Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Prospettive. Consapevolezza per costruire un futuro diverso


“Don’t be told what you want don’t be told what you need
there’s no future no future no future for you
(…)
When there’s no future how can there be sin
we’re the flowers in the dustbin
we’re the poison in your human machine
we’re the future your future”
1977 – Sex Pistols
Quando la realtà, le colpe e gli errori del sistema si sbattevano in faccia al potere e non si nascondevano. Non puoi creare un futuro diverso se non abbatti ciò che ti ha rubato il futuro. Non si può conservare quanto ci ha portati allo stato attuale, non si può difendere chi ha incrementato la forbice delle disuguaglianze. Non si può andare sotto braccio con chi ha distrutto l’ambiente. Non si può cambiare con lo sguardo nostalgico rivolto al passato, come se prima della pandemia fosse tutto ok.
Nel 1977 c’era più consapevolezza e lucidità di oggi. Il futuro ci è stato rubato già da tempo, per svariati motivi (si pensi all’evasione fiscale, a chi prende sussidi pur non avendone diritto, ai fondi pubblici sperperati e a un sistema clientelare mai smantellato). La scuola per anni è stata l’ultima ruota del carro degli investimenti pubblici, al pari della Sanità. La Cenerentola dei dicasteri, all’ultimo posto anche nei pensieri degli italiani. Vi si pensava solo quando si apostrofava gli insegnanti come “privilegiati, fannulloni e scansafatiche da tre mesi di vacanza”. Non vi siete indignati nemmeno quando non c’era la carta igienica, vi limitavate a portarla, assecondando una gestione non solo al risparmio anzi indegna di un Paese civile. Questo era il vostro pensiero. Al massimo vi adoperavate con qualche denuncia e ricorso per difendere i vostri pargoli ingiustamente bocciati e tartassati da insegnanti “crudeli e incapaci”. Questo, anziché riconoscere i limiti dei vostri figli e del vostro compito di genitori. Li avete difesi nonostante fossero indifendibili, nonostante avessero offeso pesantemente gli insegnanti. Poveri pargoli, mai cresciuti.
Continuare a fantasticare su un ascensore sociale che non c’è da decenni, sulla possibilità di emancipazione attraverso lo studio quando siamo in una società familista, clientelare, in cui si procede solo per raccomandazioni, in cui la gente in gamba deve andare via per poter avere una speranza di un futuro migliore, di cosa parliamo? Svegliamoci e forse capiremo che solo evitando di trascinarci nel lamento e nell’illusione potremo cambiare qualcosa. Suvvia, dovremmo aver capito come vanno le cose e come si possono cambiare. Non c’è destino, siamo noi a fare la differenza. Ma bisogna tornare a lottare, non solo per aprire un involucro ma per pretendere che quel luogo in cui si impara e si diventa adulti sia gestito in sicurezza, sia di qualità, non abbia più strutture fatiscenti, non ci siano più classi pollaio, che gli insegnanti vengano pagati adeguatamente, che siano trattati dallo Stato in modo serio, non come baby sitter o fornitori a cottimo di sapere. Dovreste chiedere la fine del precariato a vita, dovreste chiedere di dare di nuovo dignità al lavoro di chi forma le future generazioni. Dobbiamo chiedere rispetto per il loro lavoro, la loro salute. Dobbiamo chiedere soluzioni strutturali che possano riportare la scuola al rango che le compete, dobbiamo investire adeguatamente affinché questo si realizzi, non si fa nulla semplicemente contando sullo spirito di sacrificio dei singoli. Gli insegnanti devono potersi formare periodicamente non a proprie spese, ma sulla base di un progetto ministeriale che investa su di loro e li sostenga lungo tutta la loro carriera. Insegniamo ai nostri figli ad essere cittadini e a lottare per i loro diritti, invece di raccontargli che solo la scuola in presenza garantisce un futuro. La scuola in questo stato non ha la bacchetta magica, ci vuole tutto ciò che ho detto prima e i genitori non possono non capirlo. Il futuro si costruisce con la consapevolezza e il senso di responsabilità, il senso civico che implica che in pandemia ciascuno faccia la sua parte e rinunci a qualcosa. Che poi già da tempo nei corsi universitari di preparazione per l’insegnamento, e non solo, si parla di forme di didattica e mezzi diversi, eh sì, anche di adoperare nuovi strumenti digitali, multimediali. Nulla deve essere come prima. Oggi, con le regole Covid, non si può fare molto più di una classica lezione frontale e la trasmissione di un nozionismo che spesso resta giusto il tempo di superare l’interrogazione o la verifica. Se poi frequentaste un po’ le scuole che sono rimaste aperte, vi accorgereste che sono assai poco frequentate, assenze numerose, quarantene, organico carente per malattia, presenza a singhiozzo, malesseri in classe con bambini ko. Sì lo so, sono cose che noto solo io, tutto a posto, avanti così.
Chiedo ai genitori di non offuscare le menti dei propri figli con frasi sterili e vuote, con l’ideologica pretesa di scuole aperte, punto e basta. Ci vuole altro, molto altro e c’è da lottare. Chiedete ai vostri figli di comprendere la fase e di fare di tutto per difendere la salute dei compagni, degli insegnanti, dei familiari, della comunità di cui fanno parte. L’educazione civica essenziale, considerarsi e sentirsi parte di un organismo collettivo. Crescere cittadini, parte di una società, in cui non esisto solo io. Pre-occuparsi, aver cura degli altri, dell’ambiente, del mondo attorno a noi. Magari riusciamo a costruire un futuro e una società migliore. Responsabilità e impegno. Senso di realtà è maturità. La pandemia può essere un’ottima lezione per maturare. Può valere molto se ne usciamo diversi. Lottare per il futuro, senza ipocrisie e senza aver nostalgia di modelli dinosaureschi e tossici. 
Ce la possiamo fare, ce la possono fare anche le nuove generazioni, ma hanno bisogno di nuovi occhi, nuove idee, imparare a fare la loro rivoluzione, che se guardano noi sono spacciati.
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Liberiamoci! Protagoniste della nostra storia

Foto: Facebook / Festival Nosotras Estamos en la Calle


Come annota Graziella Priulla nel suo Parole Tossiche – Settenove 2014:

“Gli insulti sessisti dopo gli anni della rivoluzione femminista sarebbero dovuti scomparire, o almeno avrebbero dovuto perdere la loro potenzialità offensiva; invece sono ancora lì, immobili come gli stereotipi e i pregiudizi che li mantengono in vita. Siamo cambiati e siamo cambiate ma non più di tanto; anzi negli ultimi anni siamo tornati/e indietro, con un’involuzione di cultura e di riconoscimento di diritti. I nudi umani, le rappresentazioni esplicite e i riferimenti agli atti sessuali sono testimoniati presso la maggior parte delle civiltà della storia: non è questo il punto. Nessuna parte del corpo umano è impudica, impudico è lo sguardo di chi strumentalizza le parti del corpo separandole dalla persona.”

È esattamente ciò che da anni si sottolinea e che si evidenzia quando si analizza tutto il bagaglio culturale fornito attraverso i media.

“La nostra civiltà vive all’insegna del sesso, ma l’insegna quando va bene è ideogramma, quando va male è pedissequo facsimile: i prodotti dell’industria culturale creano perfetti involucri di carne ma confondono il corpo con la sua icona. L’oggettivazione sessuale si esprime in una varietà di forme esplicite che lasciano trasparire una malinconica monotonia di fondo: dalle più pesanti, costituite dalla pornografia, alle più sottili dell’esposizione televisiva, il fenomeno invade la nostra quotidianità”.

Una mercificazione dei corpi che ha contaminato e contraddistingue ogni ambito, compresa la politica.
Una fruizione da consumatori compulsivi, mancano il tempo e gli strumenti per lavorare a una sessualità matura e consapevole, che parta dalla percezione piena di sé, di valorizzazione dell’altro/a, di riconoscimento dell’altra persona, non come oggetto consumabile, ma come soggetto.

Giustamente Priulla rileva come sia maturata una sensibilità su razzismo e classismo, ma di fronte al sessismo linguistico siamo ancora a dir poco “disattenti”. Eppure è su di esso che si tracciano le basi per le relazioni e in esso si perpetrano discriminazioni e disparità di genere.

Quando ne parlo con i ragazzi e le ragazze a scuola, mi soffermo sulla broda culturale nella quale siamo tutti/e immersi/e e che produce una serie di rappresentazioni statiche e stereotipate, che si tramandano di generazione in generazione.

C’è tuttora una sorta di sottovalutazione accompagnata a una assuefazione a un certo modo di raccontare, rappresentare, riferirsi.

Lessico che ha poco a che fare con la liberazione sessuale, quanto piuttosto a un reiterare di una subordinazione femminile, di un immaginario che ci allontana dalla parità e riafferma divari e ancora una volta forme di oggettivazione femmminile.

Perché dietro tutto questo c’è un obiettivo: ribadire e restaurare una supremazia, un dominio, un potere maschile, che sappiamo cosa comporta in termini di relazioni tra i sessi e di impostazione delle relazioni affettive e non.
Questi concetti e queste semplificazioni che regolano i rapporti umani vengono assimilati precocemente, dalla nostra infanzia.

Tanto che alla fine ci sembra la cosa più naturale etichettare, classificare, inserire in categorie. Non è naturale, è la cultura che ci induce a questa abitudine mentale e percettiva.

Priulla parla di una diffusa aggressività verbale tra i giovanissimi, la musica ne è solo un sintomo o un riflesso.

“I sex offender sono sempre esistiti, ma in questi ultimi anni si assiste a un incremento esponenziale di episodi che vedono protagonisti insospettabili adolescenti pronti a scaternarsi su una vittima isolata.” Interessante è tenere insieme anche le forme più diffuse oggi di fruizione di materiale pornografico. “L’orizzonte esistenziale che ne deriva è misero, costellato di rapporti senza valore. Una cosa è fare un giretto sui siti di video sharing ad alto contenuto pornografico, un’altra è accettare la complessità fisica e psichica dell’erotismo. L’esito non voluto è l’impoverimento del desiderio; d’altronde una cosa preziosa, se è usata con leggerezza, perde valore. Una malintesa libertà ci ha consegnato una sessualità in cui il corpo non si fa segno di alcuna intersoggettività, dove non serve che l’intimità dell’altra persona sia attraversata perché la soddisfazione del godimento è a portata di mano e non richiede la fatica di una relazione.”

Ciò che manca è ancora il punto di vista che viene dal femminile, che dia presenza ed esistenza non subordinata al maschile, al piacere all’uomo, al piacere dell’uomo, ma autonoma e articolata in modo relazionale paritario.

L’oggettivazione può giungere a farti sentire merce, commerciabile e consumabile, a legittimare il controllo delle donne, dei loro corpi, manipolandone desideri e aspirazioni, lavorando a nuove o secolari forme di oppressione.

Ho preferito lasciare la parola ad una esperta e a una studiosa come Graziella Priulla, perché interrogarsi su certi aspetti ha bisogno di argomentazioni solide, frutto di una indagine e di un’esperienza della realtà che vada a fondo dei fenomeni. Siamo così abituati a restare sulla superficie, in una zona che in qualche modo non intacchi i nostri capisaldi e punti di riferimento, che ci fanno sentire “a posto”. Eppure, non si può eludere un discorso più articolato e vasto.

Quali variegate dimensioni riusciamo ad esprimere a proposito delle donne?
Quanto questa oggettivazione e attenzione ai corpi spersonalizzati, deumanizzati, privati di pensiero e di emozioni proprie e uniche, ha ricadute nel nostro quotidiano?
Quanto l’esistenza, il valore di una donna sia accettabile solo se bella, giovane, magra e “bombabile”?
La classifica “Figadvisor, dalla più alla meno bombabile”, “gentilmente curata” da un gruppo di studenti del Liceo classico Carducci, è solo l’ultimo dei casi balzati alla cronaca.

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Riconoscere valore, dare esistenza


Non avrei voluto tornarci su. Un po’ per non voler alimentare le consuete atmosfere da trincee contrapposte, un po’ perché ho già in passato lungamente cercato di spiegare il mio punto di vista, partendo da me. Ed è da qui e solo da qui, da questa piccola finestra, che posso partire ed esprimermi, perché oltre mi sostituirei alle altre donne. Se c’è una cosa che ho imparato dal femminismo è la sospensione e la rinuncia ad atteggiamenti e pensieri giudicanti, la necessità di un esercizio costante di ascolto, un partire da se stesse senza la presunzione, l’intenzione, l’abitudine a sostituirsi all’altra. Le esperienze sono molteplici, diverse, uniche anche se sembrano simili, i caratteri, le possibilità diverse e mutevoli, le scelte mille, le soluzioni variegate.

Mi sono trovata davanti a questo articolo.

“la condizione delle nostre donne che lavorano in casa, curando le attività domestiche e i familiari. Ossia un’attività di lavoro a tempo pienissimo, sabato e domenica inclusi, che le impegna decine di ore a settimana e per la quale non esiste alcuna retribuzione. Manca persino una qualsiasi forma di riconoscimento sociale. Una condizione che non è esagerato assimilare a una sostanziale schiavitù.”

“Persino in un periodo di promesse politiche mirabolanti come quello che stiamo vivendo, la condizione delle donne italiane che lavorano per la casa e i familiari non suscita alcune attenzione.

(…) Il 71% delle ore di lavoro gratuito svolto in Italia nell’anno 2014 (oltre 50 miliardi) è stato svolto da donne per attività domestiche. Si tratta, spiega Istat, di “un valore superiore al numero di ore di lavoro retribuito prodotto dal complesso della popolazione”. Le casalinghe da sole hanno regalato all’Italia 20 miliardi di ore di lavoro.”

Mi ha fatto piacere constatare che l’autore di questo articolo fosse un uomo, perché sembra a volte che ce la cantiamo e ce la suoniamo da sole.

Due giorni fa sono stata contattata per una indagine Doxa proprio sul tema lavoro. Mi sono trovata a rispondere alle domande che di solito leggo nelle statistiche, mi è stato anche chiesto se le leggessi. Sono anni che le leggo, le analizzo e ne scrivo (qui uno dei miei ultimi scritti). Ma siamo sempre lì. Lo so che ci sarà qualche voce femminile che mi dirà che un lavoro se non è retribuito non può definirsi lavoro. Lo so che ci faremo ancora del male tra di noi. Lo so che continueremo a lapidare le donne. Lo so che molte donne mi diranno che senza busta paga si è parassite e improduttive. Eppure, forse basterebbe chiamare le cose con il loro nome. Sapete, nell’indagine Doxa c’era anche qualche quesito che serviva a rilevare l’ascensore sociale, i titoli di studio ecc. Mi sono accorta ancora una volta che non solo è fermo, ma non fanno manutenzione da un pezzo. Mi sono resa conto che mentre rispondevo alle domande era come quando ho compilato il modulo per confermare le mie dimissioni. Una x in una casella e poi tutti a casa.

La sensazione di un disinteresse si fa strada, e poi le leggi per toglierci anche quelle poche briciole, per schiacciarci. Siamo quelle delle “rendite parassitarie” come dice Timperi. Siamo quelle da annientare, e in questo gioco al massacro partecipano anche tante donne. Perché siamo sempre in prima fila quando si tratta di essere le prime e più efficienti nemiche di noi stesse. Sempre pronte a ferirci, sempre pronte a strapparci di mano un sogno, una speranza, un desiderio.

Questo articolo ci ricorda come siamo messe, finché non dimostreremo un po’ di solidarietà tra noi, saremo sempre ferme. Prima o poi dovremo affrontare questo passaggio, quanto meno parlarne. Per farlo occorrerà far tesoro di tutte le riflessioni che ci hanno regalato le donne delle generazioni precedenti, poi dovremo perdonarci, dovremo accettare le scelte delle altre, anche se non le comprendiamo o non le condividiamo, anche quelle che scelte non sono, dovremo accogliere le storie di ciascuna come un unicum e rispettarle, dovremo non anteporre le soluzioni ai desideri di ciascuna, dovremo essere capaci di smontare certezze che ci siamo costruite per poter andare avanti, dovremo non avere l’ansia di poter dover far tutto, dovremo abbandonare l’idea che un tipo di vita e di occupazione sono migliori di altre, dovremo smantellare modelli di lavoro costruiti dagli uomini e a loro convenienti, dovremo rifiutare la minestra e la ricetta che ci è stata imposta quando secoli fa siamo entrate nel mondo del lavoro retribuito. Dovremo sovvertire il sistema non solo di produzione, ma anche di welfare pubblico, che al momento si assottiglia sempre più e che necessità una ristrutturazione. Il lavoro che doveva emanciparci e liberarci non è stato la chiave delle nostre catene. Questo dobbiamo ammetterlo. Ci ha elargito qualche briciola, ma la sostanza che appesantisce la qualità delle nostre vite non cambia.

Forse occorrerebbe uscire da sé e ampliare l’ottica, liberarsi di catene e di ansie da prestazioni, con il bilancino alla mano. Il reddito fuori casa non sempre toglie le catene, altrimenti non ci sarebbero certi fenomeni e come donne avremmo raggiunto altri traguardi. Io mi guardo in giro e non ritrovo benessere ma equilibrismi. Essere qualcosa che gli altri ci suggeriscono non è mai gratificante. Io posso parlare però esclusivamente per me e guardare cosa accade fuori da me. Esistono innumerevoli donne che pur lavorando perpetuano modelli opposti all’autodeterminazione e profondamente arcaici.

Se l’autonomia economica genera vantaggi, più capacità di autodeterminarsi, non si spiegherebbe la violenza economica su donne che lavorano, negarla non si può .

Forse c’è qualcosa che ci inchioda di più profondo dell’assenza di un reddito proprio, una cultura che rende possibile il controllo anche laddove si potrebbe ipotizzare una maggiore possibilità di liberarsene e di sottrarvisi. La cultura genera prassi che rendono di fatto tutto più complicato e meno scontato. Non è per sentito dire che ne parlo.

Spiegatemi perché si continua a voler invisibilizzare una quota di produttività. Perché non si riesce ad andare oltre le statistiche e attuare politiche che valorizzino e inizino a comprendere quali meccanismi reggono il sistema. Chiediamoci perché tanta resistenza al trovare fondi per un congedo di paternità obbligatorio di durata pari a quello materno, perché continuano a ripeterci la frase “basta organizzarsi”, perché seri strumenti di work life balance sono ancora chimere e rarità, perché le donne sono sempre più chiuse in una dimensione privata e come gli struzzi hanno perso l’energia e l’abitudine ad alzare la testa, perché il welfare è ancora prepotentemente qualcosa di femminile e di autogestito, perché non è visibile, gratuito e lo si dà per scontato. Non è che se si parla di reddito alle casalinghe ci vogliono fregare, ci stanno già fregando da tempo e forse non ce ne accorgiamo nemmeno.

Spiegatemi perché si continua a mantenere un modello lavorativo di stampo maschile.

Due anni fa scrivevo:

“La nostra gestione simultanea dei due globi di vita pubblico-privato, familiare-produttivo, produzione-ri-produzione, hanno cercato di trovare un equilibrio, un’equiparazione tra questi ambiti. Per molto tempo abbiamo visto differenza e uguaglianza come due cose separate, inconciliabili, inseguendo la seconda, rifuggendo dalla memoria della prima.

Per poter entrare e permanere in certi contesti lavorativi abbiamo dovuto assecondare il fatto che il modello maschile si rifiutasse di integrare la differenza sessuale nella cultura del lavoro creata dagli uomini. L’accettazione e l’integrazione esigevano la negazione di ogni specificità, soluzione diversa, e l’invisibilità del genere con cancellazione della differenza. Quindi abbiamo avuto l’accesso, ma la parità è rimasta teoria, poco reale. Al contempo, in lavori tipicamente femminili, sono state riversate alcune capacità sviluppate in ambito domestico.”

Forse occorrerebbe guardare ciò che abbiamo accettato passivamente e a cui abbiamo rinunciato a dare un’altra forma, un altro corso. Perché farci sopraffare dall’ansia di dover dimostrare sempre qualcosa agli altri, per interpretare ruoli che ci ingabbiano. La libertà è nella nostra testa, nel non dover “per forza”, nell’insubordinarsi a meccanismi mentali indotti da una cultura secolare.

Cristina Borderías, nel suo “Strategie della libertà”, Manifesto Libri, 2000, scrive: “Produzione e riproduzione esigono dalle donne logiche di accettazione e di esercizio di valori radicamente contrapposti. Per questo la doppia presenza ha significato non solo la difficoltà di accumulare due giornate di lavoro o di assicurare una presenza simultanea nella famiglia e nella professione, ma necessità di tenere insieme e mettere in relazione le logiche dispari delle due culture del lavoro.”

Quindi è necessario cambiare i tempi, trovare una nuova forma di organizzazione sociale e di regolare i compiti di pubblico e privato. Trovare un nuovo centro, ma che ciascuna possa definire.

Pretendere un intervento pubblico nei servizi di sostegno al care, significa colmare una grave fonte di discriminazione tra donne di censi diversi.

La divisione sessuale del lavoro (produzione-uomo; riproduzione-donna) non è mai passata di moda, e le condizioni socio-economiche attorno la alimentano. La gestione emergenziale, ognuna per sé, reggere a ogni costo, dimostrare sempre qualcosa in più per poter esistere, avere un posto nella società, nella famiglia, nel lavoro.

Sarebbe da proporre un nuovo contratto sociale, in cui si dovrebbe creare una rinegoziazione dei tempi del lavoro tra uomini e donne.

Cambiare cultura del lavoro serve a cambiare le relazioni tra i generi. Riorganizzare il lavoro nella sua complessità e globalità.

I compiti di cura fanno parte pienamente del sistema economico, anche nell’invisibilità e nella scarsa considerazione di cui hanno goduto. In questo vortice di “lavori” la nostra forza politica è sempre stata silenziata, sbriciolata, la nostra lotta sacrificata su un modello di partecipazione fittizia.

Non sbraniamoci sul reddito alle casalinghe, non restiamo a questo livello di interazione, non arrocchiamoci nella polemica per evitare di discutere di altro. Il punto non è reddito sì vs reddito no, alziamo lo sguardo e riflettiamo su cosa potrebbe essere davvero utile. A mio avviso il senso dell’articolo è riportare alla luce un dato che spesso viene invisibilizzato, è uno stimolo a sviluppare un’analisi, un confronto, al di là della proposta che può essere condivisibile o meno, ma che non deve generare lotte intestine o tra porzioni di popolazione. Dobbiamo essere capaci di analizzare una realtà complessa e fuori dalle banali reazioni. Oltrepassiamo la monetizzazione di ogni minima cosa, chiediamoci cosa continuano a nasconderci. Per esempio, pensiamo al fatto che la retribuzione più bassa e più vantaggiosa delle donne non è sufficiente a preferire le donne, perché c’è la necessità di perpetuare il “servizio” femminile in ambito domestico, vitale perché gli uomini si possano dedicare completamente all’attività lavorativa. Per questo c’è tuttora il gap salariale di genere e il tentativo di escludere le donne dai lavori meglio retribuiti.

Oggi che sono adulta, sono madre, vorrei solo dire a mia madre di perdonarsi, di non avere più sensi di colpa. Ogni tanto parliamo di quando ero piccola. Io ho ricordi precisi, come se fosse ieri, lei li ha persi nel turbine che è stata la sua vita di insegnante, madre, care giver per decenni. Le mancano questi avvenimenti, i dettagli, le sensazioni, ciò che abbiamo vissuto insieme le è scivolato via per i ritmi indiavolati di quegli anni. Io ho avuto un’esperienza analoga ma per tempi più brevi. Ma so che per ognuna di noi è diverso per ennemila motivi e so che raffronti non si possono, non si devono fare. Qualcosa si perde inevitabilmente, così come qualcosa si guadagna ma ripeto, dobbiamo salvarci e perdonarci, qualsiasi scelta facciamo. E ne possiamo fare di diverse nel corso della nostra vita. Dobbiamo capire che ci sono situazioni e situazioni, circostanze e variabili imprevedibili, fuori dal nostro controllo diretto, cose che lasciamo indietro, bivi che prendiamo.

Precarietà, retribuzioni incerte e basse, tempi di lavoro e modalità di lavoro super-flessibili come si conciliano con l’autodeterminazione delle donne, quanto determinano scelte obbligate e vere e proprie nuove forme di schiavitù?

Quante di noi hanno la possibilità di contrattare nuove forme di vita e di lavoro?

Adele Pesce a metà degli anni ’80 (in Lavoratrici e Lavoratori) parla di dilemma uguaglianza/differenza:

“rivendicare una trasformazione dei rapporti di potere tra uomini e donne nello spazio di lavoro senza omologarsi al modello maschile, cioè conservando e rendendo significativo il valore della propria differenza senza che questo porti a una svalorizzazione del proprio lavoro e della propria identità.”

È giunto il tempo del non giudicare e di smetterla di punirci. Siamo produttivi e produttive in vario modo, al di là di ciò che il sistema capitalistico ci ha fatto credere. Il contributo delle donne è visibile, basta avere occhi per guardarlo. Basta sensi di colpa, basta generalizzazioni, basta con la rassegnazione. La doppia presenza ci dovrebbe consentire di sviluppare soluzioni, modelli, cultura del lavoro nuove e diverse. Dovremmo davvero smetterla di accettare una pappa secolare patriarcale, paternalistica, che regge anche per un sistema che si fonda su un accesso al mondo del lavoro non sempre sano e paritario. Adoperare le variabili a nostro vantaggio, plasmare una flessibilità che non ci riduca in poltiglia e schiacciate dalla precarietà, agire empatia e solidarietà. A volte vedo solo che ci hanno abituato a ragionare per orticelli. Occorre comprendere che “attività produttiva” contiene molte più sfaccettature di quelle che ci hanno abituato a vedere. Si tratta di una rivoluzione in primis culturale. Parliamone, senza fraintendere il senso di emancipazione, con gli occhi che sappiano accogliere e includere le differenze. Riconoscere la realtà è riconoscere il valore di ciascun contributo.


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Di cosa abbiamo veramente bisogno

time work life

 

“Le donne che restano intrappolate nella famiglia sono 2,3 milioni. Il 40 per cento possiede un diploma superiore o una laurea: uno spreco enorme di abilità e talenti.” Così leggiamo in questo recente articolo.
Spreco che non interessa a nessuno di coloro che riducono la conciliazione/condivisione all’arte di arrangiarsi. Manca la cultura d’impresa, manca il coraggio di scelte radicali, non si tratta di tethering, di adoperare strumenti tecnologici innovativi o di giornate aziendali “solidali”. Parliamo di cose serie, di quante chiedono flessibilità (che non significa schiavismo) e ricevono come risposta un invito alle dimissioni. Grandi, medie e piccole aziende, la situazione non cambia se non c’è la giusta sensibilità. Parliamo di quante si vedono sbattere la porta in faccia quando chiedono un part-time per un familiare malato. Sì, nemmeno se chiedi di lavorare 6 ore per un periodo circoscritto ti viene consentito. La porta è aperta e non si ha scelta.

Perché al contrario di quanto si pensi o si teorizzi, il part-time in alcune situazioni è l’unica soluzione per poter restare nel mondo del lavoro. Pensiamo sia preferibile essere costrette a lasciare il lavoro oppure preferiamo agevolare le donne che desiderano lavorare part-time? Al di là del fatto che i servizi (sui quali bisognerebbe lavorare con maggior convinzione e realismo) non si adattano affatto ai tempi del full-time e di percorrenza delle distanze casa-lavoro-scuola. Al di là del fatto che solo chi ha un familiare da accudire conosce l’impegno necessario. Facile parlare quando si ha qualcuno che se ne occupa al tuo posto e si hanno le disponibilità economiche perché qualcuno si occupi della gestione del quotidiano e della casa.
Basta regolare il tempo parziale e renderlo conveniente, non sarà preferibile per tutt*, ma a qualcun* servirà e sarà l’ancora di salvezza. Se poi ragioniamo in termini di produttività reale e lo diffondiamo nella nostra cultura aziendale ferma all’800, forse il tempo parziale non verrà più considerato il ghetto delle donne, e sarà scelto anche dagli uomini. Anche perché non tutti possiamo permetterci di esternalizzare i servizi di cura. Ammesso che esternalizzare poi sia il desiderio di tutt*, soprattutto quando si vorrebbe fare i genitori non soltanto la sera alle 21 o nel weekend.

Ogni tanto un po’ di sincerità non guasta e occorrerebbe chiedersi perché la nostra cultura insegue il mantra del lavoro come metro del senso della nostra vita. Forse bisognerebbe emanciparsi dall’idea che lavorare tanto paga in modo proporzionale. Spesso non è così, basta un dettaglio e ti ritrovi con stipendio e carriera bloccate.
Perché potersi dedicare anche alla propria vita privata non sia un lusso, una strada impraticabile se non a costo della rinuncia al lavoro. Un giusto equilibrio non deve essere lo stigma, ma un cambiamento culturale necessario, che produce benefici sul dipendente e ricadute positive sul lavoro. Perché occuparsi anche di un familiare non può essere considerato una fonte di peso aziendale. Deve cambiare l’organizzazione aziendale oppure perderemo terreno e risorse umane. Quindi lasciateci scegliere e progettare i nostri tempi di vita-lavoro.
Per questo guardo con attenzione a questa proposta di legge: “Politiche regionali di sostegno obbligatorie, con aiuti quali sollievo programmato e d’emergenza, sostegno psicologico, informazione, formazione ai caregiver; accordi con i datori di lavoro per favorire orari flessibili e con compagnie assicurative per offrire polizze mirate e scontate. Sono alcuni punti della proposta di legge-quadro sui caregiver, cioè quanti devono assistere un familiare non autosufficiente.”

Le pressioni che le donne subiscono non sono eccezioni rare, ma sono molto diffuse, anche se si continua a ridimensionare queste storie. Raccontiamo e non stiamo zitte! “negli ultimi 2 anni sono aumentati del 30% i casi di donne licenziate o costrette a dimettersi; almeno 350 mila sono state discriminate per via della maternità”: che fate? Continuate a sostenere che ci lamentiamo troppo????

Dobbiamo scegliere formule che siano realmente innovative.

aiutiallefamiglie.600
Sapete che non sono molto d’accordo sull’uso dei bonus una tantum, che aiutano a tamponare, ma non rappresentano una soluzione reale dei problemi per cui si sceglie di non fare figli. Se durante le primarie milanesi si parlava di reddito di cittadinanza, quindi si aveva un approccio redistributivo della ricchezza, che permettesse di vivere in condizioni dignitose attraverso l’erogazione di un reddito minimo indipendente dal tempo di lavoro prestato o da prestare, oggi, a distanza di qualche mese ce lo siamo già dimenticato. Il bonus per le mamme è antitetico a una politica strutturata di fuoriuscita dal bisogno.

Mi piacerebbe che si parlasse maggiormente di servizi di conciliazione, magari a prezzi calmierati, come per esempio incentivare la creazione di una rete di sostegno di mutuoaiuto tra cittadini (volontaria e gratuita) per rendere più agevoli tanti piccoli aspetti della vita dei genitori. E’ questione di prospettive favorevoli non solo di breve/brevissimo periodo.
Stessa perplessità su soluzioni tampone per famiglie in difficoltà, che se diventano l’unico “sistema” producono effetti non propriamente volti a disinnescare il vortice della difficoltà. Non è scaricando in modo permanente sulla beneficenza e sulla solidarietà dei singoli cittadini che si risolvono i problemi. Dobbiamo spiegare e insegnare alle persone che mettere al mondo figli è una responsabilità personale, implica una capacità di comprensione di cosa significa crescere dei figli, crescere che non significa nutrire solo con un piatto di pasta, ma nutrirli culturalmente, trasmettergli un sistema di valori, seguirli, sostenerli, educarli, dargli opportunità per un futuro dignitoso, per essere dei cittadini non passivi. Dobbiamo uscire da meccanismi che rischiano di alimentare le situazioni di disagio. Che senso ha continuare a fare figli se si è senza lavoro, si è precari in tutti i sensi? Ne vedo troppe di queste situazioni e in gran parte non sono affatto temporanee, ma finiscono col durare decenni, coinvolgere più di una generazione.

In alcuni contesti c’è un’assoluta mancanza di una cultura di pianificazione familiare. Ricordo che dal 2010 c’è stato un aumento del 31% delle gravidanze precoci in Lombardia. Ci affidiamo ancora al caso? Essere genitori è un compito di responsabilità, ed è il motivo per cui in molti decidono di non potersi permettere questo impegno, perché tante condizioni non lo permettono. Quindi anziché stigmatizzare chi sceglie consapevolmente di non fare figli perché si rende conto del contesto ostile, dovremmo occuparci di una parte consistente di persone che non si pongono nemmeno questo problema e vivono nell’emergenza permanente, insieme ai loro figli. Non basta l’obolo una tantum o il pacco di beni alimentari, che sono ottime soluzioni tampone (senza le quali la situazione sarebbe ancor più drammatica) ma che non risolvono una questione così enorme, difficile, che ha una matrice anche culturale e di mancanza di opportunità reali. Non siamo in grado o non vogliamo guardare alle radici dei problemi. Offriamo piuttosto un sistema efficiente di collocamento lavorativo, condizioni di conciliazione reali e alla portata di tutt*, supporti educativi e di sostegno per far maturare una consapevolezza alla genitorialità. Vogliamo sostenere una genitorialità in modo finalmente organico e non emergenziale, come se poi dovesse arrivare una mano divina a risolvere tutto? Certo che se non applicheremo delle misure radicali che vadano a monte delle difficoltà, la natalità continuerà a crollare e chi farà figli sarà alla mercé della buona o cattiva sorte. Esattamente come nell’800.

Io non penso che dobbiamo creare nuove dipendenze, dobbiamo crescere cittadini/e attivi/e e genitori che capiscano pienamente che cosa significa l’impegno di un figlio. Dobbiamo spiegare che dei figli che continuano gli studi saranno dei cittadini migliori, dobbiamo spiegare che la vita di una donna non coincide solo col mettere al mondo figli. C’è altro e ci deve essere altro nella vita delle ragazze e delle donne. Dobbiamo evitare che questo disagio, questo contesto di difficoltà, degrado, a volte accompagnato da violenze familiari, porti queste persone in situazioni di emarginazione permanenti.

Auspico un futuro diverso, in cui tutti siano resi autosufficienti e consapevoli. Questo è il compito di uno Stato efficiente e lungimirante, questo è il compito di chi si ritiene progressista. Così come dovrebbe essere prioritario osare e spingere verso un reddito di base (articolabile con varie modalità) con programmi di (re)inserimento nel tessuto produttivo e sociale. Con questi numeri è urgente iniziare a progettare un reddito di base di cittadinanza, anche in funzione delle prossime generazioni che (se andrà bene) andranno in pensione a 75 anni. Per contrastare il fenomeno del lavoro in nero senza garanzie e senza diritti, dello sfruttamento e dell’arruolamento tra le fila delle organizzazioni criminali. La libertà dal bisogno è il primo passo per l’affrancamento pieno di una persona e per l’emancipazione materiale e del pensiero.

bambine-a-scuola
Allo stesso tempo dobbiamo cercare di sondare le cause che portano le bambine e le ragazze a crescere nella convinzione che l’unica forma di emancipazione è quella dalla famiglia di origine, per crearne una propria, non importa con chi o come, non importano le conseguenze. Purtroppo lo vedo anche sul mio territorio. Il contesto familiare e sociale spesso influisce ben più della scuola, è come se non si riuscisse a interrompere cicli generazionali in cui il genere femminile ha un destino segnato e predestinato. Il lavoro culturale da fare è enorme. Anche perché quando si è ragazze sfuggono molti dettagli e non proseguire gli studi ha un impatto devastante e irreversibile in molti casi.

Troppe ragazze ancora oggi non vengono aiutate a percepire l’importanza di un investimento nello studio o anche nell’apprendimento di un lavoro, di capacità e abilità che possano essere reinvestite e portare a una reale autonomia. Se vogliamo oggi è peggio degli anni ’60, in cui la percezione dell’istruzione aveva un valore enorme in termini di riscatto personale. Questa regressione coinvolge italiane e ragazze di origine straniera di seconda generazione. Una regressione che ha degli impatti negativi enormi. Vogliamo strappare le ragazze da questi cicli di destini predestinati? Vogliamo fargli capire che forse conviene investire meglio sul proprio futuro, lavorando su prospettive e obiettivi diversi? Vi consiglio questo articolo.

Le risorse per realizzare programmi ad hoc, forme per uscire da situazioni difficili, educare le giovani donne e dargli opportunità diverse di emancipazione ci sarebbero, ma finché la sottrazione di risorse attraverso l’evasione fiscale non sarà percepita come un crimine verso l’intera comunità, le cose non cambieranno. Hanno pienamente ragione Chiara Capraro e Francesca Rhodes nella loro analisi, che vi consiglio di leggere, di diffondere e di tenere sempre presente. È una questione di maturazione culturale e di presa di coscienza.

Azioni di redistribuzione della ricchezza sono necessarie, non accessorie, altrimenti il sistema collassa e non serviranno le collette che i singoli si impegneranno a sostenere. Mi rendo conto che è più facile e più immediato ragionare fornendo aiuti immediati, ma poi? Non possiamo fermarci a soluzioni semplicistiche. Se non si risveglia la coscienza civile e non si investirà su altri fronti e leve, non usciremo mai da un pantano che sarà sempre più soffocante. Interroghiamoci, riflettiamo. Non è utopia, è giustizia sociale, quella di cui si parla anche nella nostra Costituzione.

Sempre sul tema della conciliazione, vedremo che risultati porterà il Ddl per il lavoro agile o smart working “Misure per la tutela del lavoro autonomo non imprenditoriale e misure volte a favorire l’articolazione flessibile nei tempi e nei luoghi del lavoro subordinato” attualmente in sede di esame al Senato. Non è il telelavoro introdotto dalla legge Bassanini ter mai decollato. Il lavoro agile deve essere flessibile e produttivo, e si fonda su un patto tra datore di lavoro e dipendente proprio per raggiungere questi obiettivi. Flessibilità che fa rima con possibilità di conciliare vita privata e lavoro. Flessibilità del luogo di lavoro che deve tradursi in un aumento della produttività. Agile non significa che non siano previsti periodi in cui lavorare in azienda, per non perdere gli aspetti positivi del lavoro di squadra e dell’affiatamento derivante dall’appartenenza al medesimo progetto aziendale. Restano in piedi le regole su sicurezza e sul controllo che non può eccedere rispetto a quanto previsto dall’art. 4 della legge 300 del 20 maggio 1970 (QUI). Si tratta di un segnale importante di come sia maturato un diverso approccio alle modalità del lavoro e di quanto poco c’entri la produttività con le ore di permanenza nel luogo di lavoro e alla scrivania. Certo lo smart working non è adatto a tutti i tipi di lavoro, non piace a tutti, ma può essere preferito in alcuni periodi della propria vita perché consente di mantenere insieme vari “pezzi” degli impegni quotidiani.

lavoro agile

 

Chiaramente lo smart working non risolverà tutti i problemi del nostro contesto post-industriale, delle nostre economie, della gig economy che avevo affrontato qui, ma se ben regolato, con i giusti incentivi per le imprese e i correttivi per non slegare il dipendente dalla realtà aziendale, può servire a supportare alcuni lavoratori dipendenti.
Speriamo che il Ddl venga approvato presto e che soprattutto venga adottato dalle aziende. Il lavoro agile come strumento e non come tipologia contrattuale.

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La paradossale marcia delle donne verso l’emancipazione

women rights

 

Desidero proporvi questa mia traduzione di un articolo di Rémi Barroux, pubblicato su Le Monde il 12 gennaio 2015. Il mio francese è pessimo, ho cercato di fare del mio meglio perché l’argomento mi sembrava interessante, ma sono benvenute le vostre correzioni!

 

I progressi verso la parità tra donne e uomini sono reali, ma la strada è ancora lunga. I passi in avanti sono paradossali e incompleti, scrivono gli autori dell’Atlas mondial des femmes, il primo del genere, presentato lunedì 12 gennaio, presso l’Institut national d’études démographiques (INED) e pubblicato da Autrement.

La causa dei diritti delle donne è relativamente recente: solo nel 1945 l’ONU ha adottato una Carta che stabilisce i principi generali di eguaglianza tra i sessi. Da allora, diverse conferenze internazionali hanno chiarito gli obiettivi. Il 18 dicembre 1979 l’Assemblea Generale dell’ONU ha adottato, in particolare, la Convenzione (qui) sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne.
E la quarta Conferenza mondiale tenutasi nel 1995 a Pechino – di cui quest’anno si celebra il ventennale – , si è conclusa con una Dichiarazione e un programma d’azione per l’emancipazione sociale, economica e politica delle donne (qui).

 

1

 

Com’è la situazione reale oggi? “Vi sono miglioramenti in vari settori, come ad esempio la sanità e l’istruzione, ma registriamo anche dei peggioramenti”, spiega Isabelle Attané, demografa e dell’INED e coautrice dell’Atlas. Meno numerose rispetto agli uomini dal 1950 – le donne sono quasi 3,6 miliardi rispetto a una popolazione mondiale di 7,4 miliardi di persone – vivono più a lungo, in qualunque parte del mondo. Ma si tratta di uno dei pochi vantaggi che possono vantare rispetto agli uomini. Nel 2010, il rischio per un uomo di morire a 20 anni era tre volte superiore a quello di una donna. Ahimè, questa speranza di vita maggiore nasconde un più rilevante degrado della salute della donna, a causa in particolare di “una difficoltà a conciliare vita professionale e vita familiare, poiché le attività domestiche poggiano maggiormente sulle spalle delle donne rispetto agli uomini, oltre a quelle lavorative” scrive la demografa Emmanuelle Cambois.
Per il resto le disuguaglianze sono sistematicamente contro le donne. Particolarmente esposte nella vita domestica, sono loro che soffrono maggiormente a causa delle violenze sessuali (75-85%). questo incremento nelle statistiche delle violenze, secondo la sociologa Alice Debauche, è dovuto a “una liberazione dell’espressione delle donne”. In Francia per esempio, il numero degli stupri denunciati è passato da circa un migliaio nel 1980 a circa dieci volte tanto nel 2000. Le misurazioni e i raffronti in merito alla violenza, tuttavia, restano complicate da fare, perché le definizioni giuridiche degli stupri, delle aggressioni o delle molestie, le possibilità di uscire dal silenzio differiscono da un paese all’altro.

 

2

 

 

Nel settore economico cresce l’accesso al lavoro, ma “vediamo che le donne restano una variabile di aggiustamento privilegiata in un contesto di liberalizzazione e di crisi economica”, sostiene Attané (in pratica sono le prime a pagare le conseguenze di una crisi e ad essere licenziate, ndr). Nei paesi in cui i lavori informali e domestici sono importanti, questo aspetto potrebbe essere meno percepito. Ma la maggiore vulnerabilità delle donne è reale. Più spesso disoccupate, sono anche coloro che rischiano maggiormente di perdere il loro posto di lavoro. Le donne hanno una maggiore propensione ad accettare il rischio di perdere il posto nei successivi sei mesi: in Finlandia (17% donne-11% uomini), in Danimarca (11% e 7%), in Belgio (quasi 10% e 4%), in Spagna o in Austria. In altri paesi come Francia, Portogallo e Regno Unito, la minaccia pesa sulle industrie tradizionalmente maschili, che porta a spiegare la minore paura delle donne di perdere il lavoro rispetto agli uomini. (In pratica, una donna si attende con maggiori probabilità di venire licenziata in caso di crisi, per questo sarebbe meno preoccupata e più propensa ad accettare l’eventualità: come dire, che ne siamo consapevoli, lo accettiamo meglio, insomma viviamo meglio le fregature, bah, sono perplessa, ndr).
L’occupazione femminile resta confinata alle posizioni di minor conto, nell’agricoltura, nel commercio e nei servizi. Sono pagate meno e più colpite dalla povertà. Negli Usa, il tasso di povertà delle donne è stato del 14,5% contro il 10,9% degli uomini nel 2011. E soprattutto continuano a fare la “doppia giornata” di lavoro: tornate a casa, la maggior parte deve svolgere le mansioni domestiche, lavare i piatti, pulire, cura dei bambini e delle persone non autosufficienti ecc. In Francia questi compiti occupano 20,32 ore settimanali rispetto alle 8,38 ore degli uomini.Se includiamo bricolage, giardinaggio, shopping o giocare con i bambini, lo squilibrio si riduce ad appena 26,15 ore per le donne contro le 16,20 per gli uomini.

 

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“L’uguaglianza di genere proclamato in numerosi testi non è acquisito di fatto, è necessario mettere in evidenza gli ostacoli”, avverte Isabelle Attané. Nella sfera privata, ad esempio, le rappresentazioni sono complicate. “Sappiamo che la politica scolastica è guidata dalla socializzazione di genere, già presente in ambito familiare”. Le donne laureate in materie scientifiche sono la maggioranza in Asia centrale, in Medio Oriente e Nord Africa, mentre in Europa occidentale e Nord America le donne sono poco presenti negli studi quali l’informatica e l’ingegneria, privilegiando ambiti quali la sanità, il sociale e la puericultura.
Le disuguaglianze si sono spostate, sostiene Wilfried Rault, sociologo presso l’INED e coautore dello studio. “Il tasso si scolarizzazione delle donne progredisce, i canali e l’accesso a determinate professioni sono più discriminanti. Questo avveniva già in passato, ma il confine si è spostato: le disuguaglianze si verificano più tardi”.

Nel mondo del cinema, dice Brigitte Rollet, esperta in audiovisivi e insegnante a Sciences-Po, le donne rappresentavano l’86% dei posti di lavoro nel settore dei costumi e il 62% in quello delle scenografie, ma il 32% nella regia o il 22% nel suono, secondo la ricerca sugli studenti diplomati alla Fémis, l’école nationale supérieure des métiers de l’image et du son, tra il 2000 e il 2010.
Il prodotto cinematografico, nonostante le protagoniste femminili siano presenti sui manifesti, è molto maschile. Infatti, la quota di donne nella redazione di Positif è solo del 12%, l’8% presso Première e il 22 % presso Cahiers du cinéma. Erano inesistenti nel CdA di UGC nel 2013, solo il 25% presso Pathé e il 30% in quello di Studio Canal e Gaumon. Per completare il quadro inglorioso, dalla creazione del premio César nel 1976, una sola donna, Tonie Marshall, ha vinto il premio come miglior regista.

 

4

 

L’offensiva del conservatorismo (qui un articolo) a livello nazionale e internazionale, attraverso stati come il Vaticano o i paesi più integralisti dell’Africa e del Golfo, rallentano la marcia verso l’uguaglianza. Al di là dei più reazionari, molti stati sono riluttanti all’idea che ci siano testi internazionali che fissino le regole. Ciò accade in Europa sul diritto di aborto, in Spagna come in Italia, o nel dibattito francese. C’è una vera e propria confusione tra la questione dell’uguaglianza e quella della differenza, ritiene Wilfried Rault. Non vi è alcuna legge naturale che colpisca uomini e donne. E nessun discorso può giustificare la disuguaglianza. Per dirla come Simone de Beauvoir, nel 1949, “Non si nasce donna, si diventa” (Il secondo sesso).
A complicare questa lunga marcia verso l’uguaglianza, i miglioramenti possono anche generare nuovi problemi. Ad esempio, l’accesso alla contraccezione mette più pressione alle donne che agli uomini, creando una nuova disuguaglianza. Tra tutti i contraccettivi, la sterilizzazione femminile è la più utilizzata al mondo (18,9%) (ndr qui un articolo recente su quello che accade in India), prima della spirale intrauterina (14,3 %) e della pillola (8,8 %) e ben prima del preservativo maschile (7,6%). “La sterilizzazione delle donne, usata soprattutto in Brasile e in Messico, preclude la via alla maternità dopo i primi figli, mentre gli uomini possono ancora diventare padri, spiega Carole Brugeilles, demografa e insegnante presso l’università Paris Ouest, e terza co-autrice dell’Atlas. Un altro esempio è la medicalizzazione del parto, un progresso innegabile, ma a volte porta a una iper-medicalizzazione che mette a repentaglio la salute della donna. Il cesareo dovrebbe essere una pratica accessibile a tutte le donne che ne hanno bisogno (e spesso (in alcuni paesi) non è così). Quando però si verificano delle percentuali di cesareo che superano il 30% dei parti, per esempio, ci si dovrebbe domandare se si può parlare di reale progresso, oppure non si debba parlare addirittura di una forma di violenza.

 

5
Le disuguaglianze tra uomini e donne si riconfigurano, si spostano, si edulcorano, sostengono gli autori dell’Atlas. Per coloro che ci hanno messo più di un secolo per ottenere il diritto di voto – le donne neozelandesi votano dal 1893, mentre le kuwaitiane hanno potuto partecipare alle elezioni comunali solo nel 2006 – e coloro che ancora non possono farlo come in Arabia Saudita , le disuguaglianze sono ben lontane dallo scomparire.

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Il cammino

Steven Kenny - The Rain Gown, 2008

Steven Kenny – The Rain Gown, 2008

Perdersi è anche cammino.

Ma non sempre è necessario essere forti. Dobbiamo respirare anche le nostre debolezze.

Clarice Lispector

Emma Watson mi ha commossa. C’è chi* la può criticare per il suo approccio e la sua forma di richiamo, si può anche dubitare sulla sua sincera partecipazione alla causa delle donne e così via. Procedendo così non si costruisce nulla. Vorrei per una volta non fare le pulci alle intenzioni o alle parole. Così come non sono per le inutili divisioni e gli schieramenti contrapposti tra (white) feminist e il resto del mondo femminista. Per una volta sgombriamo il campo da polemiche. Perché è sempre bello scoprire che il germoglio delle idee continua a fiorire e non smette mai di diffondere i suoi effetti positivi. Le idee libere, frutto di un percorso personale di presa di coscienza, sono l’unica nostra speranza di cambiare realmente le cose. Cos’altro è il femminismo, se non porre, mattoncino dopo mattoncino, le basi del cambiamento culturale di tutt@? Non è semplice, ma ogni qualvolta una donna comprende che c’è bisogno di farsi avanti, di far sentire la propria voce per chiedere parità, affinché venga rimossa quella cappa di ignoranza e di violenza che impedisce alle donne di esprimere liberamente se stesse, affinché i pregiudizi vengano superati, quell’istante diventa un momento importantissimo, un passaggio che ci avvicina sempre di più alla meta. La cultura in questo cammino è un’arma potentissima. Leggere, leggere, parlare, confrontarsi, porsi domande e non dare mai nulla per scontato. Rompere sempre gli schemi! Le rappresaglie* di cui è vittima ora Emma fanno parte della strategia vigliacca di chi ci preferisce mute e sorde. Ma io non intendo sprecare le mie energie per far cambiare idea a costoro, perché penso sia una battaglia persa. Questa mentalità misogina, violenta e cieca è fortemente radicata in essi, altrimenti non si esprimerebbero in quel modo. Il loro bersaglio non è più solo il nostro corpo, ma la nostra testa, che non si piega e non è sensibile alle loro minacce “rieducative”. Il lavoro che abbiamo davanti deve coinvolgere le donne e tutti coloro che hanno voglia di ragionare con noi e fare qualcosa per cambiare i disequilibri che affliggono i rapporti tra i sessi e la società. Personalmente mi preoccupa maggiormente sentire dire da una donna, ancor di più se giovane o giovanissima, che il femminismo è muffa o roba inutile. Il nostro compito è riuscire a parlare a queste donne, riuscire a fargli capire che il giorno in cui non ci saranno più discriminazioni come queste ed epiteti come quelli lanciati a Emma cadranno in disuso, sarà una liberazione per tutt@. Fino ad allora dovremo tener duro e non stancarci o lasciarci intimidire. Ci avvicineremo alla meta ogni giorno di più, per gradi, attraverso passaggi difficili, riflessioni, letture, dialoghi, scontri, dispersioni, errori, inciampi; saremo donne forti e fragili (perché no?!), con la consapevolezza che è il cammino stesso che ci formerà, farà da struttura portante a noi stesse e alle nostre idee. Sarà il cammino, ognuna a suo modo, che ci darà le maggiori soddisfazioni, anche se l’obiettivo ci potrà sembrare lontano. Un cammino dentro e fuori di noi, come presa di coscienza su noi stesse e come necessità di stabilire un dialogo/ascolto con tutt@ gli altr@. Molto meglio di me lo spiega Lea Melandri qui. Noi siamo in marcia verso quel mondo, quella società e quella cultura che non necessariamente riusciremo a vedere e a vivere di persona, ma che siamo certe vedranno la luce prima o poi! La pazienza e la perseveranza, che alcuni chiamano cocciutaggine, ci aiuteranno lungo il cammino. Stando unite, nonostante le incomprensioni e le differenti vedute sul metodo e sulle modalità con cui compiere i nostri passi. Come le donne spagnole. Perché l’importante è l’obiettivo comune e non mettersi a baccagliare su chi può parlare, come deve farlo, chi ne sa di più, chi è meglio, chi deve dettare la linea da seguire. Queste sono robe che disperdono solo energie e ci fanno sembrare scoordinate e divise. La presa di coscienza, a mio parere, non può essere qualcosa che cala dall’alto, ma è un percorso inizialmente personale, a cui giungere come singola, ma che per crescere rigogliosa e dare buoni frutti ha bisogno della dimensione collettiva. Non si è femministe per caso o per moda, ma per volontà, per una necessità di non essere spettatrici passive e comparse della nostra vita e della vita degli altri. È una voce che appartiene a tutte noi e che se risvegliata parlerà e si farà sentire.

* ringrazio il Ricciocorno per le segnalazioni 🙂

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Uno spazio ontologico nuovo, tutto per noi

SOGNI - VITTORIO CORCOS

SOGNI – VITTORIO CORCOS

 

La maternità, la nascita, l’essere donna, figlia e poi madre, il rapporto tra corpo materiale e pensiero. I percorsi e le analisi di Daniela Pellegrini toccano tutti i livelli di queste staffette. Sono tornata sul testo di Daniela Pellegrini, perché vorrei tentare un primo esercizio per mettere a fuoco questi passaggi. Sarà un flusso libero di pensieri.
Non penso che ci sia un istinto materno, quel quid che ti porta a desiderare di essere madre, anche se una mia amica me ne attribuiva i sintomi e le caratteristiche già prima che diventassi madre. Penso che il desiderio sia un processo naturale che avviene (come può anche non avvenire) quando ci sono più concause favorevoli, tra cui il compagno “giusto” e una certa stabilità emotiva ed economica. Ma non bisogna dare nulla per scontato, non è detto che l’istinto materno alberghi in ognuna di noi e nelle medesime forme. Per questo penso che la decisione debba essere ponderata bene, essere madri può essere a volte faticoso, estenuante, se poi diventa un’imposizione, la strada è in salita non solo per sé, ma anche per il figlio. Si tratta di un impegno a lungo termine e che implica un cambiamento radicale in noi stesse. Dobbiamo essere pronte ad accettare un numero enorme di piccoli grandi cambiamenti. Si tratta di un cammino che si intraprende affidandoci al futuro, alla nostra capacità di adattamento e di trovare le risorse giuste dentro di noi per superare ogni cosa. Ogni giorno sarà da inventare e ci sarà qualcosa che ci stupirà. Non dovremo costruire nulla, perché ogni cosa si costruirà da sé. Non serve fare le “provviste” emotive e pratiche per essere genitori. Non serviranno. L’improvvisazione sarà l’unica regola e bussola di vita. Ti capiterà di accorgerti che tuo figlio ha un suo carattere e una sua “indipendenza” caratteriale sin dal primo giorno. Ti scontrerai e sarà giusto che sia così. Ti sveglierai in una nuova dimensione, plurale, caotica e costellata di errori. Avrai una quantità enorme di dubbi, debolezze, umori diversi, sarai una nessuna e centomila donne. Sarai felice quando tua figlia a due anni ti darà torto, dicendoti “hai sbagliato mamma”, mentre magari cambierai parere quando sarà adolescente e sarà in perenne conflitto con te. Avrai modo di capire che punti di riferimento non ce ne saranno mai.
Ho vissuto la mia maternità in punta di piedi, giorno dopo giorno, lentamente, guardando i piccoli momenti quotidiani, quasi come se non volessi vedere evaporare quel percorso unico. Non ero proiettata al momento del parto, se non con l’approssimarsi della fine delle 40 settimane. Ero concentrata sui singoli istanti, quasi a volermi proteggere da qualsiasi evento. Caratterialmente sono sempre stata così, avanzo quasi cieca, non mi piace programmare, per la paura di compromettere tutto e di vedere svanire ogni progetto. Non sono donna da progetti (quelli vanno bene solo al lavoro), amo godermi il susseguirsi degli eventi. So che non fa bene mettersi di traverso. Combatto con fragile realismo. Diciamo che la frase della mia ginecologa, “sa benissimo che i primi tre mesi sono i più delicati e che tutto può succedere”, mi è rimasta appiccicata ben oltre il primo trimestre e ha trovato terreno fertile nel mio istinto e nel mio approccio con le cose. L’ineluttabilità degli eventi. Ho proseguito la mia vita normalmente, finché il mio corpo non mi ha dato i primi segnali di warning e sono stata costretta a rallentare. Il mio corpo stava facendo, mentre stranamente il mio pensiero ha avuto un periodo di rallentamento. Solitamente mentalmente iperattiva, le mie attività di pensiero si sono ridotte, sono stata assorbita dai colori e dagli schemi del punto croce, attività che stranamente mi tornava piacevole. Non ho mai riflettuto veramente sui pericoli a cui andava incontro il mio corpo. Come se la maternità non fosse pericolosa per la mia salute. Sicuramente ero incosciente. È stata la prima volta in cui il mio corpo si è fatto estraneo alle mie attenzioni e ho messo al primo posto quella che sarebbe diventata mia figlia. Questo non mi ha impedito di cercare di alleviare le conseguenze della gastrite che mi ha accompagnata negli ultimi 30 giorni. Ho iniziato il percorso di allontanamento da me stessa, dalla centralità del mio corpo. La gravidanza può rappresentare non solo la nascita di una nuova vita, ma una rinascita per chi quella vita ha generato. Nella gravidanza si sperimenta concretamente il dualismo conflittuale tra i due istinti di Freud, di vita e di morte. Solo la donna ha il privilegio e può sperimentarne biologicamente e non solo, i termini e le implicazioni di questi due istinti. Sono processi che avvengono automaticamente e nella maggior parte dei casi restano sommersi, all’interno di una gestione e una costruzione tutta patriarcale del divenire genitrici. Perché in qualche modo, la maternità per secoli è stata una delega del maschio alle femmine, come se il conflitto tra i due istinti dovesse essere risolto dalla donna, ma sempre in funzione della supremazia della vita. In qualche modo penso che sia come dice Daniela Pellegrini a pag. 59: “la mia ri-produzione avrebbe cancellato il mio corpo, il mio significato, una volta per tutte”. Io aggiungo che questo processo di cancellazione si riferiva al “prima”, alla Simona che ero stata prima di generare. Daniela ha cercato un riscatto della mente, del prodotto intellettuale su un corpo negato, ma nel mio caso, penso che il processo di trasformazione e di passaggio abbia segnato ogni pezzetto del mio essere originario. Ho sempre avuto la netta percezione di quali fossero i momenti di passaggio nella mia vita e di quanto fosse possibile suddividerla in fasi. Le fasi non sono quasi mai soggette a una nostra scelta, bensì sono il frutto di un cambiamento, di un bivio naturale, spesso involontario. La scelta sta solo nel nostro assecondare o metterci di traverso agli eventi, cercando di plasmarli a nostro piacimento. Ciò che desideriamo è un’aspettativa a priori su qualcosa di sconosciuto, che avverrà o meno. Il nostro progetto di vita è un affidamento su basi che solide non sono, ma fermarsi non si può. Bisogna spingere più in là lo sguardo e cercare di guardare cosa c’è nella fase successiva. Lo facevamo continuamente quando eravamo piccoli, le prime fasi della vita sono molto più frenetiche e più ricche di “passaggi”. Siamo stati tanto “coraggiosi” da bambini e poi rischiamo di irrigidirci con l’età. La mia maternità si può paragonare a un ennesimo salto con l’asta nella mia vita, questa volta in “doppio”, anzi in “triplo” includendo il papà. È stato come aprire un cammino parallelo al mio.
Ho più volte constatato che per molti ero preziosa nel mio essere portatrice di vita, diventando un po’ meno preziosa dopo la nascita di mia figlia. Come se si trattasse di un rispetto condizionato, subordinato e finalizzato. Questo si è palesato nel mio ambiente di lavoro, in cui all’improvviso ero diventata un problema delicato, difficile da “gestire”, quanto meno fino ai tre anni di mia figlia, a causa di una legislazione che per i datori di lavoro è come la peste. Ho iniziato a capire il concetto di involucro con rilevanza secondaria, quasi nulla, che alcuni antiabortisti prediligono. Per alcune persone valiamo solo in funzione della nostra capacità di procreare, ‘alienazione sacrificale del corpo di donna’. L’aborto segna la negazione di questa idea, perché la donna decide al posto di un diritto, potere, possesso maschile sul suo corpo e sul nascituro. Ho compreso attraverso le trasformazioni di corpo e mente quanto sia complessa questa fase del diventare madre. In prima battuta c’è da attraversare la fase che ci vede madri di noi stesse, tramite il processo di identificazione semplice con la madre, di madre in figlia (Kereny, pag 229 Una donna di troppo). Occorre rielaborare questa identificazione e in qualche modo superarla, diventando noi stesse, un unicum diverso e irripetibile. Successivamente, occorre essere disposte a una ulteriore trasformazione. Come se si dovesse passare attraverso la negazione di sé per creare. Il giudizio su me stessa ha subito uno slittamento. Se prima era su me stessa, ora diventava su di me in quanto madre. Forse il “prendersi cura”, l’essere madre è in primo luogo verso noi stesse, ma non sempre si sviluppa come un “tendere” verso l’esterno, con desiderio di procreare una vita. Il progetto, la propensione al diventare madri non sono scontati e appartengono unicamente alla nostra storia personale, irripetibile e da rispettare. Dobbiamo chiedere che ogni scelta sia libera e rispettata. Anche perché il desiderio di maternità è un sentiero emozionale confuso, dai contorni incerti in quanto si tratta di un’esperienza eccezionale, unica, soggettiva, con esiti molto imprevedibili. Tra il desiderio, il progetto e il diventare madre c’è un percorso pieno di punti interrogativi e di sfide. Ciò che vale per me non è detto che valga per un’altra donna, anzi quasi mai. Ad esempio, riflettevo su una cosa che mi ha detto mia madre. Sostiene che non essendo sufficientemente paziente, su quale scala poi si misuri la pazienza materna me lo deve spiegare, non sono adatta ad essere madre. Eppure lo sono e cerco di fare del mio meglio. Non esiste un “essere adatta a” qualcosa come l’esser madre, ognuna lo è a suo modo e basta. Liberiamoci del vademecum della maternità doc. Liberiamoci del modello di donna doc, scegliamo di vivere fuori dai marchi di qualità, scegliamo di essere solo ciò che vogliamo essere. Liberiamoci anche del carico di aspettative che possono piovere su di noi. Io e mio marito abbiamo fatto e faremo i salti mortali per far crescere nostra figlia e nessuno può venirci a criticare. Nessuno può ergersi a giudice, se non vive le situazioni in prima persona, quotidianamente. Essere paziente per mia madre è lasciar fare a mia figlia tutto, concederle ogni cosa, per evitare di rovinarle il carattere con i miei rimproveri. Salvo poi criticarmi perché non la so educare. Rovino mia figlia se cerco di farle capire i limiti, una mia ‘colpa’ tipica. Ecco che i punti di vista cambiano e si rivelano inefficaci.
Forse si è inceppato qualcosa nel mio meccanismo di passaggio da figlia a madre. Forse ciò di cui bisogna liberarsi è il giudizio sul proprio valore che proviene dalla propria famiglia di origine. Non c’è nulla da perdonare o da accettare, solo da superare. Sono tante le persone dispensatrici di consigli anche non richiesti, spesso parlano senza sapere nemmeno i contorni, ma emettono giudizi e sentenze. Sono da sorpassare. Io non rivedo me stessa in mia madre, siamo troppo diverse, come mentalità, carattere, opinioni, modelli, ogni cosa. Non riesco a intraprendere una riconciliazione simbolica entro il rapporto madre/figlia. Oggi sono una persona diversa per fortuna dal modello che i miei genitori avevano scelto per me. Il parto pone una cesura, una distanza e una separazione tra madre e figlio, difficile da immaginare, comprendere ed accettare, ma questi passi vanno compiuti. So che io non sono immune da quel naturale istinto protettivo-migliorativo a sostegno del figlio. Mi auguro che nonostante i mille errori inevitabili, io riesca a fare anche qualcosa di buono.

In questi giorni sto leggendo alcune interviste a Simone de Beauvoir (Quando tutte le donne del mondo.. – Giulio Einaudi editore, 2006). Le sue parole pronunciate negli anni 60-70 sono in buona parte adattabili alla situazione odierna, un ritratto della situazione femminile che potrebbe essere ripreso in modo identico, quasi senza eccezioni. Spietate ma vere le sue parole sulla donna che passa da uno stato di lavoratrice a uno di casalinga. Ma devo precisare che la crisi e la sofferenza di cui spesso soffre, dipende da un’oppressione esterna, che la vuole schiava di un ruolo non scelto. Non è il ruolo reale di moglie e madre che la opprime, bensì quegli sguardi dispiaciuti di chi dall’esterno la giudica come fallita e non realizzata. Ti portano a sentirti male e frustrata, perché non è concepibile altro. Forse si è generata una ulteriore frattura, il lavoro come unico modello di vita per la donna per affermarne l’esistenza e il valore. La scelta ancora una volta non è appannaggio delle donne. Ancora una volta la strada è prestabilita da qualcun altro. Ti devi subire le etichette, gli sguardi che deplorano la tua condizione. Vai in paranoia perché non sai più chi sei, se alla fine quella donna ricostruita a tavolino è o meno quella reale. Le paure di aver compiuto la scelta sbagliata hanno il sopravvento, perché ci tengono che tu avverta la colpa o l’errore. Ancora una volta siamo stritolate e l’emancipazione sembra passare solo attraverso esistenze funamboliche, subappaltate magari a qualche altra donna che faccia le tue veci di angelo del focolare. Si susseguono miti di donne tuttofare, in grado di sostenere ogni cosa da sole, ci raccontiamo tante frottole per soddisfare il modello che oggi è considerato vincente e irrinunciabile. Ci facciamo strizzare, comprimere per essere quelle donne perfette come ci chiedono gli altri, il sistema sociale ed economico. Ci dibattiamo su quale sia la scelta giusta, quando non esiste. È palese che la crocifissione in virtù di una scelta perfetta non va bene. Non esiste, una e una sola ricetta. Saranno tutte ugualmente fallimentari, finché non cambierà il sistema produttivo, i rapporti sociali e culturali. La mancata piena emancipazione femminile è fondata sul mantenimento di donne perennemente traballanti, qualunque sia la loro scelta. Ci vogliono così, perché disunite, fragili, piene di sensi di colpa, affannate, tremanti, angosciate, siamo più controllabili e ci possono tenere sotto dominio, palese o celato. Incelofanate e pronte al multiuso. Dobbiamo imparare a sbarazzarci di sistemi di vita preconfezionati e marchiati come vincenti e socialmente approvati. Costruiamone di nostri, autentici. Sicuramente sbaglieremo, ma almeno saremo in grado di esserne consapevoli.
È un po’ lo stesso discorso che compie Simone de Beauvoir nella sua prefazione a Un caso di aborto, del 1973 ( qui ). Dobbiamo riuscire a interrompere i meccanismi che rendono la donna asservita alla maternità, rendendola un evento scevro da elementi negativi, lontano dai progetti di oppressione a cui la donna è sottoposta fin dalla nascita. La maternità, frutto di una libera scelta, non dev’essere più il mezzo per sottomettere la donna, ma un processo da scegliere e da costruire consapevolmente. Dobbiamo liberare la maternità e le donne da un carico di pregiudizi e di costrizioni o gabbie psicologiche, perpetrate nei secoli. Siamo donne ed è questo l’unico legittimo punto di partenza, da vivere poi ognuna a proprio modo, secondo i propri desideri e inclinazioni.
Cito ancora Daniela Pellegrini: “non è nel definirsi madri o figlie, ma nel nominare il desiderio di sé, la libertà di essere donne” (pag 123, Una donna di troppo).
Dobbiamo partire dalla conoscenza, dalla consapevolezza, dalla coscienza del nostro io e lottare affinché non venga schiacciato, ma sia sempre rispettato e libero di esprimere il suo potenziale. La testimonianza della de Beauvoir è un valido strumento per capire cosa accadrebbe se tornassimo a rendere illegale abortire. Questo è uno dei tanti segnali che ci devono far preoccupare e dire con forza #maipiùclandestine.
Simone parlava in un contesto diverso da quello attuale. Lei auspicava una rivoluzione socialista (che la de Beauvoir poi comprese meglio, capendo che la lotta di classe non necessariamente avrebbe portato un miglioramento per la condizione della donna, lotta di classe non necessariamente risanante della lotta tra i sessi), un superamento del sistema produttivo capitalista, un cambiamento culturale, che portasse a smontare le strutture familiari, coniugali ecc. L’emancipazione passava per un netto rifiuto del matrimonio (era un elemento centrale anche del Manifesto di rivolta femminile di Carla Lonzi del 1970, qui), della famiglia e della maternità, con la creazione di strutture nuove (collettive/izzate, in stile platonico?) che sostituissero la donna nei suoi ruoli di cura. L’emancipazione passava attraverso l’indipendenza economica e il lavoro, che in un contesto di piena occupazione sarebbe stato più facilmente accessibile anche per le donne. Le parole di Simone, appaiono fragili sotto il peso dei decenni trascorsi. In questo caso vacillano, perché non ha potuto assistere a tutte le distorsioni che sono accadute nel frattempo. Il lavoro non ha prodotto una liberazione reale per la donna, che avendone accettato meccanismi e regole create dagli uomini, ha visto nascere nuove forme di schiavitù e nuove fatiche, a cui non sono stati posti rimedi, eccetto il solito faidate. Il mancato sviluppo di modelli e soluzioni autonome, non ha consentito alle donne di intraprendere percorsi migliorativi. Siamo diventate delle lavoratrici, con diritti inferiori, difficoltà maggiori, impelagate nel nostro affanno quotidiano per conciliare famiglia e lavoro. Ibridi sempre vincolate a soluzioni estreme. Non è cambiato molto e tuttora la discriminazione è pane quotidiano per tante, troppe donne. Non ci siamo nemmeno svincolate dalle forme più sgradevoli per far carriera, bruciando le tappe e senza possedere né talento, né preparazione adeguata. Assistiamo a stuoli di donne che per affermarsi scelgono di essere le compagne di uomini di potere, di successo, mercificando se stesse per raggiungere velocemente posizioni altrimenti precluse. Siamo ancora una volta subordinate a un uomo, oggetti e soggetti di un consumo ignobile. Se questi sono i meccanismi che hanno ancora spazio per poter emergere mi dispiace, ma siamo molto lontani da quella rivoluzione culturale e reale che doveva scardinare patriarcato, consuetudini che prevedono sempre il Pigmalione di turno per garantire un ruolo che altrimenti la donna non avrebbe. Mi dispiace, ma se accettiamo di essere mogli, compagne, figlie di un Tizio solo per avere la strada spianata ci condanniamo da sole alla fossa dell’inutilità. Non può valere il motto che il fine giustifica i mezzi, non per noi, che dobbiamo aspirare ad affrancarci da certi meccanismi che vanificano ogni tentativo di affermare il vero valore della donna. Dobbiamo scardinare queste pratiche e avere il coraggio di investire solo su noi stesse. Dobbiamo insegnare alle nostre figlie che quel tipo di donna in carriera non è un modello positivo, da seguire, ma che la strada deve essere autonoma, frutto di un faticoso e operoso lavoro di costruzione del nostro edificio intellettuale e di saper fare. E se le nostre madri hanno ancora promosso la scelta del partner giusto, solo in funzione del suo denaro o del suo status, dobbiamo avere il coraggio di gettare alle ortiche questi cattivi consigli. Il coraggio sta nell’interrompere queste catene e scegliere senza queste pseudo strutture di idee marce. Finché ci appoggeremo a un uomo per la legittimazione del nostro valore e misura del nostro essere, saremo sempre le sconfitte e le perdenti di un gioco che noi stesse avremo alimentato. Altrimenti avranno ragione i Berlusconi e gente simile.
Vi consiglio questi passaggi di Daniela Pellegrini ( qui ). Condivido il suo sconcerto nelle modalità che molte donne hanno scelto per il loro stare nel mondo, quando si permette uno sfruttamento e inglobamento di ogni voce di donna. Il desiderio di visibilità, di potere, di vincere, di affermarsi ci asservisce agli orizzonti creati dagli uomini, barattiamo la nostra autonomia nel nome di un esserci effimero, che non ha alcun spessore o anelito ampio. Resta un percorso individuale, spesso fine a se stesso. Ecco che i nostri orizzonti di donne si rimpiccioliscono e si avviliscono. “è facile riconoscere che ognuna di noi è attraversata, costruita e sedotta dall’Unico mondo Parlante e Funzionante, quello dell’uomo, ma esso è Unico perché ha neutralizzato perfino la nostra capacità di prospettare altro, perfino in presenza reale nel mondo di altre culture, altri valori, altre strutture materiali e psichiche. Forse perché la potenza dell’Uno, quello occidentale in primis, sta stravolgendo anche quelle”. Cosa ci induce a metterci in relazione con questo mondo, nel tentativo di modificarlo? La scelta dello stare nel mondo, nel mondo creato dagli uomini, sottintende l’esistenza delle differenze di genere e in questo prevede una struttura dialettica duale, uomo-donna, che sarebbe da superare, in quanto è stata la causa principale della nostra subalternità storica al maschio. Due non è abbastanza, citando Daniela. Da qui nasce l’esigenza di una terza posizione, “un relativo plurale di ogni differenza, e perciò di ogni parzialità di soggetti e di soggettività”. Quello che Daniela chiama libertà: “lo spostamento dei rapporti binari dal fuori di sé al dentro di noi, tra noi, segnerà la nascita di un altro luogo, quello del relativo plurale, complesso, mobile, relativizzante che darà conto della nostra differenza e di tutte le parzialità del mondo”. Un mondo alternativo rispetto a quello che conosciamo, in cui ci saranno tutti e potremo esserci noi donne e sarà giocato sulla reciprocità, i rapporti non si baseranno più su relazioni di dipendenza. Spero di non avere distorto il pensiero di Daniela e di averne dato una lettura corretta. Si tratta di un processo complesso che a mio avviso potrebbe aiutare a superare molti conflitti e impasse.
Tornando alla de Beauvoir, non condivido il passaggio, secondo cui la maternità sarebbe un impedimento per le donne. Non è perdendo i pezzi che possiamo pensare di ottenere un miglioramento reale e automatico. I passi in avanti devono esserci e devono consentire alle donne di scegliere se e quando sposarsi, creare una famiglia, avere dei figli e tutte le altre scelte che si possono fare nella vita. Sarebbe troppo semplice annientare questa o quella pratica, per dire di aver risolto il problema. Non tutte vogliamo necessariamente la stessa vita, con le stesse tappe o con le stesse caratteristiche. In Simone manca la capacità di guardare oltre la propria lente, di percepire come possibili altre scelte. Così come non comprendo la sua visione elitaria e per categorie del movimento delle donne, come se ci fossero gruppi o soggetti più o meno degni di portare buone energie alla causa delle donne. Come se essere madre e moglie automaticamente non consentisse di apportare vantaggi per le donne, non consentisse di essere una sincera e capace attivista. Nessuna donna può essere lasciata fuori dalla causa femminista, considerata come persa. Nessuna generazione deve essere considerata perduta (pag 106, Quando tutte le donne del mondo..) questo continuo guardare alle generazioni future come le uniche degne depositarie di un successo ci porta a perdere importanti occasioni. Come se la coscienza e la propensione al cambiamento non potessero germogliare e crescere rigogliose in tutte le donne, solo perché Simone le vede schiave di un matrimonio e dei figli. Simone cerca di mettere una toppa con le sue scuse e il suo ripensamento, ma il suo errore di fondo resta in tutta la sua alterigia, miopia e superficialità ( qui ). Per fortuna, nessuno oggi si sognerebbe più di scrivere certe cose con una tale leggerezza. Il movimento delle donne ha perso pezzi e occasioni importanti forse proprio a causa di questi allontanamenti. La causa è di tutte le donne o di nessuna, il cambiamento a cui dobbiamo anelare deve essere per tutte e tutte devono essere libere di partecipare e di concorrervi. Ognuna con le sue forze, risorse, idee, progetti, contesti familiari e sociali diversi: in ognuna di noi può scattare la scintilla che sarà importante per il cambiamento comune. La visione elitaria di una Simone, chiusa nella sua torre d’avorio, gelosa del suo progetto intellettuale, non contempla le donne reali, quelle molteplici sfaccettature dell’essere donna. Per lei il quotidiano non è faticoso perché ha tagliato ciò che le avrebbe impedito di compiere il suo percorso, e lo ha potuto fare grazie alle ampie possibilità economiche e di status sociale di cui godeva. Se fosse stata impegnata e affannata nelle faccende del quotidiano non si sarebbe mai permessa di criticare le scelte altrui. Nessuna deve farlo con nessuna. Simone ha inciampato nel suo essere di fatto una privilegiata, incapace di contemplare le molteplici forme che può assumere il variegato universo femminile. Dai suoi discorsi traspare un certo biasimo per tutte quelle donne che, troppo deboli ai suoi occhi, hanno ceduto e non si sono sapute affermare ed emancipare. stesso discorso per tutte coloro che non lavorano fuori casa. Salvo poi quantificare e chiedere un riconoscimento per tutte le ore di lavoro compiuto dalle donne tra lavori domestici e di cura. La de Beauvoir oscilla e non riesce a trovare la quadra, poiché ella stessa avverte la debolezza e l’inconsistenza delle sue tesi. Nonostante dichiari che la scrittura del Secondo sesso abbia modificato la sua percezione della questione femminile, a mio parere resta una convinta e inguaribile collaborazionista della classe privilegiata degli uomini, come si autodefiniva lei stessa descrivendo gli inizi della sua carriera ed esistenza ( qui ). Resta sempre incredula di fronte alle concrete difficoltà della stragrande maggioranza delle donne. Purtroppo sembra sempre ragionare da un piedistallo. Le battaglie con la puzza sotto il naso non mi sono mai piaciute e alla fine nonostante tutto, Simone de Beauvoir difetta in questo. La nostra gabbia non sono necessariamente i meccanismi coniugali o i figli, ma sovrastrutture più elevate, complesse, anche e soprattutto culturali, istituzionali, produttive. Sento di poter condividere con Simone la questione della trasformazione delle strutture economiche ( qui). Ma non penso che la liberazione della donna passi unicamente attraverso il lavoro, il denaro e il potere. Questo rappresenta l’adesione a un sistema di valori maschili, come se fossero gli unici valori possibili, esistenti e praticabili. Lo abbiamo visto con i nostri occhi che questi miti e valori maschili ci hanno portato fuori strada, illudendoci di poter esistere attraverso meccanismi che ci erano estranei (vedi qui pag 197, di Daniela Pellegrini). La liberazione dev’essere culturale, mentale, ideologica, prima di tutto. Possibilmente di pari passo con una maturazione maschile. Altrimenti i cambiamenti pratici non saranno duraturi e diffusi. Ci dev’essere una rinascita che metta in discussione e sappia rifondare i pilastri sociali e culturali dei rapporti tra i sessi. Ma lo dobbiamo volere e dobbiamo crederci e lottare fino in fondo. Concordo con quella che Daniela Pellegrini chiama rivoluzione ontologica, che può partire dalla nostra differenza, cercando però di superare dicotomie, contrapposizioni fondate sulle differenze di genere. Non dobbiamo perseguire il primato di nessuno dei due sessi. Dobbiamo ridimensionare ma non eliminare la differenza di genere. “La nostra differenza deve emergere con estrema forza e autorevolezza. Da essa può riemergere la complessità del tutto e la parzialità di ogni differenza. In essa ognuna troverà accoglimento etico nella reciprocità e rispetto. E non solo tra donna e uomo, ma tra donna e donna, tra uomo e uomo, materia spirito, singolarità e trascendenza” (pag 134-137, qui, Daniela Pellegrini). Questo è il nuovo spazio ontologico a cui dobbiamo lavorare, quello delle donne.

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Non è liberazione

Marc Chagall - La passeggiata

Marc Chagall – La passeggiata

Voglio fare un brevissimo intervento, perché leggendo questo articolo apparso su La Repubblica a firma di Guia Soncini mi ha destato alcune perplessità.
Innanzitutto, si ondeggia parecchio, mescolando di tutto un po’, senza definire una direzione e un senso generale che si intende comunicare al lettore. Inoltre, ho trovato superficiali certi ritratti di coppia, come se si volesse coprire l’intero globo terraqueo delle relazioni umane. Le solite macchiette, col rischio di presentare dei ritratti posticci e parziali.
Le conclusioni (che magari ho frainteso) mi hanno infastidito non poco.
In pratica si auspica che una donna, anziché dover giustificare il fatto di lavorare e di aver successo perché sia di buon esempio alla figlia, assuma su di sé una serie di caratteristiche prettamente maschili. In pratica le si chiede di sfondare nel lavoro, di far carriera per una “vera emancipazione”, condita da egoismo, ambizione, avidità, il tutto “per se stesse”. Questa machizzazione del feminino è quanto di peggio ci si possa augurare, almeno dal mio punto di vista.
Ho già espresso qui, condividendo una riflessione di Daniela Pellegrini, la mia posizione in merito. La ritrovo per caso in uno scritto di Rossana Rossanda (LE ALTRE, Bompiani 1979, Feltrinelli 1989), ripreso da Lea Melandri su FB.

“E’ il rivolgimento di quel potere che non sta nel dispotismo del tiranno, o nelle leggi dello stato, o nell’arbitrio del padrone, ma nel dominio che da millenni il maschio esercita sulla femmina, e che ha modellato non solo la subalternità della donna, ma la concezione -noi diremmo l’ideologia- che l’insieme dell’idea del potere degli uomini, la tradizionale sfera politica, porta in sé. E’ un dominio basato sulla differente forza fisica, sulla costrizione secolare della donna a un ruolo imposto, sulla sua riduzione a soggetto di diritti minori o nulli. Le donne sanno che questo potere continua, discriminandole in forme meno evidenti, più sottili, anche là dove sono avvenute le rivoluzioni proletarie e socialiste, le più radicali, quelle che si proponevano l’uguaglianza tra gli uomini. Non solo, ma sanno che questa specifica oppressione le fa NON SOLO SUBALTERNE, MA IN QUALCHE MISURA SIMILI AI LORO OPPRESSORI; MODELLATE SU DI ESSI: per cui per liberarsi davvero debbono anche liberarsi di quanto del modo di essere e pensare dell’uomo è stinto dentro di loro. Debbono andare insomma a una rivoluzione anche in se stesse, nelle idee, nel costume; a lacerare rapporti affettivi, a cancellare antiche educazioni”
(cit., Feltrinelli, p.86)

La liberazione passa per una rivoluzione delle idee, dei modelli, dei rapporti, delle soluzioni, delle chiavi di lettura che noi donne dobbiamo darci senza riverniciare e restaurare le strutture costruite dagli uomini. Seguire le orme maschili ci porterebbe semplicemente a una falsa liberazione, diventeremmo simili a cloni, a esseri modellati a immagine e somiglianza dei nostri maschietti.
Per non parlare poi del fatto che il richiamo dell’articolo della Soncini sembra coinvolgere solo uno spicchio dell’universo delle donne, quelle nate e cresciute bene, con un ruolo di potere o economico forte. Per cui tutte le altre resterebbero escluse da questo magnificare la donna che ricalca la spregiudicatezza dei meccanismi dei maschietti. In pratica si rischia un discorso elitario o in stile Sandbergism (Sheryl Sandberg, ndr).

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