Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Riconosciamoci. Uniamoci.

Yo por ellas, ellas por mí – Fonte https://www.youtube.com/watch?v=xglTGuDd1-M

 

Un bilancio-riepilogo dell’operato del fù governo giallo-verde lo ha tracciato egregiamente Giovanna Badalassi su Ladynomics.

E se il buon giorno si vede dal mattino, li abbiamo lasciati lavorare abbastanza per trarre più di una qualche fondata conclusione. Abbiamo assistito a una sorta di prova generale di cosa accadrebbe se tutto dovesse prendere il colore verde, perché il traino e l’impronta di questi 14 mesi sono stati nettamente di stampo leghista, con i 5stelle a ruota, schiacciati da una macchina politica divoratutto e da un equilibrio che alla fine ha visto ribaltare i pesi delle due parti della maggioranza. Ma non è di colori che desidero parlare. Il vero problema riguarda le donne, al di là della questione incarichi:

“A partire dalle misure economiche, da quelle effettive a quelle che abbiamo rischiato e che forse ancora rischiamo: quota 100 ha favorito soprattutto uomini, il reddito di cittadinanza è stato utilizzato soprattutto da uomini, la flat tax avrebbe scoraggiato il lavoro delle donne, l’aumento Iva colpirebbe soprattutto le donne, per non parlare della saltata chiusura domenicale dei negozi che avrebbe penalizzato soprattutto il lavoro femminile.

Per continuare con le misure sociali: il disastro del Decreto Pillon, il costante attacco ad ogni diritto delle donne, una quotidiana messa sotto accusa della figura femminile moderna ed emancipata a favore di una esaltazione della famiglia “tradizionale” che manco nell’800.

Per finire con la propaganda social esaltatoria del maschilismo più stereotipato e arcaico, con attacchi feroci a donne che esprimono le proprie opinioni. E poi ancora sessismo, tanto, troppo, a volontà, tutti i giorni, ad ogni ora, da ogni postazione, istituzionale, stradale, balneare.

Un maschilismo straniante, che, descrivendoci come streghe, cubiste o piuttosto ancelle devote, ha cercato di farci dimenticare il peso sociale ed economico delle donne in Italia.”

Sto vedendo la terza stagione di Handmaid’s tales e sinceramente avverto la stessa angoscia e preoccupazione per il nostro futuro, per il livello di smarrimento di tutti i passi e passaggi che sinora abbiamo compiuto anche se con enormi fatiche. Tutto appare talmente fragile che fa paura pensare che potrebbe dissolversi in brevissimo tempo. Al netto delle difficoltà della realizzazione concreta di una politica delle donne nella situazione contingente italiana, mi rendo conto di una cosa. Se penso alla Svezia, per esempio, nulla lì è germogliato per caso e scrittrici come Astrid Lindgren hanno gettato le basi e ispirato intere generazioni di bambine che diventate donne hanno con coraggio plasmato una società e un Paese, maturato e cresciuto, non rimasto al palo di nostalgiche formule.

Flavia Amabile su La Stampa si/ci chiede:

“dove sono le donne? Ieri in Senato, per esempio, c’era un problema enorme da risolvere enorme e nessuna traccia di donne al’origine, e nemmeno alla fine. Chiunque abbia avuto la pazienza di osservare gli interventi dei protagonisti del dramma italico si è trovato di fronte a un muro di giacche scure, cravatte altrettanto bigie, e qualche sporadica presenza femminile: tre su diciotto persone nei banchi della Lega mentre parlava Salvini, praticamente nessuna nell’inquadratura televisiva principale. Una sola nel banco governativo circondata da nove uomini.”

Questo durante l’intervento di Conte al Senato. Ma spesso è volentieri è una presenza massiccia maschile quotidiana, salvo poche, rare eccezioni, che prendono parola ogni tanto e si intravedono nei TG. Lo stesso deficit lo si può riscontrare nei discorsi, e quando c’è sembra posticcio, un tema appiccicato qua e là. Sì, dicono, alcuni leader di partito ci hanno in testa, ma chissà come mai c’è sempre un inciampo, una fase delicata, un ordine superiore che non permette di centrare il punto, d tradurre in parole e impegni seri quella parola “innominata”. Tutto vago, talmente vago che non si riesce a cogliere e a fissare nel fiume di dichiarazioni che si susseguono. Colgo le parole di un post di una mia amica e concittadina Helga Sirchia che su Facebook rompe questo silenzio pesantissimo proprio su questo aspetto, in queste ore frenetiche di consultazioni e comunicati da crisi di governo:

“Dirò allora la unica cosa , pronuncerò la unica parola che NESSUNO, in ore e ore di interventi, da un capo all’altro dell’agone .. o del circo che dir si voglia, ha non dico affrontato, ma sfiorato:

DONNA.

CHE SI TRASCINA UN ALTRO GRAVISSIMO ATTO DI OMISSIONE :

VIOLENZA SU DONNE E BAMBINI

(…) SI, Vi diamo NOTIZIA CHE

LE DONNE ESISTONO ! sono più della metà della nostra comunità … e degli elettori: )

Una ogni 3 giorni ammazzata . Stupri, ravange porn, sessismo, violenza domestica , violenza psicologica, violenza verbale , violenza assistita : vite spezzate, che sono centinaia e centinaia di casi in tutto il nostro BelPaese.

I ‘figli d’Italia’ che dietro a proclami o progetti di legge deliranti , stanno subendo il più grande genocidio in vita ..

ALLORA, perché , perché nemmeno una parola?”

 

Non possiamo continuare ad accontentarci, sbobinare le ore di interventi parlamentari per andare a scovare col lanternino quei pochi secondi e quella manciata di attenzione che chi imbastisce i discorsi ha la buona volontà di inserire. Siamo alle solite e la puzza di “interesse” lasciato marcire perché c’è qualcosa di più importante di mezzo ci ha nauseato. Ci vuole un ribaltamento, un cambio netto, a questo punto non c’è più da pazientare e da accontentarsi, eh no, nemmeno di proposte di nomi femminili che no non rappresentano affatto le donne, ma solo la cauta e rassicurante prosecuzione di un sistema patriarcale e machista. Deve essere ben chiaro che non esiste rappresentanza di valore e di qualità se non si cambia radicalmente profilo, cultura e background della rappresentanza delle donne. E la storia non si costruisce in un paio di mesi. Non provate a strumentalizzare la storia delle lotte delle donne. Femministe e dalla parte delle donne lo si dimostra sul campo, siete pregate di intraprendere il cammino. Non accetteremo opportunismi e manovre illusioniste. Non ci convocate solo quando avete bisogno del nostro voto per poi cancellarci il giorno dopo. Questa omissione, rimozione, cancellazione delle donne, dei loro diritti e di quelli dei loro figli, produce solo disastri e lo abbiamo visto ben chiaro. Nominiamo le donne e diamo loro posto centrale e prioritario nell’agenda politica del prossimo esecutivo. Dimostriamo di saper svoltare e di avere colto il vento che ovunque nel mondo parla di una marea femminista. Non dormite nelle vostre vite privilegiate, toccate e sporcatevi le mani con la realtà. Diamo voce e peso alle donne, alle loro istanze, ai loro diritti civili. L’ho scritto innumerevoli volte su questo blog e torno a farlo. Lo faremo ancora e ancora e ancora.

Pretendiamo un’attenzione sincera e seria. Non pannicelli caldi o qualche tocco di rosa. I nostri diritti acquisiti in anni di lotte sono già stati indeboliti e sono sotto attacco da tempo, troppo tempo e non siamo più disposte ad aspettare. Esistiamo e siamo il 51% del Paese, un’Italia che continua ad avere una voce prevalentemente maschile e a scansare l’unica vera opportunità di ripresa e di inversione di tendenza: LE DONNE. Svegliamoci e lavoriamo a una politica differente, a partire dalle misure che devono dare la possibilità alle donne di poter scegliere come costruire la propria vita, libere da qualsiasi imposizione, schema, pregiudizio, discriminazione e violenza.

 

Incontriamoci. Riconosciamoci. Uniamoci. Abbiamo la forza e le capacità. Il tempo è ora.

 

E la musica può dirlo molto meglio di tante altre forme di espressione. Buon ascolto.

 

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Laura siamo noi. La forza di una donna, di una madre.

27 dicembre 2018

Inizio a pensare in modo sempre più convinto che delle donne, delle madri e dei loro figli in questo Paese non interessa a nessuno. Lo dico soprattutto a chi si occupa di politica istituzionale, chi siede nelle istituzioni, chi milita nei partiti e si riempie la bocca ogni giorno di questioni femminili, di rosa e di belletti. Il problema è qui sotto i nostri occhi e continuate a non volerlo vedere. Il silenzio è evidente, ho scritto e postato appelli dappertutto e non è solo una questione di Natale. Che serve essere militante se poi nemmeno riesco a ricevere uno straccio di risposta? Ve lo ripeto, è una vergogna ciò che si sta consumando sulla pelle di Laura, di suo figlio e di tutte le madri nella stessa condizione. E voi cosa vi affannate a fare a inscenare la pantomima attorno al 25 novembre? Ciò che il 25 novembre rappresenta è davanti alle nostre porte di casa ogni giorno. E ci dovete dare una risposta, dovete ascoltare ciò che questa donna continua a raccontare, le sue richieste di aiuto non possono cadere nel vuoto, occorre intervenire ora prima che sia compiuto qualcosa di grave ed estremamente dannoso. Non possiamo sempre agire sulle emergenze, né possiamo pensare che tutto ricada sulle spalle dei singoli, quando c’è una responsabilità plurima, pubblica, politica, collettiva se si giungerà all’allontanamento coatto. Tutto avviene nei nostri tribunali e ci appare incomprensibile come si possa sulla base di una valutazione di una CTU intrisa di cultura pasista, mettere a rischio il futuro, il benessere e l’equilibrio di due persone. Anziché badare ai macrosistemi, muovete tutti gli ingranaggi che potete muovere. Fate qualcosa, intervenite! Rispondete alle sollecitazioni! Cosa serve andare in piazza a manifestare contro il ddl Pillon se poi nei casi concreti non ci siete????!!!!


Scrivo ciò che da settimane sta riempendo i miei pensieri. Da un lato la vicenda di Laura Massaro e di suo figlio mi fa pensare a quanto può essere spietato un sistema che arriva a dare valore a teorie del tutto infondate scientificamente pur di colpire le donne, di sottrarre loro la parte più preziosa della propria esistenza, un figlio, senza valutare bene nel merito né quanto denunciato da Laura, né quanto ribadito dall’assistente sociale, né soprattutto dando ascolto alla parte più sensibile, un bambino che da 6 anni è in balia di un iter giudiziario, avvocati, psicologiche, assistenti sociali.
Un bambino che sta bene nel suo attuale ambiente familiare, che a detta delle insegnanti è sereno e equilibrato sotto ogni punto di vista. Impensabile concepire di allontanarlo da sua madre e da un contesto in cui lui vive bene e cresce circondato da tanto affetto.

Dall’altro c’è il silenzio attorno a questa vicenda, che al di là di soggetti che stanno dando pieno sostegno a Laura, non vede risposte da quei livelli e da quegli ambiti che davvero potrebbero rappresentare e fare la differenza.

Perché qui è in gioco il futuro non solo di Laura, ma di un bambino che rischia a breve di essere soggetto a “prelevamento coatto” per essere portato in una casa famiglia, per un periodo di tempo transitorio e poi di essere affidato al padre in via esclusiva, come disposto dalla ultima Ctu (chiesta dal padre) su basi inconsistenti, che accusa Laura di grave alienazione genitoriale. Siamo ancora qui, giriamo attorno non solo a una valutazione sbagliata, ma che si poggia su presupposti teorici sbagliati, che in un sistema sano, civile non dovrebbero nemmeno poter essere proposti.

Siamo qui, sul ciglio di un provvedimento che pesa come una spada di Damocle su due vite e che rischia di lasciare un segno permanente se nessuno deciderà di intervenire.

Mi affido alla capacità e alla volontà di chi può farlo nelle sedi opportune e preposte.

Mi affido a un barlume di buon senso che affiori nelle coscienze di chi ha in mano questa situazione. Mi affido che si comprenda quanto male può fare un allontanamento siffatto. Personalmente la vedo come una violazione dei diritti umani.

Una donna che pur denunciando violenze psicologiche e atteggiamenti “persecutori” da parte del suo ex, riceve in risposta una valutazione che le getta addosso colpe inesistenti e infondate, attuando un disegno rivittimizzante e colpevolizzante. Laura è seguita da oltre un anno da un centro antiviolenza la cui relazione è stata messa agli atti ed è stata anche fornita alla Ctu, che però ha ritenuto di non considerarla affatto.

Tutta una serie di testimonianze, atti, fattori che avrebbero potuto ricostruire adeguatamente e più conformemente alla realtà i fatti, sembra che non siano stati ritenuti rilevanti in corso di valutazione.

Chiedo un aiuto per Laura e suo figlio, che sono in una situazione ogni giorno più grave, date loro una mano affinché la relazione della Ctu sia fermata, che nessuno intervenga ad allontanare il bambino da sua madre!

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Periferia come margine che abbraccia: storie di riscatto al femminile


Qualche tempo fa una giovane donna è stata vittima di uno stupro di gruppo in un’università nigeriana, e la reazione di molti giovani nigeriani, sia ragazzi sia ragazze, è stata più o meno questa: sì, lo stupro è una cosa sbagliata, ma cosa ci faceva una ragazza in una stanza da sola con quattro ragazzi?

Cerchiamo, se possibile, di mettere da parte l’orribile disumanità di questa reazione. A questi nigeriani è stato insegnato che la donna è per definizione colpevole.

E gli è stato insegnato ad aspettarsi così poco dagli uomini che la visione dell’uomo  come creatura selvaggia priva di autocontrollo per loro è tutto sommato accettabile. Insegniamo alle ragazze a vergognarsi. Incrocia le gambe. Copriti. Le facciamo sentire in colpa per il solo fatto di essere nate femmine. E così le ragazze diventano donne incapaci di dire che provano desiderio. Donne che si trattengono. Che non possono dire quello che pensano davvero. Che hanno fatto della simulazione una forma d’arte.

(…) Il problema del genere è che prescrive come dovremmo essere invece di riconoscere come siamo. Immaginate quanto saremmo più felici, quanto ci sentiremmo più liberi di essere chi siamo veramente, senza il peso delle aspettative legate al genere. I maschi e le femmine sono indiscutibilmente diversi sul piano biologico, ma la vita in società accentua le differenze. E poi avvia un processo che si auto-rafforza.

Chimamanda Ngozi Adichie, tratto da We should all be feminists – 2014

Si potrebbe pensare che la situazione in Italia sia diversa, ma i meccanismi che si innescano di fronte all’esplosione della violenza maschile contro le donne è sempre la stessa, con la stessa dose di pregiudizi, stereotipi, colpevolizzazioni e rivittimizzazioni. Diffusissime sono le prescrizioni, i consigli paternalistici alle donne su come prevenire, difendersi, senza mai focalizzarsi su chi agisce abusi e violenza e sulle cause alle sue radici.

Sto frequentando un corso di perfezionamento all’università sulla violenza su donne e minori. Durante una lezione è stata citata la scrittrice e attivista femminista statunitense bell hooks (pseudonimo di Gloria Jean Watkins) che nel suo “Feminist Theory: From Margin to Center” del 1984, rileva come le femministe non siano riuscite a creare un movimento di massa contro l’oppressione sessista perché il fondamento stesso della liberazione delle donne “fino ad oggi non ha tenuto conto della complessità e della diversità di esperienza femminile. Per realizzare il suo potenziale rivoluzionario, la teoria femminista deve iniziare trasformando consapevolmente la propria definizione per comprendere le vite e le idee delle donne al margine.”

Ed è da una posizione di “confine”, dal margine che si coglie la multiformità e la complessità delle istanze, delle questioni, delle fragilità, della capacità di trovare risorse e costruire resilienza. Ed è qui che occorre intervenire, investendo sulle donne.

Per questo ritengo che sia cruciale e di valore il lavoro compiuto da WeWorld Onlus, e che possiamo leggere nella ricerca “Voci di donne dalle periferie – Esclusione, violenza, partecipazione e famiglia”.

Nelle indagini svolte negli anni è emerso quanto forti siano gli stereotipi tra la popolazione italiana in merito a ruoli, violenza e discriminazioni di genere e come sia difficile scardinarli.

tolleranza verso comportamenti discriminatori

la violenza contro le donne raptus

Si è cercato quindi di comprendere quanto di questa cultura fosse presente tra le intervistate e se i percorsi seguiti negli Spazi Donna (progetto avviato nel 2014, di cui avevo parlato qui) avessero in qualche modo contribuito a cambiare punto di vista e la mentalità. La maggior parte delle intervistate si dichiara contraria a certi stereotipi di genere, sono favorevoli al fatto che anche le donne debbano e possano lavorare fuori casa e che in tal caso debba esserci, di conseguenza, una equa condivisione dei compiti di cura e dei lavori domestici tra marito e moglie. Al contempo permane l’idea che la donna sia più “adatta” a occuparsi della casa e dei bambini. Numerose donne hanno acquisito consapevolezza (anche grazie al lavoro compiuto negli Spazi Donna) in merito a certi modelli ancora diffusi nel proprio quartiere o nella propria città e iniziano a prenderne le distanze, cercando di educare diversamente le figlie, insegnando loro l’importanza dello studio e della realizzazione personale. È fondamentale che si fornisca loro strumenti per andare oltre il ruolo di mamme e mogli, riscoprendo “l’esigenza di sentirsi anche e soprattutto donne, con una dignità e un diritto a essere rispettate, contro qualsiasi stereotipo e/o atteggiamento sessista.” Un percorso di presa di coscienza di sé che significa anche saper riconoscere la violenza e le sue radici culturali, un modello di relazione tra i sessi patriarcale tramandato di generazione in generazione. Ecco che assume un’importanza cruciale l’educazione delle donne alla parità tra i generi e al rispetto, solo in questo modo si può fare prevenzione della violenza. Iniziare un cammino per consentire alle donne di uscirne, supportandole per un reinserimento sociale, per una loro autonomia. I benefici poi naturalmente si espandono e abbracciano anche i figli, le generazioni successive, interrompono un ciclo fatto di modelli relazionali e di abitudini nocive.

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N.B. L’immagine di copertina e i grafici presenti in questo articolo sono ricavati dall’indagine “Voci di donne dalle periferie – Esclusione, violenza, partecipazione e famiglia di WeWorld Onlus”. © WeWorld Onlus 2018

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Non è solo una questione di forma. Dove sono le donne?

 

Ci ho messo qualche giorno, il tempo di ascoltare e riflettere. Ne è risultata una fotografia interessante del nostro Paese. Spero che avrete la pazienza di arrivare sino in fondo a questo articolo.

Meeting di Comunione e Liberazione 2017. Titolo dell’incontro del 22 agosto: “La Polis al centro della politica”. Una polis rappresentata a metà. Basta uno sguardo d’insieme per capire quanto ascoltano e si confrontano con le donne. Dispiace che nessuno si sia premurato di guardarsi attorno, chiedendosi se non fosse più opportuno ampliare e aprire il tavolo alle donne, invitandone e cercandone almeno una. Non è solo questione di forma, ma di sostanza che nutre certe iniziative e le rende credibili. Avrebbe integrato un gruppo tutto al maschile e fornito finalmente un messaggio diverso. Non è per sterile polemica, è che proprio non ce la faccio più a vedere questi quadretti. Autosufficienza.


Questo è l’impatto di un parterre tutto maschile. Ma scendiamo nel dettaglio.

In apertura il giornalista Giorgio Giovannetti delinea questo quadro: “perdite di 140.000 cittadini ogni anno, con un incremento degli italiani che si trasferiscono all’estero (102.000 nel 2015). I giovani a Roma, Milano, Torino tra i 18 e i 34 anni che vivono a casa dei genitori sono il 92,6% della popolazione. Nel 2030 secondo i demografi ci saranno più abitanti +1,5%, ma si registrerà una diminuzione del 5,6% degli italiani, mentre l’incremento degli stranieri sarà dell’81,1%. L’immagine dell’Italia non sarà quella di oggi. Il Censis parlava di recente di un Paese senza futuro.”

Poi interviene il sindaco di Firenze Dario Nardella, che esordisce parlando di gap generazionale elevato e di sostenibilità del sistema. L’obiettivo è evidenziare le politiche dei comuni per invertire questa tendenza e migliorare la sostenibilità di questi processi demografici.
Come possiamo essere tranquilli, sereni, tracciare una strada certa nell’affrontare le questioni dell’immigrazione, se non abbiamo una strategia chiara sulla natalità e su come oggi giovani coppie possano trovare luoghi, strumenti, condizioni ideali per poter costruire delle famiglie, diventa tutto sballato, finiamo con l’affrontare da una prospettiva completamente scorretta, o comunque limitata questioni che viviamo come un’emergenza addosso a noi come ad esempio l’immigrazione.”

A questo punto mi domando, la questione natalità a quali obiettivi e a quali preoccupazioni risponde? Aiutatemi a capire, sinceramente cosa è che diventa “sballato”? Il computo italiani vs stranieri?

Poi si parla di: social housing (che dal mio punto di vista ha i suoi pregi ma anche i suoi limiti, se si pensa che dipende dal contesto e dai costi abitativi non sempre così “calmierati”) e di gratuità delle scuole materne comunali, senza rette o tasse di iscrizione. “Una scelta chiara. Riguarda tutto il paese, sintonia tra amministratori delle città, deve portare a cambiare quel numero 1,34 bambini per donna, che significa che noi non abbiamo un futuro. Un punto economico, organizzativo, normativo di un sistema che non sostiene le donne come lavoratrici, come mogli, come madri. Ma c’è anche una questione culturale di un Paese che ha smesso di sperare di avere fiducia, di guardare al tema dell’eredità (il tema generale del Meeting 2017 è “Quello che tu erediti dai tuoi padri, riguadagnatelo, per possederlo”).

Tutto ruota intorno alla figura del padre, che trasmette beni e cultura alle generazioni successive. La madre è un fantasma nella storia dell’umanità, eppure anche lei trasmette. Nasconderlo è non riconoscere il contributo femminile, ma ci sta, siamo in un meeting di CL. Meno normale è che nessuno colmi il buco.

“Se tu oggi ricevi una eredità il problema è come la passi alle nuove generazioni, più bella, più importante, ricca.” Il focus è sul delta generazionale. Basta andare nelle scuole per verificare quanto sia reale la dimensione degli stranieri nelle nostre città, o governiamo questi processi o finiremo per subirli. E quando li subiamo nascono gli estremismi, l’odio e l’indifferenza, lo scontro, l’incomprensione. Un grande paese come il nostro deve essere capace di costruire un futuro, deve coltivare l’orgoglio di un progetto di vita, anche di politica generativa.”
La bellezza della famiglia e dei legami familiari, personali, la necessità di incrementare la fiducia nelle relazioni interpersonali, contesto ideale per la nascita e la crescita della famiglia. Nardella è preoccupato dell’incremento dei divorzi, dell’idea di libertà dalle responsabilità, di una società materialista e individualista.

Matteo Ricci, sindaco di Pesaro esordisce: “la paura, finché questo paese continuerà ad essere impaurito, i figli non si fanno. I modelli familiari sono cambiati, ma l’elemento della paura è centrale, un elemento che non è reale. Ci sono stati passaggi più difficili, economicamente, ma era diversa la fiducia. La paura va superata se vogliamo risolvere il calo demografico. Se noi continuiamo a descrivere questo paese come un paese che non ce la farà mai che messaggio di speranza e di fiducia diamo ai nostri figli, ai nostri giovani? Non vuol dire non vedere la realtà. Vuol dire che quel problema si può superare, che il domani potrà essere meglio dell’oggi”.

E qui mi vien da domandare se davvero sia solo un problema di racconto e di narrazione. In pratica dobbiamo raccontare il paese che non c’è? Così si torna a sperare? Ma davvero?

“Rincorrere la rabbia produce paura. Soffiare sulla rabbia produce violenza”.
Il secondo nodo da sciogliere, prima dei servizi, è il lavoro. Le difficoltà a immaginare il futuro dipende dal lavoro. Abbiamo deciso di sostenere la volontà di fare impresa, zero tassazione per i primi 3 anni”.

Giorgio Gori, sindaco di Bergamo, presenta la situazione del 2016: 875 nati, 1.352 morti. Saldo demografico positivo grazie alle 4.668 persone immigrate, non tutti stranieri, la città ricomincia a crescere e a essere attrattiva.
“La famiglia classica padre, madre, figli: 36% del totale. Il 64% è composto da 1 o due persone. A Milano un nucleo familiare su due è composto da una sola persona. Le coppie si consolidano verso i 40 anni ed è alto il tasso di separazione. Questa fotografia ci racconta un’Italia in deficit di speranza. Creare comunità con un clima di fiducia che permetta la costruzione di nuclei familiari. Evidenzia il fatto che “chi ha una vita familiare e che ha dei figli, non è capace di raccontare questa scelta nella sua positività. Per noi che abbiamo questa fortuna è una grande felicità, dobbiamo raccontarlo e non lo stiamo facendo”. In pratica, si consiglia di raccontare quanto è bello “tenere famiglia”.
“Si è diffusa una idea di libertà nella sua dimensione individuale, fare figli è una fatica, un impedimento. Ma noi siamo parte del destino del nostro paese, non siamo solo individui, l’eredità è restituire questo paese alle future generazioni, ma queste ci devono essere per poterlo fare. Ci vuole coraggio, andare al di là degli impedimenti materiali (compito della politica), sentirsi responsabili, dare un domani al nostro paese.” Viene fornito un elenco di tutti i bonus e le misure economiche nazionali o locali a beneficio delle mamme, ma evidentemente non sono sufficienti come rileva Gori.
Ridare autonomia ai giovani, finiscono tardi di studiare, trovano tardi un lavoro, escono tardi dalla famiglia. Si chiude su: “Lavorare sull’occupazione”, con un ovvio elogio del jobs act, e un accenno agli ultimi annunci sulle politiche giovanili (peccato che si è cancellato l’art. 18 e gli sgravi per le assunzioni dei giovani e i vari bonus non sono misure strutturali in grado di scongiurare i licenziamenti dei giovani assunti con detassazioni; oltre alla questione di non generare differenze discriminatorie tra lavoratori).

Matteo Biffoni, sindaco di Prato. 140 etnie, la città attrae da fuori. Grande comunità cinese, “a me questa cosa fa sempre un po’ impressione, abbiamo la terza comunità cinese d’Europa”. Più matrimoni misti. Il 50,6 dei nati è da mamme italiane (34 anni media), il resto da mamme straniere (29 anni media). Dispersione scolastica al 14%. L’inclusione anche ad anno in corso funziona. Il futuro non è più quello di una volta, non mi voglio rassegnare a questo. Aiutare su casa, lavoro, figli.” Positivo l’intervento sulle garanzie in tema di diritti di maternità e di paternità per lavoratori dipendenti e autonomi (sappiamo quanto sinora fatto per equiparare i congedi per la maternità).

Luigi Brugnaro, sindaco di Venezia. Io sono italiano, dobbiamo costruire il futuro. Mi ribello all’idea che il paese sia senza futuro. L’immigrazione non è un qualcosa di ineluttabile. Parla come un fiume in piena: l’immigrazione, miscelare, condividere un percorso, presidiare i confini, blocco navale umanitario. “Ho ritirato i libretti gender dalle scuole. Confusione a tre anni, senza l’autorizzazione dei genitori.” Sostenibilità della famiglia: tirare su figli è una responsabilità, se uno pensa che fa figli solo se può comprarsi la casa col mutuo, mio padre, ecc.” Vi risparmio il discorso sulla “zingara”, la chiusura della moschea, le misure antiterrorismo, sulla cittadinanza italiana e del sentimento nazionale, “gli stranieri ci stanno comprando tutto, le migliori brand aziendali”. Potrei chiudere qui, ma proseguo.

Andrea Gnassi, sindaco di Rimini, auspica un patto con governo centrale che assicuri autonomia organizzativa, fiscale e di investimento ai sindaci. Parla anche di una riforma istituzionale per rispondere ai problemi del territorio.

Tutti sottolineano che la soluzione non è nell’assistenzialismo, ma nel fornire strumenti per coltivare il senso di fiducia verso il futuro.
Tutti rilevano che l’immigrazione contribuisce a rendere meno accentuate le conseguenze dell’invecchiamento della popolazione e a rendere più stabile il saldo demografico grazie ai tassi di natalità più elevati delle donne straniere. Peccato che già da qualche anno si rilevava un calo anche dei nati da genitori di origine straniera.

Fin qui la cronaca del meeting di Rimini.

In parallelo, come prodotto di questo meeting, su numerose testate è rimbalzata la firma di un documento sulla natalità.
Che nello stesso anno a più riprese si debba assistere a questo martellamento e a questo continuo tornare sul tema della natalità, fecondità lo trovo emblematico.
A Rimini, 7 sindaci, 7 uomini hanno firmato un “piano strategico per la natalità” volto a incrementare il numero da 1,34 a 2 figli per donna. Vediamo nel dettaglio di cosa si tratta.
Il documento ha il seguente titolo: “Le città e la sfida demografica per una politica generativa – Impegnare il Paese su nascite, welfare, anziani”.
Cosa intendiamo per politica generativa? Visto il martellamento sul tema natalità e gap generazionale sembrerebbe che si stia parlando di questo. Ma approfondendo c’è un precedente, qualcuno che ha coniato questo termine, che ha un senso un po’ più ampio.

Guglielmo Minervini, scomparso prematuramente un anno fa, amministratore e politico pugliese, ne parlava così:

“La politica generativa è quella che si crea quando l’amministratore smette di chiedersi “quante risorse stanzio” e inizia a chiedersi “quante risorse attivo”, di qui il suo nome.” Una visione della politica nata nella mia Puglia, “Lo Stato e il Partito – si legge nella quarta di copertina del volume di Minervini (La politica generativa. Pratiche di comunità nel laboratorio Puglia. Carocci, 2016) – non sono più sovrani e la società ha imparato a operare in autonomia, come una immensa rete di scambi che innescano processi creativi di trasformazione. Se la politica vuole recuperare efficacia deve trasformarsi in un dispositivo che aiuta le persone a condividere una comune visione di futuro, valorizzando il capitale di energie e competenze, passioni e tempo. È questa, per Guglielmo Minervini, la politica generativa: una piattaforma in grado di attivare il cambiamento e di incidere sul corso degli eventi, sperimentando nuove pratiche di comunità. Perché la politica generativa è soprattutto una politica che crede nelle persone”.

Torniamo al documento siglato a Rimini.
La richiesta e l’obiettivo:

“Insieme al Governo nazionale, agli studiosi, alla società civile e al mondo dell’associazionismo lanciamo dalla cornice del Meeting di Rimini una sfida ambiziosa al Paese: lavorare insieme sulla sfida demografica e impegnarsi nell’adozione di un Piano Strategico che abbia l’obiettivo di incrementare l’attuale livello di natalità da 1,34 a 2 figli per donna, al fine di garantire il ricambio generazionale e quindi il futuro del nostro Paese. Chiediamo a tal fine l’impegno di maggiori risorse economiche, da reperire attraverso l’efficientamento e razionalizzazione della spesa pubblica.”

7 brillanti amministratori, 6 di centrosinistra e uno di centrodestra, che nel corso del meeting si gongolano di aver ciascuno contribuito egregiamente a incrementare le nascite, avendo tutti da due a cinque figli. La progenie, l’eredità dei padri, la dinastia assicurata.
Insomma, tutti buoni padri di famiglia, con il sindaco di Cittareale, Francesco Nelli, che si domanda “a chi lascio mio figlio se mia moglie deve andare a fare una ecografia e io devo andare in Comune?”
Il documento contiene i seguenti punti:

1. la promozione di una corretta campagna comunicativa, scevra da approcci ideologici, per informare su tutti i servizi e i mezzi di sostegno alle famiglie;
2. maggiori incentivi fiscali ed economici per i neo genitori, che rafforzino le iniziative degli ultimi Governi;
3. la creazione di un sistema di welfare che offra diritti di maternità e paternità a tutti i lavoratori, anche non dipendenti;
4. il miglioramento della conciliazione tra vita familiare e professionale ed un’organizzazione del lavoro più funzionale ed attenta alle nuove esigenze lavorative dei genitori, con l’obiettivo primario di agevolare una maggiore partecipazione delle donne al mercato del lavoro, elemento decisivo per una ripresa della natalità;
5. un maggiore investimento, in collaborazione con l’associazionismo e il privato sociale, nei servizi di assistenza agli anziani non-autosufficienti, il cui carico di cura è oggi in larga misura sulle spalle delle famiglie e in particolare delle donne, costituendo un fattore di allontanamento di queste ultime dal mercato del lavoro;
6. la riduzione delle spese delle famiglie per l’iscrizione e la frequenza alle scuole dell’infanzia, grazie a maggiori investimenti pubblici e privati nei servizi all’infanzia;
7. l’attivazione di politiche per l’emancipazione e l’autonomia dei giovani, a partire da misure che ne favoriscano l’inserimento e la stabilità occupazionale;
8. l’ampliamento della platea interessata dal Reddito di Inclusione, a comprendere quella vasta porzione di giovani che versa oggi in condizioni di povertà;
9. la trasformazione, in tutte le medio-grandi città, di vecchi immobili pubblici in social housing e nuove forme di abitazione a sostegno di famiglie e giovani genitori e la sottoscrizione di accordi territoriali, promossi dai Comuni, finalizzati ad incrementare l’offerta di alloggi a canone convenzionato destinati ai giovani e alle giovani coppie;
10. l’attivazione di asili, condomini e servizi di domicilio condiviso per una vera convivenza generazionale che, sull’esempio di alcune realtà già presenti nel nostro Paese, porti a dialogare le esperienze della popolazione anziana e la vivacità dei più giovani;
11. una maggiore collaborazione e sostegno alle iniziative dell’associazionismo e del privato sociale nell’assistenza agli anziani;
12. il varo di un piano nazionale per l’inserimento sociale degli immigrati economici, basato sulla formazione e sul lavoro, che faccia tesoro delle positive esperienze locali che hanno accompagnato l’impegno di accoglienza che tenga conto delle effettive esigenze del sistema produttivo nazionale e delle capacità di accoglienza in generale.


Per quanto ho potuto visionare del documento, si tratta di un testo molto semplice, nessun approfondimento o nota bibliografica, citazioni di esperti, crediti. I contenuti, pur se interessanti, sono un generico proposito, una dichiarazione d’intenti, poco contestualizzata. Dovremmo pensare ad esempio a come stabilizzare i giovani in presenza di contratti sempre più precarizzanti e di come non creare ulteriori conflitti generazionali in tema di lavoro e di previdenza. Insomma, un po’ di coerenza e onestà non guasterebbe. Nessuna copertura, nessun accenno alle risorse se non l’auspicio di poterle “reperire attraverso l’efficientamento e razionalizzazione della spesa pubblica”. Nemmeno la spending review ha frenato l’aumento del debito pubblico, per cui possiamo immaginare che nel nostro prossimo futuro non navigheremo nell’oro.
Io che mi aspettavo di reperire nel documento le collaborazioni di cui si erano avvalsi per stilarlo, mi sono trovata di fronte a un semplice elenco, avente a corredo più o meno le stesse considerazioni espresse al tavolo del meeting.
Uomini che discettano su cosa fare per le donne, assenti dal dibattito e dalla elaborazione di idee, quasi si consideri scontata la loro opinione, la loro scelta, il loro ruolo. “Perché mai le donne non dovrebbero concordare con noi 7?”, si saranno chiesti i sindaci. Perché mai le cose non cambiano diciamo noi. Ecco perché non cambiano, perché tutto si decide sulle nostre teste e sulle nostre vite, come a farci un favore di esonerarci dall’uso delle nostre teste e dall’esercizio del nostro libero arbitrio. Non è concepibile che le donne possano autodeterminarsi e fare progetti come soggetti autonomi e non legate alle loro funzioni biologiche e riprodutive.
Due, donne, due figli, almeno due per garantire il futuro della “razza italica” come Patrizia Prestipino si premurava di dire qualche giorno fa.

Parla da sé il fatto che a nessuno di questi 7 sindaci uomini sia venuto in mente di coinvolgere qualche donna con incarichi istituzionali, qualche donna esperta su questi temi, una consigliera di parità, qualche attivista. Nessuno che abbia avvertito l’assenza e la parzialità di questo atto e meeting. Nessuno che abbia avvertito l’esigenza di confrontarsi con l’altra parte in causa, le donne. Perché i figli ancora si fanno e si crescono in due, quindi la scelta e le condizioni vanno valutate sia per gli uomini che per le donne. Vista così sembra ancora una roba tutta sul groppone delle donne. È come se si sostenesse, “noi aggiustiamo qualche dettaglio e poi le donne accetteranno di buon grado di figliare”. È come se si stesse dicendo, noi facciamo il piano, lo firmiamo e poi voi lo concretizzate come vi chiediamo e vi suggeriamo noi. Un approccio paternalistico se vogliamo inquadrare l’impressione trasmessa da questo meeting e da questo documento declinati al maschile. Che nessuno si sia premurato di chiedere una condivisione dei contenuti di questo documento con le donne, citate solo come coloro che devono poi praticamente fare almeno due figli. Oppure è avvenuto, dove è avvenuto? Il documento è stato presentato già pronto, blindato, come si usa fare tra decisori democratici. Forse si prevede in futuro un lavoro insieme alle donne?

La mia preoccupazione è comprendere la ratio dell’impostazione generale, che a mio avviso non avrebbe dovuto partire dall’obiettivo di due figli per donna, ma da come incrementare la partecipazione delle donne in ogni ambito della vita di questo Paese.
Per quanto riguarda la collaborazione alla redazione del documento, ipotizzando che ci siano state anche figure femminili, non citate e non esplicitate in esso, perché non si è avvertita la necessità invitarle al dibattito del meeting? Mi sembra che il palco del potere che decide sia sempre e solo abitato da uomini. Questo rende anche i buoni propositi del documento un po’ meno credibili.
Perché quando ci sono le occasioni pubbliche di confronto nei partiti, si alzano trincee e non si ascoltano i suggerimenti e gli spunti critici? A cosa serve la partecipazione e l’attivismo delle donne nei partiti e nella politica se poi dobbiamo essere trattate come mere esecutrici e comparse?

Ciò che preoccupa è l’impostazione, già finalizzata a un obiettivo superiore: fare figli, farne almeno due. Questo è ciò che stride: l’interesse prioritario. 

Eppure si può affrontare le cose da un altro punto di vista, proprio perché Gori accenna al fatto che i compiti di cura, specie degli anziani, pesano maggiormente sulle donne (disequilibrio dei carichi familiari).

Li vedo con il pallottoliere alla mano che cercano di calcolare quanti pupi dobbiamo generare per riequilibrare il trend demografico. Che qualcuno si sia premurato di darsi uno sguardo attorno. Che qualcuno si sia degnato di leggere le raccomandazioni che da più parti arrivano, tutte dedicate all’empowerment delle donne e volte a incrementare la loro presenza attiva nella società e nell’economia. La natalità è un di cui, se le donne (e gli uomini) stanno bene, hanno una condizione di vita stabile e non precaria, forse saranno più propensi a far figli, ma anche no, perché non è una scelta obbligata. Non è solo una questione di retribuzioni dei trentenni (-12% rispetto alla media nazionale, nel ’77 erano +3%) ma delle prospettive negative sul futuro. Avete mai avuto a che fare con periodi in cui il lavoro non c’è e se ne cerca un’altro, certi che molto probabilmente, salvo miracoli, sarà anche quello precario, ammesso che lo si trovi? Un figlio può peggiorare ulteriormente questa precarietà, non esserne consapevoli significa essere sprovveduti.
È una scelta obbligata quella di coloro che da anni sono costretti a dimettersi per problemi di work life balance oppure che perdono il lavoro dopo la nascita del figlio o sono costretti in situazioni di precarietà. Forse andrebbero fornite alternative. La natalità può essere un argomento rilevante, ma posto così, col calcolatore alla mano mi sembra più un esercizio di pura matematica e di demografia a tappe forzate.
Non servono solo più nidi, per un buon equilibrio vita privata-lavoro occorre flessibilità (non schiavismo e lavoro gratis senza orario), che nell’ambito lavorativo si traduce in due comportamenti: la possibilità di modulare l’orario di servizio e il luogo di lavoro. È questa la ricetta che può permettere alle donne di continuare la carriera professionale dopo aver avuto un figlio, secondo una ricerca pubblicata sulla rivista scientifica «Human Relations». Ma io aggiungerei che occorrerebbe permettere flessibilità anche agli uomini, assegnando loro crescenti e pari responsabilità e compiti di cura.

“I ricercatori del dipartimento di sociologia dell’Università di Kent hanno dimostrato che conciliare le soddisfazioni sul posto di lavoro con il desiderio di allargare la famiglia è possibile, purché nei confronti delle donne si adotti un atteggiamento meno rigido riguardo al tempo trascorso di fronte al pc e al luogo da cui ci si connette.”

Interessante il lavoro della Commissione Europea con la proposta di direttiva sul work life balance, per preservare i diritti esistenti e delinearne di nuovi sia per gli uomini che per le donne. La proposta mette al centro l’individuo in quanto lavoratore e genitore/caregiver. Non si parla solo di “mamme”, si affrontano i compiti di cura in maniera sistematica e complessa. Ne avevo parlato qui.

Da qualche anno si sta spingendo al finanziamento del welfare aziendale e su misure di conciliazione nei luoghi di lavoro. A mio avviso c’è bisogno di un forte intervento statale, centrale, stringente su flessibilità, su prevenzione e contrasto di abusi su orari/mansioni e incentivi certi per misure di conciliazione in ogni settore. Insomma garantire una flessibilità a tutti, non solo a categorie e settori volenterosi e privilegiati. Solo l’azione statale può riequilibrare le disuguaglianze e garantire pari trattamento e pari retribuzioni.

Se non consentiamo di modulare diversamente i tempi di lavoro e della città avremo sempre di fronte condizioni svantaggiose e demotivanti. Soprattutto occorre che i decisori si impegnino e capiscano finalmente che occorre un riequilibrio uomo-donna nei compiti di cura e di assistenza, perché i servizi esterni non sono sufficienti e a casa continua ad esserci una differenza, che seppur in flessione negli ultimi anni, stenta a colmarsi.

Secondo il report Onu del 2017, sugli obiettivi di sviluppo sostenibile entro il 2030, “le donne continuano, infatti, a impiegare più del triplo del tempo rispetto agli uomini nella cura della casa e dei figli. “Il tempo impiegato per i lavori domestici non retribuiti e la cura dei figli – scrive l’Onu – sconvolge la capacità delle donne di impegnarsi in altre attività, come l’istruzione e la formazione”. Un problema che riguarda, allo stesso modo, sia i Paesi considerati in via di sviluppo, sia quelli che l’evoluzione, anche su questi temi, avrebbero dovuto già raggiungerla.”

Nel documento dei sette sindaci è positivo che si parli di genitorialità e di paternità, con un cenno alla necessità di “agevolare una maggiore partecipazione delle donne al mercato del lavoro, elemento decisivo per una ripresa della natalità”. Ma allora perché non invertire l’impostazione? Perché non fare un patto focalizzato su come incrementare la partecipazione delle donne in ogni ambito e soprattutto come farle entrare e permanere nel mondo del lavoro? Come assicurare a uomini e donne condizioni di vita dignitosi, prospettive migliori insomma. Porla così è utile, vederla finalizzata alla natalità un po’ meno, perché sembra che sia lì l’interesse e non sul benessere di uomini e donne. Vogliamo colmare i gap di genere, i gap salariali e bloccare i trattamenti discriminatori. I figli arriveranno se avremo accordato la giusta attenzione a questi aspetti.

Il documento siglato dai sette sindaci precisa che: “Siamo ben consapevoli che qualsiasi contributo della politica e delle istituzioni non può – e non deve – sostituirsi alle decisioni personali in merito alla costruzione di nuove famiglie e alla scelta di avere figli. Ma, allo stesso modo, è dovere della buona Politica lavorare per garantire le migliori condizioni generali al soddisfacimento delle aspirazioni e dei desideri dei concittadini.”

Scusate, ma non è detto che le aspirazioni e i desideri dei/delle cittadini/e abbiano a che fare per forza con la genitorialità e la formazione di una famiglia.

In vista della prossima Conferenza Nazionale sulla Famiglia del 28 e 29 settembre, si è sollecitata l’azione di Comuni e Città Metropolitane per dare visibilità a quanto realizzato in materia di politiche per le famiglie. Il documento dei 7 sindaci si inserisce in questo quadro di impegno oppure è un’azione estemporanea e non si pone all’interno di in un progetto che poi possa avere una sua concretizzazione?

Sarò grata a chi vorrà rispondere ai miei quesiti. Soprattutto perché non si può continuare a fare proposte estemporanee e non strutturate, che poi non possono essere realizzate.

Sembra che in Italia l’interesse sulle donne sia sempre e solo legato alla loro capacità riproduttiva. E ora che facciamo? Ci teniamo anche questa?

Vorremmo che finalmente cambiasse radicalmente l’atteggiamento che il potere ha nei confronti delle donne. Ricordando che le pari opportunità tra uomini e donne prevedono l’assenza e quindi la rimozione di ogni ostacolo alla partecipazione economica, politica e sociale. In ogni occasione. Grazie.

Mai genuflessa,

Simona Sforza

 

p.s.
Vi consiglio di ascoltare i due interventi del sindaco Brugnaro e poi riflettere sul fatto che costui sia tra i firmatari del documento.

 

Per approfondire:

Censis 2016: http://www.repubblica.it/economia/2016/12/02/news/censis_l_italia_bloccata_che_non_investe_piu_torna_a_tuffarsi_nel_sommerso-153253818/

http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Rapporto-Censis-dice-Italia-in-letargo-collettivo-non-sa-piu-progettare-il-futuro-8a1b54c3-8b48-4eff-bbfb-acf48d434793.htmlhttp://www.censis.it/5?shadow_evento=121147

Anci – Conferenza Nazionale sulla Famiglia del 28 e 29 settembre:

http://www.anci.it/index.cfm?layout=dettaglio&IdSez=821213&IdDett=61503

http://www.anci.it/Contenuti/Allegati/Lettera%20Monitoraggio%20dei%20servizi_interventi%20attivati%20nei%20Comuni%20a%20valere%20sui%20fondi%20delle%20Intese1.pdf

Flessibilità:

http://www.lastampa.it/2017/08/23/societa/mamme/la-flessibilit-permette-alle-donne-di-mantenere-il-posto-di-lavoro-dopo-il-parto-7YcVWdQnPJx1JRbUpjYc9H/pagina.html

http://www.alleyoop.ilsole24ore.com/2017/08/10/suistainable-development-goals-2017-ancora-troppa-violenza-e-soffitti-di-cristallo/?uuid=106_uBhj4ddr

La registrazione video del meeting del 22 agosto:

https://www.radioradicale.it/scheda/517797/meeting-di-rimini-2017-la-polis-al-centro-della-politica-workshop-con-sindaci-italiani

Giulia Siviero sullo stesso tema:

http://www.ilpost.it/giuliasiviero/2017/08/25/politica-genrativa-nardella-due-figli-per-donna/

Sempre al meeting, la vicenda che ha visto protagonisti il sindaco Nardella e il sindaco Brugnaro:

http://firenze.repubblica.it/cronaca/2017/08/22/news/nardella_e_lo_scherzo_discutibile_all_urlo_di_allah_akbar_polemiche_e_scuse_sui_social-173638337/

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Passata la festa… continuano a farcela

@ Olimpia Zagnoli

Un bilancio sulla condizione femminile in Italia, tra ruolo di cura e di assistenza e gli impegni lavorativi.

 

Passata la festa della mamma, torniamo a tuffarci nella routine e sulla consueta linea di galleggiamento.

Prima di perdere di nuovo di vista la vita di tante donne, desidero soffermarmi sull’ottimo lavoro di Giovanna Badalassi e Federica Gentile per il report 2017 “Le equilibriste – la maternità tra ostacoli e visioni di futuro” di Save the children.

In Italia è confermato il trend dell’età del primo figlio: 31,7 anni contro la media europea di 30,5 anni. Il tasso di fecondità italiano è di 1,35 figli per donna contro la media europea di 1,58. Il contesto in cui questa tendenza si consolida non è chiaramente dei più sani.

2 Tasso di fecondità femminile in Italia (2008 e 2015)

Fonte: report 2017 “Le equilibriste – la maternità tra ostacoli e visioni di futuro” di Save the children.

3 Età media delle madri al parto (2015) UE 28

Fonte: report 2017 “Le equilibriste – la maternità tra ostacoli e visioni di futuro” di Save the children.

Tra i 25 e i 49 anni nel 2015 il tasso di occupazione in Italia raggiungeva il 57,9% (nella stessa fascia gli uomini erano il 77,9%). L’Italia si colloca alla 27ma posizione su 28 (l’ultima è la Grecia). Il loro tasso di occupazione diminuisce progressivamente al crescere del numero di figli: “dal 62,2% del tasso di occupazione delle donne senza figli tra i 25 e i 49 anni, si scende al 58,4% delle donne con un figlio, al 54,6% delle donne con due figli, al 41,4% delle donne con tre e più figli.”

Donne adulte tra i 25 e i 64 anni per numero di figli ed età del figlio più piccolo 2015

Fonte: report 2017 “Le equilibriste – la maternità tra ostacoli e visioni di futuro” di Save the children.

Tra i 25 e i 44 anni le donne dedicano al lavoro domestico 3,25 ore al giorno, contro 1,22 degli uomini; così come il lavoro di cura dei familiari, soprattutto figli tra 0 e 17 anni (2,17 ore le donne contro 1,29 degli uomini). Certo la situazione migliora, ma qualcosa non gira ancora nel verso giusto.

Durata media specifica in ore e minuti di un giorno medio settimanale del lavoro domestico per genere e tipologia di

Fonte: report 2017 “Le equilibriste – la maternità tra ostacoli e visioni di futuro” di Save the children.

In termini di qualità della vita per le mamme al vertice della classifica si confermano il Trentino Alto Adige, la Valle d’Aosta, l’Emilia Romagna la Lombardia.

Ci dicono che dobbiamo far figli per far crescere il Paese, che invecchiando ha sempre meno parti della popolazione attiva. Ma chi nel frattempo si occupa di assicurare o far crescere il benessere di chi deve fare il genitore?

“Le famiglie e, all’interno di queste, le mamme avranno sempre maggiori difficoltà in futuro a sostenere, così come succede oggi, la cura dei figli, degli anziani, e al contempo produrre un reddito familiare adeguato per il sostentamento della famiglia: troppi e troppo intensi sono i cambiamenti sociali ed economici che obbligano ad un ripensamento del nostro modello di welfare”.

Il doppio reddito che oggi è indispensabile per mantenere adeguatamente una famiglia e non essere a rischio povertà, in realtà è sempre più simile a un reddito e mezzo o un quarto. Sì perché per poter gestire tutto il lavoro non retribuito qualcuno deve contrarre il proprio orario di lavoro retribuito.

Percentuale part-time donne occupate 25-49 anni Italia-UE 27 e numero di figli

Fonte: report 2017 “Le equilibriste – la maternità tra ostacoli e visioni di futuro” di Save the children.

Almeno che il proprio lavoro non riesca ad avere livelli di retribuzione talmente elevati da poter restribuire a nostra volta una persona che si occupi in nostra vece della cura della casa, dei figli e dei genitori. Perché se vogliamo essere oneste e sincere, dovremmo riflettere su quale percentuale di donne che si avvale di un aiuto (badante, colf o tata) assume regolarmente queste persone. Perché il nocciolo della questione sta proprio qui. Il rischio di un vortice, con ricadute negative, che si ripiega su se stesso è elevato, troppo. Le discriminazioni anziché ridursi si autoalimentano. Il cambiamento parte da qui. Perché dobbiamo chiederci a che prezzo è possibile lavorare, se il welfare familiare deve essere costretto a supplire la mancanza di interventi strutturali e in ottica di medio-lungo periodo.

La presenza delle donne nel mondo del lavoro non può essere supportata attraverso la politica dei bonus, di interventi emergenziali o una tantum che lasciano grossi buchi e che non riescono a garantire servizi su tutto il territorio (si pensi al tempo pieno e alle mense scolastiche, che a volte sono di qualità non soddisfacente). Siamo di fronte a sfide culturali, politiche, di investimenti pubblici che anziché sprecare risorse in termini autopromozionali/elettorali immediati, dovrebbero preoccuparsi di non creare ulteriori distanze tra chi può permettersi una qualità della vita buona e soddisfacente e la sempre più consistente porzione di chi deve rinunciare man mano a diritti, garanzie, servizi, sostegni e futuro. Non facciamo figli e nel rispetto di questa scelta chi ci governa deve porsi le giuste domande e non scaricare su di noi e fustigarci. È una questione di orizzonti e scelte di vita. È una questione di prospettive e di clima. È una questione di fiducia e la fiducia non la compri con una manciata di euro. Le donne sono una forza sociale determinante, che facciano o meno figli. Ve ne dimenticate troppo spesso, salvo due o tre giorni l’anno, salvo elezioni.

 

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​La #conciliazione non è un lusso di pochi. La #conciliazione è un diritto fondamentale di tutti.

 

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(iStockphoto)

 

Italia 2016. Tra fertility day, prestigio della maternità, fertilità bene comune e altre ciliegine “risolte” tutte in “un semplice errore di comunicazione”, “correggeremo la campagna”, va in scena la solita rappresentazione. Per fortuna c’è chi fa notare che l’impianto ideologico alla base del piano nazionale per la fertilità è anacronistico e lesivo per tanti motivi e per tante persone (qui e qui). Sta di fatto che anziché accogliere i suggerimenti, cogliere dalle critiche un approccio diverso e avviare un percorso multidisciplinare, si preferisce far finta di niente. Poi forse si metterà una toppa.

Ci sarebbe bisogno di interventi organici e strutturali, di ristrutturare un welfare sulla base delle esigenze attuali, assicurando a tutt* un buon work-life balance, che non è “quella roba lì da donne”, ma riguarda l’intera comunità.

A quanto pare per l’Unione Europea la parità di genere è una questione centrale e nonostante i suoi limitati poteri di intervento negli ambiti delle politiche del lavoro e sociali, per sussidiarietà ancora in gran parte di competenza degli Stati membri, periodicamente si adopera per poter sollecitare affinché si ragioni e si intervenga per cambiare lo status quo.

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Possiamo permetterci un figlio?

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Il mio nuovo pezzo per Mammeonline.net per parlare di genitorialità‬ e dati occupazionali.

Possiamo permetterci un figlio? Nonostante la natalità sia in caduta libera, siamo paralizzati e mostriamo sempre una certa incredulità di fronte alle sue cause. Per alcuni sembra inimmaginabile riflettere attentamente sulle responsabilità che comporta diventare genitore oggi.
Per molti decisori politici è difficile avere un approccio sistemico e strutturale a queste questioni, e si procede casualmente, a singhiozzo, con misure quasi sempre poco efficaci e che non incidono se non marginalmente nelle vite reali, che non consentono di avere prospettive positive verso il futuro.

Nella relazione del convegno “Possiamo permetterci un figlio?” (qui la registrazione video http://www.uilweb.tv/webtv/default.asp?ID_VideoLink=4142 e la relazione finale), organizzato dalla Uil e dal Coordinamento Pari Opportunità, leggiamo il seguente quadro italiano: “Si fanno sempre meno figli: secondo i dati Istat, nel 2015, le nascite sono state 488.000, 15.000 in meno rispetto al 2014, minimo storico dall’Unità d’Italia. Per il quinto anno consecutivo, nel 2015 si è registrata una riduzione del numero di figli per donna, sceso a 1,35 (1,29 per le madri italiane). Una delle principali cause della bassa natalità è costituita dagli ostacoli economici e culturali che incontrano le donne, soprattutto quando decidono di diventare madri.”

 

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http://www.mammeonline.net/content/possiamo-permetterci-figlio

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Dove ci porta l’ottovolante? #jobsact

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Ho scritto un nuovo post per Mammeonline.net, sul tema del congedo parentale.

Qui di seguito un estratto,  potete leggere l’intero articolo a questo link:

http://www.mammeonline.net/content/dove-ci-porta-lottovolante-jobsact

“Non credo che tornando subito al lavoro si eliminino totalmente i problemi e le discriminazioni. Solo un soggetto avulso dall’esperienza genitoriale può concepire che rientrare al lavoro dopo i tre mesi di congedo obbligatorio possa essere una strada facile e accessibile a tutti.

Chi gestisce un bambino così piccolo? Tate, nonni (quest’ultima ipotesi è il solito welfare gratuito, che fa comodo a uno stato semi-assente)?
A volte mi chiedo perché ci chiedono di far figli, se poi pretendono che siano altri a gestirli e a educarli al nostro posto.

Noi dobbiamo fare figli, ma produrre PIL allo stesso tempo, mettendoci nei panni dei poveri “distributori” di lavoro. Tanto vale non  farli i figli. Ieri ero in biblioteca con mia figlia. C’era un bimbo di circa 10 mesi, vestito firmato dalla testa ai piedi, accompagnato da una tata dolcissima. Erano le 19 passate. Mi ha fatto una tristezza enorme.

Lo so, il lavoro è importante, ma questo spesso ci porta a sacrificare cose importantissime, che passano e non tornano più. Anche perché non  è detto che il nostro sacrificio e il nostro rientrare al lavoro presto, sia poi riconosciuto dal nostro datore di lavoro. Potremmo essere comunque a rischio, potremmo perdere il lavoro anche se ci mostriamo pronte a sacrificare ogni cosa, anche nostro figlio. Ricordiamoci poi che un figlio non è un bambolotto, nei primi anni i bimbi si ammalano di frequente e avremo bisogno di assentarci.”

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Di donne grasse e donne magre, di età e di colori

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Cosa ci viene richiesto per essere in linea con ciò che viene considerato “normale”? Stereotipi e modelli che ci impediscono di vivere serenamente e liberamente.

“In questi giorni riflettevo su come cambiano i giudizi a seconda delle età e di come questi incidono nella nostra vita”.

(…)

“Un rincorrere pericoloso di ideali che costruiscono per noi un senso del normale, del tutto malato e slegato dalla realtà. Per molti è un perenne tentativo di adeguamento, senza che si riesca a capire che non è possibile vivere in questo modo. Gli altri disegnano per noi un modello che ci ingabbia e ci preclude una comprensione di noi stessi piena e matura.”

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Buona lettura!

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In qualcosa siamo primi

Kindererziehungszeit

 

No, non è il patrimonio artistico, non è il cibo o il turismo. L’Italia può vantare il primato del “costo più basso dei licenziamenti a livello mondiale”. 
L’inchiesta de L’Espresso, che parla di mobbing post-maternità, scopre di fatto l’acqua calda. Scorrono i dati, i numeri del fenomeno nei principali centri, settori e mansioni, le segnalazioni di mobbing (nel capoluogo lombardo, ad esempio, al Centro Donna della Cgil solo negli ultimi tre anni si sono rivolte 1.771 lavoratrici). E qualche storia a condire il tutto, tanto chi non ci è passato non può capire, ci prendono pure per donne deboli, incapaci di farci valere o di sacrificarci per benino, come ci chiede il modello imprenditoriale post-capitalista, ultra-liberista, per la serie “meno diritti meglio è”.

“I dati parlano chiaro: negli ultimi cinque anni in Italia i casi di mobbing da maternità sono aumentati del 30 per cento. Secondo le ultime stime dell’Osservatorio Nazionale Mobbing solo negli ultimi due anni sono state licenziate o costrette a dimettersi 800mila donne. Almeno 350mila sono quelle discriminate per via della maternità o per aver avanzato richieste per conciliare il lavoro con la vita familiare”.

Le stime, sulla base di coloro che denunciano o quanto meno ci provano. Le altre, quelle che rinunciano a priori, sono sommerse, al massimo si riesce (se si ha un po’ di buona volontà) a contarle guardando i questionari statistici che sei costretta a compilare se hai un figlio under 3 e ti dimetti “volontariamente”. Ne avevo già parlato qui e qui.

Sinceramente sono un po’ stufa di essere passata nel tritacarne e di sentirmi dire “denunciate, non mollate”, nonostante l’onere della prova di aver subito mobbing sia a nostro carico. Non può essere dimostrato qualcosa che avverti nell’atmosfera sul posto di lavoro, non puoi dimostrare che più volte ti sono state richieste trasferte incompatibili con un figlio di un anno, che devi tornare disponibile h24 come se non avessi nessuno che ti aspetta a casa. Qualche datore di lavoro temporeggia, attende che superi i mesi di allattamento. Poi generalmente devi tornare al ritmo consueto, ante-maternità, con orari che superano grandemente, in alcuni casi, quelli previsti dal contratto, peccato che non ti spettino straordinari e il tuo mensile sia da fame (sei sempre donna ricordatelo!). Non puoi continuare a “ostacolare i progetti aziendali” perché hai avuto un figlio. Automaticamente ti trovi ad essere l’ultima ruota del carro, senza più alcuna prospettiva di carriera, manovalanza, pure ingombrante e inefficiente. Una volta che avanzi richieste che ti permettano di conciliare, resta al datore di lavoro la totale libertà di concederti o meno dei benefici. Quindi che cosa puoi pretendere? Nulla, puoi solo fare le valigie e andartene. Sei un peso morto, ti fanno sentire tale. Resti in silenzio, perché di fatto diritti non hai. Sarebbe diverso se lo stato prevedesse delle forme di conciliazioni (magari dando in cambio sgravi fiscali agli imprenditori) sancite a livello di contrattazione nazionale, o addirittura di livello legislativo.

Quindi signori non scaricate su di noi la palla, occorrono provvedimenti immediati, volti a garantire che il mobbing sia impraticabile e poco appetibile a monte, a priori. Altrimenti parliamo della solita aria fritta. 

 

P.S. L’istantanea tracciata da L’Espresso è ante JobsAct.. chissà cosa accadrà ora!!!

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Mamme da spot

Arthur John Elsley, Well on the mend, 1910, private collection, oil on canvas, 66 x 86 cm

Arthur John Elsley, Well on the mend, 1910, private collection, oil on canvas, 66 x 86 cm

Ce ne sono tanti di spot che hanno come tema la maternità, la cura dei figli, e alcuni sono veramente da far accapponare la pelle. Da qualche giorno devo sorbirmi l’ultimo spot della Mellin, quello della mamma di Amélie, per capirci (qui lo spot, se volete farvi un’idea). Più lo vedo, più mi convinco che c’è qualcosa che non va, forse più di una cosa che non va. Per carità, non mi preme entrare nei meandri della disputa allattamento naturale o artificiale, io ho avuto entrambe le esperienze, ma sono per la libera, personalissima scelta, soprattutto perché ogni figlio è una storia a sé e l’allattamento non deve diventare l’ennesima croce sulle spalle delle donne. Basta con questo martellamento. Lasciateci scegliere come meglio crediamo!

In questo spot della Mellin, mi ha destato un po’ di sconforto la frase: “diventi mamma dal primo momento in cui lo scopri”. Ci rendiamo conto? No, no, non è assolutamente così, non lo diventi allora e potresti in teoria non diventarlo mai, se non lo desideri in quel momento o in futuro. Nessuno può importi un ruolo. Nessuno davvero. Nessuno può affermare che diventi madre dal momento in cui fai il test di gravidanza e questo risulta positivo. Mi sembra un messaggio pericoloso. Poi c’è il solito “istinto di mamma” che dovrebbe portarti sempre a fare le scelte giuste, come quella di comprare un barattolino blu di latte in polvere “per trovare la tranquillità”. Chi sbaglia deve flagellarsi e considerarsi una pessima madre? La narrazione prevalente non fa altro che caricare la donna e la madre di aspettative e significati sovradimensionati, cancellando le peculiarità e le singolarità di ciascuna di noi, includendoci tutte in un calderone unico. Sono le aspettative che pesano e distorcono la realtà, rendendoci più insicure, confuse  e incelofanate in un pacchetto di donna o di madre, da cui diventa difficile uscire o da cui è difficile prendere le distanze, per affermare il proprio modo di essere e di vivere le esperienze. Sempre in una raffigurazione che ci vuole descrivere come non siamo, ma come conviene che siamo. Una convenienza che ci assegna mansioni, ruoli, competenze, predisposizioni, inclinazioni naturali a priori.

Siamo alla fantascienza della maternità e dell’essere donna. Di questo passo, avremo buttato alle ortiche decenni di riflessioni e di prese di coscienza. Soprattutto, avremo ricreato quel mito della donna=mamma, perfetta e sempre pronta, paziente e senza limiti, da cui dovremmo aver preso le distanze da un pezzo. Invece ecco che cercano di strizzarci dentro un ruolo, dentro un immaginario perfetto, monoliticamente declinato al femminile, unica figura sacrificale.

Faccio troppo poco? Sono poco paziente? C’è chi fa più e meglio di me? Me ne frego, faccio quel che posso e che mi sento di fare. Non sono un’automa o una schiava. Chi ha fiato solo per criticare noi donne è pregato di tacere!!! Anche perché, di solito, in questi quadretti familiari, il padre sta sempre ben lontano dal biberon ed è sempre mammina e solo mammina a occuparsi del pargolo. Quando riusciremo a demolire questo modello di rappresentazione di cura???

Ringrazio Narrazioni Differenti per questo post, che tocca, tra gli altri, anche il tema dell’allattamento, in relazione al prossimo Expo.

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Potenziali

levatrice

 

Siamo ai bilanci di fine anno e arrivano anche i dati sulla natalità (qui un articolo pubblicato su InGenere). All’appello e sotto la lente c’è la generazione di “quelle” nate negli anni ’80. Il resto è fuori focus (ci siamo persi gli anni ’70, di già???) e comunque siamo sempre alle analisi del potenziale femminile. Galline in batteria all’appello! Questioni trite quelle del matrimonio che costa troppo e che è sempre meno diffuso. Roba a cui non bada più nessuno dotato di un minimo di materia grigia. Si può organizzare un matrimonio con un budget bassissimo e poi la questione della natalità non la si può legare al matrimonio. Dovremmo aver già superato questo scoglio. O mi sbaglio? Così come quelli che mi dicono “sai ci piacerebbe avere un figlio, ma ci vorrebbe una stanza in più” e non vivono certo in 50 mq. Allora, inizi a capire che ci sono ragioni più profonde se si fanno sempre meno figli. Ognuno ha ragioni diverse e tutte da rispettare. Di questi tempi un minimo di razionalità e di pianificazione non guastano, vista la precarietà a 360°. Anche quando sulla carta tutto sembra fattibile e sembrerebbe poter filare liscio, nulla avviene mai tranquillamente. Come ho detto altre volte, ci sono tanti fattori che vanno a incastrarsi e non è scontato che lo facciano. Inoltre, anche quando ci si sente pronti ad affrontare i marosi della genitorialità, spesso non contempli lo scontro con la realtà dei fatti. Come concilierai i tuoi orari di lavoro (che sia part-time o midi/full-time; qui un articolo recente sulla conciliazione)? Qui iniziano le montagne russe. Attorno a me ho solo esperienze di famiglie che hanno scaricato quasi al 100% la gestione dei figli ai nonni. Gli intoppi quotidiani spesso e volentieri vengono completamente delegati. Ci siamo evidentemente abituati a fare così, impossibilitati da un sistema che non consente un equilibrio sano tra tempo del lavoro e tempo “libero”. Naturalmente, le mie conoscenze sono un campione non rappresentativo dell’intera popolazione, ma indicano bene lo stato in cui versano le politiche di sostegno alla genitorialità nel nostro paese. Nonne che devono svolgere i compiti di vice-mamma, alle prese con i nipoti, con orari che sfiorano le h24. Poi c’è chi ha le disponibilità economiche per pagare tate full-time. Il resto picche: senza nonni disponibili, sei in balia delle onde. Perché si sa, inizia il balletto dei “favori”, delle intercessioni, che devi chiedere in giro, senza dare mai per scontata la collaborazione dei nonni o di altri soggetti.. Il vuoto di certezze e di punti di riferimento, che non ti permettono di organizzarti, mai. Per cui come fai? Come fai a lavorare? Cosa racconti al capo: “sa, dipende tutto dalla nonna, se mi fa il favore e se oggi è disponibile a darmi una mano”. Ognuno conosce le sue situazioni, potete immaginare il resto senza che ve lo debba raccontare. Quindi, al di là di strutture familiari nuove o old-style, matrimoni o meno, stranieri o meno, qui c’è bisogno di un welfare serio, un modello che non vada verso il workfare anglosassone, ma sia capace di trovare nuove potenzialità per migliorare le condizioni di vita della popolazione italiana. Tutta, non solo di coloro che godono della protezione del modello familistico, che per decenni ha sostenuto e tuttora sostiene e copre i buchi di uno stato sempre più in ritirata. Per questo mi piace il senso del commonfare. Mi piacerebbe anche che soluzioni come il Jobs Act venissero lette anche in termini di ricadute sul nostro futuro, sulle nostre aspettative di vita, sul nostro effettivo balzo dall’esser figli a essere adulti prima e genitori, magari in futuro, ma anche no. Perché se le generazioni dei nonni diventano welfare sostitutivo, questo significa solo una cosa: negare futuro e capacità di visioni prospettiche. Non vogliamo scaricare sullo stato il nostro essere genitori, ma quanto meno ci auguriamo che qualcuno si svegli e proponga soluzioni affinché non si continui a perpetuare pericolose discriminazioni a cui molti di noi sono purtroppo soggetti.
Quindi, non puntiamo il dito sulle donne, sui loro uteri e sugli ovuli che non si trasformano in prole per la patria. Puntiamo a comprendere tutti i fattori che oggi influiscono sulle scelte, tutte, non solo quella di fare o meno un figlio.
Non mi preoccupa che si facciano meno figli, ma che le prospettive per tutti siano sempre più preoccupanti e che non vi siano proposte politiche che vadano a migliorarle. La questione non è “fare più figli”, ma che futuro dargli, nel caso decidessimo di diventare genitori.

E si torna al tema della “cura”.

Chiudo, riprendendo Silvia Federici:

“Se riteniamo che il lavoro domiciliare non sia vero lavoro, che la premessa del passaggio da assistenza sociale generale ad assistenza da fornire solo a chi lavora sia corretta, allora nessuno è titolato ad avere un supporto istituzionale per crearsi una famiglia. E quindi lo stato ha ragione quando afferma che crescere i figli è una responsabilità personale e che se vogliamo centri di cura diurni, per esempio, dobbiamo pagarceli. Riassumendo, l’approccio è di insistere che qualsiasi richiesta e strategia che non interessi tutte le donne e, prima di tutto, quelle che sono state più sfruttate e discriminate, qualsiasi approccio che non mini le gerarchie che sono state costruite tra noi, è fallimentare, e mette a rischio qualsiasi vantaggio abbiamo potuto momentaneamente ottenere”.

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Miti femminili

Madre e figlia - arte vietnamita

Madre e figlia – arte vietnamita

 

Ogni qualvolta una donna viene coinvolta in un fatto di cronaca nera i toni assumono le forme della morbosità, i media si scatenano in analisi pseudo-scientifiche, alla caccia di ogni più piccolo particolare che possa validare la tesi del lato oscuro delle donne ‘esseri imperfetti’, in preda a isterie e a ormoni che le rendono imprevedibili mostri. Non mi piace questa ricostruzione, questa modalità da crocifissione collettiva, liberatoria e catartica. I mostri che sono sempre lontani anni luce da noi, puri e dall’equilibrio perfetto. Tutti coloro che in questi giorni, come in passato, si stanno dedicando alacremente allo sport della scarnificazione della donna e della madre ‘sbagliata’, dovrebbero tacere. Tacere perché è troppo facile giudicare, mentre è più complesso cambiare lo sguardo con cui si guarda al mondo e alle persone. Non si riesce a toccare la dimensione interiore adoperando i giusti metodi di analisi. Oggi, più di un tempo, si carica la donna e la maternità di oneri e di implicazioni enormi, le aspettative che chiedono alle madri di reggere a qualsiasi tipo di pressione sono sempre più elevate, gli equilibrismi richiesti si sono moltiplicati. I ruoli sono mutati, ma nella sostanza si chiedono alle donne sempre gli stessi sacrifici, anzi sempre di più, sempre di nuovi. Solo a noi, con una intensità e un convincimento inattaccabili. Perché ciò che è naturale che avvenga e che ci si aspetta che venga fatto dalla donna e dalla madre è definito nei secoli dagli uomini (come spiega bene qui Lea Melandri). Per cui se non rientriamo in questi canoni, diveniamo le “cattive”. Ma noi donne siamo le stesse di sempre e solo a noi vengono richiesti certi ritmi e certe accelerazioni. Sempre e ancora su di noi occhi e richieste di perfezione, perché per molti la Natura ci ha rese più predisposte e flessibili, portate a sostenere intemperie fisiche o psicologiche. Quando mia madre sostiene che io non abbia pazienza a sufficienza nel mio ruolo di madre, mi sta dicendo che in quanto madre dovrei essere infinitamente paziente, tollerante, votata naturalmente a un sacrificio illimitato. A volte mi sento dire (da donne, molto spesso) che dovrei mollare ogni impegno, annullare i miei desideri e dirottare tutte le mie energie nei confronti di mia figlia. Nessun’altra priorità è ammessa. In pratica, mi si dice che nessuno mi ha obbligata ad essere madre e che ora devo chinare la testa e pedalare. Per carità, ho scelto di essere madre, ma non ho firmato per una mummificazione correlata. Ognuna deve essere libera di approcciarsi alla propria esistenza come meglio crede, nelle declinazioni che più le si confanno. Il problema è che tutta la gente attorno tende ad appropriarsi della tua vita, dispensando consigli e giudizi anche se non richiesti. Buona parte dei sensi di colpa e delle difficoltà del compito materno o genitoriale derivano dalle intrusioni esterne, da tutti coloro che da fuori condiscono la tua vita di aspettative, tappe, scadenze, obiettivi, risultati ecc. Devi rientrarci, altrimenti sarai sottoposta a una pressione più o meno pesante. La leggerezza dell’improvvisazione che dovrebbe essere la regola guida di ciascun genitore, viene sostituita da tutta una serie di check-up del genitore perfetto. Naturalmente, molti aspetti sono amplificati nel caso si tratti di una madre. Il peggio sono i crocicchi delle mamme al parco, al nido/asilo o alla ludoteca. Le lenti di ingrandimento di cui si possono far portatrici le mamme sono qualcosa di estremamente pericoloso. Se non vuoi partecipare al gioco al massacro delle misurazioni, dei raffronti, dei consigli devi armarti di tappi per le orecchie. Queste cose esistevano anche quando ero piccola e mi sono sempre chiesta perché la gente non si facesse un bel po’ di fatti loro. Mi sono data una risposta. Molte donne si fanno portatrici di tutta una serie di atteggiamenti maschili sulla maternità, per cui provano un sollievo enorme nel poter ‘ammorbare’ di consigli le altre madri, per potersi ergere dall’alto di un’idea perfetta di madre, come non esiste nemmeno nell’Iperuranio. Anche quando si sceglie di essere madre, non è detto che lo si diventi o che si assuma il ruolo in toto, come cultura dominante prescrive. Anzi. Ogni figlio è una storia a sè, un’avventura diversa, unica, che ti mette a dura prova, ogni secondo. Non ci sono regole, preparazione, predisposizione, inclinazioni caratteriali. Nulla va come preventivato o pianificato. Anche i sentimenti possono assumere sfumature e intensità diversissime e imprevedibili. È un fare giorno per giorno, e chi sostiene che ci si riesce per forza, sta semplificando. Il più delle volte non riuscirai a combinare un bel niente e sarai frustrato, deluso, amareggiato e affaticato. Essere genitori ti mette di fronte alle tue incapacità, alle tue fragilità, alla tua inadeguatezza. Basterebbe ammettere questi aspetti e non ostentare capacità da wonder mummy che non sono reali. Se tutti ci considerassimo fallibili, un po’ di carico se ne andrebbe. Invece dobbiamo sostenere non solo il ruolo di genitori infallibili ed efficienti con i nostri figli, ma anche con chi dall’esterno è sempre pronto a giudicare.
Nell’essere madre non potrà tornarti utile il tuo vissuto di figlia, perché tuo figlio è una persona diversa da te e come tale deve essere trattata. Non è vero che riuscirai a non commettere tutti gli errori compiuti su di te. Inoltre cambiano le prospettive e ti troverai a mettere in atto pratiche e soluzioni che mai razionalmente avresti immaginato di adoperare. Ti renderai conto di quanto facile sarà cadere nella trappola dello sfinimento, per cui spesso cadranno tutti i paletti e le regole volte a non viziarlo troppo. Ti accorgerai che tuo figlio è più furbo di te, capace di sfruttare al meglio le situazioni e le persone attorno (vedi i nonni), che è ben lungi da quell’idea di affetto incondizionato e che a volte ti stupirà per il suo elevato grado di egoismo. Sarà una lotta fondata sulla resistenza e dovrai imparare ad adeguarti all’idea che nulla andrà come vorrai. Vorrei maggiore sincerità sulla maternità e che ciascuna di noi si possa felicemente sentire in primis donna, senza essere tacciata di essere una cattiva madre se si desidera mantenere un angolino per sé. Vorrei che si smettesse di chiedere alle donne: quando fai un figlio, quando fai il secondo? Vorrei che questo paese consentisse di svolgere in modo più flessibile e libero il ruolo genitoriale (come accade in Norvegia o in Canada), che entrambe le figure genitoriali fossero al centro di un progetto di vita più sereno, meno fondato sulle disponibilità economiche o sociali delle coppie (tipo se ho i nonni disponibili H24 o i soldi per un nido full time o una tata). Sarebbe più leggero il compito delle mamme se non ci fosse un muro nel mondo del lavoro, se non ci fosse un muro ai congedi paterni, se si guardasse al benessere e alla qualità della vita. Se nessuna di noi si sentisse mai, in ogni caso, esclusa come donna o come madre. Il nostro valore non si misura per il lavoro che facciamo o per il nostro ruolo di ‘buone madri’, il nostro è un valore intrinseco. Non basta parlare di qualità del tempo passato insieme ai figli, occorre ridisegnare il tempo della vita e quello del lavoro, per le donne e per gli uomini. Le pressioni a cui siamo sottoposte sono immense, nessuno ci ascolta, al massimo le mamme sono ascritte come depresse, schizzate, insoddisfatte, egoiste ecc. Nessuno che ci chieda mai perché, come ci sentiamo. Soprattutto smettete di giudicarci. Nessuna di noi è perfetta e non ci dovete chiedere qualcosa che agli uomini non viene richiesto. Non esiste l’equilibrio, dobbiamo accettare un’esistenza traballante, in cui viene contemplata la nostra fragilità e la nostra fallibilità. Non possiamo ottenere tutto, perché spesso gli obiettivi che ci poniamo sono in contrasto tra loro. Pensiamo al nostro ruolo educativo che spesso ci pone di fronte a scelte, a bivi. Noi vorremmo dare buoni esempi, educarli al meglio, renderli responsabili, degli individui che sappiano comportarsi, che non facciano capricci, ma spesso ci poniamo degli obiettivi troppo grandi, i cui risultati non sono immediati. La frustrazione deriva anche da questo. Dovremmo imparare ad accontentarci di piccoli passi quotidiani e di non crocifiggerci perché non siamo riusciti a mantenere dei buoni metodi educativi, ma abbiamo “infranto le regole”. Faccio un esempio pratico per farvi capire cosa intendo: se uno ha un figlio che fa capricci per mangiare, tutti consigliano di evitare di farlo giocare durante i pasti, ma se l’obiettivo è farlo mangiare (lo dico da bambina dai gusti “difficili”, che ha imparato a mangiare di tutto solo verso gli 8 anni) a volte trasgredire le regole educative è l’unico modo per arrivare al micro obiettivo quotidiano per farlo crescere. Mi rendo conto che si corre il rischio di creare un rapporto sbagliato con il cibo, ma anche sbattere la testa cercando di applicare regole teoriche in ogni frangente non è detto che serva sempre. Non bisogna ragionare con regole assolute, ma adattarsi quotidianamente, destreggiandosi per giungere a piccoli risultati, qualcosa di raggiungibile, alla nostra portata. Questo è il compito più arduo, ma forse è un buon metodo per sopravvivere alla “tempesta figli”. Gli errori ci saranno sempre e comunque, chi sostiene di commetterne raramente sta mentendo.

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Produci, consuma.. sin da piccolo!

bimba studio

 

Il mondo è pieno di “battaglie” più o meno importanti. Oggi ho scoperto che c’è chi si batte per eliminare i compiti a casa. Un mostro che soffoca i poveri alunni!! Attenzione pericoloso, maneggiare con cura.
Ho letto questo articolo e sono in linea di massima d’accordo con le sue linee generali. Ma vorrei sottolineare che i compiti sono un modo per far acquisire ai propri figli una graduale autonomia nello studio. Altrimenti ci troveremo un mucchio di adolescenti o di ragazzi alle soglie dell’università, che non sapranno da che parte iniziare per preparare una tesina, un esame, una ricerca, un lavoro che implica uno studio sistematico e organizzato. I compiti a casa non sono stati ideati per capriccio, ma per preparare i bimbi e i ragazzi a un tipo di studio in cui la concentrazione, l’organizzazione, il metodo sono gradualmente acquisiti e diventano gli strumenti per poter affrontare ciò che ti verrà richiesto non solo all’università, ma soprattutto nella vita. Si impara a fare da sé, a ragionare da sé, a riflettere, attraverso lo sforzo personale, sbattendo la testa sui libri, un po’ ogni giorno. Lo studio di gruppo, che in alcuni casi è importantissimo, non permette di sviluppare le stesse capacità. Per cui io sono per un sistema misto. Personalmente penso che il lavoro da soli a casa serva a consolidare ciò che si è appreso in classe, che dia la possibilità di soffermarsi su alcuni punti e di evidenziare eventuali aspetti non chiari, da approfondire successivamente con l’insegnante. Con i compiti a casa impari a organizzarti il tempo, a capire quanto ti serve per ciascuna materia, a velocizzare e a razionalizzare il tuo studio, insomma a fare cose che ti serviranno in futuro. Naturalmente, anche i compiti a casa dovrebbero essere dispensati con intelligenza e devono rientrare in un progetto educativo ben strutturato dall’insegnante. In pratica, gli insegnanti dovrebbero saper strutturare la didattica in modo tale da massimizzare al meglio i risultati del tempo di studio a scuola e a casa.
Torniamo al desiderio di cui parlavo all’inizio del post.
Ho riflettuto a proposito e sono giunta a una conclusione. Sapete il motivo? I figli devono essere “compiti free” sia durante la settimana, ma soprattutto nei weekend, per poter seguire i genitori nei loro tour di acquisto, shopping, montagna, sport, perché così l’economia gira. Se i genitori e i figli son bloccati a casa dalla “zavorra” dei compiti, non possono sufficientemente adempiere al loro ruolo di consumatori compulsivi. I compiti tagliano una fetta di consumo. Chissenefrega del domani, dell’autonomia dei figli nello studio ecc. NULLA!! Siamo talmente ciechi e sordi!

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Figli e donne per la patria

1922 donna

Non voglio parlare solo di bonus bebè, ma è un buon tema dal quale partire per fare qualche riflessione.
Quel che non si comprende è che tutti i bonus hanno un costo sociale enorme, ma nascosto. Sono solo azioni pubblicitarie, che nascondono tagli da tante altre parti. Come molti hanno fatto notare, si tratta solo di operazioni di marketing, con alla base un’ideologia populista che parla alla pancia di una popolazione appiattita sugli annunci fatti al TG. Le donne italiane assuefatte ad essere etichettate come “intellettualmente limitate”, dalle stesse donne, come la Barbara della domenica pomeriggio, alla fine ci credono e se ne convincono. Non siamo questo, ma è quel che resta nell’immaginario.
Ci si mette anche la Lorenzin, dispensando consigli sull’impiego del bonus…
Rispetto all’indignazione e alla mobilitazione di Se non ora quando, oggi non assistiamo a nulla di tutto ciò, tutto è silente. Si ode qualche critica, ma sempre e solo da parte di persone già fortemente coinvolte, attive. Nonostante la lenta, ma inesorabile dispersione di Snoq, ormai spentasi, non c’è stata un’analisi e un lavoro dopo, compatto, critico, concreto, vivo, legato alla realtà. Probabilmente lo abbiamo fatto, ma in piccoli gruppi, le cui voci non si sono propagate.
Non suscita indignazione nemmeno la superficialità con cui si maneggiano le pari opportunità nelle sedi governative.
Se oggi l’ennesimo bonus bebè crea consenso e ha un valore enorme nel sentire comune, dobbiamo chiederci perché. Perché tuttora si accetta tranquillamente che vengano adoperati questi mezzi, con un convinto supporto alla costruzione della famiglia del mulino bianco, con un incitamento per le donne a tornare al ruolo di massaia. Le donne come strumento sostitutivo di welfare, un welfare vivente come mamme, nonne, badanti. Le donne come contenitore della progenie. Le donne a casa perché è meglio così, per il mercato del lavoro, per i datori di lavoro, per semplificare la vita un po’ a tutti. Perché lo stato non si senta chiamato a varare politiche strutturali serie per rendere la vita delle donne “tutte” un po’ più sana e meno strumentale a qualcos’altro o a qualcuno. Chiediamoci veramente perché per molte donne diventa più conveniente stare a casa. Malpagate, precarie, sfruttate, costrette a fare lo slalom tra casa e lavoro, senza orari o diritti, zero prospettive di carriera se malauguratamente scegli di far figli, il dover vivere un quotidiano senso di colpa, doversi sempre giustificare con capo e colleghi/e per il tuo essere donna, con tutto ciò che ne consegue. Non ne parliamo se ti ammali o si ammala un familiare! Quindi, anche noi, cerchiamo di smontare i fronti contrapposti casalinghe/lavoratrici. Cerchiamo di lavorare senza barriere o pregiudizi.
Quel che mi irrita maggiormente di questo ennesimo bonus, è il solito automatismo che lega i figli ai soldi. Come se fosse una questione unicamente pecuniaria. Mi sembra sempre che ci sia una precisa volontà di ignorare cosa significa essere genitori. Non è semplicemente il piatto di pasta. Questo poteva bastare negli anni ’40-’50. Ma le prospettive di un genitore non devono fermarsi a questo. Così come occorre guardare oltre la richiesta di più asili nido. Come ho più volte scritto, non è la soluzione. Aiuta certo, ma un figlio non è un pacco da parcheggiare da qualche parte, che siano i nonni, il nido o una baby sitter.
Dovremmo allargare lo sguardo e parlare di tutte le donne, qualunque sia la loro scelta di vita.
Perché non parliamo di tempi flessibili per le donne?
Perché non parliamo di pari trattamento, per dire no alle discriminazioni sul lavoro, no alle dimissioni in bianco e tanto altro.. Se vogliamo veramente aiutare le donne.
La precarizzazione dei contratti di lavoro, incentivata dalle ultime riforme, penalizza fortemente le donne.
Qualcuno dei legislatori ha mai provato a cambiare lavoro continuamente? Località, mansione, tipologia? Ha mai fatto la “trottola”, con un figlio piccolo e nessun aiuto, o con un familiare malato, con servizi sociali semi-inesistenti? La stabilità lavorativa aiuta anche a gestire più serenamente le difficoltà familiari quotidiane. Per non parlare poi del clima familiare.
Intanto iniziamo a fissare parità di salario uomo-donna. Perché noi donne non siamo necessariamente tutte incubatrici dei futuri figli della patria. Il resto vien da sé.. Ognuna avrebbe modo di scegliere in base alle sue esigenze e non sarebbe vincolata a una norma ad hoc, il bonus, subordinata a una scelta precisa, la maternità.
Questi sono aspetti molto concreti, ma su cui spesso ci si divide e ci si schiera. Quando sarebbe preferibile stare unite. Questa tendenza a legiferare per il particolare e non per l’universale, crea automaticamente delle discriminazioni. La legge targettizzata è un fondamentale mezzo di propaganda, utile a raccogliere consensi, ma che crea grossi problemi e trattamenti privilegiati assurdi. Si sprecano risorse importanti, ma solo per riuscire a mantenere il consenso e il potere. Non ci sono progetti a lungo termine, perché quel che importa è il risultato oggi.
Ma allora perché sembra che alla maggior parte delle persone vada bene questo tipo di soluzione parziale delle questioni?
Non a tutti sta bene così, ci si interroga, ma sembra unicamente un parlare a vuoto. Perché?
Questa difficoltà di incidere nella realtà e di unirci per un cambiamento radicale, merita una riflessione.
Elena, rispondendo a un post che avevo pubblicato su Facebook, mi ha dato lo spunto per farlo.
C’è da registrare una profonda divisione, distanza tra i luoghi del femminismo, come anche del mondo ambientalista, rispetto ai luoghi decisionali reali o della vita quotidiana. I rischi sono di compiere analisi di analisi, che servono solo a un circolo chiuso. Il distacco non è un dato odierno, ma credo congenito. Consideriamo la libertà e l’emancipazione delle donne. Per molte sono sufficienti queste semplici enunciazioni, tradotte in un qualche diritto socio-politico sbriciolato e pronto all’uso. Mordi e fuggi, divori e poi passi ad altro, alla successiva urgenza, al successivo bisogno. Assente è la consapevolezza di come si arriva a quel diritto o libertà, che comporta una consapevolezza di sé e una presa di coscienza che certi punti di arrivo presuppongono una assunzione di responsabilità in prima persona. Quindi come colmare il buco? Come trovare un linguaggio che includa anche altri ambiti, se vogliamo meno elitari e chiusi, come costruire nuovi luoghi reali di azione? Ahimè è un vero arcano. Innanzitutto è un problema legato allo stare in gruppo, alle sue dinamiche e al naturale istinto verticistico, gerarchico, laddove ci sono forti resistenze a lasciare spazi ad altri/e. Aprire la finestra e ricambiare l’aria è molto complicato. Implica una messa in discussione del proprio ruolo, per molt* è difficile mettersi a disposizione, rinunciando alla propria figura. I personalismi sono una brutta piaga. Di solito sono le stesse persone affette da queste manie egocentriche ad accusare gli altri appartenenti al gruppo di scarsa democrazia interna. Il passaggio verso la realtà è pieno di ostacoli. Non è detto che aprendo spazi di azione nel proprio quotidiano/territorio si ottengano risultati apprezzabili, si rischia di rimanere comunque confinati a relazioni asfittiche e autoreferenziali. Qualche giorno fa annotavo la prassi “dell’armiamoci e parti”, che in un gruppo è devastante, perché viene meno il “fare insieme”. “Coagulare l’impegno” (uso l’espressione di Elena), per raggiungere obiettivi concreti, è veramente difficile, perché ognuno tira l’acqua al proprio mulino, oppure ti risponde che non ha tempo ed energie. Alla fine ognuno pensa a sé. Tutto finisce quando trovi il tuo posticino al sole e vieni assorbito dal flusso consueto, ordinario.
I miei tentativi di allargare, approfondire il confronto, progettare sono spesso fallimentari o mi lasciano un po’ di sconforto, ma non per questo mollo. Ma è anche e soprattutto una questione di autorevolezza, o meglio di “corsie referenziali” privilegiate. Nessuno ti ascolta seriamente se non hai un titolo, una posizione sociale e professionale dalla quale parlare. Per questo credo che i discorsi restino chiusi, in cerchie elitarie autoreferenziali. Si dà la parola solo a coloro che sono già a qualche titolo nel giro di quelli che contano. Anche se parlano di aria fritta, quella viene percepita come aria di montagna, pura e alta. Se solo riuscissimo a scendere un po’ sulla terra e lasciassimo un po’ di spazio ai non “referenziati”, giusto quel tanto che basta per un ricambio d’aria? Non è solo una questione di ricambio generazionale, perché il morbo è trasversale alle generazioni. Dovremmo aprire, coinvolgere e rischiare anche qualche critica. Perché, a volte ho l’impressione che i “guru” della situazione abbiamo paura dell’allargamento per non rischiare critiche e non perdere la vista dall’alto tanto faticosamente conquistata.
Spesso il fallimento dipende dal fatto che non tutti gli attori sono realmente coinvolti al 100%. Non ci si crede realmente, spesso la partecipazione non va oltre a quello che si farebbe in un club di bridge. Ma non per questo si demorde. Si cerca di far girare le idee, di fare piccoli passi per una maturazione culturale propedeutica a un futuro cambiamento, che non può prescindere dalle variabili economiche, produttive e istituzionali. Sempre che tutto non si perda e non si dissolva strada facendo. Per questo sono cruciali le convinzioni personali, altrimenti si fa moda e suppellettili di analisi e parole. Penso che scrivere (lo so, spesso sembrano parole al vento) possa servire a far passare le idee tra le persone e tra le generazioni. Ma presuppone l’esistenza di un percorso personale, un partire da sé. Se non scatta quella scintilla, le parole ti passeranno attraverso, senza lasciare traccia. Non è una missione donchisciottesca, se ci crediamo sino in fondo. Il cambiamento nella realtà passa attraverso il cambiamento di mentalità, delle idee e della cultura, quelle che girano e non restano chiuse nei “salotti buoni” asfittici.
Dobbiamo spingere per portare il dibattito fuori, far girare le idee là fuori. Non per leggerci o parlarci tra noi. Dobbiamo osare il femminismo, viverlo e diffonderlo. Sovvertendo le regole della veicolazione del pensiero e delle pratiche. Questo significa includere nei nostri dibattiti anche fattori economici e che fanno capo al sistema capitalistico. Altrimenti è tutto inutile, se non si parla di crisi del patriarcato, delle forme classiche del capitalismo e del modello culturale occidentale.

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Programmatrici

maternal wall

 

Non è un articolo per “abappisti” (ovvero, programmatori Abap). Qui si parla di quanto previsto da Facebook e Apple in tema di congelamento di ovuli. La notizia gira (qui).
Non c’è nessun aspetto positivo, solo tanta ipocrisia e strumentalizzazione. Questo significa trattare le donne come se fossero oggetti programmabili.
Sul tavolo ci sono varie questioni. Prima cosa: la mia azienda perché dovrebbe intervenire nella mia vita privata e nelle mie decisioni, in pratica “consigliandomi” di congelare i miei ovuli? Viene così suggerito il fatto che io in quanto donna, essendo un problema potenziale per l’azienda, dovrei aiutare la mia azienda e non rompere i “cosiddetti”, ma abituarmi a programmare. Un figlio = progetto. Come se fosse un progetto di lavoro, sì. Inoltre, magari, dovrei scegliere insieme ai miei superiori, l’anno più idoneo a fare un figlio. Ma non guardiamo le stelle, bensì il piano di lavoro e le commesse. Già mi immagino..”Sai, quest’anno abbiamo poco lavoro, ci piacerebbe che tu mettessi in cantiere un figlio”. Ammesso poi che la crioconservazione vada a buon fine e che io possa realmente diventare madre con ovuli congelati, nonostante l’età, malattie che possono sopraggiungere, problemi vari all’utero ecc. Pessimista? No, basta essere realiste e non fare gli struzzi. La verità non si racconta, meglio che le donne restino nella loro ignoranza e con i loro sogni, vero? Poi, questo binomio donna-mamma dovete per favore rimuoverlo, è un fattore che discrimina di per sé. Quando capirete che non vogliamo che entriate nel nostro intimo e nel nostro utero, vi ringrazieremo! Lo dico anche alle super-manager che si vantano di riuscire a tenere tutto in equilibrio (tipo la “donna perfetta” di Angela Finocchiaro qui) e si accaniscono, forse più di alcuni colleghi maschi, sulle loro sottoposte (la sindrome dell’ape regina influisce molto su questo atteggiamento). Noi lavoriamo al pari degli uomini e visto che la nostra vita è scandita dal lavoro, almeno lasciateci la libertà di decidere se e quando fare figli. Dannazione, come pensate che si possa ragionare come se stessimo in una catena di montaggio o se dovessimo sfornare figli al momento giusto, generando futuri consumatori, che sono sempre utili all’economia? Questa è oggettificazione dei corpi delle donne, che vengono private di ogni possibilità di scelta e sono semplici strumenti da adoperare per scopi produttivi o ri-produttivi. Piuttosto, le aziende dovrebbero organizzarsi per offrire flessibilità a chi la chiede, per tutte le incombenze di cura a carico di una persona, che sia uomo o donna, perché la cura non è solo donna o mamma, ma può avere anche connotati maschili: per esempio un genitore o una persona cara da aiutare, da curare ce li abbiamo tutti. Organizziamo il lavoro in modo tale che sia possibile per le persone, in determinati periodi della vita, usufruire di un part-time, di flessibilità in entrata e uscita (naturalmente, compatibilmente con le mansioni). Una soluzione si può trovare, se si desidera mettere al primo posto la qualità del lavoro (non dico il benessere del lavoratore, che credo non sia proprio preso in considerazione in alcuni contesti). Un lavoratore sereno e che si sente sostenuto dall’azienda, lavorerà meglio e non si sentirà schiacciato dalle incombenze quotidiane. Questo ridurrebbe anche i carichi sullo stato sociale (ormai sempre più in affanno e soggetto a pesanti tagli), agevolerebbe la fidelizzazione del dipendente all’azienda. Ma l’azienda non deve mettere il becco anche nel mio desiderio o meno di riprodurmi. Non siamo galline in batteria, non vogliamo essere considerate prodotti “con data di scadenza” o materiale “pericoloso”. Siamo lavoratrici. Questa è l’unica cosa che vi dovrebbe importare, insieme alle nostre competenze professionali. Dobbiamo abbattere il maternal wall (qui e qui), quel muro che sbarra la strada alle donne con figli, che nel comune sentire aziendale sono percepite come meno coinvolte nel lavoro, meno competenti e meno affidabili, per via delle incombenze familiari (ancora considerate unicamente a carico delle donne).
Per tutte le donne: non fatevi ingabbiare in ruoli. Dobbiamo rivendicare il nostro diritto a una libera scelta, SEMPRE. Io non sono una incubatrice potenziale a priori. Capito!? Quando a un colloquio di lavoro non mi verrà fatta la domanda sul mio stato di famiglia, esulterò. La paternità quanto incide in un colloquio di lavoro? Piuttosto, pagateci in modo adeguato e cerchiamo di colmare il pay gap! Dobbiamo far emergere, evidenziare che qualcosa nel sistema attuale non va. Vi segnalo un articolo di Letizia Paolozzi sul tema.

Il Femminismo storico ha investito molto le relazioni private, il privato. Ma in qualche modo è rimasto indietro quando si è trattato di incidere nel mondo del lavoro, delle professioni, dell’istruzione delle future generazioni. Segnare il punto di svolta in questi ambiti, travasando le esperienze tra donne, in altri contesti, è difficile. Forse non si è state abbastanza compatte nel disvelare certe storture e compiere la rivoluzione. È come se la vita e le necessità di far parte di un contesto forgiato da uomini, avessero preso il sopravvento. La contaminazione positiva non è avvenuta, se non in rari casi. Dovremmo interrogarci su questo punto.

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Non solo eterologa

Alex Alemany

Alex Alemany

Perdonatemi se nel giro di pochi giorni vi parlo nuovamente di fecondazione, ma lo scorso 16 settembre ho partecipato a questo incontro che mi ha fornito alcuni spunti su cui occorre riflettere. Vi segnalo questa intervista, rilasciata a margine del seminario, dall’avvocato Marilisa D’Amico. In Lombardia sappiamo tutti cosa è accaduto. La Regione si è trincerata dietro questioni economiche, dicendo che non ci sono risorse sufficienti per rendere la fecondazione eterologa gratuita o con il pagamento di un ticket accessibile a tutti. Qui potete trovare la presentazione della delibera in Regione Lombardia e il testo scarno della delibera. La Regione Lombardia, pur avendo firmato il documento in Conferenza Stato-Regioni, pur non essendoci un vuoto normativo (così come ribadito dalla Consulta con la sentenza 162 del 2014) nella sua delibera “in attesa di un intervento legislativo”, ha “autorizzato” l’eterologa e sancito che i costi dell’eterologa, a differenza della fecondazione omologa, sarebbero stati a carico dei pazienti. In questo modo si crea una inaccettabile discriminazione tra malati più o meno gravi (ricordo che nel documento prodotto dalla Conferenza Stato-Regioni “Le Regioni e le PP.AA. considerano che omologa ed eterologa, alla luce della sentenza della Corte Costituzionale, risultano entrambe modalità di PMA riconosciute LEA”, quindi da considerarsi nei livelli essenziali di assistenza). La Regione Lombardia si è arrogata il diritto di autorizzare qualcosa che era già stata autorizzata dai giudici costituzionali. Inoltre, non inserendo l’eterologa tra i L.E.A., ha dichiaratamente disatteso un documento che il rappresentante di Regione Lombardia aveva firmato in sede di conferenza stato regioni del 4 settembre. Ditemi se non è politica ideologica questa! Ma quando si leggono certe dichiarazioni, si trasmette un messaggio di sostanziale resa di fronte alle scelte di una politica miope e discriminatoria. Edgardo Somigliana, responsabile del centro di procreazione medica assistita della fondazione Ca’ Granda-Policlinico di Milano (ex-Clinica Mangiagalli) ha caldamente consigliato (qui l’intervista): “Per ora continuiamo a consigliare di andare all’estero alle coppie che hanno urgenza. Perché tutto diventi “reale” da noi ci vorrà probabilmente almeno un anno”. Tra i relatori del seminario, il Prof. Maurizio Mori, Ordinario di Bioetica presso l’Università degli Studi di Torino, ha più volte ribadito la sua posizione. Dopo lo smantellamento della legge 40 a colpi di sentenza della Consulta, è necessario ripensare tutto e avere il coraggio di legiferare in modo “lungimirante”, perché le leggi devono avere un respiro ampio, riuscire ad anticipare i cambiamenti del futuro, e non arrabattarsi alla ricerca di compromessi che si preoccupano unicamente dell’oggi. Al di là delle considerazioni su una maggiore longevità della popolazione che secondo Mori consentirebbe una genitorialità in età più avanzata, concordo sulla palese discriminazione tra uomini e donne: oggi un uomo può tranquillamente diventare padre a qualsiasi età, cosa che per una donna è ancora un tabù. Io sono sempre dell’idea che la genitorialità dev’essere una scelta personale consapevole e non un soprammobile o una medaglietta da appuntarsi al petto. Non è una questione di età, ma di quello che ci si sente dentro, è questo che va ben valutato e deve restare di ambito “personale”. Il nodo centrale della Legge 40 è contenuto nell’art. 4 (qui il testo completo), laddove la fecondazione assistita diviene un rimedio a un problema medico e nel suo divieto di eterologa non contempla single e coppie omosessuali. La nascita dei figli secondo la legge 40 e la sua disciplina in merito alla fecondazione assistita diventa una mera soluzione medica all’infertilità di coppia e non una libera scelta personale e sociale. La fecondazione assistita dovrebbe essere un diritto del cittadino, che sceglie di diventare genitore. Questo dovrebbe valere sia per i single che per le coppie, qualunque sia la loro composizione. Da tutta questa vicenda emerge una classe politica “presa per le orecchie” dalla Consulta, che ha dovuto intervenire in quanto il Legislatore non è stato in grado di disciplinare la materia in modo adeguato e conformemente ai principi costituzionali. La Consulta pur ribadendo il ruolo centrale e primario del Legislatore, ha scritto una sentenza (sentenza della Corte Costituzionale n. 162/2014”) per sanare il divieto di eterologa (vedi punto 2.3 qui). Il principio ispiratore di una norma dovrebbe essere dare spazio all’autonomia e alla responsabilità dei singoli e della scienza, non ingabbiare i cittadini. La genitorialità dovrebbe essere considerata una scelta incoercibile dell’individuo. Oggi, ci troviamo di fronte a una sorta di regionalismo dei diritti, con un probabile flusso migratorio dell’eterologa tra regioni, alla ricerca della regione più “amica”. Il tutto per complicare la vita a queste coppie, alle quali si chiede di continuare a girare per poter avere delle risposte. Il tutto con il limite dei 43 anni di età per le “riceventi”. Vi immaginate cosa significa dilatare i tempi? Il bambino nato da eterologa potrà conoscere l’identità del padre o della madre biologici una volta compiuti i 25 anni. Il donatore verrà consultato e sarà libero di rivelare o meno la propria identità. Si potranno conoscere dati e valori genetici del donatore solo per esigenze mediche del nato. Vedremo se ci saranno ricorsi alla delibera della Regione Lombardia e speriamo che vengano sanati tutti i “difetti”. Guido Ragni, Presidente della Fondazione per la ricerca sulla infertilità di coppia, ha parlato della fecondazione nei centri pubblici, facendo uno degli interventi migliori e più concreti della giornata. Analizzando i dati sulla fecondazione (qui e qui) la situazione vede un incremento dei cicli effettuati in strutture private, specialmente al sud. C’è una sorpresa: la Lombardia ha delle buone performance e sembra gestire buona parte delle PMA nel pubblico, salvo accorgersi che si tratta di un bluff, perché i numeri del pubblico includono anche le strutture private convenzionate. Per cui non si può certo stare tranquilli. Anzi! Ma l’eterologa è solo la punta dell’iceberg di una materia mai curata, analizzata e affrontata adeguatamente. Altro aspetto, sempre grandemente tralasciato dai dibattiti in materia di PMA, è rappresentato dalla diagnosi preimpianto. Avete presente tutte quelle malattie genetiche, tipo talassemia o fibrosi cistica, che sarebbero “aggirabili” con una semplice indagine preimpianto? Ancora oggi, dopo che nel 2009, una sentenza della Consulta consentiva nuovamente questo tipo di diagnosi, nessuna struttura pubblica consente (tranne a Cagliari) di eseguire gli esami necessari, costringendo di fatto le coppie a rivolgersi al privato, con ovvi costi e problematiche. Ma ci rendiamo conto? Questo è un risultato disastroso. La scienza progredisce e noi chiudiamo gli occhi e poniamo dei paletti assurdi! Se i genitori sono entrambi portatori di talassemia minor, avrà ben il 25% di probabilità di generare un figlio malato. È meglio avvalersi della scienza e concepire un figlio che non sia affetto da una malattia genetica grave o accorgersi della malattia con una villocentesi, dopo settimane di gestazione e costringere le coppie a scegliere solo allora? Non sarebbe meglio aiutare le persone, senza inutili torture? Voi cosa scegliereste? Non venite a dirmi che le malattie genetiche sono casi isolati! Questo non è egoismo o eugenetica! Si tratta di semplice buon senso e di diritti sostenuti anche dalla nostra Costituzione. Insomma, la Legge 40 è stata svuotata, non c’è vuoto legislativo, ma in questo marasma si infiltrano mille tentativi volti a limitare o a vanificare un diritto alla genitorialità. Forse sarebbe opportuno che a livello centrale si operasse con una certa celerità e razionalità al fine di effettuare gli opportuni interventi per sgombrare il campo da una miriade di problematiche, in gran parte causate da un regionalismo cieco e che ha creato solo discriminazioni. Altro che efficienza federale! Segnalo che a Milano è attivo lo sportello Sos infertilità, un aiuto per districarsi in tutte queste complicazioni. Al momento non ci sono donatori di gameti femminili, anche perché la donazione di ovuli presuppone dei trattamenti che sono ben più complicati della donazione di sperma (qui un articolo che ne parla). Per cui forse sarebbe utile ragionare su questo versante e trovare dei metodi per incentivare questa pratica. Altro territorio inesplorato è quello di embrioni o gameti già depositati all’estero e che si potrebbe ipotizzare di far rientrare in Italia. Come fare? Altri articoli sul tema 1 2 3 4 5

Aggiornamento 31 ottobre 2014

è stato rimosso il limite dei 43 anni per l’accesso all’eterologa (qui).

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Infanzia glitterata

Rob Gonsalves

Rob Gonsalves

In Francia, i concorsi di bellezza per bambini diventano illegali. Sicuramente vi sarà capitato di vedere qualche immagine dei concorsi che si organizzano negli USA. Il tema è stato trattato con intelligenza nel prezioso film Little Miss Sunshine. Ma la realtà è da film horror. Le immagini parlano più di ogni discorso: i volti, i vestiti, gli atteggiamenti, insomma tutto è devastato nei minimi particolari, per trasformare le bambine in adolescenti e piccole Barbie. Sotto una coltre di trucco, capelli cotonati, possibilmente biondo platino, ci sono bambine, esibite come al mercato del bestiame, senza la possibilità di dire no a questo “progetto genitoriale”. Questa bella abitudine di sfruttare le cosiddette “potenzialità” dei figli per guadagnarci su. E allora concorsi a go go. Ce ne sono anche in Italia, non ci facciamo mancare niente, soprattutto quando si tratta di “usanze” negative. Ma facciamo finta di non vederli. Esiste anche una “Carta di Milano” per il rispetto dell’immagine dei bambini nella comunicazione commerciale, un documento messo a punto da più di 70 esperti di comunicazione e pubblicità, che può essere sottoscritto on line qui. Ma cosa accade nella realtà? Se guardate la pubblicità che passano su canali per bimbi (anche RAI), siete sicuramente a rischio gastrite. Ci sono spot con modelle piccolissime, la cui età appare indefinibile a causa del trucco e delle movenze. In pratica, è come cancellare un’intera fase della vita, l’infanzia, e sostituirla con una lunga e glitterata adolescenza, con tanto di pubertà mentale inculcata con violenza subdola. Mi chiedo che senso abbia poi regalare un beauty con i trucchi insieme a un paio di scarpe.. L’ideatore di queste campagne di marketing deve avere una percezione “disordinata” di cosa vuol dire essere bambina. Chi controlla i messaggi che vengono passati? Perché diamo ai bambini una visione adultizzata dell’infanzia? L’infanzia se non viene tutelata e preservata da queste violente intrusioni, sarà un’occasione persa per sempre per diventare grandi, ma grandi veramente, cioè maturi e senza sovrastrutture che ci rendono dei fantocci senza consapevolezza di noi come individui. Diventeranno dei puri consumatori passivi, incapaci di incidere nel mondo e di conoscere e rivendicare i propri diritti. In più, cresceranno con la convinzione che l’unica cosa importante è la bellezza e l’involucro. Poi non lamentiamoci che ci sono persone che passano la loro adolescenza e poi tutta la vita nell’ossessione di diventare belle, restare belle e trasformarsi in cigno. Caspita, ci sarà qualcos’altro su cui concentrare le proprie energie! Posso dire una cosa? Non mi piace ad esempio questo racconto. Perché non raccontiamo storie diverse? Quella trasformazione in cigno potrebbe non avvenire in senso estetico, ma potrebbe sbocciare una persona ‘bellissima’ per il suo carattere, la sua simpatia, la sua intelligenza, i suoi difetti e il suo essere semplicemente UNICA. Perché non ne parliamo mai? Perché i nostri orizzonti devono sempre essere limitanti e limitati da storie con tanto di happy ending zuccheroso? Sarebbe il caso anche di raccontare il processo che ti porta ad accettarti così come sei. Questo può avvenire unicamente se non si bruciano tutte le tappe dei primi anni di vita e si permette ai bambini di crescere ognuno con i suoi tempi.

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In bilico tra il desiderio di libertà e il bisogno di una guida

Rafal Olbinski

Rafal Olbinski

Vorrei condividere le riflessioni di Lea Melandri, in un paragrafo del suo Amore e violenza del 2011. Sarà il punto di partenza per una navigazione improvvisata, con i miei poveri neuroni. Vi suggerisco di leggere l’allegato (qui), prima delle mie piccole considerazioni. La Melandri ci parla di una libertà che ha delle caratteristiche tutte particolari. La libertà dei nostri giorni è una “libertà di somigliare”. In altri miei post ho più volte sottolineato la mia allergia all’omologazione forzata a modelli ideali di madre, di donna, di persona. Ho sempre cercato di mantenere le distanze da modelli ideali e corporei preconfezionati e scelti per me da qualcun altro, che per quanto possano sembrare rassicuranti e di più facile utilizzo, nascondono il rischio di una falsa scelta e quindi di una non libertà. Una libertà non piena che investe e può travolgere maggiormente le personalità più fragili o per natura o per contesto temporale/emotivo/sociale. Finché il modello ideale, che ci investe attraverso i media e le sollecitazioni sociali, diventa un obiettivo personale, che investe unicamente il proprio corpo e la propria persona, potrebbe restare un problema circoscritto al singolo individuo. Diventa molto più pericoloso quando il modello che ci viene proposto riguarda i nostri figli. La fabbrica di soggetti perfetti, normali, sulla base di standard decisi altrove, nei quali ciascun genitore viene “invitato” a far rientrare i propri figli. Una macchina che induce a incasellare i nostri figli in modelli estetici, culturali e professionali di successo, con un carico enorme di aspettative assurde. Capite che questo meccanismo di conformismo imperante può produrre solo enormi danni. Come se fossimo tutti ancorati a un percorso tracciato in precedenza altrove, da altri. Tutti durante l’adolescenza ci siamo sentiti inadeguati e per questo ci siamo “omologati”, chi più chi meno, ma questa fase dev’essere transitoria, perché poi deve lasciare spazio a individui adulti, in grado di compiere scelte autonome, giuste o non giuste che siano considerate. Compiere percorsi preordinati e confezionare individui perfetti non è purtroppo un vecchio ricordo di progetti di eugenetica, di società totalitarie, ma rappresenta una ricerca tuttora in atto. Il sogno di un prototipo di un’umanità superiore è sempre latente. Paradossalmente, viviamo la contraddizione di sentirci enormemente liberi, ma siamo anche invasi da un “forte senso di impotenza, di una frenesia del nuovo a tutti i costi, intrisa di ansie conservatrici, di esaltazioni individualistiche, accompagnate da rinascenti voglie comunitarie”. Capite quanto le due “anime” vivano in una permanente lotta? La tensione tra il desiderio di libertà e il bisogno di una guida può nascondere il pericolo dell’affermazione di nuove forme di dispotismo (come Tocqueville stesso aveva previsto). Questo dispotismo non è solo di tipo politico, ma può riguardare anche la sfera delle idee, della maturazione delle personalità, della percezione dei propri diritti e dei propri bisogni. Se la libertà viene svuotata di contenuto e restano solo le sue spoglie, con un simulacro di libertà, si affaccia “una servitù regolata e tranquilla”, che ci culla nell’illusione di godere di ogni libertà. Il nostro senso di inadeguatezza viene placato e nutrito da un Bene supremo, da una personalità carismatica che tutto sa e tutto risolve, per noi.

“Ma perché l’eccezione diventi la norma, in una società che si riconosce sia pure formalmente di eguali, è necessario che il modello vincente a cui si è chiamati a somigliare abbia in sé qualcosa di comune, tratti di una generalità riconoscibile e famigliare a molti”.

A questo punto dobbiamo notare le tracce di questo processo nella realtà. Affinché gli individui si lascino traghettare dal pifferaio di turno, devono in qualche modo ritrovare un pezzo di sé o di un modello ideale a cui si anela. Il gioco è fatto. Fateci caso. Nella società dell’individualismo obbligato, un ruolo preponderante assume il corpo, quell’involucro esterno con leggi e limiti propri, ma che va imbrigliato, levigato, perfezionato, reso giovane e bello per dimostrare il successo del suo proprietario o della sua proprietaria. Vi sembra attinente all’attualità? Il pacchetto giovane e bello/a viene venduto e diventa riferimento generale, con stravolgimento di ciò che è normale, di ciò che è emancipazione, di ciò che significa libertà. Perché risulta più rassicurante assomigliare, rifarsi a, seguire, omologarsi che essere semplicemente se stessi, con i propri punti di forza e le proprie fragilità, uniche, dentro e fuori.

 

Aggiornamento 10 settembre 2014

Vi suggerisco questo cortometraggio di  Frédéric Doazan, che rende bene l’idea.

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Cambiare è possibile (e urgente)!

Liz Huston, 2010

Liz Huston, 2010

Ringrazio Il Ricciocorno per la segnalazione di questo articolo.
Varchiamo un territorio delicato, che ho toccato già in passato, diventare madri o non diventarlo.
Le lotte per la diffusione di metodi contraccettivi sicuri, per una sessualità consapevole, per liberare la donna e renderla in grado di scegliere la maternità o meno, sembra che non abbiano intaccato un elemento marcio e tipico di una mentalità patriarcale. Oggi torniamo a essere giudicate e valutate per il nostro essere portatrici potenziali di vita. Siccome siamo leggermente più consapevoli di una gatta o di altri animali, siamo state in grado di elaborare delle alternative a una maternità per destino. Il destino, ammesso che esista, vogliamo comunque che sia grosso modo orientato da noi, per quanto possibile. Ho già spiegato in altri post cosa comporta a mio avviso una maternità, quindi non assimiliamola a una medaglietta, perché poi quella medaglietta non brilla su di noi, ma sull’uomo, perché se analizziamo bene le caratteristiche di questa mentalità oscurantista, è ancora l’uomo il proprietario della prole e della “sua” discendenza. Noi donne siamo solo lo strumento, il contenitore, sino a quando riusciamo biologicamente ad esserlo, poi il nostro valore subisce un semi-azzeramento. Se noi donne siamo “a scadenza”, alla fine questo implica che possano venir posti mille piccoli ostacoli sul nostro cammino di vita. Da giovani non ce ne accorgiamo, ma non appena si avvicina la scadenza, diventiamo “pericolose” per il lavoro, “strane” per il resto del mondo. Questo invade ogni aspetto della vita e venir giudicati per il nostro figliare o meno ci porta a rendere vano qualsiasi nostro tentativo di voler affermare noi stesse, come soggetto autonomo, pensante e portatore di valori e qualità peculiari e uniche. Davvero, desideriamo che delle donne ci si ricordi unicamente per questi aspetti, legati alla riproduzione della specie? Quel che forse abbiamo smarrito, nel corso delle nostre battaglie, è comprendere che la maternità doveva essere lasciata tra quelle libertà personali di scelta. Che la maternità o la famiglia non avrebbero potuto intaccare la nostra convinta partecipazione alle lotte delle donne, così come pensava la de Beauvoir. Azzardo un’ipotesi: in qualche modo ha prevalso una mentalità patriarcale che ha diviso le donne e non ha permesso di dipanare bene questa matassa, questo tema della maternità. Questo nostro contrapporci tra di noi, senza capire il nocciolo della questione non ha prodotto passi in avanti. Siamo noi tutte a essere sotto la lente, questa lente va infranta e per farlo dobbiamo spogliarci di stereotipi, pregiudizi ed etichette. Dobbiamo parlare francamente di questo tema, senza creare fazioni, perché sono queste cose che poi portano alla vittoria di un certo tipo di mentalità maschile. Nessuna ha da insegnare qualcosa a nessuna, dobbiamo scambiarci le idee e diffondere a tutte le altre donne la nostra energia che chiede un mutamento dello status quo, che ci fa dire che CAMBIARE E’ POSSIBILE!

“We are not simply the childbearing and the child-free; our stories extend beyond the production or non-production of others. We are complete in our own right and deserve to be viewed as such”.

A volte mi sembra che il marchio di qualità DOC che ci viene assegnato come “sforna-bambini” sia di grado differente a seconda di quanti figli mettiamo al mondo. Sì, perché il numero conta, non quante attenzioni, cure ecc. sei in grado di offrire ai figli. La mentalità corrente guarda ancora alla quantità e non alla qualità. Dopo il primo figlio inizia il valzer di coloro che ti chiedono quando farai il secondo o perché no il terzo. In pratica, il martellamento non passa, cambia solo il tema e qualche nota qua e là. Quel che è certo è che tu vieni percepita come un utero con i piedi e non si capisce perché tu possa essere impegnata in qualcos’altro, che forse tu abbia scelto consapevolmente per una serie di ottime ragioni, che devono essere rispettate in quanto personalissime e privatissime.
Dobbiamo far sì che quello che ci si aspetta da noi donne sia un valore prezioso per la società, che prescinda dal nostro stato di famiglia o dalle nostre scelte personali. Perché il giudizio su noi stesse non dev’essere sul “come siamo state brave a far tutto, senza dimenticare gli obblighi di riproduzione della specie”, ma sul nostro contributo, sulle nostre capacità, punto e basta. Perché sino a quando a essere biasimata sarà solo la donna senza figli, mentre per un uomo è un dato irrilevante, avremo ancora tanta strada da fare. Perché solo noi donne diventiamo “avariate” stando alla mentalità corrente, che ci portiamo dietro da secoli? Questo è il punto su cui riflettere e da scardinare. Dobbiamo sganciare il nostro “essere donna” dagli aspetti biologici, altrimenti verranno sempre tirati in ballo argomenti come la maternità, l’isteria, la sindrome premestruale ecc. Per nessun uomo è così. Solo per noi donne essere single o in coppia, madri o non, insomma qualunque sia la nostra condizione, diventa un fattore che fa la differenza. Per ognuna di noi il rischio di essere discriminata è molto alto. La nostra società non riesce ancora a vederci come persone e basta, senza etichette di genere o di “contorno” affettivo o familiare..

Noi donne riusciamo a “vincere” ogni qualvolta scegliamo liberamente di fare o meno, di essere o meno qualcosa. La vera vittoria sta nel seguire la nostra strada, nonostante quel che si bisbiglia attorno a noi.
Ma poi, cosa c’è da “vincere”?
Alimentare, tenere in vita e rigenerare questa mentalità patriarcale della riproduzione forzata risulta una consuetudine ancora più indigesta allorquando viene sostenuta dalle donne stesse, che si fanno portatrici di una stigmatizzazione di altre donne sulla base di questioni come la maternità. In pratica, ogni volta che anche noi donne “giudichiamo” altre donne sulla questione “maternità” o su altro, ci rendiamo “complici” di una mentalità che ci rende oggetti, involucri, merce in vendita o da usare.
Se vogliamo poi soffermarci sulle modalità con cui una certa “mentalità” viene tramandata di generazione in generazione, possiamo considerare anche le fiabe, una in particolare tocca il tema. La bella addormentata nel bosco, in cui i due sovrani erano felici, ma non avevano un erede: la procreazione diviene un complemento necessario alla felicità. Quando una coppia si sposa tutti i parenti e conoscenti si aspettano un erede, al più presto. Ad esempio, ogni volta che parenti e amici vedevano mia madre, le toccavano la pancia e si informavano sul suo stato.
L’esibizione di un figlio come attestazione del proprio successo, l’enfatizzazione della maternità, come sfoggio al femminile di un potere esclusivo, legato a logiche meramente riproduttive e non di scelta consapevole. La maternità come sigillo di qualità alla propria esistenza di donna, un elemento che ci viene sempre ricordato e ritorna ossessivamente. Pensiamo alle donne dello spettacolo che ostentano i figli e fanno di tutto per averne. Pensiamo alle copertine dei settimanali di gossip dove schiere di donne sono pronte a presentare al mondo la propria prole, il trofeo della mamma. Pensiamo alle interviste che non mancano mai della domanda: hai mai pensato/desiderato diventare mamma? Mi chiedo, che diritto ha certa stampa di trattare un tema così intimo e delicato in modo così superficiale. Soprattutto, quando certi pseudo giornalisti scandagliano i desideri intimi con una sorta di coltello. Il che accade non solo per le donne di spettacolo giovani, ma soprattutto per le più âgée. Trovo spregevole questo accanimento. Un modo becero e retrogrado di fare bilanci. Peccato che siano solo atteggiamenti verso le donne. Difficilmente certe domande si rivolgono ai maschietti. Chissà perché. . Così si tramandano cliché vecchi e sottoculture difficili da scardinare.
Per chi volesse partecipare, vi segnalo che il 26 settembre, alle 18:00, (nell’ambito degli incontri presso le Biblioteche di Milano, per l’iniziativa Il Tempo delle Donne) Eleonora Cirant, autrice di Una su cinque non lo fa. Maternità e altre scelte, incontra i lettori alla biblioteca Parco Sempione.

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