Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Politiche di work life balance, basta col fai da te


Tra novità in ambito europeo e la vita quotidiana nelle nostre città, occorre intervenire in modo strutturale su più livelli, con nuove strategie e soprattutto investimenti, che portino a una espansione del welfare pubblico, oggi ridotto all’osso o che disperde energie e risorse in bonus o interventi una tantum, per niente sistematici. Qualcosa che ci faccia superare i limiti e i pesi di anni di abitudine al fai da te.

Nel corso della seduta del 21 giugno del Consiglio “Occupazione, politica sociale, salute e consumatori”, gli Stati membri dell’UE “hanno raggiunto un accordo su tre fascicoli legislativi che rappresentano un elemento essenziale per costruire un’Europa sociale più forte: la revisione delle norme sul coordinamento dei sistemi di sicurezza sociale, una nuova direttiva sull’equilibrio tra attività professionale e vita familiare e una direttiva relativa a condizioni di lavoro trasparenti e prevedibili”. Un passaggio che si inserisce nell’alveo del pilastro europeo dei diritti sociali.

Marianne Thyssen, Commissaria responsabile per l’Occupazione, gli affari sociali, le competenze e la mobilità dei lavoratori, ha commentato:

“Oltre a confermare ufficialmente l’accordo sulle norme relative al distacco dei lavoratori, che garantisce la parità di retribuzione per uno stesso lavoro svolto nel medesimo luogo, il Consiglio ha raggiunto un accordo sulla revisione delle norme relative al coordinamento dei sistemi di sicurezza sociale, che garantirà maggiore equità e chiarezza per i lavoratori mobili e le autorità degli Stati membri. Per quanto riguarda la direttiva su condizioni trasparenti e prevedibili, avevo sostenuto un approccio più ambizioso. Con la nostra proposta volevamo far sì che tutti i lavoratori, in un mondo del lavoro in rapida evoluzione, godessero dei diritti fondamentali. L’accordo di oggi può rappresentare solo un primo passo; in occasione dei prossimi negoziati con il Parlamento europeo mi adopererò per raggiungere un compromesso equilibrato. Lo stesso vale per la questione dell’equilibrio tra attività professionale e vita familiare, un ambito in cui spero potremo veramente cambiare le cose per le numerose coppie e famiglie che affrontano quotidianamente la sfida di conciliare lavoro e vita familiare.”

La proposta di direttiva sull’equilibrio tra l’attività professionale e la vita familiare è volta a un approccio più equilibrato per promuovere e rendere realmente più agevoli le scelte dei genitori e dei prestatori di assistenza su come vogliono conciliare lavoro e vita familiare. L’augurio di Věra Jourová, Commissaria responsabile per la Giustizia, i consumatori e la parità di genere, è che il Parlamento europeo e il Consiglio portino avanti questa importante proposta e raggiungano un compromesso che permetta di offrire miglioramenti concreti, insieme a una soluzione al problema della sottorappresentanza delle donne nel mercato del lavoro.

CONTESTO

Il 26 aprile 2017 la Commissione ha presentato una proposta di direttiva sull’equilibrio tra attività professionale e vita familiare per i genitori e i prestatori di assistenza. Tale documento, che rappresenta uno dei principali obiettivi del pilastro europeo dei diritti sociali, “stabilisce una serie di standard minimi nuovi o più elevati per il congedo di paternità, il congedo parentale e il congedo per i prestatori di assistenza; fa seguito al ritiro, nel 2015, della proposta della Commissione di rivedere la direttiva 92/85/CEE sul congedo di maternità e adotta una prospettiva più ampia per migliorare la vita dei genitori e dei prestatori di assistenza che lavorano.”


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Lavoro: lo lasciamo perché…

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Puntuale, arriva anche quest’anno la Relazione annuale sulle convalide delle dimissioni e risoluzioni consensuali delle lavoratrici madri e dei lavoratori padri, relativa al 2015 (ex art. 55 del Decreto Legislativo 26 marzo 2001, n. 151).

Ricordo che l’anno scorso sono state reintrodotte le norme contro le dimissioni in bianco.

Vediamo la situazione come si è evoluta.

Il numero complessivo di dimissioni e risoluzioni consensuali convalidate dalle Direzioni territoriali del lavoro è stato pari a n. 31.249, segnando un incremento del 19%, rispetto al 2014. Anche nel 2015 le convalide hanno riguardato in misura nettamente prevalente le dimissioni, mentre le risoluzioni consensuali (obbligo ex legge n. 92/2012), sono solo il 3% del totale.

Le lavoratrici madri (25.620) sono quasi l’82% dei casi in questione.

Decisamente più limitato è rimasto invece il numero delle convalide riferite ai lavoratori padri (5.629), sebbene in tal caso si sia registrato un sensibile aumento di casi (pari al +46%) rispetto ai 3.853 nel 2014, dato che viene letto “in linea con la sempre crescente tendenza, già segnalata lo scorso anno, ad una maggiore condivisione dei compiti di cura della prole.”

E’ stato confermato il rapporto inversamente proporzionale tra dimissioni/risoluzioni convalidate e anzianità di servizio delle lavoratrici madri/dei lavoratori padri interessati.

Si rileva altresì che la netta prevalenza delle dimissioni/risoluzioni convalidate nel 2015 ha interessato le fasce d’età comprese tra i 26 e i 35 anni (in crescita rispetto al 2014) e tra i 36 e i 45 anni (in crescita rispetto al 2014); “tali dati, letti congiuntamente a quelli relativi alla ridotta anzianità di servizio, confermano il perdurare dell’ingresso posticipato nel mondo del lavoro in Italia.”

A mio parere questa considerazione sull’anzianità è vera solo in parte. Ricordiamo che prima di avere un contratto “stabile” che preveda dimissioni, si passano anni, decenni tra contratti a termine e precari (se non in nero): per cui l’anzianità di servizio è fortemente condizionata da questo fenomeno.

L’analisi dei dati concernenti il numero dei figli e le motivazioni del recesso attesta inoltre la persistenza di una maggiore difficoltà di conciliazione tra vita familiare e lavorativa nelle citate fasce d’età. Gran parte dei lavoratori/delle lavoratrici interessati/e dalle convalide avevano prevalentemente un solo figlio (in crescita rispetto al 2014), circa il 53,78 % del totale. In crescita anche il dato dei lavoratori padri/delle lavoratrici madri con due figli.

Età

L’ipotesi del “passaggio ad altra azienda” è la motivazione più diffusa delle dimissioni (26%), con numeri simili tra uomini e donne.

Particolarmente rilevanti, le motivazioni riconducibili alla difficoltà di conciliare il lavoro e le esigenze di cura della prole, pari complessivamente a 9.572 (in aumento rispetto al 2014) riferite prevalentemente alle lavoratrici.

1 motivazioni

Appare evidente il fatto che se non hai un supporto familiare, l’attività lavorativa in presenza di figli diventa un percorso a ostacoli. Emerge con forza la carenza di strutture di accoglienza sul territorio nazionale. I tempi spesso infiniti per raggiungere il luogo di lavoro, uniti a orari di lavoro rigidi, senza alcuna possibilità di flessibilità che sia anche semplicemente un part-time, completano il quadro.

Torno a chiedermi il senso di queste registrazioni annuali di questi dati, se poi di fatto non si interviene sulle cause che sono conosciute da tempo.

Siamo sempre lì. Forse ci piace registrare dati, ma non ci piace fornire rimedi per tutti, non ci piace assegnare nuovamente fondi alle Consigliere di parità (ricordiamo i tagli), non ci piace intervenire rendendo accessibile a tutti la flessibilità lavorativa, che come ho più volte detto non deve declinarsi con sfruttamento e assenza di tutele.

Per questo dico a tutte le donne e uomini che pensano ancora che questi siano problemi di scarso rilievo, di mettersi nei panni di queste persone che ogni anno entrano a far parte di questa statistica, che può arrivare a interessare tutti, anche a chi non ha figli e ha dei genitori o familiari che hanno bisogno di assistenza. Continuate a voltarci le spalle, pensando che prima o poi troveremo da soli la soluzione. Ebbene no. Ci siamo stancati di rinvii e di rassicurazioni. Ora chiediamo servizi adeguati e leggi che ci garantiscano, se lo desideriamo, di accedere a forme di flessibilità sane e utili.

Ascoltate le donne, non incasellateci solo in tabelle o grafici a torta: non vogliamo oboli, ma politiche concrete che sappiano renderci autonome, che ci permettano di emanciparci da bisogni che ci frenano e che non ci permettono di aspirare a eguali opportunità. I servizi non devono essere talmente rari e onerosi da farci preferire le dimissioni. Le tutele non devono essere aleatorie: se ti sto dicendo in un modulo che il mio datore di lavoro mi ha messo di fronte a un muro, a una scelta obbligata, significa che qualcosa non è andata nel verso giusto e secondo legge, probabilmente sono stata anche mobbizzata e costretta a dimettermi. Magari riuscire a intercettare tutte queste casistiche e intervenire per tempo non sarebbe un’idea malvagia. Ah, dimenticavo, ci avete tagliato anche i fondi per i servizi territoriali ad hoc. Ah, dimenticavo, in alcuni settori avete preferito non far avvicinare i sindacati. Ah, dimenticavo, siamo solo numeri, oggetti di una statistica.

Alcuni suggerimenti: servizi più certi, diffusi sul territorio, accessibili, a prezzi calmierati per baby sitting, nidi e aiuti domestici, incluso colf e badanti. Se Stato e Comuni collaborano e danno un segnale e un supporto (economico, anche attraverso una deducibilità più significativa di certe spese) perché questo avvenga, forse riusciremo a fermare l’emorragia annuale di donne dal mondo del lavoro.

Bonus e soluzioni similari non servono a molto se non c’è un lavoro più ampio e coraggioso. Non servono card prepagate per acquistare beni o servizi per l’infanzia, che di fatto non risolvono la carenza di servizi e il loro costo esorbitante. Soprattutto, non sono per tutti, ma solo per fasce di reddito basse: sappiamo quante persone lavorano totalmente in nero o quasi, quindi per far emergere questi casi e la mancanza di tutele collegata a questi fenomeni, tutto dobbiamo fare fuorché assegnare sostegni a pioggia in base a dichiarazioni ISEE. Vogliamo contrastare il lavoro sommerso, lo sfruttamento, oppure vogliamo far finta di niente? Muoviamoci su altri strumenti di sostegno alla conciliazione. Muoviamoci su soluzioni che permettano a tutti di cavarsela, di conciliare, anche in modo attivo e non assistenzialista. Adoperiamo le risorse in modo diverso, non disperdiamole. Ascoltateci prima di avviare politiche in materia. Non replichiamo misure per anni utilizzate dalla Destra, strutturiamo il cambiamento sostanziale, vogliamo che qualcuno capisca finalmente ciò di cui abbiamo bisogno.

E non mi meraviglio nemmeno più di tanto che in questo Paese si faccia ancora così tanta resistenza all’uso della variante femminile per ruoli istituzionali o professionali. Non c’è attenzione e non c’è intenzione seria di cambiare cultura e condizioni di vita. Tanto come al solito dobbiamo arrangiarci da sole. E purtroppo molte donne pensano che sia giusto così. Ci accontentiamo degli oboli e delle briciole, guardiamo solo al nostro orticello e non siamo più capaci di politiche di ampio respiro, con ricadute positive ampie e permanenti.

Italia

 

 

Per approfondire:

http://www.mammeonline.net/content/flessibilit-lavorativa-quale

http://www.mammeonline.net/content/la-condivisione-da-sola-non-basta-fare-la-conciliazione

https://simonasforza.wordpress.com/2016/04/21/di-cosa-abbiamo-veramente-bisogno/

https://simonasforza.wordpress.com/2016/03/07/donne-lavoro-e-discriminazioni/

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Dall’UE un accordo quadro in materia di congedo parentale

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Lo abbiamo letto nel report del McKinsey Global Institute dal titolo The power of parity: la parità di genere potrebbe contribuire con 12 trilioni di dollari al PIL mondiale da qui al 2025, ossia l’11% in più di quanto succederebbe con uno scenario ordinario. Non si tratta solo di spingere verso la parità nel mondo del lavoro, ma di creare le condizioni perché si abbia un riequilibrio sociale uomo-donna. Per raggiungere questo obiettivo si dovrebbe investire sulle seguenti aree: istruzione, pianificazione familiare, salute materna, inclusione finanziaria, inclusione digitale e previdenza sanitaria con congedi per malattia retribuiti.

L’incremento della spesa annuale ammonterebbe a 1,5/2 trilioni di dollari entro il 2025, un aumento del 20-30% degli investimenti. Non poco, si potrebbe dire, ma si avrebbero delle ricadute ben più ampie su tutta la popolazione e sul PIL. Ce lo ripetiamo da tempo. Una litania che non si riesce a tradurre in fatti. Da qualche parte si deve iniziare a invertire la rotta.

Per colmare il gap di genere ci vuole volontà politica. Se non si colma è perché chi cerca di portare avanti politiche di parità viene marginalizzata. Perché questi temi vengono avvertiti sempre come secondari, roba da donne. Invece è roba che riguarda tutta la popolazione, l’intero Paese. Se continuo a portare avanti certe battaglie è per dare testimonianza che c’è un modo altro di intendere le priorità e risolvere i problemi. Sinché continueremo a non avere uno sguardo d’insieme sulle questioni, brancoleremo nel buio e annasperemo nel fango. Esistiamo anche noi donne e non potete relegarci sempre a fondo pagina dell’agenda politica. Non potete abbandonarci a un destino secolare, perché così è stato e sempre sarà. Noi quello spazio ce lo prendiamo e dovrete ascoltarci prima o poi. Noi continueremo a martellare sempre su certi tasti, sino ad avere le risposte che tutta la comunità di uomini e donne merita. Non si esce dal pantano a pezzi, ma tutti insieme.

 

CONTINUA A LEGGERE SU MAMMEONLINE.NET:

http://www.mammeonline.net/content/dall-UE-accordo-quadro-in-materia-di-congedo-parentale

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Di voucher in bonus bebè

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Siamo tra i Paesi in cui si lavora per più ore al giorno e dove gli straordinari sono una costante. Va da sé che le donne sono le più penalizzate, ma il problema non è solo femminile: avere dei padri assenti non è il massimo, e il fatto che ad oggi il congedo per i padri ammonta solo a due giorni è un palese segnale di uno squilibrio.

Se è vero che un incremento della partecipazione delle donne al mercato del lavoro porterebbe notevoli benefici in termini di PIL, allora sarebbe utile capirne a fondo tutti i vantaggi. Come in un circolo virtuoso, laddove le donne in età fertile lavorano, si ottiene maggior ricchezza/benessere/sicurezza, con una maggiore propensione a mettere al mondo più figli. Questo dovrebbe portare (in un Paese sano) a sviluppare la domanda di beni e servizi, con conseguente aumento di occupazione e di PIL.

Finora, si è scelto di delegare la conciliazione lavoro-vita privata al faidate: si organizzi chi può, come meglio crede. In pratica si è scelto un liberismo del welfare familiare, con servizi a macchia di leopardo e che nulla fanno per portare avanti un processo di condivisione dei compiti di cura.

 

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Dove ci porta l’ottovolante? #jobsact

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Ho scritto un nuovo post per Mammeonline.net, sul tema del congedo parentale.

Qui di seguito un estratto,  potete leggere l’intero articolo a questo link:

http://www.mammeonline.net/content/dove-ci-porta-lottovolante-jobsact

“Non credo che tornando subito al lavoro si eliminino totalmente i problemi e le discriminazioni. Solo un soggetto avulso dall’esperienza genitoriale può concepire che rientrare al lavoro dopo i tre mesi di congedo obbligatorio possa essere una strada facile e accessibile a tutti.

Chi gestisce un bambino così piccolo? Tate, nonni (quest’ultima ipotesi è il solito welfare gratuito, che fa comodo a uno stato semi-assente)?
A volte mi chiedo perché ci chiedono di far figli, se poi pretendono che siano altri a gestirli e a educarli al nostro posto.

Noi dobbiamo fare figli, ma produrre PIL allo stesso tempo, mettendoci nei panni dei poveri “distributori” di lavoro. Tanto vale non  farli i figli. Ieri ero in biblioteca con mia figlia. C’era un bimbo di circa 10 mesi, vestito firmato dalla testa ai piedi, accompagnato da una tata dolcissima. Erano le 19 passate. Mi ha fatto una tristezza enorme.

Lo so, il lavoro è importante, ma questo spesso ci porta a sacrificare cose importantissime, che passano e non tornano più. Anche perché non  è detto che il nostro sacrificio e il nostro rientrare al lavoro presto, sia poi riconosciuto dal nostro datore di lavoro. Potremmo essere comunque a rischio, potremmo perdere il lavoro anche se ci mostriamo pronte a sacrificare ogni cosa, anche nostro figlio. Ricordiamoci poi che un figlio non è un bambolotto, nei primi anni i bimbi si ammalano di frequente e avremo bisogno di assentarci.”

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Di donne grasse e donne magre, di età e di colori

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Cosa ci viene richiesto per essere in linea con ciò che viene considerato “normale”? Stereotipi e modelli che ci impediscono di vivere serenamente e liberamente.

“In questi giorni riflettevo su come cambiano i giudizi a seconda delle età e di come questi incidono nella nostra vita”.

(…)

“Un rincorrere pericoloso di ideali che costruiscono per noi un senso del normale, del tutto malato e slegato dalla realtà. Per molti è un perenne tentativo di adeguamento, senza che si riesca a capire che non è possibile vivere in questo modo. Gli altri disegnano per noi un modello che ci ingabbia e ci preclude una comprensione di noi stessi piena e matura.”

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Buona lettura!

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Produci, consuma.. sin da piccolo!

bimba studio

 

Il mondo è pieno di “battaglie” più o meno importanti. Oggi ho scoperto che c’è chi si batte per eliminare i compiti a casa. Un mostro che soffoca i poveri alunni!! Attenzione pericoloso, maneggiare con cura.
Ho letto questo articolo e sono in linea di massima d’accordo con le sue linee generali. Ma vorrei sottolineare che i compiti sono un modo per far acquisire ai propri figli una graduale autonomia nello studio. Altrimenti ci troveremo un mucchio di adolescenti o di ragazzi alle soglie dell’università, che non sapranno da che parte iniziare per preparare una tesina, un esame, una ricerca, un lavoro che implica uno studio sistematico e organizzato. I compiti a casa non sono stati ideati per capriccio, ma per preparare i bimbi e i ragazzi a un tipo di studio in cui la concentrazione, l’organizzazione, il metodo sono gradualmente acquisiti e diventano gli strumenti per poter affrontare ciò che ti verrà richiesto non solo all’università, ma soprattutto nella vita. Si impara a fare da sé, a ragionare da sé, a riflettere, attraverso lo sforzo personale, sbattendo la testa sui libri, un po’ ogni giorno. Lo studio di gruppo, che in alcuni casi è importantissimo, non permette di sviluppare le stesse capacità. Per cui io sono per un sistema misto. Personalmente penso che il lavoro da soli a casa serva a consolidare ciò che si è appreso in classe, che dia la possibilità di soffermarsi su alcuni punti e di evidenziare eventuali aspetti non chiari, da approfondire successivamente con l’insegnante. Con i compiti a casa impari a organizzarti il tempo, a capire quanto ti serve per ciascuna materia, a velocizzare e a razionalizzare il tuo studio, insomma a fare cose che ti serviranno in futuro. Naturalmente, anche i compiti a casa dovrebbero essere dispensati con intelligenza e devono rientrare in un progetto educativo ben strutturato dall’insegnante. In pratica, gli insegnanti dovrebbero saper strutturare la didattica in modo tale da massimizzare al meglio i risultati del tempo di studio a scuola e a casa.
Torniamo al desiderio di cui parlavo all’inizio del post.
Ho riflettuto a proposito e sono giunta a una conclusione. Sapete il motivo? I figli devono essere “compiti free” sia durante la settimana, ma soprattutto nei weekend, per poter seguire i genitori nei loro tour di acquisto, shopping, montagna, sport, perché così l’economia gira. Se i genitori e i figli son bloccati a casa dalla “zavorra” dei compiti, non possono sufficientemente adempiere al loro ruolo di consumatori compulsivi. I compiti tagliano una fetta di consumo. Chissenefrega del domani, dell’autonomia dei figli nello studio ecc. NULLA!! Siamo talmente ciechi e sordi!

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Non solo eterologa

Alex Alemany

Alex Alemany

Perdonatemi se nel giro di pochi giorni vi parlo nuovamente di fecondazione, ma lo scorso 16 settembre ho partecipato a questo incontro che mi ha fornito alcuni spunti su cui occorre riflettere. Vi segnalo questa intervista, rilasciata a margine del seminario, dall’avvocato Marilisa D’Amico. In Lombardia sappiamo tutti cosa è accaduto. La Regione si è trincerata dietro questioni economiche, dicendo che non ci sono risorse sufficienti per rendere la fecondazione eterologa gratuita o con il pagamento di un ticket accessibile a tutti. Qui potete trovare la presentazione della delibera in Regione Lombardia e il testo scarno della delibera. La Regione Lombardia, pur avendo firmato il documento in Conferenza Stato-Regioni, pur non essendoci un vuoto normativo (così come ribadito dalla Consulta con la sentenza 162 del 2014) nella sua delibera “in attesa di un intervento legislativo”, ha “autorizzato” l’eterologa e sancito che i costi dell’eterologa, a differenza della fecondazione omologa, sarebbero stati a carico dei pazienti. In questo modo si crea una inaccettabile discriminazione tra malati più o meno gravi (ricordo che nel documento prodotto dalla Conferenza Stato-Regioni “Le Regioni e le PP.AA. considerano che omologa ed eterologa, alla luce della sentenza della Corte Costituzionale, risultano entrambe modalità di PMA riconosciute LEA”, quindi da considerarsi nei livelli essenziali di assistenza). La Regione Lombardia si è arrogata il diritto di autorizzare qualcosa che era già stata autorizzata dai giudici costituzionali. Inoltre, non inserendo l’eterologa tra i L.E.A., ha dichiaratamente disatteso un documento che il rappresentante di Regione Lombardia aveva firmato in sede di conferenza stato regioni del 4 settembre. Ditemi se non è politica ideologica questa! Ma quando si leggono certe dichiarazioni, si trasmette un messaggio di sostanziale resa di fronte alle scelte di una politica miope e discriminatoria. Edgardo Somigliana, responsabile del centro di procreazione medica assistita della fondazione Ca’ Granda-Policlinico di Milano (ex-Clinica Mangiagalli) ha caldamente consigliato (qui l’intervista): “Per ora continuiamo a consigliare di andare all’estero alle coppie che hanno urgenza. Perché tutto diventi “reale” da noi ci vorrà probabilmente almeno un anno”. Tra i relatori del seminario, il Prof. Maurizio Mori, Ordinario di Bioetica presso l’Università degli Studi di Torino, ha più volte ribadito la sua posizione. Dopo lo smantellamento della legge 40 a colpi di sentenza della Consulta, è necessario ripensare tutto e avere il coraggio di legiferare in modo “lungimirante”, perché le leggi devono avere un respiro ampio, riuscire ad anticipare i cambiamenti del futuro, e non arrabattarsi alla ricerca di compromessi che si preoccupano unicamente dell’oggi. Al di là delle considerazioni su una maggiore longevità della popolazione che secondo Mori consentirebbe una genitorialità in età più avanzata, concordo sulla palese discriminazione tra uomini e donne: oggi un uomo può tranquillamente diventare padre a qualsiasi età, cosa che per una donna è ancora un tabù. Io sono sempre dell’idea che la genitorialità dev’essere una scelta personale consapevole e non un soprammobile o una medaglietta da appuntarsi al petto. Non è una questione di età, ma di quello che ci si sente dentro, è questo che va ben valutato e deve restare di ambito “personale”. Il nodo centrale della Legge 40 è contenuto nell’art. 4 (qui il testo completo), laddove la fecondazione assistita diviene un rimedio a un problema medico e nel suo divieto di eterologa non contempla single e coppie omosessuali. La nascita dei figli secondo la legge 40 e la sua disciplina in merito alla fecondazione assistita diventa una mera soluzione medica all’infertilità di coppia e non una libera scelta personale e sociale. La fecondazione assistita dovrebbe essere un diritto del cittadino, che sceglie di diventare genitore. Questo dovrebbe valere sia per i single che per le coppie, qualunque sia la loro composizione. Da tutta questa vicenda emerge una classe politica “presa per le orecchie” dalla Consulta, che ha dovuto intervenire in quanto il Legislatore non è stato in grado di disciplinare la materia in modo adeguato e conformemente ai principi costituzionali. La Consulta pur ribadendo il ruolo centrale e primario del Legislatore, ha scritto una sentenza (sentenza della Corte Costituzionale n. 162/2014”) per sanare il divieto di eterologa (vedi punto 2.3 qui). Il principio ispiratore di una norma dovrebbe essere dare spazio all’autonomia e alla responsabilità dei singoli e della scienza, non ingabbiare i cittadini. La genitorialità dovrebbe essere considerata una scelta incoercibile dell’individuo. Oggi, ci troviamo di fronte a una sorta di regionalismo dei diritti, con un probabile flusso migratorio dell’eterologa tra regioni, alla ricerca della regione più “amica”. Il tutto per complicare la vita a queste coppie, alle quali si chiede di continuare a girare per poter avere delle risposte. Il tutto con il limite dei 43 anni di età per le “riceventi”. Vi immaginate cosa significa dilatare i tempi? Il bambino nato da eterologa potrà conoscere l’identità del padre o della madre biologici una volta compiuti i 25 anni. Il donatore verrà consultato e sarà libero di rivelare o meno la propria identità. Si potranno conoscere dati e valori genetici del donatore solo per esigenze mediche del nato. Vedremo se ci saranno ricorsi alla delibera della Regione Lombardia e speriamo che vengano sanati tutti i “difetti”. Guido Ragni, Presidente della Fondazione per la ricerca sulla infertilità di coppia, ha parlato della fecondazione nei centri pubblici, facendo uno degli interventi migliori e più concreti della giornata. Analizzando i dati sulla fecondazione (qui e qui) la situazione vede un incremento dei cicli effettuati in strutture private, specialmente al sud. C’è una sorpresa: la Lombardia ha delle buone performance e sembra gestire buona parte delle PMA nel pubblico, salvo accorgersi che si tratta di un bluff, perché i numeri del pubblico includono anche le strutture private convenzionate. Per cui non si può certo stare tranquilli. Anzi! Ma l’eterologa è solo la punta dell’iceberg di una materia mai curata, analizzata e affrontata adeguatamente. Altro aspetto, sempre grandemente tralasciato dai dibattiti in materia di PMA, è rappresentato dalla diagnosi preimpianto. Avete presente tutte quelle malattie genetiche, tipo talassemia o fibrosi cistica, che sarebbero “aggirabili” con una semplice indagine preimpianto? Ancora oggi, dopo che nel 2009, una sentenza della Consulta consentiva nuovamente questo tipo di diagnosi, nessuna struttura pubblica consente (tranne a Cagliari) di eseguire gli esami necessari, costringendo di fatto le coppie a rivolgersi al privato, con ovvi costi e problematiche. Ma ci rendiamo conto? Questo è un risultato disastroso. La scienza progredisce e noi chiudiamo gli occhi e poniamo dei paletti assurdi! Se i genitori sono entrambi portatori di talassemia minor, avrà ben il 25% di probabilità di generare un figlio malato. È meglio avvalersi della scienza e concepire un figlio che non sia affetto da una malattia genetica grave o accorgersi della malattia con una villocentesi, dopo settimane di gestazione e costringere le coppie a scegliere solo allora? Non sarebbe meglio aiutare le persone, senza inutili torture? Voi cosa scegliereste? Non venite a dirmi che le malattie genetiche sono casi isolati! Questo non è egoismo o eugenetica! Si tratta di semplice buon senso e di diritti sostenuti anche dalla nostra Costituzione. Insomma, la Legge 40 è stata svuotata, non c’è vuoto legislativo, ma in questo marasma si infiltrano mille tentativi volti a limitare o a vanificare un diritto alla genitorialità. Forse sarebbe opportuno che a livello centrale si operasse con una certa celerità e razionalità al fine di effettuare gli opportuni interventi per sgombrare il campo da una miriade di problematiche, in gran parte causate da un regionalismo cieco e che ha creato solo discriminazioni. Altro che efficienza federale! Segnalo che a Milano è attivo lo sportello Sos infertilità, un aiuto per districarsi in tutte queste complicazioni. Al momento non ci sono donatori di gameti femminili, anche perché la donazione di ovuli presuppone dei trattamenti che sono ben più complicati della donazione di sperma (qui un articolo che ne parla). Per cui forse sarebbe utile ragionare su questo versante e trovare dei metodi per incentivare questa pratica. Altro territorio inesplorato è quello di embrioni o gameti già depositati all’estero e che si potrebbe ipotizzare di far rientrare in Italia. Come fare? Altri articoli sul tema 1 2 3 4 5

Aggiornamento 31 ottobre 2014

è stato rimosso il limite dei 43 anni per l’accesso all’eterologa (qui).

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In bilico tra il desiderio di libertà e il bisogno di una guida

Rafal Olbinski

Rafal Olbinski

Vorrei condividere le riflessioni di Lea Melandri, in un paragrafo del suo Amore e violenza del 2011. Sarà il punto di partenza per una navigazione improvvisata, con i miei poveri neuroni. Vi suggerisco di leggere l’allegato (qui), prima delle mie piccole considerazioni. La Melandri ci parla di una libertà che ha delle caratteristiche tutte particolari. La libertà dei nostri giorni è una “libertà di somigliare”. In altri miei post ho più volte sottolineato la mia allergia all’omologazione forzata a modelli ideali di madre, di donna, di persona. Ho sempre cercato di mantenere le distanze da modelli ideali e corporei preconfezionati e scelti per me da qualcun altro, che per quanto possano sembrare rassicuranti e di più facile utilizzo, nascondono il rischio di una falsa scelta e quindi di una non libertà. Una libertà non piena che investe e può travolgere maggiormente le personalità più fragili o per natura o per contesto temporale/emotivo/sociale. Finché il modello ideale, che ci investe attraverso i media e le sollecitazioni sociali, diventa un obiettivo personale, che investe unicamente il proprio corpo e la propria persona, potrebbe restare un problema circoscritto al singolo individuo. Diventa molto più pericoloso quando il modello che ci viene proposto riguarda i nostri figli. La fabbrica di soggetti perfetti, normali, sulla base di standard decisi altrove, nei quali ciascun genitore viene “invitato” a far rientrare i propri figli. Una macchina che induce a incasellare i nostri figli in modelli estetici, culturali e professionali di successo, con un carico enorme di aspettative assurde. Capite che questo meccanismo di conformismo imperante può produrre solo enormi danni. Come se fossimo tutti ancorati a un percorso tracciato in precedenza altrove, da altri. Tutti durante l’adolescenza ci siamo sentiti inadeguati e per questo ci siamo “omologati”, chi più chi meno, ma questa fase dev’essere transitoria, perché poi deve lasciare spazio a individui adulti, in grado di compiere scelte autonome, giuste o non giuste che siano considerate. Compiere percorsi preordinati e confezionare individui perfetti non è purtroppo un vecchio ricordo di progetti di eugenetica, di società totalitarie, ma rappresenta una ricerca tuttora in atto. Il sogno di un prototipo di un’umanità superiore è sempre latente. Paradossalmente, viviamo la contraddizione di sentirci enormemente liberi, ma siamo anche invasi da un “forte senso di impotenza, di una frenesia del nuovo a tutti i costi, intrisa di ansie conservatrici, di esaltazioni individualistiche, accompagnate da rinascenti voglie comunitarie”. Capite quanto le due “anime” vivano in una permanente lotta? La tensione tra il desiderio di libertà e il bisogno di una guida può nascondere il pericolo dell’affermazione di nuove forme di dispotismo (come Tocqueville stesso aveva previsto). Questo dispotismo non è solo di tipo politico, ma può riguardare anche la sfera delle idee, della maturazione delle personalità, della percezione dei propri diritti e dei propri bisogni. Se la libertà viene svuotata di contenuto e restano solo le sue spoglie, con un simulacro di libertà, si affaccia “una servitù regolata e tranquilla”, che ci culla nell’illusione di godere di ogni libertà. Il nostro senso di inadeguatezza viene placato e nutrito da un Bene supremo, da una personalità carismatica che tutto sa e tutto risolve, per noi.

“Ma perché l’eccezione diventi la norma, in una società che si riconosce sia pure formalmente di eguali, è necessario che il modello vincente a cui si è chiamati a somigliare abbia in sé qualcosa di comune, tratti di una generalità riconoscibile e famigliare a molti”.

A questo punto dobbiamo notare le tracce di questo processo nella realtà. Affinché gli individui si lascino traghettare dal pifferaio di turno, devono in qualche modo ritrovare un pezzo di sé o di un modello ideale a cui si anela. Il gioco è fatto. Fateci caso. Nella società dell’individualismo obbligato, un ruolo preponderante assume il corpo, quell’involucro esterno con leggi e limiti propri, ma che va imbrigliato, levigato, perfezionato, reso giovane e bello per dimostrare il successo del suo proprietario o della sua proprietaria. Vi sembra attinente all’attualità? Il pacchetto giovane e bello/a viene venduto e diventa riferimento generale, con stravolgimento di ciò che è normale, di ciò che è emancipazione, di ciò che significa libertà. Perché risulta più rassicurante assomigliare, rifarsi a, seguire, omologarsi che essere semplicemente se stessi, con i propri punti di forza e le proprie fragilità, uniche, dentro e fuori.

 

Aggiornamento 10 settembre 2014

Vi suggerisco questo cortometraggio di  Frédéric Doazan, che rende bene l’idea.

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Cambiare è possibile (e urgente)!

Liz Huston, 2010

Liz Huston, 2010

Ringrazio Il Ricciocorno per la segnalazione di questo articolo.
Varchiamo un territorio delicato, che ho toccato già in passato, diventare madri o non diventarlo.
Le lotte per la diffusione di metodi contraccettivi sicuri, per una sessualità consapevole, per liberare la donna e renderla in grado di scegliere la maternità o meno, sembra che non abbiano intaccato un elemento marcio e tipico di una mentalità patriarcale. Oggi torniamo a essere giudicate e valutate per il nostro essere portatrici potenziali di vita. Siccome siamo leggermente più consapevoli di una gatta o di altri animali, siamo state in grado di elaborare delle alternative a una maternità per destino. Il destino, ammesso che esista, vogliamo comunque che sia grosso modo orientato da noi, per quanto possibile. Ho già spiegato in altri post cosa comporta a mio avviso una maternità, quindi non assimiliamola a una medaglietta, perché poi quella medaglietta non brilla su di noi, ma sull’uomo, perché se analizziamo bene le caratteristiche di questa mentalità oscurantista, è ancora l’uomo il proprietario della prole e della “sua” discendenza. Noi donne siamo solo lo strumento, il contenitore, sino a quando riusciamo biologicamente ad esserlo, poi il nostro valore subisce un semi-azzeramento. Se noi donne siamo “a scadenza”, alla fine questo implica che possano venir posti mille piccoli ostacoli sul nostro cammino di vita. Da giovani non ce ne accorgiamo, ma non appena si avvicina la scadenza, diventiamo “pericolose” per il lavoro, “strane” per il resto del mondo. Questo invade ogni aspetto della vita e venir giudicati per il nostro figliare o meno ci porta a rendere vano qualsiasi nostro tentativo di voler affermare noi stesse, come soggetto autonomo, pensante e portatore di valori e qualità peculiari e uniche. Davvero, desideriamo che delle donne ci si ricordi unicamente per questi aspetti, legati alla riproduzione della specie? Quel che forse abbiamo smarrito, nel corso delle nostre battaglie, è comprendere che la maternità doveva essere lasciata tra quelle libertà personali di scelta. Che la maternità o la famiglia non avrebbero potuto intaccare la nostra convinta partecipazione alle lotte delle donne, così come pensava la de Beauvoir. Azzardo un’ipotesi: in qualche modo ha prevalso una mentalità patriarcale che ha diviso le donne e non ha permesso di dipanare bene questa matassa, questo tema della maternità. Questo nostro contrapporci tra di noi, senza capire il nocciolo della questione non ha prodotto passi in avanti. Siamo noi tutte a essere sotto la lente, questa lente va infranta e per farlo dobbiamo spogliarci di stereotipi, pregiudizi ed etichette. Dobbiamo parlare francamente di questo tema, senza creare fazioni, perché sono queste cose che poi portano alla vittoria di un certo tipo di mentalità maschile. Nessuna ha da insegnare qualcosa a nessuna, dobbiamo scambiarci le idee e diffondere a tutte le altre donne la nostra energia che chiede un mutamento dello status quo, che ci fa dire che CAMBIARE E’ POSSIBILE!

“We are not simply the childbearing and the child-free; our stories extend beyond the production or non-production of others. We are complete in our own right and deserve to be viewed as such”.

A volte mi sembra che il marchio di qualità DOC che ci viene assegnato come “sforna-bambini” sia di grado differente a seconda di quanti figli mettiamo al mondo. Sì, perché il numero conta, non quante attenzioni, cure ecc. sei in grado di offrire ai figli. La mentalità corrente guarda ancora alla quantità e non alla qualità. Dopo il primo figlio inizia il valzer di coloro che ti chiedono quando farai il secondo o perché no il terzo. In pratica, il martellamento non passa, cambia solo il tema e qualche nota qua e là. Quel che è certo è che tu vieni percepita come un utero con i piedi e non si capisce perché tu possa essere impegnata in qualcos’altro, che forse tu abbia scelto consapevolmente per una serie di ottime ragioni, che devono essere rispettate in quanto personalissime e privatissime.
Dobbiamo far sì che quello che ci si aspetta da noi donne sia un valore prezioso per la società, che prescinda dal nostro stato di famiglia o dalle nostre scelte personali. Perché il giudizio su noi stesse non dev’essere sul “come siamo state brave a far tutto, senza dimenticare gli obblighi di riproduzione della specie”, ma sul nostro contributo, sulle nostre capacità, punto e basta. Perché sino a quando a essere biasimata sarà solo la donna senza figli, mentre per un uomo è un dato irrilevante, avremo ancora tanta strada da fare. Perché solo noi donne diventiamo “avariate” stando alla mentalità corrente, che ci portiamo dietro da secoli? Questo è il punto su cui riflettere e da scardinare. Dobbiamo sganciare il nostro “essere donna” dagli aspetti biologici, altrimenti verranno sempre tirati in ballo argomenti come la maternità, l’isteria, la sindrome premestruale ecc. Per nessun uomo è così. Solo per noi donne essere single o in coppia, madri o non, insomma qualunque sia la nostra condizione, diventa un fattore che fa la differenza. Per ognuna di noi il rischio di essere discriminata è molto alto. La nostra società non riesce ancora a vederci come persone e basta, senza etichette di genere o di “contorno” affettivo o familiare..

Noi donne riusciamo a “vincere” ogni qualvolta scegliamo liberamente di fare o meno, di essere o meno qualcosa. La vera vittoria sta nel seguire la nostra strada, nonostante quel che si bisbiglia attorno a noi.
Ma poi, cosa c’è da “vincere”?
Alimentare, tenere in vita e rigenerare questa mentalità patriarcale della riproduzione forzata risulta una consuetudine ancora più indigesta allorquando viene sostenuta dalle donne stesse, che si fanno portatrici di una stigmatizzazione di altre donne sulla base di questioni come la maternità. In pratica, ogni volta che anche noi donne “giudichiamo” altre donne sulla questione “maternità” o su altro, ci rendiamo “complici” di una mentalità che ci rende oggetti, involucri, merce in vendita o da usare.
Se vogliamo poi soffermarci sulle modalità con cui una certa “mentalità” viene tramandata di generazione in generazione, possiamo considerare anche le fiabe, una in particolare tocca il tema. La bella addormentata nel bosco, in cui i due sovrani erano felici, ma non avevano un erede: la procreazione diviene un complemento necessario alla felicità. Quando una coppia si sposa tutti i parenti e conoscenti si aspettano un erede, al più presto. Ad esempio, ogni volta che parenti e amici vedevano mia madre, le toccavano la pancia e si informavano sul suo stato.
L’esibizione di un figlio come attestazione del proprio successo, l’enfatizzazione della maternità, come sfoggio al femminile di un potere esclusivo, legato a logiche meramente riproduttive e non di scelta consapevole. La maternità come sigillo di qualità alla propria esistenza di donna, un elemento che ci viene sempre ricordato e ritorna ossessivamente. Pensiamo alle donne dello spettacolo che ostentano i figli e fanno di tutto per averne. Pensiamo alle copertine dei settimanali di gossip dove schiere di donne sono pronte a presentare al mondo la propria prole, il trofeo della mamma. Pensiamo alle interviste che non mancano mai della domanda: hai mai pensato/desiderato diventare mamma? Mi chiedo, che diritto ha certa stampa di trattare un tema così intimo e delicato in modo così superficiale. Soprattutto, quando certi pseudo giornalisti scandagliano i desideri intimi con una sorta di coltello. Il che accade non solo per le donne di spettacolo giovani, ma soprattutto per le più âgée. Trovo spregevole questo accanimento. Un modo becero e retrogrado di fare bilanci. Peccato che siano solo atteggiamenti verso le donne. Difficilmente certe domande si rivolgono ai maschietti. Chissà perché. . Così si tramandano cliché vecchi e sottoculture difficili da scardinare.
Per chi volesse partecipare, vi segnalo che il 26 settembre, alle 18:00, (nell’ambito degli incontri presso le Biblioteche di Milano, per l’iniziativa Il Tempo delle Donne) Eleonora Cirant, autrice di Una su cinque non lo fa. Maternità e altre scelte, incontra i lettori alla biblioteca Parco Sempione.

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Diploma da genitori

Autumn Park - Leonid Afremov

Autumn Park – Leonid Afremov

La rete pullula di consigli su come essere genitori DOC e quali errori sono da evitare. Ma “il troppo stroppia”.

Un appunto: l’autrice di questo post, oscilla tra due posizioni inconciliabili. Giudica, ma poi sostiene che non si possa giudicare e che occorre sbarazzarci del peso dei sensi di colpa. Forse ho frainteso, ma fatico a capire. L’autrice ha forse un atteggiamento tanto altalenante perché da un lato vuole ergersi a mamma esemplare e dall’altra è consapevole dei suoi limiti e forse è proprio afflitta da quei sensi di colpa di cui parla. Mi deve supportare la tesi secondo cui al giorno d’oggi, una mamma severa sia maggiormente soggetta a critiche rispetto a un papà. Trovo poco corretto sostenere che il modo di comportarsi dei figli dipenda in assoluto da colpe educative dei genitori. Potrei citare svariati casi di bambini “non in linea” con gli standard (che poi bisogna capire chi li definisce), con fratelli “perfetti”. Stessa famiglia, ma caratteri e modi diversi. I bambini non sono tutti uguali e smettiamola di ricercare il modello perfetto. Il modello perfetto serve solo per la produzione capitalista. Sicuramente quelle mamme “imperfette” avranno alle spalle mesi, anni di lotte estenuanti, chi è mamma può capire di cosa sto parlando. Diciamo che alcuni figli sono meno gestibili di altri e che molti scelgono di appaltare il ruolo genitoriale a tate, nonni e asili. Perché quando la situazione diventa tosta, molti scelgono di gettare la spugna, mentre altri continuano a lottare nelle sabbie mobili. Ognuno è libero di scegliere, ma diciamo la verità. Sono dalla parte di quelle mamme “reali” che non rappresentano l’ideale della mamma perfetta, ma sono il risultato di situazioni spesso difficili, che metterebbero a dura prova la pazienza di chiunque. I figli non sono tutti angeli. La maternità non è una favola, soprattutto quando si passa la giornata tra un capriccio e l’altro, senza poter riprendere fiato. Basta con le favole! Raccontiamo che fare i genitori è un mestiere fatto di alti e bassi, costellato da innumerevoli errori, frutto anche di fattori innegabili quali la stanchezza e il fatto che si cumulano ore e ore di contrattazioni con i propri figli h24. Chi sostiene che la contrattazione sia una forma educativa sbagliata, si faccia avanti che lo faccio uscire dal mondo dei sogni! Ci sono persone che inorridiscono quando sentono che fai vedere la tv ai tuoi figli mentre mangiano.. provate ad avere un figlio inappetente e sottopeso e capirete perché i cartoni spesso salvano la vita, non solo delle mamme. L’educazione da manuale è rassicurante, ma spesso inapplicabile e fonte di quei mille sensi di colpa di un genitore. Perché sulla carta siamo tutti bravissimi genitori ed educatori. Sì, mollandoli ad altri. Siamo tutte belle, noi mamme, ma ognuna a suo modo. Le ricette edificanti non esistono, nemmeno nel giardino del re. Essere genitori non è un titolo onorifico, ma va conquistato giorno dopo giorno sul campo. C’è chi ha la mania delle medagliette che attestano questo o quel traguardo raggiunto. Io, ne ho sempre fatto a meno.
Stiamo attenti, perché poi si entra in un circolo vizioso, i genitori diventano i nemici da combattere e migliaia di bambini vengono allontanati dalle famiglie per motivi inesistenti, solo perché qualcuno si è messo in testa che non sei un genitore DOC, con tanto di pedigree. Sicuramente ci saranno in molti casi dei validi motivi, ma a volte sarebbe opportuno valutare meglio. I giudizi troppo frettolosi possono fare molti danni.

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La soluzione? Sciopero della maternità/paternità

 

Secondo questo articolo, le donne hanno retto meglio alla crisi. Come? Semplice, rendendosi talmente flessibili da non creare più alcun problema, diventando strumenti più versatili di sfruttamento. Pochi diritti, zero richieste, senza orari certi, senza garanzie e soprattutto senza famiglia, o meglio senza figli. “L’83% dei manager è convinto che la maternità di una collaboratrice sia un problema”, quindi niente problemi. Tra poco arriveremo ai contratti privati tra datore di lavoro e dipendente in cui oltre alle dimissioni in bianco, firmeremo anche una clausola in cui ci impegniamo a non figliare. Manca poco, vista l’ansia governativa di alleggerimento delle garanzie e della legittimazione del precariato permanente.
Non mi interessano gli specchietti per le allodole delle grandi aziende che si impegnano a favorire la conciliazione (salvo poi licenziare in massa i dipendenti per altre ragioni), non mi interessano gli spot pubblicitari di come si può alleggerire il lavoro di padri e madri in azienda. Vogliamo soluzioni valide per tutti, ad ogni livello e tipologia contrattuale e di lavoro, dipendente o autonomo che sia. Dobbiamo scardinare il mobbing aziendale, morbo che si acuisce quando diventi mamma o papà. Il problema della cura riguarda anche genitori o parenti anziani o malati. Dobbiamo costruire un sistema di condivisione, con buona pace di chi considera il problema solo una questione femminile. Altrove, i papà possono alternarsi con le mamme. Altrove, dove la civiltà è giunta. Io e nessun altr* dobbiamo essere costrett* a scegliere tra lavoro e famiglia, o a rinviare o a rinunciare ad avere figli.
In sede di colloquio non dev’esserci chiesto il nostro stato di famiglia, ma cosa sappiamo fare e le nostre esperienze lavorative. Che io sappia cambiare o meno un pannolino non ti deve interessare, almeno che non stia facendo un colloquio come educatrice o educatore di nido.
Questo si chiama discriminazione.
Iniziamo ad occuparcene seriamente, sistematicamente e non solo saltuariamente?
Vogliamo una legge che garantisca a tutti la libertà e la possibilità di optare per un part-time, anche solo per un breve arco temporale (vedi il modello olandese).

Vogliamo dei servizi che non siano un mero parcheggio per bambini, delle mense scolastiche decenti, vorremmo che l’investimento nelle scuole ci fosse davvero, che un nido non venisse a costare quasi un intero stipendio. Gli interventi a sostegno di maternità e paternità non devono essere appannaggio solo dei redditi più bassi, come strumento anti-povertà, ma devono includere anche tutta quella fascia larghissima di persone che pur appartenendo a livelli di reddito leggermente più alti, non se la passano poi tanto bene. Al netto degli evasori, ovviamente. Altrimenti converrà sempre più lasciare il lavoro. E poi vi meravigliate delle culle sempre più vuote, come evidenzia l’ultimo rapporto Istat.

Per approfondimenti:

1, 2.
– La mia rassegna del 29 maggio 2014

 

P.s.

In questi giorni si tiene il Festival dell’economia di Trento. La solita passerella di donne ai vertici che vogliono darci lezioni di conciliazione. Ne possiamo anche fare a meno.

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Misoginia e potere

Ivan Stepanovych Marchuk (Ucraina, 1936) Luna piena

Ivan Stepanovych Marchuk (Ucraina, 1936) Luna piena

Cosa significa avere un figlio maschio? Cosa rappresenta per l’immaginario femminile? Io non posso raccontarlo in prima persona perché ho una figlia. Leggendo questo articolo di Claudio Marcelli, ho scoperto che le mie prime impressioni in gravidanza erano in controtendenza. Non so come, ma pensavo di aspettare un maschietto, era una sensazione. Non avevo una reale preferenza, desideravo solo che stesse bene.

Marcelli spiega che avere un figlio maschio è un’occasione per crescere un uomo emotivamente alfabetizzato:

“Educare un figlio maschio al rispetto e alla parità è una straordinaria opportunità di opporsi alla discriminazione e alla violenza contro le donne”.

Io aggiungerei che l’educazione passa anche per una non discriminazione in base al genere. Le mamme dovrebbero educare e cercare di rendere indipendenti, autonomi i propri figli, sia maschi che femmine. L’educazione all’autonomia renderà più semplice per i figli spiccare il volo in età adulta, riuscire a cavarsela da soli e non sempre dipendere dai genitori (o dalla compagna di vita che sostituirà la mamma), avere rispetto per l’altro sesso e riuscire a condividere in maniera equilibrata una vita di coppia. Invece, ne parlavo ieri con una ragazza finlandese, sono le stesse donne, madri e compagne, le fautrici di una misoginia latente e invasiva, che rende spesso gli uomini incapaci di assumersi responsabilità, di rendersi veramente autonomi e di gestire una relazione di coppia che implichi anche condivisione delle mansioni e delle attività familiari. Questa educazione differenziata, che ancora in molti casi insegna solo alle bambine a cavarsela da sé, implica un ritardo culturale notevole e una sorta di legittimazione a quell’oppressione permanente e difficile da sradicare. Ci sono tanti piccoli segnali di questo condizionamento e di una mentalità che è diffusa anche a causa di una posizione distorta di noi donne, davanti a un problema educativo dei nostri figli maschi. Se una madre o una compagna non si aspettano dal proprio figlio o compagno maturità, capacità di cooperare in casa, se non educano all’ascolto, al rispetto, alla parità, a una vita compartecipata, i risultati possono essere gravi. Si perpetua un modello gestito su piani distinti e rigidamente separati, su binari inconciliabili, che non riusciranno mai a parlare tra loro. Per questi uomini ci sarà un’unica soluzione, un unico modo di affrontare le relazioni con l’altro sesso, fondato sulla sottomissione della donna, sulla supremazia/egemonia maschile, sul tentativo di opprimere e arginare quella pericolosa emancipazione femminile, che loro fanno fatica a comprendere e ad accettare e che vedono come la causa di tutti i mali. Questa oppressione a volte arriva ad esprimersi attraverso la violenza sulle donne, che è innescata da una mentalità misogina, che serve a legittimare un potere dell’uomo e un possesso incondizionato e illimitato sulla donna.
Così ne parla Giovanna Nuvoletti:

“Perché la misoginia è stata una grande invenzione, grandissima. Le fonti non sono scritte ma ci sono delle prove di una precedente epoca di matriarcato, c’è il lavoro della Gimbutas, ma quel che importa, quel che so per certo, è che c’è stata poi una guerra vera e propria, che ha utilizzato lo strumento razzista della demonizzazione degli esseri da opprimere. Perché si è dovuto opprimere? Per creare il potere”.

La questione non è culturalmente distante da noi, non appartiene a forme arcaiche di cultura. Purtroppo i retaggi di una mentalità misogina sono dappertutto, a tutti i livelli e contesti. Finché noi donne non cambieremo prospettive, non invertiremo la rotta (lasciando emergere l’assurdità di tali aspetti e comportamenti), non smuoveremo le montagne ideologiche di una società e di un’economia che ci vuole “sottomesse” e facilmente strumentalizzabili, non avremo assicurato un superamento delle attuali problematiche relazionali tra uomo e donna. Un’affettività matura implica un profondo e radicato rispetto dell’altro/a. In questo noi donne, nei nostri diversi ruoli, dovremmo insegnare ai nostri uomini a sostituire la paura (che a volte alimenta l’odio) con il rispetto e la voglia di comprensione. Occorre sostituire alla trincea permanente contro le donne, il dialogo e l’apertura. Non ci sono cose che gli uomini e le donne non possano imparare a fare, è giunto il momento di iniziare l’interscambio.

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Come faccio a non far tutto

Masha i Medved

Masha i Medved

Ci ripetono che il mestiere della mamma è il più bello e insieme il più faticoso del mondo. Ma qui parlo per me. È stato il cambio rivoluzionario più radicale, ma oggi, a due anni di distanza, non mi ricordo nemmeno più com’era la mia vita precedente. Non potrei più tornare ad allora, perché oggi ho la mia scricciolina che mi chiama “mammina mia, cara o in alternativa dolce” (ha imparato bene a modulare l’intensità di zucchero nelle parole). Non credete a quelle supermamme che dicono di riuscire a tenere tutto sotto controllo e che nulla grossomodo è mutato! Le cose cambiano eccome e arrivi a prendere decisioni drastiche che mai prima avresti contemplato. Chi non lo fa, chi dice che la sua vita lavorativa continua alla grande, chi sostiene che basta organizzarsi, di solito scarica sugli altri il peso e le responsabilità. Anche perché la giornata è fatta di 24 ore. Ognuna compie le sue scelte, ma almeno non veniteci a raccontare le solite frottole che fanno sentire delle emerite incapaci coloro che non ce la fanno. Non si può far tutto, bene e senza qualche rinuncia, anche di un certo peso. Non esiste la supermamma, esiste la mamma e basta! Cerchiamo di fare del nostro meglio, ma almeno cerchiamo di essere sincere tra di noi.

 
Vi segnalo questo post sulla donna multitasking. Pericoloso strumento di tortura per tutte le donne che non riescono ad essere abbastanza multitasking, che non sono perfette equilibriste tra focolare e lavoro.

Fermiamoci qui, non dobbiamo per forza saper fare tutto e bene. Questo è solo un mito e una immagine surreale di un fantoccio di donna dai superpoteri, abile a risolvere qualsiasi inconveniente. Una specie di colla universale.
Donne che crocifiggono le donne e le istruiscono su come essere donne, mamme e mogli perfette. Ma anche basta!
Il problema della condivisione implica anche una bella sveglia per i maschietti, perché la condivisione non è un nuovo balocco trendy di cui fregiarsi in sede di discussione politica, di associazione femminile o sulle testate di rosa vestite. La condivisione implica cambiamenti e sacrifici reali e congiunti, appunto condivisi.
E poi un augurio a tutte le mamme, della bella copertina del New Yorker del 13 maggio dell’anno scorso.

Felice Festa della mamma a tutte le mamme!

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C’era una volta l’infanzia

Vi segnalo questo articolo, di Simonetta Fiori, che a mio parere è da leggere, leggere, leggere e rileggere: C’era una volta l’infanzia. Ci sono dei passaggi che sono fondamentali e su cui occorre riflettere, per evitare di trasformare il ruolo genitoriale in una figura di manager dell’organizzazione della vita dei nostri figli.

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Parliamo di un altro pianeta

Ma come fai a far tutto 18 marzo 2014

Spesso quando si partecipa a un’iniziativa sulla conciliazione, si esce con la consapevolezza di non essere state brave abbastanza, di non aver saputo fare rete, di non aver saputo resistere alle pressioni del lavoro e di non essere riuscite a proseguire nella professione, senza troppe rinunce. Per fortuna ci sono delle voci che ti fanno sentire meno monade.

Ho partecipato a un incontro (vedi locandina in alto) molto interessante, che mi ha dato l’opportunità di vedere la questione della condivisione della cura (rubo la definizione all’energica e combattiva Carolina Pellegrini, consigliera parità della Regione Lombardia) in modo multisfaccettato.
Chiara Bisconti, assessora Comune Lombardia, che ha sottolineato come tutta la fatica della donna che cerca di far tutto sia in qualche modo finalizzata a un tentativo di incidere sulla società, anche attraverso il lavoro. Occorre parlare di conciliazione in modo strutturato, coinvolgendo tutto il territorio e i vari attori. Ha ricordato la Giornata del Lavoro Agile del 6 febbraio a Milano, che ha fatto risparmiare in media 56 km di tragitto casa-lavoro e 2 ore per gli spostamenti. Ad aprile è previsto un convegno in materia. Il Comune è riuscito a mettere in piedi un progetto di flessibilità oraria per i dipendenti della P.A. e Bimbi in Comune per trovare una soluzione per i bambini nei periodi di vacanza nel corso dell’anno scolastico (per ora solo dipendenti comunali e ATM, in previsione l’estensione al privato). In alcune scuole comunali è stato sperimentato il colloqui genitori e insegnanti via web. Per tutte le iniziative si rimanda al portale del Comune di Milano e alla pagina FB .
Alessia Mosca, deputato del PD, ha sottolineato come le leggi non sono sufficienti a cambiare quello che è un vero problema culturale. Le leggi possono essere dei facilitatori, degli acceleratori di cambiamento, ma ci deve essere un passo in più. La battaglia per le donne nelle istituzioni serve ad incidere con maggior forza nelle sedi decisionali, portando ai primi posti dell’agenda politica i problemi che sono più vicini alle donne e alla loro sensibilità. La legge Golfo-Mosca ha dato avvio alle quote rosa nei CdA. L’On. Mosca ora sta lavorando a una legge sullo smartworking, da attuarsi grazie alle nuove tecnologie, che passa per un cambiamento del modo di lavorare e di concepire il lavoro, le mansioni, le responsabilità, la fiducia e i metodi di valutazione del lavoro svolto. Inoltre sul tema dei nidi: in un periodo di scarse risorse, si dovrebbero utilizzare appieno tutti i fondi strutturali inutilizzati provenienti dal contratto di partenariato con l’UE (3 miliardi spettano all’Italia) potrebbero essere convogliati in un fondo per finanziare nuovi asili nido.

Vi raccomando le iniziative con una marcia in più, portate avanti da Radio mamma, illustrate dalla brillante Carlotta Jesi nel corso della serata.

Ognuna porta con sé il proprio bagaglio di esperienze e le proprie soluzioni. Fino a quando accadrà che il fai-da-te, le ricette personali, la rete a cui sei legata o che ti sei costruita, faranno la differenza nella tua vita, avremo, a mio avviso, sbagliato approccio e saremo fuori strada. Io fortunatamente non sono rimasta schiacciata dalla decisione di sospendere la mia attività lavorativa, dal sottile annientamento psicologico in azienda che preclude ogni futuro. C’è chi da questo tunnel fa fatica ad uscirne e se ne esce lo fa con danni molto seri per la sua salute, come sottolinea la consigliera di parità regionale Carolina Pellegrini. I numeri delle donne che si dimettono dopo la maternità è impressionante. Ma non sembra suscitare nessun sussulto, se non in chi lo vive o lo ha vissuto personalmente. Non etichettateci come le solite donne inclini al vittimismo, perché noi siamo le vittime.

Il tema è ancora una volta di nicchia, ancora una volta declinato al singolare femminile. Noi dobbiamo tendere al plurale, punto e basta. Il plurale include uomini e donne, perché il benessere non è dei singoli, ma del nucleo familiare e dell’intera collettività. Il tema della cura non dev’essere un macigno, ma dev’essere un’occasione per ristrutturare il nostro modello sociale ed economico. Non ci sono risorse e questo funge da scusa per non fare niente. Siccome ogni donna ha da sempre trovato la toppa ai problemi, si pensa che ancora una volta lo debba fare. A discapito di tutto, famiglia e figli, anziani e bisognosi di cura in generale. Perché, la Pellegrini ha sottolineato come la questione della cura abbia una ricaduta più estesa e coinvolga non solo le mamme, ma tutte le donne che si prendono cura di genitori anziani o parenti malati. Inoltre, si deve parlare di conciliazione estesa, perché il tema coinvolge tutta una serie di aree esterne all’azienda, quali trasporti, welfare e servizi. La pappetta degli asili nido, lo ripeterò all’infinito, è una boiata: viene venduta come soluzione, quando in realtà copre molto poco e male. Perché il problema non è dove “sistemo” mio figlio, ma che qualità della vita gli offro, che rapporto riesco ad avere con lui e lui con me. Ci sono tipologie di lavoro che non garantiscono qualità, ma solo stress. Per non parlare poi del fatto che ogni bambino è diverso e ha differenti esigenze. Noi dobbiamo chiedere un sistema che ci consenta non il deposito del figlio, ma la flessibilità necessaria per esserci nella sua vita quotidiana. Quando si parla di smartworking, dobbiamo anche precisare che può essere uno strumento valido anche solo per brevi periodi della vita lavorativa di un dipendente. Mi rendo conto che questo, come altri strumenti di flessibilità, implica un cambio di gestione, di risistemazione delle mansioni e di cultura aziendale, ma penso che ne gioverebbe la produttività del singolo dipendente e dell’intero sistema. La stessa cosa vale per gli uomini e per i papà. Se non scavalchiamo questo muro, avremo solo minestrine inefficaci e propagandistiche. Non esiste solo il pubblico impiego, non esiste solo il dipendente di una grande azienda, o il libero professionista. Esistono una miriade di persone, lavori, realtà aziendali, ognuna con la propria peculiarità. Anche a parità di lavoro, spesso la situazione cambia a seconda dell’azienda, che sia piccola o grande conta poco. Il fatto di rimanere soli con il proprio problema è devastante. In un mercato del lavoro che è sempre più in crisi, dove i sindacati fanno fatica ad esserci (in alcuni settori sono assenti del tutto) e dove il contratto è poco più che carta straccia, siamo schiacciati tra l’incudine e il martello. Per questo è cruciale integrare la conciliazione all’interno dei contratti di lavoro, in sede di contrattazione territoriale secondaria o addirittura individuale, affinché non sia una questione lasciata alla bontà del datore di lavoro. Anche il sindacato deve essere maggiormente consapevole e coinvolto in queste azioni, sottolinea la Pellegrini. Inoltre, sottolinea due punti nevralgici, congedo parentale e rientro dalla maternità, perché non sia solo un problema esclusivo delle donne. Sta crescendo il numero dei congedi parentali dei padri, forse perché le donne sono maggiormente precarie e assentarsi dal lavoro potrebbe portare a perderlo del tutto, per cui se l’uomo ha una situazione più stabile, sempre più spesso richiede il congedo, a rischio reale di mobbing e di discriminazioni.

L’errore che spesso si compie è una tardiva (e non è detto che accada) maturazione di una sensibilità su certi temi, magari solo quando lo vivi sulla tua pelle. Occorre agire prima, creare un sostegno reale che permetta di progettare una famiglia e dei figli. Altrimenti saremo precari sine die, senza figli, senza sogni e senza ambizioni. Pronti per l’inscatolamento finale.

Se non ci battiamo su questi temi, cosa andremo a raccontare ai nostri figli, domani? Che idea avranno di noi genitori che non abbiamo provato a cambiare le cose? A volte quando racconto la mia storia ho l’impressione di essere una marziana, che magari qualcuno mi giudicherà come una che ha gettato la spugna e si è dimessa. Non mi stancherò mai di parlare della mia storia, perché spero che si cancellino quelle insinuazioni e quei pregiudizi e resti solo la voglia di lottare per cambiare le cose. Non siamo marziane, siamo reali e purtroppo spesso isolate. Ecco il senso di un impegno politico, perché i problemi del singolo non rimangano tali, ma siano fatti propri , affrontati e sostenuti dalla collettività. Usciamo dalle nostre nicchie.

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I forgot my mittens

cristalli di neve

 

Premetto che sono di parte e che probabilmente questo difetto invaderà ciò che sto scrivendo. Mi riallaccio al mio precedente post musicale per riprendere il tema dei rapporti tra figli e genitori. È la volta di una delle mie cantautrici preferite: Tori Amos e la sua Winter, brano del 1992, inserito in Little Earthquakes. Le canzoni della Amos sono vere, attenzione, non verosimili. Questo è indubbiamente un elemento imprescindibile per Tori. Sono musicalmente dei cristalli di neve, allo stesso tempo dirompenti e potenti come un ruscello di montagna. Figlia di un pastore metodista e di un’insegnante di origini cherokee, rompe la sua educazione musicale classica per seguire le sue personalissime inclinazioni. Chi l’ha vista dal vivo, attorniata dalle sue numerose tastiere, può tranquillamente affermare che lei è un’unica cosa con il pianoforte.

Ma torniamo al brano, dal testo a tratti ermetico, che racchiude il percorso di un padre e di una figlia. C’è tutta la tenerezza dei ricordi dell’infanzia, che riaffiorano. La piccola Tori si è dimenticata le sue muffole: “I get a little warm in my heart – When I think of winter – I put my hand in my father’s glove”. Poi affiora la consapevolezza che le cose cambiano in fretta, si cresce e bisogna imparare a farcela da soli:

“I tell you that I’ll always want you near. You say that things change”.

Emerge la difficoltà di centrare pienamente ciò che si è, si gira attorno senza riuscire a cogliere l’essenza di ciò che siamo.

E poi i ruoli si ribaltano ed è la figlia che chiede al padre:

“When you gonna love you as much as I do”.

Il tempo è trascorso e molti sogni sono stati abbandonati, ci si confida il desiderio di essere orgogliosi l’uno dell’altra.

Un sussurro chiude la canzone:

“Never change. All the white horses…”

Cosa saranno i cavalli bianchi che in un primo tempo “are still in bed” e alla fine della canzone have gone ahead?

Azzardo un’ipotesi: penso che i cavalli bianchi siano i sogni, i bivi che nella vita si incrociano e che ci impongono una scelta, le occasioni perdute. Sono le porte di quelle scelte mai compiute e che sono ormai chiuse. La strada per diventare adulti passa per il superamento e per il doloroso abbandono di quel mondo di white horses. Nonostante le cose inevitabilmente cambino, quei sogni non mutano e restano dentro di noi.

L’ispirazione deriva da una poesia di E. E. Cummings del 1926, “After all white horses are in bed”, ripresa da Gwyneth Walker nel 1979 nell’opera per coro e piano denominata “White Horses”:

after all white horses are in bed
will you walking beside me, my very lady,
touch lightly my eyes
and send life out of me and the night
absolutely into me?

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Tra il dire e il fare c’è di mezzo il CCNL

Fatta la legge, trovato l’intoppo. Quando ci si lamenta del fatto che non si approntino leggi per agevolare i neo genitori, si dovrebbero anche considerare tutte le tappe successive che rendono o meno attuabili determinati provvedimenti. L’ultimo caso, riguarda il congedo parentale: la Legge di stabilità del 2013 (228/2012) ha previsto di poterne usufruire anche su base oraria e non più solo giornaliera. A ormai 12 mesi di distanza questa nuova modalità non è mai stata applicata per mancanza di recepimento sui CCNL, nonostante il Ministero del Lavoro abbia fornito un’interpretazione molto ampia, che non richiederebbe l’esclusiva gestione a livello nazionale, ma che permetterebbe di regolare la questione anche a una contrattazione di secondo livello. A questo punto, si apre un altro capitolo: quanta forza contrattuale possono avere i lavoratori in sede aziendale, soprattutto se il sindacato latita o è assente. E poi non mi venite a parlare di rappresentanze sindacali a livello di Consigli di amministrazione. Sono tutte chimere, che resterebbero solo sulla carta. Mi permetto di aggiungere che lo scoglio da superare non è la legislazione, ma il contratto e quel che resta dello Statuto dei lavoratori. Perché non tutti hanno la fortuna di essere sotto il tetto di un CCNL o di avere le tutele dei contratti a tempo indeterminato.

Fonte: Sole24ore del 20/01/14 di Alessandro Rota Porta a pag. 19

Aggiornamento: crescono i congedi parentali dei papà (qui), ma guardate bene le fasce d’età e soprattutto la spesa italiana rispetto agli altri Paesi.

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L’arduo mestiere del genitore. Seduta di autoanalisi, autoguidata.

Fare i genitori è un compito complesso, delicato, arduo e costellato di errori, che spesso attraversano le generazioni e si perpetuano identici di padre in figlio. Ci sono genitori che non perdono occasione di lodare e di magnificare le gesta dei propri figli, come esistono altri che non fanno altro che opprimere, denigrare, offuscare in ogni modo l’autostima dei figli. Gli eccessi, si sa, sono entrambi dannosi, ma nel secondo caso si rischia di generare individui insicuri, che si sentono sempre sotto giudizio, che vivono sempre sotto attacco e sono abituati unicamente a sentirsi inadeguati, fuori luogo, insomma delle merdacce per dirla alla Fantozzi. I danni, come dicevo, si possono replicare all’infinito, di generazione in generazione: i figli possono riprodurre il metodo educativo sui propri figli e qualora non lo facciano, ci penseranno i nonni a trasmettere delle immagini fuorvianti ai nipoti. Ci sono genitori che sviliscono i propri figli a vita e continuano a farlo anche davanti ai nipoti, il che finché sono piccoli non produce danno, se non l’ennesimo schiaffo di umiliazione a danno dei figli. I problemi sorgono quando i nipoti crescono e fanno fatica a capire come mai i nonni hanno una così scarsa considerazione dell’operato di un genitore. Sarebbe opportuno prendere le distanze il prima possibile e troncare sul nascere certi comportamenti, parlandone e cercando una mediazione. Se ciò non dovesse essere sufficiente, sarebbe meglio troncare ogni relazione. Ne parlo, perché ne so qualcosa e mi trovo ancora nella prima fase. Il senso di inadeguatezza è sempre stato presente in me, ma non pensavo derivasse dall’esterno. Solo di recente ho compreso che si è trattato di un lavoro che parte da lontano e si è sedimentato in anni di educazione all’annientamento. La frase ricorrente dopo ogni mia piccola conquista era: “ne devi mangiare ancora di pane duro”. Un modo per non farmi riposare sugli allori, che nascondeva uno svilimento di ogni mio sforzo. Non ho mai sentito altro. Le uniche figure che mi hanno fatto sentire amata per quello che ero sono stati i miei nonni materni, che purtroppo ho perso troppo presto. Mi sono nutrita del loro amore incondizionato e sono riuscita a sopravvivere e a crescere meno arida. Loro erano capaci di guardare oltre la mia corazza. Per fortuna, a un certo punto l’influsso dei miei genitori si è ridotto. Partiamo dall’inizio. Mio padre ha schiacciato mia madre dal primo istante. Mia madre ha, a suo dire, cercato di resistere e poi si è arresa. Ultimamente a questo appiattimento si è aggiunta una nuova prassi: la difesa a oltranza di mio padre, pur di mantenere la pace familiare, che poi coincide semplicemente nel far fare a mio padre ciò che vuole e permettergli di disporre degli altri come solo un sultano può fare. Naturalmente ogni opposizione diventa da stigmatizzare e da distruggere. Con gli anni ho capito che in fondo, se una persona finisce con l’appoggiare certi atteggiamenti è perché le va bene così; se si accetta un modo di fare, senza opporsi o cambiare strada, è perché, in fondo, si è uguali. Non puoi mandare giù il boccone amaro all’infinito. Per cui ho capito che la longevità del matrimonio dei miei genitori si basa sul fatto che sono in realtà identici. Le numerose pantomime di separazione non erano serie. Se decidi di accettare certi comportamenti, sei connivente e in fondo ti sta bene. Il lamento di mia madre è solo un paravento, una facciata da mantenere. Pensavo che non fosse una calcolatrice, invece a quanto pare lo è. Ogni cosa dev’essere al suo posto, altrimenti si scatena l’inferno, salvo poi fare la vittima di tutto. Quando si tratta di dire che sono una schifezza e una nullità è al fianco di mio padre, sempre. I suoi tentativi di mantenere un po’ di autonomia sono stati rari. Credo che l’unica cosa che le interessi sia mantenere la facciata di armonia, al primo posto c’è ciò che gli altri pensano della sua famiglia: poca sostanza, molta estetica da famiglia del mulino bianco. Ho passato tutta la prima parte della mia vita a cercare di accontentare i miei, di essere brava, di fare i salti mortali per compiacerli. Poi ho smesso, perché ho capito che era una missione impossibile e che sprecavo solo tempo ed energie. Ho provato ad affrancarmi dall’idea che mi avevano instillato in testa, che fossi un’incapace cronica. Forse, questo mi è servito, perché ho deciso di fare tutto da sola, senza appoggiarmi mai a nessuno. Lo devi a te stessa, altrimenti, rischi di rimanere inchiodata lì,  dove vorrebbero che tu fossi. Così nello studio e nel lavoro, sono sempre giunta alla meta con le mie forze. Ho compreso quanto fosse falsa quell’immagine di incapace. Ho lottato per sbarazzarmi delle varie etichette che mi sono state attribuite, perché non volevo allinearmi, non volevo obbedire ciecamente alla linea impartita da mio padre. Oggi, i miei ci riprovano con mia figlia, non perdono occasione per denigrare il mio ruolo di genitore, mi smentiscono e fanno tutto il contrario di ciò che io vorrei. Finora,  non è successo nulla, mia figlia è troppo piccola per capire, ma siamo al confine ed ho paura che ci possano essere danni seri. Il mio rancore svanisce presto e mi ritrovo a dirmi che non posso troncare ogni contatto, che non posso arrogarmi il diritto di troncare la relazione nonni-nipote. Ma ho paura. La stessa paura che mi assaliva in passato e che a volte riaffiora, quella di sentirmi una merdaccia e di perdere la stima, in questo caso di mia figlia. Mio padre già critica il fatto che mia figlia sia troppo attaccata a me, ma lei ha meno di due anni, quale sarebbe la normalità? Quella ex bambina fragile e insicura è ancora lì, dentro di me, con il suo senso di inadeguatezza. Oggi, rivedo alcune cose della mia infanzia, con un’ottica diversa. Mio padre era spesso assente e quando c’era bisognava stare attenti a non farlo arrabbiare, pena l’inizio di una delle sue “spedizioni punitive”, che consistevano in una sua fuga a casa dei genitori, oppure in un mutismo lungo anche due settimane. Una specie di sospensione di ogni sua ‘incombenza’ familiare. Potete ben immaginare il clima. Durante la mia infanzia ho assistito ad ogni genere di lite. A volte pensavo che fosse colpa mia. Mia madre giocava raramente con me, era sempre troppo occupata a fare altro. Infatti, ricorda poco o niente della mia infanzia. Allora, io la capivo e cercavo di non farle pesare troppo questa assenza, giocavo da sola, facevo i compiti da sola, chiedevo poco o niente. Ultimamente, ho capito che era un’assenza involontaria solo a metà: anche oggi, sostiene di voler trascorrere un po’ di tempo con la nipote, ma ha sempre qualcos’altro da fare, per cui anche adesso la vedi in difficoltà quando deve trascorrere anche solo 5 minuti con la nipote. Saranno solo mie congetture? Quel che è certo è che non voglio che mia figlia ricordi la mia assenza. A volte penso che dovrei risolvere questi problemi che mi porto dentro, perché potrei condizionare il mio futuro e la vita di mia figlia. Ma, l’unica strada è quella di iniziare a perdonare e a perdonarsi soprattutto. Devo scrollarmi di dosso il peso del fallimento totale che mi è stato appiccicato addosso. Forse sono ipersensibile, ma le parole a lungo andare scavano a fondo, quello che ti è stato tolto non torna più, i buchi nell’anima non si riparano facilmente.

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