Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

It is time for a bit of honesty

IVF

 

Julie Bindel si addentra nel tema della maternità surrogata e rileva alcuni importanti aspetti e lati nascosti di una pratica sempre più diffusa, una frontiera di business internazionale molto appetitosa e che solleva molti dubbi di carattere etico. Non è da sottovalutare anche il rischio di un egoismo perfezionista, al limite dell’eugenetica, che è racchiuso in questo tipo di pratica. Ci sono delle doverose considerazioni da compiere, altrimenti chiuderemo gli occhi davanti a quello che potrebbe rivelarsi una nuova forma di sfruttamento. Ho tradotto questo pezzo, per aggiungere qualche tassello in più. Perché la maternità surrogata comporta delle questioni e delle problematiche che vanno ben al di là della semplice tecnica FIVET.

 

 

Il diritto delle coppie gay di avere figli attraverso i genitori surrogati è sempre più visto come un progresso sulla strada dell’uguaglianza, il trionfo della tolleranza sui pregiudizi. Ecco perché c’è stato tanto clamore, quando gli stilisti italiani Domenico Dolce e Stefano Gabbana hanno chiamato i bambini FIV di Sir Elton John come “sintetici”. Cavalcando l’ondata di indignazione dei suoi fan e chiedendo il boicottaggio dei prodotti di Dolce e Gabbana , la leggenda del pop ha detto: “vergognatevi per il giudizio da voi formulato – un miracolo che ha permesso a tante persone che si amano, sia etero che gay, di realizzare il loro sogno di avere figli”.

Ma questa linea non ha impedito alla scrittrice iconoclasta e femminista Germaine Greer di rinnovare le critiche nei confronti di Elton John e del suo partner David Furnish. In un discorso tenuto questa settimana al Festival letterario Hay, Greer ha avvertito che il concetto stesso di maternità è stato ora “decostruito”, attraverso il processo di fecondazione in vitro, ricorrendo a una maternità surrogata, sottolineando l’assurdità secondo cui Furnish compare come la “madre” sui certificati di nascita dei due ragazzi che ha con John.

Beh, io sono d’accordo con Germaine Greer su questo. Attraverso tutto l’entusiasmo per una presunta uguaglianza, la nostra società non ha affrontato le implicazioni della maternità surrogata commerciale o il lato crudele di questo settore in crescita. Come abbiamo visto nella controversia Dolce e Gabbana, il dibattito innescato è stato inibito da forme di bullismo sentimentale, con i sostenitori della genitorialità surrogata che considerano tale pratica come se fosse una vacca sacra inviolabile.

È tempo per un po’ di onestà. Il boom di maternità surrogate per le coppie gay non è una vittoria per la libertà e l’emancipazione.
Al contrario, esso rappresenta una inquietante apertura verso un brutale sfruttamento di donne che di solito provengono dal mondo in via di sviluppo e sono spesso vittime di pressioni e ricatti o costrette a vendere i loro uteri per soddisfare i capricci egoistici di gay ricchi o occidentali lesbiche. Questa crudeltà è accompagnata da una epica ipocrisia. Persone provenienti da Europa e Stati Uniti che dovrebbero rabbrividire all’idea di coinvolgimento nel traffico di esseri umani o di sesso sono finiti con l’indulgere verso una forma grottesca di “traffico riproduttivo”.

Inoltre, il loro sostegno a questa attività viziosa ha portato alla vergognosa negligenza nei confronti dei bambini abbandonati o vittime di abusi all’interno della Gran Bretagna. Man mano che la maternità surrogata commerciale diventa sempre più di moda,  è sempre più difficile per le autorità trovare famiglie affidatarie o genitori adottivi per le decine di migliaia di bambini che attualmente vivono negli istituti. L’aggravarsi della crisi nella promozione dell’adozione mi riempie di disperazione. Come femminista lesbica, ho fatto una campagna per anni per gay e lesbiche affinché gli fosse consentito di adottare bambini, non solo a causa dei diritti umani fondamentali di avere una famiglia, ma anche per la necessità di dare sicurezza, case amorevoli a bambini vulnerabili.

Ma con l’aumento delle FIVET con genitorialità surrogata si corre il pericolo di rendere l’accettazione in merito all’adozione gay come un successo vuoto. Ora posso accettare che, in determinate circostanze, la maternità surrogata possa essere una scelta positiva, come ad esempio nel caso in cui qualcuno – per pura compassione – accetta di avere un bambino per un caro amico che è sterile e non è in grado di adottare. Ma questo è un accordo privato costruito sulla fiducia reciproca e l’affetto. Ciò che veramente mi fa star male è il commercio, che porta non solo alla miseria e al degrado tra le sue vittime, ma promuove anche una visione narcisistica dei bambini FIV come se fossero prodotti di design.

Purtroppo, questo tipo di “baby farm” sono oggi un grande business internazionale. Non esiste una legge per prevenire la maternità surrogata in Gran Bretagna, ma è illegale pubblicizzarla, come fanno negli Stati Uniti e altrove. Non vi sono accordi privati in merito alla maternità surrogata nei tribunali, il che significa, ad esempio, che una madre surrogata non può essere costretta a consegnare il bambino se cambia idea.

Ma questa mancanza di garanzie giuridiche non ha inibito il commercio. In effetti, la maternità surrogata commerciale sta rapidamente diventando la modalità preferita per le coppie gay di avere figli, tanto che la tendenza è ora conosciuta come la rivoluzione “Gaybe”. Gran parte del mercato è in via di sviluppo, in particolare India, perché i costi sono molto più bassi e la regolamentazione molto più leggera. Negli Stati Uniti, il processo di solito costa circa £ 65.000, ma in India le spese possono partire da £ 15,000. Questa è la ragione principale per cui l’India è diventata nota come la “capitale del mondo affitta-uteri “, sostenendo il settore del “turismo riproduttivo” che è stimato in un valore di oltre £ 300.000.000.000 e offre servizi attraverso una rete di circa 350 cliniche.

La propaganda pro-surrogacy di solito interpreta la madre surrogata come una bianca, bionda, sorridente donna che sta portando in grembo un bambino per fare felice una coppia senza figli. Ma la vera storia è molto meno appetibile rispetto a come la visione razzista e stereotipata suggerisce. Per lo più asiatiche o nere, le donne che forniscono ovuli e uteri per i potenziali genitori possono soffrire terribilmente. Come il recente documentario di Channel 4 “Google bebè” ha rivelato, sono tenute in spazi angusti e sono controllate, perfino per quanto riguarda quando mangiare, bere e dormire. Monitorate come prigioniere, spesso devono astenersi dal sesso o anche dall’uso della bicicletta. Le madri surrogate possono anche essere obbligate a prendere una serie di farmaci come il Lupron, estrogeni e progesterone per contribuire a realizzare la gravidanza, ognuno dei quali può avere effetti collaterali dannosi. Infatti, l’intero processo di riproduzione IVF commerciale può avere un grave impatto sulla salute delle madri surrogate. Gli studi hanno dimostrato che i pericoli per le donne includono cisti ovariche, dolore pelvico cronico, tumori riproduttivi, malattie renali e ictus, mentre le donne che hanno una gravidanza con ovuli provenienti da un’altra donna sono più a rischio di pre-eclampsia e di pressione alta.

Sorprendentemente, niente di tutto questo sembra importare ai clienti desiderosi. Ho intervistato una ricca coppia gay, per i quali l’oppressione è parte del fascino, perché hanno detto che hanno trovato rassicurante che le donne hanno l’obbligo di vivere in una clinica sotto la sorveglianza dei “mediatori” per tutta la gravidanza. In realtà vi è una grande vena di misoginia in tutta questa attività, con le donne trattate come qualcosa di inutile o poco più che macchine riproduttive. Come ha detto Germaine Greer a Hay, tutte le nozioni tradizionali di maternità, anche l’identità femminile, sono state scritte fuori dello script. Mi è stato detto che una coppia gay ha avuto tale disprezzo per il ruolo biologico della madre che hanno anche insistito sul fatto che il loro bambino (per cui avevano pagato) sarebbe dovuto nascere con parto cesareo in modo da non essere contaminato viaggiando attraverso il canale vaginale.

In questo contesto, è sorprendente che molti leader attivisti di sinistra, come l’editorialista del Guardian Owen Jones, vedano la maternità surrogata commerciale come una causa progressista. Ma poi la sinistra spesso perde la sua bussola morale su questioni etiche sessuali come questa. Così, in merito ai diritti dei lavoratori del sesso, chiedono la fine dei controlli sulla prostituzione e sulla pornografia, anche se in realtà tutto ciò significa agevolare forme di degrado, violenza e abuso.

Se i radicali come Owen Jones vogliono sostenere la genitorialità gay, avrebbero fatto meglio a promuovere l’adozione piuttosto che la maternità surrogata. Questo potrebbe essere la causa ispiratrice della sinistra. Esattamente trent’anni anni fa, il Greater London Council ha provocato una tempesta facendo circolare un libro intitolato “Jenny vive con Eric e Martin” di una ragazza allevata da una coppia gay. In definitiva, la polemica ha portato all’introduzione nel 1988 della famosa clausola 28 dal governo Tory, vietando alle autorità locali di diffondere materiale che promuovesse l’omosessualità. Per fortuna, quel tipo di omofobia è sorpassata. Le barriere istituzionali alle famiglie gay sono andate in frantumi.

Ma questo non significa che ora dobbiamo abbracciare il commercio della maternità surrogata IVF. Se le coppie gay vogliono avere dei bambini, perché mai devono proseguire su questa strada di sfruttamento piuttosto che adottare un bambino? La risposta solleva una questione profondamente inquietante sugli atteggiamenti di troppe coppie gay e lesbiche. Ostinati dalla vanità, intrisi di arrogante autostima, vogliono creare un figlio a loro immagine, riscontrando una lista di caratteristiche ideali. Questo tipo di narcisismo ha raggiunto una conclusione logica grottesca nel caso della coppia lesbica americana Sharon Duchesneau e Candy McCullogh, entrambi sordi dalla nascita, che ha riempito i titoli dei giornali nel 2002, quando hanno intrapreso la ricerca di un donatore di sperma congenitamente sordo. Dopo essere state respinte da un certo numero di banche del seme, poi si avvicinarono a un amico che aveva cinque generazioni di sordità nella sua famiglia ed egli stesso era sordo. Ha accettato la loro richiesta, e un bambino sordo è stato messo al mondo.

La decisione di generare deliberatamente un bambino con una disabilità grave è l’emblema più evidente dell’egoismo epico della maternità surrogata che può essere raggiunto. Ma a volte il desiderio di un bambino progettato può muoversi nella direzione opposta, cadendo in una forma di eugenetica nella quale la coppia non ammette spazio per eventuali difetti o idiosincrasie percepite. Questo è accaduto nel vergognoso caso del “Baby Gammy” avvenuto lo scorso anno, in cui una coppia australiana, David e Wendy Farnell, ha lasciato uno dei due bambini gemelli con la sua madre naturale surrogata tailandese, quando si è scoperto che il bambino aveva la sindrome di Down, anche se i Farnells avevano preso con loro la sorella Pipah del bambino per tornare in Australia.

Dopo questo scandalo, la Thailandia ha vietato agli stranieri e alle coppie dello stesso sesso di accedere ai servizi di maternità surrogata. Questo genere di approccio robusto deve essere usato anche altrove se vogliamo lottare contro la cattiva, egoista commercializzazione di uteri e ovuli delle donne. Non c’è nulla di omofobico nel criticare questo vile, commercio squilibrato dove i ricchi sfruttano i corpi dei poveri e disperati. Al contrario, fare questo rappresenta un servizio per l’umanità.

 

Articolo originale: https://www.byline.com/project/3/article/72

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Parliamone senza omissioni o paure: #surrogacy

© Anne Geddes

© Anne Geddes

 

Non voglio entrare nel polverone di questi giorni. Non è quel punto di vista che mi interessa e che mi ha spinto a scrivere. Desidero partire dallo scritto pubblicato su DonnaeLab di Milena A. Carone (qui). Mettiamo da parte l’omofobia. Perché non si tratta di questo. Rischiamo di deviare il nostro ragionamento. Mi piacerebbe che ci fosse un dialogo sereno, aperto, senza paure. Invece, ancora una volta si ha paura di riflettere e di mettere in campo la questione del potere.

Il POTERE: chi oggi ha ancora in mano lo scettro virtuale e materiale, chi lo esercita, e i suoi squilibri tra uomini e donne. Il maschio, etero o omosessuale, resta quel primo sesso che ha sempre adoperato natura e donna per poter definire se stesso, per potersi affermare su tutto il resto. La discendenza è un nodo cruciale. Forse abbiamo trascurato il corpo femminile che per alcuni diviene oggetto, involucro per consentire questa discendenza. Non vogliamo essere incubatrici, madri per forza in quanto donne, non vogliamo essere oggettificate, adoperate come strumenti dagli uomini e poi, accettiamo di renderci tali per soddisfare un bisogno maschile di trasmettere i suoi sacri geni? Siamo schizofreniche a volte.

Ci può essere l’altruismo, il volersi mettere a disposizione di un’altra persona per aiutarla, ma questa è la faccia che più ci piace vedere o che tranquillizza il nostro immaginario. Dobbiamo avere il coraggio di guardare il lato in ombra e il ruolo delle donne in questo contesto e in quello più allargato dell’intera società. L’articolo tocca gli aspetti giusti. Io aggiungerei un’ulteriore riflessione. In questo tempo veloce, in cui ogni cosa si acquista e si consuma in fretta, anche il desiderio di maternità o paternità può subire questo destino, una volta raggiunto lo scopo. E allora non vorrei che questi figli fossero un soprammobile in nessun caso, che siano o meno frutto della scienza. Perché a monte ci deve essere qualche motivazione in più.
Personalmente credo che non ci sia differenza quando di tratta di maternità e paternità, che sia omo o etero, che si avvalga o meno della tecnica. C’è la stessa probabilità di incorrere in genitori più o meno sinceri e consci del proprio ruolo. Ma io rifletterei sulla vendita di un utero (più conseguente terapia ormonale pre-impianto, cosa da non sottovalutare), in cambio spesso di soldi. Si tratta di un controllo sul corpo di un’altra persona. Ha fatto bene l’autrice del post a richiamare un altro tema, la prostituzione. Io uso il corpo di una donna per soddisfare il mio bisogno di diventare padre, non curante dei suoi bisogni, se non quelli magari economici, che forse nella maggior parte dei casi saranno la molla vera ad essere incubatrici temporanee. E poi mi creo una serie di alibi, come il fatto che fosse pienamente consenziente, che tutto si basi su uno scambio equo e solidale.

Ecco, l’equità. Va tenuta presente l’equità delle posizioni “contrattuali” che si scambiano un bene, un servizio, in questo caso il comodato d’uso di un corpo. C’è sempre un equilibrio/squilibrio di potere economico-sociale-culturale tra le due parti? Possiamo affermarlo sempre? In che modo si manifesta lo squilibrio? Che distinzioni è necessario compiere? Se vogliamo disciplinare la materia, dobbiamo quanto meno adoperarci per evitare che questo squilibrio di potere, laddove c’è, si tramuti in una forma di violenza e di sopraffazione. Quando c’è di mezzo il denaro, dovremmo tutti essere più attenti.
Chi mi conosce o legge il mio blog, sa che io sono una sostenitrice della fecondazione artificiale, della diagnosi pre-impianto per evitare di trasmettere malattie gravi ecc. Son temi delicatissimi, su cui non si deve generalizzare, ma si deve conservare uno spirito critico, per osservare la realtà. Qui non stiamo parlando di semplice procreazione assistita, ma di una nuova frontiera di business, in cui c’è una domanda ben più vasta e sfaccettata delle casistiche di infertilità. Così come io non mi concentrerei solo sull’atto di generare, quanto sul crescere questi figli, starci insieme, aiutandoli a diventare degli adulti maturi e magari migliori delle generazioni precedenti. Perché questo non è mai un dato scontato, in ogni caso, in ogni contesto, in ogni combinazione genitoriale possibile.
Purtroppo, quando affrontiamo il tema non possiamo sgombrare il campo dagli abusi del business dell’utero in affitto e dello sfruttamento di donne. Altrimenti torniamo allo stesso modello di analisi semplicistico e appiattito di chi sostiene il sex-work bello e possibile. Spesso le condizioni delle donne che mettono a disposizione il proprio corpo non sono tali da consentire una piena libera scelta, un’alternativa. Sarebbe auspicabile, ma come in molte cose subentrano il business e le regole del mercato. Business per chi gestisce le “baby farms”. Potrebbero anche esserci donne che consapevolmente ci guadagnano da questa “opportunità” di vendere il proprio corpo, ma si potrebbero riproporre le stesse argomentazioni di cui ho spesso parlato a proposito della prostituzione. Quante potrebbero veramente dirsi libere da un bisogno che le spinge a questo tipo di soluzione?

A furia di non voler scontentare nessuno, ci riduciamo a un laissez-faire, in cui chi può si organizza e fa quel che gli pare, chi non può si adatta come meglio può, subisce e soccombe.

Non possiamo continuare a spostare il centro del discorso.

Poi non lamentiamoci se una donna scrive (qui): “Per noi la Gpa rimane un’esperienza cruciale di autocoscienza femminile; quando aiuta dei padri gay o dei padri single a diventare genitori, è un ulteriore strumento di liberazione dei maschi e uno straordinario modo per fare saltare in aria rappresentazioni sociali, ruoli di genere, imposizioni storiche fatte alle donne”.

Sì, con un bel colpo di spugna si spazzano via dominio e potere maschili, e si teorizza la liberazione maschile, facendo passare come taumaturgica la scelta di mettere a disposizione il proprio utero, missione necessaria per una pacificazione tra i sessi e per una presa di coscienza femminile. A mio avviso si tratta di negazione di un substrato culturale ancora vivo per supportare le proprie tesi. Oltre all’ignoranza c’è una rimozione colposa.

Dal mio punto di vista, sarebbe un impegno importante (psico-fisico), penso che lo farei solo se ci fosse un legame precedente, insomma una motivazione forte di partenza. Ma questo vale per me.

Resta il fatto che non è una passeggiata, anche perché il legame che si crea nei 9 mesi non è da sottovalutare, intendo dire che la separazione in alcuni casi potrebbe essere emotivamente dura. Questo non avviene sempre, ma dobbiamo metterlo in conto. Non siamo tutti uguali.

Penso che il percorso per diventare genitori non possa essere un puro tecnicismo, non può essere limitato ad esso, anche e soprattutto laddove ci si avvale della tecnica. Ci deve essere un percorso di presa di consapevolezza del senso pieno di ciò che comporta assumere quel ruolo per soli 9 mesi o per tutta la vita. In ogni caso.

E poi mi concentrerei sulla parola “bisogno”, a 360°.
C’è da compiere una riflessione su: il bisogno può e deve essere soddisfatto sempre e comunque, ad ogni costo? Perché poi ci sono sempre delle conseguenze delle mie azioni, delle mie scelte, di come soddisfo i miei bisogni. Vogliamo fregarcene delle responsabilità? Come si chiede Pina Nuzzo di DonnaeLab in un commento su Fb: “chi paga il prezzo?”

Soprattutto non vorrei che diventasse ancora una volta un tema discriminante per censo, per chi può permettersi di andare all’estero per soddisfare un desiderio, un bisogno di paternità o di maternità o come desiderate chiamarlo. Perché dobbiamo essere consci che delle regole si devono trovare, altrimenti resterà terra ignota, dove ognuno può fare come meglio crede. La domanda non è “perché e se vietare” la surrogacy, ma su chi tutelare, come tutelarlo, come equilibrare le parti e gli interessi di tutti.
E non crogioliamoci sulla spesso abusata parola “scelta”, moderno passepartout. E non conta nemmeno portare nella discussione storie di surrogacy felici, che presuppongono degli affetti, delle relazioni pregresse alla base della scelta della maternità surrogata, come una forma di dono. Questo è solo un pezzo del puzzle molto più complesso. Occorre tornare a discernere le cose più semplici. Senza chiudere gli occhi su aspetti della realtà che ci risultano scomodi da notare e da prendere in analisi. Ciò che ci disturba spesso ci è d’aiuto per capire gli aspetti più profondi e di difficile soluzione. Non adoperiamo la parola dono, per nascondere tutto il resto.

Se ci chiediamo cosa può spingere una donna a mettersi a disposizione, oltre al puro altruismo e senso del dono, da lì poi potremmo scoprire gli altri aspetti.

Ognuno di noi compie delle scelte, scegliere significa imboccare una strada ed essere consci che quella scelta è anche rinuncia a qualcosa, per me o per altri.

Forse alcune donne si sono disabituate a vedere e a riconoscere la questione degli squilibri di potere socio-economico-culturale-di genere. Si tende a dare per scontato l’assenza di un gradino, di un desiderio tuttora vivo di imporre da parte degli uomini i propri bisogni come irrinunciabili e “naturali”. Noi non possiamo stare a guardare. Quanto meno dobbiamo porci le domande e distinguere i casi. Dobbiamo ragionare attentamente affinché si riesca a trovare una regolamentazione che non sia cieca e sorda e pessima come lo è stato per la Legge 40. Dobbiamo trovare delle soluzioni che spazzino via discriminazioni e varie forme di violenza e di business a scapito delle donne.

Ecco che poi ti arriva anche il suggerimento (qui) per cui potrebbe rientrare in una professione.. Così ammazziamo come al solito ogni possibilità di dibattito su altri livelli.

Abbiamo permesso che la Legge 40 rendesse la fecondazione assistita un percorso ad ostacoli. Interroghiamoci su quali siano le priorità al momento e diamoci da fare affinché vengano rimosse le ultime barriere, chiediamo una regolamentazione che non sia di nuovo cieca e sorda. Per far questo ci vuole apertura mentale e di cuore, occorre il coraggio di scandagliare bene tutte le implicazioni e le sfaccettature del mondo Fivet.

A noi femministe il compito di essere “scomode” e di sollevare questioni cruciali.

 

Per approfondire:

http://www.theguardian.com/commentisfree/2015/feb/20/commercial-surrogacy-wombs-rent-same-sex-pregnancy

http://www.cbc-network.org/2014/03/baby-farms/

http://www.dailymail.co.uk/femail/article-2574690/Wombs-rent-The-Indian-baby-farms-transforming-lives-poverty-stricken-local-women.html

http://timesofindia.indiatimes.com/india/SC-notice-to-govt-on-PIL-seeking-ban-on-commercial-surrogacy/articleshow/46376012.cms

http://www.bbc.com/news/world-asia-31546717

 

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Un’altra sentenza

klimt mother

La mia buona notizia di oggi è che oggi la Corte Costituzionale ha dichiarato incostituzionale un altro pezzo della orrenda Legge 40. In questo caso a cadere sotto la scure della Consulta è il divieto di fecondazione eterologa.

La legge ormai è stata svuotata, come ha ammesso persino la ministra Lorenzin.  Forse è il caso di impegnarsi per una seria riforma organica in materia. Forse sarà possibile realizzare un quadro normativo che non colpisca la salute della donna e il desiderio di diventare genitori. Almeno che qualcuno non si impegni a remare contro, sia a destra che a sinistra. Non si sa mai, le larghe intese potrebbero fare molti danni. Si sa, di solito si usa dire che è una questione ideologica per fermare qualsiasi riforma migliorativa.

Un passo in avanti della civiltà, che dimostra quanto sia sbagliato credere di poter imporre le proprie convinzioni personali agli altri.

Da queste vicende la politica tradizionale, con il Parlamento in primo luogo, esce sconfitta. Andiamo avanti a colpi di sentenze della Consulta per riparare i danni compiuti da una legge dello stato. Nessuna sentenza potrà mai risarcire coloro che sono stati colpiti dalle distorsioni di una legge come la 40.

Vedremo come andrà a finire. Oggi è un giorno nuovo e positivo.

 

Mini rassegna stampa:

http://idadominijanni.com/2014/04/09/la-pietra-tombale-sulla-legge-40/

http://www.associazionelucacoscioni.it/comunicato/abbiamo-vinto-la-corte-costituzionale-dichiara-incostituzionale-il-divieto-di-eterologa

http://espresso.repubblica.it/visioni/scienze/2014/04/03/news/fecondazione-assistita-la-consulta-decide-1.159740?fb_action_ids=10203396573825400&fb_action_types=og.recommends&fb_ref=s%3DshowShareBarUI%3Ap%3Dfacebook-like&fb_source=aggregation&fb_aggregation_id=288381481237582

http://www.huffingtonpost.it/2014/04/09/fecondazione-eterologa-cade-il-divieto_n_5116670.html?utm_hp_ref=italy

http://www.lastampa.it/2014/04/09/italia/cronache/stop-al-divieto-di-fecondazione-eterologa-la-cassazione-e-incostituzionale-CDuCPf4baV7pvIqGjpLvNP/pagina.html

http://www.corriere.it/salute/14_aprile_09/fecondazione-cade-divieto-eterologa-ad4c122c-bfd2-11e3-a6b2-109f6a781e55.shtml

 

 

 

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Una vergogna tutta italiana

Il prossimo 19 febbraio ricorrono i 10 anni dalla nascita della Legge 40, che è nata male, ma che oggi subisce un ulteriore affondo, andando a colpire uno degli elementi più assurdi della legge: è legittimo che alle coppie fertili siano negati i trattamenti della FIVET? Il tutto è partito da una coppia di portatori di distrofia muscolare, che si era vista negare la possibilità di ricorrere alla FIVET  e alla diagnosi pre-impianto, solo perché erano considerati una “coppia fertile”. Il giudice Filomena Albano del Tribunale di Roma ha posto la questione alla Consulta. Ancora una volta una legge ha creato delle discriminazioni, anche perché ha agevolato chi aveva le disponibilità economiche e poteva permettersi di andare nelle cliniche all’estero. In passato era già caduto il limite di embrioni da poter produrre (in principio erano 3), poi l’obbligo di impiantarli tutti contemporaneamente. Ad aprile la Consulta si dovrà esprimere sul divieto dell’eterologa. In tutto, si sono susseguite 28 sentenze dall’approvazione.

Alcuni punti della Legge:

–          La legge consente la fecondazione assistita quando è impossibile risolvere i problemi di infertilità con altri metodi.

–          Il metodo è consentito solo a coppie etero, maggiorenni, sposati o conviventi, in età fertile.

–          La diagnosi pre-impianto non è vietata, ma è proibita in base all’art. 13 qualsiasi selezione a scopo eugenetico sugli embrioni.

–          La legge proibisce la fecondazione eterologa, con seme e/o ovulo esterni alla coppia, e qualsiasi sperimentazione sull’embrione.

 

Aggiornamento del 24.02.14. Un articolo da L’Unità. Ringrazio il sito www.zeroviolenzadonne.it.

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