fase preliminare del concorso, ciascun candidato dovrebbe manifestare esplicitamente per iscritto la sua scelta. In caso di non obiezione, questo elemento costituirebbe un titolo aggiuntivo preferenziale nella definizione della graduatoria. Nel caso in cui la scelta dell’obiezione dovesse essere fatta successivamente alla fase dell’assunzione e quindi concorsuale, essa equivale alla rinuncia all’incarico, con conseguente “dislocamento” in altra sede, anche fuori regione.

In pratica, la dichiarazione di obiezione la si richiederebbe a monte, prima dell’assunzione, mentre al momento si formalizza a incarico assegnato. In caso di parità di punteggio, per ipotesi, sarebbe il medico non obiettore ad avere la precedenza. Quindi si introdurrebbe un criterio nella fase di selezione e di valutazione dei curricula. Potrebbe essere una strada utile per riequilibrare le quote di medici e per introdurre una normativa unitaria per la selezione del personale in ambito ostetrico e ginecologico.

Non è solo una questione di obiezione, ma di un sistema che garantisce i servizi a macchia di leopardo, che ha ancora percentuali esigue di ricorso agli aborti farmacologici attraverso la Ru486. In Lombardia l’utilizzo della RU486 nel 2016 è al 6,6% (927 IVG con RU486 a fronte di un totale di 13.830 Ivg). Sapete perché?

  1. In Lombardia 33 strutture su 63, il 52%, non praticano Ivg farmacologiche;
  2. tra una “difficoltà” e l’altra passano i 49 giorni utili per potervi ricorrere;
  3. a differenza di altre regioni, per l’ Ivg farmacologica è previsto il ricovero obbligatorio di 3 giorni, mentre per il metodo chirurgico è sufficiente il day hospital.

Insomma, esistono una serie di ostacoli che continuano a frapporsi o meglio a essere frapposte.

Eppure nel Lazio partirà una sperimentazione di 18 mesi per l’utilizzo della Ru486 nei consultori. Si ragione in questo senso, per uscire dai reparti di ginecologia, anche in Toscana, dove però si pensa ad ambulatori attrezzati e dopo Pasqua si parte a Firenze.

Ah, certo occorre avere un investimento nelle strutture, perché per come sono oggi attrezzati i consultori pubblici lombardi, la vedo difficile.

Quindi se vogliamo veramente assicurare un buon servizio occorre muoversi. Occorre farsi sentire ora che è entrata in vigore una delibera che aggiorna le tariffe delle prestazioni consultoriali in ambito materno infantile e dopo che è stata scongiurata l’ipotesi di far pagare alle minorenni le prestazioni. Perché non approfittare per chiedere un significativo e tangibile impegno per migliorare realmente il servizio e ripristinare le sue funzioni originarie? Perché accontentarsi delle “rassicurazioni” di Gallera, che pensa di chiudere così la questione? Perché non puntare a ripristinare la gratuità delle prestazioni consultoriali, come previsto dalla normativa nazionale del 1975?

La realtà vede la situazione dei consultori in Lombardia in bilico, un destino subordinato alla Riforma della Sanità lombarda, con la conversione in centri per le famiglie, processo ancora in corso.

Anche in Lombardia si registra un’impennata nelle vendite della pillola EllaOne, un contraccettivo d’emergenza, che se assunto fino a 5 giorni dopo il rapporto sessuale, è in grado di ritardare o inibire l’ovulazione. Non è un farmaco abortivo, anche se ancora oggi alcuni farmacisti invocano l’obiezione di coscienza per non venderlo, una prassi ricordiamo non legale (in quanto non esistono farmaci abortivi vendibili in farmacia e quindi l’obiezione non può essere esercitata). La sua diffusione è notevolmente aumentata dal maggio 2015, quando l’AIFA ha eliminato l’obbligo del test di gravidanza e di prescrizione medica (per le maggiorenni, mentre rimane per le minorenni) come condizioni per la vendita.

“In Italia le confezioni distribuite nel 2016 sono state 237.846 a fronte delle 16.798 del 2014. In Lombardia le confezioni distribuite nel 2016 sono state 48.722 a fronte delle 3.871 del 2014. L’incremento è stato di oltre 12 volte. Le IVG sono diminuite nel 2015 del 10,5%.”

Viviamo in un Paese strano. Per un contraccettivo ormonale normale ci vuole la ricetta bianca (possono essere acquistate con la stessa ricetta sulla quale, ogni volta viene messo il timbro della farmacia, fino a 10 volte in sei mesi dalla data di prescrizione), mentre per quelli di emergenza nulla. Questo “nulla” è stato frutto di anni di lotta, ma forse ci ha poi fatto dimenticare, una volta ottenuta la cancellazione dell’obbligo di ricetta, che la lotta doveva continuare su tutto il resto, su ciò che manca ancora, dalla prevenzione, all’educazione, alla facilità di accedere a programmi contraccettivi strutturati e ad hoc, a servizi consultoriali di qualità e diffusi sul territorio.

Non possiamo limitarci a ipotizzare la correlazione tra contraccezione d’emergenza e riduzione del numero di IVG. Poco avremo risolto se non educheremo le donne a una contraccezione consapevole e costante, accessibile e non onerosa (ricordiamo il passaggio in fascia C a pagamento di una serie di contraccettivi prima in fascia A).

Non parliamo mai di prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili (Mst), si continuano a rifiutare con orrore le proposte di interventi educativi nelle scuole a riguardo di una sessualità consapevole per tutt*. La riproduzione, la contraccezione sono ancora argomenti tabù, la prevenzione delle Mst ancora una questione da donne. Nel frattempo dovremmo aver capito che così non gira e che i risultati sono pessimi. Ne parlavo qui in modo approfondito. È un problema di relazione, di responsabilità di entrambi i componenti della coppia, è anche in primis un indice di rispetto di sé e del partner. Ma tutto questo a chi sta a cuore?

Si continua a non voler approfondire il fenomeno degli aborti clandestini, che avvengono con metodi che mettono a serio rischio la salute e la vita delle donne. Si continua a fare gli struzzi. In più permangono le elevate sanzioni amministrative che colpiscono le donne per questo tipo di pratiche. Cosa accade non si sa. Meglio che rimangano questioni private, ognuna per conto proprio, alla mercé del caso, della geografia e della propria capacità di far da sé, su malattie sessualmente trasmissibili, gravidanze indesiderate, difficoltà riproduttive…

Ah, sì, dimenticavo, sarebbe meglio che la smettessimo di rompere, non sia mai che vi disturbiamo troppo.

 

Questo articolo è stato pubblicato anche su DOL’S MAGAZINE.

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(In)coscienza in farmacia?

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Nel cortile di Villa Visconti D’Aragona, a Sesto San Giovanni, lo scorso 23 giugno si è parlato di autodeterminazione delle donne, partendo dalla sentenza (risalente al 12 ottobre 2015, ma resa pubblica solo a fine embargo lo scorso 11 aprile) del Consiglio d’Europa su ricorso della CGIL, sulla mancata applicazione della Legge 194 in Italia. Relatrici dell’incontro: l’Assessora alla cultura e alle pari opportunità del Comune di Sesto, Rita Innocenti, Benedetta Liberali, l’avvocata che insieme a Marilisa D’Amico ha presentato e vinto il ricorso, e Elena Lattuada, segretaria generale della Cgil Lombardia.
La 194 pur essendo legge dello Stato italiano, a contenuto costituzionalmente vincolato, negli anni sta diventando sempre più un percorso ad ostacoli, rappresentati principalmente dagli alti numeri di personale medico e paramedico obiettore di coscienza.
L’avvocata Benedetta Liberali ha riassunto l’iter del ricorso europeo, evidenziando i tentativi della Ministra Lorenzin di sostenere che la sentenza non sarebbe definitiva. Cosa ovviamente non corretta e alla quale la CGIL ha risposto in maniera netta. Per fortuna ci sono professioniste che si battono da anni per i diritti delle donne. Noi attiviste dobbiamo supportarle maggiormente.

Per capire l’approccio governativo, qui un estratto delle risposte della Ministra Lorenzin. Continuiamo a sentirci dire che tutto va per il meglio e che se non vi sono segnalazioni di criticità dalle Regioni, nulla si può fare. Se i “gettonisti” si possono definire una cosa normale, non possiamo accettare tutto questo.
“Reintrodurre il giusto equilibrio tra medici obiettori e non obiettori negli ospedali, questo ora dev’essere l’obiettivo, e questo si sta sperimentando ad esempio al San Camillo di Roma, dove la scorsa settimana si è tenuto un confronto con la partecipazione, oltre che dell’avvocata Liberali anche del segretario generale della Cgil Susanna Camusso.”

In Lombardia due medici su tre sono obiettori. Le IVG non vengono insegnate nelle scuole di specializzazione, si cerca di scoraggiare e mobbizzare chi decide di non obiettare. Siamo in grave ritardo anche sugli aborti farmacologici: i tre giorni di ricovero non fanno decollare questa modalità.
“In 7 strutture pubbliche si registra un’obiezione totale, e lì non è possibile esercitare un diritto costituzionale. In altre 12 strutture l’obiezione tocca l’80- 90 per cento.”

Secondo Elena Lattuada: “Dobbiamo dunque immaginare come dare sostegno e favorire la promozione di tutte quelle possibilita’ che passano attraverso i bandi e la contrattazione che ci compete, per consentire l’applicazione della legge, costruendo alleanze tra il movimento delle donne e il personale medico, facendo anche leva sul diritto di chi non obietta a non subire svantaggi sul piano professionale. Un altro elemento è legato all’utilizzo della RU486, che renderebbe meno difficoltoso il percorso dell’interruzione di gravidanza. Dobbiamo provare, anche con forme e modalità nuove a rivendicare un principio e un diritto costituzionalmente previsto. Dobbiamo riprenderci nelle nostre mani il diritto di scegliere ricostruendo un nesso tra generazioni e tra tutti i soggetti interessati all’applicazione della 194, e su questo, non mollare la presa.”

Nel mio intervento dal pubblico, ho sottolineato come sia necessario tornare a farsi sentire in maniera forte, unitaria come donne, scendendo in piazza e sostenendo in ogni contesto e occasione iniziative come quella della CGIL, diffondendo consapevolezza tra le donne della difficile situazione in cui versa la tutela della salute sessuale e riproduttiva femminile. Ho ricordato la mancanza di attenzione sul fenomeno sommerso degli aborti clandestini: anziché procedere a indagini e verifiche, si è scelto di sanzionarli. La Ministra Lorenzin dovrebbe riuscire a guardare oltre il dato di riduzione degli aborti e chiedersi cosa ci sia dietro.
Ho ribadito l’importanza della prevenzione e del potenziamento dei servizi territoriali come il consultorio, caratterizzato da un lento e progressivo “smantellamento” delle sue funzioni originarie. Abbiamo 20 Sanità diverse, 20 Regioni con servizi sanitari differenti, con livelli diversi, che rendono i diritti ancora più incerti e di applicazione diversificata. Oltre al macroscopico problema dell’obiezione, senza prevenzione e un intervento educativo laico nelle scuole e in ogni luogo frequentato dai/dalle ragazzi/e non avremo dato una piena applicazione della 194.
Inoltre, attenzione anche all’uso delle parole. I rappresentati del Governo italiano si sono espressi in questo modo in sede europea, in occasione di una replica:
testo-Governo
Come non considerare decenni di giurisprudenza e soprattutto la sentenza della Cassazione del 1975.

Poi leggi che esiste anche una proposta di legge (qui e qui), presentata da Luigi Gigli, presidente del Movimento per la vita, eletto con Scelta Civica e ora approdato nel gruppo di Democrazia solidale – Centro democratico, e Mario Sberna (stessi slalom politici). Una proposta che vuole introdurre l’obiezione di coscienza anche per i farmacisti.
Nel testo della proposta si parla di: “Ogni farmacista titolare, direttore o collaboratore di farmacie, pubbliche o private” può “rifiutarsi, invocando motivi di coscienza, di vendere dispositivi, medicinali o altre sostanze che egli giudichi atti a provocare l’aborto”. Come giustamente sottolinea Lisa Canitano: “non esistono farmaci abortivi venduti in farmacia”, quindi viene da pensare che si voglia bloccare la vendita di farmaci che non sono abortivi, ma semplici contraccettivi d’emergenza, a seconda della libertà di (in)coscienza del farmacista.
Immaginiamoci in un piccolo centro, in cui c’è un’unica farmacia, immaginiamoci cosa accadrebbe nel caso in cui il farmacista dovesse essere obiettore. Già ora alcuni cercano di fare i furbi e di non rispettare la normativa su dei semplici contraccettivi quali sono le pillole del giorno dopo e dei cinque giorni dopo. Tutto questo deve finire. Il corpo delle donne non deve essere un campo di battaglia, non dobbiamo più subire. Diamoci una mossa e uniamo le forze per combattere questo medioevo di ritorno.
Per fortuna di progetti di legge che giacciono fermi ce ne sono tanti e ci auguriamo che questo resti immobile a prendere polvere. Al contempo dobbiamo chiedere con forza provvedimenti che aiutino a regolamentare una volta per tutte le quote di personale obiettore e non.
Cercasi laicità fuori e dentro le istituzioni, ovunque sia finita. Perché no, non sono tranquilla.

Anche questa è violenza contro le donne.

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Aborto. Più educazione sessuale e informazione alla contraccezione e meno terrorismo patriarcale.

 

Attenzione! Questo non è uno strumento chirurgico. Rendi l'aborto sicuro e legale

Attenzione! Questo non è uno strumento chirurgico. Rendi l’aborto sicuro e legale

 

A guardare il panorama generale e al contesto attuale per quanto riguarda la salute riproduttiva delle donne e la possibilità di ricorrere a una interruzione di gravidanza in sicurezza e in piena libertà, non c’è da stare tranquille. In tutto il mondo sembra che il patriarcato stia attuando una vera e propria politica di backlash, che con un colpo di coda, una trincea reazionaria intende riportarci indietro di decenni, per tornare ad avere il controllo pieno sulle vite delle donne e sulle loro scelte riproduttive. Trump sbandiera fieramente il suo antiabortismo, arrivando a prospettare anche punizioni per le donne che decidono di abortire e per i medici abortisti.

A Varsavia (e in contemporanea in altre 15 città polacche), lo scorso 3 aprile migliaia di persone hanno manifestato davanti alla sede del Parlamento Polacco contro il progetto di legge (presentato dalle associazioni pro-life con il sostegno della Conferenza Episcopale polacca e del nuovo governo guidato dal partito nazional-conservatore) che vorrebbe vietare totalmente l’aborto, tranne nel caso di pericolo di vita della donna. Il testo di riforma prevede che le persone che partecipano ad un aborto illegale siano punite con cinque anni di carcere, anziché gli attuali due. Oggi l’aborto in Polonia è illegale tranne che nei seguenti casi: quando la gravidanza è il risultato di stupro o incesto, quando la vita della donna è in pericolo, quando il feto è gravemente malformato.

A questo punto occorre chiarire alcune cose.
Essere favorevoli a una legge che assicuri la salute della donna e la sua libertà di scelta in tema di maternità, significa essere aperti a una possibilità che non deve mai essere negata e che va garantita per evitare che la donna torni a pratiche clandestine e pericolose.
Il prezzemolo, i ferri da calza, i farmaci antiulcera non devono più essere la soluzione, pretendiamo che ci sia una prestazione sicura e adeguata, legale e gratuita, che sia chirurgica o farmacologica, ma tuteli la salute e la vita delle donne.

 

CONTINUA A LEGGERE SU MAMMEONLINE.NET:

http://www.mammeonline.net/content/aborto-piu-educazione-sessuale-informazione-alla-contraccezione-meno-terrorismo-patriarcale

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Nuovo provvedimento dell’Aifa in materia di contraccezione di emergenza

Norlevo

 

Le attiviste di #ObiettiamoLaSanzione accolgono favorevolmente la decisione dell’Aifa, con la quale si statuisce che la vendita della “pillola del giorno dopo” non sia assoggettabile a prescrizione medica per le maggiorenni. Si riconosce in tal modo anche in Italia ciò che da circa quindici anni ha deciso l’Oms in materia di Contraccezione di emergenza (CE), nel cui novero rientra tale farmaco . Infatti è ormai dimostrato che l’uso di Levonorgestrel (Norlevo) e di Ulipristal acetato (Ellaone) non abbia effetti abortivi, ma piuttosto di interferenza con l’ovulazione , caratteristiche che li rendono più simili quindi ad una pillola estro progestinica che funziona più efficacemente, inibendo la produzione di ovociti.

Proprio per poter più rapidamente ritardare l’ovulazione, è necessaria quindi una grande tempestività di assunzione della “pillola del giorno dopo” e di contro l’obbligo di prescrizione medica veniva a ritardarne l’acquisto e quindi l’efficacia.
Per tale motivo tutti gli organismi regolatori dei farmaci in Europa (E.M.A.) e nel resto del mondo hanno a ragion veduta, senza alcuna leggerezza, scelto di abolire la ricetta permettendo così in “emergenza” di assumere questi due farmaci che, come ci mostrano numerose ricerche non hanno fatto segnalare in questi anni nessun grave effetto collaterale nei milioni di donne che le hanno assunte. Appare conseguentemente pretestuosa la presa di posizione del presidente di Federfarma Roma, Vittorio Contarina, che così si è espresso “La Norlevo è un derivato ormonale: provoca effetti collaterali e rischia di disincentivare l’uso del preservativo, con aumento del rischio di contrarre malattie veneree. L’Aifa ci ripensi”.
Invece i dati rilevati in vari Paesi europei ci mostrano che tra le utilizzatrici della contraccezione d’emergenza non vi è stato né aumento di malattie sessualmente trasmesse, né riduzione del ricorso alla contraccezione, né aumento di interruzioni volontarie di gravidanza. Anzi si potrebbe mettere in correlazione il calo delle IVG con un maggiore e più tempestivo uso di tale tipo di contraccezione. Si ricorda infine che il suo maggiore ricorso è generalmente legato ai casi di rottura del profilattico. Ci domandiamo, ordunque, quale reale vantaggio per la salute ci sarebbe a rendere più complesso e tortuoso l’acquisto di Norlevo, come vorrebbe il dott. Vittorio Contarina.
Certamente molto altro rimane da fare, ossia una maggiore, diffusa, corretta e completa informazione sui temi della contraccezione sia per i cittadini, sia per i medici di medicina generale, che per i farmacisti. A riprova di tale necessità v’è il dato che l’Italia, con il suo 16% di donne in età fertile che assume la pillola estroprogestinica, rimane tra i Paesi europei con le più basse percentuali di uso di contraccettivi orali, appena prima della Grecia. Con l’aggravante che tali stime negli ultimi anni tendono a scendere invece che ad aumentare.
In quest’ottica ci sembra lodevole l’iniziativa di proporre Linee Guida e Protocolli sulla CE a tutte le farmacie da parte della SIFAC (Società Italiana di Farmacia Clinica), in modo che tutti i loro titolari abbiano elementi specifici di riferimento elaborati dalle proprie società scientifiche. Così i farmacisti sarebbero in grado di rispondere alle domande delle donne che chiedono la contraccezione d’emergenza, invece di frapporre ad esse clausole di coscienza e comunicazioni dai toni minacciosi verso la salute femminile, prive di reale supporto scientifico.

 

Comunicato pubblicato su Noi Donne: http://www.noidonne.org/blog.php?ID=07065

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L’Otto ieri, oggi e domani

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@Anarkikka

 

Il 22 febbraio scorso abbiamo dato il via a una tenace battaglia per chiedere ai Ministeri competenti di rivedere la decisione di innalzare fino a 10.000 euro le sanzioni per le donne che dovessero ricorrere agli aborti fuori dalle strutture accreditate, come previsto dalla legge 194/1978.

Ribadiamo che le donne sono le vittime di un sistema che ha reso l’accesso alle IVG un percorso ad ostacoli, a causa di un numero abnorme di personale obiettore di coscienza. Quindi, anziché indagare sulle cause di questo preoccupante ritorno alla clandestinità, fatto di stime al ribasso e superficiali, si è preferito depenalizzare (ben venga) e fissare una sanzione smisurata come se potesse essere un deterrente. L’unico effetto deterrente si avrà sulle donne che pur di non vedersi comminare la sanzione, preferiranno non recarsi in ospedale per farsi curare in caso di complicanze. L’effetto potrebbe essere estremamente pericoloso per la salute e la vita stessa delle donne.

Il gruppo di donne di #ObiettiamoLaSanzione e coloro che hanno sostenuto la protesta lanciata con il primo tweetstorm del 22, sinora hanno ricevuto solo una risposta in data 25 febbraio, quella del Ministero della Giustizia, da parte del Sottosegretario Gennaro Migliore che ha riferito in seguito all’interrogazione di Marisa Nicchi. Il commento del gruppo di attiviste #ObiettiamoLaSanzione è stato questo: in sintesi riteniamo inaccettabile un tempo di verifica e di monitoraggio lungo 18 mesi.

In parallelo, sempre il 25 febbraio, abbiamo inviato anche questa lettera aperta alle parlamentari, parte dell’Intergruppo parlamentare per le donne, i diritti e le pari opportunità.

Ancora un lungo silenzio.

Non ci siamo fermate e abbiamo deciso di manifestare l’otto marzo, lottando per le donne, con un nuovo tweetstorm indirizzato al Presidente del Consiglio, attuale responsabile delle Pari Opportunità, vista l’assenza di una Ministra o di un’altra delegata. Ancora un’ondata di proteste che hanno viaggiato via social e via email.

Ci aspettiamo delle risposte adeguate all’articolata lettera che abbiamo inviato all’Intergruppo, non possiamo accettare rinvii e silenzi, perché il tempo non è dalla nostra parte e i nostri diritti sono costantemente sotto attacco e affievoliti ogni giorno che passa. Manterremo alta l’attenzione su questo tema e vigileremo finché la situazione relativa alle sanzioni e quella più ampia sulla piena applicazione della 194 non riceveranno le giuste ed efficaci attenzioni e soluzioni. Non lasceremo che il silenzio seppellisca questa palese lesione di diritti.

 

Le donne promotrici di #ObiettiamoLaSanzione
Anarkikka attivista, vignettista
Barbara Bonomi Romagnoli giornalista, attivista
Monica Lanfranco giornalista, blogger
Loredana Lipperini
Donatella Martini Donne InQuota
Cristina Obber giornalista, scrittrice
Lea Fiorentini Pietrogrande
Benedetta Pintus Pasionaria.it
Antonella Penati Federico nel cuore
Maddalena Robustelli
Simona Sforza blogger e attivista
Nadia Somma blogger, attivista
Paola Tavella giornalista
Lorella Zanardo Il corpo delle donne

 

 

Per continuare ad aderire, lasciate un commento sotto questo post di Anarkikka:

http://anarkikka.blogautore.espresso.repubblica.it/2016/02/21/obiettiamolasanzione/

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L’otto per le donne. E tu?

copertina fb page base

 

Le donne di ObiettiamoLaSanzione e tutte le persone che hanno aderito all’iniziativa, non abbassano la guardia!

L’8 marzo dalle 12,00 alle 14,00 nuovo tweetbombing a Matteo Renzi Responsabile Pari Opportunità, con il tweet:
A @matteorenzi Responsabile Pari Opportunità: L’OTTO PER LE DONNE. E TU? #‎ObiettiamoLaSanzione
con in allegato la vignetta qui in alto.

Condividete, fate girare!
Abbiamo bisogno di tutt* voi per continuare a tenere alta l’attenzione sull’ingiusto aumento di sanzioni alle donne costrette all’aborto clandestino e su una corretta applicazione della legge 194. Per vincere ci vuole costanza e determinazione!
Grazie a tutt*.

Le donne promotrici di ObiettiamoLaSanzione
Anarkikka attivista, vignettista
Barbara Bonomi Romagnoli giornalista, attivista
Monica Lanfranco giornalista, blogger
Loredana Lipperini
Donatella Martini Donne InQuota
Cristina Obber giornalista, scrittrice
Benedetta Pintus Pasionaria.it
Antonella Penati Federico nel cuore
Maddalena Robustelli
Simona Sforza blogger e attivista
Nadia Somma blogger, attivista
Paola Tavella giornalista
Lorella Zanardo Il corpo delle donne

Per saperne di più:
#ObiettiamoLaSanzione
#ObiettiamoLaSanzione Lettera aperta alle donne del Parlamento.
#ObiettiamoLaSanzione Al sottosegretario Gennaro Migliore
Intervento di Paola Tavella (a nome di tutte) alla conferenza stampa dell’Onorevole Nicchi
su ”Modifica della norma sulla super sanzione per l’interruzione di gravidanza al di fuori della legge 194”

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Tutto sotto controllo?

 

non siamo serene

 

Ieri è arrivata la risposta del Ministero della Giustizia all’interrogazione del 25 febbraio in Commissione Giustizia della Camera da Marisa Nicchi e Daniele Farina. Una delle numerose interrogazioni depositate sul tema. Ricordo quella di Roberta Agostini e di Delia Murer (qui).

A gennaio, come rilevavo qui, nel comunicato stampa del Governo leggevamo (QUI):

“L’obiettivo della riforma è quello di trasformare alcuni reati in illeciti amministrativi, anche per deflazionare il sistema penale, sostanziale e processuale, e per rendere più effettiva la sanzione. Si ritiene infatti che rispetto a tali illeciti abbia più forza di prevenzione, generale e speciale, una sanzione certa in tempi rapidi che la minaccia di un processo penale che per il particolare carattere dell’illecito e per i tempi stessi che scandiscono il procedimento penale rischia di causare la mancata sanzione.”

Oggi dalla risposta di Gennaro Migliore la ratio è questa:

“La ratio a cui si è ispirata la legge delega, oggetto della presente interrogazione, è quella di riordinare il sistema di incriminazione sulla base di criteri di razionalità, anche al fine di garantire la conoscibilità del precetto penale da parte del cittadino.”

Prima ci veniva suggerito che la certezza della sanzione e la riduzione dei tempi potessero diventare un deterrente, con addirittura uno scopo preventivo. Oggi è la razionalizzazione del sistema di incriminazione a giustificare questo decreto, con un gran minestrone di fattispecie. Tanti reati in un unico calderone. Nelle maglie di questa razionalizzazione è finito anche il secondo comma dell’art. 19 della legge 194/78, quello concernente gli aborti clandestini.

La depenalizzazione e il fatto che sia diventato reato amministrativo è di per sé una cosa positiva, ma non c’è da gioire se poi le sanzioni vengono innalzate e hanno un effetto pericoloso. Dovremmo ritenerci “fortunate” perché alla fine la sanzione amministrativa per l’aborto clandestino è stata inserita nello scaglione meno afflittivo, che però può raggiungere quota 10.000 euro?

“Il delitto di cui all’articolo 19 legge n. 194 del 1978 è stato, così, trasformato in illecito amministrativo e la relativa sanzione è stata determinata nella misura più lieve tra quelle introdotte dall’intervento di depenalizzazione.

I rilievi svolti dagli Onorevoli interroganti investono, in effetti, non già l’entità della sanzione prevista per l’aborto clandestino, quanto, piuttosto, la scala di grandezza degli scaglioni individuati.”

Con riferimento ai criteri di determinazione delle sanzioni amministrative, si rileva come nessuna osservazione, in punto di adeguatezza, è stata comunque sollevata dalle altre amministrazioni interessate alla delega, né in sede di parere delle Commissioni parlamentari.”

Nessuno ha mostrato dubbi e contrarietà su queste sanzioni (NESSUNA OSSERVAZIONE, TUTTO NORMALE). Nessuno negli organismi preposti si è posto alcun problema sull’appropriatezza e sulle ricadute di un innalzamento delle sanzioni. Se nessuna di noi si fosse accorta e ne avesse scritto, si fosse mobilitata, sarebbe passato tutto sotto silenzio, sommerso in un legiferare massivo, con un approccio privo di senso critico.

“Nondimeno, l’adeguatezza in concreto delle sanzioni determinate potrà essere riconsiderata all’esito del monitoraggio degli effetti del complessivo intervento di depenalizzazione, anche con interventi puntuali, che potrà essere utilmente condotta con il Ministero della Salute.
In questa prospettiva si ricorda, difatti, come l’articolo 1 comma 3 della stessa legge delega consente al Governo di adottare, nel termine di 18 mesi dall’ultimo dei decreti attuativi, gli interventi correttivi che dovessero rivelarsi opportuni.”
Nella risposta di Migliore si legge che l’adeguatezza delle sanzioni (e quindi l’ipotesi di una rivalutazione delle stesse) sarà riconsiderata alla luce dei soliti monitoraggi del Ministero della Salute entro 18 mesi dall’ultimo dei decreti attuativi. Sappiamo benissimo i rischi che si corrono. Siamo ben abituate alle relazioni ministeriali in cui si racconta che va tutto bene, che le sanzioni sono efficaci, che non c’è nessuna criticità. Il risultato di un monitoraggio potrebbe chiudere il capitolo sanzioni senza sanare quello che abbiamo evidenziato nelle osservazioni dell’appello #ObiettiamoLaSanzione. Le correzioni potrebbero non esserci se non dovesse risultare necessario.
Questa è la prassi consueta, correggere a posteriori. Nel frattempo i rischi sono sempre quelli che abbiamo evidenziato, che le donne non si rechino più nei pronto soccorso in caso di complicazioni post aborto clandestino. Si avrebbero pertanto ricadute enormi sulla salute delle donne che non possono certo aspettare le verifiche del Ministero. La priorità è comprendere bene gli effetti di un inasprimento delle sanzioni, l’enorme danno che si produce alle donne che si trovano in una situazione delicata e difficile, per le quali la strada per una assistenza di qualità si inerpica e diventa sempre più incerta. Che tutela della salute è questa? Che garanzia c’è, se di fatto chiudi la saracinesca con una sanzione?
Quindi occorre intervenire non solo sulle sanzioni, ma sulle cause del ritorno alla clandestinità (vedi le percentuali di obiezione di coscienza del personale medico e paramedico) e sul fatto che continua a essere poco diffuso l’uso della pillola abortiva RU486.
Quindi? Continueremo a chiedere risposte certe e celeri, non siamo per niente serene. 

 

P.S.
Aggiornamento 29.02.2016
La Conferenza stampa di Marisa Nicchi sull’interrogazione in commissione Giustizia, in merito alle sanzioni per gli aborti clandestini. Una legge oltraggiata nel 35% delle strutture italiane.
http://webtv.camera.it/evento/9054
http://www.radioradicale.it/scheda/468172/modifica-della-norma-sulla-super-sanzione-per-linterruzione-di-gravidanza-al-di-fuori
Aggiornamento 04.03.2016
Questo è il contributo del gruppo #ObiettiamoLaSanzione in occasione della Conferenza stampa del 29.02.16 di Marisa Nicchi sull’interrogazione in commissione Giustizia, in merito alle sanzioni per gli aborti clandestini.
“ObiettiamoLaSanzione’, iniziativa sostenuta da migliaia di donne e uomini, decine di attiviste, giornalisti/e e associazioni mobilitate attraverso la campagna online‪#‎obiettiamolasanzione‬ che aveva un unico obiettivo, ossia manifestare la loro contrarietà a un incremento tanto penalizzante per le donne. Ringraziamo coloro che hanno presentato l’interrogazione sulla questione dell’inasprimento delle sanzioni. In sintesi, stiamo facendo, cito il sottosegretario Migliore, quelle osservazioni di inadeguatezza che nessuno a livello istituzionale pare abbia fatto in merito all’ultima norma a danno delle donne. Abbiamo scritto una lettera all’Intergruppo parlamentare per le donne, i diritti e le pari opportunità, presieduto dall’onorevole Boldrini, in cui chiediamo un intervento immediato sull’irresponsabile azione sanzionatoria in caso di aborto clandestino e un impegno più incisivo a salvaguardia della 194, che ricordiamo essere una legge per depenalizzare l’aborto e per renderlo un servizio sanitario garantito dallo Stato. Abbiamo inviato tale lettera con l’auspicio di una risposta che vada ad accogliere le nostre richieste. Tra le quali, che il tempo che deve intercorrere per la rivalutazione dell’entità della sanzione pecuniaria (dopo apposito monitoraggio del Ministero) sia impiegato per una disamina più accurata e puntale sugli aborti clandestini di quella che si evince dai dati ufficiali del Ministero della Salute, soprattutto alla luce del timore diffuso che una sanzione di questa entità possa scoraggiare le donne dal ricorrere alle cure ospedaliere in caso di bisogno. La nostra attenzione sarà particolarmente puntuale su ogni intervento e misura che le Istituzioni metteranno in campo su questo tema. Noi andremo avanti nel diffondere gli aggiornamenti sulla situazione, per portare alla conoscenza delle persone che ci seguono e hanno aderito all’iniziativa, quanto, e se e cosa si sta facendo o si farà in parlamento, per sanare questa gravissima situazione. Se verranno formulate proposte concrete e condivisibili, saremo pronte a condividerle.
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#ObiettiamoLaSanzione Lettera aperta alle donne del Parlamento

06 Casini apre ai Gay

 

Dopo l’appello e il successo del tweet bombing di lunedì 22 per protestare contro l’inasprimento delle sanzioni per le donne che abortiscono clandestinamente, come promesso, non ci siamo fermate. Oggi è stata spedita questa lettera aperta all’Intergruppo parlamentare, perché ci diano risposte precise non solo su come si intende sanare la questione delle sanzioni, ma anche sulla strategia più ampia, al fine di risolvere i numerosi problemi che concernono la (dis)applicazione della 194.

 

Lettera Aperta

On. Laura Boldrini

Presidente Intergruppo parlamentare per le donne, i diritti e le pari opportunità

Gentile Presidente,

Il 22 febbraio scorso il gruppo #ObiettiamoLaSanzione è stato promotore di un tweetstorm e di una mailbombing contro il decreto n° 8 (entrato in vigore il 6 febbraio), che depenalizza il reato di aborto clandestino (disciplinato dall’Art. 19, co. 2, della legge 194/1978) ma al contempo prevede un innalzamento delle sanzioni (non più “fino a 51 euro”, ma “da 5.000 euro a 10.000 euro”).

Il provvedimento varato dal Governo ha il grave torto di ignorare un ritorno preoccupante agli aborti clandestini a causa di un abnorme numero di obiettori di coscienza. Per questo motivo la protesta ha ottenuto una ampia adesione testimoniando l’indignazione di donne e uomini, attiviste e attivisti, centri antiviolenza e associazioni promotrici di diritti civili contro una sanzione ingiusta che ri-vittimizza le donne.

Il 10 marzo 2014, il Comitato Europeo dei diritti sociali ha condannato l’Italia per la violazione dell’articolo 11 della Carta sociale europea che assicura il diritto alla salute perché ha mancato di mettere in atto le misure necessarie per consentire l’interruzione di gravidanza laddove siano presenti obiettori di coscienza. Il reclamo era stato depositato l’8 agosto 2012 e ha visto la partecipazione di diverse associazioni tra cui LAIGA.

Ora si è in attesa di conoscere il pronunciamento del Comitato Europeo dei Diritti sociali su secondo reclamo presentato nel 2012, dalla CGIL (Confederazione Generale Italiana del Lavoro) per far rispettare i diritti delle donne ma anche i diritti lavorativi dei medici non obiettori di coscienza.

Ogni anno il Ministero della Salute trasmette al Parlamento una relazione sullo stato di attuazione della legge 194. Nonostante si riferisca che “non emergono criticità nei servizi di IVG” e si affermi che “Il numero di non obiettori risulta quindi congruo, anche a livello sub-regionale, rispetto alle IVG effettuate, e non dovrebbe creare problemi nel soddisfare la domanda di IVG”, la dura realtà che tante donne devono affrontare è ben diversa e i reclami di cui sopra lo testimoniano, così come le numerose proteste di operatori sanitari e associazioni nonché l’inchiesta andata in onda a Presa Diretta.

Le percentuali a cui è arrivata l’obiezione di coscienza creano problemi, l’iter previsto dalla 194 diventa un percorso a ostacoli, i 90 giorni consentiti spesso risultano un tempo strettissimo. Le percentuali parlano da sé: la media nazionale è del 70%, raggiunge quota 93,3% in Molise e in numerose regioni si aggira dall’80% in su. Questo, in alcuni casi, comporta l’obiezione di intere strutture, pratica vietata dalla 194. La migrazione interregionale non è cosa rara e per gli aborti terapeutici c’è chi va all’estero.

Chiediamo di esaminare senza indugio e in modo concreto e serio, il fenomeno degli aborti clandestini (quantificati con una rilevazione ferma al 2005 – tra i 12mila e i 15mila casi per le italiane e tra i tremila e i cinquemila per le straniere). La possibilità di acquisto di farmaci abortivi online rende la situazione ancora più pericolosa e difficile da fotografare, ma che bisogna in qualche modo arginare, proprio facilitando e rendendo realmente accessibile per tutte le donne il servizio di IVG. Non è sufficiente prevedere che le farmacie autorizzate alla vendita online abbiano un bollino di certificazione rilasciato dal ministero della Salute, perché sappiamo che le strade non sono solo quelle legali. I casi evidenti sono solo quelli che arrivano nei pronto soccorso.

Questo è il quadro in cui è stato approvato il decreto di depenalizzazione dell’aborto clandestino.

Ci rivolgiamo all’Intergruppo parlamentare per le donne, i diritti e le pari opportunità affinché il parlamento al più presto intervenga sul decreto legislativo n° 8 del 15 gennaio 2016 e riduca le sanzioni alle donne stabilendo cifre simboliche come prevedeva il vecchio testo di legge, che si dia piena attuazione alla legge 194/78, imponendo una quota ai medici e ai paramedici obiettori all’atto dell’assunzione e che le attuali strutture si allineino a tale disposizione per non incrementare il mercato degli aborti clandestini. Al fine di una corretta applicazione della legge è altresì doveroso mettere in campo azioni di prevenzione in maniera strutturata e sistematica, che si potenzino i consultori e che sia semplificato l’iter dell’aborto farmacologico, che la pratica dell’obiezione non violi il diritto alla salute psico-fisica e al rispetto delle donne.

 

Le promotrici del gruppo #ObiettiamoLaSanzione

Anarkikka

Monica Lanfranco

Loredana Lipperini

Cristina Obber

Antonella Penati (Federico nel cuore)

Lea Fiorentini Pietrogrande

Benedetta Pintus (Pasionaria.it)

Barbara Bonomi Romagnoli

Maddalena Robustelli

Paola Tavella

Simona Sforza

Nadia Somma

Lorella Zanardo

La rete delle reti

Donatella Martini (Ass. Donne in Quota)

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#ObiettiamoLaSanzione, il giorno dopo

@Anarkikka

@Anarkikka

 

Prima di ogni altra cosa desidero ringraziare tutte le donne che hanno organizzato e coloro che hanno sostenuto via Twitter e via email la campagna ‪#‎ObiettiamoLaSanzione‬. Un primo grazie speciale voglio farlo a Nadia Somma che ha fatto scoccare la scintilla e ci ha chiesto di organizzare insieme qualcosa, anche semplice, ma che ci facesse uscire dal silenzio. Un secondo grazie speciale a Stefania Spanò che ha subito messo a disposizione il suo talento, la sua creatività, le sue idee e tanto altro. Maddalena Robustelli sa quanto la stimo e quindi a lei va il mio ringraziamento speciale per il suo sostegno sempre attivo e pieno di passione e per il suo costante contributo nella definizione dell’iniziativa. Piano piano la nostra iniziativa ha preso forma, siamo artigiane dell’attivismo, non sarà tutto perfetto, ma quel che importa è la passione con cui lo facciamo, l’importante è non restare a braccia conserte.

Grazie per questa protesta spontanea, che dimostra ancora una volta come l’unità è essenziale. Alcune di noi avevano scritto e lanciato l’allarme sull’innalzamento delle sanzioni, ma per amplificare è necessario fare rete e gruppo. Lo sapete quanto io tenga a questo condividere le battaglie. Abbiamo dimostrato che possiamo unire le forze, anche se non la pensiamo nello stesso modo su tutto, su altre questioni. Per questo ringrazio le ragazze di Pasionaria. Siamo donne diverse tra noi, ciascuna con le proprie idee e questa è ricchezza, da mettere in campo sinergicamente. Questa è la chiave vincente, riuscire a superare gli steccati e andare dritto all’obiettivo. Tutto è avvenuto spontaneamente con un passaparola che ha prodotto un appello collettivo e un bel risultato partecipato. Abbiamo innescato una bella energia, una importante iniezione di fiducia per il proseguo.

trend 22feb

Sono contenta per come è andata, per me raggiungere anche solo una donna e una persona in più è un successo. Questa è stata sempre la filosofia del mio attivismo. La cosa più importante è stata far conoscere, tornare a parlare dei problemi che azzoppano la 194, dei quali la sanzione è solo il capitolo più recente.

Con i nostri tweet abbiamo evidenziato la pericolosità di certe scelte politiche a dir poco superficiali, che hanno ricadute gravi sulla salute delle donne. Perché con queste sanzioni le donne in caso di complicanze post aborto clandestino, preferiranno non recarsi al pronto soccorso mettendo a rischio la propria vita. Abbiamo chiesto una responsabilizzazione delle istituzioni, che devono fare luce sulle cause reali che portano le donne alla clandestinità. Abbiamo chiesto che il nostro Paese dia piena attuazione di quanto ci suggerisce l’UE in materia di salute sessuale e riproduttiva, attraverso un libero accesso alla contraccezione e alle interruzioni di gravidanza (Risoluzioni Tarabella e Panzeri). Lavoriamo migliorando i servizi per le donne (più consultori pubblici e convenzioni con i privati solo quando questi assicurano la piena applicazione delle leggi dello stato, come la 194), vogliamo rispetto e non essere colpevolizzate e sanzionate se l’obiezione di coscienza di fatto limita e rende un percorso ad ostacoli l’esercizio di un diritto come previsto dalla legge. Il tweet di Celeste Ingrao si unisce alle tante voci di donne che conoscono bene la realtà e dov’è il nodo:

 

Chiediamo un aggiornamento dei farmaci mutuabili, includendo contraccettivi ormonali di ultima generazione. Chiediamo una efficace educazione a una sessualità consapevole, alla contraccezione, alla conoscenza del proprio corpo, delle malattie sessualmente trasmissibili.

Non possiamo più delegare al fai da te, non possiamo più sperare in un incrocio casuale con la giusta informazione su questi temi. Insomma, basta fare gli struzzi! Non sono certo le sanzioni la panacea di problemi enormi alla cui radice c’è una profonda riluttanza e sordità da parte di chi dovrebbe programmare e governare a fare prevenzione in modo sistematico e non a singhiozzo. Non abbiamo bisogno di rassicurazioni, pretendiamo risposte serie e la certezza dei servizi pubblici.

L’obiezione a questi livelli è pura violenza, cieca disapplicazione dei diritti donna e assenza di una piena e seria tutela della salute.

Non ci lasceremo silenziare, continueremo finché la situazione non sarà rispettosa della dignità e della salute delle donne. Speriamo di riuscire a scendere in piazza: che possa aprirsi una primavera di rivendicazione dei nostri diritti, che ci porti a lottare per riportare alle prime pagine dell’agenda politica tanti problemi dimenticati che ci riguardano da vicinissimo.

Facciamo pressione affinché i progetti di legge depositati in materia di 194 e di regolamentazione del fenomeno dell’obiezione, non siano abbandonati nei cassetti ad ammuffire: i più validi e sensati devono essere discussi in commissione e approdare velocemente in Aula. Non abbiamo bisogno di azioni politiche di semplice testimonianza di impegno, le battaglie vanno portate avanti con costanza e portate a compimento. Dalle parole dobbiamo passare ai fatti, abbiamo già aspettato troppo, la 194 è stata svuotata negli anni e abbandonata per troppo tempo. Ci vuole una volontà politica specifica, e noi dobbiamo pretendere che ci diano risposte e che lo Stato si responsabilizzi su questo tema. Facciamo pressione, controlliamo, pungoliamo, monitoriamo. Basta silenzio sulla 194. Dobbiamo porre fine alla colpevolizzazione delle donne e a ogni tentativo di affievolimento dei loro diritti.

Tocca a noi proseguire con tenacia, dobbiamo continuare a lottare, a pretendere risposte, vigilare, tornare in piazza, chiedere l’esito delle interrogazioni che sono state depositate sul tema delle sanzioni e dell’obiezione, informare le altre donne quando i media mainstream oscurano notizie come quella dell’inasprimento delle sanzioni. Ne parlavamo ieri con Maddalena, e concordo con Paola Tavella e Nadia Somma: chiediamo alla Ministra della Salute e al Ministro della Giustizia di risponderci in Parlamento, bisogna fare il possibile affinché si apportino correttivi celeri a questa situazione che mette a repentaglio la salute e la vita delle donne. Non è tollerabile avere un diritto, sancito da una legge dello Stato, soggetto a mille “se” e “ma”, a mille variabili. Non è solo una questione di sanzioni, da rivedere è l’intero approccio sinora avuto nei confronti della 194, la cui applicazione è stata falsamente monitorata, quando di fatto si è permesso che gli obiettori si moltiplicassero a dismisura.

Continuiamo a farci sentire, non molliamo, questo è solo il primo passo per tornare a rendere pieni ed effettivi i diritti delle donne, perché il cammino è ancora molto lungo.. Non ci fermeremo qui e non ci lasceremo fermare!

Non torneremo al Medioevo, per evitarlo, oltre a chiedere che venga applicata pienamente la 194, dobbiamo però confrontarci con la realtà, perché nel 2016 le leggende e i falsi miti su contraccezione e sessualità sono ancora purtroppo diffusissimi.

 

 

Rassegna stampa

http://www.noidonne.org/blog.php?ID=06998

http://www.panorama.it/scienza/salute/aborto-clandestino-donne-sanzionate-fino-a-10mila-euro-la-protesta-sul-web/

http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/02/22/aborto-lhashtag-obiettiamolasanzione-contro-le-multe/2486788/?utm_source=dlvr.it&utm_medium=twitter

http://www.regione.vda.it/notizieansa/details_i.asp?id=236392

http://www.left.it/2016/02/22/obiettiamolasanzione-tweetbombing-contro-la-multa-alle-donne-che-abortisono-clandestinamente/

http://magazinedelledonne.it/news/content/2209030-legge-sull-aborto-tweet-bombing-al-motto-di-obiettiamo-la-sanzione

http://letteradonna.it/219811/multe-aborto-clandestino-proteste-twitter/

http://www.jobsnews.it/2016/02/jobsnews-aderisce-alla-campagna-di-tweetbombing-contro-laumento-delle-sanzioni-per-laborto-clandestino/

http://www.rassegna.it/mobile/articoli/aborto-clandestino-tweetbombing-contro-linnalzamento-delle-sanzioni

https://medium.com/@ChiaraBaldi86/obiettiamolasanzione-in-difesa-delle-donne-contro-il-decreto-che-aumenta-le-multe-per-l-aborto-7c257da7879f#.oyq8ixbl1

http://www.marisanicchi.it/aborto-clandestino-contro-le-multe-una-mozione-parlamentare-e-una-petizione-su-change-org/

http://www.lastampa.it/2016/02/24/italia/cronache/la-rivolta-delle-donne-contro-la-supermulta-per-laborto-clandestino-wXvU1pEr6yFupKSzneLbXI/pagina.html

http://loredanalipperini.blog.kataweb.it/lipperatura/2016/02/24/scorrete-lacrime-scrisse-il-poliziotto-sui-diritti-e-sullindifferenza/

http://www.repubblica.it/salute/2016/02/24/news/aborto_clandestino_su_web_dilaga_protesta_contro_maxi-multa-134164143/?ref=HREC1-4

 

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#ObiettiamoLaSanzione

06 Casini apre ai Gay

 

Lo scorso 15 gennaio 2016 il Governo ha approvato un decreto che depenalizza per la donna il reato di aborto clandestino ma al contempo prevede un innalzamento delle sanzioni: non più “fino a 51 euro”, ma “fino a 10.000 euro”.

Questo provvedimento non evidenzia le cause a monte di un ritorno preoccupante agli aborti clandestini tra cui innanzitutto un abnorme numero di obiettori di coscienza, la cui media nazionale del 70%, raggiunge in alcune regioni anche quote superiori al 90%.

Invece di incrementare l’educazione ad una contraccezione diffusa e di assicurare un servizio di IVG certo ed efficiente si sceglie di colpire economicamente le donne.

L’elevato numero di obiettori si traduce in enormi difficoltà di accesso ad un iter sicuro e celere, con tante donne costrette ad andare in altre regioni per poter interrompere la gravidanza. Il problema è tanto acuito dal fenomeno dell’obiezione di struttura, a causa della quale interi reparti ospedalieri non praticano le IVG e non applicano la legge, che persino i giornali esteri ne scrivono.

Il nostro auspicio è che si apra al più presto un dibattito istituzionale che porti lo Stato a farsi garante del diritto ad un aborto libero, gratuito e sicuro, per consentire alle donne la scelta di diventare madri liberamente e consapevolmente.

Chiediamo allo Stato risposte adeguate contro gli aborti clandestini e non aumenti di sanzioni economiche, e quindi rivendichiamo la concreta applicazione della 194, nata per salvaguardare la salute delle donne ma ad oggi svuotata di reali tutele a causa dell’obiezione di coscienza.

 

Per questi motivi domani lunedì 22 febbraio proveremo a portare all’attenzione del Presidente del Consiglio Matteo Renzi e della Ministra della Salute Beatrice Lorenzin la nostra ”obiezione” con un tweetbombing, lanciando tutte in contemporanea, dalle 12,00 alle 14,00 e dalle 19,00 alle 21,00, questo tweet:

#ObiettiamoLaSanzione No all’aggravio delle sanzioni per l’aborto clandestino @matteorenzi @bealorenzin

con allegata la vignetta di Stefania Spanò con cui inizia questo post.

Chiediamo a chiunque voglia sostenere queste ragioni, di unirsi a noi fattivamente, partecipando al tweetbombing seguendo le indicazioni di cui sopra.
C’è bisogno di tutt*, per un diritto di tutt*!

Anarkikka attivista, vignettista
Loredana Lipperini
Cristina Obber
Pasionaria.it
Antonella Penati
Maddalena Robustelli
Simona Sforza blogger e attivista
Nadia Somma blogger e attivista
Lorella Zanardo

La rete delle reti femminili
Casa Internazionale delle Donne di Roma
Suny Vecchi Frigio

 

p.s.

Chi desidera partecipare e non usa Twitter può anche inviare una email. Quest’ultima dovrebbe avere come oggetto “Obiettiamo la sanzione” e come corpo questo testo, da destinare al Presidente del Consiglio dei ministri, Matteo Renzi, matteo@governo.it, ed alla Ministra della Salute, Beatrice Lorenzin, LORENZIN_B@CAMERA.IT. La mail dovrebbe concludersi con la propria firma.

Per adesioni, inserire un commento nel post di Anarkikka sull’Espressohttp://anarkikka.blogautore.espresso.repubblica.it/2016/02/21/obiettiamolasanzione/

 

UN ENORME GRAZIE A TUTTE COLORO CHE HANNO LAVORATO IN QUESTI GIORNI E CHE DOMANI CONTRIBUIRANNO ATTIVAMENTE A QUESTA PROTESTA, UNITE E’ MEGLIO! 🙂

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Una sanzione e passa la paura della clandestinità

Nulla è cambiato. Chiediamo le stesse cose.

Nulla è cambiato. Chiediamo le stesse cose.

 

Questo post è il frutto di uno scambio di idee con Maddalena Robustelli, che ringrazio per le sue riflessioni e il suo contributo.

Abbiamo visto l’inchiesta andata in onda lo scorso 17 gennaio QUI. Nulla di nuovo per coloro che seguono da tempo la vicenda della 194, una legge dello Stato italiano svuotata e ostacolata in ogni modo da un numero sempre crescente di obiettori di coscienza.

Alla fine del 2015 avevo pubblicato e parlato dei dati in Lombardia, con gravi problemi causati dagli alti numeri di obiettori, ma anche con gravi inefficienze nella somministrazione della RU486 QUI.

Continuiamo da anni a denunciare lo stato delle cose, c’è chi si adopera per capire meglio cosa accade nelle varie strutture, chi come ho già segnalato ha creato un blog per fare una inchiesta a 360° sull’aborto QUI, ci sono associazioni come Laiga e Vita di donna che fanno trincea e tengono alta l’attenzione su questo tema. Ma per molte donne oggi non è più tra le priorità, perché si pretende che tutto si risolva con l’educazione alla contraccezione, che tra l’altro manca. Ma sappiamo che questo non è tutto, che tutto può accadere e che la facoltà di scegliere di interrompere una gravidanza e di poter essere seguita adeguatamente sono diritti fondamentali, perché la salute psico-fisica della donna viene prima di tutto, in uno Stato in cui questo è normato da una legge in vigore dal 1978 e che deve garantirne la piena applicazione. Pertanto, in un contesto di questo tipo:

  • in cui manca un’educazione capillare alla contraccezione, alla prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili, che siano declinate al femminile e al maschile;
  • con cifre di obiezione che spingono alla migrazione interregionale per poter ottenere nei tempi di legge una prestazione prevista nei LEA;
  • con consultori che salvo rare eccezioni (in Piemonte o nel Lazio dove Marta Bonafoni si sta impegnando molto a riguardo), sono in sofferenza e con servizi variegati da regione a regione;
  • donne immigrate senza permesso di soggiorno, spesso schiave della prostituzione e vittime di tratta, senza documenti, che ricorrono agli aborti clandestini per paura di rivolgersi alle strutture ospedaliere;
  • kit faidate per abortire acquistabili online;
  • numeri del Ministero che tendono a sottostimare il fenomeno del ritorno consistente degli aborti clandestini (aumentano gli aborti spontanei, di cui una percentuale è sicuramente addebitabile ad aborti casalinghi finiti con l’arrivo in pronto soccorso per gravi emorragie o infezioni);

cosa è prioritario per lo Stato?

Vitalba Azzollini (QUI) porta in evidenza un fatto, passato sotto traccia, buttato lì tra altre fattispecie:

“il recente decreto in materia di depenalizzazioni ha inasprito la sanzione a carico delle donne che decidano di ricorrere ad aborti clandestini o comunque violino la legge citata: la multa di ammontare irrisorio (51 euro) prevista in precedenza è stata sostituita da una sanzione amministrativa la cui entità può arrivare a 10.000 euro.”

 

Nel comunicato stampa del Governo leggiamo (QUI):

“L’obiettivo della riforma è quello di trasformare alcuni reati in illeciti amministrativi, anche per deflazionare il sistema penale, sostanziale e processuale, e per rendere più effettiva la sanzione. Si ritiene infatti che rispetto a tali illeciti abbia più forza di prevenzione, generale e speciale, una sanzione certa in tempi rapidi che la minaccia di un processo penale che per il particolare carattere dell’illecito e per i tempi stessi che scandiscono il procedimento penale rischia di causare la mancata sanzione.”

La donna che ricorre ad aborto clandestino viene punita con una sanzione amministrativa, anziché con una multa di rilievo penale. Viene depenalizzato il reato a carico della donna (Art. 19, co. 2, della legge 194/1978), rendendolo di livello amministrativo, e ci viene venduta questa innovazione come una miglioria, ci viene suggerito che la certezza della sanzione e la riduzione dei tempi possano diventare un deterrente, che possano addirittura avere uno scopo preventivo. Non è l’educazione a una contraccezione diffusa, non è l’assicurare un servizio efficiente e che sappia essere vicino alla donna nel modo giusto, ma la sanzione che previene tutto. Se l’obiettivo dichiarato è quello di dare un taglio a tutti i giudizi che altrimenti intaserebbero la macchina giudiziaria, al contempo si toglie alla donna la possibilità di spiegare le cause che l’hanno portata alla clandestinità, non si fa luce su quanti ostacoli di fatto rendono preferibile per molte donne abbandonare l’iter previsto dalla legge. Quindi, anziché capire cosa genera questo innalzamento degli aborti clandestini, senza ragionare su un contesto che fa acqua da tutte le parti, si commina una sanzione e via avanti così.

Ci teniamo le cliniche clandestine, i rischi per la salute, i danni psico-fisici a carico delle donne, le violenze a cui sono sottoposte le donne che decidono di abortire, la colpevolizzazione ad oltranza della donna e solo della donna, come sempre, come se si concepisse per riproduzione asessuata.

Che lo Stato non voglia vedere, che lo Stato voglia far cassa da questo stato di cose, da un disservizio che andrebbe sanato e non alimentato, è inaccettabile. A questo punto suggeriamo che i soldi derivanti da questa nuova sanzione confluiscano in un fondo destinato all’educazione alla contraccezione. Siamo di fronte a un deserto, non piace il profilattico, non piace la contraccezione ormonale e non, non piace la contraccezione d’emergenza perché è anche questo un percorso ad ostacoli, il coito interrotto è la regola, c’è un ritorno a un’ignoranza preoccupante per quanto riguarda la consapevolezza del proprio corpo e della sessualità, come pensiamo di andare avanti? I ragazzi non sanno nemmeno cosa sia la visita dall’andrologo, le ragazze indugiano per anni prima di fare una visita dal ginecologo, non conoscono rischi, patologie, non imparano ad ascoltare il proprio corpo, non sono aiutati a comprendere troppe cose di sè.

Ancora una volta lo Stato preferisce soprassedere e preoccuparsi di sanzionare anziché provvedere a sanare a monte la situazione. Se l’IVG rientra nei LEA (livelli essenziali di assistenza), lo Stato deve garantire la sua piena e celere applicazione, l’obiezione ha prodotto già una infinità di violenze. E se vogliamo fare uno sforzo in chiave di prevenzione, avviamo campagne di sensibilizzazione, educazione a una buona contraccezione/sessualità e alla protezione dalle malattie a trasmissione sessuale. Inoltre, diamoci una mossa a sostituire i contraccettivi ormonali obsoleti con quelli a basso dosaggio nei prontuari dei farmaci che passa il SSN. Investiamo nel necessario ricambio generazionale dei medici non obiettori, per non ritrovarci a brevissimo senza più operatori che applichino la 194. Lo assicuriamo o ce ne freghiamo?

Cerchiamo di garantire una assistenza umana alle donne, non deve accadere quello che è successo a Laura Fiore e a tante altre.

Ricordiamo che molto spesso dietro l’obiezione non ci sono ragioni confessionali, ma direi più legate alla carriera. Le discriminazioni che pesano su chi non è obiettore sono fortissime, come stare in trincea, vieni ghettizzato. In Lombardia sappiamo bene come una pseudo appartenenza confessionale e affari/successo vadano sotto braccio. Infine, l’obiezione costa, costa molto se pensiamo a tutti i medici gettonisti che sono chiamati a fornire una prestazione prevista dalla legge italiana, ma che medici regolarmente assunti nella sanità pubblica non forniscono. Per non parlare dei milioni di euro elargiti alle cliniche private convenzionate per fornire il servizio di IVG. Andate a chiedere in Svezia come vanno le selezioni per le scuole di specializzazione per i ginecologi.

L’obiezione di coscienza, “clausola di salvaguardia” introdotta per garantire la scelta dei medici che operavano già prima dell’introduzione della 194 è rimasta lì, e nel tempo anziché affievolirsi, si è rafforzata.

Il Consiglio d’Europa dichiara che l’Italia sta violando la legge perché a causa della troppa presenza di medici obiettori non viene garantita l’applicazione della legge 194 in maniera uniforme in tutto il territorio nazionale. L’Italia ha violato l’articolo 11 della Carta sociale europea che assicura il diritto alla salute perché ha mancato di mettere in atto le misure necessarie per consentire l’interruzione di gravidanza laddove siano presenti obiettori di coscienza. Lo ha stabilito, con decisione depositata il 10 marzo 2014, il Comitato europeo dei diritti sociali nel ricorso n. 87/2012. QUI

Nel 2015 ben due risoluzioni europee hanno ribadito che le donne devono avere pieno controllo sulle proprie scelte in merito ai loro diritti sessuali e riproduttivi, attraverso un libero accesso alla contraccezione e alle interruzioni di gravidanza. (QUI e QUI)

E mentre i no-choice periodicamente manifestano indisturbati insieme a Forza Nuova per cancellare la 194, ai nostri presidi siamo sempre in poche, la gente si ferma a chiedere i motivi per cui siamo lì, a volte sembra di vivere nel medioevo. Così si perdono i diritti, dimenticandosi di averli e di aver combattuto per essi. E anche questa è violenza, perché significa continuare a esercitare un potere, un controllo sui corpi delle donne, una cieca disapplicazione dei suoi diritti e della tutela della sua salute.

Pretendiamo la copertura del servizio nelle strutture pubbliche, basta gettonisti o contributi alle strutture private convenzionate: i soldi che si risparmierebbero potrebbero essere investiti in programmi di educazione sessuale e alla contraccezione nelle scuole, o per potenziare le attività di formazione fatte dai consultori, che non hanno risorse a sufficienza.

Un pensiero alle donne di San Marino che nel 2016 hanno ancora simili articoli del codice penale (grazie a Morena Ranocchini per le immagini e per la segnalazione):

 

San Marino 1 San Marino 2

 

 

Per la serie “Visti dagli altri”:

http://www.nytimes.com/2016/01/17/world/europe/on-paper-italy-allows-abortions-but-few-doctors-will-perform-them.html?_r=1

Per approfondire:

https://medium.com/in-transition/l-obiezione-e-la-coscienza-97382712e633#.zdeoo041a

http://www.leggioggi.it/2016/01/18/bozza-tabella/

http://www.rai.it/dl/portaleRadio/media/ContentItem-35b98082-da94-4acb-914a-558eda6a0a2a.html

http://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2016/1/22/16G00011/sg

Firma la petizione:

https://www.change.org/p/ministero-salute-no-alle-sanzioni-per-le-donne-che-ricorrono-all-aborto-clandestino?recruiter=43612969&utm_source=share_petition&utm_medium=copylink

Le riflessioni continuano su Dols:

http://www.dols.it/2016/02/19/194-sullo-stato-di-obiezione-e-di-sanzione/

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I risultati di un’applicazione ideologica della 194

grafici_IVG_Dati_2014-cfr-2013-2

 

Da pochi giorni è stata presentata la relazione ministeriale annuale di attuazione della legge 194/78. In diminuzione il ricorso all’ interruzione volontaria di gravidanza. Nel 2014 infatti, per la prima volta in Italia, gli aborti sono scesi sotto la soglia dei 100mila (97.535) con una riduzione del 60% rispetto alle 234.801 del 1982, anno in cui si era riscontrato il valore più alto. Per un approfondimento QUI.

Fin qui il dato nazionale. In Lombardia, le Ivg sono state 15.912, il 5,2% in meno dell’anno precedente, ma con un decremento minore di quello di altre 15 regioni: Valle d’Aosta -17,5%; Umbria -11,2%; Marche -10,2%; Emilia Romagna -7,5%; Veneto –7,3%; Piemonte -7,1% (vedi grafico 1).

Ricordiamo che in Lombardia è previsto il piano Nasko e Cresko (conoscete la mia opinione in merito: perché interferire con i fondi Nasko e Cresko su una decisione così complessa come quella di decidere di diventare madre? È normale “monetizzare” una maternità?, cosa accade quando i fondi finiscono?), per disincentivare le Ivg, ma c’è un bel paletto: per accedervi si deve risiedere in regione da almeno due anni.

Nel 2013 il 41,4%, (per un totale di 6.913) delle Ivg sono state effettuate da donne straniere, le italiane sono state 9.765. Al contrario di quanto avvenuto in altre regioni, la Lombardia non ha aderito al progetto promosso e finanziato dal ministero della Salute sulla prevenzione dell’aborto tra le donne straniere tramite la diffusione di buone pratiche (formazione degli operatori, potenziamento dell’organizzazione dei servizi per favorire l’accessibilità, promozione di una capillare informazione nelle comunità immigrate).

Come siamo messi sul versante obiezione di coscienza? La percentuale dei ginecologi obiettori è del 69,4 %. In 7 ospedali lo è la totalità (Calcinate, Iseo, Gavardo, Oglio Po, Melzo, Broni-Stradella e Gallarate). In 12 ospedali la percentuale di obiezione è tra l’80% e il 99% (per esempio Fatebenefratelli e Niguarda di Milano) e solo in 8 strutture è inferiore al 50% (vedi i dati presidio per presidio).

C’è un notevole ricorso a medici gettonisti, esterni chiamati a sopperire alla mancanza interna di non obiettori. Il costo nel 2014 è stato di 255.556 euro. Non si tratta di un danno considerevole? Ma con questa mancanza anche i tempi di attesa si allungano: la Lombardia è sedicesima per i tempi di attesa tra la certificazione e la data dell’intervento. Questo anche perché solo il 65% delle strutture che hanno un reparto di ginecologia e ostetricia effettua Ivg. Una sorta di percorso ad ostacoli quindi. Torniamo a chiedere che la 194 venga attuata, lo abbiamo fatto ancora una volta pubblicamente nel corso del presidio del 10 ottobre a Milano (e altri ne faremo), anche se a pochi sembra interessare e se il problema a livello cittadino sembra sia stato solo il lancio di ortaggi. Continueremo a scendere in piazza contro questi soprusi, contro i problemi che si incancreniscono, contro l’indifferenza.

PRETENDIAMO che questa VIOLENZA sulle donne abbia fine, perché se la 194 non viene applicata o abbiamo dei servizi non garantiti, siamo noi donne a subirne le conseguenze sulla propria pelle. E tornano le ombre della clandestinità, dei farmaci abortivi venduti su internet: non più ferri da calza, mammane, ma pillole antiulcera che vengono assunte in dosi massicce. Sapete cosa comporta tutto questo? Emorragie interne e rischio per la vita.

Sara Valmaggi, vicepresidente del Consiglio regionale, chiede la mobilità del personale nelle strutture pubbliche e l’obbligo per quelle private accreditate di garantire la possibilità di effettuare l’Ivg, cosa che oggi non avviene.

Dall’indagine sull’obiezione di coscienza condotta dal gruppo regionale del Pd, emergono anche i dati sull’utilizzo del metodo farmacologico (RU486), autorizzato dall’Aifa nel 2009. La Lombardia è al quindicesimo posto rispetto alle altre regioni. La percentuale di Ivg farmacologiche nel 2014 è ferma al 4,5% – era al 3,3 nel 2013 – a fronte del 30,5% della Liguria, del 27% della Valle d’Aosta, del 23,3% del Piemonte, del 21,8% dell’Emilia Romagna e dell’11,7% della Toscana. (vedi grafico 2)

Non viene pertanto seguito l’art. 15 della 194 che prevede che “Le regioni, d’intesa con le università e con gli enti ospedalieri, promuovono l’aggiornamento del personale sanitario ed esercente le arti ausiliarie sui problemi della procreazione cosciente e responsabile, sui metodi anticoncezionali, sul decorso della gravidanza, sul parto e sull’uso delle tecniche più moderne, più rispettose dell’integrità fisica e psichica della donna (…)”

La spiegazione in parte è data dal fatto che 30 strutture delle 62 che effettuano interruzioni di gravidanza non utilizzano la RU486. Nel comunicato stampa leggiamo “In molti casi non viene neanche proposto come metodo alternativo a quello chirurgico; inoltre passa troppo tempo tra la certificazione e l’effettiva esecuzione dell’ivg e questo fa scadere i termini temporali (49 giorni) entro i quali è possibile utilizzare il metodo farmacologico. A questo si aggiunge che, per la RU486, viene applicata in maniera ferrea l’indicazione nazionale dei tre giorni di ricovero, a differenza dell’Ivg chirurgica che è eseguita in day hospital”.

In altre regioni la somministrazione della RU486 è stata semplificata: in Emilia Romagna viene usata in day hospital e in Toscana, dal 2014, è possibile somministrarla anche nei consultori.

Ecco, i consultori, altro punto dolente del sistema sanitario lombardo.

Insomma, emerge una fotografia non certo all’insegna dell’efficienza, della tutela della salute psico-fisica della donne, della garanzia dei diritti delle donne in termini di salute sessuale e riproduttiva.

Ricordiamo cosa suggeriva a marzo la risoluzione Tarabella e cerchiamo di rimuovere veramente questi ostacoli.
Fonte: Dati e informazioni estratti dall’indagine sull’obiezione di coscienza condotta dal gruppo regionale del Pd Lombardia- 2015
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Il corpo delle donne e le loro scelte

1

 

I no-choice in ogni loro manifestazione sono lì presenti a ricordarci che i nostri diritti sono fragili e che non è possibile liquidare certe marce e presidi come qualcosa di anacronistico, senza ripercussioni su nessuno. Ogni qualvolta uno di questi gruppi, più o meno numeroso, si intromette nella vita di una donna, noi dovremmo sentirci tutte toccate in prima persona, perché dobbiamo dire basta a queste periodiche violenze dei no-choice. Le loro marce, le loro veglie, i loro manifesti e i loro gadget, le loro battaglie oggi anche sui social, sono tutti palesi tentativi di sostituirsi alle donne, ridotte a mero ruolo di incubatrice, i cui diritti sono ridotti a briciole, come irrilevanti inezie rispetto al destino superiore del feto. Madri a ogni costo, anche contro la propria volontà, perché in quanto donne noi non dovremmo poter decidere su noi stesse e su quanto avviene dentro di noi. Si comprende quanto si intenda svuotare le donne di una piena capacità decisionale e di potestà su se stesse. I diritti riproduttivi hanno una valenza molto ampia, investono la donna in quanto essere umano, eguale e pienamente titolare di diritti inviolabili. Inviolabile e inalienabile come il diritto a interrompere la gravidanza se non si desidera portarla a termine. Lo ha sancito anche la relazione Panzeri di marzo scorso. Ogni volta che questo viene messo in dubbio e si chiede di limitare la donna nell’esercizio di un suo diritto, si sta compiendo di fatto una discriminazione sulla base del genere e su un destino biologico che per alcuni viene prima di tutto. Questi manifestanti no-choice di fatto compiono una violazione dei confini del diritto a manifestare, perché con le loro azioni arrecano grave danno alle donne, che così vedono svilire la tutela della 194 che le rende libere di scegliere. Si permettono di fare questo tipo di violenze perché tuttora nel nostro Paese si pensa che le donne debbano e possano essere rieducate, riportate a un ordine maschiocentrico, sacrificabili, con diritti di secondo livello. I no-choice trovano spazio dappertutto, hanno sostegni enormi e hanno il coraggio di dire che loro sostengono la vita accompagnandosi ai neofascisti. Naturalmente della vita della donna loro non sanno che farsene, quella è solo l’incubatrice. Il 13 saranno a Bologna. Per fortuna la Favolosa Coalizione (qui) si sta preparando a rispondergli. Chiediamo che questi soggetti non trovino più sostegni, spazi negli ospedali e nei consultori che beneficiano di contributi pubblici. Chiediamo investimenti e potenziamenti dei consultori, per attività di contraccezione e servizi per tutelare la salute delle donne. Chiedere l’abrogazione della 194 significa riportare tutto alla clandestinità. Per tutte le donne italiane che non si rendono conto o hanno la memoria corta, ho tradotto questo pezzo di Sarah Ditum (QUI l’originale). Teniamoci stretta la 194, lavoriamo sull’abuso di obiezione di coscienza e lottiamo perché anche le donne irlandesi possano avere pieni diritti sul proprio corpo. Qui la petizione organizzata da Amnesty (qui). I diritti se non sono uguali per tutte le donne, saranno più fragili e attaccabili. Un accesso pieno e una informazione efficace in tema di contraccezione sono fondamentali. Guardiamo avanti, cerchiamo di migliorare, di progredire e di garantire servizi adeguati. Abbassiamo i costi della contraccezione, facciamo educazione a una sessualità consapevole e avviciniamo precocemente le donne ai servizi per la loro salute sessuale e riproduttiva. Non sottraiamo diritti, ma sosteniamoli e aiutiamo le donne a essere pienamente libere e consapevoli.

autodeterminazione

 

Ci sono due particolari che emergono dall’ultima serie di statistiche sull’aborto diffuse dal Dipartimento della Salute (qui). La prima è che, per le donne in Inghilterra e Galles, l’aborto continua a diventare più sicuro e più accessibile. Sempre più aborti si svolgono nelle prime dieci settimane di gestazione. Questo è un bene, perché implica che le donne sono sempre più in grado di ottenere le cure mediche di cui hanno bisogno il più presto possibile. Per la prima volta, gli aborti medici rappresentano il maggior numero dei casi – questo è un bene perché significa che un minor numero di donne hanno dovuto subire procedure invasive per interrompere le loro gravidanze.

Il tasso di aborto continua a scendere. Questo è generalmente inteso come desiderabile, anche se il numero “giusto” di aborti verso cui una società dovrebbe tendere non è necessariamente “meno” ma piuttosto dovrebbe coincidere con “lo stesso numero di aborti che le donne vogliono”. La legge sull’aborto del 1967 – elusa, imperfetta e difettosa, come è (qui) – sta lavorando per le donne, per quello che basta. Le donne hanno bisogno di una migliore legislazione, ma mentre aspettiamo, questa norma farà, se non pensiamo troppo ai casi in cui fallisce, se non restiamo sgomenti davanti al fatto che l’aborto in Inghilterra e Galles rimane criminalizzato secondo la legge del 1861 sui reati contro la persona ed è legale solo se viene rispettata rigorosamente la condizione che due medici concordino su quanto la donna ha già compreso.

Subject to the provisions of this section, a person shall not be guilty of an offence under the law relating to abortion when a pregnancy is terminated by a registered medical practitioner if two registered medical practitioners are of the opinion, formed in good faith –

(a) that the pregnancy has not exceeded its twenty-fourth week and that the continuance of the pregnancy would involve risk, greater than if the pregnancy were terminated, of injury to the physical or mental health of the pregnant woman or any existing children of her family; or
(b) that the termination of the pregnancy is necessary to prevent grave permanent injury to the physical or mental health of the pregnant woman; or
(c) that the continuance of the pregnancy would involve risk to the life of the pregnant woman, greater than if the pregnancy were terminated
(d) that there is a substantial risk that if the child were born it would suffer from such physical or mental abnormalities as to be seriously handicapped.

(fonte: http://en.wikipedia.org/wiki/Abortion_in_the_United_Kingdom)

 

E poi c’è l’altro dato, contenuto nel tasso di aborto per le donne non residenti, che è aumentato leggermente nel 2014. Molte di queste donne sono arrivate da Irlanda e Irlanda del Nord – con un breve viaggio aereo, e nel caso dell’Irlanda del Nord non si tratta di un altro paese, ma di un regno completamente diverso quando si tratta di diritti delle donne e dei corpi delle donne. In Gran Bretagna, le opzioni delle donne sono limitate e condizionate, ma almeno ci sono opzioni. In Irlanda, non ce ne sono: in Irlanda una donna incinta che vuole decidere su ciò che accade all’interno dei confini della propria persona, deve come prima cosa lasciare il suo paese.

Come emerge nel rapporto pubblicato da Amnesty (qui), le donne in Irlanda sono trattate come “contenitori porta-bambini”. Questa non è una iperbole: un’ossessione teocratica che implica lo sfruttamento della carne femminile e che ha portato le donne irlandesi a vivere sotto uno dei regimi più restrittivi al mondo in materia di aborto. In Irlanda del Nord, la legge sull’aborto del 1967 non è mai stata applicata, e nella Repubblica d’Irlanda, l’aborto è coperto dall’ottavo emendamento della Costituzione (qui), in cui si afferma che “il diritto alla vita del nascituro” è “uguale [al] diritto alla vita della madre “- e si noti che secondo l’ottavo emendamento una donna è legalmente considerata una “madre ” solo per il fatto di essere incinta, che lei lo voglia o no. Lei è istantaneamente inclusa all’interno della sua relazione con il feto.

Il risultato di tutto ciò è che l’aborto è illegale in quasi tutte le circostanze tranne nel caso di rischio diretto per la vita della donna incinta. Ciò significa che non è previsto l’aborto per le vittime di stupro e incesto. Vuol dire negare l’aborto nei casi di anomalie fetali incompatibili con la vita (qui). Nessuna possibilità di abortire per le donne la cui salute viene compromessa dalla gravidanza, fino a quando non sarà effettivamente a rischio della vita. Nessun aborto per le donne vittime di relazioni violente o con uomini abusanti. Nessun aborto per le donne che non possono permettersi di prendersi cura di un bambino. Nessun aborto per una donna che possa essere mantenuta in vita per adempiere fino all’ultimo il suo compito di diventare una “madre”.

L’atmosfera è quella di paura. Conosciamo i nomi di alcune delle donne che hanno subito le peggiori conseguenze di questo sistema di brutalizzazione: Savita Halappanavar (qui), morta di setticemia e di E.coli dopo un aborto spontaneo, a causa del fatto che i medici si sono rifiutati di interrompere la gravidanza; La signorina Y (qui), immigrata che è stata costretta a continuare una gravidanza derivante da stupro, alimentata a forza, nel corso di uno sciopero della fame e poi sottoposta ad un cesareo giudiziario. Ma ci sono anche tutte le altre, le donne senza nome: le donne che si recano in Inghilterra per gli aborti, con l’aiuto di una rete di sostegno all’aborto (Abortion Support Network), e quelle che non compaiono tra coloro che sono aiutate da ASN perché si pagano il viaggio e si organizzano da sole, rendendo solitario il percorso per un ottenere un trattamento che dovrebbe essere un loro diritto.

E poi ci sono quelle che non fanno nemmeno il viaggio. Non solo l’aborto è limitato in Irlanda, ma anche le informazioni sull’aborto sono strettamente vincolate grazie al Regulation of Information Act (qui), che considera un reato per i medici e i consulenti fornire informazioni complete su come accedere all’aborto. Mara Clarke, fondatrice di ASN, spiega che questo crea un clima di paranoia attorno alla gravidanza sia per le donne che per i professionisti: “Nella nostra esperienza, molte donne hanno troppa paura di dire a un professionista che essere incinta, e molte altre hanno avuto l’esperienza di essere ostacolate dai medici … Non sappiamo se la mancanza di cure informate sia causata dal fatto che i medici hanno paura di subire ripercussioni o perché siano contrari all’aborto – ma in entrambi i casi non si tratta di un modo corretto di comportarsi da parte di medici professionisti nei confronti dei pazienti in difficoltà”.

Un mare sottile si trova tra la vita e la possibilità per le donne e l’impotenza e la paura; tra l’essere approssimativamente considerata una persona agli occhi della legge, e l’essere considerata una incubatrice. L’abuso di cui sono vittime le donne irlandesi non può più andare avanti. L’ottavo emendamento deve essere abrogato, e alle donne in Irlanda del Nord devono essere dati gli stessi diritti di ogni altra donna nel Regno Unito. Il diritto all’aborto è un diritto umano, e fino a quando le donne in Irlanda del Nord e nella Repubblica d’Irlanda non potranno esercitare tale diritto e non avranno i mezzi per esercitarlo, è chiaro che i loro governi continueranno a considerarle come qualcosa di meno che umano.

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Uguali diritti

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Qualche giorno fa ho partecipato a un incontro con l’europarlamentare Antonio Panzeri. Tra i tanti interessanti argomenti trattati, è stata toccata anche la parte del «Rapporto annuale sui diritti umani e la democrazia nel mondo 2013 e la politica Ue in materia», in cui si parlava di diritti umani, più specificamente di diritti della donna, di cui avevo già parlato in questo post a ridosso del voto in Parlamento.

Panzeri ha chiaramente riferito che trincerarsi dietro il principio di sussidiarietà (come hanno scelto di fare anche alcuni eurodeputati S&D), adoperato nell’emendamento al testo Tarabella, è una scusa banale. È impensabile che l’Europa scelga fin dove avere una politica comune. Abbracciando il principio di sussidiarietà è come se l’Europa scegliesse quali diritti siano più o meno suscettibili di tutela nell’ambito comunitario, di quali debba occuparsene direttamente. L’Unione Europea deve avere una politica ben definita in tema di diritti umani. Il rischio è che si abbia una situazione “Arlecchino”, in cui gli stati tornino a disciplinare ognuno per conto proprio sui diritti e non solo. Il rischio di una rinazionalizzazione è molto forte, se non si sceglie di cedere un pezzo di sovranità per uniformare le condizioni di vita dei cittadini europei. Panzeri ha ribadito che i diritti non sono e non possono essere un lusso sacrificabile sull’altare dell’economia e che è compito degli stati dell’Unione garantire che questi diritti siano attuabili e vengano rispettati. I politici europei devono fare gli europei e non ragionare in termini di convenienza della nazione di provenienza o per questioni di tipo elettorale. C’è chiaramente una mancanza di una vera classe dirigente e politica europea.

Penso che molto si possa fare anche a livello di UE, per chiedere di uniformare la situazione, perché la sussidiarietà su questo tema è inaccettabile, crea solo violazioni di diritti, con conseguenze terribili. Pensare che ci siano paesi come Irlanda, Polonia, Lussemburgo in cui l’interruzione di gravidanza è fortemente limitata e Malta, in cui è vietata, crea un tessuto di disuguaglianza che tradisce i valori fondanti di una Comunità europea. Si creano eccezioni inaccettabili nei diritti.

La legislazione sull’interruzione di gravidanza in Irlanda ha un aspetto che resta spesso nell’ombra. Ancora una volta si discrimina per censo, perché di fatto chi ha la possibilità di andare all’estero, non resterà certo a subire le conseguenze della normativa del proprio paese. Per cui dovremmo porre l’accento sul fattore economico, sempre, perché certe norme non colpiscono tutte in egual misura. Su questo dovremmo batterci.

Anche da noi, quando si parla di contraccezione, dobbiamo puntare l’accento su uno stato che di fatto pone a carico delle donne un costo non proprio irrisorio. Nessuno si pone mai la domanda: quante potranno permetterselo? Lo stesso per quanto riguarda il numero crescente di personale medico e paramedico obiettore di coscienza (in alcune regioni raggiunge anche il 91%), che incrina una legge nazionale come la 194. Così come quando mi si risponde che non importa se i consultori pubblici rischiano di scomparire, “tanto vado dal ginecologo privato”. E se non te lo potessi più permettere? I diritti o sono esercitabili realmente da tutti o non sono tali.
I temi della salute sessuale e riproduttiva, dell’aborto e dei diritti delle donne sono sempre un passo indietro, sono sempre poco attrattivi a livello politico e di dibattito/attivismo. È meglio non parlarne più di tanto, perché poi a livello politico penalizzano e rischi l’isolamento. Anche a costo di questo rischio, io non smetto di parlarne e di cercare di farmi sentire, poco importa se poi mi accuseranno di essere monotematica e schierata. Bisogna scegliere da che parte stare e non mollare mai. È una questione di sostegno e di diffusione, che penalizza le donne. Influisce certamente una società ancora molto maschilista, per cui se un diritto interessa unicamente le donne, l’impegno ad attuarlo scarseggia. Fino a quando i diritti si slegheranno, si terranno separati, non ci sarà vero progresso. I diritti umani o si considerano come un corpo unico, indivisibile, oppure non hanno senso e perdono di valore. I diritti sono la base per il nostro sviluppo, per la nostra qualità della vita, per garantire progresso e condizioni uguali per tutti. Se non sono universali qualcuno sarà meno tutelato di un altro: a questo dobbiamo opporci.
Chiedo a tutte le donne di non svegliarsi solo quando un problema bussa alla loro porta. Mobilitiamoci e chiediamo che lo scempio sinora permesso, subisca un arresto. Fino a quando penseremo che sia normale che strutture convenzionate con il pubblico possano esimersi dall’applicazione della 194? Perché non ci indigniamo davanti a un consultorio che riceve soldi pubblici, i nostri, per poi non garantire un servizio? Perché non chiediamo di concedere le convenzioni solo sulla base di una garanzia certa che venga applicata la 194? Perché poi interferire con i fondi Nasko e Cresko su una decisione così complessa come quella di decidere di diventare madre? Monetizzare una maternità? Cosa c’è di pubblico e laico in tutta questa gestione? Cosa c’è di pubblico in un sistema che diventa a pagamento (i consultori)? Grazie a Eleonora Cirant per il suo impegno costante. Qui lo stato dei consultori lombardi, presentato nel corso di un incontro sui consultori, tenutosi a Brescia.
E non venite a chiedere incentivi pecuniari per attuare una legge dello stato (qualcuno ha lanciato questa ipotesi), per un compito che rientra pienamente nell’arco delle funzioni di assistenza di un medico che sceglie di specializzarsi in ginecologia. Non voglio nemmeno pensare che l’IVG possa rientrare nelle pratiche intra moenia. Perché sarebbe l’apoteosi della mercificazione e della monetizzazione di una pratica medica, che diventa di colpo appetibile e conveniente da svolgere, “chi se ne frega dell’obiezione, basta che mi paghino un plus extra”. Non voglio credere o pensare che ci siano professionisti di questo tipo e che siamo in balia del denaro. Quando è nata la legge 194 era necessario permettere la scelta per quanti già esercitavano prima della norma. Oggi, basterebbe porre una condizione all’ingresso nelle specializzazioni o comunque porre un limite nelle quote dei concorsi.

 

In tema di contraccezione: un’Infografica coi dati sulla contraccezione nel mondo QUI

“E all’interno dell’Europa, l’Italia è tra i peggiori Paesi sul tema. Siamo 18 punti sotto la media europea per l’uso di contraccettivi moderni. E da noi solo il 17,6% delle donne usa la pillola, contro una media europea del 21,3%. L’uso Pillola cresce al crescere del reddito pro capite (indice di altri livelli di istruzione, secolarizzazione e consapevolezza) ma l’Italia è il fanalino di coda anche tra i paesi industrializzati europei. Sotto di noi in classifica (ma con un PIL pro capite molto più basso) solo Russia, Ucraina, Polonia e Grecia.”

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Consultori & co.

Distretti Asl

 

Qualche giorno fa avevo accennato a un incontro sullo stato della Sanità a livello territoriale, in particolar modo nella zona 7 di Milano (QUI).
Presenti: Sara Valmaggi, vice presidente Consiglio Regionale e Claudio Carotti, Segretario generale CGIL Milano – Comparto Sanità Pubblica.
Qui di seguito pubblico il video che ho girato in questa occasione, nel quale porgo alcune domande e questioni, in merito alla gestione dei consultori (oggi Centri per le famiglie) e dei servizi dedicati alle donne, con particolare riferimento alla salute sessuale e riproduttiva delle donne.

Pongo la questione della convenzione concessa a strutture che non applicano la 194, di fatto operando una obiezione di struttura non prevista dalla normativa nazionale.
Ricordiamoci cosa accade per esempio al Niguarda, dove si praticano circa 780 IVG all’anno e vi sono solo 2 medici non obiettori. Per garantire il servizio vengono chiamati e retribuiti “a chiamata” i medici del Sacco, ingigantendo i costi per il sistema sanitario pubblico e di fatto calpestando dei diritti delle donne sanciti da una normativa nazionale.
Pongo la necessità di una verifica periodica dello “stato di salute” dei consultori. Chiedo come possiamo agire per sollecitare le ASL a un’azione più efficace, per difendere come cittadini questi servizi sul territorio.

Pongo la domanda sul destino di un servizio come quello del consultorio pubblico, evidenziando una pericolosa crescita di un privato che non garantisce appieno un servizio, ma che grazie alle maggiori disponibilità economiche riesce a intercettare un numero maggiore di utenti. Quali investimenti nel pubblico?

Le risposte non ci lasciano serene, soprattutto traspare un palese disinteresse e una scarsa conoscenza da parte dell’Asl di un servizio come il consultorio, così come di altri servizi territoriali.
Il video dura una ventina di minuti, vi chiedo di guardarlo (scusate l’audio, mi rendo conto che sono una videomaker molto “artigianale”), perché contiene dei punti molto importanti. Come dice Sara Valmaggi: “Nei fatti, senza toccare la legge, è stata fatta una contro-riforma, di fatto disinvestendo in questo servizio”. Verso la fine del video, si parla anche della difficoltà di reperire i dati sull’applicazione della 194 e dell’obiezione di coscienza.

Un altro punto critico riguarda il costo delle prestazioni a carico dell’utenza dei consultori. La legge di istituzione dei consultori (405/75) prevedeva la gratuità delle prestazioni nei consultori. La delibera regionale lombarda 4579/2012, che ha recepito le indicazioni della finanziaria nazionale, ha introdotto un ticket sulle prestazioni fornite, aggiungendo la quota fissa regionale di 6 euro. Il risultato è che oggi una prima visita ginecologica si paga 28,50, quella di controllo 22,40. La funzione dei consultori doveva essere quella di garantire un libero accesso per tutte le donne a un servizio di prevenzione e di controllo per quanto concerne la salute sessuale e riproduttiva. La gratuità potrebbe essere un incentivo notevole. Inoltre le Asl dovrebbero pubblicizzare maggiormente questi centri pubblici, facendoli conoscere a tutta la cittadinanza, soprattutto ai più giovani. Ci vuole volontà politica e lungimiranza nelle direzioni sanitarie, perché le risorse, i saperi, le competenze non si perdano e non vengano svilite. Chiediamo che gli uffici competenti si impegnino a conoscere i servizi sul territorio, a potenziarli, a garantire un ricambio generazionale delle risorse umane che vi operano. Almeno si ammetta apertamente che i consultori pubblici sono un’esperienza destinata ad esaurirsi. Ma se questo è l’obiettivo a medio-lungo termine, deve essere scritto a chiare lettere, si deve dire chiaramente ai cittadini che non esiste più un servizio pubblico uguale per tutti, che garantisca le donne, di ogni censo.
Noi certamente non staremo in silenzio. Continueremo a lottare per i consultori laici, pubblici e possibilmente gratuiti.

Segnalo che a ottobre scorso, la vicepresidente del Consiglio regionale, Sara Valmaggi ha chiesto con una mozione che le under 20 non paghino il ticket. Perché è proprio la fascia più a rischio per quanto riguarda gravidanze indesiderate e malattie sessualmente trasmissibili:

“La relazione annuale del Ministero della salute sull’attuazione della 194 – continua Valmaggi- evidenzia come in Lombardia nel 2011 le giovanissime che hanno ricorso al’interruzione volontaria di gravidanza (Ivg) sono l’8% (1463) del totale, un dato che rimane stabile rispetto all’anno precedente (nel 2010 la percentuale era dell’ 8,3%) a differenza di quanto accade per le donne di età maggiore per le quali le Ivg sono in costante diminuzione. Nel 2010 erano 18959, nel 2011 invece 18264. Un dato quello lombardo relativo alle giovani donne maggiore di quello di altre regioni. Sono il 7,9% in Piemonte, il 7% in Veneto, il 6,5% in Emilia Romagna, il 7,1% in Toscana.” “Per queste ragioni- sostiene Valmaggi- chiediamo al presidente Maroni, che va dicendo di voler abolire i ticket, di eliminarli da subito per le ragazze dai 15 ai 19 anni, almeno per la prima visita ginecologica, quella di controllo e il colloquio di orientamento. Sarebbe questo un modo concreto per tutelare la salute delle donne, attuare azioni di prevenzione anche con l’obiettivo di prevenire le interruzioni volontarie di gravidanza”.
“Questo – conclude Valmaggi – come accade già in altre regioni, quali la Toscana, l’Emilia.

Intanto, la maggioranza non trova un accordo sulla Riforma della Sanità lombarda(qui).

Per quanto concerne il Soccorso Rosa di Milano, le cui vicende sono ben note, nonostante la battaglia per chiedere che lo sportello proseguisse le sue attività regolarmente, senza snaturarlo e stravolgerlo, di fatto il nuovo “Centro di ascolto e soccorso donna” è già realtà e riunisce i due servizi già esistenti, il centro antiviolenza e quello di “Ascolto e salute donne immigrate”.

Dopo la delibera della direzione aziendale, pubblicata il 29 gennaio scorso, si è proceduto al piano di accorpamento. Contrariamente alle rassicurazioni dall’assessore alla Salute, si è di fatto snaturato il centro antiviolenza, come è emerso chiaramente dall’audizione tenutasi la scorsa settimana (due settimane fa, ndr) in Commissione sanità, della responsabile del centro di accoglienza e assistenza alle donne vittime di violenza attivo all’ospedale San Carlo, Nadia Muscialini.

Nel comunicato del 13 aprile a riguardo di Sara Valmaggi leggiamo:

“Nell’audizione si è appreso che la riorganizzazione prevede sia lo spostamento del servizio, che non sarebbe più vicino al Pronto soccorso e al posto di polizia, e mancherebbe quindi degli accessi protetti necessari sia alle vittime di violenza che agli operatori, sia la drastica riduzione del personale dedicato, sia la riduzione degli orari di apertura. In sostanza viene a mancare il modello di assistenza a lungo sperimentato con risultati positivi. Per questo, con la tutta la Commissione sanità, abbiamo chiesto all’assessore alla Salute, Mario Mantovani e all’assessore alla Famiglia e pari opportunità, Maria Grazia Cantù di dare spiegazioni su questa scelta, che è totalmente incoerente con i principi affermati nella legge regionale di contrasto alla violenza sulle donne, che prevede il potenziamento della rete già presente sul territorio. A loro chiediamo di adoperarsi perché il Soccorso rosa possa continuare a garantire accoglienza e assistenza alle donne maltrattate”.

 

Che ne sarà delle tante donne che dal 2007 hanno trovato nel Soccorso Rosa un aiuto professionale e umano indispensabili per uscire dalla spirale della violenza? Perché a farne le spese sono le donne, non dimentichiamocelo. Tagliare e svilire un servizio significa compiere un’ennesima violenza sulle donne che hanno bisogno di aiuto. Davvero ci si vuole rendere complici di questo? Non sarebbe meglio preservare le buone pratiche sul territorio, incentivandole e moltiplicandole?

Che senso ha continuare a tagliare i presidi territoriali? Quale il disegno che di fatto sottrae diritti e tutele alle donne? Ci rendiamo conto di cosa significa eliminare dei punti di riferimento per le donne?

Come altri servizi sul territorio, si continuano a calpestare i diritti delle donne, dal Soccorso Rosa ai consultori, fino agli ospedali che in alcuni casi son diventati “totalmente obiettanti”.

Chiaramente ci sono attacchi da più parti, per negarci i diritti. Ci vogliono far tornare al silenzio, per controllarci e riportarci ai ruoli tipici della cultura patriarcale. Purtroppo non riescono a capire l’importanza dei presidi territoriali.. una cecità inaudita e incomprensibile.
Una seria educazione alla contraccezione, alla salute sessuale e riproduttiva, che consenta di compiere scelte consapevoli, dovrebbe essere al primo posto nelle pratiche delle amministrazioni in materia di Sanità. Invece, la situazione appare ben diversa. Le risorse decrescenti diventano la scusa per smantellare le strutture pubbliche, in favore dei privati convenzionati. E’ davvero questo che vogliamo?

 

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Inalienabili

Fonte: Treccani.it

Fonte: Treccani.it

 

Il 12 marzo è stato approvato dal Parlamento Europeo il «Rapporto annuale sui diritti umani e la democrazia nel mondo 2013 e la politica Ue in materia». Testo (QUI) molto ricco e importantissimo sotto vari aspetti. Un ottimo lavoro del suo relatore Pier Antonio Panzeri (PD).

Cito il Corriere della Sera (qui):

“Le unioni civili e il matrimonio tra persone dello stesso sesso sono un diritto umano. A dirlo è il Parlamento europeo. Che giovedì ha approvato a larga maggioranza (390 sì, 151 no e 97 astensioni) la «Relazione annuale sui diritti umani e la democrazia nel mondo», curata dall’europarlamentare pd Pier Antonio Panzeri. Con cui, al punto 162, si «incoraggiano governi e istituzioni a contribuire alla riflessione sul riconoscimento di queste unioni». Un documento che ha diviso il voto degli europarlamentari del Partito Democratico. Tra le cui file ci sono stati 1 non voto (Silvia Costa), 2 no (Luigi Morgano e Damiano Zoffoli) e 2 astenuti (la capodelegazione Patrizia Toia e Caterina Chinnici).
L’Italia è uno degli ultimi 9 nove Paesi Ue – su 28 – a non prevedere alcun tipo di tutela per le coppie omosessuali”.

A voi le considerazioni sugli astenuti e sugli italiani del gruppo S&D che hanno votato contro.

Direi che l’Italia non può più rimandare la realizzazione di una tutela giuridica delle coppie omosessuali.

 

Contemporaneamente è passato quasi in sordina un altro paragrafo importante del testo Panzeri.

Nella parte riguardante i “Diritti delle donne e delle ragazze” (che vi invito a leggere per intero perché è cruciale per le questioni di genere), troviamo i paragrafi 135 e 136, da incorniciare per ciò che puntualizzano:

135. invita l’UE a partecipare attivamente alla 59ª sessione della Commissione sulla condizione delle donne e a continuare a lottare contro ogni tentativo di minare la Piattaforma d’azione di Pechino delle Nazioni Unite in relazione, tra l’altro, all’accesso all’istruzione e alla salute quali diritti umani fondamentali e ai diritti sessuali e riproduttivi.

136. deplora il fatto che i corpi delle donne e delle ragazze, in particolare riguardo alla loro salute sessuale e riproduttiva e ai relativi diritti, rimangano a tutt’oggi un campo di battaglia ideologico e invita l’UE e i suoi Stati membri a riconoscere i diritti inalienabili delle donne e delle ragazze all’integrità fisica e all’autonomia decisionale per quanto concerne, tra l’altro, il diritto di accedere alla pianificazione familiare volontaria e all’aborto sicuro e legale, la libertà dalla violenza, compresa la mutilazione genitale femminile, i matrimoni infantili, precoci e forzati e lo stupro coniugale.

Per l’analisi del voto nel dettaglio, riprendo il contenuto del post di Daniele Viotti (qui):

Il PPE ha richiesto voto nominale sul voto separato 2 la dove si fa riferimento «ai diritti sessuali e riproduttivi». Il gruppo S&D suggeriva il voto favorevole.

Hanno votato contro: Morgano, Zoffoli.

Astenuti: Costa.

 

Sul punto 136:

 

Il PPE ha chiesto il voto nominale su 3 split vote.

Si richiedeva la cancellazione, nell’ordine:

  • Del riferimento alla salute sessuale e riproduttiva e i relativi diritti (136/2);
  • Del riferimento all’autonomia decisionale per accedere alla pianificazione familiare volontaria (136/3);
  • Del riferimento all’autonomia decisionale per accedere all’aborto sicuro e legale (136/4).

Il gruppo S&D suggeriva il voto favorevole su tutti e tre gli split.

Voto nominale sullo split vote 136/2

Hanno votato contro: Morgano, Zoffoli.

Voto nominale sullo split vote 136/3

Hanno votato contro: Morgano, Zoffoli.

Voto nominale sullo split vote 136/4

Hanno votato contro: Morgano, Toia, Zoffoli.

Astenuti: Danti

 

Ci hanno provato, ma questa volta non ci sono riusciti.

Questa la conferma:

Panzeri tweet

 

Si parla di diritti inalienabili e di come siano ancora un “campo di battaglia ideologico”. C’è un invito agli Stati a riconoscere questi diritti e a consentire l’accesso ai servizi che servono a renderli attuali. Viene sancito in modo chiaro e inequivocabile il diritto per le donne di scegliere se proseguire o meno la gravidanza e ad essere tutelate nel caso decidano di interromperla. Un paragrafo che segna una svolta. Questa volta ci siamo.

Con Tarabella e l’emendamento del PPE non si era vinto nulla, nemmeno sul piano simbolico.

Avremmo avuto un cambiamento simbolico se non ci fosse stato quel “ma”. Io non mi stancherò di analizzare i fatti e di esprimere le mie opinioni. Le cose possono cambiare solo se guardiamo in faccia la realtà e ne rileviamo le contraddizioni e ciò che non va.

A coloro che si reputano soddisfatte del testo Tarabella, come se fosse una vittoria, rispondo: “Quella annotazione, messa tra i due paragrafi 45 e 47, non è stata messa lì per caso. Anche perché il suo tono (rassicurante) è estremamente diverso dal contesto. E’ lì per sottolineare che nulla cambia. Sappiamo bene che essendo una risoluzione di carattere non legislativo (e questo l’ho più volte sottolineato) non sarebbe stato un problema farla passare senza quell’emendamento del PPE. Perché tanto affanno? Invece hanno messo lì quel dettaglio, volto a ribadire che ogni Paese resta libero di fare come meglio crede. E tutto il resto è lettera morta.. Se poi vogliamo plaudere al compromesso politico tra PPE e S&D, facciamolo pure, ma poi non lamentiamoci che nulla cambia in Europa e nel nostro Paese. C’è un peso del simbolico più forte dei testi legislativi o delle relazioni parlamentari. Questo è mancato. E non esistono promesse che valgano a rassicurarci. Dobbiamo attendere fiduciose che qualche anima buona in Europa promuova qualche best practice per tradurre in realtà queste dichiarazioni di principio? Se questo è il contesto, rischiamo di aspettare secoli. Vi invito a un’analisi meno frettolosa dei fatti. Soprattutto per riguardo a tutte le donne che vedono i propri diritti schiacciati e calpestati a causa di “mediazioni” politiche “prospettiche”. Non possiamo accettare questo tipo di giochetti sulla pelle delle donne.

 

Oggi, al contrario, posso dire che con il testo di Panzeri possiamo guardare all’Europa con più ottimismo. Restano dei dubbi sulla valenza di queste risoluzioni, e sulla loro compatibilità di fondo. Queste risoluzioni, anche se non sono vincolanti, potrebbero fare da volano per alcune riforme nazionali urgenti.

La sostanza della pronuncia del Parlamento, con la risoluzione Panzeri, è cambiata, senza scalfiture volte a mantenere lo status quo. In questo rapporto si esplicitano molte più cose in materia di diritti delle donne e delle ragazze, si chiamano le cose con il loro nome, senza adoperare giri di parole o eufemismi e perciò posso sentire che un vento diverso si è alzato. Dobbiamo sostenerlo e mantenerlo vivo, approfittarne il più possibile anche in Italia. Dobbiamo tornare a parlare di 194. Dobbiamo tornare a parlare di contraccezione di emergenza, perché non resti il percorso ad ostacoli che è oggi.

QUI  l’infografica di VoteWatchEurope.

 

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Un primo passo

rete rete

 

Ho esultato, non mi sembrava vero che la risoluzione Tarabella fosse passata, con dei numeri importanti a suo sostegno.

 

Poi leggo questo tweet di Silvia Costa. Conosciamo la sua astensione su Estrela. Questa volta ha votato a favore. Ma c’era un motivo. Con la collaborazione preziosissima di Maddalena Robustelli, compagna tenace su questo tema, abbiamo ricostruito il puzzle.

silvia costa

 

l’emendamento in questione di cui parla Costa dovrebbe essere questo:

emend

 

Comprendete la sostanza? L’approvazione è solo un piccolo passo. Vi è l’affermazione di un diritto, è stato riconosciuto il diritto “che le donne debbano avere il controllo della loro salute e dei loro diritti sessuali e riproduttivi”, ma ogni Paese continua a fare da sé. Rimane il principio di sussidiarietà, come da emendamento PPE. Quindi il rischio è che ci siano ancora trattamenti diversi per le donne europee. Un diritto a due corsie. La conferma anche da Elly Schlein:

 

soluzione

 

 

Ancora Elly Schlein su FB: “purtroppo è passato questo emendamento che ci tiene a rimarcare il ben noto principio di sussidiarietà in questa materia. ma dice anche che l’UE può ben incoraggiare le buone pratiche degli Stati membri. l’importante è che l’intera relazione sia passata, compreso il paragrafo 45 cruciale sul l’accesso agevole alla contraccezione e all’aborto”.

 

Ogni Stato resterà sovrano in materia, finché dall’UE non arriveranno risoluzioni più significative e mirate, per indirizzare gli Stati in modo più stringente. In pratica, oggi vi diamo il contentino, qualche briciola, poi si vedrà. Intanto si crea un diritto a due corsie.

Patrizia Toia il 4 marzo sosteneva qui:

“La capodelegazione Patrizia Toia ha idee chiare e concilianti. “E’ una buona risoluzione che afferma principi importanti – ammette – Però la frase sull’aborto poteva essere scritta meglio”. Il suo suggerimento è di aggiungere all’”accesso agevole” qualcosa come “nei paesi dove esso è legale”. Così, sottolinea, non si dà l’impressione di imporre qualcosa a qualcuno.

Nei fatti è andata esattamente come era stato programmato.

L’UE sceglie di consentire che al suo interno coesistano differenti modulazioni dello stesso diritto.

L’obiettivo doveva essere una tutela uguale per tutte le cittadine europee. Dispiace che l’emendamento del PPE abbia di fatto svuotato l’intento originario del messaggio contenuto nei paragrafi 44-45-46. La risoluzione, pur non essendo vincolante, doveva prendere una posizione ferma, chiara a difesa della salute e dei diritti di tutte le donne. Il vero e significativo segnale di un cambiamento nella sostanza doveva essere questo. La battaglia sul tema che dovrebbe partire dai territori nazionali è fragile, azzoppata da tanti fattori, soprattutto se anche a livello europeo non si riesce a sancire l’uguaglianza dei diritti. Le donne non sono cittadine di serie B. Ricordiamoci Olympe de Gouges. Quello stesso spirito dovrebbe muoverci e non soluzioni di compromesso che ci fanno restare fermi. Sull’economia si restringe la nostra sovranità, ma sulla salute e sui diritti delle donne non si muove uno spillo, si continua a permettere che vengano schiacciati.

C’è molta strada da compiere.. Uniamoci e proseguiamo affinché non ci siano donne di serie A e di serie B. Per tutte lo stesso diritto, le stesse tutele e garanzie!

 

 

QUI il comunicato ufficiale sull’approvazione della risoluzione Tarabella.

Qui come hanno votato su ciascun comma.

+ a favore

– contro

0 astenuto

 

QUI  la grafica del voto su VoteWatch Europe

 

Per la versione finale del testo, dovremo attendere, dovrebbe essere pubblicata su www.europarl.eu

 

La dichiarazione di Elena Gentile (PD) sul suo profilo FB:

“Ho apprezzato e condiviso l`impianto culturale della relazione TARABELLA.
Pesa e non poco nel dibattito un’approccio francamente ideologico che ci allontana dal cuore della discussione. Il livello di civiltà si misura con la esigibilità dei diritti ma soprattutto con la declinazione di questi a favore delle persone più fragili ed ovviamente delle donne. Il cuore dunque della nostra discussione non può non avere un profilo politico capace di superare ogni fondamentalismo in una visione laica dei temi in questione. Sforziamoci dunque di declinare le nostre politiche a sostegno dei diritti civili ed umani. Riconosciamo alle donne il diritto di vivere liberamente la loro sessualità, senza pregiudizi, anche quando sono di fronte alla scelta di rinunciare ad una gravidanza e quando chiedono di poter rendere esigibile il diritto ad una maternità negata o quando chiedono di far nascere dove e come desiderano il loro bambino. La libertà è il tema del nostro confronto. Liberare le donne significa ancora creare le condizioni per consentire loro di valorizzare lo straordinario capitale di cui sono portatrici anche in una idea di lavoro emancipato e conciliato che genera ricchezza e non povertà.
Se l’ambizione politica di questo parlamento è far crescere l’europa dei cittadini e delle cittadine non ci resta che lavorare insieme per raggiungere questo risultato”.

 

Nel frattempo, in serata, arrivano:

il post di Marina Terragni.

http://blog.iodonna.it/marina-terragni/2015/03/10/aborto-europa-giusto-un-passetto-avanti/

 

E quello di Nadia Somma.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/03/10/aborto-approvata-la-mozione-tarabella-ma-ogni-stato-garantira-laccesso-che-vuole/1494449/

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