Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Donne: equilibri e disequilibri di una condizione che merita cure adeguate

@Anna Parini


Passata la festa della mamma, in occasione della quale sono stati sciorinati dati, dolciumi e zuccherini, le mamme si trovano sempre nella medesima condizione e di dolce resta ben poco, che possa garantire una qualità della vita soddisfacente, altro che indice bes.

Per chi se lo fosse perso, Save the Children ha elaborato un report “Le equilibriste, la maternità in Italia”, un indice sulla condizione delle madri in collaborazione con ISTAT.

L’occupazione è una questione di genere, perché non solo il numero è differente a discapito delle donne, ma varia molto a seconda se ci sono figli e del loro numero. Ma questo già è assai risaputo.

“Decidono di diventare madri sempre più tardi (l’Italia è in vetta alla classifica europea per anzianità delle donne al primo parto con una media di 31 anni) e rinunciano sempre più spesso alla carriera professionale quando si tratta di dover scegliere tra lavoro e impegni familiari (il 37% delle donne tra i 25 e i 49 anni con almeno un figlio risulta inattiva).”

D’altronde, i numeri delle dimissioni volontarie non accennano a diminuire e sono ancora una volta le donne che compongono la fetta maggioritaria.

Non è solo una questione di accesso, ma di permanenza e a quali condizioni. L’ultimo Global gender gap parla da sé: siamo ottantaduesimi su 144 Paesi, abbiamo fatto tanti passi indietro soprattutto a causa della voce lavoro, siamo al 118° posto.

Disuguaglianze socio-economiche che penalizzano non solo le donne, ma l’intero sistema Paese.

I dati sulla divisione dei tempi del lavoro familiare, inclusi nel rapporto annuale Istat 2018(pagina 219, n. b. fanno riferimento a un report del 2014!), rivelano che le donne “dedicano circa 3 ore in più degli uomini alle attività domestiche e di cura dei familiari, la differenza supera le 4 ore nelle coppie con figli, e arriva a 4 ore e 40 nelle coppie in cui lavora solo lei.” Hanno all’incirca 84 ore al mese (più di mille in un anno) in meno di un uomo per sé e per il lavoro.

Lavare e stirare, pulire la casa sono ancora appannaggio delle donne tra il 70-80%. I carichi familiari determinano poi le motivazioni per cui le donne sono circa i 3/4 dei part-time, che diventa quasi un obbligo, almeno che non si possa usufruire di aiuti esterni quali familiari o collaboratori domestici. Anche il tasso di partecipazione alla comunità con attività di volontariato risente dai compiti di cura familiari.

Gli uomini risultano ancora più propensi a condividere la cura dei figli, occuparsi della spesa e seguire la contabilità familiare.

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Quanto valore diamo al lavoro invisibile delle donne?

Renato Guttuso – Le due cucitrici


Leggendo questo articolo apparso sul Guardian ho riflettuto sui tanti stereotipi e alibi che tuttora insistono quando si parla di lavoro delle donne.

Si parte dal dogma secondo cui: “il divario retributivo di genere non ha nulla a che fare con la discriminazione nelle decisioni di assunzione o di promozione“. Per la serie, il problema non sussiste, viviamo in una società egualitaria, in cui sono sufficienti il merito, le competenze e gli skills.

Poi ci sono le donne che dal loro privilegio e dalla loro totale “adorazione di un capitalismo libero”, sostengono che in reltà sono le donne a scegliere di lavorare per meno, garantendosi uno spazio in ogni occasione “nell’interesse dell’equilibrio”.
Certo, la solita favola della libera scelta, quando davanti non hai grandi alternative e quando c’è un compromesso a cui sottostare che ti schiaccia quanto un macigno.

“Ma il divario retributivo non è la scelta delle donne. È sia una causa che una conseguenza della disuguaglianza di genere. Per molti aspetti è più importante della discriminazione retributiva perché mette in luce le profonde disuguaglianze strutturali in ogni parte della nostra società e dell’economia.” rileva giustamente Sandi Toksvig.

La situazione in Uk non è difforme da quanto accade in Italia: la crisi ha di fatto tagliato la spesa in infrastrutture sociali, viste come ambiti sacrificabili. “Secondo Save the Children, 870.000 madri tornerebbero sul posto di lavoro se potessero permettersi un’assistenza all’infanzia – riducendo i sussidi di disoccupazione e aumentando la base imponibile.”

Si investe in ambiti “maschili”, in infrastrutture fisiche, perché si pensa che facciano da traino all’economia. Non si capisce che un investimento nell’assistenza all’infanzia e sociale può portare molti benefici: si fatica a comprendere che “la crisi globale della disuguaglianza è una crisi di disuguaglianza di genere.”

“Le nostre vite sono ancora rigidamente divise in economiche e sociali, produttive e riproduttive, retribuite e non retribuite. La metà ha sempre più valore dell’altra. Il risultato è che la redistribuzione della ricchezza in questo paese, e globalmente, troppo spesso avviene dalle donne più povere agli uomini più ricchi.”

Sembra che non si voglia accettare l’idea che una maggiore uguaglianza delle donne corrisponda a un beneficio diffuso.

 

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La vicenda di Jessica porti a migliorare la rete di sostegno per le donne in difficoltà


Riavvolgiamo il nastro. Non potremo riportare in vita Jessica Faoro, ma qualcosa possiamo fare, per non lasciare che la sua storia venga facilmente rimossa, manipolata, deformata e dimenticata. Perché dall’esperienza di Jessica possano migliorare i sostegni alle donne, tutte. Sembra che qualcosa non abbia funzionato, visto che qualcuno ha pensato che tutto sommato se la sarebbe dovuta, potuta cavare da sola. Da sola con il suo bagaglio di difficoltà, senza sostegni capaci di aiutarla a dare il giusto valore alla propria esistenza. E dire che anche questa è violenza. 

Jessica, come chissà quante altre giovani ragazze, in una città come Milano che a quanto pare rivela alcune criticità nei confronti di persone, dai percorsi complicati o dalle fasi di vita delicate, prive degli strumenti idonei a superarne le avversità. Jessica, sin da piccola allontanata dai genitori e poi succube della prassi consuetudinaria di affidi, case famiglia o comunità familiari, fino alla casa dell’associazione Fraternità, in via Rutilia 28 a Milano, come ricorda un suo ex compagno di scuola in una dichiarazione riportata in un articolo di Milano Today del 7 febbraio 2018. Questa comunità, tuttora parte della rete cittadina e regionale delle comunità familiari, sembrerebbe abbia ospitato Jessica minorenne durante la sua gravidanza. 
Poniamoci per un attimo qualche semplice domanda. Come vi è arrivata e cosa è successo lì? Quanto ha inciso questo ulteriore elemento, la decisione di portare avanti la gravidanza e di dare in adozione la figlia? Quanto una vicenda del genere ha minato un equilibrio di vita già complesso? Questa giovane donna avrebbe dovuto essere seguita attentamente e costantemente sia per darle un sostegno materiale, ma soprattutto psicologico, per offrirle una e più opportunità di riscatto, per raggiungere un’autonomia e serenità di vita. Una gravidanza non è mai una fase semplice, anche in condizioni ideali e con un contesto sereno, immaginiamoci se ci si ritrova ad affrontarla da adolescenti (sembra che la bambina oggi abbia 3 anni), quando si è una giovane donna che spera di costruirsi un’esistenza diversa rispetto a quella che aveva conosciuto sino ad allora. 


Cosa ha reso impossibile a Jessica la realizzazione dei suoi sogni? Cosa è successo dentro e dopo l’uscita dalla comunità, particolare più volte citato dai media? Cosa provava? Chi la seguiva, oltre agli adempimenti burocratici e di routine, si è attivato per non lasciarla sola ad affrontare questa difficile fase, l’ennesima? E seppure dal punto di vista “formale” sembrerebbe che non ci sia state inadempienze da parte dei servizi sociali, occorre sondare ciò che non ha funzionato. Tale genere di constatazione se lo pone anche don Gino Rigoldi, che pure ha ospitato per un determinato periodo Jessica in una sua comunità e successivamente le aveva trovato alloggio presso la casa di una signora (intervista Corriere della Sera del 15 febbraio 2018), perché qualcosa è sicuramente andato storto visto che è stata costretta ad accettare l’offerta di ospitalità dell’uomo che poi la ha uccisa. Don Rigoldi afferma in una intervista su Panorama del 14 febbraio 2018: “ce la potevano fare. Perché quando gli adolescenti sono seguiti, anche i più difficili si possono salvare.” Questa ragazza già da anni era costretta a barcamenarsi tra varie forme di alloggio precario, tra cui anche il centro di emergenza sociale di via Lombroso dove era stata nel 2016, come riporta un articolo su Il Giorno del 10 febbraio 2018. 
La giustizia penale farà il suo corso, comminando la giusta pena all’uomo che l’ha barbaramente uccisa con 40 coltellate. Dovrà pagare per questo orrore, per la violenza terribile con cui ha strappato la vita a una giovane donna. Ma a Jessica e a tutte le ragazze come lei dobbiamo anche altre risposte. Dobbiamo effettuare una puntuale ricostruzione dei fatti, dei passaggi di vita, della sua esperienza in comunità, del suo percorso alla ricerca di punti di riferimento, affinché altre donne non restino sole e alla mercé del caso. Non possiamo sperare che le cose si aggiustino, è necessario capire che dopo tutta la vita passata in balia dei servizi sociali e di situazioni temporanee, precarie e anaffettive, non è semplice affidarsi, trovare da sole la strada giusta, ristabilire un equilibrio, fare le scelte adeguate, accogliere le proposte di sostegno sperando che funzionino. 
Proviamo ad immaginare un’adolescente in balia di sé stessa, sola, sfiduciata, impaurita di fronte alle difficoltà della vita, eppure desiderosa di viverla. Forse è giunto il momento di chiederci cosa accade a tante bambine che diventano donne in questo tipo di contesti, per tentare di cogliere empaticamente i loro bisogni ed in tal modo creare le condizioni di un rapporto di fiducia piena in chi è istituzionalmente deputato a supportarle. Pensiamo che Jessica abbia lanciato vari segnali di richiesta di aiuto, aveva anche, per esempio, segnalato ai Carabinieri i comportamenti molesti dell’uomo che l’ha poi uccisa, cosa è mancato perchè si intervenisse adeguatamente per tempo? Indagare sul “prima” potrebbe essere di aiuto a tante donne e bambine in difficoltà che rischiano di trovarsi catapultate in un futuro ancora più disgraziato. 
Crediamo che dobbiamo farlo per onorare la voglia di vivere che aveva Jessica. Le cose si possono cambiare. Questo è un appello alle istituzioni, alle associazioni e a quanti sono preposti al sostegno di chi sia priva dei mezzi fondamentali per vivere dignitosamente. Riusciamo a mettere al centro la vita delle donne, tempestivamente, prima che sia troppo tardi, dando loro il giusto ascolto e supporto? Riusciamo a cambiare le prassi per dare una vita migliore alle donne in difficoltà che non devono essere lasciate sole in nessun caso? Costruiamo una rete di sostegno concreto, correggiamo ciò che non funziona bene, tuteliamo i loro diritti, accompagniamole verso percorsi di autonomia e di vita dignitosa. 
L’assessore Majorino ha comunicato in un suo post su Facebook del 15 febbraio 2018 che il Comune di Milano si fa carico dei costi del funerale e conferma la volontà di costituzione di parte civile. Aggiunge altresì: “Sapendo che la storia di Jessica non ci parla solo di un terrificante carnefice e di una giovane vita spezzata ma di tanti tentativi fatti per aiutarla che sono andati a vuoto. Tentativi su cui dobbiamo interrogarci, inevitabilmente, anche noi.” 
Non fermiamoci, è necessario non solo interrogarci ma invertire la rotta concretamente, per tutte le Jessica che possiamo ancora sostenere e accompagnare per mano verso un domani diverso e migliore.

Di Maddalena Robustelli e Simona Sforza
Pubblicato su Noi Donne il 16 febbraio 2018

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Fonti:

http://www.milanotoday.it/cronaca/omicidio/jessica-valentina-foaro-alessando-garlaschi.html

https://www.panorama.it/news/cronaca/don-rigoldi-racconta-la-jessica-che-conosceva/

http://milano.corriere.it/notizie/cronaca/18_febbraio_15/milano-omicidio-via-brioschi-don-gino-rigoldi-jessica-andava-salvata-non-si-drogata-ne-venduta-787c931c-1219-11e8-a023-7bfc9b2e7eeb.shtml

https://www.google.it/amp/www.ilgiorno.it/milano/cronaca/uccisa-coltellate-1.3715598/amp

https://m.facebook.com/story.php?story_fbid=10156033589772510&id=533282509

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Sensazioni dal Paese con la testa che guarda indietro

@ Olimpia Zagnoli


Mi trovo in un vortice di pensieri difficili da maneggiare, sensazioni e percezioni sgradevoli, mi sento appesantita, schiacciata dalle notizie di due giovani vite stroncate prematuramente. Mi sento paralizzata e queste prime parole che sto scrivendo hanno avuto bisogno di superare il senso di nausea che mi provoca questo paese, che tra i lustrini di un Sanremo che simula un’attenzione per le donne (condito naturalmente dall’immancabile, molesto messaggio di sottofondo “tornate a fare figli e a fare le mamme”) e le vittime di violenza e poi nei fatti si comporta all’opposto e il fiume in piena di promesse, rumore e violenza da campagna elettorale, è dotato dei quotidiani più meschini, scritti da alcune firme che nonostante gli appelli, i manifesti, i richiami continuano ad incrementare la dose di morbosità e di romanzato attorno alle donne. Un dilagare che non ha più territori in cui non giunge. Non c’è più una soglia prima della quale si sceglie di fermarsi. Non c’è nemmeno il pudore e il rispetto per chi non c’è più. Non importa il come non ci sono più, la maniera di trattare le vite di queste donne è sempre la medesima. Corpi, giudizi un tanto al chilo, ricostruzioni del tutto infondate, invisibilizzazione delle vittime, ricerca esasperata di un elemento di colore e di melodramma in storie che sono terribilmente dolorose e quel dolore va rispettato, esige che ci si sappia regolare, bloccare prima, anche a costo di non scrivere nulla. Accanto al dovere di cronaca esiste un dovere di rispettare le persone, soprattutto se non ci sono più e non possono difendersi. Invece, con queste modalità di fare pseudo informazione, tutto passerà e resterà solo la spazzatura di quelle penne che ci hanno ricamato su. Perché alla fine, sarà impossibile cancellare premendo il tasto rewind. E da troppo tempo c’è un diffuso senso di reale e colpevole indifferenza per ciò che le donne si trovano a vivere e a subire. Donne le cui difficoltà e ostacoli si moltiplicano e si tramandano di generazione in generazione, senza che a nessuno importi di interrompere questo ciclo.

Nulla è innocuo, come non lo è questo articolo (che non è l’unico e non cambia la sostanza se poi è stato rimosso dall’edizione online) che riesce a cambiare radicalmente il punto di osservazione, creando empatia verso un uomo che si è chiaramente approfittato di una ragazza sola, giovanissima, in difficoltà. Una ricostruzione romanzata che assolve e normalizza un abuso, perché di questo si tratta. Qui scompare il ruolo attivo di uno stupratore e resta solo una ragazza che vende la sua bellezza. Se Pamela sulla sua strada non avesse incontrato un soggetto che si è preoccupato solo di soddisfare i suoi interessi da cliente abusando di una ragazza, forse la storia non si sarebbe conclusa così tragicamente. È una responsabilità collettiva che manca ed è quella differenza che possiamo fare tutti e tutte se dotati/e di una cultura diversa, se non continueremo a ribaltare piani e punti di vista ma ricostruiremo i fatti senza alterare la realtà e il fatto che se non cambieremo continueremo a perdere tante e tante donne, solo perché nell’egoismo, nell’indifferenza e in frasi come “il mestiere più antico del mondo ” si nasconde il peggio dell’umanità. Smettiamola di assecondare e di giustificare questa robaccia. Non siamo allo stato di natura e tutti siamo in grado di compiere scelte corrette se adeguatamente educati e consapevoli delle nostre azioni. Perché occorre comprendere che continuare a giustificare gli uomini per le loro abitudini e la loro mentalità genererà solo altre vite interrotte, distrutte, annientate e segnate.

Eppure i valori e i punti di riferimento sembrano ancorati ancora a un passato in cui le donne erano considerate esseri umani di serie b, oggetti appartenenti a un uomo, che fosse padre, marito o fratello. Così siamo ancora considerate, corpi, oggetti, campi su cui combattere guerre e agire conflitti, strumentalizzando le donne per altri fini. Nulla di più scontato se ci adoperano in chiave razzista e xenofoba, ci fanno diventare vessilli di cieche furie fasciste. Ma il nostro massacro continua, non si ferma, in un modo o nell’altro passa inosservato, se non deformato e riciclato in altra chiave. Si parla di noi solo in termini morbosi e voujeristici, con uno stile immutato dai giornali di cronaca nera degli anni ’50 e ’60.

In un paese in cui è tuttora considerato sano e normale abusare di una donna, secoli di cultura patriarcale e machista non possiamo scardinarli con la sola forza del pensiero. Se dopo le ondate degli scandali berlusconiani, ridotti a brandelli a distanza di una manciata di anni, se si vuole picconare e abbattere il pilastro della legge Merlin che punisce lo sfruttamento della prostituzione, evidentemente ci vuole molta più decisione e qualcosa va aggiustata se vogliamo seriamente contrastare questa deriva culturale.

Tutto è legato, strettamente interconnesso. Così non bastano le parole, non ce ne sono più. Un deserto attorno alle vite delle donne, strattonate ora di qua ora di là, utili alla bisogna, incelofanate in statistiche e in ricostruzioni deturpanti e che tolgono dignità, deumanizzate, incasellate e suddivise in categorie, svuotate e riempite di istanze da chi non ha mai ascoltato veramente le loro voci. Questo accade in questo putridume di paese, diviso, sezionato, mai risolto, mai educato, mai liberato da zavorre culturali altamente nocive. Contente saremo alla mercé dei programmi elettorali. E anche se le donne denunciano le violenze, come emerge dall’analisi della commissione d’inchiesta sul femminicidio, un quarto delle denunce viene archiviato e i casi di assoluzione dei violenti variano da regione a regione. Sanzioni blande per le molestie sul lavoro, la valutazione errata delle situazioni, la consuetudine a derubricare le violenze a conflitti familiari, l’ombra della Pas, i sistemi informativi che non parlano tra loro, una raccolta dati inefficiente e lacunosa. Anche la commissione auspica che i media abbandonino la spettacolarizzazione o certe derive in caso di violenza e di femminicidi. Ma con gli auspici non andiamo lontano se non c’è un sistema che penalizzi simili abitudini.

E forse la chiave per capire cosa veramente muove tutto e perpetua un certo status quo è nel potere.

Oggi come secoli fa, quando ci mandavano al rogo per «una competizione senza quartiere fra le Chiese cattolica e protestante per la suddivisione del mercato religioso».

Utili a muovere gli ingranaggi, oggi come ieri, le nostre vite, i nostri destini, i nostri sogni finiscono tutti sul rogo e sembra possibile torturare i nostri diritti perché, nonostante tante battaglie, è più facile e rapido tornare indietro e perdere di nuovo tutto. Per colpa di chi non ha mai voluto ascoltarci e considerarci per tutto l’universo complesso e variegato che siamo. Per colpa di chi ci ha usato e continua a farlo. Per colpa di chi prende e strappa. Per colpa di chi non fa mai domande e non incrina mai le buone e sante abitudini. Per colpa di chi sembra indifferente alla realtà che vivono le donne e vuole credere che tutto va bene. Per colpa di chi considera le donne e i loro diritti materiale da sfruttare politicamente ed elettoralmente. Non affannatevi, è una pantomima indegna che respingiamo al mittente. Se è necessaria una responsabilizzazione collettiva, è necessario che questa sia sincera, autentica, non posticcia, a corrente alternata, altrimenti i risultati saranno nulli, se non addirittura controproducenti. In anni di militanza ho imparato a riconoscervi.

Il clima asfittico italiano lo si denota anche dalle blande lettere scritte da attrici e da giornaliste in tema di molestie. è giunto il momento di parlare chiaramente di cosa accade nel mondo del giornalismo e dappertutto (perché nel 2015 non avete seguito la strada aperta da Olga Ricci, dove eravate?). Iniziamo a fare un vero #metoo con nomi, testate, storie e testimonianze.

È il momento del coraggio, della trasparenza: un varco che potrebbe chiudersi presto e che non va sprecato con metodi fumosi, tiepidi e vaghi. Le parole possono essere forti tanto da spaccare un muro di consuetudini, è il momento, un fenomeno cosmico raro da cogliere.

Il sistema per cambiare deve crollare e deve per prima osa incrinarsi il clima di omertà e impunità, deve iniziare a tremare e sentirsi in pericolo. L’estinzione parte da una denuncia forte e circostanziata.

Questo mondo ha bisogno di poesia e da questa lirica di Dale Zaccaria ricomincio a sperare, a ritrovare la fiducia. Credo che questa sia la sorellanza, arriva quando sei smarrita e ti spinge ad andare avanti. Grazie Dale.

Donna/per chi ti ha violato/per chi non ti ha amato/donna sincera/scogliera di mare/buia come la notte/forte come la luna piena/donna bambina/legata alle stelle/fatta di nuova terra/di nuova pelle/donna per tutta la vita/che nasci generando/che accendi sempre il mondo/donna amata/donna gettata sulla strada/madre sola/nuova luce/nuova memoria/donna che ti hanno creato e poi ti hanno ucciso/donna come la sabbia/ la porta il vento/nella storia di tutti/nella fine di un canto.

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Oltre le statistiche: le donne pretendono la giusta attenzione

olimpia zagnoli

Oltre le statistiche che vedono incrementarsi il numero delle donne occupate, occorre leggere a fondo per comprendere come e perché non è tutto oro quello che luccica. Al di là del metodo di computo degli occupati che lascia qualche perplessità sulla reale qualità e quantità di occupazione, da anni registriamo un numero enorme di “uscite volontarie”. Un report che registra periodicamente i genitori con bambini fino ai 3 anni che si dimettono, mostra un’emorragia silenziosa, che resta privata nonostante qualche cenno temporaneo sui giornali, nonostante il fenomeno sia conosciuto ma con un’attenzione a corrente alternata, perché quando si parla di stato di salute dell’occupazione femminile, si preferisce marginalizzare il dettaglio. Quasi trentamila donne, e questo è solo il numero della punta dell’iceberg, fanno questa scelta. Nella parte sommersa dell’iceberg restano coloro che vedono esaurirsi il contratto a termine senza che venga rinnovato, oppure coloro che sono costrette a lavorare senza un contratto e non hanno mai avuto diritti. Perché si sa che se vuoi lavorare, se devi lavorare accetti tutto, anche perdere tutele e garanzie. Eppure il lavoro è citato nel primo articolo della nostra Costituzione.

Non ne ho scritto per qualche giorno. Non avrei voluto scrivere, devo dire la verità. L’ho fatto ogni anno e quella relazione mi ricorda a che punto sono e perché. Parlo in prima persona, perché la formula impersonale in questo caso non avrebbe senso. Non c’è rammarico, solo la sensazione che poi di quelle donne nessuno si preoccuperà di seguirne le vite e i destini, nessuno cercherà di capire quanto una firma volontaria inciderà sul loro futuro e che corso prenderà la loro esistenza.

In Italia le dimissioni volontarie sono state 37.738. Secondo i dati dell’Ispettorato nazionale del lavoro che le convalida, nel 2016, le donne che si sono licenziate sono state 29.879. Tra le mamme, 5.261 sono i passaggi ad altra azienda, spesso con ruoli e mansioni elevate, mentre tutte le altre (24.618) hanno specificato motivazioni legate alla difficoltà di assistere il bambino (costi elevati e mancanza di nidi) o alla difficoltà di conciliare lavoro e famiglia. Per gli uomini la situazione è invertita, la maggior parte lascia il lavoro per passare ad altra azienda.

 

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Uno spazio tutto per sé. Prevenire la violenza attraverso progetti di empowerment femminile


Come preannunciato in questo articolo dal titolo Cosa cambia in Italia in tema di stereotipi  di genere e violenza vorrei parlarvi di una interessante modalità per arrivare ad essere vicini e al fianco delle donne, nel loro quotidiano, nei quartieri e nei luoghi in cui vivono, conoscendo le esperienze e le loro storie, comprendendo che i percorsi di ciascuna non sono assimilabili, sono differenti e che per questo occorre parlare un linguaggio e mettere in campo un’azione in grado di coinvolgere tutte davvero.

Dare il tempo giusto alle donne e non considerarle una massa unica, ma multiforme e per questo occorre lavorare in modo mirato, in punta di piedi, senza voler forzare nulla e senza giudicare.

Lo Spazio Donna è un progetto sperimentale di WeWorld Onlus, che avevo avuto modo di conoscere in primis a fine 2016, durante una seduta della commissione pari opportunità del Comune di Milano. In seguito avevo invitato a Baggio, il quartiere di Milano in cui abito, una referente di WeWorld, perché ci illustrasse questa ottima esperienza di empowerment delle donne.

Empowerment inteso come «“capacitazione” (Amartya Sen 2000, ndr), “mettere in grado di”, “rafforzamento”, “potenziamento”, “responsabilizzazione” e “consapevolezza”».

‘aver coinvolto soggetti associativi già operanti sul territorio è a mio avviso una scelta importantissima e per niente scontata, che dimostra la volontà di operare da vicino nelle realtà che le donne vivono, accompagnandole in un percorso di emancipazione e di presa di coscienza del proprio valore.

I partner capofila che hanno progettato e gestito gli Spazi Donna in collaborazione con WeWorld rappresentano realtà associative presenti nei territori interessati, caratterizzate da una pluriennale esperienza nel campo della prevenzione e cura della violenza contro le donne, la lotta al degrado e la promozione dell’inclusione sociale.

• Spazio Donna di Roma, in partnership con Be Free soc.cop.sociale, nel quartiere di San Basilio,
• 2 Spazi Donna a Napoli, in partnership con la Cooperativa Sociale “Obiettivo Uomo” Onlus nei quartieri di Scampia e San Lorenzo,
• 2 Spazi Donna a Palermo, in partnership con l’Associazione Per Esempio nei quartieri di Borgo Vecchio e San Filippo Neri (Zen 2).

Attorno a questi soggetti si è costituita una rete di stakeholder ovvero di soggetti interessati e “utili” al raggiungimento degli obiettivi (i Servizi sociali dei Comuni/Municipi, le scuole, le forze dell’ordine nelle varie articolazioni a seconda dei territori, i Tribunali dei minori, le Prefetture, le ASL e i loro consultori/ambulatori, i Centri antiviolenza, le Parrocchie ed altri enti del Terzo settore e del No profit impegnati negli stessi quartieri), in gran parte già attiva sul territorio, che attraverso gli Spazi Donna si è potuta rafforzare nel suo ruolo di coordinamento e di indirizzamento delle donne ai servizi pertinenti.

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La gogna social, l’abitudine a non verificare e le soluzioni a istanze reali che non arrivano


Non avrei voluto tornare sul tema, perché dare visibilità a quanto sta accadendo significa attribuirgli un valore di qualche tipo. Ci torno dopo questo articolo, perché nel frattempo la situazione si è evoluta e aggravata. Perché l’asticella d’odio e violenza si è notevolmente alzata. Quindi interrogarsi su questo è necessario, tanto quanto allargare lo sguardo verso altre questioni.

 

Un’operazione fondata sulla pubblicazione di post e commenti veri o meno, poco importa. Verificarne l’autenticità è una ipotesi remota e poi perché farlo se fanno ridere, tanto basta. Ciò che importa è partecipare alla messinscena, come a teatro o meglio come quando si andava ad assistere agli spettacoli nell’arena romana. Screenshot da dare in pasto al pubblico dell’arena e suscitare ogni più viscerale reazione, cori di ogni genere, tutto va bene, nulla va sprecato, uno sport tipico del web, a cui i social si prestano a meraviglia. Un meccanismo che a volte può prendere pieghe molto pericolose.

Mi sono chiesta cosa genera tutto questo movimento e sollecitudine nel difendere ciò che il distruggitore ha generato, creato, messo in scena, a mio avviso molto ben consapevolmente.

Sapete perché piace? Perché così ci si può sentire superiori e migliori, dire che mai e poi mai si farà così, come le “pancine”. Giudicare e sentirsi a posto.

Io non lucrerei e non giocherei con tanta leggerezza con le vite altrui. Così come fa la cosiddetta tv del dolore. Ci deve essere un limite e se non ce lo sappiamo dare i risultati sono sotto gli occhi di tutti.

Un tassello ulteriore su cui riflettere: l’azione di cyberbullismo messa in atto contro Donatella Caione, con uno sciame di seguaci ciechi pronti a scrivere roba di ogni tipo per difendere il loro guru, completa un quadro pessimo. Non conosciamo il web, i social e ciò che sono in grado di generare e scatenare, prendiamo per oro colato tutto e poi siamo pronti a farci strumentalizzare e a generalizzare, ingigantendo fenomeni reali, perdendo il rispetto delle regole civili di confronto. A dimostrazione dell’irrazionale reazione che può essere scatenata: nella foga di scagliarsi contro Donatella, alcune hanno frainteso le sue parole e hanno creduto che fosse contro la fecondazione artificiale, nonostante i suoi anni di battaglie per demolire quella schifezza di legge 40. Questo è Facebook, questo è ciò che ha prodotto il distruggitore.

Il lavoro da mettere in campo per le donne è ben di diverso tipo e Donatella Caione lo fa da anni egregiamente.

Per quanto mi riguarda, per cambiare la realtà, io non derido nessuno, faccio informazione e cerco di combattere l’ignoranza, le superstizioni, le visioni retrograde in altro modo. Ho gli occhi ben più che aperti e proprio per questo uso strumenti diversi. Non è suscitando ilarità e gettando in pasto al pubblico ludibrio certe cose, magari manipolate e ingigantite che si cambia. Si cambia se pretendiamo che ci sia più informazione seria e si educhino e si supportino donne e uomini adeguatamente in tema di genitorialità, sessualità come in ogni altro campo. Ma in questo abbiamo bisogno delle istituzioni, perché c’è un vuoto da colmare e occorre un’azione sistemica e permanente.

Se il problema “pancine” esiste, occorre verificarne la dimensione, le caratteristiche e la diffusione reali, le radici multiformi e piuttosto adoperarsi per aiutare le donne, sgombrare il campo da ignoranza, superstizioni, credenze, stimolare azioni di empowerment e superamento di stereotipi. Tutte cose ben diverse dall’effetto del distruggitore, che generalizzando e facendo una narrazione macchiettistica delle donne non opera certo in loro favore. Quindi anziché fare finta di svegliarsi oggi di fronte ai problemi, forse sarebbe meglio conoscere la realtà e rimanere ancorati ad essa, senza creare scannatoi virtuali, ancora una volta moltiplicatori di astio e violenza e stereotipi misogini. Mancano i servizi che supportino le donne in fasi delicate e difficili, di solitudine di fronte a circostanze nuove della vita, a situazioni inaspettate. Occorre capire di cosa le donne hanno veramente bisogno, perché ci sono cortocircuiti e passaggi di informazioni che non funzionano, perché di questo si tratta. Dovremmo occuparci seriamente delle donne: non ho nessuna intenzione di sottovalutare o ridicolizzare i loro vissuti, le loro paure, le loro richieste di aiuto, perché anche di questo stiamo parlando. Occorre richiamare ciascuno alle proprie responsabilità, cosa che con una gogna pubblica difficilmente avverrà.

Il rischio di generalizzazioni contro una categoria, oggi le “pancine”, domani chissà, è fortissimo. Si presume che ci sia un gruppo omogeneo, poi si pensa che sia tutto in balia degli ormoni, e questo non mi può non far pensare al termine isteria e alla sua etimologia. Un secolare metodo per stigmatizzare le donne e giustificare la loro inferiorità. L’azione di lapidazione in pubblica piazza fa parte del rito. Parteciparvi significa replicare e legittimare metodi ancestrali, di purificazione e di colpevolizzazione delle donne. Compiacersi di essere migliori, di essere immuni, di non essere “contaminati” dalla ciò che queste donne esprimono. Perché il tiro al bersaglio ci rigenera e ci dona il siparietto per ridere un po’. Deridere e irridere direi. Roba di pancia, che di certo non eleva (ma gli permette di esprimere opinioni in gran quantità) coloro che partecipano alla fiera messa in piedi dal distruggitore per dileggiare oggi un gruppo e domani un altro, a seconda del filone che più attira click e popolarità. Siamo dentro a questo macchinario postmoderno.

Andiamo a esaminare il fenomeno reale, lavoriamo sulla condizione femminile reale, se ci sono modalità per aiutare le donne, non alimentiamo pregiudizi. Pensiamo davvero che sia sufficiente dileggiare le donne e i loro commenti per risolvere un problema sociale che nessuno vuole conoscere a fondo, perché gli basta vedere un suo ologramma ritoccato e farlocco e riderci sopra? Quanto è lecito e sano fare “ironia”, ammesso che si possa chiamare così, sulla pelle delle donne e sentirsi a posto così, perché il mostro lo teniamo lontano da noi, per non vedere il mostro che è in noi? Per non parlare di chi definisce “satira” l’operazione del distruggitore, forse è bene imparare a usare a proposito le parole.

Il fuoco purificatore, la pulizia da queste sacche di ignoranza o altro, il rogo mediatico di queste donne, un blocco unitario, omogeneo da cancellare perché inquina la comunità dei “migliori”. Catarsi collettiva attraverso un falso rimedio, a mio avviso un modo molto arcaico, reazionario e inefficace di affrontare i problemi reali. Soprattutto si generano muri, guerre intestine tra donne, superficiali etichette e gabbie, senza andare mai a fondo, sempre planando con un fare inquisitorio. Senza andare mai alla radice del perché.

Vogliamo cercare di risolvere il problema di donne che dovrebbero essere aiutate, informate, educate adeguatamente, anziché essere solo oggetto di pubblico ludibrio? Se manca una educazione adeguata, servizi di supporto, accesso agli strumenti contraccettivi, vogliamo occuparcene oppure ci basterà inveire su degli screenshot di dubbia provenienza? Vogliamo parlare di solitudine e di tentativi di affrontare la maternità senza avere mai avuto gli strumenti adeguati? Vogliamo interrogarci sui motivi a monte di quanto le donne, dileggiate dal distruggitore, ci stanno comunicando? Vogliamo rispondere alle istanze reali delle donne italiane che vengono lasciate indietro e se va bene tirate fuori sotto elezioni? Vogliamo comprendere le pressioni e i ruoli indotti? Vogliamo soffermarci su una società che pretende e prescrive modelli di donne e sulle ricadute che queste aspettative possono produrre? Vogliamo restare ancorati a un primitivo lancio di pietre o lavorare per migliorare la condizione delle donne? Vogliamo parlare di cosa c’è che non funziona nelle nostre comunità se queste donne devono ricorrere al web e non hanno punti di riferimento sul territorio, in cui incontrarsi e organizzare azioni di mutuo aiuto? Ne parlavo anche qui, le soluzioni ci sono, basta implementarle. Parliamo di questioni reali e urgenti, che restano oscurate, nascoste, ben in ombra con ciò che il distruggitore ha messo in piedi.

Mi spiegate qual è l’azione positiva e di sensibilizzazione, di cambiamento della società che il distruggitore opera, attraverso questa fiera pubblica delle mamme messe alla gogna? Occorre riflettere a proposito dell’operazione atta a costruire un mostro dalla fisionomia e dalle dimensioni create ad arte a tavolino, un bersaglio, uno sfogatoio e farci business per vendere se stesso e avere visibilità. Non c’è alcuna verifica, si danno in pasto conversazioni che possono benissimo essere fittizie, si spaccia per informazione e spaccato sociologico ciò che non è. Un’azione manipolatoria e denigratoria delle vite delle donne, l’ennesima, un dileggio discriminatorio e cieco, che non fa altro che alimentare un immaginario e uno stereotipo ben preciso, il tutto messo in campo da un uomo, come lo definite? E lo stigma permane e si diffonde. Buon pasto.

 

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A proposito di pericolose generalizzazioni stereotipate

 


In questo paese oscilliamo da un lato tra la santificazione/venerazione della maternità, con tanto di dipartimento mamme e di bonus ad hoc, e dall’altro con attacchi più o meno velati alle donne, in generale, ma ultimamente anche alle neomamme o mamme.

Non c’è un equilibrio. Non c’è un quadro realistico. Non c’è un approccio serio e non stereotipato. Non c’è separazione tra realtà e finzione che deforma e strumentalizza tutto, in funzione di un discredito generalizzato intriso di odio e pregiudizio.

C’è chi mette in piedi una campagna di vero e proprio odio e dileggio contro le neomamme, creando addirittura una categoria specifica, tutta omogenea e tutta uguale, in balia di quella “isteria” che da sempre ci è stata appiccicata addosso. “Pancine” alla sbarra delle imputate, deumanizzate e diventate parte di corpi, nell’immaginario di questo personaggio del Web che tutto distrugge e che alimenta una, l’ennesima, mistificazione della rete. Per certi surfisti della rete che costruiscono e alimentano queste barricate, le neomamme diventano uno dei tanti bersagli, in un misto di dileggio e di misoginia. Le neomamme diventano una massa informe, un cluster, una categoria di soggetti ignoranti, gretti, superstiziosi, in balia di ormoni e di una natura che le porta a essere normalmente, biologicamente instabili, credulone, inaffidabili, in definitiva inferiori. Esattamente come storicamente ci hanno dipinte per secoli. Come se Simone de Beauvoir non fosse mai esistita e non avesse mai scritto nulla in merito. Come se anni di femminismo fossero passati invano.

Ed ecco che una delle tante gogne generate dai social e dal Web diventa uno strumento per tornare indietro, a quel ferro da stiro, a quella dimensione unicamente domestica, a quella monocapacità riproduttiva, a quel grembiule. Donne che diventano oggetti e alle quali facilmente si possono associare falsi stereotipi che però quasi tutti sono disposti a ritenere veri e rappresentativi di tutte le donne, perché “si sa che è così”. Su questo ritenere le donne assoggettabili ad un unico calderone di idee, pensieri e comportamenti si è fondata nei secoli la società patriarcale. Su queste costruzioni e ricostruzioni maschili del mondo delle donne si sono rette le discriminazioni e i pregiudizi che ci hanno affossate. Su questi temi tanta strada è stata fatta, a livello teorico e pratico, per smontare queste impalcature di frottole ai nostri danni. Eppure ciclicamente ritornano. Ritornano a dimostrazione che non possiamo abbassare la guardia e soprattutto dobbiamo creare un clima di solidarietà femminile che sappia abbattere questi tentativi. Purtroppo questo non c’è, o non è ancora diffuso. Non è una cosa semplice ma concordo con le analisi di Donatella Caione, editora di Matilda Editrice e con una esperienza consolidata alle spalle dalla parte delle donne e delle mamme, sulla pericolosità di “screditare una intera categoria, quella delle giovani mamme, e indirettamente le donne. E ovviamente non manca la violenza verbale di chi commenta le videate, violenza verbale sempre presente quando si parla di donne.”

Vi invito a leggere tutte le considerazioni (anche qui e qui) di Donatella, perché aiutano a smascherare l’operazione in atto.

 

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La necessità di colmare i gap di genere


Di report in report, la fotografia che emerge in tema di eguaglianza di genere e di riduzione delle distanze in ogni ambito tra uomini e donne non è rassicurante. Il traguardo sembra allontanarsi, vediamo perché.

 

Il Global Gender Gap Index è stato introdotto per la prima volta dal Forum Economico Mondiale nel 2006 con l’intento di fornire un quadro sulle diseguaglianze basate sul genere e monitorare il loro progresso nel tempo. L’edizione di quest’anno mette a confronto 144 paesi, valutando il divario tra donne e uomini su salute, istruzione e gli indicatori economici e politici. Si prefigge di capire se i Paesi stiano distribuendo le loro risorse e opportunità equamente tra donne e uomini, indipendentemente dai loro livelli di reddito complessivi. Il rapporto misura le dimensioni del divario di disuguaglianza di genere in quattro settori:

– Partecipazione economica e opportunità – stipendi, partecipazione e leadership

– Istruzione – accesso ai livelli di istruzione di base e superiore

– Empowerment politico – rappresentanza nelle strutture decisionali

– Salute e sopravvivenza – aspettativa di vita e rapporto tra il numero di maschi e il numero di femmine di una popolazione

I punteggi dell’indice possono essere interpretati come la percentuale del divario colmato tra donne e uomini, consentendo ai paesi di confrontare le loro prestazioni attuali rispetto alla loro performance passata. Inoltre, le classifiche consentono confronti tra paesi.

Il Wef misura le disparità uomo-donna e quindi la distanza, le differenze in ciascuna area di analisi tra condizione femminile e maschile.

Le classifiche sono progettate per creare una consapevolezza globale sulle sfide poste dalle differenze di genere e dalle opportunità create dalla riduzione dei gap. Questo report nasce come base per progettare misure efficaci per ridurre queste disparità di genere.

Saadia Zahidi of the WEF said gender equality was ‘both a moral and economic imperative’.

Com’è la situazione generale quest’anno?

“A bad year in a good decade: the World Economic Forum Global Gender Gap Report 2017 finds the parity gap across health, education, politics and the workplace widening for the first time since records began in 2006.”

Non proprio un anno d’oro, visto che per la prima volta dal 2006 la forbice si allarga in tutte le dimensioni oggetto del report. In passato, seppur i miglioramenti siano sempre stati lenti, i progressi non erano mai mancati. Vediamo nel dettaglio perché c’è stato un arretramento e dove è stato più consistente.

Il divario globale di genere potrà essere colmato esattamente in 100 anni, rispetto agli 83 anni previsti lo scorso anno. Le differenze di genere più considerevoli restano nelle sfere economiche e della salute. Per cancellare il divario economico di genere ci vorranno 217 anni. Ciò rappresenta un’inversione del progresso ed è il valore più basso misurato dall’Indice dal 2008.

 

Pur registrando una riduzione del gap di genere rispetto a 11 anni fa, occorre non smettere di investire per accelerare il progresso. Allo stato attuale del progresso, il gap globale in termini di genere può essere chiuso in 61 anni in Europa occidentale, 62 anni in Asia meridionale, 79 anni in America Latina e nei Caraibi, 102 anni in Africa subsahariana, 128 anni in Europa orientale e l’Asia centrale, 157 anni in Medio Oriente e Nord Africa, 161 anni in Asia orientale e nel Pacifico e 168 anni in Nord America.

Alcuni paesi, tra cui Francia e Canada, l’anno scorso hanno fatto grandi passi in avanti verso la parità. L’Islanda rimane il paese con la migliore condizione di parità tra i generi.

Una varietà di modelli e di studi empirici hanno suggerito che migliorare la parità di genere può determinare significative ricadute in termini economici, che variano a seconda della situazione delle diverse economie e delle sfide specifiche che devono affrontare.

 

Le ricadute economiche della parità

Vari studi hanno suggerito che migliorare la parità di genere può determinare significativi dividendi economici, che variano a seconda della situazione delle diverse economie e delle sfide specifiche che devono affrontare. Notevoli stime recenti suggeriscono che la parità di genere economica potrebbe aggiungere un ulteriore 250 miliardi di dollari al PIL del Regno Unito, 1.750 miliardi di dollari rispetto a quelli degli Stati Uniti, 550 miliardi di dollari per il Giappone, 320 miliardi di dollari per la Francia e 310 miliardi di dollari al PIL della Germania.

Altre stime recenti suggeriscono che la Cina potrebbe vedere un aumento di PIL da 2,5 trilioni di dollari dalla parità di genere e che il mondo nel suo complesso potrebbe aumentare il PIL globale di 5,3 trilioni di dollari entro il 2025 se chiudesse il divario di genere nella partecipazione economica del 25% nello stesso periodo.

La questione della parità si rileva anche a livello industriale e aziendale, con segregazioni di genere: secondo una ricerca in collaborazione con LinkedIn, emerge che gli uomini sono sotto-rappresentati nell’istruzione, nella salute e nel benessere, mentre le donne sono sotto-rappresentate nell’ingegneria, nella produzione e nella costruzione, nell’informazione, nella comunicazione e nella tecnologia. Tale segmentazione per genere si traduce nel fatto che ogni settore perde i vantaggi potenziali di una maggiore diversità di genere: maggiore innovazione, creatività e ritorni. Esistono poi differenze significative quando si parla di posizioni di leadership, con un vantaggio degli uomini ancora molto rilevante. Di conseguenza, non basta concentrarsi sulla correzione degli squilibri nell’istruzione e nella formazione; il cambiamento è necessario anche all’interno delle aziende.

E l’Italia come si classifica?

Direi che per capire le ragioni del fatto che quest’anno siamo precipitate all’82ma posizione, possiamo leggere a pagina 25 del report. Il divario di trattamento tra donne e uomini nel nostro Paese torna, per la prima volta dal 2014, a superare il 30%.

“Italy (82) sees a drop in wage equality for similar work and women in ministerial roles, and widens its gender gap to more than 30% for the first time since 2014.”

 

Italy

Nero su bianco, in barba a tutti quelli che sostengono che ormai donne e uomini sono quasi alla pari nel mondo del lavoro. I dati occupazionali forse possono dare l’occupazione femminile in crescita, ma a queste condizioni, restando sempre all’89mo posto per partecipazione al mondo del lavoro.

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Uguaglianza di genere: qual è la situazione nell’Europa dei 28 Stati?


Qual è l’andamento dell’eguaglianza uomo-donna nell’Europa dei 28 Stati? Ce lo racconta il nuovo Gender Equality Index, l’indice pubblicato dall’EIGE, l’agenzia dell’Unione europea che si occupa di uguaglianza tra uomini e donne.

La graduatoria è divisa in sei macro domini e fotografa la situazione in ogni singolo paese in tema di uguaglianza su lavoro, soldi, istruzione, tempo, salute e potere.

Il progresso verso l’uguaglianza di genere nell’UE rimane lento. Il punteggio dell’Indice di uguaglianza di genere nel 2015 giunge a 66,2 su 100, mostrando la necessità di un maggiore miglioramento in tutti gli Stati membri. Questo è un miglioramento relativamente piccolo dal 2005 quando l’Indice era pari a 62,0 punti.

La classifica generale vede in cima Svezia, Danimarca e Finlandia, con la Francia al quinto posto dopo l’Olanda.


 

Tra i sei domini dell’indice, il maggior miglioramento si riscontra in quello del potere, mentre le disuguaglianze di genere nel dominio del tempo sono cresciute.


 

Il recente passato ha registrato uno sviluppo positivo verso l’uguaglianza di genere. I maggiori miglioramenti sono stati notati in Italia e Cipro.
La situazione resta stabile nella Repubblica Ceca, in Slovacchia e Regno Unito, mentre c’è stato un arretramento di un paio di paesi (Finlandia, Paesi Bassi).

Il dominio del lavoro occupa il terzo posto nella classifica dei punteggi dell’Indice di uguaglianza di genere, anche se i progressi in questo settore sono stati molto lenti (aumento di 1,5 punti negli ultimi 10 anni).
Il divario di genere nell’occupazione FTE arriva fino ai 16 punti percentuali, che riflette una partecipazione complessiva inferiore delle donne nel mercato del lavoro e una maggiore quota di part-time. La partecipazione di donne con scarso livello di istruzione è solo la metà del tasso di partecipazione di uomini poco qualificati e queste categorie di donne sono ad alto rischio disoccupazione di lunga durata e di avere una occupazione precaria.

La partecipazione all’occupazione è anche limitata per le donne con bambini, indipendentemente dal fatto che vivano con un partner o crescano da sole i figli.

Il basso tasso di partecipazione delle donne al mercato del lavoro è un ostacolo al raggiungimento dell’obiettivo Europa 2020 di un impiego del 75%.

Allo stesso tempo ci sono nuove opportunità che derivano da alcune iniziative politiche, come il Pilastro europeo dei diritti sociali (ne parlavo anche qui) che ha posto l’uguaglianza di genere come uno dei suoi principi fondamentali. I risultati dell’Indice di uguaglianza di genere 2017 sottolineano la necessità di integrare l’uguaglianza di genere in tutte le aree del Pilastro, compreso il supporto attivo all’occupazione, un’occupazione sicura e flessibile, con salari equi e un equilibrio tra lavoro e vita.

A tal proposito è interessante la nuova iniziativa sul work-life balance della Commissione europea, con nuovi standard per congedi e permessi di cura: l’iniziativa New Start mira a permettere a genitori e ad altre persone con responsabilità di cura di bilanciare meglio vita e lavoro e migliorare la condivisione dei compiti tra uomini e donne. Appena un uomo su tre cucina e svolge lavori domestici quotidianamente, a differenza della grande maggioranza delle donne (79 %).

Occorre lavorare per ridurre la segregazione di genere in alcuni settori del mercato del lavoro come nell’istruzione.

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Lettera aperta alla Direttrice generale di Confindustria Marcella Panucci

Siamo rimaste esterrefatte da quanto andato in onda lo scorso 28 settembre nel corso della trasmissione radiofonica La Zanzara condotta da Giuseppe Cruciani, su Radio24 del Gruppo 24 ORE, le cui quote di maggioranza sono detenute da Confindustria. Fa specie che nel 2017 si debbano ascoltare certe esternazioni in libertà, visto che dal minuto 72:43 ci viene somministrata una conversazione che è un vero e proprio vilipendio della dignità delle donne. Tra Cruciani e Sgarbi si svolge uno scambio di battute davvero inascoltabile, condito dai più triti stereotipi sessisti, volgari, di un comune becerume maschilista.

Le donne ridotte ad oggetti sessuali, come se facessero parte di un servizio dovuto all’uomo. Si parla di “figa”, si badi bene sempre un pezzo di donna, ma non l’intero essere umano, non sia mai considerare le donne in quanto esseri umani al 100%. Cruciani chiede a un tratto: “Com’è la figa siciliana?”. Sgarbi risponde, naturalmente non facendosi scrupoli di sorta e non tirandosi indietro: “Nessuna figa è migliore di quella siciliana…”, via via dilungandosi sulla differenza tra napoletane e siciliane, con chiusa su depilazione sì/depilazione no.
Questo pezzo di donna per i due sodali diviene un ottimo passatempo tra un impegno politico e l’altro in Sicilia. Non si fermano nemmeno di fronte al tentativo di David Parenzo di stoppare nel prosieguo questo turpiloquio, facendo notare che “non è proprio tema da campagna elettorale”. La donna, mai persona, ma parte anatomica, oggetto di piacere val bene una maggiore audience.
Ad aggravare lo scempio verbale è la circostanza che la trasmissione vada in onda dalle 18:30, quindi in una fascia accessibile a tutti, anche ai minori. Radio 24 intende forse educare in questo modo anche i futuri uomini a come “trattare” la materia? Se sì vuol dire che dai tempi dell’avanspettacolo non abbiamo fatto molta strada, certi immaginari, un certo pensiero, una certa subcultura vengono tuttora tramandati, con le medesime forme e il medesimo svilimento delle donne. Non ci stiamo ad assistere a questo libero sfogo di machismo e di sessismo.
Non ci stiamo a veder ridotte le donne a parti sessuali da usare all’occorrenza. Chiediamo che si prendano provvedimenti e si rispettino i diritti delle donne. Questo schiacciare il pedale dell’acceleratore sull’oggettivazione delle donne è un atto indegno che ci auguriamo la direzione della radio e della testata e, soprattutto, la proprietà vorranno sanzionare, richiamando autori e conduttore al riguardo. E pretendendo che sia applicato un pieno ed incondizionato rispetto della dignità delle donne, sempre.
Pubblicato anche su Noi Donne
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Non perdiamo la bussola

@Firuz Kutal

Auspico che di fronte alla violenza contro le donne si riesca a mantenere un atteggiamento scevro da pregiudizi, intenti fuorvianti, spostamenti di significato e di focus.

Le vicende di stupri commessi da stranieri ci dovrebbero aiutare a capire la trasversalità della sub-cultura dello stupro e della violenza. Ci aiutano a capire che la violenza contro le donne è un fenomeno che appartiene a tutte le culture. Uomini di ogni censo, titolo di studio e nazionalità, con un unico denominatore comune: la cultura patriarcale, con la visione della donna che porta con sé.

Lo stupro alle donne piace” è un’affermazione frutto di una mentalità purtroppo molto diffusa, tipica di un modello machista patriarcale che tutto può sui corpi delle donne, deumanizzate e oggettivizzate. Questa mentalità la troviamo dappertutto, basta leggere i commenti su certi gruppi MRA (men’s rights activism) o quello che scrivono alla presidente Boldrini. Basta ricordare certi epiteti e attacchi ricevuti come attiviste femministe.
Gli stupri di gruppo purtroppo non sono rari, dal massacro del Circeo fino al caso di Fortezza da Basso, con la sentenza che seguì, di cui parlai qui.

Questo tipo di sub-cultura si annida dappertutto, si tramanda identica nei secoli, anche grazie agli stereotipi, luoghi comuni introiettati da noi donne. Il “se l’è cercata” ancora molto diffuso, suggerisce una corresponsabilità delle donne, una dolorosa rivittimizzazione di chi subisce violenza. Abbiamo ancora molta strada da fare.

La sub-cultura alla base di simili comportamenti appartiene a un modello di società che fa fatica a rimuovere discriminazioni fondate sul genere e che sottovaluta i segnali, salvo poi cavalcarli in funzione razzista e populista. Oppure come ultimamente accade per colpire organizzazioni umanitarie e che cercano di fare inclusione e integrazione.

Certi episodi evidenziano bene cosa c’è alla base della violenza e come ci siano degli elementi comuni tra tutti coloro che la commettono. Non è che il patriarcato e il maschilismo siano roba tipica solo di alcuni paesi e altrove non ve ne sono tracce. La violenza commessa non è roba estranea all’uomo, anche chiamarli animali sposta altrove l’attenzione e le responsabilità. Questi sono esseri umani al 100% portatori di una sub-cultura per cui la violenza contro le donne è una cosa normale e legittimata nei secoli. Sono uomini comuni, vicini di casa, amici, partner, familiari. Parlare di bestie significa spostare il focus e la realtà. Lo stesso quando si parla di “follia” alludendo a patologie psichiatriche, ci si allontana dall’idea che la violenza ha radici molto più comuni e non necessariamente patologiche, quasi a voler giustificare i suoi atti.

La violenza non dovrebbe avere mai alibi e giustificazioni, un uomo deve imparare a capire che la donna non è un oggetto alla sua mercé.

Non permettiamo che la violenza contro le donne sia strumentalizzata per altri fini e si finisca col perdere la matrice della violenza contro le donne, basata sulla differenza di genere.

Un NO è un NO. Chiunque commetta violenza non si deve sentire legittimato o restare impunito, pensando di trovare scorciatoie e riduzioni di pena.

Iniziamo a cambiare la cultura insieme e lavoriamo su una giustizia piena e certa. Ma soprattutto non lasciamo sole le donne che subiscono violenza.


La violenza di genere è una violazione dei diritti umani e una forma di discriminazione contro le donne che comprende tutti gli atti di violenza fondati sul genere che provocano o sono suscettibili di provocare danni o sofferenze di natura fisica, sessuale, psicologica o economica – comprese le minacce di compiere tali atti – la coercizione o la privazione arbitraria della libertà, sia nella vita pubblica, che nella vita privata.

(Convenzione di Istanbul, 2011)


Avevo pubblicato questo post inizialmente solo sul mio profilo Facebook. Trovo opportuno non perderlo nel flusso dei social e renderlo disponibile anche nel mio blog.

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Non è solo una questione di forma. Dove sono le donne?

 

Ci ho messo qualche giorno, il tempo di ascoltare e riflettere. Ne è risultata una fotografia interessante del nostro Paese. Spero che avrete la pazienza di arrivare sino in fondo a questo articolo.

Meeting di Comunione e Liberazione 2017. Titolo dell’incontro del 22 agosto: “La Polis al centro della politica”. Una polis rappresentata a metà. Basta uno sguardo d’insieme per capire quanto ascoltano e si confrontano con le donne. Dispiace che nessuno si sia premurato di guardarsi attorno, chiedendosi se non fosse più opportuno ampliare e aprire il tavolo alle donne, invitandone e cercandone almeno una. Non è solo questione di forma, ma di sostanza che nutre certe iniziative e le rende credibili. Avrebbe integrato un gruppo tutto al maschile e fornito finalmente un messaggio diverso. Non è per sterile polemica, è che proprio non ce la faccio più a vedere questi quadretti. Autosufficienza.


Questo è l’impatto di un parterre tutto maschile. Ma scendiamo nel dettaglio.

In apertura il giornalista Giorgio Giovannetti delinea questo quadro: “perdite di 140.000 cittadini ogni anno, con un incremento degli italiani che si trasferiscono all’estero (102.000 nel 2015). I giovani a Roma, Milano, Torino tra i 18 e i 34 anni che vivono a casa dei genitori sono il 92,6% della popolazione. Nel 2030 secondo i demografi ci saranno più abitanti +1,5%, ma si registrerà una diminuzione del 5,6% degli italiani, mentre l’incremento degli stranieri sarà dell’81,1%. L’immagine dell’Italia non sarà quella di oggi. Il Censis parlava di recente di un Paese senza futuro.”

Poi interviene il sindaco di Firenze Dario Nardella, che esordisce parlando di gap generazionale elevato e di sostenibilità del sistema. L’obiettivo è evidenziare le politiche dei comuni per invertire questa tendenza e migliorare la sostenibilità di questi processi demografici.
Come possiamo essere tranquilli, sereni, tracciare una strada certa nell’affrontare le questioni dell’immigrazione, se non abbiamo una strategia chiara sulla natalità e su come oggi giovani coppie possano trovare luoghi, strumenti, condizioni ideali per poter costruire delle famiglie, diventa tutto sballato, finiamo con l’affrontare da una prospettiva completamente scorretta, o comunque limitata questioni che viviamo come un’emergenza addosso a noi come ad esempio l’immigrazione.”

A questo punto mi domando, la questione natalità a quali obiettivi e a quali preoccupazioni risponde? Aiutatemi a capire, sinceramente cosa è che diventa “sballato”? Il computo italiani vs stranieri?

Poi si parla di: social housing (che dal mio punto di vista ha i suoi pregi ma anche i suoi limiti, se si pensa che dipende dal contesto e dai costi abitativi non sempre così “calmierati”) e di gratuità delle scuole materne comunali, senza rette o tasse di iscrizione. “Una scelta chiara. Riguarda tutto il paese, sintonia tra amministratori delle città, deve portare a cambiare quel numero 1,34 bambini per donna, che significa che noi non abbiamo un futuro. Un punto economico, organizzativo, normativo di un sistema che non sostiene le donne come lavoratrici, come mogli, come madri. Ma c’è anche una questione culturale di un Paese che ha smesso di sperare di avere fiducia, di guardare al tema dell’eredità (il tema generale del Meeting 2017 è “Quello che tu erediti dai tuoi padri, riguadagnatelo, per possederlo”).

Tutto ruota intorno alla figura del padre, che trasmette beni e cultura alle generazioni successive. La madre è un fantasma nella storia dell’umanità, eppure anche lei trasmette. Nasconderlo è non riconoscere il contributo femminile, ma ci sta, siamo in un meeting di CL. Meno normale è che nessuno colmi il buco.

“Se tu oggi ricevi una eredità il problema è come la passi alle nuove generazioni, più bella, più importante, ricca.” Il focus è sul delta generazionale. Basta andare nelle scuole per verificare quanto sia reale la dimensione degli stranieri nelle nostre città, o governiamo questi processi o finiremo per subirli. E quando li subiamo nascono gli estremismi, l’odio e l’indifferenza, lo scontro, l’incomprensione. Un grande paese come il nostro deve essere capace di costruire un futuro, deve coltivare l’orgoglio di un progetto di vita, anche di politica generativa.”
La bellezza della famiglia e dei legami familiari, personali, la necessità di incrementare la fiducia nelle relazioni interpersonali, contesto ideale per la nascita e la crescita della famiglia. Nardella è preoccupato dell’incremento dei divorzi, dell’idea di libertà dalle responsabilità, di una società materialista e individualista.

Matteo Ricci, sindaco di Pesaro esordisce: “la paura, finché questo paese continuerà ad essere impaurito, i figli non si fanno. I modelli familiari sono cambiati, ma l’elemento della paura è centrale, un elemento che non è reale. Ci sono stati passaggi più difficili, economicamente, ma era diversa la fiducia. La paura va superata se vogliamo risolvere il calo demografico. Se noi continuiamo a descrivere questo paese come un paese che non ce la farà mai che messaggio di speranza e di fiducia diamo ai nostri figli, ai nostri giovani? Non vuol dire non vedere la realtà. Vuol dire che quel problema si può superare, che il domani potrà essere meglio dell’oggi”.

E qui mi vien da domandare se davvero sia solo un problema di racconto e di narrazione. In pratica dobbiamo raccontare il paese che non c’è? Così si torna a sperare? Ma davvero?

“Rincorrere la rabbia produce paura. Soffiare sulla rabbia produce violenza”.
Il secondo nodo da sciogliere, prima dei servizi, è il lavoro. Le difficoltà a immaginare il futuro dipende dal lavoro. Abbiamo deciso di sostenere la volontà di fare impresa, zero tassazione per i primi 3 anni”.

Giorgio Gori, sindaco di Bergamo, presenta la situazione del 2016: 875 nati, 1.352 morti. Saldo demografico positivo grazie alle 4.668 persone immigrate, non tutti stranieri, la città ricomincia a crescere e a essere attrattiva.
“La famiglia classica padre, madre, figli: 36% del totale. Il 64% è composto da 1 o due persone. A Milano un nucleo familiare su due è composto da una sola persona. Le coppie si consolidano verso i 40 anni ed è alto il tasso di separazione. Questa fotografia ci racconta un’Italia in deficit di speranza. Creare comunità con un clima di fiducia che permetta la costruzione di nuclei familiari. Evidenzia il fatto che “chi ha una vita familiare e che ha dei figli, non è capace di raccontare questa scelta nella sua positività. Per noi che abbiamo questa fortuna è una grande felicità, dobbiamo raccontarlo e non lo stiamo facendo”. In pratica, si consiglia di raccontare quanto è bello “tenere famiglia”.
“Si è diffusa una idea di libertà nella sua dimensione individuale, fare figli è una fatica, un impedimento. Ma noi siamo parte del destino del nostro paese, non siamo solo individui, l’eredità è restituire questo paese alle future generazioni, ma queste ci devono essere per poterlo fare. Ci vuole coraggio, andare al di là degli impedimenti materiali (compito della politica), sentirsi responsabili, dare un domani al nostro paese.” Viene fornito un elenco di tutti i bonus e le misure economiche nazionali o locali a beneficio delle mamme, ma evidentemente non sono sufficienti come rileva Gori.
Ridare autonomia ai giovani, finiscono tardi di studiare, trovano tardi un lavoro, escono tardi dalla famiglia. Si chiude su: “Lavorare sull’occupazione”, con un ovvio elogio del jobs act, e un accenno agli ultimi annunci sulle politiche giovanili (peccato che si è cancellato l’art. 18 e gli sgravi per le assunzioni dei giovani e i vari bonus non sono misure strutturali in grado di scongiurare i licenziamenti dei giovani assunti con detassazioni; oltre alla questione di non generare differenze discriminatorie tra lavoratori).

Matteo Biffoni, sindaco di Prato. 140 etnie, la città attrae da fuori. Grande comunità cinese, “a me questa cosa fa sempre un po’ impressione, abbiamo la terza comunità cinese d’Europa”. Più matrimoni misti. Il 50,6 dei nati è da mamme italiane (34 anni media), il resto da mamme straniere (29 anni media). Dispersione scolastica al 14%. L’inclusione anche ad anno in corso funziona. Il futuro non è più quello di una volta, non mi voglio rassegnare a questo. Aiutare su casa, lavoro, figli.” Positivo l’intervento sulle garanzie in tema di diritti di maternità e di paternità per lavoratori dipendenti e autonomi (sappiamo quanto sinora fatto per equiparare i congedi per la maternità).

Luigi Brugnaro, sindaco di Venezia. Io sono italiano, dobbiamo costruire il futuro. Mi ribello all’idea che il paese sia senza futuro. L’immigrazione non è un qualcosa di ineluttabile. Parla come un fiume in piena: l’immigrazione, miscelare, condividere un percorso, presidiare i confini, blocco navale umanitario. “Ho ritirato i libretti gender dalle scuole. Confusione a tre anni, senza l’autorizzazione dei genitori.” Sostenibilità della famiglia: tirare su figli è una responsabilità, se uno pensa che fa figli solo se può comprarsi la casa col mutuo, mio padre, ecc.” Vi risparmio il discorso sulla “zingara”, la chiusura della moschea, le misure antiterrorismo, sulla cittadinanza italiana e del sentimento nazionale, “gli stranieri ci stanno comprando tutto, le migliori brand aziendali”. Potrei chiudere qui, ma proseguo.

Andrea Gnassi, sindaco di Rimini, auspica un patto con governo centrale che assicuri autonomia organizzativa, fiscale e di investimento ai sindaci. Parla anche di una riforma istituzionale per rispondere ai problemi del territorio.

Tutti sottolineano che la soluzione non è nell’assistenzialismo, ma nel fornire strumenti per coltivare il senso di fiducia verso il futuro.
Tutti rilevano che l’immigrazione contribuisce a rendere meno accentuate le conseguenze dell’invecchiamento della popolazione e a rendere più stabile il saldo demografico grazie ai tassi di natalità più elevati delle donne straniere. Peccato che già da qualche anno si rilevava un calo anche dei nati da genitori di origine straniera.

Fin qui la cronaca del meeting di Rimini.

In parallelo, come prodotto di questo meeting, su numerose testate è rimbalzata la firma di un documento sulla natalità.
Che nello stesso anno a più riprese si debba assistere a questo martellamento e a questo continuo tornare sul tema della natalità, fecondità lo trovo emblematico.
A Rimini, 7 sindaci, 7 uomini hanno firmato un “piano strategico per la natalità” volto a incrementare il numero da 1,34 a 2 figli per donna. Vediamo nel dettaglio di cosa si tratta.
Il documento ha il seguente titolo: “Le città e la sfida demografica per una politica generativa – Impegnare il Paese su nascite, welfare, anziani”.
Cosa intendiamo per politica generativa? Visto il martellamento sul tema natalità e gap generazionale sembrerebbe che si stia parlando di questo. Ma approfondendo c’è un precedente, qualcuno che ha coniato questo termine, che ha un senso un po’ più ampio.

Guglielmo Minervini, scomparso prematuramente un anno fa, amministratore e politico pugliese, ne parlava così:

“La politica generativa è quella che si crea quando l’amministratore smette di chiedersi “quante risorse stanzio” e inizia a chiedersi “quante risorse attivo”, di qui il suo nome.” Una visione della politica nata nella mia Puglia, “Lo Stato e il Partito – si legge nella quarta di copertina del volume di Minervini (La politica generativa. Pratiche di comunità nel laboratorio Puglia. Carocci, 2016) – non sono più sovrani e la società ha imparato a operare in autonomia, come una immensa rete di scambi che innescano processi creativi di trasformazione. Se la politica vuole recuperare efficacia deve trasformarsi in un dispositivo che aiuta le persone a condividere una comune visione di futuro, valorizzando il capitale di energie e competenze, passioni e tempo. È questa, per Guglielmo Minervini, la politica generativa: una piattaforma in grado di attivare il cambiamento e di incidere sul corso degli eventi, sperimentando nuove pratiche di comunità. Perché la politica generativa è soprattutto una politica che crede nelle persone”.

Torniamo al documento siglato a Rimini.
La richiesta e l’obiettivo:

“Insieme al Governo nazionale, agli studiosi, alla società civile e al mondo dell’associazionismo lanciamo dalla cornice del Meeting di Rimini una sfida ambiziosa al Paese: lavorare insieme sulla sfida demografica e impegnarsi nell’adozione di un Piano Strategico che abbia l’obiettivo di incrementare l’attuale livello di natalità da 1,34 a 2 figli per donna, al fine di garantire il ricambio generazionale e quindi il futuro del nostro Paese. Chiediamo a tal fine l’impegno di maggiori risorse economiche, da reperire attraverso l’efficientamento e razionalizzazione della spesa pubblica.”

7 brillanti amministratori, 6 di centrosinistra e uno di centrodestra, che nel corso del meeting si gongolano di aver ciascuno contribuito egregiamente a incrementare le nascite, avendo tutti da due a cinque figli. La progenie, l’eredità dei padri, la dinastia assicurata.
Insomma, tutti buoni padri di famiglia, con il sindaco di Cittareale, Francesco Nelli, che si domanda “a chi lascio mio figlio se mia moglie deve andare a fare una ecografia e io devo andare in Comune?”
Il documento contiene i seguenti punti:

1. la promozione di una corretta campagna comunicativa, scevra da approcci ideologici, per informare su tutti i servizi e i mezzi di sostegno alle famiglie;
2. maggiori incentivi fiscali ed economici per i neo genitori, che rafforzino le iniziative degli ultimi Governi;
3. la creazione di un sistema di welfare che offra diritti di maternità e paternità a tutti i lavoratori, anche non dipendenti;
4. il miglioramento della conciliazione tra vita familiare e professionale ed un’organizzazione del lavoro più funzionale ed attenta alle nuove esigenze lavorative dei genitori, con l’obiettivo primario di agevolare una maggiore partecipazione delle donne al mercato del lavoro, elemento decisivo per una ripresa della natalità;
5. un maggiore investimento, in collaborazione con l’associazionismo e il privato sociale, nei servizi di assistenza agli anziani non-autosufficienti, il cui carico di cura è oggi in larga misura sulle spalle delle famiglie e in particolare delle donne, costituendo un fattore di allontanamento di queste ultime dal mercato del lavoro;
6. la riduzione delle spese delle famiglie per l’iscrizione e la frequenza alle scuole dell’infanzia, grazie a maggiori investimenti pubblici e privati nei servizi all’infanzia;
7. l’attivazione di politiche per l’emancipazione e l’autonomia dei giovani, a partire da misure che ne favoriscano l’inserimento e la stabilità occupazionale;
8. l’ampliamento della platea interessata dal Reddito di Inclusione, a comprendere quella vasta porzione di giovani che versa oggi in condizioni di povertà;
9. la trasformazione, in tutte le medio-grandi città, di vecchi immobili pubblici in social housing e nuove forme di abitazione a sostegno di famiglie e giovani genitori e la sottoscrizione di accordi territoriali, promossi dai Comuni, finalizzati ad incrementare l’offerta di alloggi a canone convenzionato destinati ai giovani e alle giovani coppie;
10. l’attivazione di asili, condomini e servizi di domicilio condiviso per una vera convivenza generazionale che, sull’esempio di alcune realtà già presenti nel nostro Paese, porti a dialogare le esperienze della popolazione anziana e la vivacità dei più giovani;
11. una maggiore collaborazione e sostegno alle iniziative dell’associazionismo e del privato sociale nell’assistenza agli anziani;
12. il varo di un piano nazionale per l’inserimento sociale degli immigrati economici, basato sulla formazione e sul lavoro, che faccia tesoro delle positive esperienze locali che hanno accompagnato l’impegno di accoglienza che tenga conto delle effettive esigenze del sistema produttivo nazionale e delle capacità di accoglienza in generale.


Per quanto ho potuto visionare del documento, si tratta di un testo molto semplice, nessun approfondimento o nota bibliografica, citazioni di esperti, crediti. I contenuti, pur se interessanti, sono un generico proposito, una dichiarazione d’intenti, poco contestualizzata. Dovremmo pensare ad esempio a come stabilizzare i giovani in presenza di contratti sempre più precarizzanti e di come non creare ulteriori conflitti generazionali in tema di lavoro e di previdenza. Insomma, un po’ di coerenza e onestà non guasterebbe. Nessuna copertura, nessun accenno alle risorse se non l’auspicio di poterle “reperire attraverso l’efficientamento e razionalizzazione della spesa pubblica”. Nemmeno la spending review ha frenato l’aumento del debito pubblico, per cui possiamo immaginare che nel nostro prossimo futuro non navigheremo nell’oro.
Io che mi aspettavo di reperire nel documento le collaborazioni di cui si erano avvalsi per stilarlo, mi sono trovata di fronte a un semplice elenco, avente a corredo più o meno le stesse considerazioni espresse al tavolo del meeting.
Uomini che discettano su cosa fare per le donne, assenti dal dibattito e dalla elaborazione di idee, quasi si consideri scontata la loro opinione, la loro scelta, il loro ruolo. “Perché mai le donne non dovrebbero concordare con noi 7?”, si saranno chiesti i sindaci. Perché mai le cose non cambiano diciamo noi. Ecco perché non cambiano, perché tutto si decide sulle nostre teste e sulle nostre vite, come a farci un favore di esonerarci dall’uso delle nostre teste e dall’esercizio del nostro libero arbitrio. Non è concepibile che le donne possano autodeterminarsi e fare progetti come soggetti autonomi e non legate alle loro funzioni biologiche e riprodutive.
Due, donne, due figli, almeno due per garantire il futuro della “razza italica” come Patrizia Prestipino si premurava di dire qualche giorno fa.

Parla da sé il fatto che a nessuno di questi 7 sindaci uomini sia venuto in mente di coinvolgere qualche donna con incarichi istituzionali, qualche donna esperta su questi temi, una consigliera di parità, qualche attivista. Nessuno che abbia avvertito l’assenza e la parzialità di questo atto e meeting. Nessuno che abbia avvertito l’esigenza di confrontarsi con l’altra parte in causa, le donne. Perché i figli ancora si fanno e si crescono in due, quindi la scelta e le condizioni vanno valutate sia per gli uomini che per le donne. Vista così sembra ancora una roba tutta sul groppone delle donne. È come se si sostenesse, “noi aggiustiamo qualche dettaglio e poi le donne accetteranno di buon grado di figliare”. È come se si stesse dicendo, noi facciamo il piano, lo firmiamo e poi voi lo concretizzate come vi chiediamo e vi suggeriamo noi. Un approccio paternalistico se vogliamo inquadrare l’impressione trasmessa da questo meeting e da questo documento declinati al maschile. Che nessuno si sia premurato di chiedere una condivisione dei contenuti di questo documento con le donne, citate solo come coloro che devono poi praticamente fare almeno due figli. Oppure è avvenuto, dove è avvenuto? Il documento è stato presentato già pronto, blindato, come si usa fare tra decisori democratici. Forse si prevede in futuro un lavoro insieme alle donne?

La mia preoccupazione è comprendere la ratio dell’impostazione generale, che a mio avviso non avrebbe dovuto partire dall’obiettivo di due figli per donna, ma da come incrementare la partecipazione delle donne in ogni ambito della vita di questo Paese.
Per quanto riguarda la collaborazione alla redazione del documento, ipotizzando che ci siano state anche figure femminili, non citate e non esplicitate in esso, perché non si è avvertita la necessità invitarle al dibattito del meeting? Mi sembra che il palco del potere che decide sia sempre e solo abitato da uomini. Questo rende anche i buoni propositi del documento un po’ meno credibili.
Perché quando ci sono le occasioni pubbliche di confronto nei partiti, si alzano trincee e non si ascoltano i suggerimenti e gli spunti critici? A cosa serve la partecipazione e l’attivismo delle donne nei partiti e nella politica se poi dobbiamo essere trattate come mere esecutrici e comparse?

Ciò che preoccupa è l’impostazione, già finalizzata a un obiettivo superiore: fare figli, farne almeno due. Questo è ciò che stride: l’interesse prioritario. 

Eppure si può affrontare le cose da un altro punto di vista, proprio perché Gori accenna al fatto che i compiti di cura, specie degli anziani, pesano maggiormente sulle donne (disequilibrio dei carichi familiari).

Li vedo con il pallottoliere alla mano che cercano di calcolare quanti pupi dobbiamo generare per riequilibrare il trend demografico. Che qualcuno si sia premurato di darsi uno sguardo attorno. Che qualcuno si sia degnato di leggere le raccomandazioni che da più parti arrivano, tutte dedicate all’empowerment delle donne e volte a incrementare la loro presenza attiva nella società e nell’economia. La natalità è un di cui, se le donne (e gli uomini) stanno bene, hanno una condizione di vita stabile e non precaria, forse saranno più propensi a far figli, ma anche no, perché non è una scelta obbligata. Non è solo una questione di retribuzioni dei trentenni (-12% rispetto alla media nazionale, nel ’77 erano +3%) ma delle prospettive negative sul futuro. Avete mai avuto a che fare con periodi in cui il lavoro non c’è e se ne cerca un’altro, certi che molto probabilmente, salvo miracoli, sarà anche quello precario, ammesso che lo si trovi? Un figlio può peggiorare ulteriormente questa precarietà, non esserne consapevoli significa essere sprovveduti.
È una scelta obbligata quella di coloro che da anni sono costretti a dimettersi per problemi di work life balance oppure che perdono il lavoro dopo la nascita del figlio o sono costretti in situazioni di precarietà. Forse andrebbero fornite alternative. La natalità può essere un argomento rilevante, ma posto così, col calcolatore alla mano mi sembra più un esercizio di pura matematica e di demografia a tappe forzate.
Non servono solo più nidi, per un buon equilibrio vita privata-lavoro occorre flessibilità (non schiavismo e lavoro gratis senza orario), che nell’ambito lavorativo si traduce in due comportamenti: la possibilità di modulare l’orario di servizio e il luogo di lavoro. È questa la ricetta che può permettere alle donne di continuare la carriera professionale dopo aver avuto un figlio, secondo una ricerca pubblicata sulla rivista scientifica «Human Relations». Ma io aggiungerei che occorrerebbe permettere flessibilità anche agli uomini, assegnando loro crescenti e pari responsabilità e compiti di cura.

“I ricercatori del dipartimento di sociologia dell’Università di Kent hanno dimostrato che conciliare le soddisfazioni sul posto di lavoro con il desiderio di allargare la famiglia è possibile, purché nei confronti delle donne si adotti un atteggiamento meno rigido riguardo al tempo trascorso di fronte al pc e al luogo da cui ci si connette.”

Interessante il lavoro della Commissione Europea con la proposta di direttiva sul work life balance, per preservare i diritti esistenti e delinearne di nuovi sia per gli uomini che per le donne. La proposta mette al centro l’individuo in quanto lavoratore e genitore/caregiver. Non si parla solo di “mamme”, si affrontano i compiti di cura in maniera sistematica e complessa. Ne avevo parlato qui.

Da qualche anno si sta spingendo al finanziamento del welfare aziendale e su misure di conciliazione nei luoghi di lavoro. A mio avviso c’è bisogno di un forte intervento statale, centrale, stringente su flessibilità, su prevenzione e contrasto di abusi su orari/mansioni e incentivi certi per misure di conciliazione in ogni settore. Insomma garantire una flessibilità a tutti, non solo a categorie e settori volenterosi e privilegiati. Solo l’azione statale può riequilibrare le disuguaglianze e garantire pari trattamento e pari retribuzioni.

Se non consentiamo di modulare diversamente i tempi di lavoro e della città avremo sempre di fronte condizioni svantaggiose e demotivanti. Soprattutto occorre che i decisori si impegnino e capiscano finalmente che occorre un riequilibrio uomo-donna nei compiti di cura e di assistenza, perché i servizi esterni non sono sufficienti e a casa continua ad esserci una differenza, che seppur in flessione negli ultimi anni, stenta a colmarsi.

Secondo il report Onu del 2017, sugli obiettivi di sviluppo sostenibile entro il 2030, “le donne continuano, infatti, a impiegare più del triplo del tempo rispetto agli uomini nella cura della casa e dei figli. “Il tempo impiegato per i lavori domestici non retribuiti e la cura dei figli – scrive l’Onu – sconvolge la capacità delle donne di impegnarsi in altre attività, come l’istruzione e la formazione”. Un problema che riguarda, allo stesso modo, sia i Paesi considerati in via di sviluppo, sia quelli che l’evoluzione, anche su questi temi, avrebbero dovuto già raggiungerla.”

Nel documento dei sette sindaci è positivo che si parli di genitorialità e di paternità, con un cenno alla necessità di “agevolare una maggiore partecipazione delle donne al mercato del lavoro, elemento decisivo per una ripresa della natalità”. Ma allora perché non invertire l’impostazione? Perché non fare un patto focalizzato su come incrementare la partecipazione delle donne in ogni ambito e soprattutto come farle entrare e permanere nel mondo del lavoro? Come assicurare a uomini e donne condizioni di vita dignitosi, prospettive migliori insomma. Porla così è utile, vederla finalizzata alla natalità un po’ meno, perché sembra che sia lì l’interesse e non sul benessere di uomini e donne. Vogliamo colmare i gap di genere, i gap salariali e bloccare i trattamenti discriminatori. I figli arriveranno se avremo accordato la giusta attenzione a questi aspetti.

Il documento siglato dai sette sindaci precisa che: “Siamo ben consapevoli che qualsiasi contributo della politica e delle istituzioni non può – e non deve – sostituirsi alle decisioni personali in merito alla costruzione di nuove famiglie e alla scelta di avere figli. Ma, allo stesso modo, è dovere della buona Politica lavorare per garantire le migliori condizioni generali al soddisfacimento delle aspirazioni e dei desideri dei concittadini.”

Scusate, ma non è detto che le aspirazioni e i desideri dei/delle cittadini/e abbiano a che fare per forza con la genitorialità e la formazione di una famiglia.

In vista della prossima Conferenza Nazionale sulla Famiglia del 28 e 29 settembre, si è sollecitata l’azione di Comuni e Città Metropolitane per dare visibilità a quanto realizzato in materia di politiche per le famiglie. Il documento dei 7 sindaci si inserisce in questo quadro di impegno oppure è un’azione estemporanea e non si pone all’interno di in un progetto che poi possa avere una sua concretizzazione?

Sarò grata a chi vorrà rispondere ai miei quesiti. Soprattutto perché non si può continuare a fare proposte estemporanee e non strutturate, che poi non possono essere realizzate.

Sembra che in Italia l’interesse sulle donne sia sempre e solo legato alla loro capacità riproduttiva. E ora che facciamo? Ci teniamo anche questa?

Vorremmo che finalmente cambiasse radicalmente l’atteggiamento che il potere ha nei confronti delle donne. Ricordando che le pari opportunità tra uomini e donne prevedono l’assenza e quindi la rimozione di ogni ostacolo alla partecipazione economica, politica e sociale. In ogni occasione. Grazie.

Mai genuflessa,

Simona Sforza

 

p.s.
Vi consiglio di ascoltare i due interventi del sindaco Brugnaro e poi riflettere sul fatto che costui sia tra i firmatari del documento.

 

Per approfondire:

Censis 2016: http://www.repubblica.it/economia/2016/12/02/news/censis_l_italia_bloccata_che_non_investe_piu_torna_a_tuffarsi_nel_sommerso-153253818/

http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Rapporto-Censis-dice-Italia-in-letargo-collettivo-non-sa-piu-progettare-il-futuro-8a1b54c3-8b48-4eff-bbfb-acf48d434793.htmlhttp://www.censis.it/5?shadow_evento=121147

Anci – Conferenza Nazionale sulla Famiglia del 28 e 29 settembre:

http://www.anci.it/index.cfm?layout=dettaglio&IdSez=821213&IdDett=61503

http://www.anci.it/Contenuti/Allegati/Lettera%20Monitoraggio%20dei%20servizi_interventi%20attivati%20nei%20Comuni%20a%20valere%20sui%20fondi%20delle%20Intese1.pdf

Flessibilità:

http://www.lastampa.it/2017/08/23/societa/mamme/la-flessibilit-permette-alle-donne-di-mantenere-il-posto-di-lavoro-dopo-il-parto-7YcVWdQnPJx1JRbUpjYc9H/pagina.html

http://www.alleyoop.ilsole24ore.com/2017/08/10/suistainable-development-goals-2017-ancora-troppa-violenza-e-soffitti-di-cristallo/?uuid=106_uBhj4ddr

La registrazione video del meeting del 22 agosto:

https://www.radioradicale.it/scheda/517797/meeting-di-rimini-2017-la-polis-al-centro-della-politica-workshop-con-sindaci-italiani

Giulia Siviero sullo stesso tema:

http://www.ilpost.it/giuliasiviero/2017/08/25/politica-genrativa-nardella-due-figli-per-donna/

Sempre al meeting, la vicenda che ha visto protagonisti il sindaco Nardella e il sindaco Brugnaro:

http://firenze.repubblica.it/cronaca/2017/08/22/news/nardella_e_lo_scherzo_discutibile_all_urlo_di_allah_akbar_polemiche_e_scuse_sui_social-173638337/

2 commenti »

Dietro la maschera delle dimissioni volontarie

Anna Parini


Oggi torno a scrivere dopo la pausa estiva, lontana dal pc, ma non per questo lontana dalle notizie che si sono susseguite. Notizie più o meno edulcorate o omesse del tutto dai media. Non potevo non fare una carrellata e una riflessione.

Non è un numero in flessione, bensì nel 2016 si è registrata una crescita del 12% rispetto al 2015. Si tratta del numero di dimissioni “volontarie” delle lavoratrici madri e dei lavoratori padri (la relazione annuale e un articolo qui). Notevole l’incremento della Lombardia passata a 8.850 dimissioni nel 2016 rispetto alle 6.947 del 2015.

La maggior parte sono donne. Risulta ancora più vantaggioso lasciare il lavoro che restare, risultano in aumento i casi in cui è una scelta obbligata, dettata da un contesto ostile e che fa fatica a tenere dentro al mondo del lavoro chi deve svolgere un compito di cura e non ha sostegni.

Ogni anno continuo a sperare che questo numero sia sempre più basso e invece così non è.

Continuo a sperare che oltre gli addetti ai lavori e qualche giornalista attenta ci si interroghi.

Ci si interroghi su quel 79% di madri che decidono più o meno volontariamente di lasciare il proprio impiego.

Perché nonostante i bonus e i grandi proclami di attenzione sul tema della conciliazione a quanto pare siamo in un Paese tremendamente indietro, che non consente alle donne una reale e agevole partecipazione al mercato del lavoro. Che se non si ha il privilegio di un lavoro che “aiuta” e non si ha un welfare familiare che sostiene non c’è grande scelta. Qualcuno si dovrà sacrificare. E sono ancora le donne in maggioranza.

Come evidenzia bene il Rapporto ombra 2017 sull’applicazione della Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione della donna (CEDAW):

Il Governo dal 2015 ha erogato diversi bonus (bonus bebè, bonus mamme domani nel 2017 senza vincoli di reddito, bonus asilo nido). Tali misure, pur essendo di sostegno al costo dei figli, non sono sufficienti perché non vi sono reali investimenti per aumentare e migliorare la diffusione dei servizi per la prima infanzia, ed escludono anche buona parte delle mamme immigrate che hanno un tasso di fertilità più alto.
Dopo la maternità continuano a lavorare solo 43 donne su 100 per difficoltà di conciliazione: per mancanza di servizi in prossimità, rigidità degli orari di apertura e costo elevato o per effetto di “mobbing post partum”, costrette a dare le dimissioni.

(…)

La cosiddetta “convalida delle dimissioni“, è la misura introdotta per evitare le “dimissioni in bianco” (ex Dlgs 151/2001 e dal Decreto legislativo n. 151/2015, ndr). Tuttavia per ingannare l’attuale disciplina delle dimissioni telematiche, accade che alcuni datori di lavoro impongano alla lavoratrice di consegnare il codice “pin Inps”, così l’azienda possa compilare le dimissioni al posto della lavoratrice e se questa rifiuta, scattano diverse forme di ricatto.
Gli uffici del Ministero del lavoro possono intervenire con la procedura di mancata convalida in caso di sospetto di irregolarità, ma in totale sono 12 (nel 2016, ndr) per tutto il territorio nazionale, dimostrando un controllo del tutto inadeguato della situazione.


Per alcune è sufficiente aver regolamentato il contrasto alle dimissioni in bianco, prassi superata da una realtà ben più articolata e complessa, che prevede una scelta obbligata ma che avviene nell’alveo della legalità e di una anormalità normalizzata. Come abbiamo visto e sperimentato esistono vari modi per “pressare” una dipendente, accade alle donne in quanto donne. Un gioco di equilibrismi che non regge alla quotidianità e a una vita che non prevede soluzioni per tutti. E davvero sembra che questa emorragia dal mondo del lavoro scompaia di fronte alla promessa di oboli senza tetto di reddito, una pioggia che non cura i problemi e disperde risorse che potrebbero essere adoperate per soluzioni in grado di intervenire in quella landa semideserta del sostegno alla genitorialità. Se solo si conoscessero i numeri dei posti disponibili nei nidi pubblici e i costi dei privati forse apparirebbe più chiaro il motivo per cui il bonus nido sia una scelta più acchiappavoti che altro.

L’occupazione femminile interessa solo sporadicamente, per lavarsi la coscienza e come scusa per un Pil che cresce troppo lentamente, nonostante si gioisca anche dei lievi rialzi. Abbiamo spesso una istruzione elevata ma in questo paese vale poco e le competenze/specializzazione valgono poco se si deve navigare in un sistema che privilegia altri fattori. Lo sappiamo che il sistema è truccato e a un certo punto si smette di credere in un meccanismo meritocratico che non sempre c’è.

Insomma, ogni tanto si propone qualche prebenda e mancia elettorale e tutti contenti.

Ammesso che si siano fatti bene i loro calcoli propagandistici. Io penso di no.

Penso che nessuna donna scelga a cuor leggero di lasciare il proprio impiego. Le ricadute negative non sono solo nell’immediato, ma anche nel lungo periodo. E relegare i numeri delle dimissioni volontarie fuori dalle notizie più rilevanti indica un chiaro obiettivo: far finta che tutto vada per il meglio, raccontare di uno stato attento e vicino alle donne, purché madri. Pensare positivo non ci consentirà automaticamente di riuscire a riottenere il nostro lavoro. Suggerirci che in qualche modo ce la faremo non ci aiuterà perché basterà guardare cosa significa riuscire a conciliare e che questa opportunità sarà direttamente proporzionale al nostro reddito con il quale pagare servizi di baby sitting e doposcuola o alla disponibilità full time di nonni o affini. Basta recarsi all’uscita delle scuole.

I tempi della città e quelli del lavoro scollegati e da ripensare e reimpostare.

Tempi biblici di viaggio casa-lavoro, mezzi pubblici spesso inadeguati, servizi con orari incompatibili. Quando si parla di condivisione dei carichi/impegni familiari occorre pensare che contesti lavorativi sempre più deregolamentati e soggetti a variazioni e imprevisti rendono questo obiettivo una corsa ad ostacoli, gli equilibrismi si fanno doppi e non è detto che le cose migliorino e che si compensino. In questa Babele lavorativa ci siamo tutti, uomini e donne. Orari e impegni suscettibili di emergenze che diventano quotidiane, richiedono una resistenza onerosa, che in presenza di retribuzioni basse e prospettive future stagnanti, in assenza di un welfare familiare e di uno pubblico adeguato, rende più auspicabile uscire piuttosto che restare sulle montagne russe.

Consideriamo tutte le ricadute su di noi e sui figli di uno stile di vita che non lascia spazio oltre la dimensione lavorativa. È una riflessione che al di là dei figli dovremmo fare. Questo vortice come ci fa sentire? È il senso unico e pieno della nostra esistenza? Anche chiedere ai nostri figli di rincorrere questi tempi sin dalla nascita è l’optimum? Non fermarci mai forse ci aiuta a non accorgerci di cosa siamo diventati, con la stanchezza che giustifica ogni assenza.

Qual è la funzione del lavoro? Cosa siamo oltre che lavoratori consumatori di tempo e di beni materiali? Chiaramente questo sarà il modello che trasmetteremo ai nostri figli, non potremo farne a meno perché questo sarà il prototipo di vita. Cosa produrremo di nostro per noi stessi, in grado di darci un senso e una dignità in quanto persone, esseri umani, cittadini? Un senso che non deriva dal lavoro e non può chiudersi e completarsi in esso. Attenzione perché poi anche i diritti umani o civili potrebbero decadere o indebolirsi in assenza di un lavoro. Su nuovi equilibri e modelli occorre lavorare e riflettere.

Lisa Gattini suggerisce a proposito di partecipazione femminile nel mondo del lavoro:

“Dunque come invertire questa tendenza? Diverse le azioni possibili: promuovere una cultura di genere, delle pari opportunità a partire dai trattamenti retributivi, da una contrattazione della conciliazione, dal ridimensionamento della flessibilità in ambito di lavoro festivo; consolidare le reti dei servizi territoriali a favore della occupazione femminile e il sostegno al reddito per le famiglie mono genitoriali e non; istituire luoghi di ascolto preventivo per le donne che intendono dimettersi, per valutare assieme a loro tutte le residue possibilità prima di questa decisione che impoverisce prima di tutto loro ma anche noi intesi come collettività. Le dimissioni non sono una questione privata.”

Le dimissioni non sono una mera questione privata, lo diventano quando c’è il deserto e quando la politica fa finta di sostenere la genitorialità. E quel voler gettare il peso della decisione e degli oneri sulle donne.

Non gonfiate il racconto sull’occupazione femminile. Sappiamo che quel picco storico è costituito principalmente da precariato e da lavoratrici over 50. Per non parlare di part time involontario, livello di impiego medio-basso e gap salariale delle donne, che può raggiungere anche il 25%.



Nell’Ue le donne sono ancora sotto rappresentate nel mercato del lavoro. La perdita causata dal gender employment gap è stimata in 370 miliardi di euro all’anno.

Nel 2015 il tasso medio di occupazione delle donne tra i 20 e i 64 anni nei 28 paesi Ue era pari al 64,3% rispetto al 75,9% di quello degli uomini, un gap dell’11,6%. Gli unici Stati membri con un gender employment gap inferiore al 5% sono Finlandia, Lituania, Lettonia e Svezia.

In coda con un gap superiore al 15% ci siamo anche noi: Repubblica Ceca (16.6%), Romania (17,5%), Grecia (18%), Italia (20%) e Malta 27.8%. La causa: la bassa partecipazione delle donne al mercato del lavoro in questi paesi.

Sappiamo che per innalzare il tasso di occupazione è necessario innalzare il tasso di occupazione femminile.

Ma l’attenzione langue, al di là degli annunci riguardanti i record di occupazione femminile.

Siamo arrabbiate perché ci avete preso in giro ancora una volta, uno schiaffo alle nostre storie che non volete ascoltare. Uno schiaffo quando ci dite che per noi non c’è spazio e ci colpite nonostante sappiate quanto dolore abbiamo dentro anche a distanza di anni da quella firma “consensuale” con cui ci hanno chiuso la porta in faccia. Ringrazio in particolare modo le donne che si sono alacremente dimostrate indifferenti e pronte a pugnalare. Avete venduto anche l’anima. Ma il fango che avete sparso non vi è servito a silenziarmi.

Il primo passo fondamentale è iniziare dalla parità delle retribuzioni tra uomini e donne, con stipendi a misura equa del lavoro svolto, con donne non più sottopagate, con a disposizione entrate in grado di consentire una conciliazione più agevole e meno onerosa.

Secondo step indispensabile sono servizi per la conciliazione accessibili realmente. Non ci rendiamo conto dell’importanza di un piano strategico studiato sulle esigenze concrete, senza lasciare i singoli alla mercé del caso o delle condizioni personali/familiari più o meno favorevoli.

Siamo spesso più qualificate degli uomini e raggiungiamo livelli di istruzione più elevati, ma a un certo punto ci smaterializziamo dal mondo del lavoro. Siamo ancora fragili in tema di condivisione equa dei compiti di cura, per cui le donne sono ancora azzoppate nella partecipazione attiva a livello sociale ed economico, con conseguente maggiore rischio povertà.

Se vogliamo sostenere il sistema previdenziale occorre intervenire per rendere agevole questa partecipazione.

L’attuale “infrastruttura” normativa che disciplina i congedi risale più o meno agli anni ’90 e non consente un’equa suddivisione dei carichi di cura. Urge un intervento di revisione in chiave di riequilibrio di genere.

Ci viene in aiuto la Commissione europea con la proposta di direttiva sul work life balance, per preservare i diritti esistenti e delinearne di nuovi sia per gli uomini che per le donne. La proposta mette al centro l’individuo in quanto lavoratore e genitore/caregiver. Non si parla SOLO di “MAMME”, si affrontano i compiti di cura in maniera sistematica e complessa.


 


Perché intervenire a livello legislativo su congedi e mondo del lavoro? Perché altrimenti il cambiamento concreto non avviene e non si può ottenere un riequilibrio tra i generi affidandosi alla buona volontà dei singoli lavoratori. Abbiamo visto che senza alcun tipo di obbligo sono le donne ad assumersi i compiti di cura, con gli effetti negativi in termini di scelte lavorative. Il cambiamento culturale va in qualche modo sostenuto.

Gli incentivi dovrebbero indurre gli uomini ad avvalersi di opportunità per conciliare la vita lavorativa con quella familiare: un modo per redistribuire i compiti di cura in famiglia.

Difficile se il racconto sui media è ancora questo dell’Ansa:

 

Stanno semplicemente facendo i papà. Stanno semplicemente svolgendo il loro compito di genitori. Così come le mamme lo fanno da secoli.

Questo pacchetto volto a modificare la struttura degli strumenti di work life balance, fa parte del Pillar of Social Rights (Pilastro europeo dei diritti sociali) e mira ad accrescere la partecipazione delle donne alla vita economica e sociale dell’Unione: parla di genitori e di prestatori di assistenza (caregiver), di strategie per le imprese al fine di incrementare il capitale umano, guardando ai compiti di cura come nuove competenze e non come piaga da estirpare.

Necessario è anche un ripensamento dei tempi della città, del lavoro, di vita è altrettanto necessario. Così come modelli lavorativi più a misura di donne e uomini, la produttività decresce superato un certo numero di ore e dipende molto dal benessere della/del lavoratrice/lavoratore. Spazi equilibrati tra lavoro e vita privata, consentendo a tutti una migliore qualità della vita. Senza che nessuna dimensione divori l’altra.

Parità significa piene opportunità di sviluppare ed esprimere noi stessi/e in ogni ambito.

Non vogliamo recinti protetti, ma una società più equa ed egualitaria. Costruiamola. Le politiche devono essere in grado di incidere in questo senso, operando trasversalmente per rimuovere ostacoli e discriminazioni. Ragionare per compartimenti stagni non aiuta, ma incrementa ostilità e divisioni, una lotta per le briciole, una difesa di un orticello chiuso quando altrove si è già da tempo compresa l’importanza di un approccio più ampio.

Interrogarsi su questi aspetti aiuterebbe. Fuori dai ruoli. Fuori dalle scelte obbligate e dagli stereotipi.

Affinché quella barca, presente nell’illustrazione di apertura, tenda all’equilibrio e la donna non senta su di sé il peso di tante scelte obbligate e delle discriminazioni multiple.

To be continued….

 


Per approfondimenti:

  • I dati sugli asili nido secondo Istat (2013):

http://www.infodata.ilsole24ore.com/2017/08/17/gli-asilo-nido-loccupazione-femminile-la-mappa-italiana/

  • L’Oréal Italia, nell’integrativo l’assistenza agli anziani:

http://www.corriere.it/economia/17_agosto_02/oreal-italia-nell-integrativo-l-assistenza-anziani-e4244e88-7760-11e7-84f5-f24a994b0580_amp.html

  • Relazione annuale sulle convalide delle dimissioni e risoluzioni consensuali delle lavoratrici madri e dei lavoratori padri:

Fai clic per accedere a Relazione-annuale-2016-Convalide-dimissioni-risoluzioni-consensuali-lavoratrci-madri.pdf

  • Dietro il boom dell’occupazione femminile:

http://phastidio.net/2017/08/01/dietro-boom-occupazione-femminile/

  • InGenere:

http://www.ingenere.it/articoli/mai-cosi-tante-nel-mercato-lavoro

  • Una carrellata di leggi per le donne in 70 anni di Repubblica:

Fai clic per accedere a 01008031.pdf

  • Parità di genere, colmare il gap porterebbe 12 trilioni di dollari alla crescita globale:

https://www.key4biz.it/parita-di-genere-colmare-il-gap-porterebbe-12-trilioni-di-dollari-alla-crescita-globale/160066/#.VzydEaO8GFM.twitter

  • Metodo di rilevazione dei dati Istat:

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Stalking: manteniamo alta l’attenzione

Grazie a Non una di meno per questa immagine

 

In questi giorni, nonostante il silenzio dei media mainstream, si è svolta una piccola ma importante battaglia. Sinora su questo blog non ne ho scritto, ma sul mio profilo Facebook ne ho parlato lungamente, cercando di capire cosa stesse accadendo e ho approfondito adoperando la mia testa. Un breve riepilogo serve perché la questione non è ancora chiusa, anzi, occorre che tutte noi vigiliamo. Vediamo perché.

In seguito alla legge di riforma del codice penale, approvata il 14 giugno scorso, si prevede l’introduzione dell’articolo 162 ter, che prevede l’estinzione dei reati con querela di parte remissibile a seguito di condotte riparatorie.

Qui di seguito uno stralcio:

«Art. 162-ter. – (Estinzione del reato per condotte riparatorie). – Nei casi di procedibilità a querela soggetta a remissione, il giudice dichiara estinto il reato, sentite le parti e la persona offesa, quando l’imputato ha riparato interamente, entro il termine massimo della dichiarazione di apertura del dibattimento di primo grado, il danno cagionato dal reato, mediante le restituzioni o il risarcimento, e ha eliminato, ove possibile, le conseguenze dannose o pericolose del reato. Il risarcimento del danno può essere riconosciuto anche in seguito ad offerta reale ai sensi degli articoli 1208 e seguenti del codice civile, formulata dall’imputato e non accettata dalla persona offesa, ove il giudice riconosca la congruità della somma offerta a tale titolo.
Quando dimostra di non aver potuto adempiere, per fatto a lui non addebitabile, entro il termine di cui al primo comma, l’imputato può chiedere al giudice la fissazione di un ulteriore termine, non superiore a sei mesi, per provvedere al pagamento, anche in forma rateale, di quanto dovuto a titolo di risarcimento; in tal caso il giudice, se accoglie la richiesta, ordina la sospensione del processo e fissa la successiva udienza alla scadenza del termine stabilito e comunque non oltre novanta giorni dalla predetta scadenza, imponendo specifiche prescrizioni. Durante la sospensione del processo, il corso della prescrizione resta sospeso. Si applica l’articolo 240, secondo comma.
Il giudice dichiara l’estinzione del reato, di cui al primo comma, all’esito positivo delle condotte riparatorie».
2. Le disposizioni dell’articolo 162-ter del codice penale, introdotto dal comma 1, si applicano anche ai processi in corso alla data di entrata in vigore della presente legge e il giudice dichiara l’estinzione anche quando le condotte riparatorie siano state compiute oltre il termine della dichiarazione di apertura del dibattimento di primo grado.
3. L’imputato, nella prima udienza, fatta eccezione per quella del giudizio di legittimità, successiva alla data di entrata in vigore della presente legge, può chiedere la fissazione di un termine, non superiore a sessanta giorni, per provvedere alle restituzioni, al pagamento di quanto dovuto a titolo di risarcimento e all’eliminazione, ove possibile, delle conseguenze dannose o pericolose del reato, a norma dell’articolo 162-ter del codice penale, introdotto dal comma 1. Nella stessa udienza l’imputato, qualora dimostri di non poter adempiere, per fatto a lui non addebitabile, nel termine di sessanta giorni, può chiedere al giudice la fissazione di un ulteriore termine, non superiore a sei mesi, per provvedere al pagamento, anche in forma rateale, di quanto dovuto a titolo di risarcimento.
4. Nei casi previsti dal comma 3, il giudice, se accoglie la richiesta, ordina la sospensione del processo e fissa la successiva udienza alla scadenza del termine stabilito ai sensi del citato comma 3. Durante la sospensione del processo, il corso della prescrizione resta sospeso. Si applica l’articolo 240, secondo comma, del codice penale.

Tra i reati interessati dal 162-ter rientra lo stalking, un reato faticosamente inserito nel nostro ordinamento attraverso l’articolo 612 bis, introdotto dal D.L. 23.2.2009, n. 11, recante «Misure urgenti in materia di sicurezza pubblica e di contrasto alla violenza sessuale, nonché in tema di atti persecutori».

L’allarme è stato lanciato lo scorso 27 giugno da Loredana Taddei, Responsabile nazionale delle Politiche di Genere di Cgil, Liliana Ocmin, Responsabile del coordinamento nazionale donne Cisl e da Alessandra Menelao, Responsabile nazionale dei centri di ascolto della Uil.

Sulla necessità di un intervento correttivo interviene anche Eugenio Albamonte, segretario dell’Associazione nazionale magistrati: «Al di là della gravità della possibile estinzione del reato introdotta dall’articolo 162 ter per lo stalking, c’è una forte sperequazione tra i termini di custodia cautelare e quelli della pena. Perché con la nuova norma lo stalker può essere arrestato, ma poi attraverso una sanzione pecuniaria può ottenere l’estinzione del reato».

Hanno preso posizione anche Maria Cecilia Guerra e Roberta Agostini, chiedendo sin da subito di riparare l’errore.

Subito si sono innalzate le barricate, da tante donne del PD e da Gennaro Migliore che ha dettato la linea da seguire: è una fake news, affermazioni totalmente infondate. Una valanga di commenti per silenziare e dileggiare chi cercava di informare su quanto stava accadendo. Io come al solito mi sono beccata un “ma hai letto la LEGGE?” per la serie non capisci niente e parli per sentito dire. Questo dopo aver postato vari materiali a riguardo.

Qui il cartello diffuso e rilanciato da un brillante Migliore, Sottosegretario di Stato al Ministero della Giustizia:

In tante non ci siamo fermate, non si poteva. Sentire negare l’evidenza è stato un ennesimo schiaffo. Si sono susseguite le dichiarazioni, le informazioni precise e dettagliate che hanno rivelato che tutto quanto denunciato era fondato. Altro che procurato allarme come qualcuno aveva intrepidamente affermato.

Alida post

Il problema e le relative preoccupazioni sussistono e non si può liquidare tutto come ha fatto il ministro Orlando: “Le preoccupazioni espresse sull’applicazione dell’estinzione del reato per condotta riparatoria, sia pure soltanto alle ipotesi meno gravi di stalking, secondo le interpretazioni degli uffici risultano non fondate.”

Esistono due procedibilità per querela di parte e d’ufficio per lo stalking. Esistono querele remissibili e altre no. La querela è irrevocabile nei casi di stalking che si realizzano attraverso minacce gravi e reiterate (nelle modalità di cui all’articolo 612, comma 2 c.p.) o nei casi in cui si procede d’ufficio (nei casi in cui il fatto sia connesso con altro delitto procedibile d’ufficio oppure è commesso nei confronti di un minore o di una persona con disabilità di cui all’art. 3 della legge 104/92).

Per i casi in cui non si ravvisino queste caratteristiche di minaccia grave e ripetuta nel tempo è consentita la remissione della querela di parte e secondo l’art. 162 ter si può riparare con risarcimento pecuniario congruo e ottenere l’estinzione del reato. “Il risarcimento del danno può essere riconosciuto anche in seguito ad offerta reale ai sensi degli articoli 1208 e seguenti del codice civile, formulata dall’imputato e non accettata dalla persona offesa, ove il giudice riconosca la congruità della somma offerta a tale titolo.”

La remissione processuale della querela dunque è possibile per alcune tipologie di stalking. Lo si evince anche da questa sentenza della Cassazione del 2015.

Pertanto l’art. 162 ter si applica anche allo stalking, nelle forme classificate più “lievi” ma che non sono assolutamente da sottovalutare, soprattutto perché non sono così rare, anzi sono le più numerose. Tante donne hanno perso la vita proprio per una archiviazione o altri tipi di sottovalutazioni e errori procedurali (come è stato per Ester Pasqualoni).

Come dicevamo, il tipo di stalking più frequente è rappresentato dalle molestie, tra il 60-70%, mentre le minacce rappresentano il “30% delle denunce e di queste il 15% sono di tipo “grave”.

I numeri sono importanti per avere un quadro chiaro. Comunque la questione centrale è che se anche fosse solo una donna a essere interessata dal 162 ter sarebbe comunque un problema, una discriminazione in termini di tutela e di libertà di scegliere come procedere. Non si può accettare che vi siano trattamenti diversificati e che permettano una risoluzione pecuniaria. Le persone che subiscono atti persecutori devono essere tutelate e supportate adeguatamente, molto più di come fatto sinora. Per questo dobbiamo tenere alta l’attenzione. Soprattutto perché già è complicato denunciare, lo sarà ancora meno se non ci sarà certezza che ci sia un processo e una condanna dello stalker.

Un altro problema è che il nuovo art. 162 ter ha effetti retroattivi: le esperte rilevano che è applicabile anche ai processi in corso, anche dopo l’apertura del dibattimento e addirittura in appello (“tranne il giudizio di legittimità”). Inoltre alcuni processi per atti persecutori avviati d’ufficio o con aggravanti, spesso con il dibattimento vedono cadere per difetto di prova l’aggravante o il reato in concorso perdendo così la procedibilità d’ufficio, con la conseguenza che possono diventare estinguibili con la nuova norma.

Per non parlare del fatto che il risarcimento (pagabile anche in “comode rate”!) se ritenuto congruo può essere riconosciuto anche se non accettato dalla persona offesa e può portare all’estinzione del reato. La donna in tutto questo che margine di scelta ha?

Se Orlando alla fine afferma che: “Per evitare comunque qualunque possibilità di equivoco interpretativo si deve agire riconsiderando la punibilità a querela prevista nella legge del 2009” ha di fatto ammesso che il problema precedentemente definito infondato di fatto sussiste.

Il reato di stalking non può essere depenalizzato ed estinto con risarcimenti pecuniari perché sappiamo quanto questo può costare alle donne, in un Paese in cui da un lato si chiede alle donne di denunciare e dall’altro si affievoliscono tutele, si rende tortuosa l’applicazione delle norme e dei meccanismi di protezione. Intanto, le donne restano inascoltate e continuano a perdere la vita.

Ci sembra arduo andare a definire quando e se realmente siano state eliminate “le conseguenze dannose o pericolose del reato”.

Monetizzare un reato così diffuso e pericoloso è inaccettabile e ci porta indietro, allontanandoci ancora una volta dalla piena applicazione della Convenzione di Istanbul.

Non solo: come rileva Differenza Donna: “Gli strumenti di giustizia riparativa, come chiarisce la direttiva 2012/29/UE, richiedono garanzie volte ad evitare la vittimizzazione secondaria e ripetuta, l’intimidazione e le ritorsioni. (…)

Secondo la direttiva sui diritti delle vittime del reato 2012/29/UE, ogni forma di riparazione del danno deve essere definita a partire dagli interessi e dalle esigenze della vittima e deve tenere conto di fattori come la natura e la gravità del reato, il livello del trauma causato, la violazione ripetuta dell’integrità fisica, sessuale o psicologica, gli squilibri di potere.
Sin dalla sentenza Opuz c. Turchia del 2009 la Corte europea dei diritti umani ha chiarito che l’estinzione di reati che integrano violenza di genere attraverso pagamento di somme di denaro alimenta la percezione di impunità ed espone le donne ad ulteriori e più gravi violenze.”

Le vite delle donne non sono monetizzabili, pretendiamo la loro tutela piena e certa. Non accettiamo colpi di spugna a suon di denaro. Non può accadere in un Paese che ha a cuore il destino delle donne e che ha ratificato la Convenzione di Istanbul ma fa fatica ad attuarla pienamente. Non si può continuare a depenalizzare senza valutare le conseguenze su determinati reati e le implicazioni sulle ricadute sulle vite delle donne, già fortemente penalizzate da un sistema che non riesce a proteggerle adeguatamente e in tempi congrui. Dobbiamo fermare chi compie atti persecutori, che spesso sfociano in femminicidi, senza fornire facili scappatoie che mettono a rischio la sopravvivenza delle donne. Le donne devono poter contare sulla certezza del diritto e delle pene, sulla celerità dei procedimenti per poter trovare la forza di denunciare.

Abbiamo bisogno di chiarezza delle norme, troppi segnali che ravvisano stalking vengono sottovalutati, derubricati, minimizzati e sappiamo quanto può costare alle donne. Concentriamoci su ciò che non va e non creiamo ulteriori elementi di debolezza che intaccano i diritti delle donne. Monetizzare il reato di stalking comunque non eliminerà i rischi di recidiva e inoltre non manda segnali culturali positivi.

Il Senato approverà martedì un provvedimento (antimafia) che prevede l’applicabilità delle misure di prevenzione personale agli indiziati di stalking.

Per quanto riguarda invece le conseguenze del 162 ter per lo stalking, si parla di intervenire sulla legge sullo stalking del 2009 per rivedere e riformulare la punibilità a querela, come ha promesso il ministro Orlando. In pratica si sta pensando di rendere irremissibili tutte le querele per stalking, sottraendole quindi all’ambito di applicazione del 162 ter. Siamo sicure che questa sia la strada giusta? Interroghiamoci, perché anche questo potrebbe essere un modo per restringere l’autodeterminazione delle donne. Dobbiamo evitare che ci sia un aggravamento della situazione per le donne.

Dal Ministero fanno sapere che si potrebbe intervenire con un emendamento inserito in un altro testo legislativo (per esempio nel ddl sugli orfani di femminicidio oppure in quello sulla prostituzione minorile, ma al momento non ci sono date certe).

“L’esecutivo – suggerivano ieri Cgil, Cisl e Uil – deve subito specificare con una norma che nessuna denuncia per questo reato rientri nella sanzione riparatoria”.

Nel frattempo, siccome il 162 ter entrerà in vigore il prossimo 3 agosto, come suggerito dall’avvocata Roberta Schiralli sarebbe utile raccogliere e rendere pubblici tutti i casi di applicazione del 162 ter allo stalking, di risarcimento pecuniario e estinzione del reato che si verificano. Chi segue le donne, nei Cav o come legali, potrebbe compiere questo lavoro per far arrivare sistematicamente i casi all’opinione pubblica, raccontando le conseguenze e le implicazioni. Per non lasciar cadere il silenzio e evidenziare pubblicamente le ricadute di questa nuova previsione normativa sulle donne.

Arrivano, seppur con un certo ritardo le prime dichiarazioni di impegno:

“Con le colleghe del Senato studieremo l’emendamento più efficace che tuteli le donne vittime di violenza” ha detto la senatrice del Pd Francesca Puglisi. “Mi associo all’invito affinché la disponibilità del Ministro a modificare la norma si traduca al più presto in fatti”, ha detto la deputata Elena Centemero, forzista come Mara Carfagna che ha invitato le ministre del governo a “vigilare” sulle modifiche che saranno apportate.

“È assurdo – ha detto invece la senatrice Paola Taverna del M5s –, molesti, paghi ed è cancellato il reato. Facciamogli anche lo scontrino cortesia, così poi ritornano”.

Arriva, dopo giorni di pesante silenzio sulla vicenda, anche la sottosegretaria alla Presidenza del Consiglio nonché colei che detiene la delega alle Pari Opportunità, Maria Elena Boschi, “che durante un convegno della Cisl ha dichiarato “apprezzamento” per la volontà di Orlando di modificare la legge.”

Incredibile quanto possano dilatarsi i tempi di reazione e di responsabilizzazione di alcune donne nelle istituzioni.

Abbiamo bisogno del femminismo. Quello autentico. Quello che parte da sé, non quello che obbedisce al capo di turno.

 

Rassegna stampa parziale

https://www.facebook.com/antonella.anselmo.77/posts/10211842457689566

http://www.noidonne.org/blog.php?ID=08163

http://www.agenpress.it/notizie/2017/06/29/stalking-orlando-governo-interviene-punibilita-querela/

https://articolo1mdp.it/comunicati-stampa/stalking-guerra-commesso-un-errore-ammettere-correggere/

http://www.rassegna.it/articoli/stalking-inaccettabile-solo-il-risarcimento

http://www.cgil.it/stalking-reato-cancellato-vergogna-nel-paese-donna-viene-uccisa-due-giorni/#.WVKSsWH0_Xc.facebook

https://www.facebook.com/telefonorosa/photos/a.454859931269798.1073741825.194794413943019/1462459510509830/?type=3&theater

https://www.diritto.it/stalking-la-querela-e-irrevocabile-se-la-condotta-e-posta-in-essere-con-minacce-gravi/

https://www.facebook.com/roberta.agostini.961/posts/10213257927673348

http://www.ilsecoloxix.it/p/italia/2017/06/28/ASPWkQ7H-stalking_polemica_depenalizzazione.shtml

http://www.ilsole24ore.com/pdf2010/Editrice/ILSOLE24ORE/ILSOLE24ORE/Online/_Oggetti_Embedded/Documenti/2017/06/14/progetto-legge.pdf

http://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/DF/329045.pdf

http://www.senonoraquando-torino.it/2017/06/29/comunicato-stampa-di-telefono-rosa-piemonte-di-torino/

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Ideologica?

@Anna Parini


Ieri ho fatto un ennesimo tentativo di far comprendere quanto la riproposizione sorda della parola “mamme” fosse carica non solo di un mancato ascolto delle donne, ma anche di un ingabbiamento, di una visione parziale e discriminatoria, di un linguaggio lontano anni luce da un progresso nell’immaginario e nei fatti. Ne avevo già parlato qui.

Durante il mio intervento sin da subito ho sentito davanti a me un muro, che sin dopo qualche secondo si è tramutato in parole, “non hai capito niente”, “va bene lo hai detto, ma ora basta”. Insomma un successo di reazioni empatiche e in ascolto. Ma non posso dire che non me lo aspettassi. Era solo un altro tentativo di interloquire su questi temi. Era solo l’ultimo dei momenti desolanti a cui ho partecipato.

Quei sussurri scomposti e stizziti “non hai capito niente” fatti per scompormi e interrompere le mie argomentazioni mi hanno ricordato tanto il noise su Facebook, il disturbo nei commenti per silenziare qualsiasi tentativo di presa di parola autonomamente ragionata. Mi ha ricordato un atteggiamento paternalistico ma condito da un fastidio per qualcosa di aspettato ma comunque senza diritto di cittadinanza. Perché lì doveva filare tutto liscio. Perché io sono nessuno e quindi devo essere grata che il partito si sia ricordato delle mamme. Eppure io dal mio partire da me stessa, dalla mia storia e dalla mia esperienza non ho tratto un accanimento e una mono direzione. Dalla mia storia personale dopo aver vissuto sulla mia pelle le conseguenze della mia scelta di diventare madre sul mio lavoro, ho sempre tenuto la barra dritta e non mi sono ripiegata sulla figura totem della mamma. Ho sempre lucidamente continuato a guardare alle donne, a lottare per l’uguaglianza, la riduzione delle discriminazioni, l’inclusione in ogni ambito delle donne. Questo blog ne è la prova. Perché parlare di donne significa non escludere e non sacrificare nessuna. Significa saper ascoltare tutte le donne. Significa uscire dalle gabbie e rifiutare le riserve protette. Significa non legarci alla biologia, significa pensare a chi donna biologica non è ma si sente tale. Significa parlare di care work non solo in termini di maternità ma in tutte le sue declinazioni, significa parlare di condivisione. Significa pensare in termini di genitorialità. Significa che anche se non hai figli è tuo diritto poter conciliare vita privata e lavoro, si chiama benessere e qualità della vita. Parlare di donne significa aver compreso finalmente la complessità e le difficoltà di tutte le donne. Significa parlare di diritti a 360°, finalmente non subordinati, non legati all’essere madri.

Quindi le parole, queste parole buttate al vento producono l’effetto allontanamento. Ci danno la sensazione di non avere spazio e ascolto reale. Ci danno la sensazione che la società sia rimasta cristallizzata. Parlare in termini di “mamme” vuol dire non volerci guardare in faccia, non accettarci come esseri umani completi, come portatrici autonome di diritti. Ieri pensavo a tutte le mie compagne di battaglie e di come siamo unite da tanto altro.

Tutto molto ordinato al tavolo, sin dall’introduzione di Nannicini che convintamente ripeteva la triade “lavoro, casa, mamme”. Con la stessa convinzione che aveva portato gli organizzatori a non smentire il capo e a riproporre “mamme” come parola d’ordine e come priorità dell’agenda politica.

Sì priorità dell’agenda politica.

Ho pensato alle donne italiane e a quanto mortificante possa suonare questa impostazione.

Forse perché per me le parole hanno un peso e una ricaduta importanti. Ma ancora una volta ho compreso cosa significa trincerarsi e barricarsi dietro una scelta che reca con sé la conseguenza naturale che se non sei mamma la politica non farà molto per te, o che farà molto poco, non sei prioritaria come cittadina. Tu donna sei meritevole di sostegno se sei fattrice, altrimenti sei una boicottatrice dei progetti nazionali. Io donna non ho cittadinanza e diritti in quanto essere umano, ma in quanto procreatrice. Nel disegno politico sono scolorita e quasi scompaio in tutte le mie declinazioni, molteplicità. Anche la mia storia personale non vale e mi si vuole insegnare la vita. Cosa vuoi che ne sappia dell’essere una mamma lavoratrice? È mancato l’ascolto delle donne. Manca. Ero lì in carne e ossa ma non è stato sufficiente per essere ascoltata. Ero lì perché faccio politica anche con il mio corpo e la mia voce, per testimoniare il mio pensiero in un luogo fisico. Per un confronto. Perché ci fosse accoglienza a un punto di vista, che proprio perché critico voleva spingere a riflettere e a interrogarsi. Eppure alcune si autodefinivano femministe. Quanto stropicciato è questo termine. Sì deformato e trasfigurato. Irriconoscibile. In questi contesti è assai rara la sua forma originale.

Probabilmente avranno pensato fossi una estremista infiltrata che era lì solo per fare polemica. Mica hanno capito il mio reale sconcerto e sgomento. Mica hanno capito che ero una donna iscritta. Mica si son posti il problema di capire ciò che stavo dicendo. Mica si sono interrogati sul fatto che fuori ci fossero tante donne che la pensavano proprio come me.

L’onorevole Teresa Bellanova ha bollato il mio punto di vista come “lettura ideologica” di un termine. Ossia: condizionato da idee preconcette, da pregiudizi: la mia vita e la mia esperienza vengono buttate nella spazzatura e senza appello vengono categorizzate come un mucchio di niente. Sarei accecata dal pregiudizio. Grazie per l’informazione.

Quindi mamme è solo una parola che hanno usato e svuotato di senso, sostitutendola a donne.

Così come privo di senso appare a questo punto il loro essere donna nelle istituzioni. È il risultato di un programma di “pinkwashing” istituzionale che non è in grado di capire nient’altro se non quel che prescrive il capo. Quale differenza fa l’essere donna così? Puoi girare mille città, mille quartieri, mille luoghi, ma se questo è il modo di porsi poco raccoglierai. La neutralizzazione delle donne è questo. Lo abbiamo visto anche dalle prese di posizione delle donne delle istituzioni sulla vicenda dello stalking e del nuovo art. 162 ter.

In verità ho anche pensato che si volesse riferire letteralmente al frutto di un complesso di credenze, opinioni, rappresentazioni, valori vicini a un approccio vetero comunista. Tutto ci può stare, ma l’effetto finale non cambia.

Alcuni mi dicono che non mancano gli spazi aperti nel partito per confrontarsi. Che tutti hanno la medesima agibilità. Ebbene, fatemeli conoscere questi spazi perché ultimamente l’accoglienza è sempre “Non è il momento”, “non ora”, “non hai capito”, “le tue modalità non vanno bene”, “se non ti trovi bene la porta è aperta”, “ti abbiamo dato fiducia e tu ci ripaghi così?”. Ci ho provato a portare nei luoghi di partito discussioni sul sessismo, violenza di genere, discriminazioni, lavoro, prostituzione. Ma quanta fatica, quale accoglienza, quale sostegno, quale partecipazione, cosa è cambiato, come ha modificato la realtà quella più vicina, quanta influenza sul modo di relazionarsi, quali risultati sul linguaggio, quali effetti sul rispetto? Io non faccio politica per il Pd, faccio politica per dare voce alla mia comunità. Sono sempre stata così e non da ora. Non sono mai stata una trasformista e non faccio le capriole come tante persone fanno, specialmente ultimamente. Mi sono sempre espressa liberamente, ragionando, approfondendo e credo che siano qualità, non marchi negativi. Sono stata coerente con il mio passato, con le mie idee e i miei valori. Spesso però la mia appartenenza mi ha portato strali e accuse di non essere affidabile, ma io non sono il mio partito, non posso caricarmi sulle spalle tutte le scelte prese dai suoi dirigenti e non ho responsabilità per altri. Per questo prendo parola per me stessa.

Sono andata via, con il magone, smarrita, prima della fine. Ero nel posto sbagliato. Ho pensato che avevo ascoltato abbastanza e che la mia ora abbondante di viaggio sui mezzi mi aveva condotto a sentire certe cose. Ho capito che sanno molto poco non solo delle mamme, ma soprattutto delle donne. I risultati si vedono. Non avete idea della reazione quando ho detto “basta bonus”. Ne prendo atto e volto pagina.

All’ingresso mi hanno passato il metal detector e frugato nella borsa. Avevo con me dei fogli A4 su cui avevo scritto delle brevi frasi nel caso in cui non mi facessero intervenire. Hanno voluto leggerli ad uno ad uno. Avrei dovuto capire che il vento è cambiato da tempo.

Lo scollamento con il Paese non è una storia da gufi. È questo. Ma tanto io non ho capito niente. Nonostante ciò mi sono chiesta come ci si deve sentire ogni giorno a dover eseguire e affermare ciò che dice il vertice del partito. E allora ho pensato che tutto sommato sono fortunata.

Abbiamo bisogno del femminismo. Quello autentico. Quello che parte da sé, non quello che obbedisce al capo di turno. Le donne non sono ologrammi o soggetti da strumentalizzare. Svegliamoci e pratichiamo un femminismo autentico, che parte dalla nostra esistenza, dalla nostra esperienza, da noi stesse, si esprime e agisce direttamente nella collettività.

Rifletto, parlo, mi confronto, racconto ciò che accade nella speranza che si muova qualcosa. Sono questioni politiche. Questo è fare politica.

Ricostruire l’entusiasmo di partecipare alla vita politica, condividendo progetti, valori, contenuti, orizzonti. Spesso le parole sono pietre, ma dovrebbero essere ponti e mani tese. Le parole sono importanti perché possono cambiare clichè, immaginari e ruoli antichi. Io proprio non ho nessuna intenzione di guardare indietro.

 

Ringrazio Valeria Borgese per questa testimonianza e per le sue importanti riflessioni:

http://www.valeriaborgese.it/blog/p/donne-o-mamme


AGGIORNAMENTO: notizia di oggi 23 luglio, nel Pd viene creato il dipartimento “mamme” con Titti Di Salvo a capo.

Appare chiaro che non  si è compreso un bel niente, la riserva protetta mamme è ancora lì. Un terzo schiaffo a tutte le donne. Ascolto zero. La mia dimensione donna è azzerata, non c’è altro oltre le mamme. 

La maternità è una scelta. Io difendo le donne indipendentemente dalla scelta che fanno su questo o altri aspetti. Mi piacerebbe che si parlasse di opportunità scevre da qualsiasi scelta, genere o appartenenza. Un esempio fra tanti: ci sono compiti di cura che esulano dalla maternità, questo spesso causa lo stesso tipo di mobbing e discriminazioni, fino al licenziamento. Per non parlare poi del numero di padri mobbizzati per aver chiesto congedi o orari più compatibili con il ruolo di genitore. L’ufficio della consigliera di parità regionale segue anche questi casi. Mi piacerebbe un orizzonte più vasto, riconoscendo le difficoltà connesse all’essere donna o al non comportarsi secondo ruoli “conformi al genere di appartenenza. Le italiane e gli italiani si aspettano altre parole, che non escludano, riportandoci indietro di decenni. Perché la scelta di essere o non essere madre resti paritaria. Nessuna agitazione attorno alla parola mamma, solo incredulità di fronte al fatto che non facciamo nemmeno un passo per cambiare paradigma culturale. Pretendo pari diritti in quanto donna, essere umano, cittadina.
Titti Di Salvo, a capo del “dipartimento mamme”, è anche colei che ha negato la relazione art 162ter con la monetizzazione del reato di stalking, bollando tutto come notizia infondata. Ma chiaramente a questo punto dovremmo aver compreso.

http://www.huffingtonpost.it/2017/07/23/pioggia-di-nomine-nel-pd-renzi-designa-40-responsabili-di-dipar_a_23043572/

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Una TV che non rispetta i vissuti di donne e bambine


Un servizio, un ennesimo servizio di Nemo, Nessuno escluso, su cui dobbiamo riflettere e interrogarci perché trasmesso da una rete pubblica in prima serata. La sposa bambina descrive con dovizia di particolari i preparativi della cerimonia di Prima comunione di una bambina meridionale. Ci domandiamo da cosa nasca questo servizio e a cosa risponda? A fornire uno spaccato di quanta fragilità ci possa essere nella nostra società? A colpevolizzare una madre? A fotografare un fenomeno di costume, offrendo uno spaccato folcloristico del nostro Sud? A fare un cabaret triste e uno spettacolo morboso su di una bambina? Il tutto senza andare a monte, restando solo alla superficie delle cose che accadono e accendendo i riflettori sulle spese folli per una comunione, senza interrogarsi sulle ragioni più profonde e sul contesto da cui esse traggono origine.
Lasciando tutto alle immagini, alle frasi delle madri e agli sguardi smarriti di bambine condotte in ingranaggi che lasciano il segno, risulta evidente solo lo stigma e l’aspetto folcloristico, tagliente però più di una lama. Con il gravame preliminare di quel titolo che ci accompagna per tutto il servizio, quelle parole che insieme proprio non ci stanno: Sposa e Bambina. C’è che a queste bambine vengono sottratti orizzonti perché le stesse madri sono impossibilitate, dal contesto in cui sono cresciute e in cui vivono, a fornire strumenti diversi per costruirsi un futuro. I padri non ci sono, come sempre o sono invisibili o restano sullo sfondo.
Anni e anni di tv commerciale del biscione hanno creato un immaginario che non lascia molte alternative, come del resto fece anche Boncompagni quando si inventò le ragazze poco più che bambine di Non è la Rai. Fautori di un modello televisivo Lolita oggetto sessuale per un pubblico incapace di percepirne le conseguenze. Conseguenze che si annidano e alimentano un immaginario che, anziché essere eradicato si afferma come fonte di riscatto. L’emancipazione fatta di lustrini e paillettes diventa monodirezionale, con la conseguenza che Belen, se diviene per la madre il modello auspicabile per la figlia, per la bambina non è altro che un immagine irreale su di un poster pubblicitario, al punto da domandarsi: “Ma Belen è viva?”.
Chiedere a una bambina di 9 anni di essere più sexy davanti all’obiettivo fa venire i brividi, perché è come se si stesse cancellando la sua infanzia, il suo diritto di essere semplicemente una bambina di 9 anni, senza doverne dimostrare di più, senza occuparsi di essere come qualcun’altra. Tagliando a fette il tempo, quasi si volesse fuggire da un presente fatto di difficoltà e sacrifici e da un futuro altrettanto oneroso. E succede così che si investa in una cerimonia, come confermato dalle parole della padrona del negozio di abiti per comunione: “Abbiamo notato che i clienti sono focalizzati più sulla comunione che sul matrimonio, forse perché non c’è l’aspettativa di un futuro, preferiscono fare adesso tutto. (…) Le mamme cercano questo (ndr abito) come da grande, così le vogliono da bambine.”
Come succede ai concorsi per baby miss, molto diffusi negli USA, si assiste anche in Italia ad un’adultizzazione precoce e indotta, utilissima ad una industria della moda, della pubblicità, dello spettacolo che richiede come merce di scambio lo scempio delle vite di queste bambine. Così facendo si plasma e si replica all’infinito una cultura capace di costringere bambine e donne in gabbie utili a segregarle socialmente e culturalmente per accrescerne conseguentemente le differenze di opportunità. Le responsabilità sono di tutti coloro che a queste madri e a queste figlie non offrono alternative di vita, di pensiero, di emancipazione, ossia quel gancio in mezzo al cielo che gli consentirebbe di cambiare orizzonti e prospettive di vita. Forse in qualche caso la madre cerca il proprio riscatto sociale attraverso la figlia, quasi a volersi concedere un’altra, seppur tardiva, opportunità. Forse nemmeno si rende conto che sua figlia è ancora una bambina, solo travestita e ricostruita da adulta.
È, però, onere dei media, della scuola, della comunità d’appartenenza, di chi giudica senza capire, senza comprendere che c’è un problema e un vuoto più vasti. Se in tutta la tua vita ti viene detto che è solo attraverso la bellezza, il tuo corpo, l’ingresso nel mondo dello spettacolo, che puoi costruirti un futuro, non vedrai alternative. Non potrai immaginare altre strade, non potrai essere diversa da questo programma e da questo destino.
La vicenda descritta nasce a Napoli ma non ha confini territoriali, potrebbe spaziare ovunque se solo allargassimo lo sguardo ad ogni luogo caratterizzato da alcuna emancipazione mentale, zero aspirazioni, nessuna via d’uscita se non quelle legate agli stereotipi e ruoli femminili. Soprattutto laddove lo studio e la scuola non vengano percepiti come occasione di riscatto e di opportunità su cui investire.
Il servizio televisivo La sposa bambina dovrebbe richiamare tutti noi alla responsabilità di permettere a tutti le stesse opportunità, in modo che si possa partire più o meno tutti dallo stesso punto e che vengano rimossi concretamente tutti gli ostacoli ad una crescita e a uno sviluppo paritario e non discriminatorio. Un obbligo che per la televisione pubblica dovrebbe costituire l’essenza della sua mission, non fosse altro che per offrire gli strumenti per tentare di comprendere le ragioni di questi fenomeni, nonché le correlate responsabilità private o pubbliche che siano.
La tv è responsabile della costruzione, della veicolazione e della sopravvivenza di certi immaginari, come anche delle false aspettative e visioni distorte che ad essi conseguono. Nel tempo ha prodotto e consolidato modelli idonei ad ingabbiare le persone e non si è preoccupata di fornire stimoli alternativi, limitandosi così ad assecondare la cultura vigente. Con il tempo l’intrattenimento, non sempre di qualità, ha preso il sopravvento e anche la Rai si è adeguata. Non ha mai mostrato qualcosa di diverso, storie di riscatto diverse, salvo sporadicamente. Non ci crede e non investe sino in fondo, a volte perde finanche l’attenzione a specifici contenuti quali quelli delle infinite declinazioni dell’essere donna, delle infinite sue possibilità, dei diritti acquisiti da difendere e quelli per cui si deve lottare.
La tv in questo caso si è deresponsabilizzata, producendo e mandando in onda questa storia senza supportarla con un approfondimento adeguato, di fatto addossando la responsabilità solo sulle donne, sulle mamme, che invece sono le vittime di un sistema che non concede alternative di emancipazione e di miglioramento.
Troppo semplice narrare di un ascensore sociale bloccato, facendone ricadere la colpa sulla chi è vi è rimasto rinchiuso e non su chi deve garantire il funzionamento dell’intero sistema sociale, affinché sia assicurata a tutti una prospettiva di vita dignitosa ed il più possibile egualitaria e paritaria.
Questo servizio non rispetta le persone, le donne, i bambini, con i loro rispettivi vissuti. Li proietta e li getta in pasto ai telespettatori. Una tv che fa servizio pubblico non può superficialmente mandare in onda qualcosa senza pensare alle inevitabili conseguenze, strumentalizzando le vite altrui per fare audience. La tv del tiro al bersaglio, della gogna, del circo, del tutto va bene pur di alzare lo share non può legare con la mission del servizio pubblico degno di tal nome.
Il gruppo Chi Colpisce Una Donna, Colpisce Tutte Noi
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Una parvenza di attenzione alla conciliazione

@Anna Parini

 

La parità di genere in Italia è un rapporto 40-60 dei capilista e l’alternanza di genere nel listino e nei collegi. La parità è un belletto da usare una tantum per dare la parvenza di una società che aspira e lavora per l’eguaglianza degli individui.

La parità è diventata la parola “mamma” incastrata a forza in un discorso politico e una fantastica cascata di bonus. La parità è richiamare le donne solo sotto elezioni. La parità costruita dal linguaggio e dal racconto politico è tutto il fumo che siamo state costrette a respirare sinora. Alcune ancora fanno fatica a capire che dovremmo essere passate da un pezzo dalle quote rosa da riserva alla democrazia paritaria. Tutto il fumo che ci sottrae diritti e ci porta indietro. Basta vedere quanto male siano ridotti i servizi consultoriali pubblici. Che poi c’è chi sostiene che alla fin fine non possiamo farci niente e che le alternative ci sono. Ma davvero ci siamo arrese a questa deriva che non vede nessun desiderio di opposizione?

Ecco, mi piacerebbe sapere cosa sarebbe successo alla donna licenziata al rientro dalla maternità a Grassobbio alla Reggiani Macchine se non ci fosse stata la pronta reazione e solidarietà dei suoi colleghi. Ve lo dico io: non ci sarebbe stata la promessa dell’azienda di procedere a un ricollocamento e tutto sarebbe passato sotto silenzio. Nessuno se ne sarebbe occupato, come accade nella stragrande maggioranza dei casi di discriminazioni di genere.

Torno a parlare sui temi del lavoro dopo aver pubblicato questo pezzo.

Il 2 giugno sull’inserto milanese del Corriere ho letto un articolo su quanto possa diventare ostile il luogo di lavoro al rientro della maternità. Ce ne parla Marzia Pulvirenti, responsabile del Centro donna della CGIL a Milano, che avevamo incontrato lo scorso novembre per parlare di molestie sul luogo di lavoro. Un clima insopportabile al rientro in ufficio, mansioni svuotate o modificate fino all’assurdo, incarichi fittizi, tempi infiniti di assegnazione a nuovi progetti, scrivania e materiali di lavoro scomparsi, rimproveri, richiami, pesanti critiche, per alcune nemmeno un bentornata o congratulazioni per il bambino. Fino a toglierti premi di produttività (non è legale ma accade) e qualsiasi ipotesi di crescita professionale. Si viene tagliate fuori nonostante le competenze, l’esperienza, solo perché chiedi un paio d’anni senza trasferte fuori regione o internazionali. C’è chi per questo arriva a somatizzare queste pressioni, alcune iniziano a sperimentare attacchi di panico e crisi depressive. C’è chi ti risponde che basta organizzarsi e attrezzarsi per conciliare, occorre scegliere altrimenti sei fuori. E poi non tutti gli ambienti sono solidali, spesso i primi a coalizzarsi con il datore di lavoro sono proprio i colleghi, i primi a lamentarsi del fatto che tu non riesci più a rimanere in ufficio fino alle 10. Meglio tagliare una risorsa e formarne un’altra piuttosto che cercare di andare incontro alle esigenze della neomamma. Altro che valorizzazione del capitale umano.

Copyright Corriere della Sera

Pulvirenti racconta un’escalation di piccoli, grandi, pesanti accadimenti che rendono la vita delle lavoratrici un inferno: 230 casi riconosciuti negli ultimi due anni. Ma sono molte di più coloro che si rivolgono al Centro solo per informazioni su diritti, tutele, in via preventiva. Raccogliere i pezzi di una serie di episodi, a volte quotidiani, è doloroso e non è semplice. Non sempre è sufficiente l’approccio “amichevole” di una interlocuzione tra sindacato e datore di lavoro. Non sempre basta una diffida formale, non sempre si ha la forza di arrivare alle vie legali. Molto prima, prima che si arrivi al Centro donna o ci si rivolga a una consigliera di parità ci sono giorni, mesi in cui la resistenza delle donne che vivono il mobbing e trattamenti discriminatori viene messa a dura prova. La resistenza porta a scegliere la via più rapida per tagliare la fonte dei problemi, ciò che all’improvviso ti fa crollare certezze, autostima, variabili, prospettive. Ci ripetono che una donna su tre lascia il lavoro entro un anno dalla nascita del primo figlio, spesso spontaneamente, portandosi dentro quello che ha trovato al rientro e che l’ha portata a questa scelta indotta. A Milano in due anni ne hanno contati 118 di casi di questo tipo. Come vedete, una legge contro le dimissioni in bianco non è in grado di fare da barriera a forme di abbandono del lavoro che di volontario hanno ben poco.

In qualche caso, quando si procede in via giudiziale, si ha il ripristino della situazione lavorativa, con il giudice che procede a prescrivere un risarcimento del danno professionale, prevedendo una percentuale di retribuzione per ogni mese del demansionamento (dal 10% al 40%). Poi occorre valutare danni alla salute e morali. Ma quante donne hanno la forza di arrivare sino in fondo, intraprendere un iter lungo che non è detto che si concluda in modo favorevole? Su questo contano i datori di lavoro, che la donna si dimetta in via spontanea e si arrenda di fronte ai tempi di un ricorso legale. Oltre al fatto che se si ha un contratto atipico, la situazione e le tutele diventano precarie.

Esistono resistenze culturali, che producono formule organizzative aziendali che non sempre sono in grado di accogliere adeguatamente i cambiamenti non solo post maternità, ma in ogni occasione in cui un uomo o una donna si trovano a dover rimodulare la propria vita privata e lavorativa. Perché di mobbing soffrono anche gli uomini. Certo a causa di visioni stereotipate dei ruoli di genere, le donne sperimentano una condizione di precarietà maggiore rispetto agli uomini e di una maggiore esposizione alle discriminazioni lavorative. Le donne vengono ostacolate e frenate nei loro progetti e scelte.

Lo stato pensa bene di ritirarsi pian piano dalla “cura” di questioni cruciali, dando spazio da un paio d’anni alla formula del welfare aziendale: interventi di carattere sociale in forma di trasferimenti monetari o servizi, alternativi alla retribuzione aziendale classica, proposti dalle imprese e liberamente scelte dalle persone in alternativa (asili nido/scuola dell’infanzia, polizze sanitarie e previdenziali, ore di permesso per assistere i genitori, telelavoro o lavoro agile). L’obiettivo dichiarato è migliorare il clima aziendale e fidelizzare le persone. Rispetto a quanto raccontato sinora a proposito della situazione milanese, con un sommerso che non riusciamo a vedere e a quantificare sia in termini di lavoro che di discriminazioni, non sentite la stonatura?

Un neopaternalismo industriale che segna la progressiva resa dello stato in materia di welfare. Ce la vendono come responsabilità sociale delle imprese, che ci guadagnano in termini di sconti fiscali, ma sappiamo come da un lato ci siano queste belle facciate e poi si continui a mobbizzare le persone. Un modo per dirti di non chiedere di più, di non pretendere rinnovi contrattuali perché mamma impresa già ti garantisce tanto.

Intanto ci sono evidenti problemi. Emmanuele Pavolini, Università di Macerata, intervenendo l’anno scorso (luglio 2016) in un convegno alla Camera li evidenziava:

– Rischio di scarico di responsabilità su impresa: Welfare aziendale inteso in alcuni casi come sostitutivo di quello pubblico.

– Rischi di dualizzazione: quali profili di lavoratori hanno accesso al welfare aziendale e quali no.

– Il welfare interaziendale e territoriale: il Welfare aziendale va adattato alle esigenze sia di imprese di grandi dimensioni come delle PMI e collocato all’interno di un’ottica di rete pubblicoprivata.

– Bisogni di conciliazione non troppo coperti per ora (neanche) dal Welfare aziendale: non autosufficienza.

Pavolini indicava anche cinque punti su cui intervenire:

1. Dal welfare aziendale al welfare interaziendale per le PMI e per le filiere che vedono assieme grandi imprese e PMI: rafforzare e sostenere ruolo Enti Bilaterali.

2. Sostenere l’azione di soggetti in grado di facilitare la costruzione di reti fra imprese e altri attori nel territorio – progetti che finanzino e sostengano «reti territoriali per la conciliazione» (Lombardia). Ma come funzionano e come vengono monitorate (ndr)?

3. Sostegno delle spese per l’accesso a servizi socio-educativi (voucher) e/o creazione diretta di servizi aziendali (asili nido) aperti al territorio: sostenere l’accesso ai servizi è lo strumento migliore per ridurre i processi di «dualizzazione» dati i costi dei servizi per la prima infanzia relativamente alti e le liste di attesa lunghe.

4. Semplificazione della normativa di incentivazione fiscale al welfare aziendale e supporto alla contrattazione decentrata (L. Stabilità).

5. ATTENZIONE: OCCORRONO INVESTIMENTI FINANZIARI NELLA RETE PUBBLICA DI SERVIZI ALLA PRIMA INFANZIA (PER AUMENTARE POSTI E ABBASSARE RETTE) ALTRIMENTI TUTTO IL RESTO REGGE SOLO PER ALCUNI PROFILI DI LAVORATORI E LAVORATRICI!

Quale personalizzazione del servizio ci può essere, quando vengono meno gli intermediari sindacali e il rapporto datore di lavoro-dipendente diventa one to one? Volete farci credere che improvvisamente questo rapporto si è autoequilibrato e si è instaurata una pax aziendale che tutto tutela e tutto risolve? Macché riconoscimento culturale e concreto dei lavori di cura attraverso il welfare aziendale, quando nemmeno ti riconoscono un part-time temporaneo. L’unica libera scelta che possiamo fare è non credere a queste nuove sirene che ci stanno costruendo e tornare a lottare seriamente. Con un nuovo progetto sul lavoro. La CGIL ci ha provato, ma non c’è alcun ascolto, si è deciso di poter fare a meno dei corpi intermedi. Le donne sono state l’imprevisto della storia, qualcosa l’abbiamo modificata, ma evidentemente non in modo permanente e profondo, perché i diritti occorre difenderli non solo acquisirli. Dobbiamo tornare a spiegare che l’orizzonte è la genitorialità e permettere di viverla non come un malanno, un impedimento, un macigno. Così come dovrebbe essere di fronte a ogni criticità e cambiamento. Non augurateci buona fortuna come se dovessimo prepararci a un destino ineluttabile che ci porta fuori dal mondo del lavoro. Siamo indignate di essere inserite nel discorso politico come mamme, siamo donne, questo ci aiuterebbe a cambiare la cultura politica e aziendale. Non ce la facciamo più a sentirci ripetere “trovati un lavoro”, ci avete sottratto il futuro con la vostra ottusa visione semplicistica, che ci ha sottratto diritti e non ci assicura servizi. Iniziamo a tagliare voucher baby sitter e i mitici bonus, creiamo più servizi pubblici. Lo abbiamo visto che questi sistemi non portano risultati in termini di natalità (ossessione governativa): siamo fermi perché evidentemente sono altri i fattori in gioco e che servirebbero. Pretendere che nonostante le nostre precarietà si sfornino figli per la patria si qualifica da sé. Iniziamo a rendere accessibili a tutti interventi friendly come part-time reversibili, turni agevolati, “smart working”. Iniziamo ad assicurare parità retributiva. Forse se partiamo da politiche che guardano al benessere e alla qualità di vita della donna a 360° e non solo nella loro funzione riproduttiva, avremo fatto un passaggio culturale e di civiltà fondamentale.

Che fine hanno fatto poi i 100 milioni per nuovi asili nido stanziati dalla legge di stabilità 2014 e mai spesi dalle Regioni (come risultava da un’audizione dell’ottobre 2016)? Quelle risorse sono rimaste alle Regioni, senza integrare i bilanci dei comuni per l’erogazione del servizio? Questi gli ultimi aggiornamenti che riguardano i nidi. Adesso si parla di un fondo nazionale. Vedremo come andrà questo ennesimo capitolo.

In compenso è arrivato il bonus asili nido e quello da 1.500 euro per baby sitter, tate e badanti a Milano. Non ci sono abbastanza posti, le rate e le quote di iscrizione sono spesso alte, le scuole estive diventano inaccessibili a causa dei rincari ma chi riesce a intervenire su questi aspetti? Ho l’impressione che si punti ad alimentare più il business della cura che altro.

Dobbiamo evitare il faidate, spingere per una visione e per politiche strutturali e sistemiche, ridurre la forbice nord-sud. Se l’obiettivo è rendere questo Paese a misura di donna, dobbiamo avere una visione, di Paese, di investimenti, di equilibri, di modernità e di parità coerenti e che sostengano questo progetto. Occorre il coraggio di percepire la necessità di politiche che daranno i loro frutti solo nel medio-lungo periodo, in un interesse che non guarda solo l’oggi e non guarda solo al proprio.

Rafforzare le modalità di accesso delle donne a posti di lavoro dignitosi e di qualità è un impegno rinnovato all’ultimo G7 di Taormina. Qualità e dignità sono caratteristiche del lavoro che quando si tratta di varare politiche in Italia stranamente perdono forza e valore. Stranamente.

In sintesi, per quel che concerne il tema lavoro:

Ci si è posti l’obiettivo di ridurre il divario tra i tassi di partecipazione alla forza lavoro di uomini e donne del 25% entro il 2025, attraverso la promozione della partecipazione femminile, migliorandone qualità ed equità in ottica di genere. Condizione essenziale è riconoscere l’impatto negativo del gap di partecipazione, retributivo e pensionistico. Altresì occorre riconoscere e dare valore al lavoro domestico e di cura non retribuiti quali contributi fondamentali all’economia.

Una stima/valutazione può essere svolta in modo omogeneo dagli istituti statistici nazionali, europei e internazionali, partendo da quanto già disponibile (OCSE, i dati della 19ma International Conference on Labor Statisticians (ICLS) Resolution on Work Statistics, il lavoro dell’ILO (labor force survey (LFS). Unire i dati serve a monitorare progressi e a ricalibrare le misure, in modo che i compiti non pesino solo sulle donne. Investire in infrastrutture sociali per sostenere ogni tipo di compito di cura, un mix interconnesso di strutture, luoghi, spazi, programmi, progetti, servizi e reti che servono a migliorare gli standard e la qualità della vita in una comunità. A questi vanno aggiunti strutture e servizi per la salute, strutture didattiche, aree ricreative, nonché programmi per incrementare lo sviluppo dello sviluppo comunitario e culturale.

Inserire un’ottica di equità di genere serve in ogni fase del processo di decisione politica e di definizione delle priorità nella definizione delle infrastrutture: concepire, pianificare, approvare, eseguire, monitorare, analizzare e controllare il budget.

Prevedere la dimensione di genere consente di ottimizzare l’impatto e / o aumentare la quantità di risorse disponibili dedicate. L’obiettivo è creare un sistema di servizi, infrastrutture e servizi sociali, anche in partenariato pubblico-privato, realmente accessibili a tutti.

 

Sul lavoro di cura:

http://www.ingenere.it/articoli/sguardi-globali-lavoro-domestico-venezia

http://www.ingenere.it/dossier/come-cambia-lavoro-di-cura

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I destini e i diritti interconnessi di bambini, adolescenti e donne

@WeWorld

Penso che sia fondamentale fare una premessa per parlare di “rischio esclusione”, cuore del lavoro presentato da WeWorld nel suo Indice annuale. Allarghiamo lo sguardo e cerchiamo di analizzare questo tema così come giustamente evidenzia il report di WeWorld:

“Una lettura superficiale delle due Convenzioni ONU che concernono le bambine/i, gli adolescenti e le donne – la Convenzione sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza (CRC, 1989) e la Convenzione sull’Eliminazione di tutte le Forme di Discriminazione contro le Donne (CEDAW, 1979) – potrebbe condurre a vederle come distinte e inconciliabili. Le due Convenzioni sono invece complementari e interdipendenti: proteggere i diritti delle donne è importante in sé, ma lo è anche per bambine/i e garantire i diritti della popolazione under 18, specialmente delle bambine, è il primo passo per promuovere le pari opportunità tra uomini e donne (Unfpa e Unicef, 2010). Donne, bambine/i e adolescenti hanno maggiori probabilità di cadere in povertà rispetto agli uomini (One, 2015). Tra gli esseri umani, infatti, le donne e i bambini – e tra questi ultimi in misura maggiore le bambine – sono più a rischio di povertà e di violazioni dei diritti umani (Oakley, 1994). È per questo che ai bambini e alle donne sono riservati due specifici trattati per difenderne i diritti fondamentali. Se due specifici trattati erano dunque necessari, ciò ha però fatto sì che originariamente e fino a qualche anno fa dei diritti dei bambini e delle bambine, da un lato, e di quelli delle donne, dall’altro, si parlasse separatamente, come se il rispetto o la violazione dei diritti degli uni non avesse niente a che fare con il rispetto o la violazione dei diritti delle altre, e viceversa. Più recentemente i diritti delle donne e dei bambini e i due relativi trattati (la CRC e la CEDAW) sono invece stati letti e analizzati in stretta relazione. Ciò non significa negare le specificità dei due gruppi e di alcuni diritti loro propri, ma ammettere come il rispetto dei diritti dei bambini/e abbia ricadute positive sul rispetto dei diritti delle donne e viceversa. Si è quindi cominciato a parlare di complementarietà tra la CRC e la CEDAW, ma ancora più efficacemente di sequenzialità (Price Cohen, 1997). Perché le donne esercitino pienamente i loro diritti, in quanto donne, occorre infatti che le bambine che sono state abbiano imparato quali sono i loro diritti in quanto bambine, e a tutelarli e rivendicarli (Bosisio, Leonini, Ronfani 2003). Quindi, anche se emanata successivamente, la CRC va intesa, come afferma Cynthia Price Cohen, precorritrice della CEDAW, nel senso di imprescindibile punto di partenza per ribadire il riconoscimento dei diritti delle donne e contemporaneamente per considerare i diritti delle bambine come “parte di una più ampia definizione dei diritti delle donne” medesime (Price Cohen, 1997: 74).”

Per giungere a una analisi completa della condizione di bambine e donne occorre spingersi oltre le dimensioni consuete di indagine (educazione, salute, benessere materiale) per esplorare fattori nuovi: pari opportunità, partecipazione sociale, accesso all’informazione, ambiente e abitazione, protezione personale, i conflitti, accesso al lavoro, creazione di capitale umano ed economico, sfruttamento del lavoro minorile e la violenza contro le donne.

Il WeWorld Index 2017 rileva che i Paesi in cui bambini, adolescenti e donne soffrono di esclusione insufficiente, grave o gravissima sono 102 sui 170 analizzati dallo studio. Senza un intervento repentino le disuguaglianze di genere sono destinate a crescere in maniera esponenziale (il loro numero è aumentato di 22 milioni tra il 2016 e il 2017).

L’Italia fotografata risulta il Paese meno inclusivo dell’UE, ci collochiamo al 21° posto, raggiungiamo la sufficienza. L’Italia dovrebbe fare uno sforzo quasi doppio rispetto alla Norvegia (al primo posto) per conseguire i risultati del paese ideale.

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Passata la festa… continuano a farcela

@ Olimpia Zagnoli

Un bilancio sulla condizione femminile in Italia, tra ruolo di cura e di assistenza e gli impegni lavorativi.

 

Passata la festa della mamma, torniamo a tuffarci nella routine e sulla consueta linea di galleggiamento.

Prima di perdere di nuovo di vista la vita di tante donne, desidero soffermarmi sull’ottimo lavoro di Giovanna Badalassi e Federica Gentile per il report 2017 “Le equilibriste – la maternità tra ostacoli e visioni di futuro” di Save the children.

In Italia è confermato il trend dell’età del primo figlio: 31,7 anni contro la media europea di 30,5 anni. Il tasso di fecondità italiano è di 1,35 figli per donna contro la media europea di 1,58. Il contesto in cui questa tendenza si consolida non è chiaramente dei più sani.

2 Tasso di fecondità femminile in Italia (2008 e 2015)

Fonte: report 2017 “Le equilibriste – la maternità tra ostacoli e visioni di futuro” di Save the children.

3 Età media delle madri al parto (2015) UE 28

Fonte: report 2017 “Le equilibriste – la maternità tra ostacoli e visioni di futuro” di Save the children.

Tra i 25 e i 49 anni nel 2015 il tasso di occupazione in Italia raggiungeva il 57,9% (nella stessa fascia gli uomini erano il 77,9%). L’Italia si colloca alla 27ma posizione su 28 (l’ultima è la Grecia). Il loro tasso di occupazione diminuisce progressivamente al crescere del numero di figli: “dal 62,2% del tasso di occupazione delle donne senza figli tra i 25 e i 49 anni, si scende al 58,4% delle donne con un figlio, al 54,6% delle donne con due figli, al 41,4% delle donne con tre e più figli.”

Donne adulte tra i 25 e i 64 anni per numero di figli ed età del figlio più piccolo 2015

Fonte: report 2017 “Le equilibriste – la maternità tra ostacoli e visioni di futuro” di Save the children.

Tra i 25 e i 44 anni le donne dedicano al lavoro domestico 3,25 ore al giorno, contro 1,22 degli uomini; così come il lavoro di cura dei familiari, soprattutto figli tra 0 e 17 anni (2,17 ore le donne contro 1,29 degli uomini). Certo la situazione migliora, ma qualcosa non gira ancora nel verso giusto.

Durata media specifica in ore e minuti di un giorno medio settimanale del lavoro domestico per genere e tipologia di

Fonte: report 2017 “Le equilibriste – la maternità tra ostacoli e visioni di futuro” di Save the children.

In termini di qualità della vita per le mamme al vertice della classifica si confermano il Trentino Alto Adige, la Valle d’Aosta, l’Emilia Romagna la Lombardia.

Ci dicono che dobbiamo far figli per far crescere il Paese, che invecchiando ha sempre meno parti della popolazione attiva. Ma chi nel frattempo si occupa di assicurare o far crescere il benessere di chi deve fare il genitore?

“Le famiglie e, all’interno di queste, le mamme avranno sempre maggiori difficoltà in futuro a sostenere, così come succede oggi, la cura dei figli, degli anziani, e al contempo produrre un reddito familiare adeguato per il sostentamento della famiglia: troppi e troppo intensi sono i cambiamenti sociali ed economici che obbligano ad un ripensamento del nostro modello di welfare”.

Il doppio reddito che oggi è indispensabile per mantenere adeguatamente una famiglia e non essere a rischio povertà, in realtà è sempre più simile a un reddito e mezzo o un quarto. Sì perché per poter gestire tutto il lavoro non retribuito qualcuno deve contrarre il proprio orario di lavoro retribuito.

Percentuale part-time donne occupate 25-49 anni Italia-UE 27 e numero di figli

Fonte: report 2017 “Le equilibriste – la maternità tra ostacoli e visioni di futuro” di Save the children.

Almeno che il proprio lavoro non riesca ad avere livelli di retribuzione talmente elevati da poter restribuire a nostra volta una persona che si occupi in nostra vece della cura della casa, dei figli e dei genitori. Perché se vogliamo essere oneste e sincere, dovremmo riflettere su quale percentuale di donne che si avvale di un aiuto (badante, colf o tata) assume regolarmente queste persone. Perché il nocciolo della questione sta proprio qui. Il rischio di un vortice, con ricadute negative, che si ripiega su se stesso è elevato, troppo. Le discriminazioni anziché ridursi si autoalimentano. Il cambiamento parte da qui. Perché dobbiamo chiederci a che prezzo è possibile lavorare, se il welfare familiare deve essere costretto a supplire la mancanza di interventi strutturali e in ottica di medio-lungo periodo.

La presenza delle donne nel mondo del lavoro non può essere supportata attraverso la politica dei bonus, di interventi emergenziali o una tantum che lasciano grossi buchi e che non riescono a garantire servizi su tutto il territorio (si pensi al tempo pieno e alle mense scolastiche, che a volte sono di qualità non soddisfacente). Siamo di fronte a sfide culturali, politiche, di investimenti pubblici che anziché sprecare risorse in termini autopromozionali/elettorali immediati, dovrebbero preoccuparsi di non creare ulteriori distanze tra chi può permettersi una qualità della vita buona e soddisfacente e la sempre più consistente porzione di chi deve rinunciare man mano a diritti, garanzie, servizi, sostegni e futuro. Non facciamo figli e nel rispetto di questa scelta chi ci governa deve porsi le giuste domande e non scaricare su di noi e fustigarci. È una questione di orizzonti e scelte di vita. È una questione di prospettive e di clima. È una questione di fiducia e la fiducia non la compri con una manciata di euro. Le donne sono una forza sociale determinante, che facciano o meno figli. Ve ne dimenticate troppo spesso, salvo due o tre giorni l’anno, salvo elezioni.

 

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