Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Partigiani di una nuova Resistenza. Di responsabilità individuale e collettiva.

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«Il senso dell’utopia, un giorno, verrà riconosciuto tra i sensi umani alla pari con la vista, l’udito, l’odorato. Nell’attesa di quel giorno tocca alle favole mantenerlo vivo».

Gianni Rodari


Parliamo di responsabilità individuale, di responsabilità collettiva, sociale, di corpo sociale. Ma occorre fare un passo indietro per focalizzarci su cosa siano gli individui, ieri, oggi in pandemia e in prospettiva cosa deve cambiare, perché occorre che tutti noi capiamo una semplice, dura realtà, nulla sarà più come prima, nel bene e nel male. Come individui siamo immersi in un contesto che molto spesso ha privilegiato più l’io che il noi. Quindi si è pompato e gonfiato l’ego a discapito di un senso di solidarietà sociale, di empatia sociale, di sentirsi parte e partecipare a qualcosa che andasse al di là di noi stessi. Con effetti negativi anche sui diritti tanto faticosamente raggiunti e successivamente, via via intaccati, in molti casi spesso senza che ce ne rendessimo conto. Al massimo ci si è spinti a pre-occuparsi dell’ambito familiare (la famiglia nucleare), ma questo ha semplicemente portato acqua al mulino del familismo amorale, con tutte le conseguenze che ne derivano.
Quindi siffatti individui, plasmati e costruiti così, assai adatti a una contemporaneità che brucia tutto istante dopo istante, per poter alimentare il ciclo produci-consuma-crepa, si sono trovati di fronte alla pandemia con strumenti inadeguati, come se si pensasse di andare al mare con un paio di sci ai piedi.
Tutta questa abbondante introduzione a che pro? Mi serviva per raccontare cosa sta accadendo in Italia, a Milano. Un’esperienza dal personale al generale, ma senza generalizzare.
In gran parte, per contenere la diffusione del Covid19, si è fatto affidamento o forse si è scaricato tutto, troppo, sul singolo individuo, come se fosse ovvio aspettarsi un comportamento collaborativo, sensato, pro-attivo, responsabile. Forse senza troppo considerare quanto doveva essere messo a punto da parte dei governi centrale e regionali. Insomma, c’era tanto da fare, dall’ambito diagnostico, sanitario, a quello di tracing, infrastrutturale ecc, per rendere il sistema Paese pronto, abbiamo sprecato l’occasione. Ma è stato un susseguirsi di: rispetta le regole, i DPCM settimanali, le disposizioni che cambiano da un giorno all’altro. In tutto questo si è retto abbastanza bene in una prima fase, quando c’è stato un lockdown chiaro, certo, dai contorni e dalle regole abbastanza intellegibili. In gran parte c’è stata adesione, forse perché motivati a uscirne al più presto. Settembre, dopo una estate rassicurante, che ciascuno ha vissuto con più o meno senso di liberazione, ha portato un certo ottimismo governativo nell’essere pronti a qualsiasi scenario. Siamo in poche settimane giunti allo scenario più preoccupante e l’autunno forse ci ha colti più stanchi e refrattari a nuovi, necessari sacrifici. Rimanda e nega, tra un ammonimento blando, un consiglio, una raccomandazione, nuove restrizioni spesso poco comprensibili e frazionate: tutto è stato reso più complicato. “Questo sì, quello no, quell’altra cosa va bene, ma solo se”, colori e pennarelli per le varie regioni, rimpalli tra territorio e Governo centrale, subordinazione o pronazione ai poteri economici e alle associazioni imprenditoriali hanno di fatto creato una frittata. Per la scuola l’ottimismo con cui si è affrontata la riapertura, probabilmente non ha permesso di vederne i limiti reali. I protocolli hanno da subito iniziato a cozzare con l’organizzazione sanitaria, la capacità di fare tamponi e di farli in tempi rapidi. Di fronte alle difficoltà si è scelto semplicemente di cambiare le regole in corsa, tagliando per esempio l’obbligo di tamponi per i contatti con positivi per il rientro a scuola, si è scelto che in assenza di sintomi, bastavano 14 giorni di quarantena fiduciaria. Si è scelto di non indagare su possibili asintomatici (assai numerosi nelle fasce più giovani), si è scelto di lasciare ai singoli la scelta tra l’essere prudenti (o meglio potersi permettere di pagare un tampone) o semplicemente seguire un protocollo dall’ampio margine di rischio potenziale. Si moltiplicano le quarantene fiduciarie degli studenti, naturalmente i genitori e i fratelli possono continuare a lavorare e ad andare a scuola.
Ma questo metodo è valso in generale, non solo per quanto riguarda la vita scolastica. Le maglie larghe dei protocolli e il buon senso, il senso civico, il rispetto degli altri: un mix che non è stato proprio un successo. Io stessa ci ho un po’ creduto e mi sono affidata alle capacità intrinseche della comunità scolastica, degli altri genitori, pensando erroneamente che per il bene della scuola, per il bene di studenti e insegnanti, si potessero adoperare comportamenti responsabili. Così non è stato alla prova dei fatti. I genitori hanno continuato a mandare i figli malaticci e ridotti uno straccio a scuola, loro stessi hanno continuato a lavorare e ad andare in giro anche con problemi di salute e tutte le raccomandazioni sono state infrante di fatto. Ci hanno detto in tutte le salse da marzo di stare a casa in caso di sintomi compatibili, ma sembrano parole cadute nel vuoto. L’indagine epidemiologica è saltata da settimane. Anche a scuola si prende ormai semplicemente nota, quando qualcuno chiama avvisando di una quarantena, ma siccome ci si allarma solo se il positivo è il bambino frequentante, si va avanti senza problemi. Visto l’elevato numero di positivi sintomatici o asintomatici a Milano, con il tracciamento non più praticato, un faidaté ormai consolidato, un affidarsi totalmente ai cittadini per contenere i contagi, non si può continuare a fidarsi del sistema messo in piedi per poter riprendere le lezioni in presenza. Tutto franato. Game over. Qui siamo al “si salvi chi può”, ciascuno scelga cosa è meglio, si tuteli come meglio crede.

Non è più questione di Dad, non Dad, didattica, qualità, dispersione. La pandemia in questa fase è qualcosa che terremota tutti i piani e lascia emergere tutto il disastro che viene da decenni di abbandono. Non solo infrastrutturale, di risorse, di organizzazione, di presidi territoriali, di scuola, di investimenti. Il disastro è soprattutto culturale, di come cresci gli individui, di come diventano adulti, di come li educhi ad essere cittadini, di come riempi di senso la parola “cittadini”, o semplicemente membri di una comunità umana. La pandemia non si può affrontare solo con piani e regole, strutture, strumenti, richiede un coinvolgimento e una partecipazione consapevole e solidale di tutti.

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Questa sfida epocale riguarda noi, richiama gli adulti che siamo, la nostra adesione a un sistema valoriale e ideale, di società, di corpo sociale, in cui ciascuno è tassello fondamentale, parte di un sistema complesso e interconnesso. Da questa crisi se ne esce se si aderisce con convinzione all’idea che solo insieme, rispettandoci a vicenda e avendo cura di noi stessi anche attraverso la cura degli altri, ce la possiamo fare. Che dovremo costruire altro, a partire da come abitiamo questo mondo, da cosa vogliamo lasciare agli adulti di domani, di quali sono le priorità su cui investire, sui cambiamenti che dobbiamo pretendere dalla politica e dai nostri amministratori, da quali messaggi e valori vogliamo che siano fondanti per il futuro. A partire dall’esempio. Noi adulti un po’ dispersi e un po’ confusi: è il momento di cambiare. Le nuove generazioni sono pronte, non ammorbiamoli con le nostre vecchie idee.

Sarebbe stato indubbiamente auspicabile e maturo, adeguato ai tempi, che gli adulti, i genitori spiegassero ai ragazzi che il momento, la fase necessitano di sacrifici e sensibilità, impegno e rinunce collettive, insegnando a fare la propria parte, come partigiani in una nuova Resistenza, schierarsi a difesa del diritto alla salute, senza il quale vengono meno tante e tante altre cose e diritti. Non c’è futuro senza salute. Non c’è nemmeno l’istruzione.

Ragazzi che andrebbero aiutati a calarsi nella realtà contingente, sofferente. Gli esempi familiari sono fondamentali: non si va lontano se gli stessi adulti appaiono fragili, disorientati, abbarbicati al passato, cinici, negazionisti, indifferenti.

Attorno c’è una situazione catastrofica e dolorosa. Difficile ma necessario accettare che così è e non si scappa. C’è una pandemia che ha evidenziato le disuguaglianze presenti nelle nostre società, disparità di cure e di accesso all’assistenza sanitaria, pur in presenza di un formale servizio sanitario pubblico e universale. C’è un inaccettabile numero di decessi, di persone che non trovano un efficiente servizio diagnostico e terapeutico.

La Dad non è vuoto di formazione, è l’unico modo per resistere e continuare a realizzare e praticare il diritto allo studio in tempi di pandemia. Ci sarà tempo per recuperare socialità e interazione dal vivo. Ma occorre che ci arriviamo con meno traumi, sofferenze e morti possibile. Non vedo granché futuro migliore con queste premesse. Facciamo fatica a mettere da parte l’individualismo, a guardare un po’ più in là di noi stessi. Forse la dimensione collettiva, politica per questi ragazzi si ferma al loro piccolo mondo antico, quello tanto caro ai genitori, quello pre-covid, composto da modelli tossici. Non fate paragoni con il movimento scaturito da Greta Thunberg, che ha davvero messo in discussione modelli di sviluppo, sfruttamento, consumo, produzione, stili di vita. Greta, ha parlato di una priorità collettiva: ha posto la difesa dell’Ambiente alla base di tutto, che vuol dire salute, vuol dire non cancellare la possibilità di avere un futuro diverso, che non sia fondato sulla depredazione, sullo sfruttamento selvaggio delle risorse, sul consumo compulsivo. Greta, e chi si è unito a lei, hanno chiesto questo ai Governi, un cambiamento radicale. Lo ha fatto rinunciando alla scuola, scioperando a oltranza, poi ogni venerdì, per esprimere questa necessità di invertire la rotta. Respiro collettivo non autoreferenziale, bensì trasversale tra generazioni diverse. Perché senza tutela dell’ambiente, della salute non ha nemmeno senso parlare di altro. Il cambiamento climatico, la riduzione degli habitat naturali, uno sviluppo non rispettoso dell’ambiente e degli animali, impattano su tutto, anche sulla diffusione di virus e sul nostro benessere. Quindi, come vedete, Greta ha scelto e compreso le priorità. In Italia non mi sembra che sia avvenuta una piena e sincera riflessione in questo senso.

E non vanno bene quegli adulti che non capiscono che prima di chiedere scuole aperte si dovrebbe ottenere altro. E non vanno bene quegli adulti che non sono capaci di immedesimarsi in un bambino che deve frequentare in questo periodo, con le mille regole della scuola in presenza. La realtà è diversa da come ci si immagina, la scuola è irrigidita e quasi irriconoscibile: questo il benessere, questa l’attenzione all’infanzia? Lezioni ormai esclusivamente frontali, note disciplinari a go go non appena i bambini mostrano un desiderio di staccare dal flusso incessante di lezioni.

C’è però la recente indagine dell’Università Bicocca, che ci aiuta a comprendere meglio alcuni genitori: sembra infatti che una parte di essi abbiano mal tollerato/gestito la presenza dei figli durante il lockdown. I figli si educano e si crescono, non è una passeggiata. L’abitudine a delegare in toto questo compito dalle 8 alle 10 ore a scuola o ad altri enti, ha permesso di conciliare lavoro-vita privata, ma non sempre ha avuto brillanti risultati: non ci si può improvvisare genitori, normale sentirsi un po’ tra sconosciuti. Quell’alibi sulla qualità del tempo, a cui anche io per un po’ mi sono appoggiata, regge poco. Quando richiamiamo le questioni di genere, noi donne dobbiamo piuttosto lottare affinché anche i padri si assumano la loro fetta di genitorialità, molti già lo fanno e lo fanno egregiamente e con soddisfazione. Perché non sono i bambini ad aver vissuto male il lockdown ma una quota di adulti incapaci di gestire una situazione inaspettata, di fare gli adulti, di adeguarsi, incapaci di quella resilienza che tanti bambini e ragazzi hanno dimostrato. Alcuni adulti si sono rivelati incapaci di fare la propria parte e che quindi non hanno saputo cogliere l’urgenza di una rimodulazione di tempi, modi, relazioni e stili di vita.

Inconsapevolmente molte persone hanno assorbito una cultura fondata su sfruttamento e profitto, senza più strumenti per comprendere i fenomeni, con un analfabetismo diffuso che non permette una lettura politica della realtà e del lavoro, si finisce con l’assecondare e sostenere le ragioni economiche e certi modelli di vita e lavoro, di fatto rinunciando ai diritti, a lottare per essi e quindi a pretendere servizi di welfare pubblico che però non dovrebbero essere coperti dalla scuola, perché la scuola ha altri compiti, formazione e educazione, non baby sitting. C’è una generazione, la mia specialmente, disabituata ad assumersi le responsabilità. Incapaci di lottare, assuefatti e rassegnati. La scuola è diventata funzionale a una resa e a una subordinazione a un ben preciso modello economico neoliberista, che si traduce poi in “io faccio quel che mi pare”. La scuola è stata un ennesimo vagone agganciato alla propaganda di Confindustria e dell’economia malandata italiana, tuttoaperto, nessunsifermi. La scuola, l’involucro doveva restare aperto, soprattutto quello dei piccoli, infanzia e primaria, necessario baby sitting pubblico per permettere al lavoratore prono di continuare a subire sfruttamento e nessuna tutela della sua salute. Quindi, sacrificabili anche gli insegnanti, alla mercé di una priorità economica. Quindi nulla di rivoluzionario, lo slogan aperturista sembra andare sotto braccio al potere più cinico, quello che non guarda in faccia alla vita e alla salute delle persone. Che i ragazzi non siano stati in grado di comprendere questa banale ed evidente strumentalizzazione è il risultato di un sistema culturale e valoriale nel quale sono cresciuti. Ci vorrebbe un bel caffé per risvegliare la loro coscienza.

L’idea di scuola che in molti stanno difendendo è esattamente quella classista, elitaria (e anche sessista, perché tende a segregare ancora per genere) gentiliana, perché nei fatti questo era prima del Covid, e quella “presenza”, quell’esserci in classe non colmava le altre forme di distanza, non era realmente inclusiva. Eppure, prima della pandemia tutto scorreva come se niente fosse, come se fosse naturale “escludere” e perdere studenti, compagni nel percorso di studio. La routine quotidiana non si soffermava certo ad aspettare i compagni, anzi. C’è sin dalle elementari una sorta di iper competizione, che non è tanto concentrata su ciò che ho appreso o quanto sono migliorato, quanto proprio sul dato, sul voto numerico raggiunto. I genitori impegnati a pubblicare sui social la pagella ne sono un esempio lampante. Assenti tutto l’anno dalla vita scolastica dei figli, salvo poi esibire il trofeo a fine quadrimestre. La corsa alla scuola più esclusiva, l’atteggiamento snob riguardo ad alcune scuole di quartiere, strategie per andare nel corso migliore sin dalle elementari. Insomma, altro che lotta per un equo diritto allo studio, basta con la farsa. La scuola questo era già ben prima del Covid. Altrimenti non avremmo dimenticato in tutta fretta che indipendentemente dal Covid, avevamo alti tassi di abbandono scolastico e percentuali di laureati ancora molto inferiori alla media europea. L’idea di scuola, quella che tutti abbiamo in mente, l’immagine nella caverna di Platone, è fatta di aule, lavagne più o meno multimediali, cattedre, banchi, libri. Ma questa è la forma, l’immagine. Poi c’è il dato variabile: le relazioni, le capacità didattiche, le formule e i modelli di apprendimento, il mix umano che fa la differenza, oppure non riesce a farlo, perché nessun intervento pedagogico ha la sicurezza assoluta di avere successo o di riuscire a farlo uniformemente e per tutti i soggetti a cui si rivolge.

Ma perché non riusciamo a vedere che la realtà fuori è già assai diversa, cambiata, necessita altre formule e altre tecniche, altri strumenti, altri luoghi che non sono necessariamente fisici, in cui sviluppare parte di quella didattica e relazioni? Magari finalmente riusciremo a guardare in faccia la realtà, di quanto tuttora la scuola abbia conservato quei tratti di inizio ‘900, quei meccanismi di selezione, assai ben gestiti dalla classe dirigente, che non ha mai ben digerito coloro che negli anni sono riusciti a rompere il proprio destino di nascita. Non c’è miglior rivoluzione del non farsi stendardo di chi ci ha portati a non avere futuro. Non c’è miglior rivoluzione del resistere per un beneficio collettivo, per la salute, bene comune, di cui prenderci cura l’un l’altro. Non c’è miglior rivoluzione del senso dell’utopia per portarci là dove potremo costruire un Paese realmente diverso. Consentiamo ai bambini e ai ragazzi di immaginare un “altro” stile, modello, forma di vita, di studio, di affrontare imprevisti e difficoltà, conoscere la realtà per quella che è, non la bolla in cui tanti adulti vivono e pensano di crescere i propri figli. Senza aggrapparsi a una nostalgia di un passato marcio e da riformare, senza perdersi in una sorta di buco nero senza capacità progettuali e incapace di resilienza. Per una volta imparando ad assumersi le proprie responsabilità, senza sentirsi vittime, ma un po’ compartecipi dell’oggi e di ciò che vorremo costruire per domani, dopodomani e così via. Ma per tutto questo occorre in primis accettare la fase che stiamo vivendo, comprenderla e rimboccarsi le maniche, nulla dovrà essere più come prima.

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Prospettive. Consapevolezza per costruire un futuro diverso


“Don’t be told what you want don’t be told what you need
there’s no future no future no future for you
(…)
When there’s no future how can there be sin
we’re the flowers in the dustbin
we’re the poison in your human machine
we’re the future your future”
1977 – Sex Pistols
Quando la realtà, le colpe e gli errori del sistema si sbattevano in faccia al potere e non si nascondevano. Non puoi creare un futuro diverso se non abbatti ciò che ti ha rubato il futuro. Non si può conservare quanto ci ha portati allo stato attuale, non si può difendere chi ha incrementato la forbice delle disuguaglianze. Non si può andare sotto braccio con chi ha distrutto l’ambiente. Non si può cambiare con lo sguardo nostalgico rivolto al passato, come se prima della pandemia fosse tutto ok.
Nel 1977 c’era più consapevolezza e lucidità di oggi. Il futuro ci è stato rubato già da tempo, per svariati motivi (si pensi all’evasione fiscale, a chi prende sussidi pur non avendone diritto, ai fondi pubblici sperperati e a un sistema clientelare mai smantellato). La scuola per anni è stata l’ultima ruota del carro degli investimenti pubblici, al pari della Sanità. La Cenerentola dei dicasteri, all’ultimo posto anche nei pensieri degli italiani. Vi si pensava solo quando si apostrofava gli insegnanti come “privilegiati, fannulloni e scansafatiche da tre mesi di vacanza”. Non vi siete indignati nemmeno quando non c’era la carta igienica, vi limitavate a portarla, assecondando una gestione non solo al risparmio anzi indegna di un Paese civile. Questo era il vostro pensiero. Al massimo vi adoperavate con qualche denuncia e ricorso per difendere i vostri pargoli ingiustamente bocciati e tartassati da insegnanti “crudeli e incapaci”. Questo, anziché riconoscere i limiti dei vostri figli e del vostro compito di genitori. Li avete difesi nonostante fossero indifendibili, nonostante avessero offeso pesantemente gli insegnanti. Poveri pargoli, mai cresciuti.
Continuare a fantasticare su un ascensore sociale che non c’è da decenni, sulla possibilità di emancipazione attraverso lo studio quando siamo in una società familista, clientelare, in cui si procede solo per raccomandazioni, in cui la gente in gamba deve andare via per poter avere una speranza di un futuro migliore, di cosa parliamo? Svegliamoci e forse capiremo che solo evitando di trascinarci nel lamento e nell’illusione potremo cambiare qualcosa. Suvvia, dovremmo aver capito come vanno le cose e come si possono cambiare. Non c’è destino, siamo noi a fare la differenza. Ma bisogna tornare a lottare, non solo per aprire un involucro ma per pretendere che quel luogo in cui si impara e si diventa adulti sia gestito in sicurezza, sia di qualità, non abbia più strutture fatiscenti, non ci siano più classi pollaio, che gli insegnanti vengano pagati adeguatamente, che siano trattati dallo Stato in modo serio, non come baby sitter o fornitori a cottimo di sapere. Dovreste chiedere la fine del precariato a vita, dovreste chiedere di dare di nuovo dignità al lavoro di chi forma le future generazioni. Dobbiamo chiedere rispetto per il loro lavoro, la loro salute. Dobbiamo chiedere soluzioni strutturali che possano riportare la scuola al rango che le compete, dobbiamo investire adeguatamente affinché questo si realizzi, non si fa nulla semplicemente contando sullo spirito di sacrificio dei singoli. Gli insegnanti devono potersi formare periodicamente non a proprie spese, ma sulla base di un progetto ministeriale che investa su di loro e li sostenga lungo tutta la loro carriera. Insegniamo ai nostri figli ad essere cittadini e a lottare per i loro diritti, invece di raccontargli che solo la scuola in presenza garantisce un futuro. La scuola in questo stato non ha la bacchetta magica, ci vuole tutto ciò che ho detto prima e i genitori non possono non capirlo. Il futuro si costruisce con la consapevolezza e il senso di responsabilità, il senso civico che implica che in pandemia ciascuno faccia la sua parte e rinunci a qualcosa. Che poi già da tempo nei corsi universitari di preparazione per l’insegnamento, e non solo, si parla di forme di didattica e mezzi diversi, eh sì, anche di adoperare nuovi strumenti digitali, multimediali. Nulla deve essere come prima. Oggi, con le regole Covid, non si può fare molto più di una classica lezione frontale e la trasmissione di un nozionismo che spesso resta giusto il tempo di superare l’interrogazione o la verifica. Se poi frequentaste un po’ le scuole che sono rimaste aperte, vi accorgereste che sono assai poco frequentate, assenze numerose, quarantene, organico carente per malattia, presenza a singhiozzo, malesseri in classe con bambini ko. Sì lo so, sono cose che noto solo io, tutto a posto, avanti così.
Chiedo ai genitori di non offuscare le menti dei propri figli con frasi sterili e vuote, con l’ideologica pretesa di scuole aperte, punto e basta. Ci vuole altro, molto altro e c’è da lottare. Chiedete ai vostri figli di comprendere la fase e di fare di tutto per difendere la salute dei compagni, degli insegnanti, dei familiari, della comunità di cui fanno parte. L’educazione civica essenziale, considerarsi e sentirsi parte di un organismo collettivo. Crescere cittadini, parte di una società, in cui non esisto solo io. Pre-occuparsi, aver cura degli altri, dell’ambiente, del mondo attorno a noi. Magari riusciamo a costruire un futuro e una società migliore. Responsabilità e impegno. Senso di realtà è maturità. La pandemia può essere un’ottima lezione per maturare. Può valere molto se ne usciamo diversi. Lottare per il futuro, senza ipocrisie e senza aver nostalgia di modelli dinosaureschi e tossici. 
Ce la possiamo fare, ce la possono fare anche le nuove generazioni, ma hanno bisogno di nuovi occhi, nuove idee, imparare a fare la loro rivoluzione, che se guardano noi sono spacciati.
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La scuola che non c’è. Come la narrazione edulcorata ci porta a nascondere la realtà.


Così la ministra Lucia Azzolina, su Radio anch’io:

“Guai a pensare che la scuola non sia attività produttiva e a sacrificarla: è la principessa delle attività produttive, senza formazione non abbiamo futuro”.

“Sono convinta” che con la chiusura delle scuole “rischiamo un disastro educativo, sociologico, formativo, psicologico. Un bambino che deve imparare a leggere e a scrivere, non può farlo da dietro uno schermo. Dobbiamo essere molto prudenti, i ragazzi hanno diritto ad un pezzo di normalità nella loro vita”

Forse ci vuole un bel bagno di realtà. C’era una volta la scuola che prima di ogni altra cosa ti insegnava a leggere e a scrivere, perché le basi dovevano essere solide prima di poter passare ad altro. Così si passavano almeno due anni a fare quasi esclusivamente questo lavoro, affiancando man mano altro, ma sempre con un esercizio mirato a rendere autonomi i bambini nella lettura e scrittura, rigorosamente in corsivo, lo stampatello per la lettura. In seconda elementare eri già abbastanza veloce per ogni attività necessaria per progredire nello studio. La maestra usava pochissimo i libri, dettava e dettava esercizi e noi imparavamo a scrivere e a diventare veloci e precisi, potevamo farne tanti senza stancarci perché allenati e aiutati dalla scrittura in corsivo. Veloci anche nella lettura perché c’era esercizio sia a casa che a scuola. Ci sono dei tempi giusti che devi dedicare, non puoi tagliarli o saltarli. C’è lo studio di gruppo (viene meglio se in classe si è pochi e non le classi pollaio a cui siamo abituati) e quello individuale, meglio sempre se c’è la possibilità di concentrazione, quindi ambiente poco rumoroso e tempi che devono adattarsi a ciascun bambino. Ci vuole allenamento. Chiedo ad Azzolina di provare ad immedesimarsi negli studenti che devono esercitarsi quotidianamente in lettura e scrittura a casa, dopo 8 ore a scuola, soprattutto ora in era covid. Fattibile? Ce lo dica la ministra.

Giusto per farvi capire perché sono tanto perplessa. Mi trovo a Milano, nel 2020.

Esperienza personale. In due mesi di scuola in presenza solo 3 righe scritte in corsivo. Tutto il resto in stampatello. È così dalla prima elementare. Corsivo questo sconosciuto. Poi ci si lamenta che fanno fatica a scriverlo. Lo credo, senza esercizio quotidiano! Ovvio che si arriva in terza elementare in queste condizioni da analfabetismo di ritorno. Sappiamo quanto importante sia il corsivo per lo sviluppo di alcune aree del cervello. Direi che non ci siamo proprio. Magari in tutto questo c’è una ratio, nessuno scrive più a mano, siamo ormai digitali al 100%. Dipendenti da uno strumento digitale, una protesi, mai autonomi. Ma come dico sempre a mia figlia, c’è un tempo per ogni cosa, ma per imparare alcune cose, come la scrittura, non puoi rimandare troppo. In passato imparavamo a usare la macchina da scrivere, il PC ma era qualcosa di successivo, in più, dattilografia era una materia. Che poi uso del PC implica un’autonomia anche nelle capacità di districarsi tra programmi, applicazioni, funzioni, procedure, risoluzione dinamica dei problemi. Analfabetismo vuol dire avere difficoltà a comprendere le procedure, anche un testo di istruzioni breve. Analfabetismo che viene da lontano, e deriva proprio da una mancanza di consolidamento delle nozioni e saperi di base. Dobbiamo insegnare ai nostri figli a sbatterci la testa anche per ore sui problemi e sulle cose nuove. Questo è l’apprendimento principale.

La ministra poi dimentica un altro pilastro importante: imparare a far di conto, a partire dalle 4 operazioni. Stesso discorso precedente, ma un po’ più articolato. Ci vuole esercizio e consolidamento di ciascuna operazione, che riguarda anche la complessità della stessa, insomma devo essere in grado di risolvere operazioni semplici e complesse, naturalmente commisurate alla classe. Imparare a far di conto non è una corsa ad affastellare operazioni, ma acquisire una sicurezza, una piena comprensione del senso/metodo/tecnica di un’operazione, prima di passare a imparare la successiva. Passare alla divisione se si vede che in molti zoppicano sulla moltiplicazione e tabelline non ha molto senso.

Ma molte di queste problematiche dipendono anche dal fatto che spesso si succedono maestre diverse ogni anno. Quindi metodi e didattica differenti, approcci e capacità di trasmissione dei saperi diverse.

Ed anche per la matematica vale la regola: tanto esercizio.

Scienze, storia e geografia vanno studiate di pomeriggio, ma anche qui tornerebbe utile l’abitudine allo studio pomeridiano quotidiano, ma è difficile quando torni a casa alle 5.

Abitudine, autonomia, esercizio, gradualità, tempi a misura di bambino, tempi ragionevoli di studio a scuola e a casa. A casa, perché tanto poi alle medie sarà così e non si potrà dire, non sono “abituato”. La scuola elementare dovrebbe accompagnare gradualmente i bambini ad acquisire queste capacità. Altrimenti è normale non riuscire a star dietro un impegno che aumenta.

E poi, ministra, la normalità nella scuola in era covid ce la siamo abbondantemente giocata.

Poi la prego di fare uno sforzo di onestà: diciamo che la scuola è stata percepita e vissuta dai genitori come un servizio, dai datori di lavoro come un’attività funzionale al sistema produttivo, stampella pubblica per permettere ai genitori di andare al lavoro e ai padroni di produrre profitto. Negli anni la politica e i diversi livelli amministrativi hanno di fatto cercato di garantire questo, sorvolando su ciò che invece la scuola avrebbe dovuto garantire: un’istruzione di buon livello, accessibile a tutti, utile a porre le basi indispensabili per affrontare i livelli universitari e successivi. Una mia amica ha giustamente parlato di “istituzionalizzazione del baby parking”. Educazione e formazione orpelli, accessori secondari.

I tempi infatti hanno via via negli anni ricalcato i tempi del lavoro, con buona pace della sostenibilità di tale orario da parte dei bambini. Anzi se un full time fa 40 ore settimanali, 8 ore al giorno, alcuni scolari ne fanno 8+2 (pre e post scuola). Ma i tempi non sarebbero nemmeno un problema se modulati e organizzati con attività diversificate, variegate, anche facoltative per accogliere le esigenze di tutti. Certo se pensi di fare tante ore di lezione frontale e interrogazioni non so quanto possa essere utile e sostenibile. Ma i genitori questo non lo sanno, nemmeno si pongono il problema.

E se volete vi posso raccontare di altri segnali che dovrebbero farci capire che non va proprio tutto alla perfezione. La formazione di qualità va costruita e garantita sul campo. La ministra dovrebbe trascorrere maggior tempo a scuola e iniziare a capire che precarietà degli insegnanti, classi pollaio e strutture inadeguate non vanno d’accordo con una scuola realmente formativa e di buon livello per tutti, capace di fare la differenza per il futuro di intere generazioni, in grado di ridurre l’abbandono e la dispersione scolastica, di non lasciare nessuno indietro, come si suole dire continuamente ma non viene mai tradotto in realtà. In questa pandemia cerchiamo di rallentare e di capire se davvero basta la bacchetta magica di “un tempo pieno in presenza”, per garantire gli obiettivi fondamentali della scuola. Magari questo modello e questi moduli scolastici hanno bisogno di un check up, una sorta di tagliando dopo anni dalla loro introduzione.

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Liberiamoci! Protagoniste della nostra storia

Foto: Facebook / Festival Nosotras Estamos en la Calle


Come annota Graziella Priulla nel suo Parole Tossiche – Settenove 2014:

“Gli insulti sessisti dopo gli anni della rivoluzione femminista sarebbero dovuti scomparire, o almeno avrebbero dovuto perdere la loro potenzialità offensiva; invece sono ancora lì, immobili come gli stereotipi e i pregiudizi che li mantengono in vita. Siamo cambiati e siamo cambiate ma non più di tanto; anzi negli ultimi anni siamo tornati/e indietro, con un’involuzione di cultura e di riconoscimento di diritti. I nudi umani, le rappresentazioni esplicite e i riferimenti agli atti sessuali sono testimoniati presso la maggior parte delle civiltà della storia: non è questo il punto. Nessuna parte del corpo umano è impudica, impudico è lo sguardo di chi strumentalizza le parti del corpo separandole dalla persona.”

È esattamente ciò che da anni si sottolinea e che si evidenzia quando si analizza tutto il bagaglio culturale fornito attraverso i media.

“La nostra civiltà vive all’insegna del sesso, ma l’insegna quando va bene è ideogramma, quando va male è pedissequo facsimile: i prodotti dell’industria culturale creano perfetti involucri di carne ma confondono il corpo con la sua icona. L’oggettivazione sessuale si esprime in una varietà di forme esplicite che lasciano trasparire una malinconica monotonia di fondo: dalle più pesanti, costituite dalla pornografia, alle più sottili dell’esposizione televisiva, il fenomeno invade la nostra quotidianità”.

Una mercificazione dei corpi che ha contaminato e contraddistingue ogni ambito, compresa la politica.
Una fruizione da consumatori compulsivi, mancano il tempo e gli strumenti per lavorare a una sessualità matura e consapevole, che parta dalla percezione piena di sé, di valorizzazione dell’altro/a, di riconoscimento dell’altra persona, non come oggetto consumabile, ma come soggetto.

Giustamente Priulla rileva come sia maturata una sensibilità su razzismo e classismo, ma di fronte al sessismo linguistico siamo ancora a dir poco “disattenti”. Eppure è su di esso che si tracciano le basi per le relazioni e in esso si perpetrano discriminazioni e disparità di genere.

Quando ne parlo con i ragazzi e le ragazze a scuola, mi soffermo sulla broda culturale nella quale siamo tutti/e immersi/e e che produce una serie di rappresentazioni statiche e stereotipate, che si tramandano di generazione in generazione.

C’è tuttora una sorta di sottovalutazione accompagnata a una assuefazione a un certo modo di raccontare, rappresentare, riferirsi.

Lessico che ha poco a che fare con la liberazione sessuale, quanto piuttosto a un reiterare di una subordinazione femminile, di un immaginario che ci allontana dalla parità e riafferma divari e ancora una volta forme di oggettivazione femmminile.

Perché dietro tutto questo c’è un obiettivo: ribadire e restaurare una supremazia, un dominio, un potere maschile, che sappiamo cosa comporta in termini di relazioni tra i sessi e di impostazione delle relazioni affettive e non.
Questi concetti e queste semplificazioni che regolano i rapporti umani vengono assimilati precocemente, dalla nostra infanzia.

Tanto che alla fine ci sembra la cosa più naturale etichettare, classificare, inserire in categorie. Non è naturale, è la cultura che ci induce a questa abitudine mentale e percettiva.

Priulla parla di una diffusa aggressività verbale tra i giovanissimi, la musica ne è solo un sintomo o un riflesso.

“I sex offender sono sempre esistiti, ma in questi ultimi anni si assiste a un incremento esponenziale di episodi che vedono protagonisti insospettabili adolescenti pronti a scaternarsi su una vittima isolata.” Interessante è tenere insieme anche le forme più diffuse oggi di fruizione di materiale pornografico. “L’orizzonte esistenziale che ne deriva è misero, costellato di rapporti senza valore. Una cosa è fare un giretto sui siti di video sharing ad alto contenuto pornografico, un’altra è accettare la complessità fisica e psichica dell’erotismo. L’esito non voluto è l’impoverimento del desiderio; d’altronde una cosa preziosa, se è usata con leggerezza, perde valore. Una malintesa libertà ci ha consegnato una sessualità in cui il corpo non si fa segno di alcuna intersoggettività, dove non serve che l’intimità dell’altra persona sia attraversata perché la soddisfazione del godimento è a portata di mano e non richiede la fatica di una relazione.”

Ciò che manca è ancora il punto di vista che viene dal femminile, che dia presenza ed esistenza non subordinata al maschile, al piacere all’uomo, al piacere dell’uomo, ma autonoma e articolata in modo relazionale paritario.

L’oggettivazione può giungere a farti sentire merce, commerciabile e consumabile, a legittimare il controllo delle donne, dei loro corpi, manipolandone desideri e aspirazioni, lavorando a nuove o secolari forme di oppressione.

Ho preferito lasciare la parola ad una esperta e a una studiosa come Graziella Priulla, perché interrogarsi su certi aspetti ha bisogno di argomentazioni solide, frutto di una indagine e di un’esperienza della realtà che vada a fondo dei fenomeni. Siamo così abituati a restare sulla superficie, in una zona che in qualche modo non intacchi i nostri capisaldi e punti di riferimento, che ci fanno sentire “a posto”. Eppure, non si può eludere un discorso più articolato e vasto.

Quali variegate dimensioni riusciamo ad esprimere a proposito delle donne?
Quanto questa oggettivazione e attenzione ai corpi spersonalizzati, deumanizzati, privati di pensiero e di emozioni proprie e uniche, ha ricadute nel nostro quotidiano?
Quanto l’esistenza, il valore di una donna sia accettabile solo se bella, giovane, magra e “bombabile”?
La classifica “Figadvisor, dalla più alla meno bombabile”, “gentilmente curata” da un gruppo di studenti del Liceo classico Carducci, è solo l’ultimo dei casi balzati alla cronaca.

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Scuola: raccontare esperienze per una rappresentazione differente


Troppe macerie e generalizzazioni sono piovute sul mondo della scuola, specialmente negli ultimi giorni. Troppi sapientoni si sono prodigati in fiumi di analisi e di strali, con la sensazione finale che tanto si parla di scuola, ma poco la si conosce da dentro. Con il risultato di terremotare tutto quanto, scaricando responsabilità sulla base di pregiudizi e di giudizi sommari.

C’è chi ne fa un’analisi prettamente classista, esattamente come chi preferisce continuare a pensare che la violenza e certi comportamenti lesivi dei diritti si annidino principalmente negli strati sociali dotati di meno mezzi materiali e immateriali. Eppure come sappiamo benissimo e ripetiamo da anni, si tratta di fenomeni trasversali, che occorre leggere a livello culturale, che traggono origine da modelli e da esempi culturali e comportamentali. Ci sono adulti che mimano attenzione ed empatia, grandi ideali e valori, ma sotto pelle, covano forme e metodi di bullismo e di sopraffazione latenti, che all’occorrenza mettono in pratica per schiacciare gli altri. E non è questione di censo, non è questione di origine, non è questione di titolo di studio.

Dell’universo scolastico non si riesce a comprendere realmente i problemi, i fenomeni, i meccanismi, ma anche le potenzialità, ciò che funziona, genera risultati e ricadute positive. Solo polveroni per oscurare tutto il resto. Si costruiscono montagne fittizie, e la prima domanda dovrebbe essere con quali finalità? I motivi per cui avvengono certi episodi e comportamenti restano inesplorati, tutti occupati a scaricare responsabilità, tutti a non voler riconoscere l’urgenza di un lavoro diffuso e sistematico per tornare a una crescita piena, che non sia solo composta di nozioni e di prestazioni da valutazione sulla preparazione, ma che sia accompagnata da una maturazione emotiva e relazionale capace di interrompere cicli nocivi. E allora avviciniamoci in punta di piedi a questo mondo, ricordandoci per un attimo gli studenti che siamo stati, gli insegnanti che abbiamo incrociato, le difficoltà di certi passaggi evolutivi, cerchiamo di conoscere con cura cosa avviene realmente a scuola, quanto importante sia l’operato e il portato educativo degli insegnanti, riconosciamo i tanti segnali positivi e incoraggianti, senza pretendere di esaurire la rappresentazione delle nuove generazioni solo attraverso episodi gravi e negativi di sopraffazione e di insubordinazione.

Perché solo chi si accosta alla scuola, scopre quanti tesori vi germogliano dentro, con ragazzi e ragazze che hanno solo bisogno di stimoli, di essere coinvolti, di essere accompagnati in percorsi che costruiscano non solo competenze, saperi, capacità, ma che gli consentano di sperimentare se stessi, acquisire consapevolezza di sé e strumenti per orientarsi nelle difficili fasi del diventare grandi. Basta davvero entrare nei corridoi e nelle aule, insieme a loro, ai loro insegnanti, per comprendere di cosa sto parlando. Girando per le scuole con un progetto di contrasto agli stereotipi, alle discriminazioni e alla violenza di genere, mi rendo sempre più conto di quanto ribollire positivo di idee, spunti di riflessione, di cambiamento ci sia. Noi adulti possiamo e dobbiamo incoraggiarli a lasciar emergere questo flusso, affiancarli in un cammino che agevoli e permetta che nuovi e positivi punti di vista si affermino, che si diffonda una cultura della parità e del rispetto, per una comunità umana libera da gabbie e catene culturali, che imbrigliano le nostre energie e istanze di cambiamento. Si possono spezzare circoli viziosi, muri, barriere che offuscano e limitano il nostro io, la nostra autenticità, il nostro desiderio di essere noi stessi/e e non ciò che le aspettative altrui costruiscono di noi. I risultati arrivano da sé e sono sempre un dono prezioso, dimostrano quanto sia importante non disperdere questa possibilità, questa opportunità, questa impellente necessità di espressione, di sperimentare se stessi/e e le proprie potenzialità.

 

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Foto in apertura: un elaborato al termine di un laboratorio contro stereotipi e violenza di genere, ad opera di una studentessa della V A del liceo artistico – Istituto Einaudi di Magenta.

 

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Violenza di genere. Lettera aperta al Quotidiano Avvenire


Spettabile quotidiano Avvenire e spettabile Direttore,
ci permettiamo di inviarvi alcune riflessioni in merito ai contenuti di un articolo pubblicato online lo scorso 18 agosto.
Daniele Novara, pedagogista, scrive un articolo denso di stereotipi e di misoginia, portatore di una lettura della violenza contro le donne che non fa altro che colpevolizzarle, addossando le responsabilità a figure materne opprimenti e “soffocanti”.
Proprio così, si parla di un eccesso di ruolo materno, di un desiderio di “eliminazione della figura femminile” che nasce da questa figura materna oppressiva. Non ci stiamo a questa ricostruzione e a questo spostamento delle responsabilità ancora una volta sulle donne.

“Liberare i bambini dall’eccesso di soffocamento materno. Viviamo un eccesso di ruolo materno, di cura, di controllo. Le madri a volte soffocano i figli. Fuori dal lettone dopo i 3 anni; giù dal passeggino a 4 anni; via il pannolino a 2 anni; autonomia nelle pratiche di pulizia personale dai 5/6 anni. I bambini vanno liberati. So di madri che, per eccesso di zelo e di controllo, curano l’igiene del figlio di 9 anni e lo tengono nel lettone con sé, e non si rendono conto di mantenere il proprio bambino in una situazione di ambiguità, anche un po’ morbosa, in cui il piccolo fatica a sviluppare autonomia e vive situazioni che possono essere fonte di umiliazione e frustrazione profonda. Il desiderio, poi, di eliminare la figura femminile può nascere anche da qui.”

Pedagogia e neuroscienze ci hanno aiutato a diffidare della “ricetta” per crescere il bambino “perfetto” e ci hanno rivelato la complessità dell’opera educativa a fronte dell’unicità di ogni essere umano. Ciascun individuo è un universo in fieri, con un suo percorso evolutivo, con una sua irripetibile e inimitabile soggettività. Dall’esperienza di genitori sappiamo che i bambini non sono tutti identici e che non è detto che a pari età corrisponda lo stesso livello di sviluppo. Ci chiediamo inoltre perché si faccia riferimento unicamente alle influenze sullo sviluppo della personalità e delle relazioni del figlio, maschio. Esiste quindi una differente ricaduta sulle figlie, si prevede una educazione differente a seconda che si tratti di un figlio o di una figlia? Su questa dicotomia, suggerita dal ragionamento del pedagogista, forse occorrerebbe riflettere maggiormente. Non dovremmo avere un comune obiettivo di crescere figli, che siano maschi o femmine, capaci di relazionarsi all’insegna del rispetto, rifuggendo ogni forma di violenza o di sopraffazione dell’altro/a?
Peccato che anni di approfondimenti, studi e riflessioni femministe abbiano dimostrato che le radici della violenza risiedono proprio in una cultura di stampo patriarcale, che viene replicata in famiglia da modelli secolari in cui la figura maschile è dominante, assoluta, in cui le relazioni non sono paritarie e i conflitti si risolvono con abusi ai danni della donna.
Pensiamo davvero che basti la formula “più padri”, “che incentiva l’autonomia, che stimola l’esplorazione della vita e valorizza la fatica del crescere senza diventare dispotico”? Pensiamo che “La virilità è una questione di argini, limiti, sponde, coraggio e avventure. Aiutarli a litigare bene” sia la soluzione? Sappiamo cosa reca con sé la parola “virilità” nella nostra società, il modello maschile a cui si guarda e che si trasmette da generazioni e che tante responsabilità ha in termini di aspettative obbligate e ruoli.
L’impasto in cui i figli, maschi e femmine, crescono e con cui vengono alimentati produce una visione distorta dei rapporti tra i due generi, così in parallelo si consolidano stereotipi e ruoli di genere. La corresponsabilità in tema di educazione dovrebbe essere chiara al pedagogista, che purtroppo separa e distingue ancora troppo ruoli e compiti di madri e padri.
In assenza di un lavoro di rimozione di cliché e paradigmi maschilisti, su questa cultura patriarcale che madri e padri replicano e trasmettono attraverso le loro espressioni e interazioni quotidiane, il pedagogista Novara dovrebbe spiegarci quale tipo di cultura e di azione preventiva della violenza possa passare da generazioni di maschi convinti di essere un modello di perfezione, tutto dominio, controllo e possesso.
Dovrebbe farci comprendere meglio cosa può trasmettere una famiglia imbevuta di stereotipi e di errori/difficoltà relazionali.
La famiglia in questo articolo diventa la soluzione e l’argine di un fenomeno che viene nuovamente relegato a una questione privata, familiare.
Abbiamo fatto tanta fatica affinché l’intera comunità, società si assumesse le sue responsabilità di fronte alla violenza contro le donne ed ora ci vogliono far tornare indietro, riducendo tutto a una questione di educazione familiare, intima, interna all’ambito domestico dove sappiamo che avvengono la maggior parte degli episodi di violenza. L’esempio familiare è importante, ma non è assolutamente sufficiente.
La violenza di genere non è una questione “privata” ma pubblica, politica, che va affrontata a più livelli e che deve coinvolgere più attori all’interno della società. Nessuno può sottrarsi a questo impegno, altrimenti tutti gli interventi saranno zoppi e inefficaci.
Conosciamo benissimo l’ostilità pregiudiziale di un certo mondo ad interventi educativi e preventivi a scuola. Ma senza l’intervento sistematico e capillare nelle scuole di ogni ordine e grado, volto a modificare la cultura alla base della violenza di genere, non estirperemo le radici della violenza. Occorre l’azione di un soggetto o più soggetti terzi, esterni alla famiglia, che non può essere monade, nucleo chiuso e impermeabile alla società. La famiglia deve essere supportata dall’esterno e collaborare con l’esterno.
Così come non sono sufficienti politiche repressive, leggi che intervengono a posteriori, ma è necessaria una adeguata preparazione di magistratura e forze dell’ordine. La violenza va prevenuta e contrastata a 360°.
Per questo occorre convincersi del fatto che non si può più rinviare un lavoro di prevenzione nelle scuole e in ogni contesto in cui sin dai primi anni si definiscono relazioni e si formano le personalità dei futuri adulti. Un intervento educativo che non può essere unicamente rivolto ai maschi, ma deve riguardare anche le femmine, affinché si diffonda una cultura del rispetto delle differenze di genere, fuori da gabbie di genere e da modelli maschili e femminili intrisi di stereotipi. Dobbiamo lavorare a una società fondata sulla parità e sulla cultura dell’ascolto, del rispetto, dell’accoglienza delle multiformi modalità di essere uomini e donne. Se riusciremo a realizzare un percorso di crescita che contempli tutto questo avremo finalmente intaccato ciò che alimenta violenza e discriminazioni di genere.
Un approccio che guardi alla famiglia come l’unica agenzia educativa responsabile della maturazione degli individui, è sintomo di una mancanza di comprensione della violenza e delle sue cause. L’educazione deve prevedere responsabilità molteplici e deve coinvolgere più entità, rivolgendosi ai bambini sin dalla prima infanzia, fornendo strumenti di decodificazione della realtà e di costruzione paritaria delle relazioni. Non è semplicemente insegnare ai maschi come “litigare bene”, perché sappiamo che le forme di violenza sono molteplici, in alcuni casi meno visibili (violenza psicologica ed economica per esempio) e la violenza non è riducibile a questo aspetto. Prevenire e contrastare la violenza è un impegnativo lavoro volto a modificare equilibri e modalità relazionali, ruoli sociali e familiari, modelli di riferimento, stereotipi di genere, aspettative sulla base del genere di appartenenza.
Insomma, occorre decostruire e superare il genere come complessa costruzione culturale, con tutti gli incasellamenti che ne conseguono nel “maschile” e nel “femminile” tipici di ciascun contesto storico-culturale, con le relative funzioni sociali ad essi legati/attribuiti/assegnati. Le aspettative comportamentali e funzionali assegnate al genere hanno ricadute anche nelle relazioni e nel modo di rapportarsi con gli altri. Solo così potremo rimuovere desideri e manie di possesso, di controllo, di proprietà, e quel binomio distruttivo amore-violenza ancora tanto diffuso. Ripetiamo, è un lavoro da fare sia su maschi che femmine, perché la relazione non è composta da un solo individuo, perché sappiamo che pezzi di cultura patriarcale purtroppo sono interiorizzati anche dalle donne. Un cammino da compiere insieme, a tutti i livelli sociali e istituzionali.
Ci auguriamo che si comprenda come il tema della violenza contro le donne meriti e necessiti di essere affrontato in maniera più ampia e meno stereotipata.

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Violenza contro bambine e ragazze. Dal mondo all’Italia

amanda-cass

@Amanda Cass

 

I diritti fondamentali di donne e bambine sono stati al centro di un impegno costante negli ultimi anni. È aumentato il numero di bambine che vanno a scuola, le donne sono più presenti nel mercato del lavoro e hanno maggiore accesso a metodi contraccettivi. Ma abbiamo ancora molte cose da aggiustare. La violenza contro le donne e le ragazze “persiste a livelli pericolosamente elevati” come ha denunciato il Segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon. Nel nostro Paese la situazione non è rosea.

Dal rapporto Indifesa di Terres des Hommes, apprendiamo che: “Secondo l’ultima indagine ISTAT la violenza contro le donne dentro e fuori la famiglia, 6 milioni 788 mila donne hanno subìto nel corso della propria vita almeno una forma di violenza sessuale o fisica, pari al 31,5% delle donne tra i 16 e i 70 anni. Il 20,2% ha subìto violenza fisica, il 21% violenza sessuale, il 5,4% forme più gravi di violenza sessuale come stupri e tentati stupri. Il 10,6% delle donne intervistate ha dichiarato di essere stata vittima di almeno una forma di violenza sessuale prima dei 16 anni. In particolare, nel 10% dei casi la donna è stata toccata sessualmente contro la propria volontà, nel 3% è stata costretta a toccare le parti intime dell’abusante e nello 0,8% ha subìto forme più gravi come lo stupro.”

Gli autori delle violenze sono: quasi l’80% persone conosciute, soprattutto parenti e familiari (19,5%), amici di famiglia (11,4%), compagni di scuola (8%), amici (7,4%), seguono i conoscenti (23,8%). Solo il 20,2% sono sconosciuti.

Nei primi 6 mesi del 2015 il centro SVSeD (Soccorso Violenza Sessuale e Domestica) della Clinica Mangiagalli di Milano ha registrato 64 ingressi di minori, dei quali 13 casi vittime di violenza fisica e/o emotiva e 51 casi vittime di sospetto abuso sessuale. Tra questi la stragrande maggioranza erano femmine, mentre la rappresentanza maschile è sempre dell’1-2%, come riferisce a TdH Lucia Romeo, Responsabile Pediatra del servizio SVSeD dell’IRCCS Policlinico Milano.

 

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Le istituzioni al fianco di una scuola in prima linea contro la violenza di genere

bolzano_annibali


Il gruppo Chi colpisce una donna, colpisce tutte noi, al riguardo della drammatica vicenda di Melito Porto Salvo, indirizza una lettera aperta a Lucia Annibali, di recente designata consigliera giuridica del ministro per le pari Opportunità Maria Elena Boschi.
Gentilissima Lucia Annibali,
conosciamo il suo impegno e sensibilità per le donne vittime di violenza. Con la sua testimonianza ci ha reso evidente quanto importante sia non sottovalutare mai alcuni segnali, quali non lasciarsi sopraffare dalla violenza, trovare una via d’uscita da quello che sembra amore e invece è purtroppo un nodo che si stringe sempre più e che va fermato prima che ti annienti completamente.
Le scriviamo perché gli ultimi dettagli e sviluppi del caso di Melito di Porto Salvo ci offrono un quadro più chiaro di quali siano stati gli elementi che hanno portato alla denuncia delle violenze subite dalla ragazza. Da un articolo veniamo a conoscenza del fatto che sia stata un’insegnante a rendersi conto del disagio della ragazza, che traspariva dai suoi temi, segnalandolo ai Carabinieri. Da questo primo atto fondamentale, partito proprio dalla scuola, sono state avviate le indagini sfociate negli arresti disposti dalla Procura di Reggio Calabria. Risulta evidente, conseguentemente, il ruolo centrale ed essenziale di questa docente e dell’istituzione scolastica, che sono riuscite a cogliere il bisogno d’aiuto dell’adolescente e hanno agito d’intesa con le forze dell’ordine.
È proprio da qui che, a nostro avviso, occorre ripartire per costruire un futuro diverso, per dare una prospettiva e modelli diversi alle future generazioni. Per lavorare in quella collettività, a partire da dove si formano le/i future/i cittadine/i. La ragazza di Melito va sostenuta fino in fondo, perché non resti sola anche quando, spenti i riflettori mediatici, dovrà affrontare i vari gradi di giudizio ma, soprattutto, rapportarsi alla propria comunità. Una comunità che vorremmo fosse aiutata ad esserle di supporto. Al contempo occorre intervenire in quel contesto in cui sono accadute le violenze, perché tutti facciano a fondo la propria parte.
Siamo al fianco delle donne di Melito che da tempo chiedono uno sportello antiviolenza, siamo al fianco delle donne calabresi che resistono e lottano affinché nella loro Regione si sostenga e si attui pienamente la legge antiviolenza del 2007. Queste donne devono essere ascoltate e va assicurata loro la possibilità concreta di portare avanti il loro prezioso lavoro per e con le donne. Perché il contrasto alla violenza sia efficace occorre che si mettano in atto sinergie e interventi a 360°.
Per colmare il vuoto che inevitabilmente questa vicenda lascerà, per aiutare a metabolizzare l’accaduto, soprattutto bambini e ragazzi, a cui occorre più che mai insegnare che la cultura dello stupro viene respinta dallo Stato. A Melito di Porto Salvo, come nel resto dell’Italia. Per questo Le chiediamo di farsi promotrice di un incontro presso le scuole di questa cittadina, per parlare con dirigenti ed insegnanti, per lavorare ad una progettualità sistematica sul tema del contrasto e della prevenzione della violenza, nelle sue varie sfaccettature. Potrebbe essere un’ottima occasione per innescare una consapevolezza nuova e una elaborazione che altrimenti potrebbe arrivare a tempo scaduto. L’auspicio è che da questa interlocuzione con le istituzioni scolastiche locali nasca una progettualità feconda, che lavori nel tempo per attuare quel cambiamento culturale, interrompendo il ciclo che alimenta la violenza. Si potrebbero utilizzare i bandi europei a riguardo, stanziare fondi ad hoc su progetti specifici, finanziare borse di studio per i ragazzi, sostenendoli nel prosieguo del loro percorso scolastico.
Siamo ben consapevoli di quanto importante sia l’istruzione come chiave per uscire da situazioni di disagio e di emarginazione, come valvola di riscatto sociale. Tutte queste leve aiutano a ricucire quel tessuto comunitario che altrimenti rischia di restare compromesso e di non mutare. Sappiamo invece quanto necessario sia il cambiamento, la maturazione, l’elaborazione. A Melito come in tutto il Paese, perché abbiamo conoscenza che certi episodi sono purtroppo frequenti in tutta la penisola, come dimostrano i recenti casi di violenze sessuali perpetrate da adolescenti.
Confidiamo nella sua sensibilità e nell’attenzione che ha dimostrato nei confronti degli interventi educativi nelle scuole, a cui si è Lei stessa dedicata.
Siamo certe che non lascerà cadere nel vuoto questo nostro appello, La sentiamo vicina alle donne.
Con stima,
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Miti femminili

Madre e figlia - arte vietnamita

Madre e figlia – arte vietnamita

 

Ogni qualvolta una donna viene coinvolta in un fatto di cronaca nera i toni assumono le forme della morbosità, i media si scatenano in analisi pseudo-scientifiche, alla caccia di ogni più piccolo particolare che possa validare la tesi del lato oscuro delle donne ‘esseri imperfetti’, in preda a isterie e a ormoni che le rendono imprevedibili mostri. Non mi piace questa ricostruzione, questa modalità da crocifissione collettiva, liberatoria e catartica. I mostri che sono sempre lontani anni luce da noi, puri e dall’equilibrio perfetto. Tutti coloro che in questi giorni, come in passato, si stanno dedicando alacremente allo sport della scarnificazione della donna e della madre ‘sbagliata’, dovrebbero tacere. Tacere perché è troppo facile giudicare, mentre è più complesso cambiare lo sguardo con cui si guarda al mondo e alle persone. Non si riesce a toccare la dimensione interiore adoperando i giusti metodi di analisi. Oggi, più di un tempo, si carica la donna e la maternità di oneri e di implicazioni enormi, le aspettative che chiedono alle madri di reggere a qualsiasi tipo di pressione sono sempre più elevate, gli equilibrismi richiesti si sono moltiplicati. I ruoli sono mutati, ma nella sostanza si chiedono alle donne sempre gli stessi sacrifici, anzi sempre di più, sempre di nuovi. Solo a noi, con una intensità e un convincimento inattaccabili. Perché ciò che è naturale che avvenga e che ci si aspetta che venga fatto dalla donna e dalla madre è definito nei secoli dagli uomini (come spiega bene qui Lea Melandri). Per cui se non rientriamo in questi canoni, diveniamo le “cattive”. Ma noi donne siamo le stesse di sempre e solo a noi vengono richiesti certi ritmi e certe accelerazioni. Sempre e ancora su di noi occhi e richieste di perfezione, perché per molti la Natura ci ha rese più predisposte e flessibili, portate a sostenere intemperie fisiche o psicologiche. Quando mia madre sostiene che io non abbia pazienza a sufficienza nel mio ruolo di madre, mi sta dicendo che in quanto madre dovrei essere infinitamente paziente, tollerante, votata naturalmente a un sacrificio illimitato. A volte mi sento dire (da donne, molto spesso) che dovrei mollare ogni impegno, annullare i miei desideri e dirottare tutte le mie energie nei confronti di mia figlia. Nessun’altra priorità è ammessa. In pratica, mi si dice che nessuno mi ha obbligata ad essere madre e che ora devo chinare la testa e pedalare. Per carità, ho scelto di essere madre, ma non ho firmato per una mummificazione correlata. Ognuna deve essere libera di approcciarsi alla propria esistenza come meglio crede, nelle declinazioni che più le si confanno. Il problema è che tutta la gente attorno tende ad appropriarsi della tua vita, dispensando consigli e giudizi anche se non richiesti. Buona parte dei sensi di colpa e delle difficoltà del compito materno o genitoriale derivano dalle intrusioni esterne, da tutti coloro che da fuori condiscono la tua vita di aspettative, tappe, scadenze, obiettivi, risultati ecc. Devi rientrarci, altrimenti sarai sottoposta a una pressione più o meno pesante. La leggerezza dell’improvvisazione che dovrebbe essere la regola guida di ciascun genitore, viene sostituita da tutta una serie di check-up del genitore perfetto. Naturalmente, molti aspetti sono amplificati nel caso si tratti di una madre. Il peggio sono i crocicchi delle mamme al parco, al nido/asilo o alla ludoteca. Le lenti di ingrandimento di cui si possono far portatrici le mamme sono qualcosa di estremamente pericoloso. Se non vuoi partecipare al gioco al massacro delle misurazioni, dei raffronti, dei consigli devi armarti di tappi per le orecchie. Queste cose esistevano anche quando ero piccola e mi sono sempre chiesta perché la gente non si facesse un bel po’ di fatti loro. Mi sono data una risposta. Molte donne si fanno portatrici di tutta una serie di atteggiamenti maschili sulla maternità, per cui provano un sollievo enorme nel poter ‘ammorbare’ di consigli le altre madri, per potersi ergere dall’alto di un’idea perfetta di madre, come non esiste nemmeno nell’Iperuranio. Anche quando si sceglie di essere madre, non è detto che lo si diventi o che si assuma il ruolo in toto, come cultura dominante prescrive. Anzi. Ogni figlio è una storia a sè, un’avventura diversa, unica, che ti mette a dura prova, ogni secondo. Non ci sono regole, preparazione, predisposizione, inclinazioni caratteriali. Nulla va come preventivato o pianificato. Anche i sentimenti possono assumere sfumature e intensità diversissime e imprevedibili. È un fare giorno per giorno, e chi sostiene che ci si riesce per forza, sta semplificando. Il più delle volte non riuscirai a combinare un bel niente e sarai frustrato, deluso, amareggiato e affaticato. Essere genitori ti mette di fronte alle tue incapacità, alle tue fragilità, alla tua inadeguatezza. Basterebbe ammettere questi aspetti e non ostentare capacità da wonder mummy che non sono reali. Se tutti ci considerassimo fallibili, un po’ di carico se ne andrebbe. Invece dobbiamo sostenere non solo il ruolo di genitori infallibili ed efficienti con i nostri figli, ma anche con chi dall’esterno è sempre pronto a giudicare.
Nell’essere madre non potrà tornarti utile il tuo vissuto di figlia, perché tuo figlio è una persona diversa da te e come tale deve essere trattata. Non è vero che riuscirai a non commettere tutti gli errori compiuti su di te. Inoltre cambiano le prospettive e ti troverai a mettere in atto pratiche e soluzioni che mai razionalmente avresti immaginato di adoperare. Ti renderai conto di quanto facile sarà cadere nella trappola dello sfinimento, per cui spesso cadranno tutti i paletti e le regole volte a non viziarlo troppo. Ti accorgerai che tuo figlio è più furbo di te, capace di sfruttare al meglio le situazioni e le persone attorno (vedi i nonni), che è ben lungi da quell’idea di affetto incondizionato e che a volte ti stupirà per il suo elevato grado di egoismo. Sarà una lotta fondata sulla resistenza e dovrai imparare ad adeguarti all’idea che nulla andrà come vorrai. Vorrei maggiore sincerità sulla maternità e che ciascuna di noi si possa felicemente sentire in primis donna, senza essere tacciata di essere una cattiva madre se si desidera mantenere un angolino per sé. Vorrei che si smettesse di chiedere alle donne: quando fai un figlio, quando fai il secondo? Vorrei che questo paese consentisse di svolgere in modo più flessibile e libero il ruolo genitoriale (come accade in Norvegia o in Canada), che entrambe le figure genitoriali fossero al centro di un progetto di vita più sereno, meno fondato sulle disponibilità economiche o sociali delle coppie (tipo se ho i nonni disponibili H24 o i soldi per un nido full time o una tata). Sarebbe più leggero il compito delle mamme se non ci fosse un muro nel mondo del lavoro, se non ci fosse un muro ai congedi paterni, se si guardasse al benessere e alla qualità della vita. Se nessuna di noi si sentisse mai, in ogni caso, esclusa come donna o come madre. Il nostro valore non si misura per il lavoro che facciamo o per il nostro ruolo di ‘buone madri’, il nostro è un valore intrinseco. Non basta parlare di qualità del tempo passato insieme ai figli, occorre ridisegnare il tempo della vita e quello del lavoro, per le donne e per gli uomini. Le pressioni a cui siamo sottoposte sono immense, nessuno ci ascolta, al massimo le mamme sono ascritte come depresse, schizzate, insoddisfatte, egoiste ecc. Nessuno che ci chieda mai perché, come ci sentiamo. Soprattutto smettete di giudicarci. Nessuna di noi è perfetta e non ci dovete chiedere qualcosa che agli uomini non viene richiesto. Non esiste l’equilibrio, dobbiamo accettare un’esistenza traballante, in cui viene contemplata la nostra fragilità e la nostra fallibilità. Non possiamo ottenere tutto, perché spesso gli obiettivi che ci poniamo sono in contrasto tra loro. Pensiamo al nostro ruolo educativo che spesso ci pone di fronte a scelte, a bivi. Noi vorremmo dare buoni esempi, educarli al meglio, renderli responsabili, degli individui che sappiano comportarsi, che non facciano capricci, ma spesso ci poniamo degli obiettivi troppo grandi, i cui risultati non sono immediati. La frustrazione deriva anche da questo. Dovremmo imparare ad accontentarci di piccoli passi quotidiani e di non crocifiggerci perché non siamo riusciti a mantenere dei buoni metodi educativi, ma abbiamo “infranto le regole”. Faccio un esempio pratico per farvi capire cosa intendo: se uno ha un figlio che fa capricci per mangiare, tutti consigliano di evitare di farlo giocare durante i pasti, ma se l’obiettivo è farlo mangiare (lo dico da bambina dai gusti “difficili”, che ha imparato a mangiare di tutto solo verso gli 8 anni) a volte trasgredire le regole educative è l’unico modo per arrivare al micro obiettivo quotidiano per farlo crescere. Mi rendo conto che si corre il rischio di creare un rapporto sbagliato con il cibo, ma anche sbattere la testa cercando di applicare regole teoriche in ogni frangente non è detto che serva sempre. Non bisogna ragionare con regole assolute, ma adattarsi quotidianamente, destreggiandosi per giungere a piccoli risultati, qualcosa di raggiungibile, alla nostra portata. Questo è il compito più arduo, ma forse è un buon metodo per sopravvivere alla “tempesta figli”. Gli errori ci saranno sempre e comunque, chi sostiene di commetterne raramente sta mentendo.

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In bilico tra il desiderio di libertà e il bisogno di una guida

Rafal Olbinski

Rafal Olbinski

Vorrei condividere le riflessioni di Lea Melandri, in un paragrafo del suo Amore e violenza del 2011. Sarà il punto di partenza per una navigazione improvvisata, con i miei poveri neuroni. Vi suggerisco di leggere l’allegato (qui), prima delle mie piccole considerazioni. La Melandri ci parla di una libertà che ha delle caratteristiche tutte particolari. La libertà dei nostri giorni è una “libertà di somigliare”. In altri miei post ho più volte sottolineato la mia allergia all’omologazione forzata a modelli ideali di madre, di donna, di persona. Ho sempre cercato di mantenere le distanze da modelli ideali e corporei preconfezionati e scelti per me da qualcun altro, che per quanto possano sembrare rassicuranti e di più facile utilizzo, nascondono il rischio di una falsa scelta e quindi di una non libertà. Una libertà non piena che investe e può travolgere maggiormente le personalità più fragili o per natura o per contesto temporale/emotivo/sociale. Finché il modello ideale, che ci investe attraverso i media e le sollecitazioni sociali, diventa un obiettivo personale, che investe unicamente il proprio corpo e la propria persona, potrebbe restare un problema circoscritto al singolo individuo. Diventa molto più pericoloso quando il modello che ci viene proposto riguarda i nostri figli. La fabbrica di soggetti perfetti, normali, sulla base di standard decisi altrove, nei quali ciascun genitore viene “invitato” a far rientrare i propri figli. Una macchina che induce a incasellare i nostri figli in modelli estetici, culturali e professionali di successo, con un carico enorme di aspettative assurde. Capite che questo meccanismo di conformismo imperante può produrre solo enormi danni. Come se fossimo tutti ancorati a un percorso tracciato in precedenza altrove, da altri. Tutti durante l’adolescenza ci siamo sentiti inadeguati e per questo ci siamo “omologati”, chi più chi meno, ma questa fase dev’essere transitoria, perché poi deve lasciare spazio a individui adulti, in grado di compiere scelte autonome, giuste o non giuste che siano considerate. Compiere percorsi preordinati e confezionare individui perfetti non è purtroppo un vecchio ricordo di progetti di eugenetica, di società totalitarie, ma rappresenta una ricerca tuttora in atto. Il sogno di un prototipo di un’umanità superiore è sempre latente. Paradossalmente, viviamo la contraddizione di sentirci enormemente liberi, ma siamo anche invasi da un “forte senso di impotenza, di una frenesia del nuovo a tutti i costi, intrisa di ansie conservatrici, di esaltazioni individualistiche, accompagnate da rinascenti voglie comunitarie”. Capite quanto le due “anime” vivano in una permanente lotta? La tensione tra il desiderio di libertà e il bisogno di una guida può nascondere il pericolo dell’affermazione di nuove forme di dispotismo (come Tocqueville stesso aveva previsto). Questo dispotismo non è solo di tipo politico, ma può riguardare anche la sfera delle idee, della maturazione delle personalità, della percezione dei propri diritti e dei propri bisogni. Se la libertà viene svuotata di contenuto e restano solo le sue spoglie, con un simulacro di libertà, si affaccia “una servitù regolata e tranquilla”, che ci culla nell’illusione di godere di ogni libertà. Il nostro senso di inadeguatezza viene placato e nutrito da un Bene supremo, da una personalità carismatica che tutto sa e tutto risolve, per noi.

“Ma perché l’eccezione diventi la norma, in una società che si riconosce sia pure formalmente di eguali, è necessario che il modello vincente a cui si è chiamati a somigliare abbia in sé qualcosa di comune, tratti di una generalità riconoscibile e famigliare a molti”.

A questo punto dobbiamo notare le tracce di questo processo nella realtà. Affinché gli individui si lascino traghettare dal pifferaio di turno, devono in qualche modo ritrovare un pezzo di sé o di un modello ideale a cui si anela. Il gioco è fatto. Fateci caso. Nella società dell’individualismo obbligato, un ruolo preponderante assume il corpo, quell’involucro esterno con leggi e limiti propri, ma che va imbrigliato, levigato, perfezionato, reso giovane e bello per dimostrare il successo del suo proprietario o della sua proprietaria. Vi sembra attinente all’attualità? Il pacchetto giovane e bello/a viene venduto e diventa riferimento generale, con stravolgimento di ciò che è normale, di ciò che è emancipazione, di ciò che significa libertà. Perché risulta più rassicurante assomigliare, rifarsi a, seguire, omologarsi che essere semplicemente se stessi, con i propri punti di forza e le proprie fragilità, uniche, dentro e fuori.

 

Aggiornamento 10 settembre 2014

Vi suggerisco questo cortometraggio di  Frédéric Doazan, che rende bene l’idea.

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Diploma da genitori

Autumn Park - Leonid Afremov

Autumn Park – Leonid Afremov

La rete pullula di consigli su come essere genitori DOC e quali errori sono da evitare. Ma “il troppo stroppia”.

Un appunto: l’autrice di questo post, oscilla tra due posizioni inconciliabili. Giudica, ma poi sostiene che non si possa giudicare e che occorre sbarazzarci del peso dei sensi di colpa. Forse ho frainteso, ma fatico a capire. L’autrice ha forse un atteggiamento tanto altalenante perché da un lato vuole ergersi a mamma esemplare e dall’altra è consapevole dei suoi limiti e forse è proprio afflitta da quei sensi di colpa di cui parla. Mi deve supportare la tesi secondo cui al giorno d’oggi, una mamma severa sia maggiormente soggetta a critiche rispetto a un papà. Trovo poco corretto sostenere che il modo di comportarsi dei figli dipenda in assoluto da colpe educative dei genitori. Potrei citare svariati casi di bambini “non in linea” con gli standard (che poi bisogna capire chi li definisce), con fratelli “perfetti”. Stessa famiglia, ma caratteri e modi diversi. I bambini non sono tutti uguali e smettiamola di ricercare il modello perfetto. Il modello perfetto serve solo per la produzione capitalista. Sicuramente quelle mamme “imperfette” avranno alle spalle mesi, anni di lotte estenuanti, chi è mamma può capire di cosa sto parlando. Diciamo che alcuni figli sono meno gestibili di altri e che molti scelgono di appaltare il ruolo genitoriale a tate, nonni e asili. Perché quando la situazione diventa tosta, molti scelgono di gettare la spugna, mentre altri continuano a lottare nelle sabbie mobili. Ognuno è libero di scegliere, ma diciamo la verità. Sono dalla parte di quelle mamme “reali” che non rappresentano l’ideale della mamma perfetta, ma sono il risultato di situazioni spesso difficili, che metterebbero a dura prova la pazienza di chiunque. I figli non sono tutti angeli. La maternità non è una favola, soprattutto quando si passa la giornata tra un capriccio e l’altro, senza poter riprendere fiato. Basta con le favole! Raccontiamo che fare i genitori è un mestiere fatto di alti e bassi, costellato da innumerevoli errori, frutto anche di fattori innegabili quali la stanchezza e il fatto che si cumulano ore e ore di contrattazioni con i propri figli h24. Chi sostiene che la contrattazione sia una forma educativa sbagliata, si faccia avanti che lo faccio uscire dal mondo dei sogni! Ci sono persone che inorridiscono quando sentono che fai vedere la tv ai tuoi figli mentre mangiano.. provate ad avere un figlio inappetente e sottopeso e capirete perché i cartoni spesso salvano la vita, non solo delle mamme. L’educazione da manuale è rassicurante, ma spesso inapplicabile e fonte di quei mille sensi di colpa di un genitore. Perché sulla carta siamo tutti bravissimi genitori ed educatori. Sì, mollandoli ad altri. Siamo tutte belle, noi mamme, ma ognuna a suo modo. Le ricette edificanti non esistono, nemmeno nel giardino del re. Essere genitori non è un titolo onorifico, ma va conquistato giorno dopo giorno sul campo. C’è chi ha la mania delle medagliette che attestano questo o quel traguardo raggiunto. Io, ne ho sempre fatto a meno.
Stiamo attenti, perché poi si entra in un circolo vizioso, i genitori diventano i nemici da combattere e migliaia di bambini vengono allontanati dalle famiglie per motivi inesistenti, solo perché qualcuno si è messo in testa che non sei un genitore DOC, con tanto di pedigree. Sicuramente ci saranno in molti casi dei validi motivi, ma a volte sarebbe opportuno valutare meglio. I giudizi troppo frettolosi possono fare molti danni.

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L’arduo mestiere del genitore. Seduta di autoanalisi, autoguidata.

Fare i genitori è un compito complesso, delicato, arduo e costellato di errori, che spesso attraversano le generazioni e si perpetuano identici di padre in figlio. Ci sono genitori che non perdono occasione di lodare e di magnificare le gesta dei propri figli, come esistono altri che non fanno altro che opprimere, denigrare, offuscare in ogni modo l’autostima dei figli. Gli eccessi, si sa, sono entrambi dannosi, ma nel secondo caso si rischia di generare individui insicuri, che si sentono sempre sotto giudizio, che vivono sempre sotto attacco e sono abituati unicamente a sentirsi inadeguati, fuori luogo, insomma delle merdacce per dirla alla Fantozzi. I danni, come dicevo, si possono replicare all’infinito, di generazione in generazione: i figli possono riprodurre il metodo educativo sui propri figli e qualora non lo facciano, ci penseranno i nonni a trasmettere delle immagini fuorvianti ai nipoti. Ci sono genitori che sviliscono i propri figli a vita e continuano a farlo anche davanti ai nipoti, il che finché sono piccoli non produce danno, se non l’ennesimo schiaffo di umiliazione a danno dei figli. I problemi sorgono quando i nipoti crescono e fanno fatica a capire come mai i nonni hanno una così scarsa considerazione dell’operato di un genitore. Sarebbe opportuno prendere le distanze il prima possibile e troncare sul nascere certi comportamenti, parlandone e cercando una mediazione. Se ciò non dovesse essere sufficiente, sarebbe meglio troncare ogni relazione. Ne parlo, perché ne so qualcosa e mi trovo ancora nella prima fase. Il senso di inadeguatezza è sempre stato presente in me, ma non pensavo derivasse dall’esterno. Solo di recente ho compreso che si è trattato di un lavoro che parte da lontano e si è sedimentato in anni di educazione all’annientamento. La frase ricorrente dopo ogni mia piccola conquista era: “ne devi mangiare ancora di pane duro”. Un modo per non farmi riposare sugli allori, che nascondeva uno svilimento di ogni mio sforzo. Non ho mai sentito altro. Le uniche figure che mi hanno fatto sentire amata per quello che ero sono stati i miei nonni materni, che purtroppo ho perso troppo presto. Mi sono nutrita del loro amore incondizionato e sono riuscita a sopravvivere e a crescere meno arida. Loro erano capaci di guardare oltre la mia corazza. Per fortuna, a un certo punto l’influsso dei miei genitori si è ridotto. Partiamo dall’inizio. Mio padre ha schiacciato mia madre dal primo istante. Mia madre ha, a suo dire, cercato di resistere e poi si è arresa. Ultimamente a questo appiattimento si è aggiunta una nuova prassi: la difesa a oltranza di mio padre, pur di mantenere la pace familiare, che poi coincide semplicemente nel far fare a mio padre ciò che vuole e permettergli di disporre degli altri come solo un sultano può fare. Naturalmente ogni opposizione diventa da stigmatizzare e da distruggere. Con gli anni ho capito che in fondo, se una persona finisce con l’appoggiare certi atteggiamenti è perché le va bene così; se si accetta un modo di fare, senza opporsi o cambiare strada, è perché, in fondo, si è uguali. Non puoi mandare giù il boccone amaro all’infinito. Per cui ho capito che la longevità del matrimonio dei miei genitori si basa sul fatto che sono in realtà identici. Le numerose pantomime di separazione non erano serie. Se decidi di accettare certi comportamenti, sei connivente e in fondo ti sta bene. Il lamento di mia madre è solo un paravento, una facciata da mantenere. Pensavo che non fosse una calcolatrice, invece a quanto pare lo è. Ogni cosa dev’essere al suo posto, altrimenti si scatena l’inferno, salvo poi fare la vittima di tutto. Quando si tratta di dire che sono una schifezza e una nullità è al fianco di mio padre, sempre. I suoi tentativi di mantenere un po’ di autonomia sono stati rari. Credo che l’unica cosa che le interessi sia mantenere la facciata di armonia, al primo posto c’è ciò che gli altri pensano della sua famiglia: poca sostanza, molta estetica da famiglia del mulino bianco. Ho passato tutta la prima parte della mia vita a cercare di accontentare i miei, di essere brava, di fare i salti mortali per compiacerli. Poi ho smesso, perché ho capito che era una missione impossibile e che sprecavo solo tempo ed energie. Ho provato ad affrancarmi dall’idea che mi avevano instillato in testa, che fossi un’incapace cronica. Forse, questo mi è servito, perché ho deciso di fare tutto da sola, senza appoggiarmi mai a nessuno. Lo devi a te stessa, altrimenti, rischi di rimanere inchiodata lì,  dove vorrebbero che tu fossi. Così nello studio e nel lavoro, sono sempre giunta alla meta con le mie forze. Ho compreso quanto fosse falsa quell’immagine di incapace. Ho lottato per sbarazzarmi delle varie etichette che mi sono state attribuite, perché non volevo allinearmi, non volevo obbedire ciecamente alla linea impartita da mio padre. Oggi, i miei ci riprovano con mia figlia, non perdono occasione per denigrare il mio ruolo di genitore, mi smentiscono e fanno tutto il contrario di ciò che io vorrei. Finora,  non è successo nulla, mia figlia è troppo piccola per capire, ma siamo al confine ed ho paura che ci possano essere danni seri. Il mio rancore svanisce presto e mi ritrovo a dirmi che non posso troncare ogni contatto, che non posso arrogarmi il diritto di troncare la relazione nonni-nipote. Ma ho paura. La stessa paura che mi assaliva in passato e che a volte riaffiora, quella di sentirmi una merdaccia e di perdere la stima, in questo caso di mia figlia. Mio padre già critica il fatto che mia figlia sia troppo attaccata a me, ma lei ha meno di due anni, quale sarebbe la normalità? Quella ex bambina fragile e insicura è ancora lì, dentro di me, con il suo senso di inadeguatezza. Oggi, rivedo alcune cose della mia infanzia, con un’ottica diversa. Mio padre era spesso assente e quando c’era bisognava stare attenti a non farlo arrabbiare, pena l’inizio di una delle sue “spedizioni punitive”, che consistevano in una sua fuga a casa dei genitori, oppure in un mutismo lungo anche due settimane. Una specie di sospensione di ogni sua ‘incombenza’ familiare. Potete ben immaginare il clima. Durante la mia infanzia ho assistito ad ogni genere di lite. A volte pensavo che fosse colpa mia. Mia madre giocava raramente con me, era sempre troppo occupata a fare altro. Infatti, ricorda poco o niente della mia infanzia. Allora, io la capivo e cercavo di non farle pesare troppo questa assenza, giocavo da sola, facevo i compiti da sola, chiedevo poco o niente. Ultimamente, ho capito che era un’assenza involontaria solo a metà: anche oggi, sostiene di voler trascorrere un po’ di tempo con la nipote, ma ha sempre qualcos’altro da fare, per cui anche adesso la vedi in difficoltà quando deve trascorrere anche solo 5 minuti con la nipote. Saranno solo mie congetture? Quel che è certo è che non voglio che mia figlia ricordi la mia assenza. A volte penso che dovrei risolvere questi problemi che mi porto dentro, perché potrei condizionare il mio futuro e la vita di mia figlia. Ma, l’unica strada è quella di iniziare a perdonare e a perdonarsi soprattutto. Devo scrollarmi di dosso il peso del fallimento totale che mi è stato appiccicato addosso. Forse sono ipersensibile, ma le parole a lungo andare scavano a fondo, quello che ti è stato tolto non torna più, i buchi nell’anima non si riparano facilmente.

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