Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Questo non è amore. Una riflessione a proposito dei dati sui femminicidi


La donna deve essere al centro di prassi fondate sulla capacità di ascolto e di sostegno concreto, soprattutto ci auguriamo che la rete tra pubblico e privato funzioni sempre meglio e arrivi ad aiutare sempre più donne.

A pochi giorni dallo scorso 25 novembre, alla presenza del Capo della Polizia Franco Gabrielli,  è stata presentata la seconda edizione della pubblicazione che porta il nome della campagna della Polizia di Stato, “Questo non è amore”, frutto della strategia della Direzione Centrale Anticrimine, guidata dal Prefetto Vittorio Rizzi, in materia di contrasto alla violenza contro le donne. Tale documento serve a fare il punto sui dati in materia di violenza di genere in possesso delle forze di polizia, sugli strumenti a disposizione delle donne per difendersi, sulle iniziative d´informazione e sulla strategia della Polizia di Stato.

Per quanto riguarda i dati, si registra per i primi nove mesi del 2018 una diminuzione degli omicidi volontari del 19% (da 286 a 231 morti), una conferma di un trend già registrato negli ultimi 10 anni: a fronte di questa flessione per gli omicidi di uomini, che diminuiscono del 28%, il numero delle donne uccise cala solo di 3 unità (da 97 a 94 casi).

Riporto uno stralcio del comunicato che fa riferimento al femminicidio:

“(termine non giuridico, ma di uso comune) è una sottocategoria in cui rientrano solo i casi di uccisione di una donna da parte di un uomo proprio in quanto donna, come atto estremo di prevaricazione e superiorità.

Comunemente si pensa che il femminicidio sia l´omicidio avvenuto in ambito familiare o affettivo e, infatti, il 78% delle uccisioni di donne avvengono tra le mura domestiche.

Non tutti gli omicidi di donne in ambito familiare o affettivo sono, però, da considerare femminicidi, nel senso di uccisioni di donne in ragione del proprio genere. Dei 94 omicidi di donne dei primi nove mesi del 2018, 73 si sono verificati in ambito familiare, ma l´esame puntuale di tutte le drammatiche dinamiche che hanno condotto all´uccisione evidenzia che solo in 32 casi si possa propriamente parlare di femminicidio, dovendosi escludere i casi in cui, ad esempio, il marito uccide la moglie malata terminale per porre fine alla sua sofferenza, il fratello ammazza la sorella per motivi economici o il nipote uccide la nonna per l´eredità. Sono stati analizzati anche quei casi in cui il femminicidio ha provocato altre vittime innocenti, come il caso in cui il marito uccide la moglie, ma poi non si ferma e ammazza anche i figli.”

datidati2A questo punto, ci sembra opportuno porre qualche domanda, compiere una riflessione, perché altrimenti si corre il rischio di appiattire tutto sulla base di numeri e di definizioni, perdendo di vista l’ampiezza dello spettro del fenomeno violenza e in particolare dei femminicidi.

La Polizia pur rilevando in un primo tempo che il femminicidio sia “l’uccisione di donne e bambine a causa del loro genere”, in seguito per censire il numero di casi adopera di fatto una definizione simile a quella “statistica” che ritroviamo sul sito Eige: “L’uccisione di una donna da parte di un partner intimo e la morte di una donna come risultato di azioni dannose per lei. Si può definire partner intimo un ex coniuge, un coniuge o un partner fisso, indipendentemente dal fatto che l’omicida abbia condiviso o condivida la stessa residenza della vittima.”

Eppure, il termine femminicidio, dallo spagnolo feminicidio, racchiude un significato molto più complesso, comprendendo soprattutto gli aspetti sociologici della violenza e le implicazioni politico-sociali del fenomeno. È necessario ricordare come lo adoperasse per prima  l’antropologa messicana Marcela Lagarde per evidenziare la drammatica situazione vissuta dalle donne in Messico, in particolare nella zona di Ciudad Juárez.

Per Marcela Lagarde il femminicidio rappresenta:

“la forma estrema della violenza di genere contro le donne, prodotto dalla violazione dei suoi diritti umani in ambito pubblico e privato attraverso varie condotte misogine, quali i maltrattamenti, la violenza fisica, psicologica, sessuale, educativa, sul lavoro, economica, patrimoniale, familiare, comunitaria, istituzionale, che comportano l’impunità delle condotte poste in essere, tanto a livello sociale quanto dallo Stato e che, ponendo la donna in una condizione indifesa e di rischio, possono culminare con l’uccisione o il tentativo di uccisione della donna stessa, o in altre forme di morte violenta di donne e bambine: suicidi, incidenti, morti o sofferenze fisiche e psichiche comunque evitabili, dovute all’insicurezza, al disinteresse delle istituzioni e all’esclusione dallo sviluppo e dalla democrazia”.

E aggiunge:

“La cultura in mille modi rafforza la concezione per cui la violenza maschile sulle donne è un qualcosa di naturale, attraverso una proiezione permanente di immagini, dossier, spiegazioni che legittimano la violenza, siamo davanti a una violenza illegale ma legittima, questo è uno dei punti chiave del femminicidio”.

Il femminicidio non è un fulmine a ciel sereno, ma il culmine di un ciclo della violenza. “In questo senso, il femminicidio individua una responsabilità sociale nel persistere, ancora oggi, di un modello socio-culturale patriarcale, in cui la donna occupa una posizione di subordinazione, divenendo soggetto discriminabile, violabile, uccidibile. Sul piano dei comportamenti individuali, il femminicidio può essere visto come la massima espressione del potere e del controllo dell’uomo sulla donna, l’estremizzazione di condotte misogine e discriminatorie fondate sulla disuguaglianza di genere.”

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Quindi ci aspetteremmo che si considerassero appieno certe dimensioni, il contesto e livelli di lettura di tali uccisioni di donne da parte di uomini, per riuscire a ricomprendere tutte le violenze e le discriminazioni legate al genere, che colpiscono la donna nella sua sfera fisica, psicologica e sociale.

In Italia molti soggetti si sono occupati negli anni di monitorare i femminicidi, redigendo report specifici: Casa delle donne per non subire violenza Onlus di Bologna, UDI Monteverde, In quanto donna, Corriere della Sera. Ma se i dati ufficiali vengono forniti dalla Polizia di Stato, che come abbiamo letto applica dei criteri di selezione che rischiano di escludere tanti casi di femminicidi che invece per altri soggetti e in base ad altri fattori lo sono pienamente, se le basi per pianificare interventi e politiche ad hoc fossero solo queste, quale potrebbe essere il risultato? Il vero problema è innanzitutto avere dei criteri univoci, condivisi a livello ufficiale, che possano essere adoperati per un’analisi e un report puntuale su questo fenomeno. Il pericolo è che si sottostimi e si sottovaluti ciò che accade, se non se ne comprende la complessità.

Occorre creare un organismo, meglio se interno al Dipartimento per le Pari Opportunità, che si occupi di questo tipo di rilevazione e soprattutto codifichi un metodo di analisi e di selezione dei dati, delle fonti, dei criteri. Inoltre, si potrebbe iniziare a ipotizzare di varare una verifica su cosa non ha funzionato in ciascun caso di femminicidio, per comprendere aspetti comuni, cosa non ha funzionato nelle azioni volte a proteggere le vittime, eventuali carenze nei servizi, sottovalutazioni del rischio, raccolta di spunti di miglioramento e perfezionamento degli strumenti in campo e a disposizione sul territorio.

Magari seguendo la procedura adottata in Gran Bretagna: “Nel 2011 una legge inglese ha stabilito l’obbligo di istituire una commissione per ogni caso di omicidio causato da violenza domestica, riunendo tutte le agenzie e i servizi pubblici del territorio in cui è avvenuto. Questa procedura chiamata Domestic Homicide Review, ha lo scopo di portare tutti gli attori coinvolti a rispondere alla domanda: avremmo potuto salvare la vittima?”

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Articolo pubblicato anche su Noi Donne qui.

Grazie a Maddalena Robustelli per aver condiviso con me le riflessioni e la scrittura di questo articolo.

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Torniamo a interrogarci sul valore che diamo alla vita delle donne


Questo 25 novembre, si fa fatica a scrivere, perché le parole risuonano sempre più inutili, cadono vane nel vuoto lasciato dalle donne alle quali la vita è stata interrotta, all’improvviso, perché un uomo ha deciso che quella vita non potevano, non meritavano di continuare a viverla.

E di anno in anno ci ritroviamo davanti a questo abuso che pesa sulle nostre esistenze, giorno dopo giorno a raccogliere frammenti di forza per non fermarsi mai di fronte a ciò che accade, lo dobbiamo a Violeta e a Jessica, a tutte le sorelle che non possiamo più abbracciare, ai loro sorrisi e ai loro sogni.

Jessica Faoro voleva farcela da sola, cercava di uscire dalle difficoltà con tutto il coraggio e l’orgoglio di una giovane donna, alla ricerca solo di un po’ di serenità e di un futuro meno doloroso della sua infanzia e adolescenza. La giustizia ora seguirà il suo percorso, ma a dirla tutta, tante altre responsabilità, oltre a quelle di Garlaschi che l’ha trafitta con 85 coltellate, resteranno nell’ombra.
Un silenzio che devo dirlo si stende su tutti i bambini e gli adolescenti che passano il tempo tra una famiglia affidataria e una casa famiglia.

Un silenzio che li travolge una volta maggiorenni, considerati evidentemente autosufficienti, nonostante sappiamo bene quanto questo non corrisponda ad un’analisi della realtà. E se alle domande che avevamo posto dopo il femminicidio di Jessica non ci è mai giunta risposta, se a qualcuno interessa il destino di giovani vite come quella di questa ragazza, se vi resta un po’ di coscienza, adoperatevi affinché venga fatta piena luce sulle ragioni che avevano costretto questa ragazza ad accettare l’ospitalità di colui che sarebbe diventato il suo carnefice.

Terribile che si continui a esercitare una rimozione ogni qualvolta accadono simili tragedie, eppure sembra di scorgere sempre la stessa sottovalutazione dei segnali di pericolo e di rischio, una sequenza che non riusciamo a interrompere. Per una volta smettiamola almeno con l’ipocrita messinscena e dedichiamo anche solo un briciolo del nostro tempo a sospendere tutte le diatribe, le logiche di calcolo, i veti incrociati, i veleni, i distinguo, i ragionamenti autoreferenziali per pretendere in modo deciso che in questo Paese la violenza contro le donne non passi più come un flash di cronaca, ma sia finalmente considerato una questione cruciale, centro di un impegno politico che nasce dalla piena consapevolezza che tutto questo è violazione dei diritti umani, che le numerose forme di controllo e di annientamento delle donne sono il prodotto mortifero della cultura patriarcale che continuiamo a coltivare e a diffondere a piene mani, uomini e donne.

Guardiamoci dentro e iniziamo, partendo da noi, un viaggio, lungo, certamente faticoso e doloroso, per sbarazzarci di quel senso di oppressione e di ineluttabilità. Indubbiamente non avremo risultati visibili nell’immediato, ma quanto meno ci saremo liberate da una serie di scorie eredità di secoli in cui i nostri corpi sono stati campi di battaglia, oggetto di ogni tipo di sfruttamento, crimine, puro dominio indiscusso maschile, che tuttora molti uomini si sentono legittimati ad agire, un diritto e in alcuni casi un dovere di “piegarle per rieducarle”.

 

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Il cambiamento che auspichiamo

@OlimpiaZagnoli


Il femminicidio è l’atto finale e consapevole di uomini portatori di una cultura che gli attribuisce un dominio incondizionato, l’esercizio di un potere assoluto sulla donna. Una cultura patriarcale, machista, misogina, fondata sulla sopraffazione. Il femminicidio è l’epilogo tragico e terribile che pone fine alla vita di tante, troppe donne. Il “prima” è composto da una serie di avvenimenti, parte del ciclo della violenza. Una sequenza ciclica che non si risolve da sé, ma replica atti violenti di diverso tipo e li alterna a fasi di “calma apparente”, tali da far sperare alle donne che li vivono che ci sia una speranza di cambiamento nel comportamento dei compagni.

La teoria del “ciclo della violenza”


Da dentro non è così semplice come appare, non è così scontato e ovvio che dopo aver vissuto in relazioni violente si abbia la possibilità, si scelga di spezzare le catene e allontanarsi da esse. Non è semplice assolutamente prendere certe decisioni, soprattutto i tempi non sono uguali per tutte, occorre rispettare e comprendere tutto questo. Sono molteplici i fattori che pressano sulle decisioni delle donne. Qui il punto vero è come sostenere le donne e accompagnarle nel modo giusto, affinché la violenza non sia una questione privata e non restino sole. Prima che si arrivi a situazioni di non ritorno. Per non dover continuare a registrare nuove vittime di femminicidio.

Ma è altrettanto necessario ripensare al sistema procedurale, di attenuanti e sconti di pena in questi casi. Pensiamo al rito abbreviato*, sul quale chiedevamo di intervenire prima della conclusione della legislatura precedente:

“Appare evidente che la scelta del Legislatore di introdurre il rito abbreviato per snellire e velocizzare i processi, ha causato non poche distorsioni in termini di giustizia, perché si sono moltiplicati i casi in cui, proprio grazie agli sconti previsti, si sono ridotte all’osso le pene anche per reati gravi e con ricadute pesantissime. Una conseguenza del genere ha conseguentemente indebolito, agli occhi dei più, la funzione di prevenzione, di dissuasione e di difesa sociale della pena.

Qualsiasi tipo di pena chiaramente non riuscirà a riportare in vita una persona, non cancellerà una violenza subita, ma dovrebbe dare la misura di come il sistema giudiziario italiano consideri determinati crimini e reati. L’entità della pena prevista per un reato contribuisce ad attribuire il giusto peso e gravità a determinati comportamenti lesivi. Se viene meno questa caratteristica in molti potrebbero sentirsi legittimati o protetti dal sistema giudiziario, come anche dal Legislatore che consente assottigliamenti anche consistenti delle pene. La certezza della pena e il rispetto delle vittime non possono essere lesi al prezzo di snellire la macchina della giustizia.”

È ciò che auspico sia assicurato non solo per le donne vittime di violenza maschile, ma anche per i familiari che devono poter ottenere un pieno riconoscimento di quanto grave sia l’atto compiuto. Occorre dare un segnale e questo puo giungere solo ripensando seriamente e in modo completo sul fenomeno della violenza di genere. Occorre che si valuti attentamente quali devastanti conseguenze ci sono e riuscire a trovare soluzioni legislative e giurisprudenziali che ne tengano sufficientemente conto.

Oggi il mio pensiero è per Valentina Belvisi: domani si discuterà il ricorso in appello dei legali di suo padre che chiedono uno sconto della pena. Valentina è la figlia di Rosanna Belvisi, che il 15 gennaio dell’anno scorso fu devastata da 29 coltellate dal marito, a Lorenteggio, un quartiere di Milano. In primo grado è stato condannato a 18 anni: non sono state riconosciute le aggravanti per crudeltà e ha potuto beneficiare di uno sconto di un terzo della pena legato al rito abbreviato richiesto dall’imputato.

Non potremo riavvolgere il nastro e riportare tra noi le donne che come Rosanna non ci sono più. Ma oggi più che mai abbiamo bisogno di segnali e di iniziare a lavorare per correggere ciò che non funziona, sia prima che dopo, e non è dalla parte delle sopravvissute o dei familiari delle vittime della violenza maschile. Lo dobbiamo a Valentina e sua madre e a tutte le donne le cui vite sono state attraversate dalla violenza. Per questo c’è bisogno di femminismo, perché altrimenti si procede zoppicando. Il cambiamento che auspichiamo riguarda benefici ampi e destinati a tutte le donne, con e dalla loro parte sempre. Non ci serve una solidarietà a corrente alternata. Occorrono ancora una volta soluzioni strutturali e di ampio respiro politico.

 


AGGIORNAMENTO 6 GIUGNO 2018:

Il giudice di secondo grado non ha concesso ulteriori sconti di pena. Ribadisco che oggi, se davvero vogliamo che le cose cambino, occorre lavorare affinché per talune fattispecie non sia possibile richiedere il rito abbreviato e ottenere i conseguenti benefici. Per far sì che a determinati crimini sia attribuito il giusto peso e le commisurate conseguenze di pena, è necessario lavorare a livello legislativo, procedere al più presto in questo senso. I magistrati applicano le leggi vigenti, ricordiamolo sempre.

* In merito al rito abbreviato, ho chiesto ragguagli all’avvocata Roberta Schiralli, che ringrazio per la sua chiarezza e per il suo contributo: “Un giudice non si può rifiutare di concedere il rito abbreviato, lo chiede la parte (imputato). Il giudice può rigettare il rito abbreviato se la parte lo chiede “condizionato” all’espletamento di una prova, che lui non ritiene di ammettere. Solitamente il rito abbreviato “semplice/secco” si attiene allo stato degli atti (ndr, sulla base degli elementi contenuti nel fascicolo del PM). Ammette quindi la richiesta come abbreviato secco, senza ulteriori approfondimenti.”

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Prima che si chiuda la legislatura, si revisioni il rito abbreviato


La legislatura si sta per chiudere. Insieme ad altri provvedimenti che rischiano di non vedere l’approvazione, c’è questa riforma del rito abbreviato che potrebbe non essere più applicabile ad alcuni reati particolarmente gravi e che prevedono l’ergastolo. Per questo abbiamo pensato a questa lettera al Presidente del Senato Pietro Grasso. Pensiamo che questa correzione vada nell’interesse trasversale, generale: non va assolutamente rinviata.

***

Alla cortese attenzione del Presidente del Senato Pietro Grasso

Oggetto: richiesta di accelerazione iter per revisione rito abbreviato

Egregio Presidente,

Le scriviamo questa lettera, consapevoli che siamo alle battute finali della XVII Legislatura e che vi sono diversi provvedimenti di cui viene richiesta l’approvazione. Tra questi non possiamo non sottoporre alla Sua attenzione, quello che potrebbe rispondere alle istanze e alle sollecitazioni di diversi soggetti, nonché ad interessi trasversali e diffusi tra la popolazione italiana. Il progetto di legge 4376, contenente “Modifiche all’articolo 438 del codice di procedura penale, in materia di inapplicabilità e di svolgimento del giudizio abbreviato”, presentato il 21 marzo 2017, è passato in prima lettura alla Camera il 28 novembre scorso ed è stato trasmesso al Senato. Con questa norma si prescrive di escludere il giudizio abbreviato, che in caso di condanna, consente di ottenere l’abbattimento di un terzo della pena, nei procedimenti connessi ad alcuni gravi delitti, quali i crimini per i quali è prevista la pena dell’ergastolo. Qualora si superasse lo scoglio del Senato, il rito abbreviato non potrà più essere applicato a reati come strage, omicidio premeditato, violenze sessuali, tratta di persone e sequestro di minori o a scopo estorsivo con morte dell’ostaggio. Questo salvo che l’imputato non subordini la richiesta “a una diversa qualificazione dei fatti o all’individuazione di un reato diverso”.

Appare evidente che la scelta del Legislatore di introdurre il rito abbreviato per snellire e velocizzare i processi, ha causato non poche distorsioni in termini di giustizia, perché si sono moltiplicati i casi in cui, proprio grazie agli sconti previsti, si sono ridotte all’osso le pene anche per reati gravi e con ricadute pesantissime. Una conseguenza del genere ha conseguentemente indebolito, agli occhi dei più, la funzione di prevenzione, di dissuasione e di difesa sociale della pena.

Qualsiasi tipo di pena chiaramente non riuscirà a riportare in vita una persona, non cancellerà una violenza subita, ma dovrebbe dare la misura di come il sistema giudiziario italiano consideri determinati crimini e reati. L’entità della pena prevista per un reato contribuisce ad attribuire il giusto peso e gravità a determinati comportamenti lesivi. Se viene meno questa caratteristica in molti potrebbero sentirsi legittimati o protetti dal sistema giudiziario, come anche dal Legislatore che consente assottigliamenti anche consistenti delle pene. La certezza della pena e il rispetto delle vittime non possono essere lesi al prezzo di snellire la macchina della giustizia.

Il suindicato progetto di legge era stato già presentato nel 2013 ma, dopo essere passato alla Camera nel luglio 2015, non ebbe accoglienza favorevole al Senato. Oggi i tempi, prima della fine della legislatura, sono assai ridotti e rischiano di interrompere l’iter di una norma che potrebbe aiutare a correggere quelle suindicate distorsioni. Per questo chiediamo che si acceleri l’iter delDDL 2989 – giunto al Senato il 30 novembre scorso ed in attesa di assegnazione alla competente Commissione – e che si trovi la soluzione più idonea e rapida per non far decadere questa proposta come già in passato. Una di queste strade potrebbe essere la valutazione dell’applicazione del regolamento del Senato relativamente all’assegnazione dei disegni di legge in commissione deliberante. Sarebbe un vero peccato chiudere i lavori del Parlamento rinviando alla nuova legislatura il riavvio dell’iter di una norma siffatta, per l’ennesima volta.

Occorre che si trovi un equilibrio che salvaguardi da un lato i diritti delle vittime e dei loro familiari e dall’altro quelli dell’imputato. Occorre che la verità sia accertata e che sia fatta giustizia piena, cosa che senza un dibattimento rischia di non accadere del tutto, come necessita oltremodo per i crimini più efferati, soprattutto nella loro considerazione sociale. Pensiamo ai femminicidi ed alle violenza sessuali, reati verso i quali è particolarmente alta la nostra attenzione. L’occupazione simbolica del Parlamento da parte delle donne lo scorso 25 novembre dovrebbe avere delle ricadute concrete, volte a sollecitare una più precisa considerazione delle loro istanze, che necessitano di un ascolto e soluzioni capaci di sanare quanto ancora non funziona adeguatamente. Nella coscienza che una conseguenza del genere spesso va a ledere profondamente le vite delle sopravvissute e il loro desiderio di giustizia, come anche incide indelebilmente le sorti dei familiari delle donne uccise di femminicidio.

Ci auguriamo che si trovi la volontà politica di concludere la legislatura con un provvedimento che possa andare in questa direzione, affinché non decada ancora una volta un tentativo di riportare un equilibrio nel sistema e non si rinvii qualcosa che potrebbe cambiare la sostanza di tanti processi e giudizi. Alla Camera si è riusciti a trovare la convergenza di più parti politiche, evidenziando in siffatto modo come il tema sia condiviso e percepito come urgente da molti. Manca il passo successivo al Senato ed è nostro più vivo auspicio che esso avvenga repentinamente, nella più sentita consapevolezza della sua impellente necessità.

Il gruppo Chi Colpisce Una Donna, Colpisce Tutte Noi

 

 

Lettera pubblicata su Dol’s Magazine e su Noi Donne.

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Indennizzo irrisorio per la vita di una donna o per le violenze di genere subite

Dopo anni di inerzia, l’Italia tenta di allinearsi con quanto richiesto in Europa in materia di indennizzo per le vittime di reati intenzionali violenti. Vediamo con quali risultati.

Non c’è giorno in cui non scopriamo qualche nuovo tassello che sempre più pare farci indietreggiare. Mentre siamo ancora in attesa di una toppa normativa al 162ter e agli effetti della depenalizzazione del reato di stalking, che impone alla vittima un risarcimento monetario, ci giunge notizia di un’altra soluzione che ci lascia alquanto perplesse, per usare un eufemismo.

È circostanza comunemente nota quanto sia difficile per le sopravvissute alla violenza e per i familiari/figli delle vittime di femminicidio vedersi riconosciuto e saldato un risarcimento. L’Italia con enorme leggerezza, ha accumulato un buon numero di richiami dalla Corte di Giustizia dell’UE ed esortazioni fin dal 2011 dalla Commissione Europea, per non aver ottemperato a quanto previsto nella Direttiva Europea CE/2004/80, in cui si prevedeva che ciascuno Stato si dotasse di un sistema efficace, volto a garantire un compenso equo e adeguato per tutte le vittime di reati intenzionali violenti, tra i quali rientrano la violenza fisica e il femminicidio. Correva l’anno 2004.

Occorre ricordare che a monte di questa direttiva europea vi era l’esigenza di abolire ogni ostacolo alla libera circolazione delle persone e dei servizi all’interno dell’UE, per cui anche la sicurezza e la certezza di un sistema di compensazione equo in caso di reati intenzionali violenti facevano parte di accordi tra gli stati. In pratica, si doveva garantire omogeneità di trattamento a tutti i cittadini europei.

Alla direttiva europea del 2004, l’Italia rispose con il decreto legislativo 6 novembre 2007, n. 204 che la recepì però in maniera parziale, perché si impegnava ad assistere le vittime italiane di reati perpetrati in altri stati membri nell’ottenere da questi ultimi un congruo risarcimento. A questa interpretazione incompleta si aggiungeva anche la completa dimenticanza dell’art. 12, paragrafo 2, della direttiva 2004/80/EC, che obbligava gli stati membri a far sì che “le loro normative nazionali prevedano l’esistenza di un sistema di indennizzo delle vittime di reati intenzionali violenti commessi nei rispettivi territori, che garantisca un indennizzo equo ed adeguato delle vittime”.

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Qui la nota, pubblicata su Noi Donne, del gruppo Chi Colpisce Una Donna, Colpisce Tutte Noi.

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Lettera aperta alla Ministra Valeria Fedeli


Alla cortese attenzione della Ministra dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca Valeria Fedeli
CC: Onorevoli Laura Boldrini e Maria Elena Boschi
*** 
Onorevole Ministra,
Le scriviamo perché i segnali di pericolosi arretramenti culturali stanno raggiungendo una cadenza quotidiana allarmante. Più che arretramenti, si tratta del permanere e della diffusione dei più evidenti elementi alla base della cultura che fa da substrato alla violenza di genere. In rete specialmente, accanto a fenomeni di hate speech e di cyberbullismo, girano contenuti esplicitamente violenti che alimentano e legittimano la violenza contro le donne. Un esempio tra i più recenti è il brano musicale “Yolandi” a firma del rapper Skioffi.
Non è una novità, non è il primo caso, né sarà l’ultimo. A livello musicale abbiamo una lunga tradizione, una sorta di visione mitizzata dell’uomo che abusa, agisce il proprio potere di vita e di morte su una donna. Così come non sono nuovi epiteti e gergo. Sembra che ci si compiaccia in questa sequenza orrorifica. Anche questo fa parte di un certo merchandasing della violenza, una esibizione ostentatamente machista. Si ricalca un modello, lo si cosparge di un po’ di glitter, di una parvenza artistica e lo si dà in pasto al pubblico. Si vende questo prodotto e il relativo corollario di subcultura maschilista, sessista e violenta.
Qualcuno potrebbe sostenere che è una “istantanea” del punto di vista distorto del femminicida. Eppure il rischio emulazione, di immedesimazione è altissimo e ci dobbiamo chiedere se vale la pena lasciar correre. Soprattutto se quel pubblico è composto di giovanissimi, digiuni di chiavi di lettura e di mezzi per guardare oltre la superficie. Ci chiediamo che impatto possano avere simili contenuti su un individuo in formazione, che sta costruendo una propria idea e percezione delle relazioni affettive.
Non è sufficiente segnalare un contenuto, una foto, un video, un testo sul web, sui social, perché ve ne saranno altri mille similari e comunque il brano e quello che diffonde continueranno a girare altrove. Occorre allargare lo sguardo di azione facendo riferimento all’urgenza di un intervento educativo massivo che doti i ragazzi degli strumenti per decodificare certi messaggi e valutarne senso e conseguenze.
Ed è per questo che ci rivolgiamo a Lei Ministra Fedeli. Da troppo tempo (dal 2015 e intanto la legislatura volge al termine) attendiamo le linee guida nazionali per l’attuazione dell’articolo 1 comma 16 della legge 107/2015 (“Buona scuola”), qui di seguito riportato:

16. Il piano triennale dell’offerta formativa assicura l’attuazione dei principi di pari opportunità promuovendo nelle scuole di ogni ordine e grado l’educazione alla parità tra i sessi, la prevenzione della violenza di genere e di tutte le discriminazioni, al fine di informare e di sensibilizzare gli studenti, i docenti e i genitori sulle tematiche indicate dall’articolo 5, comma 2, del decreto-legge 14 agosto 2013, n. 93, convertito, con modificazioni, dalla legge 15 ottobre 2013, n. 119, nel rispetto dei limiti di spesa di cui all’articolo 5-bis, comma 1, primo periodo, del predetto decreto-legge n. 93 del 2013.

http://www.gazzettaufficiale.it/eli/…/2015/07/15/15G00122/sg

http://www.gazzettaufficiale.it/eli/…/2013/08/16/13G00141/sg

Le chiediamo di dare un’accelerazione a riguardo, superando resistenze e le barricate della bufala della “Teoria del gender”, a quanto pare ancora molto diffusa nonostante questa circolare ministeriale.
Al centro di questa azione formativa ci devono essere i ragazzi e i bambini: sono loro i futuri adulti e se certi modelli si radicano, difficilmente si potranno sradicare in una fase successiva. Non si deve coinvolgere solo genitori e insegnanti in un piano di formazione sul tema della violenza e delle discriminazioni di genere.
Abbiamo letto le sue dichiarazioni recenti:

“Io mi muovo sempre nel rispetto dell’autonomia delle scuole, della libertà di insegnamento, ma è un’offerta che facciamo, diamo strumenti ai docenti, e anche ai genitori. Nel piano nazionale per l’educazione al rispetto c’è e ci deve essere il coinvolgimento dei genitori. Sto lavorando con la rappresentanza e l’Associazione nazionale dei genitori, abbiamo un forum ufficiale con gli studenti. Ho affidato un rilancio molto serio e profondo del patto di corresponsabilità educativa tra scuola e famiglia che presenteremo il 21 di novembre.”

È urgente lavorare oggi per non ritrovarsi domani con la situazione attuale. Perché la violenza ripetuta porta a conseguenze permanenti devastanti nelle donne che la sperimentano. Nonostante le ragazze e le donne oggi trovino maggior forza nel denunciare e nel sottrarsi ai rapporti violenti e di sopraffazione, è ancora troppo diffusa l’abitudine a confondere proprio questo tipo di caratteristiche con l’amore, come un’attestazione di tale sentimento. Sappiamo che così non è, ma l’immaginario in cui sono immersi i ragazzi e le ragazze non è ancora bonificato da tutto questo armamentario patriarcale.
Purtroppo su questo incidono “le camicie di forza di genere”, che ingabbiano e limitano i ragazzi e le ragazze in ruoli stereotipati e comportamenti attesi. Non si può reagire se non si viene dotati di strumenti di consapevolezza sul valore di sé, dei propri diritti, sulla parità di genere, per costruire e vivere relazioni paritarie.
La violenza si radica se manca una cultura del rispetto. Occorrono alleanze tra le varie agenzie educative e interventi permanenti, capillari, non episodici. Occorre conoscere cosa c’è alla base dei fenomeni culturali che coinvolgono i più giovani, occorre mirare bene gli interventi educativi, occorre far maturare in loro lenti nuove per non lasciarsi travolgere e manipolare da certi messaggi, da certi prodotti. Maturare è anche sviluppare un senso critico autonomo, perché noi non vogliamo meri consumatori – esecutori passivi, dobbiamo crescere cittadini pienamente consapevoli, in grado di sviluppare anticorpi giusti per interpretare e affrontare ogni sollecitazione, input. Parlarne sporadicamente non serve, occorre un intervento educativo trasversale e costante sin dai primi anni di scuola, prima che si sedimentino sovrastrutture nocive.
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Narrazione alterata, stereotipata e romanzata della violenza


Siamo rimaste esterrefatte e incredule di fronte al contenuto dell’articolo a firma di Giampaolo Visetti sull’edizione cartacea de La Repubblica del 20 giugno 2017 (riportato sul web qui).
Siamo sconcertate di fronte a questa ennesima rappresentazione alterata, nociva di un femminicidio. Ci saremmo aspettate, avremmo auspicato più equilibrio in questa narrazione. Anastasia Shakurova è stata uccisa lucidamente e premeditatamente da Stefano Perale, insieme al suo compagno Biagio Bonomo e al figlio che aspettava. Una donna è stata ancora una volta spazzata via per mano di un uomo.
Avviene il consueto ribaltamento delle responsabilità, con la celebrazione del maschio di alto livello in ogni senso, costretto dalla donna a trasformarsi in assassino. La mitezza, l’alta moralità, la rispettabilità e stima sociale, l’elevata cultura tutto corrotto da questa figura femminile.
Purtroppo ancora una volta si lascia spazio a questa trasfigurazione strumentale e misogina della vittima per costruire una donna che non esiste, ma solo immaginata. Anastasia non può più raccontare il suo punto di vista, la sua storia, chi era, quali erano i suoi sogni. Eppure i giornalisti potrebbero farlo, dandole voce, riuscendo a ricostruire la sua figura reale di donna e, soprattutto, evitando di romanzare i fatti e, peggio ancora, di assolvere il femminicida con articoli del genere. Sembra la solita trovata per aumentare la tiratura, per fornire ai lettori assetati, nel pieno della calura estiva, l’ennesima cronaca morbosa. Peccato che si stia parlando di una giovane donna, che non ha potuto proseguire il suo cammino di vita.
Eppure il Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti ha fatto proprio, lo scorso dicembre, il documento della Federazione Internazionale dei Giornalisti (IFJ) a proposito di violenza sulle donne, elaborato nel solco della Dichiarazione delle Nazioni Unite del 1993.

In esso si “richiama i giornalisti all’uso di un linguaggio corretto, cioè rispettoso della persona, scevro da pregiudizi e stereotipi, ad una informazione precisa e dettagliata nella misura in cui i particolari di un accadimento siano utili alla comprensione della vicenda, delle situazioni, della loro dimensione sociale. Ad esempio, adottando nei casi di femminicidio il punto di vista della vittima, possiamo ridarle la dignità e l’umanità che, in una cronaca quasi sempre centrata sulla personalità dell’omicida, vanno perdute. Ancora il documento offre indicazioni importanti circa il rapporto che il/la giornalista può instaurare con chi ha subito violenza, salvaguardandone l’identità, evitando la descrizione circostanziata dei luoghi, preservando quindi il diritto alla privacy.”

Invece questo pezzo pubblicato da La Repubblica non solo non riesce assolutamente ad andare in questa direzione ma non ci prova neanche. Quando si affrontano temi delicati come questo ci si dovrebbe avvalere della collaborazione di esperti che aiutino a collocare gli atti di violenza nel loro contesto storico e culturale, cercando di andare alla radice del fenomeno e fugando l’idea che la violenza sia qualcosa di improvviso, di ineludibile.
Pertanto, ci chiediamo a cosa risponda la scelta editoriale di pubblicare questo tipo di narrazione? Certamente ne è responsabile in primis il giornalista, ma perché pubblicarlo per avallare questa narrazione nociva? Si dovrebbe privilegiare una linea giornalistica che sia sempre rispettosa delle vittime, restituendo un quadro reale e dignitoso delle loro vite interrotte. Occorre evitare la rivittimizzazione delle donne e soprattutto l’insinuazione di una loro corresponsabilità o addirittura istigazione. Non si può suggerire che la donna con il suo comportamento e le sue scelte abbiano indotto l’uomo a toglierle la vita.
Continuare ad assolvere gli uomini che commettono femminicidi è quanto di più tossico e sbagliato ci possa essere. I messaggi che vengono trasmessi si cristallizzano nell’immaginario comune, sostenendo meccanismi altamente pericolosi. Si legittima e si normalizza il femminicidio, che diventa la “soluzione”, a tal punto di “pubblicizzarla” sulle borse, come avvenuto recentemente a Firenze. Occorre sottolineare le responsabilità degli uomini: le loro azioni non sono frutto di una ossessione o di una sofferenza, ma nascono dal desiderio di annientare la vita di una donna, che si vuole possedere e controllare, da riottenere come un “tesoro smarrito” a ogni costo, un oggetto da ottenere e da buttare via quando non soddisfa le proprie aspettative.
“Tutto è finito, il professore di inglese modello Stefano Perale telefona alla polizia per pagare il suo conto.” come si fa al ristorante. La donna in questo quadro diventa una specie di scacciapensieri del senso di fallimento,”una ragazza di trenta che spazza via la solitudine, assieme alla sensazione di aver già perso tutto senza aver avuto mai niente, segna il confine tra un commiato e un riscatto.” Addirittura si parla di improvvisa metamorfosi “di un uomo buono che si scopre assassino spietato”. Non c’è nulla di improvviso, ma tutto rientra in un piano calcolato con freddezza, procurandosi tutti gli strumenti utili a metterlo in atto. Nessuna metamorfosi, solo un ego che ha voluto fortemente strappare via la vita ad Anastasia. Si arriva finanche a tratteggiare un Perale che “sognava che Anastasia potesse volergli bene, sposarlo, diventare una famiglia”, tradito dalla “ragazza che lo aveva illuso di essere ancora vivo”. Arrivando addirittura ad insinuare anche una ipotesi non comprovata dagli organi preposti: “Era felice perché stava per diventare una mamma: il sogno della vita che a lui aveva negato.”
Da questo giornalismo deformante nasce una sceneggiatura totalmente sbilanciata sull’uomo, sulle sue presunte “buone ragioni”, sulla sua innocuità e mitezza, sulla sua bontà interrotta dall’azione egoista e ammaliatrice della donna che tutto distrugge. Ci dovete anche spiegare in cosa consista questa “distanza emotiva tra Venezia e Mosca”, quasi a suggerire la freddezza di Anastasia nei confronti del povero professore, per giustificare la reazione “virile, passionale” di un maschio italico. Siamo ai consueti stereotipi. Non si può continuare a giocare con le parole amore e giovinezza: “un professore di cinquant’ anni può scoprire di essere un assassino mosso da un equivoco sull’amore e sulla giovinezza, ma non riesce a mutare in un killer.” Nessun equivoco sull’amore, qui chiaramente assente, né sulla giovinezza, Perale resta l’autore di un duplice assassino premeditato.
Altro che mistero di una notte di “follia” come si cerca di suggerire sin dal titolo.
Ci auguriamo un giornalismo maturo, che sappia rispettare le donne sempre, senza manipolare i fatti e romanzare sulla violenza contro le donne. Ci auguriamo che si mettano in campo adeguati momenti di formazione per i giornalisti, perché non si debbano più leggere simili contenuti da romanzo d’appendice.
Il gruppo Chi Colpisce Una Donna, Colpisce Tutte Noi
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I messaggi sbagliati

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Il gruppo “Chi colpisce una donna, colpisce tutte noi” convintamente si schiera al fianco del Centro Antiviolenza “Roberta Lanzino” di Cosenza, in merito alle sue considerazioni sul brano musicale 3 messaggi in segreteria di Emis Killa.
È una storia di stalking, di una ossessione che ha alla base il solo desiderio di possesso della donna, un oggetto che ha l’ardire di insubordinarsi e di negarsi, è la descrizione di una escalation di violenza che giunge a “Ma preferisco saperti morta che con un altro”. Questo brano mitizza un punto di vista, gli atti di uno stalker, di un uomo violento che sta per mettere in atto un femminicidio, dipingendone l’autore come povera vittima di una donna che racconta bugie e lo mette nei guai denunciandolo.
In questo quadro stride la parola “cuore” perché alla base di tante tragedie, che finiscono col togliere la vita ad altrettante donne, c’è la violenza machista, quella messa in campo quando si nega a loro la libertà di scegliere la fine di una relazione ossessiva e violenta. Come si evince dal brano in questione, “tu fai la scema in giro ma in segreto sei mia”, è resa evidente la negazione di questa libertà in nome di un legame basato sull’idea della proprietà esclusiva della donna.
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“3 messaggi in segreteria”, con il suo epilogo annunciato, rischia di plasmare tanti emuli perché ora si sentirebbero anche ben rappresentati in un brano di un rapper, che ha un gran seguito. E noi che lottiamo contro questi modelli negativi, non possiamo permettere che vengano veicolati certi messaggi, senza preoccuparci delle loro conseguenze. Noi non vogliamo che altre donne perdano la vita, che gli venga strappata, che “fugga via dai loro occhi”, come si augura il protagonista del brano. Noi non vogliamo che la violenza venga raccontata come qualcosa di normale in un rapporto, come un modo per obbligare una donna ad amarti, come se l’unica conclusione possibile sia l’annientamento e la morte della donna quando decide di sottrarsi a questo incubo, che amore non è.
Fermiamo questa carneficina messa in musica, questa strage rappata di donne. Fermiamo questo treno in corsa, cambiamo le parole, il racconto, l’immaginario, i modelli, la cultura, partendo anche dalle canzoni, che hanno un impatto enorme visto il potenziale di diffusione.
Conseguentemente chiediamo alla casa discografica Carosello Records di prestare maggiore attenzione a questo suo prodotto, perché il linguaggio, e a maggior ragione quello contenuto in un brano musicale, può diventare un veicolo di effetti pericolosi, incontrollabili. Sappiamo quanto complessa e lunga sia la battaglia per la prevenzione e il contrasto alla violenza contro le donne, chiediamo che anche l’industria discografica faccia la sua parte.
Purtroppo il testo di Emis Killa è esplicitamente un modello negativo. La realtà della violenza la si può raccontare, ma non in questo modo. Se l’autore avesse combinato il punto di vista dello stalker con un narratore fuori campo, inserendo qualcosa che evidenziasse che questo non è un comportamento normale, il risultato sarebbe stato diverso. Invece non c’è traccia di condanna, il brano rischia di alimentare un immaginario nocivo.
Per questo motivo chiediamo alle radio di non trasmettere questo brano, di non farsi mezzo di propaganda per messaggi tanto devastanti, di dimostrare solidarietà nei confronti delle tante donne che subiscono violenza e di rispetto nei confronti di quelle donne che non possono più parlare perchè ammazzate come conclude la canzone.
Servono a poco tutte le campagne o gli interventi educativi contro la violenza, se poi si passano in radio simili brani. La vita delle donne appartiene solo a loro, nessun uomo deve strappargliela.
Insegniamo un altro genere di relazioni, fondate sul rispetto e non sull’abuso e il sopruso.
Questi messaggi e la cultura che trasmettono vorremmo rispedirli all’autore, affinché impari un uso diverso delle parole, perché esse non diventino mai assassine.
Qui la nota originale del gruppo.
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La lotta non si ferma… continua!

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Maria Elena Boschi ci ha degnate di un mini post su Fb sui femminicidi, con calma, con molta calma, come se ci fossero questioni più urgenti. Null’altro, solo un messaggio impostato, dovuto dalle circostanze, con tanto di colpo al cuore.

 

Nessun accenno al fatto che la non-cultura del possesso e del controllo delle donne in una relazione produce violenza, un assoggettamento totale dell’oggetto di proprietà, la donna, che se manca diventa per alcuni uomini “giustificazione” di ogni azione. Siamo di fronte a uomini che ci considerano ancora incapaci di libere scelte e non titolari di tale diritto. C’è chi paternalisticamente dice di volerci proteggere, consigliare, indirizzare. Noi donne siamo pienamente in grado di dare una direzione alle nostre scelte e alle nostre vite. Ci siamo stancate di essere ostaggio di un machismo che ci annienta e ci minaccia se non obbediamo, se non siamo docili ancelle. Questo avviene dappertutto, in ogni ambito. Abbiamo le nostre idee e siamo capaci di ragionare liberamente, che piaccia o no.

Non esistiamo solo in funzione di un uomo e di quanto possiamo essere utili agli uomini. Non ci silenzierete perché per secoli si è fatto così. Non ci ridurrete a seguire padri o padrini. Se non si è compreso il concetto che siamo tutt* liber* e uguali, da rispettare sempre, bene questo è il punto su cui dobbiamo intervenire. Lo spettro del gender ci ha già fatto perdere troppo tempo per quegli interventi urgenti da fare nelle scuole di ogni ordine e grado. Le radici vanno estirpate altrimenti alimenteranno il circolo di violenza e femminicidi.

Non è più tempo di parrocchie, non può essere un contesto idoneo, basta leggere le sacre scritture e aver frequentato un po’ gli oratori. Siamo e vogliamo essere laici. Non è più tempo di commissioni di valutazione, con chi, con che tempi, con che scopi? Stiamo perdendo tempo prezioso e in questo tempo perdiamo anche donne e in alcuni casi i loro bambini. I fondi e le azioni non arrivano e mi sembra di capire che non si ha intenzione di cambiare passo. Non si chiamano nemmeno alle loro responsabilità i ministeri dell’Istruzione, della Salute e della Giustizia. La violenza non può essere affrontata a compartimenti stagni.

Finora ci hanno trattate come dei soggetti deboli, categoria assimilata in un calderone indistinguibile, volutamente io penso. Ci rappresentate e ci trattate come se fossimo un gradino sotto, invece vogliamo essere considerate esseri umani, pienamente portatrici di diritti e di tutele, come da Costituzione.

Ricordo alla ministra Boschi che a perdere la vita non sono solo “ragazze”, ma donne di ogni età. Dobbiamo intervenire per tempo sulla violenza, perché ci sono donne che passano l’intera esistenza in queste condizioni disumane. Basta temporeggiare ed essere tiepidi.
LA LOTTA NON SI FERMA, CONTINUA!

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Manifestiamoci!

sara foto

 

Quante altre di noi dovranno perdere il sorriso e la vita? Cosa stiamo aspettando ancora? Chi colpisce una donna, colpisce tutte noi! L’intera società è colpita, perché riguarda tutte e tutti noi!

FACCIAMOCI SENTIRE, MUOVIAMOCI ALL’UNISONO CONTRO QUESTO GENOCIDIO CHE COLPISCE LE DONNE! Il contrasto e la prevenzione della violenza di genere deve essere una priorità. Per Sara e per tutte le donne, perché la violenza tocca tutte noi direttamente, non dobbiamo pensare che sia qualcosa di lontano dalle nostre esistenze, che non potrà mai toccarci da vicino. La violenza non è un fatto privato, dobbiamo lottare contro l’indifferenza e la normalizzazione della violenza. La violenza ha varie forme, stiamo unite, con e fra le donne, lavoriamo insieme per riconoscere la violenza e per uscirne prima che si giunga a questo punto senza ritorno. La vita non può essere strappata via, perché questi individui si sentono padroni delle vite delle donne, come se fossero oggetti di loro proprietà, da controllare e da annientare nel caso non si comportino come desiderato, nel caso dicano NO. Questa è violenza machista, patriarcale, con radici culturali molto profonde che dobbiamo sradicare. Se non si comprende questo dato, non si riuscirà mai ad intervenire adeguatamente. Non si deve rimandare, non siamo più disposte ad aspettare. La vita delle donne è una priorità urgente! Le donne non devono essere lasciate sole. MAI! NON RESTIAMO IN SILENZIO!

UN FLASH MOB IN OGNI CITTA’ IL 2 GIUGNO! FACCIAMO RUMORE, PER ROMPERE L’INDIFFERENZA, PER CHIEDERE ALLE DONNE CHE SIEDONO NELLE ISTITUZIONI DI METTERE QUESTO TEMA AL PRIMO POSTO DELL’AGENDA POLITICA NAZIONALE E LOCALE!

Scendiamo in piazza. Se non fosse possibile, esponiamo qualcosa di rosso alle finestre. Facciamoci sentire! Non importa quante siamo!

Mi rendo conto che un flash mob può sembrare poca cosa rispetto a ciò che accade, alle vite schiacciate e annientate di tante donne, alle tante forme che assume la violenza di genere. Mi rendo conto che un flash mob non cambierà la situazione, ma sarà un segnale per la nostra comunità di uomini e donne, per le istituzioni e per chi può concretamente intervenire: non accettiamo questo stato di cose, non ci sono più parole a sufficienza, non possiamo restare chiusi nelle nostre case, nelle nostre vite come se la faccenda non ci riguardasse e non ci interessasse, come se certi fatti ci scivolassero addosso, come se fossimo ormai assuefatti al dolore e all’abuso. Abbiamo bisogno di incontrarci fisicamente in uno spazio pubblico. Siamo pur sempre liberi di scegliere come agire, le modalità di azione e di lotta. Chi il 2 giugno sentirà la necessità di manifestare scenda in piazza con noi. Penso che sia necessario mobilitarsi, manifestarsi con i corpi e le voci. Confrontiamoci. È solo il primo passo. Riprendiamoci i luoghi pubblici e non abbiamo paura di farlo. Riprendiamo l’abitudine a uscire dal privato, facciamo politica! Manifestare è una presa di coscienza collettiva, è uscire dall’individualismo che permea ormai da tempo le nostre società. Manifestare è tornare a una dimensione comunitaria e ad un approccio comunitario ai problemi.

Stefania Spanò, sempre straordinaria, ha creato la vignetta in cima a questo post, che esprime più di mille parole lo stato in cui siamo.

“Perchè ora abbiamo la parola per dirlo, ma facciamo poco per evitarlo: ‪#‎femminicidio‬. ‪#‎saranonsarà‬”.

Senza una volontà politica forte, investimenti significativi in prevenzione e contrasto quotidiano sul territorio nazionale, interventi educativi nelle scuole e tra i bambini e ragazzi, non riusciremo a intaccare le radici culturali della violenza.

Adoperiamo un segno comune, indossiamo qualcosa di rosso, anche un fazzoletto o un nastrino al polso. Inoltre ciascuna potrebbe scaricare e stampare la vignetta di Anarkikka e appenderla al collo con un nastro.

Potremmo sederci in cerchi concentrici per un minuto e al segnale alzarci, tenendoci per mano e dire all’unisono: “Sara saremo noi!”. Il messaggio è chiaro. In chiusura potremmo fare rumore con fischietti, tamburi, pentole.
Dimostriamo di saper lottare come le donne che prima di noi hanno lottato per il suffragio attivo e passivo e per tanti altri diritti.

Grazie a tutt* coloro che in poche ore si sono mobilitat*, spontaneamente!

Ricordo che il flash mob solitamente è di breve durata, in questo modo ci si può limitare a dare una semplice comunicazione alle autorità competenti (Questura o Carabinieri, dipende dal luogo).  

DOVE (lista in aggiornamento):

– Milano, Piazza della Scala, ore 10:00.
– Roma:
davanti al ristorante la Tedesca in via della Magliana 1125. ore 10.00https://www.facebook.com/events/291749221158379/?ti=cl
– Napoli https://www.facebook.com/events/300108147043493/?ti=cl alle 11.00 in via Toledo, largo Berlinguer
– Livorno davanti Prefettura ore 10
– Pisa ore 10 piazza XX settembre alle Logge dei Banchi
– Monza https://www.facebook.com/events/136133836795802/?ti=cl Ore 14:30 piazza san Paolo
– Arezzo https://www.facebook.com/events/1719006528363617/?ti=cl
– Genova Piazza De Ferrari ore 17
– Varese piazza Podestà (Garibaldino) h. 17,00
– Isernia https://www.facebook.com/events/515512138655573/?ti=cl
– Potenza con il Telefono Donna, il 2 giugno alle 11,30 in Piazza Matteotti (Piazza Sedile) https://www.facebook.com/events/294883294183787/?ti=cl
– Benevento ore 10 piazza Matteotti https://www.facebook.com/events/1597964133866424/?ti=cl
– Salerno ore 11.00 spiaggia di Santa Teresa.
– Messina, a Piazza Duomo
– Castiglioncello (LI) piazza della Vittoria (piazzetta di fronte al cancello del Castello Pasquini ore 10 con cartelli e qualcosa di rosso!
– Latina ore 10. 30 in piazza del popolo
– Palermo Piazza Politeama ore 10.00
– Cava dei Tirreni (SA) ore 10
– Bergamo ore 10 Piazza Vittorio Veneto
– Castelfranco Veneto ore 10 Piazza 24 maggio
– Torino ore 17.30 Piazza San Carlo https://www.facebook.com/events/1718616991731002/?ti=cl
– Olbia in località Santa Lucia, con il sostegno della sezione CGIL Gallura, Olbia Tempio, le attiviste del Centro Antiviolenza Prospettiva Donna aderiscono all’iniziativa nazionale di protesta organizzando un flash mob
alle ore 15:00
– Ravenna La casa delle donne di Ravenna organizza un flash mob in via Corrado Ricci dalle 10
– Verona in Piazza Bra ore 10
– Voghera Campo sportivo Padri Barnabiti, ore 20,30 – Via Garibaldi
– Reggio Emilia in Piazza Prampolini alle 11
– Salò ore 10 Piazza della Vittoria
– Ancona
@ p.za del Papa (di fronte la Prefettura) ore 11.30
@ Piazza Roma ore 17
https://www.facebook.com/events/1747422655505136/?ti=cl
– Firenze ore 10 Piazza della Signoria
– Foggia ore 10 presso associazione Donne in retehttps://m.facebook.com/780644668642091/photos/a.801911246515433.1073741828.780644668642091/1187489107957643/?type=3
– Modena in Piazza Grande dalle h 17 Centro documentazione donna Donne Contro la Violenza
– Castellammare ore 12 presso la cassa armonica
– Reggio Calabria ore 17.30 Lungomare Falcomata’ Largo Stazione Lido
– Camogli https://www.facebook.com/events/1059438364143197/?ti=cl
– Treviso ore 11 Piazza Battistero

Per chi usa Facebook, qui l’evento:

https://www.facebook.com/events/278672372469897/

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Violenza contro le donne. Come vivere nel “braccio della morte”

Jeune Femme Le Visage Enfoui Dans Les Bras by Henri Matisse

Jeune Femme Le Visage Enfoui Dans Les Bras by Henri Matisse

 

25 novembre, la giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Secondo gli ultimi dati Istat 2015 (sul 2014 – doc 1 e doc 2 )  “sono 6 milioni 788 mila donne hanno subìto nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale, il 31,5% delle donne tra i 16 e i 70 anni: il 20,2% ha subìto violenza fisica, il 21% violenza sessuale, il 5,4% forme più gravi di violenza sessuale come stupri e tentati stupri. Sono 652 mila le donne che hanno subìto stupri e 746 mila le vittime di tentati stupri.

I partner attuali o ex commettono le violenze più gravi. Il 62,7% degli stupri è commesso da un partner attuale o precedente. Gli autori di molestie sessuali sono invece degli sconosciuti nella maggior parte dei casi (76,8%).

Emergono importanti segnali di miglioramento rispetto all’indagine precedente: negli ultimi 5 anni le violenze fisiche o sessuali sono passate dal 13,3% all’11,3%, rispetto ai 5 anni precedenti il 2006. Ciò è frutto di una maggiore informazione, del lavoro sul campo ma soprattutto di una migliore capacità delle donne di prevenire e combattere il fenomeno e di un clima sociale di maggiore condanna della violenza. Vedremo come questo può innescare “reazioni di resistenza” da parte di alcuni uomini.

È in calo sia la violenza fisica sia la sessuale, dai partner e ex partner (dal 5,1% al 4% la fisica, dal 2,8% al 2% la sessuale) come dai non partner (dal 9% al 7,7%).”

I numeri ufficiali non testimoniano adeguatamente cosa accade, perché ancora tante violenze restano sommerse, mai denunciate. Quel miglioramento non significa che stiamo meglio, visto il numero di femminicidi, di violenze indirette sui figli, di donne che non vengono aiutate sino in fondo, nonostante le denunce. Eppure denunciare è l’unico modo per iniziare a uscire dal silenzio e dal tunnel della violenza. Dobbiamo aiutarle a liberarsi dalle catene di partner che le controllano ed esercitano ogni tipo di violenza su di loro.

Il 25 giugno 2012, Rashida Manjoo, relatrice speciale dell’ONU, nella sua presentazione del rapporto sugli omicidi di genere ha affermato: “Culturalmente e socialmente radicati, (questi fenomeni) continuano ad essere accettati, tollerati e giustificati, e l’impunità costituisce la norma (impunità anche da parte delle isituzioni, attraverso azioni o omissioni dello Stato, ndr). (…) Le donne che sono soggette a continue violenze, che sono costantemente discriminate, è come se vivessero sempre nel “braccio della morte”, con la paura di essere giustiziate.” Una condizione che è trasversale, per cultura, nazionalità, religione e status. Il termine femminicidio lo dobbiamo alla parlamentare femminista messicana Marcela Lagarde: una forma estrema di violenza di genere, come violazione dei suoi diritti umani in ambito pubblico e privato, attraverso varie condotte misogine. Perché c’è ancora un problema di fondo: per molti le donne non sono esseri umani a tutti gli effetti. Deumanizzarci è una delle vie attraverso la quale si legittima la violenza nei nostri confronti. L’oggettivazione è una forma particolare di deumanizzazione, attraverso cui possiamo essere trattate come oggetti, strumenti e merci. Chiara Volpato, nel suo “Deumanizzazione – come si legittima la violenza“: “l’oggettivazione delle donne contribuisce al mantenimento dell’ineguaglianza tra i generi e alla diffusione di atteggiamenti e comportamenti sessisti. L’esposizione a immagini mediatiche che oggettivano le donne influenza i giudizi sulle donne in generale e causa una più accentuata tolleranza degli stereotipi di genere, del mito dello stupro (le donne provocherebbero lo stupro con il loro comportamento), delle molestie sessuali (…).” Pensiamo al bombardamento di immagini e messaggi oggettivanti, al porno ecc.

Questa mentalità è all’origine dello sfruttamento sessuale delle donne in prostituzione.

 

Continua la lettura su Mammeonline.net

http://www.mammeonline.net/content/violenza-contro-le-donne-come-vivere-nel-braccio-morte

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(Don’t fear) the reaper

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Il brano è strafamoso ed è datato 1976. L’autore è Donald “Buck Dharma” Roeser, chitarrista della rock band americana Blue Öyster Cult. La canzone ruota sul riff ossessivo che ci trascina e ci immerge in un clima tardo psichedelico e quasi magico, con un gusto nell’arrangiamento che ci riporta a quei magici e irripetibili anni. Il tema non è proprio leggerissimo. Dharma si interroga su cosa accadrebbe se dovesse morire giovane.

A un primo ascolto leggiamo solo l’ineluttabilità della morte e l’invito a non averne paura. Poi emerge il coinvolgimento di una seconda persona, l’amata e l’auspicio di un amore eterno. Scavando nelle parole si ha l’impressione che ci sia un chiaro riferimento a un omicidio-suicidio e a nulla valgono le rassicurazioni di Dharma che precisa che si tratta di una canzone sull’amore eterno. Egli ricorre a Romeo e Giulietta come simboli di una coppia che crede di rincontrarsi nell’aldilà. Inquieta la frase 40.000 men and women ogni giorno, sottintendendo muoiono.

A mio avviso, l’ottica del brano trasuda un punto di vista malato, di un uomo che cerca di coinvolgere nel suo piano di morte anche la sua amata. È un po’ l’idea che forse passa per la mente di molti uomini quando decidono di togliere la vita alle donne. La versione più “emo” e gotica degli Him lo chiarisce molto bene e ne sottolinea la morbosità, attraverso la presenza di una riluttante voce femminile. Anche il testo rispecchia una fase di cambiamento in atto a metà degli anni ’70: dove a liriche portatrici di una visione propositiva, di rinascita e di speranza, si affacciano sempre più testi legati all’alienazione e alla crisi esistenziale. I capostipiti di questo filone furono i Black Sabbath con Paranoid del 1970.
Il brano Don’t fear the reaper resta una delle perle del rock di tutti i tempi.

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Le responsabilità del maschio

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Mi rendo conto che le tesi illustrate da Torreblanca nel suo articolo potrebbero suscitare delle forti e opposte reazioni, ma vorrei sottoporlo alla vostra attenzione. Il pezzo è ricco di fonti e dati, può diventare, a mio avviso, un buon punto di partenza per aprire un dibattito sui vari punti rilevati dall’autore. La tesi di partenza è che i genocidi più grandi della storia non sono stati compiuti con missili o con armi nucleari, ma con armi rudimentali come i machete, fabbricati in Cina e adoperati per il genocidio dei Tutsi in Rwanda. Questo per ridimensionare il processo, se pur meritevole, di negoziazione con l’Iran in merito al suo programma nucleare. Torreblanca abilmente utilizza questo incipit per traghettarci su una tematica ben più ampia: gli esseri umani, dalla notte dei tempi, hanno avuto una incredibile capacità di uccidere, anche massivamente. Il passo successivo dell’autore è spingerci ad analizzare il “genere” maggiormente responsabile di tali crimini. Secondo i dati riportati, si evince che si tratta del genere maschile: los varones come gli autori della stragrande maggioranza di queste morti. Certamente ci sono state storicamente delle compartecipazioni femminili nei conflitti bellici, ma si tratta di una gota en un océano. Allo stesso modo si possono osservare le quote maschili predominanti per quanto concerne omicidi e crimini di vario tipo. Torreblanca effettua un ulteriore salto per analizzare il capitolo della violenza sessuale contro le donne, frutto di una cultura patriarcale e dominata dagli uomini. Come se ci fosse “Una guerra invisibile di uomini contro donne”.  Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU (risoluzione 1.350 del 31/10/2000), aveva dichiaratamente evidenziato la necessità di una protezione speciale per le donne e le bambine in zone di guerra e del loro ruolo nella risoluzione dei conflitti e nella costruzione della pace. Il dibattito su questi temi e sui femminicidi (parola che io non amo particolarmente) spesso è a corrente alternata. Torreblanca ci lascia con una domanda: ¿Son los varones armas de destrucción masiva?

È come se un’educazione secolare alla violenza, all’aggressività, al dominio unita a un inconscio premio per una serie di stereotipi  maschili “sbagliati”, dovessero in qualche modo sfociare: in una guerra, contro il vicino di casa, contro lo straniero, verso i figli e le donne.

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Tra questione maschile e femminile

Il prossimo 25 novembre sarà la giornata mondiale contro la violenza sulle donne. Nel 2013 siamo al punto di partenza. Perciò, credo che sia il caso di porci delle domande. Dopo decenni di battaglie e di rivendicazioni, spesso arroccate su posizioni solitarie, spocchiose e autoreferenziali dovremmo ammettere che ci sono stati degli errori di base e non solo dal punto di vista maschile. Porci sempre in contrapposizione e parlando solo tra di noi, come se l’universo maschile fosse un qualcosa di estraneo, irrilevante, che non ci riguardasse interagire con gli uomini, ponendo le basi per un dibattito serio sulle problematiche femminili. Al massimo siamo giunte a scaricare la patata bollente agli uomini, sostenendo che è diventato un loro problema (il che è vero solo a metà). Siamo andate avanti come un treno, sulla nostra strada, spesso lamentandoci, salvo poi non praticare mai, all’occorrenza, un briciolo di solidarietà femminile. In pratica, a parole siamo “amiche solidali”, poi nella realtà quotidiana, ci sbraniamo, ci voltiamo le spalle e facciamo delle stupide battaglie per “dimostrare” che no, non siamo tutte uguali, ma che ci sono donne più “degne ed elevate” di altre. Siamo talmente abituate a parlarci addosso, che abbiamo perso l’attitudine a riflettere e ad ascoltare non solo le donne come noi, ma anche gli uomini. La spocchia e la supponenza è una sorta di peccato originale di qualsiasi tentativo di essere credibili. Siamo unite solo teoricamente, mentre siamo in perenne lotta per affermare le nostre “singolarità”, non importa se pestandoci i piedi a vicenda. Il tutto sempre tra donne. Se a ciò aggiungiamo che gli uomini sono figli di donne, dovremmo prenderci una manciata di corresponsabilità, se siamo così indietro. Siamo ferme perché per noi non ci siamo mai messe veramente a disposizione. Siamo ferme se non riusciamo ad essere consce dei nostri limiti e non combattiamo per una “uguaglianza” che non può essere realizzabile, pena la perdita delle nostre peculiarità. Se Dio ha creato uomo e donna ha voluto dare vita a due tipi differenti, ognuno diverso e complementare all’altro. Siamo ferme quando decidiamo di tenere i generi separati. Il problema è bipolare. Occorre avere la vista di un’aquila bicipite.

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Non Una Di Meno - Milano

Contro la violenza maschile sulle donne e tutte le forme di violenza di genere

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I tessitori di nuvole hanno i piedi ben piantati per terra

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Uguali e Diversi allo stesso tempo. A Sinistra con convinzione.

Blog delle donne

Un blog assolutamente femminista

Parla della Russia

I took a speed-reading course and read War and Peace in twenty minutes. It involves Russia.

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per una presenza qualificata delle donne in politica e nei luoghi decisionali

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Femminismi Italiani

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Il Golem Femmina

Passare passioni, poesia, bellezza. Essere. Antigone contraria all'accidia del vivere quotidiano

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"Feminism requires precisely what patriarchy destroys in women: unimpeachable bravery in confronting male power." Andrea Dworkin

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Il blog femminista che parla d'amore

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tutto, ma proprio tutto di noi

Stiamo tutti bene

Le tragicomiche avventure di una famiglia di nome e di fatto

Abolition du système prostitueur

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Gegen Prostitition. Für Frauen. Für Selbstbestimmung und Unabhängigkeit. Gegen Sexkauf. Not for Sale. Weil Frauen keine Ware sind.

Psicodinamica

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Femina Invicta

Feminist. Activist. Blogger.

THE FEM

A Feminist Literary Magazine

O capitano! Mio capitano!...

"Ci sono persone che sanno tutto e purtroppo è tutto quello che sanno." [Oscar Wilde]

Diana

"Nell'ora più profonda della notte, confessa a te stesso che moriresti se ti fosse vietato scrivere. E guarda profondamente nel tuo cuore dove esso espande le sue radici, la risposta, e ti domandi, devo scrivere?". Rilke

irréductiblement féministe !

l'humanité sera civilisée quand elle aura aboli le système patriarcal et autres systèmes d'oppression politiques, économiques et religieux