Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Lo Stato della parità


Vorrei riuscire a scrivere di good news, ma proprio mi manca il materiale. Ci arriva in questo primo scorcio di 2020, la non notizia per cui il Consiglio d’Europa condanna l’Italia nel suo rapporto Grevio, annotando che “la causa dell’uguaglianza di genere incontra ancora resistenze nel paese e che sta emergendo una tendenza a reinterpretare e riorientare la nozione di parità di genere in termini di politiche per la famiglia e la maternità.” Si aggiunge come tali ostacoli si manifestino anche in ambito scolastico, dove non c’è un intervento sistemico sul tema, anzi spesso avversato. La consapevolezza sulle questioni di genere non si costruisce improvvisando o negando la necessità di intervenire nel’educazione delle nuove generazioni e nella formazione universitaria. Quindi dopo l’ennesimo richiamo, come se nulla fosse, tiriamo dritti. Assorbiamo anche i dati sui gap con una facoltà metabolica formidabile, nemmeno i dati del mondo del lavoro, che di anno in anno vengono confermati, ci fanno reagire.

Nemmeno quando la situazione è stra-conosciuta e monitorata da anni: “Dal 2011 al 2017 165.562 donne hanno lasciato il lavoro soprattutto per le difficoltà di mettere d’accordo pannolini e ufficio. E vanno aumentando: erano 17.175 nel 2011 e nel 2017 sono salite a 30.672. Tre su quattro – tra quante si sono dimesse – sono mamme lavoratrici: il 77 per cento del totale, secondo i dati 2017 dell’Ispettorato nazionale del lavoro.”

Per comprendere meglio come si consolidano certi trend negativi, leggiamo uno stralcio dal Sole24Ore:

“Una ragazza su quattro con meno di 30 anni non studia e non lavora . Ancora oggi il 16% delle ragazze meridionali non finisce la scuola, contro il 10% del nord e l’8% di chi vive nelle regioni del centro.

Una nota di Istat mostra che oggi la metà delle donne con due o più figli fra i 25 e i 64 anni non lavora. Fra le coppie giovani che hanno figli solo nel 28% dei casi lavorano entrambi a tempo pieno, il che significa che possono permettersi servizi di accudimento. Una donna su dieci con almeno un figlio non ha mai lavorato , per dedicarsi completamente alla cura dei figli, la media europea è del 3,7%. Al sud ha fatto questa scelta una donna su cinque con almeno un figlio (…).

D’altro canto avere un figlio cambia molto di più la vita professionale di una donna rispetto a quella di un uomo. Alla domanda “fai fatica a conciliare lavoro e famiglia?” la percentuale di uomini e di donne che hanno risposto di sì è la stessa, ma alla prova dei fatti il 38,3% delle madri occupate, oltre un milione, ha dichiarato di aver apportato un cambiamento, contro poco l’11,9% dei padri, circa mezzo milione di uomini.”

Il pericolo di un passo da gambero lo intravede anche l’EIGE:

“I progressi sulla parità di genere non possono essere dati per scontati”, ha affermato Virginija Langbakk, direttore dell’EIGE. “I governi devono aumentare il potere e fornire risorse adeguate ai meccanismi istituzionali che promuovono la parità di genere”. Sebbene tutti gli Stati membri dispongano di organi governativi per la parità di genere, “molti di essi sono stati retrocessi nella gerarchia governativa e le loro funzioni sono diminuite. Le tendenze dell’ultimo decennio hanno portato alla fusione di organismi indipendenti per la parità di genere con altre organizzazioni antidiscriminazione.

L’impegno per l’integrazione della dimensione di genere si è indebolito dal 2012, con solo un quarto degli Stati membri che hanno ottenuto ottimi risultati in questo campo. E mentre la maggior parte degli Stati membri dispone dei metodi e degli strumenti per raccogliere dati disaggregati per genere, la produzione e la diffusione mancano in diversi paesi. Ciò può rendere difficile valutare adeguatamente la situazione della parità di genere.

“Se vogliamo vedere progressi, l’uguaglianza di genere deve essere intrecciata in ogni fase di tutti i processi politici, dalla raccolta di dati disaggregati per genere alla valutazione sensibile dell’azione di genere dell’azione del governo. Questo è l’obiettivo dell’integrazione della dimensione di genere, a cui il Gli Stati membri dell’UE si sono impegnati dal 1995 quando hanno adottato la piattaforma d’azione di Pechino alla Conferenza mondiale delle Nazioni Unite sulle donne “, ha dichiarato Barbara Limanowska, coordinatrice del programma di integrazione della dimensione di genere dell’EIGE.”

Qui per visionare lo stato dell’Italia:

@EIGE


E secondo il Wef, l’Italia qualche passo indietro lo ha fatto in termini di gender gap. Siamo al 76° posto su 153 Paesi nel Global Gender Gap Report 2020, l’anno scorso eravamo al 70°.

Metto in fila un po’ di fatti, forse per deformazione personale che mi porta a stipare fonti.

Il gender pay gap non ci sembra un tema prioritario? Fa nulla, ma qualcuno dovrà guardare in faccia tutti gli aspetti, specie se fa politica.

La zavorra del tempo e di come viene impiegato a seconda del genere non è a mio avviso una faccenda da mettere in coda alla lista, ma andrebbe inserito nelle valutazioni a 360° necessarie prima di varare qualsiasi intervento correttivo.

La difficoltà a conciliare la si racconta, si raccontano le storie personali e se vogliamo davvero che qualcosa cambi, per prima cosa occorre ascoltare e credere a ciascuna, senza la litania di “più nidi per tutti”, perché di semplificazioni mitologiche ne abbiamo abbastanza. Perché diciamocelo chiaro e tondo non di soli nidi e servizi si nutre il superamento del problema. Vi narro brevemente un piccolo dettaglio tratto da un mio recente ritorno al lavoro. Mio marito per conciliare i suoi turni con i miei, per consentirmi di ottemperare all’impegno preso, a un certo punto ha deciso di prendersi 10 giorni di ferie, perché alternativa non c’era. Questo accade, questa è la soluzione fai da te, chiudi “buchi” che mi è accaduta personalmente. Ritengo che in giro ci siano tante soluzioni similari, che però non cambiano i risultati e le acrobazie, quando non ti puoi permettere o non hai nessun aiuto. Immaginate cosa accade nelle famiglie monogenitoriali, senza nonni e senza risorse economiche. Ci arrampichiamo sugli specchi e con il dito giudicante, consigliamo alle donne di trovare un equilibrio che non sempre ci può essere, e nessuno si è mai sognato di parlare di scelte, ma di scelte obbligate che di fatto sono delle tenaglie, delle mannaie. Comunque, restiamo fiduciose in attesa di non sentire più dalla politica “suggerimenti” facili del tipo “tenete duro”, “non lasciate il lavoro, tutto si può fare”. La trappola per le donne sono le donne (e gli uomini) in posizioni confortevoli che danno consigli e magari legiferano sulla nostra pelle, senza scendere al piano terra nemmeno per un secondo.

Lasciamo perdere come da piani privilegiati ci osservano, e torniamo a cogliere l’aria che tira.

Un immaginario e un contesto che sembrano venire dall’800, perché nemmeno negli anni ’50 avrebbero avuto per esempio l’ardire di fare una campagna informativa per la salute femminile come quella ideata dalla Regione Sicilia. Perché le nostre istituzioni sono esattamente lo specchio del livello del pensiero italico medio.

Nel contesto attuale non mi sembra nemmeno un’anomalia che dalla kermesse sanremese, per bocca del direttore artistico e presentatore, sia stata proferita una simile frase:

“Questa ragazza molto bella, sappiamo essere la fidanzata di un grande Valentino Rossi, ma è stata scelta da me perché vedevo, intanto la bellezza, ma anche la capacità di stare vicino ad un grande uomo, stando un passo indietro malgrado la sua giovane età. ”


Non sorprende, non risuona nuova, un pensiero normale, comune, non risulta fuori luogo e fuori tempo, nessuna si alza all’istante e prende le distanze. Accettiamo di stare un passo indietro, lo consideriamo connaturato al nostro dato biologico di femmine della specie. Socialmente in effetti deve essere ancora ben radicato, tanto da poterlo dire con nonchalance. La consapevolezza e la prontezza di un rifiuto (magari un debole segnale di coraggio) non sono qualità evidentemente così diffuse. Quindi, intanto è fluito il concetto dello “stare un passo indietro”, che da quella posizione si guadagna sempre qualcosa, invece di ascoltare le nazifemministe che inquinano il dibattito e le pacifiche relazioni uomini-donne e i buoni vecchi valori saggi di una volta, quando il patriarcato regnava indisturbato. 

Normale quindi sentire di ventenni che non trovano nulla di strano se a decidere del loro futuro sia il fidanzato, che gestisce il loro cellulare, le loro amicizie e scelte di studio, impedendoti ad esempio di iscriverti all’università, perché possessivo e geloso. Il passo per il resto è breve.

Normalizzare e strizzare l’occhio a mentalità e tradizioni per nulla innocue rappresenta la resistenza e la tendenza a conservare tipiche di Paesi fermi a un paleolitico culturale. Si tratta anche di una mancata evoluzione della mascolinità verso orizzonti più paritari e inclusivi, in grado di leggere l’uguaglianza di genere non come un attacco frontale, ma come un’opportunità positiva, che sgombri finalmente il campo da tutte quelle gabbie stereotipate che limitano sia donne che uomini. Ma di questo non possiamo farci carico solo noi donne.

Il raggiungimento della parità di genere non è “un argomento femminile”, ma riguarda tutti e tutte, presuppone l’azione e l’impegno di uomini e donne. Basta con questo eterno fardello che ci lasciamo scaricare addosso.
L’idea che sia una “roba da donne” andrebbe politicamente e culturalmente rigettata, in favore di una visione diversa, di una responsabilizzazione e consapevolezza collettive, che così è un danno per tutti/e. La differenza di approccio non è irrilevante, si vede che occorre ripartire dalle basi e magari imparare qualcosa dal cammino femminista.

Ritornando qualche passo indietro, le reazioni al pensiero espresso a Sanremo ci sono state, ma alla fin fine, tutto passa e si sedimenta, eccome se si stratifica nelle nostre menti.

Ed a furia di recuperare e di guardare con nostalgia al passato, finiamo con lo sdoganare e col mandare in onda anche l’ennesimo trapper, Junior Cally, che supera di gran lunga i suoi predecessori per misoginia, volgarità, sessismo, odio e istigazione alla violenza contro le donne. Ho deliberatamente scelto di non includere i suoi “versi”, per non diffonderli ulteriormente. Perché l’asticella a quanto pare si può solo alzare. Non è che noi non abbiamo capito la musica e l’arte contemporanea, che soffochiamo la libertà di espressione, non è per vecchiezza dei nostri ragionamenti, ma perché premiare un autore di testi violenti contro le donne mandandolo a Sanremo ci sembra un tantino aver oltrepassato il limite, la misura è colma, al di là di ciò che porterà sul palco.

Chiudiamo il cerchio con il richiamo del Grevio di cui parlavamo all’inizio. Non solo è carente un intervento educativo e culturale, ma è addirittura spesso in senso contrario, deleterio. Tutto sembra remare contro e qualsiasi intervento che coinvolge le nuove generazioni appare un esercizio disperato. Parlare con queste basi e in questo contesto può diventare un’impresa titanica. Ma va fatto, nonostante le difficoltà e le resistenze e dobbiamo pretendere che diventi diffuso e permanente in ogni luogo e in ogni istituto scolastico. Che magari si riuscisse a cambiare finalmente modo, parole e termini per fare comunicazione, arte, tv senza dover adoperare i soliti triti e ritriti messaggi sessisti, violenti, misogini e che continuano a legittimare la violenza, la discriminazione e la subordinazione delle donne. Non sentiamo il bisogno dell’ennesima dose quotidiana di finta attenzione, nemmeno se il festivalone decide di “compensare” concedendo uno spazietto alla co-conduttrice per accennare alla violenza maschile contro le donne. Tutto a questo punto appare una messinscena di cattivo gusto, una contraddizione indigesta e posticcia, che testimonia quanto questo Paese abbia compreso la gravità della situazione. Non ci prendete in giro, ne possiamo fare a meno. A questo giro nemmeno delle scuse e dei passi indietro verbali a posteriori possono servire a sanare la faccenda. Perché ormai ciò che è stato detto e fatto è giunto a destinazione e la pezza arriverebbe in sordina. Il messaggio è arrivato forte e chiaro: donne state al vostro posto, vi conviene, magari come diceva Silvio “sposate un uomo ricco”, e fatevi una risata se Sanremo accoglie sul suo palco un trapper che nel suo repertorio colleziona anche testi che sviliscono e umiliano le donne, per usare un eufemismo. Il tutto dalla tv pubblica che dovrebbe fornire gli strumenti idonei per educare una cittadinanza che rispetti le donne. 

Con il passare degli anni tutto appare immutato, immutabile, incellofanato, compresa la rappresentazione e la narrazione che riguarda le donne. Qui un monitoraggio sulla tv pubblica del 2017, a cura dell’Università Roma Tre. Per l’Europa: K. Ross, C. Padovani, Gender Equality and the Media, 2017. Per lo scenario internazionale: http://whomakesthenews.org/. FONTE (grazie alla professoressa Elisa Giomi)

Ci uniamo al sindacato Slc-Cgil che ricorda nel suo comunicato: “che il Contratto di Servizio ci impone di “superare gli stereotipi di genere, al fine di promuovere la parità e di rispettare l’immagine e la dignità della donna anche secondo il principio di non discriminazione”.

Per quanto ci riguarda possiamo far arrivare il nostro dissenso agli organismi di vigilanza e garanzia preposti. Ci sono alcune petizioni su Change.org che stanno girando, ma potete anche scrivere direttamente alla Commissione di vigilanza dei servizi radiotelevisivi com_rai@camera.it

O anche al MISE: comitato.minori@mise.gov.it

Qui un esempio di testo.

Intanto, qualcosa si muove anche in RAI: il presidente della Rai Marcello Foa ha espresso la sua posizione e un richiamo.

Diamo spazio e voce a una differente rappresentazione delle donne. Pretendiamo rispetto e non briciole. E anche nel caso sia stata una trovata per accendere i riflettori su Sanremo, siamo ben oltre il limite, e in ogni caso non sulla nostra pelle, come se nulla fosse. I cosiddetti “creativi”, gli autori sappiano trovare, adoperare contenuti, linguaggio e format idonei a veicolare un differente ruolo della donna, consono ai tempi, consono all’educazione alla parità e all’uguaglianza di genere, consono a tutti i mille impegni che l’Italia ha sottoscritto e che in gran parte sono rimasti sulla carta. Perché per riformare e correggere un sistema siffatto occorre una visione che sappia legare tutti i pezzi che compongono il puzzle delle discriminazioni di genere, consapevoli che come in un domino, un fattore influenza l’altro, indebolendo o rafforzando l’intervento.

P.S.

Ringrazio la sociologa Sveva Magaraggia per queste sue parole:

“Anche la musica, con il suo linguaggio esplicito, può contribuire a migliorare la nostra società se, a mio parere, chi scrive e interpreta le canzoni sia disposto ad assumersi appieno la responsabilità dei messaggi che veicola. Perché è troppo semplice nascondersi dietro “l’arte”, il diritto di parola, di espressione, quando quella espressione è pregna di violenza compiaciuta. Nessuno vuole impedire a questi artisti di esprimersi, ma che almeno abbiano il coraggio di assumersi la responsabilità di ciò che scrivono e cantano, perché quelle canzoni hanno conseguenze sulla formazione del pensiero di centinaia di giovani, abituano alla degradazione di esseri umani. Nessuno vieta loro di avere questi pensieri, ma costringerli a porsi domande che sorpassino il troppo facile scarico di responsabilità fornito dall’appello alla libertà artistica, sì. Questo sì. Soprattutto su una tematica così delicata come la violenza degli uomini.”

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Uguaglianza di genere: qual è la situazione nell’Europa dei 28 Stati?


Qual è l’andamento dell’eguaglianza uomo-donna nell’Europa dei 28 Stati? Ce lo racconta il nuovo Gender Equality Index, l’indice pubblicato dall’EIGE, l’agenzia dell’Unione europea che si occupa di uguaglianza tra uomini e donne.

La graduatoria è divisa in sei macro domini e fotografa la situazione in ogni singolo paese in tema di uguaglianza su lavoro, soldi, istruzione, tempo, salute e potere.

Il progresso verso l’uguaglianza di genere nell’UE rimane lento. Il punteggio dell’Indice di uguaglianza di genere nel 2015 giunge a 66,2 su 100, mostrando la necessità di un maggiore miglioramento in tutti gli Stati membri. Questo è un miglioramento relativamente piccolo dal 2005 quando l’Indice era pari a 62,0 punti.

La classifica generale vede in cima Svezia, Danimarca e Finlandia, con la Francia al quinto posto dopo l’Olanda.


 

Tra i sei domini dell’indice, il maggior miglioramento si riscontra in quello del potere, mentre le disuguaglianze di genere nel dominio del tempo sono cresciute.


 

Il recente passato ha registrato uno sviluppo positivo verso l’uguaglianza di genere. I maggiori miglioramenti sono stati notati in Italia e Cipro.
La situazione resta stabile nella Repubblica Ceca, in Slovacchia e Regno Unito, mentre c’è stato un arretramento di un paio di paesi (Finlandia, Paesi Bassi).

Il dominio del lavoro occupa il terzo posto nella classifica dei punteggi dell’Indice di uguaglianza di genere, anche se i progressi in questo settore sono stati molto lenti (aumento di 1,5 punti negli ultimi 10 anni).
Il divario di genere nell’occupazione FTE arriva fino ai 16 punti percentuali, che riflette una partecipazione complessiva inferiore delle donne nel mercato del lavoro e una maggiore quota di part-time. La partecipazione di donne con scarso livello di istruzione è solo la metà del tasso di partecipazione di uomini poco qualificati e queste categorie di donne sono ad alto rischio disoccupazione di lunga durata e di avere una occupazione precaria.

La partecipazione all’occupazione è anche limitata per le donne con bambini, indipendentemente dal fatto che vivano con un partner o crescano da sole i figli.

Il basso tasso di partecipazione delle donne al mercato del lavoro è un ostacolo al raggiungimento dell’obiettivo Europa 2020 di un impiego del 75%.

Allo stesso tempo ci sono nuove opportunità che derivano da alcune iniziative politiche, come il Pilastro europeo dei diritti sociali (ne parlavo anche qui) che ha posto l’uguaglianza di genere come uno dei suoi principi fondamentali. I risultati dell’Indice di uguaglianza di genere 2017 sottolineano la necessità di integrare l’uguaglianza di genere in tutte le aree del Pilastro, compreso il supporto attivo all’occupazione, un’occupazione sicura e flessibile, con salari equi e un equilibrio tra lavoro e vita.

A tal proposito è interessante la nuova iniziativa sul work-life balance della Commissione europea, con nuovi standard per congedi e permessi di cura: l’iniziativa New Start mira a permettere a genitori e ad altre persone con responsabilità di cura di bilanciare meglio vita e lavoro e migliorare la condivisione dei compiti tra uomini e donne. Appena un uomo su tre cucina e svolge lavori domestici quotidianamente, a differenza della grande maggioranza delle donne (79 %).

Occorre lavorare per ridurre la segregazione di genere in alcuni settori del mercato del lavoro come nell’istruzione.

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Prevenire e contrastare la violenza: al centro la donna

@Hanna Barczyk

Le ultime novità in termini di contrasto alla violenza contro le donne, tra cambiamenti significativi, nuovi progetti europei e criticità che richiedono la giusta attenzione e la capacità di ascoltare tutte le parti coinvolte.

 

In tema di violenza contro le donne indubbiamente occorre ancora fare tanto, soprattutto in termini di sistema e di interventi strutturali, non più emergenziali. In quest’ottica si sta lavorando a livello di dipartimento delle pari opportunità. Vedremo i risultati del nuovo piano d’azione nazionale contro la violenza sessuale e di genere.

Tanto dovrà essere fatto in termini di prevenzione e interventi sulla cultura che alimenta e giustifica la violenza. Tanto dovrà essere fatto in termini di formazione di tutti i soggetti coinvolti. Tanto soprattutto in ottica di informazione sulle modalità e sui supporti per uscire da una situazione di violenza.

Al contempo registriamo gli sforzi della Polizia di Stato per ottimizzare approcci e interventi. Già attivo in prova dal 20 gennaio, è stato introdotto il protocollo “Eva” che ha messo insieme una serie di linee guida per gli agenti delle volanti e per quelli in sala operativa, che a distanza coordinano e gestiscono tutti gli interventi. Si tratta di attuare una standardizzazione degli interventi per tutte le Province e anche a livello di interforze. È prevista anche una banca dati sulle aggressioni negli specifici domicili, “per permettere agli agenti della Polizia di Stato di sapere se in passato vi siano stati altri episodi di violenza in un determinato contesto familiare e per tenere sotto controllo le situazioni più rischiose anche in assenza di formale denuncia.”

Il protocollo “Eva” è stato ideato e sperimentato nell’Ufficio prevenzione generale e soccorso pubblico (Upgsp) della Questura di Milano, oggi è operativo in tutte le Questure d’Italia. “Eva” si fonda su due strumenti per tutelare le vittime: l’allontanamento d’urgenza dalla casa familiare e l’arresto obbligatorio in caso di maltrattamento o atti persecutori, per cui si deve verificare una reiterazione delle condotte violente. È previsto un apposito modulo in cui verrà indicata la presenza di ingiurie, minacce, molestie e percosse ma anche di eventuali suppellettili danneggiate o di lividi e ferite che ha portato all’intervento della Polizia. Nel caso in cui la vittima non voglia parlare o minimizzi vengono raccolte le dichiarazioni di eventuali testimoni. Tutte le informazioni confluiscono in un database a disposizione degli agenti e potranno essere una base utile per una eventuale azione dell’autorità giudiziaria. Si sta iniziando pian piano a capire che la donna va protetta e che l’approccio pacificatore è deleterio e molto pericoloso. Purtroppo continuiamo a registrare episodi in cui il sistema di protezione della donna non funziona, non si riesce a intervenire tempestivamente, non si fa nulla quando il violento esce dal carcere, si sottovalutano i segnali di pericolo, le donne finiscono col restare sole. Non è sufficiente l’azione dei centri antiviolenza senza una efficace attività di rete che coinvolga più soggetti.

In Lombardia il 28 aprile è stata deliberata (Delibera X-6526) l’istituzione di un Albo regionale dei centri antiviolenza, case rifugio e case di accoglienza, che è condizione necessaria ma non sufficiente per accedere ai finanziamenti. A dicembre 2016 era stato approvato l’Osservatorio regionale antiviolenza O.R.A. che possiede un sistema di raccolta dati che prevede l’utilizzo del codice fiscale, l’apertura del fascicolo donna e l’attribuzione di un codice donna. I dettagli li trovate nella delibera 19 dicembre 2016 – n. X/6008 (Delibera X-6008 da pagina 20 in poi).

Il 31 maggio è stato approvato in Commissione sanità il parere sulla proposta di istituzione dell’Albo regionale dei centri antiviolenza, case rifugio e di accoglienza, che attende ancora un altro passaggio in giunta per l’approvazione della delibera definitiva. Non sono stata in grado di reperire il documento in questione, ma emerge da questa nota una definizione dei requisiti per i centri già operativi e quelli di nuova istituzione: per i primi è necessario aver indicato nello Statuto l’impegno prioritario nel contrasto alla violenza sulle donne o una consolidata esperienza di almeno 5 anni; per i nuovi, oltre al requisito relativo allo Statuto, è richiesto che tutti gli operatori (sì, il solito maschile neutro) abbiano tre anni di esperienza continuativa maturata nei centri già esistenti.

Inoltre si chiede che si rispetti la clausola, prevista dalla Conferenza Stato-Regioni, sull’impiego prioritario di personale femminile adeguatamente formato.

La Rete lombarda dei Centri Antiviolenza che fa capo a DIRE ha preso posizione il 6 giugno per evidenziare i punti su cui non concorda e ciò che risulta in contrasto con quanto stabilito dalla Convenzione di Istanbul e dall’Intesa Stato Regioni del novembre 2014. In gioco ci sono aspetti molto delicati sulla gestione dei casi, sulla composizione dell’albo, sul personale operativo, sui protocolli, sulle modalità di funzionamento del sistema O.R.A.

Qui il comunicato dettagliato della Rete lombarda.

 

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P.s. Maria Elena Boschi, che detiene la delega alle pari opportunità, ha presentato un bando che mette a disposizione 22 milioni per le associazioni che si occupano del recupero delle vittime della tratta di donne. Qui i dettagli.

L’impegno vero è smetterla di guardare e di parlare di numeri. Non siamo numeri, ma vite e storie di donne interrotte per mano di uomini. Parlare come si fa qui di fenomeno, una percentuale, un trend, un grafico non aiuta a comprendere cosa accade veramente alle donne.

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Di nuovo sull’applicazione della direttiva 2006/54/CE

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Risoluzione del Parlamento europeo dell’8 ottobre 2015 sull’applicazione della direttiva 2006/54/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 5 luglio 2006, riguardante l’attuazione del principio delle pari opportunità e della parità di trattamento fra uomini e donne in materia di occupazione e impiego (2014/2160(INI)).

Questo il nuovo capitolo dell’UE in materia di pari  opportunità e parità di trattamento fra uomini e donne in materia di occupazione e impiego. Ne avevo già ampiamente parlato qui.

Il gender pay gap arriva a una media del 16,4% (con distanze anche notevoli tra i diversi Stati membri), ancor più preoccupante è il divario pensionistico (che è una diretta conseguenza del divario retributivo) che giunge a una media europea del 38,5%.

Il parlamento europeo invita la Commissione a procedere a una profonda revisione della direttiva del 2006, che giunga a formularne una ex novo e, contemporaneamente, invita gli Stati membri e la Commissione ad avviare una serie di iniziative per contrastare e “risolvere” il divario retributivo e il divario di trattamento tra uomini e donne in UE.

Si parla chiaramente di trasparenza, per cui si propone la creazione di un sistema di valutazione e di classificazione professionale chiaro e neutrale rispetto al genere. La trasparenza è declinata anche in termini di salari e della necessità di una definizione di criteri chiari per misurare il valore del lavoro, affinché a parità di mansioni si abbia pari retribuzione.

A tal proposito l’Istituto Europeo per l’Eguaglianza di Genere (EIGE) è pronto a lanciare un nuovo database eige.europa.eu/sites/default/files/documents/MH0214932ENN.pdf che funzionerà come punto d’accesso unico a tutte le statistiche di genere per l’UE e i singoli Stati membri. Includerà dati su mercato del lavoro, situazione economica e finanziaria di donne e uomini, uso del tempo, istruzione e formazione, violenza basata sul genere. È pronta anche una nuova piattaforma sul mainstreaming di genere, con informazioni pratiche e strumenti per introdurre l’ottica di genere nel lavoro delle istituzioni e degli organismi decisionali.

La risoluzione non legislativa, che richiama l’importanza di una rappresentanza equilibrata di genere negli organi amministrativi delle aziende, invita la Commissione a introdurre audit salariali obbligatori per le società quotate in Borsa negli Stati membri dell’UE, e a introdurre sanzioni contro le imprese che non ottemperino alle loro responsabilità in merito alla parità di genere. Un bel “disturbo” per l’attuale gestione fantasiosa delle retribuzioni.

La risoluzione cerca di dare anche un calcio agli stereotipi, incoraggiando campagne di sensibilizzazione destinate a tutte le classi sociali, con un maggiore coinvolgimento dei media, strategie per scongiurare la segregazione professionale delle donne e incentivare scelte aperte in merito al lavoro. Si auspica anche l’integrazione delle questioni di genere nell’istruzione e nella formazione professionale. Viene ribadito che l’emancipazione delle donne e delle ragazze passa attraverso l’istruzione.

Si invita gli Stati membri ad applicare attivamente il bilancio di genere contribuendo così al miglioramento della situazione delle donne sul mercato del lavoro; invita la Commissione a favorire lo scambio di migliori pratiche per quanto concerne il bilancio di genere.

Gli Stati membri dovrebbero intensificare gli sforzi per combattere il lavoro sommerso e precario; si “evidenzia l’elevato livello di lavoro sommerso femminile, che incide negativamente sul reddito delle donne, sulla copertura e sulla tutela previdenziale e si ripercuote negativamente sui livelli del PIL dell’UE; sottolinea la necessità di affrontare in particolare il lavoro domestico, svolto soprattutto da donne, considerandolo una sfida particolare, in quanto rientra principalmente nel settore informale, è singolarizzato e per sua natura invisibile, e richiede pertanto l’elaborazione di misure mirate per affrontare la questione in modo efficace; deplora inoltre l’abuso dei contratti di lavoro atipici, fra cui i contratti a zero ore, utilizzati per eludere gli obblighi in materia di occupazione e protezione sociale; si rammarica dell’aumento del numero di donne intrappolate nella spirale della povertà lavorativa”.

Si accenna al fatto che la Commissione debba introdurre controlli e standard comuni per garantire l’indipendenza e l’efficacia degli organismi nazionali per la parità.

Si invitano gli Stati membri a creare le condizioni per l’assistenza legale gratuita alle vittime di discriminazioni, insieme al divieto di qualunque discriminazione basata sull’orientamento sessuale e l’identità di genere, minoranze etniche, e a un richiamo per implementare politiche di conciliazione come leve per superare divari e discriminazioni.

Invita gli Stati membri ad adottare le misure necessarie per invertire l’onere della prova, garantendo che spetti sempre al datore di lavoro provare che tali differenze di trattamento verificate non abbiamo generato alcuna discriminazione.

Insomma, si delineano interventi a più livelli, a 360°. Il lavoro da fare è tanto, e sarebbe ora che ci fosse anche un movimento delle donne che dal basso spinga affinché i decisori politici nazionali ascoltino e applichino questi suggerimenti europei. Altrimenti queste parole cadranno ancora nel vuoto. E sarà anche una nostra responsabilità diretta, con effetti devastanti non tanto su di noi, quanto sulle prossime generazioni, che man mano perderanno buona parte delle conquiste fatte, se nessuna di noi le difenderà. Per quanto tempo dovremo ancora sentirci dire che certe discriminazioni ce le dobbiamo combattere da sole, ognuna per proprio conto, chi può può, chi non ce la fa si arrangi? E ancora ci verrà consigliato di trovarci il marito ricco, come paracadute sociale ed economico. E ancora una volta come tante pecorelle ci convinceremo che questo è il nostro unico destino. Vantaggio per poche, baratro per tutte le altre. E nei salotti buoni ci si gingillerà con l’idea di essere grandi filantrope. Vi ricordate la mamma suffragetta dei bimbi del film Mary Poppins..? Dall’altra parte c’è un mondo in cui ci si sporca le mani, si fa fatica, si lotta, ci si espone anche in prima persona. Parlo per esperienza personale. Quando ci sveglieremo?

 

Mary Poppins Winifred Banks

 

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Il tortuoso cammino dalle parole ai fatti

 

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L’indice sull’uguaglianza di genere 2015, presentato il 25 giugno a Bruxelles dall’Istituto europeo per l’uguaglianza di genere (EIGE) QUI ci informa che negli ultimi 10 anni, i progressi per il raggiungimento della parità tra donne e uomini sono stati nel complesso poco significativi in tutta Europa e in alcuni Paesi addirittura si è tornati indietro. Il punteggio complessivo dell’indice per l’UE è salito da 51,3 su 100 nel 2005 a 52,9 nel 2012. L’indice viene aggiornato biennalmente.

L’indice sull’uguaglianza di genere si articola su sei domini principali (lavoro, denaro, conoscenza, tempo, potere e salute) e due satellite (violenza contro le donne e disuguaglianze intersezionali). Si basa sulle priorità politiche dell’UE e valuta l’impatto delle politiche in materia di uguaglianza di genere nell’Unione europea e da parte degli Stati membri nel tempo.

Qualche passo in più si è registrato in termini di “potere” e di accesso ai vertici aziendali e istituzionali: si passa da un valore 31,4 su 100 nel 2005 a 39,7 nel 2012. Sostanzialmente lo squilibrio permane. L’Italia quota 21,8 su 100.

Permane un elevato livello di segregazione di genere nel mercato del lavoro, in pratica siamo schiacciate in mansioni e lavori tipicamente femminili, sanità, servizi sociali istruzione.

Siamo più istruite degli uomini, ma anche più “segregate”, facciamo fatica a espanderci in tutti i settori di studio e di specializzazione. La situazione è aggravata da una decrescita per quanto riguarda la possibilità di accedere a una istruzione/formazione permanente.

Se guardiamo il dominio della salute, l’indice medio europeo è elevato, 90 su 100, l’Italia giunge a quota 89,5. Un dato da tenere sotto controllo, perché in tempi di crisi, alcuni Paesi hanno optato per un rafforzamento dei servizi sanitari pubblici, mentre altri hanno tagliato o posto a carico dei cittadini i costi sanitari, in precedenza gratuiti. Si comprende come per le donne questo aggravamento dei costi di assistenza sanitaria possa incidere negativamente a lungo andare sulla loro salute, sia in termini di prevenzione che di cura. Tutti noi conosciamo gli effetti disastrosi di anni di austerity sulla sanità greca e sulla salute della popolazione. Il tavolo della salute non può essere il tavolo da gioco della finanza e degli esperimenti di un’economia attenta solo alle ragioni del denaro.

Ma se osserviamo l’ambito “tempo” che dovrebbe misurare la distribuzione dei tempi di cura e di lavoro tra uomini e donne, comprendiamo il vero stato della situazione: il punteggio è di 37,6 su 100 per la media europea, 32,4 su 100 per l’Italia (suddiviso nei sotto-domini: care 40,4, social 26, segnale del fatto che possiamo contare poco sui servizi sociali). Niente a che vedere con il 61,3 della Finlandia. Se sembra migliorare la condivisione della cura dei figli, sul versante delle altre incombenze quotidiane domestiche il divario non sembra restringersi.  Questo dato risulta ulteriormente pesante, se lo associamo alla decisione annunciata lo scorso 1 luglio da parte della vicepresidente della Commissione Europea Timmermans di ritirare la direttiva sul congedo di maternità. Ne avevo già parlato qui. Un pessimo segnale dall’Unione Europea e dalla sua leadership. Indice di una scarsa attenzione e capacità di incidere in politiche di pari opportunità. Perché oltre le relazioni e le statistiche, occorre saper avviare azioni concrete, investendo misure concrete per sostenere e salvaguardare i diritti delle donne. Che senso ha misurare dei dati, se poi la politica e le istituzioni europee non sono in grado di varare iniziative mirate, vincolanti per gli Stati membri, al fine di garantire un humus più agevole per le donne?

Abbiamo un gap salariale medio del 16%, con significativi peggioramenti in caso di maternità. Questo espone le donne a un maggior rischio povertà, soprattutto in vecchiaia, quando le pensioni risulteranno proporzionalmente più basse rispetto a quelle degli uomini. Abbiamo di fatto una incapacità di incidere sulle politiche degli Stati membri, che spesso varano provvedimenti in materia di equità di genere che restano lettera morta, un puro esercizio di letteratura giurisprudenziale.

Non si comprende come si possa pensare di migliorare queste percentuali, se di fatto non ci sono interventi efficaci a sostegno della partecipazione e permanenza delle donne nel mercato del lavoro (l’indice EIGE medio è 72,3, l’Italia è a quota 57,1). Nel nostro Paese poi siamo ben lontani dagli obiettivi Europa 2020, che prevedeva di raggiungere il 75% delle donne occupate. Da questo deriva anche il valore dell’indice denaro, che rappresenta l’indipendenza economica delle donne. Un lavoro sicuro e tutelato ha benefici su molti aspetti e decisioni nella vita di una donna e non solo.

Guardiamo al nostro Paese. A livello nazionale nel 2012 siamo al 41,1 su 100 (indice EIGE). Qualche passo in avanti è stato compiuto: nel 2005 eravamo a 34,6, nel 2010 a 39,6. Se guardiamo i vari diagrammi per ciascun ambito, si nota una certa stagnazione, oltre a essere al di sotto della media europea. Eppure leggendo i riferimenti normativi nazionali, non siamo proprio rimasti fermi, evidentemente i risultati concreti non si sono visti.

Nell’analisi di dettaglio dell’Italia viene fatto un bilancio degli interventi legislativi posti in essere.

Si richiama il codice nazionale per le pari opportunità tra uomini e donne, il decreto 198 del 2006, 59 articoli che cercano di armonizzare e razionalizzare le leggi vigenti (11) in materia di gender equality. Si promuovono le pari opportunità in differenti settori: etico, sociale, relazioni economiche, diritti civili e politici. L’obiettivo dichiarato è di promuovere l’empowerment delle donne, assicurare la loro libertà di scelta e migliorare la qualità della vita per uomini e donne. È stato introdotto il principio del genere per il varo dei diversi provvedimenti legislativi, di ogni grado.

Nel 2010, il governo ha adottato un decreto per adeguarsi alla Direttiva europea 2006/54/EC in materia di pari opportunità nell’occupazione e nel mondo del lavoro.

Nel 2007, la Direttiva 2004/113/EC ‘Implementing the principle of equal treatment between men and women in the access to and supply of goods and services’ è stata recepita dalla legge 196/2007.

Il governo ha adottato numerose norme per incrementare la partecipazione delle donne alle attività politiche, alcuni esempi: la legge 90 del 2004, sulle elezioni dei parlamentari europei; la 120 del 12 luglio 2011, sull’accesso ai vertici delle società quotate e dal 2012 ha stabilito un 20% minimo di donne (la famosa Golfo-Mosca); la legge 215/2012 su previsioni volte a garantire la parità nei governi locali e regionali; e la direttiva sulle pari opportunità per le donne della P.A. del 23 maggio 2007. Si menziona anche la legge del 28 ottobre 2010, che ha approvato il primo piano nazionale contro la violenza di genere e lo stalking.  

A livello regionale, la Sicilia ha prodotto nel 2007 un documento programmatico per l’arco temporale 2007-2013 che aspirava a promuovere l’implementazione del “principio delle pari opportunità per tutti” all’interno del piano strategico delle Municipalità siciliane; previsioni per l’imprenditoria femminile.
In Puglia nel 2008, la legge regionale dell’ordine marzo 2007 è stata rafforzata. È stato istituito l‘Ufficio Garante di Genere’, per monitorare l’implementazione della legge 7/2007, creando un database di donne che desiderino aspirare a incarichi manageriali, fissare un budget regionale dedicato alle donne, un reportage annuale sulla condizione femminile nell’area. È anche responsabile per dettare le linee guida in materia di politiche di genere pugliesi attraverso il Centro regionale per le donne.

In Liguria nel 2008, il governo regionale ha varato la legge 26 del 1 agosto, integrando le politiche per le pari opportunità esistenti in regione.

Nel 2012 l’Abruzzo ha sottoscritto un Accordo sulle Pari opportunità con province e municipalità per la promozione della work-life balance, la diffusione della cultura delle eguali opportunità, la promozione di forme di flessibilità e ridisegno degli orari di lavoro, il coinvolgimento delle donne in politica, il supporto e il coordinamento regionale dei centri antiviolenza.

Insomma virtuosi, ma se guardiamo la pratica, ci rendiamo conto che la favola non è come può sembrare. Purtroppo le norme non sono sufficienti a garantire un sensibile miglioramento.

Poi ci troviamo Salvatore Negro, come neo assessore regionale pugliese alle Pari opportunità, uno dei principali detrattori dell’emendamento sulla parità di genere, culminato poi nella bocciatura del medesimo emendamento 50&50 nella legge elettorale regionale. Insomma non tira una buona aria per le donne.
Qualche giorno fa avevo scritto un post lettera a Michele Emiliano. Mi aveva risposto così su Twitter:

Il 25 giugno
@sforzasimona ho tutelato i diritti delle donne da sindaco e lo faró anche da Presidente della Puglia nella direzione che indichi.🎀
https://mobile.twitter.com/micheleemiliano/status/614133622950490113?s=04

Diciamo che aveva in serbo una amara sorpresa.
Si comprende che i fatti dimostrano quanto spesso le parole siano vuote, adoperate esclusivamente per avere solo una apparente infarinatura di equità e parità. Forse anziché continuare a varare nuove norme, basterebbe semplicemente applicare l’art 3 della nostra Carta Costituzionale, rimuovendo quegli ostacoli che ci rendono cittadine ancora un passo indietro ai cittadini.

Il report EIGE poi si sofferma sull’importanza del contesto culturale, sociale e istituzionale nel combattere la violenza contro le donne. Alti livelli di eguaglianza di genere rendono le donne più propense a denunciare, anche grazie a una maggiore fiducia nella giustizia istituzionale e nelle forze di polizia.

Stesso discorso quindi vale per l’inaccettabile superficialità con cui si affronta il problema della violenza contro le donne a livello nazionale. Siamo chiaramente fermi a una marginalizzazione della questione, le donne continuano ad essere uccise e a subire violenze, ma gli interlocutori istituzionali e le loro proposte risultano inadeguati. Se ne parla sempre meno e sentir dire che “la colpa è delle donne”, è come se si commettesse violenza due volte. Quando crederete alle parole di una donna che chiede aiuto? Quando smetterete di giudicare le donne sotto un metro diverso, quando verremo difese in tempo, prima  che sia troppo tardi?

Non abbiamo ritenuto necessario e urgente avere un dicastero dedicato alle pari opportunità e questo a dice lunga. Nonostante le varie pressioni e richieste nulla ancora si muove. Non ci basta qualcuno che ci sciorini dati, ci vuole competenza, attenzione e conoscenza delle problematiche delle donne, a livello nazionale e locale. Saremo sempre indietro se non riusciremo a invertire la rotta. Non ci bastavano ieri e non ci bastano oggi le rassicurazioni che si prenderanno cura delle questioni delle donne. Che da bravi uomini ci porteranno su un palmo di mano verso la piena uguaglianza. Non siamo inadeguate, come qualcuno paternalisticamente vorrebbe indurci a pensare, e non abbiamo bisogno di essere educate e indottrinate. I nostri temi resteranno marginali se non riusciremo ad avere delle rappresentanti degne e combattive. Non sediamoci ai tavoli per raccontare quanto siamo state brave a giungere a ruoli di rilievo, ma lavoriamo affinché altre, tantissime donne possano partecipare e far sentire la propria voce. Facciamo valere il nostro saper fare e pensare differente. Noi stesse dobbiamo renderci attive e cercare di cambiare le cose. Siamo considerate una forma di welfare gratuito, che viene dato per certo. Iniziamo a praticare una condivisione dei compiti di sostegno familiare e chiediamo che venga riconosciuto questo lavoro invisibile. Coltiviamo quel cambiamento culturale necessario.

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