Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Lo Stato della parità


Vorrei riuscire a scrivere di good news, ma proprio mi manca il materiale. Ci arriva in questo primo scorcio di 2020, la non notizia per cui il Consiglio d’Europa condanna l’Italia nel suo rapporto Grevio, annotando che “la causa dell’uguaglianza di genere incontra ancora resistenze nel paese e che sta emergendo una tendenza a reinterpretare e riorientare la nozione di parità di genere in termini di politiche per la famiglia e la maternità.” Si aggiunge come tali ostacoli si manifestino anche in ambito scolastico, dove non c’è un intervento sistemico sul tema, anzi spesso avversato. La consapevolezza sulle questioni di genere non si costruisce improvvisando o negando la necessità di intervenire nel’educazione delle nuove generazioni e nella formazione universitaria. Quindi dopo l’ennesimo richiamo, come se nulla fosse, tiriamo dritti. Assorbiamo anche i dati sui gap con una facoltà metabolica formidabile, nemmeno i dati del mondo del lavoro, che di anno in anno vengono confermati, ci fanno reagire.

Nemmeno quando la situazione è stra-conosciuta e monitorata da anni: “Dal 2011 al 2017 165.562 donne hanno lasciato il lavoro soprattutto per le difficoltà di mettere d’accordo pannolini e ufficio. E vanno aumentando: erano 17.175 nel 2011 e nel 2017 sono salite a 30.672. Tre su quattro – tra quante si sono dimesse – sono mamme lavoratrici: il 77 per cento del totale, secondo i dati 2017 dell’Ispettorato nazionale del lavoro.”

Per comprendere meglio come si consolidano certi trend negativi, leggiamo uno stralcio dal Sole24Ore:

“Una ragazza su quattro con meno di 30 anni non studia e non lavora . Ancora oggi il 16% delle ragazze meridionali non finisce la scuola, contro il 10% del nord e l’8% di chi vive nelle regioni del centro.

Una nota di Istat mostra che oggi la metà delle donne con due o più figli fra i 25 e i 64 anni non lavora. Fra le coppie giovani che hanno figli solo nel 28% dei casi lavorano entrambi a tempo pieno, il che significa che possono permettersi servizi di accudimento. Una donna su dieci con almeno un figlio non ha mai lavorato , per dedicarsi completamente alla cura dei figli, la media europea è del 3,7%. Al sud ha fatto questa scelta una donna su cinque con almeno un figlio (…).

D’altro canto avere un figlio cambia molto di più la vita professionale di una donna rispetto a quella di un uomo. Alla domanda “fai fatica a conciliare lavoro e famiglia?” la percentuale di uomini e di donne che hanno risposto di sì è la stessa, ma alla prova dei fatti il 38,3% delle madri occupate, oltre un milione, ha dichiarato di aver apportato un cambiamento, contro poco l’11,9% dei padri, circa mezzo milione di uomini.”

Il pericolo di un passo da gambero lo intravede anche l’EIGE:

“I progressi sulla parità di genere non possono essere dati per scontati”, ha affermato Virginija Langbakk, direttore dell’EIGE. “I governi devono aumentare il potere e fornire risorse adeguate ai meccanismi istituzionali che promuovono la parità di genere”. Sebbene tutti gli Stati membri dispongano di organi governativi per la parità di genere, “molti di essi sono stati retrocessi nella gerarchia governativa e le loro funzioni sono diminuite. Le tendenze dell’ultimo decennio hanno portato alla fusione di organismi indipendenti per la parità di genere con altre organizzazioni antidiscriminazione.

L’impegno per l’integrazione della dimensione di genere si è indebolito dal 2012, con solo un quarto degli Stati membri che hanno ottenuto ottimi risultati in questo campo. E mentre la maggior parte degli Stati membri dispone dei metodi e degli strumenti per raccogliere dati disaggregati per genere, la produzione e la diffusione mancano in diversi paesi. Ciò può rendere difficile valutare adeguatamente la situazione della parità di genere.

“Se vogliamo vedere progressi, l’uguaglianza di genere deve essere intrecciata in ogni fase di tutti i processi politici, dalla raccolta di dati disaggregati per genere alla valutazione sensibile dell’azione di genere dell’azione del governo. Questo è l’obiettivo dell’integrazione della dimensione di genere, a cui il Gli Stati membri dell’UE si sono impegnati dal 1995 quando hanno adottato la piattaforma d’azione di Pechino alla Conferenza mondiale delle Nazioni Unite sulle donne “, ha dichiarato Barbara Limanowska, coordinatrice del programma di integrazione della dimensione di genere dell’EIGE.”

Qui per visionare lo stato dell’Italia:

@EIGE


E secondo il Wef, l’Italia qualche passo indietro lo ha fatto in termini di gender gap. Siamo al 76° posto su 153 Paesi nel Global Gender Gap Report 2020, l’anno scorso eravamo al 70°.

Metto in fila un po’ di fatti, forse per deformazione personale che mi porta a stipare fonti.

Il gender pay gap non ci sembra un tema prioritario? Fa nulla, ma qualcuno dovrà guardare in faccia tutti gli aspetti, specie se fa politica.

La zavorra del tempo e di come viene impiegato a seconda del genere non è a mio avviso una faccenda da mettere in coda alla lista, ma andrebbe inserito nelle valutazioni a 360° necessarie prima di varare qualsiasi intervento correttivo.

La difficoltà a conciliare la si racconta, si raccontano le storie personali e se vogliamo davvero che qualcosa cambi, per prima cosa occorre ascoltare e credere a ciascuna, senza la litania di “più nidi per tutti”, perché di semplificazioni mitologiche ne abbiamo abbastanza. Perché diciamocelo chiaro e tondo non di soli nidi e servizi si nutre il superamento del problema. Vi narro brevemente un piccolo dettaglio tratto da un mio recente ritorno al lavoro. Mio marito per conciliare i suoi turni con i miei, per consentirmi di ottemperare all’impegno preso, a un certo punto ha deciso di prendersi 10 giorni di ferie, perché alternativa non c’era. Questo accade, questa è la soluzione fai da te, chiudi “buchi” che mi è accaduta personalmente. Ritengo che in giro ci siano tante soluzioni similari, che però non cambiano i risultati e le acrobazie, quando non ti puoi permettere o non hai nessun aiuto. Immaginate cosa accade nelle famiglie monogenitoriali, senza nonni e senza risorse economiche. Ci arrampichiamo sugli specchi e con il dito giudicante, consigliamo alle donne di trovare un equilibrio che non sempre ci può essere, e nessuno si è mai sognato di parlare di scelte, ma di scelte obbligate che di fatto sono delle tenaglie, delle mannaie. Comunque, restiamo fiduciose in attesa di non sentire più dalla politica “suggerimenti” facili del tipo “tenete duro”, “non lasciate il lavoro, tutto si può fare”. La trappola per le donne sono le donne (e gli uomini) in posizioni confortevoli che danno consigli e magari legiferano sulla nostra pelle, senza scendere al piano terra nemmeno per un secondo.

Lasciamo perdere come da piani privilegiati ci osservano, e torniamo a cogliere l’aria che tira.

Un immaginario e un contesto che sembrano venire dall’800, perché nemmeno negli anni ’50 avrebbero avuto per esempio l’ardire di fare una campagna informativa per la salute femminile come quella ideata dalla Regione Sicilia. Perché le nostre istituzioni sono esattamente lo specchio del livello del pensiero italico medio.

Nel contesto attuale non mi sembra nemmeno un’anomalia che dalla kermesse sanremese, per bocca del direttore artistico e presentatore, sia stata proferita una simile frase:

“Questa ragazza molto bella, sappiamo essere la fidanzata di un grande Valentino Rossi, ma è stata scelta da me perché vedevo, intanto la bellezza, ma anche la capacità di stare vicino ad un grande uomo, stando un passo indietro malgrado la sua giovane età. ”


Non sorprende, non risuona nuova, un pensiero normale, comune, non risulta fuori luogo e fuori tempo, nessuna si alza all’istante e prende le distanze. Accettiamo di stare un passo indietro, lo consideriamo connaturato al nostro dato biologico di femmine della specie. Socialmente in effetti deve essere ancora ben radicato, tanto da poterlo dire con nonchalance. La consapevolezza e la prontezza di un rifiuto (magari un debole segnale di coraggio) non sono qualità evidentemente così diffuse. Quindi, intanto è fluito il concetto dello “stare un passo indietro”, che da quella posizione si guadagna sempre qualcosa, invece di ascoltare le nazifemministe che inquinano il dibattito e le pacifiche relazioni uomini-donne e i buoni vecchi valori saggi di una volta, quando il patriarcato regnava indisturbato. 

Normale quindi sentire di ventenni che non trovano nulla di strano se a decidere del loro futuro sia il fidanzato, che gestisce il loro cellulare, le loro amicizie e scelte di studio, impedendoti ad esempio di iscriverti all’università, perché possessivo e geloso. Il passo per il resto è breve.

Normalizzare e strizzare l’occhio a mentalità e tradizioni per nulla innocue rappresenta la resistenza e la tendenza a conservare tipiche di Paesi fermi a un paleolitico culturale. Si tratta anche di una mancata evoluzione della mascolinità verso orizzonti più paritari e inclusivi, in grado di leggere l’uguaglianza di genere non come un attacco frontale, ma come un’opportunità positiva, che sgombri finalmente il campo da tutte quelle gabbie stereotipate che limitano sia donne che uomini. Ma di questo non possiamo farci carico solo noi donne.

Il raggiungimento della parità di genere non è “un argomento femminile”, ma riguarda tutti e tutte, presuppone l’azione e l’impegno di uomini e donne. Basta con questo eterno fardello che ci lasciamo scaricare addosso.
L’idea che sia una “roba da donne” andrebbe politicamente e culturalmente rigettata, in favore di una visione diversa, di una responsabilizzazione e consapevolezza collettive, che così è un danno per tutti/e. La differenza di approccio non è irrilevante, si vede che occorre ripartire dalle basi e magari imparare qualcosa dal cammino femminista.

Ritornando qualche passo indietro, le reazioni al pensiero espresso a Sanremo ci sono state, ma alla fin fine, tutto passa e si sedimenta, eccome se si stratifica nelle nostre menti.

Ed a furia di recuperare e di guardare con nostalgia al passato, finiamo con lo sdoganare e col mandare in onda anche l’ennesimo trapper, Junior Cally, che supera di gran lunga i suoi predecessori per misoginia, volgarità, sessismo, odio e istigazione alla violenza contro le donne. Ho deliberatamente scelto di non includere i suoi “versi”, per non diffonderli ulteriormente. Perché l’asticella a quanto pare si può solo alzare. Non è che noi non abbiamo capito la musica e l’arte contemporanea, che soffochiamo la libertà di espressione, non è per vecchiezza dei nostri ragionamenti, ma perché premiare un autore di testi violenti contro le donne mandandolo a Sanremo ci sembra un tantino aver oltrepassato il limite, la misura è colma, al di là di ciò che porterà sul palco.

Chiudiamo il cerchio con il richiamo del Grevio di cui parlavamo all’inizio. Non solo è carente un intervento educativo e culturale, ma è addirittura spesso in senso contrario, deleterio. Tutto sembra remare contro e qualsiasi intervento che coinvolge le nuove generazioni appare un esercizio disperato. Parlare con queste basi e in questo contesto può diventare un’impresa titanica. Ma va fatto, nonostante le difficoltà e le resistenze e dobbiamo pretendere che diventi diffuso e permanente in ogni luogo e in ogni istituto scolastico. Che magari si riuscisse a cambiare finalmente modo, parole e termini per fare comunicazione, arte, tv senza dover adoperare i soliti triti e ritriti messaggi sessisti, violenti, misogini e che continuano a legittimare la violenza, la discriminazione e la subordinazione delle donne. Non sentiamo il bisogno dell’ennesima dose quotidiana di finta attenzione, nemmeno se il festivalone decide di “compensare” concedendo uno spazietto alla co-conduttrice per accennare alla violenza maschile contro le donne. Tutto a questo punto appare una messinscena di cattivo gusto, una contraddizione indigesta e posticcia, che testimonia quanto questo Paese abbia compreso la gravità della situazione. Non ci prendete in giro, ne possiamo fare a meno. A questo giro nemmeno delle scuse e dei passi indietro verbali a posteriori possono servire a sanare la faccenda. Perché ormai ciò che è stato detto e fatto è giunto a destinazione e la pezza arriverebbe in sordina. Il messaggio è arrivato forte e chiaro: donne state al vostro posto, vi conviene, magari come diceva Silvio “sposate un uomo ricco”, e fatevi una risata se Sanremo accoglie sul suo palco un trapper che nel suo repertorio colleziona anche testi che sviliscono e umiliano le donne, per usare un eufemismo. Il tutto dalla tv pubblica che dovrebbe fornire gli strumenti idonei per educare una cittadinanza che rispetti le donne. 

Con il passare degli anni tutto appare immutato, immutabile, incellofanato, compresa la rappresentazione e la narrazione che riguarda le donne. Qui un monitoraggio sulla tv pubblica del 2017, a cura dell’Università Roma Tre. Per l’Europa: K. Ross, C. Padovani, Gender Equality and the Media, 2017. Per lo scenario internazionale: http://whomakesthenews.org/. FONTE (grazie alla professoressa Elisa Giomi)

Ci uniamo al sindacato Slc-Cgil che ricorda nel suo comunicato: “che il Contratto di Servizio ci impone di “superare gli stereotipi di genere, al fine di promuovere la parità e di rispettare l’immagine e la dignità della donna anche secondo il principio di non discriminazione”.

Per quanto ci riguarda possiamo far arrivare il nostro dissenso agli organismi di vigilanza e garanzia preposti. Ci sono alcune petizioni su Change.org che stanno girando, ma potete anche scrivere direttamente alla Commissione di vigilanza dei servizi radiotelevisivi com_rai@camera.it

O anche al MISE: comitato.minori@mise.gov.it

Qui un esempio di testo.

Intanto, qualcosa si muove anche in RAI: il presidente della Rai Marcello Foa ha espresso la sua posizione e un richiamo.

Diamo spazio e voce a una differente rappresentazione delle donne. Pretendiamo rispetto e non briciole. E anche nel caso sia stata una trovata per accendere i riflettori su Sanremo, siamo ben oltre il limite, e in ogni caso non sulla nostra pelle, come se nulla fosse. I cosiddetti “creativi”, gli autori sappiano trovare, adoperare contenuti, linguaggio e format idonei a veicolare un differente ruolo della donna, consono ai tempi, consono all’educazione alla parità e all’uguaglianza di genere, consono a tutti i mille impegni che l’Italia ha sottoscritto e che in gran parte sono rimasti sulla carta. Perché per riformare e correggere un sistema siffatto occorre una visione che sappia legare tutti i pezzi che compongono il puzzle delle discriminazioni di genere, consapevoli che come in un domino, un fattore influenza l’altro, indebolendo o rafforzando l’intervento.

P.S.

Ringrazio la sociologa Sveva Magaraggia per queste sue parole:

“Anche la musica, con il suo linguaggio esplicito, può contribuire a migliorare la nostra società se, a mio parere, chi scrive e interpreta le canzoni sia disposto ad assumersi appieno la responsabilità dei messaggi che veicola. Perché è troppo semplice nascondersi dietro “l’arte”, il diritto di parola, di espressione, quando quella espressione è pregna di violenza compiaciuta. Nessuno vuole impedire a questi artisti di esprimersi, ma che almeno abbiano il coraggio di assumersi la responsabilità di ciò che scrivono e cantano, perché quelle canzoni hanno conseguenze sulla formazione del pensiero di centinaia di giovani, abituano alla degradazione di esseri umani. Nessuno vieta loro di avere questi pensieri, ma costringerli a porsi domande che sorpassino il troppo facile scarico di responsabilità fornito dall’appello alla libertà artistica, sì. Questo sì. Soprattutto su una tematica così delicata come la violenza degli uomini.”

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Verso una piena parità retributiva


Continuiamo ad esplorare il tema donna-lavoro, che avevamo intrapreso qualche giorno fa (qui).

Le discriminazioni nel mondo del lavoro sono molteplici e le donne anche quando un’occupazione ce l’hanno, devono spesso ‘subire’ una retribuzione minore rispetto al collega uomo, a parità di mansioni. Perché così si fa, perché tra contratti nazionali e di secondo livello c’è un abisso e questi giochetti retributivi sono assai frequenti.

Il problema non è solo l’occupazione, ma quale occupazione, la sua qualità e la sua remunerazione, quanto vieni valorizzata oppure devi semplicemente adattarti, prendere o lasciare. Con differenze regionali che pesano tanto e creano vere e proprie discriminazioni nelle discriminazioni.

Prosegue il percorso iniziato a ottobre in regione Lombardia, fortemente voluto e portato avanti dalla consigliera Paola Bocci (qui il primo step), sul tema del gender pay gap.

Il divario retributivo di genere misurato dalla Commissione europea è la differenza nella retribuzione oraria lorda tra uomini e donne, trasversale ai vari settori dell’economia. Il divario retributivo di genere medio in Italia è del 5,3% (Il divario retributivo di genere medio nell’UE è del 16,2%).

(Per approfondire i dati a livello europeo qui e qui trovate la documentazione).

Ma la misurazione sulla paga oraria lorda non è sufficiente. Tenendo insieme la differenza sulla retribuzione oraria (differente tra pubblico e privato), sul numero di ore lavorate (molte donne hanno un part-time involontario) e il tasso di occupazione (uno dei più bassi in Europa), la disparità complessiva è decisamente più alta e il divario retributivo annuale medio arriva al 43,7% .

“Nel 2017 l’UE ha presentato un piano d’azione per colmare il divario retributivo tra donne e uomini. Il piano affronta questioni quali gli stereotipi e l’equilibrio tra vita professionale e vita privata e invita i governi, i datori di lavoro e i sindacati ad adottare misure concrete per garantire che la retribuzione delle donne sia determinata in modo equo.”

La situazione è meno grave nel settore pubblico (l’anzianità è spesso uno dei parametri della retribuzione), mentre nel privato (laddove spesso il guadagno dipende da fattori come straordinari, flessibilità, trasferte, che penalizzano le donne) si accentua. Così come il gap è più elevato ai livelli apicali (con ricadute anche sulla possibilità di influire su politiche aziendali).

Angela Alberti, del coordinamento donne Cisl Lombardia, nel suo contributo al dibattito avviato dalla consigliera Paola Bocci, ha precisato:

“Nonostante l’articolo 37 della Costituzione che recita “La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore” e l’accordo interconfederale del luglio 1960 che ha posto fine a contratti collettivi di lavoro con tabelle salariali diversificate fra uomini e donne, questo fenomeno è ancora presente e diffuso, nel nostro paese come in Europa. La differenza di stipendio si manifesta già sulla paga oraria (dati Eurostat) e viene poi ampliata da altri fenomeni (quali ad esempio il minor tasso di occupazione).”

Inoltre, occorre concentrarsi sul fatto che l’evento che accentua e aggrava la situazione è la maternità, che crea di fatto conseguenze difficilmente sanabili e reversibili.

“Uno studio preliminare dei dati amministrativi dell’Inps, svolto all’interno del programma VisitInps, permette di stimare l’effetto della nascita di un figlio sulle carriere dei genitori e quantificare così la penalizzazione femminile in termini di reddito da lavoro.”

Cosa accade al reddito da lavoro di una donna intorno alla nascita del figlio?

“il ritorno ai livelli precedenti la maternità avviene solo dopo circa venti mesi, rispecchiando un lento rientro al lavoro, la riduzione delle ore lavorate e il rischio di lasciare o perdere la propria occupazione. La probabilità di lavorare con un contratto a tempo indeterminato o a tempo pieno, infatti, si riduce, dopo 36 mesi, rispettivamente dell’11 e del 16 per cento, mentre in media i giorni lavorati diminuiscono del 5 per cento. Se si considera l’andamento crescente del reddito nei tre anni che precedono l’inizio del congedo di maternità (….), lo scenario si aggrava: oltre al lento ritorno ai livelli precedenti la maternità, la nascita del figlio apre un divario fra il reddito percepito dalla donna e quello che avrebbe ricevuto in assenza della nascita – ipotizzando un trend costante – e il divario non si colma nel tempo.”

Le norme in Italia non mancano, ma occorre spingere per una loro piena e concreta applicazione.

La legge 125/91 rafforza il concetto con Azioni positive per la realizzazione della parità uomo-donna nel lavoro: favorendo sulla carta misure di conciliazione (diversa organizzazione aziendale), istituendo il comitato Pari opportunità a livello nazionale e rafforzando il ruolo e l’operatività della figura regionale della Consigliera di parità.

Secondo l’articolo 46 del D.L. 11 aprile 2006 n. 198 – Codice per le pari opportunità fra uomini e donne – le aziende pubbliche e private che occupano oltre 100 dipendenti sono tenute a redigere un rapporto almeno ogni due anni sulla situazione del personale maschile e femminile, compresa la retribuzione effettivamente corrisposta (vi anticipo che a breve pubblicherò un approfondimento riguardante la Lombardia).

Considerando la composizione aziendale più diffusa in Italia, sarebbe auspicabile ampliare la platea di imprese coinvolte in questa indagine, includendo anche piccole realtà (chiaramente semplificandone la compilazione), in modo da avere un’analisi più completa.

Assolombarda spiega il suo punto di vista e a proposito di differenziali tra uomini e donne, anche a parità di mansioni svolte, li giustifica:

“alla luce di fattori che oggettivamente influiscono sull’evoluzione professionale: discontinuità legate alle maternità che rallentano l’accumulo di esperienza, la cura della famiglia che si traduce in vincoli alla mobilità e/o minori disponibilità in termini di orari di lavoro limitando così le scelte professionali, ecc.”

In pratica, ci sarebbero fattori che per l’imprenditore sono cruciale nel determinare la retribuzione: dal livello di scolarità, all’esperienza nel ruolo, al grado di qualificazione, ai livelli di responsabilità.

Quindi sembrerebbe una cosa “giustissima” penalizzare le donne, che chiaramente hanno una carriera più discontinua poiché si devono tuttora assumere quasi totalmente i compiti di cura (secondo l’ultimo rapporto Censis “l’81% delle donne cucina e svolge lavori domestici ogni giorno e al 97% di esse è demandata la cura dei figli”). Equo no?

Se ci capita di parlare nelle scuole medie o superiori di questi temi, troveremo più o meno le stesse considerazioni “imprenditoriali”: le ragazze e le giovani donne spesso sottovalutano il problema e a volte viene dato per immutabile, come qualcosa di connaturato al genere. In pratica spesso ci si ferma ben prima di iniziare a lottare per invertire lo status quo, sia in termini di compiti di cura che di parità nel mondo del lavoro. L’indifferenza e la rassegnazione non possono essere la risposta.Soprattutto, occorre capire cosa avviene nella contrattazione di secondo livello, come viene costruita la parte variabile della retribuzione, come vengono gestite le premialità ecc.

Colmare il divario retributivo di genere, il gender pay gap, è al centro dell’impegno dell’Ue, ma occorre un impegno a tutti i livelli nazionali, e quello regionale non può certo sottrarsi a questa sfida non rinviabile.

Dopo un lungo percorso di studi, incontri e analisi, coordinato e curato da Paola Bocci (qui La pubblicazione – https://www.pdregionelombardia.it/pubblicazione2-30aprile-post-stampa/), è stata elaborata una proposta di legge regionale, presentata alla stampa lo scorso 3 maggio.

 

 

Questo testo andrebbe a modificare la legge regionale quadro sul mercato del lavoro in Lombardia, la l.r. 22 del 28 settembre 2006. Tale legge, all’articolo 22 elenca le azioni per la parità di genere e la conciliazione tra tempi di lavoro e di cura, ma non prevede azioni specifiche per il raggiungimento della parità retributiva. È arrivato il momento di attivare azioni positive e provvedimenti mirati a ridurre il divario retributivo, agendo su diverse linee di intervento.

In primis occorre far emergere maggiormente il fenomeno, attraverso una maggiore trasparenza dei dati raccolti e pubblicizzazione/diffusione del rapporto biennale redatto dalle imprese con più di cento dipendenti e della Relazione della Consigliera regionale di Parità.

Come secondo elemento, è necessario dare sostegno e impulso all’orientamento agli studi e ai percorsi di formazione delle ragazze, che le prepari alle qualifiche professionali più richieste dal mercato del lavoro. Quindi contrasto alla segregazione di genere negli studi e aiutare le donne a migliorare le proprie capacità di contrattazione e avanzamenti di carriera.

“In Lombardia le studentesse universitarie sono oltre la metà (54%), ma solo il 33% sceglie una laurea STEM fra scienza, tecnologia, matematica e ingegneria, dove – nel caso specifico – abbiamo un tasso ancora inferiore del 24%.”

Stiamo attenti anche a legare troppo studi-richieste del mondo produttivo, perché queste ultime cambiano rapidamente e spesso non è facile prevederne gli sviluppi. Quindi un ruolo centrale sarà determinato dalla formazione continua e permanente. E poi, occorre sempre tenere presenti le inclinazioni personali che permettono anche di finire gli studi, perché scegliere unicamente in funzione di un ipotetico sblocco lavorativo può rivelarsi a volte controproducente e non portare a nessun risultato.

Dobbiamo altresì intervenire su un dato assai preoccupante:

“Quattro giovani donne italiane su dieci fra i 25 e i 29 anni sono “inattive”, cioè non studiano, non lavorano, non cercano lavoro. Sono le cosiddette NEET. Fra i ragazzi della stessa età la percentuale è del 28%, che pone questo gender gap al quinto posto fra i più alti dell’area OCSE. I dati parlano chiaro: per le giovani donne dunque vale l’adagio: meno studi, meno lavori e se lavori si va allargando il gap con i coetanei uomini: il divario fra tassi occupazionali di maschi e femmine è maggiore dove si studia di meno. In altre parole, lo svantaggio si accumula nel tempo.”

Il terzo livello di intervento riguarda il supporto a enti locali e imprese che promuovono la parità di genere anche salariale, attraverso:

– la costituzione e allo sviluppo di reti di imprese locali,

– l’istituzione di un Albo delle imprese virtuose,

– l’introduzione di premialità (da concordare con sindacati e associazioni datoriali, che possa anche incentivare a fini di ritorno d’immagine per le aziende),

– l’introduzione di una giornata dedicata,

il tutto avvalendosi di finanziamenti del Fondo Sociale Europeo e finanziamenti propri regionali.

La quarta linea di intervento è costituita da un insieme di azioni di sostegno al reddito per periodi temporanei, per integrare reddito e contributi previdenziali in caso di utilizzo di congedi parentali e di lavoro part-time o astensione facoltativa per motivi di cura e assistenza di familiari. A questo si aggiungerebbero percorsi di formazione e aggiornamento per chi rientra al lavoro dopo la maternità o assenze per cura di familiari.

È stato stimato un fabbisogno di spesa di 3 milioni di euro l’anno.

E per sviluppare azioni di promozione, sensibilizzazione, verifica e monitoraggio si prevede l’istituzione di un Tavolo di lavoro permanente che coinvolga Regione, organizzazioni sindacali, associazioni datoriali, università, CPO (Consiglio per le Pari Opportunità), Consigliera Regionale di Parità.

Dopo il deposito della proposta di legge, sarà necessario che si crei un consenso per discuterlo prima in commissione e poi in aula. Ci si augura una collaborazione dell’assessora alle Politiche per la Famiglia, Genitorialità e Pari Opportunità Silvia Piani e dell’assessora all’Istruzione, Formazione e Lavoro Melania De Nichilo Rizzoli.

Questo significa fare la differenza in politica, questo è il lavoro che ci aspettiamo che donne nelle istituzioni portino avanti, quindi grazie a Paola Bocci per aver saputo costruire, con metodo e convintamente, questo percorso, conclusosi con una proposta concreta e ben articolata. Abbiamo bisogno di capacità di questo calibro.

Il mio auspicio è che questa attenzione dedicata alle condizioni di vita delle donne si diffonda sempre più e che non siano considerate materia di serie b. La spinta propulsiva dobbiamo darla noi donne e dobbiamo accorgerci dell’importanza cruciale di questi aspetti, ne va del nostro futuro e di quello delle donne di domani. Sentire donne che continuano ad attraversare l’attività politica e le istituzioni in modo neutro, senza mai portare qualcosa di proprio o curarsi di adottare un approccio di genere, è assai triste e direi anche alquanto inutile. Aver cura di questi temi non è ghettizzante come qualcuno/a pensa e afferma, è ciò che hanno bisogno le donne e gli uomini di questo Paese.

Perché il benessere delle donne, la parità e la partecipazione eguale a tutti gli ambiti di vita fa bene a tutta la società. Uomini abbiamo bisogno che questo cammino lo facciate insieme a noi!

 

Per approfondire la proposta di legge regionale a prima firma Paola Bocci:

https://www.pdregionelombardia.it/conf_stampa_gpg-3maggio19/

https://paolabocci.wordpress.com/2019/05/03/un-progetto-di-legge-regionale-per-raggiungere-la-parita-salariale-materiali-e-comunicato-stampa/

https://www.pdregionelombardia.it/16147/

 

 

ARTICOLO PUBBLICATO IN ANTEPRIMA SU DOL’S MAGAZINE

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Guadagno meno di te: percorso tra i differenziali di genere, alla ricerca di soluzioni


Avviato a Milano, in Regione, un percorso sul tema del gender pay gap. Un’iniziativa articolata di approfondimento e informazione, che sarà seguita da un confronto tra tutte le parti, per avanzare suggerimenti e proposte concrete.

Secondo il recente rapporto Oxfam, meno della metà della popolazione femminile italiana è occupata e tra queste 1/4 lavora in ruoli al di sotto delle proprie potenzialità. Circa 3 lavoratrici su 4 sono “vittime” del part-time involontario, per tenere tutto in equilibrio figli, vita privata, lavoro, finché ce la si fa. Il dato del 2016 fornito dall’Ispettorato del Lavoro sulle dimissioni volontarie con figli fino a 3 anni d’età parla chiaro: sono state 37.738, di cui le donne che si sono licenziate sono state 29.879. Tra le mamme, appena 5.261 sono i passaggi ad altra azienda, mentre tutte le altre (24.618) hanno specificato motivazioni legate alla difficoltà di assistere il bambino (costi elevati e mancanza di nidi) o alla difficoltà di conciliare lavoro e famiglia. La Lombardia è in testa con un numero altissimo di dimissioni convalidate: 8.850, di cui 3.757 sono dovute al passaggio ad altra azienda, ma tutte le altre (5.093) sono legate a motivi familiari. Tra le donne quasi la metà (3.105) si sono licenziate per mancato accoglimento al nido, assenza di parenti di supporto e elevata incidenza dei costi di assistenza del figlio. Considerando che al nord i costi del nido si aggirano attorno ai 500 euro, con differenze regionali notevoli e valori minori al Sud. Nidi e servizi alle famiglie sono ridotti ai minimi termini, come ricordato ancora dall’Istat in una recente analisi. I posti disponibili, in tutto 357.786, coprono solo il 22,8% del potenziale bacino di utenza (i bambini sotto i tre anni residenti in Italia).

I dati appaiono impietosi a questo proposito: i lavori domestici sono ancora prerogativa delle donne (81%) rispetto agli uomini (20%), il 97% delle donne contro il 72% degli uomini si prende cura dei propri figli.

Questa situazione alimenta e perpetua le discriminazioni, perché ai colloqui di lavoro, come sempre compare la domanda “vorrai avere figli?” e se per caso ne hai, quasi sempre ha risultati negativi nella selezione.

slide Oxfam

Solo il 55% delle madri italiane lavora, di cui il 40% ha un contratto part-time e la metà si tratta di una scelta obbligata. Se si mettono insieme l’ammontare medio di uno stipendio part-time e i costi per il nido si comprendono i dati del numero di donne che optano per le dimissioni.

I dati evidenziano come l’Italia sia ancora indietro in tema di accesso al mercato del lavoro, retribuzione e avanzamento di carriera.

Nel 2017: una donna su due non aveva un lavoro; solo il 48,9% delle donne tra i 15 e i 64 anni aveva un’occupazione; più del 10% delle donne occupate era a rischio di povertà, ovvero donne che pur lavorando vivono in un nucleo familiare con un reddito disponibile al di sotto della soglia del rischio povertà. L’Italia ha continuato ad essere tra i peggiori attori per quanto concerne il tasso di partecipazione economica delle donne, indicatore monitorato nel Global Gender Gap Index realizzato dal World Economic Forum: posizionandosi al 118° posto su 142 Paesi.

Il divario di genere si allarga così, secondo il Wef, oltre il 30%. Una situazione ancora più inaccettabile visto che dal 2006 l’Italia ha dovuto recepire, tramite il decreto legislativo 198, una direttiva europea su pari opportunità e pari trattamento tra uomini e donne in materia di occupazione. L’ennesima norma rimasta lettera morta nel Paese reale.

Si ripete sempre che il divario di genere fa male non solo alle donne ma anche all’economia. È quindi sempre più importante non dimenticarsi di questo aspetto e cercare di intervenire. Per questo è importante il percorso avviato sul tema dalla consigliera regionale Paola Bocci, che porta a interrogarci e a confrontarci alla ricerca di risposte e soluzioni, un’iniziativa articolata di approfondimento e informazione, che sarà seguita da un confronto tra tutte le parti, per avanzare suggerimenti e proposte concrete. Presso il Pirellone, il 15 ottobre si è svolta la prima tappa a partire dalla domanda “Ma perché io guadagno meno di te?”, dai risvolti assai interessanti, grazie a un approfondimento di ottimo livello apportato dagli interventi. Paola Bocci apre i lavori con un intervento che potete leggere qui.

“In Lombardia, la Regione con il maggior numero di donne occupate, se il divario occupazionale tra uomini e donne è meno sensibile che in alte regioni, resta significativo invece il divario salariale. Questo anacronistico permanere di un alto differenziale retributivo tra uomini e donne, pur in presenza di una legislazione di sostegno in apparenza ineccepibile, non accenna a diminuire, relegando le donne in posizione di subalternità e causando danni anche alle aziende. Tutto avviene però in un clima di inconsapevolezza collettiva, che quindi rende urgente e necessario approfondire il fenomeno da differenti punti di vista, cercando di individuarne. È un tema sentito e su cui viene chiesto di intervenire per ridurre il divario, anche considerando che la parità di genere è uno dei primi 5 obiettivi di Sviluppo del Millennio per l’Onu.”

Questo gap evidenzia come il mondo del lavoro non vada di pari passo con i cambiamenti in corso nella società civile.

Per approfondire questo tema è necessario definire un metodo di analisi corretto, per ottenere dati percentuali affidabili e saper leggere i dati in rapporto agli ambiti produttivi, alla scolarità e in tutto il percorso lavorativo.

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Promuovere la parità. Cosa ci racconta l’ultimo report europeo.

 

Lo scorso marzo, in sordina sui media italiani, è arrivato il nuovo report sulla parità uomo-donna in UE.

Suddiviso in vari capitoli, cerca di toccare i temi più rilevanti in materia di gender equality:

1. Aumentare la partecipazione femminile al mercato del lavoro e la pari indipendenza economica delle donne e gli uomini

2. La riduzione delle differenze salariali e pensionistiche di genere, per combattere la povertà femminile

3. Promuovere la parità nel processo decisionale

4. Lotta contro la violenza di genere e la tutela e il supporto delle vittime

5. Promuovere l’uguaglianza di genere ei diritti delle donne in tutto il mondo

6. Integrazione di genere, i finanziamenti per la parità di genere e la collaborazione tra tutti gli attori.

 

Il gap occupazionale europeo tra uomini e donne, registra un andamento stagnante (pur rilevando un aumento dell’occupazione per entrambi i sessi) a partire dal 2012-13, con un 12% circa di distanza media, chiudendo nel terzo trimestre 2016 a 77,4% per gli uomini e 65,5% per le donne. Si riduce il distacco nella fascia più adulta di lavoratori, a causa di una tendenza diffusa per le donne a lavorare più a lungo (si pensi alle riforme pensionistiche).

 

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Sfatiamo gli stereotipi sulle donne

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Fonte: Women in Work Index 2017, a cura di PwC

Ho trovato questo articolo di Katja Iversen sul sito del WEF. Ve lo propongo inframezzato da considerazioni/integrazioni personali.

“Le donne sono più adatte a fare figli che a fare soldi.” Sembra un pensiero ridicolo, ma su miti e pregiudizi come questo si sono basate le decisioni dei nostri antenati (e antenate) per generazioni.

Ancora oggi, purtroppo quando si parla di ragazze e donne è visibile e tangibile la battaglia quotidiana contro luoghi comuni e immaginari che limitano le loro opportunità e potenzialità. Contro questi muri le donne devono lottare, per poter fare passi in avanti in ogni ambito della loro vita. Questi muri vanno abbattuti per il bene dell’intera comunità e del Paese. Non è solo una questione femminile, non ci stancheremo mai di ripeterlo. Il nostro compito è smontare gli stereotipi. Cambiando cultura nella società, avremo cambiamenti anche nei luoghi di lavoro.

Le donne sono risorse ed agenti economici importanti, anche e soprattutto in tutti quei lavori di produzione e di riproduzione spesso invisibili e non riconosciuti/retribuiti.

Le donne ogni giorno superano le barriere di genere. Sono in grado di dare vita a imprese informali e formali a partire da un piccolo capitale. Sono capaci di creare reti per ottimizzare le risorse, il tutto continuando ad assumersi le responsabilità tradizionali di cura che gravano ancora in gran parte su di loro. Le donne resistono nonostante le leggi e le politiche pubbliche non sono “amiche delle donne”. Quindi abbattiamo una volta per tutte i falsi miti che ancora ci impediscono di investire in modo coraggioso sulle donne.

Per questo credo sia interessante riflettere su alcuni di questi “stereotipi/miti canaglia”.

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Di nuovo sull’applicazione della direttiva 2006/54/CE

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Risoluzione del Parlamento europeo dell’8 ottobre 2015 sull’applicazione della direttiva 2006/54/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 5 luglio 2006, riguardante l’attuazione del principio delle pari opportunità e della parità di trattamento fra uomini e donne in materia di occupazione e impiego (2014/2160(INI)).

Questo il nuovo capitolo dell’UE in materia di pari  opportunità e parità di trattamento fra uomini e donne in materia di occupazione e impiego. Ne avevo già ampiamente parlato qui.

Il gender pay gap arriva a una media del 16,4% (con distanze anche notevoli tra i diversi Stati membri), ancor più preoccupante è il divario pensionistico (che è una diretta conseguenza del divario retributivo) che giunge a una media europea del 38,5%.

Il parlamento europeo invita la Commissione a procedere a una profonda revisione della direttiva del 2006, che giunga a formularne una ex novo e, contemporaneamente, invita gli Stati membri e la Commissione ad avviare una serie di iniziative per contrastare e “risolvere” il divario retributivo e il divario di trattamento tra uomini e donne in UE.

Si parla chiaramente di trasparenza, per cui si propone la creazione di un sistema di valutazione e di classificazione professionale chiaro e neutrale rispetto al genere. La trasparenza è declinata anche in termini di salari e della necessità di una definizione di criteri chiari per misurare il valore del lavoro, affinché a parità di mansioni si abbia pari retribuzione.

A tal proposito l’Istituto Europeo per l’Eguaglianza di Genere (EIGE) è pronto a lanciare un nuovo database eige.europa.eu/sites/default/files/documents/MH0214932ENN.pdf che funzionerà come punto d’accesso unico a tutte le statistiche di genere per l’UE e i singoli Stati membri. Includerà dati su mercato del lavoro, situazione economica e finanziaria di donne e uomini, uso del tempo, istruzione e formazione, violenza basata sul genere. È pronta anche una nuova piattaforma sul mainstreaming di genere, con informazioni pratiche e strumenti per introdurre l’ottica di genere nel lavoro delle istituzioni e degli organismi decisionali.

La risoluzione non legislativa, che richiama l’importanza di una rappresentanza equilibrata di genere negli organi amministrativi delle aziende, invita la Commissione a introdurre audit salariali obbligatori per le società quotate in Borsa negli Stati membri dell’UE, e a introdurre sanzioni contro le imprese che non ottemperino alle loro responsabilità in merito alla parità di genere. Un bel “disturbo” per l’attuale gestione fantasiosa delle retribuzioni.

La risoluzione cerca di dare anche un calcio agli stereotipi, incoraggiando campagne di sensibilizzazione destinate a tutte le classi sociali, con un maggiore coinvolgimento dei media, strategie per scongiurare la segregazione professionale delle donne e incentivare scelte aperte in merito al lavoro. Si auspica anche l’integrazione delle questioni di genere nell’istruzione e nella formazione professionale. Viene ribadito che l’emancipazione delle donne e delle ragazze passa attraverso l’istruzione.

Si invita gli Stati membri ad applicare attivamente il bilancio di genere contribuendo così al miglioramento della situazione delle donne sul mercato del lavoro; invita la Commissione a favorire lo scambio di migliori pratiche per quanto concerne il bilancio di genere.

Gli Stati membri dovrebbero intensificare gli sforzi per combattere il lavoro sommerso e precario; si “evidenzia l’elevato livello di lavoro sommerso femminile, che incide negativamente sul reddito delle donne, sulla copertura e sulla tutela previdenziale e si ripercuote negativamente sui livelli del PIL dell’UE; sottolinea la necessità di affrontare in particolare il lavoro domestico, svolto soprattutto da donne, considerandolo una sfida particolare, in quanto rientra principalmente nel settore informale, è singolarizzato e per sua natura invisibile, e richiede pertanto l’elaborazione di misure mirate per affrontare la questione in modo efficace; deplora inoltre l’abuso dei contratti di lavoro atipici, fra cui i contratti a zero ore, utilizzati per eludere gli obblighi in materia di occupazione e protezione sociale; si rammarica dell’aumento del numero di donne intrappolate nella spirale della povertà lavorativa”.

Si accenna al fatto che la Commissione debba introdurre controlli e standard comuni per garantire l’indipendenza e l’efficacia degli organismi nazionali per la parità.

Si invitano gli Stati membri a creare le condizioni per l’assistenza legale gratuita alle vittime di discriminazioni, insieme al divieto di qualunque discriminazione basata sull’orientamento sessuale e l’identità di genere, minoranze etniche, e a un richiamo per implementare politiche di conciliazione come leve per superare divari e discriminazioni.

Invita gli Stati membri ad adottare le misure necessarie per invertire l’onere della prova, garantendo che spetti sempre al datore di lavoro provare che tali differenze di trattamento verificate non abbiamo generato alcuna discriminazione.

Insomma, si delineano interventi a più livelli, a 360°. Il lavoro da fare è tanto, e sarebbe ora che ci fosse anche un movimento delle donne che dal basso spinga affinché i decisori politici nazionali ascoltino e applichino questi suggerimenti europei. Altrimenti queste parole cadranno ancora nel vuoto. E sarà anche una nostra responsabilità diretta, con effetti devastanti non tanto su di noi, quanto sulle prossime generazioni, che man mano perderanno buona parte delle conquiste fatte, se nessuna di noi le difenderà. Per quanto tempo dovremo ancora sentirci dire che certe discriminazioni ce le dobbiamo combattere da sole, ognuna per proprio conto, chi può può, chi non ce la fa si arrangi? E ancora ci verrà consigliato di trovarci il marito ricco, come paracadute sociale ed economico. E ancora una volta come tante pecorelle ci convinceremo che questo è il nostro unico destino. Vantaggio per poche, baratro per tutte le altre. E nei salotti buoni ci si gingillerà con l’idea di essere grandi filantrope. Vi ricordate la mamma suffragetta dei bimbi del film Mary Poppins..? Dall’altra parte c’è un mondo in cui ci si sporca le mani, si fa fatica, si lotta, ci si espone anche in prima persona. Parlo per esperienza personale. Quando ci sveglieremo?

 

Mary Poppins Winifred Banks

 

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