Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Per gentile concessione

laicità2

Devo ammettere una cosa, inizialmente non volevo scrivere niente su questa notizia, poi ho deciso di farlo perché mi ribollivano troppe cose dentro e di getto ho scritto un post su Facebook, che qui si è allargato.

Leggo su La Repubblica:

“In occasione del prossimo Giubileo della Misericordia, papa Francesco ha deciso, nonostante qualsiasi cosa in contrario, di concedere a tutti i sacerdoti per l’Anno Giubilare la facoltà di assolvere dal peccato di aborto quanti lo hanno procurato e pentiti di cuore ne chiedono il perdono”, scrive in una lettera a monsignor Rino Fisichella, presidente del pontificio
Consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione, che è incaricato di promuovere le iniziative per il Giubileo”.

L’apertura in realtà sancisce la dimensione della colpa della donna, e solo la donna, che si è resa colpevole di aver abortito, decidendo autonomamente di non diventare madre. Sembra che il libero arbitrio per le donne sia un po’ più ristretto. Il Perdono chiesto e concesso alla donna che pentitasi si assoggetta a una prassi che sancisce ancora una volta il potere maschile sulle donne. Un condono della pena da infliggere alla colpevole, con l’uomo che si erge magnanimo a sollevare la debole, semi-umana donna, portatrice di un peccato che solo la bontà e la misericordia possono lavare. Qui non si tratta più soltanto di qualcosa di divino, ma di un “lavaggio” molto terreno, con la Chiesa, corpo maschile e patriarcale, che si auto-assegna il compito di riaccogliere nella comunità una parte di essa, prima scomunicata (secondo il diritto canonico «Chi procura un aborto ottenendo l’effetto incorre nella scomunica latae sententiae», in pratica automatica). Quindi una faccenda tra un potere patriarcale, ancora una volta ribadito, e le donne che restano le sole “da perdonare”, quasi come se il concepimento avvenisse per mitosi o clonazione. Un rimarcare questa dimensione della donna, unica responsabile della procreazione, per sancire ancora una volta l’errore da emendare e da evitare. Un uomo che decide quando e se la donna ritorna “degna” e non scacciata dalla comunità dei credenti. Una purificazione decisa a tavolino, per riaffermare ancora la necessità di un potere maschile, un discorso maschile che ribadisce il suo controllo sui corpi delle donne. Cuori pentiti che riconsegnano se stesse al padrone terreno, anche se si richiama il divino. Si richiama il divino solo quando conviene all’uomo, un perdono divino che viene distillato goccia a goccia dall’uomo, come, quando e se egli decide di concederlo, sancendo contemporaneamente la colpa e la subordinazione della donna. Perché gli assetti ritornino ad essere quelli classici. Poenitentiam agite, appropinquabit enim regnum caelorum! Mi sa tanto che vale solo per il genere femminile..

La donna ha l’anima, anzi secondo papa Francesco, l’anima spirituale sarebbe proprio femminile. Ma questo non impedisce di mantenere la gerarchia ecclesiastica al maschile, perché non dimentichiamoci il ruolo primario della donna: moglie e madre. Il rifiuto di questa dimensione già pone “fuori”. Le interpretazioni, le pratiche del “ti assolvo, ma..”, “per oggi io uomo distillo un po’ di perdono per te donna, in modo tale da farti ritornare nel tuo ruolo predestinato” a mio avviso rientrano nell’ambiguità di una non-apertura, perché tanto si è subordinate alla magnanimità maschile. Nell’assetto cattolico le donne sono e restano funzionali e strumenti in mano agli uomini, fedeli aiutanti che con il loro carico di virtù femminili devono rendere la vita dell’uomo migliore. La donna da sola, capace di decisioni autonome, libera e indipendente crea un’anomalia nel disegno della società cattolica.

Resta da comprendere un altro aspetto di tutta questa faccenda della scomunica, come mi ha suggerito una compagna di lotte femministe e sulla 194. In questo territorio di scomunicati rientrano tutti coloro che fisicamente o moralmente si siano resi responsabili di un aborto. Penso quindi che in senso lato, oltre naturalmente a tutto il personale non obiettore in ospedale, si potrebbe giungere anche a includere azioni volte a informare le donne sulla contraccezione, sull’aborto o volte a difendere la 194. Quindi immaginate a che platea si rivolge il pontefice. Sì, il numero si allarga. Però l’assoluzione in caso di appoggio morale all’aborto, è una questione più complessa, perché la via del perdono deve passare per il pentimento, che a sua volta dovrebbe riguardare una propria autonoma idea, il riconoscere alla donna il diritto di interrompere la gravidanza, lottando per questa causa. Ma il pentimento e il perdono implicano anche un impegno a non reiterare quello che per la Chiesa rappresenta un errore. Quindi almeno che non ci troviamo di fronte a una persona che ha improvvisamente cambiato idea sul riconoscere un diritto alle donne, mi sa che il perdono (chiederlo e riceverlo) non ha molto senso.

Fin qui le considerazioni teoriche e su quale valenza a mio avviso hanno le parole del pontefice.

Fa bene Nadia Somma (qui) a scrivere che il Papa fa il suo mestiere e che tocca allo stato italiano disciplinare la materia dell’interruzione volontaria di gravidanza e renderla facilmente accessibile. Lui è un capo religioso e si occupa di anime e questioni extra-terrene, anche se poi come ho detto, c’è poco di divino, e molto di potere temporale. Il problema è l’effetto di questo rigurgito di potere temporale nel nostro Paese.

In Italia abbiamo una laicità apparente, immatura, a singhiozzo, a seconda della convenienza. Nessuno si sognerebbe di dire ad alta voce che il nostro stato non sia laico, ma nella realtà questa dimensione è debole, soggetta a una infinità di eccezioni. La Chiesa gestisce tuttora un bacino elettorale non indifferente. Per cui nessun partito trascura questo dato. Gli italiani hanno un rapporto con la Chiesa particolare, non paragonabile a quello che accade per esempio in Francia. Ciascuno utilizza l’apparato Chiesa per i propri interessi personali (conoscenze, lavoro, relazioni) e come leva elettorale. Per cui è difficile che vengano fuori posizioni che vadano in netto contrasto con quanto prescritto dall’istituzione Chiesa cattolica. Si spostano voti in modo molto più semplice e “sicuro”. Se i cittadini scegliessero da soli cosa votare e chi votare il problema non ci sarebbe. Invece siamo ancora a Don Camillo.

La vicenda Estrela ci aveva dato un assaggio di questo “assetto”. A marzo però qualcosa a livello europeo è cambiato, evidentemente dopo il compromesso al ribasso sulla relazione Tarabella, con la risoluzione Panzeri sono stati riconosciuti “i diritti inalienabili delle donne e delle ragazze all’integrità fisica e all’autonomia decisionale per quanto concerne, tra l’altro, il diritto di accedere alla pianificazione familiare volontaria e all’aborto sicuro e legale”. E in Italia? La situazione l’ha già riassunta Nadia Somma. Eleonora Cirant sta portando avanti il prezioso progetto Un’inchiesta sull’aborto con il quale sta raccogliendo testimonianze e interviste per comprendere sul campo come e se viene applicata la 194, in consultori, ospedali e segnalando anche disservizi e chiusure che mettono a rischio il servizio e i diritti delle donne. Siamo ancora qui a scrivere di come le percentuali di obiettori di coscienza stiano di fatto rendendo difficile la vita delle donne, costrette a vagare alla ricerca di una struttura che assicuri le IVG. Interi ospedali (dal Bassini al Niguarda di Milano) devono chiamare dottori a gettone da fuori per garantire il servizio, i farmacisti obiettori che trovano mille scuse per non dare i farmaci, per non parlare delle violenze psicologiche a cui sono sottoposte le donne. I problemi sono molteplici, a partire dall’insegnamento dell’IVG nelle scuole di specializzazione, e di come diventare obiettore sia premiante per la carriera. Ci vogliono medici che siano formati, aggiornati, che sappiano fare bene le IVG, anche in caso di aborti terapeutici. L’assistenza pre e post intervento deve essere garantita e il servizio fornito deve essere efficiente anche dal punto di vista “umano”. Questo vale per tutto il personale di assistenza. Io penso che costringere le donne a migrare da un ospedale all’altro (alcune vanno anche all’estero ormai) sia inaccettabile, vedersi porre mille ostacoli davanti è una lesione dei diritti umani fondamentali. Sappiamo benissimo che quando saranno andati in pensione i medici della generazione che ha sostenuto il varo della 194, la situazione sarà già a un punto di non ritorno. Ci siamo già dentro, anche se il Ministero competente fa finta di niente e sostiene che è tutto a posto. Lo abbiamo scritto e ripetuto un numero infinito di volte. Ma chi ci ascolta? 

Sembra una questione secondaria, però chissà perché quando ne parla il pontefice ci sono i titoloni e quando noi donne chiediamo la giusta attenzione per affrontare ciò che non va, ci ritroviamo a parlarne solo tra militanti femministe, con pochi trafiletti sui quotidiani mainstream, su blog minuscoli e sulle nostre riviste storiche? Perché quando parli di 194 o di diritti delle donne in generale, ti senti sempre più spesso dire che bisogna superare le questioni di genere e occuparsi di altro, perché altrimenti ti chiudi nella nicchia. Cavolo, ma in quella nicchia, che in realtà è enorme, c’è un numero infinito di questioni aperte e irrisolte, nodi cruciali delle nostre esistenze che non riguardano solo noi donne, ma l’intera umanità, l’assetto della società e dei rapporti umani. Se non partiamo da qui, dove pensiamo di arrivare? Che senso ha partire azzoppati per il cambiamento? E’ da quella nicchia che parte tutto, se non risolvi le contraddizioni, le discriminazioni, le disparità di genere dove si va? Dritti nel burrone. E cavolo, il femminismo serve a questo, a non dire che questi passaggi sono superflui o superati. Se non ci interroghiamo a fondo e non prendiamo coscienza di noi stesse e di quanto c’è ancora da fare, ci sarà terreno fertile per una restaurazione in grande stile. Il patriarcato è vivo e vegeto e cerca di convincerci che è un approdo sicuro per noi donne. Noi dobbiamo smontare questo sistema in ogni sua ramificazione, per una società veramente paritaria. Iniziando anche da un processo di laicizzazione dei cittadini e dei meccanismi politici. Questo cambiamento è propedeutico a tutta una serie di miglioramenti nella nostra società.

Il silenzio assordante dei decisori politici, che non rispondono alle continue sollecitazioni e richieste di sanare l’ormai diffusissima mancanza di medici non obiettori, dipende proprio dalla rilevanza che hanno i voti di “matrice cattolica”. Magari non sono nemmeno praticanti o credenti, ma rientrano in quella grande famiglia per altri “buoni” motivi di convenienza. Noi donne dovremmo svegliarci e far valere i nostri diritti. Il problema nasce sempre dal fatto che per molti il problema non sussiste fino a che non lo tange direttamente. Dobbiamo sradicare questa mentalità e impegnarci insieme. Ci stanno togliendo una miriade di servizi.. la risposta non è la rassegnazione ma la lotta! Perché non iniziare, mettendo in discussione l’art. 9 della 194, che disciplina l’obiezione di coscienza? Per me fare politica è questo, cambiare le cose che non vanno, risolvere i problemi. Non c’è nessun bacino elettorale da difendere, i voti si conquistano con i contenuti, con i progetti, con i fatti e con le idee, migliorando la vita di tutt*. Questo capovolgimento di mentalità è fondamentale.

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Uguali diritti

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Qualche giorno fa ho partecipato a un incontro con l’europarlamentare Antonio Panzeri. Tra i tanti interessanti argomenti trattati, è stata toccata anche la parte del «Rapporto annuale sui diritti umani e la democrazia nel mondo 2013 e la politica Ue in materia», in cui si parlava di diritti umani, più specificamente di diritti della donna, di cui avevo già parlato in questo post a ridosso del voto in Parlamento.

Panzeri ha chiaramente riferito che trincerarsi dietro il principio di sussidiarietà (come hanno scelto di fare anche alcuni eurodeputati S&D), adoperato nell’emendamento al testo Tarabella, è una scusa banale. È impensabile che l’Europa scelga fin dove avere una politica comune. Abbracciando il principio di sussidiarietà è come se l’Europa scegliesse quali diritti siano più o meno suscettibili di tutela nell’ambito comunitario, di quali debba occuparsene direttamente. L’Unione Europea deve avere una politica ben definita in tema di diritti umani. Il rischio è che si abbia una situazione “Arlecchino”, in cui gli stati tornino a disciplinare ognuno per conto proprio sui diritti e non solo. Il rischio di una rinazionalizzazione è molto forte, se non si sceglie di cedere un pezzo di sovranità per uniformare le condizioni di vita dei cittadini europei. Panzeri ha ribadito che i diritti non sono e non possono essere un lusso sacrificabile sull’altare dell’economia e che è compito degli stati dell’Unione garantire che questi diritti siano attuabili e vengano rispettati. I politici europei devono fare gli europei e non ragionare in termini di convenienza della nazione di provenienza o per questioni di tipo elettorale. C’è chiaramente una mancanza di una vera classe dirigente e politica europea.

Penso che molto si possa fare anche a livello di UE, per chiedere di uniformare la situazione, perché la sussidiarietà su questo tema è inaccettabile, crea solo violazioni di diritti, con conseguenze terribili. Pensare che ci siano paesi come Irlanda, Polonia, Lussemburgo in cui l’interruzione di gravidanza è fortemente limitata e Malta, in cui è vietata, crea un tessuto di disuguaglianza che tradisce i valori fondanti di una Comunità europea. Si creano eccezioni inaccettabili nei diritti.

La legislazione sull’interruzione di gravidanza in Irlanda ha un aspetto che resta spesso nell’ombra. Ancora una volta si discrimina per censo, perché di fatto chi ha la possibilità di andare all’estero, non resterà certo a subire le conseguenze della normativa del proprio paese. Per cui dovremmo porre l’accento sul fattore economico, sempre, perché certe norme non colpiscono tutte in egual misura. Su questo dovremmo batterci.

Anche da noi, quando si parla di contraccezione, dobbiamo puntare l’accento su uno stato che di fatto pone a carico delle donne un costo non proprio irrisorio. Nessuno si pone mai la domanda: quante potranno permetterselo? Lo stesso per quanto riguarda il numero crescente di personale medico e paramedico obiettore di coscienza (in alcune regioni raggiunge anche il 91%), che incrina una legge nazionale come la 194. Così come quando mi si risponde che non importa se i consultori pubblici rischiano di scomparire, “tanto vado dal ginecologo privato”. E se non te lo potessi più permettere? I diritti o sono esercitabili realmente da tutti o non sono tali.
I temi della salute sessuale e riproduttiva, dell’aborto e dei diritti delle donne sono sempre un passo indietro, sono sempre poco attrattivi a livello politico e di dibattito/attivismo. È meglio non parlarne più di tanto, perché poi a livello politico penalizzano e rischi l’isolamento. Anche a costo di questo rischio, io non smetto di parlarne e di cercare di farmi sentire, poco importa se poi mi accuseranno di essere monotematica e schierata. Bisogna scegliere da che parte stare e non mollare mai. È una questione di sostegno e di diffusione, che penalizza le donne. Influisce certamente una società ancora molto maschilista, per cui se un diritto interessa unicamente le donne, l’impegno ad attuarlo scarseggia. Fino a quando i diritti si slegheranno, si terranno separati, non ci sarà vero progresso. I diritti umani o si considerano come un corpo unico, indivisibile, oppure non hanno senso e perdono di valore. I diritti sono la base per il nostro sviluppo, per la nostra qualità della vita, per garantire progresso e condizioni uguali per tutti. Se non sono universali qualcuno sarà meno tutelato di un altro: a questo dobbiamo opporci.
Chiedo a tutte le donne di non svegliarsi solo quando un problema bussa alla loro porta. Mobilitiamoci e chiediamo che lo scempio sinora permesso, subisca un arresto. Fino a quando penseremo che sia normale che strutture convenzionate con il pubblico possano esimersi dall’applicazione della 194? Perché non ci indigniamo davanti a un consultorio che riceve soldi pubblici, i nostri, per poi non garantire un servizio? Perché non chiediamo di concedere le convenzioni solo sulla base di una garanzia certa che venga applicata la 194? Perché poi interferire con i fondi Nasko e Cresko su una decisione così complessa come quella di decidere di diventare madre? Monetizzare una maternità? Cosa c’è di pubblico e laico in tutta questa gestione? Cosa c’è di pubblico in un sistema che diventa a pagamento (i consultori)? Grazie a Eleonora Cirant per il suo impegno costante. Qui lo stato dei consultori lombardi, presentato nel corso di un incontro sui consultori, tenutosi a Brescia.
E non venite a chiedere incentivi pecuniari per attuare una legge dello stato (qualcuno ha lanciato questa ipotesi), per un compito che rientra pienamente nell’arco delle funzioni di assistenza di un medico che sceglie di specializzarsi in ginecologia. Non voglio nemmeno pensare che l’IVG possa rientrare nelle pratiche intra moenia. Perché sarebbe l’apoteosi della mercificazione e della monetizzazione di una pratica medica, che diventa di colpo appetibile e conveniente da svolgere, “chi se ne frega dell’obiezione, basta che mi paghino un plus extra”. Non voglio credere o pensare che ci siano professionisti di questo tipo e che siamo in balia del denaro. Quando è nata la legge 194 era necessario permettere la scelta per quanti già esercitavano prima della norma. Oggi, basterebbe porre una condizione all’ingresso nelle specializzazioni o comunque porre un limite nelle quote dei concorsi.

 

In tema di contraccezione: un’Infografica coi dati sulla contraccezione nel mondo QUI

“E all’interno dell’Europa, l’Italia è tra i peggiori Paesi sul tema. Siamo 18 punti sotto la media europea per l’uso di contraccettivi moderni. E da noi solo il 17,6% delle donne usa la pillola, contro una media europea del 21,3%. L’uso Pillola cresce al crescere del reddito pro capite (indice di altri livelli di istruzione, secolarizzazione e consapevolezza) ma l’Italia è il fanalino di coda anche tra i paesi industrializzati europei. Sotto di noi in classifica (ma con un PIL pro capite molto più basso) solo Russia, Ucraina, Polonia e Grecia.”

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Dopo Estrela, Tarabella

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Ci riproviamo. Ricordate tutti la relazione Estrela e come andò a finire. Ne ho scritto anche su questo blog (qui). Oggi, si cerca di superare nuovamente le barriere confessionali e si tenta di ottenere una dichiarazione/posizione unitaria e precisa da parte dell’UE, in materia di interruzione volontaria di gravidanza. Finora ha prevalso la sussidiarietà e ogni paese ha fatto quel che voleva, sulla pelle delle donne. Oggi, più che mai, occorre ribadire il diritto alla scelta di ciascuna donna. Conoscete bene com’è la situazione in Italia, tra maree di obiettori e una legge, la 194, sotto un quotidiano attacco, la cui applicazione è sempre più incerta e difficile.
Nel silenzio generale dei media “laici” nostrani, salvo questo bel pezzo di Maddalena Robustelli uscito su Noi Donne che vi invito a leggere, e la nutrita stampa dei prolife che se ne è occupata (vedi anche la raccolta delle 50.000 firme), lo scorso 20 gennaio la relazione dell’eurodeputato socialista belga Marc Tarabella è stata approvata dalla Commissione Diritti della Donna e Uguaglianza di Gender della Unione Europea con 24 voti a favore, 9 contro e 2 astenuti. Ora, entro il mese, la relazione verrà portata alla discussione dell’Assemblea plenaria del Parlamento Europeo.

Il testo era incentrato principalmente sulle proposte per l’introduzione di un congedo di paternità retribuito di un minimo di dieci giorni lavorativi e il riconoscimento dei diritti delle donne sull’aborto e la contraccezione.
A tal proposito il prossimo 5 febbraio il gruppo S&D terrà una conferenza congiunta presso il Parlamento Europeo di Bruxelles con i Liberali (ALDE), i Verdi e il Gruppo della Sinistra Unitaria Europea (GUE-NGL) sul diritto all’aborto: #ALLofUS (Qui maggiori informazioni).

Il diritto all’aborto potrebbe entrare tra le risoluzioni dell’Unione Europea. Ce lo auguriamo!

Si legge, al punto 14 del report dello stesso Tarabella del 12 novembre 2014, “on equality between women and men in the European Union – 2013”:

“Maintains that women must have control over their sexual and reproductive rights, not least by having ready access to contraception and abortion; accordingly supports measures and actions to improve women’s access to sexual and reproductive health services and inform them more fully about their rights and the services available; calls on the Member States and the Commission to implement measures and actions to make men aware of their responsibilities for sexual and reproductive matters”.

 

A margine dell’approvazione Marc Tarabella ha detto:

“Nella società moderna, ritengo che sia cruciale permettere a tutti i padri di esercitare il proprio diritto a conciliare la vita professionale con quella privata, garantendo loro il congedo di paternità. Per questi padri significa passare più tempo con il figlio appena nato. Un quarto dei paesi dell’Unione europea non prevede alcuna misura in tal senso. Eppure è un prerequisito per la garanzia dell’uguaglianza di genere.
“Allo stesso modo, ogni donna ha piena libertà sul proprio corpo. Pertanto, le donne devono avere accesso facile alla contraccezione e all’aborto. Sarebbe inaccettabile regredire su questo diritto che le donne hanno conquistato battendosi con veemenza”.
L’eurodeputato ha concluso:
“La riluttanza rimane. Sono fiero di avere ottenuto la maggioranza oggi su queste due questioni fondamentali all’interno della commissione sulle donne. Spero che saremo in grado di confermare i risultati al voto finale in sessione plenaria a marzo; faccio appello a tutti i progressisti di questa assemblea. Ce ne sono molti. La settimana scorsa, la maggioranza degli eurodeputati ha chiesto alla Commissione di non ritirare la direttiva sul congedo di maternità durante il voto sulla risoluzione dei Socialisti e democratici sul programma di lavoro della Commissione per il 2015. Mi sento ottimista sulla possibilità che promuoveranno di nuovo a marzo l’uguaglianza di genere.”
Marie Arena, eurodeputata socialista e portavoce della commissione sui Diritti delle donne e l’uguaglianza di genere per il gruppo S&D, ha aggiunto:
“Parlando in generale, la situazione non è migliorata nel 2014. Le donne sono più colpite degli uomini dalla crisi economica e sociale. Il 22% delle donne più anziane rischia di cadere in povertà, rispetto al 16.3% degli uomini.”
Marie Arena ha concluso:
“Il divario salariale tra uomini e donne rimane alto, approssimativamente al 16,4%. Solo il 63% delle donne ha un lavoro, sebbene l’obiettivo per il tasso di occupazione delle donne nel 2020 sia stato fissato al 75%.
“Al tasso attuale, dovremmo aspettare il 2038 per raggiungere l’obiettivo e il 2084 perché la parità salariale diventi realtà. Inutile dirlo, c’è ancora molto lavoro da fare.“

 

Da noi, se ne parla poco, perché è un argomento scomodo a livello politico: l’aborto e le tematiche relative alla salute della donna in generale, sono quasi un tabù, qualcosa da lasciare tra le mura dei discorsi tra donne. E invece, no! Deve aprirsi un dibattito pubblico, i decisori politici devono esprimersi chiaramente, ciascuno deve prendersi le proprie responsabilità. Fa comodo dirsi laici e difensori dei diritti civili, ma quando c’è da dare risposte precise e concrete ci si maschera e si glissa abbondantemente. A destra, come a sinistra. I diritti delle donne sono diritti di serie B? Facile scaricare tutto sulle donne. Non fa bene alla carriera politica sostenere le donne? Posizioni chiare sono rare e costano troppo care, politicamente parlando. Nessun contesto sembra pronto per affrontare seriamente le questioni di una 194 sempre più disapplicata e della situazione in cui versa la salute sessuale e riproduttiva delle donne in Italia.

Vi suggerisco questo post di Eleonora Cirant a margine del tavolo sui diritti civili presso Human Factor.

Questo il mio commento e la mia opinione:
Le tue domande erano legittime, pertinenti e fondamentali. Sono anche certa della passione e della competenza con cui hai argomentato sul tema. Il contesto molto probabilmente non era quello adatto per accogliere nel modo giusto le tue sollecitazioni. Mi chiederai se esiste un contesto adatto. Sono rari e solitamente i consessi molto partecipati non garantiscono la giusta concentrazione. Patetico è un certo modo di fare politica. E quella occasione mi ha dato tanto di “passerella” per dire le solite cose, farsi foto, non approdare a granché. Sulla 194 manca una sensibilità diffusa e permanente. Così sui diritti alla salute della donna in generale. Si lascia che sia e salvo qualche importante occasione, restano temi marginali, di nicchia. Che dire della Puglia? Da barese di nascita, anche se non vivo a Bari da circa 10 anni, ti posso dire che la situazione è abbastanza disastrosa. Ho ancora la mia famiglia lì e quando torno annuso l’aria che tira. La situazione era critica quando ero adolescente, oggi i problemi si sono acuiti. In ambito sanitario poi non ne parliamo. Anche io sono stata una entusiasta sostenitrice di Nichi all’inizio della sua esperienza di governatore in Puglia. Oggi ne vedo i limiti. Dichiarare che i problemi ci sono, esistono presuppone un coraggio e una onestà politiche estremamente rare. Ci piacerebbe un altro modo di fare politica e che non ci venga continuamente ripetuto il mantra del compromesso. Ormai l’unica regola è il compromesso, che vuole semplicemente dire che le cose si fanno solo se conviene.

Io mi aspetto risposte chiare, non comizi generici autocelebrativi. Le donne hanno bisogno di risposte serie. Per me fare politica è questo. I diritti delle persone non possono essere strumentalizzati o ignorati a seconda della convenienza personale. Chiediamo RISPETTO!!!!!!!! Non accettiamo ulteriori atti di sabotaggio alla nostra salute. Facciamo rumore, facciamoci sentire!

 

Vi suggerisco questo articolo di Tiziana Bartolini, pubblicato su Noi Donne, sulla proposta della Laiga di creare una rete nazionale, per l’applicazione della legge 194 e per contrastare l’alto numero di obiettori di coscienza nelle strutture pubbliche.

 

AGGIORNAMENTI

Se desiderate e sostenete la causa, firmate la petizione lanciata da Laiga e Associazione Vita di Donna Onlus qui.

 

05.02.2015 – ALL OF US – MOBILISING FOR ABORTION RIGHTS

Stamattina si è svolta la conferenza ‪#‎AllOfUs‬ sul tema dell’aborto.

Qui la dichiarazione:

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Osservate bene le firme… Dove sono i nostri rappresentanti? Chi ci rappresenta su questi temi in Europa? Attendo risposte. Grazie in anticipo.

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No quiero hijos

Dora Maar - 1936,  Man Ray

Dora Maar – 1936, Man Ray

 

Il tema di oggi è: essere o non essere madri.
Ne avevo già parlato in altri post. Soprattutto, avevo segnalato il bel lavoro di Eleonora Cirant, importante perché ha in qualche modo aperto la strada nel 2012 a un dibattito su questa tematica, lasciando che fossero le stesse donne a parlare nel suo libro “Una su cinque non lo fa. Maternità e altre scelte”. Ottimi anche gli incontri che Eleonora organizza in giro per parlare del suo lavoro in maniera “circolare” e aperta. Momenti ricchi di spunti di riflessione.

Di recente sono nati due documentari dedicati: Stato interessante e Lunàdigas (in uscita il 22 gennaio). Il secondo accoglie anche le testimonianze di donne “note” al pubblico. Personalmente, preferisco maggiormente progetti come quello di Cirant e di Stato interessante, mi appaiono più autentici e perciò li sento più vicini.

Torno sul tema traducendo questo articolo (qui l’originale) di Cristina Fernández-Pereda e Cristina Galindo Galiana, pubblicato su El Pais Semanal, lo scorso 6 dicembre.

La scelta di non avere figli è diventata sempre più diffusa nei paesi occidentali. Molte donne preferiscono concentrarsi sulla vita personale e professionale, piuttosto che affrontare ciò che comporta essere madre. Negli Usa, dove questo tipo di scelta è maggiormente diffusa, una donna su cinque supera l’età fertile senza avere avuto figli (negli anni Settanta era una su dieci), sia per motivi socio-economici, che dovuti alle circostanze (non aver incontrato la persona giusta) o per problemi di fertilità. L’Europa segue lo stesso andamento, dove la Germania segna una delle maggiori percentuali mondiali di non madri. I sostenitori di una vita senza figli difendono con orgoglio la loro scelta. Ma permane la pressione sociale affinché si facciano figli.
Melanie Notkin affronta questo aspetto quotidianamente. Nel suo libro The Otherwood, il termine che l’autrice nordamericana ha adoperato per riferirsi alle “altre donne”, è un grido che descrive la realtà di migliaia di ragazze attorno ai 30 anni, che, come lei, si trovano ad affrontare la stessa domanda da parte di amici, familiari, colleghi di lavoro e anche sconosciuti: quando diventerai madre? Notkin ha deciso di raccontare la verità sulle donne senza figli, tre anni fa, quando ha iniziato a collaborare con Huffington Post. “Molti sostengono che si può anche fare figli da sole”, ha spiegato da New York, “sei troppo esigente… ma la soluzione non è così semplice”. Le donne che scelgono di non essere madri sono più di quello che appaiono, non si sentono rappresentate e come Notkin, hanno deciso di parlare attraverso un libro, dei documentari o su internet.
Negli Usa, questo dibattito ha avuto una diffusione pubblica maggiore rispetto a quanto accada in Europa. “Se avessi dei figli, mi odierebbero”, ha dichiarato la presentatrice Oprah Winfrey, 60 anni. “Non ho figli, ma la mia vita è stata soddisfacente. Lo sarebbe stata anche se avessi avuto dei figli”, ha affermato Condoleezza Rice, ex segretaria di stato sotto l’amministrazione Bush, (anche lei di 60 anni). Nel suo saggio, No quiero hijos. ¿Estoy loca? ¿Por qué nadie me deja en paz?, la blogger statunitense Gala Darling sostiene che ci sono altre cose che puoi fare nel corso della tua vita” e che l’unica cosa scomoda è che chi ascolta la tua risposta sembra conoscerla meglio di te. Darling indica due punti chiave dell’affermazione: “La società si aspetta che le donne abbiano figli (…). Dovrebbe essere una questione di rispetto; quando dici di non volerne, dovrebbe essere sufficiente a chiudere la conversazione.
La realtà è che questo accade raramente. È qualcosa che colpisce sia le donne che sanno di non poter aver figli che coloro che sperano di esserlo in futuro, in un momento che non è ancora giunto. Tabitha, la blogger di Geektastic, ha denunciato, come molte altre blogger, la sensazione di intrusione quando qualcuno le domanda perché non ha figli. “Quando sarai madre capirai” o “Cambierai sicuramente idea”, sono alcune delle risposte più frequenti che si ricevono. “Può non essere la loro intenzione, ma quando mi rispondono che cambierò idea, è come se mi stessero dicendo che la mia scelta non è giusta, e che non è il caso”. A volte certi commenti vengono fatti anche se non richiesti. Beth Lapides mentre si trovava dal suo fisioterapista, lamentandosi per il dolore, si sentì rispondere così: “non sopporti niente, meno male che non hai figli”. Nel suo saggio, riportato nel libro No es broma, escritoras que se saltan la maternidad, Lapides si chiede anche se tale affermazione sia legale.

Notkin spiega che, attraverso la propria esperienza e i dati raccolti per il suo libro, è riuscita a comprendere perché così tante donne sopra i 35 anni non abbiano figli, non solo per scelta, ma a causa delle circostanze. “Desiderano fare ciò che è giusto per loro”, dice. “Sono moderne, libere, indipendenti e vorrebbero anche dei figli, ma sono una maggioranza silenziosa”. Un’indagine condotta da Catherine Hakim, una sociologa britannica, in 25 paesi ha concluso che la decisione di non avere volontariamente figli è più diffusa tra gli uomini che tra le donne. Sommando i due generi, risulta che meno del 10% delle persone lo ha fatto per scelta.

Tra le donne statunitensi, di età compresa tra i 40 e i 44 anni, il 18% non sono madri, rispetto al 10% del 1976 (1,9 milioni di donne, rispetto alle 580.000 del 1976), secondo il Centro Pew de Investigaciones. Questa tendenza è simile in Spagna (il 18,1% delle donne tra i 40 e i 44 anni non hanno figli), Francia (20,6%), Finlandia (28,8%) e Germania (che detiene il record con il 33,6%), secondo i dati dell’OCSE. Nelle statistiche è difficile capire quante non sono madri per scelta. “L’assenza di figli sembra essere correlata alla formazione”, secondo l’OCSE. Per esempio, in Svizzera, circa il 21% delle donne di 40 anni non ha figli, ma questa percentuale arriva fino al 40% nel caso di donne con livelli di istruzione superiori. Nel suo libro Las mujeres sin sombra o la deuda imposible. La decisión de no ser madre, la psichiatra francese Geneviève Serre ha tracciato il profilo di coloro che scelgono di non aver figli: laureata, dirigente, vive nei centri urbani.

 

L’influenza dell’aumento del grado di istruzione sembra emergere anche in Italia (qui) secondo una indagine condotta da GfK Eurisko (ndr).

Per le donne che temono di pentirsi, o che semplicemente desiderano rinviare la gravidanza, la scienza ha messo a disposizione la crioconservazione degli ovuli. Gli studi legali sono stati i primi a fornire queste tecniche nel loro portafoglio di benefici salariali, con controlli e assicurazione medica. Di recente la stessa prassi, messa in atto da Facebook e Apple, ha destato molto clamore. I difensori di queste iniziative considerano la necessità di un crescente bisogno di una libera scelta all’interno della forza lavoro femminile. Per i suoi critici, queste pratiche sono una forma indiretta per convincere i propri dipendenti a non fare figli, invece di facilitare misure di conciliazione tra maternità e carriera.

“Abbiamo bisogno di ridefinire il concetto di famiglia e di riconoscere che le donne hanno un valore che va oltre la loro capacità procreativa”, denuncia Laura Scott che nel 2003 creò Childless by Choice, un progetto per indagare sulle ragioni per cui le donne, come lei, avevano deciso di non essere madri. Scott e Notkin concordano sul fatto che la maggior parte delle donne sperano di diventare madri tra i 25 e i 35 anni, ma per varie circostanze sono costrette a rinviare e quando raggiungono i 45 anni non lo desiderano più. “Altre, al contrario, lo hanno deciso già molto tempo prima” dice Scott.
“L’istruzione è un fattore, ma anche l’aspetto economico conta”, ha detto, riferendosi anche ai debiti contratti per pagare gli studi universitari. Notkin concorda sul fatto che la situazione attuale è il risultato del fatto che le donne stanno compiendo scelte molto più varie rispetto a quelle che ci si attendeva da loro. Assicura che sulla base delle conversazioni correnti su blog tra migliaia di donne, sui forum e attraverso i libri, può sembrare “più femminista” dire di non avere figli, come se fosse la scelta più autentica, quando in realtà si tratta di un processo più complesso.
Avere o non avere figli è oggi meno associato all’identità femminile rispetto a quanto accadeva 50 anni fa, si è compreso che non è l’unico destino delle donne, ma una combinazione di fattori, ma ciò non significa che la società in generale, e quella Usa in particolare, profondamente radicata nei valori tradizionali, ha tenuto il medesimo passo di milioni di donne. “Diamo ancora per scontato che le persone con figli siano più felici”, lamenta Scott. “Dobbiamo sbarazzarci dell’idea che i bambini siano degli investimenti economici per il futuro, oggi sono un lusso, una scelta”.

 

I figli non fanno necessariamente la felicità, non per tutt* per lo meno, motivo per cui la pubblicità della Fiat di Natale (qui) mi sembra veramente anacronistica, oltre ad essere una sottile ma lampante forma di violenza per chi non può o non desidera avere figli.

Non dimentichiamoci poi di salvaguardare i matrimoni.. guardate qui cosa si inventa la Comunità Europea per incentivarli.. Affrettatevi, più figli fate e più vi sposate, meglio è!

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L’individualismo ci tarpa le ali?

Edward Hopper, New York Interior, (ca. 1921). Whitney Museum of American Art, New York

Edward Hopper, New York Interior, (ca. 1921). Whitney Museum of American Art, New York

Provo a buttar giù qualche risposta a questo post di Femminile Plurale.
La crisi e la lotta per la sopravvivenza quotidiana ci sottraggono energie preziose che potremmo impiegare per riflettere e a focalizzarci sull’interrogazione di noi stesse, in un dialogo interiore e con le altre. Solitamente però i periodi di crisi dovrebbero veder lievitare i rapporti umani e solidali, ma forse il contesto culturale attuale non aiuta. L’incontro e la collaborazione tra donne non sono consuetudini scomparse, permangono e ancora permeano la società contemporanea. Quel che è complicato è rendere questi incontri prolifici, incisivi nella realtà, convinti, partecipati, continuativi e dei luoghi produttivi e propulsivi di cambiamento. C’è chi fa di più, chi meno, chi sa solo lamentarsi, chi lo fa solo per “socializzare” un po’ (come se fosse un circolo di burraco), chi ha voglia di esporsi e chi vuole rimanere dietro le quinte, c’è chi ci crede o lo fa semplicemente per moda, c’è chi ama fare il prezzemolino, c’è chi lo considera un passatempo come un altro, c’è chi non ha compreso che è in primis un cammino personale e interiore, c’è chi non si vuole compromettere (non mi faccio vedere con quelle.. altrimenti pensano che sia una strega e non trovo marito), c’è chi è tiepida, c’è chi ha tanti interessi e li cambia continuamente, c’è chi cavalca l’onda e lo utilizza come trampolino, c’è chi non ha tempo per leggere, figuriamoci per il resto, c’è chi annaspa nella quotidianità e non si cura d’altro, c’è chi dice che il femminismo è morto, c’è chi dice che è difficile collaborare tra donne.. in questo bel magma c’è chi continua a lavorare sodo, magari nel suo piccolo, sul territorio, con piccoli progetti, senza far rumore, cercando di seminare meglio che può. A volte si arranca, si ha l’impressione di trascinare una barca che non va da nessuna parte, nonostante le sollecitazioni. Ma non per questo si molla. L’andamento del movimento delle donne è come lo descriveva qui Eleonora Cirant. Allargare la rete di relazione tra donne è importante, anzi direi vitale, ma ultimamente sembra che ogni tentativo non sortisca gli effetti desiderati. Paestum ne è un esempio, ma non il solo. Ultimamente mi è capitato di leggere i documenti di un seminario organizzato a Milano tra la fine del 2000 e i primi mesi del 2001 “L’eredità del femminismo per una lettura del presente“, da cui trasparivano le medesime difficoltà che forse ha incontrato Paestum. Non ho partecipato a Paestum, ma mi è giunta qualche impressione. Anziché lamentarci o criticare quella o quell’altra, su quanto è piena di sé ecc. (facendo un pessimo e sterile lavoro di taglio e cucito), dobbiamo interrogare prima noi stesse e capire cosa facciamo in prima persona “per fare la differenza” e in cosa possiamo migliorare. Confrontiamoci, litighiamo, scontriamoci ma costruttivamente e facendo un po’ di sana autocritica. C’è bisogno di inclusività, di apertura e non di elitarismo. Lasciamo che le molteplici voci emergano, si facciano sentire e diano il loro contributo. Cianciamo meno (quanto meno facciamolo bene) e facciamo di più. E ogni tanto leggiamo anche qualcosa, senza bisogno di imbeccate. Ammazziamo la pigrizia e usciamo fuori dal letargo!
Penso che sia a causa di tutte le altre “distrazioni” della nostra vita, quella precarietà che ci rende difficile approcciarci a progetti a lungo termine, a scadenze che implicano tempi lunghi, a incontri periodici, a riflessioni che da noi arrivino agli altri. Un esercizio essenziale è la maturazione in noi di un’opinione che sia nostra, veramente nostra. Questo può avvenire unicamente attraverso letture, riflessioni, meditazioni. Anche il recupero di una sana abitudine a mettere per iscritto i nostri pensieri, aiuterebbe non solo noi stesse, ma il lavoro di gruppo. Far parte di un collettivo femminista o semplicemente di donne non equivale ad acquistare la tessera di iscrizione in palestra. Se non hai voglia di camminare, puoi anche dire, mi fermo questo giro, ho altre cose per la testa o non sono abbastanza convinta, ho cambiato idea, mi annoio, mi sembra roba troppo teorica.. non te l’ha prescritto il dottore e sei libera di farlo. Sì, la perdita della dimensione collettiva è un dato di fatto. Siamo nell’era dell’individualismo imperante e degli ego spropositati. Ne ho scritto varie volte e penso sia innegabile. Ma occorre lanciare il sasso oltre… là dove il terreno è brullo e inesplorato, più in là del nostro sguardo chino, che contempla solo un perimetro di una manciata di cm2 attorno ai nostri piedi, perché le prossime generazioni possano cogliere i segni del cammino intrapreso, percorso e riprenderlo. Non possiamo tornare indietro. Eh no!

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Cambiare è possibile (e urgente)!

Liz Huston, 2010

Liz Huston, 2010

Ringrazio Il Ricciocorno per la segnalazione di questo articolo.
Varchiamo un territorio delicato, che ho toccato già in passato, diventare madri o non diventarlo.
Le lotte per la diffusione di metodi contraccettivi sicuri, per una sessualità consapevole, per liberare la donna e renderla in grado di scegliere la maternità o meno, sembra che non abbiano intaccato un elemento marcio e tipico di una mentalità patriarcale. Oggi torniamo a essere giudicate e valutate per il nostro essere portatrici potenziali di vita. Siccome siamo leggermente più consapevoli di una gatta o di altri animali, siamo state in grado di elaborare delle alternative a una maternità per destino. Il destino, ammesso che esista, vogliamo comunque che sia grosso modo orientato da noi, per quanto possibile. Ho già spiegato in altri post cosa comporta a mio avviso una maternità, quindi non assimiliamola a una medaglietta, perché poi quella medaglietta non brilla su di noi, ma sull’uomo, perché se analizziamo bene le caratteristiche di questa mentalità oscurantista, è ancora l’uomo il proprietario della prole e della “sua” discendenza. Noi donne siamo solo lo strumento, il contenitore, sino a quando riusciamo biologicamente ad esserlo, poi il nostro valore subisce un semi-azzeramento. Se noi donne siamo “a scadenza”, alla fine questo implica che possano venir posti mille piccoli ostacoli sul nostro cammino di vita. Da giovani non ce ne accorgiamo, ma non appena si avvicina la scadenza, diventiamo “pericolose” per il lavoro, “strane” per il resto del mondo. Questo invade ogni aspetto della vita e venir giudicati per il nostro figliare o meno ci porta a rendere vano qualsiasi nostro tentativo di voler affermare noi stesse, come soggetto autonomo, pensante e portatore di valori e qualità peculiari e uniche. Davvero, desideriamo che delle donne ci si ricordi unicamente per questi aspetti, legati alla riproduzione della specie? Quel che forse abbiamo smarrito, nel corso delle nostre battaglie, è comprendere che la maternità doveva essere lasciata tra quelle libertà personali di scelta. Che la maternità o la famiglia non avrebbero potuto intaccare la nostra convinta partecipazione alle lotte delle donne, così come pensava la de Beauvoir. Azzardo un’ipotesi: in qualche modo ha prevalso una mentalità patriarcale che ha diviso le donne e non ha permesso di dipanare bene questa matassa, questo tema della maternità. Questo nostro contrapporci tra di noi, senza capire il nocciolo della questione non ha prodotto passi in avanti. Siamo noi tutte a essere sotto la lente, questa lente va infranta e per farlo dobbiamo spogliarci di stereotipi, pregiudizi ed etichette. Dobbiamo parlare francamente di questo tema, senza creare fazioni, perché sono queste cose che poi portano alla vittoria di un certo tipo di mentalità maschile. Nessuna ha da insegnare qualcosa a nessuna, dobbiamo scambiarci le idee e diffondere a tutte le altre donne la nostra energia che chiede un mutamento dello status quo, che ci fa dire che CAMBIARE E’ POSSIBILE!

“We are not simply the childbearing and the child-free; our stories extend beyond the production or non-production of others. We are complete in our own right and deserve to be viewed as such”.

A volte mi sembra che il marchio di qualità DOC che ci viene assegnato come “sforna-bambini” sia di grado differente a seconda di quanti figli mettiamo al mondo. Sì, perché il numero conta, non quante attenzioni, cure ecc. sei in grado di offrire ai figli. La mentalità corrente guarda ancora alla quantità e non alla qualità. Dopo il primo figlio inizia il valzer di coloro che ti chiedono quando farai il secondo o perché no il terzo. In pratica, il martellamento non passa, cambia solo il tema e qualche nota qua e là. Quel che è certo è che tu vieni percepita come un utero con i piedi e non si capisce perché tu possa essere impegnata in qualcos’altro, che forse tu abbia scelto consapevolmente per una serie di ottime ragioni, che devono essere rispettate in quanto personalissime e privatissime.
Dobbiamo far sì che quello che ci si aspetta da noi donne sia un valore prezioso per la società, che prescinda dal nostro stato di famiglia o dalle nostre scelte personali. Perché il giudizio su noi stesse non dev’essere sul “come siamo state brave a far tutto, senza dimenticare gli obblighi di riproduzione della specie”, ma sul nostro contributo, sulle nostre capacità, punto e basta. Perché sino a quando a essere biasimata sarà solo la donna senza figli, mentre per un uomo è un dato irrilevante, avremo ancora tanta strada da fare. Perché solo noi donne diventiamo “avariate” stando alla mentalità corrente, che ci portiamo dietro da secoli? Questo è il punto su cui riflettere e da scardinare. Dobbiamo sganciare il nostro “essere donna” dagli aspetti biologici, altrimenti verranno sempre tirati in ballo argomenti come la maternità, l’isteria, la sindrome premestruale ecc. Per nessun uomo è così. Solo per noi donne essere single o in coppia, madri o non, insomma qualunque sia la nostra condizione, diventa un fattore che fa la differenza. Per ognuna di noi il rischio di essere discriminata è molto alto. La nostra società non riesce ancora a vederci come persone e basta, senza etichette di genere o di “contorno” affettivo o familiare..

Noi donne riusciamo a “vincere” ogni qualvolta scegliamo liberamente di fare o meno, di essere o meno qualcosa. La vera vittoria sta nel seguire la nostra strada, nonostante quel che si bisbiglia attorno a noi.
Ma poi, cosa c’è da “vincere”?
Alimentare, tenere in vita e rigenerare questa mentalità patriarcale della riproduzione forzata risulta una consuetudine ancora più indigesta allorquando viene sostenuta dalle donne stesse, che si fanno portatrici di una stigmatizzazione di altre donne sulla base di questioni come la maternità. In pratica, ogni volta che anche noi donne “giudichiamo” altre donne sulla questione “maternità” o su altro, ci rendiamo “complici” di una mentalità che ci rende oggetti, involucri, merce in vendita o da usare.
Se vogliamo poi soffermarci sulle modalità con cui una certa “mentalità” viene tramandata di generazione in generazione, possiamo considerare anche le fiabe, una in particolare tocca il tema. La bella addormentata nel bosco, in cui i due sovrani erano felici, ma non avevano un erede: la procreazione diviene un complemento necessario alla felicità. Quando una coppia si sposa tutti i parenti e conoscenti si aspettano un erede, al più presto. Ad esempio, ogni volta che parenti e amici vedevano mia madre, le toccavano la pancia e si informavano sul suo stato.
L’esibizione di un figlio come attestazione del proprio successo, l’enfatizzazione della maternità, come sfoggio al femminile di un potere esclusivo, legato a logiche meramente riproduttive e non di scelta consapevole. La maternità come sigillo di qualità alla propria esistenza di donna, un elemento che ci viene sempre ricordato e ritorna ossessivamente. Pensiamo alle donne dello spettacolo che ostentano i figli e fanno di tutto per averne. Pensiamo alle copertine dei settimanali di gossip dove schiere di donne sono pronte a presentare al mondo la propria prole, il trofeo della mamma. Pensiamo alle interviste che non mancano mai della domanda: hai mai pensato/desiderato diventare mamma? Mi chiedo, che diritto ha certa stampa di trattare un tema così intimo e delicato in modo così superficiale. Soprattutto, quando certi pseudo giornalisti scandagliano i desideri intimi con una sorta di coltello. Il che accade non solo per le donne di spettacolo giovani, ma soprattutto per le più âgée. Trovo spregevole questo accanimento. Un modo becero e retrogrado di fare bilanci. Peccato che siano solo atteggiamenti verso le donne. Difficilmente certe domande si rivolgono ai maschietti. Chissà perché. . Così si tramandano cliché vecchi e sottoculture difficili da scardinare.
Per chi volesse partecipare, vi segnalo che il 26 settembre, alle 18:00, (nell’ambito degli incontri presso le Biblioteche di Milano, per l’iniziativa Il Tempo delle Donne) Eleonora Cirant, autrice di Una su cinque non lo fa. Maternità e altre scelte, incontra i lettori alla biblioteca Parco Sempione.

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Due parole sulle “scie” antifemministe

Magritte, Tentativo impossibile (1928)

Magritte, Tentativo impossibile (1928)

Interrompo la mia pausa estiva, per scrivere questo post. Concordo con la ricostruzione fatta qui da Eleonora Cirant e mi preme spendere due parole su alcuni punti. L’oppressione non è mai passata, la condizione della donna è tuttora ingabbiata in ruoli umani fissi, inferiori, subalterni, culturalmente e socialmente visti come perdenti. La differenza biologica è propagandata sulla base di una scontata inferiorità della femmina rispetto al maschio, e questa manipolazione avviene lentamente, per tutto l’arco educativo che porta i bambini a diventare adulti. Così appare ancora viva e vegeta una certa suddivisione dei valori vincenti “maschili” (potere, aggressività, autorità, forza) rispetto a quelli perdenti (seppur necessari e strumentalizzati dall’uomo, subordinazione, dedizione, dolcezza, altruismo, spirito di sacrificio) tradizionalmente etichettati come appannaggio dell’universo femminile. Questa suddivisione in ruoli di genere è tuttora viva e vegeta e adoperata per organizzare la nostra vita sociale e adattare, incasellandoci, le nostre esistenze a un sistema socio-economico ben preciso. Pertanto, non mi sembra che culturalmente siamo così progrediti dal poter fare a meno di un dibattito collettivo sul tema oppressione. Basterebbe questo punto per giustificare la necessità di un movimento delle donne, oltre ai chiari e precisi richiami storici e alle lucide argomentazioni della Cirant. Ma ne voglio aggiungere un altro: lo sfruttamento. Mi direte che non ha confini di genere, ma per la condizione femminile, esso acquista dei significati e delle caratteristiche peculiari: che vanno da quelle legate agli aspetti biologici – sfruttamento sessuale, emotivo-psicologico (connessi al ruolo di cura, di madre, moglie, altri, che portano sempre a mettere al secondo posto i propri desideri), procreativi (piacere, contraccezione, aborto, maternità) a quelli tipici dello sfruttamento economico e classista dei lavori fuori dalle mura di casa. In tutto questo magma che tende a mantenere il ruolo delle donne subordinato, schiacciato verso il basso (lo si può notare anche nelle differenze salariali), oppresso e utilizzato all’occorrenza, sempre in funzione dei bisogni e delle finalità maschili, c’è ancora molta strada da compiere. Perciò, ritengo che questo sguardo falsamente orientato all’umanità tutta, sia pericoloso. Perché se al movimento delle donne sostituiamo un confuso movimento con velleità generaliste o generiche, rischieremo di affidare la soluzione di tutte queste questioni che ancora affliggono le donne a un indistinto genere umano, che guarda caso potrebbe essere maschile, con risultati ovvi. Non abbiamo bisogno di fare squadra noi donne? Meglio abbandonarsi ai progetti paternalistici che gli uomini potrebbero essere in grado di forgiare per noi? Vogliamo essere docili ancelle pronte all’uso? Preferiamo emulare gli uomini per avere anche noi una fetta di torta? No grazie, per quanto mi riguarda. Così come non mi affido a presunte sacerdotesse o presunte paladine femministe, ma preferisco essere parte attiva e non passiva del cambiamento necessario. La storica pratica dell’affidamento mi va stretta e per favore non riproponeteci una brodaglia indigeribile già alle origini (anni ’80). C’è troppa gente che lucra sopra al femminismo, ma il movimento è nostro, di tutte noi, all’unisono e siamo ancora qui, nonostante qualcuno cavalchi altre onde e ci dia per vecchie streghe e carcasse ideologiche di un tempo passato. Il movimento è più vivo che mai, con le nostre anime piene di nuove idee e di energie! La politica delle donne deve partire da sé, in un percorso di scoperta personale senza dover subire imboccate altrui. Ognuna deve attraversare il tortuoso percorso che porta a una vera conoscenza/coscienza di sé, scevra da sovrastrutture che non sono scelte, ma interpretazioni coatte. La presa di coscienza non è data per sempre, ma è un percorso che va tenuto vivo, di generazione in generazione. Il dibattito va mantenuto vivo. Il movimento è plurale, pulsante di mille diverse modalità per cercare di trasformare la nostra realtà. Negare i conflitti tuttora in atto significa voler mettere la polvere sotto il tappeto, pacificare artificialmente contraddizioni che non sono affatto risolte. Mi sembra che sia stata cancellata dalla nostra memoria la teoria della differenza, che ha fatto parte dei principali fattori di innesco di tutto il movimento delle donne. Mi sembra che si debba sempre ripartire da zero, spiegando l’abc, come se si fossero archiviati decenni di riflessioni e di passaggi fondamentali. Vi consiglio questo articolo di Žižek, che anche se parla dello stato delle nostre democrazie occidentali malandate, tocca da vicino un tema che riguarda questo mio post. Il bombardamento di ‘libere scelte’ imposte da altri, molto spesso si rivela portatore di bavagli pericolosi. Spesso le scelte che ci sembrano frutto di una nostra libertà sono solo il risultato di una manipolazione esterna, che frena il vero cambiamento e ci rende schiavi inconsapevoli di un sistema decisionale al di sopra delle nostre teste. Ci fanno pensare che siamo libere e che il peggio è passato, per inscatolarci meglio nei ruoli che più rendono agevole il controllo e lo sfruttamento economico, sociale ed emotivo. Ci vendono delle libertà preconfezionate e predigerite, studiate apposta per renderci mansuete e soddisfatte. Molte di noi ci cascano e prendono al volo l’esca. A proposito di libertà femminile, vi consiglio alcune considerazioni che Simone de Beauvoir faceva nel corso di un’intervista del 1976, qui un estratto (Quando tutte le donne del mondo.., Einaudi, pag 159-160, 166-167).
Ho come la sensazione che dietro queste trovate di comunicazione, come le antifemministe, ci sia solo la volontà di strumentalizzare le donne, di mettere le donne contro altre donne. Come ho già detto in passato, ci preferiscono disunite, spaccate, per non perdere il controllo su di noi. Chiamateci come volete, non sono le etichette a qualificarci, a dare spessore alle nostre battaglie, a dare forma alle idee del nuovo mondo che vogliamo, non solo per noi, ma per tutt*. Sia chiaro: nuovi equilibri, nuove dinamiche nei rapporti tra i generi, tra i sessi porterebbero giovamento a tutt*. Se il movimento fa ancora paura o ci considerano pericolose è un buon segno. Come dice la Cirant, non sono riusciti a normalizzarci. Evidentemente il nostro percorso storico, ci ha rese particolarmente sensibili, all’erta contro ogni tentativo di omologazione all’esistente e di strumentalizzazione. Sarà un caso che adoro i gatti neri? 🙂

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Esercizi di sottrazione a 360°

Magritte - La firma in bianco (1965)

Magritte – La firma in bianco (1965)

 

Qualche tempo fa, mi soffermavo ad analizzare le derive della frase: “Fa’ quello che ami. Ama quello che fai”.

Oggi ho recuperato questo post su FemminilePlurale, che in qualche modo mi ha richiamato quegli stessi rischi di cui parlavo nel mio post. La cura che si dedica e che si concentra sull’attività lavorativa diventa un’arma a doppio taglio, una sorta di autorizzazione e legittimazione dello sfruttamento, come se si desse il via libera a un sistema in cui il lavoro è senza regole, limiti, garanzie, dove tutti siamo sostituibili e per non farci sostituire siamo disposti ad accettare qualsiasi carico e obbligo. La cura che noi mettiamo in un lavoro che ci piace è il mezzo con cui diventiamo “ricattabili”, facendo rientrare queste dissonanze in un tunnel dal quale non usciamo più. Il nostro appagamento ci deve bastare, i diritti e il rispetto per un minimo di norme di base possono venir rinnegate. Noi donne poi siamo naturalmente abituate ad amplificare questo spirito di cura altruistica, al limite dell’auto-immolazione sull’altare del “faccio tutto io e faccio tutto al meglio”. Questo sia nel privato che nella nostra attività lavorativa fuori casa. Ci facciamo sfruttare e ci sfruttiamo fino allo sfinimento e in questo loop ci viene rubata la vita autentica. Così la nostra piacevole precarietà ci vede complici, almeno fino a che non decidiamo di svegliarci e di dire basta. Ma qui si presuppone un passaggio dall’individuale al politico.
Per noi donne la cura ha risvolti molteplici e ci porta a espandere il nostro ruolo di dispensatrici di cura in varie direzioni e ambiti: dal lavoro, alla casa, alla famiglia, ai genitori, agli anziani, ai figli.
Nel post di FemminilePlurale si legge:

“almeno la maternità – il lavoro di cura privata e pubblica per eccellenza – permette di fare esercizio di sottrazione”.

In pratica, significa sottrarsi alla obbligatorietà diffusa e farne oggetto di una libera scelta consapevole. Concordo con questa dichiarazione di libertà di scelta in tema di maternità, ma aggiungerei che dobbiamo far sì che ci sia sempre una possibilità di scelta e quindi di “sottrazione” (in varia misura e secondo diverse modalità) in ogni occasione in cui ci curiamo di qualcosa o di qualcuno. Io non mi rassegno a una impossibilità di incidere e di cambiare le cose sia nel privato che nel pubblico. Non accetto che i miei diritti e la mia libertà possano essere schiacciati nel nome di un’omologazione e di un appiattimento di orizzonti, di natura culturale o economica. Non accetto che la mia disponibilità venga scambiata per un benestare a ogni nuova forma di schiavitù, specie nel lavoro.
Nel post di FemminilePlurale si legge in conclusione:

“Nessuna di noi è infinita. La cura è quella pratica in cui è essenziale la libertà di chi cura e la felicità che prova mentre lo fa (questo anche per il bene del curato). Chiunque abbia ricevuto o elargito cure controvoglia sa quanto siano essenziali queste dimensioni, quanto, se assenti, possano stravolgere la situazione. Nella cura vive il paradosso di un contesto che rende necessaria la scelta di cura ma contemporaneamente permette che sia la libertà l’origine di quella scelta. Allora sarebbe essenziale interrogarci sulla natura delle innumerevoli cure obbligatorie che produciamo, sulla libertà che sperimentiamo dentro quelle trincee e sulle sottrazioni che, per antidoto e compensazione, operiamo”.

Si ritorna, a mio avviso, alle preziose intuizioni e riflessioni di Ina Praetorius, di cui avevo parlato qui.
Dobbiamo anche riabituarci a recuperare il politico che è nelle nostre vite, perché ciò che permette la deturpazione dei diritti è il pensarci sempre declinati in maniera individuale, quando basterebbe osservare la moltiplicazione degli impatti che hanno i nostri comportamenti, le nostre pigrizie, la nostra rassegnazione a livello collettivo. Occorre tornare a ragionare in termini inclusivi e collettivi, alzando lo sguardo oltre il nostro ombelico.
A proposito di libera scelta sulla maternità, vi segnalo che a Milano il 6 giugno alle 19:30, nel contesto della Ladyfest , si terrà lo SpeeDebate | IO MADRE? DOMANI, FORSE, MAI! con Eleonora Cirant autrice del libro “Una su cinque non lo fa. Maternità e altre scelte” (FrancoAngeli, 2012) e con Daniela Danna, autrice di numerosi testi sul tema tra cui “Contro la procreazione”. Qui il sito della Ladyfest.

Mi dispiace un sacco non poter partecipare! Con la bimba piccola, la sera diventa un po’ complicato uscire 🙂

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Impressioni di WAE!

Riporterò qui la mia esperienza dell’incontro che si è tenuto domenica 6 aprile a Milano, della rete Womenareurope.

Incontrarsi di persona, condividere idee, progetti, pensieri per me ha rappresentato un’occasione per uscire dal mio guscio quotidiano e fare squadra. Al termine della giornata, la mia sensazione era di aver ricevuto da ognuna delle donne presenti una sferzata incredibile di energia, di voglia di fare. Ne sono uscita arricchita e piena di nuovi spunti di riflessione. La condivisione aiuta a cambiare i propri orizzonti e punti di vista personali. Questo è successo e ne sono molto contenta.
Ho notato che è mancata la partecipazione della componente dei movimenti femminili più legati alla realtà dei centri sociali. Questo probabilmente spiega in parte l’esigua partecipazione della fascia 20-30. Mi è sembrata totalmente assente la fascia under 20, che evidentemente non siamo riuscite ad intercettare o a coinvolgere. La mia fascia 30-40 anni, ahimè, latita e partecipa poco: per fortuna ci sono delle mie coetanee eccezionali, che domenica scorsa mi hanno resa fiera della mia generazione. Non siamo poi messi così male.
Non seguirò l’iter preciso della giornata, ma vorrei annotare qui i punti che secondo me aiutano a dare un’idea di quanto ricco e variegato sia stato il dibattito.
L’incontro nazionale di domenica arriva dopo le giornate del 1 febbraio e dell’8 marzo, dopo i fatti di Spagna e la legge Gallardón, la bocciatura della mozione Estrela in UE. Il clima attorno ai diritti di autodeterminazione delle donne e i ripetuti tentativi, da più fronti, di smantellarli ci richiamano e ci spingono a tornare a mobilitarci e a farci sentire, in prima persona e come gruppi. I diritti acquisiti non lo sono mai per sempre, vanno alimentati e curati. L’idea della rete serve proprio a riunire le nostre forze, per non disperdere le nostre energie e l’efficacia delle nostre azioni. Occorre rompere la frammentarietà dei singoli movimenti e associazioni, cercando di condividere ciò che realizziamo sul territorio.
È emerso quanto sia difficile il rapporto con le istituzioni, che sono fondamentali se si desidera ottenere cambiamenti reali, effettivi, miglioramenti e tutele certe. Probabilmente dovremmo cercare di trovare i nostri interlocutori politici e istituzionali a livello europeo.
Troppo spesso si cerca la vittima, quando si parla di IVG: la donna, l’embrione. Questo è strumentale a creare dei sensi di colpa che gravano unicamente sulla donna, laddove si dovrebbe richiamare anche un ruolo/responsabilità maschile nell’ambito riproduttivo.
Sul tema dell’aborto, l’assenza di una riflessione pubblica ha rimosso questo tema, per cui manca una informazione adeguata anche in contesti centrali come le scuole mediche e professionali di specializzazione. Andando in pensione la generazione di medici che ha sostenuto la 194, rischiamo che aumentino le difficoltà di applicazione della legge. Occorre prevedere una formazione scientifica in merito, in grado di rispettare le singole posizioni del personale medico e paramedico, senza mettere a repentaglio la tutela della salute della donna, che va comunque garantita. Non dimentichiamoci il giuramento di Ippocrate e ciò che accade quando l’obiezione raggiunge i livelli di alcune regioni italiane.
Si è fatta strada una certa visione ideologica sul tema dell’aborto, quando invece si dovrebbe tornare alle origini, come sottrazione della sessualità dall’obbligo riproduttivo: la libertà di essere madri o di non esserlo.
Il tema della precarietà lavorativa e del reddito estende le sue ricadute in tutte le scelte, diventando precarietà sentimentale, affettiva, nei rapporti con l’altro. Il diritto a un’esistenza libera da pressioni, dalle angosce di sopravvivenza, può avere importanti riflessi sulla vita, di uomini e donne.
Si è accennato anche a una sorta di diritto universale alla maternità, con un tentativo di stabilire un reddito garantito.
Si è ricordato che, accogliendo il ricorso della LAIGA e dell’Ippf (International Planned Parenthood Federation), il Consiglio d’Europa ha riconosciuto che l’Italia non garantisce l’effettiva applicazione della Legge 194. La professoressa Marilisa D’amico ci ha illustrato il lavoro che è stato fatto per giungere a questo verdetto. Vedi qui.
Anna Pompili, ginecologa LAIGA, ha sottolineato la centralità della formazione per gli operatori del settore, che gli permetta di acquisire metodiche nuove. L’aborto è una scelta libera, e deve essere garantita la libertà di scegliere. Dobbiamo uscire dai sensi di colpa.
Anna Picciolini di Libere Tutte e Il Giardino dei ciliegi (Firenze), ha sostenuto che l’aborto è un problema di potere. La dichiarazione di scelta della donna rompe gli equilibri di un contesto che è sempre stato viziato da una mentalità patriarcale. Se la prima parola e l’ultima spettano alla donna, viene meno il potere di decisione esclusivo dell’uomo. La donna diviene consapevole del suo potere e della sua responsabilità, su cui si poggia la sua libertà.
Carla Ceccarelli, in rappresentanza delle donne democratiche PD, ha presentato la mozione per la salvaguardia e la valorizzazione dei consultori, che sta girando per il territorio milanese nei consigli di Zona, dopo un primo passaggio in Regione.
Nadia De Mond di Donne nella crisi, ha parlato delle iniziative (di cui anche una ad Atene) a sostegno delle donne in questo periodo di crisi economica. Non dimentichiamo gli effetti devastanti dei tagli alla Sanità greca di cui avevo scritto.
Monica Lanfranco di Genova, rivista Marea, ha lamentato la mancanza di conoscenza della radice storica del movimento femminista/femminile. Forse sarebbe opportuno far conoscere il contesto culturale e storico che portò al varo della 194, che ricordiamo è a tutela della maternità e per una procreazione autodeterminata e consapevole. Per non tornare all’aborto clandestino dobbiamo essere presenti, farci sentire, perché la memoria che fugge via è il cancro del nostro tempo. Dobbiamo riprendere il tema dell’autodeterminazione sui corpi, della sessualità, coinvolgendo maggiormente gli uomini.
Durante un intervento è stato ribadito che nessuna di noi è contro la vita, ma appunto perché siamo per la vita, nessuna di noi vuole imporre la nostra scelta a un’altra donna. Io riconosco all’altra donna la capacità di scegliere liberamente, perché alla base c’è un rispetto reciproco. La 194 è una legge per la vita, che protegge la salute delle donne. Nessuno può decidere al posto di una donna.
Esiste un diritto a vivere e non un diritto a nascere.
Ci siamo interrogate sul divario generazionale in merito a sessualità, autodeterminazione, aborto: cosa ha rappresentato per le generazioni degli anni ’70 e cosa rappresenta per le ultime generazioni. È cambiato il ruolo della donna, la società, il mondo del lavoro, le istituzioni, la rappresentanza femminile. Per questo Lea Melandri ci invita a tornare sulla nostra storia e su cosa possiamo ancora utilizzare del materiale del passato e cosa va rinnovato. La generazione che produsse la 194 si appassionava ai temi della sessualità e della maternità. Oggi dovremmo riuscire a spostare la questione femminile al rapporto uomo-donna, con una responsabilizzazione degli uomini sul tema della sessualità.
Luciana Bova da Reggio Calabria ci ha parlato delle iniziative che stanno portando avanti, attraverso ad esempio l’idea dei “consultori in piazza”, soluzione itinerante che rappresenta un importante passo per riappropriarsi degli spazi pubblici e parlare alle persone in modo diretto di sessualità consapevole. Questo significa creare spazi di democrazia partecipata, all’esterno, per farne una discussione pubblica e politica. Si parla in modo diretto con tutti, soprattutto con i più giovani, per avvicinarli a temi importanti come quello della contraccezione. Le donne del sud hanno una carica trascinante, coinvolgente. Le iniziative di Reggio ci insegnano che una nuova forma di mobilitazione è non solo possibile, ma è indispensabile. Gustatevi il loro flash mob alla Lorenzin.
A tal proposito è necessario riaffermare che la donna è un soggetto di scelta, di decisione, non deve essere vista come il contenitore di un altro oggetto che servirà poi al mondo della produzione.
Giulia del Collettivo Altereva di Torino ci ha parlato di cosa sta accadendo nei consultori piemontesi e di come stanno cercando di resistere al tentativo di Cota di far entrare il Movimento per la vita. Guardate cosa si inventano queste ragazze in gamba a Casale Monferrato e al Convegno di Federvita in Piemonte. A mio avviso sono una vera bomba! Concordo con Giulia quando afferma che molte donne strumentalizzano le tematiche femministe, utilizzandole come “taxi per la rappresentanza” e aggiungerei per la propria carriera politica o di potere. Questo offusca e vanifica l’attività di coloro che credono veramente nelle battaglie femministe. Quindi condivido l’auspicio che la nostra rete sia trasparente, aperta e sappia andare oltre le parole. Dobbiamo essere concrete al massimo.

“Dobbiamo incanalare le energie, tornare in piazza a parlare con le persone, lavorare su piccoli progetti/azioni” come si augura Eleonora Cirant. La posizione di Eleonora e la sua chiave di lettura mi è sembrata molto lucida: credo che sia la strada giusta da percorrere. Vi suggerisco il suo post sull’incontro del 6 aprile, che ho trovato perfetto. Anche quando ci interroghiamo sulla rappresentanza femminile nelle istituzioni, dobbiamo accertare di che qualità sono le donne che vengono scelte, altrimenti rischiamo che non vengano portate avanti le istanze per le donne.
Diana De Marchi del PD e di Usciamo dal silenzio ha proposto l’idea di stilare una carta di impegno sui temi femminili, da far sottoscrivere alle candidate politiche, in modo da esplicitare una loro posizione su questi fronti.
Essere donna non significa automaticamente essere brave, per questo forse le quote di genere non sono sufficienti da sole a garantire un buon risultato e una rappresentanza efficace. Se oggi la 194 è in pericolo, forse abbiamo sbagliato strategia. I temi della 194 sono rimasti in un alveo unicamente femminile, senza farlo diventare un problema di civiltà. Non si tratta di problemi di donne, non dobbiamo restare in un contesto di genere o di generazione: è una battaglia di civiltà, che avvantaggia uomini e donne, di età trasversali.
Il corpo della donna occupa spazio, la volontà di normarlo e di stringerlo in vincoli e catene è un modo di controllare la società, rientra in un ritorno di un pericoloso autoritarismo.
Libere di scegliere, concepire e abortire, legando insieme i temi della contraccezione, della maternità consapevole e dell’IVG. La libertà di disporre di sé e di trattare con l’altro sesso rispetto al proprio corpo.
Dalla giornata del 6 aprile siamo uscite con l’idea di formare una rete per condividere le esperienze di operatori/operatrici e movimenti e le informazioni in tema di contraccezione, sessualità consapevole, educazione sessuale, IVG legale e sicura per tutte. In pratica sarà un hub, un inizio di relazione per condividere successi e non, idee, progetti e pratiche.
La rete che vorremmo creare deve essere inclusiva, non gerarchica, aperta alle differenti posizioni e strategie per portare avanti le questioni femminili, per una sessualità libera e consapevole, per la tutela della salute riproduttiva delle donne.
Ci siamo date come impegno la redazione di un manifesto che tenga insieme i temi principali, le cose da fare, su cui possiamo facilmente convergere e sui quali concentrare i nostri sforzi futuri.

Alcuni contributi video e audio della giornata:

http://womenareurope.wordpress.com/2014/04/09/due-contributi-dalla-riunione-di-wae-raccolti-da-lanfranco-luciana-bova-e-assunta-sarlo/

http://womenareurope.wordpress.com/2014/04/09/registrazione-audio-assemblea-wae-del-6-aprile-a-milano/

 

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2 commenti »

12 aprile.. cosa si muove a Milano

Purtroppo nel 2014 accade questo, a Milano. L’attacco alla 194 sembra non conoscere tregua. L’autodeterminazione della donna è in pericolo. Dobbiamo vigilare e non lasciare che questi episodi minino una delle leggi migliori al mondo sulla salvaguardia della salute riproduttiva della donna e per una maternità consapevole.

Nel blog di Eleonora Cirant trovate un po’ di news in tema di salute riproduttiva e 194.

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