Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Ionosfera e troposfera

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Illustrerò gli interventi della mattinata dell’incontro degli Stati Generali delle donne Lombardia che si è tenuto l’11 maggio scorso a Milano. Tutte le proposte presentate verranno pubblicate e saranno oggetto di una indagine/questionario per comprendere quali siano le più interessanti. Prossimamente saranno fornite maggiori indicazioni in merito.

L’avvio dei lavori è stato interessante, ho ascoltato Carolina Pellegrini, consigliera di parità regionale, sempre molto precisa e incisiva. Ha parlato dell’ultimo rapporto biennale 2012/2013 sull’occupazione femminile e maschile in Lombardia nelle imprese con più di 100 dipendenti.
Il quadro non è esaustivo del panorama lavorativo, ma aiuta a comprendere il fenomeno. La segregazione orizzontale, il fatto che l’occupazione femminile fosse per lo più concentrata nel terziario, nei servizi (che meno hanno subito gli effetti della crisi), ha in qualche modo salvaguardato il nostro genere. Sono infatti gli uomini che hanno visto una perdita più consistente di occupazione. Pellegrini si chiede cosa accadrà quando il welfare e la sanità pubblica non saranno più in grado di assicurare i servizi. Perché le risorse sempre più scarse comportano continui tagli, e tutte lo sappiamo molto bene. Sono le donne che usufruiscono maggiormente del part-time, una volta per scelta in funzione di conciliazione, oggi perché molto spesso sono questi gli unici tipi di contratti disponibili.
La segregazione verticale (che vede le donne meno presenti ai livelli apicali), presenta un quadro solo a prima vista positivo. Le donne sono più presenti, hanno sostituito molti colleghi maschi, ma c’è un motivo: hanno retribuzioni più basse e quindi sono delle manager più vantaggiose per le imprese. Se son giovani è anche meglio.
Si è accennato anche ai bandi sulle reti di conciliazione territoriali, volti a far collaborare insieme tutti gli attori coinvolti, imprese, stakeholders, istituzioni.
In tema di orientamento e di utilizzo dei FSE, è importante comprendere le peculiarità che interessano lo stilare un bilancio di competenze per le donne, è pertanto necessario implementare un orientamento di genere per la formazione. Si è accennato alla collaborazione con la Fondazione Politecnico e con il Politecnico per cercare di lavorare su una scelta universitaria non stereotipata, ma aperta, evitando segregazioni in base al genere.
Peccato davvero che Carolina Pellegrini non abbia potuto trattenersi ulteriormente per motivi familiari. La sua presentazione dovrebbe comunque essere stata consegnata alle organizzatrici dell’incontro.

Loredana Bracchitta del CPO (Consiglio pari opportunità) interviene parlando di legalità, sotto il profilo del rispetto delle regole e dei diritti, che richiama il rispetto degli individui e una cultura che ponga fine alla violenza contro le donne. Si ribadisce l’importanza di una educazione all’affettività, coinvolgendo le scuole e facendo parlare i ragazzi sul tema della violenza. Il progetto “Ti do i miei occhi” ha questo scopo: indagare la violenza fisica, psicologica, le discriminazioni, gli episodi di bullismo e di omofobia (qui).
L’intervento si chiude con l’accenno al provvedimento regionale per l’introduzione della regola di alternanza di genere nelle liste elettorali regionali.
Si prosegue con il video presentato da Marinella Loddo di ICE.
Interviene Luca Lopresti di Pangea una Onlus che si occupa di violenza di genere dal 2002, non solo in Italia. Si opera anche favorendo progetti di ascolto, accoglienza, costruzione di un percorso condiviso insieme alle donne, accesso a microcredito per uscire dalla violenza, anche economica e accompagnare le donne verso un futuro migliore. C’è un lavoro per interrompere anche la violenza assistita da parte dei figli.
Si passa all’intervento successivo.

05.12.2015 IN SEGUITO A QUESTA CONVERSAZIONE SU TWITTER, PER EVITARE ULTERIORI POLEMICHE, RETTIFICO QUANTO SCRITTO PRECEDENTEMENTE, COME RICHIESTO:

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Roberta Cocco, Microsoft, interviene per illustrarci i progetti Nuvola Rosa e di come la tecnologia può aiutare a colmare il divario di genere. Cocco si concentra sulla necessità di compiere scelte appropriate negli studi e raggiungere competenze adeguate a quanto richiesto dal mondo del lavoro. Profili in ambito ICT, con skill digitali sono molto richiesti, ma pochi giovani hanno competenze adatte, le ragazze che scelgono questo settore sono poche. Cocco non ha una conoscenza aggiornata di dove si colloca il gap uomo-donna oggi. Se prima le donne non sceglievano studi e specializzazioni in ambito informatico/scientifico, oggi, il loro numero si è incrementato. Si tratta sempre di una minoranza, ma c’è un progresso. Oggi non si tratta più solo di prepararsi, formarsi ed essere in linea con i profili richiesti. Non è più solo un problema di accesso al lavoro o ad ambiti a prevalenza maschile. Questi ostacoli possono essere superati, molte di noi lo dimostrano. Il problema si presenta più avanti. Il muro arriva quando sei entrata nel mondo del lavoro, settore ICT incluso. Il problema non è entrare, ma rimanerci, anche se diventi madre, se devi accudire genitori o familiari malati, anche se ti ammali. Io ne sono un esempio lampante. Non ho mai smesso di studiare, di re-inventarmi, di trovare una strada. Mi sono adattata a quello che il mercato del lavoro chiedeva, sacrificando anche le mie passioni o ambizioni. Ho trovato lavoro con le mie forze e per il mio curriculum, ma le solite questioni di conciliazione famiglia lavoro, hanno deciso per me. Mi sono dimessa. Avrei voluto raccontare a Cocco la mia esperienza, che poi è l’esperienza di tante donne. Quindi non diciamo che è colpa di ciò che le ragazze decidono di studiare, ma raccontiamo la storia per intero. Tanto per essere oneste. Se ragioniamo in parallelo con gli uomini, non avviene la stessa discriminazione. Per cui il problema forse è altrove, per esempio nell’ambito delle politiche di conciliazione assenti e in un mondo imprenditoriale che ancora fa fatica a “conciliare” con l’idea che una donna possa anche essere madre e che un uomo possa voler prendere il congedo parentale. Quindi non raccontatemi che sono sufficienti studi e competenze per poter lavorare. Non abbiamo tutti stipendi alti, tali da poterci comodamente avvalere di servizi privati di sostegno.
Vorrei inoltre sottolineare che Cocco ci parla a nome di Microsoft. L’impresa chiede un certo prototipo di “manodopera” in questo caso intellettuale. Ci si dimentica che c’è un altro fattore fondamentale: la scuola, la sua qualità, le competenze che garantisce. L’istruzione uguale per tutti è solo sulla Carta, nella realtà sappiamo che è ben diverso dove e come studi. Il contesto familiare/sociale poi è fondamentale. Non siamo tutti economicamente agiati, convinti che studiare sia importante, non tutte le famiglie comprendono queste cose e incoraggiano i figli. Tra il caso, scuole di basso e medio livello di preparazione, contesto socio-familiare, si compie il destino di un ragazzo o di una ragazza. In una società dove contano le relazioni familiari e il familismo detta le regole, diventa arduo farsi strada. Affermarsi con le proprie forze e capacità è possibilissimo, il problema è se poi riesci a resistere, se hai le medesime possibilità di carriera e di permanenza. Tanti sono i fattori che determinano il successo, ma non veniteci a raccontare che dipende tutto da noi.
Un altro punto: parliamo in prevalenza di giovani donne, ma come sappiamo l’universo è ben più vasto. Quindi oltre a progetti per le giovani donne, dovremmo parlare di politiche che permettano una formazione continua, permanente, per donne che restano senza lavoro a 40-50 anni, che sono uscite e vorrebbero ricominciare. Ecco, il tema assente è: come collochiamo e ri-collochiamo le donne che hanno superato i 30-40-50 anni? Il buco nero è proprio qui.
Alice Palumbo presenta il suo Baby In Italy progetto collettivo orientato alle mamme, come altri presenti in rete.

A questo punto mi è sembrato di assistere a un mega spot pubblicitario di aziende, progetti, manager, libri ecc. La fiera in cui le tematiche femminili divengono merce. Siamo al livello di “femminismo” in stile Sandberg di Facebook. Io non mi sento rappresentata da queste donne. A un certo punto mi son chiesta dove sia finito il patrimonio di riflessioni e di conquiste femministe. Non vi era traccia. E allora mi son chiesta chi rappresenta (o ritiene di rappresentare) oggi le donne? Vorrei comprendere il macro-obiettivo degli Stati Generali delle donne, nuove interlocutrici istituzionali, rappresentanti di quali donne? Siamo sempre allo stesso punto. Donne che continuano a farsi carico in modo esclusivo dei compiti di cura (e di accudimento, come dice Pina Nuzzo). E cerchiamo soluzioni pratiche solo per consentire che questo sistema regga e non ci siano crolli dell’universo femminile. Chiediamo app e sistemi smart per rendere le nostre incombenze più semplici da svolgere e da sostenere. Non ci accorgiamo che è l’ottica di questi progetti/richieste ad essere sbagliata, anacronistica, fallace. Abbiamo un welfare che va a pezzi, i consultori che sono abbandonati da decenni (non c’è nemmeno un ecografo a disposizione, per le prestazioni si paga il ticket), la sanità sta crollando, e c’è chi chiede colloqui con i medici via Skype, una app per evitare le code agli sportelli ecc. In un mondo perfetto sarebbero tutte idee buone, ma qui ci sta crollando il soffitto dei diritti e dei servizi pubblici in testa, occorre essere realistici e ragionare con i piedi per terra, dalla parte di chi li sta perdendo inesorabilmente.

A questo punto la sensazione è che sono io ad essere nel contesto sbagliato, sono qualche metro più in basso (anzi direi qualche chilometro) e vedo questi discorsi come parole nella ionosfera… Come se mi trovassi nella troposfera e mi arrivassero messaggi da altri livelli dell’atmosfera terrestre. Sono livelli e ragionamenti talmente apicali da farmi venire il torcicollo. Probabilmente se potessi parlare, non mi capirebbero nemmeno.

È la volta del progetto Ragazze Digitali promosso dal network EWMD. Si parla di donne manager al top e impegnate a rafforzare l’empowerment delle donne e la preparazione professionale, volta a favorire il loro ingresso in professioni del ramo ICT.
Io sono favorevole a questa “spinta”, ma vale quanto ho detto prima. Alle ragazze forse dovremmo parlare con maggiore chiarezza del “dopo”.
Maria Serra ci parla del suo progetto di servizi di orientamento a studio e lavoro. Siamo in pieno stile Lean in, come Sandberg docet. In questo caso, cercasi finanziamento.
Passiamo oltre ancora. Stringo i denti e paziento.
Maria Antonella Banchero, rete CUG AO Lombardia ha parlato del tema del benessere di chi opera nel campo della salute, e della medicina di genere (il 18 giugno, ci sarà un workshop sul tema,  qui).
Ritorna un’altra referente di EWMD, che ci propone l’importanza di fare network.

Ecco, questa la mia sensazione di questa giornata: costruire relazioni, reti tra donne, fare network e aiutarsi a vicenda nel proprio business. Chi non ce l’ha, cavoletti di Bruxelles suoi. Mica si può includere tutte le donne! Intanto facciamo il bene di quelle che stanno “up”, poi si vedrà. Si spera nell’effetto a cascata/domino? Direi che nella mia troposfera bassa bassa al massimo ci possiamo aspettare qualche briciola. Ho ascoltato a sufficienza. Verso le 13:00 ho abbandonato il campo e le speranze. Anche perché c’era poca attinenza con la realtà delle donne “comuni” e il femminismo sembra non sia mai giunto a questi livelli dell’atmosfera umana. Per fortuna invece il femminismo esiste.
Direi che la sensazione globale della mattinata è stata connotata da un certo elitarismo, dei discorsi, delle pratiche, della partecipazione e delle personalità coinvolte.
Ci auguriamo che gli Stati Generali delle donne non si limitino a fare network tra i livelli imprenditoriali e istituzionali, ma si aprano e diventino inclusivi e utili per il maggior numero possibile di donne, mettendo a frutto le riflessioni che il femminismo ha posto (superando gli stereotipi, le strutture e i modelli economici-sociali di stampo patriarcale), gli ambiti che ha esplorato e gli apporti che continua a fornire per soluzioni che possano rendere il nostro, un Paese a misura di donna.

 

p.s.  Isa Maggi in questa intervista (ringrazio chi me l’ha segnalata) diceva: “Il percorso iniziato lo scorso 5 dicembre mette al centro della riflessione comune i temi del lavoro femminile, dell’impegno istituzionale e i gravissimi dati del femminicidio in Italia. Il traguardo è di realizzare un documento comune in vista della Conferenza mondiale delle donne che si svolgerà dal 26 al 28 settembre all’Expo di Milano, a venti anni esatti dalla piattaforma di Pechino. Verrà redatta la Carta delle Donne del Mondo che consegneremo il 16 ottobre a Ban ki mon”. Ora io mi e vi chiedo: ci sentiamo rappresentate veramente?

 

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Noi donne dove siamo ora?

 

 

Nel titolo di questo post riprendo la domanda posta da Carol Gilligan, nel suo saggio La virtù della resistenza. Il tema è “le vite delle donne”. Forse occorre centrare innanzitutto la nostra collocazione. Se è vero che filosoficamente parlando viene prima il futuro del passato, che in fondo non è altro che la rivisitazione/lettura/ricordo che oggi facciamo di un qualcosa accaduto, ma che non possiamo che definire nell’oggi, che poi è futuro, dobbiamo mettere insieme le vite delle donne, ben sottolineato da quel NOI.

“Le vite delle donne sono un segnale luminoso – o come direbbe Virginia Woolf, un faro – che illumina il cammino che noi, come esseri umani, abbiamo percorso e anche la strada a venire. Le voci delle donne offrono una risonanza che potrebbe aiutarci a non smarrire la via”.

Ma quali sono queste voci, che posizioni sottolineano, che cosa sappiamo di loro? Interroghiamoci se con il passare degli anni ciò che hanno detto ha lo stesso significato o se esso è stato stravolto per essere riadattato e consumato ai nostri giorni. Anche perché oggi di NOI ci sono svariate sfumature.
La grande conquista è stata affermare e portare al riconoscimento che i diritti delle donne sono diritti umani, che deriva dalla straordinaria scoperta che le donne di fatto sono esseri umani. Ogni tanto va ribadito, perché ultimamente veniamo associate a cose, merci e via discorrendo. Di recente mi è stato detto che “onde evitare di rinchiudersi in temi strettamente femminili” è preferibile dedicarsi ad altro, tipo la difesa dell’ambiente e del territorio. Proprio la stessa cosa, in effetti. Le donne le mettiamo in un angolino, tanto le battaglie son già state compiute in passato. E qui la riflessione sul concetto di “futuro” tornerebbe utile, per spiegare la necessità di tornare a difendere certi diritti. Non conta nemmeno spiegare che i diritti delle donne significano anche migliore qualità della vita per l’umanità, che quando si parla di prostituzione, non stiamo parlando unicamente di donne, bensì di relazioni/non-relazioni, di strutture di potere e di dominio maschili ecc.
Non possiamo che prendere atto di certe posizioni.
E si riparte sempre da zero. Ogni intuizione e disvelamento sembrano archiviabili, e così il femminismo si azzera a ogni ondata, suscettibile delle onde che provengono da altri ambiti (la politica istituzionale, l’economia, il welfare). Ariel Levy parla di “distorsioni della memoria storica: è come se il femminismo fosse affetto da una sorta di sindrome della falsa memoria”. Un “disordine della memoria culturale”, che porta a modificare il senso degli slogan storici (il corpo è mio e me lo gestisco io, il senso della scelta personale, l’affermarsi di un’etica personalistica, tutto il capovolgimento su “vittime” e carnefici” ecc.), delle parole chiave (autodeterminazione per esempio), degli stessi scritti di quegli anni. Alcune hanno cancellato persino il differenziale di potere uomo-donna, pur di giustificare alcune posizioni. Un esempio è dato dal fatto che per esempio ci siamo forse dimenticate che la politica dell’uguaglianza fosse incompatibile con le strutture della famiglia tradizionale (che poi è quella patriarcale). L’obiettivo della piena cittadinanza per le donne era subordinato a una trasformazione radicale della società, a partire per esempio dal tema della cura o dell’accudimento. Tradizione e femminismo potevano e possono davvero conciliarsi?

“Se il padre lavora e la madre lavora, nessuno rimane a guardare i figli. O il governo riconosce la situazione e provvede all’assistenza all’infanzia (come avviene in molti paesi europei) o la cura dei bambini diventa un lusso alla portata dei ricchi e un problema per tutti gli altri.”

Possiamo ben dire che la nostra memoria distorta ha causato non pochi problemi.
Inoltre, sostenendo che “una donna vale l’altra”, purché fossimo rappresentate, ci ha azzoppate, perché ha prevalso il compromesso e le posizioni radicali e innovative sono state accantonate. Per cui ci troviamo di fronte anche a un problema enorme di rappresentanza, quale e come si debba definire e realizzare. Dobbiamo riflettere su cosa è stato e dovrà essere il nostro rapporto con il potere e come declinarlo.
Come sempre, se scrivo c’è un qualcosa che mi fa scattare la scintilla e smuove un po’ i miei pensieri. Cito Donatella Proietti Cerquoni che riassume e analizza bene il contesto nel quale ci muoviamo:

“Oggi alcune e alcuni si definiscono femministe e femministi mentre sono spietate espressioni dell’ideologia neoliberista che mette a profitto i talenti femminili (Anna Simone, I Talenti delle donne) e considera la vittima “autodeterminata” al punto di configurare complicità con il suo carnefice. C’è in atto nel web una campagna impressionante tesa a dimostrare questa presunta autodeterminazione che si gioca in modo violentissimo particolarmente nel web nei dibattiti sulla prostituzione ma che riguarda ogni ambito dell’esistenza femminile. La donna deve mettere il suo capitale biologico, in primo luogo, al servizio del mercato ricavandone gli stessi effetti, simbolici e materiali, che gli uomini hanno pensato per loro stessi: denaro e potere che chiamano libertà. La donna “vende” se stessa e il suo consenso all’uso mercificato di ogni dimensione di sé, non solo il corpo. Questa è violenza simbolica maschile che diventa materiale perché coinvolge la vita di esseri umani che si vogliono ridurre a merce anche mediante leggi dello Stato come quella che si sta per promulgare sulla “regolamentazione” della prostituzione. Si vuole che le donne diventino “cose” ancor prima di morire (Simone Weil). Questi sono assassini simbolici e materiali del sesso femminile”.

Il femminismo sta riemergendo, (con tutti i pericoli dell’essere diventato “di moda”, fashion, come era emerso in questo recente post) ma ha i connotati che descrive Donatella. Sta tornando in quanto strumento di una restaurazione silenziosa di modelli e strutture di ragionamento e di pratiche che pensavamo ingenuamente di aver superato. Il nostro stare nel mondo ha assunto le caratteristiche dello stare nel mondo degli uomini, e alcune di noi hanno ceduto ad esso, perché implica una semplice accettazione di qualcosa di già pronto all’uso, per poter avere spazio. Anche alcune femministe storiche, come dice Donatella, si sono voltate “dall’altra parte” facendo “non so quanto inconsapevolmente, il gioco delle liberal e dei loro alleati maschi”. Si è dismessa la via autonoma, di trovare modalità tutte nostre, che cambiassero veramente l’assetto delle relazioni e dell’agire nel mondo.. E si è tornate in un privato privatissimo. Questo per tutte le generazioni. Lo è ancor di più per le ultime precarissime e affannate. Chiaramente il risultato di un “sapere” e di un “sentire” femminista (purché non sia neoliberal) potrebbe fare tanto bene in molti ambiti, dalla lotta alla violenza maschile contro le donne, alle soluzioni in ambito lavorativo, dalle politiche per contrastare la disoccupazione o per favorire la conciliazione, alle battaglie per ottenere nuovi e/o migliori servizi. Ma dobbiamo anche contemplare l’idea che c’è di mezzo il denaro, i finanziamenti, i bandi che rendono “appetitose” la gestione di queste attività destinate alle donne. C’è di mezzo il potere e la sua gestione o co-gestione. Tutto diventa acquistabile, perché siamo immerse in una società dominata da un sistema di scambio economico che crea disparità. Il sistema si regge solo se ci sono persone “sacrificabili”, situazioni che contemplino l’eccezione di diritti, se non c’è eguaglianza, resta solo l’illusione di pari diritti, diritti come ologrammi. Ultima annotazione: siamo abituate a vedercela per conto nostro. L’isolamento porta a non riuscire a difendere i diritti, le conquiste, si attua una fragilità anche di chi nel femminismo investe notevoli energie e speranze. Dopo tutte queste brutte esperienze di “tradimenti” e fraintendimenti, sottrazioni, strumentalizzazioni, abbiamo sempre più paura di fidarci dell’altra, della compagna di lotte. Quanto meno dovremmo riuscire a trovare una formula per fare rete con coloro che sentiamo vicine. Per non fare il gioco di chi ci vuole frammentate, come ho più volte sostenuto. Con il rischio di diventare “cose”, oggetti, suppellettili da spostare all’occorrenza e da usare in ogni senso. Con il rischio di sentirsi anche contente di questo status.
Dobbiamo forse tornare a lavorare a uno spazio ontologico nuovo tutto nostro, di cui parlavo qui.

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Cosa accade quando il femminismo diventa fashion?

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Meagan Tyler, coautrice di Freedom Fallacy: The limits of liberal feminism, ci parla delle conseguenze che possono nascere da un femminismo che diventa una moda del momento. La mia traduzione per voi (QUI l’originale).

 

Il femminismo è tornato di moda. Per quanto la spinta a rivendicare la “F-word” si sia intensificata, personaggi pubblici, enti e gran parte dei media mainstream hanno instillato una versione annacquata del femminismo nella coscienza popolare. Si tratta di un femminismo che non cita mai la liberazione delle donne, bensì opta per la celebrazione della Scelta.
Se si legge un qualsiasi articolo sul femminismo, i commenti presto finiranno per convogliare su un dibattito sulla scelta. Non importa quale sia l’argomento, le persone sono pronte a riformulare la questione come se concernesse l’empowerment e il diritto di scegliere delle donne. Ciò fornisce un efficace diversivo al parlare delle strutture di potere più ampie e delle norme sociali che limitano le donne, in molti modi diversi, in tutto il mondo.

È stato un grande mese per il “femminismo della scelta”. Lo scorso marzo, il fashion magazine Vogue ha lanciato il video “My Choice” in India, come parte della sua campagna, che praticamente ha ridotto l’emancipazione delle donne a tutta una serie di scelte.

 

 

Il video è subito diventato virale, e come fa notare il giornalista Gunjeet Sra (qui), l’ipocrisia di “un’industria che si basa sul feticismo, oggettiva e rafforza gli stereotipi sessisti sulla bellezza delle donne”, la presupposta promozione del femminismo, è passata in gran parte inosservata.

Questo marchio liberale del “femminismo della scelta” è stato poi seguito nella sua logica, benché assurda, conclusione quando un democratico liberale candidato alle prossime elezioni in Gran Bretagna ha cercato di spiegare i filmati che lo ritraevano in uno strip club (qui). A quanto pare, rientrava tutto nella sua missione femminista per aiutare “le donne a compiere scelte legali, senza giudicarle” (qui).
Anche Playboy ha recentemente (qui) deciso di puntare sui principi migliori della teoria femminista, e sono usciti con il diritto della donna ad essere sottoposta allo sguardo pornografico. Che chiarmente rientra pienamente nel business plan dell’azienda.
Sono accadimenti simili, argomenti banali come parlare di Beyoncé femminista, o se i politici uomini debbano indossare This is What a Feminist Looks Like T-shirts, che hanno ispirato la nuova raccolta di scritti femministi: Freedom Fallacy: The limits of liberal feminism.
Nel libro, di cui sono co-autrice, sono raccolte le riflessioni su 20 differenti temi che sono diventati oggetto del “femminismo della scelta”: dalla pornografia, alla prostituzione, dalle mutilazioni genitali femminili, dalle riviste femminili al matrimonio, alla violenza sessuale. Partendo da una serie di punti di vista diversi, ciascuna di noi analizza criticamente la “scelta”, come se fosse l’arbitro ultimo della libertà delle donne.
Molti di noi sostengono che l’avvento di questo pop-feminism sia in realtà più insidioso di ciò che vuole suggerire la presa in giro della sciocca frase “I choose my choice” (ho scelto la mia scelta).

Prima di tutto, le argomentazioni della scelta sono fondamentalmente errate perché presuppongono un livello di libertà per le donne che semplicemente non esiste. Sì, noi facciamo delle scelte, ma queste sono costantemente vincolate e plasmate dalle condizioni diseguali in cui viviamo. Avrebbe senso solo celebrare acriticamente la scelta in un mondo post-patriarcale.

In secondo luogo, l’idea che più scelte automaticamente corrispondano a una maggiore libertà è una falsità. Nei fatti si tratta di contrabbandare il neo-liberismo con un tocco di femminismo. Sì, le donne oggi possono lavorare o stare a casa se hanno figli, per esempio, ma questa “scelta” resta abbastanza priva di sostanza, se alla fine l’educazione dei figli resta un “lavoro da donne”, non vi è un supporto statale sufficiente per i servizi all’infanzia, e le donne senza figli continuano ad essere considerate egoiste.

In terzo luogo, l’attenzione sulle scelte delle donne, come essenza e fine ultimo del femminismo, ha portato a una sorta di perversa vittimizzazione e distrazione dai problemi reali che le donne devono affrontare. Se non sei soddisfatta di come stanno andando le cose, non incolpare la misoginia e il sessismo, il pay-gap, i ruoli di genere radicati, la mancanza di rappresentanza delle donne nelle istituzioni o nei consigli di amministrazione, o l’epidemia di violenza contro le donne. La colpa è solo vostra. Evidentemente avete compiuto la scelta sbagliata.

Come sottolinea nel suo capitolo (QUI) Freedom Fallacy, la sociologa Natalie Jovanovski, non sorprende che questo tipo di femminismo liberale sia salito alla ribalta. Privilegiando la scelta individuale più di ogni altra cosa, non permette di contestare lo status quo.
Non richiede significativi cambiamenti sociali, e mina efficacemente la necessità di azioni collettive. In sostanza, non vi si chiede nulla e non vi offre nulla in cambio.

Al posto della resistenza, oggi abbiamo attività che una volta venivano annoverate sotto l’archetipo della subordinazione delle donne, oggi figurano come scelte personali liberatorie. Le molestie sessuali possono essere rilette come battute innocue che le donne possono trovare gradevoli. Il matrimonio è ricostruito come innamoramento pro-femminista. La plastica vaginale è vista come una utile valorizzazione estetica. La pornografia è rimarchiata come emancipazione sessuale. L’oggettivazione è il nuovo empowerment.

Invece di parlare di una visione per un futuro più equo, ci ritroviamo con una visione ripiegata su se stessa, discussioni futili se singole donne sono o meno delle “cattive femministe”. O come lo ha definito la giornalista Sarah Ditum, il gioco “puoi essere una femminista e…”. Come se il vero problema del progresso delle donne consista nell’essere più o meno conforme a un leggendario ideale femminista.
Attraverso l’individualismo del “femminismo della scelta”, quando le donne criticano alcune industrie, istituzioni o strutture sociali, si scontrano spesso con l’accusa di attaccare le donne che vi partecipano. L’importanza di un’analisi a livello strutturale si è quasi completamente persa nel pensiero femminista “pop” (popular).
A titolo di confronto, sembrerebbe abbastanza ridicolo suggerire che per criticare il capitalismo un marxista attaccasse i lavoratori. Allo stesso modo sembra molto strano suggerire che criticando le grandi case farmaceutiche si odi chi vi lavora dentro. O che coloro che mettono in discussione la nostra dipendenza culturale dai fast-food lo fanno per i bambini seduti dietro i banconi del McDonalds.

Ultimamente, la promozione della “scelta” – e il mito di parità già raggiunto (qui) – ha ostacolato la nostra capacità di sfidare le istituzioni che vogliono riportare le donne indietro. Ma la lotta non è finita.
Molte donne stanno ribadendo che il femminismo è un movimento sociale necessario per l’uguaglianza e la liberazione di tutte le donne, non solamente una serie di luoghi comuni sulle scelte di alcune.

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Dove ci siamo rintanate?

le donne in lotta

 

Questo post nasce dall’esigenza di porre qualche domanda. Tutto nasce dall’ennesima manifestazione dei movimenti No-Choice a Milano, dal titolo “NO194 per l’abrogazione referendaria della legge 194” (qui). Per l’ennesima volta, in occasione di questo corteo che sfilerà per la città, si sono organizzati I sentinelli per una contro-manifestazione. Io li ringrazio per il loro sostegno alla causa in difesa della 194, ma questa è anche l’occasione per fare qualche riflessione. Non che manchino le mobilitazioni e i progetti di donne per le donne, penso ad esempio a Consultoria Autogestita, ma manca un respiro più ampio, che sappia abbracciare un gran numero di persone, che sappia fare informazione, approfondimento, insomma diffusione di consapevolezza tra le donne. Non mi aspetto i grandi numeri, ma almeno che si incominci a recuperare una progettualità comune, a piccoli passi, tornando a rioccuparci delle nostre questioni, in modo più assiduo e meno frammentario.
Mi chiedo, a quando una mobilitazione delle donne sui diritti delle donne? Io questa mancanza la sento. Non so voi, ma mi sento orfana. Orfana perché non c’è una rete di riferimento tra donne, ognuna sembra rintanata nella propria dimensione personale, reale o virtuale, estesa al massimo alla cerchia delle proprie amicizie. Orfana perché ultimamente ho chiesto a una politica del mio partito, che siede in direzione nazionale, di organizzare iniziative sistematiche e periodiche sulla 194 e sul macigno dei numeri dell’obiezione di coscienza. Risposta: “le abbiamo fatte”, ma tutto sommato non servono, quindi sembrerebbe un approccio da abbandonare. Quindi il silenzio è la soluzione?! Ricordo che la 194 è stata sostenuta anche da una base esterna, donne che hanno appoggiato la legge, che si sono fatte sentire. Forse non è più tempo di mobilitazioni? Dobbiamo seguire un iter istituzionale e sperare che questo vada a buon fine? Non sarebbe il caso di farci sentire comunque, a cadenze periodiche, e magari attivarci perché quella volontà politica che al momento manca (così si dice, ho l’impressione che a volte sia un alibi) si crei? Personalmente non ci sto ad assumere una posizione rinunciataria. Le cose si cambiano insieme, se vogliamo investire in sinergie positive e fruttuose. Altrimenti sono solo chiacchiere. Io e altre ci siamo e siamo a disposizione. I No-choice scelgono di organizzarsi e noi ci frammentiamo e ci disperdiamo? Siamo così certe che la nostra società attuale abbia anticorpi a sufficienza per bocciare la loro campagna referendaria abrogativa della 194? Oppure possiamo e dobbiamo sensibilizzare le donne che poco sanno fino a che non vivono sulla propria pelle i risultati di anni di disinvestimento nei consultori pubblici e laici, di obiezioni di struttura e di strane linee guida divergenti (vedi l’obbligo di prescrizione per la pillola del giorno dopo e non per quella dei 5 giorni dopo)? Dobbiamo tornare a curare l’aspetto comunitario, superare le grida e gli slogan, superare i messaggi e gli annunci da campagna elettorale perenne, dobbiamo tornare ad occuparci della sostanza, della riflessione, che non può essere ridotta alla mera piazza virtuale. Il Web serve a collegare velocemente le persone, ma per affrontare la complessità occorre qualcos’altro. Dobbiamo tornare a guardarci in faccia, riunirci periodicamente e invitare tutte a sentirsi parte del progetto. Non è stato fatto tutto e anche se così fosse, oggi potremmo perderlo di nuovo, anzi qualche diritto è già incrinato. Dobbiamo tornare ad essere “scomode”, come ho più volte detto. Scomode significa porre domande nuove, complesse, critiche, restare lì senza mollare, pretendere risposte serie e non pannicelli caldi. Significa essere intrecciate tra di noi, sì donne originali, ognuna con la propria personalità e individualità, ma capaci di un discorso unitario che amplifichi le istanze di ognuna, e renda significativa la nostra voce. Non significa ammazzare la molteplicità dei femminismi di oggi, semplicemente occorre recuperare una capacità di incidere sulla politica, facendo politica, occupando gli spazi pubblici o privati, riempendoli della nostra prospettiva, altrimenti quello spazio sarà vuoto o mancherà del nostro sguardo sulle cose e sui temi che più ci coinvolgono. Manca una voce ferma e presente, capace di mobilitarsi costantemente e che non venga ingurgitata da un certo modo di far politica per annunci e offerte imbellettate. Perché non costruire proposte strutturate per una società e un’economia a misura anche di donne? Non ci ascolta nessuno perché siamo disperse. Non ci siamo. Non siamo riconoscibili come interlocutrici, non siamo in grado di incidere sulla politica istituzionale perché per prima cosa rifuggiamo dal tessere un dialogo costruttivo tra di noi. Piuttosto alcune di noi preferiscono abbracciare una collaborazione con gli uomini, a volte altamente pericolosa e difficile da gestire senza ricadere in pratiche vecchie di secoli. Di cosa abbiamo timore, di non farcela, che il lavoro tra donne sia inutile e improduttivo? Abbiamo paura di sembrare fuori dal mondo, quel mondo dipinto a immagine e somiglianza maschile? La soluzione non è partecipare ai tavoli intellettualoidi politici, entrare nelle maglie della politica istituzionale appuntandosi sulla giacca l’etichetta femminismo, questo è veramente un gioco sporco se lo si fa per puro opportunismo e si è disposti a dimenticarsene una volta raggiunto l’obiettivo personale. Questo non è femminismo, è semplicemente strumentalizzare una galassia di movimenti a fini personali. Cerchiamo di non cadere nella trappola.

Ultimamente ho la sensazione che anche l’attivismo sia diventato un prodotto commerciale come un altro. L’esserci come campagna pubblicitaria del sé, per cui è importante apparire, comparire con il proprio volto, con il proprio nome ecc. L’attivismo per gonfiare il proprio ego e giustificare il proprio vuoto di idee. L’attivismo e la partecipazione personale come etichette di un grande mercato in cui anche gli ideali sono merce, business, ingurgitati da una macchina propagandistica e autoreferenziale. L’esserci non per convinzione e impegno personali per una causa, ma finalizzato a una affermazione del sé e come garanzia di un trampolino, perché no, anche professionale. Vi risulta? Tutto fa brodo, e il femminismo non è immune da questi personaggi. Purtroppo.

Abbiamo un futuro solo se comprendiamo la necessità di tornare a noi come comunità, perché come singole rischiamo di essere assorbite da fenomeni molto pericolosi. Non dobbiamo permettere che altri parlino per noi.

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Cosa è successo al femminismo?

La Prima è Stata Lilith: la lotta delle donne nel mito e nella storia. Pag. 84

La Prima è Stata Lilith: la lotta delle donne nel mito e nella storia*. Pag. 84

 

Siamo all’indomani dell’8 marzo. Registro un po’ di pensieri che bazzicano la mia testa in queste ore. Il tag è #femminismo. Parlare di femminismo è come parlare del paleolitico per alcune donne, non importa l’età. Si avverte un silenzio catacombale quando si parla di femminismo. E io non demordo mica, ne parlo, me lo porto in giro. Tutti si gelano e non capiscono perché mai tu ti sia potuta “ammalare” di questo morbo. Poveraccia, eppure sembrava godere di ottima salute. Quasi che si trattasse di un malanno incurabile. Sì, ci siamo ancora. Non ci siamo estinte come i dinosauri, né abbiamo abbandonato il cammino. Nonostante il tempo, c’è chi appartiene alle giovani generazioni e ha visto fiorire in sé quel germoglio di rivolta che viene da lontano. Ma nell’immaginario comune siamo qualcosa di strano, un’anomalia storica. Siamo una sorta di abitanti di un Jurassic Park per vetero-qualcosa. Tu sei quella del separatismo, che odi gli uomini, che guardi al mondo con lenti ormai superate, perché le lotte e gli schemi son cambiati, perché molto è già stato fatto, sei tu che non te ne sei ancora accorta. Di recente mi è capitato di dover spiegare che il femminismo non è questo a un gruppo di giovani attiviste di arcigay che hanno creato un gruppo donne in arcigay per non stare con “quelle femministe degli altri gruppi lesbici della città”. Continuo a vedere i loro giovani visi e il loro netto rifiuto di tutto quello che può avere a che fare con il femminismo. Non so cosa sia successo, qualcosa di simile a una bomba. Com’è stato possibile che si sia diffuso questo tanfo di muffa su una cosa tanto viva!? Ci provo, ma evidentemente non ce la faccio a spiegargli che il femminismo è altro. Non c’è tempo, per queste cose ci vuole tempo. Non mi credono, e forse se fossi al posto loro avrei la loro stessa reazione. Non me la sento di insistere, perché avverto che le loro impressioni sono frutto di un impatto duro, che qualche sedicente femminista ha creato un solco incolmabile. Ci separano una decina d’anni, forse meno. Ma mi osservano da lontano, come se raccontassi cose irreali, come se fossi la moglie di Noè. Le mie rughe di trentacinquenne mi appaiono più marcate, quasi a ricordarmi che sono quello che sono oggi perché il mio corpo ha un vissuto, di cui conserva una memoria. Perché io vedo ancora questo tipo di fenomeni qui. Sono rammaricata di quel solco che si è creato. Mi capita ogni qual volta incontro questa resistenza in una giovane donna. A volte penso che sia importante il contesto in cui formi le tue prime impressioni su un fatto, un fenomeno. Per questo sono con loro, perché non ha senso restare in un contesto che senti estraneo, inadatto, che non ti rappresenta. Se il progetto ti soffoca, è meglio abbandonarlo e continuare altrove. Io ne so qualcosa. Allo stesso tempo vorrei avere gli strumenti per recuperare il terreno perduto e aprire un varco, per dare loro una base di ri-partenza per ripensare al femminismo.
Forse abbiamo sbagliato qualcosa, direi che certamente esiste un problema, se l’impressione che diamo è questa. Non sono le sole che ho incontrato che hanno avuto questa reazione. Un’avversione totale. Il femminismo è diventato una rivoluzione mancata, conclusa e archiviata per la maggior parte di persone. Tu sei quella che non si è accorta del mondo che è cambiato. Che tutto sommato siamo libere, indipendenti, fiere, sicure di noi stesse, autonome, chissà perché io non riesco ad avvertire il vento del cambiamento. Non lo sento nella mia vita, perché quotidianamente vivo discriminazioni e mi sento in pieno cammino. Perché la parità e il rispetto della donna sono ancora da raggiungere. E quella parola impronunciabile “patriarcato”, appare anacronistica e pesante per molte, quasi quanto “emancipazione”. Eppure ci siamo dentro. Insomma, ogni volta che parlo di femminismo, la reazione è più o meno sempre la stessa, per non parlare poi dell’umanesimo diffuso, in cui tutto si confonde, e la fisionomia dei problemi delle donne scompaiono nell’unico calderone neutro dell’umanità. Cosa si è inceppato nella trasmissione delle idee, delle scoperte, del contenuto, o più semplicemente di quanto è stato bello, vivo, entusiasmante il femminismo? Oggi le lotte intestine minano quel ricordo, rendendo inimmaginabile che ci possa essere stato un momento in cui lo stare insieme era vitale, arricchente, emozionante, essenziale, pur nelle differenze di posizioni e di opinioni. Non cerchiamo l’isolamento, cerchiamo la dimensione collettiva, l’unica in grado di sviluppare le idee, purché le idee abbiano libertà di circolazione. Forse ciò che manca è riuscire a tornare a questa dimensione comunitaria. Siamo troppo ripiegate su noi stesse. Ci accorgiamo di aver bisogno delle altre, quando partecipiamo e ci incontriamo con le altre, scoprendo quanto ci manchi e quanto possa essere rivitalizzante. Provo anche a spiegare la necessità di stare tra donne. In contesti misti, c’è l’inevitabile perdita di spontaneità, con il rischio che si creino dei freni spontanei a causa di meccanismi di interazione tipici maschili. Invece, l’obiettivo era proprio che si rompessero le briglie che frenavano il libero flusso di idee, il disvelamento di strati di noi stesse sepolti sotto consuetudini, abitudini e valori imposti da secoli di cultura patriarcale. Ho poi l’impressione che ci sia il pericolo di entrare nel tunnel di dover compiacere in qualche modo gli uomini, di formare strani ibridi, in cui il femminismo diviene nuovo strumento di riaffermazione di un modello di vita androcentrico. In pratica, da quello che vedo in giro, il rischio di un’annessione forzata e inconsapevole del femminismo a un nuovo regno maschile, è molto forte. Lo si vede quando parliamo di prostituzione, di violenza, di lavoro. Accogliere un pensiero o un punto di vista maschile può portare a perdere il punto di vista nostro, originale. In un mio post di qualche giorno fa dicevo che ignorare la dimensione di genere insita nelle questioni più stringenti, comporta un’opacità di analisi, non si riesce a rilevare i reali contorni, con l’impossibilità di giungere a soluzioni centrate. Quindi, dobbiamo riuscire a tornare a noi. Ultimamente ci siamo un po’ abbandonate. Ritrovarci, lavorare a una riscoperta di cosa è stato il femminismo (quello tra la fine degli anni ’60 e gli anni ’70 intendo), di quanta gioia e creatività lo ha animato è a mio avviso una strada possibile, da tentare. Ritrovare l’entusiasmo e le capacità di buttare il cuore al di là del convenzionale, del predeterminato, del territorio sicuro per esplorare l’ignoto. Riscoprire tutte le forme di espressione che hanno reso ricco quel momento. Io non c’ero, ma ascoltare le donne, leggere la produzione, entrare in contatto con i ciclostile di quel periodo trasmette tutto quanto ha composto e realizzato quell’ingranaggio incredibile. Non siamo menose, verbose, autoreferenziali, supponenti. Non viviamo sulle nuvole, ma su questa terra, siamo più terrene e concrete di quanto i miti sul femminismo ci vogliano dipingere. E quella dose di follia e di utopia che spesso qualcuno legge in noi, ci serve per guardare altrove, oltre, per riuscire a sovvertire i ragionamenti, le regole di ruoli atavici, per lavorare su più livelli, a 360°. Dobbiamo recuperare le abitudini di scrittura, di confronto insubordinato, di dispiegamento delle nostre ali di pensiero e di riflessione. Non possiamo continuare a far a meno di ragionare su qualche base teorica. L’improvvisazione e la mancanza di punti di riferimento riducono ogni discorso a un mucchietto di cenere. Non è per me o per un ristretto gruppetto, ma per TUTTE le donne. Un passaggio necessario per un miglioramento vero e sensibile dell’intera società. Se non è politica questa, cosa lo è? E poi torniamo a parlar chiaro, a non aver paura di usare le parole giuste, di esporci, di chiamare le cose con il loro nome, senza eufemismi o giri di parole. Nulla deve spaventarci o intimorirci. Non dobbiamo mai tacere per compiacere qualcuno/a. Vogliamo cambiare il mondo e poi abbiamo paura di perderci in un bicchier d’acqua. ¡Levántate y anda mujer!

E ogni tanto ringraziamo le femministe di ieri e di oggi.. ci sono davvero tanti buoni motivi per farlo.

 

*Vi auguro una buona esplorazione del fumetto La Prima è Stata Lilith: la lotta delle donne nel mito e nella storia. Fumetti di Lydia Sansoni. Testi di Magda Simola. Stampato dalle Arti Grafiche Leva A & G – Milano, per conto della Edizioni Ottaviano, Via S. Croce 2, 20122 – Milano. Ottobre 1976. QUI 

Grazie a GenerAzioni Settantotto per la segnalazione! 

 

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Femminismo necessario

© GABRIELLA GIANDELLI

© GABRIELLA GIANDELLI

 

Desidero condividere con voi la traduzione apparsa su Internazionale del 28 novembre 2014, di un articolo di Chimamanda Ngozi Adichie, parte di We should all be feminists (qui).

Nel suo racconto, ci sono passaggi, esperienze che ogni donna, anche se in contesti diversi, in situazioni diverse, con modalità diverse, si è trovata a vivere. In ogni aspetto della vita ci scontriamo con qualche episodio di discriminazione per il nostro essere semplicemente delle donne. Quando c’è da scegliere, nella maggior parte dei casi si tratterà di un uomo. L’esperienza e l’affidabilità sembrano essere due qualità e caratteristiche intrinseche del maschio, mentre le donne devono dimostrarlo. È in questa parola “dimostrazione” che si racchiude il senso di tutto. Dimostrare di essere adeguata in ogni circostanza, in ogni ruolo e in ogni contesto. Dimostrare di essere adeguata significa, in gergo maschile, essere docile, mansueta, ragionevole e seguire i “consigli” degli uomini, non essere troppo dura, sempre un passo indietro all’uomo. Se non sei allineabile vuol dire che non sei adatta. Ti chiedono di piegarti  e di restare sottomessa. La nostra ricerca di un’approvazione e di un’accettazione a volte assume aspetti paradossali, come il caso della donna nubile, narrato da Chimamanda, che quando va a una conferenza si mette un finto anello nuziale al dito per ottenere rispetto dai colleghi. Subiamo questo tipo di condizionamenti ogni giorno, conviviamo immerse in una violenza psicologica profonda e innegabile. Soggette a una infinità di regole di condotta e di ruoli che ci ingabbiano. Il più delle volte ci capita di sentirci come le pedine di una Dama, spostate qua e là da una volontà aliena, che decide per noi, pronta a usarci e a sostituirci all’occorrenza. Mi direte che capita anche agli uomini, ma per le donne assume dimensioni e caratteristiche totalmente peculiari. Questo accade perché spesso non è contemplato che una donna possa avere un punto di vista differente, utile e originale e nel caso dovesse averlo è sempre meglio schiacciarlo, inglobarlo e neutralizzarlo. Non si sa mai. Così, ti accorgi che ciò che dici ha sempre un valore minore. Non vi è mai capitato di notare le reazioni dopo aver affermato qualcosa, che dopo due minuti viene ripetuta da un uomo? L’effetto di solito è che lui ha ragione (con applausi anche da parte delle donne), ha detto una cosa saggia, mentre la medesima cosa detta da te non ha sortito lo stesso effetto. Mi direte che conta il modo in cui dici una cosa. Vi assicuro che non è sempre così. Mi è stato anche detto che il fatto che io sia una donna mi fa “naturalmente partire svantaggiata”, meglio che per me parli un uomo.. sai com’è, invece di pretendere rispetto, in qualsiasi contesto, cercare di cambiare qualche insana abitudine misogina, meglio non insistere e affidarsi alla rappresentanza maschile.

Non si tratta di episodi sporadici, ma di una realtà quotidiana.
Per alcune, accorgersi di certi aspetti ha significato una presa di coscienza di sé, una ricerca e l’emergere di una serie di interrogativi. Questo cammino è il cammino di una femminista, esplicitato o che giace sotto le ceneri. La non esplicitazione del proprio essere femminista risiede in quel fardello che si porta dietro la parola “femminista”. Fardello diffusissimo anche tra le donne. Anche mia madre fa fatica a masticare questa parola, per lei, come per altre donne, piena di connotazioni negative. Questo scritto ci aiuta a riflettere. A volte siamo dure, quando ci esprimiamo, sembra emergere rabbia, come dice Chimamanda, ma questa è mista a passione. Ma come potremmo fare altrimenti per farci sentire? Perché no, non stiamo meglio. Le cose sono migliorate solo leggermente per noi donne, c’è una montagna ancora da scalare. Occorre ribadire mille volte lo stesso concetto per essere ascoltate, ancora altre mille per farci capire e un milione per giungere a un qualche risultato. Opera faticosa ma necessaria. A chi sostiene che ci sono ben altri problemi, più importanti per l’umanità, io rispondo che non siamo soggetti di serie B e che migliori condizioni per le donne, significano un miglioramento per tutti. Essere femminista significa sottolineare le peculiarità delle questioni che riguardano le donne. Negare il dato di genere porta a rendere opachi i problemi, difficilmente riconoscibili e distinguibili. Occorre evidenziare come i problemi delle donne assumono un profilo specifico. Abbiamo anche speranza, la coltiviamo con la nostra azione quotidiana, anche quando restiamo sole nelle nostre micro lotte quotidiane. Anche quando la mancanza di rispetto è una costante, noi non molliamo. Partendo da una diversa educazione dei bambini di oggi, che saranno uomini domani. Scardinando consuetudini e pregiudizi ogni volta che ne abbiamo l’occasione, approfittando di ogni momento per diffondere consapevolezza e coscienza di sé per tutte le donne del mondo. Soprattutto noi femministe non sprechiamo energie preziose in singolar/plural tenzoni. 

 

Okoloma era uno dei miei più cari amici d’infanzia. Abitava nella mia stessa strada e si prendeva cura di me come un fratello grande. Se mi piaceva un ragazzo, chiedevo a Okoloma che ne pensava. Okoloma era spiritoso e intelligente e portava gli stivali da cowboy a punta. È morto nel dicembre del 2005 in un incidente aereo nel sud della Nigeria. Faccio ancora fatica a esprimere a parole cosa ho provato allora. Okoloma era qualcuno con cui potevo discutere, ridere, parlare davvero.
È anche la prima persona che mi ha detto che ero femminista.
Avrò avuto quattordici anni. Eravamo a casa sua e discutevamo, sfoderando entrambi le mezze nozioni apprese dalle nostre letture. Non ricordo di cosa stavamo discutendo. Ma ricordo che mentre snocciolavo i miei argomenti, Okoloma mi guardò e disse: “Sei proprio una femminista”.
Non era un complimento. Lo intuii dal tono, lo stesso con cui uno direbbe: “Quindi difendi il terrorismo”.
Non sapevo l’esatto significato della parola femminista. E non volevo che Okoloma sapesse che non lo sapevo. Così ripresi la discussione facendo finta di niente, e ripromettendomi di cercare la parola nel vocabolario non appena fossi tornata a casa.
Ora andiamo avanti di qualche anno.
Nel 2003 ho scritto un romanzo intitolato L’ibisco viola. Parla di un uomo che, tra le altre cose, picchia la moglie, e che non fa una bella fine. Mentre promuovevo il libro in Nigeria, un giornalista – un signore gentile e benintenzionato – mi ha voluto dare un consiglio (come saprete i nigeriani sono sempre pronti a dare consigli non richiesti).
Mi ha detto che secondo molte persone il mio era un romanzo femminista, e il suo consiglio – parlava scuotendo la testa con aria triste – era di non dichiararmi mai femminista, perché le femministe non trovano marito e sono infelici.
Così ho deciso di dichiararmi femminista felice.
Poi una professoressa universitaria nigeriana mi ha detto che il femminismo non faceva parte della nostra cultura, che il femminismo non era africano, e che mi dichiaravo femminista solo perché ero stata influenzata dai libri occidentali (cosa che mi ha fatto sorridere, perché molte delle mie prime letture sono state decisamente poco femministe: credo di aver letto ogni volume della serie di romanzi rosa Mills & Boon prima dei miei sedici anni. E ogni volta che provo a leggere i cosiddetti classici del femminismo, mi annoio e faccio fatica a finirli).
Detto ciò, dato che il femminismo non era africano, ho deciso di dichiararmi una femminista felice africana.
Poi un/a caro/a amico/a mi ha detto che dichiararmi femminista voleva dire che odiavo gli uomini. Così ho deciso di dichiararmi femminista felice africana che non odia gli uomini. A un certo punto ero diventata una femminista felice africana che non odia gli uomini e che ama mettere il rossetto e i tacchi alti per sé e non per gli uomini.
Naturalmente è anche un po’ uno scherzo, ma dimostra che la parola “femminista” si porta dietro un bagaglio negativo notevole: odi gli uomini, odi i reggiseni, odi la cultura africana, pensi che le donne dovrebbero sempre essere ai posti di comando, non ti trucchi, non ti depili, sei sempre arrabbiata, non hai senso dell’umorismo, non usi il deodorante.
Ora ecco un episodio della mia infanzia: quando ero alle elementari a Nsukka, una città universitaria nel sudest della Nigeria, la mia insegnante ci fece fare un compito all’inizio dell’anno, dicendo che la persona con il voto più alto sarebbe diventata capoclasse. Diventare capoclasse era una cosa importante. Il capoclasse scriveva ogni giorno i nomi degli alunni chiassosi, di per sé un esercizio di potere già abbastanza inebriante, e in più la maestra ti dava una canna da tenere in mano mentre pattugliavi la classe. Naturalmente non avevi il diritto di usare la canna. Ma ai miei occhi di novenne era comunque una prospettiva eccitante. Volevo davvero tanto diventare capoclasse. E presi il voto più alto. Poi, con mia grande sorpresa, la maestra disse che il capoclasse doveva essere un maschio. Si era dimenticata di precisarlo. Lo aveva dato per scontato. Il secondo voto più alto lo aveva preso un bambino. E lui diventò il nuovo capoclasse. La cosa interessante è che il bambino in questione era un’anima mite e per nulla attratta dall’idea di pattugliare la classe con una canna in mano. Mentre io non sognavo altro.
Ma io ero una femmina e lui un maschio, e così fu lui a diventare capoclasse.
Non ho mai dimenticato quell’episodio.
Se facciamo continuamente una cosa, diventa normale. Se vediamo continuamente una cosa, diventa normale. Se solo i maschi diventano capoclasse, a un certo punto finiamo per pensare, anche se inconsciamente, che il capoclasse deve per forza essere un maschio. Se continuiamo a vedere solo uomini a capo delle grandi aziende, comincia a sembrarci naturale che solo gli uomini possano guidare le grandi aziende.
Faccio spesso l’errore di credere che se una cosa e ovvia per me, lo sia per chiunque altro. Prendiamo l’esempio del mio caro amico Louis, un uomo brillante e di sinistra. In passato e capitato che mi dicesse: “Non capisco cosa intendi quando sostieni che le donne vivono una realtà diversa e più difficile. Forse era cosi in passato, ma oggi no. Oggi le donne non hanno problemi”.
Non capivo come non capisse quello che a me sembrava cosi evidente.

 

CHIMAMANDA

 

Amo tornare a casa in Nigeria e trascorrere gran parte del mio tempo a Lagos, il centro urbano e commerciale più grande del paese. A volte, quando la sera l’aria rinfresca e il ritmo della città rallenta, esco in compagnia per andare a mangiare o a bere. Una volta io e Louis siamo usciti con alcuni amici.
C’e una meravigliosa costante a Lagos: dei gruppetti di energici ragazzotti che ciondolano davanti ad alcuni locali e, in modo molto teatrale, ti aiutano a parcheggiare. Lagos e una metropoli di quasi venti milioni di abitanti, con più energia di Londra e più spirito imprenditoriale di New York, cosi le persone escogitano i modi più diversi per guadagnarsi da vivere. Come succede in molte grandi città, parcheggiare la sera può essere un’impresa, e il lavoro di questi ragazzi consiste nel trovarti un posto o, quando il posto c’è, nel guidarti nella manovra gesticolando, e prometterti di tenere d’occhio la macchina fino al tuo ritorno. Quella sera sono stata colpita dalle doti istrioniche dell’uomo che ci aveva trovato il posto e cosi, prima di allontanarmi, ho deciso di dargli una mancia. Ho aperto la borsa, ho infilato la mano per prendere i soldi e li ho dati all’uomo. E lui, quell’uomo grato e felice, ha preso i soldi dalla mia mano, poi si e girato verso Louis e ha detto: “Grazie, signore!”. Louis mi ha guardato, sorpreso, e ha chiesto: “Perché ha ringraziato me? Non sono stato io a dargli la mancia”. Poi ho visto dalla sua espressione che aveva capito. Quell’uomo credeva che se avevo dei soldi dovevano venire da Louis. Perché Louis e un uomo.
Uomini e donne sono diversi. Abbiamo ormoni diversi, organi sessuali diversi e capacita biologiche diverse (le donne possono avere figli, gli uomini no). Gli uomini hanno più testosterone e sono generalmente più forti delle donne. Le donne sono leggermente più numerose degli uomini (il 52 per cento della popolazione mondiale e femminile), ma la maggior parte dei posti di potere e di prestigio e occupata da uomini. Wangari Maathai, attivista keniana e Nobel per la pace morta nel 2011, l’ha sintetizzato perfettamente cosi: più sali e meno donne trovi.
Alle elezioni statunitensi del 2012 si e sentito spesso parlare della legge Lilly Ledbetter. Dietro questo nome pieno di belle allitterazioni c’e il seguente fatto: negli Stati Uniti se un uomo e una donna fanno lo stesso lavoro e hanno le stesse qualifiche, l’uomo sarà pagato di più perché è un uomo.
Quindi gli uomini governano, nel vero senso della parola, il mondo. Questo poteva avere senso mille anni fa, quando gli esseri umani vivevano in un mondo in cui la forza fisica era la qualità più importante per sopravvivere. La persona fisicamente più forte aveva più probabilità di diventare il capo. E gli uomini di solito sono fisicamente più forti (naturalmente esistono molte eccezioni). Oggi viviamo in un mondo profondamente diverso. La persona più qualificata per comandare non è quella più forte. È la più intelligente, la più perspicace, la più creativa, la più innovativa. E non esistono ormoni per queste qualità. Un uomo ha le stesse probabilità di una donna di essere intelligente, innovativo, creativo.

Ci siamo evoluti. Ma le nostre idee sul genere non si sono molto evolute.
Qualche tempo fa sono entrata in uno dei migliori alberghi della Nigeria e una guardia all’ingresso mi ha fermata per farmi delle domande irritanti: come si chiamava la persona che aspettavo? In che stanza stava? Conoscevo questa persona? Potevo dimostrare di essere un’ospite dell’albergo mostrandogli la mia chiave? Tutto questo perché il presupposto automatico è che se una donna nigeriana entra in un albergo da sola, è una lavoratrice del sesso. Una donna nigeriana sola non può assolutamente essere un’ospite che si paga la propria stanza. Se un uomo entra nello stesso albergo, non viene fermato. Si presuppone che sia lì per un motivo legittimo (a proposito, perché questi alberghi non si concentrano sulla domanda di lavoratrici del sesso invece che su quella che può sembrare l’offerta?).
A Lagos ci sono vari locali e bar rispettabili dove non posso andare sola. Se sei una donna sola, non ti fanno entrare e basta. Devi essere accompagnata da un uomo. Ho amici maschi che arrivano davanti a un locale soli e finiscono per entrare a braccetto con una perfetta sconosciuta, perché quella completa sconosciuta, una donna sola, non ha avuto altra scelta che chiedergli aiuto per entrare nel locale.
Ogni volta che entro in un ristorante nigeriano con un uomo, il cameriere mi ignora e saluta l’uomo. I camerieri sono i prodotti di una società che ha insegnato loro che gli uomini sono più importanti delle donne. So che non intendono fare del male, ma un conto è capire una cosa razionalmente, un altro è percepirla attraverso le emozioni. Ogni volta che mi ignorano, mi sento invisibile. Mi sento sconvolta. Vorrei dirgli che sono un essere umano quanto lo è l’uomo, che merito lo stesso riconoscimento. Sono piccole cose, ma a volte sono quelle che fanno più male.
Di recente ho scritto un articolo su cosa vuol dire essere una giovane donna a Lagos. Un conoscente mi ha detto che era un articolo pieno di rabbia, e che non avrei dovuto metterci tanta rabbia. Ma non mi sono affatto pentita. Certo che era pieno di rabbia. Il genere, per come funziona oggi, è una grave ingiustizia. Io sono arrabbiata. Dovremmo tutti essere arrabbiati. La rabbia ha sempre avuto la capacità di provocare cambiamenti positivi. Oltre a provare rabbia ho speranza, perché credo profondamente nella capacità degli esseri umani di migliorare.
Ma torniamo alla rabbia. Ho sentito dal tono della sua voce che il conoscente mi stava mettendo in guardia, e che il suo commento era tanto sull’articolo quanto sul mio carattere. La rabbia, diceva quel tono, non si addice a una donna. Se sei una donna, non ci si aspetta che tu esprima rabbia, perché la rabbia è minacciosa. Ho un’amica, negli Stati Uniti, che ha preso il posto di un dipendente uomo. Il suo predecessore era considerato una persona tosta e ambiziosa. Era un tipo diretto, determinato e particolarmente rigido nella gestione delle presenze dei dipendenti. La mia amica ha preso il suo posto, sapendo di essere altrettanto tosta, ma forse un po’ più flessibile: a volte, mi ha detto, questo dirigente non si rendeva conto che le persone, compresa lei, avevano una famiglia. Qualche settimana dopo l’inizio del nuovo lavoro, la mia amica ha rimproverato un dipendente che aveva falsificato il registro delle presenze, proprio come avrebbe fatto il suo predecessore. A quel punto il dipendente si è rivolto alla direzione lamentandosi del suo modo di fare. Ha detto che era aggressiva e che era difficile lavorare con lei. Altri colleghi gli hanno dato ragione. Uno di loro ha detto che si aspettavano che desse un “tocco femminile” al suo lavoro, ma che non era successo. A nessuno è venuto in mente che stava facendo esattamente la stessa cosa per la quale un uomo era stato apprezzato.
Ho un’altra amica, anche lei statunitense, che ha un lavoro molto ben retribuito nel campo della pubblicità. Nella sua squadra oltre a lei c’è un’altra donna. Un giorno, a una riunione, si è sentita disprezzata dal suo capo, che ha ignorato alcune sue osservazioni per poi fare i complimenti a un uomo che aveva detto quasi la stessa cosa. La mia amica sarebbe voluta intervenire, affrontando il suo capo. Non l’ha fatto. Dopo la riunione è andata in bagno ed è scoppiata a piangere, poi mi ha chiamato per sfogarsi. Non aveva reagito per paura di sembrare aggressiva. Si è tenuta dentro il risentimento.
Quello che mi colpisce – nel suo caso come in quello di molte altre amiche negli Stati Uniti – è quanto sia importante per queste donne sapere di piacere agli altri. Sono cresciute sentendosi dire che piacere è molto importante, e che questo essere piacevoli è una cosa ben precisa. E questa cosa non prevede la possibilità di esprimere rabbia o di essere aggressive o di dissentire con troppa forza.
Passiamo troppo tempo a insegnare alle ragazze a preoccuparsi di cosa pensano i ragazzi. Mentre il contrario non succede. Non insegniamo ai ragazzi a sforzarsi di piacere. Passiamo troppo tempo a dire alle ragazze che non possono essere arrabbiate o aggressive o toste, e come se non bastasse poi ci giriamo dall’altra parte ed elogiamo gli uomini che si comportano nello stesso modo. In tutto il mondo troviamo articoli e libri che spiegano alle donne cosa fare, come essere e come non essere per attirare o soddisfare gli uomini. Mentre ci sono poche guide che spiegano agli uomini come soddisfare le donne.

A Lagos insegno in un laboratorio di scrittura e una delle partecipanti mi ha raccontato che un amico le aveva detto di non dar retta ai miei “discorsi da femminista”, altrimenti avrebbe assorbito delle idee che potevano rovinare il suo matrimonio. Nella nostra società questa minaccia – la fine di un matrimonio, il rischio di non sposarsi mai – è usata molto più facilmente contro una donna che non contro un uomo.

Il genere conta in tutto il mondo. E oggi vorrei che tutti cominciassimo a sognare e a progettare un mondo diverso. Un mondo più giusto. Un mondo di uomini e donne più felici e più fedeli a se stessi. E cominciamo da qui: dobbiamo cambiare quello che insegniamo alle nostre figlie. Dobbiamo anche cambiare quello che insegniamo ai nostri figli.

Facciamo un torto ai maschi educandoli come li educhiamo. Soffochiamo la loro umanità. Gli offriamo una definizione della virilità molto ristretta. La virilità è una gabbia piccola e rigida dentro cui rinchiudiamo i maschi. Gli insegniamo ad aver paura della paura, della debolezza, della vulnerabilità. Gli insegniamo a mascherare chi sono davvero, perché devono essere uomini duri.
Alle scuole medie un ragazzo e una ragazza escono entrambi con la loro paghetta da adolescenti. Ma ci si aspetta che sia il ragazzo a pagare, sempre, per dimostrare la sua virilità (e poi ci chiediamo perché i maschi sono più inclini a rubare soldi ai genitori). Cosa succederebbe se ai maschi e alle femmine insegnassimo a non collegare la virilità ai soldi? Se invece di dare per scontato che “il maschio deve pagare” pensassero “paga chi ha di più”? Naturalmente, grazie al loro vantaggio storico, oggi sono soprattutto gli uomini ad avere di più. Ma se cominciamo a educare i nostri figli in modo diverso, tra cinquant’anni, tra cent’anni, gli uomini non si sentiranno più obbligati a dimostrare la loro virilità con mezzi materiali.
Ma la cosa peggiore che facciamo ai maschi – spingendoli a credere di dover essere duri – è che li rendiamo estremamente fragili. Più un uomo si sente costretto a essere un duro e più la sua autostima sarà fragile. E poi facciamo un torto ben più grave alle femmine, perché gli insegniamo a prendersi cura dell’ego fragile dei maschi.

Insegniamo alle femmine a restringersi, a farsi piccole. Diciamo alle femmine: puoi essere ambiziosa, ma non troppo. Devi puntare ad avere successo, ma non troppo, altrimenti minaccerai l’uomo. Se nella coppia guadagni di più, fai finta che non sia così, soprattutto in pubblico, altrimenti per lui sarà come sentirsi evirato.
E se invece rimettessimo in discussione questa premessa?
Perché il successo di una donna dovrebbe essere una minaccia per l’uomo? Un conoscente nigeriano una volta mi ha chiesto se non avevo paura di intimidire gli uomini. Non era un mio timore, anzi non ci avevo mai pensato, perché un uomo intimidito da me è esattamente il tipo di uomo che non mi interessa.
La domanda mi ha comunque colpito. Poiché sono una donna, ci si aspetta che io aspiri al matrimonio. Ci si aspetta che io faccia delle scelte di vita tenendo sempre a mente che il matrimonio è la cosa più importante.
Il matrimonio può essere una cosa bella, una fonte di gioia, di amore e di sostegno reciproco. Ma perché insegniamo alle femmine a desiderare il matrimonio e non insegniamo la stessa cosa ai maschi? Conosco una donna nigeriana che ha deciso di vendere la sua casa perché non voleva intimidire un uomo che forse aveva intenzione di sposarla. Conosco una donna non sposata, in Nigeria, che quando va alle conferenze si mette una fede perché vuole che i colleghi – dice lei – “le mostrino rispetto”. La cosa triste è che una fede nuziale la farà effettivamente sembrare subito più rispettabile, mentre se non la portasse sarebbe facilmente ignorata, e lei è in un ambiente di lavoro moderno.
Conosco ragazze che subiscono pressioni così forti sul matrimonio – da parte della famiglia, degli amici, perfino al lavoro – che finiscono per fare scelte terribili.
La nostra società insegna a una donna che se a una certa età non è ancora sposata, questo è un grave fallimento personale. Mentre se un uomo è celibe a una certa età è perché non ha ancora fatto la sua scelta.
Le donne possono rifiutare tutto questo. È facile a dirsi. Ma la realtà è più difficile, più complessa. Siamo tutti esseri sociali. Interiorizziamo idee che derivano dalla nostra società. Lo dimostra anche il nostro linguaggio. Per parlare del matrimonio usiamo spesso il linguaggio della proprietà, non quello della collaborazione. Usiamo la parola “rispetto” per indicare ciò che la donna deve mostrare all’uomo, ma meno spesso per indicare il contrario. Uomini e donne sposati diranno: “L’ho fatto per quieto vivere”. Quando lo dice un uomo, di solito si riferisce a qualcosa che non dovrebbe comunque fare.
Una cosa che racconta agli amici in tono orgogliosamente esasperato, considerandola una conferma della sua virilità: “Oh, mia moglie dice che non posso andare per locali tutte le sere, così ora, per quieto vivere, esco solo il fine settimana”.
Quando le donne dicono “l’ho fatto per quieto vivere”, di solito è perché hanno rinunciato a un lavoro, a un traguardo professionale, a un sogno. Insegniamo alle femmine che in un rapporto è più facile che sia la donna ad accettare un compromesso. Insegniamo alle ragazze a considerarsi in competizione tra loro, non per uno stesso lavoro o per uno stesso risultato, ma per l’attenzione degli uomini.
Insegniamo alle ragazze che non possono essere esseri sessuali come i ragazzi. Se abbiamo dei figli, non ci dà fastidio sapere delle loro fidanzate. Ma i fidanzati delle nostre figlie? Per carità! Poi naturalmente quando arriva il momento del matrimonio ci aspettiamo che portino a casa l’uomo perfetto.
Sorvegliamo le ragazze. Le portiamo alle stelle se sono vergini ma non portiamo alle stelle i ragazzi se sono vergini (e quindi mi chiedo quale sia la soluzione, dato che la perdita di verginità di solito coinvolge due persone di genere diverso).
Qualche tempo fa una giovane donna è stata vittima di uno stupro di gruppo in un’università nigeriana, e la reazione di molti giovani nigeriani, sia ragazzi sia ragazze, è stata più o meno questa: sì, lo stupro è una cosa sbagliata, ma cosa ci faceva una ragazza in una stanza da sola con quattro ragazzi?
Cerchiamo, se possibile, di mettere da parte l’orribile disumanità di questa reazione. A questi nigeriani è stato insegnato che la donna è per definizione colpevole.
E gli è stato insegnato ad aspettarsi così poco dagli uomini che la visione dell’uomo come creatura selvaggia priva di autocontrollo per loro è tutto sommato accettabile. Insegniamo alle ragazze a vergognarsi. Incrocia le gambe. Copriti. Le facciamo sentire in colpa per il solo fatto di essere nate femmine. E così le ragazze diventano donne incapaci di dire che provano desiderio. Donne che si trattengono. Che non possono dire quello che pensano davvero. Che hanno fatto della simulazione una forma d’arte. Conosco una donna che odia le faccende domestiche, ma fa finta di amarle perché le è stato insegnato che la “donna da sposare” deve essere – per usare un’espressione nigeriana – “senza pretese”. Poi si è sposata. E la famiglia del marito ha cominciato a lamentarsi di lei perché era cambiata. In realtà non era cambiata. Si era solo stancata di fingere di essere ciò che non era.
Il problema del genere è che prescrive come dovremmo essere invece di riconoscere come siamo. Immaginate quanto saremmo più felici, quanto ci sentiremmo più liberi di essere chi siamo veramente, senza il peso delle aspettative legate al genere. I maschi e le femmine sono indiscutibilmente diversi sul piano biologico, ma la vita in società accentua le differenze. E poi avvia un processo che si auto-rafforza. Prendiamo l’esempio della cucina. Oggi è spesso più facile che siano le donne a fare le faccende di casa: cucinare e pulire. Ma qual è il motivo? È perché le donne nascono con il gene della cucina o perché negli anni la società le ha portate a credere che spetta a loro cucinare? Stavo per rispondere che forse le donne nascono con il gene della cucina, quando mi sono ricordata che quasi tutti i cuochi famosi del mondo – che ricevono il titolo spettacolare di chef – sono uomini. Ricordo quando guardavo mia nonna, una donna brillante, e mi chiedevo cosa sarebbe diventata se da giovane avesse avuto le stesse opportunità di un uomo. Oggi una donna ha più opportunità di quante ne avesse mia nonna ai suoi tempi, e questo perché sono cambiate le leggi e le politiche, che sono molto importanti.
Ma ciò che conta di più è il nostro atteggiamento, la nostra mentalità. E se, educando i nostri figli, ci concentrassimo sulle capacità invece che sul genere? Sugli interessi invece che sul genere?
Conosco una famiglia con un figlio e una figlia. Hanno un anno di differenza e sono tutti e due bravissimi
a scuola. Quando il maschio ha fame, i genitori dicono alla figlia: “Vai a fare dei noodle per tuo fratello”.
Alla ragazza non piace preparare i noodle, ma è una ragazza e deve farlo. E se i genitori avessero insegnato a entrambi figli a cucinare i noodle? Tra l’altro saper cucinare è una competenza pratica molto utile per un ragazzo. Ho sempre trovato assurdo delegare ad altri una cosa fondamentale come la capacità di nutrirsi.
Conosco una donna che ha gli stessi titoli di studio e lo stesso lavoro del marito. Quando tornano a casa, è lei a occuparsi di gran parte delle faccende domestiche, e questo accade spesso, ma la cosa che mi ha colpito è che quando lui cambia il pannolino al bambino lei lo ringrazia. E se invece le sembrasse normale e naturale vedere il marito occuparsi anche lui del figlio? Sto cercando di disimparare molte lezioni sul genere che ho interiorizzato crescendo. Ma a volte mi sento ancora vulnerabile di fronte alle aspettative legate al genere.
La prima volta che ho tenuto una lezione di scrittura in un’università ero preoccupata. Non per la materia: ero ben preparata e insegnavo una cosa che amavo. Ero preoccupata perché non sapevo come vestirmi. Volevo essere presa sul serio. Sapevo che, in quanto donna, avrei automaticamente dovuto dimostrare quanto valevo. E temevo che, sembrando troppo femminile, non sarei stata presa sul serio. Avrei tanto voluto mettere il lucidalabbra e la gonna corta, ma ho preferito non farlo. Ho messo un tailleur molto serio, molto mascolino e molto brutto. La triste verità è che, quando dobbiamo giudicare le apparenze, prendiamo gli uomini come termine di paragone. Molti di noi pensano che meno una donna si mostra femminile e più ha probabilità di essere presa sul serio. Un uomo che va a un incontro di lavoro non si chiede se sarà preso sul serio in base a come è vestito, una donna sì. Vorrei non aver indossato quel brutto tailleur quel giorno. Se avessi avuto la fiducia in me stessa che ho adesso, i miei studenti avrebbero potuto imparare ancora di più. Perché io sarei stata più sicura, più pienamente e autenticamente me stessa. Ho deciso di non scusarmi più per la mia femminilità. E voglio essere rispettata in quanto femmina. Perché me lo merito. Amo la politica, la storia e le belle discussioni.
Mi piacciono le cose femminili. E sono felice che mi piacciano. Mi piacciono i tacchi alti e mi piace provare rossetti nuovi. Mi piace ricevere complimenti da uomini e donne (anche se a essere sincera preferisco riceverli da donne eleganti), ma spesso indosso abiti che gli uomini non apprezzano o non “capiscono”. Li indosso perché mi piacciono e perché mi fanno sentire bene. Lo sguardo maschile influenza solo casualmente le mie scelte di vita. Non è facile parlare di genere. È un argomento che
crea disagio, a volte perfino irritazione. Tanto gli uomini quanto le donne sono restii a parlare di genere, o si affrettano a liquidare il problema. Pensare di cambiare lo status quo è sempre una prospettiva scomoda.
Alcune persone chiedono: “Perché la parola ‘femminista’? Perché non dici semplicemente che credi nei diritti umani, o una cosa del genere?”. Perché non sarebbe onesto. Il femminismo ovviamente fa parte dei diritti umani, ma scegliere di usare un’espressione generica come “diritti umani” vuol dire negare la specificità del problema di genere. Vorrebbe dire far dimenticare che le donne sono state escluse da questi diritti per secoli. Vorrebbe dire negare che il problema di genere colpisce le donne, la condizione dell’essere umano donna, e non gli esseri umani in generale. Per secoli il mondo ha diviso gli esseri umani in due per poi escludere e opprimere uno dei due gruppi. È giusto che la soluzione al problema riconosca questo fatto. Alcuni uomini si sentono minacciati dall’idea del femminismo. Credo sia dovuto all’insicurezza provocata dalla loro educazione, per cui la loro autostima diminuisce se non sono loro a comandare “naturalmente” in quanto uomini.
Altri uomini potrebbero ribattere: “Ok, è interessante, ma io non ragiono così. Io al genere non ci penso proprio”. Forse è vero. E questo fa parte del problema: il fatto che molti uomini non riflettano o non notino il genere. Che molti uomini dicano, come il mio amico Louis, che forse in passato la situazione era peggiore ma che ora è tutto risolto. E che molti uomini non facciano nulla per cambiare la situazione. Se sei un uomo, entri in un ristorante e il cameriere saluta solo te, dovrebbe venirti in mente di chiedergli: “Perché non ha salutato anche lei?”. Gli uomini devono prendere la parola in tutte queste situazioni apparentemente poco gravi. Poiché il genere è un argomento scomodo, ci sono molti modi per evitare di parlarne. Alcune persone tirano fuori la biologia evolutiva e le scimmie, facendo l’esempio delle femmine che si inchinano ai maschi. Ma il fatto è questo: noi non siamo scimmie. Le scimmie vivono sugli alberi e mangiano lombrichi. Noi no. Alcune persone diranno: “Anche gli uomini poveri se la passano male”. Ed è vero.
Ma non è di questo che stiamo parlando. Il genere e la classe sono due cose diverse. Un uomo povero ha comunque i vantaggi di essere uomo, anche se non ha quelli di essere benestante. Parlando con alcuni uomini neri, ho capito molto dei sistemi oppressivi e di quanto non siano riconosciuti dagli altri sistemi oppressivi. Un giorno stavo parlando di genere quando un uomo mi ha detto: “Perché parli di te in quanto donna? E non in quanto essere umano?”. Questo tipo di domanda permette di liquidare la particolare esperienza di una persona. Sono un essere umano, certo, ma ci sono alcune cose che mi succedono perché sono una donna. Tra l’altro quella stessa persona parlava spesso della propria esperienza di uomo nero. E avrei probabilmente dovuto chiedergli: “Perché non parli della tua esperienza di uomo o essere umano? Perché di uomo nero?”.
Qui, dunque, parliamo di genere. Alcune persone diranno: “Oh, ma sono le donne ad avere il vero potere: il bottom power”, cioè il potere del fondoschiena, un modo di dire nigeriano per indicare una donna che usa la propria sessualità per ottenere qualcosa da un uomo. Ma il bottom power non è potere, perché la donna con quel potere non è afatto potente. Ha solo una via di accesso al potere di qualcun altro. E che succede se l’uomo è di cattivo umore o malato o momentaneamente impotente? Alcune persone diranno che la donna si sottomette all’uomo perché fa parte della nostra cultura. Ma la cultura cambia senza sosta. Ho due nipoti gemelle, due belle ragazze di quindici anni. Se fossero nate un secolo fa, sarebbero state portate via e uccise. Perché un secolo fa la cultura igbo considerava la nascita di gemelli un cattivo presagio. Oggi tutti gli igbo trovano quella pratica inconcepibile. A che serve la cultura? In in dei conti lo scopo di una cultura è di assicurare la protezione e la continuità di un popolo. Nella mia famiglia sono la figlia che più si interessa alla nostra storia, alle terre dei nostri antenati, alla nostra tradizione. I miei fratelli non hanno lo stesso interesse. Ma io rimango comunque fuori dalle loro discussioni perché la cultura igbo privilegia gli uomini, e solo i membri maschi della famiglia estesa possono partecipare alle riunioni in cui si prendono le grandi decisioni familiari. Quindi pur essendo la persona che se ne interessa di più, non posso partecipare. Non posso dire ufficialmente la mia. Perché sono una donna. La cultura non fa le persone. Sono le persone che fanno la cultura. Se è vero che la piena umanità delle donne non fa parte della nostra cultura, allora possiamo e dobbiamo far sì che lo diventi.
Penso molto spesso al mio amico Okoloma. Prego perché lui e le altre vittime dell’incidente aereo di Sosoliso riposino in pace. Okoloma sarà sempre ricordato da chi lo ha amato. E aveva ragione quel giorno, tanti anni fa, quando mi diede della femminista. Io sono una femminista. Quando, tanti anni fa, cercai la parola nel vocabolario, trovai: “femminista: persona che crede nell’eguaglianza sociale, politica ed economica dei sessi”. La mia bisnonna, a quanto mi hanno raccontato, era una femminista. Fuggì dalla casa di un uomo che non voleva sposare e sposò l’uomo che aveva scelto. Si oppose, protestò, disse ciò che pensava quando le sembrò che la stessero privando della sua terra perché era una donna. Non conosceva la parola “femminista”. Ma non vuol dire che non lo fosse. Dovremmo essere più numerosi
a rivendicare questa parola. Il miglior esempio di femminismo che conosco è mio fratello Kene, che è anche un ragazzo buono, bello e molto virile. La mia definizione di femminista è questa: un uomo o una donna che dice sì, oggi esiste un problema legato al genere e dobbiamo risolverlo, dobbiamo fare meglio. Tutti noi, donne e uomini, dobbiamo fare meglio.

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Femminismo e Corano: la lotta delle donne musulmane

Feminismo islámico fonte Web Islam

Feminismo islámico fonte Web Islam

 

Mi rendo conto che sto entrando in un argomento complesso e molto delicato, ma vorrei sottoporre alla vostra attenzione un’analisi di Ana María Gutiérrez Ibacache, apparsa su Politica Critica a marzo 2014 (qui). Mi è sembrato interessante tradurlo, perché è ricco di spunti e di riferimenti bibliografici su un tema semi-sconosciuto. Si tratta di un approfondimento necessario e importante se vogliamo ragionare con una mente sgombra da pregiudizi e avvicinarci a comprendere le mille sfaccettature di un mondo culturale assai complesso.

 

Nell’immaginario comune, “occidentale” se vogliamo collocarci, le donne nel mondo islamico sono considerate come limitate socialmente a causa della loro religione e della loro cultura, che le confinerebbero in uno spazio principalmente privato. Ma per alcune di esse potrebbe essere invece un espediente per partecipare, lottare e integrarsi in un contesto pubblico. Vediamo come.

Il ruolo svolto dalle donne nell’islam è controverso, e questo avviene su tutte le questioni che concernono la religione e la cultura musulmane dal punto di vista occidentale. Pertanto, le visioni che si hanno della donna nella società appaiono contrapposte, sia nel mondo occidentale che musulmano.
Dal punto di vista occidentale, la donna nella società musulmana è priva dei suoi diritti fondamentali, politici e sociali a causa di un trattamento discriminatorio, di uno stato di inferiorità, di una sottomissione all’uomo e alla vita familiare, che la privano della possibilità di partecipare alle attività in spazi pubblici, tutte cose motivate dalla religione e dalle tradizioni. In contrapposizione, per il mondo musulmano e soprattutto per l’islamismo radicale, la donna è l’elemento generatore della famiglia. La famiglia, a sua volta, è la base della società, l’origine dei valori e la sua forza è l’unico modo per garantire una società fondata sui principi morali. Pertanto, la donna è una garanzia della purezza della società, da questo deriva la necessità di punire o isolare chi viola questa “purezza”.
Entrambe le culture, sia quella occidentale che quella musulmana, possono estremizzare le loro argomentazioni le une contro le altre, che non sono sempre legate alla difesa dei diritti delle donne, ma con lotte di carattere politico, economico, sociale e culturale. Per questo molte volte l’opinione meno conosciuta è proprio quella della donna musulmana.

Qualche anno fa, nel campo della difesa dei diritti delle donne nella cultura musulmana, ha incominciato a diffondersi con forza un nuovo movimento, il femminismo islamico che difende la piena parità tra uomini e donne partendo dagli insegnamenti del Corano. Questi movimenti femministi riconoscono il testo sacro come liberatore, ma anche che al momento non è così. Pertanto, non è il Corano, che ha generato la discriminazione delle donne, ma c’è stata una rottura della tradizione e una distorsione dei suoi insegnamenti che ha portato all’attuale struttura patriarcale nella maggior parte degli Stati musulmani, come spiega la giornalista Ana Fernández Vidal.
Il femminismo può essere una possibilità per l’integrazione delle donne musulmane nella società, in condizioni di parità?
Contestualizzando il rapporto tra femminismo e islam, si deve prima capire che il femminismo è tutta teoria, pensiero e pratica sociale, politica e giuridica che mira a rendere evidente e a rimuovere l’oppressione subita dalle donne e a garantire la piena ed effettiva uguaglianza di tutti gli esseri umani. In altre parole, si tratta di un movimento eterogeneo, composto di una pluralità di approcci e proposte (De las Heras, 2008).
“L’emancipazione della donna non può essere raggiunta in un ambito strettamente religioso”.
Così il femminismo islamico, in quanto tale, trae le sue origini nel femminismo laico, rappresentato da musulmane e cristiane. Queste femministe si sono diffuse in diversi stati per tutto il XX secolo, sia prima, che durante e dopo l’occupazione coloniale, in un contesto di modernizzazione e di nascita dei movimenti islamici riformisti. Il femminismo laico è un discorso e una pratica create da donne provenienti da diverse comunità religiose, dei paesi arabi del Mediterraneo meridionale, che desideravano istituire uno stato nazionale di cittadini uguali tra loro, in cui stato e religione fossero separati. Queste femministe e le loro organizzazioni avevano come obiettivo quello di garantire che le nuove istituzioni statali fossero egalitarie tra i generi, non solo in teoria, ma anche nella pratica. Volevano anche riformare le “leggi religiose in materia di diritti della persona”, tra questi, i codici musulmani e cristiani dei diritti della persona, elaborati dagli stati. Per questo attaccano l’islam come religione patriarcale che ha storicamente danneggiato le donne. Pur riconoscendo il miglioramento che rappresentava l’islam, al momento, ritengono che siccome tutte le religioni monoteiste hanno una essenza patriarcale, l’emancipazione della donna non può avvenire all’interno di un ambito strettamente religioso (Badran, 2008).

 

Afghanistan 1970

Afghanistan 1970

 

Tuttavia, il processo di modernizzazione e i problemi economici, o i conflitti sociali e culturali e tutto ciò che ne derivò, non incontrarono un canale di espressione adeguato, né una soluzione sociale e politica. Vi fu poi una rivitalizzazione dell’islam, che si tradusse in una rinnovata importanza dell’islam fondamentalista, a scapito dell’islam progressista, confidando nella religione per risolvere tutti i problemi sociali e politici, e insieme restaurare i dogmi. Inoltre, si tratta di un modo per reagire volto a proteggere la cultura, dalla minaccia rappresentata dalla società liberale occidentale in ambito economico, politico e sociale, che portano con sé capitalismo, democrazia e dissolutezza morale. Le donne hanno visto i propri diritti, in quelle società in cui si era raggiunto un maggiore livello di partecipazione, sempre più ridotti e si sono ritrovate nuovamente confinate nella vita privata, familiare, si sono ritrovate fuori dallo spazio pubblico che avevano conquistato.
In questo contesto nasce il femminismo islamico, come un movimento di protesta basato sul Corano, che rivendica la possibilità di raggiungere la parità di diritti tra uomo e donna sotto il segno dell’islam. Sono soprattutto donne che non vogliono abbandonare la propria religione e rifiutano il machismo e il sessismo imperanti nella maggior parte delle società musulmane. I principali approcci di questo tipo di femminismo sono (Prado, 2008):
– è un movimento che fonda le sue basi nel Corano e nello spirito egualitario dell’Islam: il Corano è una parte fondamentale per ottenere dei risultati per quanto concerne le richieste di una maggiore uguaglianza e viene portato avanti da donne dotate di conoscenze linguistiche e teoriche necessarie per sfidare le interpretazioni patriarcali e offrono letture alternative del Corano, volte a raggiungere la parità dei diritti.; e al tempo stesso come mezzo per confutare gli stereotipi occidentali e il fondamentalismo religioso. L’ijtihad – lo sforzo interpretativo – è molto importante a questo punto in quanto alla base delle richieste del femminismo islamico, nella misura in cui qualsiasi musulmano può interpretare il Corano ed è una lettura valida, dato che il testo fondamentale lo permette.
La posizione e il ruolo attualmente occupato dalle donne nella società musulmana proviene da una interpretazione della sharia o legge islamica, risalente al IX e X secolo e la ha imposta come verità inamovibile, a cui tutti i musulmani devono obbedire. Da questa interpretazione sono derivate una serie di trattamenti discriminatori e vessatori nei confronti delle donne, come le punizioni corporali, la violenza domestica, la poligamia, i codici di abbigliamento e la famiglia che limita la libertà delle donne.
– Posto che si deve effettuare una lettura analitica del Corano e che la giurisprudenza islamica classica non è una interpretazione oggettiva dei principi del Corano, ma relativa a un determinato periodo storico, e realizzata da un punto di vista patriarcale e autoritario, con un concetto di società estremamente gerarchico. Postulato anche che il vero islam contiene elementi importanti per la liberazione, quali la parità e l’assenza di gerarchie religiose, e propone di recuperare questi elementi come mezzo di emancipazione sociale. Questo implica la necessità di riformare tutte quelle leggi discriminatorie contro le donne sia per quanto riguarda le minoranze religiose, razziali e sessuali. Se la sharia prevede anche solo una minima discriminazione, da una prospettiva femminista, questa dovrebbe essere respinta. Al contrario, se la sharia implica una possibile applicazione del messaggio coranico di giustizia sociale e di uguaglianza di tutti gli esseri umani, allora è lecito difendere il diritto dei musulmani ad essere disciplinati dalla legge della sharia.
– Secondo questa visione, l’islam non sarebbe una religione patriarcale. Tutti gli esseri umani hanno pari dignità indipendentemente dal sesso; la discriminazione di genere dovrebbe essere combattuta e completamente sradicata; e una corretta interpretazione dei testi sacri e della tradizione giuridica costituiscono una importante sfida al patriarcato in un contesto islamico.
– Infine, il femminismo islamico promuove la partecipazione delle donne all’interno degli organi decisionali. Rivendica il diritto di proprietà, alla libertà individuale e all’indipendenza economica, basandosi sulla tradizione islamica. Richiede l’accesso alla moschea come un diritto delle donne musulmane.

Pro e contro
Si può vedere che, effettivamente, il femminismo islamico rivendica la difesa dei diritti delle donne e l’uguaglianza di genere nella società, così come il femminismo cerca di fare in tutto il mondo. Tuttavia, mentre la religione che il femminismo occidentale sperimenta è vista come uno dei principali fattori di oppressione delle donne, per il femminismo islamico diventa lo strumento attraverso il quale le donne possono lottare per la parità o in questo caso per una integrazione più giusta nella società, considerando il contesto religioso e culturale di questo tipo di società. Questo fatto, fa sì che per i movimenti femministi più radicali questo non possa essere un “reale femminismo”, lo invalida come tale.
Ragionando sui pro, se la religione è la causa per cui (le donne) sono state oppresse, discriminate e destinate a un ruolo inferiore rispetto agli uomini, l’unico modo per cambiare la loro posizione nella società è quello di modificare l’interpretazione (dei testi sacri) che è stata imposta da una società patriarcale. Pertanto, il femminismo deve adattarsi ai contesti politici, economici e culturali di ogni società, perché altrimenti le donne musulmane non avrebbero nell’islam un valido strumento per difendere i propri diritti. Per quanto riguarda queste donne, un femminismo che non trova la sua giustificazione all’interno dell’islam, è destinato a un rifiuto da parte del resto della società e sarebbe pertanto controproducente.

 

 

Maggiori informazioni e fonti:

Qui una recensione di Féminismes islamiques (La Fabrique, 2012), su InGenere, a cura di  Renata Pepicelli.

Qui  Femminismi musulmani. Un incontro sul Gender Jihad
“Femminismi musulmani. Un incontro sul Gender Jihad” a cura di Ada Assirelli, Marisa Iannucci, Marina Mannucci e Maria Paola Patuelli

DE MIGUEL ÁLVAREZ, Ana. “El proceso de redefinición de la violencia contra las mujeres: de drama personal a problema político” en Revista de Filosofía, Nº 42, 2007, pp. 71-82.

AMORÓS, Celia. Tiempo de feminismo. Sobre feminismo, proyecto ilustrado y posmodernidad. España: ed. Cátedra, 2000.

BADRAN, Margot. “El feminismo islámico en el nuevo Mediterráneo” en NOMANI Q., Asra Q: La emergencia del feminismo islámico. Oozebap, 2008.

BADRI, Balghis. “Feminismo musulmán en Sudán: un repaso” en NOMANI Q., Asra Q: La emergencia del feminismo islámico. Oozebap, 2008.

DE LAS HERAS AGUILERA, Samara. “Una aproximación a las teorías feministas” en Revista de Filosofía, Derecho y Política, Nº9, Enero 2009.

ELORZA, Antonio y BALLESTER, Mateo. “Islam y democracia” en Letras Libres, 2008.

GUERRA PALMERO, María José. “¿Servirá el multiculturalismo para revigorizar al patriarcado? Una apuesta por el feminismo global” en Leviatán Nº 80, Verano 2000.

“Feminismo e islamismo en Egipto: en busca de nuevos paradigmas” en Nodo50, 02/12/2004.

PRADO, Abdennur. “La emergencia del feminismo islámico” en NOMANI Q., Asra Q: La emergencia del feminismo islámico. Oozebap, 2008.

RAMÍREZ, Ángeles. “Libres, fuertes y mujeres: diversidad, formación y prácticas de los feminismos islámicos” en Feminismos en la Antropología: nuevas propuestas críticas. 2007.

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The highest of values

Simone de Beauvoir

 

Oggi, nel 1908 nasceva Simone De Beauvoir.
Ritengo che lo studio e la lettura di testi, di articoli e di saggi siano dei passaggi imprescindibili per una maturazione personale e una presa di coscienza di sé, come donna. Questo discorso vale per tutti gli esseri umani, ma a maggior ragione per le donne, per secoli escluse o scoraggiate. Appunto la cultura. Vale per tutte le età della vita. Per evitare il pressappochismo, l’affastellamento di pregiudizi e di preconcetti, per crescere, l’unico modo è cercare risposte, attraverso anche le riflessioni di altre donne, di altre persone che prima di noi hanno fatto un percorso del pensiero e ci possono fornire gli strumenti per poter portare avanti un ragionamento autonomo. Questo preambolo perché? Di recente, parlando con una donna che sostiene di aver partecipato alle lotte storiche del femminismo (mi chiedo a cosa, visto che è una convinta antiabortista e sostenitrice dei valori tradizionali) sono rimasta basita dal suo rifiuto categorico dello studio, delle letture, lei buttava alle ortiche filosofe e storiche, pensatrici ecc. Perché? Perché secondo lei l’esperienza personale, il racconto di sé, ha maggior valore. Mi ha detto che lei “non ha voglia di perder tempo a studiare, tanto meno leggere, perché non le interessa leggere le altre, ma vale il vissuto, la parabola personale, il sentito dire, l’illusione di sapere perché si ha una vita alle spalle e non si accettano proposte, interpretazioni, idee diverse da quelle che da sempre abitano la propria testa”. Mi è stato velatamente fatto capire che “le mie” Simone de Beavouir & Co. mi conviene metterle nel cassetto o da qualche altra parte, perché, “chi se ne frega, avranno anche scritto tanto, ma a me non importa una beata fava di queste robe, ci sono le esperienze di vita vissuta che valgono e sono più che sufficienti per illuminarci la strada”. Vuoi mettere le esperienze del vissuto di questa donna con secoli di pensiero filosofico? “Non ho tempo per leggere nemmeno un articolo di giornale”, o “meglio non ne ho voglia e non trovo il tempo”, “non mi appassiona leggere”. Ecco che il pensiero individuale, il frullato di pregiudizi e di un’ottica egocentrica, ci portano unicamente verso un muro, un muro composto da noi, solo noi. In questo modo si è disposti solo teoricamente a mettersi in relazione e a confronto con l’altro o l’altra, restando saldamente ancorati al nostro io. Si sostiene che: “Bisogna mettersi dalla parte delle altre, ma senza dimenticare la propria”, che viene prima di tutto e tutti. Si comprende che la spinta verso l’altr* è solo di facciata, perché al centro di tutto c’è la propria persona, per la serie “se sostenere l’altra parte mi conviene, ok, lo faccio, se non ho un tornaconto personale, incrocio le braccia”. Un afflato altruista di una ipocrisia corrosiva. Io con questo tipo di persone smetto di investire le mie energie. Non ha senso parlare con una persona che crede di essere il verbo e che basta a se stessa. Sapete cosa sarebbe stato il femminismo senza lo studio della storia, della filosofia e dei classici del pensiero? Nulla, un pulviscolo fatto di opinioni personali come tante chiacchiere da bar. Se oggi è una galassia di movimenti culturali, lo si deve allo studio che per anni chi più chi meno ha dedicato. Oggi, sentirmi dire che l’azione politica e la prassi politica possa essere scevra da un lavoro teorico, mi fa venire voglia di dedicarmi allo studio delle riviste di gossip che si troviamo dal parrucchiere. Meglio parlare della nostalgia dell’Argentina di Tévez. Inizio a pensare che forse la banalizzazione e la liquefazione di una riflessione seria siano molto più diffuse di quanto pensassi. Continuerò il mio cammino altrove, possibilmente tra persone che non guardano inorridite un libro. Ecco perché così tante donne oggi non hanno bisogno di femminismo. Perché gli basta la vulgata che gli passano gli uomini e che da secoli il patriarcato diffonde a piene mani. Siamo immerse in questa non cultura, in questo parlare senza niente dietro. Io non ci sto. Perché poi mi sento anche dire che tutto sommato, un po’ di prostituzione non guasta, c’è sempre stata e sempre sarà così, che le posizioni abolizioniste non hanno poi tanto ragione, pensiamo agli uomini, poverini. Meglio, magari riaprire le sane case chiuse e lasciare che sia. Chi ha la sfortuna di incappare nel mondo della prostituzione, fatti suoi. Qualcuna si dovrà sacrificare, “si sa come sono fatti gli uomini”. Che non è poi tanto giusto punire i clienti. Mi torna in mente Mandeville a proposito della prostituzione: “E’ chiaro che v’è necessità di sacrificare una parte delle donne per salvare l’altra e prevenire sconcezze di natura più disgustosa”. Son passati secoli, ma c’è chi ancora parla in questi termini. Il problema è in primis una questione maschile, ma ci siamo dentro anche noi donne, sempre pronte a difendere il vecchio marciume patriarcale, a scusare l’uomo e le sue mille forme di violenza.

Leggere ti apre la mente e ti fa uscire dal tuo mono-pensiero che vuole assurgere a regola e ad assunto universale, valido a priori perché è uscito dalla tua testa. Non tutto ciò che la nostra testa e il nostro vissuto ci forniscono è valido e lo è universalmente. Leggere ci consente di riflettere e di far lavorare il nostro senso critico. La lettura ci consente di non essere passive. Leggere ci rende libere e non schiave di qualcosa o di qualcuno.

Buon viaggio, io vado avanti con le mie letture, con il piacere che provo condividendole con altr*.

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Non ho bisogno del femminismo

tappeto

 

Rispondo con un post all’invito di Narrazioni Differenti (qui). 🙂

 

Non ho bisogno del femminismo perché è giusto che una donna sia penalizzata sul lavoro quando diventa madre, perché diventa meno efficiente e meno produttiva.

Non ho bisogno del femminismo perché la maternità non è più fonte di discriminazione.

Non ho bisogno del femminismo perché i problemi delle altre donne non mi riguardano, esisto solo io.

Non ho bisogno del femminismo perché non è importante la dimensione collettiva, ma solo quella individuale.

Non ho bisogno del femminismo perché forse le femministe si sono sbagliate e basterebbe semplicemente allearsi e assomigliare al “primo sesso” per risolvere tutti i problemi.

Non ho bisogno del femminismo perché nessun datore di lavoro si preoccupa più se hai famiglia.

Non ho bisogno del femminismo perché il sessismo appartiene al passato.

Non ho bisogno del femminismo perché la conciliazione lavoro – vita privata è possibile per tutt* allo stesso modo.

Non ho bisogno del femminismo perché i compiti di cura sono equamente distribuiti tra uomini e donne.

Non ho bisogno del femminismo perché nessuno più al giorno d’oggi è costretto a scegliere tra lavoro e famiglia.

Non ho bisogno del femminismo perché la violenza contro le donne è un problema gonfiato ad arte da quelle femministe lamentose e vittimiste.

Non ho bisogno del femminismo perché il diritto a un aborto sicuro è universalmente riconosciuto e tutelato.

Non ho bisogno del femminismo perché le donne sono libere di scegliere e di essere se stesse in ogni caso.

Non ho bisogno del femminismo perché sarebbe bello tornare al periodo storico in cui le donne nelle pubblicità (e non solo) venivano rappresentate così (vedi foto allegate).

Non ho bisogno del femminismo perché oggi le donne vengono raffigurate diversamente rispetto al passato.

 

 

better coffee cravatta cry kill passata

 

Ringrazio il Post per le immagini, tratte da un articolo di qualche anno fa.

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Femminismi e dintorni

by Elin Høyland

by Elin Høyland

Il 6 dicembre in Canada è stata la giornata della memoria e dell’azione contro la violenza sulle donne, in ricordo delle 14 donne uccise nel 1989 all’École Polytechnique, da un uomo armato che sparò urlando: “siete un branco di femministe e io odio le femministe!” (qui qualche informazione)
Ringrazio Ilaria Baldini per aver condiviso questo articolo di Meghan Murphy, che provo a tradurre qui per voi.
L’autrice coglie questa occasione per spiegare in cosa consiste il femminismo oggi e quali sono gli obiettivi che si prefigge.

 

“Io definisco il femminismo come un movimento per porre fine al patriarcato e alla violenza maschile sulle donne. Questa definizione ha un suo senso e mi sembra ovvia perché senza patriarcato non ci sarebbe bisogno del femminismo e perché la violenza maschile sulle donne è il frutto – e il principale effetto – del patriarcato. Le donne saranno oggetto della violenza maschile, finché saranno una classe oppressa e soggetta a un sistema di controllo che adopera la violenza come strumento di minaccia (e sottomissione, ndr). Uno stato di impotenza (dipendenza, ndr) economica e sociale rende gli individui vulnerabili alla violenza.
Alcuni sostengono che il femminismo consista nel fatto che le donne aspirano a diventare “uguali” all’uomo, ma io non sono d’accordo con questa definizione. Gli obiettivi del femminismo non sono e non dovrebbero consistere nel diventare “come gli uomini”. Il potere maschile è un problema. L’idea della mascolinità (il prototipo virile) è un problema. La gerarchia è un problema. Questa definizione che non mi piace, sembra alludere agli uomini e alla virilità come qualcosa di “migliore” rispetto alle donne e al concetto di femminile, quando, in realtà, sappiamo che mascolinità e femminilità sono dei prodotti, delle prescrizioni derivanti dai ruoli di genere che stiamo cercando di demolire. Mascolinità e femminilità sono dei concetti non reali. Non sono qualità innate, ma il risultato di una serie di caratteristiche che ci sono state appiccicate (inculcate) sin dalla nostra infanzia. Io non voglio più aspirare ad essere “come un uomo”, voglio essere rispettata come una donna. Non desidero il potere che ha l’uomo, io non aspiro ad essere il sesso o la classe o la razza dominanti. Dire che auspichiamo che le donne divengano “uguali” agli uomini non coglie le radici della disuguaglianza e non affronta il fatto che le donne sono di fatto biologicamente differenti dagli uomini e che per questo i nostri diritti possono non collimare esattamente con quelli degli uomini (per esempio, i diritti riproduttivi). (C’è la necessità di una declinazione diversa, ndr). Alcuni pensano che una femminista sia semplicemente una persona che chiede di avere pari diritti uomo-donna e che si tratti di “parità tra i sessi”. Sono d’accordo sul fatto che uomini e donne debbano avere pari opportunità, dignità e diritti, ma allo stesso tempo penso che se non nominiamo il patriarcato come l’origine del problema e non sottolineiamo che la violenza maschile sulle donne è il risultato chiave del patriarcato, stiamo perdendo di vista il nostro reale bersaglio, contro il quale stiamo combattendo.
Ci sono innumerevoli punti su cui le femministe non concordano tra loro: la soluzione migliore in materia di legislazione sulla prostituzione, se la pornografia può o meno essere femminista, il numero di peli pubici che è consentito avere, il grado di divertimento quando mangiamo l’insalata da sole, se le donne possono o meno amare il whisky. Ci sono conflitti su tanti aspetti, tranne sul fatto se il sessismo sia o meno ok, se la violenza sulle donne sia o meno ok, se il patriarcato esista o meno e se sia o meno un male per le donne.
Ora che abbiamo fatto queste puntualizzazioni, desidero segnalarvi un recente articolo di Joyce Arthur, una delle fondatrici di FIRST (una organizzazione nazionale femminista di sex worker con sede a Vancouver, che si batte per la depenalizzazione della prostituzione in Canada), ed è un’attivista pro-choice.
In questo articolo si sostiene che il 6 dicembre non fosse il giorno più appropriato per il varo della nuova legge sulla prostituzione che penalizza protettori e clienti. A questa affermazione io avevo già risposto sostenendo che:
“Il fatto che la nuova legge entri in vigore nella giornata della memoria e dell’azione contro la violenza sulle donne è perfetto, perché va a punire i clienti che sono là fuori in cerca di una giovane donna vulnerabile, aborigena, per soddisfare i loro bisogni. Il 6 dicembre è il giorno in cui ricordiamo e agiamo contro la violenza sulle donne. Questo è il significato della giornata. Quale migliore occasione per gridare contro i perpetratori della violenza: MAI PIU’! Non è un vostro diritto, queste donne non sono per voi. Queste donne meritano di meglio e non sono una serie di fori da penetrare. Le donne povere o vittime di discriminazioni razziali meritano qualcosa di meglio della prostituzione.
Ho anche risposto alle asserzioni (riferite anche da Arthur) secondo cui questa legge alimenterebbe la violenza nei confronti delle sex workers. Non solo non esiste alcuna prova che questo sia vero, ma non vi è prova reale nemmeno che la legalizzazione e la depenalizzazione completa porti alla violenza sulle sex workers. Il fatto che la legalizzazione porti un incremento del traffico significa assistere a un incremento della violenza. Un altro fatto è che sin da quando il modello nordico è stato applicato in Svezia, nessuna prostituta è stata uccisa, mentre nei quartieri a luci rosse di Amsterdam annualmente si registrano femminicidi ai danni delle donne che vi lavorano.
Arthur sostiene la solita tesi secondo cui lo “stigma” provoca la violenza contro le prostitute e ciò che il modello nordico perpetra è uno “stigma”. Ma anche in paesi che hanno legalizzato, lo stigma non è scomparso. Le donne tuttora non vogliono prostituirsi e solo un ridotto numero di prostitute si registrano per pagare le tasse (il che significa che la maggior parte del settore è ancora sommerso, il che contesta l’affermazione secondo cui il modello nordico produce clandestinità) – perché? Perché non desiderano essere registrate e mostrare di essersi prostituite. La loro speranza è di uscire dal loro stato e di fare qualcosa di diverso nella vita (una registrazione è qualcosa che rischia di marchiarti a vita, ndr). Gli uomini non uccidono le prostitute a causa dello “stigma”, bensì perché viviamo in una società patriarcale, all’interno della quale gli uomini imparano che la violenza contro le donne è accettabile e sexy (vedi BDSM), perché i clienti sono misogini che non rispettano le donne (se le rispettassero come esseri umani veri, non le tratterebbero come oggetti e materie prime) e perché molte delle donne che si prostituiscono sono emarginate economicamente, socialmente, a livello razziale e di genere: questo “legittima” il potere dei clienti su di loro, sminuendo il valore di queste donne e rendendole meno visibili nel contesto di un patriarcato capitalista.
Ho affrontato già in precedenza queste tematiche e ho risposto a molte di queste affermazioni senza fondamento che Arthur ripete nel suo articolo, per cui ora vorrei andare oltre e concentrarmi su “cosa le femministe realmente pensano e credono”, “su cosa sia una femminista” e su “cosa sia il femminismo”, rispondendo puntualmente ad alcuni punti dell’articolo di Arthur.

 

La connivenza con alcune forze politiche
Arthur scrive:
“Le femministe radicali che si oppongono alle sex workers hanno sostenuto gruppi di destra e il governo federale conservatore per far passare questo testo di legge sulla prostituzione. Questi ultimi due gruppi sono motivati da un forte desiderio di contrastare i diritti delle donne, l’autodeterminazione e la libertà di espressione sessuale “non tradizionale”, fatto che denota le difficoltà con cui queste femministe radicali affrontano questi temi. Per lo meno credo che lo facciano quando si parla di diritti delle sex workers”.
Io non ho unito le mie forze a nessun partito politico, tanto meno con il governo federale conservatore. Questa non è una questione di parte. Ho sostenuto la legge C-36 perché è un buon testo, nonostante io non sostenga il partito conservatore. Non condivido la posizione del NDP sulla prostituzione perché la ritengo pessima e fuorviante, anche se alla fine alle prossime elezioni potrei votare per loro. Chi lo sa. Ma non posso oppormi a una legge che io ritengo buona, solo perché non voto il partito che la sostiene, così come non vorrei mai dover sostenere un progetto di legge cattivo ad opera di un partito che voto. Il mio voto in occasione delle ultime elezioni locali lo dimostra. Mi piacerebbe poter votare per un partito che sostengo in toto, ma è difficile che ciò possa accadere in tempi brevi.

 

Sugli abolizionisti
Gli abolizionisti si oppongono all’industria del sesso (Arthur sostiene che ci opponiamo al sex work, ma non usiamo l’espressione “lavoro sessuale” perché troppo vago per includere ogni aspetto e perché è più corretto dire che ci opponiamo all’industria del sesso). Questo non è perché abbiamo “problemi” in relazione ai diritti delle donne, all’autodeterminazione e alla libertà sessuale delle donne. Questa è un’affermazione assurda se si ha la minima comprensione di cosa sia il femminismo e cosa siano prostituzione e patriarcato. Tutte le femministe sostengono i diritti umani delle donne. Questo non significa che sosteniamo il potere maschile e l’industria che rende le donne e le ragazze un servizio sessuale per gli uomini che hanno maggiore potere di quanto ne abbiano loro. Sosteniamo l’autodeterminazione delle donne in quanto aspiriamo a una società che consenta scelte reali per le donne, che vadano ben oltre l’essere scopate da degli sconosciuti, per il solo fatto che queste donne non hanno altri mezzi per sopravvivere.

 

Sulle tradizioni
I sostenitori del sex work e i maschilisti ignoranti solitamente asseriscono che sia “il mestiere più antico del mondo” (che non lo è, per la cronaca) il che sembra suggerirci che, lungi dall’essere “non-tradizionale”, la prostituzione è parte di una lunga tradizione che è legata a stretto filo con la tradizione del patriarcato. Ciò significa dire che non solo è una cosa ridicola e risibile che qualcuno dotato di un po’ di cervello possa definire la prostituzione come qualcosa di “non tradizionale”, ma anche che non ha niente a che fare con la naturale espressione sessuale delle donne, questo perché l’unico motivo per cui la prostituzione esiste è che a questo mondo gli uomini detengono un maggiore potere economico e sociale. Non perché le donne entrano volontariamente in massa nell’industria del sesso. Se così fosse non esisterebbero la tratta internazionale di esseri umani, i rapimenti, i ricatti, le bugie e tutti i vari espedienti messi in atto che costringono e portano le donne a prostituirsi. Perché loro non dovrebbero fare altro che “scegliere” di farlo come parte della loro “espressione sessuale non-tradizionale”.

 

Sulla scelta
Naturalmente esistono donne che scelgono intenzionalmente di prostituirsi, senza esservi costrette. Ma ci sono anche migliaia di donne in tutto il mondo che si sottopongono a operazioni di mastoplastica additiva (per scelta), che agitano le tette a spettacoli rap (per scelta), che pubblicano selfies su Instagram (per scelta) – questo significa che tutta l’auto-oggettivazione è femminista? O che le protesi al seno siano qualcosa di buono? O che ottenere applausi per un nudo non abbia nulla a che fare col patriarcato? Se una persona sceglie o meno qualcosa non significa automaticamente che quella cosa che sceglie sia o meno femminista (o più in generale buona o cattiva, etica o salutare o altro). Si tratta semplicemente di una scelta che hanno fatto, considerando il contesto di una serie di fattori – in questo caso i fattori sono stati principalmente il capitalismo e il patriarcato, e se facciamo riferimento al nostro precedente quesito su cosa sia il femminismo, noterete che è un movimento che combatte il patriarcato e che, pertanto, se il tuo femminismo non è fermamente radicato in questa lotta, nei fatti non stai facendo esperienza di femminismo.

 

Sulle vittime
Nonostante ciò, Arthur sembra credere il contrario, se qualcuno si identifica come “vittima” non ha niente a che fare con il fatto che l’industria del sesso vittimizzi o meno le donne. Gli abolizionisti si concentrano sui comportamenti maschili e non su quelli femminili. Questo significa che il colpevole è la persona che vittimizza, quindi che una persona scelga o meno di identificarsi come vittima, non cambia le responsabilità del colpevole. Se per esempio una donna rimane con il marito violento e non si sente/definisce vittima, si tratta di una sua scelta. Ma questo non significa che le azioni del marito diventano “accettabili” (“legittime” ndr), che le femministe debbano accettare ciò come “normale” e guardare altrove o che quello che sta facendo non costituisca vittimizzazione. Per quanto riguarda la prostituzione, in particolare, una donna può sentirsi nelle piene facoltà di scegliere di prostituirsi, ma 1) Lei fa parte di una minoranza (la maggior parte delle prostitute è povera, molte di loro non hanno scelta e non rilasciano interviste) e 2) questo non cambia le dinamiche e il senso dell’industria del sesso, nel suo complesso. Nel mondo vi sono più di 20 milioni di vittime di tratta, la maggior parte delle quali sono donne o ragazze da avviare alla prostituzione. Non esistono milioni di donne adulte nel mondo che stanno scegliendo la prostituzione perché gli piace.

 

Sul femminismo anti-femminista ed altri aspetti in merito al femminismo e alle femministe
Nel resto dell’articolo Arthur ricorre prevalentemente a insulti sessisti e tropi, di solito riservati agli MRA (men’s rights activist), ai giocatori, ai frat bros, in modo tale da accusare le femministe di essere delle fanatiche, come i patriarchi cristiani fondamentalisti che reprimono la sessualità. Arthur prosegue con l’etichettare le femministe che si oppongono all’industria del sesso come pudiche e che cercano di reprimere la sessualità maschile e di incoraggiare la monogamia, affermazioni che suonano molto simili a ciò che direbbe un uomo sessista. Non sono certo cose che direbbe una persona che sostiene di essere in linea con il movimento femminista. In ogni caso, se la prostituzione fosse qualcosa di innato della sessualità maschile, è stupro? Tutto ciò che facciamo per affrontare il “diritto” al sesso che gli uomini accampano e l’uso dei corpi femminili significa “reprimere la sessualità maschile”? Gli uomini sono in qualche modo biologicamente predisposti ad avere rapporti sessuali con donne che non li desiderano? Perché trovo questo concetto preoccupante, per non dire altro.
Le femministe sono apostrofate in ogni modo dalle anti-femministe: naziste, odia-uomini, nemiche del sesso, brutte, pelose, arrabbiate, pazze e pudiche. Arthur utilizza alcuni di questi epiteti. Lei ci accusa anche di odiare le donne: “è possibile che (le femministe radicali) abbiano una vena punitiva che disprezza le prostitute?”
Permettetemi di rispondere: no Joyce. Per la miliardesima volta no. Il femminismo non odia le donne. Si tratta di qualcosa che concerne gli uomini e consiste nello sfidare il potere maschile. Inoltre, molte femministe radicali, femministe e femministe abolizioniste sono state prostitute. E loro non possono certo odiare se stesse, le amiche, le loro sorelle, le figlie e le madri che in passato sono state prostitute o lo sono tuttora. Mi verrebbe voglia di rispondere con il dito medio a queste insinuazioni, ma questa volta rinuncerò.
Nelle sue esultanze misogine finali, Arthur sforna un classico: You’re all just jealous, bitcheeeees. Nelle sue parole “le femministe radicali…vedono le sex workers come concorrenti che, troppo disponibili sessualmente, rovinano “la piazza” alle altre donne. Mi sembra un’ipotesi un tantino confusa, perché mi sembrava di aver capito che le femministe radicali odiassero gli uomini e il sesso, quindi mi sembra strano che ora vengano dipinte come gelose e desiderose di essere possedute dai clienti al loro posto.
Non so voi. Si potrebbe pensare che se le femministe fossero messe così male riguardo al sesso, se la prostituzione fosse una pratica tanto piacevole per far soldi, ci dovrebbe essere un buon numero di uomini prostituti per risolvere il problema delle femministe radicali. (…)
Scherzi a parte le argomentazioni dell’articolo di Arthur non possono definirsi femministe. Sono dannose, sessiste, pieni di stereotipi contro le donne radicati nei miti e nelle fantasie maschili. Sono tesi che concorrono a mantenere lo status subordinato delle donne e mirano a far sembrare “naturale/normale” la nostra oggettivazione, la nostra sessualità e la nostra disuguaglianza. Sono argomentazioni che servono ad attribuire un’aurea di normalità al potere maschile e alla violenza. E come ogni 6 dicembre, ogni anno, ricordiamo che l’odio nei confronti delle femministe può essere molto pericoloso.

Quale libertà ci può essere in una scelta, quando non si hanno alternative percorribili? Pensiamoci, questo ci riguarda molto da vicino.

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Trascendenza e Esistenza

Esistenza

Proseguo nel mio cammino attraverso le pagine di Simone de Beauvoir, perché credo che siano passi importanti per ricostruire il percorso della donna e andare a scandagliare aspetti che raramente compaiono nelle analisi recenti.
Oggi riprendo alcuni passaggi tratti da pagg. 84-85 da Il secondo sesso, Il saggiatore 2012.

“Al puro livello biologico una specie si conserva solo rinnovandosi; ma questo rinnovarsi non è che un ripetere la stessa Vita sotto forme diverse. Solo trascendendo la Vita mediante l’Esistenza l’uomo assicura il ricrearsi della Vita: con questo superamento crea valori che negano ogni senso alla pura ripetizione. Nell’animale la gratuità, la varietà delle attività maschili restano vane perché non sono concepite in vista di uno scopo; quando non serve la specie, la sua attività è inutile; mentre il maschio umano servendo la specie modifica la faccia del mondo, crea strumenti nuovi, inventa, foggia l’avvenire. Nel farsi sovrano, trova la complicità della donna: poiché è lei pure un esistente, è abitata dalla trascendenza e i suoi fini non consistono nella ripetizione dell’avvenuto ma nel superamento verso un avvenire nuovo; il cuore stesso del suo essere è abitato dalla conferma delle pretese maschili. Ella si associa agli uomini nelle feste che celebrano i successi e le vittorie dei maschi. La sua disgrazia è di essere biologicamente votata a ripetere la vita, mentre, anche per lei, la vita non porta in sé le sue ragioni sostanziali di essere, e tali ragioni sono più importanti della vita stessa. Certi passaggi della dialettica con cui Hegel definisce il rapporto tra padrone e schiavo si applicherebbero assai meglio alla relazione tra uomo e donna. Il privilegio del padrone – dice Hegel – nasce dal fatto che, rischiando la sua vita, egli afferma lo Spirito contro la Vita: ma in realtà lo schiavo vinto ha conosciuto il medesimo rischio; mentre la donna è originariamente un’esistente che dà la vita e non rischia la propria vita; tra il maschio e lei non c’è mai stata lotta; la definizione di Hegel si applica singolarmente a lei. “L’altra (coscienza) è la coscienza subordinata, la quale la realtà essenziale è la vita animale, cioè l’essere dato da un’entità estranea.”

In pratica, l’assenza di quel conflitto che permetteva l’esperienza e la piena coscienza di sé (di cui parlavo nei miei post precedenti), la donna non stata storicamente messa in grado di affermare se stessa. Per questo ella vive una coscienza subordinata, non consapevole di sé. Il suo ruolo resta confinato e subordinato, incapace di quel salto che le permetta di superare il dato biologico. Ma questo rientra in un disegno maschile, come spiega bene de Beauvoir:

“Ma questo rapporto si distingue dal rapporto di oppressione, in quanto la donna riconosce e ambisce i medesimi valori che sono concretamente raggiunti dai maschi; è l’uomo che apre l’avvenire verso il quale anche la donna si trascende; in realtà le donne non hanno mai opposto ai valori maschili dei valori femminili: sono stati gli uomini desiderosi di mantenere le prerogative maschili a inventare questa divisione; hanno voluto creare un regno femminile – regno della vita, dell’immanenza – solo per rinchiudervi la donna; ma l’esistente cerca la giustificazione nel moto della sua trascendenza, al di là di ogni specificazione sessuale: la sottomissione stessa delle donne ne è la prova. Oggi esse vogliono venire considerate come “esistenti” alla medesima stregua degli uomini e non sottomettere l’esistenza alla vita, l’uomo alla sua animalità”.

Siamo ancora ferme a questo punto, alla ricerca di affermare la sua esistenza al pari dell’uomo, senza essere schiava di una discriminazione che l’ha confinata a un destino specifico. Superare il destino è l’obiettivo. Conoscere a che punto siamo oggi è il primo passo.

“Una prospettiva esistenziale ci ha dunque permesso di capire perché la situazione biologica ed economica delle orde primitive dovesse condurre alla supremazia dei maschi. La femmina è più del maschio in preda alla specie; l’umanità ha sempre cercato di evadere al suo destino specifico; con l’invenzione dello strumento la conservazione della vita è divenuta per l’uomo attività e fine, mentre la donna nella maternità restava incatenata al suo corpo, come l’animale. L’uomo è diventato un “padrone” rispetto alla donna perché l’umanità mette in causa tutto il proprio essere, cioè preferisce alla vita le ragioni di vivere; il fine dell’uomo non è di ripetersi nel tempo: è di regnare sull’istante e di formare l’avvenire. È l’attività maschile che, creando valori, ha costituito l’esistenza stessa come valore; essa ha prevalso sulle forze oscure della vita; ha asservito la Natura e la Donna”.

Da questo occorre partire. Come è stata definita la donna, l’Altra, che posto e che diritti le sono stati riservati? L’Altra esistente misconosciuta, mai riconosciuta come pari.
Occorre riconoscere il ruolo delle donne come creatrici di un’esistenza che riesce a superare la mera ripetitività e che consente all’umanità tutta di trascendere se stessa. Questo il nostro compito: portare alla luce questi aspetti e crescere le future generazioni in questa consapevolezza nuova e mai affermata veramente.
Questo è un compito per tutte le donne del mondo.

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…con tutta la forza del vento

Vi invito a leggere questo contributo di Alessandra Chiricosta su Laboratorio Donnae. Penso sia un ottimo inizio per una nuova e rinvigorita politica delle donne.

“Il boschetto di bambù diviene una foresta. Se una singola canna di bambù resiste anche alla tempesta più travolgente, ritornando carica di forza, quanta forza può sprigionare un bosco di bambù? Direi la forza di mille tempeste. Mi ha sempre meravigliato l’ordine che regna in un boschetto di bambù. Le singole canne crescono vicine, vicinissime, ma non si soffocano reciprocamente. Si piegano all’unisono, ma ciascuna a modo suo. C’è una forma di “intelligenza vegetale” che fa si che non ci sia bisogno di un cervello centrale, ma dell’essere ciascuna autenticamente…una canna di bambù in un boschetto di canne di bambù. Il bambù è invasivo. Si radica nel territorio e inizia a diffondersi, canna dopo canna, occupando tutti gli spazi disponibili. Il boschetto cresce, in altezza, in larghezza. Diviene fitto, impenetrabile. Queste riflessioni mi sembrano particolarmente pertinenti nella ricerca di una forma di politica delle donne che prenda ispirazione dal bambù”.

Qui il testo completo: …con tutta la forza del vento.

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La “causa” è di tutte le donne o di nessuna

 

Silvia Federici qui (in pdf) afferma che:

“non possiamo ottenere nessun cambiamento sociale significativo a meno che non combattiamo contro la totalità dello sfruttamento femminile e sino a che ci diamo da fare per politiche di cui beneficia solo un gruppo limitato di donne”.

L’impostazione sul lavoro retribuito come fonte “certa” di liberazione delle donne nasce come risultato delle teorie marxiste, una conseguenza “naturale” che sarebbe stata raggiunta con l’abolizione delle classi e con il superamento del modello capitalistico. Il capitalismo è vivo e vegeto, le discriminazioni delle donne pure. Ne parlavo qui, commentando le tesi di Simone de Beauvoir:

“siamo stritolate e l’emancipazione sembra passare solo attraverso esistenze funamboliche, subappaltate magari a qualche altra donna che faccia le nostre veci di angelo del focolare. Si susseguono e si affermano miti di donne tuttofare, in grado di sostenere ogni cosa da sole, ci raccontiamo tante frottole per soddisfare il modello che oggi è considerato vincente e irrinunciabile. Ci facciamo strizzare, comprimere per essere quelle donne perfette come ci chiedono gli altri, il sistema sociale ed economico. Ci dibattiamo su quale sia la scelta giusta, quando non esiste. È palese che la crocifissione in virtù di una scelta perfetta non va bene. Non esiste, una e una sola ricetta. Saranno tutte ugualmente fallimentari, finché non cambierà il sistema produttivo, i rapporti sociali e culturali. La mancata piena emancipazione femminile è fondata sul mantenimento di donne perennemente traballanti, qualunque sia la loro scelta. Ci vogliono così, perché disunite, fragili, piene di sensi di colpa, affannate, tremanti, angosciate, siamo più controllabili e ci possono tenere sotto dominio, palese o celato. Incelofanate e pronte al multiuso. Dobbiamo imparare a sbarazzarci di sistemi di vita preconfezionati e marchiati come vincenti e socialmente approvati. Costruiamone di nostri, autentici. Sicuramente sbaglieremo, ma almeno saremo in grado di esserne consapevoli”.

Queste riflessioni ci portano a comprendere, forse per la prima volta nella storia, dopo l’euforia a partire dal secondo dopoguerra e del boom economico, che l’emancipazione non passa unicamente per una compartecipazione alla produzione capitalistica, non può derivarci nulla di buono dall’essere inserite in un meccanismo che ci sfrutta e che ci usa. Evidentemente ci vuole qualcosa di più “permanente” e meno aleatorio di un lavoro. Evidentemente si tratta di un’emancipazione illusoria, funzionale al nostro essere utili a un sistema di produzione ineguale e fonte di discriminazioni. Il mito dell’ascensore sociale è crollato. Come abbiamo visto, possiamo ampiamente sostenere che siamo ricadute in una nuova forma di “controllo” e sfruttamento, per certi aspetti più subdola. Forse è il caso di affrontare queste questioni e aprire le nostre riflessioni.

Notevoli i passaggi che si riferiscono al lavoro domestico e alla violenza domestica:

Domestic work and domestic life are built on women’s unpaid labour and the male supervision of it. As I have often pointed out throughout my work: by means of the wage, capital and the state delegate to men the power to command women’s work, which is why domestic violence has been socially accepted and is so widespread even today.

L’attuale assetto socio-economico specula su una competizione accesa tra individui, divisi e sempre più spiccatamente dotati di un approccio individualistico alla vita. Silvia Federici spiega molto bene come un meccanismo di cooperazione potrebbe costare molto caro al capitalismo. Per questo noi femministe siamo da sempre bersaglio del modello capitalista. Ma per orientarsi verso un modello di cooperazione occorre sviluppare una consapevolezza propria, che in un momento di fragilità esistenziale e materiale come quello che stiamo vivendo, appare difficilmente raggiungibile.
Nella lunga intervista, la filosofa femminista tocca anche il tema della famiglia nucleare, funzionale all’ordine e alla disciplina capitalista. Così come la sottomissione delle donne è stato uno strumento per la costruzione capitalista, in Europa, nelle Americhe e in Asia (dove la dominazione coloniale ha cancellato i modelli di società matrilineari e la trasmissione delle proprietà collettive per linea materna).

“L’approccio è di insistere che qualsiasi richiesta e strategia che non interessi tutte le donne e, prima di tutto, quelle che sono state più sfruttate e discriminate, qualsiasi approccio che non mini le gerarchie che sono state costruite tra noi, è fallimentare, e mette a rischio qualsiasi vantaggio abbiamo potuto momentaneamente ottenere”.

La causa è di tutte le donne o di nessuna. Il femminismo deve essere rivoluzionario, scardinare le regole secolari costruite dagli uomini per il benessere e il successo del proprio genere, a discapito dell’Altra.
La crisi, lo “slittamento dal welfare al workfare” ha segnato l’avvento di tutele previdenziali subordinate allo svolgimento di un lavoro retribuito. In un contesto di precarietà diffusa, questo meccanismo è molto pericoloso, segna una discriminazione che dovrebbe portarci a riflettere. Non si tratta semplicemente di un modello che disincentiva chi non lavora, ma lo penalizza nel momento in cui la sua condizione di bisogno e di impossibilità permanente o temporanea non gli permette di essere parte attiva del sistema produttivo. Sappiamo benissimo quali sono le componenti della società maggiormente colpite dal workfare. Soprattutto laddove mancano i servizi e i sostegni dello stato all’assistenza dei figli e dei familiari anziani o malati.

Questa intervista è preziosa per l’approccio analitico, a 360°. Ciò che alcune volte manca alle riflessioni femministe. Occorre capire che tutti gli ambiti qui toccati sono strettamente interconnessi e non dobbiamo assumere un’ottica parziale e monotematica. Infine, penso che sia giunto il momento di tornare a fare fronte compatto tra donne e dismettere la prassi che spesso ci coglie “ognuna per sé”, divise in schieramenti e appartenenze che non aiutano.

Fonte originale dell’intervista qui.

 

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Figli e donne per la patria

1922 donna

Non voglio parlare solo di bonus bebè, ma è un buon tema dal quale partire per fare qualche riflessione.
Quel che non si comprende è che tutti i bonus hanno un costo sociale enorme, ma nascosto. Sono solo azioni pubblicitarie, che nascondono tagli da tante altre parti. Come molti hanno fatto notare, si tratta solo di operazioni di marketing, con alla base un’ideologia populista che parla alla pancia di una popolazione appiattita sugli annunci fatti al TG. Le donne italiane assuefatte ad essere etichettate come “intellettualmente limitate”, dalle stesse donne, come la Barbara della domenica pomeriggio, alla fine ci credono e se ne convincono. Non siamo questo, ma è quel che resta nell’immaginario.
Ci si mette anche la Lorenzin, dispensando consigli sull’impiego del bonus…
Rispetto all’indignazione e alla mobilitazione di Se non ora quando, oggi non assistiamo a nulla di tutto ciò, tutto è silente. Si ode qualche critica, ma sempre e solo da parte di persone già fortemente coinvolte, attive. Nonostante la lenta, ma inesorabile dispersione di Snoq, ormai spentasi, non c’è stata un’analisi e un lavoro dopo, compatto, critico, concreto, vivo, legato alla realtà. Probabilmente lo abbiamo fatto, ma in piccoli gruppi, le cui voci non si sono propagate.
Non suscita indignazione nemmeno la superficialità con cui si maneggiano le pari opportunità nelle sedi governative.
Se oggi l’ennesimo bonus bebè crea consenso e ha un valore enorme nel sentire comune, dobbiamo chiederci perché. Perché tuttora si accetta tranquillamente che vengano adoperati questi mezzi, con un convinto supporto alla costruzione della famiglia del mulino bianco, con un incitamento per le donne a tornare al ruolo di massaia. Le donne come strumento sostitutivo di welfare, un welfare vivente come mamme, nonne, badanti. Le donne come contenitore della progenie. Le donne a casa perché è meglio così, per il mercato del lavoro, per i datori di lavoro, per semplificare la vita un po’ a tutti. Perché lo stato non si senta chiamato a varare politiche strutturali serie per rendere la vita delle donne “tutte” un po’ più sana e meno strumentale a qualcos’altro o a qualcuno. Chiediamoci veramente perché per molte donne diventa più conveniente stare a casa. Malpagate, precarie, sfruttate, costrette a fare lo slalom tra casa e lavoro, senza orari o diritti, zero prospettive di carriera se malauguratamente scegli di far figli, il dover vivere un quotidiano senso di colpa, doversi sempre giustificare con capo e colleghi/e per il tuo essere donna, con tutto ciò che ne consegue. Non ne parliamo se ti ammali o si ammala un familiare! Quindi, anche noi, cerchiamo di smontare i fronti contrapposti casalinghe/lavoratrici. Cerchiamo di lavorare senza barriere o pregiudizi.
Quel che mi irrita maggiormente di questo ennesimo bonus, è il solito automatismo che lega i figli ai soldi. Come se fosse una questione unicamente pecuniaria. Mi sembra sempre che ci sia una precisa volontà di ignorare cosa significa essere genitori. Non è semplicemente il piatto di pasta. Questo poteva bastare negli anni ’40-’50. Ma le prospettive di un genitore non devono fermarsi a questo. Così come occorre guardare oltre la richiesta di più asili nido. Come ho più volte scritto, non è la soluzione. Aiuta certo, ma un figlio non è un pacco da parcheggiare da qualche parte, che siano i nonni, il nido o una baby sitter.
Dovremmo allargare lo sguardo e parlare di tutte le donne, qualunque sia la loro scelta di vita.
Perché non parliamo di tempi flessibili per le donne?
Perché non parliamo di pari trattamento, per dire no alle discriminazioni sul lavoro, no alle dimissioni in bianco e tanto altro.. Se vogliamo veramente aiutare le donne.
La precarizzazione dei contratti di lavoro, incentivata dalle ultime riforme, penalizza fortemente le donne.
Qualcuno dei legislatori ha mai provato a cambiare lavoro continuamente? Località, mansione, tipologia? Ha mai fatto la “trottola”, con un figlio piccolo e nessun aiuto, o con un familiare malato, con servizi sociali semi-inesistenti? La stabilità lavorativa aiuta anche a gestire più serenamente le difficoltà familiari quotidiane. Per non parlare poi del clima familiare.
Intanto iniziamo a fissare parità di salario uomo-donna. Perché noi donne non siamo necessariamente tutte incubatrici dei futuri figli della patria. Il resto vien da sé.. Ognuna avrebbe modo di scegliere in base alle sue esigenze e non sarebbe vincolata a una norma ad hoc, il bonus, subordinata a una scelta precisa, la maternità.
Questi sono aspetti molto concreti, ma su cui spesso ci si divide e ci si schiera. Quando sarebbe preferibile stare unite. Questa tendenza a legiferare per il particolare e non per l’universale, crea automaticamente delle discriminazioni. La legge targettizzata è un fondamentale mezzo di propaganda, utile a raccogliere consensi, ma che crea grossi problemi e trattamenti privilegiati assurdi. Si sprecano risorse importanti, ma solo per riuscire a mantenere il consenso e il potere. Non ci sono progetti a lungo termine, perché quel che importa è il risultato oggi.
Ma allora perché sembra che alla maggior parte delle persone vada bene questo tipo di soluzione parziale delle questioni?
Non a tutti sta bene così, ci si interroga, ma sembra unicamente un parlare a vuoto. Perché?
Questa difficoltà di incidere nella realtà e di unirci per un cambiamento radicale, merita una riflessione.
Elena, rispondendo a un post che avevo pubblicato su Facebook, mi ha dato lo spunto per farlo.
C’è da registrare una profonda divisione, distanza tra i luoghi del femminismo, come anche del mondo ambientalista, rispetto ai luoghi decisionali reali o della vita quotidiana. I rischi sono di compiere analisi di analisi, che servono solo a un circolo chiuso. Il distacco non è un dato odierno, ma credo congenito. Consideriamo la libertà e l’emancipazione delle donne. Per molte sono sufficienti queste semplici enunciazioni, tradotte in un qualche diritto socio-politico sbriciolato e pronto all’uso. Mordi e fuggi, divori e poi passi ad altro, alla successiva urgenza, al successivo bisogno. Assente è la consapevolezza di come si arriva a quel diritto o libertà, che comporta una consapevolezza di sé e una presa di coscienza che certi punti di arrivo presuppongono una assunzione di responsabilità in prima persona. Quindi come colmare il buco? Come trovare un linguaggio che includa anche altri ambiti, se vogliamo meno elitari e chiusi, come costruire nuovi luoghi reali di azione? Ahimè è un vero arcano. Innanzitutto è un problema legato allo stare in gruppo, alle sue dinamiche e al naturale istinto verticistico, gerarchico, laddove ci sono forti resistenze a lasciare spazi ad altri/e. Aprire la finestra e ricambiare l’aria è molto complicato. Implica una messa in discussione del proprio ruolo, per molt* è difficile mettersi a disposizione, rinunciando alla propria figura. I personalismi sono una brutta piaga. Di solito sono le stesse persone affette da queste manie egocentriche ad accusare gli altri appartenenti al gruppo di scarsa democrazia interna. Il passaggio verso la realtà è pieno di ostacoli. Non è detto che aprendo spazi di azione nel proprio quotidiano/territorio si ottengano risultati apprezzabili, si rischia di rimanere comunque confinati a relazioni asfittiche e autoreferenziali. Qualche giorno fa annotavo la prassi “dell’armiamoci e parti”, che in un gruppo è devastante, perché viene meno il “fare insieme”. “Coagulare l’impegno” (uso l’espressione di Elena), per raggiungere obiettivi concreti, è veramente difficile, perché ognuno tira l’acqua al proprio mulino, oppure ti risponde che non ha tempo ed energie. Alla fine ognuno pensa a sé. Tutto finisce quando trovi il tuo posticino al sole e vieni assorbito dal flusso consueto, ordinario.
I miei tentativi di allargare, approfondire il confronto, progettare sono spesso fallimentari o mi lasciano un po’ di sconforto, ma non per questo mollo. Ma è anche e soprattutto una questione di autorevolezza, o meglio di “corsie referenziali” privilegiate. Nessuno ti ascolta seriamente se non hai un titolo, una posizione sociale e professionale dalla quale parlare. Per questo credo che i discorsi restino chiusi, in cerchie elitarie autoreferenziali. Si dà la parola solo a coloro che sono già a qualche titolo nel giro di quelli che contano. Anche se parlano di aria fritta, quella viene percepita come aria di montagna, pura e alta. Se solo riuscissimo a scendere un po’ sulla terra e lasciassimo un po’ di spazio ai non “referenziati”, giusto quel tanto che basta per un ricambio d’aria? Non è solo una questione di ricambio generazionale, perché il morbo è trasversale alle generazioni. Dovremmo aprire, coinvolgere e rischiare anche qualche critica. Perché, a volte ho l’impressione che i “guru” della situazione abbiamo paura dell’allargamento per non rischiare critiche e non perdere la vista dall’alto tanto faticosamente conquistata.
Spesso il fallimento dipende dal fatto che non tutti gli attori sono realmente coinvolti al 100%. Non ci si crede realmente, spesso la partecipazione non va oltre a quello che si farebbe in un club di bridge. Ma non per questo si demorde. Si cerca di far girare le idee, di fare piccoli passi per una maturazione culturale propedeutica a un futuro cambiamento, che non può prescindere dalle variabili economiche, produttive e istituzionali. Sempre che tutto non si perda e non si dissolva strada facendo. Per questo sono cruciali le convinzioni personali, altrimenti si fa moda e suppellettili di analisi e parole. Penso che scrivere (lo so, spesso sembrano parole al vento) possa servire a far passare le idee tra le persone e tra le generazioni. Ma presuppone l’esistenza di un percorso personale, un partire da sé. Se non scatta quella scintilla, le parole ti passeranno attraverso, senza lasciare traccia. Non è una missione donchisciottesca, se ci crediamo sino in fondo. Il cambiamento nella realtà passa attraverso il cambiamento di mentalità, delle idee e della cultura, quelle che girano e non restano chiuse nei “salotti buoni” asfittici.
Dobbiamo spingere per portare il dibattito fuori, far girare le idee là fuori. Non per leggerci o parlarci tra noi. Dobbiamo osare il femminismo, viverlo e diffonderlo. Sovvertendo le regole della veicolazione del pensiero e delle pratiche. Questo significa includere nei nostri dibattiti anche fattori economici e che fanno capo al sistema capitalistico. Altrimenti è tutto inutile, se non si parla di crisi del patriarcato, delle forme classiche del capitalismo e del modello culturale occidentale.

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Il cammino

Steven Kenny - The Rain Gown, 2008

Steven Kenny – The Rain Gown, 2008

Perdersi è anche cammino.

Ma non sempre è necessario essere forti. Dobbiamo respirare anche le nostre debolezze.

Clarice Lispector

Emma Watson mi ha commossa. C’è chi* la può criticare per il suo approccio e la sua forma di richiamo, si può anche dubitare sulla sua sincera partecipazione alla causa delle donne e così via. Procedendo così non si costruisce nulla. Vorrei per una volta non fare le pulci alle intenzioni o alle parole. Così come non sono per le inutili divisioni e gli schieramenti contrapposti tra (white) feminist e il resto del mondo femminista. Per una volta sgombriamo il campo da polemiche. Perché è sempre bello scoprire che il germoglio delle idee continua a fiorire e non smette mai di diffondere i suoi effetti positivi. Le idee libere, frutto di un percorso personale di presa di coscienza, sono l’unica nostra speranza di cambiare realmente le cose. Cos’altro è il femminismo, se non porre, mattoncino dopo mattoncino, le basi del cambiamento culturale di tutt@? Non è semplice, ma ogni qualvolta una donna comprende che c’è bisogno di farsi avanti, di far sentire la propria voce per chiedere parità, affinché venga rimossa quella cappa di ignoranza e di violenza che impedisce alle donne di esprimere liberamente se stesse, affinché i pregiudizi vengano superati, quell’istante diventa un momento importantissimo, un passaggio che ci avvicina sempre di più alla meta. La cultura in questo cammino è un’arma potentissima. Leggere, leggere, parlare, confrontarsi, porsi domande e non dare mai nulla per scontato. Rompere sempre gli schemi! Le rappresaglie* di cui è vittima ora Emma fanno parte della strategia vigliacca di chi ci preferisce mute e sorde. Ma io non intendo sprecare le mie energie per far cambiare idea a costoro, perché penso sia una battaglia persa. Questa mentalità misogina, violenta e cieca è fortemente radicata in essi, altrimenti non si esprimerebbero in quel modo. Il loro bersaglio non è più solo il nostro corpo, ma la nostra testa, che non si piega e non è sensibile alle loro minacce “rieducative”. Il lavoro che abbiamo davanti deve coinvolgere le donne e tutti coloro che hanno voglia di ragionare con noi e fare qualcosa per cambiare i disequilibri che affliggono i rapporti tra i sessi e la società. Personalmente mi preoccupa maggiormente sentire dire da una donna, ancor di più se giovane o giovanissima, che il femminismo è muffa o roba inutile. Il nostro compito è riuscire a parlare a queste donne, riuscire a fargli capire che il giorno in cui non ci saranno più discriminazioni come queste ed epiteti come quelli lanciati a Emma cadranno in disuso, sarà una liberazione per tutt@. Fino ad allora dovremo tener duro e non stancarci o lasciarci intimidire. Ci avvicineremo alla meta ogni giorno di più, per gradi, attraverso passaggi difficili, riflessioni, letture, dialoghi, scontri, dispersioni, errori, inciampi; saremo donne forti e fragili (perché no?!), con la consapevolezza che è il cammino stesso che ci formerà, farà da struttura portante a noi stesse e alle nostre idee. Sarà il cammino, ognuna a suo modo, che ci darà le maggiori soddisfazioni, anche se l’obiettivo ci potrà sembrare lontano. Un cammino dentro e fuori di noi, come presa di coscienza su noi stesse e come necessità di stabilire un dialogo/ascolto con tutt@ gli altr@. Molto meglio di me lo spiega Lea Melandri qui. Noi siamo in marcia verso quel mondo, quella società e quella cultura che non necessariamente riusciremo a vedere e a vivere di persona, ma che siamo certe vedranno la luce prima o poi! La pazienza e la perseveranza, che alcuni chiamano cocciutaggine, ci aiuteranno lungo il cammino. Stando unite, nonostante le incomprensioni e le differenti vedute sul metodo e sulle modalità con cui compiere i nostri passi. Come le donne spagnole. Perché l’importante è l’obiettivo comune e non mettersi a baccagliare su chi può parlare, come deve farlo, chi ne sa di più, chi è meglio, chi deve dettare la linea da seguire. Queste sono robe che disperdono solo energie e ci fanno sembrare scoordinate e divise. La presa di coscienza, a mio parere, non può essere qualcosa che cala dall’alto, ma è un percorso inizialmente personale, a cui giungere come singola, ma che per crescere rigogliosa e dare buoni frutti ha bisogno della dimensione collettiva. Non si è femministe per caso o per moda, ma per volontà, per una necessità di non essere spettatrici passive e comparse della nostra vita e della vita degli altri. È una voce che appartiene a tutte noi e che se risvegliata parlerà e si farà sentire.

* ringrazio il Ricciocorno per le segnalazioni 🙂

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Non è una gara

jane eyre

Da qualche giorno si è acceso un confronto su alcune affermazioni.
Cito da Un altro genere di comunicazione:

“Perché scrivere post su come l’immagine femminile sia svilita e rappresentata secondo stereotipi, sarebbe del tutto vano per noi se queste discriminazioni non potessero essere inserite in un quadro economico-sociale più ampio, che contempla al suo interno discriminazioni per colore della pelle, religione, orientamento sessuale.
Se il femminismo è scisso da questo tipo di riflessione più grande, che collega tutte le categorie discriminate ad un’unico oppressore, se il femminismo cade e inciampa nel discriminare esso stesso, forse femminismo non è, somiglia di più al girl power e da fare politica si passa a fare solo costume”.

Vorrei soffermarmi su una questione. Probabilmente, c’è stato uno scivolone involontario, ma rappresenta per noi l’occasione per ragionare un po’. L’indignazione (che si può ben capire) di Lorella Zanardo deriva dal fatto che la violenza sulle donne, dalle mille sfaccettature e fattispecie, non riesce a coinvolgere l’opinione pubblica in modo significativo. In pratica non suscita lo stesso netto rifiuto e non infiamma a sufficienza gli animi. Zanardo, che fa un prezioso lavoro, rischia però di inficiare tutto, perché compie un errore, forse dettato dall’impeto del momento. Il femminismo non dovrebbe cadere nella trappola della torre d’avorio e di voler in qualche modo “escludere” tutto il resto, tutte le altre problematiche e tutt*. Sarebbe una discriminazione dettata da una cecità molto pericolosa, che potrebbe inviare messaggi totalmente sbagliati. Sarebbe coltivare uno sterile orticello, in cui ci parliamo solo tra di noi, fregandocene del resto del mondo, ma pretendendo che tutto il resto del mondo ci degni di attenzione e ci metta in cima alle priorità. Invece dobbiamo essere nel mondo, parte di esso e interpreti sincere e obiettive di ciò che accade, senza pretendere di creare scale di priorità delle discriminazioni e delle ingiustizie. Non siamo in una gara, non dovrebbe accadere quanto meno. Il pericolo reale è che il nostro diventi un femminismo astratto, slegato dal contesto socio-culturale generale, con la mania di misurare quanto siamo diventate rilevanti, quanto valiamo rispetto agli altri, quanto le nostre lotte sono più importanti o meno delle altre. Decisamente fuori strada. Il femminismo corre il rischio di trasformarsi in una forma di ignoranza, di intolleranza, come tanti altri fenomeni. Anziché scontrarci su chi deve avere la priorità o maggior spazio sui media o nell’agenda politica, forse occorrerebbe dar vita a una Leitkultur (cultura dominante, cit. Slavoj Žižek) emancipatrice, in grado di accogliere in sé tutte le battaglie (razzismo, omofobia, diritti delle donne ecc.) come se fosse un’unica grande rivoluzione universale contro ogni forma di discriminazione, violenza, violazioni di diritti fondamentali ecc. Non dobbiamo aver paura di perderci in un mare più grande, perché al contrario sono i rivoli di acqua stagnante che ci devono far paura e che non possono portarci da nessuna parte. Dovremmo sentire di essere parte di un sommovimento necessario su più fronti e livelli, che devono ragionare insieme attraverso vasi comunicanti e senza la spocchia o la smania di salire sul gradino più alto. Dobbiamo costruire un progetto universale condiviso (composto dalle molteplici lotte in corso) e lottare per la sua realizzazione. Altrimenti i nostri progetti resteranno asfittici e non saremo state in grado di condividere il cambiamento necessario. Dobbiamo stare con i piedi ben piantati in quella terra che tutti i giorni condividiamo con tante altre persone, che lottano come noi. La politica delle donne non è da intendersi unicamente come perfettamente assimilabile (e coincidente con) alla partecipazione attiva attraverso strumenti come partiti politici e una presenza nelle istituzioni. La politica delle donne è partecipazione, in varie modalità, all’interno della comunità. Fare politica non coincide con la tessera di partito, ma è la nostra azione quotidiana per incidere nella comunità sociale, cercando di migliorare qualcosa. La politica non è protagonismo (quella è solo smania di carriera), ma lavorare con umiltà, credendo veramente in quello che si fa. La mia visione è utopica? Forse sì, ma questa sono io.

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Uno spazio ontologico nuovo, tutto per noi

SOGNI - VITTORIO CORCOS

SOGNI – VITTORIO CORCOS

 

La maternità, la nascita, l’essere donna, figlia e poi madre, il rapporto tra corpo materiale e pensiero. I percorsi e le analisi di Daniela Pellegrini toccano tutti i livelli di queste staffette. Sono tornata sul testo di Daniela Pellegrini, perché vorrei tentare un primo esercizio per mettere a fuoco questi passaggi. Sarà un flusso libero di pensieri.
Non penso che ci sia un istinto materno, quel quid che ti porta a desiderare di essere madre, anche se una mia amica me ne attribuiva i sintomi e le caratteristiche già prima che diventassi madre. Penso che il desiderio sia un processo naturale che avviene (come può anche non avvenire) quando ci sono più concause favorevoli, tra cui il compagno “giusto” e una certa stabilità emotiva ed economica. Ma non bisogna dare nulla per scontato, non è detto che l’istinto materno alberghi in ognuna di noi e nelle medesime forme. Per questo penso che la decisione debba essere ponderata bene, essere madri può essere a volte faticoso, estenuante, se poi diventa un’imposizione, la strada è in salita non solo per sé, ma anche per il figlio. Si tratta di un impegno a lungo termine e che implica un cambiamento radicale in noi stesse. Dobbiamo essere pronte ad accettare un numero enorme di piccoli grandi cambiamenti. Si tratta di un cammino che si intraprende affidandoci al futuro, alla nostra capacità di adattamento e di trovare le risorse giuste dentro di noi per superare ogni cosa. Ogni giorno sarà da inventare e ci sarà qualcosa che ci stupirà. Non dovremo costruire nulla, perché ogni cosa si costruirà da sé. Non serve fare le “provviste” emotive e pratiche per essere genitori. Non serviranno. L’improvvisazione sarà l’unica regola e bussola di vita. Ti capiterà di accorgerti che tuo figlio ha un suo carattere e una sua “indipendenza” caratteriale sin dal primo giorno. Ti scontrerai e sarà giusto che sia così. Ti sveglierai in una nuova dimensione, plurale, caotica e costellata di errori. Avrai una quantità enorme di dubbi, debolezze, umori diversi, sarai una nessuna e centomila donne. Sarai felice quando tua figlia a due anni ti darà torto, dicendoti “hai sbagliato mamma”, mentre magari cambierai parere quando sarà adolescente e sarà in perenne conflitto con te. Avrai modo di capire che punti di riferimento non ce ne saranno mai.
Ho vissuto la mia maternità in punta di piedi, giorno dopo giorno, lentamente, guardando i piccoli momenti quotidiani, quasi come se non volessi vedere evaporare quel percorso unico. Non ero proiettata al momento del parto, se non con l’approssimarsi della fine delle 40 settimane. Ero concentrata sui singoli istanti, quasi a volermi proteggere da qualsiasi evento. Caratterialmente sono sempre stata così, avanzo quasi cieca, non mi piace programmare, per la paura di compromettere tutto e di vedere svanire ogni progetto. Non sono donna da progetti (quelli vanno bene solo al lavoro), amo godermi il susseguirsi degli eventi. So che non fa bene mettersi di traverso. Combatto con fragile realismo. Diciamo che la frase della mia ginecologa, “sa benissimo che i primi tre mesi sono i più delicati e che tutto può succedere”, mi è rimasta appiccicata ben oltre il primo trimestre e ha trovato terreno fertile nel mio istinto e nel mio approccio con le cose. L’ineluttabilità degli eventi. Ho proseguito la mia vita normalmente, finché il mio corpo non mi ha dato i primi segnali di warning e sono stata costretta a rallentare. Il mio corpo stava facendo, mentre stranamente il mio pensiero ha avuto un periodo di rallentamento. Solitamente mentalmente iperattiva, le mie attività di pensiero si sono ridotte, sono stata assorbita dai colori e dagli schemi del punto croce, attività che stranamente mi tornava piacevole. Non ho mai riflettuto veramente sui pericoli a cui andava incontro il mio corpo. Come se la maternità non fosse pericolosa per la mia salute. Sicuramente ero incosciente. È stata la prima volta in cui il mio corpo si è fatto estraneo alle mie attenzioni e ho messo al primo posto quella che sarebbe diventata mia figlia. Questo non mi ha impedito di cercare di alleviare le conseguenze della gastrite che mi ha accompagnata negli ultimi 30 giorni. Ho iniziato il percorso di allontanamento da me stessa, dalla centralità del mio corpo. La gravidanza può rappresentare non solo la nascita di una nuova vita, ma una rinascita per chi quella vita ha generato. Nella gravidanza si sperimenta concretamente il dualismo conflittuale tra i due istinti di Freud, di vita e di morte. Solo la donna ha il privilegio e può sperimentarne biologicamente e non solo, i termini e le implicazioni di questi due istinti. Sono processi che avvengono automaticamente e nella maggior parte dei casi restano sommersi, all’interno di una gestione e una costruzione tutta patriarcale del divenire genitrici. Perché in qualche modo, la maternità per secoli è stata una delega del maschio alle femmine, come se il conflitto tra i due istinti dovesse essere risolto dalla donna, ma sempre in funzione della supremazia della vita. In qualche modo penso che sia come dice Daniela Pellegrini a pag. 59: “la mia ri-produzione avrebbe cancellato il mio corpo, il mio significato, una volta per tutte”. Io aggiungo che questo processo di cancellazione si riferiva al “prima”, alla Simona che ero stata prima di generare. Daniela ha cercato un riscatto della mente, del prodotto intellettuale su un corpo negato, ma nel mio caso, penso che il processo di trasformazione e di passaggio abbia segnato ogni pezzetto del mio essere originario. Ho sempre avuto la netta percezione di quali fossero i momenti di passaggio nella mia vita e di quanto fosse possibile suddividerla in fasi. Le fasi non sono quasi mai soggette a una nostra scelta, bensì sono il frutto di un cambiamento, di un bivio naturale, spesso involontario. La scelta sta solo nel nostro assecondare o metterci di traverso agli eventi, cercando di plasmarli a nostro piacimento. Ciò che desideriamo è un’aspettativa a priori su qualcosa di sconosciuto, che avverrà o meno. Il nostro progetto di vita è un affidamento su basi che solide non sono, ma fermarsi non si può. Bisogna spingere più in là lo sguardo e cercare di guardare cosa c’è nella fase successiva. Lo facevamo continuamente quando eravamo piccoli, le prime fasi della vita sono molto più frenetiche e più ricche di “passaggi”. Siamo stati tanto “coraggiosi” da bambini e poi rischiamo di irrigidirci con l’età. La mia maternità si può paragonare a un ennesimo salto con l’asta nella mia vita, questa volta in “doppio”, anzi in “triplo” includendo il papà. È stato come aprire un cammino parallelo al mio.
Ho più volte constatato che per molti ero preziosa nel mio essere portatrice di vita, diventando un po’ meno preziosa dopo la nascita di mia figlia. Come se si trattasse di un rispetto condizionato, subordinato e finalizzato. Questo si è palesato nel mio ambiente di lavoro, in cui all’improvviso ero diventata un problema delicato, difficile da “gestire”, quanto meno fino ai tre anni di mia figlia, a causa di una legislazione che per i datori di lavoro è come la peste. Ho iniziato a capire il concetto di involucro con rilevanza secondaria, quasi nulla, che alcuni antiabortisti prediligono. Per alcune persone valiamo solo in funzione della nostra capacità di procreare, ‘alienazione sacrificale del corpo di donna’. L’aborto segna la negazione di questa idea, perché la donna decide al posto di un diritto, potere, possesso maschile sul suo corpo e sul nascituro. Ho compreso attraverso le trasformazioni di corpo e mente quanto sia complessa questa fase del diventare madre. In prima battuta c’è da attraversare la fase che ci vede madri di noi stesse, tramite il processo di identificazione semplice con la madre, di madre in figlia (Kereny, pag 229 Una donna di troppo). Occorre rielaborare questa identificazione e in qualche modo superarla, diventando noi stesse, un unicum diverso e irripetibile. Successivamente, occorre essere disposte a una ulteriore trasformazione. Come se si dovesse passare attraverso la negazione di sé per creare. Il giudizio su me stessa ha subito uno slittamento. Se prima era su me stessa, ora diventava su di me in quanto madre. Forse il “prendersi cura”, l’essere madre è in primo luogo verso noi stesse, ma non sempre si sviluppa come un “tendere” verso l’esterno, con desiderio di procreare una vita. Il progetto, la propensione al diventare madri non sono scontati e appartengono unicamente alla nostra storia personale, irripetibile e da rispettare. Dobbiamo chiedere che ogni scelta sia libera e rispettata. Anche perché il desiderio di maternità è un sentiero emozionale confuso, dai contorni incerti in quanto si tratta di un’esperienza eccezionale, unica, soggettiva, con esiti molto imprevedibili. Tra il desiderio, il progetto e il diventare madre c’è un percorso pieno di punti interrogativi e di sfide. Ciò che vale per me non è detto che valga per un’altra donna, anzi quasi mai. Ad esempio, riflettevo su una cosa che mi ha detto mia madre. Sostiene che non essendo sufficientemente paziente, su quale scala poi si misuri la pazienza materna me lo deve spiegare, non sono adatta ad essere madre. Eppure lo sono e cerco di fare del mio meglio. Non esiste un “essere adatta a” qualcosa come l’esser madre, ognuna lo è a suo modo e basta. Liberiamoci del vademecum della maternità doc. Liberiamoci del modello di donna doc, scegliamo di vivere fuori dai marchi di qualità, scegliamo di essere solo ciò che vogliamo essere. Liberiamoci anche del carico di aspettative che possono piovere su di noi. Io e mio marito abbiamo fatto e faremo i salti mortali per far crescere nostra figlia e nessuno può venirci a criticare. Nessuno può ergersi a giudice, se non vive le situazioni in prima persona, quotidianamente. Essere paziente per mia madre è lasciar fare a mia figlia tutto, concederle ogni cosa, per evitare di rovinarle il carattere con i miei rimproveri. Salvo poi criticarmi perché non la so educare. Rovino mia figlia se cerco di farle capire i limiti, una mia ‘colpa’ tipica. Ecco che i punti di vista cambiano e si rivelano inefficaci.
Forse si è inceppato qualcosa nel mio meccanismo di passaggio da figlia a madre. Forse ciò di cui bisogna liberarsi è il giudizio sul proprio valore che proviene dalla propria famiglia di origine. Non c’è nulla da perdonare o da accettare, solo da superare. Sono tante le persone dispensatrici di consigli anche non richiesti, spesso parlano senza sapere nemmeno i contorni, ma emettono giudizi e sentenze. Sono da sorpassare. Io non rivedo me stessa in mia madre, siamo troppo diverse, come mentalità, carattere, opinioni, modelli, ogni cosa. Non riesco a intraprendere una riconciliazione simbolica entro il rapporto madre/figlia. Oggi sono una persona diversa per fortuna dal modello che i miei genitori avevano scelto per me. Il parto pone una cesura, una distanza e una separazione tra madre e figlio, difficile da immaginare, comprendere ed accettare, ma questi passi vanno compiuti. So che io non sono immune da quel naturale istinto protettivo-migliorativo a sostegno del figlio. Mi auguro che nonostante i mille errori inevitabili, io riesca a fare anche qualcosa di buono.

In questi giorni sto leggendo alcune interviste a Simone de Beauvoir (Quando tutte le donne del mondo.. – Giulio Einaudi editore, 2006). Le sue parole pronunciate negli anni 60-70 sono in buona parte adattabili alla situazione odierna, un ritratto della situazione femminile che potrebbe essere ripreso in modo identico, quasi senza eccezioni. Spietate ma vere le sue parole sulla donna che passa da uno stato di lavoratrice a uno di casalinga. Ma devo precisare che la crisi e la sofferenza di cui spesso soffre, dipende da un’oppressione esterna, che la vuole schiava di un ruolo non scelto. Non è il ruolo reale di moglie e madre che la opprime, bensì quegli sguardi dispiaciuti di chi dall’esterno la giudica come fallita e non realizzata. Ti portano a sentirti male e frustrata, perché non è concepibile altro. Forse si è generata una ulteriore frattura, il lavoro come unico modello di vita per la donna per affermarne l’esistenza e il valore. La scelta ancora una volta non è appannaggio delle donne. Ancora una volta la strada è prestabilita da qualcun altro. Ti devi subire le etichette, gli sguardi che deplorano la tua condizione. Vai in paranoia perché non sai più chi sei, se alla fine quella donna ricostruita a tavolino è o meno quella reale. Le paure di aver compiuto la scelta sbagliata hanno il sopravvento, perché ci tengono che tu avverta la colpa o l’errore. Ancora una volta siamo stritolate e l’emancipazione sembra passare solo attraverso esistenze funamboliche, subappaltate magari a qualche altra donna che faccia le tue veci di angelo del focolare. Si susseguono miti di donne tuttofare, in grado di sostenere ogni cosa da sole, ci raccontiamo tante frottole per soddisfare il modello che oggi è considerato vincente e irrinunciabile. Ci facciamo strizzare, comprimere per essere quelle donne perfette come ci chiedono gli altri, il sistema sociale ed economico. Ci dibattiamo su quale sia la scelta giusta, quando non esiste. È palese che la crocifissione in virtù di una scelta perfetta non va bene. Non esiste, una e una sola ricetta. Saranno tutte ugualmente fallimentari, finché non cambierà il sistema produttivo, i rapporti sociali e culturali. La mancata piena emancipazione femminile è fondata sul mantenimento di donne perennemente traballanti, qualunque sia la loro scelta. Ci vogliono così, perché disunite, fragili, piene di sensi di colpa, affannate, tremanti, angosciate, siamo più controllabili e ci possono tenere sotto dominio, palese o celato. Incelofanate e pronte al multiuso. Dobbiamo imparare a sbarazzarci di sistemi di vita preconfezionati e marchiati come vincenti e socialmente approvati. Costruiamone di nostri, autentici. Sicuramente sbaglieremo, ma almeno saremo in grado di esserne consapevoli.
È un po’ lo stesso discorso che compie Simone de Beauvoir nella sua prefazione a Un caso di aborto, del 1973 ( qui ). Dobbiamo riuscire a interrompere i meccanismi che rendono la donna asservita alla maternità, rendendola un evento scevro da elementi negativi, lontano dai progetti di oppressione a cui la donna è sottoposta fin dalla nascita. La maternità, frutto di una libera scelta, non dev’essere più il mezzo per sottomettere la donna, ma un processo da scegliere e da costruire consapevolmente. Dobbiamo liberare la maternità e le donne da un carico di pregiudizi e di costrizioni o gabbie psicologiche, perpetrate nei secoli. Siamo donne ed è questo l’unico legittimo punto di partenza, da vivere poi ognuna a proprio modo, secondo i propri desideri e inclinazioni.
Cito ancora Daniela Pellegrini: “non è nel definirsi madri o figlie, ma nel nominare il desiderio di sé, la libertà di essere donne” (pag 123, Una donna di troppo).
Dobbiamo partire dalla conoscenza, dalla consapevolezza, dalla coscienza del nostro io e lottare affinché non venga schiacciato, ma sia sempre rispettato e libero di esprimere il suo potenziale. La testimonianza della de Beauvoir è un valido strumento per capire cosa accadrebbe se tornassimo a rendere illegale abortire. Questo è uno dei tanti segnali che ci devono far preoccupare e dire con forza #maipiùclandestine.
Simone parlava in un contesto diverso da quello attuale. Lei auspicava una rivoluzione socialista (che la de Beauvoir poi comprese meglio, capendo che la lotta di classe non necessariamente avrebbe portato un miglioramento per la condizione della donna, lotta di classe non necessariamente risanante della lotta tra i sessi), un superamento del sistema produttivo capitalista, un cambiamento culturale, che portasse a smontare le strutture familiari, coniugali ecc. L’emancipazione passava per un netto rifiuto del matrimonio (era un elemento centrale anche del Manifesto di rivolta femminile di Carla Lonzi del 1970, qui), della famiglia e della maternità, con la creazione di strutture nuove (collettive/izzate, in stile platonico?) che sostituissero la donna nei suoi ruoli di cura. L’emancipazione passava attraverso l’indipendenza economica e il lavoro, che in un contesto di piena occupazione sarebbe stato più facilmente accessibile anche per le donne. Le parole di Simone, appaiono fragili sotto il peso dei decenni trascorsi. In questo caso vacillano, perché non ha potuto assistere a tutte le distorsioni che sono accadute nel frattempo. Il lavoro non ha prodotto una liberazione reale per la donna, che avendone accettato meccanismi e regole create dagli uomini, ha visto nascere nuove forme di schiavitù e nuove fatiche, a cui non sono stati posti rimedi, eccetto il solito faidate. Il mancato sviluppo di modelli e soluzioni autonome, non ha consentito alle donne di intraprendere percorsi migliorativi. Siamo diventate delle lavoratrici, con diritti inferiori, difficoltà maggiori, impelagate nel nostro affanno quotidiano per conciliare famiglia e lavoro. Ibridi sempre vincolate a soluzioni estreme. Non è cambiato molto e tuttora la discriminazione è pane quotidiano per tante, troppe donne. Non ci siamo nemmeno svincolate dalle forme più sgradevoli per far carriera, bruciando le tappe e senza possedere né talento, né preparazione adeguata. Assistiamo a stuoli di donne che per affermarsi scelgono di essere le compagne di uomini di potere, di successo, mercificando se stesse per raggiungere velocemente posizioni altrimenti precluse. Siamo ancora una volta subordinate a un uomo, oggetti e soggetti di un consumo ignobile. Se questi sono i meccanismi che hanno ancora spazio per poter emergere mi dispiace, ma siamo molto lontani da quella rivoluzione culturale e reale che doveva scardinare patriarcato, consuetudini che prevedono sempre il Pigmalione di turno per garantire un ruolo che altrimenti la donna non avrebbe. Mi dispiace, ma se accettiamo di essere mogli, compagne, figlie di un Tizio solo per avere la strada spianata ci condanniamo da sole alla fossa dell’inutilità. Non può valere il motto che il fine giustifica i mezzi, non per noi, che dobbiamo aspirare ad affrancarci da certi meccanismi che vanificano ogni tentativo di affermare il vero valore della donna. Dobbiamo scardinare queste pratiche e avere il coraggio di investire solo su noi stesse. Dobbiamo insegnare alle nostre figlie che quel tipo di donna in carriera non è un modello positivo, da seguire, ma che la strada deve essere autonoma, frutto di un faticoso e operoso lavoro di costruzione del nostro edificio intellettuale e di saper fare. E se le nostre madri hanno ancora promosso la scelta del partner giusto, solo in funzione del suo denaro o del suo status, dobbiamo avere il coraggio di gettare alle ortiche questi cattivi consigli. Il coraggio sta nell’interrompere queste catene e scegliere senza queste pseudo strutture di idee marce. Finché ci appoggeremo a un uomo per la legittimazione del nostro valore e misura del nostro essere, saremo sempre le sconfitte e le perdenti di un gioco che noi stesse avremo alimentato. Altrimenti avranno ragione i Berlusconi e gente simile.
Vi consiglio questi passaggi di Daniela Pellegrini ( qui ). Condivido il suo sconcerto nelle modalità che molte donne hanno scelto per il loro stare nel mondo, quando si permette uno sfruttamento e inglobamento di ogni voce di donna. Il desiderio di visibilità, di potere, di vincere, di affermarsi ci asservisce agli orizzonti creati dagli uomini, barattiamo la nostra autonomia nel nome di un esserci effimero, che non ha alcun spessore o anelito ampio. Resta un percorso individuale, spesso fine a se stesso. Ecco che i nostri orizzonti di donne si rimpiccioliscono e si avviliscono. “è facile riconoscere che ognuna di noi è attraversata, costruita e sedotta dall’Unico mondo Parlante e Funzionante, quello dell’uomo, ma esso è Unico perché ha neutralizzato perfino la nostra capacità di prospettare altro, perfino in presenza reale nel mondo di altre culture, altri valori, altre strutture materiali e psichiche. Forse perché la potenza dell’Uno, quello occidentale in primis, sta stravolgendo anche quelle”. Cosa ci induce a metterci in relazione con questo mondo, nel tentativo di modificarlo? La scelta dello stare nel mondo, nel mondo creato dagli uomini, sottintende l’esistenza delle differenze di genere e in questo prevede una struttura dialettica duale, uomo-donna, che sarebbe da superare, in quanto è stata la causa principale della nostra subalternità storica al maschio. Due non è abbastanza, citando Daniela. Da qui nasce l’esigenza di una terza posizione, “un relativo plurale di ogni differenza, e perciò di ogni parzialità di soggetti e di soggettività”. Quello che Daniela chiama libertà: “lo spostamento dei rapporti binari dal fuori di sé al dentro di noi, tra noi, segnerà la nascita di un altro luogo, quello del relativo plurale, complesso, mobile, relativizzante che darà conto della nostra differenza e di tutte le parzialità del mondo”. Un mondo alternativo rispetto a quello che conosciamo, in cui ci saranno tutti e potremo esserci noi donne e sarà giocato sulla reciprocità, i rapporti non si baseranno più su relazioni di dipendenza. Spero di non avere distorto il pensiero di Daniela e di averne dato una lettura corretta. Si tratta di un processo complesso che a mio avviso potrebbe aiutare a superare molti conflitti e impasse.
Tornando alla de Beauvoir, non condivido il passaggio, secondo cui la maternità sarebbe un impedimento per le donne. Non è perdendo i pezzi che possiamo pensare di ottenere un miglioramento reale e automatico. I passi in avanti devono esserci e devono consentire alle donne di scegliere se e quando sposarsi, creare una famiglia, avere dei figli e tutte le altre scelte che si possono fare nella vita. Sarebbe troppo semplice annientare questa o quella pratica, per dire di aver risolto il problema. Non tutte vogliamo necessariamente la stessa vita, con le stesse tappe o con le stesse caratteristiche. In Simone manca la capacità di guardare oltre la propria lente, di percepire come possibili altre scelte. Così come non comprendo la sua visione elitaria e per categorie del movimento delle donne, come se ci fossero gruppi o soggetti più o meno degni di portare buone energie alla causa delle donne. Come se essere madre e moglie automaticamente non consentisse di apportare vantaggi per le donne, non consentisse di essere una sincera e capace attivista. Nessuna donna può essere lasciata fuori dalla causa femminista, considerata come persa. Nessuna generazione deve essere considerata perduta (pag 106, Quando tutte le donne del mondo..) questo continuo guardare alle generazioni future come le uniche degne depositarie di un successo ci porta a perdere importanti occasioni. Come se la coscienza e la propensione al cambiamento non potessero germogliare e crescere rigogliose in tutte le donne, solo perché Simone le vede schiave di un matrimonio e dei figli. Simone cerca di mettere una toppa con le sue scuse e il suo ripensamento, ma il suo errore di fondo resta in tutta la sua alterigia, miopia e superficialità ( qui ). Per fortuna, nessuno oggi si sognerebbe più di scrivere certe cose con una tale leggerezza. Il movimento delle donne ha perso pezzi e occasioni importanti forse proprio a causa di questi allontanamenti. La causa è di tutte le donne o di nessuna, il cambiamento a cui dobbiamo anelare deve essere per tutte e tutte devono essere libere di partecipare e di concorrervi. Ognuna con le sue forze, risorse, idee, progetti, contesti familiari e sociali diversi: in ognuna di noi può scattare la scintilla che sarà importante per il cambiamento comune. La visione elitaria di una Simone, chiusa nella sua torre d’avorio, gelosa del suo progetto intellettuale, non contempla le donne reali, quelle molteplici sfaccettature dell’essere donna. Per lei il quotidiano non è faticoso perché ha tagliato ciò che le avrebbe impedito di compiere il suo percorso, e lo ha potuto fare grazie alle ampie possibilità economiche e di status sociale di cui godeva. Se fosse stata impegnata e affannata nelle faccende del quotidiano non si sarebbe mai permessa di criticare le scelte altrui. Nessuna deve farlo con nessuna. Simone ha inciampato nel suo essere di fatto una privilegiata, incapace di contemplare le molteplici forme che può assumere il variegato universo femminile. Dai suoi discorsi traspare un certo biasimo per tutte quelle donne che, troppo deboli ai suoi occhi, hanno ceduto e non si sono sapute affermare ed emancipare. stesso discorso per tutte coloro che non lavorano fuori casa. Salvo poi quantificare e chiedere un riconoscimento per tutte le ore di lavoro compiuto dalle donne tra lavori domestici e di cura. La de Beauvoir oscilla e non riesce a trovare la quadra, poiché ella stessa avverte la debolezza e l’inconsistenza delle sue tesi. Nonostante dichiari che la scrittura del Secondo sesso abbia modificato la sua percezione della questione femminile, a mio parere resta una convinta e inguaribile collaborazionista della classe privilegiata degli uomini, come si autodefiniva lei stessa descrivendo gli inizi della sua carriera ed esistenza ( qui ). Resta sempre incredula di fronte alle concrete difficoltà della stragrande maggioranza delle donne. Purtroppo sembra sempre ragionare da un piedistallo. Le battaglie con la puzza sotto il naso non mi sono mai piaciute e alla fine nonostante tutto, Simone de Beauvoir difetta in questo. La nostra gabbia non sono necessariamente i meccanismi coniugali o i figli, ma sovrastrutture più elevate, complesse, anche e soprattutto culturali, istituzionali, produttive. Sento di poter condividere con Simone la questione della trasformazione delle strutture economiche ( qui). Ma non penso che la liberazione della donna passi unicamente attraverso il lavoro, il denaro e il potere. Questo rappresenta l’adesione a un sistema di valori maschili, come se fossero gli unici valori possibili, esistenti e praticabili. Lo abbiamo visto con i nostri occhi che questi miti e valori maschili ci hanno portato fuori strada, illudendoci di poter esistere attraverso meccanismi che ci erano estranei (vedi qui pag 197, di Daniela Pellegrini). La liberazione dev’essere culturale, mentale, ideologica, prima di tutto. Possibilmente di pari passo con una maturazione maschile. Altrimenti i cambiamenti pratici non saranno duraturi e diffusi. Ci dev’essere una rinascita che metta in discussione e sappia rifondare i pilastri sociali e culturali dei rapporti tra i sessi. Ma lo dobbiamo volere e dobbiamo crederci e lottare fino in fondo. Concordo con quella che Daniela Pellegrini chiama rivoluzione ontologica, che può partire dalla nostra differenza, cercando però di superare dicotomie, contrapposizioni fondate sulle differenze di genere. Non dobbiamo perseguire il primato di nessuno dei due sessi. Dobbiamo ridimensionare ma non eliminare la differenza di genere. “La nostra differenza deve emergere con estrema forza e autorevolezza. Da essa può riemergere la complessità del tutto e la parzialità di ogni differenza. In essa ognuna troverà accoglimento etico nella reciprocità e rispetto. E non solo tra donna e uomo, ma tra donna e donna, tra uomo e uomo, materia spirito, singolarità e trascendenza” (pag 134-137, qui, Daniela Pellegrini). Questo è il nuovo spazio ontologico a cui dobbiamo lavorare, quello delle donne.

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Due parole sulle “scie” antifemministe

Magritte, Tentativo impossibile (1928)

Magritte, Tentativo impossibile (1928)

Interrompo la mia pausa estiva, per scrivere questo post. Concordo con la ricostruzione fatta qui da Eleonora Cirant e mi preme spendere due parole su alcuni punti. L’oppressione non è mai passata, la condizione della donna è tuttora ingabbiata in ruoli umani fissi, inferiori, subalterni, culturalmente e socialmente visti come perdenti. La differenza biologica è propagandata sulla base di una scontata inferiorità della femmina rispetto al maschio, e questa manipolazione avviene lentamente, per tutto l’arco educativo che porta i bambini a diventare adulti. Così appare ancora viva e vegeta una certa suddivisione dei valori vincenti “maschili” (potere, aggressività, autorità, forza) rispetto a quelli perdenti (seppur necessari e strumentalizzati dall’uomo, subordinazione, dedizione, dolcezza, altruismo, spirito di sacrificio) tradizionalmente etichettati come appannaggio dell’universo femminile. Questa suddivisione in ruoli di genere è tuttora viva e vegeta e adoperata per organizzare la nostra vita sociale e adattare, incasellandoci, le nostre esistenze a un sistema socio-economico ben preciso. Pertanto, non mi sembra che culturalmente siamo così progrediti dal poter fare a meno di un dibattito collettivo sul tema oppressione. Basterebbe questo punto per giustificare la necessità di un movimento delle donne, oltre ai chiari e precisi richiami storici e alle lucide argomentazioni della Cirant. Ma ne voglio aggiungere un altro: lo sfruttamento. Mi direte che non ha confini di genere, ma per la condizione femminile, esso acquista dei significati e delle caratteristiche peculiari: che vanno da quelle legate agli aspetti biologici – sfruttamento sessuale, emotivo-psicologico (connessi al ruolo di cura, di madre, moglie, altri, che portano sempre a mettere al secondo posto i propri desideri), procreativi (piacere, contraccezione, aborto, maternità) a quelli tipici dello sfruttamento economico e classista dei lavori fuori dalle mura di casa. In tutto questo magma che tende a mantenere il ruolo delle donne subordinato, schiacciato verso il basso (lo si può notare anche nelle differenze salariali), oppresso e utilizzato all’occorrenza, sempre in funzione dei bisogni e delle finalità maschili, c’è ancora molta strada da compiere. Perciò, ritengo che questo sguardo falsamente orientato all’umanità tutta, sia pericoloso. Perché se al movimento delle donne sostituiamo un confuso movimento con velleità generaliste o generiche, rischieremo di affidare la soluzione di tutte queste questioni che ancora affliggono le donne a un indistinto genere umano, che guarda caso potrebbe essere maschile, con risultati ovvi. Non abbiamo bisogno di fare squadra noi donne? Meglio abbandonarsi ai progetti paternalistici che gli uomini potrebbero essere in grado di forgiare per noi? Vogliamo essere docili ancelle pronte all’uso? Preferiamo emulare gli uomini per avere anche noi una fetta di torta? No grazie, per quanto mi riguarda. Così come non mi affido a presunte sacerdotesse o presunte paladine femministe, ma preferisco essere parte attiva e non passiva del cambiamento necessario. La storica pratica dell’affidamento mi va stretta e per favore non riproponeteci una brodaglia indigeribile già alle origini (anni ’80). C’è troppa gente che lucra sopra al femminismo, ma il movimento è nostro, di tutte noi, all’unisono e siamo ancora qui, nonostante qualcuno cavalchi altre onde e ci dia per vecchie streghe e carcasse ideologiche di un tempo passato. Il movimento è più vivo che mai, con le nostre anime piene di nuove idee e di energie! La politica delle donne deve partire da sé, in un percorso di scoperta personale senza dover subire imboccate altrui. Ognuna deve attraversare il tortuoso percorso che porta a una vera conoscenza/coscienza di sé, scevra da sovrastrutture che non sono scelte, ma interpretazioni coatte. La presa di coscienza non è data per sempre, ma è un percorso che va tenuto vivo, di generazione in generazione. Il dibattito va mantenuto vivo. Il movimento è plurale, pulsante di mille diverse modalità per cercare di trasformare la nostra realtà. Negare i conflitti tuttora in atto significa voler mettere la polvere sotto il tappeto, pacificare artificialmente contraddizioni che non sono affatto risolte. Mi sembra che sia stata cancellata dalla nostra memoria la teoria della differenza, che ha fatto parte dei principali fattori di innesco di tutto il movimento delle donne. Mi sembra che si debba sempre ripartire da zero, spiegando l’abc, come se si fossero archiviati decenni di riflessioni e di passaggi fondamentali. Vi consiglio questo articolo di Žižek, che anche se parla dello stato delle nostre democrazie occidentali malandate, tocca da vicino un tema che riguarda questo mio post. Il bombardamento di ‘libere scelte’ imposte da altri, molto spesso si rivela portatore di bavagli pericolosi. Spesso le scelte che ci sembrano frutto di una nostra libertà sono solo il risultato di una manipolazione esterna, che frena il vero cambiamento e ci rende schiavi inconsapevoli di un sistema decisionale al di sopra delle nostre teste. Ci fanno pensare che siamo libere e che il peggio è passato, per inscatolarci meglio nei ruoli che più rendono agevole il controllo e lo sfruttamento economico, sociale ed emotivo. Ci vendono delle libertà preconfezionate e predigerite, studiate apposta per renderci mansuete e soddisfatte. Molte di noi ci cascano e prendono al volo l’esca. A proposito di libertà femminile, vi consiglio alcune considerazioni che Simone de Beauvoir faceva nel corso di un’intervista del 1976, qui un estratto (Quando tutte le donne del mondo.., Einaudi, pag 159-160, 166-167).
Ho come la sensazione che dietro queste trovate di comunicazione, come le antifemministe, ci sia solo la volontà di strumentalizzare le donne, di mettere le donne contro altre donne. Come ho già detto in passato, ci preferiscono disunite, spaccate, per non perdere il controllo su di noi. Chiamateci come volete, non sono le etichette a qualificarci, a dare spessore alle nostre battaglie, a dare forma alle idee del nuovo mondo che vogliamo, non solo per noi, ma per tutt*. Sia chiaro: nuovi equilibri, nuove dinamiche nei rapporti tra i generi, tra i sessi porterebbero giovamento a tutt*. Se il movimento fa ancora paura o ci considerano pericolose è un buon segno. Come dice la Cirant, non sono riusciti a normalizzarci. Evidentemente il nostro percorso storico, ci ha rese particolarmente sensibili, all’erta contro ogni tentativo di omologazione all’esistente e di strumentalizzazione. Sarà un caso che adoro i gatti neri? 🙂

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Una donna di troppo

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Ci sono incontri e casualità che mi portano a pensare. Qualche giorno fa alla Ladyfest ho incontrato Daniela Pellegrini. Quando la senti parlare capisci che la pasta di cui è fatta è preziosa, che le sue parole e i suoi pensieri sono stati il frutto di anni di riflessione, di letture e di confronti/scontri. Lei che già negli anni ’60 aveva intuito la necessità di superare il dualismo sessuale o sessuato (basato sui ruoli attribuiti attraverso la cultura) maschio/femmina e in generale in ogni contesto umano.

“Bisogna uscire dalla relazione/scissione del ‘due’ ed entrare in una terza posizione. La terza posizione sta a significare un ‘relativo plurale di ogni differenza’, e perciò di ogni ‘parzialità’ di soggetti e soggettività”.

Qualche giorno fa mi trovavo in biblioteca alla ricerca di un libro e mi sono imbattuta nel suo lavoro Una donna di troppo (Fondazione Badaracco – Franco Angeli 2012, parte della collana Letture d’archivio curata da Lea Melandri): casualmente era appena stato acquisito dalla biblioteca rionale. Penso che non sia per caso, penso che questo testo mi sia arrivato per dirmi qualcosa.
Ho iniziato a leggerlo e subito ho avuto mille sollecitazioni, scoperte e mi sono sentita meno sola.
La sua scrittura, a volte ostica per i mille richiami al mondo dell’antropologia, della psicanalisi, di tutti i mondi di cui Daniela si è nutrita, mi ha rinfrancata e mi ha dato la misura della distanza con quel modo di costruire un movimento. Ho avuto la sensazione di quanto si fosse impoverito il movimento nel tempo. Quel lessico, quella ricerca, quella profondità e quella capacità di analisi e di approfondimento oggi sono merce rara. Tutto era curato, anche ciò che era improvvisato mostrava un livello e una capacità di profondità notevoli. C’era l’energia, la fiducia, l’istinto, la passione, mai l’urlo o la rabbia che soffoca qualsiasi riflessione.
La sua è una collezione di documenti di una vita politica, vissuta appassionatamente in prima persona, a partire dai tasselli proto-femministi dei primi anni ’60, passando per l’esplosione del Movimento delle donne, per giungere vicino ai nostri giorni. C’è, a rileggere quelle carte, la sensazione che qualcosa sia inevitabilmente mutato, ma non in una direzione utile e sperata. Così, l’emancipazione si è incanalata nell’integrazione della donna in quel mondo confezionato dagli uomini, con tutte le implicazioni e i compromessi di cui parla Daniela e da cui voleva tenersi lontana.
L’autrice tenta la ricerca e la definizione di un metodo per l’emancipazione delle donne. La prassi seguita all’epoca da numerose realtà associative prevedeva l’istituzione di particolari accorgimenti pratici al fine di inserire le donne nella società, “così com’è costituita nel momento in cui essa agisce”. Tutto questo sarebbe funzionale al superamento delle impasse dei compiti femminili che frenano l’azione extra-familiare. Al contempo si richiedono dei “trattamenti di favore”, perché al momento questi “freni” non sono ancora stati superati, ma sono riconosciute come sostanzialmente inscindibili dall’esser femmina. Insomma, la donna stretta in questa morsa non ci guadagna nulla. Ecco che la Pellegrini critica il metodo di integrazione: “significa immettere la donna nella società così com’è , di tradizione decisionale maschile, con degli accorgimenti che, non eliminando l’inconciliabilità dei ruoli prefissati, ne permettono la coesistenza nelle sole donne”. L’integrazione obbliga la donna a trovare un compromesso, a barcamenarsi tra le due dimensioni, ricavandone solo un “doppio aggravio”, con la conferma di non essere in grado di “adeguarsi al mondo maschile” e con ben poche possibilità di autodefinirsi e autodeterminarsi. Da qui la necessità di abbandonare le strutture teoriche create dagli uomini, “per valutarci libere dalle panie e limitazioni che i due poli sessuali, interpretati da altri e non da noi stesse”.
Possiamo dire che quest’analisi è tuttora molto attuale, siamo ferme. Non siamo riuscite a sviluppare inediti strumenti e chiavi di lettura, soluzioni alternative che superassero i ruoli predeterminati. Siamo state lusingate dal canto delle sirene dell’integrazione e abbiamo abbandonato la ricerca di nuove soluzioni culturali. La questione femminile non è riuscita a diventare un “problema” sociale complessivo, quella “rivoluzione ontologica” che coinvolge tutto l’essere. Ci siamo accontentate delle briciole.
Tornerò sul volume di Daniela Pellegrini, perché, come ho già detto, sono molteplici le sollecitazioni che mi ha fornito.

Ringrazio Nicoletta Poidimani per l’intervista a Daniela Pellegrini.

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Pugna?

Terra dei papaveri, John Ottis Adams (1851- 1927)

Terra dei papaveri, John Ottis Adams (1851- 1927)

 

Visto che siamo nel pieno di una diatriba, una sorta di guerra dei Roses, su chi incarna al meglio le sacre vesti della femminista ideale e su cosa la caratterizzi, iniziamo a chiarirci un po’ le idee.
Ho trovato molto sensato, corretto e condivisibile il post di Ida Dominijanni.
Nel mio post avevo espresso le mie perplessità in merito a un certo modo di interpretare la libertà di usare il proprio corpo, nel nome di un femminismo originario (il corpo è mio e lo gestisco io) e che oggi occorrerebbe rileggere e ricontestualizzare, se non si vuole correre il rischio di cadere in errate letture e semplificazioni. Quello che ipotizzavo era una stretta connessione tra meccanismi simil-femministi e un impianto liberal-capitalistico, che fa rima con neoliberismo. In pratica, il femminismo si è vestito dell’ideologia neoliberale, facendo un bel cortocircuito di mezzi, metodi, idee e finalità. Quello che prefiguravo nel mio post era una sorta di “lasciapassare” per qualsiasi cosa. Le affermazioni di questo tipo di femminismo sono strumentali per far passare l’idea che un “consumatore finale di sesso” come Berlusconi fondamentalmente sia una persona perfettamente nella norma, così come il suo giro di escort. “Facciamo quello che ci pare” è stato il cavallo di battaglia del Silvio nazionale.
Tutto diventa mercificabile, messaggio pubblicitario, ogni contenuto si svuota e si riempie con la parolina magica dell’emancipazione e dell’affrancamento femminista, che serve ormai a vendersi per avere un po’ di visibilità. Si è schiave di un sistema di produzione e di battage pubblicitario costante, spacciandolo per autodeterminazione consapevole della donna. Non basta però l’etichetta per dire qualcosa di sensato.
Sotto l’egida delle leggi di mercato si sviluppa un tappeto di una miriade di trovate che anche a un ingenuo apparirebbero per quel trucco che rappresentano. Così abbiamo la tinta rosa delle quote in politica (salvo poi non occuparci delle dimissioni in bianco), la Bacchiddu, la Chirico, la Conchita Wurst ecc. Tutti prodotti di consumo, di marketing che si rendono tali, indispensabili simulacri della nostra contemporaneità post-capitalista, di un usa e getta. Questo fa davvero bene alla causa di chi non ha lo stesso potere e che vive ogni giorno senza possibilità di scelta, senza una vera alternativa? Un sistema che si autoalimenta, mettendoci tutti nello stesso calderone di consumatori e prodotto, semplificando messaggi, ideali e contenuti per rendere tutto più sorridente al marketing onnipresente.

Io non ci sto a farmi incasellare dalla Chirico di turno. In questo modo vengon meno le peculiarità delle donne, quando si riutilizzano gli stessi metodi e schemi maschili per affermarsi, rivestendoli di semplice apparenza fisica, senza sostanza. Qui non c’è sorellanza che tenga, c’è unicamente il voler per forza costruire un universo femminile ad uso e consumo degli uomini, consapevolmente o meno. Abbiamo superato in parte alcuni aspetti del patriarcato, ed ora qualcuna di noi sente la nostalgia del passato.
Il fatto di aver scollegato le lotte femministe da certi ideali di sinistra, di aver creato un femminismo apolitico e allergico alla “categoria del politico”, ha in qualche modo portato a questi risultati e a questa revisione degli stessi principi, che un tempo servivano a tenere ben lontane le intromissioni da parte di speculatori padronali. Con una base culturale politica più solida non saremmo cadute nella trappola di renderci merce. Il politico serve a portare le riflessioni e il ragionamento “fuori da noi”, dalla nostra dimensione individuale. Il politico serve a smascherare lo sfruttamento e la manipolazione di corpi e pensieri da parte del sistema produttivo o di accumulazione contemporaneo.
Inoltre, aver rifiutato la categoria “morale” nelle battaglie delle donne, ha prodotto delle deviazioni strane. La morale è mutevole e cambia a seconda delle epoche, intercettandone i cambiamenti. Per cui, non si può linciare a priori tutto ciò che coincide o che si può annoverare con la morale. Tacciare di colpevole moralismo un certo femminismo che cerca di fare un’analisi un po’ più profonda e meno superficiale non aiuta alla riflessione sulle tematiche femminili. Rischiamo di perderci qualche pezzo importante e fondamentale, e soprattutto si apre la porta a qualunque assurdità.
La libertà di prostituirsi, così come propagandata ultimamente, fa coincidere in capo a un unico soggetto l’“operaio”, il prodotto e l’imprenditore. Ripeto la domanda del mio post precedente: “Siamo sicuri che qui ci sia veramente libertà di scelta”? Solo questo accumulo strano di elementi dovrebbe portarci a riflettere e a comprendere che qualcosa non quadra.

Non occorre scomodare la saggistica a riguardo, per capire che si tratta di interpretazioni del femminismo strumentali a un sistema postcapitalista e ultraliberale, in cui tutto e tutti sono attori e merci del mercato al tempo stesso, preferibilmente in assenza di regole e di diritti collettivi. Siamo giunti ad auspicare un diritto che ogni singolo individuo si può confezionare a seconda della convenienza personale, anche in contrapposizione con delle regole collettive, che garantiscano tutti indistintamente. Questo modo di ragionare apre le porte a forme autoritarie o entropiche, in cui tutto è ammesso, in cui si lotta con ogni mezzo e vince chi è più forte, furbo e scaltro. Nel nome della mia libertà personale non posso e non devo mai calpestare i diritti altrui, ignorando le sue problematiche e le sue sofferenze. Questo non era il mondo che sognavano le nostre madri e che noi ora dovremmo aggiustare, pena il fallimento di tutte le nostre lotte.

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